Introduzione

di Maria Antonietta Visceglia

I contributi raccolti nella sezione monografica di questo numero di «Dimensioni e problemi della ricerca storica» si collegano allo svolgimento delle ricerche sulla nobiltà italiana confluite nel volume Signori, patrizi, cavalieri nell'età moderna (Bari, 1992) e intendono offrire ulteriori elementi di riflessione e di discussione attraverso la presentazione dei risultati di nuove indagini o anche soltanto l'anticipazione di essi.

Gli articoli, pur essendo la proiezione di particolari esperienze di lavoro, si muovono in un ambito problematico in cui lo studio della nobiltà si prefigge come primo obiettivo la definizione del suo oggetto stesso non soltanto attraverso parametri istituzionali, il riferimento ai quali è comunque ineludibile in una società di ceti, ma anche e soprattutto attraverso l'analisi dei processi di costruzione dell'identità nobiliare e delle forme di opposizione e integrazione tra vecchia e nuova nobiltà. L'ordine di lettura suggerito dall'indice segue una scansione geografica e, all'interno di essa, cronologica dei contributi: ripercorriamola nelle sue linee essenziali.

G. Vitale, M.A. Visceglia ed E. Novi Chavarria hanno scelto di mettere al centro della loro indagine, da punti di vista diversi, un segmento della nobiltà napoletana - la nobiltà di Seggio - ancora scarsamente studiato nella sua origine, nelle sue dinamiche, nelle sue molteplici distinzioni interne, soprattutto in confronto alla nobiltà feudale, sulla quale la storiografia del Mezzogiorno ha prodotto un ricchissimo e originale filone di ricerca.

I Seggi, come è noto, costituivano una ripartizione territoriale e amministrativa dello spazio urbano che esprimeva sia per la nobiltà che per il popolo le rappresentanze (5 Eletti nobili, 1 Eletto popolare) nel governo cittadino.

La nobiltà di Seggio era dunque un patriziato? E di che tipo? G. Vitale pone esplicitamente questo interrogativo chiedendosi problematicamente se sia «legittimo ipotizzare una diversità strutturale tra il modello di sviluppo delle famiglie feudali» e le famiglie di Seggio, soprattutto quelle «che non si mescolarono e confusero con le famiglie feudali o, piuttosto, non si trasformarono in famiglie feudali». Elaborando un ampio materiale prosopografico relativo ai Brancaccio - un ramificatissimo e antico lignaggio del Seggio di Nido - e anticipando alcune conclusioni che emergono da un'indagine analoga in corso su altre famiglie, l'autrice mostra l'importanza delle carriere burocratiche - determinati uffici vengono ripetutamente occupati quasi secondo una «regola» di circolazione interfamiliare dell'ufficio - e degli incarichi relativi all'organizzazione militare, gestiti in collaborazione con la Corona e a volte contro la feudalità, nonché delle cariche ecclesiastiche occupate da vari membri della famiglia tra XIV e XV secolo anche in posizioni di grande prestigio e con un ruolo di intermediazione tra la Corte angioina e il Papato. Attraverso l'analisi delle strategie familiari dei Brancaccio nel basso medioevo emergono i tratti di un gruppo urbano radicato nella città ma proiettato con i suoi quadri anche nella periferia del Regno, che rafforza la sua struttura clanica suddividendo liberamente i beni e scegliendo rigorosamente le proprie alleanze matrimoniali all'interno del proprio Seggio e di quello di Capuana. La fisionomia della nobiltà di Seggio si altererebbe comunque, tra fine Quattrocento e primo Cinquecento, in una fase di mutamento politico-istituzionale, con l'inglobamento del Mezzogiorno nel sistema spagnolo, con la trasformazione del ruolo di Napoli capitale, e con la convergenza di ampi settori della nobiltà feudale nei Seggi cittadini.

Per la prima età moderna, piuttosto che di una generica opposizione tra nobiltà feudale e nobiltà di Seggio, è opportuno considerare il rapido moltiplicarsi delle differenze in seno alla nobiltà napoletana: nobiltà soltanto di Seggio, nobiltà di Seggio anche detentrice di feudi, baronaggio, nobiltà fuori piazza con o senza il possesso feudale... I contrasti fra questi segmenti, in un momento di ridefinizione degli equilibri politici e delle strutture amministrative si radicalizzano e approfondiscono. Non soltanto: se mutiamo la scala di osservazione emergono ulteriori livelli di distinzione tra Seggi maggiori e minori, tra i due Seggi stessi della grande nobiltà (Nido e Capuana) e, all'interno di quest'ultimo, tra i quartieri che lo compongono.

Un contributo in quest'ultima direzione è nella nota di Maria A. Visceglia sugli statuti del Monte dei Capece (1584-1591), una «consorteria» di famiglie con cognomi differenti, che occupava un intero quartiere di Capuana e che si comportava nelle decisioni politico-amministrative come un gruppo unitario. La scelta, sancita dai capitoli del Monte, di adottare lo stesso cognome rafforza nella seconda metà del Cinquecento il processo di integrazione fra le famiglie del gruppo e diviene un momento importante della costruzione di una «identità» familiare. Più in generale, l'analisi del fenomeno dei Monti permette di evidenziare una tendenza al potenziamento di queste forme associative nobiliari che in una prima fase sostengono certamente una politica difensiva della vecchia nobiltà, soprattutto per quanto attiene all'organizzazione del credito dotale, nei confronti della nobiltà più recente ed economicamente più aggressiva, divenendo però successivamente, già nel corso del primo Seicento, anche strutture più inclusive che cementano alleanze tra famiglie dei Seggi e famiglie di nobiltà fuori piazza. Le grandi casate tenderanno a giocare su più piani, partecipando per il finanziamento delle doti e anche delle carriere ecclesiastiche o civili dei cadetti sia agli antichi Monti di famiglia sia ai più recenti, ai quali sono ascritti anche esponenti della nuova nobiltà.

Ad un processo in certo modo analogo, scandito tra volontà di riaffermare con forza le distinzioni e tendenza all'integrazione, assistiamo nel chiuso delle mura dei monasteri femminili.

L'organizzazione per Seggi - G. Labrot lo ha dimostrato - era anzitutto un'occupazione materiale dello spazio attraverso blocchi urbanistici compatti in cui le residenze aristocratiche si affiancavano alle chiese di Seggio o di patronato familiare e ai complessi monastici e conventuali. E. Novi Chavarria, riallacciandosi agli studi di C. Russo sulle strutture ecclesiastiche in area napoletana, offre qui un contributo importante per la ricostruzione dei rapporti tra monasteri femminili e nobiltà nella Napoli moderna: i monasteri femminili, ricevendo esclusivamente fanciulle appartenenti a precise famiglie di Seggio, assumono infatti una marcata connotazione patrimoniale e familiare. Nel clima di radicalizzazione dei contrasti tra i vari segmenti nobiliari e di irrigidimento dei modi di aggregazione ai Seggi nobili che caratterizza il primo Cinquecento si fanno più numerosi e insistenti i tentativi da parte dei Seggi stessi di imporre norme di controllo più severe nella selezione dell'accesso ai monasteri, nell'organizzazione e nel governo delle comunità di religiose. Questa tendenza a ribadire il potere dei Seggi sui monasteri s'incrocia, rafforzandosi o scontrandosi, secondo i contesti, con l'azione riformatrice della sede pontificia e della curia napoletana. Ma il dato che modifica le strutture ecclesiastiche napoletane e riduce il potere di controllo delle istituzioni politiche cittadine sui monasteri femminili è la fondazione dei monasteri riformati che offrono spazi di prestigio alla nobiltà fuori piazza e alle famiglie di origine straniera. I nuovi monasteri femminili divengono lo scenario di un rimescolamento dei fronti familiari, della costruzione di nuove gerarchie e di inediti intrecci tra potere e istituzioni ecclesiastiche. La Novi studia analiticamente il reclutamento delle monache in uno dei monasteri riformati - quello di S. Croce di Lucca - che diverrà nel Seicento uno dei più prestigiosi della città, soprattutto dopo che nel 1643 Nicolò Giudice, esponente di una ricca famiglia di mercanti e banchieri genovesi e principe di Cellamare, destinerà un ricco legato di 120.000 ducati per ampliare gli edifici e per coprire le doti di quattro donne di casa Giudice che avrebbero preso il velo. Queste religiose avrebbero naturalmente goduto di particolari privilegi all'interno del monastero. Con esse entrarono negli stessi anni a S. Croce di Lucca fanciulle di famiglie molto vicine ai principi di Cellamare per interessi politici ed economici (Zufia, De Franchis, Lubrano) e comunque legate al potere madrileno e ai vertici finanziari e mercantili del Regno. La straordinaria beneficenza di Nicolò Giudice si rivelerà un efficace strumento per cementare una nuova identità aristocratica, sempre attenta al riconoscimento politico nella Città rappresentato dall'ascrizione ai Seggi - i Giudice saranno aggregati al Seggio di Capuana nel 1686 - ma comunque costruita su una scala spaziale più vasta, italiana ed europea.

Nel panorama nobiliare del Seicento il riferimento al sistema imperiale spagnolo appare ineludibile e non soltanto per le compagini territoriali direttamente governate dalla monarchia iberica. Il saggio di A. Spagnoletti, che anticipa alcune linee di un lavoro più ampio in fase di avanzato svolgimento, è centrato sul ruolo della Spagna «come autorevole regolatrice di gerarchie nobiliari e come garante di un sistema di onori che aveva una valenza unitaria all'interno dello spazio territoriale italiano». La Spagna, come ad altro livello il Papato, edifica un complesso impianto sovranazionale fondato sull'utilizzo delle risorse del Regno, «grande serbatoio feudale» per i Principi ed i rappresentanti più prestigiosi delle élites economiche, e sulla sua funzione di arbitro e garante della pace della penisola. Un rilievo particolare è dato dall'autore al conferimento del Toson d'onore, investitura di un ordine imperiale particolarmente ambito anche dai Principi indipendenti, e del titolo onorifico di Grande di Spagna, che si configurava quale «premio e riconoscimento dello status delle élites interne o di quelle ad esse più facilmente assimilabili (i baroni romani)». L'accesso a questo ampio e diversificato ventaglio di onori ai quali spesso non corrispondeva un potere reale, ma soltanto simbolico, accresce le distinzioni e complica le gerarchie interne alla nobiltà, creando vere e proprie stratificazioni nel gruppo sociale, influenzando le strategie matrimoniali e le stesse operazioni economiche. La crisi di questo complesso sistema di onori e ricompense coincise con l'indebolimento del ruolo internazionale della Spagna e con il declino irreversibile del lealismo, durante la difficile congiuntura della guerra di successione spagnola, nei confronti della monarchia iberica.

Occorre, comunque, intrecciare la considerazione dell'importanza del ruolo dei sistemi sovranazionali di circolazione degli onori, con l'analisi dei modelli regionali, nazionali e anche cittadini di nobiltà, studiando le parallele modificazioni nel corso dell'età moderna. Il bel saggio di J. Boutier, che da anni lavora organicamente sulle strutture della nobiltà toscana, ci offre qui un quadro analitico e ricco di dati sulla morfologia sociale della nobiltà fiorentina centrato sul Settecento, ma con ampie aperture retrospettive. A differenza del modello iberico e soprattutto di quello francese, ove la fisionomia della nobiltà si modifica profondamente dalla seconda metà del Cinquecento e nel corso del Seicento con un intervento profondo dello Stato nei meccanismi di attribuzione degli statuti sociali, «a Firenze sembra prevalere un modello in cui l'azione del potere sovrano è poco incisiva e nel quale la 'società civile' disporrebbe di una forza di riproduzione capace di contenere, e di limitare le spinte della società politica di cui la nuova nobiltà granducale sarebbe l'emanazione». La Legge per regolamento della Nobiltà e cittadinanza pubblicata a Firenze nel 1750, che, come è noto, divideva giuridicamente la nobiltà in due gruppi (patriziato e nobiltà semplice), secondo il livello dell'antichità delle famiglie, e legava l'anoblissement al «supremo volere» del principe, organizzava una «pubblica descrizione» della nobiltà, base della redazione dei Libri d'Oro. A metà Settecento la nobiltà fiorentina appariva un gruppo sociale profondamente ancorato ad un passato lontano, rimontando l'antichità del 73% delle famiglie al periodo compreso tra XIII secolo e primo Cinquecento, con una capacità veramente notevole, soprattutto per le famiglie di tipo consortile, di resistere all'usura biologica. Caratterizzata da una forte omogeneità nella sua origine e da una notevole concentrazione (su questo punto le osservazioni di Boutier convergono con quelle di P. Malanima) della ricchezza, in qual modo la nobiltà toscana partecipava al sistema degli onori? Secondo l'autore, Firenze occupava «una situazione intermedia tra le due grandi nobiltà urbane dell'Italia del Nord»: Venezia che rifiutava i titoli nobiliari, ad eccezione di quelli di cavalieri o di procuratori di San Marco per altro non trasmissibili, e Milano dove il 60% delle famiglie registrate nella matricola teresiana aveva un titolo nobiliare che nel 75% dei casi risaliva ad una concessione spagnola. Inoltre delle 52 famiglie fiorentine titolate (19,5% dell'insieme delle famiglie nobili) il 54% aveva ottenuto un titolo granducale. Una nobiltà immobile, dunque, e poco influenzata dalle dinamiche sociali europee? Boutier, pur sottolineando come la gerarchia degli onori «resta sempre, nei fatti, tirannicamente ancorata al tempo della Repubblica», sfuma questa conclusione possibile. L'Ordine di Santo Stefano - i numerosi studi di F. Angiolini lo hanno dimostrato - gioca un ruolo importante nei processi di ascesa sociale. Inoltre anche i nobili toscani partecipano alla distribuzione di titoli imperiali, pontifici, spagnoli che insieme, a metà Settecento, rappresentano oltre il 30% dei titoli posseduti. Infine, se la nobiltà fiorentina è nelle sue origini e nelle sue basi differente rispetto alla nobiltà di uno Stato monarchico, pure essa ha nel corso del Cinquecento e del Seicento profondamente interiorizzato i valori comuni delle nobiltà italiane ed europee partecipando agli stessi ordini cavallereschi, frequentando gli stessi collegi per giovani nobili, intraprendendo gli stessi viaggi di formazione nelle corti d'Europa. La permanenza della definizione di patriziato nella legge del 1750 sarebbe dunque una concessione al «registro della nostalgia», (l'espressione è di J. Revel), che il riconoscimento della potenza legislativa del sovrano in materia di nobiltà avrebbe comunque cancellato? Certamente sì nella volontà dei giuristi della Reggenza, sebbene - è questa la conclusione di J. Boutier- la nobiltà fiorentina nelle sue rappresentazioni resti una nobiltà ambigua ancorata alla mitologia e ai valori simbolici della città.

Il tema complesso della morfologia della nobiltà a Roma e nelle città dello Stato della Chiesa non è programmaticamente affrontato in queste pagine. Tuttavia gli studi qui proposti da Simonetta Bernardi, Marina d'Amelia, David Armando e Fiorella Bartoccini permettono di cogliere, in un arco cronologico che va dal basso medioevo all'età contemporanea, alcuni dei differenti modi dell'«essere nobile» in Roma stessa e nella periferia della Marca pontificia.

La prospettiva storico-analitica di S. Bernardi è circoscritta al comitato di Osimo, una zona marchigiana geograficamente eterogenea in cui sviluppa ed esercita la sua influenza il comune di Cingoli. L'autrice si propone di illustrare i mutamenti che intervengono tra XIII e XIV secolo in questa area nella fisionomia e nel ruolo della nobiltà seguendo il filo rosso delle vicende di alcune famiglie che perdono le connotazioni feudali tradizionali e guerriere per consolidarsi come «aristocrazia», legata sia al possesso della terra - che viene gestita con nuovi criteri e utilizzata come risorsa e non come esclusivo strumento di dominio - sia all'esercizio di cariche pubbliche cittadine. Nella nuova realtà comunale il discrimine tra l'essere e non essere nobile è nella partecipazione alla vita collettiva, con precise responsabilità nella difesa della comunità, nella gestione degli enti assistenziali - le funzioni di beneficenza e protezione si inseriscono in un rapporto di reciprocità che connota la struttura sociale -, nell'assunzione di funzioni giuridiche. «Nobiles autem intelligantur quos priores nominaverint»: la norma, ribadita dallo statuto di Cingoli del 1325, esprime la formalizzazione di un profondo processo di trasformazione sociale. Non è la nascita e l'esercizio di poteri feudali che rendono nobile, ma la partecipazione al potere istituzionale del comune. Sull'evoluzione in età moderna di questa nobiltà, grazie ai lavori di G. Bandino Zenobi, disponiamo d'altronde di una massa imponente di dati e indicazioni che qui possiamo soltanto richiamare. Per quanto attiene specificamente a Cingoli, l'assorbimento della feudalità minore di origine medievale con la nobiltà più recente è sancita nel gennaio 1533 dall'inviato del Rettore della Marca, cardinale Accolti, che riforma in senso restrittivo il corpo politico locale, introducendo la separazione di ceto.

Dallo scenario medioevale di un comune periferico alla Roma cinquecentesca: il saggio di Marina d'Amelia attinge alla cronaca giudiziaria ricostruendo le vicende che coinvolgono due nobildonne tra loro cognate - Flaminia Margani e Caterina dell'Anguillara - in un caso ambiguo e oscuro di conflitto che nel tempo cresce, divenendo più cupo e truce: dall'accusa di Caterina rivolta alla cognata di contraffazione di testamento all'assassinio di Flaminia che, morente, indica nella cognata la mandante del crimine. L'analisi della d'Amelia è densa di implicazioni poiché intreccia la prospettiva della ricostruzione di storie individuali all'esigenza più generale di una «riflessione sulla natura dei comportamenti criminosi della nobiltà romana», spostando comunque l'attenzione dalla grande nobiltà feudale, oggetto delle numerose indagini che I. Fosi è andata svolgendo in questi ultimi anni, all'aristocrazia cittadina. I Margani appartenevano infatti a quella nobiltà urbana di origine medioevale che, dopo la drammatica cesura del Sacco, si ritrova con un portafoglio familiare ridotto, in una fase di declino economico, incapace di rimodellarsi intraprendendo le carriere amministrative e curiali che tante possibilità offrono alla nuova nobiltà in ascesa. È possibile intravvedere un diverso ruolo della violenza nei modelli di vita del baronaggio - che si oppone ancora anche «politicamente» ad una autorità pontificia ora più accentratrice e repressiva che persegue, su un duplice piano statuale ed ecclesiastico, il progetto di instaurare un nuovo concetto di ordine - e in quelli della nobiltà cittadina? Si può parlare per la nobiltà urbana della permanenza di un sistema di faida che aveva caratterizzato la società nobiliare medioevale e che, come molti studiosi hanno recentemente sostenuto, era coerente ad un modello di divisione del territorio tra clan e ad una cultura in cui l'onore non era appannaggio di un individuo, ma di un gruppo? Opportunamente M. d'Amelia sottolinea, seguendo lo svolgimento degli episodi criminosi, l'intrico dei rapporti clientelari di protezione e copertura che avvolge nobiltà cittadina e nobiltà feudale (nel nostro caso si tratta dei Colonna che offrono rifugio al giovane Giacomo Margani). Sia che ne fossero protagonisti grandi signori o nobili di città, la violenza nobiliare rientrava comunque nei meccanismi di scambio e reciprocità che regolavano le relazioni interfamiliari e quelle tra lignaggi e tra gruppi. Ma nel caso in questione un ruolo non soltanto passivo - in quanto semplici depositarie dell'onore maschile - è svolto da due donne. Come esse si inseriscono nel sistema vendicatorio? Importante è, secondo l'autrice, lo spostamento dell'ambito del conflitto che la Margani opera con il suo ultimo testamento destinando le sue risorse non al gruppo familiare - derogando quindi dall'osservanza dei meccanismi che regolavano la restituzione della dote - ma a numerose istituzioni ecclesiastiche, tra cui la Congregazione del S. Uffizio contro la quale pochi anni prima, nel 1559, si era manifestato l'odio di molte famiglie dell'aristocrazia cittadina, fra cui quella alla quale Flaminia stessa apparteneva. I modelli di vita femminili proposti dalla Controriforma rappresenterebbero dunque un'alternativa capace di contrastare gli effetti devastanti della violenza nobiliare: è questa la conclusione che la d'Amelia propone problematicamente nelle pagine finali del suo articolo e che ci auguriamo possa essere rilanciata e approfondita.

Nobili, attori di gesti criminosi, inquisiti e perseguiti dall'apparato giudiziario centrale, ma anche signori, detentori di ampi poteri di giurisdizione. Il denso articolo di D. Armando ripropone un tema che ha avuto particolare fortuna negli studi sulla feudalità nel Mezzogiorno d'Italia e che è stato anche, con approcci tra loro molto diversificati, affrontato dalla importante storiografia sul baronaggio romano, non divenendo però oggetto di un'indagine specifica. Correttamente l'autore intreccia due livelli di discorso: l'esame della trattatistica, partendo dalla poderosa sistemazione del cardinal De Luca, ma con ampi riferimenti alla letteratura giuridica precedente e successiva all'opera del De Luca stesso, e l'uso della documentazione giudiziaria tratta da archivi privati di grandi famiglie (Caetani e Colonna soprattutto). Ne risulta una divaricazione tra il funzionamento teorico di un apparato giudiziario complesso e pletorico, caratterizzato dalla compresenza di più tribunali centrali (la Sacra Consulta - con funzioni di controllo sull'operato dei giusdicenti locali inclusi quelli di nomina baronale -, la Segnatura di Giustizia - supremo tribunale di appello) e della capitale (il governatore di Roma e l'auditor camerae) con competenze spesso sovrapposte, e una concreta prassi giudiziaria in cui i tribunali baronali esercitano le loro prerogative spesso al di là dei limiti posti dall'impianto normativo. Così la documentazione processuale evidenzia la capacità delle corti baronali di giustizia di emanare sentenze capitali e di infliggere condanne a pene straordinarie, anche derogando al dettato delle norme giuridiche. E tuttavia alla fine del XVIII secolo si assiste ad un lento ma evidente declino della giurisdizione baronale che si manifesta non attraverso progetti globali di riforma, come avviene (il rinvio è agli studi di Anna Maria Rao) nel vicino Regno di Napoli, ma attraverso tentativi di razionalizzazione del funzionamento della giustizia e attraverso la sempre maggiore invadenza dei tribunali centrali nell'attività delle corti signorili e anche nel governo politico delle comunità infeudate. Lo svuotamento della giurisdizione baronale avviene dunque nell'ambito di relazioni locali in mutamento, contesto che costituisce anche il punto di osservazione consapevolmente scelto per l'ulteriore sviluppo di questa ricerca. A livello più generale, la crisi del potere baronale, quale si evince dall'osservazione del concreto funzionamento del sistema giudiziario, dimostra, in sintonia con il revisionismo storiografico di questi ultimi anni, la non separatezza e atipicità dello Stato pontificio la cui storia anche sette-ottocentesca è tutta all'interno di un percorso italiano ed europeo.

Una conclusione coerente al disegno analitico di queste pagine è nel contributo di Fiorella Bartoccini che ci presenta un quadro suggestivo degli schieramenti della nobiltà romana negli anni cruciali dell'Ottocento, dalla fondazione dello Stato unitario all'occupazione di Roma. Attraverso un'analisi ricca, modulata sui profili individuali, sullo studio dei collegamenti patrimoniali e familiari, nonché delle forme associative l'autrice smentisce gli stereotipi negativi sulla nobiltà romana. Il problema è, nell'accelerata congiuntura del decennio 1860-1870, quello dell'affermazione di identità politiche contrapposte che assumono, comunque, un'apertura italiana e internazionale, sia nella «costellazione» liberale che unisce esponenti (pochi) della nobiltà a professionisti e borghesi spesso al servizio delle grandi casate, sia nell'agguerrito «partito» papalino in cui la riaffermazione dei valori tradizionali e solidaristici dell'antico Stato della Chiesa si coniuga all'azione di concentrazione e direzione esercitata nei confronti dei profughi cattolici dello Stato italiano. La conquista di Roma nel Settanta vede ancora in primo piano la nobiltà, ancorata, nella vecchia generazione, al rifiuto della nuova formazione politica, divisa e più duttile alla generazione successiva.

I contributi qui raccolti, in modo differente, anche perché riferiti a realtà distinte nel tempo e nello spazio, propendono dunque a ribadire l'immagine della nobiltà come gruppo composito, diviso in segmenti ciascuno dei quali disegna i propri confini e assume un'identità che tende a riaffermare ma anche, all'interno di ambiti e di relazioni contestuali, a rimodellare. Le strutture di accesso formale delimitano certamente le frontiere della stratificazione sociale, ma la nobiltà appare comunque animata anche da una straordinaria capacità di mutamento, un «corpo plastico», percorso dagli impulsi solo apparentemente contraddittori di distinzione e di aggregazione. Ne risulta un quadro che delinea un modello bipolare di separazione-integrazione in cui il prevalere di una tendenza sull'altra condiziona la capacità di resistenza dei diversi segmenti del gruppo nobiliare e in definitiva della nobiltà tutta.