Mercanti e lavoranti della lana a Roma alla fine del Settecento.
Conflitti, mobilità sociale e trasformazioni tecniche

di Emanuela Parisi

 «A Roma fanno tutto alla rovescia»1

1. «Antiche Istituzioni» in anni di trasformazione

Attorno alla metà del Settecento il lavoro della lana a Roma faceva capo ad una ventina di botteghe per lo più di modeste dimensioni. A dirigerle erano dei «mercanti matricolati», autorizzati dall'Arte. I mercanti, una volta acquistate le lane, le facevano cardare nelle botteghe e le affidavano poi ai lavoratori a domicilio. Dopo la valcatura, unica fase del processo produttivo meccanizzata, le pezze di lana terminate tornavano nelle botteghe per essere vendute. Si trattava quindi di una manifattura diffusa e le botteghe, più che luoghi di lavoro, erano negozi2.

La lana veniva lavorata anche nei lanifici annessi ad alcune istituzioni di carattere assistenziale e punitivo, in particolar modo al Conservatorio delle Mendicanti, all'Ospizio Apostolico di San Michele e, dal 1775, al Conservatorio Pio3. L'organizzazione del lavoro nei lanifici dei Luoghi Pii non differiva comunque molto da quella delle botteghe private. Fino all'apertura del Conservatorio Pio, l'unica eccezione rilevante da questo punto di vista fu quella del lanificio dell'Ospizio Apostolico di San Michele, la gestione del quale venne comunque affidata a privati per buona parte del Settecento.

A partire dagli ultimi decenni del secolo la struttura dell'industria laniera romana iniziò a modificarsi. Tenteremo di esemplificare la natura di questo mutamento lavorando sul dato quantitativo più completo a disposizione, quello relativo al numero delle botteghe private. Nel 1756 le botteghe dei mercanti matricolati erano 21, nel 1770 20, e nel giugno del 1783 ancora 214. Nel 1796 erano 31, e vi si contavano 180 telai «attivi»: il loro numero, in poco più di dieci anni, era notevolemente aumentato5. Si trattava ancora, per la maggior parte, di piccole botteghe di tipo tradizionale: solo 6 botteghe davano da lavorare a più di dieci tessitori a domicilio. Un dato interessante per quell'anno è, però, quello relativo ai «compagni fabricatori di panni e borgonzoni» Gaeta e Forti: 6 dei loro telai «lavorano nella fabrica». È il primo caso di accentramento del processo produttivo operato da privati di cui siamo a conoscenza per questo periodo.

Nel 1810 il numero dei telai attivi a Roma era più che raddoppiato rispetto al 1796, ma le «fabbriche di drappi» erano solo 346. Lavoravano per le fabbriche pubbliche 88 telai - 30 all'Ospizio Apostolico, 24 al Conservatorio Pio, 24 al Conservatorio delle Mendicanti e 10 all'Orfanotrofio dell'Arciospedale di Santo Spirito -; 18 per due lanifici privati di tipo particolare, quello dei frati in Aracoeli e quello del reclusorio del Tata Giovanni. Gli altri 385 telai erano distribuiti in 28 fabbriche private. Due erano di notevoli dimensioni (quella di Sinibaldi con 50 telai e quella di Costa con 40), 16 avevano da 12 a 25 telai, 6 avevano 10 telai e 4 «piccole» fabbriche avevano dai 6 agli 8 telai.

In un primo momento, quindi, l'aumento della produzione aveva significato l'aumento del numero dei mercanti che tenevano aperta bottega. Almeno fino al 1800 ne era andato aumentando il numero - in quell'anno Vincenzo Colizzi elenca 6 «fabbriche» e 51 «lavorii»7 - poi, in un brevissimo arco di tempo, la natura dell'industria laniera romana si era profondamente modificata. Nel 1810 non c'era più posto per le piccole botteghe a conduzione familiare, il processo di concentrazione era aumentato e i proprietari dei lanifici erano ormai probabilmente estranei al processo produttivo8.

A favorire questo processo contribuirono una serie di provvedimenti di carattere legislativo; si cercò di ostacolare le esportazioni di lana grezza9 e le importazioni di prodotti finiti10, nonché di favorire i mercanti-imprenditori estendendo, in alcuni casi, anche a loro i privilegi goduti dai lanifici dei Luoghi Pii11. Questo tipo di interventi statali e gli uomini dotati del «genio dell'Industria» che seppero sfruttarli convissero, negli ultimi decenni del secolo, con la vecchia struttura corporativa.

Molte delle norme che regolavano il lavoro dei lanari di Roma nel Settecento risalivano al XIV secolo: gli Statuti del 1321, riformati, senza sostanziali modifiche, nel 1528, erano stati riconfermati da Clemente IX ancora nel 166912. Attorno alla metà del secolo, fattasi più forte l'esigenza di ostacolare la pratica dell'Arte a persone estranee al loro ambiente, i Mercanti Lanari avevano elaborato dei nuovi Statuti. La nuova edizione degli Statuti venne approvata da Clemente XIII nel 175813.

Nella prima parte degli Statuti venivano precisati i compiti degli «offiziali» del Nobil Collegio dei Mercanti Lanari - tre «consoli», un «camerlengo», due «revisori» -, e venivano fissate le norme per l'ammissione di nuovi mercanti i quali, prima di ottenere la patente, dovevano essere esaminati dagli «offiziali».

Buona parte dell'esame consisteva in prove pratiche, effettivamente non del tutto pertinenti alla professione di negoziante, e l'esistenza di un certo numero di ricorsi presentati al Camerlengo da parte di candidati respinti induce a credere che gli esaminatori usassero un'ampia discrezionalità nel valutare gli aspiranti mercanti; è vero infatti che «l'esame tecnico, in un piccolo mondo di lavoro come quello romano, dove tutti si conoscevano tra loro ed avevano possibilità di valutarsi a vicenda» era «un espediente, quasi legale, nelle mani delle Università per tenere lontani gli inopportuni postulanti»14.

Solo ai figli maschi dei mercanti matricolati gli Statuti assicuravano la possibilità di tenere aperta bottega. I maggiorenni, alla morte del padre, ne ereditavano automaticamente la matricola; se il padre era ancora vivo, per aprire bottega non dovevano sottoporsi all'esame, ma solo versare dieci scudi di tassa al Collegio. Anche i fratelli minori potevano mettersi in proprio senza sottoporsi all'esame.

Ben due articoli degli Statuti precisavano invece che le donne, «incapaci a sopportare li pesi annessi all'Arte», non potevano succedere al padre o al marito nella gestione delle botteghe. In caso quindi di morte di un mercante matricolato senza eredi maschi, i presidenti, i consoli ed il camerlengo del Collegio avrebbero scelto «una persona esperta» alla quale affidare la direzione dell'esercizio. Se la vedova si risposava perdeva il diritto di tenere aperta la bottega, a meno che il nuovo marito non avesse ottenuto la patente entro sei mesi dalla data del matrimonio: anche in questo caso quindi un ampio potere veniva lasciato agli «offiziali» che avrebbero dovuto concedere la nuova patente. Le medesime restrizioni riguardavano, in caso di matrimonio, le orfane di mercante matricolato.

Le minuziose precisazioni a proposito della possibilità che una donna tenesse aperta bottega sembrano derivare da una situazione contingente15. Negli Statuti si parlava esplicitamente di «quelle che attualmente hanno la bottega aperta»16, e per il 1756 abbiamo il nome di una donna mercante17. Nei decenni che seguirono l'approvazione degli Statuti si mantenne con tutta probabilità una situazione di contrasto tra norme e pratiche reali: nel 1796 vengono menzionate la bottega di Elisabetta Malagriccia e quella di Faustina Pietrucci.

Quello della lana era comunque un ambiente di lavoro caratterizzato da una forte presenza femminile; negli Statuti del 1758 uno dei pochi articoli nuovi rispetto le precedenti edizioni, il LII, riguarda proprio la manodopera femminile:

Niun Mercante quando vanno da lui le Donne, o a prendere da lavorare, o a riportare i lavori già fatti, o per qualunque altro titolo, possino far fare da dette donne Gratis altro che spiluccare, rinacciare e sburrare le coperte, e Panni, e capare le Lane sporche, quando ci fossero, e ciò per un'ora solamente, e non più, altrimenti provandosi coll'attestato giurato di due testimoni, che una Donna sia stata impiegata dal Mercante in lavori diversi dalli sopra descritti, oppure trattenuta in essi più di un'ora, sia tenuto il medesimo Mercante alla pena d'uno scudo per ciascuna volta.

Appare evidente il desiderio di evitare che le donne venissero destinate a fasi della lavorazione diverse da quelle tradizionalmente assegnate loro: la spiluccatura, la capatura, la filatura, la tessitura a domicilio. La manodopera femminile non doveva occupare gli spazi maschili, ma non era, e non veniva considerata, all'occorrenza, incapace di svolgere le mansioni più pesanti; è utile ricordare a questo proposito un esempio di organizzazione del lavoro in un ambiente monosessuato e notare che le «povere donne carcerate di San Michele a Ripa», negli anni Settanta del Settecento, si occupavano perfino della cardatura, operazione tanto faticosa da suscitare le lamentele degli uomini18. Ai lavoranti gli Statuti proibivano di «far panno per uso proprio» senza aver prima ottenuto il permesso dai Consoli del Collegio, di prestare o ricevere in prestito attrezzi da lavoro, di ricevere lana, semilavorati o tessuti «come mercede».

Il capitolo XLVIII stabiliva «che non si possino ricevere [dai mercanti] li lavoranti debbitori partiti dalle Botteghe di altri mercanti», ed il XLIX «che non possino ritenersi, né dare il lavoro alli lavoranti che abbiano commesso furto». Il non completare un lavoro per il quale si era riscossa una paga anticipata o il rubare piccole quantità di lana erano, per gente che viveva ai livelli minimi di sussistenza, espedienti tradizionali per far quadrare il bilancio. Ancora nel 1810 Vincenzo Colizzi osservava che gli operai «dopo che maliziosamente hanno travagliato e ritirato anticipatamente il prezzo della loro manodopera, partono da una fabbrica per passare a un'altra, prima di aver terminato quello per il quale hanno già percepito l'importo», che «le filatrici generalmente rubbano porzioni di lana» e che i tessitori «defraudano di parecchie libbre di lana ogni pezza, riportandole ai loro padroni inumidite e ripiene d'arena per equilibrare il peso a loro consegnato»19. I due articoli non servirono dunque a far perdere alla manodopera l'abitudine ad «arrangiarsi» rubando, e certamente non a quel fine erano stati scritti. Proprio perché si riferivano ad atteggiamenti comuni alla maggior parte dei dipendenti, offrivano ai mercanti uno strumento legittimo per licenziare chiunque e per riaffermare la propria supremazia sugli irrequieti dipendenti che da loro cercavano di emanciparsi. Questi ultimi, infatti, si erano organizzati nell'Università dei Giovani Lavoranti Lanari, con tanto di «offiziali» e di santo protettore20. Più di una volta l'Università tentò, senza riuscirci, di essere riconosciuta come corpo autonomo per permettere ai lavoranti di rendersi indipendenti dagli Statuti del Collegio dei Mercanti.

Una delle testimonianze più importanti di questi sforzi è un «Foglio informativo» del 178921. Con toni aspri venivano criticati molti degli articoli degli Statuti che i mercanti avevano imposto a tutti i membri dell'Arte.

In particolare, al divieto di assumere lavoranti che avevano commesso furto venivano dedicate diverse pagine, per noi molto interessanti:

Che dovrà dirsi poi di quel savio stabilimento [...] se non che questi essere il vero modo di farsi che un ladro domestico divenga in breve un disperato assassino di strada in pregiudizio del pubblico? E perché se uno, forse in extrema necessitate compulsus, commettendo un furto, e dopo aver soddisfatto la pena, ed essere stato assolto dal Principe Sovrano, gli si deve impedire il procacciarsi il vitto per sostentar la vita?

Non si negava che il furto fosse comune tra i lavoranti, e lo si giustificava quasi, in nome dell'«estrema necessità». Rubare qualche libbra di lana non era un comportamento deviante, o era, almeno, un tipo di devianza tollerabile. Il «pregiudizio pel pubblico» iniziava invece quando l'innocuo «ladro domestico», privato della possibilità di lavorare, si trasformava in un «disperato assassino di strada». Alla legge scritta degli Statuti i lavoranti potevano rispondere con il richiamo alla tradizionale immagine del povero, buono quando aveva la possibilità di «procacciarsi il vitto» in maniera onesta - fosse, la maniera onesta, l'avere un lavoro o il beneficiare della carità altrui - e invece socialmente pericoloso se «disperato» e «in strada».

Altri ancora erano, in uno Stato come quello pontificio in cui funzioni religiose e di governo si fondevano nelle stesse istituzioni, i punti di forza dei lavoranti:

Le carceri sono piene di ladri, ed essi pretenderanno di estirparli dal mondo. Gran presunzione, che li Principi gastigano a proporzione li ladri, e poscia li dimettono, né gl'impediscono il potersi procacciare il vitto.

Era una presunzione voler cambiare una società tutto sommato giusta, coi suoi ladruncoli nelle prigioni, capaci di pentirsi e di essere l'oggetto del perdono del Principe. E, soprattutto, di quello di Dio:

Neppure Iddio usa la rigidezza contro chi l'offende come l'usano codesti Mercanti di lana, mentre, ravvedendosi l'offensore, a favore di esso esprimesi nelle Sagre Carte con questi generosissimi termini: 'In quacumque hora Peccator ingemuerit peccata eius non recordabor amplius'. E codesti Padroni Mercanti di Lana la vorranno far più che da Dio? ... a fronte di tanti Statuti compilati e da Collegi e da Università sì varie, il solo Statuto de' Padroni Mercanti di lana si singolarizzerà con un Decreto più da Barbari, che da veri Cristiani?

Il sistema di valori al quale i lavoranti potevano rifarsi era forte e consolidato, e permetteva di contrapporre al senso cristiano del perdono, ai «generosissimi termini» delle Scritture, la rigidezza dell'«odio habebis inimicum tuum» dei mercanti, e di far diventare gli Statuti di una corporazione il terreno di scontro tra «Barbari» e «veri Cattolici Romani».

Il 18 dicembre del 1801 Pio VII, impegnato «in rimuovere tutti gli ostacoli, che si oppongono all'importantissimo oggetto della Industria e delle Manifatture» abolì la maggior parte delle corporazioni artigiane, e con loro quella «folla di disposizioni che costituiscono gli Statuti di dette corporazioni». Anche le poche Arti non soppresse persero significato22. Il provvedimento era stato preso in ritardo rispetto agli altri paesi d'Europa, nei quali, si diceva nell'editto, «già da qualche tempo, con felici conseguenze, si trova abolita l'antica Istituzione dell'Università di Arti e Mestieri». «Antica» e capace di «inceppare in tanti modi il genio dell'industria», quell'istituzione difese fino alla fine gli interessi di coloro che rappresentava.

I Giovani Lavoranti non riuscirono a spezzare la gabbia corporativa e a costituirsi come corpo autonomo; in quegli stessi anni però, come vedremo, esisteva la possibilità per singoli individui di aggirare le rigide leggi con le quali i mercanti tentavano di garantirsi il controllo della mobilità sociale.

2. «Gran gente ci mangia»: la sfortunata carriera di Cipriano Molinari

Alle nove di sera del 24 settembre 1782 i birri fanno irruzione in una casa di Vicolo di San Paolo, al rione Regola. Su istanza del Nobile Collegio dell'Arte della Lana di Roma sono stati muniti di un mandato «de auferanda». Sequestrano e portano alla Depositeria urbana «omnia et singula stiilia aliaque ad usum Artis Lanae» trovati nella casa di Cipriano Molinari23.

Cipriano Molinari è un lavorante. Gli è da poco morto il padre, «di professione lanaro»24 e si è ritrovato con una numerosa famiglia a carico. Senza patente, si è messo a fabbricare panni e borgonzoni in proprio violando in questo modo ben tre articoli degli Statuti dell'Arte25.

Il giorno dopo il sequestro Molinari invia una supplica a Pio VI: «desideroso di lavorare l'Arte della Lana»26, ha già da quattro mesi chiesto di ottenere la patente ma i consoli dell'Arte glielo hanno impedito «dicendo non esser capace di tal lavoro», il che è falso, dato che ha per 14 anni lavorato come «capoccia» in una delle migliori botteghe. I consoli che «per loro capriccio» lo hanno «strapazzato» vanno contro la volontà di Sisto V e Clemente IX, i Papi che hanno stabilito «che quest'Arte si debba accrescere e non diminuire»27. Ora che gli hanno sequestrato «tutti gli ordegni da fare un tal lavoro e tutta la lana con una pezza già tinta ma non asciutta» che è «tutto il capitale di casa del supplicante» si ritrovano, lui, la madre vedova, tre sorelle zitelle e due fratelli piccoli, «tutti in mezzo alla strada» e supplicano la Santità Sua «che voglia ordinare che ci sia ridata la nostra robba ed asieme la desiderata patente». Della supplica di Cipriano Molinari finisce per occuparsi Monsignor Dugnani, l'uditore del Camerlengo. Questi ordina la restituzione della lana e degli attrezzi; inoltre al supplicante viene permesso di ripetere la prova per ottenere la matricola. Di nuovo Molinari non è giudicato in grado di lavorare in proprio; Dugnani stesso, presente all'esame, gli consiglia di rendersi «capace di esercitare l'Arte» e di presentare poi «nuova istanza per fare il nuovo esperimento»; nel frattempo deve però astenersi dal fabbricare panni28.

Nel novembre successivo Molinari chiede di nuovo di poter lavorare in casa sua. Non ha superato l'esame, dice, per colpa dei Consoli «che si ricercarono un esaminatore del partito loro, e concordati asieme fecero capire a Monsignore che il suplicante non era capace». Congiurano i Consoli «perché vogliono esser soli a lavorare nella città di Roma», ma Molinari di nuovo ricorda «che la bolla di Clemente IX dice che si deve quest'Arte accrescere e non diminuire, perché gran gente ci mangia»29.

L'ennesimo richiamo a Clemente IX non deve essere bastato a convincere Monsignor Dugnani. Molinari torna a fare il lavorante per il padron Aspreghini, uno dei suoi esaminatori. Nell'aprile del 1783 il suo nome compare in un elenco di disoccupati.

Negli anni successivi la famiglia Molinari torna a lavorare «nascostamente». Venuto a conoscenza del fatto, alla fine del 1786 il Collegio dei Mercanti Lanari dispone una nuova ispezione. Ancora una volta vengono sequestrati lana ed attrezzi.

Cipriano invia un nuovo memoriale a Pio VI. Contando probabilmente sul fatto che dal 1785 l'uditore del Camerlengo è Monsignor Rusconi, cambia un po' le carte in tavola. Racconta di aver superato, a suo tempo, l'esame - allega la copia, falsa, di una fede giurata degli esaminatori - e di essersi messo a lavorare in attesa della patente. Poi, «per varie disgrazie accadute», ha interrotto per alcuni anni la fabbricazione. Ora che le circostanze gli permetterebbero di riprendere a lavorare sarebbe opportuno che il Camerlengo sollecitasse al Collegio la spedizione della «tanto agognata» patente30.

Monsignor Rusconi non si lascia convincere. Ha ricevuto dei «Fogli di risposta del Collegio dei Mercanti Lanari al Memoriale di Cipriano Molinari»; al documento è allegata la fede giurata degli esaminatori dell'epoca. Anche Monsignor Dugnani, spiegano i mercanti, «restò persuasissimo della di lui incapacità».

Cipriano trova comunque una scappatoia per ottenere la restituzione del materiale sequestrato. Si rivolge con un altro memoriale al marchese Camillo Massimi, uno dei presidenti nobili del Collegio, spiegando che la lana rinvenuta in casa sua appartiene a Vincenzo De Carolis, che è figlio di neofita ed in quanto tale non è soggetto «a pesi e leggi dello Statuto». Tutto va quindi restituito al legittimo proprietario e lui, Cipriano, che per conto del De Carolis lavorava, non deve essere soggetto al pagamento di nessuna penale31. La faccenda finisce davanti al giudice dei Neofiti.

Ritroviamo Molinari nel 1789, quando «con patente d'alabardiere pretende tener aperta bottega».

Gli alabardieri e i bombardieri di Castel Sant'Angelo si occupavano del mantenimento della cappella di Santa Barbara nella chiesa di Santa Maria in Traspontina, nonché della quotidiana celebrazione di una messa. Tanta devozione aveva convinto Clemente XIII a riconfermare nel 1762 «tutti li privilegi conceduti da diversi Sommi Pontefici, e specialmente che siano esenti da qualunque Tassa, Officio, Carica e Peso, che prescrivono i Statuti delle rispettive Arti»32. Alabardieri e bombardieri potevano quindi esercitare un mestiere senza essere soggetti alla legislazione prevista dagli Statuti delle varie Università.

Contro di loro, nel 1789, il Collegio dei Mercanti Lanari intenta causa perché siano obbligati a rispettare gli Statuti: alabardieri e bombardieri infatti non erano soggetti alle visite periodiche dei consoli dell'Arte e potevano quindi così lavorare «lane infette e di Matarazzi per lo più scartate dagli ospedali». Secondo i mercanti, la cattiva qualità delle lane permetteva comunque loro di «esitare la mercanzia a bassissimo prezzo», il che, oltre al causare pregiudizio alla salute degli «avventori», che rischiavano di contrarre la tisi, lasciava ai mercanti «pieni li Magazzeni e fondachi di dette merci, con un rimarchevole sbilancio del commercio e della loro economia». Alabardieri e bombardieri si difendono dalle accuse sposando la causa del libero commercio:

queste università e loro rispettivi statuti, anziché utili al commercio e confacenti al bene pubblico sono ben spesso l'impaccio al traffico generale, di ritegno all'industria dell'uomo e molto frequentemente prestano mano ai tanti riprovati monopoli33.

Su sei persone che tenevano aperta bottega «con patente d'alabardiere», quattro si sottoporranno comunque all'esame ottenendo la matricola34. Cipriano Molinari non ci riesce neppure questa volta. Nel 1796 il suo nome non è tra quelli dei padroni di bottega.

Non sappiamo cosa avverrà di lui; è comunque ragionevole credere che finisca per nascondersi, egli stesso o parte della sua famiglia, dietro ad una Teresa Molinari che nel 1796 risulta tessere a domicilio per conto di tre padroni di bottega.

Le sfortunate acrobazie di Cipriano Molinari possono far capire molto della «vita da lanari» nella Roma di fine Settecento. Un cardo, un filarello e un telaio «toglievano dalla strada» sette persone: erano cioè il discrimine tra il vivere a livelli di sussistenza e la povertà congiunturale. Lo sapeva probabilmente anche quel Monsignor Dugnani che si era incomodato al punto da assistere di persona all'esame di un povero lanaro.

Gli stratagemmi adottati dal Molinari per aggirare gli Statuti aiutano a capire quanto quel sistema normativo «prestasse mano» - come sostenevano gli alabardieri - ai «tanto riprovati monopoli» e quanto fossero «di impaccio al traffico generale»; la «libertà di commercio» che Molinari invocava va però intesa come libertà di sfamare sé e la sua famiglia mandando avanti alla meno peggio una piccola bottega di tipo tradizionale. Altri erano, in quegli anni, gli uomini che tentavano di rompere il monopolio dei mercanti in nome della «libertà di arricchirsi» e altri erano gli elementi innovativi che stavano iniziando a modificare la realtà dell'economia romana. Quali fossero, ci sembra possa essere ben esemplificato dal caso dei «pamparampazzi».

3. Il caso dei pamparampazzi

A partire dal 1782 e per tutto il decennio seguente i rapporti tra il Collegio dei Mercanti Lanari e l'Università dei Giovani Lavoranti Lanari di Roma furono inaspriti soprattutto da una controversia relativa alla presenza in città di alcuni cardalana del Regno di Napoli che usavano un cardo - detto «pamparampazzo» - diverso dal tradizionale «cardo piccolo» romano.

Il cardo pamparampazzo, che i romani non sapevano usare, permetteva di dimezzare il tempo di lavorazione della lana, la qualità della quale però - a detta dei lavoranti - risultava essere scadente. I mercanti trovavano comunque conveniente affidare la maggior parte della lana grezza a loro disposizione ai napoletani. Molti romani disoccupati chiesero ripetutamente l'espulsione dei «regnicoli» o perlomeno la proibizione dell'uso del cardo pamparampazzo.

Un primo provvedimento in merito venne preso nel giugno del 1783 dall'uditore del Camerlengo, ancora Monsignor Dugnani. Questi, preoccupato probabilmente del fatto che i giovani romani si recavano quotidianamente «in unione a sorprendere e a fare degli schiamazzi al Pontefice», ordinò la riassunzione di 36 di loro, permettendo comunque ai mercanti di continuare a far lavorare solo 17 forestieri coi loro cardi pamparampazzi.

Negli anni seguenti vennero introdotti a Roma altri pamparampazzi e la disputa si inasprì; il nuovo uditore del Camerlengo, Monsignor Rusconi nel 1789, quando il numero dei pamparampazzi al lavoro era arrivato a 36, operò un nuovo controllo sui licenziamenti, suscitando le proteste dei mercanti. Rusconi tornò ad occuparsi della faccenda nel 1792, dopo una nuova supplica dei lavoranti nella quale si affermava che i romani licenziati erano 51 e i pamparampazzi al lavoro 79. In dieci anni il loro numero era più che quadruplicato.

Attorno al 20 aprile ci fu un primo incontro tra l'uditore, il marchese Camillo Massimi ed uno dei consoli dell'Arte. Dopo l'incontro alcuni lavoranti si presentarono in casa di Rusconi protestando perché il console consultato era proprio «quello che è contrario ai medesimi giovani». Venne organizzata una nuova riunione per il 29 aprile. Tutte le parti interessate - compreso questa volta anche il Cavalier Ramett, «regio incaricato degli affari di Sua Maestà il Re delle Due Sicilie» - produssero nuova documentazione.

L'ultima supplica al Pontefice da parte dei lavoranti di cui si abbia notizia è dei primi mesi del 1793; il 21 giugno di quell'anno anche i mercanti presentano un memoriale.

In luglio i lavoranti citarono infine in giudizio tutti i mercanti che, dal giugno 1783, avevano messo al lavoro altri pamparampazzi oltre ai diciassette concessi da Dugnani, e chiesero al tribunale dell'Auditor Camerae che venissero multati. Il 31 luglio un decreto di monsignor Rusconi diede loro ragione. Nell'agosto successivo i mercanti tentarono, inutilmente, di appellarsi al decreto.

La lettura delle suppliche e delle repliche fatte pervenire al cardinale camerlengo dal Collegio dei Mercanti Lanari e dall'Università dei Giovani Lavoranti, oltre ad offrire indicazioni sulla vita dei lanari di Roma più puntuali rispetto alle generiche notizie di cui disponiamo a tutt'oggi, permette anche di riflettere sulla mentalità di mercanti e lavoranti, interessati, i primi, a difendere il loro diritto di assumere chi più conveniva, in un'ottica apparente di moderna e libera imprenditorialità, mentre gli altri sostengono una concezione tradizionale del lavoro inteso come forma di assistenza, rimedio al vagabondaggio alla mendicità, alla «caduta in criminosi eccessi». E le decisioni prese dal governo permettono di constatare la sintonia della cultura economica e del modello della politica pontificia con questa seconda posizione, ma senza che da ciò possa dedursi una necessaria immobilità della situazione sociale ed economica romana35.

4. Lavoranti e mercanti tra «calunnie e contumelie»

Nelle loro prima supplica del 1782 i lavoranti spiegavano che i «regnicoli» usavano «un cardo doppiamente maggiore del cardo romano» capace di rendere, «sebbene imperfetto, più che duplicato lavoro». I lavoratori stranieri potevano quindi cardare velocemente la maggior parte della lana disponibile. Così, al principio dell'inverno, restava «disimpiegata» la maggior parte dei giovani romani. Disoccupazione significava sofferenza per i poveri, quei poveri dei quali per secoli avevano voluto prendersi cura «vari Sommi Pontefici», e significava, peggio ancora, disordine sociale:

per detta introduzione di lavoratori e di cardo che chiamano pamparampazzo [...] patiscono tante povere famiglie, per il che moltissimi indotti per la fame alla disperazione [sono] caduti in criminosi eccessi, per i quali hanno dovuto provare i rigori della giustizia36.

La presenza a Roma dei «regnicoli pamparampazzi» veniva comunque a peggiorare una situazione già di per sé grave: nella supplica a Pio VI i lavoranti romani rinnovavano le proteste per le condizioni di lavoro imposte loro dagli Statuti dell'Arte. Si lamentavano di non essere neppure in grado di «ingegnarsi» a lavorare nelle proprie case perché veniva loro vietato dagli Statuti «dei quali altro non osservasi che quello che è di danno ai lavoranti ed in utile di detti padroni».

A differenza della tessitura e della filatura, la cardatura della lana era infatti permessa solo nelle botteghe dei mercanti matricolati, e la «ritenzione abusiva» di cardi di ferro era punita con una multa di 10 scudi. Teoricamente, visto che le botteghe dei mercanti erano sottoposte a regolari ispezioni da parte dei consoli dell'Arte, il divieto mirava ad impedire la lavorazione di lane vecchie; in realtà serviva ai mercanti sia ad evitare furti nella prima fase della lavorazione, sia ad impedire che i lavoranti si mettessero in proprio37. La proibizione di lavorare in casa propria non sembra toccasse invece i «regnicoli» che, secondo i lavoranti, cardavano di notte, a porte chiuse,

qualunque sorte di lana, ancorché di matarazzi avanzati a tisici, leprosi, rognosi, ed altri communicabili malori, che gli hanno levata la vita, della quale lana li Giudei hanno pieni i magazzini in Ghetto38.

Anche se i pamparampazzi avessero lavorato «nelle sole ore concesse ai romani» la situazione non sarebbe migliorata di molto perché, «facendo un lavoro più del doppio colli grandi loro cardi», i «regnicoli» avrebbero fatto restare i mercanti senza lana per una buona metà dell'anno. Una volta esaurita la lana da cardare, se ne sarebbero andati ai loro paesi «colla borsa piena»; sarebbero poi tornati «in tempo proprio da lavorare». I romani sarebbero rimasti per sei mesi «oziosi e senza pane»39.

In una lettera (senza data ma presumibilmente di poco anteriore al maggio 1783) i tredici deputati membri della congregazione segreta dell'Università de' Lavoranti Lanari Romani si dicevano sicuri del fatto che i mercanti, una volta interpellati,

si difenderanno more Hebreorum con calunnie e contumelie contro i suddetti miseri lavoranti a segno che comparir faranno a Vostra Signoria Illustrissima (che non ha mai esercitato l'arte della lana) tutti gli affari della medesima e la qualità de' lavoranti diversamente da quelli che sono.

La replica del Collegio dei Mercanti Lanari alla supplica dei lavoranti è un promemoria inviato al Cardinale Rezzonico nell'aprile del 1783; le capacità dei lavoratori stranieri venivano esaltate, dei lavoratori romani erano elencati i vizi, i cardi pamparampazzi venivano appena menzionati40.

Dal memoriale dei mercanti si può partire per tentare di tracciare un quadro delle condizioni di vita dei lanari romani.

Era naturale che ad aprile ci fossero molti lavoranti disoccupati. Spiegavano i mercanti al Cardinale Rezzonico:

natura dell'arte medesima accade in ciascun anno, che cessata l'affluenza dei lavori e compiuti li necessari assortimenti de' respettivi negozi, vengano li lavori medesimi a diminuirsi e ciò succede da Natale a tutto il mese di maggio circa. Da questo principio è anche in ogn'anno provvenuto che i mercanti lanari han dovuto licenziare alcuni de' lavoranti.

Nel memoriale - e in tutti i documenti che i mercanti produssero negli anni seguenti - è frequente il richiamo alla «natura dell'arte», ai «naturali» - e quindi immutabili - meccanismi che regolano «li lavori». Ogni anno alcuni dei lavoranti venivano licenziati, e lo «stare a spasso», naturale nel loro mestiere, era una condizione che essi erano abituati a sopportare; i mercanti lasciavano dunque capire che non era stata l'assunzione dei lavoratori stranieri a determinare i licenziamenti e che ad esasperare i lavoranti era stata piuttosto la grave situazione economica: «le critiche circostanze delle comuni miserie di quest'anno han resi meno pazienti li giovani a soffrire, ciò che nelle passate stagioni erano usi a tollerare».

Le «miserie» di quell'anno erano «comuni» a tutti i romani41. Per quello che riguardava in particolare l'industria laniera, i mercanti si lamentavano per la eccezionale penuria di lane, e i lavoranti, come abbiamo visto, per la presenza dei «regnicoli» coi loro cardi pamparampazzi; nella dichiarazione di «valcatori, tintori, cimatori e soppresciatori, per verità richiesti»42 si legge invece che il gran numero di licenziamenti era dovuto al «ritrovarsi quasi tutti li mercanti ripieni di mercanzie invendute».

Quali che fossero per i lanari le «critiche circostanze» della prima vera del 1783, era normale che da novembre a maggio molti lavoranti fossero disoccupati; «usi a tollerare» questo stato di cose, alcuni si adattavano a cambiare mestiere. Tra i 26 lavoranti «mandati via giusta causa»43 ci sono un valcatore ed un pescatore, ed in un nota del 24 giugno 1789 si legge che, su 19 licenziati, 5 sono tessitori o sensali, e 5 hanno un'altra occupazione estranea alla lavorazione della lana (sono ad esempio muratori), senza contare Vincenzo Vittorio che «da Pasqua fino ad agosto suole fare il sensale di lana ed altro» ed «ha fatto per tre anni anche l'oste»; un Venanzio N. è detto «l'albergatore»44.

Per quelli che avevano un solo mestiere non poter cardare la lana significava «mendicare il necessario vitto alla giornata», oppure far prostituire le donne della famiglia, o, ancora, «cadere in criminosi eccessi».

Nella primavera del 1783 il Collegio dei Mercanti Lanari, per meglio motivare la presenza dei pamparampazzi a Roma, presentò una serie di accuse nei confronti dei lavoranti. A queste accuse l'Università dei Giovani Lavoranti replicò con una «Risposta alli pretesi delitti dei lavoranti lanari romani».

Secondo i mercanti, uno dei segni del «pessimo procedere» dei lavoranti era l'abitudine di «partire all'impensata» dalle botteghe «dove solevano frequentare il quotidiano loro cottimo» per andare a lavorare «in bottega di un altro mercante»; i lavoranti replicavano che di questo «supposto delitto» andavano accusati i mercanti i quali, «ricercando per la propria bottega li lavoranti di altre» li attiravano con l'offerta di «contante». In ogni caso cambiare padrone non era una scorrettezza:

Né [...] la mutazione può valutarsi per ingiustizia al primo padrone perché niun lavorante sta a garzone né a mese né a giornata colli mercanti, bensì a cottimo e a raguaglio di quanto lavori è sempre con falcidiata mercede.

I lavoranti sostenevano dunque di avere diritto ad abbandonare il lavoro ed a scegliersi un nuovo padrone proprio perché lavoravano a cottimo, senza essere legati ad orari, e perché venivano pagati con «falcidiata mercede». Per fare «affezionati e perpetui» i lavoranti romani

basta che senza la diabolica falcidia, ma a norma dei prezzi tassati nello stesso statuto del Collegio siano pagati li lavoranti dai mercanti, né meno gli facciano angherie col dargli appositamente poco lavoro, e lana inferiore da scardare.

Una «calunniosa impostura» era anche il dipingere i lavoranti «per gente vile, litigiosa, dedita ai vizi e al vino nelle bettole, dove lungamente si perdono, essendo nemici della fatica». Frequentare le bettole, sostenevano invece i lavoranti, era non vizio, ma necessità de' lavoranti romani che colle loro famiglie bevendo l'acqua, per refocillarsi lo stommaco infetto dal pessimo oglio nella lana che scardano ricorrono alla bettola per un bicchiere di vino, come consigliavasi dall'apostolo il suo Timoteo45.

Anche i mercanti «censori»

prima di farsi ricchi, frequentavano nello stesso modo le bettole, ma in oggi con scandalosa intemperanza frequentano le Ostarie più famose, dove pure volevano tirare il capo de' lavoranti46 , ma inutilmente, nonostante che nelle loro case abbondano di tutto.

Ad essere «infetti» dal vizio del vino erano quindi i mercanti. In tutte le suppliche presentate i lavoranti indicavano nell'avidità il fattore determinante per il comportamento dei mercanti che davano lavoro ai pamparampazzi: «non satolli dell'agiata lor vita, e commodo, hanno fra essi concordato un monopolio che in avvenire gli rechi sicuro guadagno doppiamente maggiore degli anni decorsi».

La colpa dei mercanti era il non contentarsi, e veniva raccontata con parole che facevano continuo riferimento al cibo: «non satolli», «non sazi», «sitibondi»47; chi lavorava per procurarsi il pane, per sfamare le famiglie, non capiva perché, quando un guadagno c'è, si possa volerlo raddoppiare48. Era, la colpa dei mercanti, proprio quella di volersi arricchire più del necessario, desiderio estraneo alla comune matrice culturale: essi accusavano i lavoranti di essere «gente vile», ma non dovevano scordarsi che «ponendosi in vista la loro persona, alcuni per il padre e altri per l'avo riconosceranno se non peggiore, almeno eguale destino de' Natali, non dirò di vassallo, ma tutti di poveri lavoranti».

Più di una volta ricorre l'accusa di essersi «scordati dei propri natali, chi in Ghetto e chi in estrema povertà». I padroni di bottega erano «quasi tutti figli o nipoti di lavoranti lanari» ed il loro modo di comportarsi era un tradimento. E poteva causare uno squilibrio, e uno squilibrio è una rottura dell'ordine e può generare altri squilibri: «lugubre conseguenza di detto monopolio sarà una sedizione popolare, o per lo meno una privata interruzione di pace regolarmente sempre funesta»49.

Torniamo alle altre «calunnie» elencate nella «Risposta alli pretesi delitti dei lavoranti romani»: era calunnia accusare i lavoranti di furto, era calunnia sostenere che non avevano voglia di lavorare, e infine «provata» era anche «l'altra loro calunnia dell'incapacità de lavoranti romani, per la sola opera de quali in oggi si vende il panno romanesco non come prima a scudi 2 la canna ma a 12 scudi la canna».

Capaci, a differenza dei pamparampazzi, di lavorare un prodotto di qualità, i lavoranti romani si dicevano capaci di «bastare» ai lanifici della città, dato che si ritrovavano «in tanta copia», senza contare poi «quelli orfani romani, che sempre produce l'Ospizio Apostolico». Molti dei lavoranti infatti venivano dal San Michele ed erano stati «in quell'insigne lanificio ammaestrati»; nelle loro prime suppliche ricordavano spesso che all'Ospizio Apostolico si imparava a lavorare col «cardo piccolo» romano. Permettere la permanenza a Roma dei lavoratori stranieri e l'uso dei loro cardi avrebbe quindi significato vedere «i romani con gli orfani dell'Ospizio Apostolico succesivamente dimessi tutti accattonando, il popolo di Roma pieno di vagabondi e di viziosi, fraudate e perdute le tante sollecitudini di ogni nostro sovrano».

Una delle «calunnie» alle quali i lavoranti replicano debolmente è quella di essere gente «litigiosa».

L'«usar roganza» è una caratteristica che i mercanti spesso attribuivano ai loro dipendenti e che poteva giustificare il licenziamento: nell'aprile del 1783 Vincenzo Vittorio viene licenziato «per parole ingiuriose» rivolte al datore di lavoro, ed anche Giovanni Fiori perde il posto perché «è bravo lavorante, ma volubile».

«Roganza» era, secondo i mercanti, anche voler cambiare lavoro. Il 10 aprile del 1783 Giuliano de' Rossi dichiarava di aver parlato con Cipriano e Paolo Molinari «acciò fossero venuti a lavorare nel mio negozio [...] tutti e due si dichiararono di voler venire a fare i lavori fini e non altrimenti».

Una richiesta del genere non può che stupire: «restai sorpreso a tal richiesta ed inmediatamente gli risposi che se venivano per far tumulto nel mio negozio non si fossero incomodati, se poi si contentavano di lavorare come tutti gli altri venissero pure».

La dichiarazione giurata del padron De Rossi merita una particolare attenzione, sia perché si riferisce al già menzionato Cipriano Molinari, sia perché vi ricompare l'accusa, come abbiamo visto spesso rivolta dai lavoranti ai padroni, di «non volersi contentare».

In realtà tra il livello di vita di alcuni mercanti matricolati e quello dei lavoranti non dovevano esserci le grandi differenze che i memoriali dei giovani cardalana lascerebbero credere. Le piccole botteghe a conduzione familiare, uno o due lavoranti, un paio di telai, erano la norma, e non avevano mai turbato un granché i pur precari equilibri del mondo dei lanari di Roma. La vera novità erano, più che i pamparampazzi, i mercanti che ai pamparampazzi davano da lavorare: ricchi, intraprendenti, nella maggior parte dei casi erano figli di persone che non avevano mai lavorato la lana.

5. «Uomini di qualunque genere che hanno denari»: i nuovi mercanti

Fare il lanaro non è un'Arte di industria, il lanaro non fila, non tesse, e niun lavoro colle sue mani opera, ma il tutto è operato da lavoranti, il lanaro è un negoziante, è sufficente che abbia denari da applicare e subito diviene lanaro, ed infatti la S.M. di Clemente IX invitò al lanificio non il Filatore, non il Valcatore, non lo Scardatore e non il tessitore, quali lavorano la lana e compongono i panni, ma al lanificio invitò uomini di qualunque genere che hanno denari, e volendovi invitare la nobiltà ancora lo eresse in Nobile Collegio.

Questo scrivevano, ancora negli anni Ottanta del secolo, i vaccinari che volevano aprire bottega di lanaro, cioè di mercante lanaro. Si sentivano perfettamente in grado di farlo perché, «il padron lanaro», a parte il capitale, «non ha altra virtù che di conoscere se i panni sono lavorati a perfezione», anche se nella sua vita «non ha mai filato, scardato e tessuto»50.

In effetti Clemente IX nel 1669 aveva concesso a chi si occupava della manifattura laniera una serie di privilegi proprio per «dare a tutti maggior animo di impiegare se, i loro denari e lor facoltà in detta nobil arte». Un secolo più tardi tali disposizioni vengono citate spesso proprio perché vi si parla di «impiego di denari o altro», e vi si richiamano gli uomini che vogliono essere liberi di commerciare indipendentemente dagli Statuti.

Il caso dei vaccinari è emblematico: condannati ad esercitare il loro mestiere per tutta la vita51, i vaccinari dovevano acquistare dai macellai le pelli degli agnelli macellati, lavorarne le lane e rivenderle ai mercanti lanari, il tutto al «prezzo di piazza» stabilito dal Presidente della Grascia52. Già nel 1741 un vaccinaro, non avendo trovato compratori per le sue «mezze lane» aveva deciso di lavorarle in proprio, riuscendo perfino ad ottenere, dopo una lite col Collegio dei Mercanti, la patente di lanaro. Dopo di lui altri tre intraprendenti vaccinari, prendendosela con i mercanti che volevano «restringere il libero commercio delle lane», erano riusciti a fare lo stesso, e nel 1760 le loro quattro botteghe davano lavoro a circa 500 persone. Il Collegio dei Mercanti Lanari tentò in tutti i modi di ostacolare la loro attività; perse diverse cause, riuscì ad esempio a far bruciare pubblicamente le lane di Baldassarre de Cupis, adducendo come pretesto il fatto che «aveva contravvenuto allo statuto col lavorio di lane cattive»53.

Fu tutto inutile: nel 1783 gli Aspreghini, Baldassarre de Cupis, Giovan Battista Molinari, vaccinari o figli di vaccinari, sono tra i più importanti padroni di bottega54. E padrone di bottega che assume con disinvoltura pamparampazzi è anche Tommaso Grattarola, un ex oste. Contro questi uomini, odiati dai «vecchi» mercanti, anche i lavoranti romani erano durissimi. Scrivevano, ad esempio, che «nemo debet ponere falcem in messem alienam»55, e sostenevano che i vaccinari, i «giupponari», gli osti che intraprendevano la carriera di mercante lanaro toglievano loro ogni speranza di riuscire, in futuro, ad aprire bottega per proprio conto. Ad aprire bottega in quegli anni non erano però soltanto gli «estranei», ma anche gli stranieri. Sette dei tredici che ottennero la matricola dal 1783 al 1793 non erano romani. Di due di loro val la pena di raccontare la storia.

Pasquale Ludovisi nasce a Cerreto, nel Regno di Napoli, e, molto giovane, viene a lavorare a Roma. Con una romana si sposa, fa il lavorante per quattordici anni, per Filippo del Re e per Ludovico Aspreghini. Decide di mettersi in proprio, riesce ad ottenere la «dovuta licenza» per aprire bottega nel 1788, dopo essere ricorso con una supplica al Camerlengo per superare l'opposizione dei consoli dell'Arte. Nel 1792, pur dando lavoro a due pamparampazzi, firma con altri 14 padroni patentati una dichiarazione nella quale si afferma «essere li lavoranti regnicoli insufficenti e pregiudizievoli al lavoro della lana». Per lui, ex «lavorante regnicolo», nel 1796 lavorano 11 telai, ed attorno al 1820 la sua è una vera e propria fabbrica, con tanto di bottega di cimeria.

Anche Vincenzo Gaeta viene «da Regno». Lavora a lungo per Gennaro Sabbatini, modesto padrone di bottega. Si mette in proprio nel 1790, a 44 anni, ed assume subito pamparampazzi: nel 1792 sono in 7 a lavorare per lui. Poco dopo si associa con Bartolomeo Forti, il figlio di Sabbatini, e nel 1796 i due sono «compagni fabricatori di drappi di lana» nei pressi di San Pietro in Montorio, unici privati ad avere sei telai che lavorano nella fabbrica.

Nel 1810 Gaeta e Forti sono tra i più importanti fabbricatori di panni citati dal Colizzi, ed hanno imparato a diversificare gli investimenti, divenendo, ad esempio, proprietari di tre delle diciassette mole da grano che esistevano a Roma in quegli anni56.

La carriera di Vincenzo Gaeta è stata certamente facilitata dal fatto che ha sposato, quando era ancora lavorante, Maddalena Forti, probabilmente la figlia del padrone, la sorella del suo futuro socio in affari57. L'arrivo di lavoranti dall'Italia meridionale non era una novità. Il tessuto sociale era abbastanza elastico da offrire a chi, come Vincenzo Gaeta, sapeva coglierle, buone opportunità di integrazione e di mobilità sociale.

Nel caso dei pamparampazzi è probabile che ad aggravare la situazione abbia contribuito il fatto che arrivarono in tanti e tutti insieme, e, soprattutto, portando sulle spalle il loro cardo lungo, cioè uno strumento tecnico innovativo.

6. «Ogni città ha gran forestieri che vi travagliano»: i pamparampazzi, uomini e «ordegni»

Il 23 Aprile 1792 il cavalier Ramett, «regio incaricato degli affari di S. M. il Re delle due Sicilie a Roma», scrive a monsignor Rusconi, uditore del Camerlengo, in merito alla questione che vede coinvolti alcuni «sudditi di S. M. Siciliana che da molti anni fanno qui il mestiere di scardalana» che «ritrovansi [nel] timore, di essere interrotti i loro lavori, e forse scacciati dalla città, per cagion di un ricorso che si suppone umiliato al S.to Padre da persone torbide e sfaccendate, contro questi poveri lavoranti».

Ramett ricorda a Monsignor Rusconi che i padroni lanari si sono rivolti a lui perché interceda a favore dei pamparampazzi «dì quali, per l'esperienza de' lunghi anni se ne dichiarano contentissimi, e credono molto pregiudicati i loro interessi e i loro lavoratoj se venissero i buoni lavoranti a mancare».

Il Ramett rimette a monsignor Rusconi anche la memoria inviatagli da 25 scardalana che, preoccupati «di dover partire da questa città», invitano a riflettere che

se dai padroni lanifici vengono gli oratori accolti e tenuti più volentieri a travagliare è segno evidente che son galantuomini ed hanno più fantasia di lavorare di questi di Roma. Si deve fare anche un'altra seria riflessione, se si dovessero mandare via, scacciare dalle rispettive città del mondo tutti quei forastieri che onestamente si industriano a procacciarsi co' loro ministeri il vivere, bisognerebbe quasi spostar le medesime perché ogni città ha gran forestieri che vi travagliano anche con utilità delle medesime.

«Poveri lavoranti» secondo il Ramett, i pamparampazzi si dicono «galantuomini» pieni di «fantasia di lavorare». Il loro esilio sarebbe ingiusto proprio perché sono gente che onestamente «si industria» per «procacciarsi il vivere». Sono invece i vagabondi che devono essere cacciati dalle città:

Se gli oranti fossero gente sospetta, vagabondi, e che potessero arrecare qualche pregiudizio allo stato sarebbe giusto il loro esilio.

E poi i veri giovani romani che ritrovansi a spasso non arrivano al numero di 9 o 10, e hanno questi fatto apparire un gran numero perché si sono uniti con altri vagabondi forastieri.

La supplica inviata a Ramett è l'unica, in dieci anni di carteggio sui pamparampazzi, nella quale a parlare sono i «regnicoli» in prima persona. A raccontarli, infatti, sono quasi sempre gli altri.

Di loro i lavoranti dicevano cose terribili: i «lavoranti montagnoli di Regno» venuti a Roma «a piedi nudi», venivano usati dai mercanti per «spogliare Roma del proprio contante»58; costantemente assimilati agli ebrei e agli zingari, nel quadro di una tradizionale ostilità nei confronti dei forestieri, i pamparampazzi non erano lavoranti esperti, anzi:

solevano costoro, e sogliono ancora, con il loro pamparampazzo in spalla, a guisa di zingari, girare di paese in paese, a lavorare le poche lane, che i contadini trovansi per loro uso, al che non richiedesi un'esattezza conforme [a quella che] ne' lavori di pannine richiedesi.

Proprio perché inesperti erano in grado di danneggiare la perfezione della produzione di panni romana.

I mercanti offrivano un quadro della situazione del tutto diverso: la presenza a Roma dei lavoranti stranieri «ha prodotto e produce molti salutari effetti e per il ben pubblico e per quelli mercanti che li ritengono e per li giovani romani». Il «bene pubblico» traeva vantaggio dal fatto che «molto di perfezione e di credito hanno acquistato le manifatture mercé il lavoro de' forestieri», inoltre molti romani «animati dall'emulazione si sono adattati a lavorar col medesimo cardo e sono più attenti e vigilanti al lavoro»59.

I pamparampazzi, gli uomini che prendevano il nome dagli attrezzi coi quali lavoravano, forse non erano importanti perché capaci di dare «perfezione e credito» alla manifattura romana. Erano arrivati a Roma probabilmente perché l'industria laniera nei paesi d'origine non era più in grado di assorbire tutta la manodopera locale60. Costretti ad emigrare, si erano portati anche i loro poveri attrezzi, i cardi lunghi. Quelli sembrano davvero essere la materia del contendere. Dei cardi pamparampazzi, infatti, i mercanti non parlavano mai.

7. «Poveri giornalieri che questionano per la propria sussistenza»: le ragioni di Monsignor Rusconi

I cardi lunghi - fossero o no adatti alla lavorazione dei «panni fini» - e la maggiore disponibilità di manodopera diminuivano notevolmente i costi di produzione; le persone che dovevano decidere in merito alla questione si rendevano comunque conto dei costi sociali dell'introduzione dei pamparampazzi a Roma. Nelle loro suppliche mercanti e lavoranti facevano leva su concezioni del lavoro e della vita associata che potevano non essere loro proprie, ma che certamente erano parte del patrimonio culturale dei loro interlocutori. I lavoranti erano poveri e, in quanto tali, pensavano di avere diritto ad una particolare protezione. L'industria laniera era nata come rimedio alla mendicità, e il modello «assistenziale» veniva proposto dai lavoranti non solo per i lanifici dei Luoghi Pii ma anche per le botteghe private:

Il Sommo Pontefice Sisto V ristabilì l'arte della Lana in Roma per solo beneficio delle povere, oneste ed oziose persone della città [...] impiegando cospicua somma del proprio erario per detto effetto e dando ai mercanti moltissimi privilegi acciò eseguissero la sua santa intenzione.

Dovevano quindi, i mercanti, «eseguire la santa intenzione» dei Papi, e non comportarsi come operatori economici spregiudicati; i privilegi concessi a chi apriva bottega e le attenzioni portate alle manifatture dei Luoghi Pii andavano letti, secondo i lavoranti, come segni diversi di una stessa sollecitudine morale e pedagogica verso i «poveri oziosi», sollecitudine che era, a distanza di secoli, ancora presente: «il nostro supremo monarca e Pontefice Sommo Pio VI gloriosamente regnante ha tenuto la stessa norma nell'erezione del famoso lanificio in San Pietro in Montorio»61.

I mercanti, dal canto loro, nel memoriale dell'agosto 1793, presentato per appellarsi all'ultimo decreto di Rusconi, dopo essersi lamentati di essere «da padroni diventati sciavi de' loro garzoni», spiegavano che, col suo decreto del 1783, Monsignor Dugnani aveva soprattutto usato «i più prudenziali mezzi» per «sedare il tumulto eccitato da detti giovani». Cercare di mantenere l'ordine pubblico, secondo i mercanti, era stata per Dugnani una scelta obbligata, ma il fatto che Monsignor Rusconi volesse ora, a dieci anni da quel decreto, permettere l'uso di altri cardi pamparampazzi solo a chi poteva dimostrare di avere a disposizione un'elevata quantità di lana grezza, era certamente una «irragionevolezza». Infatti, sostenevano i mercanti,

non c'è bisogno di decreti per insegnare a qualunque mercante ed Artista di mettere in opera con giusta proporzione maggior quantità di ordegni crescendo la quantità della manifattura. È certamente una irragionevolezza il supporre necessari questi cardi e volerne poi dettagliare e proporzionare il quantitativo sulla quantità della lana; non sa comprendersi perché siasi voluto ingiungere un legame di simil sorte alli mercanti lanari, che porterebbe seco un seminario di irrequietezza e di agitazioni, quando la natura medesima della cosa deve procedere da sé.

Alle agitazioni si contrappone la ragionevolezza delle leggi di natura: per i mercanti «la cosa deve procedere da sé», «la cosa» essendo anche l'assumere o il licenziare chi si voglia. È dal 1783 che i mercanti insistono sul fatto che non può essere loro proibito «ritenere qualche giovin forestiere» per via di «quella natural libertà, che ognuno a suo talento può usare di prevalersi di quei soggetti che più le aggrada e che a sé e ai suoi interessi riconosca più profittevoli».

Al diritto dei poveri di cui i lavoranti si facevano forti i mercanti contrapponevano il diritto alle «profittevoli scelte».

I loro argomenti colpirono il Cardinale Rezzonico, camerlengo. Questi, letto il ricorso presentato dai mercanti, scrisse a Rusconi suggerendo di «farne parola al Papa, e così sistemare un tale interesse». Rusconi si rifiutò di «incomodar la Santità Sua col riferirgli quel che già sa».

Spiegava Rusconi nella, sua risposta al Rezzonico, che, dopo aver tentato invano di «comporre» la controversia, era stato «obbligato a decidere» chi appoggiare. E,

trattandosi di poveri giornalieri, che questionano per la propria sussistenza, e riflettendo, che da Sisto V sin al presente Roma ha lavorato sempre col cardo alla milanese, cioè corto, per un'epoca di oltre 200 anni par che sia molto più giusto che non si ecceda per ora il numero prescritto con cognizione di causa da Mons. Dugnani essendo molto più certa l'utilità, e buon lavoro nell'Arte col cardo solito, il quale assicura inoltre una più probabile sussistenza in tutto l'anno de' cardalana romani.

Le aspettative dei lavoranti non erano state disattese. L'ordine pubblico e la sussistenza dei poveri erano ancora, nello Stato pontificio, più importanti dell'aumento della produzione. Tra le proteste dei mercanti però, Monsignor Rusconi «per nulla interloquì» sui cardi pamparampazzi usati nei lanifici dei Luoghi Pii. Il loro uso in quelle istituzioni si era diffuso tanto che Pietro Fabiani, «soprintendente e capo direttore» della bottega di cardalana della fabbrica dell'Ospizio Apostolico di San Michele era riuscito perfino a migliorarne le prestazioni «col connettere altresì le tavole in tal guisa che non traspiri luce in nessun modo tra l'una e l'altra, e circondarli di corregioli in modo che restino commodi e lavorino tutti i dentini». Con un avviso a stampa, invitava chiunque intendesse «approfittarsi di un tale ordegno tanto utile» a venirne a vedere «l'esperienza, ovvero le prove che il medesimo si esibisce di fare» in San Michele.

Monsignor Rusconi aveva negato ai mercanti il diritto di assumere o licenziare manodopera e aveva sostenuto i lavoranti nelle loro aspettative di soccorso e di assistenza, legate ad un modello dell'interventismo statale vecchio di secoli; allo stesso tempo però aveva offerto alle manifatture pubbliche, luoghi tradizionali dell'assistenza istituzionalizzata, la possibilità di farsi direttamente rappresentanti di quel «genio dell'industria» in nome del quale, di lì a pochi anni, Pio VII avrebbe abolito le corporazioni.

Questa particolare concezione del rapporto tra pubblico e privato, che dà l'idea di una logica di mercato rovesciata, ci sembra un elemento nuovo, legato ad una delle possibili linee dello sviluppo economico che alla fine del secolo si erano manifestate e un segno di come l'immobilismo dello Stato pontificio fosse, in quegli anni, soltanto apparente. Le «vecchie» strutture corporative, la «vecchia» mentalità erano servite, ci sembra, ad evitare che le trasformazioni in atto fossero troppo brusche e traumatiche, senza per questo impedire la mobilità sociale ed il rinnovo del mercato del lavoro e delle tecniche produttive. Dietro la vertenza sui pamparampazzi c'è un settore economico in movi mento e un quadro sociale composito, caratterizzato da un inestricabile intreccio di vecchio, di nuovo, di «nuovo possibile».