24 maggio 1920.
L’eccidio di via Nazionale

di Marco Cioffi

L’Italia dei primi mesi del 1920 era attraversata da profondi fermenti, come forse mai prima nella sua ancor breve storia unitaria; una conflittualità di straordinaria intensità, diffusa e ben radicata nel territorio, che metteva ogni giorno a dura prova l’ordine pubblico. L’altissima concentrazione di agitazioni e lotte sociali derivava dai problemi economici figli della smobilitazione (la questione degli approvvigionamenti, l’inflazione, la riconversione del sistema industriale), che si intrecciavano alle questioni politiche (soprattutto la questione adriatica e l’ascesa dei partiti di massa)1; d’altra parte, l’assetto politico-istituzionale era particolarmente instabile, dopo che le elezioni del 16 novembre 1919 avevano stravolto gli equilibri parlamentari:

I gruppi liberal-democratici, che avevano avuto nel ’13 il 67,6% dei voti e 383 seggi (i tre quarti dell’intera Camera), scesero al 38,9% e a 216 seggi, che, includendo nel computo i social-riformisti e gli eletti nelle liste dei combattenti, salivano a 248: non abbastanza per conservare quella maggioranza parlamentare autosufficiente che fin allora non era mai stata nemmeno messa in forse2.

Salito al governo il 23 giugno del 1919, Francesco Saverio Nitti gestì i primi mesi del 19203 facendo ricorso continuo ai decreti legge, esautorando di fatto il parlamento dalle sue funzioni:

La stessa concessione del suffragio universale e lo svolgimento di quelle che Nitti vantò come le elezioni più libere che si fossero mai svolte nella storia dell’Italia unita, ebbero conseguenze che travalicarono di gran lunga le intenzioni del loro promotore. Dopo che la Camera uscita da queste elezioni risultò non meno difficilmente governabile del paese che l’aveva espressa, a Nitti non restò aperta altra via se non quella del ricorso sempre più frequente ai decreti legge e dell’istituzione di un nuovo corpo di polizia, la Guardia regia, per fronteggiare le agitazioni sociali4.

Il corpo della Regia guardia per la pubblica sicurezza, tra le forze di polizia, era il più utilizzato nella gestione dell’ordine pubblico. Istituito nell’ottobre del 1919 in sostituzione del corpo delle Guardie di città, dipendeva dal ministero dell’Interno ed era «preposto alla tutela dell’ordine pubblico nei centri di maggior popolazione», dove esercitava «funzioni esecutive e di polizia giudiziaria ed amministrativa, esclusa la funzione investigativa». Tra i suoi doveri rientrava «la sorveglianza sui teatri o su tutti gli altri locali di spettacolo ed esercizi pubblici»5.
Il ruolo del corpo era quindi fondamentale nel governo delle città e in particolare della capitale del Regno6: a Roma il tessuto cittadino, più che altrove, era teatro di scontri che non risparmiavano nessuno7, e sempre più di frequente la Guardia regia stessa veniva presa di mira8.
Nel 1920 la contrapposizione politica si tradusse spesso in gravi scontri di piazza, talvolta in scontri armati con la forza pubblica. L’anno si aprì con una serie di scioperi nei servizi pubblici: tranvieri, postelegrafonici, ferrovieri. Nell’opinione pubblica moderata si diffuse una marcata insofferenza, mentre i nazionalisti e le associazioni antibolsceviche boicottarono gli scioperi organizzando servizi sostitutivi. Si manteneva elevata la mobilitazione sulla questione fiumana e dalmata9.
Tra le forze politiche che dominavano la scena cittadina, riuscendo spesso a controllare gli spazi pubblici più rappresentativi, vi era tutta una galassia di associazioni che, a vario titolo, andavano a formare un gruppo nazionalista, guidato dall’Associazione Nazionalista Italiana, ben radicato nel territorio urbano:

Il rapporto con Roma capitale costituiva un tassello di primaria importanza nella strategia nazionalista di conquista dello Stato. Roma rappresentava una cassa di risonanza nazionale per l’attività politica dei nazionalisti. Una manifestazione di piazza o una conferenza o un comizio organizzati con successo a Roma garantivano un risultato politico significativo. E i nazionalisti seppero utilizzare questa particolarità della città con spregiudicatezza10.

In quei primi mesi le loro attività erano incentrate sulla questione adriatica, in accordo con gli irredentisti dalmati e fiumani e in aperta opposizione con l’operato di Nitti11, a cui imputavano un’azione totalmente rinunciataria e traditrice degli interessi nazionali12.
In questo contesto s’inserisce un fatto spesso ignorato nelle ricostruzioni del periodo, mai narrato con esattezza, riportato alla luce da Vittorio Vidotto nella sua opera su Roma nell’età contemporanea13: la morte di otto persone a seguito di una manifestazione celebrativa dell’entrata in guerra, il 24 maggio del 1920.

 

1
Dal comizio alla sparatoria:
prime interpretazioni ed errori di valutazione

Per ricordare l’evento le associazioni nazionaliste avevano indetto assieme a studenti di vari livelli un comizio nei locali dell’università nella sede del palazzo della Sapienza. Da alcune settimane i rapporti che giungevano al prefetto di Roma Riccardo Zoccoletti concordavano nel paventare una tendenza estremista maggioritaria da parte dei nazionalisti14 e in quei giorni «era stato disposto dal questore Cesare Mori un poderoso rafforzamento delle forze di polizia a protezione e sorveglianza di tutti i luoghi pubblici, le poste, le centrali telefoniche, i rioni più pericolosi»15.
D’altra parte Nitti, al fine di evitare scontri tra nazionalisti e socialisti, voleva i prefetti pronti ad intervenire, sia attraverso un’opera di controllo che con l’attuazione di misure rigide16; nello specifico, le informazioni in merito al comizio insistevano nel tinteggiare grandi pericoli e in questura si sapeva che gli studenti di molti istituti avrebbero fatto vacanza17:

Per commemorare l’anniversario della dichiarazione di guerra gli studenti hanno indetto un comizio all’Università per le ore 18 di domani. Oratori On. Orano, Avv. Caprino, Enrico Corradini, On. Foscari. D’altra parte i socialisti si sarebbero dati convegno in piazza Navona per opporsi a manifestazioni patriottiche che debbono essere anche impedite non essendo tollerato alcun corteo o pubblica dimostrazione. Richiamo quindi l’attenzione dei Sigg. Commissari dirigenti i vari servizi. Raccomando di agire con tatto, fermezza e reciproca coadiuvazione. I gruppi che si formassero dovranno essere sciolti senz’altro fin dal loro inizio18.

Lo stato di allerta era elevato. Disponendo di un totale di 3.190 unità pronte all’azione, tra uomini di truppa, Guardie regie e agenti investigativi, Mori raccomandava di aver cura che al comando dei gruppi ci fossero ufficiali o sottufficiali capaci di mantenere la calma, e di riuscire a tenere sotto controllo l’eventuale uso della forza. Le disposizioni del questore prevedevano l’«assoluto isolamento» di palazzo Braschi, del Quirinale e di Montecitorio, la necessità di tenere piazza Navona sgombra da manifestanti e di evitare che gli stessi si dirigessero dalla sede dell’università in corso Vittorio Emanuele19. Il comizio ebbe inizio verso le 18.30; nel cortile dell’università i vari oratori, con toni accesi, affrontarono la questione della Dalmazia. L’atto di accusa verso il ministero Nitti era esplicito e pesante: voler cedere alle volontà dei socialisti e del presidente degli Stati Uniti d’America Wilson, «l’arbitro della pazzia», destinando così il governo italiano al fallimento politico e diplomatico, volontà che il governo si dimostrava deciso a portare avanti con l’aiuto della Guardia regia, corpo sotto dominio degli arbitri del presidente del consiglio, de «l’uomo maturo ad andarsene». Un giovane Bottai concluse il comizio recando il minaccioso avvertimento che gli arditi erano pronti a ricostruire l’Italia20. Durante l’assemblea avvenne un tentativo di interruzione da parte di un gruppo di studenti socialisti, conclusosi con l’allontanamento, non senza qualche colluttazione, degli stessi dai locali dell’università. Ad eccezione di questo breve episodio, comunque, gli interventi si susseguirono senza particolari problemi.
Finito il comizio, verso le 20, la situazione sembrò in principio degenerare: un gruppo di studenti cercò di recarsi prima davanti alla sede dell’“Avanti!” poi, trovata la strada sbarrata, al Quirinale. La Guardia regia li disperse in varie direzioni. Tornata la calma un gruppo di poche decine in un secondo momento si radunò davanti al palazzo delle Esposizioni in via Nazionale, circondato da un cordone di Guardie regie. All’improvviso si scatenò un conflitto a fuoco. Centinaia i colpi esplosi. Un’apocalisse secondo i testimoni. Restarono a terra 23 feriti e 6 morti che sarebbero diventati 8 a seguito dei decessi di una ragazza di 16 anni nella mattinata successiva e di una Guardia regia di lì a pochi giorni21.
Le prime interpretazioni dell’evento fornite dai quotidiani più diffusi risentivano delle diverse appartenenze politiche, sicché lo svolgimento dei fatti e il numero di morti e feriti restavano poco chiari, mentre i responsabili della tragedia, diretti o indiretti, venivano sempre individuati nei propri avversari. Per il liberal-democratico “Il Messaggero” i mandanti erano ben noti e i capi d’accusa nei loro confronti non dovevano essere sottovalutati:

è intanto possibile, ed è necessario, pronunciar subito una calma, ma forte parola contro responsabilità di carattere più generale e più vasto, che nessun artificio polemico potrà mai negare o sminuire. E sono appunto le responsabilità di quei partiti e di quei giornali che, mentre insorgono contro la propaganda rossa, ne fanno un’altra non meno perniciosa ai danni della cosa pubblica; e, nell’atto in cui proclamano la necessità di difendere l’autorità del Governo e scagliano fulmini contro la politica remissiva dell’on. Nitti, avviliscono sistematicamente nella coscienza delle masse, con una propaganda insaziabile di falsificazioni e di denigrazioni, l’idea dello Stato ed eccitano alla ribellione. […] Su costoro, dunque, ricade la più grave responsabilità del conflitto. Fra la loro propaganda e il luttuoso avvenimento il rapporto è evidente, per quanto indiretto22.

La situazione era degenerata a causa «di un elemento oscuro, la cui azione provocatrice, assolutamente estranea al sentimento che animava la gioventù dimostrante», aveva determinato il conflitto, e le sue tragiche conseguenze23. Per il corrispondente dell’“Avanti!” si trattava di un conflitto tra nazionalisti e Guardie regie24, mentre “La Tribuna” sposava la tesi dell’elemento estraneo:

C’è ragione, è vero, di credere che i primi colpi, diretti contro le Guardie regie, siano stati sparati da un criminale provocatore sbucato di dietro un tram [fermo al centro della via al momento della sparatoria] e che non aveva nulla a che fare con la dimostrazione dei pochi studenti, e che a questi colpi si deve la prima vittima fra le Guardie; ma anche un tale fatto non può in nessun modo giustificare la insensata reazione degli sparamenti all’impazzata, con cui le Guardie regie hanno fatte tante dolorose vittime fra se stesse e fra il pubblico innocente25.

D’altra parte giornali come “Il Popolo d’Italia” passavano in rassegna tutte le motivazioni politiche antinittiane, sostenendo che la manifestazione era pacifica e che tra i ragazzi erano del tutto assenti provocatori e volontà di fare violenza:

Ad un certo punto un capitano della regia Guardia affrontò uno studente e ne nacque un tafferuglio. Alcuni testimoni oculari ci assicurano che subito dopo senza alcun preavviso, senza alcun squillo le regie Guardie e gli agenti iniziarono una scarica nutritissima. Agenti e Guardie che erano anche dietro le colonne del palazzo dell’esposizione, sparando all’impazzata colpirono senza distinzione cittadini e le Guardie regie che erano dalla parte opposta26.

Quello che è accaduto a Roma, è stato voluto da Nitti. Il sangue versato in via Nazionale nella ricorrenza del 24 maggio ricade sulla testa di questo ministro degli stranieri, non degli italiani. […] Egli ricorre a queste basse manovre di polizia sud-americana, nell’inutile smania di apparire il salvatore della Patria, minacciata dai putsh [sic] militaristi e nazionalisti. […] I fiumani e i dalmati non vengono in Italia per congiurare; […]. Si vuole ripetere Aspromonte, ma in proporzioni infinitamente maggiori27.

Anche secondo “L’Idea nazionale” l’accaduto era stato ampiamente premeditato dal governo:

Vittime innocenti: Guardie regie, cioè giovani soldati che dopo avere onoratamente per quattro anni servita la patria in trincea contro il nemico, si sono arruolati per essere custodi dell’ordine e dell’autorità dello Stato, e si trovano, con esasperante rossore, ridotti ad essere strumenti della livida dittatura di un uomo; liberi e pacifici cittadini fidenti nel naturale diritto di percorrere incolumi le vie della capitale del Regno; giovinetti studenti, rei dello orrendo misfatto di aver celebrato – come era diritto della loro giovinezza italiana – la più grande guerra e la più compiutamente vittoriosa d’Italia, e di voler recare al Re italiano il saluto della loro fede, del loro orgoglio, della loro volontà italiana. Gli uni contro gli altri ha ieri ciecamente sospinti la sinistra e cinica volontà di dissolvimento nazionale dell’uomo che, contro l’Italia e sulla Italia, da lui prostrata, vuole ad ogni costo fondare e cementare, sia pure col sangue italiano, il suo personale potere. […] Bisognava dar corpo, ad ogni costo, anche a prezzo di sangue, alle «trame nazionaliste» destinate ad equilibrare le «trame socialiste». […] Tutto questo occorreva alla preparazione della ripresa delle trattative di Pallanza28, in cui il premeditato tradimento di Fiume e della Dalmazia, deve essere compiuto. Per questo l’on. Nitti ha freddamente ordinata la perquisizione alla Associazione fra i dalmati; ed ha fatto dal suo questore di Roma ordinare l’arresto di tutti i dalmati e di tutti i fiumani che si trovano nella capitale29.

Mori aveva ordinato l’arresto indiscriminato di tutti i cittadini dalmati e fiumani presenti a Roma, oltre che il fermo di alcuni dirigenti nazionalisti. Così, nella notte del 24 e nelle prime ore del 25 maggio circa 250 persone vennero arrestate30. Il questore non agì di sua volontà, ma dietro precisa richiesta di Nitti; egli da una parte dispose l’immediata apertura di un’inchiesta, dall’altra suggerì il provvedimento di arresto e di perquisizione ad un solerte Mori, avallando l’ipotesi di essere dinanzi ad un tentativo di un colpo di mano non riuscito:

Incidenti di ieri a Roma dimostrano che sotto parvenza nazionalista è vero movimento criminoso. Fino poco tempo fa si parlava solo di Fiume. Ora in previsione Fiume venga all’Italia si inventa movimento per la Dalmazia. Tutto ciò non può avere che origini impure. Ogni movimento criminoso va subito represso. Si cerchi di sapere da qual parte vengano i fondi. Le mie istruzioni vanno eseguite in modo chiaro e preciso. Si arrestino subito i promotori di disordini e si esaminino le loro carte. Si troverà senza difficoltà da chi son pagati. In generale chi promuove disordini eccita persone ignare studenti ufficiali reduci guerra. Bisogna colpire i promotori31.

Gli arresti furono eccessivi, non risparmiando neanche le ragazze dei collegi religiosi. Nel giro di poche ore furono tutti rilasciati e lo scenario che Nitti in mattinata aveva dipinto ai prefetti del Regno veniva a cadere, dietro l’assenza del minimo collegamento dei fermati con la sparatoria. A livello politico ciò determinò un grave passo falso per il capo del governo e ministro dell’Interno. Nel tentativo di giustificare le proprie disposizioni a seguito di un’interpellanza parlamentare presentata da un gruppo di senatori, Nitti affermò che era stata segnalata la presenza sul territorio di alcuni attivisti sotto falso nome oppure sprovvisti di documenti, e di aver ricevuto nei giorni precedenti al 24 maggio diverse segnalazioni dai funzionari in servizio a Trieste e a Zara riguardanti il pericolo che la situazione della questione adriatica avrebbe potuto causare delle degenerazioni, ovvero aperti disordini nelle città del Regno; in particolare fece riferimento ad un telegramma inviato dal viceammiraglio Millo, governatore della Dalmazia, in si cui avvertiva che vi era ragione di credere che si stessero preparando attentati contro rappresentanze diplomatiche straniere e alti funzionari dello Stato da parte di gruppi di dalmati32. Nitti cercava in questo modo di giustificare gli arresti collegando gli esiti della manifestazione al ventilato rischio di violenze da parte dei dalmati e dei fiumani, spalleggiati dalla galassia nazionalista, limitandosi a concedere un ripensamento soltanto parziale in merito alle direttive impartite al questore:

Dati questi fatti, era perfettamente logico che l’autorità di pubblica sicurezza si rendesse rapidamente conto delle persone che si trovavano a Roma e che si dichiaravano di Fiume e della Dalmazia. Il provvedimento di indagine fu dunque necessario e risponde a necessità. Ma bisogna aggiungere che fu redatto ed eseguito in modo eccessivo e dannoso e tale da giustificare le critiche. È infatti assurdo che sia stato esteso a persone che avrebbero dovuto essere note per la loro dignità, la loro responsabilità e il loro patriottismo. Ciò che è peggio fu esteso a persone che per la loro condizione, per il loro sesso e per la loro età avrebbero dovuto eliminare ogni sospetto. Ma poiché sui fatti del 24 maggio e sulla condotta dei funzionari che vi hanno avuto parte è in corso una inchiesta e sarà presto espletata, è opportuno che se ne attendano i risultati33.

Tirato apertamente in ballo da Nitti, il viceammiraglio Millo inviò un telegramma al senatore Lucca, tra i promotori dell’interpellanza, dissentendo in maniera evidente dalle conclusioni del Primo ministro:

Riferimento risposta presidente consiglio sua interrogazione desidero ella sia da me informata che unico avvertimento dato dal governatore della Dalmazia al Governo centrale circa avvenimenti nella penisola è del 23 corr dico ventitre e conteneva la notizia che forse tre individui esaltati di cui si davano nome cognome e connotati partiti da Zara si sarebbero recati a Pallanza a compiervi attentati contro personalità italiane e straniere con successivo telegramma del 25 dico venticinque si avvertiva che i tre individui erano rientrati a Zara. Mai nessuna altra comunicazione è stata fatta dal Governo di Zara circa avvenimenti nella penisola – Furono a suo tempo segnalate possibilità di attentati da parte di un comitato terroristico straniero contro Gabriele D’Annunzio e Me. E fu anche arrestato un individuo poi espulso dal territorio ma ciò nella Dalmazia od a Fiume e non nella penisola – Le sarò grato se vorrà comunicare ai colleghi firmatari della interpellanza quanto sopra perché mia condotta sia ben chiara in materia saluti cordiali, senatore Millo34.

Il testo del telegramma del 23 maggio conferma la veridicità delle affermazioni del governatore:

Da informazioni imprecise si ha notizia possibile attentato contro delegazione italiana e jugoslava Pallanza oppure contro Presidente Consiglio. Si ritiene pertanto conveniente segnalare V. E. seguenti individui che sarebbero partiti giorno 21 per Fiume perché Dalmati esaltati nazionalisti: Cherstovich Giovanni dico Cherstovich Giovanni anni 32, alto, sbarbato, capelli occhi castani, aspetto fiero, vestito elegante professione pittore sedicente commerciante Usmiani Vincenzo dico Usmiani Vincenzo anni 30, alto, capelli neri colorito bruno, molto bruciato dal sole da parere mulatto, barba baffi rasi, vestito elegante, cameriere. Gallebotta Ildegardo, dico Gallebotta Ildegardo anni 33 statura media porta occhiali cammina curvo, aspetto meschino, vestito decentemente. Compagnia carabinieri Pallanza e Questura Trieste informati. Ammiraglio Millo35.

Le informazioni erano definite imprecise e i tre elementi erano segnalati con dovizia di particolari, tale da non dover giustificare una retata di grandi dimensioni quale quella effettuata nella notte del 24. Inoltre, nella mattinata del 25 maggio i tre uomini in questione erano rientrati a Zara. Il rischio paventato da Nitti nella risposta all’interpellanza, qualora egli fosse stato sincero nelle proprie affermazioni, non poteva dunque, a rigor di logica, essere stato indotto dalle comunicazioni trasmessegli da Millo. Quindi, la ricostruzione ufficiale del Primo ministro era probabilmente un tentativo mal riuscito di porre rimedio ad un suo errore, di mascherare la gravissima condotta delle “sue” forze di polizia, quelle Guardie regie da lui volute con fermezza, dal momento che un’ulteriore richiesta di spiegazioni di Millo, a quanto risulta dalle carte e dei giornali, non ebbe risposta: «Prego indicarmi a quali altre mie comunicazioni si riferisce risposta Presidente Consiglio perché non mi ricordo se risulta ne siano state fatte altre circa avvenimenti penisola»36.

2
L’inchiesta: singole responsabilità e carenze strutturali
del corpo della Guardia regia

Il 24 maggio stesso, a notte inoltrata, il sostituto procuratore del re Vincenzo Zuccalà e il giudice istruttore Silvio Favari avevano avviato le indagini, cominciando proprio dai feriti ricoverati negli ospedali.
Le deposizioni dei vari funzionari delle Guardie regie e del questore sembravano seguire una stessa linea, secondo la quale gli attori principali della tragedia erano il movimento nazionalista e gli elementi più violenti del gruppo dei dalmati in Italia. La prima testimonianza consegnata alla questura e all’autorità giudiziaria fu scritta dal vicecommissario di Pubblica sicurezza Alberto Belli, presente sul luogo con i propri uomini:

Unitamente al Capitano [Molino] mi sono avanzato verso i dimostranti, in numero ormai di circa 150 esortandoli ad allontanarsi pacificamente e porre termine a qualsiasi manifestazione. Poiché i dimostranti non aderivano al benevolo invito, ordinai al Capitano di fare avanzare lentamente il cordone, che fermammo sul limitare delle scalette del Palazzo dell’Esposizione. Parte dei dimostranti si allontanò verso il tunnel, altri si sedettero per terra sugli scalini del Palazzo lanciando motti ed ingiurie contro gli agenti provocando anche il risentimento di qualche presente, fra i quali uno ufficiale in borghese che li esortò a portare maggior rispetto a chi compiva il proprio dovere. Mi avanzai ancora col Capitano Molino per persuadere gli studenti tra i quali si erano infiltrati elementi di bassa condizione e ragazzaglia, invitandoli nuovamente ad allontanarsi. Essi non aderirono ma ripresero a vociare. Facemmo avanzare le Guardie Regie, raccomandando loro la massima calma e correttezza. Mentre procedevo lentamente allo sgombero delle scale, ho veduto un individuo che si slanciava violentemente contro il Capitano Molino, ma veniva da questi afferrato. Ne seguì una dimostrazione tra Guardie e dimostranti accorsi da cui il Capitano ne usciva contuso al viso. Nello stesso tempo, ad una certa distanza, si udirono due o tre colpi di rivoltella isolati e due regie Guardie stramazzarono al suolo ai piedi della gradinata. Ai primi colpi risposero quelli delle Regie Guardie che senza nessun ordine avevano estratte le armi37.

Al Procuratore del re giunse successivamente una relazione proveniente dal commissariato di Pubblica sicurezza di Magnanapoli che non faceva che ripetere la stessa versione dei fatti; dopo aver consigliato inutilmente ai manifestanti di disperdersi senza creare disordini,

il dott. Belli fece allora avanzare ancora lentamente le R. Guardie raccomandando ad esse calma e correttezza e mentre detto funzionario eseguiva quest’opera di persuasione vide un individuo che si era slanciato violentemente contro il Capitano Molino, che a sua volta lo aveva afferrato. Ne seguì così una colluttazione fra Guardie e dimostranti accorsi, le prime in aiuto del Capitano, e gli altri dei dimostranti, ai quali già si erano uniti elementi torbidi e di bassa condizione. […] Durante la colluttazione ad una certa distanza il V. Commissario Belli udì due o tre colpi di rivoltella senza poter nel momento stabilire la provenienza e vide due R. Guardie stramazzare al suolo ai piedi della gradinata. Ai primi colpi risposero quelli delle R. Guardie, che senza ordine di sorta avevano allora estratto le armi e risposto al fuoco38.

Inoltre, diversi passanti, di cui però non fu possibile raccogliere i nomi, riferirono di aver visto alcuni borghesi dirigersi verso le Guardie col «revolvere» in mano.
Non c’è dubbio che durante le prime fasi dell’istruttoria le Guardie regie cercassero una difesa corporativa, attraverso la tesi che i primi colpi fossero stati esplosi dai dimostranti: l’accento veniva così posto sulla presenza di delinquenti tra di essi; i termini «elementi di bassa condizione e ragazzaglia» e «elementi torbidi e di bassa condizione», presenti nelle due relazioni precedenti ricorrono in molte altre, quasi a svelare una stessa matrice39. Nel primo rapporto inviato al prefetto Zoccoletti, il questore Mori aveva narrato gli eventi secondo l’ipotesi che qualcuno doveva aver sparato alle spalle delle Guardie regie, e si faceva intendere qualcuno dei manifestanti, che avevano un atteggiamento di chiara aggressività:

Ultimato il comizio verso le ore 19.30 gli studenti si riversarono in massa sulla via, cantando ed emettendo grida ostili al Governo con intenzione di raggiungere il centro della città. Invitati dai Funzionari ad allontanarsi alla spicciolata, essi si sono opposti per cui si è dovuto procedere alle intimazioni legali ed allo scioglimento, sia per l’atteggiamento preso dai dimostranti, sia per evitare che si ripetessero fuori gli incidenti avvenuti nell’interno della Sapienza. Alcuni di essi intanto, riuscivano a ricomporsi e a raggiungere il corso in numero di circa 200, ed altri puntarono verso la sede dell’“Avanti”, ma furono altra volta affrontati e dispersi.
Altri in numero di circa 200 si riunirono e raggiunsero la via Nazionale, emettendo sempre grida ostili al Governo e mantenendo atteggiamento di evidente aggressività. Più volte affrontati e respinti, riuscirono ancora a ricomporsi, finché all’altezza del Palazzo della Esposizione il vicecommissario Belli che trovavasi colà con un forte reparto di R. Guardie al comando del capitano Molino, li esortò insistentemente a spandersi senza però riuscirvi. Il funzionario fece allora avanzare le R. Guardie, e siccome molti studenti si erano seduti e sdraiati sulla scala del Palazzo della Esposizione per impedire le mosse degli agenti, il capitano Molino cercò di sollevare uno dei più scalmanati, che per tutta risposta lo colpì al viso con un corpo contundente. Contemporaneamente dal marciapiede di fronte dove i dimostranti si erano in parte diretti, vennero esplosi alcuni colpi di rivoltella verso le R. Guardie. Caddero allora due R. Guardie ed un borghese vicino al vicecommissario Belli, mentre il reparto alla vista dei compagni caduti e del proprio capitano sanguinante, di propria iniziativa fece fuoco in direzione del marciapiede da cui la folla aveva sparato. Avvenne conseguentemente uno sbandamento generale – con relativo trasporto dei feriti – in diverse direzioni
40.

Paradossalmente fu proprio la deposizione del capitano Amilcare Molino a risultare di diverso tenore. Egli sostenne di essere intervenuto per dividere un giovane e una Guardia regia ch’erano sul punto di venire alle mani. Nel bloccare il giovane ricevette un colpo sotto l’occhio sinistro:

Escludo che impugnasse una rivoltella, e sarei per escludere di essere stato colpito dallo stesso giovane che avevo abbracciato. Fu proprio in quel momento del tafferuglio che a brevi secondi di intervallo furono esplosi i primi due o tre colpi di rivoltella, non so da parte di chi, e ad essi seguì immediatamente una scarica di colpi esplosi dalle R. Guardie, senza di un ordine. […] Io non mi sono accorto che borghesi esplodessero o impugnassero armi41.

Il vicecommissario Belli, ascoltato pochi giorni dopo la prima relazione, il 29 maggio, insisteva nell’affermare che i primi colpi avevano un’intensità minore di quelli di una rivoltella di ordinanza42. Anche tra le Guardie regie in servizio v’era chi sosteneva questa versione:

Riconfermo che i primi due o tre colpi furono esplosi da un dimostrante, che pure vidi, ma di cui in quella confusione, non potei afferrare alcun connotato, e tali colpi furono esplosi quando io e le altre Guardie volevamo procedere all’arresto di quello che aveva inveito contro il capitano43.

Nel tentativo forse di una difesa della “categoria”, a volte venivano rese delle testimonianze inverosimili, come quella di una guardia del nucleo del capitano Molino, il quale ad inizio deposizione raccontò che i due colpi iniziali vennero sparati da un borghese che si nascondeva dietro una colonna del palazzo, fermato subito da lui stesso e da un commissario di pubblica sicurezza; salvo poi ritrattare, richiamato dal giudice istruttore sulla gravità dei fatti appena affermati, sostenendo di aver deciso da solo di inventarsi il racconto, ovvero senza che glielo avesse consigliato nessuno44.
Eppure la grande quantità di testimonianze raccolte dal sostituto procuratore del re Zuccalà e dall’avv. Favari, giudice istruttore, insisteva sull’aspetto pacifico, «alquanto comico»45, della manifestazione e sulla presenza, di gran lunga maggioritaria, di studenti delle scuole secondarie; d’altronde, degli 8 manifestanti feriti, 4 avevano 17 anni e i restanti 18, 16, 15 e 14 anni. Il 25 maggio un maresciallo dei carabinieri, di passaggio in via Nazionale, chiamato a deporre raccontò di una «scenetta comica» da parte di ragazzi in maggioranza tra i 14 e i 18 anni di età, che la gente seduta ai tavoli dei bar e per la strada «si mostrava indignata per la persecuzione» che la Guardia regia stava effettuando e che «tra la popolazione vi era molto buon umore»46.
Sin dalle prime dichiarazioni dei testimoni emerse che a sparare furono anche Guardie regie non in servizio: Giuseppe Tedeschi, che attraversava casualmente via Nazionale, ammise subito di aver sparato ma cercando di dar credito alla tesi della presenza di un borghese, precisamente un capitano di fanteria, che sparò per primo47; Luigi Giuliani camminava per via Nazionale e si unì autonomamente al cordone di Guardie regie48; Luigi Tondo (che morirà il 7 luglio a seguito delle ferite riportate), Giuseppe Saltarelli e Cataldo Lotito si trovarono a transitare per caso in quella zona per raggiungere la questura ove avrebbero dovuto prendere servizio, e si unirono alle Guardie regie facendo fuoco in aria per aprirsi un varco tra i dimostranti49. Il rapporto del maggiore delle Guardie regie che effettuò l’ispezione delle armi degli agenti alle dipendenze del capitano Molino che non furono feriti, segnalò al giudice istruttore che i colpi esplosi furono 3050. Si dava per certo, inoltre, che qualcuno avesse avuto con sé anche delle cartucce di riserva.
Nel frattempo, il 4 giugno il questore Cesare Mori era stato sollevato dall’incarico, dopo quasi un anno di servizio51, e sostituito dall’ex questore di Genova Domenico Falcetano. Venne trasferito presso la Direzione dell’Ufficio speciale di pubblica sicurezza di Palermo, che in quei mesi si stava occupando della repressione dell’abigeato. In una curiosa e sospetta concomitanza, tre giorni dopo questo trasferimento gli venne conferita la medaglia d’argento al valor militare per un conflitto a fuoco che ebbe il 22 gennaio del 1917 con alcuni latitanti a Gebba Vecchia di Sciacca, quando era al servizio della questura di Palermo52.
La vicenda doveva ancora essere chiarita dall’istruttoria in corso, ma in più ambienti, e non solo in quelli antinittiani, trovava riscontro l’opinione che aveva il corrispondente del “Corriere della Sera” da Roma, intercettata durante una conversazione con Antonio Albertini in sede a Milano, in seguito alla vicenda degli arresti:

Mil: A Roma c’è fermento per queste perquisizioni che fanno?
Rom: No, fermento no, perché si tratta di gente che ha poco seguito, in genere vengono giudicate, anche dalle persone più equilibrate, poco serie. Si ammette da tutti che il contegno delle Guardie è stata una esagerazione, perché intendiamoci la versione la più accreditata è questa: che una Guardia regia vedendo il suo ufficiale ferito ha sparato in aria, e fin qui nulla di male, ma è nata una tale confusione, un tal panico che si son messe tutte a sparare a casaccio.
Mil: Ma scusi, com’è che son ferite molte più Guardie che dimostranti?
Rom: Perché erano effettivamente più Guardie regie che dimostranti. I dimostranti erano ridotti ad una ventina e le Guardie regie erano parecchie e sparando all’impazzata si son ferite tra loro. La verità è questa. Per ciò le perquisizioni e gli arresti sembrano una esagerazione.
Mil: Va bene
53.

In generale, nei giorni successivi alla sparatoria Nitti dimostrava di non comprendere appieno la natura delle tensioni che stavano attraversando la società italiana54; si verificarono disordini in molte città d’Italia, la situazione dell’ordine pubblico degenerava rapidamente senza che lo statista di Melfi riuscisse a prendere il polso alla piazza. Riprova di questa sua sottovalutazione del clima del momento fu il tentativo di ridurre il deficit di bilancio con l’emanazione di un decreto legge per abolire il prezzo politico del pane. Di fronte alle forti proteste del parlamento e del paese il tentativo fallì; ciò, in concomitanza con la rivolta antitaliana a Valona, il 9 giugno mise fine alla sua esperienza di governo55. La sparatoria di via Nazionale giungeva appunto a evidenziare il problema della gestione delle forze di polizia e in particolare il problema Guardia regia:

le Guardie regie venivano sottoposte in quel periodo ad un eccessivo numero di ore di servizio con inadeguato riposo, così che trovavansi in condizioni d’animo depresso e sfiancate fisicamente. A ciò deve aggiungersi che non avevano avuto ancora una conveniente educazione militare per servizi di polizia, e nel fatto speciale non vi poteva essere quell’affiatamento diretto fra ufficiali e dipendenti, trattandosi di un reparto formato di elementi di diverse compagnie, ed abitualmente non alle dipendenze del capitano Molino, che in quella sera le comandava56.

Tali parole dell’ispettore generale di Pubblica sicurezza gettano luce sulle condizioni di servizio e sulla situazione di tensione che serpeggiava per le vie della città. Questo clima di esasperazione continua, di stress, non riusciva ad essere gestito da un corpo formato con grande rapidità, sprovvisto al suo interno dei meccanismi di coordinamento e di disciplina necessari ad un buona efficienza, sottoposto quindi a turni molto prolungati e privi di sostituzioni57.

3
Le conclusioni dell’istruttoria. Un processo incompiuto

Con l’uscita di scena di Nitti la vicenda di via Nazionale perse rapidamente valore politico; restava ancora da portare a termine il percorso giudiziario. A meno di un anno di distanza dai fatti, il 7 febbraio 1921, scattò il mandato di cattura per tredici persone58; il 31 ottobre dello stesso anno la Sezione di accusa della Corte di Appello di Roma dichiarò il rinvio a giudizio avanti la Corte di Assise di 12 Guardie regie per rispondere dei delitti di complicità corrispettiva in omicidio e in mancato omicidio, e il non luogo a procedere per non aver commesso il fatto verso l’unico borghese imputato, un ragazzo fermato il giorno successivo ai fatti mentre si vantava, mentendo, con un amico di aver partecipato alla sparatoria59.
Queste richieste furono formulate in base all’istruttoria appena conclusa, di cui venne presentata un’ampia relazione. Secondo le indagini, alla fine del comizio un gruppo di nazionalisti e di studenti sia universitari che di altri istituti inferiori decise di andare al Quirinale per fare una manifestazione davanti al re. Le forze di polizia, che avevano ricevuto dalla questura l’ordine di impedire qualsiasi tipo di manifestazione, li dispersero più volte disponendosi in cordoni. Una piccola parte di dimostranti, composta al massimo da 150 unità, riuscì a raggiungere la scalinata del palazzo delle Esposizioni e iniziò a cantare l’inno di Mameli e slogan quali «viva l’Italia», «viva il re», «abbasso Nitti». Vista la loro riluttanza a sgomberarla, una Guardia regia concentrò le sue attenzioni su uno studente, e «lo afferrò in malo modo per allontanarlo violentemente. Lo studente reagì e la guardia fece l’atto di estrarre la rivoltella; ma ne fu impedito dai compagni e da alcuni borghesi». Quasi contemporaneamente il capitano Molino si trovò alle prese con un altro borghese, «sotto l’arco centrale del palazzo dell’Esposizione; ed il capitano per un pugno ricevuto dal borghese, fu visto far sangue dal naso. […] a separare i due che si colluttavano accorsero Guardie regie e borghesi; ma, improvvisamente si udì l’esplosione di un primo, e poi di un secondo colpo di rivoltella, ai quali seguì una scarica da parte delle guardie, senza alcun ordine ed all’impazzata». Quindi nessun borghese aveva sparato: le guardie agirono senza aver ricevuto comandi, senza ragione. Fu esploso circa un centinaio di colpi. Alcune delle Guardie regie prestarono assistenza ai feriti sin all’ospedale. Coloro che restarono in via Nazionale, invece, subirono la già citata ispezione delle armi da parte del maggiore Sassaroli, dalla quale risultò che 12 guardie avevano sparato. Era impossibile capire nello specifico, si leggeva ancora nella sentenza emanata dalla Sezione di accusa, gli autori dei vari omicidi e dei vari ferimenti, tuttavia le risultanze processuali avevano «fornito sufficienti prove per doversi ritenere che, così la prima esplosione (che fu il segnale e la causa di tanta ingiustificata strage), come le esplosioni successive» erano partite dalle guardie. A riprova di questo fatto non vi fu nessuno, tra i dirigenti del servizio di Pubblica sicurezza presenti sul luogo della sparatoria, che dichiarò di aver visto un manifestante con armi e tutti i proiettili rinvenuti erano dello stesso tipo, del tipo delle rivoltelle d’ordinanza in dotazione alla Guardia regia:

il complesso delle prove emerse dalla istruttoria sta a dimostrare che l’inizio del fuoco fu dovuto all’atto inconsulto di qualche agente (senza che questi siasi potuto identificare) e che dopo il primo colpo, le altre Guardie, o perché avessero creduto che il primo colpo fosse stato esploso dai dimostranti contro di loro, o per un inconsiderato fenomeno di imitazione nel caso che avessero veduto uno degli agenti a [sic] sparare, si determinarono a far fuoco alla impazzata, senza ordini e senza giustificato motivo60.

Non si escludeva che anche altre Guardie potessero aver sparato, oltre agli imputati, dal momento che non era stata fatta un’ispezione su tutti gli agenti presenti, visto che molti di loro accompagnarono i feriti nei vari ospedali e che non tutti tornarono in caserma subito dopo; tuttavia, le dodici guardie imputate avevano sparato, sia per le confessioni dirette che per l’ispezione subita. Soltanto tre avevano ammesso dinanzi al sostituto procuratore del re Zuccalà di aver sparato sulla folla61, gli altri avevano testimoniato di aver sparato in aria, ma tutti i fori provocati dai colpi e rinvenuti sui muri e sul tram fermo nel momento della sparatoria in via Nazionale all’altezza del palazzo delle Esposizioni erano ad altezza uomo, come ampiamente documentato dalle rilevazioni scientifiche effettuate. Non si poteva parlare di legittima difesa poiché i manifestanti erano tutti completamente disarmati e in atteggiamenti che non costituivano alcuna minaccia verso degli agenti che, inoltre, avevano ricevuto espresso ordine di non utilizzare le rivoltelle.
Ma i colpi di scena non finirono con il rinvio a giudizio. Nell’udienza in Camera di Consiglio del 17 agosto 1922 la prima sezione della Corte di Cassazione di Roma accoglieva l’istanza di tutti gli imputati di rimettere la causa a loro carico dalla Corte di Assise di Roma ad altra Corte, per motivi di legittimo sospetto, e otto giorni dopo, il 25 agosto, trasferì il processo presso la Corte di Assise di Napoli. Gli atti compiuti fino a quel momento avrebbero conservato validità, ma il trasferimento della sede processuale sembrò essere stato effettuato senza alcun serio motivo.
Il processo un mese e mezzo fa venne rinviato ancora una volta; ora si dice che la difesa della Regia Guardia abbia chiesto l’invio degli incartamenti ad altra sede giudiziaria per legittima suspicione. La richiesta ci sembra veramente oltraggiosa per i magistrati romani che han dato prova in ogni tempo ed in ogni occasione di una rigida e severa imparzialità. Si vuol forse con queste richieste di rinvio trascinar le cose a tempo indefinito e stancare la pazienza dei parenti delle vittime che si sono costituite parte civile? O che altro scopo si vuol raggiungere. La Corte di Cassazione di Roma dovrà, si dice, in questi giorni dare il proprio giudizio sulla richiesta di rinvio per legittima suspicione; siamo certi che l’Altissima Magistratura giudicherà in modo da tutelare pienamente la magistratura romana dall’ingiusta offesa che le si vorrebbe arrecare e perché sia prontamente e pienamente fatta giustizia62.

Il decreto di amnistia varato dal governo Mussolini il 22 dicembre 1922 mise fine all’iter processuale63 e il 28 dello stesso mese il dibattimento si chiuse con il non luogo a procedere64. Così raccontò l’inviato de “Il Messaggero”:

Una folla enorme era affluita fino dalle 11 nella tribuna pubblica della Corte in attesa della sentenza. La folla è però rimasta delusa […]. Appena l’illustre barone Carelli ha dichiarato aperta la seduta, il Procuratore generale comm. Caruso si è levato a parlare ed ha chiesto che per i dodici imputati fosse applicata l’amnistia65.

Note

1. Per una ricostruzione completa del periodo cfr., tra gli altri, G. Sabbatucci, La crisi dello Stato liberale, in G. Sabbatucci, V. Vidotto (a cura di), Storia d’Italia, 4, Guerre e fascismo, Laterza, Roma-Bari 1998, pp. 101-68; N. Tranfaglia, Il deperimento dello Stato liberale in Italia, in Id., Dallo Stato liberale al regime fascista. Problemi e ricerche, Feltrinelli, Milano 1973, pp. 34-52; R. Vivarelli, Storia delle origini del fascismo. L’Italia dalla grande guerra alla marcia su Roma, 2 voll., Il Mulino, Bologna 1991; G. De Rosa, La crisi dello Stato liberale in Italia, Studium, Roma 1955; C. Seton Watson, L’Italia dal liberalismo al fascismo. 1870-1925, vol. ii, Laterza, Roma-Bari 1973.
2. Sabbatucci, La crisi dello Stato liberale, cit., p. 116.
3. Dopo un rimpasto ministeriale avvenuto nel marzo del 1920 a causa dei contrasti con i rappresentanti del partito popolare sull’allargamento del diritto di voto alle donne, Nitti presentò l’11 maggio le proprie dimissioni a seguito della messa in minoranza su un provvedimento di natura procedurale, per poi riformare un nuovo governo pochi giorni dopo, il 21 dello stesso mese.
4. E. Ragionieri, La storia politica e sociale, in Storia d’Italia. Dall’unità a oggi, vol. xi, Lo stato liberale, Einaudi, Torino 1976, p. 2089.
5. R. d. 2 ottobre 1919 n. 1790, art. 1.
6. A Roma le Guardie regie erano 7.500 su 40.000 in tutto il territorio (fonte Comando generale della R. Guardia, Dislocazione territoriale della R. Guardia in base alla forza di 40.000 militari, Roma 1921). In generale, per questo argomento cfr. E. D’Auria, La Guardia regia, in Il parlamento italiano. Storia parlamentare e politica dell’Italia 1861-1988, vol. x, 1920-1922. La crisi dello stato liberale. Da Nitti a Facta, Nuova cei, Milano 1988, pp. 15-6; L. Donati, La Guardia regia, in “Storia Contemporanea”, a. viii, 1977, n. 3, pp. 441-88; Ministero dell’Interno, Le origini del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, Roma 1952; E. Saracini, I crepuscoli della polizia: compendio storico della genesi e delle vicende dell’amministrazione di pubblica sicurezza, siem, Napoli 1922.
7. Cfr. Archivio centrale dello Stato (acs), Ministero dell’Interno (Min. Int.), Direzione Generale di Pubblica Sicurezza; Divisione Affari Generali e Riservati, Archivio generale, Categorie annuali: 1920 (ps, 1920), b. 79. Tra gli episodi anche l’assalto di 25 persone, sassi in mano, ad un corteo di un ricreatorio salesiano composto in larga maggioranza da bambini e preti per le vie del quartiere Testaccio (ivi, fasc. C1; sottofasc. 880, Roma e provincia. Incidenti fra sovversivi e popolo al Testaccio).
8. Il 28 aprile una Guardia regia venne accoltellata a morte a seguito di un comizio socialista nei pressi del Colosseo, in acs, Min. Int., ps, 1920, b. 89, fasc. C2; sottofascc. 74-5, Movimento sovversivo, Roma.
9. V. Vidotto, Roma contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2001, p. 163.
10. A. Roccucci, Roma capitale del nazionalismo (1908-1923), Archivio Guido Izzi, Roma 2001, p. 9.
11. Viceversa, Nitti considerava i nazionalisti «briganti pagati dai pirati della finanza», in acs, Min. Int., Direzione Generale di Pubblica Sicurezza; Divisione Affari Generali e Riservati, Archivio generale, Categoria A1, Informazioni su persone, 1920, b. 6, fasc. Sinigaglia, telegramma al Capo di gabinetto del ministero degli Interni del 17 aprile 1920.
12. Sulla questione adriatica cfr. P. Alatri, Nitti, D’Annunzio e la questione adriatica, Feltrinelli, Milano 1976; A. A. Bernardy, V. Falorsi, La questione adriatica vista d’oltre Atlantico: 1917-1919. Ricordi e documenti, Zanichelli, Bologna 1923; M. Dassovich, I molti problemi dell’Italia al confine orientale, vol. i, Dall’armistizio di Cormons alla decadenza del patto Mussolini-Pasic, 1866-1929, Del Bianco, Udine 1989; I. J. Lederer, La Jugoslavia dalla conferenza della pace al trattato di Rapallo, 1919-1920, Il Saggiatore, Milano 1966; L. E. Longo, L’esercito italiano e la questione fiumana, 1918-1921, ussme, Roma 1996; C. Maranelli, G. Salvemini, La questione dell’Adriatico, Libreria della Voce, Firenze 1918; A. Tamaro, I documenti della questione adriatica, in “Politica”, a. ii, 1920, pp. 342 ss.; R. Vivarelli, Questione adriatica e politica estera italiana durante la prima guerra mondiale, in “Studi senesi”, iii s., a. xiii, 1964, pp. 344-430.
13. Vidotto, Roma contemporanea, cit. A questo volume si rimanda, in generale, per ogni approfondimento sulla storia della città.
14. Il 17 aprile il prefetto informò la direzione generale di pubblica sicurezza che durante il iv congresso nazionalista era prevalsa «la tendenza estremista», acs, Min. Int., ps, 1920, b. 79, fasc. C1, sottofasc. 843, Roma, 4° congresso nazionalista.
15. Vidotto, Roma contemporanea, cit., p. 410. In merito, acs, Archivio Francesco Saverio Nitti (d’ora in poi Nitti), b. 52, fasc. 177, sottofasc. 8, Ricorrenza del 24 maggio.
16. acs, Min. Int., ps, 1920, b. 91.
17. Archivio di Stato di Roma (asr), Prefettura di Roma. Gabinetto 1871-1921, b. 1383, 10.1, Anniversario 24 maggio. Eccidio in via Nazionale, vari fonogrammi del questore Mori al prefetto Zoccoletti in data 23 maggio.
18. asr, Corte di Assise di Roma, 1923, b. 335 N, comunicazione di Mori del 23 maggio a vari uffici e comandi, al prefetto e al Quirinale.
19. Ibid.
20. Ivi, relazione del vicecommissario Tommasi Larking, 24 maggio 1920.
21. Avvenuto il 7 giugno, cfr. asr, Prefettura di Roma. Gabinetto 1871-1921, b. 1383, 10.1, Anniversario 24 maggio. Eccidio in via Nazionale. Cinque degli otto morti erano Guardie regie, tre, invece, passanti. “Il Popolo d’Italia” il 26 maggio diffuse la notizia falsa che anche uno studente di 17 anni fosse morto.
22. Il tragico epilogo di una dimostrazione nazionalista. Responsabilità, in “Il Messaggero”, 25 maggio 1920.
23. Necessità suprema, in “Il Messaggero”, 26 maggio 1920.
24. Fra nazionalisti e Guardie regie una guardia uccisa e quattro ferite. Dieci studenti feriti, in “Avanti!”, 25 maggio 1920.
25. Responsabilità ed errori tecnici, in “La Tribuna”, 26 maggio 1920.
26. Le Regie Guardie si uccidono tra di loro, in “Il Popolo d’Italia”, 25 maggio 1920.
27. B. Mussolini, Inaudito!, in “Il Popolo d’Italia”, 26 maggio 1920.
28. Nella cittadina di Pallanza, in riva al lago Maggiore, si erano aperte delle trattative tra una delegazione italiana e una jugoslava per addivenire ad una soluzione condivisa della questione territoriale, trattative subito sospese a causa della caduta del governo Nitti l’11 maggio.
29. L’agguato, in “L’Idea nazionale”, 26 maggio 1920.
30. asr, Prefettura di Roma. Gabinetto 1871-1921, b. 1383, 10.1, Anniversario 24 maggio. Eccidio in via Nazionale. Le cifre del rapporto dell’ispettore generale Querci in data 31 maggio alla direzione generale delle carceri e dei riformatori del ministero dell’Interno sono abbastanza diverse; si parla infatti di 131 persone portate nelle carceri di Regina Coeli e Mantellate, 41 di origine fiumana (27 uomini e 14 donne). A queste cifre vanno probabilmente aggiunte quelle di chi venne trattenuto in caserma, acs, Nitti, b. 50, fasc. 167, Disordini in giugno 1920 per provocare la caduta del Ministero. Tra i nomi degli oratori del comizio fermati vi era anche quello di Bottai.
31. Ivi, dispaccio telegrafico cifrato di Nitti inviato ai prefetti del Regno il 25 maggio alle ore 12.30, n. 11046.
32. Cfr. Vidotto, Roma contemporanea, cit., p. 410.
33. In L’inchiesta sull’arresto dei dalmati. La risposta dell’on. Nitti all’interpellanza senatoria, in “Il Messaggero”, 27 maggio 1920. Cfr. appunto di Nitti: «Bisogna riconoscere che il provvedimento consigliato da ragioni apprezzabili di prudenza fu eseguito in modo inopportuno e tale da suscitare legittimi lamenti, essendo stato esteso a persone che avrebbero dovuto essere note o la cui medesima qualità e condizione avrebbero dovuto bastare ad eliminare ogni sospetto», in acs, Nitti, b. 52, fasc. 177, Situazione politica interna, sottofasc. 8. Peraltro due giorni dopo gli arresti Nitti aveva ricevuto una delegazione di fiumani per ricomporre l’incidente.
34. acs, Nitti, b. 50, fasc. 167, Disordini in giugno 1920 per provocare la caduta del Ministero, telegramma n. 9329.
35. Ivi, telegramma n. 6856 da Zara delle 12.30 del 23 maggio, arrivato alle ore 16.
36. Ivi, telegramma di Millo da Zara al ministero della Marina, Gabinetto et Ufficio Centrale Nuove Province, n. 37857 del 29 maggio.
37. asr, Corte di Assise di Roma, 1923, b. 335 N, dichiarazione scritta trasmessa al giudice istruttore in data 25 maggio 1920.
38. Ivi, rapporto in data 25 maggio 1920 del commissario Andreani trasmesso alla procura regia.
39. Cfr., ad esempio, relazione delle ore 22 del 24 maggio del vicequestore Calabrese e deposizione del 2 giugno 1920 del tenente delle Guardie regie Fernando Soleti, ivi.
40. asr, Prefettura di Roma. Gabinetto 1871-1921, b. 1383, 10.1, Anniversario 24 maggio. Eccidio in via Nazionale, rapporto del 25 maggio 1920.
41. asr, Corte di Assise di Roma, 1923, b. 335 N, deposizione del 29 maggio 1920.
42. Ibid.
43. Ivi, deposizione del 25 maggio 1920 della Guardia regia Giulio Lucidi.
44. Ivi, deposizione del 10 agosto 1920 della Guardia regia Domenico Mariano. Il Mariano sostenne di aver visto una guardia sparare per prima in aria ma di non conoscerla.
45. Ivi, deposizione del 2 luglio 1920 dell’avvocato Mauro Simone, affacciato, al momento della sparatoria, ad un balcone di un palazzo di via Nazionale, di fronte al palazzo dell’Esposizione.
46. Ivi, deposizione del 25 maggio 1920 del maresciallo Giovanni Calistri. Cfr. anche le deposizioni degli agenti investigativi del commissariato di Magnanapoli Paolo Scarciafratto (12 giugno 1920) e Giuseppe Proietti (28 giugno 1920). Secondo quest’ultimo, l’episodio che vide coinvolto il capitano Molino non fu «di tale gravità» da giustificare una reazione armata.
47. Ivi, deposizione di Giuseppe Tedeschi del 25 maggio 1920. «Notai perfettamente […] che […] dalla folla sparavano vari colpi di rivoltella, come notai pure un capitano di fanteria con le spalle appoggiate al muro che prospetta il suaccennato palazzo dell’Esposizione con la rivoltella in pugno sparò un colpo contro le regie Guardie di cui una cadde». Non riuscì ad arrestarlo perché, a suo dire, «tre o quattro borghesi con la rivoltella in pugno mi presero per la gola […] e soltanto fui salvo per avere fatto un atto compassionevole, dicendo “non vedete che esco dall’ospedale?”, dopo di che, libero, mi sono ritirato in caserma».
48. Ivi, deposizione di Luigi Giuliani del 10 giugno 1920: «M’unì al drappello dando pugni anch’io contro i dimostranti. Mentre s’era in colluttazione si udirono dei colpi d’arma da fuoco provenienti da parte dei dimostranti, allora anche la R. Guardia sparò contro di essi; anch’io esplosi tre colpi della mia rivoltella d’ordinanza contro i dimostranti». Nella deposizione del 12 luglio 1920 avrebbe aggiunto: «Dei miei compagni alcuni tiravano in aria, altri sui dimostranti».
49. Ivi, deposizioni di Luigi Tondo del 25 maggio e di Giuseppe Santarelli e Cataldo Lotito del 2 luglio 1920.
50. Ivi, rapporto del maggiore Sassaroli in data 1° giugno 1920. Nell’elenco di coloro che usarono la propria rivoltella d’ordinanza figurava anche il Tedeschi che ebbe un altro atteggiamento rispetto alla dichiarazione rilasciata al procuratore nello stesso giorno, «la guardia Tedeschi Giuseppe, che non faceva parte del nucleo alle dipendenze del Capitano Molino ma si trovò a passare casualmente, ed egli stesso ammise di aver esploso tutti e sei i colpi, aggiungendo di essere dolente di non avere avuto una settima cartuccia da esplodere contro un capitano di fanteria che con le spalle al muro aveva scaricato la propria rivoltella contro le Guardie regie. Ammise che tutti e sei i colpi li aveva tirati sulla folla».
51. Mori era diventato questore di Roma il giorno dopo l’insediamento del primo governo guidato da Francesco Saverio Nitti, in carica dal 23 giugno 1919. Il 3 giugno 1920 era stato sostituito anche il direttore generale di Pubblica sicurezza Vincenzo Quaranta, acs, Min. Int., Direzione generale, Affari generali e del personale, Divisione del personale, fascicoli ordinari, versamento 1947, b. 36 bis.
52. Ibid. In una lettera al direttore generale di Pubblica sicurezza i funzionari e gli impiegati della questura di Roma esprimevano vivo piacere nell’allontanamento di Mori e si auguravano con ciò di vedere cessato l’abuso compiuto dal questore di ricevere regali d’oro e d’argento dai suoi subalterni.
53. acs, Nitti, b. 49, fasc. 161, Informazioni riservate, intercettazioni telefoniche, sottofasc. 1. «Intanto la versione ultima del conflitto, e che appare la più attendibile, è questa: quando il capitano della regia guardia Molino, trovatosi a contatto con un dimostrante, fu colpito alla tempia con una boxe o con una chiave, un vicebrigadiere ebbe la malaugurata idea di esplodere un colpo in aria […]. Le Guardie regie credettero si trattasse di un colpo di rivoltella esploso dai dimostranti e che avesse colpito il loro capitano», Le proteste per gli arresti dei dalmati e dei fiumani, in “Corriere della Sera”, 27 maggio 1920.
54. Cfr. F. Barbagallo, Nitti, utet, Torino 1984, passim.
55. «Preso in se stesso il provvedimento era giusto poiché il mantenimento del prezzo politico del pane costringeva il tesoro ad una ingente perdita, la quale, valutata a 200 milioni di lire mensili nel luglio 1919, aveva raggiunto nella primavera del 1920 il livello di 500 milioni di lire mensili. Tuttavia in quel particolare clima ed in quella particolare situazione, esso non era proponibile senza adeguata preparazione politico-psicologica e con il ricorso ad uno strumento – il decreto legge –, il cui uso ed abuso era largamente contestato da tutti i gruppi politici». F. Perfetti, L’Italia fra le due guerra, in R. De Felice (dir.), Storia dell’Italia contemporanea, vol. iii, Lucarini, Roma 1984, p. 196.
56. asr, Corte di Assise di Roma, 1923, b. 335 N, deposizione dell’11 agosto 1920 dell’ispettore di Pubblica sicurezza Giulio Cesare Ferrari. Tra le altre cose riferite al giudice istruttore, il Ferrari definì l’accaduto «fenomeno di follia collettiva determinato dalla vista del sangue dell’ufficiale ferito, e dal fatto dei primi colpi esplosi d’ignota provenienza, ma che le Guardie dovettero forse attribuire a qualcuno dei dimostranti».
57. Ivi, relazioni e comunicazioni del comando generale della Guardia regia acquisite dall’istruttoria in data 5 giugno 1920. Il corpo non sarebbe stato in attività ancora a lungo; infatti, il 28 dicembre del 1922 il governo Mussolini approvò lo scioglimento del Comando generale della Regia guardia e successivamente, con il r. d. 31 dicembre 1922, n. 1680, ne decise la soppressione.
58. Dopo aver ricevuto tre mandati di comparizione per la campagna del giornale contro la firma del Trattato di Rapallo, “L’Idea nazionale”, auspicando la soluzione in breve periodo della propria posizione in merito, sottolineò ironicamente la lunghezza dei tempi del procedimento giudiziario sui fatti del 24 maggio, peraltro parlando di omicidi di studenti mai avvenuti: «Ripetiamo che ci auguriamo una istruttoria sollecita: più sollecita di quelle iniziate a carico degli arresti arbitrari dei dalmati, avvenuti in Roma durante l’ultimo ministero Nitti e dei responsabili dell’eccidio dei giovani studenti nazionalisti avvenuto il 24 maggio del 1920, in occasione dell’anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia, nei pressi del palazzo dell’esposizione, procedimenti che dormono da lunghi mesi, inesplicabilmente, negli uffici del palazzo di giustizia», Il processo per apologia di reato contro “L’Idea nazionale”, in “L’Idea nazionale”, 12 febbraio 1921.
59. «Si è […] accertato che la sera del 24 maggio il Baldanzi era in luogo assai lontano da quello dove ebbero svolgimento i tristi fatti […]. Ond’è da attribuire ad equivoco di chi riferì il preteso incontro del Baldanzi, od anche a millanteria di questo giovane studente, il fatto che diede luogo al suo arresto». Tal Baldanzi venne comunque rinviato a giudizio per possesso non autorizzato di rivoltella. La citazione, assieme alle altre che seguono, è tratta dalla relazione finale della sezione di accusa della Corte di Appello di Roma, in asr, Corte di Assise di Roma, 1923, b. 335 N.
60. Ibid.
61. Oltre al Tedeschi e al Giuliani, vedi supra, l’altra Guardia regia fu tal Benedetto Vitale, del gruppo al comando del capitano Molino, che dopo essere stato colpito al braccio da un proiettile sparò un colpo in direzione dei dimostranti; ivi, deposizione del 7 agosto 1920.
62. Il processo per l’eccidio di via Nazionale rinviato per legittima suspicione?, in “L’Idea nazionale”, 19 agosto 1921. Nella rubrica Corriere Giudiziario de “Il Mondo” del 10 settembre successivo, veniva ritenuto inutile e pretestuoso questo spostamento, in quanto ben più gravi processi furono dibattuti senza bisogno di cambiare sede. Sul trasferimento del processo cfr. anche “Il Mattino”, 23 agosto 1922.
63. R. d. 22 dicembre 1922, n. 1641. Il decreto di amnistia, pubblicato sulla “Gazzetta Ufficiale del Regno” del 24 dicembre, con l’articolo 1 sanciva: «È concessa amnistia per tutti i reati preveduti nel Codice penale, nel Codice penale per l’Esercito, nel Codice penale militare marittimo e nelle altre leggi, anche finanziarie, commessi in occasione o per causa di movimenti politici o determinati da movente politico, quando il fatto sia stato commesso per un fine nazionale immediato. L’amnistia non si applica a chi abbia concorso nel reato per fini esclusivamente personali. Per i militari, i funzionari in servizio di pubblica sicurezza e gli agenti della forza pubblica, l’amnistia si applica anche ai reati commessi nell’esercizio od in occasione delle loro funzioni, e sempre in movimenti o competizioni di carattere politico, o provocati da cause o moventi politici, quando non vi abbiano concorso motivi personali».
64. Archivio di Stato di Napoli, Corte di Assise del Distretto della Corte d’Appello di Napoli, vol. 192, ff. 90-1. Soltanto uno degli imputati ebbe una condanna, ma per un furto commesso in un’altra circostanza.
65. Il processo delle Guardie regie di Roma estinto in virtù della recente amnistia, in “Il Messaggero”, 29 dicembre 1922.