Principi e Señores Grandes nell'Italia spagnola

di Angelantonio Spagnoletti

1. «L'Italia regnante» e la Spagna

Nel momento in cui la guerra di Devoluzione e quella contro l'Olanda mostravano chiaramente all'Europa tutta le ambizioni di Luigi XIV e costringevano i sovrani italiani a ripensare al ruolo svolto dalla Spagna sin dai primi anni del XVI secolo nelle vicende della penisola, Gregorio Leti dedicava al re Sole una specie di prontuario dell'Italia vista nelle sue città, nelle sue realtà statuali e in quelle sociali1.

Ma, e il titolo di «L'Italia regnante» dato all'opera lo palesa, in prima evidenza erano nei tre volumi che la compongono i principi che a vario titolo governavano gli Stati della penisola, il numero dei quali si avvicinava alla trentina se si consideravano sia quelli «grandi» che quelli «piccoli». Questi ultimi erano piccoli per la dimensione dei loro Stati, ma in quanto al diritto di sovranità di cui godevano erano uguali ai grandi «mentre battono moneta, danno Leggi, creano officiali, trattano guerra, e pace, fanno ministrare la giustizia, e concedono gratie a loro piacere».

E così il duca di Bracciano, il principe di Bozzolo, il duca di Mirandola, il principe di Monaco, il marchese di Massa, il principe di Piombino, il duca di Novellara, il principe di Masserano, il marchese di Monte, il marchese di Castiglione, il duca di Guastalla, il principe di Paliano, il marchese della Mendola, il marchese di Torreglia, il principe di Palestrina, il principe di Sabbioneta, il principe di Farnese e la repubblica di San Marino contribuivano ad affollare, oltre ogni misura, un panorama che era sovrastato dalla presenza di 11 principi grandi2.

Enorme era, poi, il numero dei «titolati inferiori»: 70 erano i principi, 90 i duchi, 500 i conti e marchesi i quali ultimi, a volte, «compariscono meglio di alcuni sovrani piccoli»3; alla base della piramide aristocratica si collocavano, infine, 20.968 famiglie nobili sì che, asserisce convinto il Leti, non vi era paese al mondo come l'Italia nel quale la nobiltà fosse così numerosa4. Ovviamente la sovrabbondanza che caratterizzava il panorama nobiliare provocava dei momenti di frizione e di scontro tra coloro che pretendevano di trovarsi sullo stesso gradino della gerarchia e della considerazione sociale o tra coloro che ponevano preliminari barriere di etichetta e di «trattamenti» all'intreccio reciproco di relazioni di ordine politico, sociale, economico o anche familiare.

Un principio, però, era in questo campo universalmente accettato e sostenuto con fermezza dalla trattatistica: l'ultimo dei principi sovrani era superiore al primo dei signori sudditi sì che «il saporitissimo Boccalini né suoi ragguagli del Parnaso, va scherzando sopra la questione di precedenza e sopra il titolo di Eccellentissimo tra un Dottore della Repubblica di S. Marino e il Principe di Bisignano, il quale (riflettendo allo stato antico) suol portarsi per idea d'un grandissimo e potentissimo Signore suddito...»5.

Contese queste, che sembrerebbero, tutto sommato, di minore rilevanza rispetto a quelle che già avevano opposto i granduchi di Toscana agli Este e che per gran parte del Seicento contrapposero i Medici ai Savoia che pretendevano il trattamento di «Altezza Reale»6. Esse, però, avvelenavano i rapporti interpersonali tra principi e titolati preoccupati, tutti, di difendere uno spazio politico e una preminenza nella gerarchia sociale che potevano essere platealmente incrinati da tutti quei gesti nei quali si concretizzava nella società aristocratica del tempo la mancanza di rispetto7.

Delle conseguenze di un modo di atteggiarsi che altro non era se non esibizione materiale dello status ricoperto o che si supponeva di godere e che si esprimeva nella polemica sui titoli sono fin troppo piene le cronache del tempo. I figli dell'elettore palatino del Reno in visita a Napoli nel 1683 non furono ricevuti dal viceré che non riteneva di attribuire loro il titolo di «altezza»8; nel 1686 il duca di Mantova, non si abboccò col viceré perché quest'ultimo pretendeva dargli dell'«eccellenza» e di esserne parimenti gratificato «come si praticava anticamente quando i signori d'Italia ancora non avevano assunto il titolo di altezza e si trattavano alla pari col viceré di Napoli e col governatore di Milano col titolo di eccellenza»9.

Le differenze nei trattamenti tra principi sovrani e principi vassalli, tra grandi e piccoli, avevano una ricaduta immediata sulle strategie matrimoniali delle famiglie aristocratiche, molte delle quali ambivano intrecciare relazioni di parentela con signori indipendenti. Tommaso d'Aquino, principe del feudo di Ferolito nel regno di Napoli, annullò nel 1688 il contratto matrimoniale con la figlia del principe di Bisignano per sposare Fulvia, figlia di Alessandro della Mirandola «signor libero in Lombardia, essendo feudatario imperiale»10 mentre, all'opposto, nel maggio dell'anno successivo svanì il matrimonio tra il duca di Castel di Sangro e la sorella del duca di Sermoneta perché quella dama aspirava a convolare a nozze con principi romani e non con i signori del Regno che erano proni ad ogni cenno del viceré11.

Le dispute sulle precedenze, sui titoli e sui trattamenti avevano effetti dirompenti all'interno di una stessa realtà statale e, ancor più, all'interno di un'area come l'Italia, suddivisa in più Stati, ma «coordinata» da una forza come la monarchia iberica la cui influenza sulla penisola, anche al di là dei territori che essa direttamente possedeva, non cessò di essere riconosciuta nemmeno negli anni centrali del XVII secolo. Fu pertanto la Spagna a porsi come autorevole regolatrice delle gerarchie nobiliari e come garante di un sistema di onori che aveva una valenza unitaria all'interno dello spazio territoriale italiano.

A questa incombenza gli Asburgo furono indotti non tanto e non solo dalla necessità di dare sicurezza e autorevolezza alle forme di autorappresentazione di un ceto nelle cui mani erano collocati così largamente potere, ricchezze e onori, ma soprattutto dall'esigenza, fortemente avvertita dalle monarchie assolute del tempo, di disciplinare le turbolenze nobiliari e i conflitti di precedenza, spesso causa scatenante delle prime, con una politica che incanalasse esigenze, ambizioni e puntigli nel più pacifico e controllabile sistema di corte12. Le clientele che si formavano negli ambienti cortigiani non potevano non avere, infatti, un punto di riferimento se non nell'opera di catalogazione, riconoscimento e distribuzione di titoli, onori e uffici che effettuava la grande monarchia.

La vastità dei possessi territoriali degli Asburgo in Italia rendeva facile questo compito: senza intervenire nel cuore dei sistemi fiscali o finanziari di ciascun paese, senza porre alcun ostacolo all'autonomo sviluppo di gruppi burocratici che sempre più numerosi si affollavano nei tribunali e negli apparati di governo, la Spagna costruì un sofisticato sistema di relazioni clientelari, non meno corposo di quello messo in piedi dal papato dell'età barocca, che portava sul terreno delle esigenze della politica imperiale i principi territoriali della penisola, i settori più alti delle aristocrazie di governo, i grandi baroni del regno meridionale.

Garante della pace e del sistema delle relazioni sociali, la Spagna intrecciò sull'intera penisola una trama che non poteva non allettare principi e señores grandes13; in questo modo l'impianto dello Stato assolutistico si realizzava nella penisola sotto forma di egemonia e direzione nei confronti di un'area politica e culturale omogenea la quale, paradossalmente, proprio per la presenza delle numerosissime divisioni territoriali considerava essenziale il continuo rapportarsi ad un arbitro dall'autorità da tutti riconosciuta e che, nello stesso tempo, fosse dispensatore di onori che si potevano conseguire nell'ambito di un più ampio sistema imperiale.

Per tutto il corso del Seicento le attestazioni alla Spagna come potenza che salvaguardava e accettava le specificità dei singoli organismi territoriali e, nello stesso tempo, forniva ai principi le occasioni per collocarsi in una gerarchia degli onori che ne aumentava la capacità di presa sui propri vassalli e sulle proprie strutture cortigiane, non vennero lesinate da storiografi e da uomini politici.

Vero e proprio elogio del sistema di governo spagnolo quale si presentava sulla penisola agli esordi del XVII secolo venne compiuto da P.G. Capriati nella sua Istoria: gli spagnoli, attissimi al governare, mantenevano nell'ozio e nella tranquillità la penisola; i principi minori «per vari rispetti a quella [potestà] assolutamente aderendo, sotto la protezione di lei quietamente si stavano»; i maggiori avevano collocato nella pace i «principali fondamenti del Principato»14. Un senatore veneziano arrivò a dire che era stato solo a seguito dell'intervento spagnolo nella penisola che i principi avevano acquistato parte dei loro Stati (i Medici Firenze e Siena, Genova la Corsica, la Savoia Asti, ecc.)15 e che in tanto lasso di tempo mai erano stati perturbati dalla Spagna, anzi spesso da quella erano stati sollevati.

Fu la crisi del Monferrato, secondo un topos comune agli storiografi del tempo, a porre fine ad una pace pluridecennale; furono le eccessive ambizioni di Carlo Emanuele a ridare voce alle armi che da tempo tacevano e a portare in Italia «inexpiabilis belli clades» oltre che a risvegliare le ambizioni di signori italiani e sovrani esteri16. Quella guerra, infatti, poneva in discussione uno dei princìpi sui quali si era sino ad allora sostenuto il governo della Spagna: non permettere che alcun principe «colla depressione dell'altro» diventasse pericolosamente potentee minacciasse la tranquillità generale17. La guerra, poi, mettendo in pericolo la stabilità degli Stati, poneva seri limiti alla funzione del re di Spagna che per «istabilimento della pace d'Italia, [...] non haveva altro interesse che quello della giustizia, e equità»18.

In altro ambito e a ridosso di altre egemonie si muoveva il già ricordato Gregorio Leti la cui adesione ai disegni di Luigi XIV non gli impediva tuttavia di comprendere la natura e la forza del dominio asburgico sulla penisola: i principi erano stati spesso filofrancesi, ma ora temevano la grande potenza dello Stato del re Cristianissimo che aveva una pericolosa contiguità territoriale con l'Italia19; Milano e Napoli, pur raffigurati simbolicamente come ceppi e catene dei principi italiani, rappresentavano, però, delle barriere contro la Francia che nessun principe italiano sarebbe stato capace di innalzare da solo20.

Ancora, e infine, G.A. Spinola nel 1688 ambasciatore genovese presso il re Cattolico, scriveva alla repubblica che i principi italiani erano legati per tante ragioni alla Spagna da non desiderare novità; a Genova non conveniva abbandonare un porto tranquillo (Spagna) per navigare in un mare aperto che non prometteva altro se non burrasche21.

La pace e una prassi di governo che si muoveva nel senso dell'assolutismo spiegano dunque la considerazione in cui veniva tenuta la potenza spagnola nei differenti Stati della penisola. Ma tale considerazione era rafforzata dall'utilizzo spregiudicato da parte della monarchia asburgica di un sistema unitario e omogeneo degli onori oltre che delle ricompense che, per tutto il Seicento, favorì e rafforzò il lealismo dei ceti nobiliari italiani.

Il regno di Napoli costituiva il grande serbatoio monarchico e feudale della penisola. Le vicende dei primi decenni del Cinquecento e i processi di mercantilizzazione del feudo avevano messo nelle mani dei sovrani spagnoli un formidabile strumento atto a garantire la coesione e la fedeltà delle élites territoriali del paese e per incasellare entro una gerarchia riconoscibile di onori quei soggetti politici che l'angustia dei loro possessi territoriali o la natura cittadina del loro status nobiliare rendevano difficilmente identificabili entro un contesto nel quale l'etichetta era forma e sostanza e il trattamento, commisurato al titolo, dava immediatamente conto della rilevanza sociale del soggetto.

I Farnese, i Medici, i Cybo, i Ludovisi, i Colonna, gli Orsini, i Gonzaga, i Doria, gli Spinola, i Savelli, occupavano principati e baronie nel regno di Napoli22, ricavavano da quel paese rendite e titoli, partecipavano al grande banchetto delle clientele che ruotavano attorno alla monarchia iberica.

I genovesi sono stati fatti segno di un'insistita attenzione da parte della storiografia sul Mezzogiorno d'Italia per la rilevanza della loro presenza nel panorama feudale meridionale, ma si è trattato di un'attenzione che ha privilegiato più gli aspetti legati alla metamorfosi di un ceto sociale che da mercantile si trasforma in baronale23 che quelli afferenti alla collocazione in quel sistema degli onori che il possesso di un feudo comportava. I Doria, a cominciare dal grande ammiraglio, erano conosciuti nelle corti e nella corrispondenza come principi di Melfi; i Grimaldi furono prima marchesi di Campagna e poi principi di Monaco24 e, su un diverso versante, il celebre Ferrante Gonzaga veniva universalmente appellato come principe di Molfetta.

Tutti i genovesi possessori di feudi nel Regno entravano così in un circuito nobiliare che collocava sullo sfondo la propria nobiltà patrizia e faceva emergere un titolo che era spendibile dappertutto nell'Europa delle corti25.

Certo non era solo quell'aspetto a muovere i sudditi di san Giorgio o i principi italiani a partecipare alla corsa all'acquisto o al conseguimento di feudi nel regno meridionale. Il possesso di titoli e baronie poteva rafforzare posizioni di potere nell'ambito dello Stato-metropoli, coagulare forze, risorse e clientele da utilizzare in patria e alle quali si prospettavano impieghi e uffici nei feudi del Regno.

Senza considerare i carichi di grano che dai porti pugliesi e siciliani prendevano il mare diretti a Genova26, si può qui annotare che i serenissimi duchi di Parma e Piacenza prelevavano dai numerosi feudi che possedevano nel Regno il 3,2% delle loro entrate nel 1565 e il 18,25% nel 1593 destinandovi in quell'anno appena l'1,8% delle proprie uscite27 e che nel 1643 il granduca di Toscana chiese al viceré il permesso di assoldare nel suo feudo abruzzese di Capestrano 500 soldati28 o che lo stesso granduca era signore di Policastro, centro distante 15 miglia dal porto di Crotone ove solevano talvolta fare scalo le galere toscane29.

Si può ancora mettere in evidenza come il possesso di «stati» feudali contribuisse a creare clientele locali unite da un filo rosso che collegava il principe straniero ai suoi sudditi regnicoli come si evince da una «Nota dei soggetti che aspirano a governi dell'Abruzzo nel 1688»30, o come si può leggere nell'elenco dei feudatari pubblicato dal Ceci nel quale più di un barone appare servitore del «serenissimo Gran Duca»31.

Ben diverse erano le ragioni della convenienza della Spagna ad annoverare tra i baroni del regno di Napoli principi sovrani italiani.

Hermann Conring, trattando «de regno Neapolitano sub dominio hispanico», constatava come in Italia vi fossero molti nobili, forniti di ricchezze, che acquistavano titoli dal re di Spagna. In queste operazioni si distinguevano i genovesi ai quali i re iberici concedevano innumerevoli feudi sulla base di un triplice ordine di considerazioni.

In primis essi raccoglievano molto denaro vendendo loro «exiguis quibusdam locis», in secondo luogo i re disponevano di «multos homines opulentos» che, a loro piacimento, potevano emungere; infine, i possessi nel Regno obbligavano i genovesi nei confronti della Spagna.

Anche i nipoti dei pontefici, sottolinea il Conring, erano molto interessati ai feudi meridionali: i Barberini, i Pamphili, i Ludovisi, gli Aldobrandini, giunti tutti a grandi ricchezze «beneficio Romani pontiphicis», avevano acquistato beni immobili nel regno napoletano; «hoc modo rex sibi conciliat auctoritatem in aula papae, et capit propterea ingens lucrum»32.

Signori genovesi e baroni romani, il duca di Parma e il granduca di Toscana, il signore del minuscolo ducato di Massa si muovevano tutti sugli immensi spazi feudali del Mezzogiorno facendo compagnia ai discendenti dei vecchi compagni d'arme di Ferdinando il Cattolico e di Carlo V e dei funzionari spagnoli allora trapiantati nel Regno. Essi legavano in questo modo, consapevolmente o inconsapevolmente, le sorti dei paesi di origine a quelle della monarchia iberica.

Le catene d'oro che tenevano avvinta Genova, gli interessi ed i benefici che spingevano i principi romani verso il Regno, come - d'altra parte - la minaccia di sequestro, spesso messa in atto, dei beni feudali farnesiani e medicei al minimo segno di divergenza della politica di quei signori da quella della Spagna33, definivano un complesso reticolo di relazioni che dispensava onori, riconosceva gerarchie e, pure, imponeva un lealismo che coinvolgeva soprattutto i principi e i signori più che le realtà statuali delle quali essi erano espressione.

Le pressioni, miste ai riconoscimenti, erano più pesanti dove forti contiguità esistevano tra le varie formazioni statali della penisola. Se, infatti, una certa estraneità era forse ravvisabile nei comportamenti del granduca rispetto alle logiche imperanti nel sistema feudale meridionale (e in questo senso ci spieghiamo le richieste avanzate nel 1618 e 1619 da università come Reggio o come Cutrò di essere a lui vendute)34, un po' meno in quelli dei Farnese, nati signori feudali prima che duchi di uno Stato sovrano, era soprattutto ai genovesi e ai baroni romani che la Spagna rivolgeva le attenzioni più insistenti.

Il Conring, come più tardi Paolo Mattia Doria, ricorda che i feudi nel Regno non potevano non rendere solidali alla monarchia i nobili genovesi e romani. A proposito di questi ultimi, il Leti aggiunge un ulteriore elemento di chiarimento sul loro rapporto con la monarchia iberica: i principi romani erano accarezzati da tutte le corone che nutrivano l'ambizione di disporre nei sacri palazzi di un proprio partito, «ma gli Spagnoli per le cariche che ten[evano] nel vicino Regno di Napoli colpi[vano] il meglio»35.

Le relazioni internazionali che si intrecciavano attraverso il sistema degli onori erano tipiche dell'età barocca; come i puntigli sulle precedenze e sui titoli palesavano il peso specifico di cui disponeva ciascun potentato, così quegli aristocratici anfibi, con i piedi in due corti diverse, rappresentavano strumento di pressione e di condizionamento nei confronti di realtà territoriali o di precisi ambiti cortigiani nei quali potevano presentarsi esibendo riconoscimenti ottenuti in un altro e più gratificante contesto.

I principi Colonna, tra le credenziali che esibivano in Curia, presentavano anche quella legata all'ufficio di connestabile del regno di Napoli, carica che quasi sempre era solo onorifica ma che in particolari occasioni poteva essere risvegliata e riprendere la sua antica importanza36. In questo modo si spiegano anche le polemiche sugli status degli ambasciatori sulle quali, recentemente, Renata Ago si è soffermata37.

Ma onori, trattamenti e feudi non esaurivano la loro funzione con il semplice riconoscimento di dignità che erano pur sempre esterne a quelle che poteva offrire la realtà politica nazionale di colui che li riceveva, né esaurivano le loro potenzialità nella gratificazione che derivava a famiglie il cui status diventava più facilmente individuabile e quindi più degno di considerazione.

L'intero sistema degli onori edificato dalla Spagna utilizzando la riserva meridionale rispondeva anche ad esigenze di controllo sul Regno. La formazione di una «colonia di Baroni forestieri» composta da romani, genovesi, spagnoli, principi d'Italia aveva anche lo scopo di «creare un ordine opposto a Napolitani» per «opporlo alla potenza de Baroni del Regno, et impedir le Unioni»38.

Anche se, a quanto mi risulta, non si verificarono particolari e significativi episodi di frizione tra baroni che fossero originati dalla diversa provenienza nazionale dei contendenti, né tra comunità e baroni forestieri (la rivolta dei casali di Cosenza contro il granduca va ascritta ad un contesto particolare come quello del 1647-1648)39, ché anzi l'essere infeudate a principi liberi solleticava la vanità e l'orgoglio di molte università40, è da ritenere che la ostentata disponibilità della Spagna a cercar feudatari anche fuori del Regno possa giustificare in un certo modo quanto affermato da Paolo Mattia Doria.

D'altra parte, se con i feudi la monarchia iberica legava a sé Genova ed i principi italiani, non si vede perché tale politica non dovesse essere praticata anche nei confronti dei baroni indigeni; e poi, la presenza nel Regno, paese non dotato di sovrano proprio, di agenti e residenti del granduca, del Farnese, dell'elettore palatino signore di Rocca Guglielma in Terra di Lavoro, non costituiva motivo di soddisfazione per i napoletani stessi41?

2. Titoli e dignità della Spagna imperiale

2.1. L'Ordine del Toson d'oro

Come eredi e discendenti di Filippo IV di Borgogna i sovrani asburgici di Spagna avevano il «magistrato» dell'Ordine del Toson d'oro che potevano conferire a cavalieri che si fossero particolarmente segnalati per valore ed esercizio della virtù. Quest'Ordine raccoglieva pertanto il fior fiore della cavalleria europea costituendo una «confraternita» di illustri soggetti che nella pratica (o nel culto) delle arti cavalleresche trovavano un denominatore comune che superasse le nazionalità di provenienza o i confini statali42. Non Ordine religioso (ma gli insigniti dovevano professare la religione cattolica), né tanto meno militare, l'Ordine del Toson d'oro era il più ragguardevole di quegli Ordini «di collana» che trovarono diffusione presso le corti europee tra XV e XVI secolo.

Il cerimoniale fastoso, minuzioso e denso di simbolismi che accompagnava l'investitura di un nuovo cavaliere sottolineava l'esclusività di un onore che era riservato a pochissimi e poneva in luce il cameratismo, la comunità di intenti, lo spirito di confraternita appunto, che animava coloro che ne erano insigniti. Per di più, il dover essere la preziosa collana col monile raffigurante il vello d'oro, restituita al sovrano al momento della morte dell'insignito, pur se causava a volte imbarazzanti querelles con le famiglie dei cavalieri defunti, testimoniava una volta di più del grande ed esclusivo privilegio di cui veniva a godere colui che poteva indossare quel prezioso gioiello.

Attestazione del possesso di onore e di virtù, il vello, come la croce - già infame patibolo -, era diventato espressione di una nobiltà che non trovava eguali e fu Carlo V, ultimo e autentico rappresentante della tradizione cavalleresca borgognona ad insignire di quella dignità anche i principi sovrani «talché oggidì non è quasi Signor libero in Italia, che di si fatt'Ordine onorato non sia»43.

Una prima sommaria scorsa ai ruoli del Tosone conferma questa affermazione: dall'imperatore furono insigniti Cosimo de' Medici, Emanuele Filiberto, Ottavio Farnese; da Filippo II Guidobaldo da Montefeltro, Francesco de' Medici, Alessandro Farnese, Francesco Maria da Montefeltro, Vincenzo Gonzaga, Vespasiano Gonzaga di Sabbioneta, Pietro de' Medici, Carlo Emanuele di Savoia; con Filippo III toccò a Ranuccio Farnese, Cesare d'Este, Alessandro Pico della Mirandola; Filippo IV insignì tra gli altri Onorato Grimaldi di Monaco e il duca di Modena; Carlo II il principe di Piombino44. A questi si aggiungevano alcuni tra Landi, del Carretto, Santafiora.

Più che segno di una comunanza tra signori e sovrano realizzata all'ombra degli ideali cavallereschi, queste concessioni erano il frutto di un'azione diplomatica che puntava alla formazione di grandi clientele che permettessero il mantenimento di una capacità di intervento su una zona nevralgica dell'Italia e una forma di pressione sui principi che da Firenze in su, in modo più o meno stabile e garantito, erano titolari di una qualche forma di sovranità.

Nessun obbligo teneva avvinti quei principi sovrani al monarca se non quello di essergli «veri e cordiali amici»45, ma è fuori di dubbio che quella collana dovesse legare più di quanto i principi insigniti fossero disposti a credere46 tanto è vero che Carlo Emanuele, irritato con la Spagna per la posizione da questa assunta nella questione del Monferrato riconsegnò platealmente all'ambasciatore di Filippo III la collana del Toson d'oro47 e Ottavio e poi Odoardo Farnese a più riprese indossarono e restituirono il collare secondo le oscillazioni della politica spagnola nei loro confronti48.

La cerimonia del conferimento del Tosone, poi, nel rimarcare la solidarietà e fraternità dei cavalieri, tutti principi rifulgenti di virtù (erano loro con quella collana ad illustrare gli Stati e le città che governavano)49, mostrava a chiare lettere i circuiti delle lealtà che si integravano e si intrecciavano in un reticolo che aveva a capo il sovrano di Madrid.

I nominativi dei cavalieri delegati dal re a rappresentarlo nella cerimonia di investitura ci rendono chiaro quanto appena affermato. Francesco Maria di Montefeltro nel 1586 e nel 1588 Carlo d'Aragona, duca di Terranova (barone siciliano!), ottennero entrambi il Tosone dalle mani del duca di Parma; a sua volta il Terranova insignì nel 1588 Vincenzo Gonzaga. Un altro Terranova ottenne nel 1604 la collana dal duca di Savoia; Ambrogio Spinola, per comprensibili motivi, la conseguì nel 1605 dall'arciduca Alberto; Cesare d'Este e Alessandro della Mirandola da Fernando Gonzaga principe di Molfetta. Camillo Caracciolo, principe di Avellino, fu insignito dal duca di Parma; il marchese di Pescara nel 1605 dal duca di Urbino, il principe Landi dal principe Doria, Carlo Filiberto d'Este dal Landi, e così via50.

Il legame di tipo cavalleresco tra il sovrano, capo dell'Ordine (e non capo di Stato), e i membri di quella «confraternita» era così forte che solo in casi rarissimi, come quelli verificatisi nel 1658 e 1659 a proposito dell'investitura dei principi romani Bernardino Savelli e Francesco Caetani, a rappresentare Filippo IV non fu un altro cavaliere ma l'ambasciatore di Spagna a Roma51. Tutto ciò non può che confermare il dato di fatto che quelle nomine riguardavano sempre e soprattutto clienti della monarchia iberica.

Ma le clientele per potersi sostenere avevano bisogno di essere dirette e organizzate da un patrono potente ed autorevole, e tali furono senza dubbio Carlo V, Filippo II, Filippo III e, per un certo periodo, Filippo IV.

Solo l'autorevolezza di un patrono in grado di svolgere una gratificante politica imperiale e di utilizzare tercios, risorse finanziarie e apparati di prim'ordine, poteva consentire l'allineamento dei principi italiani alle direttive degli Asburgo di Spagna. Solo gli scenari della «Spagna imperiale» potevano spingere i principi sovrani d'Italia ad ambire il collare del Toson d'oro.

Il declino di quella grande potenza nel corso del Seicento si legge agevolmente attraverso i nominativi dei cavalieri insigniti del tosone: pur se mai assenti, i baroni romani, napoletani e siciliani tesero, progressivamente e man mano che ci si inoltrava nella seconda parte del regno di Filippo IV o in quello di Carlo II, a prendere il posto dei principi liberi. Con Filippo IV, su un totale di 29 italiani creati cavalieri da quel re, furono 6 gli appartenenti a dinastie sovrane della penisola; 2 lo furono tra i 27 italiani insigniti del collare da Carlo II: un Ludovisi principe di Piombino (barone a Napoli) e Alessandro Farnese, fratello di Ranuccio II, generalissimo «di tutte le armi marittime della corona»52.

Prima di procedere oltre è pure opportuno evidenziare un altro aspetto relativo alla partecipazione degli italiani all'Ordine del Tosone. Sotto Carlo II almeno 6 furono i cavalieri provenienti dal ducato di Milano, laddove erano 2 sotto il suo predecessore, nessuno sotto Filippo III, Filippo II e Carlo V.

Si assiste in questo modo ad una situazione che configura la perdita di egemonia della Spagna sui principi sovrani dell'Italia centro-settentrionale con il conseguente rinchiudersi delle sue clientele entro orizzonti più marcatamente nazionali.

Le difficoltà incontrate dalla monarchia iberica sugli scacchieri europei la spinsero infatti a rivolgere maggiore attenzione alle élites dei paesi sui quali essa esercitava sovranità: Milano, Napoli e la Sicilia diventavano il vivaio dei cavalieri italiani. Unica e notevole eccezione la sempre rilevante presenza dei baroni romani che, però, erano detentori di innumerevoli feudi e cariche nel regno di Napoli: furono 5 i romani con Filippo III, 6 con Filippo IV, 8 con il suo successore.

L'Ordine tendeva così a diventare sempre più «nazionale»: la collana veniva conferita solo a sudditi del re cattolico e, per questo motivo, diventava mercede di servizi resi ed elemento di fissazione delle gerarchie all'interno di un ceto nobiliare che oscillava tra Roma e Napoli.

Un esame delle motivazioni e dei meriti addotti da coloro che pretendevano le insegne del Toson d'oro mostra chiaramente come quell'Ordine, man mano che diventava sempre più nazionale, servisse a soddisfare ambizioni che ben poco avevano a che fare con una relazione di cavalleresco cameratismo con il sovrano. D'altra parte, che le ricompense attraverso abiti e collari rappresentassero per i monarchi seicenteschi la prassi più seguita per gratificare senza spendere, spesso anzi intascando, è stato rilevato da tutti gli storici che hanno affrontato quelle problematiche53.

La cultura degli onori, diffusa a tutti i livelli nelle élites europee ne presupponeva una sempre più sofisticata divisione e stratificazione54 ma, nello stesso tempo, richiedeva l'esistenza di un numero di soggetti in grado di ricevere gli onori più ampio di quelli che effettivamente ne venivano a godere. In tal modo, i lealismi e le clientele si agglutinavano non solo con il conferimento di croci, abiti e collari, ma con le aspettative sugli stessi. Era la convinzione nutrita con pervicacia, da parte di un principe o di un aristocratico, di poter essere remunerato con il Tosone o con altre simili forme di riconoscimento, a stimolare al servizio verso la monarchia.

Il tutto non si esauriva negli appartamenti del re, ma mobilitava consejos, clientele e famiglie collegate in un gioco in cui l'esibizione dei meriti si accompagnava alle pressioni e alle raccomandazioni. Tutta la famiglia si schierava alle spalle del pretendente, ché il possesso di quell'onore valeva nella scala della considerazione sociale più di tanti feudi. Esso sembrava restituire funzione e dignità ad un'aristocrazia che veniva sempre più allontanata dai gangli del potere; sembrava restituire onore ad uno status che magistrati e apparati burocratici contribuivano ad appannare.

L'essere compagni del re, sottoposti, come tali, direttamente alla sua giurisdizione55 rappresentava l'eccelso traguardo per le ambizioni degli aristocratici che volessero elevarsi sopra la massa o dei grandi signori feudali del Regno e della campagna romana che erano pur sempre inferiori, nella gerarchia degli onori, a un Landi, a uno Sforza di Santafiora, a un Gonzaga di Sabbioneta.

La morte del cavaliere poneva però fine ai privilegi che si legavano al possesso del collare; questo andava restituito al cancelliere dell'Ordine e di quel grande onore goduto spesso non restava se non un ritratto56 e il ricordo di un'esperienza che aveva proiettato la famiglia tutta, all'inseguimento dei fantasmi della cavalleria borgognona, nei luoghi ove più si contava tra Roma, Napoli, Madrid e Vienna.

Lo scadimento nella scala della considerazione sociale all'interno delle élites nobiliari, conseguenza della morte del cavaliere poteva, però, essere evitato tentando di rendere ereditaria quell'onorificenza, obiettivo che perseguirono con discreto successo i siciliani duchi di Terranova57, i romani Colonna, Savelli e Caetani, i napoletani Caracciolo, Carafa e di Tocco; quell'ereditarietà si poteva realizzare anche attraverso la via obliqua della mancata restituzione del collare che ad altro non mirava se non a prefigurare e condizionare un ulteriore conferimento dello stesso.

A volte l'ereditarietà risultava scontata, tanto grande era il prestigio di alcune casate da rendere inevitabile la concessione del Tosone a loro rappresentanti; altre volte erano esse a sollecitarlo come avvenne nel 1697 con Carlo Carafa, marchese di Anzi, che ottenne il Tosone al posto del padre, Francesco Maria principe di Belvedere, che aveva intrapreso la carriera ecclesiastica58.

Tutta una rete di informatori veniva attivata da parte dei pretendenti nel momento in cui si aveva sentore di una nuova infornata di cavalieri e, a tal fine, era importante conoscere il numero di quelli in vita59, appurare se ve ne fossero alcuni con buone probabilità di prossimo decesso e la loro nazionalità, il tutto anche perché era fisso a 50 il numero dei cavalieri e fissa si riteneva pure, anche se non codificata, la rappresentanza espressa dai singoli domini della corona.

Nel 1672 si mosse, invano, il duca di Girifalco per ottenere il Tosone vacato con la morte del duca di Pescara; due anni dopo, la morte del milanese Teobaldo Visconti solleticò le ambizioni del duca d'Atri, Geronimo Acquaviva, validamente appoggiato dallo zio cardinale; a sua volta Cesare Visconti chiese di poter subentrare al padre Teobaldo e nel 1686 il principe di Palestrina impetrò per sé il Tosone già appartenuto al padre. Il principe di Belmonte, da parte sua, ricordò nel 1680 al re che a Napoli erano vacanti 4 Tosoni60 mentre invito a pazientare fu rivolto nel 1684 a Francesco Maria Caracciolo, principe di Avellino, dato che per il regno di Napoli non si disponeva di un numero di Tosoni sufficiente a soddisfare le aspirazioni di tanti pretendenti dai meriti quasi identici61.

E proprio perché quell'Ordine andava assumendo una funzione di garante e di collante del lealismo delle aristocrazie italiane più legate alla Spagna, era sì opportuno andare con i piedi di piombo nella concessione dei collari, ma era anche più che opportuno riconoscere giusti meriti e aspirazioni oltre che dare soddisfazione a quelle casate che avevano servito con fedeltà il monarca o che detenevano posizioni di potere tali da rendere sconsigliabile fornire loro motivi di malumore nei confronti della monarchia.

Così, nel 1675 il Consejo de Estado esortava il sovrano a destinare dei Tosoni ai principi dell'Italia settentrionale al fine di rinsaldarne l'incerto lealismo62, ripetendo in un ambito territoriale più ristretto quella grande infornata che 5 anni addietro aveva portato a conseguire quell'onorificenza, tra i napoletani, il duca d'Andria per i suoi meriti e per gli accidenti che aveva sofferto con suo padre al servizio di S.M. e il duca d'Atri, uomo che alle qualità di cui si fregiava univa la protezione dello zio cardinale. In quella occasione avevano ricevuto il Tosone pure sudditi milanesi come il Visconti e, tra i romani, un Colonna e il principe di Palestrina, quest'ultimo fratello e nipote di cardinali, cognato del Colonna e barone di un grande stato nel Regno di Napoli oltre al principe di Piombino per la «suposicion» della sua persona a Roma e per i meriti conseguiti dalla sua casata63.

Da parte sua il marchese de Las Veles, viceré di Napoli, enumerando nel 1679 al re le casate principali del Regno, ribadiva la convenienza politica di gratificarne alcune del Tosone sebbene non tutte avessero servito con uguale «fineça» né dessero prova nella loro condotta di ugual «iuicio»64.

Sempre più difficile diventava, a questo punto, accontentare i pretendenti, mostrare a tutti i segni della reale benevolenza, ma nell'Italia dei principi un Tosone negato poteva rivelarsi un grave errore di valutazione politica. Per questo motivo nel 1628 Filippo IV aveva tentato di portare le piazze di cavaliere da 50 a 60: la magnificenza della sua corona gli imponeva di manifestare il suo affetto e la sua gratitudine a potentati, principi e señores grandes e a fortificare i vassalli che gli avevano reso importanti servigi in guerra65. Per di più quel numero risultava drammaticamente esiguo da quando anche l'imperatore pretendeva Tosoni per ricompensare i suoi generali che si stavano segnalando nelle guerre danubiane. Ben 17, anche se soprannumerari, ne concesse nel 1689 Carlo II all'imperatore Leopoldo perché li distribuisse66 e questo fatto, se poteva confermare il valore gratificante che aveva assunto quell'Ordine, già «amicabile fraternità e compagnia»67, non poteva non sollevare una serie di preoccupazioni sul destino al quale quell'Ordine poteva andare incontro ora che l'imperatore tornava in forze sulla scena politica internazionale. Le raccomandazioni in favore di propri protetti o la delega del re a rappresentarlo in alcune cerimonie di investitura68 si muovevano nel solco di un lealismo che andava ancora in direzione degli Asburgo di Spagna anche se prefiguravano un diverso orientamento delle lealtà che sarebbe iniziato ben prima della morte di Carlo II.

In ogni caso, il conferimento del collare, sollecitato da cardinali e imperatori, appetito dalle grandi famiglie della nobiltà centro-meridionale, con il definire e riconoscere gerarchie all'interno dell'aristocrazia, mostrava come la più alta e più pura nobiltà fosse quella dei cavalieri che più vicini erano alla figura e al cuore del re. Il cerimoniale previsto per l'investitura di Carlo di Tocco è significativo da questo punto di vista: la funzione si doveva svolgere in pubblico con l'intervento di tutta la nobiltà di Napoli che in corteo si doveva conferire nella chiesa dove avveniva la vestizione. Una volta terminata la cerimonia, i cavalieri dovevano passeggiare per la città esibendo i loro Tosoni69.

Da una parte si ponevano, dunque, i meriti esibiti e riconosciuti dalla corona e, dall'altra, il peso specifico goduto all'interno della società aristocratica. Una serie di certezze più che di prerogative si accompagnava al Tosone e queste certezze potevano produrre, oltre che le solite questioni di precedenza70, rumorose dimostrazioni di lealismo nei confronti dell'Asburgo di Spagna.

2.2. Il Grandato di Toscana

Scrive Gregorio Rosso che quando nel 1535 Carlo V si portò a Napoli, di ritorno dall'impresa di Tunisi, gli si presentò un numero esorbitante di titolati che chiedevano il privilegio di coprirsi al suo cospetto; ma l'imperatore «fece partialità di alcuni», concedendo tale prerogativa a pochi né si sa se «di [quei] Signori che si sono coperti nello Regno[...] fore dello Regno l'Imperatore li farà coprire»71.

Il grandato di Spagna, del quale una delle più rilevanti attribuzioni era il diritto concesso a chi ne fosse insignito di restare a capo scoperto in presenza del sovrano, costituiva una di quelle distinzioni onorifiche tipiche della monarchia iberica che esaltava «le più sottili distinzioni di rango senza associarle ad un ben preciso potere»72. Tuttavia, a differenza del Toson d'oro, ordine «imperiale» del quale si fregiavano anche principi clienti o alleati ma estranei alla rete del dominio diretto della monarchia, il grandato sembra assumere caratteri nazionali configurandosi come premio o riconoscimento dello status delle élites interne e di quelle ad esse più facilmente assimilabili (i baroni romani). Ma su tali questioni ci sarà agio di soffermarsi in seguito; importante mi pare per ora evidenziare alcuni aspetti che più si richiamano allo spirito di questo lavoro ricorrendo ad alcuni scrittori precedentemente citati.

Paolo Mattia Doria afferma che la dignità di Grande fu dagli spagnoli posta in tanta reputazione che «sopra li Principi d'Italia medesimi fossero [i Grandi] riputati»; questo «fu per un tratto di politica pensato a fine di allettare li Baroni [napoletani] con questa pretenzione, facendoli in questa guisa star contenti, e vani della loro qualità...»73.

Meno partigiano appare J.G. Imhof il quale si limita a cogliere l'essenza di quella distinzione: coloro che erano rivestiti del grandato pretendevano trattamento uguale a quello riservato ai principi sovrani di modo che essi disputavano «la presence et le pas au duc de Savoje, aux autres Princes d'Italie, et a ceux d'Allemagne»74. Ancora, concludendo con l'immancabile Leti, «i Grandi di Spagna [anche di fronte al granduca e al duca di Savoia] non costumavano dare altro titolo che quello che ricevevano»75.

La questione del trattamento si legava, dunque, al possesso del grandato: essere pari ai principi sovrani costituiva per i señores grandes il più alto riconoscimento della propria qualità. La familiarità col re, simboleggiata dal restare a capo coperto al suo cospetto, serviva a definire una gerarchia in cui ciò che contava non era la funzione di governo o il possesso di uno Stato sovrano, ma il godimento di un onore e di una prerogativa che faceva riferimento ancora una volta al monarca come primus inter pares o come capo di una «confraternita». In questo modo il grandato, pur se si accompagnava a non trascurabili privilegi di natura giudiziaria, concesso con una liberalità maggiore rispetto al Tosone, costituiva lo strumento per mantenere stabilmente certe prerogative all'interno di una famiglia. Per questo motivo ci si muoveva per ottenere un grandato non personale ma perpetuo o almeno estensibile per più vite.

L'agone aristocratico imponeva il puntiglio sul trattamento; le grandi ricchezze, il possesso di feudi servivano nella società cortigiana che ruotava tra Madrid, Napoli e Roma a rendere legittime le pretese, a sostenere le ambizioni, a costruire reti clientelari che potessero validamente suffragare il carattere di principi quasi sovrani dei pretendenti. Di ciò erano ben consci gli Orsini i quali nel 1684, nella persona di Mario Matteo, rivendicarono il grandato, visto che l'imperatore, le regine di Polonia e di Francia, il papa, il Sacro Collegio, i principi d'Italia, gli ambasciatori del re «sempre [avevano] trattato la sua casa superiormente a quello che [usavano] con gli altri duchi e baroni romani e napoletani» che non erano Grandi76.

L'essere ai vertici della nobiltà, il venir considerati come i vassalli più benemeriti e potenti del re serviva ai Grandi per conservare una presa sulla monarchia che, se non si manteneva salda come agli esordi dell'età moderna, non era tuttavia così labile come potrebbe risultare da una visione che assegni agli apparati burocratici un ruolo fondamentale nei processi di costruzione degli Stati assoluti.  

Certo, i sovrani non erano sempre condiscendenti nei confronti delle pretese dei Grandi: Filippo III vietò loro il titolo di «eccellenza» quando si trovavano nei domini fiamminghi o italiani della corona perché quel titolo spettava a viceré e governatori77. Ma nel rigido e minuzioso cerimoniale delle corti dell'età barocca conveniva anche al re che i suoi rappresentanti godessero di segni di distinzione inusitati.

Il duca di Giovinazzo Domenico Giudice, le vicende del quale saranno esaminate più partitamente in seguito, ambasciatore del suo re presso la corte di Francia, fece lunga e vana anticamera presso Luigi XIV perché non insignito del titolo di Grande di Spagna78; viceversa gli ambasciatori spagnoli a Roma risolvevano delicate questioni di trattamento con i nipoti dei pontefici attribuendo loro la qualifica di Grandi79.

Il trattamento era il segno visibile della considerazione della quale si godeva presso il sovrano, serviva a costruire gerarchie e a stabilire interrelazioni, illuminava sia coloro che ricevevano la dignità che colui che la conferiva, rappresentava un modo per caratterizzare in senso di patronage il potere del sovrano.

Quando alcuni cavalieri del Toson d'oro affermarono - siamo nel 1755! - che il grandato era un onore che il re dispensava a suo beneplacito «que con decir esto està dicho todo»80 coglievano appieno l'aspetto cavalleresco che quell'onorificenza metteva in risalto: i sogni dell'aristocrazia di poter contare come ceto nel governo dello Stato si erano ormai infranti da tempo, ma non quello di godere influenza nella corte e negli appartamenti del re ove ancora si dispensavano onori, cariche e pensioni.

Che il sovrano avesse bisogno dei suoi Grandi e viceversa81 era un assioma di elementare evidenza nello Stato assolutistico e il gesto compiuto nel 1703 da 4 Grandi napoletani di andare a coprirsi di fronte al fresco re Filippo V rivestiva un significato che a nessuno poteva sfuggire: si trattava di un riconoscimento reciproco che legava in un vincolo di lealtà il nuovo monarca a coloro che si dichiaravano suoi più vicini e fedeli vassalli82.

Domenico Giudice, duca di Giovinazzo e principe di Cellamare, nato nel 1637, era uno di quei fedeli vassalli del re che aveva dedicato la propria vita al servizio della monarchia non trascurando di accompagnare al sempre ostentato lealismo tutte quelle pratiche che potevano innalzare la sua casata e farne un punto di riferimento per quei nobili che avessero bisogno di protezioni e di aderenze che consentissero loro più facili accessi ai titoli ed agli onori che la munifica monarchia dispensava.

La letteratura sull'Italia spagnola del secondo Seicento riporta sovente il nome del duca di Giovinazzo83; le cronache ne tratteggiano la figura come quella di un personaggio potente, alle prese pur egli con problemi di status o di collocazione nella gerarchia degli onori, e ne mettono sempre in evidenza la capacità di muoversi con disinvoltura sullo scenario della corte di Madrid come su quello delle altre corti italiane ed europee.

Ambasciatore a Torino, a Roma, in Francia e in Portogallo, viceré d'Aragona, presente nei Consejos di guerra e d'Italia, padre di due figli morti sotto le bandiere di Spagna nella guerra della «Grande Alleanza», fratello di un cardinale membro del Consejo de Estado e che nel 1702 sarà viceré in Sicilia, Domenico rappresentava la tipica figura del grande aristocratico colmo di onori ed uffici, a suo agio nei consejos come nelle anticamere del re, al quale mancava però l'ultima qualificazione, quella che istituzionalizzava il grado di familiarità col monarca e rendeva edotta l'Europa tutta del possesso di prerogative che si trasformavano in dignità. Il 23 dicembre 1697 al nostro fu riconosciuto il trattamento di Grande di Spagna per sé, i suoi figli ed i suoi successori in linea diretta84.

L'innalzamento nella considerazione sociale che quella dignità comportava aveva riflessi anche sul piano degli equilibri interni alla stessa nobiltà, quella napoletana nel nostro caso, e di quelli, ancor più delicati, tra togati ed aristocratici.

Così, come riporta il sempre ben informato Domenico Confuorto, il principe di Santobuono, fresco Grande di Spagna, che attendeva di essere ricevuto dal viceré, non fu salutato dal giudice Ciaves col titolo di «eccellenza». Le successive scuse fatte dal togato mostrarono a tutti che «il signor principe si [era] posto in possesso di cotal titolo nell'anticamera del signor viceré»85.

Anche la distinzione tra grandato concesso per una vita, per più vite o in perpetuo serviva a creare ulteriori gerarchie ed era il segno più che della minore o maggiore consistenza della dignità di cui si era rivestiti, della capacità di mobilitare patroni e clientele, di tessere trame che arrivavano a coinvolgere anche i principi sovrani d'Italia sino a sfiorare i membri della famiglia reale.

Dalla distribuzione a piene mani che, nel corso del 1697, si fece di quel titolo fu tenuto fuori il principe di Avellino benché egli si fosse recato a Madrid per conseguire tal effetto; il principe di Santobuono e il duca di Maddaloni, da parte loro, ottennero trattamento di Grande solo per la propria persona.

Andò meglio a Tommaso d'Aquino, principe di Castiglione, che ricevette il grandato perpetuo, il che ispirò al Confuorto alcune sapide considerazioni: Tommaso, figlio di don Loise, povero dottore innalzato dalla vedova del principe di Castiglione donna Giovanna Battista d'Aquino, aveva ottenuto ciò che non avevano conseguito, pur impiegando sforzi, spese e favori il duca d'Atri, il principe di Avellino, il principe di Santobuono, il duca d'Andria e il duca di Maddaloni. Il felice esito della richiesta del principe Tommaso era stato determinato dal suo matrimonio con Fulvia Pica, figlia di Alessandro II duca della Mirandola, cavaliere del Toson d'oro e «principe assoluto», e di Beatrice d'Este. I due figli nati da quel matrimonio erano «agnati» dai primi principi d'Italia. Non solo, a sostegno delle pretese di Tommaso si erano mossi la duchessa di Parma, sorella della regina di Spagna e 60.000 ducati elargiti a chi di dovere86.

Un grande circuito si era saldato attorno al figlio dell'umile dottore: il d'Aquino ottenne una dignità che in quella circostanza non era stata riconosciuta ad antiche casate feudali del Regno in quanto appoggiata a un rapporto di parentela con un principe come quello di Mirandola, minuscolo ma sovrano e quindi superiore nella gerarchia nobiliare al principe Caracciolo di Avellino o al duca Carafa d'Andria. Che il grandato di Spagna rendesse pari ai principi sovrani era concetto che nessuno metteva in discussione, ma c'erano anche coloro che erano più grandi degli altri.

3. Principi e Signori tra due lealtà

Se a tutti era chiaro che «niente sorregge[va] meglio gli imperi come la prodigalità»87 era pur vero che ad essa si doveva accompagnare il lealismo di coloro che ne erano destinatari. Ma, nel momento in cui l'impero si trovava ad avere due padroni che utilizzavano lo stesso sistema degli onori, il problema delle lealtà diventava lacerante e dirompente. Era in occasioni come queste che le grandi clientele, la pacata e paziente tessitura di trame matrimoniali, la frequenza e il contatto con le corti e con i principi sovrani sembravano cedere il passo ad iniziative personali che, nel rivangare onori e meriti passati oltre che impegni presenti, evidenziavano un grado di sfiducia nei soliti e consolidati canali di promozione sociale. Il tutto portava al frequente passaggio di campo dall'uno all'altro padrone.

Fu quello che avvenne nel corso della guerra di Successione spagnola88 la quale, con la contesa sull'eredità imperiale degli Asburgo di Spagna tra Filippo duca d'Angiò e l'arciduca Carlo, provocò, oltre alla comprensibile inflazione e duplicazione dei titoli, un'ambigua politica delle lealtà tra principi e, soprattutto, tra signori grandi. Tutti affidavano all'uno o all'altro pretendente i sogni di un innalzamento che avrebbe testimoniato della loro intrinsichezza col potere monarchico e del possesso di una dignità che, anche se conseguita in numerosa compagnia, li avrebbe posti al vertice delle gerarchie nobiliari.

L'equiparazione tra pari di Francia e Grandi di Spagna solleticava ancor di più le ambizioni; ricevere a Versailles lo stesso trattamento riservato ai pari giustificava qualsiasi sacrificio, comprese le più disinvolte diserzioni.

Marino Francesco Maria Caracciolo principe di Avellino fu uno di coloro che praticarono il cambio delle lealtà: seguace di Filippo V pretese per sé il grandato ma, non ottenutolo, andò a militare nel ducato di Milano con un reggimento assoldato a sue spese senza per questo conseguire quei meriti che agli occhi del sovrano avrebbero potuto procurargli quell'ambito riconoscimento. Il principe passò, pertanto, dalla parte dell'imperatore che lo insignì del grandato89.

Domenico Giudice nelle contingenze di quegli anni aggiunse ulteriori meriti a quelli che già possedeva: Filippo, riconosciutigli il sacrificio di beni, «stati» e «quantiosa hacienda» sofferto nell'occupazione del regno di Napoli da parte degli imperiali, la dura prigionia patita dal figlio nel castello di Milano, la perdita di tutti i benefici napoletani del fratello cardinale, gli conferì il grandato per tre vite90.

E, come a lui, l'Angiò dispensò il grandato ad una pletora di baroni e ancor più ne avrebbe concesso se «la moltitudine e la indiscretezza delle domande e le antiche scissioni dei napoletani invidiosi l'un dell'altro non lo avessero disgustato»91.

Stesso comportamento fu tenuto da Carlo quando nel 1707 successe a Napoli all'Angiò: aboliti tutti i titoli concessi dal suo predecessore, egli fece una notevole distribuzione di grandati «né sempre collocò degnamente i suoi benefici, il che suol avvenire ogni volta che ad un partito ne subentra un altro»92.

La concessione di titoli e dignità non era solo una ricompensa per i vassalli più fedeli ma era anche il segno di una potenza e di una capacità di conferire grazie da parte di una figura che legittimamente era assisa su un trono; per questo motivo il nuovo sovrano annullò le dignità conferite dal predecessore usurpatore; per questo motivo il sovrano, chiunque esso fosse, nelle circostanze in cui era in dubbio la sua legittimità, largheggiava in concessioni.

I danni che una politica di tal fatta provocava nello strutturarsi delle gerarchie sociali apparivano solo più tardi, quando si erano ormai ricostruiti e riattivati i canali clientelari e cortigiani che conducevano direttamente al re, ma nel corso di una guerra dinastica come quella del 1701-1713 era importante per i contendenti maneggiare con larghezza l'arma in grado di sanzionare la propria legittimità e, nello stesso tempo, di creare consenso all'interno delle élites nobiliari.

Le vicende dei Grandi di Spagna, insigniti di una dignità nazionale, come quelle dei cavalieri dell'Ordine imperiale del Toson d'oro, mostrano a chiare lettere quali fossero, in quegli anni, le scelte quasi obbligate dei sovrani (anche perché in termini monetari quelle non costavano nulla)93; esse fanno risaltare il ruolo del sovrano come dispensatore di onori che legittimava una gerarchia che a sua volta si poneva come struttura legittimante nei suoi confronti.      

Ben 91 erano i cavalieri del Tosone, fra i quali molti nominati contemporaneamente dai due contendenti, che si supponevano in vita nel 1706; di questi poco meno di 50 riconoscevano l'autorità del re Filippo94; nel 1715 una giunta di cavalieri sottolineava che l'arciduca, come preteso capo e sovrano, aveva distribuito Tosoni, che cavalieri creati a suo tempo da Carlo II riconoscevano l'Asburgo d'Austria, che il principe elettore di Baviera, già insignito del Tosone dal re, ne aveva ricevuto un altro dall'arciduca95.

In questo modo le legittimità interagivano: agli occhi dei cavalieri il fatto che un monarca dispensasse onori e titoli era la prova più certa della sua legittimità; viceversa, ranghi sociali, gerarchie, onori definivano le frange più alte delle élites, le inserivano in un circuito del quale a pari titolo facevano parte principi sovrani e signori vassalli.

Anche per questo motivo la dinamica del conferimento degli onori nella società di antico regime si muoveva sulla base di una contraddizione insanabile: l'aristocratico riteneva di meritare onori quasi esclusivi, brigava per entrare a far parte delle «confraternite» nobiliari, approfittava dei momenti di crisi o di bisogno della monarchia per farlo ma, nello stesso tempo, si rendeva conto che l'ingresso suo e di altri provocava una dequalificazione dell'ordine o della dignità; ne conseguiva che, una volta raggiunto il suo scopo, si mostrava il più tenace assertore della chiusura e del rispetto dei vecchi e restrittivi statuti.

In uguali contraddizioni si poneva il sovrano il quale doveva fare i conti con le esigenze generali dello Stato ma, anche, doveva permettere a coloro che grazie a quelle esigenze erano entrati nei circuiti degli ordini e degli onori, di farsi i paladini del carattere chiuso ed esclusivo delle dignità che aveva conferito a piene mani.

Nel settembre 1715, quando le grandi esigenze erano venute meno, toccò a Filippo V sorbirsi dal cancelliere dell'Ordine del Tosone la lezione che «antiguas ordenes militares honorificas meramente descaecieron y se perdieron por razon de la muchedumbre de los que se admitian a ellas»96.

Furono questi i motivi che indussero ad uno spostamento sempre più verso l'alto della soglia dell'onorevolezza, furono queste le ragioni che facevano di «quei Grandi che non se ne veggono adornato il petto [dal Tosone] appunto come un Gran Capitano in una piazza senza Spada»97.

La morte di Carlo II di Asburgo aveva contribuito ad aggiungere ulteriori elementi di turbativa all'interno del sistema degli onori oltre quelli che derivavano dal più o meno ampio restringimento dei criteri per l'ammissione ai titoli e alle dignità. Ma già la lunga agonia del re, la ripresa dell'Impero e la spinta austriaca verso i Balcani avevano prodotto una notevole pressione su quel sistema.

La biografia di Antonio Carafa ce ne dà conto e serve a riportare la nostra attenzione sullo scenario italiano e su quei principi e signori che lo popolavano.

Appartenente ad un casato che annoverava in numero copioso Grandi di Spagna e cavalieri del Tosone, Antonio fu un valente quanto crudele condottiero al servizio degli Asburgo d'Austria impegnati nelle guerre che avrebbero portato alla conquista della Transilvania98. Ma le onorificenze che poteva concedere l'imperatore apparivano inadeguate a remunerare sufficientemente il Carafa che mise in moto tutte le sue relazioni per ottenere quei riconoscimenti che solo l'Asburgo di Spagna era in grado di conferire.

Dopo aver speso a Madrid centinaia di migliaia di doble per procurarsi il grandato99, nel 1687 Antonio ottenne il Toson d'oro. Scrivendo di lui alla regina Marianna, l'ambasciatore del re di Spagna presso Leopoldo, disse che era opportuno decorare del Tosone un siffatto guerriero come già si praticava con i principi tedeschi e con altri uomini degni per possesso di virtù militari e per «civili prudentia» anche perché bisognava fare in modo che «in eo obsequium erga Hispanum nomen [non] tepescat».

La Spagna avvertiva in questo periodo come la rinnovata potenza dell'Impero potesse invadere anche il campo di quel sistema degli onori che essa padroneggiava fin dal XVI secolo e corse ai ripari cercando di attrarre il Carafa nella sua sfera d'influenza.

Le vicende immediatamente successive al conferimento del Tosone smentirono tuttavia i calcoli di Madrid e mostrarono come ormai le solite gratificazioni non riuscissero più a tenere salde le clientele principesche e aristocratiche attorno al nome di Spagna.

Antonio Carafa fu, infatti, legato imperiale a Milano nel 1691 e in tale veste ricevette moltissimi principi italiani in angustie per rivolte, sollevamenti di popoli, contese familiari come Vincenzo e Francesco Gonzaga di Guastalla, il principe di Castiglione, il conte di Novellara, Brigida Pica di Mirandola, il duca di Sabbioneta, il principe di Massa e Carrara100. Tutti si riconobbero fedeli vassalli dell'imperatore e lo erano anche 50-80-100 anni prima101. Ma allora avevano preferito rivolgersi alla Spagna, dispensatrice di certezze, pensioni, guarnigioni e Tosoni.

Il declino della potenza spagnola e la lunga crisi della sua capacità di direzione sulle vicende della penisola avevano, come è naturale, avuto dei riflessi anche sui processi di omogeneizzazione delle élites che essa aveva favorito e praticato con successo almeno fino alla metà del Seicento. La guerra di Messina, ha affermato Galasso102, segnò l'inizio di un processo di distacco inarrestabile dal lealismo nei confronti della Spagna che nasceva soprattutto dalla percezione dello scaduto ruolo internazionale svolto dalla potenza iberica, ma fu anche una delle ultime occasioni in cui a piene mani da Madrid furono distribuiti titoli e abiti a sostenere pericolanti lealtà. In quegli anni il sistema degli onori controllato dalla Spagna assolse ancora al suo compito essenziale consentendo un controllo del territorio attraverso la gratificazione di coloro che quel controllo esercitavano in prima persona.

La biografia del fiero Carafa e lo scontro delle lealtà attorno a Filippo d'Angiò e all'arciduca Carlo assieme al sostanziale riorientamento delle lealtà in direzione degli Asburgo d'Austria mostrano a chiare lettere tutta la valenza politica di una strategia tesa all'allargamento del consenso aristocratico attorno alla monarchia, spagnola o austriaca, e - sia detto per inciso in questa sede - la sua massima produttività quando questa si incrociava con ancor più sofisticate strategie familiari.

La consultazione dei fondi archivistici spagnoli è stata resa possibile grazie ad un contributo del Consiglio d'Amministrazione dell'Università di Bari.

Note

1. G. Leti, L'Italia Regnante, o vero Nova Descritione dello Stato presente di tutti Principati e Republiche d'Italia, Genova, 1675. Luigi XIV, nella «Lettera dedicatoria» dell'autore, è visto come il discendente di quei re franchi che in più occasioni avevano scacciato i barbari dall'Italia conservando «alla Religione la fede, a' Prencipi Italiani gli Stati, e a' popoli dell'Italia il possesso delle proprie facoltà». Sull'autore cfr. F. Barcia, Gregorio Leti: informatore politico dei principi italiani, Milano, 1987 e Id., Un politico dell'età barocca: Gregorio Leti, Milano, 1983.

2. Ivi, vol. I, pp. 242-243.

3. Ivi, vol. I, p. 244.

4. G. Leti, Il cerimoniale historico, e politico, Amsterdam, 1685, vol. III, p. 183 e 186.

5. G.B. De Luca, Il Dottor volgare, overo Compendio di tutta la legge civile, canonica, feudale e municipale, Roma, 1673, pp. 140-141.

6. Indicazioni su tali questioni in B. Anatra, L'affermazione dell'egemonia spagnola e gli stati italiani, in «Storia della società italiana», vol. X, Milano, 1987, pp. 63-101, pp. 67-68. Per il Leti il granduca godeva di un titolo di «dignità», il Savoia di solo «onore» (G. Leti, Il cerimoniale, cit., vol. IV, p. 384). Lo stesso autore ricostruisce i motivi per i quali i Savoia giunsero a fregiarsi del trattamento di «Altezza reale». «Prima» a loro si dava il titolo di «Serenissimi», agli altri principi italiani quello di «Eccellenza» e ai cardinali quello di «Illustrissimi». Il pontefice Urbano VIII per soddisfare l'ambizione dei suoi nipoti ordinò che ai cardinali si desse dell'«Eminenza» provocando la reazione dei principi che, per non essere da meno, si attribuirono quello di «Serenissimi». Il duca di Savoia per distinguersi dagli altri si arrogò il trattamento di «Altezza Reale». G. Leti, Dialoghi politici, o vero la politica che usano in questi tempi i principi e republiche italiane, Ginevra, 1666, vol. II, p. 490. La motivazione giuridica che accompagnò il nuovo trattamento era ricondotta all'assunzione, nel 1632, del titolo di re di Cipro da parte di Vittorio Amedeo I. È da ricordare che «Altezza Reale» era un trattamento, non un titolo. Cfr., a questo riguardo, E.E. Clerici, Del trattamento di altezza, in «Rivista araldica», LXXXIII, 1985, pp. 24-29. Si veda ora pure D. Frigo, Principe, ambasciatori e «jus gentium». L'amministrazione della politica estera nel Piemonte del Settecento, Roma, 1991, specie le pp. 269- 281.

7. Non superflui, credo, i riferimenti su questi problemi a C. Donati, L'idea di nobiltà in Italia. Secoli XIV-XVIII, Roma-Bari, 1988 e a V.G. Kiernan, Il duello. Onore e aristocrazia nella storia europea, Venezia, 1991.

8. D. Confuorto, Giornali di Napoli dal MDCLXXIX al MDCIC, (a cura di) di N. Nicolini, vol. I, Napoli, 1930, pp. 96-97. Anche i togati usavano praticare tali puntigli: quando nel febbraio 1690 il principe di Neuburg ed elettore palatino soggiornò a Napoli espunse dal suo giro della città i tribunali perché i ministri si rifiutavano di riceverlo stando in piedi (Ivi, pp. 284-285).

9. Ivi, pp. 148-149.

10. Ivi, pp. 374-375.

11. Ivi, p. 259.

12. N. Elias, La società di corte, Bologna, 1980.

13. L'espressione in Archivo Històrico Nacional, Madrid (d'ora in poi AHN), Estado, leg. 7665/1.

14. Dell'istoria di P.G. Capriati libri dodici nei quali si contengono tutti i movimenti d'arme successi in Italia dal 1613 fino al 1634, Bologna, 1639, pp. 3-4.

15. Ivi, pp. 114-115.

16. G. Ricci, Rerum italicarum sui temporis narrationes, Venezia, 1655, pp. 1-4. Sulla figura del duca sabaudo v. ora P. Merlin, Tra guerre e tornei. La corte sabauda nell'età di Carlo Emanuele I, Torino, 1991.

17. L. Assarino, Delle guerre e successi d'Italia, Torino, 1665, p. 33.

18. G.F. Fossati, Memorie historiche delle guerre d'Italia del secolo presente, Milano, 1640, pp. 1 e 22.

19. G. Leti, L'Italia regnante, cit., vol. I, pp. 346-347.

20. Id., Dialoghi politici, cit., vol. I, p. 447.

21. «Ma se il ricoverarsi ad un qualche seno di mare, tutto che non intieramente sicuro, torna meglio che lo stare nella continua agitazione delle tempeste o nel rischio sempre evidente di battere in uno scoglio, se lo attenersi ad un'ancora, tutto che debole, prevale di lunga mano all'inconveniente di star sottoposti a ricevere tutta la furia del vento e dell'onde, chi non vede che convien fare della necessità virtù e per non potere avere l'ottimo accomodarsi a comportare gli incommodi del minor male». In R. Ciasca, (a cura di), Istruzioni e relazioni degli ambasciatori genovesi, vol. V, Roma, 1957, p. 190.

22. Utili indicazioni sui baroni forestieri nel Regno in G. Ceci, I feudatari napoletani alla fine del sec.XVI, in «Archivio storico per le Province napoletane» (d'ora in poi «Aspn»), XXIV, 1899, pp. 122-138. Particolarmente densa quella presenza in Abruzzo Ultra. Cfr. G. Incarnato, L'evoluzione del possesso feudale in Abruzzo Ultra dal 1500 al 1670, ivi, LXXXIX, 1972, pp. 238-287. Ai feudatari del regno di Napoli appartenenti alla «più alta aristocrazia italiana legata al sistema imperiale spagnolo» fa spesso riferimento M.A. Visceglia, Dislocazione territoriale e dimensione del possessofeudale nel regno di Napoli a metà Cinquecento, in Ead., (a cura di), Signori, patrizi, cavalieri nell'età moderna, Roma-Bari, 1992, pp. 31-75, p. 56 e passim.

23. Per tutti cfr. G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Torino, 1975, pp. 139-197, R. Villari, La rivolta antispagnola a Napoli. Le origini (1585-1647), Bari, 1973. Elenco dei genovesi titolari di entrate feudali nel regno di Napoli tra 1534 e 1637 in G. Coniglio, Il viceregno di Napoli nel secolo XVII, Roma, 1955, pp. 97-103. Utile anche R. Colapietra, Genovesi in Puglia nel Cinque e Seicento, in «Archivio storico pugliese», XXV, 1982, pp. 21-71. Molti genovesi, dando prova di pervicace spirito cittadinesco, si gloriavano di essere arrivati a quei titoli non «per vita servile essercitata nelle Corti dei Principi» o per rapine e ingiustizie ma «col rischio delle facoltà proprie e con l'arti e trafichi onesti...». A. Zilioli, Delle historie memorabili de suoi tempi, Venezia, 1642, p. 180.

24. G. Valente, Il principe di Monaco, l'arciprete di Terlizzi e il vescovo di Giovinazzo, in «Archivio storico pugliese», XLII, 1989, pp. 169-207.

25. Interessanti, a tale proposito, le osservazioni di E. Grendi, Capitazioni e nobiltà genovese, ora in Id., La repubblica aristocratica dei genovesi, Bologna, 1987, pp. 39-40.

26. R. Colapietra, Le rendite dei genovesi nel regno di Napoli in un documento del 1571, in «Critica storica», VII, 1968, pp. 93-101.

27. M.A. Romani, Finanza pubblica e potere politico: il caso dei Farnese (1545-1593), in A. Quondam, (a cura di), Le corti farnesiane di Parma e Piacenza (1545-1622), Roma, 1978, mie elaborazioni sulle pp. 23 e 26. Esempi di relazioni commerciali tra i Farnese e i loro feudi meridionali in G. Masi, Altamura farnesiana, Bari, 1959, p. 163.

28. Documenti sulla storia economica e civile del Regno cavati dal carteggio degli agenti del granduca di Toscana in Napoli dall'anno 1582 sino al 1648, in «Archivio storico italiano», tomo IX, Firenze, 1846, p. 330.

29. E. Cioni, I feudi medicei in Calabria nel secolo XVII, in «Atti del 3° Congresso Storico Calabrese», Napoli, 1964, pp. 149-173. Si veda pure G. Pansini, Gli interessi medicei nel Regno di Napoli e in Calabria nel secolo XVII, ivi, pp. 121-148.

30. Archivio di Stato, Napoli (ASN), Archivio farnesiano, fs. 2091/II, f. 58. In questa nota tra i pretendenti sono registrati sia regnicoli che sudditi parmensi e piacentini. Nel 1698 il duca ottenne dal viceré ennesima licenza di estrazione di cavalli dal Regno senza pagare dazi (Ivi, fs. 2091/I).

31. G. Ceci, I feudatari, cit. Esempi alle pp. 127, 132, 134.

32. H. Conring, Opera, a cura di di J.W. Göbel, Darmstadt, 1970, vol. IV, p. 106.

33. Esempi in Documenti sulla storia economica e civile, cit., p. 190. Si veda anche A. Musi, La rivolta di Masaniello nella scena politica barocca, Napoli, 1989, pp. 49-50. Ancora nel 1701 il duca di Parma si premurò di dichiarare falsa qualsiasi voce intorno ad un preteso ricetto concesso nei suoi feudi meridionali a individui coinvolti in disordini avvenuti a Napoli. Nello stesso anno tutti i baroni romani che possedevano feudi nel Regno si affrettarono ad offrire i loro servigi agli emissari di Filippo V. F. Nicolini, L'Europa durante la guerra di successione di Spagna. Con particolare riguardo alla città e regno di Napoli, vol. III, Napoli, 1939, p. 228 e 318.

34. Documenti sulla storia economica e civile, cit., pp. 276-277.

35. G. Leti, L'Italia regnante, cit., vol. I, p. 349.

36. Il connestabile Lorenzo Onofrio Colonna resse il Regno nel 1687 nell'intervallo tra la morte del marchese del Carpio e l'arrivo del nuovo viceré dispensando a piene mani onori ed uffici. D. Confuorto, Giornali, cit., vol. I, p. 199. Si veda anche G. Galasso, Napoli nel viceregno spagnolo dal 1648 al 1696, in «Storia di Napoli», Napoli, 1976, vol. VI, pp. 299-303.

37. R. Ago, Carriere e clientele nella Roma barocca, Roma-Bari, 1990, passim.

38. P.M. Doria, Relazione dello stato politico, economico e civile del Regno di Napoli nel tempo che è stato governato da i Spagnoli prima dell'Entrata dell'Armi Tedesche in detto Regno, in G. Belgioioso, (a cura di), Manoscritti napoletani di Paolo Mattia Doria, Galatina, 1981, vol. I, p. 56.

39. P.L. Rovito, La rivolta dei notabili. Ordinamenti municipali e dialettica dei ceti in Calabria Citra. 1647-1650, Napoli, 1988, pp. 9-21.

40. G. Masi, Altamura, cit., p. 162.

4 . C. Morandi, (a cura di), Relazioni di ambasciatori sabaudi, genovesi e veneti (1693-1713), «Relazione del cav. G.B. Operti, inviato straordinario presso la corte di Napoli (1697)», Bologna, 1935, p. 27.

42. Cfr. G.F. Pugnatore, Origine del nobilissimo ordine del Tosone, Palermo, 1590; F. Sansovino, Dell'origine de' cavalieri, Venezia, 1570; J.J. Chifflet, Insignia gentilia equitum ordinis velleris aureis, Anversa, 1632. Sul clima culturale che favorì la nascita dell'Ordine, v. J. Huizinga, L'autunno del Medio Evo, Firenze, 1966 che dedica innumerevoli pagine alla sua storia.

43. G. Pugnatore, Origine, cit., p. 183.

44. AHN, Estado, leg. 7679. Si veda anche P. Diana, Principi e gentiluomini italiani cavalieri del Toson d'Oro, in «Rivista araldica», LXI, 1963, pp. 155-158.

45. G. Pugnatore, Origine, cit., p. 117.

46. Difficilmente si sarebbe incontrato monarca o principe - affermava nel 1727 il cancelliere dell'Ordine - parente, amico o confederato dei re cattolici che non avesse ottenuto il Toson d'oro. AHN, Estado, leg. 7672/2.

47. L'episodio viene riportato da L. Assarino, Delle guerre, cit., p. 71. G.F. Fossati attribuisce invece il gesto al malcontento del duca di Savoia che dal suocero Filippo II non aveva ottenuto nessun possedimento territoriale mentre alla infanta Isabella aveva concesso in dote i Paesi Bassi (Memorie historiche, cit., p. 6). Si deve aggiungere che fu proprio Filippo II, a coronamento delle nozze celebratesi a Saragozza tra la figlia Caterina e il duca di Savoia, a insignire quello del Tosone (AHN, Estado, leg. 7660/1, carp. 55).

48. E. Nasalli Rocca, I Farnese, Milano, 1969, p. 81 e 164.

49. F. Sansovino, Dell'origine, cit., p. 139.

50. AHN, Estado, leg. 7661.

51. AHN, Estado, leg. 7689. Il sovrano aveva delegato il principe di Piombino ad investire Francesco Caetani. Questi, che era di età avanzata e poteva essere privato con la morte del «consuelo desta honra», fece presente al re che il Piombino si trovava a Napoli e che se egli si fosse colà recato avrebbe offeso le prerogative dei principi di Montemiletto e della Rocca che avevano più titoli di quello per dirigere la cerimonia. Pertanto, chiese ed ottenne di essere insignito del collare dall'ambasciatore. Il Pugnatore mette in risalto il fatto che i cavalieri venivano investiti dagli Asburgo come duchi di Borgogna e non come re di Spagna tanto è vero che l'araldo portava le insegne borgognone (Origine, cit., p. 110).

52. Il collare concesso nel 1685 al Farnese come la carica di generalissimo che questi ricopriva avevano la funzione di legare Parma alla Spagna. R. Ciasca, (a cura di), Istruzioni, cit., p. 188. Tutti i dati sono elaborati sulla base delle liste contenute in AHN, Estado, leg. 7679.

53. J.A. Maravall, Potere, onore, élites nella Spagna del secolo d'oro, Bologna, 1984, specie le pp. 101-124 (in ogni caso il debito nei confronti del Maravall va oltre le singole pagine citate), L.P. Wright, Gli Ordini militari nella società spagnola del Cinque e Seicento. L'incarnazione istituzionale di una tradizione storica, in M. Rosa, (a cura di), Le origini dell'Europa moderna, Bari, 1977, pp. 97-147 e E. Postigo Castellanos, Honor y privilegio en la corona de Castilla, Madrid, 1988.

54. Fu l'«alluvione di titoli» a spingere molti principi siciliani a richiedere il conseguimento del Tosone per distinguersi nettamente da altri aristocratici che avevano lo stesso titolo. F. Benigno, Aristocrazia e Stato in Sicilia nell'epoca di Filippo III, in M.A. Visceglia, (a cura di), Signori, cit., pp. 76-93, p. 88.

55. Nel 1681 i cavalieri lombardi protestarono contro la lesa giurisdizione che nei loro confronti veniva effettuata dal Senato di Milano. AHN, Estado, leg. 7662/1.

56. Spesso la presenza del Tosone sui ritratti serve a consentire una precisa datazione degli stessi. Cfr. a tale riguardo R. Tamalio, Ferrante Gonzaga alla corte spagnola di Carlo V, Mantova, 1991, pp. 286-287.

57. M. Aymard, Une famille de l'aristocratie sicilienne aux XVIe et XVIIe siècles: les ducs de Terranova, in «Revue historique», 1972, n. 501, t. 247, pp. 29-65.

58. AHN, Estado, leg. 7659/1 e D. Confuorto, Giornali di Napoli, cit., vol. II, Napoli 1931, p. 261.

59. Allorché nel 1642 fu conferito il Toson d'oro a Carlo di Tocco di Montemiletto erano in vita 10 cavalieri italiani. Forse non dispiacerà sapere che a quella data erano viventi 12 tedeschi, 1 polacco, 1 ungherese, 4 fiamminghi e 3 spagnoli. ASN, Archivio di Tocco di Montemiletto, b. 13, fasc. 29.

60. AHN, Estado, leg. 7662/2, carp. n. 22-23.

61. Ivi, carp. 24. Nel 1694 il Tosone fu concesso all'Avellino sul presupposto, rivelatosi infondato, che se ne fosse liberato uno nello Stato di Milano. Nel 1700 altro Caracciolo di Avellino ottenne il Tosone che era stato del lombardo Cesare Vidoni. Ivi, leg. 7681.

62. AHN, Estado, leg. 7658/2.

63. Ivi.

64. Ivi.

65. AHN, Estado, leg. 7658/1, carp. 4 e leg. 7665/1. La richiesta avanzata presso il pontefice di elevare il numero dei cavalieri da 50 a 60 non ottenne esito positivo.

66. AHN, Estado, leg. 7658/1, carp. 4.

67. ASN, Archivio Tocco di Montemiletto, b. 13, fasc. 26, 11 giugno 1664.

68. AHN, Estado, leg. 7658/2. Nel 1699 fu il conte di Celano ad essere raccomandato dall'imperatore. Il Consejo de Estado in quell'anno affermò che erano stati dati molti Tosoni a «interposicion» di Leopoldo (Ivi). Antonio Carafa nel 1687, come già Annibale Gonzaga nel 1657, ottenne la collana dalle mani dell'imperatore.

69. ASN, Archivio di Tocco di Montemiletto, b. 13, fasc. 29. Sulla famiglia v. ora M. Benaiteau, Una nobiltà di lunga durata: strategie e comportamenti dei Tocco di Montemiletto, in M.A. Visceglia, (a cura di), Signori, cit., pp. 193-213.

70. Nel 1662 Fabrizio Carafa principe della Roccella fu insignito del Toson d'oro assieme a Marino Caracciolo principe di Avellino. Nonostante avesse egli ricevuto per primo la cedola regia di investitura, nella cerimonia fu data la precedenza al Caracciolo perché duca di Atripalda (l'Ordine era stato istituito dal duca di Borgogna). B. Aldimari, Historia genealogica della famiglia Carafa, Napoli, 1691, vol. I, p. 291. L'episodio viene riportato da D. A. Parrino, Teatro eroico e politico de' governi de' viceré del Regno di Napoli, t. I, ed. Gravier, Napoli, 1770, p. 387 e 399. È da ricordare che la gerarchia dei cavalieri all'interno dell'Ordine era fissata in relazione all'anzianità nel possesso del collare (AHN, leg. 7660/1, carp. 62).

71. G. Rosso, Istoria delle cose di Napoli sotto l'imperio di Carlo V, in «Raccolta di tutti i più rinomati scrittori dell'istoria generale del Regno di Napoli», ed. Gravier, Napoli, 1770, t. VIII, p. 58. Anche P. Giannone riferisce questa vicenda nella Istoria civile del Regno di Napoli, a cura di A. Marongiu, vol. VI, Napoli, 1971, pp. 18-19. Si veda anche C. Padiglione, Del grandato di Spagna, Napoli, 1908, p. 17.

72. J.P. Labatut, Le nobiltà europee, Bologna, 1982, p. 29; utili anche le pp. 19-20 e 179-182. Sulle prerogative dei Grandi, P. Aguado Bleye, Manual de Historia de España, vol. II, Madrid, 1974, p. 909, F. De Bethencourt, Historia genealogica y hèraldica de la monarquia española, casa Real y Grandes de España, Madrid, 1900, t. II, p. 30; Zeininger de Borja, Contribution à l'histoire de la Grandesse d'Espagne, in «Rivista araldica», L, 1953, pp. 26-33; A. Dominguez Ortiz, Las clases privilegiadas en el Antiguo Régimen, Madrid, 1979, pp. 77-80.

73. P.M. Doria, Relazione, cit., p. 52.

74. J.G. Imhof, Recherches historiques et genealogiques des Grands d'Espagne, Amsterdam, 1707, p. IV dell'introduzione.

75. G. Leti, Il cerimoniale historico, cit., vol. IV, p. 539.

76. AHN, Estado, leg. 7662/2, carp. 26. L'Orsini aggiunse che la sua casa, sebbene romana, era ritenuta spagnola. La ricompensa conseguita avrebbe stimolato principi e baroni romani ad abbracciare il servizio reale (Ivi).

77. G. Maresca, Del Grandato in Italia, in «Rivista araldica», LI, 1953, pp. 101-153, p. 103.

78. D. Confuorto, Il torto e il dritto della nobiltà napoletana. Ho consultato l'edizione manoscritta, segnata 64-F-17, conservata nella Biblioteca Provinciale di Bari, ff. 29t-32.

79. AHN, Estado, leg. 7666, carp. 6.

80. Ibidem.

81. Cfr. quanto, a questo proposito, afferma N. Elias, La società, cit., p. 208. Anche per Elias il mio debito non si esaurisce in questa citazione.

82. A. Bulifon, Giornale del viaggio d'Italia dell'invittissimo e gloriosissimo monarca Filippo V, Napoli, 1703, pp. 31, 37, 39.

83. Sulla famiglia Giudice v. R. Colapietra, Genovesi, cit. e A. Massafra, Terra di Bari. 1550-1600, in «Storia del Mezzogiorno», vol. VII, Napoli, 1986, passim e p. 550.

84. ASN, Archivio Giudice Caracciolo, fs. 8, fasc. 1. Notizie sulla famiglia in J.G. Imhoff, Genealogiae viginti illustrium in Italia familiarum, Amsterdam, 1710, pp. 63-73.

85. D. Confuorto, Giornali, cit., vol. I, p. 196. L'episodio si verificò il 30 novembre 1687. Il principe aveva ottenuto quella dignità grazie all'interessamento di Domenico Giudice, la cui famiglia il Santobuono aveva fatto aggregare al seggio di Capuana.

86. Ivi, vol. II, pp. 256, 258, 285, 335-336.

87. J.A. Maravall, La cultura del barocco, Bologna, 1985, p. 61.

88. Per un'aggiornata rassegna di studi sull'argomento, cfr. V. Leòn Sanz, La dimensiòn civil de la Guerra de Sucesìon española en la historiografìa actual, in «Cuadernos de historia moderna», n. 10, 1989-1990, pp. 183-194.

89. Racconto di varie notizie accadute nella città di Napoli dall'anno 1700 al 1732, in «Aspn», XXI, 1906, p. 437.

90. ASN, Archivio Giudice Caracciolo, b. 8, fasc. 2. Come questo grandato si conciliasse con quello perpetuo già conferito da Carlo II non è dato sapere. Fu solo nel 1720 che la famiglia sottopose al re la contraddizione, ma Filippo V confermò la decisione presa nel 1709 (Ivi, b. 6 ).

91. A. Granito, Storia della congiura del principe di Macchia e dell'occupazione fatta dalle armi austriache del Regno di Napoli nel 1707, Napoli, 1861, vol. I, pp. 246-248. Elenco dei baroni napoletani creati Grandi da Filippo V nel 1703 in B. Candida Gonzaga, Memorie delle famiglie nobili nelle province meridionali d'Italia, Napoli, 1875, rist. anastatica, Bologna, 1969, vol. IV, p. 187. L'autore, erroneamente, attribuisce a Carlo VI le nomine del 1703.

92. A. Granito, Storia, cit., vol. II, p. 184.

93. Nel febbraio 1707 anche la città di Napoli chiese il grandato. In Collaterale il duca di Lauria sostenne che si poteva accogliere la richiesta della «fedelissima» capitale dato che la concessione di quella dignità non era di danno o di pregiudizio al fisco. A. Granito, Storia, cit., vol. II, p. 206.

94. AHN, Estado, leg. 7658/1, carp. 4.

95. AHN, Estado, leg. 7659/1, carp. 1.

96. Ivi.

97. G. Leti, Il cerimoniale, cit., vol. III, p. 503.

98. Su Antonio Carafa fondamentale è G.B. Vico, De rebus gestis Antonj Caraphaei, Napoli, 1716 dal quale qui sono tratte le citazioni testuali (pp. 239-243). Utili pure F. Nicolini, Nuovi studi ad illustrazione del «De rebus gestis Antonii Caraphaei» di Giambattista Vico, in «Aspn», XXV, 1939, pp. 67-137 e B. Croce, Uomini e cose della vecchia Italia, serie I, Bari, 1927, pp. 248-264. G. Benzoni ha curato la voce Antonio Carafa nel volume XIX delDizionario biografico degli Italiani (pp. 479-494).

99. F. Nicolini, Nuovi studi, cit., p. 76.

100. G.B. Vico, De rebus, cit., p. 468.

101. K.O. Von Aretin, L'ordinamento feudale in Italia nel XVI e XVII secolo e le sue ripercussioni sulla politica europea, in «Annali dell'Istituto italo germanico in Trento», IV, 1978, pp. 51-94. Si veda anche M. Verga, Il «sogno spagnolo» di Carlo VI. Alcune considerazioni sulla monarchia asburgica e i domini italiani nella prima metà del Settecento, in C. Mozzarelli-G. Olmi, (a cura di), Il Trentino nel '700 fra Sacro Romano Impero e antichi Stati italiani, Bologna, 1985, pp. 203-261.

102. In Napoli nel viceregno spagnolo, cit., p. 185 ss.