“Soldati di Santa Chiesa”. La politica militare dello
Stato pontificio tra Cinque e Seicento

di Giampiero Brunelli

1. Una lacuna nella storiografia sullo Stato pontificio

Gli studi sugli ordinamenti militari pontifici del periodo preso in esame sono fermi alle opere di A. Da Mosto, datate tra il 1902 ed il 19141. Si tratta di una lacuna vistosa, poiché i risultati del lavoro dell'erudito veneziano, tanto felici sul piano della collezione documentaria da ispirare le sintesi più recenti2, appaiono carenti dal punto di vista interpretativo. G. Lutz, in un articolo apparso nel 1976 sull'esercito pontificio nel 16673, oltre a descrivere dettagliatamente gli ordinamenti militari della seconda metà del '600, ha senza dubbio chiarito alcuni aspetti importanti - come il ruolo della Camera apostolica nell'amministrazione degli eserciti e l'incidenza delle spese militari sui bilanci generali dello Stato. Nondimeno, riscontrando un'attitudine alla «non-belligeranza» della Sede apostolica per tutto il XVII secolo, ha lasciato sostanzialmente inesplorato il fenomeno della crescente attenzione della corte verso le materie militari, particolarmente visibile - come stiamo per segnalare - proprio nella prima metà di quel secolo4.

Anche l'opera di P. Prodi, attenta a cogliere, nell'azione del papato sui dominî della Chiesa, tra Quattro e Seicento, segnali evidenti di un processo di accentramento politico-amministrativo, definiva lo studio degli ordinamenti militari «un settore particolarmente trascurato»5. Tuttavia, in un primo approccio al problema, Prodi, che quasi esaltava gli eserciti papali di metà Quattrocento, datava già al Sacco del 1527 l'inizio della loro degenerazione e di un inarrestabile declino6. Gli veniva così a mancare un valido terreno di prova per la sua tesi del «principato pontificio come prototipo» di nuove forme di gestione del potere7, proprio mentre, nel dibattito europeo sulla formazione dello Stato moderno, la funzione del «militare» emergeva sempre più come primaria8.

Spettava ad un lavoro storiografico lontano dalla sua impostazione - quello di I. Polverini Fosi sulla repressione del banditismo alla fine del Cinquecento9, condotta con il sostegno dell'esercito - fornire una prima, convincente immagine del soldato pontificio in campagna contro i fuorusciti: soggetto sociale in fuga da un mondo rurale in crisi e spesso incline agli stessi comportamenti delinquenziali10. E quasi a conferma di quanto esposto in questa brevissima rassegna, riappare ora in altra sede (il catalogo di una mostra di documenti marchigiani di età sistina) un'impostazione meramente descrittiva, riportando lo studio degli ordinamenti militari pontifici ai criterî di inizio Novecento11.

Nondimeno, il problema storiografico costituito dal tentativo della corte di Roma di costruire, nel periodo considerato, efficienti strutture militari, deve confrontarsi con una constatazione che rovescia l'affermazione di Prodi secondo la quale «dalla fine del Cinquecento [...] l'esercito pontificio appare in decadenza e il suo ruolo limitato agli affari interni»12. Proprio dall'ultimo decennio di quel secolo alla metà del successivo, invece, gli ordinamenti pontifici furono impegnati in uno sforzo senza dubbio rilevante per dimensioni, durata, valenza politica. Alle campagne di Francia, contro Enrico di Navarra (1591-93), e d'Ungheria, contro i Turchi (1595-1601), seguirono infatti consistenti movimenti d'armi in occasione della devoluzione del ducato di Ferrara (1597-98), dell'interdetto di Venezia (1606-1607) ed il presidio dei forti della Valtellina, contesi tra Francia e Spagna (1623-25). Arruolamenti di truppe sempre più frequenti (1625, 1628, 1631-32), infine, caratterizzarono il pontificato di Urbano VIII, culminato nella guerra per il ducato di Castro (1641-44), che coinvolse alcuni dei maggiori Stati italiani. Accanto a questi episodî più importanti - descritti da storici talvolta scrupolosi, ma paradossalmente poco interessati all'evoluzione della politica militare romana13 - spicca, peraltro, per tutto il periodo preso in esame, una costante propensione all'armamento dello Stato ed al potenziamento delle sue difese.

Sarebbe, tuttavia, una grave distorsione capovolgere la tesi sulla tradizionale debolezza degli eserciti pontifici - giudicata da L. von Pastor «una conseguenza naturale dell'ufficio e della posizione del Capo della Chiesa»14, dunque ascrivibile a meriti spirituali del papato - proponendo l'idea di uno Stato ecclesiastico militarmente forte. Si tratta piuttosto di ripercorrere le vicende del tentativo senza precedenti, da parte della corte di Roma, di dotare lo Stato di strutture militari efficienti, investigando da un lato le motivazioni politiche ed ideologiche che diressero questi sforzi, dall'altro le difficoltà, le resistenze incontrate. Incertezze e fallimenti - che pure sono il dato più evidente - possono così essere restituite alle dinamiche che li produssero. Qui, comunque, si percorrono solo le grandi linee di un siffatto esame.  

2. Moventi della politica militare della corte di Roma

Si consideri innanzitutto come l'impiego di eserciti pontifici abbia costituito, durante i pontificati cinque-seicenteschi di Clemente VIII (1592-1605) e Paolo V (1605-1621), uno strumento per le «grandi ambizioni»15, di natura eminentemente politico-religiosa, del papato. La volontà di rispondere al pericolo turco rinnovatosi nel 1593, la cieca determinazione nelle questioni giurisdizionalistiche, nelle devoluzioni di feudi della Chiesa contribuirono in maniera determinante alla scelta, da parte della corte di Roma, a favore dell'intervento militare diretto. L'esempio offerto dalle tre campagne d'Ungheria contro il Turco del 1595, 1597, 1601 è vistoso: risultati vani gli aiuti finanziari all'imperatore e manifestatasi l'incapacità della Santa Sede di coagulare gli Stati cristiani in una nuova Lega Santa, comparve nella corte ed in Clemente VIII la convinzione che la tradizionale funzione di stimolo della Chiesa romana nella lotta anti-ottomana dovesse prendere la forma di una spedizione di eserciti papali sul teatro delle operazioni16. A fronte di questa presa di posizione di natura ideologica, interessano solo marginalmente le vicende di quelle campagne, afflitte da problemi logistici, di approvvigionamento. Dicono di più, nella stanca condotta del conflitto da parte imperiale, sempre disposta alla pace, l'obiettivo vagheggiato a Roma della riconquista di Buda e di Costantinopoli17 ed i richiami della corte, del pontefice stesso alla «guerra offensiva», l'unica stimata consona alle sue armi18. Risaltano, infine, gli insperati consensi guadagnati al papato da un'azione così inusitata, persino tra i riformati19.

Ancor più risoluta si mostrò la corte di Roma nelle devoluzioni e nelle controversie giurisdizionalistiche. In occasione dell'illegittima successione di Cesare d'Este a duca di Ferrara, Clemente VIII affermò senza mezzi termini: «Sicut enim aliena nec invadimus, nec cupimus, ita propria Ecclesiae bona usque ad sanguinem tueri parati sumus20».

Ma anche il concistoro aveva dato prova di singolare bellicosità, insorgendo contro l'usurpatore - come riporta lo storico veneziano Niccolò Contarini - al grido di «guerra guerra, beatissimo padre, arme arme, padre santo»21. Questa decisione nell'aggiungere alle armi spirituali quelle temporali - piuttosto che i veri preparativi militari, lenti, confusi, assolutamente inadeguati22 - produsse un'enorme impressione tra i contemporanei23. La vicenda fu poi condotta a buon termine per vie diplomatiche, ma Clemente VIII, prima di prendere possesso di Ferrara, non rinunciò a passare una notte nei padiglioni del suo esercito - «per mostrare forse haver guadagnato detta città ad uso di guerra»24.

Sebbene non potessero essere paragonati ai successi di Pio V - Jarnac, Lepanto - le «imprese» di papa Aldobrandini furono celebrate in due bassorilievi del suo monumento funebre in S. Maria Maggiore, ideati nel 1606 (quando già era salito al soglio pontificio Camillo Borghese): la Conquista di Strigonia e la Vittoria sugli insorti di Ferrara. Posta a significare la vocazione militare del pontificato di Clemente VIII, era anche l'insolita figura del soldato che, nel bassorilievo dedicato alla sua elezione, assiste in primo piano25.

Paolo V seguì gli indirizzi di Clemente VIII, inasprendo, in occasione del conflitto del 1606-1607 con Venezia, l'intransigenza giurisdizionalistica. Il legame ideale tra difesa delle prerogative della Chiesa romana ed impiego degli eserciti era destinato, allora, a farsi più stretto. Se ne incaricò un trattato comparso in quell'anno ad opera del Commissario e collaterale generale delle milizie pontificie, Cesare Palazzuolo26, che fondava su alcune tesi proprie dell'universalismo teocratico la speciale dignità del servizio militare dei sudditi pontifici.

Or hebbe la Chiesa - argomentava infatti Palazzuolo - l'ordine, la potestà, la durevolezza dallo stesso Dio; ciò che né all'Impero romano per l'inanti, né a qual si voglia Imperatore, Re, Repubblica o Principe fu mai dato sì eminente, et fermo titolo né potestà. Et volendo che quindi derivasse in tutto 'l mondo, può ogni Soldato di Santa Chiesa considerare quanto nobilmente milita difendendosene la sua Giurisdittione27.

Conformi a questa vocazione universalistica della Chiesa dovevano perciò risultare i fini degli ordinamenti militari pontifici: «l'acquisto della Pace con Dio, il dilungare dall'anime l'offese, le quali si sogliono commettere contra sua Divina Maestà, difender la Fede cattolica, et la Giurisdittione, che Christo le comunicò»28.

Sulla base di questi indirizzi ideologici della corte, può quindi non stupire che, tra il maggio 1606 e l'aprile 1607, fu più volte considerata la possibilità di intraprendere la «guerra veneta», invadendo i dominî della Terraferma29. Ma costituiscono testimonianza certamente singolare gli appunti scritti di pugno da Paolo V su eventuali operazioni nell'Oltrepò ferrarese30.

Alle ambizioni politico-religiose del papato - che si rinnovarono nella prima metà del Seicento in occasione della devoluzione del ducato di Urbino e della guerra di Castro31 - si aggiunse l'esigenza, comune alle moderne entità statuali, della difesa e del controllo del territorio, resa evidente dalle dolorose esperienze del Sacco, della guerra di Paolo IV contro gli Spagnoli, dallo stesso fenomeno del banditismo32. G. Botero nel suo Discorso intorno allo Stato della Chiesa33, manifestò chiaramente una visione strategica unitaria dei dominî della Chiesa, sottolineandone lo sviluppo di coste, l'importanza di alcune regioni (quali il Ferrarese), i punti più deboli, ai confini settentrionali. Più tardi, l'alto livello di consapevolezza dei problemi strategici, raggiunto dalla corte sotto Urbano VIII, confluì in un trattato sulla difesa dello Stato ecclesiastico34, che oltre a suggerire la localizzazione dei presidî necessari ai confini e sui litorali, rilevava l'importanza di proteggere le strade di accesso a Roma - obiettivo preminente per i nemici del papato. Ma, anche in questo caso, stemperava le preoccupazioni strategiche della politica militare la convinzione che la migliore protezione dello Stato della Chiesa fosse il ruolo politico-religioso del papa come guida degli Stati della Cattolicità, «padre universale», «padre commune di tutti»35.

La funzione, gli impieghi che la corte di Roma immaginò per le proprie strutture militari sembrano dunque modellati sul «carattere bi-dimensionale - ad un tempo spirituale e temporale - della sovranità papale sulla Chiesa universale e sul proprio dominio» posto in luce da Prodi36. Tuttavia, nei suoi concreti sforzi di attuazione, la politica militare romana agì in ambito meramente temporale, dovendosi confrontare con il contesto politico-sociale dello Stato e con la maturità degli organi amministrativi e di governo.

3. Politica militare e governo temporale: le linee di sviluppo di un tentativo

Le strutture militari ereditate da Clemente VIII (1592-1605) versavano in condizioni tanto disastrose, che lo Stato sembrava affidare la propria sicurezza, secondo P. Paruta, alla «venerazione e rispetto che apporta la maestà della Religione»37. I soldati delle milizie locali - sudditi dello Stato arruolati ed addestrati periodicamente38 - avevano infatti contribuito, in anni particolarmente turbolenti, durante la seconda metà del '500, ad alimentare il disordine nelle periferie, come testimoniavano

le molte querele, che dalli Governatori, Offitiali, e Ministri di Santa Chiesa sono state date a Roma de mali portamenti, insolentie, e risse, inobedienza, poca riverenza, e contempto con gli ministri di Sua Santità con infinite sceleragine, et homicidij, che dalli legionarij sono commesse39.

Anche i presidî, tra cui quelli litoranei costruiti sotto Pio IV e Pio V40 per contrastare il pericolo barbaresco, erano stati trascurati ed alcuni castellani, secondo quanto riportato dalle ispezioni comandate da Clemente VIII, confessavano che «non facevano guardie né sentinelle né di giorno né di notte»41. Insomma, le strutture di difesa, oltre a scontare l'incuria ostentata da Sisto V (1585-1590)42, avevano dimostrato di sfuggire facilmente al controllo del potere centrale.

Una pessima prova avevano dato, infine, gli eserciti che si trovavano, al momento dell'elezione di papa Aldobrandini, in Francia, inviati da Gregorio XIV (1590-1591) a sostegno della Lega Cattolica contro Enrico di Navarra. Composti da soldatesche svizzere ed italiane, essi si erano opposti con una fermezza ai limiti dell'insubordinazione ai tentativi di verificare i trascorsi dell'amministrazione e di porre fine ai numerosi illeciti ed alle consuete malversazioni43. Ne era derivata un'inarrestabile emorragia finanziaria, che aveva sconcertato l'intera corte44.

Dovettero così essere intrapresi interventi a largo raggio, sia sulle strutture statiche, sia sugli ordinamenti locali, sia sulle truppe «pagate», secondo quanto ritenuto necessario dalla coeva arte militare.

I lavori alle fortezze, manifestazione visibile del potere del Principe, occuparono parte consistente delle spese militari sotto Paolo V, che riformò il servizio nei presidî costieri e portò a termine la fortificazione di Ferrara, avviata dal suo predecessore45. Urbano VIII, poi, spese per le fortificazioni cifre cospicue, avvalendosi dell'opera dell'instancabile provveditore alle fortezze Giulio Buratti46. Per controllare il servizio delle soldatesche entro i presidî - sempre impedito dalle consuete commistioni con la vita civile - furono emanati rigorosi regolamenti e motu proprio di riforma per i castellani delle fortificazioni litoranee47.

Più complesso si presentava il problema di come rendere efficienti gli eserciti da campagna. L'esercizio delle armi era infatti, in tutt'Europa, un mestiere: un esercito veniva arruolato ad hoc delegando ai capitani, tramite contratti di «condotta», i compiti di riempire le proprie compagnie, di addestrare le reclute alle tecniche di combattimento, talvolta addirittura di provvedere a pagamenti ed approvvigionamenti48. Anche le gerarchie di comando rimanevano, per gli eserciti da campagna, strutture incerte, prive di reali criterî di subordinazione49. In ogni aspetto della vita militare, insomma, l'esperienza personale dei soldati «professionisti» sopperiva all'impossibilità da parte dei governi di costituire centri stabili di formazione degli ufficiali, di addestramento delle forze e allo scarso potere di coercizione sui singoli50. Questo stato di fatto aveva avuto rovinose conseguenze sulle campagne sostenute da eserciti pontifici a maggioranza di «mercenari», cioè di «professionisti» forestieri: quella del 1556-57 contro gli Spagnoli51 e quella in Francia nel 1591-93, cui si è accennato52. A partire da Clemente VIII - ma l'indirizzo fu seguito anche dai successori - prevalse così la scelta di arruolare sudditi dello Stato53. Nel contempo, alcuni interventi erano mirati ad aumentare la coesione di tali eserciti: il conferimento del generalato al nipote del papa54; la presenza ai vertici del comando di signori romani e dello Stato, tradizionalmente versati nella professione delle armi55; la nomina degli ufficiali mediante «patente» del generale, che, se non mutava la sostanza del sistema della «condotta», garantiva nondimeno un più stretto legame col potere centrale56; l'azione di controllo di chierici e funzionari della Camera apostolica (commissari di campo, collaterali, pagatori) per arginare le spese e sovrastare ad ogni bisogno delle soldatesche57.

Molto si aspettava la corte, infine, dagli ordinamenti delle milizie. Poco dopo l'elezione, Clemente VIII le aveva reintrodotte e riformate, affidandone il comando a Leone Strozzi, nominato luogotenente generale delle battaglie58. Lo Stato pontificio era stato suddiviso in province militari, corrispondenti grosso modo a quelle amministrative - ma meglio definite59 - ed era stata imposta una nuova tassa per provvedere alle spese necessarie al mantenimento degli ufficiali di ognuna delle regioni, il colonnello, il sergente maggiore ed i capitani delle battaglie60. I sudditi furono invece invogliati ad entrare nelle milizie da importanti privilegi - ampliati e precisati rispetto a quelli già concessi dai predecessori - come esenzioni fiscali, immunità dalle magistrature ordinarie, porto d'armi61. Confermati ed accresciuti i privilegi sotto Paolo V, Gregorio XV ed Urbano VIII, questi ordinamenti rimasero a lungo inalterati, fornendo un elevato numero di soldatesche: 64.172 uomini nel 1608; 60.170 fanti e 6.000 cavalieri nel 1622; 46.435 uomini, escluse però le milizie dello Stato di Ferrara, nel 1628; 78.170 fanti e 5.160 cavalieri nel 164062. Sotto Urbano VIII, poi, venne meglio precisandosi la loro funzione di passaggio verso gli eserciti di «professionisti»63: le compagnie furono periodicamente visitate, al fine di verificarne l'efficienza, da un collaterale64, che le riformava, eliminando gli inabili, e stimolava i più valenti a dichiararsi pronti a servire il Principe65. Altresì, durante il pontificato Barberini fu potenziato l'apparato di comando e controllo, con la nomina di influenti nobili alle cariche militari più importanti, quelle di luogotenente generale, di governatore dell'Armi, di luogotenente nelle diverse province66.

Gli sforzi della corte di Roma, tuttavia, erano destinati ad incontrare dure resistenze, poiché i soggetti su cui dirigere gli interventi erano tra i più riottosi. I soldati, per i privilegi che i governi concedevano loro e per lo status che ne derivava67, apparivano «usi - come affermava G. Botero - a farsi la ragione con la violenza, e a valersi d'ogni pretesto, benché piccolo, benché vano, benché impertinente»68. In una società in cui la violenza era «struttura», esperienza quotidiana69, la possibilità di usare legittimamente la forza dava origine ad una mentalità secondo la quale servizio nella milizia significava «libertà dalle limitazioni della normale vita civile»70. Attribuirsi questa presunta superiorità diveniva facilmente avvalersene impunemente. Così, sia gli eserciti in campagna, sia quelli arruolati a difesa dello Stato pontificio, si dimostrarono straordinariamente tenaci nel mantenere le proprie inclinazioni alla sopraffazione sui civili, all'insofferenza per l'autorità delle magistrature ordinarie71. Anche il servizio ne soffriva: fughe, diserzioni, insubordinazioni permasero una realtà molto comune72. Gli ordinamenti militari pontifici scontavano una coesione, uno «spirito di corpo» scarsissimi: i capitani, scelti sulla base del loro seguito personale, ma per questo spesso legati ad un contesto localistico73, riuscivano per lo più ad arruolare sudditi allettati dai soldi della «prestanza»74, pressati da un contesto economico e sociale di crisi, che vedevano nella carriera militare una chance di facile arricchimento. Lo sapeva bene il generale Gianfrancesco Aldobrandini che, senza dimostrarsi sconvolto, aveva rivelato a Roma la reale condizione dell'esercito affidatogli per la guerra d'Ungheria: «le compagnie sono piene, ma assai ripiene di straccioni, et non sanno maneggiar l'armi»75. Consistente era anche la presenza dei banditi, per i quali lo sbocco nell'esercito, in apparenza avversato, di fatto era ampiamente incoraggiato76.

Questa situazione era aggravata dai contrasti tra i commissari di campo e gli ufficiali di grado superiore, che difendevano le abitudini consolidate delle soldatesche77 e non perdevano occasione per dare vita a contrasti di precedenza - con esiti rovinosi per la coesione della gerarchia78. Infine, anche i tentativi di moralizzare le truppe, condotti da Pio V, da Clemente VIII, da Paolo V, ispirati ad un'ideologia del «soldato di Santa Chiesa», pronto a testimoniare con il suo comportamento l'appartenenza alla fede cattolica, si rivelarono effimeri e del tutto velleitari79. Così, quando la corte di Roma fece ricorso ai proprî eserciti a metà Seicento, i problemi evidenziati si ripresentarono acuiti e la guerra di Castro ne fu la prova più evidente80.

Anche la politica di attenzione verso le strutture di milizia «paesana», che doveva portare ad un'integrazione tra quelle e gli eserciti di «professionisti» ebbe scarsi risultati. Ne fu responsabile innanzitutto il contesto conflittuale delle periferie, dove ai soldati si opponevano le magistrature ordinarie locali, che non intendevano rispettare i loro privilegi, né rinunciare alle entrate costituite dalle tasse e dalle corvèes comunitarie81. Il rigore delle autorità periferiche era, nondimeno, in parte legittimo, poiché nelle milizie finivano per entrare soggetti poco interessati alle ambizioni militari del papa, come i contrabbandieri romagnoli, che potevano così portare indisturbati le loro armi82. Inoltre, le milizie si mostravano immerse in lotte di fazione e rivalità di campanile, cui non sfuggivano gli ufficiali83. Proprio la scarsa affidabilità di questo personale, reclutato spesso tra influenti personaggi delle comunità, doveva risultare determinante: essi infatti, non compresi nelle levate, procuravano di impedire il passaggio dei proprî soldati entro le compagnie in allestimento, per averli pronti nel caso gli fosse affidato un comando negli eserciti «pagati»84. Il momento di maggiore impiego delle milizie, la guerra di Castro, rivelò così l'assoluta inefficacia di questi ordinamenti. Infatti, già dopo le prime rassegne del 1641, i soldati degli ordinamenti locali, «avvezi per lo più non ad altra milizia, che paesana, ombratile e di semplice mostra, né ad altra fattione che d'apparenza nelle loro contrade», si dimostrarono assai insofferenti «di quei primi saggi d'incommodi militari ch'havevano fin'allora patito per pochissimi giorni, lungi dalle loro mogli, e dalle faccende domestiche della patria»85.

Fu il prodromo di uno sfaldamento totale delle strutture militari, consumatosi nelle vicende di quella guerra. Urbano VIII, in previsione dell'ultima campagna, quella del 1644, fece così iniziare trattative in Francia, in Svizzera, in Germania per arruolare forti contingenti «professionisti»86. Questo può essere considerato il termine - poco prima dell'armistizio, che riportava lo statu quo, e della morte dello stesso pontefice87 - delle ambizioni militari dello Stato della Chiesa, travolte dalla soverchia difficoltà che il potere centrale di Roma riscontrava nel controllo del proprio apparato militare - difficoltà che risultò più forte di ogni intervento allestito nel periodo tra la metà del XVI e la metà del XVII secolo.

Note

1. A. Da Mosto, Ordinamenti militari delle soldatesche dello Stato romano nel secolo XVI, in «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken», VI (1904), pp. 72-133; Id., Milizie dello Stato romano dal 1600 al 1797, in «Memorie storiche militari», 10, (1914), pp. 193-580.

2. Cfr. V. Ilari, La difesa dello Stato e la creazione delle milizie contadine nell'Italia del XVI secolo, in «Studi storico-militari», 1989, pp. 7-70; sugli ordinamenti pontifici, cfr. le pp. 61-66.

3. G. Lutz, Das päpstliche Heer im Jahre 1667. Apostolische Kammer und Nepotismus, römisches Militärbudget in der frühen Neuzeit, in «Archivum Historiae Pontificiae», XIV (1976), pp. 163-217, tr. it. riveduta in «Collectanea Archivi Vaticani», 6, (1978), pp. 33-95.

4. «Rimane comunque aperta la questione - concludeva l'Autore - se le motivazioni che indussero la Sede apostolica a tale nonbelligeranza, assicurando per lunghi decenni allo Stato della Chiesa la pace (a parte i frequenti turbamenti dovuti a tensioni e contrasti diplomatici) fossero di natura politica, finanziaria o etico-spirituale». Ivi, tr. it., p. 92.

5. P. Prodi, Il Sovrano Pontefice. Un corpo e due anime: la monarchia papale nella prima età moderna, Bologna, 1982, p. 111, n. 57.

6. Cfr. ivi, pp. 112-113.

7. Ivi, p. 24.

8. Cfr. S.E. Finer, La formazione dello Stato in Europa: la funzione del «militare», in La formazione degli stati nazionali nell'Europa occidentale, a cura di C. Tilly, tr. it., Bologna, 1984.

9. I. Polverini Fosi, La società violenta. Il banditismo dello Stato pontificio nella seconda metà del Cinquecento, Roma, 1985.

10. Cfr. ivi, pp. 167-174.

11. Cfr. gli articoli di G. Galatella Giuliodori (Soldatesche e galere) e di A.M. Napolioni (Rocche e castelli), in La Marca e le sue istituzioni al tempo di Sisto V, pubblicazione dell'Archivio di Stato di Macerata, Roma, 1991, pp. 213-222 - pregevoli però, come di consueto, per la collezione documentaria (cfr. i docc. 150-166, sommariamente descritti in appendice al volume).

12. Prodi, op. cit., p. 113.

13. Cfr., in ordine cronologico di edizione: G. Demaria, La guerra di Castro e la spedizione de' Presidii, in «Miscellanea di storia italiana», s. III, t. IV, pp. 191-256, Torino, 1898; L.F. Mathaus-Voltolini, Die Beteiligung des Papstes Clemens VIII an der Bekämpfung der Türken in den Jahren 1592-1595, in «Römische Quartalschrift für christliche Alterthumskunde und für Kirchengeschichte», 15, (1901), pp. 303-326, 412-424; K. Horvat, Vojne ekspedicije Klementa VIII u Ugarsku i Hrvatsku, Zagreb, 1910; P. Van Isacker, Notes sur l'intervention militaire de Clément VIII en France a la fin du XVIe siècle, in «Revue d'Histoire ecclésiastique», 12, (1911), pp. 702-713; Da Mosto, Milizie dello Stato romano, cit., pp. 419-481 [Ungheria 1601, interdetto di Venezia, Valtellina, guerra di Castro]; U. Martinelli, Le guerre per la Valtellina nel secolo XVII, Varese, 1935; I. Cloulas, L'armée pontificale de Grégoire XIV, Innocent IX et Clément VIII, pendant la seconde campagne en France d'Alexandre Farnèse (1591-1592), in «Bulletin de la Commission Royale d'Histoire», 126, (1960), pp. 83-102; B. Barbiche, La politique de Clément VIII a l'égard de Ferrare en novembre et décembre 1597 et l'excommunication de César d'Este, in «Mélanges d'Archeologie e d'Histoire», 74, (1962), pp. 289-328.

14. L. von Pastor, Storia dei papi, vol. XI, Roma, 1929, p. 594.

15. L'espressione è in M. Caravale-A. Caracciolo, Lo Stato pontificio da Martino V a Pio IX, Torino, 1978, p. 375.

16. Sulla guerra d'Ungheria del 1593-1606 tra Turchi e Imperiali, si rimanda a J. von Hammer-Purgstall, Storia dell'Impero osmano, tr. it., Venezia, 1830, voll. XIII-XIV. Cfr., sul ruolo diplomatico della Santa Sede, Mathaus-Voltolini, op. cit.; P. Bartl, "Marciare verso Costantinopoli". Zur Türkenpolitik Klemens' VIII, in «Saeculum», 20, (1969), pp. 44-56; B. Roberg, Türkenpolitik und Kirchenpolitik. Die Sendung Kardinal Madruzzos an den Kaiserhof 1593 und zum Reichstag von 1594, in «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken», parte I, 65, (1985), pp. 192-305; parte II, 66, (1986), pp. 192-268.

17. I piani della corte di Roma contro Costantinopoli sembrarono avere qualche speranza durante le trattative con i principi moldavi e tartari per coinvolgerli nella guerra contro i Turchi (cfr. Bartl, op. cit., p. 24), mentre Buda, dopo la presa di Strigonia (l'odierna Esztergom) nel settembre 1595, da parte degli eserciti imperiali e pontifici, fu per qualche tempo obiettivo realmente a portata di mano. Cfr. Mathaus-Voltolini, op. cit., p. 418.

18. La condizione «che la guerra fosse offensiva et durabile senza pensieri di pace» era stata già espressa in riferimento agli aiuti finanziari (cfr. Roberg, op. cit., p. 268), ma durante le campagne diveniva essenziale cogliere ogni possibilità, «poiché le spese son le medesime, et la medesima non sarà sempre l'opportunità di far progressi, né la medesima commodità havrà S. B.ne di continuar gl'aiuti». Lettera del card. Cinzio al generale Gianfrancesco Aldobrandini, in data 23 novembre 1597, in Archivo Segreto Vaticano [ASV], Fondo Borghese, s. III, n. 10d, f. 36r.

19. Notava l'ambasciatore veneto alla corte imperiale Tommaso Contarini, scettico, peraltro, sulle capacità degli eserciti pontifici: «[...] et da un principal heretico per nobiltà, et per ricchezza m'è stato detto che non havea mai desiderato bene ad alcun pontefice et che hora pregava per la salute di questo, per dimostrarsi padre così buono, et così santo, sperando ogn'uno che Dio sia per secondare tutti li suoi pensieri e fare qualche notabile beneficio alla Christianità». Dispaccio del 10 ottobre 1595, in Archivio di Stato di Venezia [ASVE], Senato, Dispacci, Germania, filza 24, f. 62r.

20. S.MI D.N.D. CLEMENTIS DIVINAE PROVIDENTIAE PAPAE VIII. Declaratio, et promulgatio Maioris excommunicationis [...] contra Cesarem Estensem [22 dicembre 1597], edito in Bullarium, diplomatum et privilegiorum sanctorum romanorum Pontificum..., vol. X, Augustae Taurinorum, 1865, p. 389. Sulle note vicende politico-diplomatiche della devoluzione di Ferrara, cfr. E. Callegari, La devoluzione di Ferrara alla Santa Sede (1598), in «Rivista Storica Italiana», 12 (1895), pp. 1-57; A. Gasparini, Cesare d'Este e Clemente VIII, Modena, 1960.

21. Cit. in G. Benzoni, I «frutti dell'armi». Volti e risvolti della guerra nel '600 in Italia, Roma, 1980, p. 53.

22. «In quanto al fatto mio - rivelava il soprintendente generale dell'esercito card. Pietro Aldobrandini - io sto disperato, perché il pensare di assediare anco una bicocca con questa gente o poco o male armata, non è possibile, massime, che il nemico si va provedendo, et a Lugo sono più di 3.000 fanti, et molti cavalli, sì che non si possono cogliere all'improviso per il mancamento dell'armi, mi è convenuto mutar la forma de i Quartieri con gran mio dolore et far trattenere le genti indietro per non la mandare in faccia del nemico disarmata [...] et l'uscire in campagna nel termine, che siamo è chiaro, che non si può, et tutti questi Sig.ri lo dicono, che sarebbe un andare a farsi tagliare a pezzi». Lettera al tesoriere generale B. Cesi, in data 4 dicembre 1597, in Biblioteca Apostolica Vaticana [BAV], Barb. lat., 5859, ff. 151v-152r.

23. Cfr. la Relazione di Giovanni Dolfin, tornato da Roma nel 1598, in E. Alberi, Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato, s. II, t. IV, Firenze, 1857, pp. 454, 466; G. Bentivoglio, Memorie e lettere, a c. di C. Panigada, Bari, 1934, p. 9. Ne fu addirittura impensierita la cancelleria castigliana. Cfr. F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II, tr. it., Torino, 1986, pp. 1310-1311. La messinscena della corte di Roma ingannò ancora storici come V. Prinzivalli (La devoluzione di Ferrara alla Santa Sede nella relazione inedita di Camillo Capilupi, Ferrara, 1898, p. 88, n. 1) e persino P. Prodi, che parla di «potente esercito messo in piedi da Clemente VIII nel 1597-98 per il recupero di Ferrara» (op. cit., p. 113).

24. Avviso, cit. in Prinzivalli, op. cit., p. 164.

25. Cfr. C. Pietrangeli, (a cura di), La basilica romana di Santa Maria Maggiore, Firenze, 1987, pp. 235-236. Per un attento esame iconologico, cfr. A. Hertz, The Sixtine and Pauline Tombs. Documents of Counter-reformation, in «Storia dell'Arte», 43 (1981), pp. 241 e ss. Ricordiamo che nel monumento funebre a papa Ghislieri, (eretto tra il 1586 ed il 1589), quattro dei sei bassorilievi erano dedicati alle due celebri vittorie su Ugonotti e Turchi. Cfr. Pietrangeli, op. cit., pp. 221-222.

26. C. Palazzuolo, Il Soldato di Santa Chiesa. Per l'institutione alla pietà de i centomila Fanti, et de i decemila Soldati a cavallo delle Militie dello Stato ecclesiastico, Roma, 1606.

27. Ivi, p. 17.

28. Ivi, p. 22.

29. Cfr. i verbali delle «congregazioni militari» cui prendevano parte Mario Farnese, Federico Ghislieri, il commissario mons. Giacomo Serra ed il tesoriere generale, il card. Bartolomeo Cesi, in ASV, Fondo Pio, 105, segnalati da Da Mosto, Milizie dello Stato romano, cit., p. 424, n. 3. Paolo V tornò a pensare di rompere gli indugi ogni qual volta fallivano le trattative di accordo. Ancora nel marzo 1607, egli affermava di essere risoluto alla guerra «quand'anche si trattasse di vendere tutti i calici». Dispaccio del 24 marzo 1607, in Sommari di corrispondenze dal card. di Vicenza e d'altri prelati da Roma 1606-1607, in Paolo V e la Repubblica veneta. Giornale dal 22 ottobre 1605 al 9 giugno 1607, a cura di E. Cornet, Vienna, 1859, pp. 322-337, p. 336.

30. Discorso Nostro sopra il negotio di Venetia, [metà febbraio 1607], in ASV, Fondo Borghese, s. I, n. 340-344, ff. 87r-88v. Spettò al luogotenente generale Mario Farnese, con la sua attenta conoscenza della situazione politico-strategica dello Stato della Chiesa e delle sue modeste potenzialità militari «riportare la disputa dell'Interdetto alla ragionevolezza e all'accordo dell'aprile 1607». S. Andretta, Farnese, Mario, voce del «Dizionario Biografico degli Italiani», in corso di pubblicazione, cortesemente postami a disposizione dall'Autore.

31. Mi pare siano rimasti sinora ignoti i piani di occupazione degli Stati di Francesco Maria II Della Rovere e di difesa da eventuali aggressori - Toscani e Veneti - contenuti nell'Istruttione per quando avverrà la devolutione del feudo d'Urbino e degli altri Stati che possiede il vivente duca [1625 ca.], in BAV, Barb. lat., 5256, ff. 125r-136v. Sugli aspetti politico-diplomatici della guerra di Castro, singolare caso di convergenza tra politica giurisdizionalistica ed ambizioni familiari dei Barberini, cfr. Demaria, op. cit.

32. Durante questi episodî, si era infatti evidenziata un'estrema facilità, per i nemici, di compiere scorrerie nello Stato e di giungere sin sotto Roma. Cfr. Caravale-Caracciolo, op. cit., pp. 219-221, 288-291; Polverini Fosi, op. cit., passim.

33. Ne Le Relationi Universali, Venezia, 1640, pp. 671-783.

34. Ms. anonimo, in BAV, Vat. lat., 12557, databile tra il 1607 ed il 1631.

35. Botero, op. cit., p. 680.

36. Cfr. Prodi, op. cit., Premessa, p. 9.

37. Relazione di Paolo Paruta tornato da Roma nel 1595, in E. Alberi, Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato, s. II, t. IV, Firenze, 1857, p. 385.

38. Gli ordinamenti di milizia locale, introdotti sotto Paolo III, ebbero la denominazione dapprima di ordinantiae, ac battalliae, quindi di milizie legionarie ed infine, semplicemente, vennero dette milizie a piedi e a cavallo dello Stato ecclesiastico. Cfr. il breve S.D.N.D. Pij Divina Providentia P.P. V super deputatione Illustriss. D. Torquati de Comitibus in Capitaneum generalem Ordinantiarum, ac Battalliarum totius status Ecclesiastici [1566], in ASV, Miscellanea, arm. IV-V, t. 73, f. 1r; il motu proprio «Dilecto filio adolescenti Michaeli Bonello militum legionariorum status nostri ecclesiastici Capitano Generali» [1571] ivi, f. 5r. Per una descrizione degli ordinamenti della milizia cfr. Da Mosto, Ordinamenti, cit., pp. 95-98 e Milizie dello Stato romano, cit., pp. 389-405 (cui ha largamente attinto Ilari, op. cit., pp. 61-66); Lutz, op. cit., pp. 63-67.

39. Secondo modo della militia a piedi, attribuito a Giulio Franchini, militare al servizio di Pio V, in ASV, Fondo Pio, 113, ff. 197r-199r, f. 197r.

40. Sulla costruzione di presidî fortificati litoranei e sullo stato di quelli interni nella seconda metà del Cinquecento, cfr. A. Guglielmotti, Storia della Marina Pontificia. Storia delle fortificazioni della spiaggia romana, Roma, 1880; P. Marconi, Visita e progetti di miglior difesa in varie fortezze ed altri luoghi dello Stato pontificio. Trascrizione di un ms. inedito di Francesco Laparelli architetto cortonese, Cortona, 1970.

41. Libro delle Torre della Marina. 1592, in Archivio di Stato di Roma [ASR], Soldatesche e galere, Inventari di fortezze e galere, b. 4. Cfr. anche Uscita, relazione,ed inventario di tutte le fortezze dello Stato ecclesiastico fatta da Curzio Gallacei nel 1603, ibidem, e le relazioni contenute ivi, Soldatesche e galere, Miscellanea, b. 646.

42. Per alleggerire la spesa della Camera apostolica, nel 1585, furono licenziate tutte le soldatesche assoldate sotto Gregorio XIII, abolite la carica di provveditore delle fortezze, istituita da Pio IV, le castellanìe di Viterbo, Civita Castellana, Orvieto, Camerino, Ravenna, ed incamerati anche i circa 1.000 scudi annui impiegati per i restauri. Cfr. BAV, Capponiani, 57, ff. 9r, 14r-v (fonte cit. in Polverini Fosi, op. cit., p. 141). Inoltre, Sisto V licenziò gli ufficiali delle milizie, unici a ricevere regolare stipendio, nominando «per ogni città un Capitano del Paese», carica non remunerata, probabilmente onorifica. Cfr. ASV, Fondo Borghese, s. IV, n. 252, f. 150r.

43. Cfr. Sommario delle lettere dell'arciv. di Ragusa, mons. Matteucci, in ASR, Soldatesche e galere, Miscellanea, b. 646; A. Zanelli, L'Arcivescovo Matteucci da Fermo e l'esercito pontificio mandato in Francia in aiuto della Lega Cattolica (1591-1597), in «Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria delle Marche», s. IV, 8-9 (1931-32), pp. 1-45.

44. «Gl'huomini da bene amatori di questa Santa Sede - aveva commentato amaramente G.A. Caligari, arciv. di Bertinoro e segretario di Stato - piangono che la militia italiana sia restata in così poco credito in Francia tanto cavalleria quanto fanteria e che questa vergogna di tutta la natione si sia comprata per un millione [di scudi]». Lettera a G. Matteucci, in data 22 gennaio 1592, in ASV, Segreteria di Stato, Lettere di principi, 153, f. 18r.

45. Sulla cura dedicata da Paolo V alle fortificazioni litoranee, ed in generale al problema della difesa dello Stato ecclesiastico cfr. Pastor, op. cit., vol. XII, Roma, 1930, p. 79, e M. Monaco, Le finanze pontificie al tempo di Paolo V. La fondazione del primo banco pubblico in Roma (Banco di Santo Spirito), Lecce, 1974, p. 86.

46. Cfr. Relatione di Giulio Buratti per gratia della Santità Sua soprintendente e Revisore Generale delle fortezze dello Stato Ecclesiastico [1623-24], in BAV, Barb. lat., 6333. Collaborò alla costruzione della cinta trasteverina, diresse i lavori a Castel S. Angelo, eresse nel 1628 il forte Urbano a Castelfranco Emilia. Cfr. Pastor, op.cit., vol. XIII, Roma, 1931, pp. 865-869 ed i suoi epistolari per il periodo 1624-1644 in BAV, Barb. lat., 6289-95.

47. Cfr. il motu proprio del 16 marzo 1613, in ASR, Soldatesche e galere, Miscellanea, b. 647, col quale Paolo V ordinava a tutti i castellani e custodi di «resedere, e servire personalmente per loro stessi, e non per sostituti, o altri in dette Castellanìe, e Torri, e ritenere in esse continuamente l'intiero numero de soldati». Sui regolamenti di servizio nelle fortezze, cfr. il bando intestato Gio. Battista Borghese, Castellano di Castel S. Angelo, Capitan Generale dell'una e dell'altra guardia di Nostro Signore, Governatore di Borgo, et Castellano, et Governatore delle Fortezze et Armi di Ancona, in data 16 aprile 1606, nella Bibl. Casanatense di Roma, Editti e bandi, Per. Est. 184.

48. Cfr. A. Corvisier, Armées et sociétés en Europe de 1494 à 1789, Paris, 1976, pp. 53-55; J.R. Hale, Guerra e società nell'Europa del Rinascimento (1450-1620), tr. it., Roma-Bari, 1987, p. 162. Come esempio di contratto di condotta, stipulato per conto del papa, cfr. gli Articoli contrattati fra mons. Ill.mo il card.le Paravicino legato della S.tà di N.ro S.re, et gli Amb.ri delli cinque cantoni catt.ci in Lucerna, a 2 d'Aprile 1591..., in ASV, Miscellanea, arm. I, 24, ff. 414r-416v.

49. Anche questo era problema comune a tutti gli eserciti europei del periodo: «Come fuori del campo di battaglia non c'era una gerarchia completa ed uniforme, così non c'era una gerarchia precisa in campo». Hale, op. cit., p. 142.

50. Cfr. Hale, op. cit., p. 78. «La coercizione presuppone come strumento proprio qualcosa di molto simile a ciò per cui si rende necessaria», nota Finer, op. cit., p. 90.

51. Cfr. Relazione di Bernardo Navagero tornato da Roma nel 1558, in Alberi, op. cit., s. II, t. III, Firenze, 1846, p. 402.

52. Cfr. ASR, Camerale II, Epistolario, b. 9, contenente le lettere dei funzionari del pagamento dalla Francia, che si soffermano spesso sull'ingovernabilità degli Svizzeri.

53. Durante i preparativi per la prima spedizione in Ungheria, infatti, Clemente VIII rese più volte noto di volere che i diecimila soldati che si pensava di inviare fossero tutti sudditi dello Stato della Chiesa. Cfr. La legazione di Roma di Paolo Paruta (1592-1595), a cura di G. De Leva, Venezia, 1887, vol. III, pp. 132-133. Anche le tredici compagnie di fanteria e tre di cavalleria mandate in Valtellina nel 1623 erano composte in massima parte da sudditi dello Stato (cfr. Da Mosto, Milizie dello Stato romano, cit., p. 426; Martinelli, op. cit., pp. 31-32), come pure le truppe arruolate per la guerra di Castro, secondo l'espresso volere della corte. Cfr. A. Nicoletti, Della vita di Urbano VIII..., t. IX, in BAV, Barb. lat., 4738, ff. 232v-233r.

54. Nonostante infatti fosse comunemente reputato simbolico, l'incarico di generale di S. Chiesa poteva avere grande importanza, come rivela il caso di Gianfrancesco Aldobrandini, che, pur essendo privo delle esperienze e delle cognizioni necessarie alla guida degli eserciti che gli furono affidati negli anni 1595-1601, nondimeno, ebbe un ruolo rilevante nel coagulare i suoi ufficiali superiori, talora validi comandanti, ma epigoni di una nobiltà feudale turbolenta, incline al personalismo. Cfr. i cenni biografici contenuti in K. Jaitner (a cura di), Instructiones Pontificum Romanorum. Die Hauptinstruktionen Clemens' VIII (1592-1605), Tübingen, 1984, pp. CXXXIV-CXXXVII.

55. Tra gli altri, parteciparono alle campagne d'Ungheria i perugini Ascanio della Corgna ed Orazio Baglioni, Paolo Savelli, appartenente ad una delle più antiche famiglie romane e Carlo Malatesta, discendente dai celebri signori di Rimini (cfr. Da Mosto, Ordinamenti, cit., p. 102; Id., Milizie dello Stato romano, cit. p. 421) ed ai preparativi militari durante la devoluzione di Ferrara Pietro Caetani, Marzio Colonna, Lotario Conti, Giovan Antonio Orsini (cfr. Barbiche, op. cit., p. 299). Inoltre, sotto Clemente VIII e Paolo V militarono un gruppo di uomini di comando, che avevano compiuto le loro esperienze nelle Fiandre, come Camillo Capizucchi, Flaminio Delfini, Mario Farnese, Federico Ghislieri (cfr. M. Giansante, Capizucchi, Camillo, in «Dizionario Biografico degli Italiani», vol. 18, Roma, 1975, pp. 564-566; S. Andretta, Delfini, Flaminio, ivi, vol. 36, Roma, 1988, pp. 542-546. S. Andretta, Farnese, Mario, ivi, in corso di pubblicazione; G. Brunelli, Ghislieri, Federico, ivi, in corso di pubblicazione).

56. Cfr., come esempio di patente, quella di capitano di una compagnia di 200 fanti da assoldarsi per servizio nello Stato ecclesiastico, rilasciata al cap. Tarquinio Migliori dal generale Carlo Barberini (1629), in ASR, Camerale I, Giustificazioni di Tesoreria, b. 63, fasc. 10.

57. Profili e compiti di tali funzionari sono riepilogati dettagliatamente nell'istruzione a G. Matteucci, commissario generale nella prima spedizione d'Ungheria, in data 26 maggio 1595, edita in Jaitner, op. cit., pp. 357-358 e nell'istruzione a B. Buonvisi, commissario generale nella seconda spedizione, in data 17 maggio 1597, ivi, pp. 483-484.

58. Mandato del 23 novembre 1594, in ASR, Camerale I, Mandati camerali, b. 945, f. 13r. Cfr. anche quanto dice l'ambasciatore lucchese nel 1592: «Si rinnova et mette in piede le milittie dello stato ecclesiastico havendole già raccontate al Sig. Leone Strozzi che fu nipote di Piero, molto stimato da sua Santità». Relazioni inedite di ambasciatori lucchesi alla Corte di Roma, in «Studi e documenti di storia e di diritto» XXII, (1901), p. 201.

59. Cfr. Da Mosto, Milizie dello Stato romano, cit., p. 401, che le elenca per l'inizio del Seicento. La suddivisione regionale delle milizie non soffrì dell'instabilità riscontrata per le regioni amministrative da R. Volpi, Le regioni introvabili. Centralizzazione e regionalizzazione dello Stato pontificio, Bologna, 1983, pp. 92-94. Si deve notare, altresì, che a questo Autore la regionalizzazione militare rimane ignota.

60. L'imposizione di questa tassa, detta «del Colonnello», venne decisa da Clemente VIII all'indomani della sua elezione e si cominciò a riscuotere dall'aprile 1592. Cfr. ASR, Soldatesche e galere, Miscellanea, b. 646.

61. Cfr. Privilegi che si concedono per ordine di N.S. a i Soldati delle Battaglie dello Stato Ecclesiastico [31 gennaio 1594], in ASV, Miscellanea, arm. IV-V, t. 73, f. 7r. Furono rinnovati nel gennaio 1604 per ordine del card. Pietro Aldobrandini (cfr. ASV, Fondo Borghese, s. IV, n. 252, ff. 140r-146r), dopo che erano stati personalmente vagliati da Clemente VIII (cfr. la lettera di Pietro Aldobrandini a Mario Farnese del 29 ottobre 1603, ivi, s. III, n. 26, f. 599r).

62. Cfr. il verbale della congregazione militare del 21 novembre 1608, in ASV, Fondo Pio, 105, f. 122r; Milizie a piedi, ed a cavallo di tutto lo Stato ecclesiastico l'anno 1622, in BAV, Ottob. lat., 3094 (citato in Da Mosto, Milizie dello Stato romano, cit., p. 402); Ristretto delle mostre e rassegne dell'esercito pontificio in ciascuna provincia dello Stato Ecclesiastico, fatto nel 1628, 1629, in BAV, Barb. lat., 6296; Nota data dal molto illustre sig. Nereo Capponi... di tutti i soldati di milizia a piedi e a cavallo, quest'anno 1640, edito in L. Bonazzi, Storia di Perugia dalle origini al 1860, vol. II, Perugia, 1879, pp. 776-777.

63. L'utilizzazione delle strutture di milizia «paesana» per gli arruolamenti di fanti «pagati», veniva auspicata dal generale Carlo Barberini al luogotenente Tarquinio Capizucchi, nell'agosto 1628: «Potrà ben dar facultà, che si possino assoldare anche soldati scielti, e voluntarij delle militie, purché di loro spontanea volontà voglino andare». BAV, Barb. lat., 6168, f. 1v.

64. Le visite alle milizie per il periodo 1625-1643 sono documentate dal copioso epistolario del collaterale generale Neri Capponi. Cfr. BAV, Barb. lat., 9280-9286.

65. Venivano infatti favoriti con maggiori privilegi coloro che, all'atto dell'iscrizione nei ruoli, si dimostrassero disposti a militare «etiam fuori delle patrie loro, ricevendo il debito stipendio». Privilegi esentioni e gratie concesse dalla Santità di N.S. Papa Urbano VIII alli soldati delle Militie dello Stato Ecclesiastico [1628], in ASR, Bandi, vol. 14.

66. Importanti le nomine, nel 1624, di Tarquinio Capizucchi e Lotario Conti, duca di Poli, a «consigliero ne gl'affari della militia». Cfr. M. Giansante, Capizucchi, Tarquinio, in «Dizionario Biografico degli Italiani», vol. 18, Roma, 1975, pp. 575-577; S. Andretta, Conti, Lotario, ivi, vol. 28, Roma, 1983, pp. 446-448. Nei primi anni Trenta, la figura più rappresentativa del papato Barberini fu il luogotenente generale Torquato Conti (cfr. Id., Conti, Torquato, ivi, pp. 481-484), autore altresì di un organico progetto di riforma degli eserciti pontifici, rimasto disatteso (cfr. il Pensiero del Sig.r Duca Torquato Conti sopra le militie, in BAV, Barb. lat., 7863, ff. 124r-125r).

67. Sui privilegi militari degli eserciti moderni, cfr., a titolo esemplificativo, I. Cinuzzi, La vera militar disciplina antica e moderna, Siena, 1604, il cui autore era stato a lungo auditore, cioè giudice militare in Fiandra.

68. Cit. in F. Chabod, Giovanni Botero, in Scritti sul Rinascimento, Torino, 1981, p. 334, n. 1.

69. Sul carattere «strutturalmente» violento delle società moderne, cfr. le annotazioni di N. Zemon Davis, Le culture del popolo. Sapere, rituali e resistenze nella Francia del Cinquecento, tr. it., Torino, 1980, p. 242. Ciò viene confermato, per lo Stato pontificio, da Polverini Fosi, op. cit., p. 15.

70. Hale, op. cit., p. 138.

71. Innumerevoli gli episodî da parte degli eserciti arruolati ad hoc. Vedi, ad es., quelli ad opera dei soldati in partenza per l'Ungheria nel 1595 (cfr. La legazione di Roma di Paolo Paruta, cit., III, p. 184) e nel 1597 (cfr. gli editti emanati in data 15 e 18 maggio 1597, in ASR, Bandi, Governatore, b. 410). Ancora più gravi i comportamenti dei soldati delle guarnigioni: a Ferrara, nel gennaio 1631, il gen. Taddeo Barberini dovette far emanare un bando contro le normali collusioni tra i colpevoli di reati nella città ed i loro commilitoni. Cfr. la minuta ms. del bando, pubblicato il 20 agosto 1631, in BAV, Barb. lat., 6313, f. 41v.

72. Cfr. ancora il caso degli eserciti d'Ungheria: le lettere del gen. Aldobrandini al card. Cinzio Aldobrandini, in data 13 settembre e 27 ottobre 1595, in ASV, Fondo Borghese, s. III, n. 96f, ff. 160r-161r, 181r-v; in data 27 agosto e 2 settembre 1597, ivi, Segreteria di Stato, Lettere di particolari, 4, ff. 339r, 347r-v; la lettera del commissario G. Serra al card. Aldobrandini, in data 27 ottobre 1601, ivi, Fondo Borghese, s. III, n. 93a, f. 164r-v. Più tardi, un bando [8 marzo 1636], (in ASR, Bandi, Armi, vol. 466), fu emanato «per togliere qualche dubietà, che per l'addietro si è havuta circa l'obbligo, che risulta ad un soldato, doppo che, o con ricevere la prestanza, o senza prestanza, habbia (come si dice) dato il nome alla militia, e promesso di servire».

73. Nelle istruzioni date ai governatori dello Stato nel 1597 affinché segnalassero i soggetti più adatti per ricevere incarichi di compagnia, si era infatti chiarito che «dove non fosse esperienza, et disciplina militare, supplisca il modo di spender l'autorità, et seguito di altri». ASV, Fondo Borghese, s. III, n. 26, f 63r.

74. Ai capitani, cui venivano generalmente delegati l'ingaggio dei soldati ed il trasferimento fino al luogo della «mostra», la rassegna generale, era data infatti una somma iniziale - detta «prestanza» - da distribuire ai soldati. Cfr. il bando con le condizioni di arruolamento, in data 26 gennaio 1597, in ASV, Miscellanea, arm. IV-V, t. 80, f. 52.

75. Lettera di G.F. Aldobrandini al card. Cinzio Aldobrandini, da Marech, in data 13 luglio 1597, in ASV, Segreteria di Stato, Lettere di particolari, 4, f. 285r. «Gente brutta», «gentaglia» erano pressoché tutti i soldati arruolati dal marchese N. Guidi di Bagno durante la devoluzione di Ferrara. Cfr. la lettera di M. Farnese al card. Pietro Aldobrandini, in data 7 dicembre 1597, in BAV, Barb. lat., 5864, ff. 157v-158r, documento cit. tra le fonti di Andretta, Farnese, Mario, cit.

76. Per gli arruolamenti di banditi sotto Clemente VIII, cfr. Polverini Fosi, op. cit., pp. 204-205.

77. Come il luogotenente generale dell'esercito in Francia Appio Conti nel 1593, anche Paolo Sforza ed il generale Gianfrancesco Aldobrandini si erano lamentati dell'operato del commissario di campo apostolico, che tenendo chiuse le casse dell'esercito, aveva provocato forti malumori. Cfr. la lettera di A. Conti al card. F. Sega, in data 15 gennaio 1593, in ASV, Segreteria di Stato, Francia, 36, f. 138v; i dispacci di P. Sforza, in data 2 luglio 1595 (ivi, Fondo Borghese, s. IV, n. 289, fasc. 9) e del generale in data 26 giugno e 10 luglio 1595 (ivi, s. III, n. 96f, ff. 107r, 115r).

78. Piuttosto nota la vicenda degli ufficiali superiori P. Savelli, O. Baglioni e C. Malatesta che, nel 1601, dopo la morte del generale Aldobrandini, avevano rinunciato agli incarichi, rifiutando di prestare obbedienza al luogotenente F. Delfini, i cui recenti favori a corte non facevano dimenticare le oscure origini. Cfr. Andretta, Delfini, Flaminio, cit., p. 545 e le lettere degli interessati al card. P. Aldobrandini del primo e 22 settembre 1601, in ASV, Fondo Borghese, s. III, n. 93b2, ff. 10r, 11r, 21r-v. A metà Seicento questo atteggiamento era ancor più radicato ed al commissario F. Rapaccioli il duca Federico Savelli non nascondeva il proprio disprezzo per gli altri ufficiali dell'esercito. Cfr. la lettera di mons. F. Rapaccioli al card. Francesco Barberini del 6 giugno 1643 in BAV, Barb. lat., 9288, f. 24r.

79. Un'opera di moralizzazione in senso cristiano dei soldati era stata inaugurata da Pio V nella Instruttione al Conte di Santa Fiora Generale delle genti mandate da Pio V in Francia, in data 9 marzo 1569 (ASV, Fondo Pio, 112, ff. 20r-32r), nella quale raccomandava di vigilare sul comportamento dell'esercito, affinché «i paesi per dove passerete, et tutto il Regno di Francia veggano chiaramente, che si mandano soldati buon christiani, et veri cattolici per difenderli dall'impietà et sceleratezze de gl'heretici, et non huomini dissoluti et rapaci per rubbarli». Più tardi, Palazzuolo aveva proposto esercizi spirituali modellati su quelli ignaziani, raccomandando «di meditare un poco di tempo ogni giorno, in quai modi, conforme alla capacità di ciascuno, potranno essercitare le potenze dell'anima, et armarsi contra l'insidie, et stratagemmi de demonij, della carne, et del mondo: in quai modi parimenti mortificare il giudicio, et i sensi». Fortificata l'anima, i soldati si sarebbero resi intrepidi anche nel combattimento, «avendo di già una sicura coscienza, la quale è protetta, et indirizzata da Dio ad eterne Corone del Cielo», op. cit., p. 38.

80. Sui disordini commessi dalle soldatesche durante la guerra di Castro, cfr. le lettere dei Priori di Perugia, Vetralla, Corneto, Ronciglione, al card. F. Barberini [gennaio-febbraio 1643], in ASV, Segreteria di Stato, Soldati, 17, ff. 31r-v, 46r-v, 135r, 153r-v. Un rarissimo caso di istruttoria, avviata nel novembre 1642 contro una compagnia di cavalleria alloggiata a Nepi, permette di misurare le dimensioni della quotidiana sopraffazione imposta alle popolazioni. Cfr. il Sommario de tutto il processo informativo nella Corte di Nepi d'ordine dell'Em.o, e R.mo Sig.r Cardinal Barberino contra la compagnia di corazze aqquartierati in detta Città, ivi, 4, ff. 178r-253v.

81. Significativo il caso dell'Umbria nel 1624: a Città della Pieve il governatore faceva incarcerare i soldati solo per esaminarli, a Nocera la corte aveva detenuto per aver portato l'archibugio addirittura il luogotenente, mentre sia a Spoleto che a Montefalco si esigeva la riscossione dei tributi comunitari. Cfr. il registro di lettere del generale Carlo Barberini, in BAV, Barb. lat., 6305, ff. 13r, 63v, 98r, 106v. Anche nella Sabina, nel 1629, si susseguivano casi di mancato riconoscimento dei privilegi, sia riguardo al porto d'armi, sia alle esenzioni fiscali. Cfr. due lettere del gen. Carlo Barberini al governatore di Farfa del 14 marzo e 15 agosto 1629, in BAV, Barb. lat., 6299, ff. 10v, 15r.

82. Cfr. la lettera del 15 luglio 1628, in BAV, Barb. lat., 9281, f. 28r-v.

83. «... per ottenere se ben anchor con travaglio l'obedienza - affermava Federico Ghislieri - è necessarissimo far i capitani proprij de i luoghi, per più necessità che mandandovi forastiero, cioè d'altro luogo non s'otterria il servitio al sicuro essendo stato anchor bisogno, di avertir, non comporre i castelli di longo tempo inimici». Lettera in data 16 novembre 1606, in ASV, Fondo Borghese, s. III, n. 43d-e, f. 83v. Altresì, poteva accadere che un capitano - come Dioniso Naldi, a Brisighella, in Romagna - pur essendo «gentilhuomo principale di buona esperienza, et qualità, ricco, pronto nel servitio», non riuscisse ad ottenere obbedienza tra i soldati «per le parti che sono in quel luogo». Cfr. una relazione sui capitani della Romagna del 1606, ivi, n. 115b-f, f. 173r.

84. Gli ufficiali delle milizie, esclusi per lo più dagli incarichi tra le soldatesche «di leva», ostacolarono attivamente le levate. Cfr. alcuni casi piuttosto gravi: a Bevagna, il capitano delle milizie locali emanò un bando proibendo ai soldati della sua compagnia di accettare il soldo, mentre in Umbria addirittura il sergente maggiore cercava di impedire il lavoro degli arruolatori. Cfr. le lettere del generale Carlo Barberini in data 8 febbraio e 30 aprile 1625, in BAV, Barb. lat., 6305, ff. 32r, 41r.

85. G.B. Rinalducci, Dell'una e dell'altra guerra di Castro. E successivamente degl'altri casi di quella città, e suoi stati sotto li pontefici Urban'ottavo, Innocenzio decimo, Alessandro settimo, Clemente nono, ms. in BAV, Barb. lat., 5060, p. 114, segnalato in Pastor, op. cit., vol. XIII, p. 885.

86. Cfr. A. Nicoletti, Della vita di Urbano VIII, cit., t. IX, in BAV, Barb. lat., 4738, f. 684v.

87. Sulle condizioni del trattato di pace, firmato il 31 marzo 1644 e sulle principali manovre diplomatiche italiane ed europee attorno ad esso, cfr. Demaria, op. cit., pp. 230-232.