Nobiltà feudale ed istituzionale nel comitato di
Osimo fra XIII e XV secolo: esempi nel ceto dirigente del comune di Cingoli

di Simonetta Bernardi

L'idea di nobiltà assume nella società marchigiana del Medioevo un suo specifico contenuto che si definisce in relazione alle strutture politico-sociali della regione. Si tratta di un territorio in gran parte montano, articolato in strette valli, degradante verso il mare con ampie zone acquitrinose che ha dato luogo a un insediamento umano isolato, a prevalente struttura agraria, ripiegato in se stesso e che ricerca nel suo interno le proprie forze di evoluzione e di sopravvivenza1. Questa configurazione della regione, se da un lato ha rappresentato un ostacolo ed un elemento di filtro verso influenze esterne2, ha altresì reso questa terra punto d'incontro di diversi popoli, tradizioni e culture, in quanto luogo di fuga e di rifugio3. Si è formato dunque un ambiente in cui hanno convissuto differenti tradizioni giuridiche ed esperienze istituzionali4, ed in cui i sommovimenti politici, le problematiche spirituali, i fenomeni sociali si sono sviluppati determinando una forte consapevolezza del valore dell'autonomia locale. Questo insieme di fattori ha determinato nella popolazione la capacità di trovare in se stessa le soluzioni alle proprie esigenze contingenti, e le sollecitazioni esterne sono state recepite ed adottate in funzione della utilità che potevano rappresentare nel quadro spaziale locale. Le Marche sono state terra d'incontri e di scontri5, ma, per quanto certi passaggi e certe lotte possano esser stati coinvolgenti per la popolazione locale6, essi non hanno lasciato tracce durevoli. Non è un caso che in questa regione, articolata in comuni, nel corso dei secoli non si sia formato un centro interno di egemonia politica, culturale, religiosa che potesse rappresentare tante realtà frazionate. In questo panorama frantumato e autonomistico comunque emerge un'autorità superiore costante: l'autorità religiosa, investita anche di potere politico7. La lontananza dal luogo del potere centrale spiega l'esasperarsi dello spirito autonomistico marchigiano: con un signore di tal fatta il coinvolgimento è relativo in quanto l'unico rapporto reale è fondato sul pagamento delle tasse; soddisfatto tale dovere8, la vita locale seguita secondo una sua tranquilla autogestione. Anzi è proprio il signore lontano a mostrare interesse a favorire il frazionamento della regione: in tal modo impedisce il formarsi di organismi tali da rappresentare un pericolo per la sua autorità. Con questi intendimenti si può presumere fosse emanata la bolla di Bonifacio VIII, Celestis patris familias, che sancisce per i comuni maggiori e minori della Marca libertà commerciali e di autogestione della giustizia9. Secondo questa logica furono convocati i Parlamenta generali, cui infatti partecipavano con la stessa autorità rappresentanti di civitates, comunantia e castra, talvolta governati da nobiles10. Ma chi erano i nobiles nella Marca in cui ferveva quel movimento comunale che, per la propria realizzazione, doveva svuotare di contenuto i privilegi tradizionali e trasferirli in una gestione comunitaria? Non più solamente i membri di famiglie che vantavano tradizionali signorie terriere e che, avendo aderito intorno al sec.XIII alle nascenti realtà comunali, avevano seguitato ad esercitare nell'ambito di tali strutture incarichi di prestigio11. Si tratta anche di esponenti di famiglie di minore consistenza che avevano puntato su una carriera funzionariale in seno alla nuova realtà giovandosi del processo di declino di tradizionali privilegi signorili delle più grandi casate.

Non disponiamo ancora di un'indagine globale che metta in luce elementi comuni, pur nelle realtà locali differenti, che possano aver determinato un cambiamento così significativo della concezione di nobiltà per tutta la Marca. L'attenzione degli studiosi, che negli ultimi cento anni si sono occupati di problematiche relative al Medioevo marchigiano12, si è incentrata su specifiche realtà locali13, su singole famiglie14, e solo recentemente l'argomento è stato affrontato con un più ampio respiro e una più larga prospettiva per l'alto Medioevo15 e per il tardo Rinascimento16.

In questa sede ci proponiamo di precisare alcuni aspetti della fase di transizione caratterizzata dal declino delle vecchie dinastie signorili, incalzate dalle nascenti realtà comunali, e dall'ascesa di nuovi signori, fino al consolidarsi di un'aristocrazia legata sia al possesso della terra sia all'esercizio di cariche funzionariali nell'ambito dello Stato Pontificio17.

Si è circoscritta la ricerca al comitatus auximanus che, nella documentazione esaminata18, si presenta articolato in diversi castra, i quali, nel crinale tra il XII e XIII secolo, vivevano una fase conflittuale fra persistenze di tipo feudale e tentativi di instaurare una sorta di autogoverno, imperniato sulla nomina di consoli propri e sulla codificazione di una normativa rispondente alle esigenze locali19. Si è puntualizzata l'attenzione nella zona in cui si sviluppò ed esercitò la sua influenza il comune di Cingoli. La scelta ha un suo specifico motivo: si è preso in esame un territorio ritenuto di confine tra l'area bizantina e quella longobarda ed al suo interno caratterizzato da configurazioni geografiche molto diverse20. Nella zona est di questo territorio, verso la pianura, dove in origine si sviluppava ed estendeva la sua influenza il Cingulum romano21, sono documentati castelli, che nel corso del secolo XII si erano dati una struttura comunale, rientrando nell'orbita della città e diocesi osimane22. Nel versante occidentale, di tradizione longobarda e con economia montana23, fino al XIII secolo inoltrato, rimangono i castelli signorili24. Queste due aree, allorché alla metà del XII secolo sono investite dall'espansione del comune di Cingoli, divengono teatro dello sviluppo di nuove forze sociali al cui interno prende avvio il processo di trasformazione del concetto di nobiltà.

Quando, infatti, tra la metà del XII e gli inizi del XIII secolo, il castrum Cinguli assume tutti i caratteri peculiari di un comune autonomo, con suoi consoli estratti dai maggiorenti locali, e intraprende una politica di espansione nel contado, constatiamo che l'inserimento di nuove componenti nell'ambito della popolazione originaria si verifica secondo modalità differenti, in relazione anche alla provenienza territoriale delle figure sociali. Infatti l'espansione verso la pianura osimana avviene gradualmente, pur con episodi conflittuali25, e interessa castelli che si erano già dati un tipo di struttura comunitaria26; perciò la popolazione s'integra nel nuovo contesto urbano per scelta individuale27 e gestendo secondo un'ottica mirata i propri privilegi. L'estensione del territorio e dei poteri del comune sui castelli della zona montana assume un carattere più complesso; qui l'interlocutore è un signore con i suoi privilegi, i suoi possessi che, quindi, coinvolge nella sua vicenda gli uomini da lui dipendenti. Ed in questo è la forza nonché la debolezza del signore inurbato. Infatti, dal momento in cui i doveri e i diritti legati al possesso signorile, quali la protezione e la responsabilità nei confronti dei propri sottoposti, l'imporre tasse, il radunare milizie, proprio per il fondamento del concetto di vita comunitaria, rientrano nei compiti istituzionali del comune, ogni esercizio personale di questi privilegi diventa un abuso. Si determina, dunque, una pressione da parte comunale per l'annientamento dei simboli del potere signorile mediante lo smantellamento dei castelli28, la gestione delle milizie29 e con la tassazione indiscriminata dei sudditi, anche se sottoposti a vincoli di tipo feudale30. Da ciò prende avvio un rimescolamento di ceti e una nuova gerarchia dei valori sociali.

Una prima traccia degli elementi che furono alla base di questo rinnovamento si evince dalla frequenza e dal merito della documentazione pervenutaci dalla seconda metà del XII a tutto il XIII secolo31. I contratti stipulati a partire da tale epoca sono significativi di una dinamica economico-sociale fondata su un nuovo criterio di gestione dei possessi fondiari. Si tende infatti all'utilizzo massimo della terra, sia come base per un ingrandimento patrimoniale32, sia come mezzo di scambio o di garanzia per conseguire ulteriori guadagni33. Così, un sintomo del cambiamento di questo mondo si trova in un codicillo a una vendita dei diritti signorili su un manso di concessione ecclesiastica. In esso si dichiara infatti esplicitamente come il possedere una casa nel centro urbano e il potervi svolgere attività appaiano determinanti per poter aspirare a un'ascesa sociale piuttosto che l'esercitare aviti privilegi34. Questa tendenza all'urbanizzazione comportò un ampliamento del castrum - d'allora distinto in vetus e novum - che si sviluppò su terreni presi in enfiteusi dal vescovo di Osimo35. L'area urbana comunale - puntualmente delimitata in un documento della fine del sec. XIII36 - racchiudeva all'interno del perimetro delle mura palatia e domus37. Tale distinzione è indicativa di una gerarchia fra gli abitanti: il possesso di un palatium, infatti denota l'appartenenza a un'antica stirpe locale, essendo un edificio complesso, inserito nel nucleo originario della città, la cui utilizzazione, oltre che per abitazione, era idonea per l'esercizio di tradizionali privilegi quali il rendere giustizia, raccogliere prebende, radunare armati. Le domus situate lungo il perimetro delle mura risultano appartenere a coloro che, pur di notevole lignaggio, si erano inseriti più recentemente nel contesto urbano. Questa dislocazione territoriale, dovuta in origine all'uso dei comuni di assegnare ai nuovi incastellati l'area abitativa38, diventerà, con il consolidarsi del potere di singole famiglie, un ulteriore fattore che favorirà la loro ascesa. Solo alla fine del XIII secolo abbiamo testimonianza del «palatium comunis... ad bancum ubi iura reditur»39.

Questa organizzazione del nucleo abitativo - come si è detto - deve il suo sviluppo a un ricambio nel possesso e nella gestione della terra. L'alienazione delle proprietà, che non sempre sono quelle di minor consistenza e valore40, avviene a vantaggio di figure sociali che hanno già una base patrimoniale da consolidare o da reimpiegare41. Attraverso questo meccanismo di trasferimento della ricchezza fondiaria si forma un nuovo ceto di proprietari che gestiscono la terra esclusivamente per farla fruttare in breve tempo, tralasciando di esercitare qualsiasi forma di privilegio signorile sui conduttori42. Si specificano, infatti, il tipo di lavorazione e le colture che debbono essere praticate, si limita nel tempo la durata dei contratti43, e s'intensifica l'impianto d'infrastrutture, quali i mulini - sia per cereali sia a gualchiera - per la trasformazione dei prodotti agricoli. Tali mulini, infatti, fino ad allora simbolo di potere signorile e privilegio di grandi proprietari ecclesiastici o feudali44, installati con il concorso di più proprietari e affidati, per lo sfruttamento in gestione frazionata, diventavano un'ulteriore cospicua fonte di arricchimento45. Questi radicali mutamenti nelle campagne privarono di ogni mezzo di sussistenza persone che, pur avendo condotto fino ad allora una vita ai limiti della sopravvivenza, erano comunque integrate in un'economia di tipo contadino. Costoro si trovarono senza protezione, del tutto sprovvisti di mezzi di sostentamento e penalizzati da un'organizzazione sociale urbana in cui più difficile era la situazione di chi non produceva46. Diventava necessario allora provvedere alle figure più deboli di una società in evoluzione mediante la fondazione di strutture assistenziali, al cui sostegno i più abbienti potevano devolvere terre, o i diritti su di esse, ricevendo in cambio il riconoscimento della facoltà di gestione, godendo di protezioni e rimediando a pecche di una troppo disinvolta scalata sociale47.

Si pone, inoltre, nella società urbana, il problema dell'organizzazione di una struttura militare, sia per la difesa interna, sia per affermare una certa autonomia e rappresentatività nei confronti dei comuni limitrofi e dell'autorità centrale. Nella delega dell'esercizio delle armi48 si può osservare la netta differenziazione che oppone il ceto dirigente cittadino alla tradizionale aristocrazia feudale. Fra le antiche prerogative esercitate dal signore, che vengono trasferite alla comunità, dovrebbe esser compreso anche il potere militare, ma in questo campo la situazione resta ambigua. Infatti il signore inurbato dovrebbe attenersi, per quanto riguarda la convocazione di armati, alla regola generale che vuole questa prerogativa propria della magistratura comunale, mentre egli continua ad esercitare tale privilegio nei suoi possessi signorili49. Dall'indagine condotta per il nostro territorio, abbiamo potuto constatare come l'uso e l'iniziativa delle armi non rappresenti più un fattore di distinzione bensì venga avvertito come un pericolo potenziale per la saldezza delle strutture e comunque un potere da tenere sotto controllo. Si evidenzia, quindi, come sia centrale il problema del rapporto con il signore che ha ancora la possibilità di radunare armati fra i suoi uomini: il comune, infatti, se non vuol correre rischi di ledere la sua autonomia, non può affidarsi alla milizia di un singolo signore, pur inurbato, laddove può ricorrere a stipendiati con un preciso contratto. La terra, in questo caso può essere un mezzo per radunare una milizia mercenaria, sia mobilitandone i lavoratori, sia usandola come prezzo per acquistare i corredi necessari50.

Queste forme di partecipazione alla vita collettiva rappresentano l'alternativa vincente al ruolo tradizionale della nobiltà. In una società strutturata secondo un rapporto personale che si esplicava nella reciproca protezione e dipendenza, coloro che erano al vertice della gerarchia sociale costituivano un'aristocrazia che si poteva definire nobiliare allorché alla signoria sulle persone si aggiungeva l'esercizio di funzioni giuridiche in rappresentanza e per delega del signore supremo. Con l'affermarsi della struttura comunale, e soprattutto nelle città, si verifica una «spontanea» differenziazione fra coloro che conservano antichi poteri signorili e coloro che esercitano anche funzioni giuridiche in seno alla comunità: costoro rappresenteranno la categoria dei nobiles. Assistiamo dunque all'emergere di una nuova aristocrazia, che basa il suo prestigio fondamentalmente sull'impegno nelle strutture cittadine.

Esempi significativi della complessità e ambiguità dei rapporti che si instaurano fra il comune di Cingoli e i signori limitrofi si possono ricavare seguendo le fasi dell'espansione comunale nei singoli castelli montani.

Durante le lotte locali che seguirono la morte di Enrico VI51, gli uomini di Cingoli avevano assalito e distrutto parte del castello dell'Isola degli Orzali52 il cui signore, Alberto del fu conte Attone di Carvoncello, aveva giurato fedeltà al comune di Osimo alla fine del secolo XII53. Successivamente Alberto aveva fatto la cessione di un terzo dei suoi diritti sul castello in favore di Palmerio di Todino54 e di suo fratello Giacomello55. Questi ultimi, entrati a far parte della popolazione cingolana proprio in conseguenza degli eventi bellici56, a loro volta, avevano devoluto tali diritti al comune. Con la stipulazione della pace fra Osimo e Cingoli nel 1204 si rimise in discussione tale devoluzione57; fu, quindi, necessaria una conferma dell'accordo fra il conte e i primitivi concessionari in cui si riconoscevano i diritti acquisiti dal comune di Cingoli su parte del castello dell'Isola58. La vicenda può essere assunta quale esempio significativo di come si svolgeva il ricambio sociale in un comune emergente. Il comproprietario, con gli antichi signori, di parte del castello dell'Isola, Giacomello di Todino, è in seguito annoverato fra i consoli di Cingoli59, e la sua famiglia compie un'ascesa sociale inserendosi attivamente nella nuova realtà comunale60. Il conte Alberto e la sua discendenza, pagando il prezzo del rapporto conflittuale con il comune, restano invece emarginati da questo processo evolutivo, con una rapida perdita di potere della famiglia61 che comporta l'integrazione dei vassalli nella nuova realtà cittadina62.

Altri signori della zona montana che, pur assoggettandosi a una partecipazione alla vita del comune, cercano tuttavia di mantenere una propria autonomia e i propri diritti sono i conti di Castriccione. Nel 1209, infatti, Gualtiero, Offo e Gozo del fu conte Trasmondo di Castriccione si assoggettano al comune con tutti i loro beni - nei contadi di Jesi, di Camerino e di Osimo - posti entro i confini e sotto la giurisdizione di Cingoli, ove s'impegnano ad aver casa per abitarvi tre mesi all'anno, pagando ogni dazio e colletta come gli altri abitanti, e ricevendo in cambio dal comune la ricostruzione della rocca del Monte Nero con il diritto di legnatico63. Questo tentativo di equilibrare la partecipazione alla vita cittadina con il dominatus loci - che si esplica nel temporaneo soggiorno urbano mentre il resto del tempo viene riservato alla prosecuzione delle tradizionali attività - è un accomodamento che non dura: in un breve arco di tempo, infatti, i signori di Castriccione si trovano nella necessità di vendere il castello e i beni annessi all'ospedale dello Spineto di Cingoli e, per quanto il comune cerchi di tutelare i diritti acquisiti, questi entreranno a far parte del patrimonio del monastero di Santa Caterina64.

Altra famiglia che, nell'uniformarsi alla nuova concezione della società, cercò di conservare i privilegi aviti è quella dei signori di Civitello65. E, per quanto la loro partecipazione alla vita comunitaria sia stata attiva66, il tentativo di equilibrare l'accettazione del nuovo con il mantenimento dei possessi e delle prerogative antiche li coinvolse in una serie di lotte con i comuni limitrofi che portò alla definitiva dispersione della famiglia e dei suoi beni67.

I signori che ebbero la forza e la volontà di opporre un rifiuto alla partecipazione attiva alla formazione della nuova realtà emergente lo fecero sia arroccandosi nei privilegi tradizionali, che saranno ceduti al momento opportuno in cambio di precise contropartite68, sia legando parte dei beni ad enti ecclesiastici per rimanerne di fatto i gestori. L'inserimento nell'ambito di una struttura religiosa - nel caso cingolano monastica69- rappresentava, infatti, la più agevole soluzione per un signore che volesse difendere e conservare le proprie prerogative feudali. Instaurando un rapporto di reciproco sostegno con l'ente monastico, il signore poteva, infatti, ovviare alla dispersione del suo patrimonio e alla cessione dei suoi diritti col devolvere una porzione dei suoi beni all'ente, rientrandone in possesso come concessionario e nello stesso tempo esercitando una sorta di controllo nella politica e nella conduzione dell'ente stesso. Questa pratica poteva rivelarsi particolarmente vantaggiosa nel caso in cui, estinguendosi un ramo della famiglia, si volesse ugualmente mantenere il patrimonio sotto il controllo del resto della consorteria70. La signoria monastica appare, quindi, la più diretta erede della signoria feudale, uno sbocco per quest'ultima che le consente di conservare in parte la propria integrità.

Tra la seconda metà del XIII secolo e gli inizi del XIV si assiste, dunque, nel territorio di Cingoli a un radicale rivolgimento sociale che si esplica sia nel moltiplicarsi di «rivolte», più o meno cruente, nei confronti della nobiltà tradizionale di origine signorile, sia nel parallelo affermarsi di un nuovo ceto dirigente emergente da una base sociale in rapida evoluzione. Quest'ultimo processo può esser verificato seguendo le vicende, per circa un secolo, di altre famiglie della zona. Così quella di Morico di Bernardo, che da una piccola concessione di terra da parte del pievano di Avenale giunge ad occupare i più alti gradi della magistratura cittadina e a concentrare nelle proprie mani un cospicuo patrimonio. Ma nel caso specifico l'influenza della famiglia resta circoscritta in un ambito finanziario71.

Ancora più interessante il caso delle famiglie Cima e Mainetti. Queste casate, di presunta origine signorile72, per lungo tempo avevano esercitato un ruolo di protagoniste in territorio osimano e anche in un più vasto spazio circostante. Le origini dei Mainetti, secondo uno studioso locale settecentesco73, potrebbero esser collegate a una signoria sul castello di Casarola, ma nell'atto di sottomissione degli uomini di questo castello al comune di Osimo, nel 1200, non compare alcun signore e tanto meno alcun Mainetto74. La presenza di membri di questa famiglia si impone a Cingoli negli anni immediatamente successivi alla pace di Polverigi e alcune notizie su tali personaggi fanno dedurre che essi, coinvolti nella guerra e aderendo alla parte vincente75, abbiano saputo consolidare la loro posizione impadronendosi di diritti territoriali di avversari, e, attraverso l'affrancamento di vassalli altrui, costituendosi una base di dominio terriero in una zona per loro nuova76. Oltre che nell'attività militare che terrà impegnati vari membri della famiglia per tutto il secolo XIII77, si trovano altri Mainetti inseriti nella carriera funzionariale78. Nella nuova realtà sociale, dunque, i Mainetti si sono liberati dei propri antichi privilegi - o dei nuovi acquisiti - ricavandone lauti compensi e un ruolo guida nel mondo politico locale, manovrando alleanze di vario genere79, ricoprendo cariche per conto del comune80, promuovendo iniziative sociali81. Una sopravvivenza della loro origine e mentalità feudale si coglie comunque nel fatto che troviamo vari membri di questa casata impegnati in una politica d'iniziativa personale che utilizza l'esperienza e il prestigio conseguiti in campo militare nel tentativo di costituirsi una signoria82. Una politica dunque di strategie differenziate che si esplica su più fronti. Alla lunga la loro vicenda si conclude con il prevalere in ambito comunale di altre famiglie di origine analoga che danno prova di più completa comprensione dei valori prevalenti nella società del tempo e di una maggiore abilità nelle alleanze politiche e familiari anche con casate di primo piano. Rappresentante di questo tipo di famiglia si può considerare quella dei Cima. Sull'origine di questa casata, che più a lungo conserverà il rango nobiliare a Cingoli83, e che, secondo il Raffaelli, può farsi risalire al castello di Cervidone84, un dato preciso si può ricavare da un atto di determinazione di confini fra il comitato di Jesi e il castello di Staffolo in cui è ricordato il locum ubi fuit pirus iuxta locum Actonis de Cimis in viam 85. La prima documentazione relativa a questa famiglia indica chiaramente come già ricoprisse un ruolo di rilievo nel XIII secolo e avesse concentrato una notevole ricchezza fondiaria e in particolare un cospicuo controllo di mulini86.

I Cima, dunque, appaiono una famiglia anch'essa di origine feudale, ben radicata nei suoi possessi, che non abbandona per inserirsi troppo precocemente nel nuovo sistema di vita comunale, ma che finisce per entrarvi con il peso di un prestigio e di una forza economica ormai consolidata, condizionandone i rapporti di forza interni. In questo caso non riscontriamo un contrasto fra tradizione feudale e istituzione cittadina, piuttosto un processo di adeguamento che determina una ben radicata compenetrazione dell'uno nell'altra. Una riprova di quanto gli stessi contemporanei avvertissero l'intrinseca forza e le potenzialità di questa famiglia è nel fatto che essa fosse temuta sia dagli esponenti del vecchio mondo in estinzione, sia dalle nuove leve del potere. In più di un documento, infatti, troviamo l'esclusione dei Cima dal godimento di particolari vantaggi, quali la fruizione di un mulino, la possibilità di sfruttare una selva, il permesso di costruire una chiusa; e questo avviene nella fase precedente gli anni in cui alcuni membri di questa famiglia appaiono saldamente inseriti nel quadro politico dello Stato. Il ruolo dei Cima in seno al governo pontificio si rafforza fino alla prima età moderna, con cariche podestarili nelle maggiori città, con la partecipazione alla politica signorile87 con il controllo di grandi monasteri88.

In conclusione, questo processo di trasformazione dei tratti caratterizzanti la nobiltà matura, nel territorio preso in esame, durante tutto il secolo XIII e con l'inizio del secolo successivo si assiste alla definitiva sconfitta di quello che restava dell'aristocrazia feudale.

«Nobiles autem illos intelligi volumus, qui per nos viginti de populo vel per decem de populo, qui pro tempore erint, extiterint declarati» è enunciato in una rubrica di un corpus legislativo di Cingoli del 130789. Tale proposizione, che è inserita in una serie di norme antimagnatizie redatte in un momento critico della vita cingolana, subito dopo un'acuta fase di lotte fra le famiglie dominanti90, sancisce la fine di una concezione di nobiltà e l'affermarsi di un'altra: la nobiltà considerata non più come una qualità innata che si trasmette col sangue, bensì come uno status riconosciuto volta per volta. Questa norma, che viene ribadita nel primo completo statuto cingolano a noi pervenuto, quello del 1325, - Nobiles autem intelligantur quos priores nominaverint91 -, segna il riconoscimento per chi esercitava il potere istituzionale nel comune dei privilegi tradizionalmente posseduti da determinate famiglie per «diritto acquisito».

Lo statuto precisa, dunque, all'inizio del Trecento un quadro normativo che fissa le regole consuetudinarie e di funzionamento di governo locale precisandone i contenuti e trasformandole in dettato legislativo. In particolare, per quanto attiene alle prerogative signorili, la legislazione statutaria le riconosce solo a coloro che, pur di origine nobiliare, fossero notai, giudici o procuratori92. È questo, dunque, il punto di approdo ad un concetto di un'aristocrazia caratterizzata dal possesso unito all'esercizio di funzioni pubbliche.

Note

1. La configurazione socio-economica del territorio marchigiano è stata oggetto di due convegni promossi dalla locale Deputazione di Storia Patria: La società rurale marchigiana dal Medioevo alNovecento, cfr. «Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche» (d'ora in poi «Atti e Mem.»), serie VIII, voll. IX-X (1975- 6), in particolare la parte 1, e Uomini, insediamenti, territorio nelle Marche dei secoli XIII-XVI, «Atti e Mem.», n. s., 84 (1979).

2. Sui collegamenti che unirono la regione al resto dell'Italia cfr. Le Strade nelle Marche. Il problema nel tempo, «Atti e Mem.», n. s., 89-91 (1984-6).

3. Interessanti spunti che permettono di comprendere come la configurazione del territorio marchigiano abbia avuto un suo ruolo nel favorire lo sviluppo e l'affermazione di culture e movimenti centrifughi rispetto al potere centrale sono in G. Todeschini, Trasformazioni economico-istituzionali e insediamenti francescani nella valle dell'Esino fra XIV e XV secolo: ipotesi di un'organizzazione del potere, in Nelle Marche centrali. Territorio, economia, società tra Medioevo e Novecento: l'area esino-misena, a cura di S. Anselmi, Jesi, 1979, vol. I, pp. 489-522.

4. Un'approfondita indagine sulle eredità giuridiche ed istituzionali che formarono la società marchigiana dell'alto Medioevo fu proposta col convegno Istituzioni e società nell'alto medioevo marchigiano, in «Atti e Mem.», n. s., 86, 1/2/3 (1981).

5. A questo proposito si può tener presente come la lotta fra gli Svevi e il papato coinvolse la regione marchigiana: cfr. R. Manselli, Innocenzo III e le Marche, in Le Marche nei secoli XII e XIII, «Studi Maceratesi», 6 (1972), pp. 9-20 e W. Hagemann, L'intervento del duca Rainaldo di Spoleto nelle Marche nel 1228-1229, ivi, pp. 27-44.

6. Per l'influenza che ebbe la situazione conflittuale fra papato e Svevi nelle vicende interne di alcuni comuni della Marca, cfr. M. Natalucci, I rapporti di Ancona con gli Svevi nei secoli XII-XIII,ivi, pp. 51-64; S. Corradini, Gli Svevi ed il triste epilogo della politica del Comune di Camerino, ivi, pp. 215-227; A. Meriggi, Corrado I d'Antiochia. Un principe ghibellino nelle vicende della seconda metà del XIII secolo, Urbino, 1990.

7. Elementi di riferimento nella struttura istituzionale marchigiana sono stati l'arcivescovo di Ravenna (cfr. G. Fasoli, La Pentapoli fra il Papato e l'Impero nell'alto medioevo, in Istituzioni e Società..., 1, pp. 55-88; A. Vasina, Il mondo marchigiano nei rapporti fra Ravenna e Roma prima e dopo il mille, ivi, pp. 88-113), i grandi monasteri (cfr. F. Allevi, I Benedettini nel Piceno e i loro centri di irradiazione. Contributo storico-letterario alla nozione della continuità, in I Benedettini nelle valli del Maceratese, «Studi Maceratesi», 2 (1966), pp. 9-127; D. Pacini, I monaci di Farfa nelle valli picene del Chienti e del Potenza, ivi, pp.129-174; Id., Possessi e chiese farfensi nelle valli picene del Tenna e dell'Aso (secoli VII-XII), in Istituzioni e Società..., 1, pp. 333-425), lo Stato della Chiesa (cfr. P. Colliva, Il cardinale Albornoz, lo Stato della Chiesa, le «Constitutiones Aegidianae» (1353-1357), in «Studia Albornotiana XXXII», Bononia, 1977).

8. Sugli oneri fiscali imposti dalla Camera Apostolica alla Marca, oltre alle Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Marchia, a cura di P. Sella, Città del Vaticano, MDCCCL, si veda E. Lodolini, Libri di conti di Antonio Fatati, Tesoriere generale della Marca (1449-1453), nell'Archivio di Stato di Roma, in «Atti e Mem.», s. VIII, IV, 2 (1964-5), pp. 137-176.

9. A. Theiner, Codex Diplomaticus dominii temporalis Sanctae Sedis. Recueil de documents pour servir à l'histoire du gouvernement temporel des Etats du Saint Siège, (d'ora in poi Codex) I, Roma, 1861, pp. 391-395; uno dei primi atti del successore di Bonifacio VIII, Benedetto XI, fu di abrogare queste constitutiones, ivi, p. 398. Tuttavia non risulta che i comuni marchigiani rinunciassero alle libertà acquisite.

10. L. Zdekauer, Gli atti del Parlamento di Montolmo del 15 gennaio 1306, in «Bollettino della Commissione per la pubblicazione degli atti delle assemblee costituzionali italiane dal Medioevo al 1831», 1(1915), p. 1 ss., 2 (1917), p. 133 ss.; si veda anche la Descriptio Marchiae Anconitanae in Codex, II, pp. 338-348.

11. Quale esempio si può assumere quello di Attonus de Macerata, il quale, dopo essersi inurbato in Osimo nel 1198, ne divenne podestà: cfr. Il Libro Rosso del Comune di Osimo (documenti dei secoli XII e XIII), a cura di L. Colini-Baldeschi, Macerata, 1909 (d'ora in poi L. R.), pp. 30-33, nn. XXX-XXXII.

12. Considero questo arco di tempo in quanto segna l'attività della locale Deputazione di Storia Patria: cfr. S. Bernardi, La Deputazione di Storia Patria per le Marche: cento anni di ricerche su fonti medioevali, in «Atti e Mem.», 95 (1990), pp. 47-96.

13. B. Feliciangeli, Di alcune rocche dell'antico stato di Camerino. Appunti e Ricerche, «Atti e Mem.», n. s., I (1904), pp. 7-56, 121-168; G. Accorroni, Serie dei podestà di Appignano, ivi, pp. 247-254; C. Annibaldi, Podestà di Jesi dal 1197 al 1447, ivi, s. III, II (1916-17), pp. 91-162; A. Menchetti, Storia di un comune rurale della Marca Anconetana (Montalboddo oggi Ostra), 6 voll., Jesi, Macerata, Fermo, Senigallia, 1908-37.

14. Molto interessante è il lavoro di D. Pacini, Sulle origini dei signori da Mogliano e di altre famiglie signorili marchigiane, in «Studi Maceratesi» 22 (1986), pp. 157-214; cfr. anche V. Villani, Signori e comuni nel medioevo marchigiano. I conti di Buscareto, Ancona, 1992, in «Deputazione di Storia Patria per le Marche», Studi e Testi, 17.

15. Oltre ai significativi studi compresi in Istituzioni e società, si veda: E. Archetti Giampaolini, Aristocrazia e Chiese nella Marca del centro-nord tra IX e XI secolo, Roma, 1987.

16. B.G. Zenobi, Ceti e potere nella Marca pontificia. Formazione e organizzazione della piccola nobiltà fra '500 e '700, Bologna, 1976.

17. Specifico sull'argomento è B.G. Zenobi, Feudalità e patriziati cittadini nel governo della «periferia» pontificia del Cinque-Seicento, in Signori, patrizi, cavalieri in Italia centro-meridionale nell'età moderna, a cura di M.A. Visceglia, Roma-Bari, 1992, pp. 94-107.

18. Questo studio è sorto nell'ambito dei miei interessi relativi al reperimento e all'edizione di fonti sulle origini delle strutture comunali nella Marca. Le mie ricerche si sono polarizzate sul territorio del comitatus auximanus ed hanno utilizzato, oltre ai documenti contenuti nel L. R. ed alcuni altri compresi in repertori di studiosi settecenteschi (principalmente il Codex Diplomaticus Cingulanus [d'ora in poi CDC], a cura di G.A. Vogel, tomi I, II, III, IV), alcuni manoscritti nella biblioteca Benedettucci di Recanati e fonti in gran parte inedite tratte dagli archivi del comune di Cingoli (d'ora in poi ACCi) e del monastero di Santa Caterina (d'ora in poi ASC) attualmente depositati presso l'Archivio di Stato di Macerata.

19. C. Grillantini, Storia di Osimo, I, Pinerolo, 1957, pp. 164-177; cfr. L. R., pp. 16-25 e passim.

20. G.B. Pellegrini, Appunti di toponomastica marchigiana, in Istituzioni e società, 1, pp. 217-300; E. Baldetti, Per una nuova ipotesi della conformazione spaziale dellaPentapoli, ivi, 2, pp. 779-894.

21. P.L. Dall'Aglio, Considerazioni storico-topografiche su Cingulum ed il suo territorio, in «Studi Maceratesi», 19, pp. 55-74; P. Appignanesi, Testimonianze medioevali nel territorio cingolano, ivi, pp. 131-155.

22. L. R., pp. 39-40, n. XXXVIII.

23. G. Picasso, Il monachesimo nella Marca nell'alto medioevo, in Aspetti e problemi del monachesimo nelle Marche, 1, Fabriano, 1982, pp. 27-38; G.M. Borri, L'area benedettina del monte San Vicino, ivi, pp.73-89; A. Pennacchioni, L'ordine di San Silvestro in Cingoli nel secolo XIII, Macerata, s.a., pp. 3-16.

24. Per alcune notizie sui castelli dell'Isola degli Orzali, di Civitello, di Castriccione e di Moscosi cfr. [L. Fanciulli], Osservazioni critiche sopra le antichità cristiane di Cingoli, Osimo, MDCCLXIX, ad indicem.

25. Per i castelli di Arcione, Cervidone, Cerlongo, San Vitale cfr. Osservazioni..., ad indicem.

26. Questi castelli a gestione comunitaria anche topograficamente avevano raggiunto l'aspetto tipico dell'insediamento aperto, la villa o meglio villaggio rurale senza fortificazioni, e probabilmente erano la continuazione di antichi insediamenti romani il cui polo di coesione e sopravvivenza era rappresentato dalla pieve o chiesa parrocchiale; cfr. V. Galié, Dall'insediamento preromano e romano al castello dei secoli X-XIII. Continuità di vita negli stessi spazi della costa e dell'immediato entroterra tra il Tronto e il Potenza, in «Studi Maceratesi» 24, pp. 203-291.

27. Nei giuramenti di fedeltà al comune intervengono singolarmente i capi famiglia cfr. L. R., p. 36, n. XXXV, p. 40, n. XXXVIIII.

28. Ivi, p. 41, n. XL, p. 54, n. LI.

29. Sul pagamento di mercenari ivi, p. 47, n. XLV.

30. La politica di tassazione seguita dal comune di Cingoli nei confronti di coloro che erano ancora soggetti a vincoli signorili venne presa a modello da altre città marchigiane; cfr. A. Zonghi, Carte diplomatiche fabrianesi, in Collezione di documenti storici antichi inediti ed editi rari delle città e terre marchigiane, II, Ancona, 1872, n. CXXII, a. 1246: «Preterea dictus syndicus nomine comunis et universitatis populi Fabriani et pro ipso comuni et universitate ex una parte, et prenominati nobiles pro se suisque filiis, heredibus et successoribus ex altera, inter se ad invicem stipulantes promiserunt facere et curare, consentire, quod in statuto comunis primitus faciendo, a comuni et pro comuni Fabriani apponetur specialiter statutum de frankiciis a predictis nobilibus de hominibus extimatis, qui non fuerunt adfrankati, servando modum terre Cinguli, quod statutum apponetur de illis hominibus predictorum nobilium, qui sunt stimati et non adfrankati».

31. Dall'entità numerica degli archivi esaminati si può trarre la conclusione che la percentuale dei documenti risalenti alla seconda metà del sec. XII è doppia di quella della prima metà: cfr. S. Bernardi, Le pergamene del monastero di Santa Caterina (1104-1215), Roma, 1983 (d'ora in poi Le pergamene), pp. 10-11.

32. Questa tendenza alla concentrazione dei beni si verifica controllando i confinanti dei beni oggetto di negozio: cfr. Le pergamene, passim.

33. Nei documenti del monastero di S. Caterina i contratti di pegno su terre nel XII secolo ammontano al 8,8%, per il periodo di XIII preso in esame, al 7,1%: ivi, pp. 12-13.

34. «Et nos suprascripti vinditori vindimus suprascriptam commandationem propter inopiam quam habebamus, et vindimus ipsam per nos et per fratribus et sororibus nostris quia non habeamus casam in castro Cinguli, et denarios quos ex ea accepimus expendimus in casa et in aliis negociis per nos et per fratres nostros»: 1193, giugno, Cingoli, in ASC, n. 425 (Le pergamene, p. 62, n. 24) l'origine ecclesiastica della concessione si deduce sia dal termine commandatio che ha questo preciso significato, sia dal fatto che primo testimone dell'atto è un presbiter Germanus, verosimilmente concessionario del bene.

35. ACCi, 1232, agosto 22, 1235, marzo 31 (cfr. L. Colini-Baldeschi, L'Archivio Comunale di Cingoli e la sua importanza storica, Cingoli, MCMIX, p. XXXXVI, n. VI [d'ora in poi Archivio]).

36. ACCi, 1292 febbraio 22 (Archivio, p. L, n. VII).

37. «in castro Cinguli ante palatium Rainaldi domine» 1224, agosto: ASC, n. 436, «prope portam Cinguli versus domum filiorum Ugonis Cime», 1224, settembre 26: ASC, n. 86.

38. Cfr. L. R., p. 30, n. XXX.

39. ASC, n. 716: copia autentica del 1289 di un documento del 1197 (Le pergamene, p. 70, n. 31).

40. Offreduccio di Attolino cede ad Atto di Selvo, parte in vendita parte in pegno, terre e diritti signorili in diverse località: 1177, settembre, 1178, luglio: ASC, n. 315 (Le pergamene, p. 49-52, nn. 14,16).

41. Quale esempio di prestatori che si costituiscono una base terriera si veda la documentazione relativa alla famiglia di Atto di Selvo ed a quella di Morico di Bernardo, il quale, iniziando con una piccola concessione di terra da parte del pievano di Avenale, estese considerevolmente il suo patrimonio raggiungendo una posizione di prestigio in ambito cittadino (ibid., ad indicem).

42. I contratti di affrancamento dietro pagamento nel XII secolo sono il 58,8%, nella parte di XIII secolo presa in considerazione il 40,5% (ivi, pp. 12-13).

43. «...bene laborare et pastinare et cultare et habitare et ingrasciare usque in XXVIIII annos... terram et vineam et redere tibi et tuis heredibus medietatem de fructibus; et in expletione XXVIIII annorum... sortire eam in quattuor partes, de quibus III vobis recipiatis et aliam quartam mihi remaneat; et de olivis qui ibi sunt tu... habeas totum fructum, preter de una talia quam mihi concessisti...»: 1207, novembre in ASC, n. 323 (Le pergamene, p. 94, n. 49).

44. Prima menzione di mulini in territorio cingolano è in un documento di conferma di beni dell'abbazia di S. Salvatore di Colle Bianco: ACCi 1187, marzo 13, cfr. G. Gatella, Cingoli nelle sue pergamene, in «Studi Maceratesi» 19, pp. 307-360.

45. Il possesso del mulino poteva essere parziale ed il suo sfruttamento concesso in enfiteusi per pochi giorni al mese a diversi; cfr. Le pergamene, pp. 80-83, nn. 38-40.

46. Questa situazione si può considerare il risvolto negativo di quanto illustrato in L.A. Kotel'nikova, Mondo contadino e città in Italia dall'XI al XIV secolo, Bologna, 1975, pp. 265 ss.

47. Si può constatare come dai primi decenni del secolo XIII si verifichi sia in ambito cittadino sia in territorio rurale una densa fondazione di ospedali ad uso pauperum et egenorum corredati di beni donati «pro anima», «pro male ablata pecunia», «pro restauratione decimarum»: cfr. S. Bernardi, Esempi di assistenza a Cingoli nel sec.XIII: gli ospedali di Spineto e Buraco, in Cingoli dalle origini al sec. XVI, in «Studi Maceratesi» 19, pp. 257-288; Ead., Ancora sull'assistenza a Cingoli nei secc. XIII-XIV, in Assistenza ed ospitalità nella Marca medievale, ivi, 26, pp. 534-545.

48. Sul pagamento da parte del comune di milizie mercenarie, cfr. L. R., pp. 28-29, 47, nn. XXVIII, XXVIIII, XLV.

49. Nelle carte di cittadinanza si specifica l'uso da fare delle milizie proprie: ivi, p. 31, n. XXXI.

50. Sintomatico di questa nuova concezione che intende il mobilitare armati non più come un privilegio signorile, ma come una professione da remunerare è il fatto che Tebaldo di Monte Campanaro, signore del castello di Moscosi, è citato da don Angelo rettore dell'ospedale di Spineto in qualità di fidecommissario di un certo Manfredo per il pagamento di 50 libbre ravennati e anconetane, prezzo di due cavalli, una mula, un «asterqui» e tutte le armi rimaste presso di lui alla morte di detto Manfredo: ASC, n. 589/5 (s. a., ma circa 1230).

51. Una lotta che coinvolse nel 1201 Fermo, Jesi, Osimo con Ancona, Recanati e altri alleati e che si concluse con la pace di Polverigi; cfr. L. R., p. 44, n. XLIIII.

52. Dalla cartula castri Cinguli si apprende come il conte Alberto fosse stato assalito dai cingolani e il suo castello distrutto: ACCi 1204, febbraio, cfr. L. R., p. 65, n. LXI.

53. Ivi, p. 31, n. XXXI; tale patto di fedeltà cui partecipa anche Bonconte del fu conte Braimante - a sua volta marito di una Maria che con detto Alberto risulta patrona della chiesa di S. Maria dell'Isola (ASC, n. 716, 1197, aprile, cfr. Le pergamene, p. 70, n. 31)- era stato ripetuto nel novembre del 1204 (L. R., p. 70, n. LXV).

54. Rappresentante di Jesi alla pace di Polverigi: ivi, p. 49, n. XLVII.

55. Giacomello può identificarsi con il Giacometto di Jesi che nel gennaio 1204 fa quietanza al comune di Osimo di tutti i suoi prestiti con testimone il conte Alberto: ivi, p. 60, n. LVI.

56. Tali personaggi non sono ricordati nell'anteriore documentazione cingolana.

57. «... iuramus et promittimus quod permittemus et concedimus communitati Auximi et Alberto comite reficere et reedificare pacifice castrum Ysole et promittimus et iuramus reddere et dare comunitati predicte universos homines castri predicti cum omnibus possessionibus et bonis eorum ad habitandum in prefato castro. Insuper iuramus et promittimus reddere universas possessiones, iura et consuetudines Alberto comiti et aliis hominibus predicti castri, quas vel que ipsi habuerunt uno mense ante guerram inceptam quam nobiscum fecerant... insuper... curamus obedire mandatum... potestatis Auximi, de pretio possessionum, quas nos Cingulani comuniter vel singularim emimus ab hominibus castri Ynsule post captionem predicti castri et de quinque castellanis Ynsule quos habuimus ante captionem predicti castri...», è dichiarato nella cartula castri Cinguli (cfr. nota 52).

58. Si sancisce ogni ulteriore cessione di«omni suo iure... de hominibus Insulehominibus castri Cinguli»: questo atto, del 14 maggio 1204 (ASC, n. 210, Le pergamene, p. 85, n. 42), conferma un precedente accordo - non pervenuto - stipulato fra Palmiero e Giacomello di Todino e il conte Alberto dell'Isola. Si può dedurre che tale accordo rientrasse fra gli obblighi assunti dal comune di Osimo e dal conte per le spese di guerra; infatti è da osservare che la penale prevista per l'inadempienza del contratto ha un valore venale pari a quella prevista nella quietanza fra il comune di Osimo e Giacometto, per cui si può supporre che il prestito fosse stato ripagato con il castello.

59. Giacomello di Todino, Monaldo di Grimaldo di Viviano, Profeta di Monaldo e Ugolino di Donnuzio, consoli di Cingoli, ricevono la sottomissione al comune fatta dai signori di Castriccione: ACCi 1209, settembre (copia del 1236, maggio 3).

60. Suo figlio Todino di Giacomello risulta proprietario di terre nella curia del castello dell'Isola (ASC, n. 760, 1222, ottobre 3), che poi cederà all'ospedale di Spineto (ASC, n. 226, 1232, febbr. 12). Un Albertino del fu Giacomello dona all'ospedale di Spineto, in nome della figlia Chertadruda - che poi sarà annoverata fra le monache di Santa Caterina -, parte di un mulino che fino allora era stato comune fra lui e Giacomello di Palmiero (è significativa la ripetizione dei nomi familiari) nel fondo «Buffarie» del comune (ASC, n. 621, 1227, dicembre 1).

61. Suoi discendenti sono un Tommaso del fu conte Alberto, il quale con i nipoti Alberto, Gentile et Cherelda - figli di Attone di Alberto del conte Attone - figura fra i confinanti di alcune terre donate all'ospedale di Buraco nei fondi Valle Corone e Beccagnone (ASC, n. 532, 1221, febbraio 5); allo stesso ente cedono parte di un mulino presso il fosso del Buraco mantenendosi il diritto di palmento (ASC, n. 536, 1228); inoltre Tommaso dell'Isola del fu conte Alberto è testimone in una vendita alla chiesa di S. Salvatore (ASC, n. 535, 1227, giugno 17).

62. In concomitanza col coinvolgimento del signore nelle ostilità avvenne la cessione perpetua da parte di Grimaldo di Giovanni Barcano a Morico figlio «de Bona», in cambio del mantenimento a vita di tutti i beni ch'egli conduceva per mandato del conte Alberto: ASC, n. 320, 1202, novembre (Le pergamene, p. 80, n. 38).

63. ACCi, 1209 settembre (cfr. nota 59).

64. ACCi, 1239, giugno 30, ASC, n. 539, 1253, febbraio 7.

65. Eugenio, Ruggero e Gentile, signori di Civitello, vendono a Giovanni di Alberto e a Atto di Cazadore tutta la loro terra nel fondo «La fossa iam de Actofido», distribuendo con molta precisione l'utilizzazione della parte colta e dell'incolto: ASC, n. 911, 1209, luglio (Le pergamene, p. 107 n. 59).

66. Nel 1216, ottobre 13, il signor Gentile di Civitello, podestà di Osimo, riceve la sottomissione al comune degli uomini del castello di Arcione: L. R., p. 98, n. LXXXVIIII; Ruggero di Civitello è testimone alla fondazione dell'ospedale di Buraco: ASC, n. 132, 1218, marzo 11.

67. Difensore del fu Ruggero di Civitello cede al comune di Cingoli i suoi ultimi diritti sul castello e le sue pertinenze: ACCi, 1256, luglio 31.

68 . Vendita del castello di Moscosi al comune di Cingoli fatta dal nobile signore Manente di Matteo di Tebaldo di Montecampanaro: ACCi, 1295, gennaio 16.

69. Il monastero di Santa Caterina, fino alla sua soppressione in epoca napoleonica, fu uno degli enti più prestigiosi della zona: cfr. Le pergamene, pp. 5-6.

70. Esempio molto eloquente di questo si ha nella vicenda di un altro ramo della famiglia dei conti dell'Isola, facente capo al conte Tommaso di Arlotto. Questi appare molto cauto nel tutelare i propri privilegi nei confronti dell'ospedale di Buraco, verso il quale adotta un comportamento prudentemente favorevole, cercando di limitarne l'autonomia giuridica. Nell'aprile del 1218 è testimone alla donazione di terre nel Monte Alvello in favore di tale ente, consistente in terre confinanti con suoi possessi, nel Monte Alvello in località Buraco, fatta da Grimaldo del fu Mazale; altri suoi possessi sono sul fiume Musone presso un mulino nel fondo Alvani e nel fondo Cortine e presso un mulino nel fondo «Aquebullentis»: ASC, n. 757, 1218, aprile 11; n. 912, 1219, dicembre 9; n. 655, 1221, aprile 1; n. 926, 1228, luglio 11. Lo stesso Tommaso di Arlotto del conte Tommaso permuta con il rettore dell'ospedale di Buraco, nel 1228, una terra nel fondo Cortine ricevendone in cambio altre, fra cui una «que fuit comitis Braimantis» (cfr. nota 53); il rettore s'impegna a sua volta a non ricevere donazioni da parte degli uomini del conte: si nota dunque una particolare cura da parte di questo signore nel ricomporre i suoi possessi e nel tutelarsi nei confronti di un ingrandimento di giurisdizione da parte dell'ospedale, ASC, n. 592, 222, 1228, febbraio 28 (gli atti sono stipulati e nel castello di Accola e nell'ospedale). Alla sua morte il patrimonio familiare entra a far parte dei beni del monastero di Santa Caterina di Cingoli, che aveva sotto la sua giurisdizione l'ospedale di Buraco, in quanto la sua unica figlia ed erede Thomassa era monaca in tale ente, ASC, n. 229, 1239, gennaio 23. L'ospedale, in seguito, si troverà coinvolto in un contenzioso con esponenti di un altro ramo della famiglia, i conti di Rovellone, per l'esercizio di alcuni diritti sulle terre ereditate: ASC, n. 111, 113, 124, 389 (1287, dicembre 18).

71. Cfr. nota 41; è da notare, inoltre che Ruggero, figlio di Morico di Bernardo per primo introdusse il commercio dei panni fiorentini a Cingoli: ASC, n. 957, 1250, ottobre 13.

72. E. Colini-Baldeschi, Comuni, signorie e vicariati nella Marca d'Ancona, in «Atti e Mem.», s. IV, II (1925), pp. 32-41.

73. F.M. Raffaelli, Delle rivoluzioni del comune di Cingoli dalla sua origine alla totale di lui sottomissione alla Chiesa Romana sotto Martino V (ms. inedito di mia proprietà, verosimilmente in origine facente parte della dispersa Biblioteca Raffaelliana di Cingoli), p. 44.

74. L. R., p. 39, n. XXXVIII. Si può, al contrario, ritenere che esponenti di questa famiglia fossero inseriti in ambito cingolano dalla metà del sec. XII. Infatti un Tancredo del fu Mainetto acquista intorno a tali anni una terra nel fondo Collano; nel 1190 troviamo un altro Mainetto che stipula un patto dotale con Atto di Selvo a nome di Panfilo: ASC, nn. 205, 85 (Le pergamene, pp. 35, 54, nn. 4, 19).

75. Nel 1202 troviamo citati, in relazione alle vicende belliche, Mainetto e Gualtiero «de Pulverisia»: L. R., pp. 48-50, nn. XLVI, XLVII.

76. Suggerisce questa ipotesi la formulazione dell'atto con cui Berardo, Ramberto e Appigliaterra, figli di Mainetto, affrancano da qualsiasi onere signorile Capelluta di Zanello di Amico di Adamo e suo marito Guido Flanduloso, ricevendo in cambio la metà di un manso e un mulino nel fondo Domaziano, e nel fondo le Cerquete parte di un campo: «de dominio et segnoria et serviciis debitalibus vel non debitalibus sive usualibus, sive iuste sive iniuste que nobis usque nunc facere debuistis, vel debitis vel in antea petere possimus», ASC, n. 906, 1201, febbraio (l'originale è perduto: la citazione è dal CDC, I, p. 168).

77. Appigliaterra di Mainetto ha risarcito dal comune un cavallo perso allorché «ivit in campaniam in exercitu imperatoris»: ACCi, 1245, maggio 12.

78. Ramberto Mainetti nel 1215, nel 1218, e nel 1222 è podestà di Cingoli: ACCi, 1215, novembre 22, 1222, giugno 19.

79. Alleanza promossa, nel 1215, da Ramberto Mainetti contro Osimo: L. R., p. 96, n. LXXXVIII.

80. Nel 1280 Angelo di Appigliaterra è incaricato di dirimere una causa fra il comune e il monastero di San Bonfilio: ACCi, 1280, marzo 10.

81. Nel 1216, febbraio 1, Appigliaterra e Gualtiero Mainetti sono testimoni di una donazione all'ospedale di Porta Montana: ASC, n. 130.

82. Un Appigliaterra Mainetti e altri membri della famiglia, alla fine del sec. XIII, sono a capo di una fazione che tenta d'imporre la propria signoria su Cingoli: ACCi, 1306, giugno 18.

83. Sulla famiglia Cima si cfr. E. Colini-Baldeschi, op. cit., p. 33-57 e le voci Cima Pagnone, Benutino, Giovanni in Dizionario biografico degli Italiani.

84. Cfr. Raffaelli, op. cit., p. 28.

85. Osservazioni..., p. 720, n. XLIX, 1219, settembre 24.

86. ASC, n. 923, 1227 febbraio 10 e passim.

87. Nel 1393, papa Bonifacio IX conferma il vicariato di Cingoli a Benutino Cima, a suo figlio Giovanni e suo nipote Giovan-Battista: ACCi, 1393, maggio 14.

88. Nel 1395, Anfelisia Cima, badessa di Santa Caterina, riceve la sottomissione del monastero di San Giacomo di Colle Luce: ASC, nn. 59, 60, 61, 62.

89. Rubr. XXIII della Statuto del 1307: ACCi, Cartoni Vecchi, cc. 44-52v (ed. L. Colini-Baldeschi, Gli Statuti del Comune di Cingoli, v. I, Cingoli, 1904, pp. 1-22; cfr. P. Cartechini, Aspetti della legislazione cingolana in «Studi Maceratesi» 19, pp. 361-424).

90. La descrizione di questo periodo conflittuale che travagliò Cingoli è nell'atto di assoluzione impartita ai contendenti da Gerardo de Tastis, vicario generale del rettore, della Marca Bertrando del Got: cfr. ACCi, 1306, giugno 18.

91. ACCi, Statuto Vecchio, l., I rubr. XIV, c. 85v.

92. Rubrica XXIII della normativa del 1307 (cfr. nota 89).