Una nobiltà urbana in età moderna.
Aspetti della morfologia sociale della nobiltà fiorentina

di Jean Boutier

1. Le strutture sociali della nobiltà

La «legge per regolamento della Nobiltà e della Cittadinanza» pubblicata a Firenze il 1° ottobre 1750 «per levare ogni dubbio circa allo stato delle persone, e distinguere chiaramente tralli nostri fedeli sudditi li veri nobili» rappresenta la prima definizione giuridica della nobiltà in Toscana: «Riconoschiamo Nobil esser tutti quelli che posseggono, o hanno posseduto feudi nobili, e tutti quei, che sono ammessi agli Ordini Nobili, o hanno ottenuto la Nobiltà per diplomi nostri e de' nostri antecessori, e finalmente la maggior parte di quei che hanno goduto, o sono habili a godere presentemente il primo, e più distinto onore delle Città Nobili loro Patrie»1. Questa legge, elaborata all'indomani dell'acceso dibattito politico che, intorno a Emmanuel de Richecourt e Pompeo Neri, aveva visto fronteggiarsi fin dal 1745 i maggiori esponenti della Reggenza lorenese2, pur non ricreando dal nulla la nobiltà in Toscana e a Firenze, riusciva tuttavia a modificarne profondamente le basi e le funzioni. Essa ammetteva due gruppi o «classi»: i «nobili patrizi» o patriziato nel quale rientravano a pieno titolo le famiglie che potevano provare la continuità del loro status da almeno duecento anni, e i semplici nobili. In questo modo la lunga tradizione della Firenze repubblicana veniva rispettata ed integrata a più di due secoli di governo monarchico. Un fiorentino era considerato nobile innanzitutto perché erede di una famiglia di cui un avo aveva ricoperto prima della riforma del 1532 la carica di priore, ma anche in quanto beneficiario di una decisione granducale, come la nomina al Senato dei Quarantotto, l'attribuzione di un titolo di nobiltà o l'autorizzazione a fondare una commenda dell'Ordine di S. Stefano. Questa legge però segnava una duplice rottura. Per un verso, e questo è senz'altro l'aspetto più rilevante, la concessione del titolo di nobiltà era a completa discrezione del principe: «L'acquisto della Nobiltà per tutti i tempi avvenire dependerà dal supremo volere nostro, e de' Nostri successori Gran-Duchi (...). Cosicché qualunque volta piacerà a noi, ed ai nostri successori decorare alcuna persona della Nobiltà, dovrà il nostro Segretario di Stato subito speditone il diploma, farlo registrare nel Libro vegliante de' Privilegi»3. Dall'altra parte, la nobiltà fiorentina non era più quel gruppo indistinto, certamente ben conosciuto dai contemporanei - che anzi a più riprese ne avevano redatto ufficiosamente degli elenchi - ma pur sempre un insieme dai contorni sfocati. La legge sanciva infatti una «pubblica descrizione» della nobiltà delegando ad una «deputazione della nobiltà», appositamente costituita, la redazione dei registri originali del patrimonio della nobiltà, presto ribattezzati «Libri d'Oro del Granducato di Toscana». Questi registri rappresentavano ormai l'unica prova della nobiltà delle famiglie dal momento che «tutti gli altri nostri fedeli sudditi non descritti in questi registri dichiaramo non essere, né doversi reputare Nobili, nonostante qualsivoglia Sentenza, Privilegio, Godimento d'Onore, e consuetudine, che si pretendesse allegare»4. Per la prima volta la nobiltà fiorentina diventava un gruppo legalmente riconosciuto e definito, seppur descritto nella totalità delle famiglie che lo componevano piuttosto che nei singoli membri di ciascuna di esse5.

Dal dicembre 1750 - e precisamente dal 6 dicembre, ovvero 12 giorni dopo la pubblicazione della notifica - al settembre del 1752, 414 capifamiglia nobili di Firenze presentarono le prove e pagarono la tassa di 7 lire prevista dalla deputazione6; 378 (93%) lo fecero prima della scadenza del termine legale del 31 dicembre 1751 senza tuttavia affrettarsi ad assolvere a tale obbligo; il fatto che solo 86 tasse (ovvero il 21% del totale) furono pagate nel dicembre del 1751 - e di queste, ben 56 negli ultimi tre giorni del mese - dimostra chiaramente la cautela manifestata dai nobili fiorentini al riguardo. Dobbiamo dunque per questo supporre che lo scopo della legge era quello di una vera e propria epurazione della nobiltà, volta ad escludere «quella turba di famiglie, alle quali i Medici avevano dato, con loro rescritti, il titolo di nobile senz'altra ragione»7? Una simile affermazione corrisponde non al funzionamento effettivo della «descrizione» ma al dibattito politico in corso negli anni Quaranta del Settecento.

Se l'intento del Richecourt8 era quello di eliminare gli usurpatori e i nobili di fresca nomina, gli oppositori della nuova dinastia consideravano il lavoro della Deputazione il frutto di una macchina di guerra contro la nobiltà fiorentina. E certamente la pubblicazione a Napoli nel 1754 della Storia genealogica della nobiltà e cittadinanza di Firenze dell'abate Giuseppe Maria Mecatti9 alimentava e rinforzava questa denuncia. L'autore, protonotario apostolico, cappellano delle armate del re di Spagna e membro dell'Accademia fiorentina, era tra gli esiliati fiorentini che, all'avvento dei Lorena, cercarono protezione presso i Borboni di Napoli10. Uomo colto, si dedicò, quando era segretario del marchese Gabriele Riccardi - uno dei capi del partito filospagnolo a Firenze - a ricerche di storia fiorentina e tradusse in italiano l'Esprit des lois; elementi questi che contribuirono ad aumentare l'importanza di questa pubblicazione, per di più attesa da tempo se già nel febbraio del 1752 a Napoli correva voce che Mecatti stesse preparando un libro contro la legge sulla nobiltà toscana. L'opera, a suo tempo censurata dal Tanucci su richiesta della Reggenza toscana, si divide in 3 parti: una lista delle famiglie nobili fiorentine corredata da brevi notizie di carattere genealogico, poi un «senatorista» o lista dei senatori per ordine cronologico famiglia dopo famiglia, ed infine un «priorista» nel quale erano registrati per famiglie coloro che avevano ottenuto i «primi onori» sotto la Repubblica. Le fonti dell'opera erano certamente attendibili giacché la lista delle famiglie - elemento fondamentale di tutto il dispositivo - riprendeva lo stato delle famiglie nobili di Firenze, redatto nel 1713 da padre Lorenzo Maria Mariani, antiquario di Cosimo III prima e di Giangastone poi11, erudito di indiscutibile competenza e autore, tra l'altro, di uno dei «prioristi» più attendibili della Repubblica fiorentina12. Composta purtroppo in fretta, cosa che l'autore ammette chiaramente13, zeppa di imprecisioni e di inesattezze, quest'arma da combattimento è nei fatti una manipolazione riuscita al di là di ogni aspettativa se ha lasciato tracce importanti anche sulle opere recenti più significative e innovatrici14.

È dunque indispensabile procedere ora ad un esame critico del lavoro della Deputazione per confutare definitivamente questa ipotesi e per proporre su questa base uno studio delle strutture sociali della nobiltà fiorentina. Il confronto tra la lista delle famiglie registrate nel Libro d'Oro e quella che io stesso ho potuto ricostruire per la prima metà del XVIII secolo sulla base di fonti diverse15, non lascia dubbi: la Deputazione non ha operato nessuna epurazione di massa della nobiltà fiorentina. Come ha ampiamente dimostrato M. Verga, la funzione sociale e politica della legge del 1750 era ben altra.

Riesaminiamo ora rapidamente i punti principali dell'analisi che abbiamo già effettuato altrove16 per quanto concerne la lista. Dalla collazione tra la lista pubblicata dal Mecatti con quella da lui copiata pur con evidenti dimenticanze e con l'altra ancora redatta dal Dei nel 1713 su ordine del Granduca17 vien fuori un elenco di 398 famiglie fiorentine nobili ancora esistenti nella prima metà del XVIII secolo. Si noti che in questa lista non figurano 9 famiglie patrizie e 18 nobili che invece sono riportate in quella della Deputazione. Un confronto sistematico rivela che 171 famiglie citate da Mecatti, o dalle sue fonti, non si ritrovano nei registri della Deputazione. Tale discordanza è forse il frutto del suo eccessivo rigore? Certamente no. Innanzitutto Mecatti menziona 55 famiglie che - come precisa nelle avvertenze - sono già estinte nel 1750. A questo gonfiamento fittizio, che tuttavia il lettore può correggere da solo, va aggiunta la presenza di 44 famiglie estintesi tra il 1720 e il 1750. Non resta dunque che un gruppo di 72 famiglie del quale la Deputazione non avrebbe tenuto conto. Bisogna tuttavia notare anche - senza per questo volerne al Mecatti - che tra il 1755 e il 1784 (data in cui venne completato il Libro d'Oro per l'intero territorio del granducato), 53 famiglie che negli anni 1750-1755 non vi figuravano ancora, verranno comunque ammesse a far parte della nobiltà e del patriziato di Firenze. In altri 6 casi, l'assenza dal Libro d'Oro è dovuta a fattori diversi, non imputabili alla Deputazione. In totale dunque sarebbero 13 al massimo le famiglie che possono essere state eliminate dalla Deputazione o che hanno rifiutato di sottoporsi al suo giudizio su poco meno di 300 famiglie esistenti nella metà del XVIII secolo, ovvero circa il 4%18. Un'ulteriore conferma dell'eseguità del numero degli esclusi ci è fornita dallo spoglio delle suppliche19 rivolte alla Reggenza per gli affari di nobiltà e cittadinanza: tra il 1751 e il 1755 vengono presentate alla Deputazione per la nobiltà, 250 domande. Tra esse, solo 24 riguardano famiglie fiorentine che non sono state in grado di «provare» la loro nobiltà; ora, 16 verranno iscritte nei registri del patriziato o della nobiltà nei mesi seguenti. Il che conferma l'ordine di grandezza adottato. Come avevamo già intuito la legge del 1750 cambia, certo, profondamente le regole del gioco politico ma non intacca che marginalmente la perpetuazione di un insieme di famiglie che si dichiarano nobili e che tali vengono riconosciute dalla società contemporanea e, alla fine, attraverso una nuova definizione giuridica di nobiltà, anche dallo Stato.

Se il lavoro della Deputazione risulta diverso dal tipo di «prova di nobiltà» ricercata dalla monarchia francese dei secoli XVI e XVII, l'accurato censimento da essa attuato riguarda unicamente le famiglie fiorentine e non tutte le famiglie nobili residenti a Firenze. Luigi Lorenzi, conte di Lorenzana e balivo di Pescia dell'Ordine di S. Stefano, ministro del re di Francia presso il granduca, è e rimane francese anche se la sua famiglia si è trasferita in Toscana alla fine del XVII secolo; così come Fabio Colloredo, marchese di Santa Sofia e priore della Lunigiana nell'Ordine di S. Stefano, è e rimane friulano malgrado la sua famiglia risieda alla corte granducale da circa due secoli; senza parlare poi dei nobili inglesi quali, qualche anno più tardi, il conte George Nassau Clavering Cooper20. Quasi nessuno dei nobilitati di Francesco Stefano figura nel Libro d'Oro anche se il granduca di Toscana aveva concesso, fin dal 1737, diverse dozzine di diplomi21. Questo censimento nominativo quasi statistico riproduce tuttavia in modo estremamente preciso lo stato della nobiltà fiorentina nella metà del XVIII secolo, cioè due secoli dopo l'ascesa dei Medici al rango ducale prima e granducale poi.

2. Il peso delle origini comunali

Negli anni 1750-1752, vengono iscritte nel Libro d'Oro di Firenze 267 famiglie: quelle di antica discendenza nel patriziato e le altre di origine più moderna nella classe della nobiltà.

Per le famiglie antiche, la prima nomina alla carica di priore delle Arti ottenuta nel periodo repubblicano veniva considerata la prova della loro nobiltà. Questo sistema di selezione poneva tuttavia dei problemi. In questo modo, infatti le istituzioni urbane anteriori agli Ordinamenti di Giustizia non venivano prese in considerazione. Le famiglie dei magnati, cacciati da Firenze alla fine del XIII secolo e nel corso del XIV e tuttavia reintegrati di fatto - come ha recentemente dimostrato C. Klapish - nella quasi totalità al più tardi nel corso del XV secolo, correvano il rischio di una valutazione non corretta della loro situazione o di veder posticipata la data d'inizio della loro nobiltà22; la partecipazione al potere comunale diventava così l'unico criterio di giudizio per stabilire l'appartenenza alle élites urbane. Del resto già nel XVI secolo Vincenzo Borghini aveva avanzato questo tipo di riserva. La nobiltà fiorentina emerge dal Libro d'Oro come un gruppo sociale le cui origini sono radicate in un passato lontano e all'interno del quale non si sono verificati, nel corso dei secoli, profondi movimenti di mobilità sociale.

Antichità delle famiglie nobili fiorentine

Famiglie Dossiers

Magnati e feudatari19 7,1% 23 7,3%

Primo priore nel:

1282-1299 37 13,8% 58 18,3% 1300-1399 77 28,8% 95 30,1%

1400-1499 49 18,3% 51 16,1%

1500-1531 8 3,0% 9 2,8%

senza data 5 1,9% 6 1,9%

secc. XIII-inizi XVI 195 73% 242 76,6%

Principato (1532-1750)

patriziato 20 7,4% 21 6,6%

nobiltà 52 19,4% 53 16,7%

72 26,8% 74 23,3%

Totale 267 100% 316 100%

Ancora a metà Settecento, la nobiltà fiorentina afferma così la propria origine comunale: le famiglie più antiche sono massiciamente quelle più numerose. Firenze, pur non avendo ufficialmente operato alcuna chiusura del gruppo aristocratico, ha prodotto una nobiltà di tipo «veneziano»; le dinamiche che sono alla base del fenomeno sono però sostanzialmente diverse e richiedono almeno tre tipi di analisi.

È quanto mai evidente che per capire appieno la composizione della nobiltà fiorentina a metà del XVIII secolo è necessario ripercorrere le grandi tappe della sua formazione. L'istituzione del regime delle Arti alla fine del XII secolo e nel corso del XIV, domina ancora in pieno Settecento il destino del gruppo la cui antichità segue la curva di entrata di nuove famiglie nell'oligarchia comunale, accompagnandone il rallentamento e il quasi totale arresto verficatosi sicuramente negli anni 1430-145023. L'avvento del principato è caratterizzato da un rinnovamento della mobilità socio-politica, fenomeno fortemente avvertito dai contemporanei e recentemente analizzato con finezza per gli anni 1550-163024; ma di questa seconda fase, che pure interessa l'intero principato, si ritrovano ben poche tracce uno o due secoli più tardi.

Due sono in effetti i fattori fondamentali che determinano la situazione della metà del XVIII secolo: la capacità di resistenza delle famiglie all'usura biologica e l'importanza dell'intervento del Principe nella «circolazione» delle élites.

Generalmente il tasso di estinzione naturale delle famiglie aristocratiche, come già sappiamo da tempo, è forte: in media, nel corso di un secolo25, il 50%. Le élites fiorentine mostrano però di possedere una maggiore capacità di resistenza. Se prendiamo come campione un gruppo numericamente superiore a quello della futura nobiltà granducale, e cioè 325 famiglie di cui almeno un membro sia stato «imborsato» nel «reggimento» del 143326, è gioco forza constatare che almeno 93 (il 29%) figurano ancora nel Libro d'Oro del 1750 contro un effettivo teorico al massimo di una quarantina di unità. Le ragioni di questo fenomeno non possono essere spiegate con qualche specifica «virtù» o con strategie di particolare efficacia, dal momento che la nobiltà fiorentina pratica le stesse strategie delle altre nobiltà della penisola, ad eccezione di una realtà: la «consorteria». Nel XV secolo, uno stesso casato riunisce in effetti sotto il nome di una sola famiglia anche una ventina di rami diversi. Ora le famiglie con più rami hanno una vita più lunga delle altre: tranne un'eccezione, tutte le famiglie con più di venti rami iscritti nel «reggimento» del 1433, sopravvivono ancora nel 1750.

Sopravvivenza delle famiglie iscritte nel «Reggimento» del 1433

1433 1750-1752

Uomini ammessi Famiglie Famiglie esistenti per famiglia

1 88 10 11,4%

da 2 a 5 130 26 20,0% da 6 a 9 61 21 34,4% da 10 a 19 34 25 75,8%

da 20 a 50 12 11 91,7%

325 93 28,6%

L'ampiezza della «consorteria», il numero degli uomini, e dunque dei rami determinano così le possibilità di sopravvivenza di una famiglia. Le famiglie con un solo rappresentante, e quindi di certo a ramo unico, seguono il modello teorico di estinzione; al contrario, le probabilità di sopravvivenza aumentano fino ad arrivare all'illusione dell'immortalità per le famiglie con più esponenti e dunque con un numero maggiore di rami. Ad eccezione dei Baroncelli (23 rami principali nel 1433), tutte le famiglie con almeno 20 membri iscritti nel «reggimento» sopravvissero in effetti fino alla metà del XVIII secolo: gli Albizzi, gli Altoviti, i Bilioti, i Canigiani, i Capponi, i Giugni, i Guasconi, i Peruzzi, i Rucellai, i Rondinelli e gli Strozzi. Tuttavia la loro situazione di arrivo è ben diversa da quella di partenza: con il drastico ridursi fin dal XVI secolo del numero dei rami, conseguenza della pratica del matrimonio ristretto, il meccanismo che aveva permesso loro di sopravvivere si inceppa e la loro «eternità» diventa più che mai incerta.

L'afflusso di nuove famiglie in seno alle élites socio-economiche era andato fortemente diminuendo dalla metà del XV secolo per poi riprendere di nuovo, per canali diversi, nella metà del secolo successivo. Delle 73 famiglie iscritte nel Libro d'Oro la cui nobiltà risale al principato, 46 (il 63%) hanno fornito come prova di nobiltà la fondazione di una commenda dell'Ordine di S. Stefano, 10 (il 14%) un'attestazione granducale, 7 (il 9%) un titolo di nobiltà. Nel nostro caso la mobilità sociale non si attua con le stesse modalità riscontrate per le monarchie assolute: tra il 1532 e il 1737 i vari granduchi di Toscana non conferirono nessuna lettera di nobiltà, e i privilegi da essi concessi di tempo in tempo non erano che il riconoscimento di un stato di fatto già esistente; a differenza di quanto accadeva in altri stati della penisola, in Toscana non si verificò il fenomeno della vendita delle cariche, nobilitanti o no. Non resta dunque che un'unica possibilità anche quantitativamente interessante: l'autorizzazione concessa dal granduca, che è anche gran maestro dell'Ordine di S. Stefano, a fondare una commenda. Tra il 1562 e il 1737, le famiglie fiorentine ne fondarono in effetti 19727; nel 1750 sopravvivono ancora solo una cinquantina di queste famiglie. Sicuramente alcune di esse possedevano già in precedenza lo status nobiliare ma non in numero così rilevante considerando una simile dispersione. In Toscana dunque la durata dell'esistenza delle nuove famiglie sarebbe estremamente breve, il che contribuisce notevolmente a rafforzare l'impressione che, al contrario di quanto accadeva nella maggior parte degli stati europei, lo Stato toscano ha avuto un'influenza marginale sulle dinamiche sociali. In Francia, ad esempio, una percentuale di famiglie nobili, compresa tra i 2/3 e i 3/4, ha alla fine del Settecento soltanto un secolo di antichità.

Non ci è possibile in questa sede procedere ad uno studio globale del fenomeno: ci limiteremo dunque a fornirne solo qualche esempio. Tutte le famiglie dei segretari dei granduchi durante il XVI secolo - una dozzina circa - originari delle piccole città del granducato, si estinsero prima del 1750 ad eccezione dei Marzimedici. Esse riescono difficilmente a sopravvivere per più di un secolo28: così la famiglia di Francesco Campana, segretario fin dal 1532, si estingue nel 1680; quella di Bartolomeo Concini nominato segretario nel 1570, nel 1632; quella di Piero Usimardi di Colle, segretario nel 1587, prima del 1650; quella di Belisario Vinta segretario nel 1587, nel 172929. Ora, in questi casi precisi, la causa della scomparsa della famiglia non è da ricercare in un fallimento economico: tutte infatti, erano dotate di ampi mezzi ed erano in grado di provvedere agevolmente al loro mantenimento anche quando non furono più in stretto contatto col potere centrale. Si tratta quindi di un fatto puramente biologico, ed è la conseguenza inevitabile della pratica del matrimonio ristretto sull'esistenza di una famiglia a ramo unico, che rende estremamente deboli le probabilità di sopravvivenza. È dunque fatale per la nuova nobiltà l'integrazione alla nobiltà antica, ai suoi modelli di comportamento e di valori. Il matrimonio ristretto agisce, inoltre, anche come formidabile fattore di immobilismo sociale. La nobiltà è, senza possibilità di dubbio, il gruppo sociale all'interno del quale la capitalizzazione del tempo, simmetria inversa di quel «bisogno di eternità» che ossessiona tutte le nobiltà italiane dell'epoca moderna - per riprendere il titolo del bel libro di M.A. Visceglia30 - rappresenta uno degli elementi fondamentali del prestigio e del potere sociale. Ma se la profondità genealogica contribuisce a creare delle distinzioni importanti all'interno del gruppo, la forte omogeneità della nobiltà fiorentina costituisce invece un fattore di coesione e di integrazione. A differenza di una monarchia come quella francese dove l'intervento sempre più forte dello Stato nel meccanismo di attribuzione degli statuti sociali31 riesce a modificare in profondità fin dal 1560 la fisionomia della nobiltà, a Firenze sembra prevalere un modello in cui l'azione del potere sovrano è poco incisiva e nel quale la «società civile» disporrebbe di una forza di riproduzione capace di contenere e di limitare le spinte della «società politica» di cui la nuova nobiltà granducale sarebbe l'emanazione.

3. La concentrazione della ricchezza

Oltre alla forte omogeneità della propria origine, la nobiltà fiorentina presenta un secondo fattore, meno prevedibile, di coesione: una notevole concentrazione della ricchezza. A Firenze, almeno fino alla metà del XVIII secolo, i ricchi sono senza possibilità di errore i nobili. Questa ricchezza è in parte di tipo industriale, commerciale e finanziario: ancora fino al 1740 è sempre la nobiltà che opera la maggior parte degli investimenti industriali e commerciali - nel periodo compreso tra il 1710 ed il 174032 detiene tra il 51 ed il 59%, a seconda dei decenni - del capitale sociale totale impiegato nelle società in accomandita. Si aggiunga a questo che, più tradizionalmente, la nobiltà controlla sostanzialmente alla metà del Settecento33 il debito pubblico del granducato. Dal 1740 gli investimenti da parte dei nobili diminuiscono, passando dal 38% nel decennio 1750-1760 al 25% in quello successivo ed infine al 22% negli anni 1760-177034. Se, per tutto l'arco di tempo compreso tra il 1710 e il 1770, un terzo delle famiglie figura sempre associato nelle accomandite, la ricchezza mobiliare è di fatto tutta concentrata nelle mani di una dozzina di famiglie nobili: i Riccardi, i Frescobaldi, i Franceschi, i Corboli, i Del Mazza, i de' Ricci, i Rinuccini, i Salviati, i Tempi ed i Bonaccorsi35. Non bisogna tuttavia commettere un errore di prospettiva: l'importanza globale della ricchezza mobiliare resta ancora trascurabile rispetto all'imponenza della ricchezza fondiaria.

Il dibattito sull'alternativa tra investimento mobiliare e investimento fondiario, se pone problemi reali, risulta in parte per l'epoca moderna artificioso. Gli investimenti industriali e commerciali, soprattutto a causa della debolezza del capitale fisso nelle strutture economiche dell'Ancien Régime, non consentono l'accumulazione del capitale mentre nella terra vengono sempre riversati gli utili che non possono essere impiegati negli affari e nell'industria. Così anche presso le famiglie di mercanti, la ricchezza d'Ancien Régime è per lo più essenzialmente di tipo fondiario: i Riccardi o i Corsini, famiglie ancora impegnate nei secoli XVII e XVIII nel commercio e nell'industria, possiedono consistenti patrimoni fondiari sempre in espansione36. In mancanza di una valutazione reale dei redditi, l'entità della ricchezza fondiaria è dunque certamente il migliore criterio per comprendere la gerarchia economica delle famiglie.

Non disponendo di periodici riepiloghi d'insieme, non è materialmente possibile utilizzare gli archivi dell'imposta fondiaria toscana, la «decima», per affrontare sincronicamente il problema della ripartizione della ricchezza a Firenze. In compenso, i pochi registri fiscali redatti nella seconda metà del XVII secolo in occasioni eccezionali, ci autorizzano a procedere ad uno studio d'insieme. Uno tra i più ampi e completi di questi inventari, compilato per il donativo in occasione del matrimonio di Ferdinado de' Medici e di Violante di Baviera e redatto a quanto sembra sulla base delle liste della «decima», riporta 3.339 nominativi di contribuenti37. La nobiltà vi svolge un ruolo considerevole: da solo il tributo dei 596 nobili copre il 74,6% dell'imposta. I nobili monopolizzano i primi posti, seguiti, ma solo a grande distanza, dai notabili privi di titoli nobiliari: il più importante tra questi, Cosimo d'Antonio Brandi, occupa solo il 91° posto, con 180 scudi mentre il marchese Riccardi ed il duca Salviati versano 1.500 scudi ciascuno; tra i 213 contribuenti con più di 100 scudi d'imposta, figurano solo 10 borghesi; sui 527 tributi pari e superiori a 30 scudi, 418 escono dalle casse dei nobili (79,3%)38. Il grafico della percentuale dei contribuenti nobili in ogni grande categoria d'imposta mette in evidenza sia le considerevoli differenze economiche all'interno del gruppo, con un'imposta che varia da 1 a 1.500 scudi - lo scarto tra contribuenti nobili di uno stesso casato va da 1 a 200, come per i Bardi di Vernio - sia la complessiva predominanza nobiliare ai vertici della gerarchia delle ricchezze.

Questa superiorità economica è il risultato di un lungo e riuscito processo di accumulazione rafforzata nel corso del XVI secolo39, dalla pratica dell'indivisibilità e dell'inalienabilità delle eredità. Il controllo rigoroso del profitto in tutte le sue forme (industriale, commerciale, finanziario) ne consente il mantenimento ed al tempo stesso impedisce l'arricchimento di qualsiasi altro gruppo antagonista. Il fatto che la nobiltà più antica (il patriziato, per usare la terminologia della legge del 1750) possegga la quasi totalità (93%) del portafoglio nobiliare dei titoli del debito pubblico ne è la prova evidente40. In un sistema nel quale i rischi biologici aumentano col diminuire di quelli economici, l'antichità delle famiglie diventa uno dei fattori del livello di ricchezza. Certamente, è sempre possibile che un singolo individuo o una famiglia riescano ad emergere. Esemplare a questo proposito è il caso dei Riccardi che tra la fine del XVI secolo e la prima metà del XVII giunsero ad occupare una posizione di primo piano; del banchiere Tempi o del marchese Feroni figlio di un modesto artigiano di Empoli, diventato grande negoziante ad Amsterdam ed infine nel XVII secolo41 depositario generale di Cosimo III. Ma queste figure vengono immediatamente assorbite ed assimilate dal mondo nobiliare, all'interno del quale del resto hanno sempre cercato di inserirsi.

Carenza di intervento dello Stato e mancanza di mobilità economica: queste le due realtà convergenti che determinano e rinsaldano le permanenze che caratterizzano le élites fiorentine in epoca granducale. Tuttavia nel momento in cui nel Libro d'Oro viene compilata la prima descrizione d'insieme della nobiltà, questa rigidità sociale è già sul punto di sfaldarsi: il notevole calo degli investimenti dei nobili intorno al 1740 ne è un indizio; infine la comparsa di nuove famiglie ne è la conseguenza, della quale non resta che prendere atto.

E nel momento in cui l'impero napoleonico intraprenderà un nuovo censimento della nobiltà42, banchieri, negozianti ed in generale liberi professionisti sono ormai da tempo ed in gran numero entrati a far stabilmente parte delle élites.

4. La gerarchia degli onori e delle distinzioni

Come avviene in ogni società, anche per la nobiltà fiorentina gli stessi fattori di coesione agiscono anche come elementi di divisione e di distinzione: l'antichità, la ricchezza, gli onori. Negli anni 1750-1752, la nobiltà fiorentina conta 52 famiglie titolate su 267, ovvero il 19,5%. Firenze si trova così in una posizione intermedia rispetto alle altre due grandi nobiltà urbane dell'Italia del Nord: Venezia che rifiuta i titoli nobiliari ad eccezione di quelli di cavaliere o di procuratore di San Marco concessi dalla Serenissima e non trasmissibili43, e Milano con il 60% di famiglie titolate (per l'esattezza 162 su 273) tra quelle registrate nella «matricola» di Maria Teresa negli anni 1768-1770, di cui i 2/3 per concessione di un titolo da parte del re di Spagna44. A giudicare dalla descrizione della Deputazione, la nobiltà fiorentina si è soprattutto lasciata sedurre dai titoli granducali. Sui 74 titoli detenuti verso il 1750-1752 dalle famiglie titolate, 40 (54%) derivano in effetti da concessioni granducali, contro i 9 titoli imperiali (12%), gli 8 (11%) di origine pontificia, i 5 spagnoli (compresi quelli concessi per il Regno di Napoli: 7%), i 2 del duca di Mantova, 1 del duca di Baviera senza contare i 5 (7%) di ordine feudale. Si tratta per lo più di titoli recenti: le prime nomine di marchese concesse dal granduca ai Fiorentini risalgono al 1621-1622, e la maggior parte (18 su 25) furono conferite tra il 1620 e il 165045. I titoli pontifici, corrispondenti alle dignità più solenni, sono estremamente limitati e spesso ridondanti: un titolo di duca ai Salviati durante il pontificato di Urbano VIII Barberini; uno di principe ai Corsini, già duchi al tempo di Urbano VIII, nel 1731 sotto Clemente XI Corsini; ancora un altro di duca e poi di principe agli Strozzi nel XVII secolo46.

Certamente questi titoli si dimostrano di grande utilità nel caso che un singolo individuo o una famiglia debbano lasciare la società fiorentina e toscana. Così quando nell'ottobre 1695, Lorenzo Francesco Strozzi si accinge, all'età di 21 anni a partire per il suo tour in Europa, un'istruzione di viaggio gli consiglia di dotarsi di un titolo nobiliare dal momento che la sua famiglia - a differenza degli Strozzi residenti a Roma - non ne possiede alcuno: «Ne' paesi stranieri, come in Italia, non basta senza l'accompagnamento di qualche titolo» ed è meglio prendere «in prestito, ma non in propria» l'appellativo di conte o di marchese per tutta la durata del viaggio47. Non c'è dunque da stupirsi se nel corso del XVII secolo il titolo di marchese sia stato concesso dal granduca soprattutto a quei fiorentini che svolgevano le funzioni di ambasciatori, o ricoprivano alte cariche di corte. In compenso nella stessa Firenze, il titolo nobiliare non incide in alcun modo nell'ordine delle precedenze e nella gerarchia degli onori.

Nel suo Ateneo dell'Uomo nobile, all'inizio del XVIII secolo, A. Paradisi nota così a proposito di Firenze: «non si fa altra differenza da nobile a nobile che per quello che porta il grado senatorio: chi se ne trova fregiato precede a qualunque altra persona che non sia tale quantunque insignita con carattere di marchese, conte o barone»48. L'affermazione del Paradisi fa riferimento ad una legge del 1622 con la quale si rendeva di nuovo compatibile a Firenze il cumulo del titolo nobiliare e dell'esercizio di cariche pubbliche, precisando tuttavia che tale innovazione non veniva in alcun modo a modificare le «precedenze» che restavano «conformi agli Ordini passati, et instituiti dalle città (...) come avanti la presente provisione»49.

L'ordine della città resta dunque l'unico criterio di definizione della gerarchia delle élites, anche se esistono all'interno di queste altri fattori di distinzione? Quando nel 1603, Niccolò d'Andrea Giugni redige una storia della propria famiglia, è alla storia comunale che fa ricorso per distinguerla dalle altre: «Benché unicamente havessero signorie e castelli e come li lor consorti, fussero anco essi de Grandi (...) [i Giugni] si dettero alla vita popolare e civile (...) et ben si vede, dell'haver havuto diciassette volte il grado del gonfalonierato, e cinquanta del priorato, che pocche altre famiglie a tal numero sono arrivate»; e aggiunge in margine : «solo i Medici, Salviati e Ridolfi di Piazza ne hanno hauti più de' gonfalonieri»50. Più di un secolo e mezzo dopo, quando sta per nascere a Firenze una nuova «Accademia dei Nobili», GiovanBattista Dei, «antiquario di S.A.R.» compila un'altra lista di famiglie viventi «che hanno conseguito il grado di gonfaloniere di giustizia»51; i titoli hanno poca importanza, la ricchezza certamente conta ma non è ancora in grado di scuotere e modificare la gerarchia degli onori, che resta sempre, nei fatti, tirannicamente ancorata al «tempo della Repubblica»52.

5. Conclusione

La legge dell'ottobre 1750 distingue dunque giuridicamente la nobiltà in due gruppi: il patriziato per tutte le famiglie che riescano a provare che il loro status è tale da più di 200 anni - esigenza identica, e non è certo un caso, a quella già antica dell'Ordine di Malta - e la semplice «nobiltà» per gli altri. Poiché il numero delle famiglie ammesse alle più alte cariche fra il 1532 e il 1550 è veramente basso, il patriziato viene di fatto ad identificarsi con l'antico gruppo dirigente repubblicano. Il termine stesso di «patriziato», o per meglio dire di «patrizio», non è affatto nuovo nella società fiorentina; per tutto il XVII secolo l'appellativo di «nobile patrizio fiorentino» fu usato correntemente per designare le più illustri famiglie della città. La forza e la persistenza del termine vanno dunque ad innestarsi saldamente in una realtà socio-politica fissa ed immutabile o si richiamano semplicemente ad un passato che pure contribuiscono a perpetuare?

La questione è, inutile sottolinearlo, puramente accademica e rimanda alle riflessioni ed ai problemi, sempre presenti nella storiografia italiana, già avanzati da M. Berengo a proposito dello studio su Verona di Giorgio Borelli e che il Borelli stesso ha di recente cercato di riportare al lessico delle distinzioni sottili53. Come abbiamo già avuto modo di notare, la nobiltà fiorentina, per la sua origine e i valori simbolici che si propone di continuare, affonda le proprie radici nel passato urbano. Quest'aspetto è talmente saldo da far anche fallire nel 1749 il tentativo del Richecourt di cambiare la realtà della nobiltà toscana da classe organizzata in segmenti e divisa tra varie nobiltà urbane in un insieme unitario direttamente e profondamente legato allo Stato e al Sovrano. In occasione del consiglio del 17 ottobre 1749, la Reggenza esprime infatti chiaramente il proprio intento di voler superare il concetto di nobiltà intesa come appartenenza tradizionale di ogni membro alle élites di un numero limitato di città «qui conservoit encore la division des anciens tems republicains, et qui faisoit dépendre la noblesse du lieu de domicile» per dar vita ad una nuova realtà «sous le nom générique de noblesse du Grand Duché qui (...) sera devisée en deux classes, sçavoir de noblesse patricienne et de noblesse simple»54. Ora, di questa «nobiltà del granducato» non c'è più traccia nel testo successivo, molto simile a quello definitivo. Anche se il granduca è ormai l'unica fonte di nobiltà, non è tuttavia possibile eliminare questa «finzione patrizia» che lega strettamente ogni formazione nobiliare ad una precisa realtà cittadina.

Poiché alla base di questa «finzione» c'era unicamente la «nostalgia»55, il nuovo granduca poteva anche permettersi il lusso di mantenerla, malgrado le ripetute preoccupazioni del Richecourt, il quale fin dal suo arrivo in Toscana perseguiva con accanimento ciò che restava delle «istituzioni repubblicane»56. Dal 1532 Firenze aveva perduto le sue istituzioni comunali, tanto che l'uditore presidente dell'Ordine di S. Stefano, il senatore Pier Francesco de' Ricci, poteva scrivere nel 1743 che nella città «non può trovarsi nobile (...) mediante il godimento de' primi onori della città, mentre tali onori allora, come di presente non v'erano»57. Se la nobiltà fiorentina si differenzia notevolmente nei suoi presupposti fondamentali da quella di uno Stato monarchico, non per questo è un vero e proprio patriziato capace di gestire in maniera totalmente autonoma la propria riproduzione. Essa ha subito l'influenza dei modelli delle signorie e delle corti ed ha fatto propri gli stessi valori di altre nobiltà, italiani ed europei, al cui fianco è negli ordini cavallereschi, nei collegi per giovani nobili, nei viaggi d'istruzione attraverso l'Europa o nelle ambasciate presso le corti straniere: caratteristiche culturali queste non facilmente individuabili attraverso un semplice esame della morfologia sociale. Certo, a Firenze la città rimane sempre il luogo deputato del potere, degli onori, delle gerarchie e il punto di riferimento della memoria collettiva e della mitologia sociale, ma la distinzione tra patriziato e nobiltà non può più spiegare la realtà fiorentina. Se l'epoca medicea non ha prodotto una vera e propria ricomposizione delle élites fiorentine, essa ha tuttavia coinciso con il modificarsi delle pratiche sociali, e ha fatto vacillare quei valori che pure restavano vivi nelle coscienze. Da qui nasce la volontà dei giuristi della Reggenza di eliminare definitivamente, tramite il Libro d'Oro, gli ultimi riferimenti al «patriziato». L'eguaglianza tra i nobili deve sostituirsi alla gerarchia tradizionale: questa è la decisione presa nel dicembre del 1750 dalla Deputazione; la descrizione di ogni famiglia dovrà dunque cominciare da «quella persona enunciata nell'albero atta a provarne la nobiltà più vicina a nostri tempi, tralasciate le altre più antiche, e non necessarie alle provanze conche verrà a torre ogni odiosa differenza per quelle famiglie, che hanno bensì le prove sufficienti, ma non tanto antiche quanto le altre (...). Così (...) li registri staranno in aria di eguaglianza senza niente d'ingiurioso, e sufficientissimi pel decoro del patriciato e della nobiltà»58. E proprio qui è il vero «pericolo» per la nobiltà fiorentina, nel tentativo cioè di privarla delle forme gerarchiche di distinzione ad essa peculiari e di estirpare la «nostalgia patrizia» per permettere alla sola potenza organizzatrice del sovrano di avere libero corso. Ma, in pieno XVIII secolo, si può pretendere di cambiare la società con un semplice decreto?

Note

1. L. Cantini, Legislazione toscana, raccolta e illustrata da..., Firenze, t. 26, 1806, p. 231. Cfr. C. Donati, L'idea di nobiltà in Italia. Secoli XIV-XVIII, Roma-Bari, 1988, pp. 315-338; M. Verga,«Per levare ogni dubbio circa lo stato delle persone». La legislazione sulle nobiltà nella Toscana lorenese (1750-1792), in Signori, patrizi, cavalieri nell'età moderna, a cura di M.A. Visceglia, Roma-Bari, 1992, pp. 355-368.

2. M. Verga, Da «cittadini» a «nobili». Lotta politica e riforma delle istituzioni nella Toscana di Francesco Stefano, Milano, 1990, pp. 204-291.

3. L. Cantini, Legislazione toscana..., cit., t. 26, p. 236.

4. Ivi, t. 26, pp. 233-236.

5. J. Boutier, I Libri d'Oro del Granducato di Toscana. Una fonte di storia sociale, in «Società e Storia», XI (1988), pp. 953-966.

6. Archivio di Stato di Firenze (d'ora in poi ASF), Archivio delle Tratte 1580 (la filza infatti appartiene all'archivio della Deputazione sopra la Nobiltà e Cittadinanza). Ogni capofamiglia doveva pagare la tassa; il loro numero non corrisponde dunque al numero delle famiglie, definite spesso dallo stesso «casato».

7. G. Rocchi, Pompeo Neri, in «Archivio storico italiano», 3a serie, XXIV (1876), p. 68. Pareri simili, ma più sfumati, sono stati espressi, per esempio, da A. Zobi, Storiacivile della Toscana dal MDCCXXXVII al MDCCCXLVIII, Firenze, I, 1850, pp. 300-305, oppure da F. Venturi, Settecento riformatore. Da Muratori a Beccaria, Torino, 1969, pp. 325-330.

8. ASF, Reggenza 352, lettera di Richecourt, 22 febbraio 1749: si tratta di «faire un règlement pour la noblesse, et bourgeoisie appelée cittadinanza, en réprimant les abus introduits depuis longtems sur cet objet principalement à l'égard des magistratures, et tribunaux où les citadins sont admis par le sort. Il en a été de même de la noblesse, toutes sortes de gens y ont été admis sans choix».

9. Abate G.M. Mecatti, Storia genealogica della nobiltà e cittadinanza di Firenze, divisa in quattro parti..., opera raccolta e ordinata dall'..., Napoli, 1754, 410 pp.

10.M. Verga, Dai Medici ai Lorena, aspetti del dibattito politico nella Toscana del primo Settecento dall'epistolario di Bernardo Tanucci, in «Società e Storia», VIII (1985), pp. 587-589; cfr. gli elementi autobiografici dati dal Mecatti nella sua prefazione alla sua Storia cronologica della città di Firenze, o siano annali della Toscana, Napoli, 1755, t. 1, pp. IX-XI.

11.Mecatti riproduce senz'altro una stesura con aggiornamento parziale dell'elenco originale del Mariani: Firenze, Biblioteca Moreniana, fondo Palagi, ms. 150, «Ristretto della qualità delle famiglie nobili fiorentine con le loro armi. Fatto dal padre Lorenzo Maria Mariani d'ordine e per servizio di S.A.R. l'anno 1713. Accresciutto dalle famiglie nobili sino all'anno [1770]»; correzioni ed aggiunte sono stato fatte per il periodo 1713-1759, senz'altro da Giovan Battista Dei, con un'altra serie d'aggiornamenti parziali, fatti da un'altra mano. Le differenze fra questo testo e quello stampato nella Storia del Mecatti sono minime, malgrado l'avvertimento dell' autore: «Notizie [] racccolte, emendate ed illustrate da alcuni Nazionali Toscani commoranti in Napoli» (p. 5).

12. ASF, Miscellanea Repubblicana VII, ins. 214, «Relazione di Lorenzo Maria Mariani sull'archivio delle famiglie fiorentine posto in palazzo vecchio», 31 gennaio 1736; Archivio della Deputazione sulla Nobiltà e Cittadinanza toscane (d'ora in poi Nob. tosc.) 135, cartella Mariani-Dei.

13. «Abbiamo avuto a fare in fretta quest'opera», op. cit., p. 123.

14. Cfr. le osservazioni di M. Verga, Da «cittadini» a «nobili»..., cit., p. 81.

15. Abbiamo compilato vari elenchi del Sei-Settecento: ASF, Mediceo del principato 6412, ins. 3, «Delle famiglie nobili di Firenze», 1650 ca.; ms. 472, «Nomi dei gentilhuomini firorentini viventi l'anno 1685»; archivio Antinori, 25, ins. 288, marchese Bartolini, «Descrizione delle famiglie nobili di Firenze nell'anno 1715»; ms. 473, «famiglie nobili fiorentine viventi l'anno 1726». Esistono diverse registrazioni dell'estinzione delle famiglie nobili; sono state utilizzate, fra altre : Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (d'ora in poi BNCF), manoscritti, II, III, 124, «Repertorio delle famiglie [fiorentine] spente, e messe per alfabeto [1500-1781]», cc. 104; ms. Panciatichi 106, «Mortuorio fiorentino [1700-1787]», 195 pp.; ASF, Mediceo del principato 6412, ins. 8, «Nota delle famiglie, tanto nobili, che cittadini ordinari, che si credono mancatte dal 1600 a tutto il di primo luglio 1658».

16. Per lo studio famiglia per famiglia, mi permetto di rinviare alla mia tesi di dottorato: J. Boutier, Construction et anatomie d'une noblesse urbaine. Florence à l'époque moderne, Paris, EHESS, 1988, dattil., pp. 175-182.           

17. Firenze, Biblioteca Moreniana, fondo Palagi, ms. 150, «Ristretto...», cit.; ASF, ms. 519, Lorenzo Mariani, «Famiglie nobili fiorentine» [1713], cc. 215.

18. Si tratta delle famiglie Alessandri-Cilibì, Ciardi, Forzoni-Accolti, Fantoni della Corona, Gherardini di Pistoia, Guglielmi, Naccherelli, Nardi-Sangallini, Nardi da Pratovecchio, Ruoti, Spinafalconi, Trotti, Uberti.

19. ASF, Nob. tosc. 114, «suppliche e rescritti di nobiltà», 1751-1762; 115, id., 1762-1775.

20. J. Boutier, Construction..., cit., pp. 177-178, p. 356-358; P. Walne, Inventario delle carte del conte George Nassau Clavering Cooper (1738-1789) conservate presso l'Hertfordshire Record Office, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XLIX, 1989, pp. 362-415.

21. ASF, Reggenza 11, registro delle lettere di nobiltà, 1738-1764.

22. C. Klapisch-Zuber, Ruptures de parenté et changements d'identité chez les magnats florentins du XIVe siècle, in «Annales, Economies, Sociétés, Civilisations», XLIII (1988), pp. 1205-1240.

23. D. Kent, The Florentine «Reggimento» in the Fifteenth century, in «Renaissance Quaterly», XXVIII (1975), pp. 575-638; R. Pesman Cooper, The prosopography of the «Prima Repubblica», in I ceti dirigenti nella Toscana del Quattrocento, Firenze, 1987, pp. 239-255.

24. F. Angiolini-P. Malanima, Problemi della mobilità sociale a Firenze tra la metà del Cinquecento e i primi del Seicento, in «Società e Storia», II (1979), pp. 17-47.

25. G. Zappa, Sulla legge di estinzione delle famiglie, in «Metron», XIII (1939), pp. 75-93; D. Zanetti, La demografia del patriziato milanese, Pavia, 1972, pp. 68-72.

26. D. Kent, op. cit., pp. 624-632.

27. F. Angiolini, L'ordine dei cavalieri di Santo Stefano dal 1562 al 1737: momenti ed aspetti della formazione della classe dominante nella Toscana granducale, Pisa, 1973-1974, dattil., tab. 6.

28. Per l'elenco dei segretari ducali, G. Pansini, Le segreterie nel principato mediceo, in Carteggio universale di Cosimo I de'Medici, a c. di A. Bellinazzi e C. Lamioni, Firenze, 1982, pp. IX-XLIX.

29. F. Dini, Francesco Campana e i suoi, in «Archivio storico italiano», 5a s., XXIII (1899), pp. 289-323; Id., Gli Usimbardi di Colle Valdelsa, in «Miscellanea storica della Valdelsa», VII (1899), pp. 193-201; F. Angiolini-P. Malanima, op. cit., p. 43.

30. M.A. Visceglia, Il bisogno di eternità. I comportamenti aristocratici a Napoli in età moderna, Napoli, 1988.

31. Cfr. il contributo di A. Jouanna in Histoire des élites en France du XVIe au XXe siècle. L«honneur, le mérite, l'argent, a cura di G. Chaussinand-Nogaret, Paris, 1991, 478 pp.

32. R.B. Litchfield, Les investissements commerciaux des patriciens florentins au XVIIIe siècle, in «Annales, Economies, Sociétés, Civilisations», XXIV (1969), pp. 692-694.

33. J.-C. Waquet, Le Grand-duché de Toscane sous les derniers Médicis. Essai sur le système des finances et la stabilité des institutions dans les anciens états italiens, Roma, 1990, pp. 356-374.    

34. R.B. Litchfield, op. cit., p. 700.

35. Ivi, pp. 695-696.

36. P. Malanima, I Riccardi di Firenze. Una famiglia e un patrimonio nella Toscana dei Medici, Firenze, 1977; A. Moroni, Il patrimonio dei Corsini fra granducato e Italia unita. Politica familiare e investimenti, in «Bollettino storico pisano», LIV (1985), pp. 79-106; Id., Le ricchezze dei Corsini. Struttura patrimoniale e vicende familiari tra Sette e Ottocento, in «Società e Storia», IX (1986), pp. 255-291.

37. ASF, Miscellanea Medicea, «Spoglio per alfabeto a casati di tutti li tassati per il donativo fatto dalla città di Firenze, l'anno 1688». Per lo studio critico della fonte, J. Boutier, Construction..., cit., pp. 239-245. Lo stato sociale dei contribuenti è stato stabilito con ASF, ms. 452, «Nomi dei gentiluomini fiorentini viventi l'anno 1685».

38. L'elenco dei tassati che pagano più di 100 scudi è pubblicato in J. Boutier, Construction..., cit., pp. 380-387.

39. Per E. Poggi, Cenni storici delle leggi sull'agricoltura dai tempi romani fino ai nostri, Firenze, 1848, vol. 2, p. 223-224, i tre-quarti dei beni territoriali della Toscana sarebbero stati vincolati alla fine del Seicento.

40. J.-C. Waquet, op. cit., p. 356. Una simile concretezza di ricchezza immobiliare di trova anche a Roma, all'inizio dell'Ottocento; L. Laudanna, Le grandi ricchezze private di Roma agli inizi dell'Ottocento, in «Dimensioni e problemi della ricerca storica», n. 2, 1989, pp. 104-152, e Ph. Boutry, Nobiltà romana e curia nell'età della Restaurazione. Riflessioni su un processo di arretramento, in Signori, patrizi, cit., pp. 406-407.

41. P. Benigni, Francesco Feroni, empolese, negoziante in Amsterdam, in «Incontri. Rivista di studi italo-nederlandesi», I (1985-1986), pp. 97-121.

42. G. Gozzini, Le cento famiglie, patrizi e notabili fiorentini sotto Napoleone, in «Studi storici», XXVI (1985), pp. 389-409; F. Bertini, Nobiltà e finanza tra '700 e '800. Debito e affari a Firenze nell'età napoleonica, Firenze, 1989.

43. G. Gullino, I patrizi veneziani di fronte alla proprietà feudale (secoli XVI-XVIII). Materiale per una ricerca, in «Quaderni storici», XV (1980), pp. 162-193.

44. F. Arese, La matricola del patriziato milanese di Maria Teresa, in A. De Maddalena, E. Rotelli, G. Barbarasi, Economia, istituzioni, cultura in Lombardia nell'età di Maria Teresa, vol. III, Istituzioni e società, Bologna, 1983, p. 336; Id., Concessione di titoli nobiliari dei re di Spagna come duchi di Milano, in «Annuario dell'Istituto storico Italiano per l'Età moderna e contemporanea», XXIX-XXX, (1977-1978), pp. 95-96.

45. ASF, Pratica segreta 191-198, «Libri privilegiorum», 1616-1739.

46. P. Hurtubise, Une famille témoin. Les Salviati, Roma, 1985; M. Tosi, La società romana dalla feudalità al patriziato (1816-1853), Roma, 1968, pp. 145-167 (elenco dei titoli di nobiltà accordati dal sovrano pontefice dal XVI al XIX secolo).

47. ASF, Carte Strozziane, 5a s., 1171, ins. 29, «Istruzione del viaggio da farsi dall'Illustrissimo Signor Lorenzo Francesco Strozzi...» [settembre 1695].

48. A. Paradisi, Ateneo dell'uomo nobile. Opera legale, storica, morale, politica e cavalleresca, Venezia, t. 1, 1704, pp. 264-266.

49. ASF, Auditore delle Riformagioni 33, cc. 464-466, «titolati et chi ha iurisdizione possa essere sen[ato]re et havere altri off[izi]i della città, et precedino fra loro i senat[o]ri s[eco]ndo l'anzianità»; il testo è stato edito in G.B. Neri Badia, Decisiones et responsa juris, Firenze, II, 1776, pp. 598-599.

50. BNCF, manoscritti, XXVI, 15, Niccolò Giugni, «Discorso della famiglia de Giugni di Fiorenza, l'anno 1603», cc. 9-10.

51. ASF, Casino dei Nobili 37, doc. 20.

52. A. Paradiso, op. cit., t. 1, p. 266.

53. M. Berengo, Patriziato e nobiltà, il caso veronese, in «Rivista storica Italiana», LXXXVII (1975), pp. 493-517; G. Borelli, Il patrizio e la villa, in «Nuova Rivista storica», LXXIV (1990), pp. 385-400: «Riteniamo che tra patrizio e nobile non corra, almeno per quanto riguarda l'Italia, alcuna sostanziale differenza. I due termini servono ad identificare una medesima realtà» (cit., p. 385). Per la Toscana, E. Stumpo, I ceti dirigenti in Italia nell'età moderna. Due modelli diversi, nobiltà piemontese e patriziato toscano, in I ceti dirigenti in Italia in età moderna e contemporanea. Atti del convegno, Cividale del Friuli, 10-12 settembre 1983, a c. di A. Tagliaferri, Udine, 1984, pp. 151-197.

54. ASF, Reggenza 352, «rapport du conseil tenu le 17 octobre 1749».

55. Riprendo qui la bellissima espressione di J. Revel, Les aristocraties italiennes au XVIIe siècle, in «Bulletin de la Société d'Histoire moderne et contemporaine», a. LXXXVIII (1989), p. 4.

56. Ad esempio, ASF, Reggenza 17, c. 442, lettera di Richecourt a Francesco Stefano, 22 marzo 1742.

57. ASF, Nob. Tosc. 20, ins. 7 (Masetti).

58. ASF, Reggenza 62, consiglio del 15 dicembre 1750, n°3.