Dall’“adorazione” allo scrutinio segreto.
Teologia e micropolitica nel cerimoniale del conclave riformato da Gregorio XV (1621-22)*

di Günther Wassilowsky

 

Tra tutte le azioni che gli uomini compiono sulla terra, non c’è alcun altro atto che, per significato ed ambizione, superi quello con cui nel quadro dell’elezione papale viene designato il Vicarius Christi. E affinché la provvidenza divina possa servirsi nella maniera più pura dello strumento delle sue creature, la forma con cui viene a essere determinato il vicario di Cristo sulla terra deve essere curata con la massima intelligenza e solennità possibili all’uomo.

Così un anonimo autore valuta l’oggetto della sua esposizione in un trattato sul conclave di duecento pagine manoscritte, datato 1624 e dedicato al cardinale Ludovico Ludovisi1.
Per lo storico delle culture micropolitiche, orientato allo studio delle teorie delle reti sociali, l’elezione pontificia è significativa, anche se per tutt’altri motivi. Il conclave rappresenta infatti l’evento originario di quella particolare costruzione istituzionale che è la monarchia elettiva, fondata sul celibato ecclesiastico, da cui dipendono l’alta mobilità di tutto il sistema politico-sociale romano e le forti concorrenze tra le élites che a questa si connettono. In fin dei conti nel conclave si cerca di indirizzare l’azione della provvidenza divina verso quelle reti sociali che durante i precedenti pontificati sono state intessute nel collegio cardinalizio secondo un piano ben definito. Ciò che si vuole conseguire è che il futuro papa non risulti ostile nei confronti della famiglia del precedente pontefice e non distrugga tutto il capitale accumulato con fatica.
Ma anche all’occhio degli storici politici con interessi per gli aspetti performativi delle dinamiche storiche, la Sede Vacante offre certamente un materiale simbolico persino più ricco di quanto ci si potrebbe attendere. Così i gesti rituali, i mutamenti di vesti liturgiche, le processioni attorno ad un solo evento, nella Roma della prima età moderna, si producono in media ogni otto anni e mezzo. Colui che, sensibile al valore dei simboli, deve descrivere nella sua complessità l’elezione papale, è meglio che si prepari a qualcosa di equivalente ad un vero e proprio Overkill semiotico.
In questo campo di ricerca altamente promettente per gli interessi scientifici sia di storia religiosa che sociale o culturale, è sorprendente quanto scarne siano le nostre conoscenze sulle valutazioni teologiche date dai contemporanei sul conclave, sulla procedura, sui riti e requisiti dell’elezione pontificia. L’ultima monografia dedicata ai conclavi della prima età moderna (da un punto di vista esclusivamente macrostorico con una concentrazione sullo ius exclusivae) risale al 19072.
Poiché sarebbe praticamente impossibile descrivere qui, anche se solo per accenni, tutto l’universo simbolico della Sede Vacante, vorrei concentrarmi prevalentemente sulla grande riforma del cerimoniale dell’elezione, attuata nel 1621-22 da papa Gregorio xv Ludovisi (1621-23), e in particolare analizzare il cambiamento di rituale, dall’abolizione dell’elezione “per adorazione” fino all’introduzione dell’elezione vincolante tramite scrutinio segreto. Proprio il cerimoniale del conclave sembra essere infatti il terreno più adatto per collegare tra loro, sulla base di un esempio concreto, i risultati dell’analisi micropolitica del tessuto sociale3 e quelli della ricerca sul valore dei simboli e della storia della normativa religiosa4, integrandoli in un approccio interpretativo interdisciplinare con la cultura religiosa e politica della Roma della prima età moderna. All’interno di un tale interesse di ricerca questo contributo va considerato non tanto come la presentazione di risultati definitivi, quanto piuttosto come un campo di prova per la formulazione di prime ipotesi.

1
Il cerimoniale della Sede Vacante

Le cerimonie della Sede Vacante – e questo nella totalità dei loro elementi tecnico-strumentali, espressivo-simbolici e performativo-rituali, generatori di cambiamento di status – hanno anzitutto la funzione di superare la discontinuità verificatasi con la morte del papa attraverso la realizzazione, pianificata e studiata con esattezza, di spazio, tempo e ruoli codificati. Nessun altro lasso di tempo a Roma è così intensamente determinato dalle regole del cerimoniale, come quei giorni o quelle settimane di vuoto, in cui la città e il mondo intero sono privi del papa. Le diverse cerimonie della Sede Vacante possono essere in complesso distinte in quattro gruppi5.
1. Innanzitutto ci sono quelle attività che accompagnano, certificano e manifestano il dolore per la morte del pontefice. Sulla base dei canonisti medievali e della teoria di Ernst Hartwig Kantorowicz sui due corpi del re, sovrano dinastico e sul corpo unico del papa, sovrano non dinastico6, la ricerca sul cerimoniale del medioevo ha interpretato il modo di trattare il cadavere del papa, le esequie di nove giorni e i riti di sepoltura, come una procedura atta a dimostrare la netta distinzione tra la fragilità fisica del singolo papa e la durevolezza del ministero istituzionale che egli riveste7. A riprova dell’intensificarsi della messinscena pubblica della morte del papa, in età barocca, si possono citare: l’introduzione del suono delle campane a morto in tutte le chiese della città, le processioni, i catafalchi e in particolare il pomposo corteo funebre, con cui il corpo del defunto, di sera, accompagnato da fiaccole e secondo un ordine ben preciso in base al rango dei partecipanti, veniva trasportato attraverso la città, dal Quirinale al Vaticano8.
2. Il secondo gruppo di cerimonie durante la Sede Vacante è volto a esercitare il controllo sul vuoto di potere che si è venuto a creare e prevede alcune misure per una sua auspicabile rapida cessazione. Nei tredici giorni che, secondo la bolla gregoriana di elezione, devono trascorrere tra la morte del papa e l’ingresso nel conclave, hanno luogo dieci assemblee cardinalizie. In esse lo svolgimento delle trattative è fissato nel dettaglio: all’inizio, i cardinali giurano di osservare gli ordinamenti papali sulla preparazione del conclave e sullo svolgimento degli affari di Stato durante la vacanza della sede. Si prosegue con alcuni atti simbolici dal valore giuridico, come la rottura dell’anello piscatorio e del sigillo, che segnano la conclusione definitiva di un pontificato. Poi mediante una lunga procedura che prevede elezioni e nomine viene scelto il personale del conclave, dai prelati che devono tenere il “discorso sull’elezione”, dopo la messa in onore dello Spirito Santo, che precede l’ingresso nel conclave, fino ai confessori, ai chirurghi, farmacisti, barbieri, muratori e falegnami. Infine il collegio dei cardinali, che ora rappresenta la Chiesa, concede, durante la Sede Vacante, udienze ai Conservatori della città, agli ambasciatori e inviati.
3. Il terzo complesso è costituito dall’insieme delle cerimonie per la scelta e la legittimazione di un nuovo pontefice. Nel gruppo di ricerca di Münster “Sonderforschungsbereich 496” è stato messo in evidenza da differenti prospettive come sia opportuno, nei procedimenti politici, distinguere tra i momenti tecnico-strumentali e quelli simbolico-espressivi di una medesima procedura, e che non vengano contrapposti o separati tra di loro sulla base di un concetto teleologico di modernizzazione. In particolare, per quanto concerne l’accettazione dei risultati della procedura, gli elementi simbolico-cerimoniali rivestono un grande significato a causa della loro efficacia nel coinvolgere gli interessati nell’azione e nell’obbligare a rispettare i ruoli procedurali. Barbara Stollberg-Rilinger (sulla scorta di Niklas Luhmann) ha proposto l’“autonomia procedurale” (Verfahrensautonomie) come criterio per misurare la capacità di azione collettiva e la differenziazione interna di un sistema politico9. Per l’ambito della procedura di elezione, il tentativo di legittimare il risultato attraverso l’“autonomia procedurale” raramente si può documentare in maniera così “idealtipica” come nel caso del conclave papale. Il fatto che si murino realmente tutti gli accessi, la chiusura delle porte a più mandate nel primo piano del palazzo apostolico, la costruzione di un sistema raffinato di quattro doppi cilindri (le cosiddette “rote”), per mezzo dei quali la comunicazione viene sorvegliata dai rappresentanti dei diversi ceti sociali, infine la massiccia militarizzazione di tutto lo spazio intorno al luogo dell’elezione – tutto questo è volto ad escludere ogni influenza diretta dall’esterno e a garantire l’“autonomia procedurale” nel senso più tangibile della parola. Perché il cardinale elettore comprenda quanto la procedura dell’elezione si sollevi sulla quotidianità politica, non è necessario che alla situazione disagevole – determinata dal dover rinunciare alla propria fastosa residenza – si aggiunga anche la scomodità della permanenza per settimane in una scomoda cella claustrobica, magari alle temperature estive dell’Italia centrale. Già l’esperienza suggerita dall’elevata disomogeneità del collegio cardinalizio della prima età moderna ci aiuta a comprendere l’eccezionalità della situazione: persone anche giovani da un giorno all’altro si trovano a dover convivere in spazi alquanto ristretti con anziani ex professori di controversistica. Il cerimoniale del conclave appiana queste differenze tra i partecipanti attraverso il disciplinamento sociale degli elettori del papa. Definisce un gran numero di ruoli procedurali differenziati, organizza la loro complessa coreografia e offre con ciò la premessa per conferire legittimità all’esito finale, per il solo fatto che esso è stato raggiunto osservando le regole e in maniera formalmente corretta.
4. Il quarto e ultimo ambito è costituito dalle cerimonie di incoronazione, che devono avvalorare pubblicamente e in maniera dimostrativa quel consenso, negoziato tra conflitti e nell’isolamento, presentandolo come fosse un risultato sostenuto da tutti i cardinali. Infine, il rito di incoronazione ha il compito di dare una connotazione sacrale all’inizio del nuovo pontificato, ancora una volta davanti agli occhi di tutti.

Al di là di tutte queste funzioni strumentali e simboliche, a cui le diverse cerimonie devono assolvere nel periodo tra la morte di un papa e l’incoronazione del suo successore, la configurazione cerimoniale della Sede Vacante rappresenta nel suo complesso un’unica grande azione simbolica, vale a dire un sistema coerente di rimandi che vuole ritrarre nel suo insieme l’ordinamento politico-religioso della Roma papale e della Chiesa cattolica e pertanto renderlo presente a livello performativo. Si tratta non solo della solenne deposizione del vecchio successore di Pietro e della legittima creazione del nuovo papa. L’insieme del cerimoniale della Sede Vacante tende piuttosto alla creazione stabilizzante di significato rispetto alla radicale discontinuità e contingenza – e questo, in una religione basata sulla storia e sulla rivelazione, avviene sempre mediante l’attualizzazione della continuità. Tutti i simboli della Sede Vacante vogliono aprire un orizzonte di significato, e lo fanno rimandando al Dio che trascendendo il sistema nel suo eterno consiglio rimane sempre lo stesso e che nelle condizioni anche troppo terrestri della Chiesa garantisce la continuità col fatto di essere Lui, attraverso tutti i tempi, a scegliere i suoi servi mediante l’intervento della provvidenza. Questo sguardo religioso sui simboli dimostrativo-performativi del cerimoniale della Sede Vacante consente quindi di considerare ancora una volta in modo completamente diverso la breve durata di un pontificato e la rapida erosione di tutto il sistema socio-politico: nella luce splendente dell’eternità. Questo ampliamento simbolico dell’orizzonte funziona però solo se il divario tra realtà e ideale non è troppo grande. Infatti è proprio su questo scarto che si appuntano le critiche e le richieste di riforma.

2
La riforma dell’elezione

Che i rapporti informali svolgano un ruolo relativamente importante nella instabile cultura politica della monarchia elettiva papale, viene confermato anche dalla massiccia critica dei contemporanei alla rete romana delle relazioni sociali. Il (parziale) rifiuto di tali rapporti contraddice tuttavia l’opinione che nella Roma della prima età moderna regole micropolitiche di patronato ed etiche della pietà esistessero senza concorrenza e che la loro critica rappresenti in ogni caso un inammissibile giudizio morale proiettato nel passato da una visuale molto posteriore. La più marcata forma di critica alla Verflechtung che condizionava questo evento si trova nel dibattito sul momento generativo che è all’origine di tutto il sistema religioso-politico della monarchia elettiva, vale a dire nel discorso sul conclave. È vero che l’invocazione di una riforma dell’elezione papale è tanto antica quanto l’istituzione stessa. Tuttavia, mentre i tentativi di riforma del conclave nella prima metà del secolo XVI perseguono in primo luogo una neutralizzazione dell’influenza esterna dovuta alle grandi potenze, dopo il Concilio di Trento diventa sempre più centrale il problema, interno al conclave, dei conflitti tra nepotismi contrapposti.
Dopo il secondo lunghissimo conclave dell’anno 1590, Innocenzo ix istituì una commissione per la riforma dell’ordinamento elettorale, la quale, durante il pontificato Aldobrandini, presentò una prima bozza, mai pubblicata, che fu poi ripresa sotto Paolo v. Infatti, dopo l’elezione di papa Borghese, il dibattito sulla riforma si riaccese fino a toccare i massimi livelli. Tuttavia, solo durante il pontificato del suo successore, Gregorio XV, si arrivò, nel novembre 1621, ad emanare la grande bolla di riforma dell’elezione Aeterni Patris Filius10. Ad essa seguì11, quattro mesi più tardi, anche un nuovo Caeremoniale in electione Summi Romani Pontificis observandum12.
L’accesa discussione sulle circostanze del conclave è trasmessa in una serie di trattati e discorsi, nei quali, prima del 1621, vengono sviluppate teorie molto ambiziose, sono stigmatizzati i disordini e vengono presentate proposte più o meno concrete per la loro eliminazione. Dopo il 1621 si scriveranno commentari anche molto estesi sulla nuova bolla e sul nuovo Caeremoniale13. Nasce in tal modo una vasta trattatistica sul cerimoniale, sul corretto ordinamento del conclave, sui codici di comportamento delle singole figure. In particolare, si fanno proposte su quale debba essere l’etichetta che gli elettori papali e i conclavisti debbano seguire14.
Infine, il genere letterario delle “pasquinate” conosce nella seconda metà del xvii secolo una rinnovata fioritura: si tratta di scritti satirici diffamanti e di scherno, pieni di sarcasmo sulle condizioni reali nelle quali si svolge il conclave dietro le porte murate15.
Tra i trattati sul conclave composti prima della riforma si distingue la critica fondamentale dell’arcivescovo di Milano, il cardinale Federico Borromeo. Il suo scritto risalente al 1617 dal bel titolo De prudentia in creando pontifice romano16 rappresenta una netta presa di distanza da parte di uno zelante membro della cerchia riformista della chiesa di Santa Maria in Vaelicella, la cui posizione di avanguardia consisteva nella seria volontà di una ricezione senza compromessi del Concilio di Trento17. Come già Roberto Bellarmino nel 1600 si era fatto aperto portavoce di questo gruppo con uno scritto programmatico18, ora anche Federico Borromeo prende pubblicamente la parola e propone di attuare la riforma della Chiesa anche attraverso la riforma del conclave. L’allentamento delle norme conciliari durante il papato barocco a partire da Sisto V faceva pensare ai prelati più impegnati nella riforma delle istituzioni ecclesiastiche che il concilio tridentino avesse ancora un’ultima possibilità di realizzazione solo mediante un diverso tipo di pontefici. Però la via verso papi di questo nuovo tipo passava esclusivamente attraverso un affinamento della procedura con cui essi venivano eletti. «Non conosco nessun’altra opera che in sé sia più grande, più gradita a Dio, più utile per la Chiesa e che possa essere più onorifica per la Santità Vostra, che la riforma dell’elezione, da cui dipende la salvezza di tutto il corpo della Chiesa» – queste sono le parole con cui Bellarmino si esprime in un votum per Paolo v dello stesso periodo19.
Anche se Borromeo scrisse il suo trattato sulla base dell’esperienza personale di ben sette elezioni papali, i tumulti del secondo conclave dell’anno 1605 devono avere avuto effetti traumatizzanti. Dal conclave inaspettatamente il cardinale Borghese uscì come papa Paolo V. La «sofferenza» del Borromeo sotto il pontificato Borghese20 deve avere inoltre rafforzato la sua convinzione che da tali disordini non potesse emergere un vero rappresentante di Cristo. Nel conclave che portò all’elezione di Borghese, le fazioni dei nipoti Aldobrandini e Montalto, dopo otto giorni di accanita contrattazione, si erano infine accordate sul nome di un ex ufficiale militare dalle maniere assai grossolane, il cardinale Tosco21. Quando questi, sotto la pressione dei capi fazione stava per essere rapidamente elevato al pontificato per adorationem, Cesare Baronio all’ultimo momento, con tutto il peso della sua reputazione, si interpose, ostacolandogli in tal modo il cammino verso la cappella Paolina. Sotto l’impressione suscitata dal coraggio del primo storico della Chiesa romano-cattolica qualcuno gridò improvvisamente tra i presenti: «Allora eleggiamo Baronio!». I resoconti del conclave riferiscono a questo punto che tra gli ecclesiastici ci furono tafferugli. Mentre alcuni nel chiasso e nella confusione continuavano le trattative, gli altri si inginocchiavano per pregare.
Il Borromeo deve aver avuto queste scene davanti agli occhi quando redigeva il catalogo delle virtù nel De prudentia. Per lui la causa dei disordini e delle decisioni affrettate nell’elezione sono in fin dei conti passioni e ambizioni incontenibili, da cui nascono funeste “cordate” di lealtà: «I quali amari frutti anzi venenosi parmi, che forse naschino tutti da una sola radice, et è da un’incredibile appetito d’haver gran parte nell’elettione, per esser poi favorito, et honorato dal futuro Pontefice»22. L’elezione del papa si trasforma così in un grande commercio (mercadantia), in cui il bene universale non rappresenta più un criterio nella decisione a favore o contro un candidato:

Gravissima colpa mi parrebbe sicuramente quella di eleggere un indegno, sapendo che egli tal fosse; overo di moversi all’elettione non riguardando la persona eletta, ma più tosto ad alcuno, a cui desideriamo di far’ piacere, stimando più l’esser grato cogli huomini, che con Dio; et magiormente riconosciendo per padrone i Prencipi della terra, che quello del Cielo23.

Gli studiosi della storia di Roma a noi contemporanei non sono i primi a porsi la seguente domanda: perché le richieste di una riforma del cerimoniale da parte degli zelanti vennero esaudite proprio sotto il pontificato dell’attivo cardinal nipote Ludovico Ludovisi e del suo anziano zio Alessandro – pontificato la cui storia è ricostruita con precisione da Daniel Büchel e Arne Karsten?24 Il cardinale Ludovisi dovette difendersi già in vita dall’accusa di voler modificare le modalità di elezione solo perché la prevedibile brevità del governo di suo zio non gli avrebbe permesso, fino al conclave successivo, di costituire una propria fazione attraverso le creazioni mirate di cardinali25. Secondo quest’interpretazione il cerimoniale del conclave di Gregorio XV, che limita il potere delle reti sociali, sarebbe stato dovuto anch’esso alla logica delle connessioni sociali – anche se in questo caso alla logica della mancanza delle stesse. Ludovico Ludovisi cercò di opporsi ad una tale «sinistra interpretazione» in una lunga lettera a Federico Borromeo. Che, nel caso di questa fonte, non si tratti di un casuale residuo sopravvissuto della serie di lettere della Segreteria di Stato, lo dimostra la sua ampia diffusione26; addirittura il maestro delle cerimonie Paolo Alaleone ha inserito la lettera nel suo diario con l’illuminante motivazione: «ad perpetuam rei memoriam»27. Volutamente, l’allievo dei Gesuiti Ludovico Ludovisi inculca dunque nella memoria dei contemporanei e dei posteri la convinzione che la riforma sia avvenuta «per impulso di spirito zelante»28, per il quale egli stesso avrebbe operato fin dall’inizio.
Non è questo il luogo per ricostruire la storia dettagliata dell’origine della bolla di elezione e del Caeremoniale (che tra l’altro fu accompagnata da una lunga interrogazione rivolta in forma scritta ai cardinali, le cui risposte fortunatamente si sono conservate29). E nemmeno è possibile occuparci delle numerose proposte di modifica, le quali (anche se non trovarono accoglienza nel cerimoniale riformato) complessivamente testimoniano quale alto grado di efficacia venisse attribuito proprio agli elementi simbolici della procedura di elezione. A titolo di esempio, possiamo citare la proposta che auspicava che tutto l’atto dell’elezione si svolgesse alla presenza del Santissimo sacramento esposto e alla presenza del corpo del pontefice defunto: il primo avrebbe accresciuto negli elettori il timore e la devozione, mentre il corpo del papa defunto avrebbe ricordato loro la «fragilità mondana» e il comune destino della morte30.
Tra le proposte che furono recepite, vorrei trattare ora più approfonditamente la più importante modifica del cerimoniale del conclave gregoriano, finora scarsamente considerata, vale a dire il passaggio dall’elezione “per adorazione” all’elezione per scrutinio segreto. Ritengo che con questa innovazione il gruppo propenso alla riforma all’interno del collegio cardinalizio riuscì, durante il pontificato Ludovisi, a inserire un elemento dinamico nella macchina del conclave della prima età moderna, per mezzo del quale diventava lecito sperare che in futuro si sarebbe potuto eleggere una tipologia di papi diversa dalla precedente.

3
Dall’“adorazione” allo scrutinio segreto

Per misurare la portata del cambiamento di rituale introdotto nel 1621 dobbiamo ritornare brevemente agli inizi del XVI secolo, durante il pontificato del primo papa della famiglia Medici. Leone X nell’anno 1517 – quindi molto prima di Sisto V – aveva quasi raddoppiato il collegio cardinalizio con 31 nuovi cardinali31. Questi alti prelati potevano costituire per il cugino di Leone, Giulio de’ Medici, nel lungo conclave del 1523, una buona base per la formazione di una grande fazione. Quando anche il cardinal Colonna e i suoi amici rinunciarono alla loro opposizione contro la fazione dei Medici, improvvisamente si realizzò per il cardinale Medici una probabilità relativamente alta di ottenere una maggioranza di due terzi. Per evitare il pericolo di non ottenere nello scrutinio scritto i voti incerti dei Colonna, al nipote dei Medici riuscì un colpo geniale. Probabilmente (anche secondo il giudizio delle fonti contemporanee) si giunse alla prima elezione “per adorazione” nella storia del papato32. Secondo il diritto canonico erano previste, a partire dal IV concilio lateranense (1215)33, tre forme di elezione: l’elezione “per ispirazione”, quando una proposta presentata a voce veniva accettata all’unanimità; l’elezione per compromissum quando un gruppo di tre, formato dai rispettivi rappresentanti eletti dei tre ordini cardinalizi, si metteva d’accordo sul nome del successore di Pietro; infine l’elezione per scrutinio, che dal XIII secolo divenne il modo di elezione più frequentemente praticato: tre cosiddetti scrutatori chiedevano il loro voto ad ognuno dei cardinali in maniera più o meno “segreta”, e scrivevano il risultato sulla carta. È vero che nel Caeremoniale Romanae Curiae di Agostino Patrizi Piccolomini dell’anno 1488 l’elezione per scrutinio con singoli biglietti per il voto è già prevista, tuttavia non è possibile presupporre in base a ciò una prassi che garantisca elezioni con voto scritto segreto perché, al più tardi al momento della conta dei voti, viene letto a voce alta pubblicamente («voce qua ab omnibus exaudiri possit») tutto il testo della scheda di voto, su cui sono scritti sia il nome del votante che quello del votato («Ego N. N. eligo in summum pontificem reverendissimum dominum meum dominum N. N.»)34.
Invece ci si deve immaginare l’elezione “per adorazione” nel modo seguente35: se il conflitto sulle trattative arrivava al punto in cui un capo fazione era in grado di organizzare una semplice maggioranza, allora egli entrava con i suoi nella cappella Paolina (il luogo dell’elezione prima della riforma gregoriana), insediando il suo candidato (o – come nel caso eccezionale di Clemente VII – se stesso) sul trono predisposto davanti all’altare, e iniziava a onorarlo con un profondo inchino, in questo gesto imitato da un altro cardinale della fazione. Viene dunque eletto papa il cardinale al quale i due terzi degli elettori papali rendono omaggio in tal modo. Ciò significa che un gesto simbolico di venerazione nei confronti del pontefice, che il cerimoniale prevede frequentemente, e che è previsto anche dallo stesso cerimoniale elettivo, ma dopo una delle tre forme canoniche di elezione, diventa nell’elezione mediante adorazione un rituale performativo, un atto costitutivo, con il quale un cardinale viene eletto papa. In altre parole: se un cardinale viene onorato come papa dal collegio dei cardinali, egli è anche papa.
Sarà necessario analizzare esattamente tutte le elezioni papali dopo Clemente VII dal punto di vista dei loro rituali36. Tuttavia già alcuni primi sondaggi delle fonti sembrano indicare che la maggior parte dei papi del XVI e dell’inizio del XVII secolo fino alla riforma di Gregorio XV fu eletta per adorationem. Ovviamente l’elezione secondo questa modalità era spesso stata preceduta da scrutini senza maggioranza di due terzi, ed era seguita da votazioni non segrete. Comunque Giulio III, ad esempio, deve aver espressamente sottolineato che «uno scrutinio fatto in seguito non potrà inficiare la validità dell’elezione già compiuta»37.
Di pari passo all’affermarsi della prassi dell’adorazione veniva messa in pericolo l’autonomia procedurale interna al conclave. È facile immaginare sotto quale pressione si dovessero sentire i cardinali delle fazioni minoritarie, nel momento in cui il numero degli omaggi “per adorazione” superava la semplice maggioranza. Si attivava un automatismo, accresciuto dalla paura che il futuro papa potesse vendicarsi su coloro che nel conclave erano gli ultimi ad onorarlo. Al più tardi all’avvicinarsi della maggioranza dei due terzi, tutti quelli che non avevano ancora fatto l’inchino si affrettavano a procedere. Ed è proprio da questo meccanismo che derivavano i ben noti tumulti e le azioni precipitose.
L’elezione “per adorazione” fu decisa esclusivamente dai capi di fazione, che a partire da Paolo III erano sostanzialmente i cardinal nipoti. Sarà un caso che questa forma di elezione diventa convenzionale praticamente in concomitanza con l’istituzionalizzazione del nepotismo? Senz’altro non è dovuta a un caso la definitiva abrogazione dell’elezione “per adorazione” mediante la bolla gregoriana. L’introduzione dello scrutinio realmente segreto è il tentativo di esautorare i cardinal nipoti durante l’elezione papale. «Questa nuova Bolla sbanda le fattioni» si dice nella relazione di un ambasciatore veneziano del periodo immediatamente precedente al conclave Barberini38. Anche se la bolla mantiene come forma possibile l’elezione per compromesso e quella per ispirazione, le regole per la loro attuazione sono tuttavia tali che ne scoraggiano l’applicazione e in seguito esse praticamente non furono più messe in atto.
Non è possibile descrivere qui in dettaglio il cerimoniale di elezione riformato. Diciamo però che lo scrutinio si divide in tre fasi, l’antescrutinium, lo scrutinium vero e proprio e il postscrutinium, che a loro volta si differenziano in singoli atti ben definiti39. Questa sequenza di azioni estremamente complessa fu sviluppata innanzitutto per garantire a livello della “tecnica procedurale” la segretezza del voto. Attraverso le fasi di allestimento, di scrittura, piegatura, sigillo, consegna, numerazione, infilzatura e distruzione delle schede, l’autore del voto rimane definitivamente ignoto. E seppure il singolo elettore nella votazione del pomeriggio, il cosiddetto accessus, ha votato, durante lo scrutinio vero e proprio, un candidato diverso da quello del mattino (il che è necessario per la validità del voto di accessus), anche questo può essere appurato sulla base di segni e sigilli da apporre, senza rinunciare per questo alla segretezza del voto.
Oltre a questo aspetto puramente strumentale della preservazione tecnica del segreto, allo stesso tempo con le medesime procedure cerimoniali si palesa qualcosa di assolutamente decisivo a livello simbolico, vale a dire un nuovo concetto di legittimazione del risultato voluto dalla provvidenza divina – la creazione del papa come somma di identiche decisioni dettate dalla profondità della coscienza dei singoli votanti. Dopo che il singolo cardinale, ad uno dei tavoli predisposti al centro della cappella Sistina (il luogo dell’elezione papale dopo la riforma)40, ha compilato – alterando la sua scrittura individuale – la sua scheda, l’ha piegata e sigillata, procede verso l’altare tenendo la scheda nella mano alzata tra cielo e terra. All’altare, su cui sono posti un grosso calice e una patena, si inginocchia, prega in silenzio, si rialza e pronuncia a voce alta il giuramento così formulato: «Prendo a testimone Cristo Signore, il mio futuro giudice, che io voto colui che ritengo debba essere eletto secondo Dio, e che io agirò nello stesso modo nell’accessus»41. Poi mette la scheda sopra la patena, la introduce nel calice e torna al suo posto. La “transustanziazione” di un cardinale in un papa ha luogo quando la provvidenza divina si è manifestata in una maggioranza di due terzi di identiche decisioni di coscienza.

4
Conclusioni

In questo paragrafo conclusivo vorrei ricapitolare quanto detto finora in tre osservazioni, situandole in un contesto più ampio.
1. Il cambiamento di rituale introdotto con il Caeremoniale di Gregorio XV segna l’efficace introduzione di un “nuovo” complesso di valori nel campo del conclave, che nell’insieme della cultura politico-religiosa del papato non occupa certo una posizione marginale. Se si interpreta l’elezione “per adorazione” come un atto significativo del legame personale di fedeltà tra elettore ed eletto e come comunicazione simbolica di un rapporto personale di lealtà verso il proprio patrono – l’adorazione a questo livello può valere come il rituale dei rapporti di interazione sociale –, allora il passaggio all’elezione per scrutinio segreto è significativo di un superamento da parte del singolo elettore papale degli obblighi imposti dalle reti sociali. Ad ogni singolo cardinale, attraverso la procedura riformata del conclave viene consentito (anzi diviene obbligatorio attraverso i simboli in essa contenuti e il giuramento del nuovo cerimoniale), di non dover più votare secondo i vincoli imposti dalla trama delle sue relazioni sociali orizzontali, ma secondo la voce della coscienza direttamente e verticalmente collegata al divino. Egli deve votare secundum Deum come si dice anche nella formula di giuramento. Nell’elezione pontificia dunque il valore altrimenti vigente della gratitudine e della pietas nei confronti del patrono non deve essere più la norma primaria dell’agire. Il collegio elegge ut singuli e ogni singolo cardinale deve concepire la sua decisione elettorale come un atto di giustizia e come un officium al bene universale42. Se, pertanto, la legittimazione per atto di devozione collegiale viene a mancare, diventano necessarie altre pratiche simboliche che procurino accettazione e legittimino il risultato elettorale. Ed è qui a mio avviso che il cerimoniale per il conclave istituito da Gregorio mostra un cambiamento fondamentale nei paradigmi religioso-politici di legittimazione del papato della prima età moderna. Il legittimo sovrano pontefice viene adesso creato attraverso un’addizione di scelte di coscienza. Il cerimoniale permette da un punto di vista tecnico e celebra sul piano simbolico il fatto che questa decisione rimanga per sempre in secretum. Se almeno due terzi degli elettori, ricorrendo isolatamente all’ultima istanza interiore della loro coscienza, giungono allo stesso risultato, colui che è eletto papa in questo modo può senza dubbio rivendicare per sempre di essere stato innalzato al soglio di Pietro per ispirazione della divina provvidenza. Nel nuovo cerimoniale la provvidenza deve prevalere sulla rete delle connessioni sociali.
Tuttavia un monarca che deve il suo trono esclusivamente alla provvidenza divina non deve più mostrarsi riconoscente nei confronti dei suoi leali elettori. Bisognerebbe quindi domandarsi anche in che misura il nuovo modello di legittimazione attraverso la provvidenza divina abbia sì liberato in un primo momento i cardinali dalla scelta, per poi però esporli dopo il conclave a una ulteriore esautorazione. Durante le fasi di redazione della bolla e del Caeremoniale si era acceso un dibattito sulla questione di quante volte dovesse essere ripetuto il nuovo giuramento nel corso della cerimonia. Alla fine vinsero i “massimalisti”, così che ogni cardinale doveva pronunciare la formula di giuramento singolarmente e di nuovo prima di ogni scrutinio. Dove legami esteriori di lealtà vengono sciolti, l’adesione interiore deve essere ancora più completa mediante un «sacramento del potere»43. Una simile funzione di formazione della coscienza (anche se con una forza performativa minore rispetto a un giuramento) la possiede pure quella letteratura dell’etichetta che fiorisce nella metà del XVII secolo e che cerca di regolare il comportamento di un cardinale durante il conclave in maniera addirittura casistica.
2. Una seconda osservazione conclusiva riguarda il dibattito sorto tra i cardinali zelanti, che fu scatenato dai conflitti nei conclavi di questo periodo e che portò alla fine all’abolizione dell’elezione “per adorazione”. Riguardo a tale prassi si sottolinea in particolare il rapporto problematico tra “interiorità” ed “esteriorità”. Un motivo intellettuale di fondo, da cui notoriamente sono influenzate tutte le culture religiose della prima età moderna, struttura quindi anche un dibattito al centro del potere papale. Nel suo votum per Paolo V Bellarmino argomenta contro l’elezione “per adorazione” usando esplicitamente i termini «cuore» e «gesti esteriori». Per lui la necessaria maggioranza di due terzi si realizza solo se due terzi dei cardinali concordano nella coscienza e nei gesti: «Non sunt autem vere concordes, ubi corda non conveniunt, sed soli gestus externi»44. Dove invece regna la costrizione imposta dai capi fazione a simulare nel rituale dell’omaggio quello che nel cuore non c’è (“simulare” è esattamente il verbo usato da Bellarmino), manca ai suoi occhi quella sostanza (interiore) da cui nell’elezione viene costituito il nuovo papa.
In fondo si tratta quindi della critica degli zelanti alla dissimulatio o – come si legge nella lettera di Ludovisi al Borromeo45 – al sistema dell’adulazione, ed è questo il motivo per cui l’elezione “per adorazione” viene abolita. Gli zelanti si dichiararono pronti a optare per l’abolizione del rituale se la loro richiesta “conservatrice” di ritornare all’antica corrispondenza tra interiorità ed esteriorità non fosse ristabilita. Questo atteggiamento divergente nei confronti della norma della “finzione” divide la Curia romana in “cortigiani” e “zelanti”. La questione se un’adorazione per motivi pragmatici possa essere permessa anche senza una corrispondente adesione interiore oppure no, si fonda non da ultimo su premesse inerenti alla teologia della grazia. Dipende dalla chiarificazione del rapporto tra provvidenza e libertà, o tra grazia interiore e simbolo esterno, una controversia discussa intensamente all’interno delle diverse scuole teologiche nel corso del xvii secolo46.
Eppure questo profondo livello teologico ha conseguenze di vasto raggio non solo per la trasformazione del rituale nella Roma della prima età moderna, ma anche per la questione della qualità delle relazioni sociali ai fini della stabilizzazione del sistema. Un prelato come Federico Borromeo, in un sistema così instabile come la monarchia elettiva romana, avrebbe attribuito una funzione di sostegno solo a quelle reti sociali che vengono formate a partire dalle doti personali dell’animo – che sono cioè costituite da aderenti in base a virtù e norme dettate dalla ragione, come la sincerità e il timore, la costanza e la forza. Invece le reti di relazioni che vengono strette in primo luogo sulla base della dissimulatio si disgregano appena cambiano le correnti degli interessi. Sarebbe perciò proficuo analizzare l’ampio campo del conflitto normativo creato intorno alla dissimulatio, che peraltro divideva gli spiriti non solo della corte romana47, considerando anche il dibattito avvenuto nella Curia romana della prima età moderna.
3. Infine un rapido sguardo su un possibile effetto della riforma gregoriana, che avrà una durata di trecento anni, fino al 1904. Da un punto di vista puramente statistico si verifica un enorme rallentamento della rapidità dell’elezione. Sotto l’influenza di un intreccio (in verità ancora da esaminare con precisione) di fattori macrostorici e di ritardo dovuto al cerimoniale, il rallentamento dell’elezione papale nel periodo che seguì la riforma fece sì che la durata di un’elezione fosse più che triplicata. Se si prendono come misura di calcolo 23 pontificati, rispettivamente prima e dopo la riforma, in media il conclave tra Sisto IV (1471) e Gregorio XV dura 19,5 giorni, mentre tra il 1623 e l’ultima elezione secondo il cerimoniale gregoriano avvenuta nel 1903, il maestro cerimoniere deve attendere mediamente 61,1 giorni prima di poter portare al neoeletto le scarpe e il berretto papali. Spiegare questo dato solo con influenze macrostoriche risulta insoddisfacente, poiché queste sussistevano anche prima della riforma e poiché l’estremo rallentamento del conclave si verifica in un periodo in cui il papato ha già perduto gran parte del suo potere politico.
Nel significativo aumento della durata del conclave la modificazione della forma di elezione deve dunque effettivamente avere svolto un ruolo importante: il cerimoniale rallenta lo svolgimento delle singole fasi, frena gli affetti, impedisce tumulti e scelte affrettate. Il cerimoniale gregoriano del conclave dovrebbe dunque offrire con ciò un esempio significativo di come i rituali non sostituiscano la riflessività, ma anzi la favoriscano. Nel nostro caso creano spazio per la distanza interiore, per la concentrazione e la meditazione, e contribuiscono in tal modo ad una valutazione oggettiva.
Gli zelanti non si erano completamente illusi di poter risolvere grazie all’aiuto del cerimoniale papale tutti i contrasti della storia del papato, giungendo così ad una serie infinita di «pontificati sorti all’insegna dell’osservanza delle norme»48. Ma avevano voluto innalzare con la riforma almeno la possibilità di una ripresa tridentina. Per quanto conoscessero assai bene i loro colleghi, avevano ritenuto che la provvidenza divina potesse scoprire attraverso la coscienza uno spiraglio per entrare nel sistema romano, piuttosto che lasciarsi prendere nelle reti di amici e di creature.

Note

* Desidero ringraziare vivamente la dott.ssa Patrizia Carmassi (Frankfurt) per la traduzione del testo.
Questo contributo rappresenta un primo abbozzo di una più ampia e completa storia culturale del conclave nella prima età moderna, che pubblicherò nel corso del 2008 con il titolo Die Inszenierung des Geheimen. Politik und Religion im Konklave der Frühen Neuzeit. Oggetto della ricerca è il rapporto tra teologia, simboli e ordinamento sociale sulla base delle cerimonie, dei rituali e delle feste che avevano luogo a Roma durante la Sede Vacante e durante l’elezione del papa nel xvi e nel xvii secolo. Tale studio è nato nel contesto del progetto specifico di ricerca b6 Päpstliches Zeremoniell in der Frühen Neuzeit (Cerimoniale papale nella prima età moderna) del programma 496 Symbolische Kommunikation und gesellschaftliche Wertesysteme (Comunicazione simbolica e sistemi di valore sociali) della Wilhelms-Universität di Münster (Germania). Dal 2000 un gruppo interdisciplinare di ricercatori si occupa del tema della comunicazione simbolica, nella quale i valori sociali si manifestano, si visualizzano e, col tempo, si creano e trasformano. Sul progetto nel suo insieme cfr. B. Stollberg-Rilinger, Symbolische Kommunikation in der Vormoderne. Begriffe-Thesen-Forschungsperspektiven, in “Zeitschrift für historische Forschung”, 31, 2004, pp. 489-527.
All’interno del programma, il progetto specifico b6 Päpstliches Zeremoniell in der Frühen Neuzeit è molto debitore alla ricerca italiana su Roma. In particolare sono fondamentali e illuminanti i lavori di Maria Antonietta Visceglia e di Irene Fosi. Mentre il progetto nella prima frase di finanziamento con l’edizione commentata (G. Wassilowsky, H. Wolf, Diarium des päpstlichen Zeremonienmeisters Paolo Alaleone de Branca unter Gregor xv (1621-1623), edizione prevista Münster 2007) ha esplorato complessivamente l’ampio campo del cerimoniale papale nella prima età moderna, nel secondo periodo di finanziamento (2006-08) sono previsti studi concreti su singoli complessi cerimoniali: accanto al sopracitato cerimoniale del conclave sono in corso ricerche sul cerimoniale papale delle ambascerie (Julia Zunckel) e sulla trattatistica di corte romana (Moritz Trebeljahr). Un colloquio tenuto nel 2005 con la partecipazione di Paolo Prodi, Wolfgang Reinhard, Volker Reinhardt, Birgit Emich e Arne Karsten ha avuto come esito il volume G. Wassilowsky, H. Wolf (hgg.), Werte und Symbole im frühneuzeitlichen Rom, Rhema, Münster 2005.
1. Trattato de Conclavi et Creatione de Sommi Pontefici All’Ill.mo e Rev.mo Sig.re Cardinal Ludovisio Vicecancelliero di S.ta Chiesa, Arcivescovo di Bologna e Prencipe: «Si ha pensiero di considerare e vedere se la prudenza humana ha parte alcuna nella elettione del Vic. di Christo Sig. N.ro, attione sopra tutte l’altre grandissima et la maggior che dagli huomini si faccia in terra»; Biblioteca Apostolica Vaticana [d’ora in avanti bav], Barb. lat. 4646, 1v-2r.
2. P. Herre, Papsttum und Papstwahl im Zeitalter Philipps ii, Teubner, Leipzig 1907. Tra le più recenti ricerche sulla storia dell’elezione papale poche sono quelle dedicate alla prima età moderna. In generale cfr. A. Melloni, Das Konklave. Die Papstwahl in Geschichte und Gegenwart, Herder, Freiburg 2002; A. M. Piazzoni, Storia delle elezioni pontificie, Piemme, Casale Monferrato 2003; F. J. Baumgartner, Behind Locked Doors. A History of the Papal Elections, Palgrave Macmillan, New York 2003. Tre articoli di più recente pubblicazione offrono importanti informazioni sui riti della vacanza della sede pontificia nella prima età moderna: L. Nussdorfer, The Vacant See: Ritual and Protest in Early Modern Rome, in “The Sixteenth Century Journal” xviii, 2 (1987), pp. 173-89; M. Boiteux, La vacance du Siège Pontifical. De la mort et des funérailles à l’investiture du pape: les rites de l’époque moderne, in J. P. Paiva (hg.), Religous Ceremonials and Images: Power an Social Meaning (1400-1750), chsc, Coimbra 2002, pp. 103-41; M. A. Visceglia, La città rituale. Roma e le sue cerimonie in età moderna, Viella, Roma 2002, pp. 53-117.
3. Sul metodo proposto da Wolfgang Reinhard cfr. i suoi lavori programmatici “Amici e creature”. Politische Mikrogeschichte der römischen Kurie im 17. Jahrhundert, in “Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken”, 76, 1996, pp. 308-34; Freunde und Kreaturen “Verflechtung” als Konzept zur Erforschung historischer Führungsgruppen. Römische Oligarchie um 1600, Verlag Ernst Vögel, München 1979.
4. Sulla necessità della (re)integrazione della storia teologica delle idee nella ricerca su Roma cfr. H. Wolf, Symbolische Kommunikation am heiligen Hof des Papstes, in Wassilowsky, Wolf (hgg.), Werte und Symbole, cit., pp. 9-19.
5. Se non è altrimenti indicato, qui di seguito vengono citate sempre cerimonie (ancora o già) contenute nel cerimoniale della vacanza della sede papale posteriore alla riforma del conclave di Gregorio xv. Nell’archivio della Congregatio Caeremonialis [d’ora in avanti acp], che oggi si trova nell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice nel Palazzo Apostolico, dovrebbe essersi preservata una delle più antiche e dettagliate descrizioni di tutte le cerimonie consuete della vacanza della sede dopo la riforma gregoriana: il Cerimoniale della Sede Vacante dalla morte di un Sommo Pontefice all’elezione del nuovo (acp, vol. 69) lì conservato risale agli ultimi anni del xvii sec. Ringrazio qui vivamente il maestro cerimoniere pontificio S. E. Mons. Piero Marini per il permesso di consultare l’archivio e Sr. Trinidad Ruiz Mata per il suo prezioso aiuto in tale occasione.
6. E. Hartwig Kantorowicz, The King’s Two Bodies. A Study in Medieval Political Theology, Princeton University Press, Princeton 1957.
7. R. Elze, “Sic transit gloria mundi”. Zum Tod des Papstes im Mittelalter, in “Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters”, 34, 1978, pp. 1-18; A. Paravicini Bagliani, Der Leib des Papstes. Eine Theologie der Hinfälligkeit, Beck, München 1997.
8. Sul corteo funebre (con numerose illustrazioni) cfr. S. Tozzi (a cura di), Incisioni barocche di feste e avvenimenti. Giorni d’allegrezza, Gangemi, Roma 2001, pp. 69-131.
9. B. Stollberg-Rilinger, Einleitung, in Ead. (hg.), Vormoderne politische Verfahren, Duncker & Humblot, Berlin 2001, pp. 9-24.
10. Bullarium Romanum (vol. 12), Torino 1863, pp. 619-27.
11. L. Wahrmund, Die Bulle “Aeterni patris filius” und der staatliche Einfluss auf die Papstwahlen, in “Archiv für katholisches Kirchenrecht”, 71, 1894, pp. 201-334, ha già raccolto importanti documenti sul periodo antecedente alla riforma del conclave e li ha sottoposti a una prima valutazione, anche se con un interesse per altre problematiche. In tempi più recenti ha fatto di nuovo riferimento alla riforma del conclave e lo ha valutato come «a very important institutional change»; M. A. Visceglia, Factions in the Sacred College in the Sixteenth and Seventeenth Centuries, in Ead., G. Signorotto (eds.), Court and Politics in Papal Rome, 1492-1700, Cambridge University Press, Cambridge 2002, pp. 99-131, in particolare pp. 105-7.
12. Bullarium Romanum, cit., pp. 662-73.
13. Oltre al trattato citato alla nota 2, cfr. Considerazioni sopra il vario modo osservato per l’elezione del Papa di Fr. Girolamo Ghetti, romano, Generale degli Agostiniani e dedicate a Urbano viii (bav, Barb. lat. 4628, 4631, Vat. lat. 12175, Bonc. Lud. C 9; acp, vol. 64; Biblioteca Angelica, Mss. 294, 900, 1263); Conclave in quo S. D. N. Urbanus viii ex nova eligendi lege ad summum Pontificatum electus est (bav, Barb. lat. 1751); Discorso sopra la Nuova Bolla del Conclave (bav, Vat. lat. 12178/7, ff. 39-41); Commento alla Bolla in Cui si Mostrano i Modi di Fraudarla (bav, Vat. lat. 12175, ff. 67-78); Instruttione Politica sopra li Conclavi (Andrea Morelli) (bav, Bonc. Lud. C 11, C 20, ff. 267r-340v, Barb. lat. 4629, 4631); Relazione del modo che nelli conclavi si usa di eleggere il papa (bav, Vat. lat. 12175, ff. 29r-32v); Istruzione del modo e regola con il quale si viene all’elettione del Sommo Pontefice (bav, Barb. lat. 5682, ff. 177r-216r); Dissertatio P. Caroli Noceti S. J. Sacrae Penitentiari Theologi circa Bullas Rom. Pont. et sanctiones quae Conclave respiciunt (acp, vol. 83); G. B. Coccini, Glossemata ad bullam Gregorii xv. de elect. Pontif. (Bologna, Biblioteca universitaria, Cod. 151).
14. Cfr. Teorica del Conclave (acp, vol. 65; bav, Bonc. Lud. C 20, ff. 65r-90r); Qualità, che deve avere un Cardinal papabile, prima che acquisti l’Aula, e il grido favorevole di se stesso (acp, vol. 65); Trattati di Giovanni Francesco Lottino: Discorso Apologetico sopra la Dignità Cardinalitia, Discorso sopra l’attioni de Conclavi, Brevis tractatus De electione Summi Pontificis (acp, vol. 67); Istruzione del Conclave e Regole del medesimo per gli Emi. Card.li Novelli (acp, vol. 68); Discorso del P. Mariano Lozzini della Congregazione del’Oratorio delle qualità che deve avere il Sommo Pontefice (bav, Barb. lat. 4634).
15. Raccolti in bav, Barb. lat. 3742; ma anche Il colloquio delle Volpi. Discorso fatto fra li Sig. Card. Ottobono e Azzolino la sera delli 4 decembre 1669 (acp, vol. 77 A, 2); Pasquino zelante satira fatta nella morte di Innocenzo xii (acp, vol. 77 A, 5).
16. Della versione latina, che fu stampata nel 1617 a Milano in tiratura limitata, esiste un manoscritto in bav, Barb. lat. 1251. La versione in lingua italiana dalla Biblioteca Ambrosiana (Milano) si trova stampata in appendice all’articolo di C. Marcora, Il cardinale Federico Borromeo e i conclavi, in “Memorie storiche della diocesi di Milano” 11 (1964), pp. 61-100.
17. V. Frajese, Tendenze dell’Ambiente oratoriano durante il pontificato di Clemente viii. Prime considerazioni e linee di ricerca, in “Roma moderna e contemporanea” 1 (1995), pp. 57-80.
18. Cfr. K. Jaitner, “De officio primario summi pontificis”. Eine Denkschrift Kardinal Bellarmins für Papst Clemens viii (Sept.-Okt. 1600), in E. Gatz (hg.), Römische Kurie. Kirchliche Finanzen. Vatikanisches Archiv, Università Gregoriana, Roma 1979, pp. 377-403.
19. Votum de Reformatione Conclavis: «[…] nescio an nullum opus vel in se maius, vel Deo gratius, vel Ecclesiae utilius, vel Sanctitati Vestrae magis honorificum fieri possit, quam sit reformatio electionis, ex qua pendet salus totius corporis Ecclesiae»; bav, Barb. lat. 2032, ff. 246r-247v.
20. Cfr. J. Zunckel, Handlungsspielräume eines Mailänder Erzbischofs. Federico Borromeo und Rom, in W. Reinhard (hg.), Römische Mikropolitik unter Papst Paul v. Borghese (1605-1621) zwischen Spanien, Neapel, Mailand und Genua, Niemeyer, Tübingen 2004, pp. 427-567.
21. Sul conclave di Paolo v cfr. L. F. von Pastor, Geschichte der Päpste seit dem Ausgang des Mittelalters, vol. xii, Geschichte der Päpste im Zeitalter der katholischen Restauration und des Dreißigjährigen Krieges. Leo xi und Paul v, Herder, Freiburg 1927, pp. 22-39; S. Giordano (a cura di), Le Istruzioni Generali di Paolo v ai Diplomatici Pontifici 1605-1621, vol. 1, Niemeyer, Tübingen 2003, pp. 29-37.
22. Cfr. Marcora, Il cardinale Federico Borromeo, cit., p. 82.
23. Ivi, p. 80.
24. Cfr. D. Büchel, Raffe und Regiere! Überlegungen zur Herrschaftsfunktion römischer Kardinalnepoten (1590-1655), in P. Burschel, M. Häberlein, V. Reinhardt, W. E. J. Weber, R. Wendt (hgg.), Historische Anstöße. Festschrift für Wolfgang Reinhard zum 65. Geburtstag, Akademie, Berlin 2002, pp. 197-234; A. Karsten, Künstler und Kardinäle. Vom Mäzenatentum römischer Kardinalnepoten im 17. Jahrhundert, Böhlau, Köln 2003, pp. 39-79.
25. Gli eventuali vantaggi che Ludovico Ludovisi poteva trarre per se stesso dalla riforma dell’elezione vengono enumerati nel seguente documento contemporaneo: Alcune considerationi per le quali oltre ben publico, che puo avvenire dalla riforma del Conclave si possono anco prevedere alcuni commodi e servitii privati dell’Illustrissimo Sir.re Cardinale Ludovisio; bav, Barb. lat. 2032, ff. 343r-348v. Per Pastor il cardinale Millini era un esponente degli oppositori della riforma, i quali sollevarono rimproveri contro il Ludovisi, cfr. von Pastor, Geschichte der Päpste seit, cit., vol. xii, Geschichte der Päpste im Zeitalter der katholischen Restauration und des Dreißigjährigen Krieges. Gregor xv und Urban viii, Herder, Freiburg 1928, pp. 87 s.
26. Biblioteca Ambrosiana, Milano, G. 51, ff. 84-91, bav, Barb. lat. 2032, ff. 236r-239v; Barb. lat. 4660.
27. La lettera fa da postilla alla seguente entrata nel diario del concistorio del 15 novembre 1621, in cui fu emanata la bolla di riforma: «Feria 2.a die 15. Novembris 1621. Fuit consistorium secretum in Palatio Ap[osto]lico in Vaticano apud S[anctum] Petrum in loco solito, in quo inter alia Papa fecit decretum super bullam publicandam “De Eligendo Summo Pontifice” in Conclavi [et caetera], et fuit petitum pallium pro eccl[esi]a Archie[pisco]pali Arborensi per Procuratorem, et petiit D[ominus] Iulius Benignus Advocatus Consistorialis, et traditio fuit com[m]issa Ill[ustrissi]mo D[omino] Estensi. Cum hac occasione decreti supradicti à S[anctissi]mo D[omino] N[ost]ro in consistorio facti volo hic annotare ad perpetuam rei memoriam litteras scriptas ab Ill[ustrissi]mo D[omino] Car[dina]li Ludovisio nepote S[anctissi]mi D[omini] N[ost]ri et f[rat]re secundum carnem ad Ill[ustrissi]mum D[ominum] Cardinalem Borromeum Archiepiscopum Mediolanensem, qui instantiam in principio pontificatus eiusdem S[anctissi]mi D[omini] N[ost]ri fecit de reformatione bullae super electione Summi Pontificis, et eundem instantiam fecit etiam bo[nae] me[moriae] Ill[ustrissi]mus D[omi]n[u]s Cardinalis Bellarminius, dum vivebat»; bav, Vat. lat. 12296, f. 454r.
28. bav, Vat. lat. 12296, fol. 454v.
29. bav, Barb. lat. 2032.
30. bav, Barb. lat. 2032, ff. 307r-324r.
31. Come più recente pubblicazione sull’argomento cfr. V. Reinhardt, Fünf blutrote Hüte, in A. Karsten, V. Reinhardt, Kardinäle, Künstler, Kurtisanen. Wahre Geschichten aus dem päpstlichen Rom, Primus, Darmstadt 2004, pp. 77-85, 84.
32. Sul sorgere, lo sviluppo e la prassi dell’elezione “per adorazione” sono senza dubbio necessarie ulteriori ricerche; tuttavia nella cerchia della riforma elettorale gregoriana l’elezione di Clemente vii viene vista come la prima elezione “per adorazione”, cfr. Barb. lat. 2032, ff. 310v-311r: «Questo modo di elettione del Papa per adoratione, si crede da molti, che fosse introdotto ò almeno rimesso in uso da Giulio Cardinale de Medici, che fù Papa Clemente vii, il quale havendo una numerosa fattione de Cardinali creati da Papa Leone x, suo cugino. Per farsi Papa dopo la morte di Adriano vi e evitare il pericolo di non havere tutti li voti sicuri di detti Cardinali per scrutinio secreto li condusse tutti nella Cappella et ivi fece usare il detto modo d’adoratione».
33. Cfr. B. Schimmelpfennig, Papst- und Bischofswahlen seit dem 12. Jahrhundert, in R. Schneider, H. Zimmermann (hgg.), Wahlen und Wählen im Mittelalter, Thorbecke, Sigmaringen 1990, pp. 173-95.
34. M. Dykmans, L’Oeuvre de Patrizi Piccolomini ou le Cérémonial papal de la première Renaissance, vol. i, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano 1980, p. 46. Su Patrizi cfr. P. Walter, Patrizi Piccolomini, Agostino, in Lexikon für Theologie und Kirche, vol. vii, Herder, Freiburg 19983, p. 1472. Complessivamente, sul sorgere del cerimoniale curiale e sullo sviluppo del cerimoniale papale nel Rinascimento cfr. N. Staubach, “Honor Dei” oder “Bapsts Gepreng”? Die Reorganisation des Papstzeremoniells in der Renaissance, in Id., (hg.), Rom und das Reich vor der Reformation (Tradition-Reform-Innovation. Studien zur Modernität des Mittelalters), vol. 7, Peter Lang, Frankfurt a. M. 2004, pp. 91-136.
35. In un trattato anonimo sul conclave scritto prima della riforma, l’elezione “per adorazione” viene descritta più esattamente: «[…] pongono a sedere il Cardinale sopra l’Altare e poi li Cardinali ad uno ad uno li vanno avanti e li fanno un inchino profondo. A simile adoratione, subito che è publicato esser accordato numero bastante de Cardinali per detta elettione, tutti gli altri (quasi tumultariamente) sogliono concorrere, dubitando ciascuno d’esser notato, di essere l’ultimo ò di non concorrerci di buona voglia»; bav, Barb. lat. 2032, f. 310v.
36. Dalla descrizione dei resoconti del conclave in Pastor si ricava notoriamente ben poco sull’esatto svolgersi del cerimoniale dell’elezione papale. L’accesso alla tradizione ininterrotta di resoconti sul conclave della prima età moderna, scritti dalla prospettiva del cerimoniale, che si trovano in acp, voll. 75, 75a, 75b, 75c, 76, 77, 77a) consentirà una tale analisi.
37. Von Pastor, Geschichte der Päpste seit, cit., vol. vi, Geschichte der Päpste im Zeitalter der katholischen Reformation und Restauration. Julius iii, Marcellus ii und Paul iii, Herder, Freiburg 1928, p. 33.
38. Archivio di Stato di Venezia, Ambasciatori, Dispacci di Roma, filza 88, f. 502r (22.7.1623).
39. «i. Antescrutinium (praeparatio schedularum ad Magistros Caeremoniarium, extractio scrutatorum et deputatorum pro votis infirmorum, scriptio schedularum scrutinii, complicatio schedularum, obsignatio schedularum), ii. Scrutinium (delatio schedulae, praefatio iuramenti, positio schedulae in calicem, permixtio schedularum, numeratio schedularum, publicatio scrutinii, insertio schedulae in filum, depositio schedularum), iii. Postscrutinium (numeratio suffragiorum, recognitio suffragiorum, combustio schedularum)».
40. Cfr. il dettagliato piano del conclave in acp, vol. 106, 1, che spiega come è fatta la scheda e le azioni simboliche del cerimoniale di elezione gregoriano.
41. «Testor Christum dominum, qui me judicaturus est, me eligere, quem secundum Deum iudico eligi debere, et quod idem in accessu praestabo».
42. Così le richieste nel De prudentia di Federico Borromeo, cfr. Marcora, Il cardinale Federico Borromeo, cit., pp. 82, 94.
43. P. Prodi, Das Sakrament der Herrschaft: der politische Eid in der Verfassungsgeschichte des Okzidents, Duncker & Humblot, Berlin 1997.
44. bav, Barb. lat. 2032, f. 246v.
45. bav, Vat. lat. 12296, f. 456r.
46. Sulla posizione di Bellarmino nella «controversia sulla grazia» cfr. G. Wassilowsky, Robert Bellarmin, in F. W. Graf (hg.), Klassiker der Theologie, Beck, München 2005, pp. 267-80.
47. Fondamentale sul fenomeno della dissimulatio nella prima età moderna P. Zagorin, Ways of Lying. Dissimulation, Persecution and Conformity in Early Modern Europe, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1990.
48. V. Reinhardt, Normenkonkurrenz an der neuzeitlichen Kurie, in Wassilowsky, Wolf (hgg.), Werte und Symbole, cit., pp. 51-65.