Frate Andrea Alamanni confessore del Machiavelli?

di Giuliano Procacci

 

Le ultime ore di vita di Niccolò Machiavelli hanno procurato molto lavoro agli studiosi e agli eruditi. Vi è la questione del «celebrato sogno» ante mortem cui accennano il Busini e il Varchi e sulla quale ha fatto recentemente il punto Gennaro Sasso1, vi è quella della medicina da lui assunta che secondo il Giovio sarebbe stata un farmaco «temere accepto»2 e secondo l'apografo di Giuliano de' Ricci solo degli «ingredienti... tutti di droghe et semplici et ordinarii et comunissimi a tutti li medici et a tutti gli spetiali»3 e vi è infine il problema di cui intendo occuparmi in questa breve nota: quello della sua confessione in punto di morte.

Fino a una data relativamente recente la sola testimonianza circa la confessione del Machiavelli sul suo letto di morte era, come è noto, quella contenuta in una lettera che il figlio tredicenne Piero avrebbe indirizzato a Francesco Nelli a Pisa, lettera rimasta sconosciuta agli studiosi fino a che il Bandini la pubblicò nel 1752 nella sua Collectio veterum aliquot monumentorum. In essa si legge che Machiavelli morì il 22 giugno 1527 e che prima di spirare «lasciossi confessare le sue peccata da frate Matteo che gl'à tenuto compagnia fino alla morte»4. Questo documento è stato già nel passato oggetto di giudizi contrastanti da parte dei maggiori studiosi del Machiavelli, gli uni, primo fra tutti il Tommasini5, negandone l'autenticità, gli altri, e in particolare il Ridolfi6, giudicandolo invece attendibile. In occasione del centenario machiavelliano del 1969 la questione è tornata di attualità e ha dato luogo a un ritorno di fiamma di vecchie polemiche.

In una sua comunicazione congressuale Eugenia Levi ha addotto una serie di elementi di carattere diplomatico e storico assai consistenti e che provano a mio giudizio in modo del tutto convincente la falsità del documento. Tra l'altro la data del 22 giugno riportata dalla lettera come quella della morte è invece, come era già stato rilevato dal Tommasini, quella della sepoltura. Di qui l'ipotesi «che sia stato il Bandini a far uscire dal nulla il documento»7, al fine di ottenere dalle autorità ecclesiastiche l'imprimatur alla sua Collectio8. La cosa non passò inosservata e la stampa, come sempre incline al sensazionalismo, non esitò a parlare di «mancata conversione» e di «scandalo sul Machiavelli», provocando l'irritata reazione del Ridolfi. Questi, pur ammettendo la possibilità «che il documento fosse diplomaticamente falso», avanzava l'ipotesi che si trattasse di una «copia imitativa» fatta in epoca più tarda di un originale evidentemente andato perduto e che quindi esso fosse «storicamente e filologicamente vero»9. Dato e non concesso - prosegue il Ridolfi - che si tratti di un falso, perché non pensare a Giuliano de' Ricci, nipote ed editore mancato del Machiavelli10, una supposizione che potrebbe trovare qualche supporto da ciò che il Ricci stesso dice nel suo apografo quando, accennando alla morte del suo avo, afferma che essa era avvenuta «cristianamente nel suo letto visitato da tutti gli amici, in braccio della moglie e de' figlioli»11, senza peraltro fare il nome del confessore. Naturalmente il Ridolfi respinge con sdegno come ingiuriosa nei confronti di un «uomo probo, un buon ecclesiastico e un grande erudito» l'ipotesi di un falso fabbricato dal Bandini12 e polemizza aspramente con gli assertori della «mancata conversione» (una tesi peraltro che ha trovato spazio solo nei titoli di alcuni giornali) per giungere infine alla conclusione che il «Machiavelli fu un cristiano del Rinascimento... Cristiano a modo suo, ma sempre cristiano» ed attribuire alle due pagine dell'Exortatione alla penitenza un rilievo sproporzionato nel complesso dell'opera machiavelliana, quasi fossero il rivelatore di un Machiavelli intimo e segreto13.

Successivamente la scarno dossier sulla morte e la confessione del Machiavelli si è arricchito di un documento inportante. Mi riferisco alla lettera del Borghini a Ludovico Martelli del dicembre 1571 che Mario Pozzi ha parzialmente pubblicato nel 1975 nel suo volume Lingua e cultura nel Cinquecento e nella quale il Borghini risponde a una precedente lettera dello stesso Martelli in cui ques'ultimo lo informava che a Roma sarebbe stata presa in considerazione la possibilità di un'edizione purgata «del Machiavello e de l'Istoria e de' Discorsi, ma che a ciò faceva ostacolo il fatto che "cotesto autore fussi messo nella prima classe dell'Indice, per quanto non fosse stato mai 'inquisito'"»14. Nella risposta il Borghini affermava a sua volta di ritenere che il Segretario fiorentino non fosse mai stato «inquisito» e attribuiva la cattiva fama che su di lui gravava al «fatto, ché burlava assai e liberamente e l'aveva assai coi frati», come era del resto consuetudine in quei tempi in cui «le cose erano più larghe nel fare e più libere nel dire». A conclusione di questo ritratto del Machiavelli, dal quale traspare un atteggiamento di indulgenza, se non di simpatia, e quasi a riparazione della «guerra» che gli era stata fatta, il Borghini accennava alla sua «buona» morte: «F. Andrea Alamanni, che lo confessò alla morte, per quello ho udito, ne soleva dire un mondo di bene»15. Il Machiavelli sarebbe dunque morto cristianamente, ma al suo capezzale non ci sarebbe stato «frate Matteo», ma un altro frate, Andrea Alamanni. Il Pozzi, cui dobbiamo la pubblicazione della lettera, non si è indugiato sul riferimento machiavelliano in essa contenuto in quanto estraneo all'oggetto della sua ricerca, né mi risulta che altri studiosi lo abbiano fatto. Varrà perciò la pena di soffermarvicisi per vedere se per questa pista si riesce a far maggior luce sulla questione.

Vorrei però premettere che se ritorno su di una questione tuttora aperta e che probabilmente non sarà mai chiusa, non è certo per il gusto di riattizzare polemiche che, oltre ad essere datate, sono anche abbastanza oziose. Confessarsi prima della morte, come rilevava a suo tempo un maestro degli studi storici non certo sospettabile di prevenzioni anticlericali quale Pasquale Villari, «era quello che facevano tutti» e non vi è quindi da sorprendersi se il Machiavelli «volesse assistenza religiosa, dopo aver detto tanto male dei papi, dei preti e dei frati»16. Un'osservazione quasi lapalissiana con la quale conviene lo stesso Ridolfi quando osserva, in una pausa del suo empito polemico, cha la pratica della confessione in punto di morte era «cosa che allora tutti indistintamente facevano»17. Ciò che mi propongo è dunque soltanto un accertamento di alcuni dati di fatto.

Sia gli Alamanni che i Machiavelli risiedevano nel quartiere di S. Spirito e tale vicinanza probabilmente favoriva una facilità di rapporti tra i due casati. Gli alberi genealogici registrano infatti alcuni matrimoni tra singoli membri delle due famiglie. Ad una data imprecisata della seconda metà del XV secolo un Salvestro Alamanni aveva sposato infatti un'Adola Machiavelli18, mentre nel 1544 un Ristoro Machiavelli impalmò una Simona Alamanni, una figlia di Luigi19, e nel 1548 una Caterina di Tommaso Alamanni andò sposa a Vincenzo di Giovanni Machiavelli20. Ma veniamo al personaggio che, secondo il Borghini, sarebbe stato vicino al Machiavelli sul suo letto di morte.

Chi era questo frate Andrea Alamanni? Dalle ricerche che ho fatte negli archivi e nelle biblioteche fiorentine e dalla consultazione e dal confronto tra alberi genealogici in esse reperibili21 risulta che egli era il quarto degli otto figli nati dal matrimonio, celebrato nel 1469, tra Alessandro Alamanni (1437-1501) e Piera di Antonio Spinelli22 e che era nato tra la fine del 1475 e gli inizi del 147623. Era dunque di sei anni più giovane del Machiavelli. Suo padre era stato un ardente partigiano dei Medici, al punto di essere bandito per la sua partecipazione alla congiura filomedicea di Bernardo del Nero24. Uno dei suoi fratelli, Piero, era il padre del più celebre tra gli Alamanni, Luigi. Il nostro Andrea era dunque primo cugino di colui che Machiavelli ebbe per compagno nelle conversazioni degli Orti Oricellari e al quale come suo «amicissimo» dedicò con Zanobi Buondelmonti la sua Vita di Castruccio.

È quindi probabile i due - Andrea e Niccolò - si conoscessero e che quando il primo diceva «un mondo di bene» del secondo lo facesse a ragion veduta.

Tutte le fonti concordano nel dirci che Andrea si fece frate nell'ordine francescano e che dal 152l al 1523 egli fu padre guardiano del convento della Verna25. Del suo guardianato si sa poco se non che portò a termine la costruzione della «citerna del chiostro» e iniziò quella della «logia dintorno alla Chiesa grande et fatto il portone»26, ma questa penuria di notizie è dovuta probabilmente alla brevità del suo incarico. Andrea fu infatti guardiano dell'Eremo della Verna per meno di due anni essendo passato successivamente ad altri e più impegnativi incarichi per conto dell'Ordine. Secondo la testimonianza del Dialogo del Sacro Monte della Verna di padre Mariano da Firenze, già nel 1522 egli era infatti «commissario in Roma»27. L'anno dopo lo troviamo tra i partecipanti nella veste di «vocale» al capitolo generale dell'Ordine a Burgos in rappresentanza della provincia toscana28 e quattro anni dopo, nel 1527, egli fu tra i «definitori» partecipanti del capitolo della stessa Provincia toscana29. Sempre in qualità di «definitore» egli fu presente nel 1535 al capitolo generale dell'ordine che si tenne a Nizza nella veste di «minister Provinciae Tusciae Florentinae»30. Successivamente tra il 1536 e il 1538 lo troviamo tra i partecipanti ad altre congregazioni e capitoli a Mantova, a Prato e a Poggibonsi31. L'ultima sua missione di cui si abbia notizia è del 1541, quando fu inviato presso il convento francescano di S. Vivaldo presso Montajone in Valdelsa per dirimere una questione pendente tra esso e i capitani di Parte Guelfa di Firenze32. Dalle Cronache di Fra Dionisio Pulinari, la cui redazione si colloca negli anni tra il 1578 e il 1581, risulta confermata la notizia fornitaci dal citato Dialogo del Sacro Monte di fra Mariano da Firenze circa una sua imprecisata «commessione» in «Corte di Roma». Lo stesso fra Dionisio traccia di lui un profilo che attesta il prestigio di cui egli godeva nell'Ordine e dal quale si ricava l'immagine di un personaggio colto e autorevole.

In questo capitolo (di Nizza) l'Alamanni, nostro Ministro suddetto, fu fatto Definitore generale la seconda volta. Questo padre era stato visitatore di 14 province, in Francia, in Ungheria, ed era stato commessario in Corte de Roma, la quale commessione lui aveva eseguito con grande accettazione e grazia singolare di tutte quelle province, dove lui era stato; perocché oltre a una grande e bellissima presenza, aveva buonissime lettere, ed era un bellissimo oratore capitolare, dicono i frati; ché a me non pare, poiché io sono frate, aver sentito il pari, avrò ben forse sentito qualcheduno averlo pareggiato e forse ancora passato nel dir materia più alta, ma pareggiarlo in un certo che ed una certa energia, che pareva che le parole gli venissero dalle viscere del cuore e che lo penetrassero, ed una certa pronunzia che faceva l'uditorio attentissimo, io ardisco dire di non aver mai udito pari a lui. E queste cose erano accompagnate col nome di gentiluomo fiorentino, e perciò cercava che i suoi fatti corrispondessero a quel nome, e però era tutto cortigiano: e queste sue commesserie cercò di farla con tal destrezza, che soddisfacesse a tutti, e non si acquistasse nome di parziale, e però dico, con pace però di tutti, che poi che l'Osservanza è l'Osservanza, non penso che i frati fiorentini abbiano avuto un frate ben veduto nelle Province quanto questo... E nessuno creda che io parli per affezione che io gli portassi, che io non gli ero punto affezionato, ma così è la verità33.

Abbiamo dunque un personaggio in carne e ossa e non una figura evanescente come quella di quel frate Matteo che invano gli studiosi si sono sforzati di identificare. Può sorgere il dubbio che fra Matteo e frate Andrea potessero essere la stessa persona e cioè che, prendendo gli ordini, l'Alamanni abbia assunto un nuovo nome. Mi sembra però trattarsi di un'ipotesi improbabile dal momento che in tutti i documenti in cui compare il suo nome, inclusi quelli del suo Ordine, egli è chiamato sempre e invariabilmente «frate Andrea Alamanni»34.

Ma quali elementi abbiamo per ritenere che fosse proprio lui, frate Andrea Alamanni, colui che accolse la confessione del Machiavelli morente? Evidentemente, a meno di ritrovamenti particolarmente fortunati, una risposta certa non è possibile. Sappiamo però che la presenza dell'Alamanni a Firenze, in occasione della sua partecipazione a un capitolo provinciale del suo Ordine in qualità di «definitore», ci è attestata per una data - il 24 maggio 1527 - assai vicina a quella della morte del Machiavelli35, ma ciò non costituisce certo una prova, semmai tutt'al più un indizio.

Si pone quindi il problema dell'attendibilità della testimonianza contenuta nella lettera del Borghini del dicembre 1571, sulla cui autenticità non vi sono certo i dubbi più che fondati che sussistono invece sulla presunta lettera del figlio Piero. Che il Borghini, filologo rigoroso sino allo scrupolo, debba esser considerato un testimone attendibile è fuor di dubbio, ma non è detto che la sua memoria non possa avere qualche mancamemto. Alla data in cui scriveva al Martelli, Machiavelli era morto da più di quarant'anni e anche l'Alamanni, come tra l'altro sembra di capire da quel «per quello ho udito ne soleva dirne un mondo di bene», non doveva essere più tra i vivi. Vi sono però varie ragioni per aver fiducia nella memoria dello Spedalingo degli Innocenti.

Anch'egli infatti intratteneva relazioni con la famiglia Alamanni e in particolare con quel Vincenzio, membro dell'Accademia fiorentina e della Crusca36, con il quale egli aveva collaborato e che annoverava tra coloro che «sanno e sono studiosi assai»37 e il cui grado di parentela con Andrea non sono peraltro riuscito a stabilire. È possibile - ma si tratta solo di una congettura - che fosse proprio questo Vincenzio a fornire al Borghini i dettagli circa la morte e la figura del Machiavelli. Ma non era certamente quello della famiglia Alamanni il solo tramite attraverso il quale il Borghini avrebbe potuto esser messo al corrente della morte e confessione di Niccolò Machiavelli. Come frate Andrea, anch'egli era un religioso e quindi introdotto nell'ambiente ecclesiastico fiorentino. Tra gli incarichi dei quali lo Spedalingo degli Innocenti era investito vi era infatti anche quello di «deputato sopra i monasteri»38 e quindi doveva aver conosciuto e serbare memoria di un personaggio eminente dell'Ordine francescano quale era stato Andrea Alamanni.

Il motivo principale per cui la testimonianza del Borghini deve esser ritenuta attendibile è il suo interesse per la figura e per l'opera del Machiavelli. Nel 1541 quando si era trasferito temporaneamente nell'abbazia di S. Fiora presso Arezzo, egli aveva stivato tra i libri e gli indumenti del suo «fanghotto» anche le opere del Segretario fiorentino39. Che il Borghini fosse non solo lettore, ma un conoscitore, se non un ammiratore del Machiavelli risulta, come si è visto, dal suo carteggio col Martelli e se egli si sottrasse alle sollecitazioni di coloro che insistevano perché ripetesse con le opere del Segretario fiorentino l'operazione di «rassettatura» che egli stava portando in porto con il Decamerone, ciò non fu certo perché condividesse i pregiudizi dei suoi contemporanei verso l'autore del Principe, come pure risulta del resto anche dal testo della sua lettera al Martelli del dicembre 1571. Né d'altra parte si può in alcun modo suppore, a differenza del caso del Bandini, che egli avesse interesse ad addurre elementi che potessero servire alla rivalutazione di un personaggio alla pubblicazione delle cui opere egli intendeva lavorare. La sua lettera al Martelli si conclude infatti con in secco rifiuto ad occuparsi dell'edizione purgata del Machiavelli: «Racconcilo chi vuole e basta»40. Si aggiunga infine che la sua testimonianza sulla morte cristiana del Machiavelli concorda e converge con quella già ricordata di Giuliano de' Ricci. Sarà opportuno a questo proposito ricordare che quest'ultimo, oltre ad essere un nipote del Machiavelli e un coetaneo del Borghini, era anche, come è noto, impegnato proprio in quegli anni nel tentativo di procurare quell'edizione purgata delle opere del suo grande avo per la quale il Borghini stesso era stato, come si è visto, interpellato e sollecitato dal Martelli e, forse, dallo stesso Giuliano de' Ricci. Vi sono dunque buone ragioni per ritenere che la sua sia una testimonianza distaccata e attendibile e che, da uomo adusato al rigore e allo scrupolo filologico quale egli era, anche in questa occasione egli soppesasse le sue parole quando affermava che era stato frate Andrea Alamanni a raccogliere la confessione di Niccolò Machiavelli sul suo letto di morte.

Note

1. G. Sasso, Machiavelli e gli antichi e altri saggi, Milano-Napoli, 1988, t. III, pp. 211- 300.

2. Pauli Iovii opera cura et studio societatis historicae novocomensis denuo edita. Tomus VIII. Elogia virorum illustrium curante Renzo Meregazzi, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1972, p. 112.

3.Cfr. Tommasini, La vita e gli scritti di Niccolò Machiavelli nella loro relazione col Machiavellismo, Roma-Firenze-Torino, 1883, vol. I, p. 644.

4. Ang. Mariae Bandini o.n.d. publicae Bibliothecae Marucellianae Praefecti Academiae florentinae socii... Collectio veterum aliquot monumentorum ad historiam precipue literariam pertinentium, Arreti, Sumptibus Michaelis Bellotti, 1752, p. XXXIII-XXXIV.

5. Tommasini, op. cit., II, p. 902-903. Gli argomenti del Tommasini sono condivisi anche da P. Villari, Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, Milano, 1927, vol. II, p. 560.

6. R. Ridolfi, Vita di Niccolò Machiavelli, Firenze, 1954, pp. 477-478.

7. E. Levi, Nota su di un falso machiavelliano in «Il pensiero politico», 1969, p. 461.

8. Sulle vicende che precedettero e seguirono la pubblicazione della Collectio e sui rapporti tra il Bandini e le autorità ecclesiastiche, cfr. G. Procacci, Studi sulla fortuna del Machiavelli, Roma, 1965, pp. 344 ss. e il citato articolo di Eugenia Levi.

9.R. Ridolfi, La «mancata conversione» del Machiavelli in «Archivio storico italiano», 1969, p. 384. L'argomentazione è ripresa nella terza edizione della sua Vita di Niccolò Machiavelli, Firenze, 1969, pp. 557 ss.

10. Ivi, pp. 389-90.

11. Tommasini, op. cit., I, p. 644.

12. Ridolfi, op. cit., p. 388.

13. Ivi, p. 393.

14. Estratti della lettera del Martelli sono pubblicati in C. Tavella-M. Pozzi, L'edizione del «Decameron» del 1573: lettere e documenti sulla rassettatura, in «Giornale storico della letteratura italiana», 1988, p. 211.

15. M. Pozzi, Lingua e cultura del Cinquecento, Padova, 1975, p. 245. La lettera del Borghini al Martelli è stata poi pubblicata da C. Tavella-M. Pozzi in «Giornale storico della letteratura italiana», cit., pp. 218-219 sotto la data del dicembre 1571.

16. Villari, op. cit., II, p. 561.

17. Ridolfi, op. cit., p. 389.

18.Biblioteca Nazionale centrale di Firenze (Bncf), Poligrafo Gargani, 1168, f. 182.

19. Archivio di Stato di Firenze (ASF), Carte Pucci, I, 6.

20. Bncf, Poligrafo Gargani, 1167, f. 252; ASF, Carte Pucci, I, 6.

21. Ho consultato in particolare presso la Bncf i seguenti mss.: Poligrafo Gargani 31, Passerini 156 e 195 (1) e presso l'ASF le Carte Pucci, I, 6 e le carte Sebregondi, 34.

22.Bncf, mss. Passerini 195 (1) e 156, tav. 2.

23. Dalla «portata» catastale del padre in data 30 giugno 1480 (ASF, Catasto, 992,  Quartiere S. Spirito, gonfalone Scala, c. 83v.) risulta che a quella data Andrea aveva quattro anni e mezzo. Debbo questa informazione alla cortesia della dott. Orsola Gori dell'Archivio di Stato di Firenze, che sentitamente ringrazio.

24.ASF, Carte Sebregondi, 34; Bncf, Carte Passerini, 195 (1).

25.Oltre alle fonti già citate, cfr. Nuovo Dialogo delle devozioni del Sacro Monte della Verna con diligentia raccolte e descritte dal R.P.F. Augustino di Miglio, in Fiorenza, nella stamperia ducale, 1568, p. 265. Il di Miglio entrò al convento della Verna nel 1518 e ne fu guardiano nel l544-1555 (ivi, p. 267). Egli conobbe quindi personalmente l'Alamanni.

26. Ibid. Cfr. inoltre il Memoriale delle cose notabili della Verna edito da padre S. Mencherini e pubblicato in La Verna. Contributi alla storia del Santuario, Arezzo, 1913, p. 183.

27. Dialogo del Sacro Monte della Verna di Fra Mariano da Firenze, edito da Padre C. Cannarozzi, Pistoia, 1930, p. 125.

28. Fra Dionisio Pulinari da Firenze O.F.M., Cronache dei Frati minori della provincia di Toscana secondo l'autografo di Ognissanti edite dal P.Saturnino Mencherini O.F.M., Arezzo, 1913, p. 100.

29. Ivi, p. 102

30. Ivi, pp. 108-109. La notizia è confermata da Annales Minorum seu trium ordinum a S. Francisco institutorum auctore A.R.P. Luca Waddingo Hiberno, Quaracchi, 1933, t. XVI, pp. 456-457 che pubblica il documento relativo al capitolo di Nizza.

31. Ivi, p. 110.

32. A. Angelelli, Memorie storiche di Montajone in Valdelsa, Firenze, 1889, p. 227.

33. Fra Dionisio Pulinari, Cronache, cit., pp. 108-109.

34.Padre Fiorenzo Locatelli, che sentitamente ringrazio, mi ha confermato che nella documentazione inedita conservata presso l'archivio dell'Eremo della Verna l'Alamanni figura sempre con il suo nome e cognome.

35. Fra Dionisio Pulinari, Cronache, cit., p. 102.

36.Su Vincenzio Alamanni cfr. C. Rotondi, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. I, p. 573.

37. V. Borghini, Scritti inediti e rari sulla lingua, a cura di J.R. Woodhouse, Bologna, 1971, p. 9.

38. Tavella-Pozzi, L'edizione del «Decameron», cit., p. 217.

39.I ricordi di don V. Borghini, a cura di A. Lorenzoni, Firenze, 1909, p. 18.

40. Tavella-Pozzi, L'edizione del «Decameron», cit., p. 219.