L'aristocrazia romana nel tramonto
del potere temporale

di Fiorella Bartoccini

All'inizio del 1859, quasi all'alba come era solito fare per gli incontri che voleva segreti, Cavour ricevette - con particolare interesse perché inviati di un mondo a lui sconosciuto - due cittadini romani, venuti a chiedere istruzioni nella prospettiva di guerra. Chiese loro di smorzare le iniziative patriottiche della popolazione, di mantenerla tranquilla. «E i Trasteverini? In caso di conflagrazione, come ve la sbrigherete con i vostri Trasteverini?». Conservava, inquietante, il ricordo dei tumulti popolari del '48 che avevano costretto il pontefice alla fuga, della resistenza antifrancese del '49, e inviò a Roma Massimo d'Azeglio, considerato uno dei maggiori conoscitori della città: con il compito ufficiale di consegnare il collare dell'Annunziata al principe di Galles e quello segreto di studiare la situazione politica e di impartire raccomandazioni. Le Legazioni, in parte anche le Marche, gravitavano da tempo nell'orbita dell'Italia settentrionale; Roma era non soltanto città «diversa» come sede del Papato, ma anche lontana, isolata, da raggiungere con una voluta iniziativa: e anche questa era stata accantonata nell'ultimo decennio, con l'eccezione di qualche rapido ammonimento1.Più vicina, più disponibile al contatto era la Toscana, che cominciò fin dal '59 ad esercitare una funzione di cerniera fra Roma e Torino; a Firenze, legati a Ricasoli, poi inseriti nel suo gruppo parlamentare, si fermarono i primi esuli politici romani, come Luigi Silvestrelli2:ricco mercante di campagna, aveva curato durante la guerra l'acquisto di cavalli per l'esercito piemontese e finanziato la partenza di volontari.

Rafforzate nel 1860 le raccomandazioni di attesa, mentre si procedeva all'occupazione delle Marche e dell'Umbria, il problema di Roma si impose poi sul tavolo delle operazioni diplomatiche e su quello delle manovre segrete: assumeva o perdeva significato il peso della volontà popolare, da giocare comunque più come carta di pressione sulla Francia che come strumento di soluzione. Dopo aver lanciato dalla tribuna parlamentare un appello all'opinione illuminata Cavour cominciò a dare particolare importanza alle iniziative della Roma laica, facendo raccogliere firme di adesione alla politica italiana. Che la carta della popolazione fosse comunque di supporto ad un'azione diplomatica è confermato dal fatto che gli indirizzi vennero presentati come espressione della volontà «del patriziato e del popolo romano», si dette cioè all'aristocrazia il segno particolare di una presenza e di una funzione, indispensabile base per una trattativa di ampiezza europea. Sulla scia dell'ultimo Cavour, fra iniziative diplomatiche e politiche, fra prospettive di opinione o di rivolta, si mossero fino al 1864 i suoi successori3.

Nella debolezza e nell'oscurità della borghesia, rimasta «antica», soffocata dal cristallizzato regime, dal paternalismo pontificio, dall'isolamento urbano, continuava ad avere particolare rilievo come espressione della volontà cittadina, con funzione e peso a livello internazionale, la nobiltà4,a cui si riconosceva un ruolo di primo piano per la soluzione della questione romana. Nella necessità di ostentare una forza interna di opinione anche il governo pontificio l'utilizzava ormai ampiamente: era la sola espressione «laica» che poteva trovare ascolto in Europa. Aveva fili di collegamento diretto - familiari e patrimoniali - con la Francia, con la Spagna, con l'Austria, esercitava talora funzioni di corte, come i Ruspoli e gli Odescalchi a Vienna, i Gabrielli e i Bonaparte romani a Parigi. Nelle case Caetani e Doria erano entrate spose inglesi, in quella Borghese una francese di altissimo lignaggio, Teresa de la Rochefoucauld; la figlia del duca di Cadore, Francesca di Nompère-Champagny, era moglie di Clemente Rospigliosi, Isabella Alvarez di Toledo di Giovanni Colonna.

Anche se rari (perché difficilmente le straniere portavano in dote proprietà terriere), interessi economici collegavano la nobiltà romana ad ampi spazi: essa conosceva bene quindi problemi e idee, tensioni e battaglie del tempo. Seguiva costumi e mode5. E non c'era bisogno di spostamenti, in realtà, perché a Roma arrivavano tutti, anche i sovrani, e i salotti dei grandi palazzi, pur non avendo la vitalità politica conservata in altri paesi europei, erano da secoli centri importanti di incontro e di ascolto, talora anche di ritrasmissione di notizie e di idee. Ma non di scelta, non di guida, non di azione che non fossero quelle della fedeltà al trono papale o, meglio, della fedeltà all'esistente, alla realtà locale, alla tradizione storica, al linguaggio antico. Appagavano il ruolo di alta rappresentanza laica cittadina, la conservazione intangibile della proprietà, la presenza a riti di corte, la partecipazione indiretta al governo attraverso la fortunata carriera dei parenti entrati in prelatura, qualche briciola di potere (il Senatore capitolino era sempre un nobile) in settori amministrativi ed economici, mentre i cadetti delle grandi famiglie venivano posti alla guida dei rioni cittadini (Pio Capranica e Giovanni Chigi lasceranno nella storia della città un'impronta positiva). Fitto era anche il collegamento con il più vasto territorio italiano, con Firenze e con Napoli soprattutto, in un intreccio di parentele e di proprietà terriere, testimonianza di antiche presenze feudali. Era il caso dei Doria, che a Roma incentravano l'amministrazione di un patrimonio che si estendeva dalla Liguria alla Calabria, affrontando la diversità dei regimi e delle condizioni locali.

Duro era il giudizio di molti osservatori stranieri, che avevano difficoltà non solo a capire, ma - per l'impossibilità di un incontro diretto- anche ad ascoltare linguaggi culturali e sociali così diversi dai propri. Ideville, segretario dell'ambasciata francese, accusava la nobiltà romana di essere oziosa, boriosa e ignorante; inetta l'aveva già valutata About, la cui opinione venne spesso poi ricalcata da altri viaggiatori interessati alla situazione locale6:tutti portati ad un'analisi esteriore, non solo perché concretamente lontani dagli ambienti descritti, ma perché sorretti da esperienze sociali e politiche diverse, scaturite dal processo di sviluppo di una società moderna e tendenti perciò ad ignorare le radici storiche ed i condizionamenti ambientali del terreno romano, i linguaggi antichi, quell'«eterno filare della tela di Penelope»7 (c'era però anche chi provava la gioia di trovare ancora in Europa un luogo «diverso», un luogo dove l'«orologio del tempo» si era fermato, «un mondo che a forza di essere vecchio tornava nuovo»)8. Coloro che non trovavano al proprio fianco, in operazioni politiche, i più alti esponenti della popolazione erano anche più duri accusatori, come Pantaleoni, agente cavouriano9, Della Minerva, diplomatico sardo. E c'era anche chi, come Taine, stigmatizzava anche l'ormai vuoto spazio in cui vivevano: il palazzo10.

Un giudizio globalmente negativo va respinto, e non solo perché spesso esteriore, o perché agganciato a misure di valutazione di una presenza e di una funzione espresse da realtà culturali e sociali diverse e inconfrontabili, o perché indicano un «silenzio» più che una «scelta», ma perché è segnato dalle eccezioni. Carlo Bonaparte, principe di Canino, animatore dei congressi scientifici italiani, avrebbe potuto per radici familiari e consuetudini di vita non dirsi «romano», ma, zoologo insigne, era stato operoso in Roma per molti anni; di vita romana era Baldassarre Boncompagni, in campo matematico storiografo erudito di grande fama11.Impegnato nell'Accademia dei Nuovi Lincei, Pietro Odescalchi aveva animato la battaglia classicista, ma Giovanni Torlonia si era aperto ad un moderno linguaggio letterario12.Sfuggendo alla tradizione della chiusa educazione familiare, Mario Massimo ed Emanuele Ruspoli affrontarono studi universitari di ingegneria, Leopoldo Torlonia di legge. Scelte individuali, eccezioni certo, espressioni isolate, senza risonanza nello spazio cittadino: comunque sono scelte qualificanti un tentativo di «diversità».

Molti nobili cominciavano anche ad interessarsi meno formalmente della conduzione delle proprietà terriere, riuscendo, come i Caetani, a risollevare le fortune della famiglia, incrinate dalle imposizioni fondiarie dei periodi di occupazione straniera, o come i Borghese a sviluppare un'acuita attenzione per la produzione agraria e le novità tecniche13. Godevano di ampi riconoscimenti da parte del papa e della Curia, di libertà di movimento, ma con una presenza ormai puramente formale nell'ambito della Chiesa, della corte, del governo. Non nello spazio urbano, però, dove continuavano ad esercitare cariche pubbliche ed alcune funzioni in istituzioni amministrative ed economiche, nelle direzioni degli istituti pii. Il principe Massimo fu a lungo direttore generale delle Poste. Alle necessità della popolazione, esercitando una specie di sovranità laica, garantivano assistenza, beneficenza, lavoro - domestico ed artigianale -, feste. Quando, nei duri momenti politici, abbandonavano la città, era, per molti romani, la miseria. Nel periodo riformista di Pio IX furono inizialmente in primo piano nella conduzione delle nuove cariche, negli impegni delle assemblee, ma con un'inesperienza di base14 che aveva finito per relegarli ai margini di un gruppo dirigente che proveniva dalle altre regioni dello Stato. Maggiore vitalità e significativa presenza avevano nelle istituzioni agrarie15 e quando, negli anni Trenta, lo Stato aveva dovuto ricorrere alla finanza estera, per il grave deficit di bilancio, avevano esercitato funzioni di mediazione e curato l'inserimento a Roma di istituti bancari (dove mantennero, con alcuni elementi della borghesia emergente, posizioni di primo piano fra gli azionisti e i dirigenti), interessati molto al terreno dei prestiti, poco a quello degli investimenti, con l'eccezione delle ferrovie16.In primo piano, naturalmente, Torlonia, che si muoveva a livello europeo, ma emersero Borghese, Rospigliosi, Grazioli, Chigi, Odescalchi.

Sulla scena italiana si pose, nel 1860, un problema: fin dalla caduta della Repubblica del '49 si era costituito in Roma un partito «liberale», che aveva riunito gli sconfitti della rivoluzione, borghesi e popolani, nel corso del successivo decennio orientati alla battaglia unitaria17.Il gruppo dirigente era costituito da letterati (una categoria che conservava a Roma antiche valenze sociali), avvocati, medici, tutti rintracciabili al servizio delle grandi casate (About notava, tra sorpreso e divertito, che mentre a Parigi un principe era cliente di un avvocato, a Roma accadeva l'inverso: questo era stato anche a Parigi, ma in tempi così lontani che se ne era perso il ricordo). Espulsi da Roma, i dirigenti del Comitato liberale, acquistavano nel vicino Regno presenza e potere, funzione parlamentare e politica, e difendevano quindi la loro responsabilità di guida dell'oscuro mondo della cospirazione romana (nel 1867, in coincidenza con l'invasione garibaldina e la contromossa governativa, si scoprirà l'esistenza di un «quasi nulla», se non di un vero e proprio «vuoto»). Nessun aristocratico si affiancò loro, per una duplice scelta: da parte della nobiltà, che non voleva imborghesirsi, e da parte della borghesia, che voleva difendersi da pesanti intromissioni, garantirsi il prestigio e il potere conquistabili sulla scena italiana18.Cominciarono comunque occasioni d'incontro: il duca Sforza Cesarini rivelerà di aver trovato in Vincenzo Tittoni «un vero gentleman». Quasi con sorpresa19.

Ai nobili filoitaliani non mancavano, del resto, riconoscimenti e onori: i primi esuli - Lorenzo Sforza Cesarini, che aveva esercitato la funzione di vicecommissario di governo a Viterbo prima della riconsegna della città al pontefice, e Antonio Boncompagni Ludovisi - erano stati nominati senatori. Aveva passato il confine anche Augusto Ruspoli, invitato dalle autorità pontificie ad un viaggio senza ritorno, ma in Italia si fermerà saltuariamente, preferendo il soggiorno in Austria ed in Ungheria, dove erano proprietà familiari e dove poteva svolgere una riconosciuta funzione: di osservatore della scena politica e, qualche volta, di agente ufficioso20. Anche al duca di Rignano, Mario Massimo, fu indicato il confine, ma ebbe presto occasione di rimpatrio. Erano per Torino strumenti utili d'informazione, qualche volta di preziosi contatti, ma non più utilizzabili sulla scena romana, dove bisognava individuare altre presenze: l'attenzione dei primi governi italiani, con l'eccezione di quello di Ricasoli, che sembra aver eluso volutamente uno stretto rapporto, preferendo l'«imborghesimento» dell'azione romana21, si appuntò su alcuni palazzi, e in particolare su quello di Michelangelo Caetani, duca di Sermoneta.

Uomo di pochi viaggi («tout chemin conduit à Rome») ma di diffuse amicizie, era interessato e acuto osservatore della scena europea, ma distaccato interprete dei suoi problemi e dei suoi linguaggi, che sentiva estranei alla realtà della vita locale. Degna di attenzione gli appariva soprattutto l'Inghilterra, luogo di grandi trasformazioni politiche e civili, che, nel quadro di un temperato regime monarchico, assicurava ancora all'aristocrazia una presenza e un ruolo alla Camera dei Lords: «Si la providence me condamnait à renaitre dans un lieu de mon choix, je choisirais l'Angleterre». Non ne coglieva a fondo la grande trasformazione economica e sociale in atto, ma era lì che avrebbe voluto trasferirsi fin dal 1848 per sfuggire il «vulcano politico» che minacciava l'Europa, Roma stessa. Anche la Germania lo interessava, ma con un coinvolgimento personale minore: era incuriosito dalle nuove dottrine storiografiche e filologiche, filosofiche e scientifiche, ma non attratto, considerandole quasi espressione di mode passeggere. Apprezzava comunque uno spazio segnato dalle piccole sovranità, dai calmi ambiti di vita e di studio, di ordine politico e sociale. E seguirà con appassionata partecipazione le vicende del conflitto franco-prussiano: «queste sanguinose vittorie sono il trionfo della ragione tedesca offesa dalla vanità oltraggiosa e offensiva gallica...»; «nous prions nuit et jour le Dieu du Sabaoth afin que l'armée allemande entre à Paris le plus tôt possible...»22.Sulla Francia aveva sempre animato un'astiosa polemica: fin dal Settecento era stata espressione di una «rivoluzione», nata giacobina e finita imperiale, che aveva sconvolto un ordine secolare, una stabilità sociale ed economica, un equilibrio umano di convivenza.

Da osservatore distaccato, con una punta sempre di fatale accettazione degli eventi e dei mutamenti, che poteva - erroneamente - apparire consenso, aveva seguito le vicende italiane, la nascita del Regno. Rifiutava però di essere coinvolto nelle sue rivendicazioni e nelle sue lotte: non amava l'imborghesito regime pontificio e i «cattivi operai», che - diceva - cercavano l'isolamento in una specie di fortezza protetta dal dogma dell'infallibilità pontificia e che «colla scusa che ora è difficile... ora inutile» non facevano niente, ma rispettava Chiesa e Papato, pur stigmatizzandone alcune degenerazioni nell'abbandono della comunità primitiva, nella confusione fra interessi spirituali e temporali, fra strutture politiche e religiose. Coglieva l'ineluttabilità degli avvenimenti e li inseriva nel cammino imprevedibile della «Storia»23.Le sue considerazioni non mancavano di una certa saggezza di osservazione, ma il duca di Sermoneta preannunciava anche quella che sarebbe stata la sua posizione: la sparizione da ogni campo d'azione, l'assenteismo completo e fatalista. «Quant à moi je me conserve hermite dans mon désert et je n'ai aucune ambition ipothequée sur ce qui doit tomber, ou sur ce qui doit se lever. Le poète Pope disait qu'il y avait une neuvième Béatitude qui était: Blessed is he who expects nothing, he shall never be disappointed. Je vise toujours à cette Béatitude que personne ne peut m'enlever...»24. L'«ottavo peccato capitale» definiva l'attività politica, considerata funzione inferiore, e si avverte anche il distacco da quei borghesi che la praticavano o cercavano di praticarla. Chiariva la sua posizione: osservatore alla finestra.

Era un attento osservatore anche Andrea Doria, che, oltre agli annuali viaggi, scambiava notizie e giudizi col fratello Giovanni, residente a Genova, nel palazzo avito, bene inserito nel tessuto politico e amministrativo della città. Riusciva così ad avere una visione esterna della situazione romana e nessun dubbio nutriva sulla sorte futura dello Stato papale, soffocato ormai dal Regno italiano. C'è in lui accettazione storica, ma anche amarezza e dolore: e non tanto per la perdita di quella specie di sovranità laica di cui - secondo molti osservatori - aveva sempre goduto a Roma, ma per i colpi inferti alla Chiesa ed alla comunità cattolica in cui era profondamente inserito25. Anche Francesco Pallavicini, genero di Boncompagni Ludovisi, manifestava interesse più che adesione per il Regno italiano: aveva rapporti, sia pur formali, con gli esponenti borghesi del Comitato nazionale, ai quali forniva notizie, ma consigliava cautela nelle operazioni romane: quando si vive fuori - ammoniva - si dimenticano «le leggi eccezionali con le quali siamo governati»26. Assumerà importanza crescente quando verranno aperti, dopo il 1865, i confini e sarà ospite assiduo di Firenze, in contatto con ambienti italiani di governo, che nel Settanta lo metteranno in un primo momento alla testa del governo provvisorio di Roma.

Ben altro spessore, ben altra incisività mostrava sulla scena romana la nobiltà filopapale, particolarmente impegnata nell'opera di difesa della Chiesa, del trono, del regime, che era anche difesa del regime sociale esistente. Il terreno era ormai comunque vuoto di reali poteri e di funzioni di corte, anche se ricco di riconoscimenti formali27, come quello dei principi assistenti al soglio pontificio Giovanni Colonna e Domenico Orsini, di guardiano del conclave e maresciallo della S. Chiesa Sigismondo Chigi. Gli ambienti di Curia e di governo si stavano ormai imborghesendo e rade erano le presenze della nobiltà romana nell'ambito ecclesiastico: il cardinale Flavio Chigi era lontano, nunzio a Parigi, e solo Ludovico Altieri, scomparso nel 1867, garantiva ancora mediazione. Il cardinale Bonaparte aveva scelto isolamento e preghiera. Le prime forme di attivismo conservatore si manifestarono tra il 1860 e il 1861 e culminarono con la sottoscrizione di un indirizzo di fedeltà al pontefice che voleva essere risposta alle iniziative piemontesi: 134 erano le firme, fra cui mancavano nomi importanti, nomi di nobili non schierati comunque con la parte avversa, ma per il momento prudenti. Era un gesto significativo che venne sfruttato in chiave propagandistica non solo come manifestazione di fedeltà al pontefice, ma come testimonianza di una forza di difesa. Alla guardia nobile, sotto il comando di un Barberini e di un Altieri, scartata l'idea di una «milizia» particolare, si affiancarono i volontari nelle truppe papali, messe alla prova nell'ultima battaglia di Lamoricière28.

Nel confronto con le isolate presenze filoitaliane i sostenitori della causa papale erano tanti, praticamente quasi tutti: Salviati, Aldobrandini, Orsini, Borghese, Altieri, Chigi, Barberini sono solo alcuni dei personaggi coinvolti ad alto livello nella difesa dei diritti della S. Sede. Li ritroviamo nelle udienze di corte e nelle manifestazioni cittadine, nell'opera di propaganda e nello sviluppo di un movimento colto in vari ambiti di presenza e di azione, in un folto intreccio di parentele. I palazzi si aprivano ad illustri visitatori, testimonianze di organizzazione di lotta, di centri di consenso: spiccava quello di casa Borghese, in cui era entrata Teresa de la Rochefoucauld, moglie di Marcantonio, animatrice di una battaglia legittimista che superava i confini del piccolo Stato papale per rivendicazioni di presenza sulla scena francese. Nel 1865, sposa di Pietro, a lei si unì un'altra Rochefoucauld: Francesca. Per alcuni anni fu anche importante la corte di Francesco II di Borbone, l'esule re di Napoli, ma più come testimonianza formale di principî che come impegno di attività.

Nell'opera di sostegno della nobiltà al trono papale era anche, sotto la copertura della Chiesa, il forte peso della difesa di una «presenza» e di una «diversità» antiche, del recupero di valori non solo religiosi ma sociali, del riconoscimento di identità e di ideali in cui si cristallizzavano le misure di un tempo, di una società, di una vita che si stavano perdendo in Europa, in cui si affrontavano le battaglie di una testimonianza più che di una sopravvivenza. Arcaicità di presenze, di intenti, di opere? No: i difensori della causa papale presentavano, nel quadro antico della vita romana, anche alcuni elementi di vita e di organizzazione che possiamo definire «moderni» nel riferimento agli sviluppi futuri di uno schieramento cattolico29,indipendemente dai contenuti e dalle prospettive della lotta ideologica e politica. C'è un rapporto diverso con la borghesia che non troviamo nei protagonisti di parte avversa, e non solo con quella emergente dei Mazio, dei Vannutelli, degli Spada, dei Mencacci, che avevano legami familiari con l'alta prelatura o incarichi importanti di governo. «Aristocrazia da sacristie e di quelle nutrite» denunciava Petruccelli della Gattina nel Parlamento italiano30. La sacrestia era stata fin dall'occupazione giacobina uno dei più naturali ambiti d'incontro, sociale e politico, che aveva animato la resistenza al nuovo regime ed alla nuova cultura, ma non era il solo. Caratteristica di una «presenza» cattolica che cominciava ad essere «movimento» era la confluenza di clero, nobiltà e borghesia su vari terreni assistenziali (ospedali, istituti di beneficenza)31 e culturali (Pontificia Accademia Tiberina, Accademia di religione cattolica, Arcadia), dove la chiusura in antiche formalità finiva per dare forza di coesione politica.

Con l'arrivo di tanti esuli e di tanti volontari, con l'ampio territorio italiano ed europeo investito dalla battaglia difensiva, cominciò comunque a trasformarsi il linguaggio cittadino. La moderna impostazione dell'«Osservatore romano» era espressione di una presenza e di un interesse che superavano Roma, sia pur mantenuta al centro del dibattito: per ritrovare tradizionali, interne tonalità bisogna sfogliare i giornali finanziati dal duca Salviati, il «Veridico», il «Divin Salvatore», che riportavano notizie ufficiali con un linguaggio familiare e antico, misto di orgoglio, di sentimento e d'ironia32. Nel momento in cui si difendeva, la città cominciò quindi a perdere i suoi caratteri, le sue funzioni, e con essi i connotati di particolari presenze sociali e culturali.

Nel 1865 si profilò una svolta importante nella politica della Santa Sede: l'abbandono della causa legittimista, della speranza di ricostruzione dell'antica rete degli Stati italiani; l'indebolimento di una linea di difesa che voleva Roma proiettata sul piano religioso universale, sostenuta da consensi e interventi stranieri; la necessità di un'intesa con la nuova realtà italiana, politica e materiale, che premeva ai confini, anche per esigenze concrete di rifornimento della città «assediata», oltre che di sostegno nella penisola della rete ecclesiastica e della società cattolica che andavano, nei legami con il papato, difese e valorizzate. Pio IX, dopo aver emanato la «Quanta cura» ed il «Sillabo», teorica proclamazione di idealità e di valori, stava accettando la necessità di coesistenza col vicino Regno, scandita dall'allontanamento del battagliero ministro delle Armi, de Mérode, e da una serie di contatti «diplomatici» (missioni Vegezzi e Tonello), reciproche concessioni, scambi commerciali, adeguamenti finanziari e monetari33.

Dietro la copertura di controlli sempre più effimeri, i confini dei due stati furono concretamente aperti: quasi 10.000 esuli romani risultavano ufficialmente risiedere in Italia alla fine del decennio (numero compensato da quanti cercavano invece rifugio a Roma)34, in cerca più di fortuna che di asilo politico. Nella nuova situazione la mobilità dell'aristocrazia si fece più fitta e incontrollata, scandita da viaggi, lunghi soggiorni nelle regioni dove erano proprietà ed interessi, in centri vicini e familiari: a Napoli, dove praticamente si trasferì Colonna, ed a Firenze, dove si stabilì definitivamente Corsini, ormai impegnato sul terreno parlamentare. Quest'ultima città offriva anche possibilità di contatto con il governo e di funzione alla corte sabauda: nel nuovo clima non mancarono viaggi, presentazioni, doni, come quello per le nozze di Umberto e Margherita, facendo acquisire a parte della nobiltà romana un nuovo spazio di riconosciuta presenza. I figli minori delle grandi casate scoprivano i vantaggi della legislazione italiana, la fine del maggiorascato e del fidecommesso, e animavano a Roma sentimenti di fronda contro il regime, spesso invitati - come Ignazio Boncompagni, Carlo Lovatelli e Guido di Carpegna - ad un viaggio senza ritorno. Alla ricerca di una posizione in Italia, Baldassarre Odescalchi tentò la carriera diplomatica; nel solco di un antico mestiere, Francesco e Bosio Sforza Cesarini, Emanuele Ruspoli e i giovani Colonna entrarono in scuole militari.

Fra il 1865 e il 1867 si tentò in alcuni ambienti italiani una possibile soluzione della questione romana attraverso un ventaglio di contatti e di intese: artefice principale era Filippo Gualterio, prefetto di Napoli, considerato uno dei suoi principali conoscitori. «Roma doveva venire all'Italia» era la nuova formula: senza contrapposizioni frontali; senza lotte dilanianti (approvava Ricasoli ormai ospite assiduo della città, in cui aveva comprato una casa, che rimandava però la soluzione a tempi più lontani, più maturi). Diversa da quella di Cavour, che, dopo aver esplorato il mondo della Curia e della nobiltà per l'avvio di una intesa, puntava sullo schieramento liberale e nazionale, era la considerazione del terreno di lavoro: «i liberali in Roma, come partito, sono nulla»35.Il Comitato nazionale romano, uscito allo scoperto nel tessuto dei nuovi rapporti, aveva rivelato la sua fragilità. L'attenzione era ora puntata su qualche elemento di Curia e di governo, favorevole al dialogo, sugli ambienti economici, dalla Camera di commercio alla Borsa, particolarmente interessati alle relazioni con il vicino Regno, alle riforme interne. Antonelli, fratello del cardinale e direttore della Banca romana, dichiarava: «se si continua nello stato attuale delle cose, noi in questo angusto angolo di terra serrato ermeticamente fra le spire italiane, finiremo per morire asfissiati»36.Apparve lieto quando poté entrare in contatto con il sistema bancario italiano.

Continuava a manifestarsi negli ambienti politici l'interesse per l'aristocrazia che continuava ad essere espressione di vertice della struttura sociale ed economica romana e che, soprattutto, era in prima linea nell'ambito del Municipio romano. E questo era visto in Italia come possibile carta di soluzione, come legittima espressione di un potere cittadino «laico»37. Stampato nel 1866 con il nome di Stefano Porcari, circolava l'opuscolo di David Silvagni Il Senato di Roma e il Papa: proponeva una soluzione incentrata su un principio di diritto storico che inglobava quello moderno della sovranità popolare, sul Campidoglio quindi come fonte di autorità e di potere. Alla scialba presidenza del marchese Cavalletti si contrapponeva in aula l'irruente impegno del principe Massimo, alla testa di uno schieramento che, recuperati i riformisti del '48 come Lunati, si batteva per una trasformazione strutturale degli uffici comunali, in consonanza con il vicino Regno, divenuto quasi un modello di vita, e per un piano regolatore della città in crescita38. Niente di più chiedeva, smentendo quanti lo accusavano di essere al servizio del governo italiano.

Messo al corrente delle nuove iniziative, sollecitato ad appoggiarle, Caetani le approvava, nutrendo però dubbi sul risultato: «Non so quanto sia da impromettersi dai debolissimi saggi di conciliazione che si tentano con questo paese; comunque è ben fatto per parte del governo d'Italia far mostra di buona voglia e di perseveranza a rispetto di tanta resistenza e di tanto danno». Rifiutava però ancora una volta un apporto personale, rinviando la soluzione: «Il tempo può fare il resto meglio che gli uomini»39. E Bonfadini, trascurando le eccezioni, lamentava la mancanza nell'aristocrazia romana d'ogni coesione, d'ogni influenza, d'ogni energia: «un grosso guaio». Era ignara di «un mondo al di là», isolata, per colpa del gesuitismo, «non solo dal contatto con gli uomini ma da quello della storia contemporanea». Non negava «attitudini e qualità sociali» che rendevano graditi i contatti: cortesia, generosità, rettitudine, intelligenza naturale, educazione sociale, buona conversazione. E, soprattutto, grande tolleranza politica, una forma di eclettica conoscenza che nasceva dall'indifferenza, condizionata anche dall'invasione periodica cosmopolita, portatrice di linguaggi diversi40. In pratica nei palazzi romani c'era accettazione di un tessuto di opinioni ed il rifiuto di una scelta, condizionato anche dal desiderio di conservare i comodi vincoli della proprietà ed il privilegio di un'alta presenza sociale.

Non tutti concordavano sulla politica della mano tesa, sul lento cammino verso un accordo: ancora in primo piano nella opposizione era il duca Cesarini Sforza, con la vecchia etichetta dell'esule politico, fautore di una rapida ed aggressiva iniziativa. Di fronte all'emergere di prospettive di rinuncia alla conquista della città, di dubbiosi interrogativi sulla sua funzionalità ai compiti che si prospettavano, aveva reagito stampando a Torino nel 1865 uno scritto: Che cosa è Roma. Si era poi impegnato in una battaglia nazionale, che aveva il suo centro nel Piemonte ferito dal trasferimento della capitale, e ascoltatori attenti (dopo aver fallito in un tentativo di coinvolgimento di Ricasoli) in Quintino Sella e Michelangelo Castelli. A Torino organizzò nel 1865 un importante meeting, in cui si discusse su un programma d'azione in consonanza con le forze garibaldine41.Fu la sua ultima battaglia: scomparirà nel luglio del 1866. Nella spedizione del '67 era presente il figlio Francesco.

Se ci si cala nella più ampia realtà della vita romana - al di là delle dichiarazioni di principio e di isolate iniziative - si possono cogliere verso la fine del decennio i segni, sia pur molto deboli ancora, di un processo di modernizzazione economica e sociale assorbito dal vicino Regno e limitato sempre al terreno agricolo42.Avanzava «la gioventù che si chiama del progresso»43,cominciava a mutare il rapporto di classe (nobili proprietari e mercanti di campagna discutevano ormai alla pari), fiorivano istituzioni (la Società romana di orticultura, la Società dell'incoraggiamento per migliorare il suolo, l'agricoltura e la pastorizia) che risentivano delle esperienze italiane. Si diffondevano in città nuovi linguaggi letterari44. La linea ferroviaria che congiungeva Firenze a Napoli, passando per Roma, accelerò una silenziosa «rivoluzione» politica e sociale, mentre la città cominciava anche materialmente a trasformarsi. Poca cosa comunque: gli italiani nel 1870 avrebbero trovato nella nuova capitale una popolazione ancora papalina nell'animo, «più sgomenta e seccata che lieta di una novità tale da smuovere profondamente abitudini e pensieri di una gente da secoli avvezza a non voler essere disturbata nella sua placida, indifferente, scettica vita...»45.

Ai nuovi venuti Roma offrì una scena sociale ancora antica: il duca di Sermoneta fu letteralmente trascinato sul terreno politico; presiedette la Giunta provvisoria di governo, presentò a Vittorio Emanuele il risultato del plebiscito, fu nominato senatore, si spostò incerto fra i partiti, fino alla fuga definitiva, e per lui liberatrice, a Firenze46.Il principe Doria, costretto a funzioni di corte, tentò di rifiutare la nomina a senatore e finì per chiudersi nel suo palazzo. Anche Mario Massimo, eletto deputato, preferì dimettersi, sottolineando il suo interesse per un impegno comunale. Erano espressione di una generazione che, pur accettando il cammino della storia, non si adattava ai nuovi modelli sociali e comportamentali: il loro posto sarà preso dai figli, che alimenteranno una forte presenza aristocratica negli organismi politici e amministrativi della città, una presenza a lungo dominante.

La divisione fra nobiltà «nera»47 e «bianca», filopapale e filoitaliana, era più apparente che reale e non scalfiva la coesione dietro le proclamazioni di principio. Venne comunque superata nel '78, dopo la morte di Vittorio Emanuele II e di Pio IX: continuavano a divergere le tendenze politiche ma non si sgretolava il fitto tessuto dei rapporti familiari e delle espressioni sociali. La doppia sovranità, la doppia corte presenti in Roma favorivano una presenza e un potere che assorbivano i dissidi, assicurando una funzione ed una compattezza di casta. «Bianchi» e «Neri» si mescoleranno nel corteo che accompagnerà le spoglie di Pio X: «Era la nobiltà romana che sfilava dignitosa e solenne dietro le spoglie del suo Sovrano. Il gruppo meraviglioso scendeva lentamente, quasi ritmicamente... Il passo grande e pesante dei medioevali alabardieri l'attorniava, segnandone quasi il tempo, e il colpo d'occhio aveva una grandiosità tutta propria, indimenticabile... C'era in quel gruppo tutta la tradizione storica di una grandiosità leggendaria di varie dinastie, di fasti militari e politici... Bisognava vederla sfilare nei suoi equipaggi gallonati... bisognava vederla imponente e regale nelle grandi cerimonie liturgiche dove la società degli alberghi non può arrivare, per riconoscere l'esistenza di questa storica casta indistruttibile e sana, che in quel giorno seguiva il morto pontefice!»48. Siamo già nel secolo XX.

Note

1. F. Bartoccini, La «Roma dei Romani», Roma, 1971.

2. A.M. Isastia, Roma nel 1859, Roma, 1978.

3. R. Mori, La questione romana, Firenze, 1963.

4. D. Silvagni, Il Gotha di Roma, Roma, 1875; G. Pietramellara, Il Libro d'orodelCampidoglio, Roma, 1897. È stata avviata dall'Istituto di studi romani una collana su «Le grandi famiglie romane». Un particolare, importante momento di transizione, in M. Tosi, La società romana dalla feudalità al patriziato, 1816-1853, Roma, 1969. La colgono nell'ampio quadro della vita cittadina: N. Nisco, Roma prima e dopo il 1870, Roma, 1878; D. Silvagni, La corte e la società romana nei secoli XVIII e XIX, Roma, 1883-85; R. De Cesare, Roma e lo Stato del papa dal ritorno di Pio IX al XX settembre, Roma, 1907; G. Leti, Roma e lo Stato pontificio dal 1849 al 1870, Roma, 1909.

5. «... molti incominciarono a viaggiare per respirare aure più fresche. Altri viaggiavano pel pensiero lodevole d'istruirsi. Altri infine che difettavan di spirito recavansi a Parigi e a Londra per acquistarlo. Da queste cause dunque surse gradatamente la smania dei viaggi, la quale divenne poi di moda...» (G. Spada, Storia della rivoluzione di Roma e della restaurazione del governo pontificio, Firenze, 1868-69, III, p. 735). Per le spose forestiere, v. S. Negro, Seconda Roma, Milano, 1943, pp. 145-183.

6. E. About, Rome contemporaine, Paris, 1860; H. d'Ideville, Journal d'un diplomate en Italie, Paris, 1872-73. Più distaccato e obiettivo E. Dicey, Rome en 1860, Cambridge-London, 1861, nel valutare la mancanza di vita pubblica e l'isolamento artificiale della città.

7. «Nel luogo più frollo d'Europa si vive come in sogno... Roma è silenziosa e soffocante, come perduta nel mondo, ritirata in sé ed incantata... I momenti più eccitanti del tempo cadono qui senza rumore come nell'eternità» (F. Gregorovius, Diari romani, a cura di R. Lovera, Milano, 1885, p. 67).

8. A. Gabelli, Roma e i Romani, Roma, 1881, pp. 6 s.

9. «La nobiltà romana - scriveva - è indegna per ogni lato, potrebbe essere padrona dei padroni, ed è serva dei servi...»: Isastia, op. cit., p. 126.

10. H.A. Taine, Voyage en Italie, Paris, 1866, I, p. 323. Una descrizione interna in G. Checchetelli, Una giornata nel palazzo e nella villa di S.E. il sig. principe don Alessandro Torlonia, Roma, 1842; su tempi lunghi J. B. Hartmann, La vicenda di una dimora principesca romana, Roma, 1967; C. Benocci, La villa della famiglia Doria Pamphilj a Roma. Agronomia, paesaggio, architettura nell'Ottocento, in Storia della città, XII (1987), pp. 38-73.

11. Per Bonaparte v. F. Bartoccini e M. Alippi Cappelletti, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. XI, pp. 549-556; per Boncompagni V. Cappelletti, ivi, pp. 704-709.

12. G. Gnoli, I poeti della scuola romana, Bari, 1913; F. Ulivi, I poeti della scuola romana dell'Ottocento, Bologna, 1964.

13. G. Pescosolido, I Borghese, Roma, 1979. V. anche A.M. Girelli, Le terre dei Chigi ad Ariccia, Milano, 1983 e, su spazi più ampi, R. De Felice, Aspetti e momenti della vita economica di Roma e del Lazio nei secoli XVIII e XIX, Roma, 1965; P. Villani, Ricerche sulla proprietà e sul regime fondiario nel Lazio, in «Annuario dell'Istituto storico italiano per l'età moderna e contemporanea», XII (1962), pp. 97 ss.

14. Caetani «ricordava con terrore i pochi giorni che fu ministro di polizia nel 1848»: De Cesare, I, p. 38; duro il giudizio di Marco Minghetti (I miei ricordi, Bologna, 1888-90, I, pp. 331 s.).

15. C.M. Travaglini, Il dibattito sull'agricoltura romana nel secolo XIX. Le Accademie e le Società agrarie, Roma, 1981.

16. V. le vicende de La Cassa di risparmio di Roma. Monografia storico-artistica, Roma, 1911. B. Gille, Les investiments français en Italie, Roma, 1968; Le ferrovie nello Stato pontificio, a cura di P. Negri, Roma, 1967 e, su terreni e tempi più ampi, C. Crocella, «Augusta miseria». Aspetti delle finanze pontificie nell'età del capitalismo, Milano, 1982; B. Lai, Finanze e finanzieri vaticani tra l'Ottocento e il Novecento. Da Pio IX a Benedetto XIV, Milano, 1979; L. Laudanna, Le grandi ricchezze private di Roma agli inizi dell'Ottocento, in «Dimensioni e problemi della ricerca storica», n. 2, 1989, pp. 104-152.

17. Bartoccini, La «Roma dei Romani», cit.

18. Ai membri del Comitato fu data istruzione di non respingere gli «indipendenti», ma di aggregarli alla loro opera in una posizione ben controllata: potevano essere utili per l'alto appoggio che garantivano («unite a voi Piombino») anche se bisognava usare particolare cautela con Sforza Cesarini.

19. Museo Centrale del Risorgimento, b. 222, 5-2. Sono molte le lettere di Sforza Cesarini, che si firmava «il Vignarolo», qui conservate (bb. 222, 5 e 14; 225, 2). Era particolarmente dura con lui, che perpetuava una tradizione familiare di rivolta, «La Civiltà cattolica», riferendosi ai «pochi nobili di molta dubbia origine, ovvero senza cervello, e che da uno scompiglio qualunque si augurano di uscire dalla oscurità, a cui la propria melensaggine li condanna» (Le due Rome nel 1861, 20 luglio 1861).

20. Interessanti (e anche queste non conosciute) le sue lunghe lettere sulla situazione politica in Austria e in Ungheria conservate nel Museo Centrale del Risorgimento. Boncompagni era stato inviato in esilio per aver firmato nel 1861 l'indirizzo cavouriano di adesione alla politica italiana, giustificandosi con il pontefice «di aver ciò fatto nella convinzione di apportar vantaggio anzi che danno alla religione e allo Stato» (Museo Centrale del Risorgimento, Diario Roncalli, 8 giugno 1861).

21. «Per quanto concerne Roma, non voglio intendermi che con lei»: a Silvestrelli, in Carteggi di B. Ricasoli, a cura di G. Camerani e C. Rotondi, Roma, 1988, p. 312.

22. Lettere di Michelangelo Caetani duca di Sermoneta, a cura di F. Bartoccini, Roma, 1974, p. 197.

23. «Ici il faut vivre dans le passé, il faut se réjouir de ce qui il y a été, il ne faut pas prendre garde au présent... Il n'est bon à rien. Pas même à nous flatter d'un vain espoir futur». Era fondamentalmente ostile alla «révolution qui cherche l'apparition de l'inconnu plutôt que la repetition du connu» (v. Epistolario del duca Michelangelo Caetani di Sermoneta, a cura della moglie, Firenze, 1902, e Lettere, cit., a cura di F. Bartoccini).

24. Ivi, p. 80. Un giudizio sul Caetani «politico» in F. Chabod, Storia della politica estera italiana, Bari, 1951, pp. 492 s., e C. Pavone, Alcuni aspetti dei primi mesi del governo italiano a Roma e nel Lazio, in «Archivio storico italiano», CXV (1957), pp. 312 ss. E v. la «voce» da me redatta nel Dizionario biografico degli Italiani, vol. XVI, Roma, 1973.

25. F. Bartoccini, Doria Phamphili Landi, Filippo Andrea, in Dizionario biografico degli Italiani, XLI (1992), pp. 475-477.

26. A Checchetelli, 27.4.1866, in Museo Centrale del Risorgimento, b. 191-44, 8.

27. «Il Sig. Principe Massimo è invitato a far corteggio a Sua Santità ed accompagnarla alla passeggiata Sabato 25 corrente... È poi prevenuto che, essendosi a tal oggetto stabilito un turno tra i membri del Patriziato e Nobiltà Romana, potrà senza ulteriore invito recarsi al Vaticano per lo scopo suindicato ogni quindici giorni...» (Museo Centrale del Risorgimento, b. 75). E v. Ch. Weber, La Corte di Roma nell'Ottocento, in La corte nella cultura e nella storiografia. Immagini e posizioni tra Otto e Novecento, a cura di C. Mozzarelli e G. Olmi, Roma, 1983.

28. A. Vigevano, La fine dell'esercito pontificio, Roma, 1920.

29. Nasce nell'aprile del 1869, nel palazzo Lancellotti, il Circolo San Pietro: G.L. Masetti Zannini, Il Circolo S. Pietro. Cenni storici; v. anche M. Casella, Pietà e carità nel Circolo San Pietro di Roma ..., in Chiesa e religiosità in Italia..., Milano, 1973, e, per le premesse della posizione che verrà assunta dopo la «Breccia», F. Malgeri, La stampa cattolica a Roma dal 1870 al 1915, Brescia, 1965; P. Tufari, La vita religiosa a Roma prima e dopo il 20 settembre 1870. Ricerche di storia e di sociologia, in La vita religiosa a Roma intorno al 1870, a cura di P. Droulers - G. Martina - P. Tufari, Roma, 1971.

30. Discussione sulla convenzione di settembre: v. Atti Parlamentari, Camera, novembre 1864.

31. «... le congregazioni caritative... furono le vere protagoniste della vita sociale, politica e religiosa dello Stato pontificio al suo tramonto» (C.M. Fiorentino, Dalle stanze del Vaticano: il venti settembre e la protesta della S. Sede, in «Archivum historiae pontificiae», 28 (1990), p. 300. E v., per presenze e responsabilità, L.C. Morichini, Degli istituti di pubblica carità e d'istruzione primaria in Roma, Roma, 1870; per una particolare istituzione: M. Tosi, Il Sacro Monte di pietà di Roma e le sue amministrazioni, Roma, 1937.

32. Prevaleva comunque l'orgoglio: «Noi, o Romani, possiamo ben chiamarci felici, perché la gloria di Roma è gloria ancor nostra. Sì, noi siamo fra tutte le nazioni del mondo quel popolo eletto, cui benedisse in modo speciale il Signore» (Il Veridico, 10 gennaio 1863). Espressione romana, ma su un tono diverso, più alto, di lotta politica è anche un altro giornale: F. Malgeri, Storia della «Voce della verità», in «Rassegna di politica e storia», 1964, pp. 12-27).

33. R. Mori, Il tramonto del potere temporale, Roma, 1967; sul più ampio terreno religioso, A.C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, 1° ediz., Torino, 1948. Il card. Antonelli, scrivendo al nunzio a Parigi, il 19 novembre 1865, richiama l'immagine di una testa senza corpo (v. N. Miko, Das Ende des Kirchenstaates, Wien-München, 1962-1970, I, p. 152).

34. Bartoccini, La «Roma dei Romani», cit., cap. X.

35. David Silvagni il 27 luglio 1866: ivi, p. 475, n. 16.

36. F. Mancardi, Reminiscenze storiche, Torino, 1891-92, II, p. 252. Per mutate esigenze e cambiamenti di rotta anche nella vita interna: P. Dalla Torre, L'opera riformatrice ed amministrativa di Pio IX fra il 1850 e il 1870, Roma, 1945.

37. «La diplomazia sarà più tranquilla quando vedrà che il vecchio s'innesta al nuovo e che le pergamene servono al plebiscito» scriveva Gualterio a Castelli il 12 novembre 1866 (Carteggio politico di M. Castelli, a cura di L. Chiala, Torino, 1890, II, p. 173). Nello schieramento nazionale voleva «gente d'importanza sociale di prim'ordine» (pp. 180 s.).

38. L. Pompili Olivieri, Il Senato romano..., Roma, 1886; Z. Boeche, Amministrazioni e uffici municipali di Roma dalla Restaurazione post-napoleonica alla caduta del potere temporale, in «Atti del V Congresso nazionale di studi romani», Roma, 1942, pp. 240 ss. Difende il principe Massimo dalle accuse di doppio gioco, Ideville, op. cit., pp. 242 s.

39. Da parte italiana si insisteva: «Io credo poi che un uomo come lui debba uscire in scena e precisamente al momento dell'azione e quando egli vi si rifiuti conviene costringerlo con un atto che somigli quasi alla violenza» era l'opinione di Silvagni (Bartoccini, La «Roma dei Romani», cit., p. 383). Pallavicini protestava che troppo spesso, vivendo fuori di Roma, si dimenticavano le «leggi eccezionali con le quali siamo governati» (Museo Centrale del Risorgimento, b. 191-44, 8). Vitelleschi aveva chiesto di essere dispensato da ogni iniziativa.

40. R. Bonfadini, Roma nel 1867, Milano, 1867, pp. 16 ss.; v. anche lettera a Visconti Venosta, in Mori, Il tramonto, cit., p. 52. E già P.C. Boggio (La questione romana studiata in Roma, Torino, 1865) aveva messo in evidenza l'incerto clima fra interesse e timore.

41. Bartoccini, La «Roma dei Romani», cit., pp. 459 ss.

42. Travaglini, op. cit. E per la difesa di diritti sentiti come doveri nel quadro del momento politico ed economico, M. Chigi, Considerazioni sopra un recente opuscolo del cav. G. Costa in difesa degli agricoltori romani, Roma, 1868. Nel quadro più ampio dell'economia cittadina, A. Caracciolo, Continuità della struttura economica di Roma, in «Nuova Rivista storica», XXXVIII (1954), pp. 182-206, 326-347.

43. Museo Centrale del Risorgimento, Cronaca Roncalli, 1869, f. 285.

44. Lucio Veri (Domenico Gnoli), Gli studi e la stampa in Roma, in «Nuova Antologia», giugno 1868, p. 354 ss. E v. F. Ulivi, La vita letteraria a Roma intorno al 1870, in « Il Veltro», XIV (1870), pp. 485 ss.; A. Petrucci, Cultura ed erudizione a Roma fra il 1860 e il 1880, ivi, pp. 471-483.

45. Chabod, op. cit., p. 184. Paventando il cambiamento l'aristocrazia aveva serrato le file: «En présence des lourdes impôts et de l'abolition des majorats en Italie, les patriciens de Rome ont résserré les rangs de leur phalange, et, à part certaines maisons notoirement connues pour leurs idées avancées, il n'y a guère que quelques cadets de famille qui désertent la cause de l'aristocratie et du pouvoir» (Trauttmansdorff, incaricato d'affari austriaco, a Beust, 19 febbraio 1869, in S. Jacini, Il tramonto del potere temporale nelle relazioni degli ambasciatori austriaci a Roma, Bari, 1931, p. 261). Coglie bene vita e atmosfera dell'ultima città pontificia, Fiorentino, op. cit.

46. «Ora tutto è incerto, tutto è sospetto, tutto è timore. Si vede tramontare il vecchio mondo e non si vede sorgere il nuovo»: Caetani a Circourt, 13 maggio 1871 (in Epistolario, cit., p. 40). Per l'alta presenza della nobiltà nei primi organi di governo: Gli archivi delle giunte provvisorie di governo e della luogotenenza generale del re per Roma e le province romane. Inventario, II, a cura di C. Lodolini Tupputi, Roma, 1972.

47. Al Museo Centrale del Risorgimento, nelle carte di Camillo Massimo, testimonianze di adesione alla causa papale (b. 75, 2): «in nome della Nobiltà romana, delle Società cattoliche della Borghesia, e di tutto il buon popolo Romano».

48. G. Chiassi, La Roma dei miei vent'anni, Roma, 1957, p. 144. Sul carattere della sopravvivenza e della presenza sociale e politica , v. A.I. Meyer, Il potere dell'ancien régime fino alla prima guerra mondiale, Bari, 1982, pp. 115, 117; Ch. Weber, Papsttum und Adel im 19. Jahrhundert, in Les noblesses européennes en XIXe siècle, in «Actes du colloque organisé par le Centro per gli studi di politica estera e opinione pubblica de l'Université de Milan», (Rome, 21-23 Novembre 1985), Roma-Milano, 1988.