I poteri giurisdizionali dei baroni romani
nel settecento: un problema aperto

di David Armando

1. I termini del dibattito storiografico

Chi oggi si avventuri in quel «mare feudale» che ricopriva il Lazio in età moderna1, si accorge ben presto di navigare per rotte non molto battute2. Soprattutto se prende a termine di confronto il vicino, e per certi versi simile, Regno di Napoli, dove la questione feudale costituisce un oggetto privilegiato dell'attenzione degli storici3. La carenza di studi relativi all'area romana è tanto più evidente se si restringe il campo al tema della giurisdizione baronale, per la quale la storiografia sul Mezzogiorno presenta una tradizione di studi ampia e vitale, che, nella varietà delle impostazioni, ne ha analizzato gli aspetti giuridici, economici, sociali4.

Uno stimolo non trascurabile agli studi sulla feudalità napoletana, e in particolare sui suoi poteri giurisdizionali, è costituito dalla stessa polemica che nel corso del Settecento la vide oggetto, e che ebbe per protagonisti gli esponenti più autorevoli della tradizione riformistica meridionale. Viceversa, all'interno del movimento riformatore romano, assai meno vitale di quello meridionale, e concentrato su temi finanziari ed agronomici5, allo stato attuale degli studi il tema delle giurisdizioni baronali appare poco presente.

In un'opera di sintesi del 1978, A. Caracciolo esprimeva le proprie perplessità nei confronti del giudizio storiografico fondato sull'idea di «una feudalità pontificia fastosa sì, ma più ricca di titoli che di potere», e privata in particolare «d'ogni esercizio dell'alta e bassa giustizia», e segnalava in proposito la frequenza, ancora alla fine del Seicento, delle concessioni «cum mero et mixto imperio»6.

L'immagine di una feudalità priva di poteri era stata in un primo tempo desunta da alcuni autori principalmente dall'esame dei provvedimenti con cui i pontefici, a partire dalla metà del XVI secolo, avevano affermato il carattere subordinato dell'autorità dei feudatari, in un processo non privo di arretramenti che, attraverso il divieto di nuove infeudazioni (1567), l'istituzione (1596) della congregazione dei baroni, che consentiva ai creditori dei feudatari di rifarsi sui loro beni, l'eliminazione (1679) del predicato dai titoli nobiliari, culminava fra il 1701 e il 1704 nei provvedimenti con i quali Clemente XI, ponendo termine ad una controversia secolare, sottoponeva definitivamente i baroni al pagamento delle imposte camerali, e le loro comunità al controllo della congregazione del Buon Governo7.

Nell'ambito dell'attuale dibattito storiografico, i provvedimenti pontifici nei confronti della feudalità sono stati messi in rilievo a conferma dell'efficacia del processo di centralizzazione operato dalla monarchia papale fin dai primi secoli dell'età moderna. È in particolare Paolo Prodi ad affermare come «una profonda indagine storica potrebbe smentire la diffusa credenza nella persistenza di un suo potere autonomo di giurisdizione durante l'Età moderna e dimostrare che tra la metà del XV secolo e la metà del XVIII l'azione dei papi produsse il suo graduale svuotamento dal punto di vista politico e giuridico con un'azione continua e coerente che ha pochi riscontri nella vita degli altri Stati italiani»8. Per quanto riguarda, inoltre, l'aspetto particolare della repressione delle violenze perpetrate dagli stessi baroni romani, I. Fosi ha affermato invece la scarsa efficacia, alla fine del Cinquecento, degli «interventi della giustizia centrale nelle terre infeudate»9.

Come è noto, le giurisdizioni baronali non erano uniformemente distribuite sul territorio dei domini pontifici, ma erano particolarmente concentrate nell'area gravitante intorno a Roma, costituita dalle province di Patrimonio, Sabina, e soprattutto Lazio e Marittima e Campagna10. In linea generale per la stessa area, e con la stessa gradazione, gli studi di Villani hanno mostrato il peso preponderante rivestito dai baroni nella distribuzione della rendita fondiaria11. Un dominio fondiario che Villani, confermando una tesi già espressa da G. Curis, ha mostrato essere la base principale del potere dei feudatari romani12. Le ricerche successive sulla feudalità romana si sono orientate prevalentemente verso l'aspetto patrimoniale13. G. Pescosolido, studiando il patrimonio dei Borghese, ha mostrato la scarsa incidenza dei diritti giurisdizionali sulla rendita complessiva, concludendo che «le prerogative giurisdizionali sui vassalli si erano fortemente ridotte ed erano comunque tali, nella seconda metà del XVIII secolo, da rivestire un'importanza senza dubbio inferiore a quella che conservavano in altri Stati»14. Studiando il patrimonio Chigi, A.M. Girelli ha espresso in un primo tempo considerazioni analoghe15; successivamente, sulla base anche della documentazione giudiziaria della stessa famiglia, ha precisato che «almeno fino all'inizio del Settecento, il barone nel Lazio esercitò poteri di signore nel suo feudo, godendo dell'immunità giurisdizionale e fiscale»16. Recentemente, altre indicazioni sui poteri locali dei baroni sono emerse nell'ambito di ricerche volte a cogliere strutture e dinamiche della società laziale di antico regime. In particolare gli studi di R. Ago, incentrati sull'area del braccianese, hanno evidenziato la capacità dei contadini di utilizzare la giurisdizione feudale all'interno di proprie strategie di risoluzione dei conflitti17. Dal canto suo G. Rossi ha mostrato la persistenza del carattere giurisdizionale delle tenute baronali nell'Agro Romano, e della sua rilevanza ai fini fiscali18.

Queste pagine hanno l'intento di presentare i primi risultati di una ricerca in corso, che si fonda sulla documentazione conservata negli archivi di alcune famiglie baronali che possedevano feudi nella parte meridionale dello Stato19. Fra gli obiettivi della ricerca figurano sia la verifica dell'estensione e del grado di autonomia dei poteri giurisdizionali dei baroni romani nel corso del Settecento, sia una valutazione del ruolo che l'esercizio di tali poteri rivestiva all'interno della vita delle comunità infeudate, e delle relazioni fra queste ed i feudatari stessi20. Non disponendo ancora di dati complessivi desunti da uno spoglio analitico di atti processuali, la documentazione che qui presenterò è riconducibile in gran parte a due tipologie: da un lato si tratta di documentazione prodotta o raccolta dai feudatari per difendere i propri diritti giurisdizionali; dall'altro di atti relativi a singoli processi criminali estratti dai relativi fondi archivistici: non è superfluo sottolineare la funzione strumentale della prima, e la non necessaria rappresentatività dei secondi. Va inoltre evidenziato che la maggior parte della documentazione utilizzata riguarda i complessi feudali dei Colonna, e che, per l'estensione dei feudi e per la potenza politica che ha caratterizzato questa famiglia nel corso dell'età moderna, alcune prerogative che risultano competerle potrebbero non estendersi ad altre.

Alla carenza di studi specifici, che ricostruiscano sul piano normativo i rapporti fra curie baronali e tribunali centrali all'interno dell'ordinamento giudiziario dello Stato pontificio, ho cercato di supplire attraverso un primo esame di alcuni testi della trattatistica giuridica di area romana (par. 2) e dei provvedimenti pontifici settecenteschi (par. 3). Ne emerge un quadro parziale e provvisorio, e di cui sarà necessario esaminare i precedenti cinque-seicenteschi21, che ha offerto però indicazioni per la discussione; quanto alla organizzazione del materiale archivistico, si è scelto di privilegiare un andamento tematico, a discapito forse della leggibilità di un processo diacronico, nella cui ricostruzione, peraltro, permangono non poche lacune.

            2. Giurisdizione del barone e tribunali centrali: uno sguardo alla trattatistica

Nella seconda metà del XVII secolo, nel libro del Dottor volgare dedicato ai feudi, il cardinal De Luca, descrive in termini generali i limiti della giurisdizione che compete ai feudatari quando essi siano subordinati ad un principe sovrano22:

[...] in tal caso viene anche il mero e misto imperio, e la piena giurisdizione, così civile, come criminale, e mista; ma subordinata all'appellazioni, e ricorsi al Principe, et a' suoi Tribunali; né vengono li regali, tra li quali si annovera il rimettere banditi, e far grazie pure di pene capitali, quando le leggi particolari, o l'uso, del privilegio non lo porti [...]. Come anche tal giurisdizione non entra in alcuni delitti, li quali si stimano di ragion publica, e peculiare del Principe; come sono: li delitti di lesa maestà Divina, et umana; l'escavazion de' tesori, et altre cose spettanti al Principe; la moneta falsa; la contravenzione di quelle leggi, che riguardano le ragioni particolari del Principe sovrano; e secondo un'opinione, la grassazione di strade pubbliche,

Lo stesso De Luca, in un'opera posteriore, distingue, in rapporto agli attributi giurisdizionali, quattro «specie di Baroni e Domicelli» che caratterizzano i diversi stati d'Italia23, ed evidenzia le analogie che pongono i baroni del Regno di Napoli e dello Stato ecclesiastico in una posizione intermedia rispetto a quelli dei ducati, maggiormente sottoposti al controllo del principe, e ai «feudatarj imperiali», che per la lontananza del sovrano partecipano di alcune sue prerogative, e godono di un'indipendenza che si manifesta in particolare nella difficoltà per i vassalli di ricorrere ad istanze superiori. Come i baroni del Regno, infatti, quelli romani hanno «potestà e giurisdizione» ampia, ma «affatto subordinata al Principe, et a' suoi Tribunali, con le appellazioni, e con i ricorsi, sì che facciano l'istessa figura di Governatori, e di Magistrati perpetui»24. Nello Stato pontificio, tuttavia «non vi è quella uniformità generale» di privilegi che contraddistingue i baroni del Regno, ma «alcuni possiedono certi regali, et hanno certe prerogative maggiori degli altri»: una distinzione che si verifica «non per privilegj particolari espliciti, ma per un antico possesso» derivante dalle concessioni particolari, esplicite o implicite, che i papi dovettero fare, al termine del periodo avignonese e dello scisma, per veder riconosciuta la propria sovranità da parte dei baroni più potenti. In linea generale, tuttavia, De Luca ravvisa una minore indipendenza dei baroni romani, specialmente per quanto riguarda la facoltà di «aggraziare li delinquenti, dopo la condanna particolarmente al bando capitale»25.

Un altro aspetto che, secondo De Luca, caratterizza il paesaggio feudale romano, è la presenza della congregazione della Sacra Consulta. Essa fra le sue ampie competenze in materia politica e di ordine pubblico26, detiene quella di ricevere le rimostranze dei vassalli contro i baroni e i loro ufficiali. Grazie alla vigilanza con cui la Consulta esamina i ricorsi, e con cui, «iuxta Pontificis, seu Cardinalis superintendentis generalis, genium, ac majorem, vel minorem zelum», indaga «super concussionibus vassallorum, qui recurrere, vel reclamare non audeant», afferma De Luca, «pluries Rota respondere consuevit, quod in stato ecclesiastico non intrat illa usurpationis, vel concussionis praesumptio, quae in aliquorum principatuum Baronibus cadere solet»27.

Ma soprattutto compete alla Consulta il controllo sull'operato dei giusdicenti locali, inclusi quelli di nomina baronale. Per pronunciare la sentenze in cause che comportino la pena capitale, o quella della galera per oltre cinque anni, per eseguire queste stesse pene nei confronti di rei già condannati in contumacia e successivamente catturati, per infliggere la tortura eccezionale della veglia, i governatori locali sono tenuti a trasmettere «la relazione del caso, col sommario del processo» ed il proprio voto alla congregazione, alla quale, peraltro, possono ricorrere le parti stesse, anche in cause meno gravi, tanto nei riguardi della sentenza, che della procedura28. La Consulta, esaminati gli atti e il voto del governatore, «approva o riprova, o modera, oppure dà quelle provvisioni, che le pajono»29: il giusdicente locale deve eseguire le decisioni della congregazione30.

La dispersione della documentazione archivistica di questa congregazione costituisce un ostacolo alla ricostruzione del funzionamento reale della complessa rete giudiziaria pontificia31. Questa prevedeva, come suprema istanza di ricorso, la Segnatura di Giustizia, che decideva, su istanza della parte, la concessione del ricorso, dell'appello, o della restitutio ad integrum nei confronti dei giudizi di tutti i tribunali non camerali, commettendo la nuova istanza, a seconda del valore della causa, alla rota, o a un giudice commissario32. I casi in cui non fosse possibile il ricorso alla Segnatura di Giustizia potevano essere portati all'esame della Segnatura di Grazia, presieduta dal papa33.

Il tesoriere generale, e le varie presidenze e prefetture della Camera Apostolica competenti su singole materie (strade, annona ecc.) potevano dal canto loro avanzare pretese sulle cause che le concernevano34, mentre dagli inizi del Settecento la congregazione del Buon Governo conosceva anche nei luoghi baronali le cause relative alla gestione economica delle comunità35; tuttavia i tribunali della capitale che maggiormente potevano intrecciare la propria giurisdizione con quella delle curie de partibus, fuori cioè dal distretto di Roma, erano quelli del governatore, e dell'auditor camerae36.

L'auditor camerae aveva competenza esclusiva nelle cause riguardanti chiunque rivestisse incarichi nella Curia e nella Camera Apostolica, così come nell'esecuzione dei contratti stipulati «in forma camerae», e delle lettere apostoliche. Era inoltre tribunale di seconda istanza per le cause fuori del distretto di Roma37.

Trattando della facoltà del tribunale dell'auditor camerae di assumere, su istanza delle parti, le cause anche in prima istanza, De Luca sostiene che essa si applica con maggior diritto alle cause spettanti alle curie baronali rispetto a quelle spettanti alle curie vescovili38. In primo luogo infatti non si estendono alle prime le disposizioni emanate dal concilio tridentino a favore dei vescovi. In secondo luogo la giurisdizione dei vescovi, «nativam, et de jure communi», differisce da quella baronale, ottenuta «ex gratia, et privilegio ejusdem Papae». Infine, sebbene in misura minore rispetto ad altri principati, anche nello Stato pontificio gioca pur sempre contro i baroni la «suspicio concussionis subditorum». Alle curie vescovili, dunque, si applica meglio la proposizione spesso recepita dalla Sacra Rota, che «Auditor Camerae extra Curiam non est Judex in causis primae instantiae», che peraltro De Luca afferma di aver sentito dire esser stata recentemente applicata dalla Segnatura anche a favore dei baroni.

Il governatore di Roma39 aveva giurisdizione, innanzitutto, sulle cause di Roma e distretto. Scrive De Luca che «sogliono tra questo Tribunale, et i Baroni, dentro il distretto, occorrere con frequenza delle controversie, sopra la prevenzione nelle cause criminali»40. Il governatore inoltre poteva giudicare le cause de partibus qualora il reo venisse arrestato dalle sue squadre all'interno del distretto, «purché il Reo non sia privilegiato, ovvero il delitto non soggiaccia alla privativa cognizione di altro Giudice». In questi casi, prosegue il trattato di Pratica della curia romana della fine del Settecento attribuito ad Alessandro Villetti, «tanto il Governo, come l'A.C. fa sua la causa, e spedisce i Commissarj in qualunque luogo, o soggetto alla Sacra Consulta o ai Baroni; ed a quest'effetto chiede, e gli si consegnano gli atti fatti tanto dai Governatori della Sacra Consulta, quanto dai Governatori Baronali, ed anche dalle Curie Vescovili»41. Inoltre i tribunali superiori, principalmente la Sacra Consulta, potevano affidare al governatore cause al di fuori della sua giurisdizione, che prendevano il nome di «cause commissarie»42.

Una lunga ed accesa controversia riguarda la facoltà del governatore e dell'auditor camerae di avocare le cause relative agli inquisiti e ai rei condannati in contumacia dalle curie inferiori che si costituissero nelle loro carceri43.

Trattando delle competenze cumulative del governatore in prima istanza, De Luca afferma che questi «bannitos, et contumaces Curiarum inferiorum, etiam baronalium, qui coram eo se constituerant, audit, ac recepit, atque causarum cognitionem assumit», e che nei confronti dei ricorsi dei baroni a difesa della propria giurisdizione «variam praxim habere solet pro Papae praesertim arbitrio, ex causarum qualitate, aliisque facti circumstantiis regulari solito»44. Conclude rimandando ad un precedente libro dello stesso trattato, in cui aveva presentato il caso di un reo condannato in contumacia dalla Curia ducale di Monte Compatri, feudo Borghese, costituitosi nelle carceri del governatore di Roma, e di cui gli ufficiali della curia baronale avevano chiesto alla Consulta la remissione, «tamquam subditum atque ab eis comdemnatum». Dopo aver esposto i motivi addotti contro la trasmissione, De Luca riferisce gli argomenti che, nel corso della causa, egli stesso aveva esposto in difesa della giurisdizione baronale. Essi possono riassumersi nel diritto privativo del barone, che decade solo laddove sussistano fondati sospetti sulla sua imparzialità, di condurre fino al termine le prime istanze. Il parere di De Luca era stato condiviso in linea generale dalla Consulta, che tuttavia, essendosi il reo costituito nella fiducia di non essere consegnato, lo rimise in libertà, e ordinò la trasmissione del processo per verificare «de gravamine, et animositate per reum praesupposita»45.

Il passo di De Luca è ripreso da alcuni scrittori che trattarono successivamente la materia, con particolare riguardo alle prerogative del tribunale dell'auditor camerae, assumendo in vario modo posizione contraria alla remissione.

Quasi contemporaneo di De Luca, Giovanni Domenico Rinaldi, nel quarto volume del suo commento ai bandi generali dello Stato pontificio, espone ampiamente i motivi per cui «spontaneae constitutiones, quae in Tribunali A.C., tamquam in Tribunali Papae fiunt, et recipiuntur in primis instantiis, quae alias spectarent ad Episcopos, vel Barones, habent maximum fundamentum». Oltre alla consuetudine del tribunale, Rinaldi adduce la tesi che le concessioni da parte del pontefice della giurisdizione sulle prime istanze sono da intendersi «nisi partes habeant recursum ad Papam in casibus a Jure permissis», non potendo il sovrano abdicare alla suprema giurisdizione, che consiste «in revidendo, visitando, rescribendo, mandando, appellationes recipiendo, causas avocando, et privando». A proposito dell'argomento, che milita a favore dei ricorrenti, del sospetto che essi possono avere nei confronti del barone o dei suoi ufficiali, Rinaldi segnala la pratica dell'auditor camerae di non ricevere le costituzioni dei rei «sine praevia allegatione suspicionis Tribunalis, a quo recurrunt». L'atto stesso di costituirsi, e l'allegazione di sospetto costituiscono d'altra parte un'offesa nei confronti del tribunale ordinario, e pertanto la consuetudine secondo la quale «curia romana nunquam remittit reos captos in Urbe» deve valere a maggior ragione nei riguardi dei rei costituitisi spontaneamente46.

Si rifà esplicitamente a Rinaldi, nel 1741, il giurista Francesco Antonio Bonfini, il quale, trattando in generale il tema della remissione delle cause da una curia superiore ad un'altra inferiore, afferma che «rei sponte se constituentes coram A.C. non possunt ab illius Tribunali amoveri»47. Bonfini aggiunge che la Curia Romana e la Sacra Consulta sono solite ammettere le costituzioni perfino di rei evasi dalle carceri dei giudici inferiori48.

La controversia è ripresa, quasi venti anni dopo, dall'avvocato romano Pietro Antonio Danieli49, il quale inserisce nel suo manuale di diritto un capitolo sui poteri dei baroni «in Criminalibus», che così descrive:

Ex vi igitur ordinariae Jurisdictionis, qua Barones perfruuntur, non solum poenas, mulctasque indicunt, sed carceres ad Reorum custodiam, vel punitionem, imo carcerum quoque custodes, militesque armatos cum eorum Ducibus habent [...]; Et ulterius possunt reorum bona proscribere, seu, ut inquunt, confiscare, Vassallos remigio damnare, et in delictis illis, quae transactionem admittunt, transigere, atque componere [...]50.

La competenza dei baroni trova limiti e decade, secondo Danieli, nei delitti di assoluta pertinenza dei tribunali centrali - per luogo, o perché di natura pubblica51 -, in cause già iniziate presso altri tribunali aventi competenza cumulativa, in caso di sospetta animosità del barone verso l'inquisito, quando, infine, il reo abbia ricorso, o si sia consegnato alle corti superiori. Su quest'ultimo punto, Danieli, pur dichiarando la controversia ancora aperta, sostiene il diritto dei tribunali superiori52, e in particolare che l'auditor camerae «amplissimam [...] facultatem habet recipendi spontaneas constitutiones reorum, etiam in prima instantia, licet constituti subjecti essent Curiis Ordinariis Episcoporum, et Baronum»53.

3. Gli interventi normativi di Benedetto XIV e Pio VI

Nello stesso capitolo Danieli riferisce una seconda controversia, portata in Segnatura di Grazia nel 1746, relativa alla facoltà dei baroni di condannare a pene straordinarie, in particolare alla galera, i rei gravati di indizi gravi, ma non confessi, senza sottoporli alla tortura54. Una pratica, questa, tesa fra l'altro ad evitare l'inconveniente di dover rilasciare i rei che, sottoposti alla tortura per ottenere la prova principe della confessione, l'avessero sostenuta. La controversia era stata portata in Segnatura in seguito a un ricorso a nome dei baroni romani e dello Stato ecclesiastico, suscitato da un rescritto della Consulta nei confronti di una simile sentenza emanata dal barone di Monticelli, il principe Borghese55. La Consulta, pur approvando la condanna, l'aveva infatti giudicata nulla «per mancanza di facoltà, e giurisdizione», e, «con aggravio di tutto il baronaggio», l'aveva rimessa al governatore di Roma; inoltre ordinava all'uditore del barone di Monticelli «qui se abstineat a condemnando simpliciter ex indiciis», e disponeva che gli uditori dei baroni dovessero, nei casi particolari, domandare le facoltà necessarie56. Benedetto XIV decide la causa in favore dei baroni, accogliendo il principio che, mentre solo il principe supremo e i tribunali da lui delegati possono comminare la pena ordinaria - ossia capitale - nei confronti dei rei non convinti né confessi, «è lecito ad ogni giudice ordinario, e molto più a i baroni, quali nelle loro terre, o a titolo d'investitura, o per altro legittimo titolo godono del mero, e misto impero», condannare gli stessi a pene straordinarie, e rigettando inoltre la tesi fiscale, secondo cui tale facoltà doveva limitarsi alla pena dell'esilio o della corda, senza estendersi a quella della galera57.

Allo stesso tempo, tuttavia, il pontefice coglie l'occasione per imporre alcune condizioni ai giudizi dei baroni, ammonendoli «che prima di condannare alcuno in virtù de i suddetti indizj alle pene sovraccennate, faccino esaminare, e riconoscere i processi da uomini esperti, e da bene», che i rei non restino indifesi a motivo della loro povertà, che la pena straordinaria non sia sproporzionata al delitto ed agli indizi58.

Del tentativo di imporre ai baroni il consiglio dei giuristi, che costituisce uno dei pochi provvedimenti riguardanti direttamente le giurisdizioni feudali emanati nell'ambito della moderata opera di riforma giudiziaria condotta da papa Lambertini59, è stata fondatamente posta in dubbio l'efficacia60. Va rilevata d'altra parte l'usanza di alcuni baroni romani di scegliere il proprio uditore criminale fra i giuristi più autorevoli della capitale, talvolta con importanti incarichi all'interno della Curia pontificia61. Una circostanza questa che era stata addotta da De Luca, nella causa di Monte Compatri, come argomento a garanzia dell'imparzialità del giudizio della curia baronale62. La presenza nei tribunali centrali di legali impiegati contemporaneamente dai baroni pose lo stesso Benedetto XIV nella necessità di intervenire, nella costituzione Justitiae gladium del 12 maggio 1749, e nel motu proprio Animati del giusto, del 7 novembre dello stesso anno, per escluderli dalle discussioni che all'interno di quelli si facevano delle cause riguardanti i feudi e dei ricorsi dalle curie baronali63.

Un altro intervento di Benedetto XIV che riguarda il nostro tema è il divieto, compreso nella costituzione Romanae Curiae (21 dicembre 1744), ai giusdicenti di tutte le terre, città, castelli e luoghi dello Stato ecclesiastico, «et praesertim baronalium», che fossero privi di laurea di interporre decreti di volontaria giurisdizione nei contratti che riguardassero donne e minori64.

Con il pontificato di Pio VI vede la luce un moderato tentativo di razionalizzare l'amministrazione locale della giustizia, e di migliorare le condizioni economiche dei giusdicenti, la cui precarietà era considerata causa di trascuratezza e di vessazioni nell'amministrazione della giustizia. Mi riferisco ai due provvedimenti emanati nel 1790, volti rispettivamente a sopprimere la pratica dell'affitto delle cancellerie, e ad accorpare i governi locali di piccole dimensioni65. Da essi appaiono esclusi gli uffici soggetti alla nomina dei baroni, ai quali il pontefice si limita a partecipare la sua fiducia «nello zelo , ed impegno de' medesimi per la retta amministrazione della giustizia»66. Pochi anni prima, viceversa, anche le curie baronali erano state comprese in un'inchiesta, sotto forma di questionario67, lanciata dalla congregazione particolare istituita alla fine del 1785 da Pio VI con il compito di redigere una nuova legislazione criminale68. La congregazione, che avrebbe avuto breve vita, e della quale non si sono conservati i verbali69, chiedeva notizie, «per ciascuna Città, Terra, Castello, tenuta giurisdizionale, e Luogo qualunque mediatamente, o immediatamente soggetto alla Santa Sede, in cui si eserciti Giurisdizione Criminale Laicale», sulle varie figure che compongono le curie locali - giusdicente, cancelliere, procuratore fiscale e avvocato dei poveri, birri e bargello -, sulle modalità della loro nomina e sulle loro rendite e pesi; domandava quale fruttato il titolare della giurisdizione ricavasse dalla «cassa dei malefizi», e quale fosse la tassa criminale in vigore; chiedeva informazioni sulle condizioni delle carceri, e sul trattamento dei carcerati. Inoltre i baroni «che godono feudi, o tenute giurisdizionali» erano tenuti a mostrare, entro breve termine, «il titolo, sul quale fondano l'esistenza del jus sanguinis», sotto pena di essere esclusi «dall'elenco, che si farà di quelli che lo godono, con proibizione di procedere nelle cause di titolo capitale».

Nell'archivio Caetani è conservato il registro delle risposte ai quesiti70; in quello dei Colonna il materiale preparatorio è raccolto in un grosso fascicolo con la significativa annotazione che, non avendo più avuto effetto la congregazione, le risposte non furono mai esibite71.

Le iniziative intraprese da Benedetto XIV e Pio VI riguardano prevalentemente gli stessi aspetti delle giurisdizioni baronali su cui si presenta l'esigenza di un intervento quando queste, nel 1801, vengono ristabilite al termine della parentesi repubblicana. Essi infatti sono individuati da un lato nella consuetudine di alcuni baroni di giudicare «a testa a testa col loro uditor criminale» le cause criminali dei propri vassalli, che a differenza degli altri sudditi dello stato, giudicati «con tanta maturità da rispettabili e numerose congregazioni», sono sottoposti ingiustamente «ad un giudicato sì compendioso, in conseguenza così lubrico». In secondo luogo nell'inconveniente, comune a quasi tutti i governi baronali, di avere «ne' rispettivi Governatori altrettanti crassatori attesa la tenuità delle paghe»72.

4. Le curie baronali nel questionario del 1786

Le incerte condizioni economiche dei giusdicenti di nomina baronale emergono dalle risposte formulate dai Colonna e dai Caetani al questionario del 1786, malgrado le differenze nei criteri di gestione della giurisdizione. Nei feudi Caetani, governatori, cancellieri e bargelli, oltre alle rendite provenienti dall'ufficio - i cosiddetti incerti - ricevono dal duca un emolumento fisso che costituisce circa la metà del loro reddito complessivo (un po' meno per quanto riguarda i cancellieri, i quali però non devono corrispondere i pesi per patenti e regalìe a cui sono sottoposti gli altri). Viceversa negli stati colonnesi73 gli ufficiali ricevono dagli incerti l'intera loro rendita, a cui si aggiunge, solo in alcuni casi, l'abitazione, la legna, o un contributo alle spese d'ufficio, forniti dal barone o dalla comunità. Entrambi i sistemi garantiscono livelli di rendita relativamente bassi. I governatori dei feudi Caetani ricavano mensilmente fra i 12 e i 20 scudi. Nei feudi Colonna i livelli minimi risultano spesso più bassi, malgrado la pratica di accorpare più governi sotto uno stesso giusdicente, per raggiungere, unicamente nei casi di Ceccano e Genazzano, in cui al governo locale si aggiunge l'uditorato dei rispettivi stati, punte pari, o superiori, ai venti scudi.

Oltre alle patenti dei governatori e dei bargelli, nei feudi Caetani spetta alla camera baronale una quota dei proventi dell'amministrazione della giustizia, la cosiddetta cassa dei malefizi, che però, a causa delle grazie che il barone è solito accordare, non frutterebbe annualmente che poche decine di scudi. Di contro, i Caetani denunciano una spesa annua per l'amministrazione della giustizia di 1490.86 scudi.

Nei feudi Colonna, rispetto alle somme modeste versate da governatori e bargelli per le patenti, la parte più cospicua delle entrate giurisdizionali del barone è data dall'affitto annuale che i cancellieri versano agli affittuari generali delle rendite dei rispettivi feudi. Un affitto che raggiunge la punta massima di 175 scudi nel caso del governo di Ceccano.

Dalla documentazione criminale dei feudi Colonna emerge uno stretto controllo esercitato dal barone sulle curie locali. Egli, coadiuvato dalla sua congregazione criminale, esamina i procedimenti e fornisce al governatore locale indicazioni sul modo di proseguirli, decide le sentenze, risponde alle rimostranze e alle domande di grazia degli inquisiti.

5. Forche e galere: il controllo della Consulta sulle sentenze dei feudatari

5.1. Le condanne capitali

In occasione del questionario del 1786, i Caetani rispondono alla richiesta di informazioni sullo jus sanguinis da un lato richiamando le concessioni apostoliche, dall'altro facendo appello alla consuetudine immemorabile, per attestare la quale presentano gli estratti dei registri delle sentenze criminali dei feudi, riguardanti le pene capitali decretate a partire dalla metà del secolo precedente. Per il Settecento sono segnalate sentenze capitali a Bassiano nel 1734, a Cisterna negli anni 1706, 1709, 1716, 1721, 1738, 1762, a Sermoneta, dove il registro da cui sono tratte le sentenze giunge fino al 1764, nel 1701, 1711, 1722, 1728, 1729, due nel 1733, una nel 1736, 1737, 1749, 1756, 1764. Non si tratta di condanne effettivamente eseguite, ma di sentenze emesse contro rei contumaci74. L'unica eccezione è costituita dall'esecuzione del regnicolo Giuseppe Rosso, condannato per assassinio nel 1729 dal luogotenente di Sermoneta, impiccato e squartato per mano del carnefice giunto appositamente da Roma.

Abbiamo visto come in queste circostanze spettassero alla Consulta funzioni di controllo e di sanzione. Il reale esercizio di queste, tuttavia, sembra smentito da una lettera inviata nel 1772, in risposta a una richiesta di informazioni del duca Caetani riguardo all'esecuzione di Rosso, da Pietro Giorgio Cattaneo, che nel 1728 era luogotenente di Sermoneta ed uditore del duca75. Cattaneo ricorda come in quella occasione, emanata senza difficoltà dalla corte baronale la sentenza capitale, e dovendosi passare all'esecuzione, si fosse scontrato con «l'universale parere de criminalisti di non potere il Barone con la sola sua ordinaria giurisdizione commetterla, senza prima passare per la trafila della Consulta». Nonostante questa tesi dominante, e l'assenza di esempi contrari, Cattaneo si limitò a inviare al segretario di stato la notizia della condanna, pregandolo di parteciparla al pontefice «e dare li ordini opportuni per la solita trasmissione del Ministro di Giustizia»76, e riuscì, con l'appoggio del fiscale generale Jacovacci, a farla eseguire in completa indipendenza. Conclude la lettera affermando di aver in tale occasione inaugurato una procedura che fu poi in altri casi analoghi imitata con successo77. Un'affermazione che sembra confermata da un'Istruzione relativa ai diritti giurisdizionali del contestabile Colonna, redatta presumibilmente intorno al 1777, e sulla quale avremo modo di tornare. In essa si afferma che

[...] dalle stesse corti baronali a misura del delitto sono stati sempre condannati li rei e delinquenti, alcuni alla morte, e la giustizia è stata eseguita senza alcuna ingerenza de tribunali superiori, a quali unicamente è stato richiesto il pubblico ministro di giustizia, molti all'esilio, et ad altre pene, molti rilegati alla fortezza di Paliano di pertinenza dell'ecc.ma casa, e molti altri al remo, presentemente nelle Galere Pontificie, e prima nelle proprie galere della stessa ecc.ma casa, che riteneva nel porto di Anzio78.

Nel registro dei giustiziati per i quali l'Arciconfraternita di S. Giovanni Decollato di Roma prestò l'opera di assistenza spirituale, compaiono nel corso del Settecento alcune notizie di esecuzioni avvenute in luoghi feudali79. Vi troviamo ancora Rosso, preceduto da Giuseppe e Ludovico Coletta, impiccati a Cisterna nel 1700, e da Sebastiano Monti, impiccato a Sonnino nel 1717 per aver ucciso il viceprincipe; seguono Bartolomeo Biondi, impiccato e squartato come assassino in Genazzano nel 1738, Tommaso Pinci, impiccato nel 1749 per veneficio in Palestrina, Ciriaco Musacchi, giustiziato a Genzano nel 1772.

Nel 1700 la sentenza è del tribunale del governatore di Roma, che ordinò anche il trasporto dei condannati dalle Carceri nuove, dove erano reclusi, al luogo dell'esecuzione80. Nelle relazioni del viaggio e dell'operato dei confortatori compilate in occasione delle ultime tre esecuzioni, conservate la prima presso l'archivio Colonna81, le altre due in un registro della confraternita82, è riportata la trascrizione del mandato di esecuzione: esso risulta emanato dal giusdicente locale senza che traspaiano interventi della Consulta.

D'altra parte, il registro in cui sono descritti i casi di Pinci e Musacchi, dà notizia anche di alcune persone originarie di luoghi baronali giustiziate a Roma, talvolta presumibilmente per delitti commessi nei feudi, su sentenza del governatore di Roma o della Consulta, senza riferimenti a interventi delle curie locali83.

Un aspetto che colpisce, nella relazione del 1738, è la proposizione, da parte dell'estensore, di un'immagine paternalistica del barone, che sarebbe condivisa dal vassallo anche di fronte alla punizione suprema. Scrive infatti, in conclusione della relazione, riferendosi ad alcune dichiarazioni del condannato precedentemente riportate:

Il Reo quantunque sapesse, che la vita, e la morte era in mano del sigr Contestabile suo signore, non ebbe mai né core né animo di proferire alcuna parola, se non in lode della pietà, e benignità del medesimo, né stimò di dovere ricorrere ad altri, se non a raccomandare alla di lui carità tutto ciò che nel mondo, da cui partiva, credeva egli di lasciare di più caro.

E prosegue, con chiaro riferimento alla morte esemplare alla quale i confratelli avevano guidato il Biondi:

Tanto è vero, che la buona, e soda opinione della bontà, e clemenza del suo Principe, ha così gran forza negli animi de suoi sudditi, che sebbene si trovino sotto il meritato castigo, comprendono tuttavia, che il loro signore determina gli ultimi supplicj, quando i delitti sono giunti all'ultimo confine della scelerataggine, talmente che de' medesimi sudditi nessuno muoja se non colui, la di cui morte è profittevole anche a chi muore.

Per altri versi, significativa è l'affermazione, riportata sulla bocca di Tommaso Pinci, «che la sua morte di forca in Palestrina, dove a memoria d'uomini non era più seguita, avrebbe infamato la sua patria»84. Sembra probabile che la rarità dei condannati dalle corti baronali nei registri della confraternita corrisponda ad una pratica realmente eccezionale. L'opera dei confratelli della buona morte sarebbe stata richiesta da un feudatario per l'ultima volta 23 anni più tardi, in occasione di quella che è considerata l'ultima esecuzione capitale ordinata da un barone romano85. Un'indicazione che peraltro corrisponde ad una tendenza più generale che caratterizza il pontificato di Pio VI, nel corso del quale si assiste, nella stessa Roma, «ad un vero e proprio crollo delle esecuzioni capitali»86.

5.2. Le pene straordinarie

Con molta maggior frequenza della pena capitale ricorre nei feudi la condanna alla pena così detta straordinaria, rappresentata in primo luogo dalla galera, sia comminata in contumacia, sia emessa nei confronti di rei carcerati, ed eseguita87.

Proprio in questo campo, come abbiamo visto, i baroni romani avevano vinto, durante il pontificato di Benedetto XIV, un'importante battaglia, ottenendo il riconoscimento della facoltà di condannare a pene straordinarie i rei gravati di indizi «veementi», ma non confessi.

L'esame della trattatistica ci ha mostrato come, in linea di principio, spettasse d'ufficio alla Consulta la revisione del processo anche per le cause comportanti la pena della galera, quando questa superasse il termine di cinque anni. Afferma d'altra parte Danieli che tale revisione non era praticata, a meno che non fosse il reo stesso a farne istanza88.

Solo un ampio esame della documentazione processuale potrà portare a conclusioni generali rispetto alla pratica realmente osservata in queste occasioni. Vorrei però, a titolo di esempio, presentare un caso che mi sembra bene illustrare la complessità del problema. Si tratta della lettera con cui il contestabile Filippo Colonna comunica al viceduca di Marino la sentenza nei confronti di Pietro Negroni, catturato il 2 febbraio 1795, contro il quale dal 1791 pendeva un processo contumaciale per omicidio89. La Consulta, intervenuta non spontaneamente, bensì su istanza del reo, ha respinto la supplica per l'assoluzione, e ha fatto sapere al barone «che si fosse pure liberamente decisa la causa come avesse portata la giustizia». Il barone condanna Negroni alla galera a vita e dà disposizione che sia trasmesso a Civitavecchia90.

Vediamo invece applicata, in uno dei pochi documenti criminali del Settecento conservati presso l'archivio Barberini, la norma che richiedeva ai baroni di pronunciare condanne gravi alla presenza di almeno due legali a loro scelta. Si tratta di una condanna alla galera a vita per omicidio, emanata il 24 gennaio 1781 alla presenza del fiscale generale del governo, Barberi, e dei luogotenenti dell'auditor camerae e del vicario91.

Nella documentazione dei Colonna ricorre frequentemente il caso di rei condannati alla fortezza di Paliano, di proprietà del barone che poteva quindi decidere a suo arbitrio la durata della detenzione92.

6. I diritti dei Colonna sulle seconde istanze: declino e conferma

In una lettera, inviata il 22 marzo 1751 dall'uditore di Genazzano, Giuliano Sparziani, al contestabile Fabrizio Colonna, è rappresentata in termini particolarmente realistici l'ampiezza della giurisdizione baronale, ma anche il processo di declino in cui è coinvolta:

Ravviso dai libri, e processi Criminali, non meno che dalle tradizioni di uomini attempati, non essere un considerabile lasso di tempo, che la Casa eccellentissima godeva la prerogativa di decidere, e risolvere le cause criminali, e di eseguire da sé le sentenze contro i presenti fino alla morte naturale inclusive, e sottoporli a corda anche ripetita, e ancora al tormento della veglia, del quale ve ne sono rimasti fino al presente li legni, nell'ordegno del cavalletto, rampini, e simili93 (...).

A queste prerogative l'uditore aggiunge quella, generalmente considerata esclusiva del sovrano, di «graziare, o comporre contumaci, e presenti rei di qualunque enorme delitto», anche dopo le bolle Viros sanguinum e In supremo iustitiae solio94. Ma accanto a queste manifestazioni più spettacolari del potere del barone di esercitare la giustizia nei feudi, ciò che l'uditore rimpiange è l'esclusività di tale esercizio: non solo e non tanto nella sfera criminale quanto in quella, non meno rilevante sul piano economico e sociale, del diritto civile, sulla quale gradualmente si sposta la sua analisi. L'uditore ricorda al barone come in passato riuscisse ad

esigger dai suoi vassalli il rispetto di non ricorrere ai tribunali di Consulta, congregazione del Buon Governo, e simili, e di non far eseguire mandati, e citazioni camerali senza espressa licenza e permissione dell'E.V. che concedeva ancora le terze, e ulteriori istanza in conformità di quei tribunali, che habent signaturam in ventre95.

Di tutte queste facoltà, prosegue, non è rimasta che «quella delle seconde istanze nelle cause civili appellabili, e ricorribili», anch'essa in via di progressivo svuotamento, «a segno, che ormai nel tribunale non vi rimangon, che pochissime cause di seconda istanza, e queste poche per loppiù ricorribili di lieve momento, e tra poverissime genti». L'uditore attribuisce questa decadenza all'opera dei curiali, interessati a trasferire le cause a Roma. Essi sarebbero riusciti a far dichiarare nulli dall'uditore della Segnatura, per mancanza di giurisdizione, i decreti di seconda istanza emessi dagli uditori di Genazzano e Pofi, con l'argomentazione «che non valevano osservanze anche immemorabili senza titolo». Di questo declino, l'uditore sottolinea gli effetti negativi: da un lato il discapito che ne segue per la Curia, in termini economici, ma soprattutto di prestigio nei confronti dei vassalli; dall'altro il peso che devono affrontare i poveri per sostenere a Roma le proprie cause96.

L'occasione che ha spinto l'uditore a scrivere al contestabile è appunto la notizia che questi si sia determinato «di riporre al suo antico lustro la prerogativa [...] delle seconde istanze». Non sappiamo se Fabrizio Colonna abbia trasformato questo suo intento in atti concreti. Certamente esso viene ripreso, quasi trent'anni dopo, dal figlio Lorenzo, succedutogli nel 1755 nel titolo di contestabile. Questi, agli inizi dei 1777, invia una supplica al pontefice, affinché confermi «l'antichissima giurisdizione», esercitata da tempo immemorabile dai titolari della primogenitura di casa Colonna nei propri feudi, «circa l'ammettere i ricorsi, e deputare li Giudici in grado di ricorso nelle cause meramente ricorribili, che vertono tra suoi Vassalli». Egli stesso, precisa, assunta la primogenitura, aveva seguitato indisturbato nell'esercizio di tale facoltà. Negli ultimi tempi, tuttavia, «ha dovuto risapere, che per parte di alcuni Vassalli malcontenti talora del giudizio proferito dalli Giudici di ricorso, siasi pretesa la nullità di dette deputazioni avanti Monsre Uditore della Signatura di Giustizia», il quale «nella credenza, che la facoltà d'ammettere, o di negare il ricorso, sia un dritto, che compete a quel Tribunale e non già al Barone», si è indotto «a circoscrivere le deputazioni delli Giudici di ricorso fatte dall'Oratore assieme con gl'atti consecutivi». Di questa innovazione segnala il discapito che segue «non tanto alla sua giurisdizione, quanto alli poveri suoi vassalli», obbligati, con grave dispendio, «a domandare per piccole somme il ricorso avanti il Tribunale della Signatura»97.

Le rivendicazioni di Lorenzo Colonna sono accolte da Pio VI, il quale con un motu proprio del 22 aprile del 1777 concede a lui e ai suoi successori il diritto di ammettere o negare i ricorsi, e di delegare i giudici in seconda, terza e ulteriore istanza, per tutte le cause dei suoi vassalli dimoranti nei feudi dello Stato pontificio, che non superino il valore di 50 scudi98. Il 12 maggio seguente Lorenzo Colonna fa stampare una Notificazione in forma di bando con cui partecipa «a tutti, e singoli nostri amatissimi Vassalli» la grazia concessa dal pontefice, «la quale - soggiunge - tende al di loro vantaggio sì per la maggiore speditezza delle Liti, sì ancora per il risparmio delle spese»99.

7. Curia romana numquam remittit? La privativa dei baroni sulle prime istanze

Probabilmente in vista di questo ricorso fu redatta l' Istruzione, da cui abbiamo precedentemente tratto il passo relativo alla rivendicazione dello jus sanguinis100. Nell'istruzione stessa, accanto all'esercizio del diritto di infliggere pene ordinarie e straordinarie, sono enumerate altre prove della privativa baronale sulle cause dei feudi: «li molti decreti, e rescritti del Tribunale della Segnatura di remissione di causa, tanto in prima, che in seconda istanza» rispettivamente ai governatori e uditori del barone, nonché «più esempj, che da tribunali superiori et anche ecclesiastici sono stati consegnati, e restituiti alle [...] corti baronali li vassalli [...], et altri rei, li quali per delitto dovevano essere processati, e rispettivamente condannati dalle medesime corti baronali, e ch'erano caduti nella forza delle anzidette corti superiori».

Ci si ripresenta dunque, questa volta nelle rivendicazioni di un feudatario, quel diritto dei baroni di ottenere dai tribunali centrali la remissione degli inquisiti e dei contumaci su cui abbiamo visto dibattere i trattatisti. Una raccolta di documenti conservata presso l'archivio Colonna, formata a suffragio del diritto del barone101, ci impone un passo indietro nel tempo, e ci offre uno squarcio sulla pratica delle remissioni negli anni che precedono la presa di posizione a favore delle prerogative centrali espressa da Danieli e l'allarmata lettera dell'uditore di Genazzano. La parte più significativa della raccolta è costituita da tre memorie a stampa presentate alla Sacra Consulta nel 1729, nel 1740 e nel 1743, per ottenere la remissione di altrettanti inquisiti: G.P. Giovannini, N. Quintiliani, G. Squilla. Il primo e il secondo erano stati carcerati rispettivamente dalle corti di Frosinone e Velletri; il terzo si era costituito a Roma102. Le istanze di remissione sono sostenute sulla base del diritto - e obbligo103 - del barone di conoscere privativamente in prima istanza le cause dei propri feudi104. Alla stessa obiezione che «Curia maior nunquam remittit», nel memoriale del 1729, si risponde con la distinzione fra i «Giudici, che hanno la giurisdizzione in administrationem, quali non possono dolersi, se il Principe Supremo voglia conoscere, e terminare una causa da se», e quelli «che hanno la giurisdizzione in Dominium, come sono i Baroni, che nelle prime istanze sono Giudici privativi, anche rispetto al Principe Supremo». Significativa è la forte presenza, fra le autorità citate a sostegno dei diritti baronali, di scrittori di area napoletana, mentre il più recente degli scrittori attivi nello Stato pontificio sembra essere De Luca105. Nessuna menzione, come prevedibile, delle posizioni di Rinaldi e di Bonfini.

Ampio spazio è dedicato all'elencazione di precedenti cause rimesse ai baroni delle corti superiori - romane o provinciali -, e da altri tribunali locali dello Stato pontificio. Fra esse figura la causa, del 1738, di un vassallo condannato in contumacia dalla curia baronale di S. Angelo in Monte Patulo, di cui era stata giudicata nulla, sia dalla Consulta che dall'uditore del pontefice, la costitituzione nelle carceri dell'auditor camerae, e che - come nel caso di Monte Compatri riferito da De Luca, anch'esso ampiamente menzionato - era stato rilasciato «obnoxius primaevis praeiudicijs». I casi riguardanti direttamente le curie degli stessi Colonna, che costituiscono la maggior parte di quelli riportati106, risalgono quasi tutti al periodo compreso fra i pontificati di Sisto V ed Urbano VIII: fanno eccezione, nella memoria del 1740, due carcerati trasmessi per ordine della Consulta dal tribunale di Frosinone a quelli di Paliano e Pofi, rispettivamente nel 1697 e 1728.

Le cause del 1740 e del 1743, malgrado le istanze della Consulta per l'avocazione dei processi, si concludono con la remissione alle curie baronali107. Risoluzioni analoghe vengono prese da parte del tribunale del Sant'Uffizio, quando, sempre nel 1743, «essendo stato carcerato in Conca Pietro Corsi da Supino, bandito dal Tribunale di Pofi per omicidio, e trasportato nelle carceri di Roma, pretendeva il Tribunale del Governo la consegna di questo carcerato»108, e dal tesoriere generale, che il primo ottobre 1745, appresa la notizia dell'arresto in Nettuno di un vassallo di Morolo inquisito per omicidio, scrive al contestabile Colonna «ad oggetto che possa dare quegli ordini, che crederà opportuni per il trasporto del carcerato»109.

Il diritto esclusivo del barone di condurre a termine le prime istanze sembra, peraltro, meno indiscusso di quanto appaia dalla documentazione raccolta dai Colonna. Fra il 1753 e il 1756 conosciamo sei casi di processi consegnati dalle stesse curie dei Colonna alla Sacra Consulta110. Alla fine del secolo risultano frequenti le trasmissioni di processi contumaciali ai tribunali del governatore di Roma e di Frosinone in seguito all'arresto degli inquisiti111. Nel novembre 1789 il governo di Roma assume un processo per il ferimento di un birro, iniziato presso la curia di Marino, in quanto il ferito era stato trasportato in un ospedale romano; nel marzo successivo, siccome il birro, guarito in breve tempo, «non diede incolpazione diretta contro certa persona», risolve di lasciare la causa al giudice baronale112. Anche i ricorsi e gli appelli degli inquisiti sortiscono talvolta il loro effetto. Nel 1796 la Consulta, su istanza dell'inquisito, invalida per un vizio procedurale un processo della curia di Genzano per esplosione d'archibugio113. Nel 1793, in seguito ad un memoriale presentato in Consulta, il papa accorda la grazia a Gio. Maria Quirini, condannato nel 1784 alla galera perpetua dall'uditore di Filippo Colonna «senza però, che sia mai stata emanata la sentenza contumaciale»114. Nel 1795 un ricorso alla Consulta dell'affittuario generale delle rendite di Marino, Antonio Tartaglioni, annulla la multa inflittagli dal contestabile al termine di un lungo processo per frode «nella qualità del pane venale», combattuto a colpi di citazioni e decreti presso i tribunali romani115.

8. Osservazioni conclusive

A giudicare dalla consistenza delle tracce lasciate negli archivi, le intrusioni dei tribunali centrali, primo fra tutti la Consulta, sembrano minacciare e colpire le giurisdizioni baronali assai più che non i provvedimenti pontifici, intensificandosi in particolare alla fine del secolo, nello stesso giro di tempo che vede arenarsi il tentativo di intervento globale avviato dalla congregazione del 1785.

Proprio nel 1785, in una rimostranza inoltrata a Pio VI dal principe Agostino Chigi, la violazione della privativa baronale sulle prime istanze è presentato come un fenomeno al tempo stesso grave ed inconsueto. Il barone protesta infatti contro un rescritto con cui la Consulta - forse un singolo prelato, mons. Dentici, all'insaputa del pieno tribunale - ha ordinato la scarcerazione di un inquisito dal tribunale di Ariccia, sottraendogli «la facoltà di conoscere la causa, e pronunciare in prima istanza, come per diritto neppure dalla S. Consulta impugnato giammai, si compete ai Baroni»116.

A Filippo Colonna, succeduto nel 1779 al padre Lorenzo nel titolo di contestabile, risale la redazione - non sappiamo in che anno, né con quale esito - di una nuova memoria al pontefice, in cui si rivendicano gli antichissimi privilegi giurisdizionali e fiscali, che con la loro ampiezza distinguono i Colonna fra gli stessi baroni romani117. In una versione di essa troviamo lamentato che

Da qualche anno in qua le presidenze dell'Annona, e della Grascia tenteno di esercitare giurisdizione anche per via economica nelle terre dell'oratore; la Sagra Consulta, e la Sagra Congregazione del Buon Governo, ed altri tribunali più volte rescrivono in danno, e con aggravio della giurisdizione, e privilegj della famiglia118.

Le minacce all'autorità dei baroni nei feudi, del resto, sembrano non limitarsi alla sfera della giurisdizione, ma investire anche, in particolare, il governo politico delle comunità. Intorno al 1787 la Sacra Consulta, su ricorso di due pubblici rappresentanti di Vallecorsa, privati della carica per ordine del contestabile in seguito ad alcune mancanze, pone in forse la facoltà, sempre esercitata dai Colonna a norma degli statuti comunali o per consuetudine, di approvare o rimuovere i consiglieri delle comunità a loro infeudate119.

In uno «Specchio informativo delle cause di disordini, che anno contribuito, e contribuiscono allo sbilancio delle pubbliche rendite, e dei mezzi per estirparle», inviata nel 1781 dai deputati della comunità di Marino alla congregazione del Buon Governo120, la stessa facoltà era stata non solo posta al primo punto fra le cause del dissesto finanziario della comunità, ma contestata nei suoi stessi fondamenti giuridici121. Nell'esposto si sottolinea come solo recentemente iniziasse ad incrinarsi l'autonomia con la quale i Colonna erano sempre riusciti a governare il feudo, sottraendolo al controllo del potere centrale, rappresentato, questa volta, in particolare dalla congregazione del Buon Governo: «non sono moltissimi anni, da che si conosce in Marino il nome rispettabilissimo della Sagra Congregazione. Era per l'addietro tacciato come reo di fellonia, chi pretendeva in publico sostenere i Diritti. Ad ogni modo questa soggezzione è qui ancora bambina, ed in conseguenza non si riconosce, che in astratto».

Le osservazioni fin qui riunite, nella loro discordanza e nella loro incompletezza, sono ben lontane da permetterci di ricostruire un quadro esauriente ed omogeneo dei livelli di persistenza, di crisi, e di svuotamento delle giurisdizioni feudali nel Lazio meridionale alla fine dell'ancien régime. Le indicazioni che possiamo trarne, come punto di partenza per più ampie e puntuali ricerche, mi sembrano condurre all'ipotesi che anche nelle province meridionali dello Stato pontificio la fine del XVIII secolo veda i poteri giurisdizionali dei baroni minacciati da un'azione del potere centrale, in particolare delle sue istituzioni giudiziarie, che trova espressione e sostegno nella letteratura giuridica, e si raccorda, attraverso percorsi ancora da indagare, con istanze espresse dalle stesse società locali. Sembra d'altra parte trattarsi di un processo tutt'altro che concluso: le giurisdizioni baronali non solo sono difese con insistenza dai titolari, ma mostrano di possedere ancora un'efficacia non puramente simbolica, che abbiamo visto manifestarsi nella persistente capacità di infliggere condanne gravi, mentre ancora tutta da studiare è la rilevanza e il ruolo dell'esercizio della giustizia penale minore, all'interno del complesso dei poteri e delle funzioni esercitate dal barone nei confronti delle comunità infeudate122.

Note

1. L'espressione è di M. Berengo, Il Cinquecento, in La storiografia italiana degli ultimi venti anni, vol. I, Milano, 1973, p. 488. Uso impropriamente il termine «Lazio» ad indicare l'area dell'attuale regione, corrispondente approssimativamente, nell'ordinamento pontificio, alle provincie di Patrimonio, Sabina, Lazio, e Marittima e Campagna.

2. Sulle origini e i caratteri peculiari del feudalesimo laziale nel medioevo, P. Toubert, Le structures du Latium Médieval. Le Latium méridional et La Sabine du IXe siécle à la fin du XII siécle, Rome, 1973.

3. Per gli studi sulla feudalità nel Regno di Napoli, oltre alle classiche rassegne di P. Villani, Risultati della recente storiografia e problemi della storia del regno di Napoli (1734-1860), in Id., Mezzogiorno tra riforme e rivoluzione, Bari, 1962, pp. 1-83, Un ventennio di ricerche: dai rapporti di produzione all'analisi delle aziende e dei cicli produttivi, in Problemi di storia delle campagne meridionale nell'Età moderna e contemporanea, a cura di A. Massafra, Bari, 1981, pp. 3-15, vedi ora: G. Muto, La feudalità meridionale tra crisi economica e ripresa politica, in La rifeudalizzazione nei secoli dell'età moderna: mito o problema storiografico?, Atti della terza giornata di studio sugli antichi Stati italiani (1984), a cura di G. Borelli, numero monografico di «Studi Storici Luigi Simeoni», XXXVI, 1986, pp. 29-55; A.M. Rao, Nel '700 napoletano. La questione feudale, in Cultura intellettuale e circolazione delle idee nell'Italia del '700, a cura di R. Pasta, Milano, 1990, pp. 51-106.

4. Rimandando alle rassegne precedentemente citate mi limito a segnalare, per il Settecento: R. Ajello, Il problema della riforma giudiziaria e amministrativa nel Regno di Napoli durante la prima metà del secolo XVIII, vol. I, La vita giudiziaria, Napoli, 1961; A. Massafra, Giurisdizione feudale e rendita fondiaria nel Settecento napoletano: un contributo alla ricerca, in «Quaderni storici», n. 19, 1971, pp. 187-252; A. Lepre, Feudi e masserie. Problemi della società meridionale nel '600 e nel '700, Napoli, 1973; Id., Terra di Lavoro nell'età moderna, Napoli, 1978; A.M. Rao, Galanti, Simonetti e la riforma della Giustizia nel Regno di Napoli(1795), in «Archivio storico per le province napoletane», CII, 1984, pp. 281-341; Ead., L'amaro della feudalità. La devoluzione di Arnone e la questione feudale a Napoli alla fine del '700, Napoli, 1984; M.A. Visceglia, Territorio, feudo e potere locale. Terra d'Otranto tra Medioevo ed Età Moderna, Napoli, 1988, pp. 307-16; A. Spagnoletti, Il governo del feudo. Aspetti della giurisdizione baronale nelle università meridionali nel XVIII secolo, in «Società e Storia», n. 55, 1992, pp. 61-79. Per il ducato di Milano cfr. C. Magni, Il tramonto del feudo lombardo, Milano, 1937, pp. 152-173; U. Petronio, Giurisdizioni feudali e ideologia giuridica nel ducato diMilano, in «Quaderni Storici», n. 26, 1974, pp. 351-402.

5. Cfr. F. Venturi, Elementi e tentativi di riforme nello Stato pontificio del Settecento, in «Rivista storica italiana», LXXV, 1963, pp. 778-817.

6. A. Caracciolo, Da Sisto V a Pio IX, in M. Caravale - A. Caracciolo, Lo Stato pontificio da Martino V a Pio IX, Torino, 1978, pp. 441-3.

7. F. Pericoli, L'abolizione della feudalità negli Stati della Chiesa, in «Rivista Araldica», LIV, 1956, n. 4, pp. 110-6; C. Mistruzzi di Frisinga, La nobiltà nello Stato Pontificio, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXIII, 1963, pp. 206-44. Evidente in queste due opere l'intento apologetico; impianto e tesi analoghi, ma una maggiore attenzione alle dinamiche economiche e sociali in M. Tosi, La società romana dalla feudalità al patriziato (1816-1853), Roma, 1969, pp. 125-39. Il declino politico della nobiltà romana è ricostruito da un punto di vista del tutto diverso, con particolare attenzione all'andamento della composizione della curia pontificia, e, per il Settecento, alla classificazione della nobiltà operata nella bolla Urbem Romam, da Ph. Boutry, Nobiltà romana e curia nell'età della restaurazione. Riflessioni su un processo di arretramento, in Signori, patrizi, cavalierinell'età moderna, a cura di M.A. Visceglia, Roma-Bari, 1992, pp. 390-422.

8. P. Prodi, Il sovrano pontefice. Un corpo e due anime: la monarchia papale nella prima età moderna, Bologna, 1982, p. 151; cfr. anche pp. 107, 152-4.

9. I. Fosi Polverini, Signori e tribunali. Criminalità nobiliare e giustizia pontificia nella Roma del Cinquecento, in Signori, patrizi, cavalieri, cit., pp. 214-30 (la citazione è a p. 223).

10. In queste quattro provincie, su dati del 1709, M.L. San Martini Barrovecchio enumera 118 governi di nomina baronale su un totale di 213 governi locali (Gli archivi dei «governatori baronali» dello Stato pontificio, in «Pro tribunali sedentes». Le magistrature giudiziarie dello Stato pontificio e i loro archivi, Atti del convegno di studi, Spoleto, 8-10 novembre 1990, numero monografico di «Archivi per la storia», IV, 1991, n. 1-2, p. 340). Ancora maggiore (224 su un totale di 372) è il numero delle comunità sottoposte a governo baronale, segnalate per la stessa area nel 1803 in L. Gennari, Le comunità baronali dello Stato pontificio in un elenco del 1803, in «Clio», II, 1966, n. 1, pp. 117-130. Cfr. R. Volpi, Le regioni introvabili. Centralizzazione e regionalizzazione dello Stato pontificio, Bologna, 1983, pp. 66-70. Per la nobiltà feudale delle altre aree dello Stato pontificio e i suoi poteri di governo rimando a B.G. Zenobi, Feudalità e patriziati cittadini nel governo della «periferia» pontificia del Cinque-Seicento, in Signori, patrizi, cavalieri, cit., pp. 94-107, e alla bibliografia ivi segnalata. Gli archivi di due curie baronali umbre sono stati studiati da M.G. Bistoni Colangeli, L'esercizio della giurisdizione feudale nelle carte della famiglia Della Porta di Gubbio, in «Pro tribunali sedentes», cit., pp. 263-78, e da C.M. Del Giudice, L'esercizio della giurisdizione feudale nelle carte d'archivio dei marchesi Bourbon di Sorbello, ivi, pp. 291-300.

11. P. Villani, Ricerche sulla proprietà e sul regime fondiario nel Lazio, in «Annuario dell'Istituto storico italiano per l'età moderna e contemporanea», XII, 1960, pp. 107-12, 116-139. Va tuttavia sottolineata la non necessaria coincidenza fra giurisdizione e predominio fondiario del barone. Infatti, se da un lato i feudatari romani possedevano ampie tenute allodiali al di fuori del territorio dei propri feudi, d'altra parte essi talvolta detenevano una quota irrisoria del patrimonio e della rendita fondiaria di comunità soggette alla loro giurisdizione. È un caso frequente nei feudi Colonna di Marittima e Campagna, fino al limite di Vico e Collepardo, dove il catasto piano assegna loro percentuali decimali dell'estimo complessivo, e nessuna quota della superficie in dominio diretto (ivi, pp. 252-63).

12. Ivi, p. 117.

13. Oltre ai testi citati nelle note seguenti, cfr. L. Laudanna, Le grandi ricchezze private di Roma agli inizi dell'Ottocento, in «Dimensioni e problemi della ricerca storica», 1989, n. 2, pp. 104-52, e L. Boldrin, Bomarzo. Sopravvivenze e trasformazioni di un microcosmo feudale dell'Alto Lazio tra il Settecento e l'Ottocento, in «Studi Romani», XXXIV, 1986, pp. 107-118.

14. G. Pescosolido, Terra e nobiltà. I Borghese. Secoli XVII e XIX, Roma 1979, p. 50. Considerazioni analoghe in Id., Baronaggio e usi civici nell'ottocento romano, in «Lunario romano», XI, Ottocento nel Lazio, a cura di R. Lefevre, Roma, 1982, pp. 387-90.

15. A.M. Girelli, Le terre dei Chigi ad Ariccia (sec. XIX), Milano, 1983, pp. 22-24.

16. A.M. Girelli, Il problema della feudalità nel Lazio tra XVII e XVIII secolo, in La rifeudalizzazione, cit., p. 123. L'indicazione della persistenza di autonomie feudali anche in campo giurisdizionale trova riscontro anche in alcuni studi di storia locale. Cfr. V. Celletti, Pofi, terra della Campagna di Roma, Roma, 1957; G. Floridi, Storia di Fiuggi (Anticoli di Campagna), Guarcino, 1979.

17. R. Ago, Conflitti e politica nel feudo: le campagne romane del Settecento, in «Quaderni storici», n. 63, 1986, pp. 852 ss. e 862 ss.; Ead., Un feudo esemplare. Immobilismo baronale e astuzia contadina nel Lazio del '700, Fasano, 1988. Sulla persistenza dei diritti feudali nel Settecento cfr. A. De Clementi, Vivere nel latifondo. Le comunità della campagna laziale fra '700 e '800. Milano, 1989, pp. 116-7 e 124-7.

18. G. Rossi, Tassa sul macinato, giurisdizione baronale e «definizione» del territorio romano nei secoli XVII e XVIII, in «Dimensioni e problemi della ricerca storica», 1990, n. 2, pp. 173-83. Nel corso del recente convegno su Sermoneta e i Caetani (Roma-Sermoneta, 16-19 giugno 1993) si sono soffermati sul tema della giurisdizione feudale gli interventi di G. Delille, I. Fosi, S. Nanni e, in particolare, quello di M. Mombelli. Gli atti sono in corso di pubblicazione a cura di Luigi Fiorani.

19. Gli archivi consultati sono: Chigi e Barberini, versati alla Biblioteca Apostolica Vaticana (d'ora in poi BAV); Borghese, all'Archivio Segreto Vaticano (d'ora in poi ASV); Sforza Cesarini, all'Archivio di Stato di Roma (d'ora in poi ASR); Caetani e Colonna, conservati presso le famiglie. L'archivio Colonna è attualmente in corso di riordinamento e di inventariazione, sotto la direzione del dott. Agostino Attanasio della Soprintendenza archivistica per il Lazio, da parte di un équipe composta, oltre che da me, dai dott. Natalia Gozzano e Daniele Boschi. La documentazione giudiziaria dei Colonna è in massima parte versata all'Archivio di Stato, non ordinata ad eccezione di quella relativa al governo di Marino. Conservano atti giudiziari settecenteschi anche gli archivi Chigi, Caetani, e soprattutto Sforza Cesarini. Tutti gli archivi menzionati conservano poi, in diversa misura, documentazione varia relativa alla giurisdizione per il periodo che ci interessa (corrispondenza, memorie, bandi). Per un quadro più ampio della documentazione locale cfr. M.L. San Martini Barrovecchio, Gli archivi dei «governatori baronali», cit., pp. 339-346.

20. Il progetto di ricerca, inserito nell'ambito del Dottorato di ricerca in «Storia economico-sociale e religiosa dell'Europa» dell'Università di Bari, prevede fra l'altro la schedatura degli atti criminali.

21. Per il Regno di Napoli cfr. A. Cernigliaro, Giurisdizione baronale e prassi delle avocazioni nel Cinquecento napoletano, in «Archivio storico per le provincie napoletane», CIV, 1986, pp. 177-241.

22. G.B. De Luca, Il dottor volgare, overo il Compendio di tutta la legge civile, canonica, feudale, e municipale [...], Roma, 1673, lib. I, cap. XIV, nn. 3 e 4. Su Giovan Battista De Luca vedi ora la voce, di A. Mazzacane, nel Dizionario biografico degli Italiani, vol. XXXVIII, Roma, 1990, pp. 340-47.

23. G.B. De Luca, Il principe cristiano pratico, Roma, 1680, pp. 625-45.

24. Ivi, p. 638. A p. 636 si legge che i baroni napoletani «hanno la cognizion generale di tutte le cause civili, e criminali, e miste de' vassalli nella prima istanza, anche con la facoltà delle pene corporali, e dell'ultimo supplicio; e molti hanno anche le seconde istanze, et alcuni le terze, con la facoltà però libera de' sudditi di appellare a' Tribunali del Principe gradatamente, cioè al preside della provincia, o pure immediatamente all'istesso Principe, o suo Vicario, e Tribunali».

25. Ivi, pp. 638-39. Un esteso esame dell'affermazione del carattere subordinato della giurisdizione dei baroni all'autorità pontificia nell'opera di De Luca in P. Prodi, Il sovrano pontefice, cit., pp. 153-5.

26. Nel Settecento essa è presieduta dal segretario di stato pro tempore. «Ha suprema giurisdizione Criminale e Civile: per lo che agita negozj sì Civili, che Criminali; ode i ricorsi de' Popoli contra li Governatori, Presidi ed altri Uffiziali dello Stato; rimedia agl'ingiusti gravami fatti a' Sudditi; ascolta le querele de' Vassalli contro a' Baroni de' luoghi, e saviamente vi provvede; talvolta s'ingerisce ancora nelle controversie insorte tra' Baroni co' confinanti [...]; invigila alla salute delle Provincie, e vi dispensa li necessarj ordini per tener lontani li contagiosi morbi, che minacciassero d'assalire; e dispone tutte le bisognevoli provvisioni per dispensare la tranquillità dello Stato, onde non venga distornata da timori, tumulti, molestie ed inimicizie: riceve le informazioni, ed i processi delle Cause Criminali da' Governatori, e Presidenti dello Stato, che sono tenuti ad inviargli l'esatte notizie; s'ingerisce sulla Reggenza delle Terre, de' Castelli, e delle Città; sulle preminenze de' Governatori; soprantende all'Elezioni de' pubblici Ministri, perché sien fatte canonicamente; ed interpone a volte i Decreti, perché venga ammesso al ruolo de' Nobili o de' Cittadini taluno, che si trova provvisto de' requisiti ricercati dagli Statuti rispettivi de' luoghi, ed altrimenti l'esclude». F.A. Zaccaria, Lo Stato presente o sia la relazione della Corte di Roma già pubblicata dal cav. Lunadoro. Ora ritoccata, accresciuta, ed illustrata [...], Roma, 1774, vol. II, pp. 118-20. Cfr. [A. Villetti], Pratica della Curia Romana. Che comprende la Giurisdizione de' Tribunali di Roma, e dello Stato; e l'Ordine Giudiziario, che in essi si osserva [...], Roma, 1797 (prima edizione ivi, 1781), p. 227.

27. G.B. De Luca, Theatrumveritatis et justitiae, Romae, 1669-73, lib. XV, parte II, disc. XXV, n. 13.

28. G.B. De Luca, Il dottor volgare, cit., lib. XV, parte III, cap. XXII; Id., Theatrum, cit., lib. XV, parte II, disc. XXV, nn. 6-8. Nella Pratica della Curia Romana attribuita ad A. Villetti (op. cit.), si afferma (pp. 303-4) che i tribunali romani usavano convalidare in grado di ricorso i giudizi di quelli periferici, salvi i casi di mancanza di giurisdizione, di procura, di citazione dei collitiganti.

29. G.B. De Luca, Il dottor volgare, cit.

30. Altrove (ivi, lib. XV, parte II, cap. IV) De Luca sottolinea come la funzione di controllo della Consulta mitighi gli effetti della sostanziale assenza dell'appello nei confronti delle sentenze penali, che caratterizza lo Stato pontificio in seguito alle norme di Pio IV e Pio V che ne escludono gli effetti sospensivi. L'accentramento nella Consulta dei ricorsi dalle curie baronali differenzia l'ordinamento pontificio da quello napoletano, caratterizzato dalla presenza del livello intermedio costituito dalle udienze provinciali.

31. Un'ottima guida è ora L. Londei, La funzione giudiziaria nello stato pontificio di antico regime, in «Pro tribunali sedentes», cit., pp. 13-29. Indicazioni utili anche in J. Spizzichino, Le magistrature dello Stato Pontificio (476-1870), Lanciano, 1930.

32. L. Londei, La funzione giudiziaria, cit., pp. 14-17. [A. Villetti], Pratica della Curia Romana, cit., pp. 124-51.

33. [A. Villetti], Pratica della Curia Romana, cit., pp. 151-52.

34. M.G. Pastura Ruggiero, La Reverenda Camera Apostolica e i suoi archivi (secoli XV-XVIII), Roma, 1984, pp. 88, 90, 104, 176.

35. E. Lodolini, L'archivio della S. Congregazione del Buon Governo (1592-1847). Inventario, Roma, 1956, pp. XX, CL-CLIV.

36. L. Londei, La funzione giudiziaria, cit., pp. 19-20.

37. J. Spizzichino, Le magistrature, cit., pp. 326-341; M.G. Pastura Ruggiero, La Reverenda Camera Apostolica, cit., p. 214; [A. Villetti], Pratica della Curia Romana, cit., pp. 4-16.

38. G.B. De Luca, Theatrum, cit., lib. III, parte I, disc. LII. De Luca espone un caso concreto, da lui trattato davanti alla Segnatura di Giustizia, in cui l'auditor camerae aveva avocato, su istanza del reo, una causa del tribunale vescovile di Viterbo, adottando la stessa formula «cum qua Tribunal inhibere solet Curiis Baronalibus Status Ecclesiastici, ratione recursus habiti per subditos adversus Barones, eorumque Officiales». V. anche ivi, lib. XV, parte II, disc. XXXIV, n. 12.

39. [A. Villetti], Pratica della Curia Romana, cit., pp. 21-28; cfr. M.L. San Martini, Il tribunale criminale del governatore di Roma (1512-1809), Roma, 1981.

40. G.B. De Luca, Il dottor volgare, cit., lib. XV, parte III, cap. XXXIII.

41. [A. Villetti], Pratica della Curia Romana, cit., p. 23. «A.C.» è abbreviazione usuale per indicare l'auditor camerae.

42. L. Londei, Organizzazione della polizia e giustizia penale a Roma tra antico regime e restaurazione (1750-1829), tesi di dottorato di ricerca, 1988, cap. I, par. 1, pp. non numerate.

43. Ci limitiamo in questa sede a seguire sommariamente alcuni momenti di questa controversia a partire da De Luca. È opportuno però segnalare che essa affonda le radici nella trattatistica precedente, alla quale, in particolare alle opere di Giovan Battista Spada e di Prospero Farinacci, De Luca stesso fa ampiamente riferimento.

44. G.B. De Luca, Theatrum, cit., lib. XV, parte II, disc. XXXVI, n. 17; Id., Il dottor volgare, cit., lib. XV, parte III, cap. XXXIII.

45. G.B. De Luca, Theatrum, cit., lib. III, parte I, disc. LXXXVIII.

46. J.D. Raynaldi, Observationum criminalium, civilium, et mixtarum suppletio, Romae, 1698, pp. 8-10.

47. S. Bonfini, Notabilia in Bannimentis Generalibus Dictionis Ecclesiasticae,quibus accesserunt suppletiones in singula capita [...] Opera ac studio Francisci Antonii Bonfini [...], Venetiis, 1741, p. 421. Si tratta della seconda edizione del commento di Silvestro Bonfini ai bandi generali per lo Stato pontificio emanati da Alessandro VII, curata dal nipote, Francesco Antonio, che aggiunge numerose osservazioni, tratte fra l'altro dal confronto sistematico con i bandi successivi di Alessandro VIII.

48. Bonfini, presentando un caso in cui egli stesso aveva patrocinato un'istanza di remissione avanzata dai conti di Castel Guelfo al legato di Romagna, ammette che questa, nonostante i precedenti in favore, poteva avvenire solo per graziosa concessione, «non soggiacendo in oggi la remissione a veruna legge, fuorché alla sola volontà, ed all'arbitrio di chi rimette» (p. 422).

49. P.A. Danieli (Roma, 1712-1781) insegnò alla Sapienza diritto civile dal 1733 al 48, e poi diritto criminale fino al 1769, e fu uditore di diversi cardinali. Le sue Institutiones canonicae, civiles et criminales cum recentiori praxi romanae curiae (4 voll., Romae, 1757-59), dedicate ai giovani «qui post theoriam forensi exercitationi sunt vacaturi» furono ampiamente utilizzate da G. Moroni (Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1840-79) e da F.A. Zaccaria. Su Danieli: J. Carafa, De professoribus gymnasii romani, vol. II, Romae, 1751, pp. 435-36; F.A. Renazzi, Storia dell'Università degli Studi di Roma, vol. IV, Roma, 1761, pp. 87-88; N. Spano, L'Università di Roma, Roma, 1935, pp. 55, 337, 340.

50. P.A. Danieli, Institutiones, cit., vol. III, pp. 57-59.

51. La seconda circostanza si verifica «in delictis atrocioribus, in quibus, vel Majestas Supremorum Principum, vel salus publica laeditur, in istis enim debet Oraculum Principis a Baronibus exigi, ac expectari, cum delicta ista atrociora, eorumque cognitio Supremi Principi riservata intelligatur [...]». Ivi, p. 58.

52. Ivi, pp. 59-61.

53. Ivi, p. 45.

54. Ivi, pp. 61-2.

55. «Chirografo della Santità di Nostro Signore Benedetto XIV. Per cui in seguito della Risoluzione fatta nella Segnatura di Grazia dalla Santità Sua, si dichiara essere lecito a i Baroni Romani, e dello Stato Ecclesiastico, tralasciando la Tortura, condannare a pena straordinaria, eziamdio corporale, e grave, cioè alla Galera, et ad Opus, o altra simil penali Rei Negativi, e non Convinti, quando sono indiziati da Indizj maggiori di quelli, che bisognano per la Tortura», Roma, 1746, p. III.

56. Ibidem.

57. Ivi, p. IV; il chirografo porta la data del 14 aprile 1746.

58. Ivi, p. V.

59. Per un quadro sommario dell'azione di Benedetto XIV in campo giudiziario cfr. V. Lamantia, Storia della legislazione italiana, vol. I, Roma e Stato Romano, Torino, 1884, pp. 491-93.

60. L. Londei, La funzione giudiziaria, cit., p. 26.

61. È il caso di F. Mirogli, fiscale generale alla metà del secolo, e contemporaneamente uditore dei Borghese: ASV, Archivio Borghese, b. 326, f. 4.

62. G.B. De Luca, Theatrum, cit., lib. XV, parte II, disc. LXXXVIII, nn. 4 e 9.

63. Benedicti XIV olim Prosperi Cardinalis Lambertini, Bullarium, vol. III, parte I, Prati, 1846, pp. 71 e 76.

64. Ivi, vol. I, Prati, 1845, pp. 488-89. Nei luoghi in cui mancasse un giusdicente dotato dei requisiti opportuni, le donne e i minori potevano rivolgersi all'ordinario ecclesiastico. Per evitare questa occasione di ingerenza delle curie ecclesiastiche nelle proprie giurisdizioni Fabrizio Colonna inviò un memoriale al pontefice, chiedendo se gli uditori generali risedenti nei capoluoghi degli stati colonnesi potessero interporre i decreti in luogo dei governatori non laureati dei centri minori (Archivio Colonna, III BB LXVIII, n. 21).

65. Bullarii romani continuatio, vol. VI, parte III, Prati, 1849, pp. 2183-88. Sul secondo provvedimento vedi R. Ruffilli, L'appodiamento ed il riassetto del quadro territoriale dello Stato pontificio (1790-1870), Milano, 1968, ora in Id., Istituzioni società Stato: scritti di politica e di storia, a cura di G. Nobili Schiera, vol. I, Il ruolo delle istituzioni amministrative nella formazione dello Stato in Italia, a cura di M.S. Piretti, Bologna, 1989, pp. 140-156.

66. Bullarii romani continuatio, cit., p. 2187.

67. Circolare della S. Congregazione Particolare deputata per la nuova Legislazione Criminale de' 18 Marzo 1786, s.n.t.. Ne ho trovato copia in Archivio Colonna, II GG 1-2.

68. Bullarii romani continuatio, vol. VI, parte II, Prati, 1848, pp. 1529-30.

69. V. Lamantia, Storia della legislazione, cit., p. 520. L. Cajani, Pena di morte e tortura a Roma nel Settecento, in «La Leopoldina», n. 12, 1991, p. 524.

70. Archivio Caetani, Miscellanea n. 404 (141), Risposte ai quesiti della circolare della S. Congregazione particolare deputata per la nuova legislazione criminale dei 18 marzo 1786 relativamente ai feudi dell' Ecc.ma Casa Caetani cioè Sermoneta Bassiano e Cisterna in provincia di Marittima e Campagna. Le risposte sono firmate dall'uditore criminale di casa Caetani, Canuto Peroni, e portano la data del 12 maggio 1786.

71. Archivio Colonna, II GG 1-2.

72. ASR, Congregazione economica, b. 67, n. 4, Fogli per la sacra congregazione deputata sul piano di riforma generale, agosto 1801.

73. Il complesso feudale colonnese è suddiviso nei due «stati» di Pofi e Genazzano. Il primo è composto dai feudi di Pofi, Ripi, Arnara, Ceccano, Castro, Falvaterra, Vallecorsa, S. Stefano, Giuliano, Patrica, Supino, Morolo, Sgurgola, e Ceccano. Il secondo da Genazzano, Paliano, Cave, Rocca di Cave, Piglio, Serrone, Anticoli (ora Fiuggi), Trivigliano, Vico e Collepardo. I governatori di Ceccano e Genazzano fungevano da uditori, con la competenza in seconda istanza sui giudicati dei governatori dei rispettivi feudi. Esenti dalle giurisdizioni degli uditori erano il vice principe di Sonnino e il viceduca di Marino e Rocca di Papa: per i ricorsi e gli appelli dai loro giudicati il barone stesso deputava un giudice di seconda istanza (Archivio Colonna, III BB LXVIII, n. 10). Sulle vicende dell'ordinamento giudiziario degli stati colonnesi: V. Celletti, I Colonna, principi di Paliano, Milano, 1960, pp. 170-73, 192-96, 218, 222, 224; Id., Pofi, cit., pp. 93, 96-100, 199-203.

74. In un registro della congregazione criminale di casa Colonna dal 1750 al 1770 si contano oltre trenta sentenze capitali, presumibilmente tutte in contumacia, concentrate per circa due terzi nel primo decennio (Archivio Colonna, senza segnatura). Una sentenza capitale, sempre in contumacia, del 1783 è in ASR, Governo di Marino, b. 372, processo contro F. Zelinotti. Si tratta di dati di un certo rilievo, soprattutto se confrontati con quelli relativi al governatore di Roma raccolti da L. Cajani, Pena di morte e tortura, cit., p. 543.

75. Archivio Caetani, 198318, la lettera è datata Sermoneta, 9.2.1772.

76. La citazione è tratta dalla minuta del memoriale, in data 2.12.1728, allegata alla lettera.

77. «Credo bene, che dipoi presa da altri questa traccia con buon successo, la cosa non sia malagevole, per non esser più nuova».

78. Archivio Colonna, III BB LXVIII, n. 10.

79. ASR, Inventario n. 285/II, Nomi dei giustiziati assistiti negli ultimi momenti dall'archiconfraternita di S. Giovanni Decollato (detta della Misericordia) in Roma.

80. ASR, Confraternita di S.Giovanni decollato, b. 17, f. 10.

81. Giustizia eseguita in Genazzano feudo di S. Ecc.za il Contestabile Fabrizio Colonna, in persona di Bartolomeo Biondi il di 8 marzo 1738, ms., Archivio Colonna, senza segnatura.

82. ASR, Confraternita di S.Giovanni decollato, b. 10, reg. 21, pp. 167-73, 369-73. Una copia parziale della relazione di Palestrina è in BAV, Archivio Barberini, indice II, 3758.

83. Ivi, b. 10, reg. 21, pp. 185, 227, 230, 238.

84. Ivi, p. 169.

85. M. Tosi, La società romana, cit., p. 131.

86. L. Cajani, Pena di morte e tortura, cit., p. 540.

87. Rei condannati dalle curie baronali si incontrano nei bandi riportanti gli elenchi dei condannati che, dopo essere stati concentrati da tutto lo stato nelle carceri romane, venivano condotti alle galere di Civitavecchia. I bandi sono conservati in ASR, Bandi, bb. 414-15. Cfr. A. Sidoti, Le condanne alle galere nello Stato ecclesiastico dal 1770 al 1780, tesi di laurea in Lettere, Università di Roma «La Sapienza», aa. 1990-91. Sentenze di condanna nei confronti di rei carcerati, e biglietti di trasmissione, oltre che in ASR, Governo di Marino, (p. es. b. 370, processo contro B. Pompili, 1783; b. 378, processo contro F. Simoncelli, 1797) si trovano in: BAV, Archivio Barberini, indice II, 3760 (anno 1769), 3762 (anno 1781); ASR, Archivio Sforza Cesarini, parte I, b. 977 (anno 1771); Archivio Caetani, 122053, lettera di G. Pazzaglia, 6.6.1735. Cfr. inoltre Archivio Colonna, [Registro della congregazione criminale, 1750-1770], senza segnatura; Ivi, I EE 1, [Registro di lettere criminali, 1787-1789]; Ivi, I D 14, Lettere [criminali] dal 21 Marzo 1795 al 29 Agosto.

88. P.A. Danieli, Institutiones, cit., vol. III, p. 63: «[...] verum hujusmodi revisio in Urbe in praxi non est recepta quoad poenam triremium, vel aliam extraordinariam, nisi Reo comdemnato provocante ad Suprema Principis Tribunalia».

89. ASR, Governo di Marino, b. 372.

90. La formula è quella che ricorre con lievi varianti nelle condanne alla galera emesse dal contestabile contro imputati presenti: «Tanto farete, che siegua, ritornandovi per tal'effetto il processo, e rimettendovi insieme la lettera di Monsigr Tesorier Generale per gli assentisti di Civitavecchia, affinché sia il detto Negroni colà ricevuto».

91. BAV, Archivio Barberini, indice II, 3762.

92. Un caso di condanna a cinque anni di «opera servile» nella fortezza di Sermoneta, di proprietà del duca Caetani, in Archivio Caetani, Miscellanea 198423, lettera di F.M. Pitti, 29.9.1785.

93. Archivio Colonna, III BB LXVIII, n. 17.

94. Una raccolta di documenti in suffragio del diritto dei Colonna di graziare, per mera clemenza o per composizione, i banditi condannati nei loro feudi in Archivio Colonna, III BB LXVIII, n. 19.

95. Erano detti avere la «segnatura in ventre» i vari tribunali della Camera Apostolica, indipendenti dalla Segnatura di Giustizia, dai cui giudicati si ricorreva alla piena Camera.

96. Questa immagine del barone difensore dei poveri, che si ripresenta nei memoriali dei contestabili, al di là dell'aspetto strumentale, rientra in quel «tradizionale codice culturale aristocratico» che Marina Caffiero ha mostrato essere particolarmente resistente nei baroni romani: «un codice che insisteva sui motivi di onore e di prestigio, e di conseguenza, su una pratica personale delle relazioni sociali comprendente le funzioni di tutela e di "giustizia" nei confronti dei ceti inferiori». M. Caffiero, Tradizione o innovazione? Ideologie e comportamenti della nobiltà romana in tempo di crisi, in Signori, patrizi, cavalieri, cit., p. 375.

97. ASV, Segreteria dei Brevi, vol. 4360, Pius VI, diversorum, Lib. I, 1775-78, cc. 319-320v.

98. Ivi, cc. 309ev, 323 e v. Copie a stampa del breve ivi, cc. 315-317, e in Archivio Colonna, III BB LXVIII, n. 9. Il limite di cinquanta scudi sembra corrispondere al riferimento, contenuto nella supplica, alle cause «meramente ricorribili». Cfr. [A. Villetti], Pratica della Curia Romana, cit., p. 120: «Di valore appellabile sono tutte le Cause di Roma, e Distretto, l'importo delle quali passa la somma di scudi 50 Romani, e fuori del Distretto la somma appellabile è di scudi cento, le altre poi sono ricorribili».

99. ASV, Segreteria dei Brevi, cit., c. 310; Archivio Colonna, II FF 1, n. 37.

100. Archivio Colonna, III BB LXVIII, n. 10.

101. Ivi, III BB LXVIII, n. 18.

102. Ivi, Alla Sagra Consulta. Terrae Popharum Remissionis Causae. Per Il Procurator Fiscale dello Stato di Pofi Baronale dell'Eccellentissimo Gran Contestabile Colonna. Memoriale, s.l., 1729; Alla Sagra Consulta. Per il Promotor Fiscale della Curia Baronale di Paliano. Memoriale, s.l., 1740; Alla Sagra Consulta. Per il Promotor Fiscale del Tribunale dell'Udenza di Genazzano. Memoriale, s.l., 1743.

103. Così nel memoriale del 1729: «[...] quantunque il Barone non volesse fare istanza per la restituzione del Carcerato, e remissione della causa alla sua Curia, e volesse contentarsi di rinunciare la causa al Prencipe Supremo, potrebbe forzarsi il Barone a domandare la remissione [...], non potendo in veruna maniera pregiudicarsi nella prima istanza in pregiudizio del Vassallo». Tesi analoghe anche in S. Bonfini, Notabilia, cit., p. 421.

104. Si legge nel memoriale del 1743: « [...] al Tribunale dell'Udienza di Genazzano deve sempre di ragione competere la facoltà di terminare, e consumare intieramente in prima istanza le cause di quei Vassalli, che si ritrovano alla medesima sottoposti non meno per ragione d'origine, che del luogo del commesso delitto, mentre siccome è sempre tenuto il Barone all'osservanza di quel tanto, che trovasi espresso nel giuramento di fedeltà, così sembra, che il Principe Supremo debba ancor'egli esser tenuto al mantenimento di quella Giurisdizzione, che col mero, e misto imperio ha conceduta al Barone in prima istanza verso de' suoi Vassalli» (n. 13). Un'argomentazione fondata sulla reciprocità di doveri fra sovrano e feudatario rinforzata dalla considerazione che «siccome indebitamente sempre rimanrebbero gravati i Feudatarj, qualora dall'Autorità del Prencipe Supremo restassero spogliati della cognizione in prima istanza delle Cause de' loro Vassalli, così ancora totos Mundus rueret, si Princeps placita non servaret»(n. 14), e dalla precisazione che «dal Prencipe Sovrano [è stata] conceduta al Feudatario la Giurisdizione nelle prime istanze [...] non già comulative [sic], ma bensì privative» (n. 15).

105. Oltre alle opere di De Luca e a quelle del celebre giurista Prospero Farinacci, attivo a cavallo fra Cinque e Seicento, vengono frequentemente citati J.B. Spada, Consiliorum [...] liber primus, Romae, 1658, e C. Orilia, Observationes viginti novem ad Io. Mariae Campanae resolutiones [...], in quibus ne dum quaestiones excitatae, et resolutae per eundem auctorem continentur, et pertractantur, sed aliae adnectuntur in praxi criminali utilissimae contingibiles, tam circa intellectum bannimentorum, et bullarum constitutionum summ. pp. quam regiarum pragm. regni [...], Romae, 1668.

106. Sono addotti inoltre nella memoria del 1729 due casi, relativi a Leprignano e S. Gemini, riportati da Carlo Orilia (Observationes, cit., pp. 48-62).

107. Archivio Colonna, III BB LXVIII, n. 18, nota manoscritta delle «Risoluzioni prese tanto dalla Sac. Consulta, quanto dalla Suprema Sac. Conge del S. Uffizio per la Giurisde di S.E. il Sigr G. Contestabile Colonna ne suoi Feudi».

108. Ibidem.

109. Ivi, III BB LXVIII, n. 18.

110. Ivi, [Registro della congregazione], cit., pp. 13, 46, 79, 105.

111. Ivi, I EE 1, [Registro di lettere criminali, 1787-1789], lettere all'uditore di Ceccano, 21.3 e 7.7.1787, al viceduca di Marino, 27.6 e 19.9.1787. Poteva accadere che il governatore di Roma, avocata una causa, la commettesse a sua volta nuovamente al governatore baronale: Ivi, lettera al luogotenente di Ceccano, 15.9.1787.

112. ASR, Governo di Marino, b. 372, processo contro G. Angelini.

113. ASR, Archivio Sforza Cesarini, parte I, 977, G. Jacobini, Alla Sagra Consulta [...] Albanen. seu Cynthianen validitatis processus. Per il fisco della curia baronale di Genzano contro Bonaventura Gozzi carcerato in detta terra. Risposta al ristretto di fatto con sommario, s.l., 1769.

114. ASR, Governo di Marino, b. 373.

115. Ivi, b. 372. Manca un'indagine negli archivi dei tribunali centrali, che contribuisca a chiarire l'entità dei loro interventi rispetto ai luoghi baronali. Per la fine del secolo, provvedimenti su cause relative a questi ultimi, e ricorsi dalle curie baronali, si trovano, ad esempio, in: ASR, Tribunale della segnatura, b. 47, Signat. Iustitiae et Iudices deputati processus actorum. 1796; ASR, Tribunale criminale del governatore, Curia Savelli, bb. 135 e 135 bis; ASR, Auditor Camerae, b. 5826, Tribunale dell'A.C. in criminalibus. Atti di cause. 1791-1794.

116. BAV, Archivio Chigi, 20885.

117. Della memoria ho finora trovato unicamente due minute, in Archivio Colonna, III BB LXVIII, nn. 3 e 10: non si può dunque dire con certezza che sia stata inoltrata. Le due minute differiscono in alcuni particolari; nella prima è ricordata l'occasione del precedente ricorso di Lorenzo Colonna.

118. Ivi, III BB LXVIII, n. 10.

119. Ivi, III BB LXVIII, n. 6, minuta di supplica di Filippo Colonna a Pio VI. All'uditore del barone la Consulta rescrive in un primo tempo «qui doceat qua auctoritate privati fuerint Consliarii de quibus»; ricevute le risposte, ordina di reintegrare i consiglieri «praevia monitione [...] de se abstinendo a similibus sub poena privationis, aliisque arbitrio Sac. Consultae». Alla minuta sono allegate le risposte, inviate nel marzo 1787 dai governatori di numerose comunità infeudate ai Colonna, a una richiesta di informazioni sulle norme degli statuti locali relative alla nomina dei pubblici rappresentanti.

120. Ivi, III KB 4, n. 19.

121. Mi sembra significativa la proposizione di un'origine di poteri feudali legata ad una discontinuità storica: nella fattispecie la disastrosa peste del 1656, che avrebbe offerto al barone l'opportunità di ripopolare il paese trasferendovi vassalli dei suoi feudi abruzzesi, e di imporre alla nuova popolazione nuove e più restrittive condizioni economiche e politiche. Una tesi che contrasta con quella che radica i privilegi baronali nel tempo immobile della consuetudine immemorabile, sostenuta dai Colonna anche nella controversia di Marino (ASR, S. Congregazione del Buon Governo, serie II, b. 2244).

122. Un primo sondaggio negli atti processuali di Marino mostra una notevole presenza di querele riconducibili alla microconflittualità locale.