La quadratura del cerchio. Il bargello di Roma nella
crisi sociale tardocinquecentesca

di Peter Blastenbrei

Il 26 e 27 aprile 1583 due episodi sanguinosi, strettamente connessi fra loro, fecero sobbalzare gli abitanti di Roma e mostrarono chiaramente quale fosse la situazione della sicurezza pubblica nella capitale della Controriforma. Ambedue gli eventi - lo scontro mortale del bargello di Roma con tre nobili ed il tumulto del giorno seguente, finora considerato come un'insurrezione popolare - sono ben noti1. Tuttavia la descrizione di questi fatti deve precedere la mia esposizione.

La sera del 26 aprile 1583, sul far della notte, una spia del Tribunale del governatore di Roma, una di quelle persone misteriose e sfuggenti del sistema giudiziario del tempo, si avvicinò nella zona di Banchi ad un sostituto del bargello di Roma2. L'uomo, conosciuto bene sia dal sostituto che dagli altri membri della truppa poliziesca romana, chiese all'ufficiale di poter avere l'aiuto di alcuni sbirri per arrestare tre uomini che si aggiravano a Piazza di Siena3, tenuti d'occhio dalla spia già da diverso tempo4. La spia, venuta direttamente dal palazzo del Governatore, aveva con sé un mandato d'arresto nei confronti di persone sospette, regolarmente rilasciato e sottoscritto dal giudice criminale competente5. Un arresto con un mandato del genere era una questione di routine, perciò il sostituto non indugiò nell'andare con la spia e alcuni sbirri a Piazza di Siena6. A Campo dei Fiori incontrarono il bargello in persona, Giovanni Battista Pacio7, con i suoi uomini, di ritorno dalla ronda serale per la città. Non si sa per certo se questo incontro sia stato casuale o se il sostituto avesse voluto informare il suo superiore dell'imminente azione - quest'ultima ipotesi è più probabile8. Comunque né il bargello né il suo sostituto parteciparono attivamente all'arresto, ma solo la spia e cinque sbirri che avevano avuto l'incarico. Fermarono i ricercati davanti al portone del palazzo di Ludovico Orsini a Piazza di Siena, arrestandoli senza difficoltà9; le persone sospette non fecero resistenza né vi furono incidenti nei vicoli abitati fino alla prigione della Curia Savelli10.

Il bargello ed il suo sostituto tornarono da Campo dei Fiori al palazzo del Governatore per vie separate11. Nella parte occidentale della strada vicino alla odierna chiesa di S. Andrea della Valle il gruppo, con il bargello in testa, incontrò una compagnia di alcuni nobili a cavallo con i loro servitori12. Appena riconosciuto il bargello ed i suoi, gli chiesero conto dell'arresto degli uomini a Piazza di Siena, avvenuto poco prima13, e appellandosi ai diritti di immunità nell'area vicino a palazzo Orsini, rimproverarono addirittura agli sbirri l'ingresso non autorizzato nel palazzo14. La conversazione ben presto degenerò in un alterco ed i nobili estrassero le loro spade, mentre il bargello si ritirò fra le file dei suoi15. Allora gli sbirri spararono con almeno sei archibugi e colpirono il bersaglio anche troppo bene: Raimondo Orsini, fratello di Lodovico, Silla Savelli, Ottavio Rustici e due loro servitori morirono per strada o furono feriti mortalmente16. Il bargello con i suoi uomini marciò senza sosta dal luogo dell'incidente fino al palazzo del Governatore per segnalare l'accaduto17. Non c'era più nessuno che potesse impedirglielo, essendo gli altri aggressori fuggiti dopo la sparatoria18. Mentre gli sbirri attendevano nel cortile del palazzo, il bargello, al piano superiore, discusse a lungo con i funzionari della corte. Conosciamo solo il risultato del colloquio: il bargello con gli sbirri dovette presentarsi alla prigione di Tor di Nona19. Gli sbirri dovevano esservi incarcerati in attesa delle indagini giudiziarie o tratti in arresto solo per ragioni di sicurezza, per essere protetti dalla vendetta delle famiglie nobili20? Lungo il tragitto verso Tor di Nona, invece, ben presto fu chiaro che gli sbirri non erano d'accordo con la decisione presa dal loro capo. Qualcuno propose di cercare rifugio presso il vicino monastero di S. Agostino21. Ma, fallito anche questo piano per il rifiuto da parte dei monaci di aprir loro il cancello22, si dispersero senza prendere ulteriori precauzioni, e la maggior parte di essi tornò a casa propria23.

D'altronde nessuno a Roma poteva prevedere il secondo atto della tragedia, il 27 aprile. Non solo furono colti di sorpresa gli sbirri ma tutta l'amministrazione pontificia: si può pensare che la sera del 26 non sussistessero timori eccessivi o che nessuno potesse immaginare una reazione così tardiva. Però, verso mezzogiorno del 27 aprile una banda di 10-15 uomini armati attraversò il Corso, verso la Schiavonia a cercare, come dicevano, gli sbirri colpevoli della morte dei giovani nobili. In realtà condussero una caccia spietata nei confronti di tutti gli sbirri del bargello di Roma, colpevoli o innocenti che fossero, con l'intenzione di ucciderli. Il gruppo si recò alla Schiavonia24 e da lì all'Ortaccio, dove nel pomeriggio e nella serata rastrellò tutto il quartiere alla ricerca delle sue vittime25. Un altro gruppo simile probabilmente agiva nello stesso momento nel rione Campo Marzio26. Le strade verso le porte orientali di Roma, in Borgo e verso Ponte Sant'Angelo, nel pomeriggio erano ancora libere, come possiamo dedurre dal fatto che alcuni sbirri le usarono come via di scampo27. Almeno cinque di loro furono uccisi quel mercoledì fatale nelle strade nei dintorni dell'Ortaccio, presso la Dogana e in piazza dei Cesarini28. Per un bilancio complessivo l'autore degli avvisi urbinati indicò il numero di undici sbirri linciati per le strade e di sette sbirri giustiziati in Campidoglio29, anche se in quest'ultimo caso le cifre non sono del tutto attendibili.

La caccia agli sbirri fu tutt'altro che un'insurrezione popolare dovuta all'indignazione per la morte dei tre giovani delle prime famiglie della città30. Al contrario, si trattò di un'azione scrupolosamente progettata da parte di un gruppo di persone non troppo grande, il cui nucleo era costituito da familiari e sostenitori di Lodovico e Paolo Giordano Orsini31. Uno dei loro capi era il giovane Alessandro del Bufalo, che aveva in mano un elenco degli indirizzi privati degli sbirri del bargello di Roma32. Soprattutto questo fatto rende assai inverosimile ipotizzare che si sia trattato di un'azione spontanea dei seguaci di casa Orsini. Durante la loro incursione nel quartiere dell'Ortaccio, i cacciatori degli sbirri sottolinearono incessantemente che agivano per incarico dei due signori Orsini33. Proprio uno degli sbirri, ucciso in seguito, fu disarmato in nome dell'autorità del più anziano degli Orsini34. Essi infine non esitarono ad invitare i passanti a collaborare, facendo presente che Paolo Giordano Orsini aveva promesso 25 scudi per ogni sbirro abbattuto35. Il comportamento degli uomini armati che si trovavano all'Ortaccio, con le loro grida «Ammazza, ammazza»36 aveva lo scopo di provocare una sommossa popolare. Infatti, in quel momento una massa di gente si agitò per le strade del quartiere37 di modo che nessuno seppe più distinguere fra istigatori e simpatizzanti. Però, quando la banda penetrò nell'Ospedale S. Giacomo degli Incurabili, verso sera, per rintracciare gli sbirri ivi nascosti, poteva contare solo su 30 uomini circa38. Fu forse il fallimento di una più ampia reazione e di una vera e propria insurrezione del popolo romano in favore di casa Orsini ad indurre Paolo Giordano Orsini a presentarsi la sera di quel giorno sanguinoso in veste di leale e magnanimo conservatore della pace, veste nella quale più tardi lo festeggiarono i suoi seguaci39.

Il governo papale, come già detto, fu travolto dagli eventi e si mostrò allora incapace di reagire. Inoltre l'improvvisa scomparsa delle forze dell'ordine organizzate contribuì naturalmente a paralizzare la sua risolutezza. La situazione si stabilizzò - relativamente in fretta - solo quando il papa stesso fu informato degli avvenimenti40. Gregorio XIII licenziò il Governatore irresoluto di Roma, che si era rifugiato entro le mura del Vaticano41, nominò un successore42 ed anche un nuovo bargello43 che raccolse le forze di polizia rimaste nella città44, mentre lo sfortunato Pacio, scappato da Roma, fu proscritto con il resto dei suoi uomini45. Le guardie papali furono messe in stato d'allarme e la sera gli ufficiali capitolini, i senatori, conservatori e caporioni, rimasti sempre leali, pattugliarono le strade di Roma con una scorta armata46. Non è del tutto chiaro quando il comandante papale, Giacomo Boncompagni, sia riuscito a far entrare delle truppe in città47. Comunque, giovedì (28 aprile) di buon mattino la situazione era di nuovo sotto controllo, tanto che il papa, forse per timore di pressioni nobiliari, sospese l'esecuzione da lui stesso ordinata di uno sbirro incarcerato in Campidoglio nel pomeriggio di mercoledì48. In seguito Gregorio XIII fece accuratamente interrogare gli sbirri del Pacio arrestati, ma non li fece più punire49. Solo lo stesso ex-bargello, arrestato già il 30 aprile50, fu tradotto in un tribunale speciale e, nonostante l'intervento del cardinale Santori51, fu decapitato il 10 giugno52 - in un momento in cui neanche i più ostinati sostenitori degli Orsini riuscirono più a scorgere nel gesto un significato politico53.

Questa sintesi degli eventi del 26 e 27 aprile 1583 non può essere ritenuta completa e certa in tutti i suoi dettagli, finché non saranno stati rintracciati gli interrogatori del Pacio. Tanto più che l'autore degli avvisi urbinati, di solito affidabile narratore degli avvenimenti quotidiani della Roma cinquecentesca, in questo caso riportò soltanto il punto di vista prevalente nell'ambito di casa Orsini54. Gustavo Brigante Colonna55, lo storico di casa Orsini, si servì nel suo tanto dettagliato quanto fantasioso racconto, soprattutto delle memorie del cardinale Santori56. Rimangono fonti affidabili ed altrettanto particolareggiate solo quelle giudiziarie, cioè i verbali degli interrogatori degli sbirri arrestati, del Pacio (28 aprile - 12 maggio 1583)57 e dei testimoni e imputati al processo contro i colpevoli del massacro del 27 aprile (29 giugno - 30 luglio 1583)58.

Ma naturalmente qui non ci si può limitare ad una semplice ricostruzione del sanguinoso episodio del 26 e 27 aprile 1583, tanto eccezionale nella pur violenta vita della città, che non ha paragoni nel Cinquecento. Si devono, invece, chiarire i nessi di questi avvenimenti che hanno un'importanza che trascende il valore episodico, per risultare indicativa dei rapporti tra i gruppi sociali coinvolti, gli sbirri, i nobili, il popolo romano. Perché, per esempio, i giovani nobili, la sera del 26 aprile, si ritennero autorizzati a chiedere al bargello una giustificazione per gli arresti effettuati? Come fu mai possibile una reazione tanto brutale come quella degli sbirri che spararono durante l'alterco tra il bargello ed i nobili? Perché gli organizzatori del massacro poterono pensare che le grida «Ammazza gli sbirri» avrebbero potuto provocare una insurrezione da parte dei Romani? Ed infine quali motivi indussero alcuni Romani a parteciparvi davvero?

Il bargello di Roma era uno degli almeno otto bargelli romani che lavoravano contemporaneamente e dipendevano rispettivamente dai diversi tribunali della città. Come egli dipendeva dal Tribunale del governatore di Roma, c'erano poi i bargelli della Curia capitolina59 e della Curia di Borgo60, presso il tribunale del Vicario del papa61, l'Uditore della camera apostolica62, il camerlengo della Ripa63, il giudice di Ripetta64 e il giudice della Curia Savelli65. Quanto ai doveri ed alle responsabilità, si possono paragonare soltanto i bargelli dipendenti da tribunali con piene competenze (giustizia civile e criminale, giustizia capitale), cioè quelli del Tribunale del governatore di Roma, della Curia capitolina e della Curia di Borgo66. Tra questi tre, l'importanza del bargello crebbe parallelamente a quella del Governatore di Roma67, quando fu istituita la carica nel 151268. Fin dalla metà del secolo il bargello di Roma fu il capo indiscusso della truppa di polizia più importante di Roma, distinta per la forza numerica della sua unità69 così come per la quantità e la molteplicità dei suoi compiti. Meglio di tutte le altre disposizioni e deliberazioni papali, relative alle sue competenze, un confronto fra la normale mole di lavoro presso il Tribunale del governatore di Roma e quella degli altri tribunali con piene competenze, può mostrarci l'importanza del bargello di Roma che aveva a che fare con tutti i casi qui elencati. (Le cifre riguardano soltanto i tribunali criminali per l'anno 1570):

- Tribunale criminale del governatore: 531 denunce e ca. 1200-1300 relazioni di barbieri e medici su persone ferite e sospette70;

- Curia capitolina (tribunale criminale del Senatore): ca. 350 denunce;71

- Curia di Borgo: ca. 170 denunce72.

L'importanza personale del bargello di Roma era inoltre ancor più grande perché, unico tra i bargelli romani, ed anche unico tra i subalterni del Governatore, era nominato dal papa con un breve e pagato direttamente dalla Camera apostolica73, come il procuratore fiscale presso il tribunale del Governatore74, ma in modo diverso da quello dei giudici, dei luogotenenti civili e criminali, nominati dal Governatore e pagati dalla sua cassa. Solo in casi di estrema urgenza anche il Governatore poté sostituire il bargello 75.

Nel XVI secolo non vi fu una codificazione dei singoli doveri del bargello di Roma, come la conosciamo per il bargello della Curia capitolina negli statuti comunali del 1519 e 158076. I suoi compiti erano sostanzialmente due, importantissimi: il mantenimento dell'ordine pubblico nelle strade di Roma e l'esecuzione di decisioni giudiziarie. A questi si aggiungevano poi alcuni compiti ausiliari, come attaccare monitori alle abitazioni relative77, fare inventari di sequestro in casi d'omicidio78, e accompagnare i magistrati durante l'esecuzione di atti d'ufficio fuori del palazzo del tribunale79.

Il mezzo principale per garantire la sicurezza pubblica quotidiana consisteva nelle ronde del bargello e dei suoi uomini nelle strade dell'abitato80. Non sappiamo per certo quanto spesso tali ronde avessero luogo, ma dagli interrogatori degli sbirri del Pacio nel 1583 risultò che si faceva una ronda la mattina81, una il pomeriggio e almeno una la notte. Il numero degli uomini che girava con il bargello il pomeriggio del 26 aprile era compreso fra i 30 e i 4082. Si può dunque pensare, dato un effettivo previsto di 80 uomini83, ad una ripartizione di metà della truppa per le pattuglie diurne e l'altra metà per quelle notturne. Conosciamo un appello del settembre 1568 per una ronda notturna di 25 uomini84. Il 26 aprile 1583 si radunarono gli sbirri «alle hore 18 e mezzo», cioè alle 14 circa, secondo la nostra suddivisione del tempo85 davanti alla casa del bargello vicino a via della Scrofa, seguendo il seguente percorso: casa del bargello, via del Corso, Porta del Popolo, un'osteria fuori di Porta del Popolo, via del Babuino, l'odierna piazza di Spagna, probabilmente via dei Condotti, via del Corso, piazza Colonna, piazza Altieri, piazza Giudea86. Sembra che la truppa, che fino a quel punto aveva marciato compatta, si dividesse in gruppetti che percorsero le strade con i sottocapi del bargello in testa87. Alla fine della ronda, circa 4 ore più tardi, gli sbirri si riunirono di nuovo vicino a Ponte Sant'Angelo88 per ritornare al palazzo del Governatore, ossia alla casa del bargello. Dato che le strade romane diventavano sempre più pericolose, l'amministrazione papale cercò, per la prima volta nel febbraio 1583, di ripartire il faticoso servizio delle ronde tra diversi uomini ed introdusse un caporale proprio per le pattuglie notturne89, ma il suo proposito fallì per l'animosità del primo bargello (lo stesso Pacio!) che ovviamente non voleva dividere i suoi emolumenti con un'altra persona90. Non sappiamo se il piano di ripartizione del servizio delle ronde fosse stato messo in atto con i bargelli straordinari, documentati a partire dal 158491.

La presenza permanente degli sbirri (ufficialmente «executores», ma anche «birruarii») nelle strade della città aveva diverse finalità concrete: impedire il gioco d'azzardo e il porto d'armi, considerato dal governo, non a torto, una delle cause principali di violenza, impedire le risse ed i conflitti armati per strada e controllare le persone sospette, particolarmente ricettatori, banditi infiltratisi di nascosto in città92. Quando gli sbirri coglievano in flagrante qualche colpevole di uno dei delitti menzionati dovevano arrestarlo da soli, senza ulteriori disposizioni e condurlo alla prigione più vicina93. Non esisteva, infatti, un vero regolamento per questa procedura94: del resto erano sempre organi esecutivi della giustizia romana senza facoltà aggiuntive95. Non dovevano entrare in azione se informati di un delitto durante le loro ronde, eccetto il caso di flagranza, mentre invece dovevano scortare l'informatore al tribunale per denunciarlo96. Soltanto la verifica autonoma delle frodi degli artigiani già denunciate, le cosiddette invenzioni, particolarmente in uso presso la Curia capitolina, era consentita anche agli sbirri del bargello di Roma97. Al dovere di garantire la sicurezza pubblica in città si aggiungevano vari servizi di guardia in situazioni straordinarie - come durante la Sede Vacante - per le quali venivano impiegati gli sbirri e altre forze armate romane98. Furono anche usati come rinforzo delle guardie presso le porte romane nell'agosto 1575, per paura della peste99, e nella primavera del 1585, per paura di un assalto dei Colonna in conflitto con il papa100: in entrambi i casi gli sbirri incaricati si trovarono alle dipendenze delle autorità comunali101. L'espulsione delle prostitute attuata a partire dal 1566102, le azioni contro i banditi del 1567103 e la temporanea funzione di riserva poliziesca per tutto lo Stato ecclesiastico104 erano compiti speciali, che con il tempo diventarono sempre più frequenti. Non avevano invece nulla a che vedere con la guardia della persona o del Tribunale del governatore, come gli sbirri della Curia capitolina, che formarono una speciale guardia d'onore durante le sedute pubbliche del tribunale del Senatore105. Questo era compito di un'unità speciale, gli alabardieri del Governatore106. Una seconda sfera dei doveri regolari degli sbirri del bargello di Roma consisteva nell'esecuzione delle decisoni giudiziarie del tribunale, dei mandati dei tribunali criminali e civili e delle sentenze. Si deve presumere che solo i mandati del tribunale civile costituissero la parte più cospicua della mole di lavoro per gli sbirri. Conosciamo bene il numero dei prigionieri per debito, fra il gennaio 1582 ed il gennaio 1583, nella prigione della riva sinistra del Tevere107: 5.942 persone, di cui, tolti quelli rinchiusi nella prigione della Curia capitolina, 4.381 restarono in Tor di Nona e nella Curia Savelli, cioè nella sfera di giurisdizione del bargello di Roma. Anche se si presume che non tutti siano stati arrestati nell'arco di un unico anno - si arriverebbe a 12 arresti di debitori al giorno! - e se anche gli sbirri degli altri tribunali avessero partecipato all'arresto, il lavoro degli uomini del bargello di Roma fu comunque enorme. Lo stesso viene provato dalle entrate fiscali note per gli anni Sessanta del Cinquecento108.

Secondo la normativa furono incarcerati solo quei debitori che rifiutavano ostinatamente di rimborsare il debito ed anche i debitori sospettati di fuga, per i quali il creditore avesse chiesto l'arresto109. Quindi si deve presumere che l'esecuzione dei mandati giudiziari e di pignoramento presso i debitori, cioè l'«esecuzione», avvenisse più spesso dell'arresto. Tali pignoramenti erano circostanze molto delicate già per il fatto che gli sbirri dovevano entrare nelle case private dei debitori110. Di solito gli sbirri furono tenuti ad accettare un pegno offerto loro spontaneamente dal debitore, se di valore abbastanza alto, o a stimare gli oggetti che volevano portare via come pegno111. Comunque, in una casa abitata da diverse persone, dovevano rispettare la situazione patrimoniale interna e soprattutto non toccare i beni dotali della moglie del debitore112. Conosciamo parecchie denunce contro gli sbirri per il pignoramento illegittimo di oggetti che facevano parte della dote e per l'inosservanza della documentazione dotale loro mostrata113. L'arresto di una persona su mandato criminale o di un testimone non comparso in giudizio su citazione non creava più problemi dell'arresto di un debitore. Se il ricercato non era noto agli sbirri, cosa che capitava di solito con coloro che venivano arrestati per strada, gli sbirri si servivano di spie («exploratores») come avvenne per l'arresto in piazza di Siena il 26 aprile 1583114. Sembra che queste spie venissero pagate dal bargello per i loro servizi115. In alcuni rari casi, documentabili soltanto nell'ambito della giustizia criminale, il papa in persona spiccò un mandato d'arresto verbale al bargello di Roma, evitando così il tribunale116 ed in un caso, nella situazione di tensione determinatasi dopo il 1580, addirittura ad insaputa del Governatore di Roma117. Mandati verbali del papa furono comunque sempre spiccati contro gli esponenti dei ceti più alti e prestigiosi della società romana contemporanea.

Gli sbirri incaricati di eseguire un mandato giudiziario di pignoramento o d'arresto di una persona, dovevano portare con sé il mandato scritto ed esibirlo alla persona contro cui era rivolto118, perché questa potesse sincerarsi del contenuto e del regolare rilascio. Ad esecuzione avvenuta, gli sbirri consegnavano i mandati controfirmati dal bargello al notaio capo del tribunale, al notaio della Carità in caso del Tribunale criminale del governatore119, che avviava il pagamento delle tasse previste, se non si opponeva l'annotazione giudiziaria «gratis»120. Poco tempo prima della sua decapitazione, G. B. Pacio incaricò i membri della confraternita di S. Giovanni Decollato del riscatto dei mandati ancora giacenti nelle mani del notaio, del cui ricavato avrebbero dovuto beneficiare i suoi eredi121. Il compito di esibire il mandato giudiziario alla persona in questione fu sospeso da Gregorio XIII nella situazione d'emergenza del 1580122, per garantire un'esecuzione di mandati più semplice, senza troppi pericoli per gli sbirri. Occorreva consegnare gli oggetti di valore raccolti con i pignoramenti, ma anche armi, dadi, carte da gioco e refurtiva confiscati, entro due giorni al notaio capo del tribunale123, il quale poi avviava il disbrigo, il riscatto dei pegni o la loro vendita all'asta. Il procedimento era più complicato se si trattava della confisca di animali vivi, che venivano sequestrati per aver causato danni alle colture. Nell'impossibilità di sistemarli presso uno dei tribunali romani, gli sbirri furono costretti a darli in pensione ad un oste che disponeva di una stalla adatta124; soltanto a partire dal 1612 la scelta del depositario per qualsiasi oggetto fu riservata ai giudici125.

I pegni e le armi raccolte dovettero essere registrate dal bargello di Roma a partire dal 1587 in un inventario particolare ove si annotava quando, presso chi e per quali motivi l'oggetto era stato confiscato126. Un ordine del Governatore di Roma, Guglielmo Bastono, del 26 agosto 1591, prescriveva un procedimento simile, registrazione del nome con il motivo, il luogo e la data dell'arresto, anche per i prigionieri arrestati in flagrante e per coloro che erano stati arrestati su mandato127. Fino a quel momento l'unica conferma dell'esecuzione di quel tipo di mandato consisteva nella riconsegna dello stesso mandato controfirmato dal bargello.

Formalmente l'esecuzione di una disposizione giudiziaria consisteva anche nell'esecuzione di pene corporali in pubblico da parte degli sbirri: compito tanto ovvio e quindi difficile da documentare, perché quasi nessuna sentenza menzionò la partecipazione degli sbirri all'esecuzione della pena128. La notizia della flagellazione pubblica di Donato Matteo Minale, il tesoriere infedele di Pio IV129, due volte autenticata, non ha trovato finora nessun caso analogo: il documento è forse davvero singolare, e può essere spiegato in relazione ad uno dei processi più spettacolari di quel tempo. Il maestro di giustizia, il boia, faceva comunque sempre parte della truppa del bargello di Roma e veniva pagato dal salario del bargello stesso130.

Anche il trasporto al porto di destinazione dei detenuti condannati alle triremi apparteneva all'esecuzione delle sentenze. Questo trasporto all'epoca del pontificato di Pio IV, nel segno della sua profonda amicizia con la Spagna e la Toscana, avveniva verso Pisa, Livorno e Napoli131, più tardi i condannati furono mandati piuttosto sulle triremi papali a Civitavecchia o a Terracina132. Per quel servizio di scorta furono incaricati di solito dieci o dodici sbirri a cavallo, il che comportava spese enormi per i trasporti verso porti più lontani133. Anche il trasporto dei prigionieri a Roma entro quel raggio di quaranta miglia sotto la giurisdizione del Governatore di Roma era compito degli sbirri romani, se gli sbirri del paese non avessero scortato i detenuti134. D'altra parte, la corresponsabilità del bargello di Roma per la sicurezza della Campagna romana cominciò a ridursi per il deteriorarsi della situazione generale. Fino all'inizio degli anni Sessanta del Cinquecento fu nominato un bargello solo per la Campagna, in situazioni eccezionali, come durante il periodo della Sede Vacante, per periodi strettamente limitati e con unità piccolissime135. Dopo lo sfortunato tentativo di aggiungere dodici sbirri a cavallo alla squadra del bargello di Roma per il servizio nella Campagna diventata sempre più insicura136, fallito nell'autunno del 1562 con il rifiuto d'obbedienza ed il licenziamento del bargello L. Pagano137, dal giugno del 1563 si assoldò un bargello permanente per la Campagna romana (baroncellus totius Almae Urbis Campaniae)138.

Gli sbirri del bargello di Roma, per la loro struttura, non erano nient'altro che un'unità militare trasferita in città. Non a caso la truppa, ufficialmente chiamata comitiva del bargello139, all'interno veniva chiamata sempre compagnia140, e non a caso tutti i bargelli avevano il grado militare di capitano, i loro sostituti di luogotenenti e gli altri ufficiali quello di capi, caporali e anche capitani141. La truppa veniva arruolata come un'unità militare, ma per tutti i titolari della carica di bargello di Roma, tra il 1556 ed il 1585, sarebbe stato difficile ricostituire le loro squadre. G. B. Pacio invece nel 1581 arruolò di nuovo la sua truppa completamente o almeno parzialmente, e secondo quanto è dimostrato142, ci furono anche sbirri che per lunghi anni prestarono servizio sotto diversi bargelli143. Gli sbirri arruolati ricevevano come i soldati la loro caparra (prestanza)144; lo stato della squadra e dell'armamento veniva regolarmente controllato dal commissario della Camera apostolica145.

L'arruolamento degli sbirri si svolgeva nelle regioni dello Stato ecclesiastico, che erano anche le aree principali di reclutamento dei soldati papali. Un'analisi della provenienza delle squadre dei bargelli di Roma, M. Balestreri 1568 (54 uomini)146, G. B. Pacio 1583 (33)147 e Valerio Armesano 1591/92 (27)148, del bargello di campagna Crispolto Tentoni 1568 (23)149 e di 56 sbirri di vari tribunali romani150, rintracciati sparsi nelle fonti, indica due centri molto chiari, le Marche meridionali intorno a Fermo con circa il 32 per cento e la zona dell'Umbria, della Sabina e dello Spoletano con circa il 16 per cento; il resto degli uomini veniva da tutte le parti d'Italia, anche se la patria di un terzo di loro resta ignota.

La forza numerica della truppa del bargello di Roma aveva superato rapidamente i 25 uomini stabiliti nel 1512151 e nell'arco di tempo analizzato arrivò a 60 sbirri a piedi e 20 a cavallo152, una cifra che ovviamente non fu sempre effettivamente raggiunta. Un'indagine eseguita dal commissario della Camera apostolica contro il bargello M. Balestreri nel 1568, rimasta, come sembra, senza conseguenze, accertò una forza numerica di soli 42 uomini a piedi e di 12 a cavallo153; fra questi non tutti possedevano il proprio cavallo, ma per la rassegna dovettero salire su animali presi in prestito154. Il forte aumento della criminalità a Roma e nella Campagna a partire dal 1580 costrinse le autorità a trovare nuove soluzioni anche dopo l'esperimento fallito con il caporale per le ronde notturne155: nel giugno del 1583 si rinforzò ancora la squadra del bargello di Roma con 40 uomini portandola fino a 100 sbirri a piedi156, quella del bargello di campagna con 31 uomini fino a 56 sbirri a cavallo157. Nel marzo del 1584 poi, fu assoldato un secondo bargello di Roma con 100 uomini a piedi158 e un secondo bargello di Campagna con 50 uomini a cavallo159.

L'armamento degli sbirri era più leggero di quello dei fanti o dei cavalieri degli eserciti contemporanei e nel 1583 consisteva in un elmetto, una spada, una picca corta («mezza picca») o un archibugio160. L'uso delle armi da fuoco più moderne di allora, gli archibugetti a ruota, armi tipiche degli assassini, fu vietato agli sbirri come a tutti gli altri sudditi del papa. Anche gli archibugetti confiscati non si dovevano lasciare agli sbirri, come si faceva di solito con le armi confiscate161. Il pagamento degli sbirri era variabile: si regolava probabilmente a seconda del grado, dell'armamento e dell'anzianità di servizio e seguiva le norme abituali per le altre forze armate a Roma (guardie svizzere, guardia dei cavalleggeri, guarnigione di Castel Sant'Angelo)162. Nel 1568, 20 dei 42 sbirri a piedi guadagnavano 6 scudi al mese e 16 sbirri ebbero da 3 scudi e mezzo a 5 scudi, mentre gli sbirri a cavallo ebbero uniformemente 6 scudi e mezzo al mese163. Certo a loro mancarono i vantaggi delle unità delle guardie papali, come i supplementi per il vestiario e l'alloggio gratuito, ma al loro posto ebbero emolumenti quali fonti addizionali di reddito, il cui ricavato nel 1567 si stimò essere di 200 scudi al mese164.

L'impressione di adeguatezza e funzionalità che fornisce l'elenco dei doveri e l'organizzazione degli sbirri si dimostra fallace. Leggendo le comunicazioni dei papi e dei governatori prima del 1585 relative agli sbirri romani, si ricava un'impressione del tutto diversa, quella, cioè, di una serie di situazioni conflittuali senza fine fra i membri della truppa di polizia di Roma e tutti gli altri gruppi sociali della città, di un conflitto quasi interminabile, che con gli avvenimenti del 26 e 27 aprile 1583 raggiunse soltanto un primo momento culminante. La debolezza numerica della squadra non era stata elimanata con i rinforzi agli inizi degli anni 1580 e rese illusorio un completo adempimento dei molteplici compiti degli sbirri. Si deve ricordare il fatto che le genti del bargello di Roma operavano in una città di 75.000 - 100.000 abitanti165, nella quale una percentuale da tre a cinque lesioni corporali al giorno fu cosa normale per decenni166. Però il conflitto permanente aveva le sue ragioni, oltre che in questa debolezza numerica, in alcuni difetti strutturali quali, non ultimo, il carattere militare e quindi inadeguato della truppa.

La maggior parte dei conflitti nasceva fra gli sbirri e gli abitanti di Roma dei ceti medi ed inferiori, e cioè la maggioranza della popolazione, che viveva sempre in una precaria situazione economica e che aveva sempre a che fare con gli sbirri, soprattutto a causa dei debiti. Dalle comunicazioni governative relative agli sbirri si può supporre che il motivo dell'odio nei loro confronti sia da ricercare negli inevitabili abusi commessi durante le esecuzioni dei mandati giudiziari. È possibile che gli sbirri, uomini di campagna senza un'istruzione specifica, addestrati dai colleghi più anziani e dalla propria esperienza, per ragioni di tempo e forse spesso anche finanziarie, in realtà non raggiungessero il livello di responsabilità richiesto per il loro impegno167. Il delicato ambito delle esecuzioni civili lasciava troppo spazio a manipolazioni illegittime. È ben noto cosa avveniva nella stessa casa in cui doveva aver luogo il pignoramento: confisca abusiva più volte vietata168 di armi lecite, che interessava naturalmente gli sbirri in modo particolare, pignoramento arbitrario di proprietà di altri inquilini nonostante ciò fosse stato fatto presente169 e pignoramento di oggetti di valore molto superiore a quello richiesto nel mandato170. Quest'ultimo abuso può essere stato la conseguenza di un'usanza regolamentata da una disposizione papale solo nel 1612171, secondo la quale uno sbirro poteva ricevere emolumenti per un mandato di pignoramento solo una volta, senza considerare come si fosse giunti al valore da confiscare. I tentativi, più volte documentati, di eseguire un mandato scaduto o comunque nullo172, di comparire davanti alle persone in questione senza un mandato173, o prima del 1580, di rifiutarsi di presentare il mandatostesso174, portava a violenze contro i debitori che si opponevano a buon diritto contro un pignoramento illegale. Inoltre sono noti il peculato dei pegni e delle ammende175 e la riscossione ingiustificata di emolumenti nel caso di restituzione dei pegni176, ma anche la via della prigione degli arresti civili o criminali era lastricata di tali abusi: ai malcapitati furono tolti gli averi personali177 e anche un rimborso delle spese effettuate dal bargello per le spie178. Sostanzialmente si dovevano fare i conti ovunque con la domanda esagerata di emolumenti di per sé legittimi179, in generale l'estorsione nei confronti dei debitori180 e l'inosservanza delle annotazioni sui mandati «gratis» o «in forma pauperum»181.

Queste fonti non possono rendere giustizia di un'altra situazione conflittuale, forse più grave nell'ambito giudiziario, poiché esse, quali documenti ufficiali della giustizia, non potevano prenderne atto. Tutta Roma era infatti in tal modo da un lato indebitata, né si può immaginare qualcuno in grado di tenere i conti senza crediti e senza debiti. D'altro lato il pignoramento, l'arresto per debiti o la sola ammonizione del rimborso furono ritenuti straordinariamente oltraggiosi e scatenarono aggressioni impreviste, come appare dai registri delle denunce dei tre grandi tribunali criminali di Roma. Sono, infatti, numerosi i casi di lesioni corporali, fino all'omicidio, commesse dal debitore nei confronti del creditore in risposta all'apertura di un processo per debiti182. Anche gli sbirri esecutori dei mandati di processi civili erano, bene o male, soggetti all'odio delle persone in questione, anche se eseguivano il mandatoin modo formalmente irreprensibile e secondo le norme giudiziarie. Essi erano presenti laddove mancava il vero autore della disgrazia, proprio per questo attiravano le aggressioni dei debitori, dei vicini, dei passanti, consapevoli che l'esecuzione avrebbe potuto aver luogo tra breve anche nelle loro stesse case.

Sembra fosse la norma che durante le esecuzioni civili chiunque si trovasse vicino al luogo del pignoramento prendesse le parti del debitore contro gli sbirri, coinvolgendoli in discussioni, insultandoli e minacciandoli. Le autorità papali vietarono spesso simili comportamenti e, più severamente, ogni atto che impedisse agli sbirri l'esercizio dei loro doveri183. Tuttavia, molto spesso vi erano assalti contro gli sbirri per impedir loro l'esecuzione di un mandato di pignoramento o per strappare loro dalle mani un arrestato per debito184. La spontanea presa di posizione contro gli sbirri in qualsiasi situazione ebbe come conseguenza che in città, a partire dagli anni Settanta del Cinquecento, non si poté ritenere sicuro nessun trasporto di prigionieri, neanche quello di gente arrestata per delitti. Anche se non c'era pericolo di un assalto, essendo la scorta troppo forte, i detenuti, per evadere, potevano contare sulla simpatia ed il sostegno concreto della folla. Non a caso gli sbirri che eseguirono l'arresto in piazza di Siena il 26 aprile 1583, furono interrogati con particolare attenzione sul comportamento tenuto dalla gente nei loro confronti nelle strade fino alla Curia Savelli185. L'abolizione temporanea dell'obbligo di esibire il mandato giudiziario fu un provvedimento d'emergenza, come anche il divieto simultaneo (1580) di avvicinarsi ad un trasporto di prigionieri in pubblico ad una distanza più breve della lunghezza di una picca186. Solo Sisto V nel 1585 cercò di obbligare i passanti e gli astanti a sostenere attivamente gli sbirri vittime di aggressioni187.

A quelli che non potevano o non volevano opporre resistenza attiva agli sgraditi atti degli sbirri restava come mezzo di difesa l'emarginazione sociale. Il titolo ufficiale birro («birruarius»), cambiato in sbirro, si usava fra gli abitanti di Roma come insulto grave e come tale era riconosciuto da tutti188. Esprimeva l'accusa d'infamia e di tradimento ai danni del pubblico ed era riconosciuto come insulto anche dai tribunali criminali romani, sebbene possa sembrare paradossale189. L'emarginazione sociale degli sbirri trovava il suo fondamento addirittura nelle teorie dei più celebri giuristi contemporanei. Prospero Farinacci, per esempio, riferendosi alla giustizia medioevale, dichiarò infami gli sbirri per le loro connessioni con la giustizia capitale190, e Giovanni Battista Fenonzio, senatore di Roma dal 1616 al 1623 e commentatore più importante degli statuti comunali del 1580, concordò con quest'opinione 50 anni più tardi191. Ciò ebbe effetti tanto più deleteri sulla gestione della carica da parte degli sbirri, perché tale giudizio contestava la loro credibilità in giudizio: quando infatti dichiaravano di essere stati assaliti o di aver colto una persona in flagrante, il giudice non doveva creder loro se un altro testimone non ne avesse confermato la deposizione192.

Gli sbirri costituirono davvero, nel periodo di tempo qui analizzato, un gruppo socialmente isolato, ai margini della società romana contemporanea. Dai pochi indirizzi privati di sbirri a noi noti risulta che di solito essi abitavano ai margini dell'abitato e nei quartieri peggiori della città193. Se ciò può essere spiegato, da un lato, per il loro bisogno di abitazioni a buon mercato, dall'altro è evidente il loro stretto rapporto con l'ambiente della prostituzione romana194 - e ciò non ci sorprende in quanto essi erano una squadra formata quasi esclusivamente da scapoli195. La tassa delle meretrici del bargello della Curia Savelli forse può aver rafforzato il rapporto fra i due gruppi, gli sbirri e le prostitute196.  Ancora nel 1587 troviamo uno sbirro che abitava in casa di una cortigiana197, benché anche fra le puttane la compagnia fissa di uno sbirro fosse ritenuta piuttosto sconveniente198. Un ex-sbirro interrogato durante il processo per il massacro degli sbirri del 27 aprile 1583, si era stabilito come oste vicino all'Ortaccio, dopo essere divenuto inabile al suo primo lavoro199. Non è soprendente infine trovare alcuni sbirri per i quali la protezione dell'amica all'Ortaccio e la permanenza presso di lei si trasformarono senza difficoltà nell'accusa di ruffianeria e lenocinio200. Ma anche al di fuori dell'ambiente della prostituzione intorno all'Ortaccio gli sbirri ridiventavano sempre delinquenti. I delitti documentabili vanno dall'imbroglio per ricettazione201 all'estorsione di tangenti202, dal furto203 a rapine commesse dentro e fuori la città, approfittando della loro funzione ufficiale, proprio nello stile dei banditi204.

I rapporti tra gli sbirri e gruppi, forti di numero ed orgogliosi, come i soldati205 e gli studenti dei due Collegi206, che potevano dimostrare di saper tener loro testa, furono dominate da un'aperta inimicizia. Talvolta passavano dalla resistenza contro veri o presunti soprusi all'assalto contro gli sbirri e anche le bande di ragazzi in piazza Navona si divertivano a cacciare, con le loro fionde207, pattuglie di sbirri. Ma anche nei loro rapporti con altri gruppi sociali prevaleva un'atmosfera tesa ed aggressiva, che si palesava in attacchi contro gli sbirri fuori servizio208, ma ancor più spesso in soprusi violenti degli sbirri contro cittadini romani209, nel maltrattamento dei prigionieri210 o di debitori pignoratizi211 o addirittura in arresti arbitrari212. La percentuale, provvisoria, di una lesione corporale al mese da parte di sbirri di tutti i tribunali romani213, dà nell'occhio, sebbene la vita quotidiana a Roma fosse generalmente segnata dalla violenza, a causa del piccolo numero degli sbirri. Si deve sottolineare soprattutto il comportamento spesso insolente ed aggressivo degli sbirri contro persone appartenenti a gruppi più deboli della società romana, venditori ambulanti e piccoli artigiani214, ebrei215, donne216 e ragazzi217.

Per quanto il conflitto quotidiano tra la popolazione romana e gli sbirri fosse fastidiosissimo e logorante, i danni causati dalle due parti erano comunque chiaramente limitati. Però, a partire dagli anni 1560, si formò un nemico di tutt'altre dimensioni che minacciò per la prima volta l'esistenza fisica e collettiva degli sbirri romani. Si tratta della collaborazione attiva con la criminalità organizzata, di una parte della nobiltà romana che rappresentò una componente della diffusa opposizione contro le tendenze centralizzatrici ed assolutistiche del papato della Controriforma. Per quanto si trattasse del favoreggiamento più o meno aperto di banditi e di altri criminali, i papi contemporanei avevano già compreso il problema e lo avevano combattuto duramente, anche se senza successo218. La varietà di relazioni pericolose che si sviluppò entro le mura di Roma diventò una minaccia mortale per gli sbirri romani, da un lato per la dimostrazione massiccia e senza compromessi del potere da parte di un settore dei ceti dominanti, dall'altro lato perché essa funzionava da catalizzatore. Qui, sul territorio ristretto della città più che in Campagna, metteva in moto tutti i sentimenti contro le forze dell'ordine e anche contro la politica del governo papale.

Il palazzo di potenti signori romani, ambasciatori, cardinali, si trovava così al centro del problema, per essere uno spazio privilegiato per la giustizia nei rapporti sociali fra i gruppi cittadini. Ma per chi valevano i privilegi e cosa comprendevano? La risposta sembra facile e sconcertante allo stesso tempo: in teoria non c'era nessun privilegio neanche per chi abitava nelle case dei potenti219, in realtà, però, essi godevano dei privilegi in misura proporzionale alla condizione e all'importanza del signore. I conflitti d'interesse si dovevano risolvere preferibilmente tramite compromessi provvisori, senza rifarsi a casi di precedenza.

Siccome il governo papale non poteva cambiare l'essenza dei privilegi giudiziari, il suo obiettivo doveva essere di limitare quanto più possibile il gruppo delle persone privilegiate. Ma anche questo tentativo fu vano. Naturalmente i privilegi valevano per il signore in persona, per la sua famiglia e per tutti coloro che abitavano stabilmente nel palazzo signorile, in particolare per i suoi collaboratori fissi. Ma chi erano questi ultimi? Vi era una moltitudine di legami più o meno stretti dei romani comuni con il palazzo di un grande signore, dall'assunzione ufficiale in servizio fino a lavori temporanei da manovale, dalla parentela con il maggiordomo fino alla conoscenza con gli stallieri220. Un caso notevole, ma non del tutto singolare di «insinuazione», si può trovare nella deposizione di un testimone nel processo contro gli assassini degli sbirri il 27 aprile 1583. Questi, lavorante di un falegname, prestò servizio con il suo maestro nel palazzo dell'ambasciatore di Ferrara agli inizi del 1583, poi cominciò ad andare al palazzo giorno per giorno per il pranzo ed a soggiornarvi ogni volta per molte ore senza essere biasimato come se ormai facesse parte della casa221. Se qualcuno, come il giovane in questione, fosse già sotto la protezione del signore del palazzo o meno, poteva essere deciso all'occorrenza soltanto da quest'ultimo e la sua decisione sarebbe stata certamente influenzata dalle circostanze del momento e dai rapporti con il governo papale. Una situazione tanto confusa ed in fondo non chiarita doveva condurre a continui malintesi, soprattutto perché ogni abitante di un palazzo ed ogni sostenitore di un grande signore aveva una propria opinione sulla consistenza dei privilegi di cui pensava di godere.

Le testimonianze per la tentata influenza sui rapporti fra giustizia papale e i detentori di quegli spazi privilegiati incominciarono già nel primo Cinquecento. Adriano VI, in un colloquio con i cardinali prima del suo ingresso a Roma (29 agosto 1522), chiese di far entrare liberamente il bargello nei loro palazzi in qualsiasi momento, nell'interesse dell'ordine pubblico222. Il Sacro Collegio allora approvò la richiesta all'unanimità, ma presto si rafforzarono le pressioni per estendere i privilegi da parte dei beneficiari e dei detentori degli spazi privilegiati. In un bando frammentario del Governatore di Roma del 20 luglio 1545 si legge per la prima volta dell'abuso, che allora non poté più essere sradicato, di «invocare le case de' Potenti»223: grazie ad esso, infatti, i delinquenti in fuga davanti agli sbirri gridavano vicino alla casa di un grande signore il nome dello stesso, o, se si trattava di un ambasciatore, il nome della sua patria per provocare l'intervento armato degli abitanti del palazzo224. Un ulteriore inasprimento della situazione si manifestò con l'istituzione delle cosiddette franchigie, zone d'immunità intorno al palazzo. Queste franchigie includevano arbitrariamente strade e piazze adiacenti al palazzo nello spazio privilegiato, dove si concedeva asilo a chiunque lo avesse richiesto, con l'ingresso vietato agli sbirri e a tutti gli altri ministri della giustizia senza un permesso del signore. Alla fine degli anni Settanta del Cinquecento perfino osterie e alberghi si trovarono nelle franchigie di alcuni palazzi225. Non conosciamo la data dell'istituzione delle franchigie, ma la loro prima descrizione chiaramente dettagliata nella bolla «Cum civitates» di papa Giulio III del 1552226 ci fa ritenere probabile che la data della loro prima istituzione sia stata intorno al 1550.

La bolla nomina detentori di tali franchigie i nobili (barones, domicelli, duces, comites), i cardinali, altri chierici di alto rango (episcopi, archiepiscopi, patriarchae) e gli ambasciatori227. Il fatto che l'ambasciatore spagnolo Vargas, ancora nel 1560, non disponesse di una franchigia228, fa dubitare dell'origine delle franchigie romane nell'uso diplomatico, derivato piuttosto da un'imitazione nell'ambito secolare dell'antico diritto d'asilo ecclesiastico.

Anche se Giulio III minacciò della pena di lesa maestà229 i difensori armati di franchigie il governo papale otto anni più tardi le tollerava tacitamente, nonostante le leggi emanate da Pio IV, Pio V e Gregorio XIII proprio contro le franchigie230. La gravità dello scontro fra l'ambasciatore Vargas e Pio IV ebbe la sua ragione nel fatto che i familiari dello spagnolo si comportarono esattamente come se fosse esistita una franchigia - essi avevano strappato un arrestatato dalle mani degli sbirri231. Comunque, non si può ignorare una certa ambiguità anche nel comportamento dei detentori di franchigie tollerate. Negli anni 1570 e 1589 soprattutto alcuni chierici ragionevoli concessero infatti lo sgombero delle loro franchigie da parte delle forze di polizia232, ed altri detentori si scusarono con il papa dopo i soliti scontri con gli sbirri e promisero di consegnare i colpevoli nelle mani della giustizia233. Nessuno tuttavia rinunciò veramente ai diritti delle franchigie o fu pronto a farli limitare neanche subito dopo i divieti pontifici. Anzi, essi di solito agevolavano l'evasione dei familiari colpevoli e dei delinquenti entrati in franchigia234, evitandone così l'estradizione.

Questa situazione era tollerabile in tempi pacifici sul piano dei grandi compromessi politici, ma a livello del lavoro quotidiano degli sbirri e con l'aumento della criminalità doveva provocare il tracrollo dell'ordine pubblico.

Gli uomini del bargello di Roma, come tutti gli altri sbirri romani, si trovarono in una difficile posizione: da un lato furono obbligati a prendere misure drastiche contro i malviventi, dall'altro dovettero rispettare tutti i privilegi esistenti in Roma, veri e presunti. Da un lato, dovevano ripulire la città dalle persone sospette, dall'altro la città somigliava per loro ad un vero mosaico di luoghi d'asilo legittimi e selvaggi e di franchigie. Se perseguitavano i malfattori in quei luoghi, rischiavano di essere feriti e di morire, se tralasciavano l'inseguimento rischiavano il loro lavoro. Il papa e il suo governo - ci troviamo sotto il pontificato di Gregorio XIII - erano meno di tutti in grado di dare, con la loro autorità, un appoggio agli sbirri. Se, nel corso degli anni 1560, furono licenziati solo due bargelli di Roma, entrambi a causa dei loro errori e dimenticanze235, i bargelli degli anni 1570 e 1580 furono vittime dell'impossibilità di eseguire il loro lavoro in tali condizioni. Nel 1577 il bargello F. Pucciante fu licenziato per il suo «licentioso procedere» che si era rivolto «indifferentemente» verso i membri di tutti i ceti sociali236, un comportamento che presumibilmente sarebbe stato gradito prima del 1572237. Nel 1579 P. A. Morelletti fu licenziato per «poca diligenza usata» in una serie di omicidi238. Allo stesso Morelletti, nel settembre 1577, quando era in carica da appena due mesi, furono date come pena venti bastonate, perché aveva arrestato il nipote dell'ambasciatore veneziano con i suoi compagni armati a lui sconosciuti239. O. Tartaro, il successore dello sfortunato Pacio, fu costretto a dimettersi dalla sua carica perché si era rifiutato di perquisire la franchigia del cardinale Medici240. Per completare ulteriormente la farsa, il cardinale, riconoscente, intercedette presso papa Gregorio XIII per procurare al Tartaro l'ufficio del bargello della Marca di Ancona241, un posto, però, non privo di gravi pericoli. Tali giochi non furono del resto limitati al pontificato del debole Gregorio XIII. Anche Pio V nel 1567 era stato pronto a sostituire il bargello su richiesta dell'ambascitore di Venezia242.

Mentre gli sbirri romani fecero sempre più da tampone fra l'esigenza dell'amministrazione papale di far rispettare la giustizia e le sue molteplici eccezioni, i piccoli e grandi nobili e gli altri membri del seguito dei grandi signori, gentiluomini e familiari, dimostrarono di essere i veri nemici degli sbirri243, considerati soltanto come virtuali attentatori dei loro veri o presunti privilegi. Entro le mura i banditi naturalmente rappresentavano soltanto un pericolo minore. Sebbene nel 1581, all'apice della loro tracotanza, avessero sfidato il papa in persona, il governo e tutte le forze dell'ordine244, un anno prima un gruppo di loro fece irruzione a Trastevere dando la caccia al bargello di Borgo e alla sua squadra, ferendo quattro sbirri245. Non si deve sottovalutare, tuttavia, l'effetto psicologico causato dalle notizie ininterrotte sulle morti di sbirri in lotta con i banditi che arrivavano continuamente, come attestato dagli avvisi urbinati soprattutto del 1583246. Il pericolo di morte più concreto per gli sbirri si riscontra, però, nei palazzi romani, intorno ad essi e nelle franchigie. Nel periodo fra il 1580 e l'aprile 1583 si verificarono almeno sette combattimenti più consistenti di sbirri contro gentiluomini e familiari ai limiti di franchigie o durante il trasporto di prigionieri con almeno tre sbirri morti ed otto gravemente feriti247. In particolare i gentiluomini e i familiari del cardinale d'Este e di Paolo Giordano Orsini dimostrarono un'aggressività crescente verso gli sbirri e nel febbraio 1583 li cacciarono dal Corso mentre erano in pattuglia248. A questo contribuì certamente l'assenza del cardinale d'Este, che dal 1580 viveva quasi in esilio a Ferrara proprio a causa di uno scontro tra i suoi familiari e gli sbirri249, ma soprattutto il contegno ambiguo dell'Orsini che da anni si comportava con un misto di aperta provocazione e finta devozione nei confronti della giustizia papale250. Nella primavera del 1583, la condizione degli sbirri del bargello di Roma divenne sempre più penosa. Il 15 marzo, appena sei settimane prima della tragedia del 26/27 aprile, lo scontro con una banda di sconosciuti presso la Ripa che aprirono il fuoco senza preavviso, costò la vita a quattro sbirri251.

Quando il 26 aprile, al tramonto, i giovani nobili chiesero insolentemente dei prigionieri e, non accontendandosi di risposte, misero mano alle spade, gli sbirri che accompagnavano il bargello assistettero ad un prevedibile svolgersi degli eventi. Di nuovo vennero reclamate le protezioni o la franchigia violata, di nuovo ci furono oltraggi e minacce. Ognuno di loro sapeva bene cosa ciò significasse. I prigionieri erano già stati messi al sicuro, non si poteva lasciarli liberi dopo una difesa simbolica, come già era accaduto spesso252, non ci fu più nulla da trattare, il combattimento fu inevitabile. E questa volta furono loro a sparare per primi.

Traduzione di Beatrice Mirelli

Appendice I

I bargelli di Roma 1556-1585253

Ventura Tresitto di Trevi (I) 19/11/1556 - agosto 1559254

Gasparino de Mellis di S. Vittoria (I) settembre/ottobre -28/12/1559255

Ventura Tresitto (II) gennaio - agosto 1560256

Gasparino de Mellis (II) e Lattanzio

Pagano di Monterubbiano(II)257 insieme258 agosto 1560 - 22/7/1561

Gasparino de Mellis (III) 22/7 - 15/12/1561259

Lattanzio Pagano (III) c.15/12/1561 - 15/10/1562260

Gasparino de Mellis (IV) 15/10/1562 - gennaio 1566261

Ventura Tresitto (III) 14/1/1566 - 17/1/1567262

Lattanzio Pagano (IV) 17/1/ - agosto 1567263

Marco Balistreri di Assisi (I) agosto - 16/9/1567264

Lattanzio Pagano (V) 16/9/1567 - 16/2/1568265

Marco Balestreri (II) 16/2/1568 - 16/12/1569266

Valentino di Trevi 16/12/1569-dopo gennaio 1572267

Lattanzio Pagano (VI) poco prima dell'11/5/1573268

Gasparino de Mellis (V) poco prima del 4/6/1575 - poco dopo il 13/2/1577269

Francesco Pucciante di Campello,

alias Quattrinella 20/2 - 19/6/1577270

P. Angelo Morelletti da S. Vittoria (I) 19 - 22/6/1577-c.1/9/1579271

Stefano Capello da Verona settembre 1579 - 27/2/1580272

Marco Balestreri (III) 27/2 - poco prima del 9/11/1580273

Giovanni Battista Benedetti di Tarano 12/11/1580 - 1/7/1581274

Giovanni Battista Pacio di Assisi 1/7 (9/8) 1581 - 27/4/1583275

Onofrio Tartaro da Montefalco 27/4 - 10/9/1583276

Pietro Angelo Morelletti (II) 10/9/1583 - 25/6/1585277

Appendice II

Papa Gregorio XIII nomina capitano Francesco Pucciante da Campello bargello di Roma il 20 febbraio 1577 (ASR, Fondo camerale I, Libri Signaturarum Sanctissimi, 1, f. 89v).

Gregorius papa XIII

Dilecte fili salutem et apostolicam benedictionem.

Sperantes tu officium Bariselli alme urbis nostrae diligenter, strenue, ac fideliter exegueris Te eiusdem urbis Barisellum cum auctoritate facultatibus comitiva provisione salario et emolumentis honoribusque et oneribus solitis et consuetis ad beneplacitum nostrum facimus constituimus et deputamus per presentes mandantes dilectis filijs Aloisio tituli Sancti Marci presbytero Cardinali cornelio nuncupato nostro et Sanctae Romanae Ecclesie Camerario ac ipsius Urbis  Gubernatori Caeterisque magistratibus et alijs ad quos spectat ut se ad officium praedictum prout ad eos respective pertinet eiusque liberum exercium iuxta Tenorem praesentium recipiant, et admittant, tibique in omnibus officium ipsum concernentibus faveant et assistant, Thesauraio vero et Depositario nostris ut sibi de provisione et emolumentis predictis integre suo tempore cum effectu respondeant seu responderi faciant, contrarijs non obstantibus quibuscumque Volumus Autem quod antequam dictum officium exercere incipias, de eo, bene, atque fideliter, ac de non recipiendo aliquod genus muneris praeter esculenta et poculenta que triduo consumi possint iuxta formam Juris comunis in manibus dicti Aloysij Cardinalis et Camerarij debitum prestes in forma solita Juramentum Datum Romae apud Sanctum Petrum sub Anulo piscatoris die xx februari MDLxxvij Pontificatus Nostri anno Quinto

Ca. Glorierius

(Il Pucciante avrebbe prestato giuramento davanti al camerlengo ed assunto la sua carica il 28 febbraio 1577).

Appendice III

Il cambio del bargello di Roma settembre/ottobre 1562 (ASR, Tcgov, s. Registrazione d'Atti 42, f. 98v e f. 236r).

(28 settembre 1562)

pro Curia contra Capitanium Lactantium barisellum

Reverendissumus dominus Hieronimus Gubernator278 providere volens latrocinijs et excessibus quo Jndiei Jn districtu circuli circa urbe committuntur prout sibi ut asseruit relatus fuit pro debito suo offitij praecepit Capitaneo Lactantio barisello praesenti ut sub Jndignatione Serenissimi domini nostri papae et alijs penis contentis Jn obligatione per ipsum Capitaneum Lactantium superioribus diebus facta debeat de cetera post hodierna die et ultime mittere et manutenere Jn Campania circuli circa urbe decem executores equestres qui custodiant dictam Campaniam et Urbis territorium a malis hominibus Juxta formam dicte promissionis et obligationis per eum facte Cui Reverendissimo domino Gubernatori Jdem barisellus respondit non posse huimodo praecepto obtemperare et Jdeo non teneri illi obedire praesentibus Jn cubicolo reverendissimi Reverendissimi domino Jacobo presbytero de arca clerico narniensi et domino Johanne de trebio ipsius Reverendissimi Camerario testibus.

(15 ottobre 1562)

Deputatio capitanei Gasparis de melis in barisellum urbis

Reverendissimus dominus Hieronimus de federicis episcopus marturanensis alme urbis Gubernator remoto ab officio barisellatus urbis Capitanio Lactantio pagano eiusdem urbis in praesentibus barisello ibidem praesente Jnhibendo eidem ec. Jn eius locum deputavit Capitanum Gasparem de melis de Sancta victoria Spoletanae diocesis Ibidem praesentem cum onere et obligatione ac expresso mandato quod Jure cetera Jdem Capitaneus Gaspar servare et adimplere teneatur prout se servaturum et adimpleturum sponte promisit omnia ea quae alias tempore quo per aliam eiusdem capitanei lactantij revocationem solus barisellus remanserat ipse capitaneus Gaspar necnon alia que postea Jdem Capitaneus Lactantius in eodem officio barisellatus existens respectare observare et adimplere promiserit latius in actis, mei notarii expressa que omnia pro sufficientiam hic expressas haberi voluit ut habet sub penis Jn eisdem promissionibus expostatis libere per quibus observare a se et omnibus in forma Camere obtemperare Juravit Super quibus ec.actum Jn aula curiae turris nonae praesentibus domino enea paduano fisci substituto et domino lelio sindico romano substituto mei notarii testibus.

Note

1. Per la prima volta presso Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, t. 5, Venezia, 1840, voce «birri», p. 249.

2. Archivio di Stato di Roma (d'ora in poi ASR), Tribunale criminale del Governatore (Tcgov), Cost. 320, f. 121v; non del tutto identica la deposizione della spia. Cost. 321, ff. 14r-v.

3. Piazza di Siena scomparve con la costruzione della chiesa di S. Andrea della Valle. Per il sito tardocinquecentesco v. Le piante di Roma, (a cura di) Amato Pietro Frutaz, t. 2, Roma, 1962, n. 18 su tav. 244 (pianta di Mario Cartaro 1576) e n. 117 su tav. 250 (pianta di Du Pérac 1577).

4. ASR, Tcgov, Cost. 320, ff. 13r-v. Non ci sono indicazioni per la presenza di un noto bandito a piazza di Siena dell'arresto del quale tra l'altro sarebbero stati incaricati più di 5 sbirri. Il mandato di cattura riguardava un certo Giovanni Giacomo Quattrini e 3 sconosciuti: Cost. 321, f. 12v.

5. ASR, Tcgov, Cost. 320, f. 124v., Cost. 321, f. 12v. Il giudice era il ben noto luogotenente criminale Giovanni Antonio Conca (in carica dal 29 ottobre 1581 al maggio 1583).

6. ASR, Tcgov, Cost. 320, ff. 121v-122r e 145v-147r; Cost. 321, f. 14r.

7. ASR, Tcgov, Cost. 320, f. 122r; Cost. 321, f. 14r. Per il tipo di nome v. n. 1 all'Appendice I.

8. Ivi. Pare che la spia avesse già parlato prima con il bargello.

9. ASR, Tcgov, Cost. 320, ff. 147r e 149v-150r; Cost. 321, ff.14r-v.

10. Tcgov, Cost. 320, ff. 147v e 150r-v.

11. ASR, Tcgov, Cost. 320, ff. 122r-v, 130v-131r e 144v-145r; Cost. 321, ff. 14v-15r.

12. Autobiografia del Cardinale G. Antonio Santori, (a cura di) G. Cugnoni, in «Archivio della società romana di storia patria», 13, 1890, p. 155.

13. Ivi; Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), Cod. urb. lat. 1051, f. 196v; ASR, Tcgov, Cost. 320, ff. 122r-v, 123r, 130r-v, 132r-v e 145r.

14. BAV, Cod. urb. lat. 1051, f. 196v.

15. ASR, Tcgov, Cost. 320, ff. 122v, 129v, 132r e 145r-v.

16.ASR, Tcgov, Cost. 320, f. 125v; BAV, Cod. urb. lat. 1051, f. 196v; Autobiografia del cardinale G. Antonio Santori, cit., p. 155. I tre nobili, un servitore e un abbate che passava accidentalmente secondo il diario di L. Della Valle: I. Polverini Fosi, La società violenta, Roma, 1985, p. 90.

17. ASR, Tcgov, Cost. 320, ff. 122v-123r e 145v.

18. ASR, Tcgov, Cost. 320, f. 132v.

19. ASR, Tcgov, Cost. 320, ff. 133v, 143v e 147v.

20. V. le parole degli sbirri in cammino verso Tor di Nona e davanti a S. Agostino («io non voglio morire in compagnia et non per mani de signori», «o bargello, calcamoci perche qua saremmo tagliati a pezzi»): ASR, Tcgov, Cost. 320 f. 147v.

21. ASR, Tcgov, Cost. 320, ff. 133v e 143v-144r.

22. ASR, Tcgov, Cost. 320, ff. 125v-126r e 133v-134r.

23. ASR, Tcgov, Cost. 320, ff. 126r, 131r, 134r e 145v.

24. ASR, Tcgov, Processi (secolo XVI) 185, ff. 68r e 143r-v.

25. V. nn. 31-38.

26. Ci sono tracce in: ASR, Tcgov, Processi (secolo XVI) 185, ff. 241r, 262r e 291r-v; BAV, Cod. urb. lat. 1051, f. 197r; Diario di L. Della Valle: Fosi, Società violenta, cit., p. 91.

27. ASR, Tcgov, Cost. 320, ff. 129r-v, 130v-131r, 143v, 144v e 146v. Alcuni di loro si erano fatti incarcerare nel Borgo per salvarsi la vita!

28. ASR, Tcgov, Processi (secolo XVI) 185, ff. 4r, 9v-10r e 135r-v; Fosi, Società violenta, cit., p. 91.

29. BAV, Cod. urb. lat. 1051, f. 203r; 12 sbirri uccisi secondo il diario di L. Della Valle: Fosi, Società violenta, cit., p. 91; per gli sbirri giustiziati v. anche infra.

30. BAV, Cod. urb. lat. 1051, ff. 197r e 202r; Fosi, Società violenta, cit., p. 91.

31. ASR, Tcgov, Processi (secolo XVI) 185, ff. 380v e 381r-v.

32. ASR, Tcgov, Processi (secolo XVI) 185, f. 292v. Tutti gli altri sbirri romani furono risparmiati, così il bargello della Ripetta, dalla cui deposizione conosciamo questo fatto: ASR, Tcgov, Processi (secolo XVI) 185, ff. 69r- v.

33. ASR, Tcgov, Processi (secolo XVI) 185, ff. 291r, 294r e 382v.

34. ASR, Tcgov, Processi (secolo XVI) 185, f. 291r.

35. ASR, Tcgov, Processi (secolo XVI) 185, f. 380v.

36. ASR, Tcgov, Processi (secolo XVI) 185, ff. 9r, 10r, 11r, 13v e 69r.

37. ASR, Tcgov, Processi (secolo XVI) 185, ff. 13r-v.

38. ASR, Tcgov, Processi (secolo XVI) 185, f. 69r. Temporaneamente circa 60 persone si erano unite al primo gruppo: ivi, f. 271r.

39. BAV, Cod. urb. lat. 1051, f. 202v.

40. BAV, Cod. urb. lat. 1051, f. 197r.

41. L. von Pastor, Geschichte der Päpste, vol. 9, Freiburg, 1923, p. 774; anche BAV, Cod. urb. lat. 1051, f. 197r, attesta che il Governatore si sarebbe rinchiuso, ma senza indicare il luogo.

42. Monsignore Francesco San Giorgio, ritenuto molto deciso: BAV, Cod. urb. lat. 1051, f. 197r.

43. BAV, Cod. urb. lat. 1051, f. 197r. V. anche Appendice I.

44. Anche il bargello di Ripetta venne arruolato per la nuova squadra: ASR, Tcgov, Processi (secolo XVI) 185, f. 68r.

45. BAV, Cod. urb. lat. 1051, ff. 197r e 202r-v; ASR, Collezione II dei bandi, b. 410, bando del 28 aprile 1583; Regesti di bandi, editti, notificazioni e provvedimenti diversi relativi alla città di Roma ed allo stato pontificio, vol. II (1233-1605), Roma, 1925, p. 124, nn. 988 e 989; Moroni, Dizionario, cit., vol. 5, p. 249; Pastor, Geschichte der Päpste, cit., vol. 9, p. 775.

46. BAV, Cod. urb. lat. 1051, f. 203r.

47. Secondo BAV, Cod. urb. lat. 1051, ff. 202r-v, subito, cioè il mercoledì, ma la cronologia di questa fonte è confusa, più probabile sarebbe la mattina del giovedì. V. anche la nota seguente.

48. ASR, Confraternita S. Giovanni Decollato, Registri dei giustiziati 12, f. 96v, Registri dei giustiziati 13, f. 53v.

49. V. n. 57. Gli ultimi 18 sbirri ancora in prigione furono rilasciati alla fine del giugno 1583 e banditi da Roma e dal suo territorio per evitare nuove complicazioni: BAV, Cod. urb. lat. 1051, f. 268r.

50. BAV, Cod. urb. lat. 1051, ff. 210r e 219r.

51. Autobiografia del cardinale G. Antonio Santori, cit., p. 155. Il cardinale non svolgeva nessuna funzione ufficiale nel processo del Pacio, ma redigeva piuttosto un promemoria per il papa, nella sua qualità di protettore della Carità (la confraternita S. Girolamo della Carità).

52. ASR, Confraternita S. Giovanni Decollato, Registri dei giustiziati 13, f. 61r.

53. BAV, Cod. urb. lat. 1051, ff. 260r-v.

54. Sottolineò la completa innocenza dei nobili uccisi e il ruolo positivo svolto da P.G. Orsini nei disordini del 27 aprile: BAV, Cod. urb. lat. 1051, ff. 196v-197r e 202r-v; simili tendenze nel diario di L. Della Valle: Fosi, La società violenta, cit., pp. 90-91.

55. G.B. Colonna, Gli Orsini, Milano, 1955, pp. 152-158.

56. V. n. 12.

57. ASR, Tcgov, Cost. 320, ff. 121r-150v; Cost. 321, ff. 12r-15r.

58. ASR, Tcgov, Processi (secolo XVI) 185, ff. 1r- 388v.

59. SPQR Statua et novae reformationes urbis Romae eiusdem varia privilegia a diversis Romanis ponteficis emanata, Romae 1519, liber III, ff. 4r-5v e 63v; Annotationes in statuta sive ius municipale Romanae urbis auctore Joanne Baptiste Fenzonio, Roma, 1636, pp. 77-78 e 636-637; A. Pompeo, Il tribunale del Senatore e del Governatore a Roma durante il pontificato di Sisto V, in L. Spezzaferro e M.E. Tittoni (a cura di), Il Campidoglio e Sisto V, Roma, 1991, p. 47, nn. 16-17.

60. Con quattro sbirri, dal 1601, e senza un salario fisso, dipendente dalle sole tasse: Iohannis Baptistae Scanaroli Mutinensis de visitatione carcerum libri tres; Romae, 1675, p. 26; N. Del Re, Il governatore di Borgo, in «Studi romani», 11, 1963, pp. 14 e 16-17.

61. BAV, Cod. urb. lat. 1047, f. 356r; Cod. urb. lat. 1049, ff. 160r e 246r; Cod. urb. lat. 1050, f. 231r; Cod. urb. lat. 1053, f. 550r.

62. BAV, Cod. urb. lat. 1039, f. 319v; ASR, Tcgov, Invest. 125, f. 182 r; f. 3r.

63. N. Del Re, Monsignor Governatore di Roma, Roma, 1972, p. 33 n. 76.

64. ASR, Tcgov, Processi (secolo XVI) 185, ff. 68r e 69r-v; Invest. 125, f. 38r; Invest. 127, f. 33r; Tribunale criminale del Senatore, (d'ora in avanti Tcsen), Reg. 1188, f. 42r.

65. N. Del Re, Il maresciallo di Santa Romana Chiesa custode del Conclave, Roma, 1962, p. 36. Anche i conservatori, gli ufficiali della Dogana, i maestri della strada, i maestri giustizieri, il maestro della piazza del Campidoglio e i consoli delle arti avevano singoli esecutori.

66. N. Del Re, Monsignor Governatore di Roma, Roma, 1972, pp. 24-26; Id., La Curia Capitolina, Roma, 1954, pp. 30, 32-33 e 39-41; Id., Il governatore di Borgo, cit., pp. 14-15.

67. Del Re, Monsignor Governatore, cit., pp. 23-25.

68. Bullarum diplomatum et privilegiorum sanctorum Romanorum pontificiumTauriensis editio, t. V, Augustae Taurinorum, 1850, p. 513, par. 6.

69. Infra.

70. Calcolato sulla base delle cifre da ASR, Tcgov, Relazione dei barbieri 12 e Invest. 98-101, 103 e 104.

71. Calcolato sulla base delle cifre da ASR, Tcsen, Regg. 1178 e 1181.

72. Calcolato sulla base delle cifre da ASR, Tcgov, Invest. 102 (Borgo).

73. V. Appendice II. I brevi, con le loro rispettive date, sono elencati nei Mandati camerali: V. nn. 2-4, 6-15 e 20-25 all'Appendice I.

74. ASR, Camerale I, Mandati camerali 911, ff. 12r-v; Mandati camerali 920, ff. 10r e 54v.

75. V. Appendice III.

76. V. n. 59.

77. Per ottenere un effetto maggiore a differenza delle citazioni che venivano attaccate dai mandatari del tribunale: ASR, Tcgov, Atti di cancelleria (Curia Savelli) 39, filza 4, 39 ss.; Atti di cancelleria (Curia Savelli) 44, nn. 157, 158, 283 e 310; secondo Ambrosino anche i monitori furono attaccati per i mandatari: Processus informativus sive de modo formandi processum informativum brevis tractatus Tranquillo Ambrosino senogalliense I. C. auctore, Romae, 1667, p. 364.

78. SPQR Statuta et novae reformationes, cit., liber III, f. 63v, cap. CCCXXVI, Annotationes in statua... auctore Johanne Baptista Fenzonio, cit., p. 637; Bullarum, diplomatum et privilegiorum Tauriensis editio, XII, 1867, p. 159, par. 13; ASR, Biblioteca, Collezione II dei bandi, b. 366, n. 10; Processus informativus... Tranquillo Ambrosino auctore, cit., pp. 13-14.

79. Così un'esecuzione tentata contro abitanti non autorizzati di un palazzo cardinalizio vuoto, 1570: ASR, Tcgov, Registrazione d'atti 58, ff. 45v-46r.

80. Il provvedimento è noto soltanto per il bargello della Curia capitolina: SPQR Statuta et novae reformationes, cit., liber III, f. 4r, cap. XVIII; Annotationes in statuta... auctore Joanne Baptista Fenzonio, cit., p. 77.

81. ASR, Tcgov, Cost. 320, f. 127v.

82. ASR, Tcgov, Cost. 320, f. 129v.

83. Infra.

84. ASR, Tcgov, Atti di cancelleria (Curia Savelli) 30, f. 227v.

85. ASR, Tcgov, Cost. 320, f. 127v.

86. ASR, Tcgov, Cost. 320, ff. 128r e 131r.

87. Ciò risulta da ASR, Tcgov, Sentenze originali, b. 5, filza 2, n. 174 (pattuglia notturna).

88. ASR, Tcgov, Cost. 320, ff. 128r, 129v, 131v e 144v.

89. ASR, Camerale I, Chirografi 153, ff. 61v e 63v; BAV, Cod. urb. lat. 1051, ff. 32r, 35v, 56v e 85r.

90. BAV, Cod. urb. lat. 1051, f. 154r.

91. Infra.

92. SPQR Statuta et novae reformationes, cit., liber III, f. 4v, cap. XX; Annotationes in statuta... auctore Joanne Baptista Fenzonio, cit., p. 77; ASR, Collezione II dei bandi, b. 366, n. 10. Per l'assegnazione degli arrestati alle prigioni v. Del Re, Il maresciallo, cit., p. 31, n. 4.

93. SPQR Statuta et novae reformationes, cit., liber III, f. 4v, cap. XX; Annotationes in statuta... auctore Joanne Baptista Fenzonio, cit., p. 77; Processus informativus... Tranquillo Ambrosino auctore, cit., p. 91.

94. Bargelli: ASR, Tcgov, Invest. 102, ff. 157r-v; Tcsen, Reg. 1171, ff. 30r-v e 96r-103v; Reg. 1173, ff. 4r-5r e 34r-35r; Reg. 1178, ff. 34r-v; luogotenenti di bargelli: ASR, Tcsen, Reg. 1176, ff. 136r, 139r-v e 169r-171r; Reg. 1178, ff. 90r-v; sbirri: ASR, Tcsen, Reg. 1162, f. 25r; Reg. 1164, ff. 24r-v, 25r-26r e 143r-v; Reg. 1172, ff. 20r-v; Reg. 1176, f. 119r; Reg. 1177, f. 129r; Reg. 1178, ff. 98r- 99r, 125r-v, 141r, 152r-v e 199r-v; Reg. 1182, ff. 25r-26r; pattuglia notturna: ASR, Tcsen, Reg. 1178, ff. 258r-259r.

95. Essendo sconsigliabile che «istis ribaldis, qui nihil aliud cogitant, nisi quoquo modo pecunias extorquere, arbitrio suo capere permittitur», come scriveva il giurista Tranquillo Ambrosino: Processus informativus..., cit., p. 91.

96. ASR, Tcgov, Invest. 103, ff. 102r-104r.

97. Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, VI, 1860, p. 224 par. 81; XII, 1867, p. 104 n. 16; ASR, Collezione I dei bandi, b. 2, n. 152, f. 5r. V. anche V. Vita Spagnuolo, Il tribunale dei Conservatori al tempo di Sisto V, in Il Campidoglio e Sisto V, cit., p. 44, n. 23.

98. Di 20 sbirri a piedi dal 20 novembre 1559: ASR, Camerale I, Mandati camerali 901, ff. 156v e 157v-158r.

99. BAV, Cod. urb. lat. 1044, ff. 556v-557r.

100. BAV, Cod. urb. lat. 1053, f. 53r.

101. V. n. 99.

102. BAV, Cod. urb. lat. 1040, f. 257r; Cod. urb. lat. 1050, ff. 23r e 252v- 253r; più tardi soprattutto contro cortigiane e donne che giravano in cocchi da sole: BAV, Cod. urb. lat. 1040, f. 575v; Cod. urb. lat. 1047, ff. 382r-v; Cod. urb. lat. 1049, ff. 160r e 246r.

103. Cod. urb. lat. 1040, ff. 408v - 409r e 412r; Cod. urb. lat. 1045, f. 351r; v. Cod. urb. lat. 1046, f. 226r; Cod. urb. lat. 1047, f. 256v.

104. Contro l'insurrezione a Benevento 1566: BAV, Cod. urb. lat. 1040, f. 284r; contro l'insurrezione a Spoleto 1578: BAV, Cod. urb. lat. 1050, f. 132r.

105. Annotationes in statuta... auctore Joanne Baptista Fenzonio, cit., pp. 77-78.

106. In Del Re, Monsignor Governatore, cit., pp. 32-33, documentati per la prima volta nel 1591. La truppa esisteva invece almeno dagli anni 1550: ASR, Camerale I, Mandati camerali 901, ff. 9r e 47r; pattuglia di alabardieri: ASR, Tcgov, Invest. 128, f. 26r.

107. BAV, Cod. urb. lat. 1051, ff. 26r-v; J. Delumeau, Vie économique et sociale de Rome dans la seconde moitiè du XVIe siècle, Paris, 1957, t. I, pp. 497-498.

108. Infra.

109. Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, VI, 1860, p. 220 par. 43.

110. Il 24 novembre 1581 venne vietata l'esecuzione notturna nelle case di donne per mandati al di sotto di un valore di 12 scudi «accio si levi ogni occasione di malfare e di scandalo»: ASR, Tcgov, Registrazione d'atti 84, f. 49v; nel 1587 venne vietata l'esecuzione nei giorni festivi e generalmente durante la notte, se non c'era un sospetto di fuga: Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, VIII, 1883, p. 964, par. 35; dal 1612 non più esecuzioni domo ianuis clausis: Bullarum, diplomatum et privilegiorumTaurinensis editio, XII, 1867, p. 103 n. 9.

111. ASR, Tcgov, Invest. 99, ff. 230r-v.

112. Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, XII, 1867, p. 159, n. 11.

113. ASR, Tcgov, Invest. 152, ff. 209r-v; Invest. 182, ff. 2v-3r.

114. Supra.

115. V. n. 178.

116. Arresto del conte di Montorio e dei familiari del palazzo dei Carafa 1560: BAV, Cod. urb. lat. 1039, f. 166r; altri arresti nel caso Carafa: ivi, pp. 206r-v.

117. BAV, Cod. urb. lat. 1050, f. 261r.

118. Ciò risulta dalle note 122 e 174, ma non è previsto espressamente in nessuna disposizione.

119. Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, XII, 1867, p. 104 n. 12; ASR, Biblioteca, Collezione II dei bandi, b. 366, n. 10.

120. Ivi.

121. ASR, Confraternita di S. Giovanni Decollato, Registri dei giustiziati 13, f. 60v.

122. BAV, Cod. urb. lat. 1048, f. 212r.

123. Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, VIII, 1883, pp. 964-965; fino al giorno seguente 1612: Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, XII, 1867, p. 103 nn. 3-4.

124. ASR, Tcgov, Invest. 180, ff. 47v-48r; Tcsen, Reg. 1170, f. 223r; Reg. 1171, ff. 122v e 180r; Reg. 1182, ff. 48r-49r.

125. Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, XII, 1867, p. 103, n. 4.

126. Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, VIII, 1883, pp. 964-965, par. 35; XII, 1867, p. 104, n. 5.

127. ASR, Camerale II, Birri, b. 1, n. 15; da questo ordine ebbe inizio la serie Relazioni dei birri del fondo Tribunale criminale del governatore.

128. Per esempio una nota giudiziaria rarissima in una sentenza come la seguente dell'8 settembre 1562: «...dictus Reverendissimus mandavit dictum Jacobum die sequente, scilicet die crastina de mane per barisellum et executores duci ad plateam ripettae, ubi fuit facta opposito Curie et ibi per maestrum Justitie laqueo suspendi»: ASR, Tcgov, Registrazione d'atti 42, f. 55v; il bargello con il boia all'esecuzione del cardinale Carafa e del duca di Paliano 1562: BAV, Cod. urb. lat. 1039, ff. 259r-v; fustigazioni pubbliche per sbirri: BAV, Cod. urb. lat. 1040, f. 434r; Cod. urb. lat. 1051, f. 56v.

129. ASR, Tcgov, Atti di cancelleria (Curia Savelli) 30, f. 130r.

130. ASR, Tcgov, Atti di cancelleria (Curia Savelli) 30, f. 230r.

131. ASR, Camerale I, Mandati camerali 906, ff. 193r, 195r e 197r; Mandati camerali 909, ff. 144v-145r, 147v, 150v-151r, 164r-v, 166v, 172r-v, 173v-174r, 177v-178r, 180v, 181v-182r, 183v, 184r e 188r; Mandati camerali 913, ff. 222v-223r e 248r.

132. ASR, Camerale I, Mandati camerali 911, ff. 142v, 144r-v, 145r-v, 148v-149r, 150v, 152r, 171r-v, 175v-176r, 183r-v e 190r-v.

133. I trasporti a Napoli ed ai porti toscani costavano da 80 a 120 scudi circa, cioè quasi un terzo del pagamento mensile del bargello e della sua intera squadra; i trasporti a Terracina o Civitavecchia, invece, soltanto da 20 a 50 scudi; i condannati avevano pro capite 2 baiocchi al giorno, gli sbirri della scorta 4 baiocchi: ASR, Camerale I, Mandati camerali 906, f. 195r; Mandati camerali 911, ff. 142v, 145r-v e 190r-v.

134. Corrispondenza delle autorità del distretto con la Curia del Governatore di Roma su questioni relative al trasporto di arrestati e condannati 1578/79: ASR, Tcgov, Atti di cancelleria (Curia Savelli) 39, nn. 1, 13, 19, 40, 42 e 54-158.

135. Dal marzo all'aprile 1559 e dal gennaio all'aprile 1560: ASR, Camerale I, Mandati camerali 901, f. 98v; dal novembre al dicembre 1559: ivi, f. 159v; dal novembre 1561 al maggio 1562 (con 5-8 cavalli!): ASR, Camerale I, Mandati camerali 909, p. 44v.

136. ASR, Camerale I, Mandati camerali 909, f. 45v.

137. V. Appendice III.

138. ASR, Camerale I, Mandati camerali 911, f. 10v; Mandati camerali 913, f. 10v.

139. Secondo l'uso nei Mandati camerali. V. anche Appendice II.

140. ASR, Tcgov, Cost. 320, ff. 124r, 129r, 130r 131v, 133r-v e più spesso.

141. Particolarmente in ASR, Tcgov, Atti di cancelleria (Curia Savelli) 30, ff. 229r, 230r e 231r; la compagnia del Pacio nel 1583 aveva 2 luogotenenti: ASR, Tcgov, Cost. 320, ff. 121r e 122r.

142. «... della compagnia nova che haveva fatta»: ASR, Tcgov, Cost. 320, f. 129r.

143. ASR, Tcgov, Atti di cancelleria (Curia Savelli) 30, f. 226r (un uomo che ha lavorato dal 1563 al 1568 come sbirro a Roma); uno sbirro cinquantenne della Curia capitolina: ASR, Tcsen, Reg. 1171, f. 31r.

144. ASR, Camerale I, Chirografi 153, ff. 90r, 109v, 115v, 116r, e 118v-119r.

145. ASR, Tcgov, Atti di cancelleria (Curia Savelli) 30, f. 227r.

146. ASR, Tcgov, Atti di cancelleria (Curia Savelli) 30 ff. 230r e 231r.

147. ASR, Tcgov, Cost. 320, ff. 122r, 124r, 127v, 129r, 133r, 144v e 146v.

148. Tcgov, Relazioni dei birri 1, ff. 4r-29r.

149. ASR, Tcgov, Atti di cancelleria (Curia Savelli) 30, f. 229r.

150. ASR, Tcgov, Invest. 63, ff. 54r, 145v e 246v; Invest. 64, ff. 27r, 39r, 41v, 49r e 250r; Invest. 66, ff. 126v e 184v; Invest. 78, ff. 208v e 251v; Invest. 79, f. 29v; Invest. 100, ff. 1v e 189r; Invest. 101, f. 31v; Invest. 103, f. 225v; Invest. 104, ff. 28v, 105r e 170r; Invest. 125, ff. 170r e 182r; Invest. 126, ff. 3r, 112v e 154v; Invest. 127, f. 33r; Invest. 128, ff. 15v e 87v; Invest. 151, f. 132r; Invest. 152, ff. 42v, 145v e 209r; Invest. 153, f. 199r; Invest. 154, ff. 5v, 112r, 159r e 197v; Invest. 179, ff. 130v, 198v e 228v; Invest. 180, f. 109v; Invest. 181, ff. 13v e 60v; Invest. 182, ff. 2v, 13v, 22v, 38r, 112r, 119v e 150v; Invest. 183, ff. 2v, 77r e 87r; Invest. 184, ff. 48v, 86v, 103r, 125v e 127r; Tcsen, Reg. 1170, f. 132r; Reg. 1171, f. 229r; Reg. 1174, f. 102r; Reg. 1176, ff. 34r, 97r, 139r, 178r e 183r; Reg. 1177, ff. 75r, 114r, 129r, 134r, 139r e 259r; Reg. 1178, ff. 98r, 199r, 221r, 223r e 262r; Reg. 1181, ff. 6r, 31r e 130r; Reg. 1182, ff. 23r, 175r e 272v; Reg. 1183, ff. 9r e 281v; Reg. 1184, ff. 53v e 105r; Reg. 1187, ff. 32v, 65v e 97v; Reg. 1188, ff. 1r e 63r; Reg. 1189, f. 170v; Reg. 1191, f. 21r; Reg. 1192, f. 31r; l'arruolamento di ex-banditi (Fosi, Società violenta, cit., p. 88) finora non è provato.

151. Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, V, 1860, p. 513 par. 6; nella casa del bargello vivevano nel 1527, prima del sacco, 21 persone, forse i suoi sbirri: E. Lee (ed.), Descriptio Urbis. The Roman census of 1527, Roma, 1985, p. 367.

152. ASR, Camerale I, Mandati camerali 901, f. 10r; Mandati camerali 906, f. 10r; Mandati camerali 908, ff. 2r, 4v, 9r, 11v, 14v, 17v, 19r, 21r, 23r, 25v e 28v; Mandati camerali 909, f. 10r; Mandati camerali 911, f. 10r; Mandati camerali 913, f. 10r; Mandati camerali 920, ff. 7v, 11r e 29r. V. anche Appendice I.

153. ASR, Tcgov, Atti di cancelleria (Curia Savelli) 30, ff. 229, 230r e 231r.

154. ASR, Tcgov, Atti di cancelleria (Curia Savelli) 30, ff. 227r e 233r-v (pare che questa pratica non fosse del tutto eccezionale).

155. Supra.

156. ASR, Camerale I, Chirografi 153, ff. 76v, 79v, 85v, 90r e 93r.

157. ASR, Camerale I, Chirografi 153, ff. 76v, 81r, 85v e 90r.

158. ASR, Camerale I, Chirografi 153, ff. 110r e 112r.

159. ASR, Camerale I, Chirografi 153, ff. 109v, 114v, 115v e 116r. Per la forza numerica delle unità romane di sbirri intorno al 1580-85: ASR, Camerale I, Giustificazioni della tesoreria, b. 18, filza 18; Fosi, Società violenta, cit., p. 81, n. 20.

160. ASR, Tcgov, Cost. 320, ff. 123v, 124r-125r, 127v, 129v, 132v, 143v-144r (corsesca) e 145v; la spia il 26 aprile 1583 era armata di pugnale: ivi, f. 145r; Cost. 321, f. 15r.

161. Dal 1574: ASR, Biblioteca, Collezione II dei bandi, b. 410, bandi del 27 giugno 1574 e del 5 dicembre 1578; il divieto venne rinnovato nel 1585: ivi, bando del 29 aprile 1585. V. anche n. 164.

162. Nell'arco di tempo fra il 1556 ed il 1586 gli svizzeri ricevettero 4 scudi al mese, i cavalleggeri della guardia 8 scudi ed i bombardieri su Castel Sant'Angelo, secondo l'anzianità, da 3 a 6 scudi: ASR, Camerale I, Mandati camerali 901, ff. 3r-v; Mandati camerali 906, ff. 3v-4v; Mandati camerali 909, ff. 4r-5r; Mandati camerali 911, ff. 4r-v e 7r; Mandati camerali 913, ff. 4r-5r; Mandati camerali 920, ff. 4r-5r e 7r; Mandati camerali 924, ff. 3r-4r, 22v e 45r.

163. Il capitano (il bargello) aveva 40 scudi, il luogotenente 15 scudi, il cancelliere 12 scudi e ognuno dei due capi 8 scudi: ASR, Tcgov, Atti di cancelleria (Curia Savelli) 30, ff. 229r, 230r e 231r; gli sbirri a cavallo del bargello di campagna avevano nel 1587 7 scudi al mese e nel 1584 8 scudi, lo stesso bargello di campagna aveva 35 scudi al mese: ASR, Camerale I, Chirografi 153, ff. 90r, 114v e 116r.

164. BAV, Cod. urb. lat. 1040, f. 355v; per le tariffe dettagliate v. SPQR Statuta et novae reformationes, cit., liber III, f. 4r-6v (1524); ASR, Biblioteca, Collezione II dei Bandi, b. 366, n. 10 (1566); Annotationes in statuta... auctore Joanne Baptista Fenzonio, cit., p. 636-637.

165. E. Albèri (a cura di), Le relazioni degli ambasciatori veneti al Senato durante il secolo decimosesto, vol. X, (Roma, 1560-1589), Firenze, 1857, pp. 35, 83 e 277-278; per il problema della debolezza numerica anche Fosi, Società violenta, cit., p. 88.

166. Calcolato sulla base delle cifre da ASR, Tcgov, Relazioni dei barbieri 9-22.

167. V. l'opinione del giurisperito Tranquillo Ambrosino in n. 95.

168. Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, XII, 1867, p. 104, n. 11 e p. 159, n. 12; Annotationes in statuta... auctore Joanne Baptista Fezonio, cit., p. 637.

169. V. n. 113.

170. ASR, Tcgov, Invest. 99, ff. 230r-v; Invest. 154, ff. 112r-113r.

171. Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, XII, 1867, p. 103 n. 2 e p. 159 n. 16.

172. ASR, Tcgov, Invest. 181, ff. 60v-61r. Agli inizi del secolo XVII si doveva eseguire un mandato entro 3 giorni: Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, XII, 1867, pp. 103-104 n. 10; Annotationes in statuta... auctore Joanne Baptista Fenzonio, cit., p. 77.

173. ASR, Tcgov, Invest. 127, f. 33r; Invest. 182, ff. 2v-3r; Tcsen, Reg. 1177, ff. 227r-v; Reg. 1178, f. 262r.

174. ASR, Tcgov, Invest. 64, ff. 250r-v; Invest. 100, ff. 109r-v; Tcsen, Reg. 1184, ff. 53v-54r.

175. ASR, Tcsen, Reg. 1182, ff. 175r-177v; Reg. 1183, ff. 9r-v; ritardo della riconsegna dei pegni: Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, XII, 1867, p. 104, n. 14.

176. Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, VIII, 1883, p. 965, par. 36; XII, 1867, p. 159 n. 11.

177. Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, XII, 1867, p. 158, n. 1; Annotationes in statuta... auctore Joanne Baptista Fenonzio, cit., p. 637.

178. Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, VI, 1860, p. 388, par. 30 (bolla «Ad onus» 1548); XII, 1867, p. 104, n. 19; Iohannis Baptistae Scanaroli... de visitatione carcerum, cit., p. 537.

179. SPQR Statuta et novae reformationes, cit., liber III, ff. 4v-5r, cap. XXI; Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, VI, 1860, p. 210 par. 10; XII, 1867, p. 159, n. 11; ASR, Collezione II dei bandi, b. 366, n. 10; Annotationes in statuta... auctore Joanne Baptista Fenonzio, cit., p. 637, Iohannis Baptistae Scanaroli... de visitatione carcerum, cit., p. 537; l'elenco delle tasse degli sbirri doveva essere esposto nell'ufficio del bargello in modo visibile ed in volgare almeno a partire dal 1566: ASR, Collezione II dei bandi, b. 366, n. 10; BAV, Cod. urb. lat. 1053, f. 503r; Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, XII, 1867, pp. 159-160, n. 18.

180. ASR, Collezione II dei bandi, b. 366, n. 10; Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, VIII, 1883, p. 964 par. 34; XII, 1867, p. 103, n. 1; Iohannis Baptistae Scanaroli... de visitatione carcerum, cit., p. 537. Non si può sempre ben distinguere tra questo stato di fatto e la corruzione.

181. Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, XII, 1867, p. 159, n. 14. In forma pauperum si pagava la metà della tassa normale.

182. ASR, Tcgov, Invest. 63, ff. 60v-61r; Invest. 64, ff. 121v e 235v; Invest. 65, ff. 145v e 172r; Invest. 78, ff. 163v-164r; Invest. 99, ff. 37r-v; Invest. 103, ff. 84r-85v; Invest. 126, f. 217v; Invest. 127, f. 181r; Invest. 128, ff. 94v-95r; Invest. 152, ff. 153v-154r e 179v-180r; Invest.153, ff. 55v-56v; Invest. 179, ff. 74r-v; Invest. 182, ff. 79v e 241v; Invest. 184, ff. 12r e 98v-99r; Tcsen, Reg. 1163, ff. 13r-14r e 125r-v; Reg. 1174, ff. 70r-v (minacce per una inibizione giudiziaria); Reg. 1176, f. 179r; Reg. 1182, f. 189r; Reg. 1184, ff. 65r-v, 171r-172r e 263r-267r; esecuzioni che provocavano immediatamente violenze: ASR, Tcgov, Invest. 64, f. 275v; Invest. 66, ff. 157v-158r; Invest. 78, ff. 134v-135r; Invest. 99, f. 229r; Invest. 102, ff. 177v-178v; Invest. 103, ff. 30r,-32r; Invest. 127, ff. 112v-113v (assalto ancora in presenza dello sbirro esecutore); Invest. 143, f. 102r; Invest. 152, ff. 209r-v; Invest. 153, ff. 42v-43r; Invest. 154, ff. 73v-74r; Tcsen, Reg. 1177, ff. 148r-v; Reg. 1184 f. 240r; nel maggio 1572 la sola conversazione su una progettata esecuzione provocò una rissa: ASR, Tcgov, Invest. 110, ff. 4r-5r.

183. Per la prima volta nella nota. Bolla alessandrina (1 marzo 1494) alla quale si fece riferimento fino agli anni 1570: SPQR Statuta et nova reformationes, cit., liber IV, ff. 16v-17r, cap. XVIII; ASR, Collezione I dei bandi, b. 2, n. 152, f. 2v; Collezione II dei bandi, b. 410, bandi del 20 luglio 1545, del 3 luglio 1557, del 7 maggio 1566 (f. 2r) e del 29 aprile 1585; Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, VI, 1860, p. 218, par. 31; VIII, 1883, p. 356, par. 4 e p. 587, par. 6.

184. ASR, Tcgov, Invest. 63, ff. 325r-v; Invest. 125, f. 170r; Invest 151, f. 132r, Invest. 152, ff. 145v-146r; Invest. 183, f. 87v; Tcsen, Reg. 1177, ff. 75r-76r; Invest. 183, f. 87v; Tcsen, Reg. 1170, f. 132r; Reg. 1177, ff. 75r-76r; Reg. 1178, ff. 199r-v; Reg. 1181, f. 31r.

185. ASR, Tcgov, Cost. 320, ff. 146v-147r e 149v-150r.

186. V. n. 170.

187. Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, VIII, 1883, p. 587, par. 6.

188. ASR, Tcgov, Invest. 63, ff. 181r-v; Invest. 64, ff. 1v e 200v; Invest. 65, ff. 321r-v; Invest. 66, ff. 163r-v; Invest. 78, ff. 121r-v; Invest. 91, ff. 31r-v; Invest. 99, ff. 37r-v; Invest. 100, ff. 203r-v; Invest. 103, f. 20r; Invest. 109, ff. 137v-138r («spione che porta la lanterna la notte al bargello»); Invest. 179, ff. 126v-127v; Invest. 184, ff. 2v-3r e 83r-84r («sbirriera» per una donna); Tcsen, Reg. 1176, f. 228r; Reg. 1181, ff. 205r-206v.

189. Gli esempi della nota sono tratti da denunce presso i tribunali criminali di Roma.

190. Dn. Prosperi Farinacci iurisconsulti Romani, consiliorum sive responsorum criminalium continuatio sive liber secundus, Antverpiae, 1616, pp. 51, 62 e 199.

191. Annotationes in statuta... auctore Joanne Baptista Fenonzio, cit., p. 78. Per un'opinione contemporanea del tutto negativa sugli sbirri da parte di uno scrittore fuori della giurisprudenza, v. T. Garzoni, La piazza universale di tutte le professioni, Venezia, 1585, pp. 929-930.

192. V. nn. 190 e 191.

193. ASR, Tcgov, Invest 182, p. 119v (sopra S. Maria della Consolazione); Invest. 184, f. 103r (vicino alla Trinità dei Monti); Tcsen, Reg. 1187, ff. 65v-66r (a Piazza Montanara); sbirri abitanti in osterie: Tcgov, Cost. 320, ff. 131r, 134r e 145v; Processi (secolo XVI) 185, f. 9r; Invest. 151, ff. 123v-124r; Invest. 154, ff. 5v-6r; Invest. 179, f. 130v.

194. Tcgov, Invest. 63, ff. 54r-55r; Invest. 78, f. 130v (mandatario).

195. Sbirri sposati: ASR, Tcgov, Invest. 64, ff. 25r e 39r; Invest. 100, ff. 1v-2r; Invest. 110, f. 78v; Invest. 182, f. 119v, Tcsen, Reg. 1171, f. 229r; Reg. 1176, f. 183r, Reg. 1187, ff. 65r-66r.

196. Del Re, Il maresciallo, cit., pp. 37-38.

197. ASR, Tcgov, Sentenze originali, b. 6, filza 6, n. 133.

198. ASR, Tcgov, Invest. 99, ff. 124r-125r (alterco tra cortigiane: l'una rimprovera all'altra le sue relazioni con sbirri); Invest. 104, ff. 139r-140r.

199. ASR, Tcgov, Processi (secolo XVI) 185, ff. 10r e 70v-72v.

200. ASR, Tcgov, Invest. 143, f. 151v; Invest. 184, ff. 125v-126r.

201. ASR, Tcgov, Invest. 63, ff. 246v-247r; Invest. 180, f. 109r.

202. ASR, Tcgov, Invest. 65, f. 155r (3 scudi da una albergatrice per le cortigiane abitanti nella sua osteria).

203. ASR, Tcgov, Invest. 66, f. 184v, Tcsen, Reg. 1187, ff. 97v-98r.

204. BAV, Cod. urb. lat. 1049, f. 29v; Cod. urb. lat. 1050, f. 505r.

205. BAV, Cod. urb. lat. 1046, f. 5r; Cod. urb. lat. 1051, f. 258r.

206. BAV, Cod. urb. lat. 1048, f. 1v.

207. Ivi.

208. ASR, Tcgov, Invest. 64, ff. 49r-v; Invest. 100, f. 189r; Invest. 104, ff. 28v-29r; Invest. 179, f. 130v; Tcsen, Reg. 1181, f. 6r; Reg. 1182, ff. 187r-v; BAV, Cod. urb. lat. 1050, f. 231v (attentati omicidi contro il bargello di Roma e contro il bargello del Vicario del papa).

209. ASR, Tcgov, Invest. 65, F. 276v; Invest. 66, ff. 276v-277r; Invest. 78, ff. 251v e 252r-v; Invest. 101, ff. 31v-32r; Invest. 103, ff. 225v-226r; Invest. 128, ff. 15v-16r; Invest. 143, f. 70v; Invest. 154, f. 159r; Invest. 179, f. 139r; Invest. 182, ff. 112r-v; Invest. 184, ff. 48v-49r; Tcsen, Reg. 1177, f. 259r; Reg. 1182, ff. 23r-26r; Reg. 1188, ff. 63r-65r.

210. ASR, Tcgov, Invest. 104, ff. 170r-v; Tcsen, Reg. 1176, ff. 34r-v.

211. ASR, Tcgov, Invest. 64, ff. 27r-v; Invest. 125, ff. 38r-39r; Invest. 184, ff. 86v-87r.

212. ASR, Tcgov, Invest. 86, ff. 129r-130v e 139r-v; Invest. 104, ff. 170r-v; Tcsen, Reg. 1176, ff. 34r-v; Reg. 1177, ff. 139r-141r; Reg. 1182, ff. 272r-273v.

213. Dal febbraio al settembre 1580: ASR, Tcgov, Relazioni dei barbieri 17, ff. 10v, 14v, 15v, 43r-v, 48r, 70r, 112v, 113v, 140r e 156v.

214. ASR,Tcgov, Invest. 181, ff. 13v-14r; Invest. 183, f. 2v.

215. ASR, Tcgov, Invest. 64, ff. 131v-133r; Invest. 126, f. 154v; Invest. 152, f. 42v; Tcsen, Reg. 1181, ff. 130r-131r.

216. ASR, Tcgov, Invest. 64, f. 41v, Invest. 68, ff. 208v-209r; Invest. 99, ff. 230r-v; Invest. 125, ff. 182r-v; Invest. 126, f. 3r; Invest. 128, ff. 15v-16r; Invest. 154, ff. 12r-113; Tcsen, Reg. 1176, f. 178r; Reg. 1177, f. 134r; Reg. 1178, ff. 221r-v e 223r-v.

217. ASR, Tcgov, Invest. 183, f. 77r.

218. Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, V, 1860, p. 416, par. 5 (Giulio II nel 1505) e p. 738, par. 3 (Leone X nel 1520); VI, 1860, p. 71, par. 8 (Clemente VII nel 1524) e p. 487, par. 4-5 (Giulio III senza data); VII, 1882, pp. 103-104, par. 4 (Pio IV nel 1561) e pp. 453-454, par. 5 (Pio V nel 1566); VIII, 1883, p. 356, par. 2-3 (Gregorio XIII nel 1580).

219. Tranne il porto d'armi: ASR, Collezione II dei bandi, b. 410, n. 109 (bando del 7 maggio 1566), f. 2r.

220. Pare che Pio V sia stato il primo (ed anche l'unico?) papa che avesse compreso il problema, perché nel concistorio del 2 luglio 1566 ammonì i cardinali a non tollerare nelle loro case «gente di malavita»: BAV, Cod. urb. lat. 1040, f. 261r. Nel gennaio 1585 si videro nelle franchigie dei nobili molti uomini infiltrati in città travestiti: Cod. urb. lat. 1053, f. 53r.

221. ASR, Tcgov, Processi (secolo XVI) 185, ff. 144r-145r.

222. Moroni, Dizionario, cit., p. 248.

223. ASR, Collezione II dei bandi, b. 410, bando del 20 luglio 1545.

224. BAV, Cod. urb. lat. 1049, f. 183r; Cod. urb. lat. 1050, ff. 97v e 411v.

225. BAV, Cod. urb. lat. 1047, f. 294r.

226. Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, VI 1860, p. 463, par. 2.

227. Ivi.

228. BAV, Cod. urb. lat. 1039, f. 182r.

229. BAV, Cod. urb. lat. 1039, ff. 181v-182r.

230. Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, VII, 1882, pp. 166-167 par. 2, 3 e 5; Autobiografia del cardinale G. Antonio Santori, cit., p. 155. V. anche n. 243.

231. V. n. 226.

232. BAV, Cod. urb. lat. 1049, ff. 269v e 313r.

233. BAV, Cod. urb. lat. 1039, f. 181v-182r; Cod. urb. lat. 1049, f. 189v.

234. BAV, Cod. urb. lat. 1039, f. 182r; Cod. urb. lat. 1048, ff. 193v-194r e 201r.

235. ASR, Tcgov, Registrazione d'atti 42, ff. 98v e 236r; BAV, Cod. urb. lat. 1040, ff. 176v-177r. V. Appendice III.

236. BAV, Cod. urb. lat. 1045, f. 351r.

237. BAV, Cod. urb. lat. 1040, f. 220v (Pio V «vuole che la Giustizia habbi suo luogo indifferentemente» nell'aprile 1566).

238. BAV, Cod. urb. lat. 1047, f. 356r. Morelletti esiliato dal papa cercò rifugio presso una franchigia!

239. BAV, Cod. urb. lat. 1045, f. 450r. Un mese più tardi alcuni sbirri vennero frustati per l'arresto del medico personale del papa eseguito per errore: ivi, f. 467v.

240. BAV, Cod. urb. lat. 1051, f. 398r.

241. Ivi.

242. BAV, Cod. urb. lat. 1040, f. 448r.

243. Nella bolla «Inter caeteros» (18 febbraio 1561) papa Pio IV dichiarò i familiari dei cardinali, ambasciatori, e «magnati» i veri colpevoli per gli abusi delle franchigie ed ammonì i signori di controllarli più severamente: Bullarum, diplomatum et privilegiorum Taurinensis editio, VII, 1882, p. 166, par. 2; ASR, Biblioteca, Collezione I dei bandi, b. 2, n. 136. Già nel luglio del 1579 un gruppo di familiari armati del cardinale Medici girò di notte per le strade di Roma «per fare pentire li dicti sbirri dell'insolenza loro», ricevendo la notizia dell'arresto dell'architetto del cardinale, quasi una prova per il 27 aprile 1583: BAV, Cod. urb. lat. 1054, f. 265r. Nel maggio 1578 Ippolito Crescenzi uccise uno sbirro «per pochissimo rispetto» durante una conversazione per strada: Cod. urb. lat. 1046, f. 175r.

244. Una specie di segnalazione del Papa, del Governatore di Roma, del fiscale e del tesoriere «per parte dell'Università de banditi», esposti a Viterbo e minacce anonime nella bossola per le denunce segrete del papa: BAV, Cod. urb. lat. 1049, f. 343r.

245. BAV, Cod. urb. lat. 1048, f. 209r.

246. «Si può ben dire che in questo anno sia corso bisetto per i birri...»: BAV, Cod. urb. lat. 1051, f. 373r.

247. BAV, Cod. urb. lat. 1048, ff. 178v, 184r e 193v-194r; Cod. urb. lat. 1049, ff. 183r, 246r e 463r; Cod. urb. lat. 1050, ff. 97v e 411v. La cifra è certamente incompleta, perché l'autore degli avvisi urbinati non badò troppo ai dettagli di questi eventi.

248. Cod. urb. lat. 1051, f. 95r.

249. BAV, Cod. urb. lat. 1048, ff. 178v e 184r.

250. BAV, Cod. urb. lat. 1046, f. 285r (bastonate per un mandatario del tribunale); Cod. urb. lat. 1049, ff. 183v e 189v (sonno ed assenza dal palazzo come scuse per la non accoglienza di mandati e citazioni).

251. BAV, Cod. urb. lat. 1051, f. 125v.

252. BAV, Cod. urb. lat. 1050, ff. 97v e 411v.

253. La trascrizione segue la forma dei nomi nei Mandati Camerali.

254. ASR, Camerale I, Mandati camerali 901, f. 10r.

255. ASR, Camerale I, Mandati camerali 901, f. 115v, 156v e 157v-157r.

256. ASR, Camerale I, Mandati camerali 901, f. 10r.

257. Prima carica prima del 1556.

258. ASR, Camerale I, Mandati camerali 908, f. 2r, 4v, 9r, 11v, 14v, 17v, 19r, 21r, 23v, 25v e 28v.

259. ASR, Camerale I, Mandati camerali 906, f. 10r; Mandati camerali 908, f. 32v; BAV, Cod. urb. lat. 1039, f. 319v.

260. ASR, Tcgov, Registrazione d'atti 42, f. 98v; Camerale I, Mandati camerali 911, f. 10r; v. anche appendice III.

261. ASR, Tcgov, Registrazione d'atti 42, f. 98v; Camerale I, Mandati camerali 911, f. 10r; v. anche appendice III.

262. ASR, Camerale I, Mandati camerali 920, f. 11r.

263. Ibidem.

264. Ibidem.

265. Ibidem.

266. ASR, Camerale I, Mandati camerali 924, f. 7v e 29r.

267. ASR, Tcgov, Invest. 104, f. 105r; Camerale I, Mandati camerali 924, f. 7v e 29r.

268. BAV, Cod. urb. lat. 1043, f. 243r.

269. BAV, Cod. urb. lat. 1044, f. 494v; Cod. urb. lat. 1045, f. 262r; morto in carica.

270. ASR, Camerale I, Libri Signaturarum Sanctissimi, 1, f. 89v; BAV, Cod. urb. lat. 1045, f. 351r; v. anche appendice II.

271. BAV, Cod. urb. lat. 1045, f. 351r; Cod. urb. lat. 1047, f. 356r; già luogotenente di G. de Mellis e dopo la morte di quest'ultimo bargello della Curia Capitolina.

272. ASR, Camerale I, Mandati camerali 931, f. 4r e 9v.

273. ASR, Camerale I, Mandati camerali 931, f. 12v, 13v, 23r, 26r, 28v, 32r, 35v e 38v; BAV, Cod. urb. lat. 1048, f. 384v; morto di gotta ancora in carica.

274. ASR, Camerale I, Mandati camerali 931, f. 42r, 44v, 47v, 50v, 53v, 55r, 61r e 62r.

275. ASR, Camerale I, Mandati camerali 931, f. 69r, 72r, 74v, 79r, 82v, 85v, 88r, 91r, 93r, 96v, 101r, 104v, 107r, 110v, 113v, 116r, 119v, 123v, 128r, 132v, 136r e 139r; decapitato nella prigione di Tor di Nona il 10-6-1583.

276. ASR, Camerale I, Mandati camerali 931, f. 139v, 142v, 145v, 149r e 152r; Libri Signaturarum Sanctissimi, 3, f. 127r.

277. ASR, Camerale I, Mandati camerali 931, f. 155v, 159r, 161v, 165r, 167v, 171v, 175v, 178r, 180v, 183r, 186r, 189v, 193r, 198r, 201v, 207r, 210v, 216r, 220r, 225r e 230r; BAV, Cod. urb. lat. 1051, f. 398r.

278. Girolamo Federici, vescovo di Sagona 1552-1562, vescovo di Martorano 1562-1569, Governatore di Roma marzo 1560-febbraio 1563.