Lo specchio di un progetto politico:
l’antichità nella Repubblica giacobina romana

di Maria Pia Donato

Negli ultimi anni la storiografia si è rivolta con interesse, dopo il lavoro pionieristico di H. T. Parker1, ad un particolare aspetto della cultura politica francese della Rivoluzione: il culto dell'antichità.

Il tema non è nuovo per la storiografia filosofica, che da tempo ha individuato nell'immagine dell'antichità durante il XVIII secolo un «luogo di rinnovamento delle idee e dei valori»2, sebbene sia ormai assodato che l'interesse degli illuministi per le antiche repubbliche non equivalse all'elaborazione di una teoria della democrazia, con l'eccezione almeno parziale dell'opera di J.-J. Rousseau3. In sede storiografica, il superamento di una tradizione critica che, da Volney fino a Marx, ha visto nell'anticomania rivoluzionaria di volta in volta un errore di prospettiva o un orpello ha richiesto più tempo, fino a che storici della Rivoluzione come J. Godechot, storici del diritto come J. Bouineau, e antichisti come P. Vidal-Naquet e C. Mossé non hanno precisato il contorno di un mito che divenne vettore di senso nella creazione dell'«uomo nuovo» rivoluzionario, almeno nella sua componente borghese4.

Meno fortunati sono stati i repubblicani romani, sui quali pesa ancora un giudizio di inadeguatezza politica e culturale, di cui la retorica dell'antico sarebbe al tempo stesso segno e maschera5: destino quasi paradossale in una Roma che era stata la capitale europea del Settecento antiquario e neoclassico, lo «specchio vivente del mondo»6.

La letteratura critica sulla cultura del Settecento romano, pur nel giudizio generalmente negativo, concorda sulla rinascita delle arti e dell'estetica, sulla vivacità del dibattito intorno all'arte e alla storia antiche, di cui l'opera di Winckelmann fu insieme sintesi e nuovo inizio7. La munifica iniziativa di Pio VI Braschi (1775-1799) accelerò la diffusione del gusto neoclassico con i grandi cantieri della città, le campagne di scavi, la sistemazione del museo Pio-Clementino, strumenti attraverso i quali il pontefice perseguiva il fine quasi rinascimentale dell'affermazione dell'autorità della curia romana in un secolo tormentato e il proprio prestigio personale di aristocratico provinciale8. Le numerose accademie romane, prima fra tutte l'Arcadia, furono i centri in cui si articolò un linguaggio dell'antico moderatamente razionalistico e innovatore9, socializzato nei salotti, nelle conversazioni, nei caffè dove il movimentato ambiente neoclassico internazionale incontrava i letterati romani. I periodici eruditi come le Effemeridi letterarie di Roma, il Giornale delle Belle Arti, i Monumenti antichi inediti10, informando i lettori sulle pubblicazioni d'antiquaria e sui ritrovamenti archeologici, diffondevano l'immagine di un'antichità del buon governo e della coesione sociale, che si riverberava nelle opere degli «illuministi» romani F. M. Cacherano di Bricherasio, F. Milizia, F. M. Renazzi, N. Corona11.

A parziale correzione del giudizio storiografico corrente, le coincidenze di personaggi e di temi tra il vivace mondo neoclassico della Roma di Pio VI e la Roma giacobina permettono di ipotizzare che anche nella capitale della cristianità, nel corso del XVIII secolo, il mito dell'antichità, coltivato in ambienti piuttosto vasti di artisti, filologi, critici, ma anche di uomini di legge, economisti dilettanti, aristocratici inquieti, abbia agito come catalizzatore delle esigenze di rinnovamento che andavano lentamente maturando, per poi fiorire nella breve stagione della Repubblica.

Del resto, che il culto dell'antichità potesse essere un vocabolario politico era già stato dimostrato nel 1794: mentre la Francia repubblicana iniziava la sua espansione verso l'Europa, un manipolo di artisti ed artigiani nel cuore della Roma neoclassica ordì una congiura per «tornare in libertà come gli antichi romani»12. Quattro anni più tardi, il 15 febbraio 1798, sotto la protezione delle armi francesi, un gruppo di romani si radunò nel Foro Romano per ascoltare il discorso di Nicola Corona e quindi si diresse in corteo trionfale verso il Campidoglio per proclamare l'Atto del Popolo Sovrano: Res Publica rediviva13.

Indubbiamente, il permanere di un'idea repubblicana legata, con alterne fortune, alla memoria dell'antichità o alla storia comunale non è un fatto nuovo né a Roma né in Italia, e in proposito sono state scritte pagine illuminanti14. Si tratta ora di considerare l'antico in termini di cultura politica, di «attrezzatura mentale», i suoi usi e le sue funzioni nel concreto dispiegarsi della dialettica politica della Roma giacobina; contemporaneamente, sulla scorta della storiografia francese, si vuole utilizzare il «prisma ottico» dell'antichità per mettere a fuoco le contrapposizioni tra «radicali» e «moderati» a Roma, dove più difficile, a causa della peculiare natura dello Stato della Chiesa, appare l'interpretazione su punti come il rapporto tra riformismo e rivoluzione, tra religione e laicizzazione, tra borghesia e «popolo»15.  

1. Un'assemblea di Greci e di Romani

L'ambito da cui è opportuno intraprendere lo studio dell'uso politico dell'antico è l'attività degli organi legislativi della Repubblica, Tribunato e Senato16. Un filo ininterrotto lega infatti il discorso dei Lumi sul Legislatore e le assemblee rivoluzionarie grazie all'esempio dell'antichità17.

Molti dei deputati romani, nella maggior parte borghesi delle libere professioni18, condividevano un'analoga memoria dell'antico, frutto dell'educazione classica ricevuta nei collegi scolopici e gesuiti. La familiarità di studio e di pratica forense con il diritto romano, considerato ancora il massimo esempio di coerenza legislativa, contribuì potentemente alla definizione di un vero culto dell'«antichità-legge», che si ricongiunge con il pensiero giuridico illuminista19. Di conseguenza, l'antichità viene citata in primo luogo nel quadro di riflessioni sulla legge in quanto categoria metagiuridica mettendo in luce quella che J. Bouineau ha definito la primarietà del diritto20.

Il «progetto di risoluzione per l'istituzione di un burò delle ipoteche», presentato dai tribuni Bassi, Gambini, Riccardini e Martelli nella seduta del 19 fiorile a. VI offre un saggio dell'immagine della civiltà classica, con la sua periodizzazione e le sue contraddizioni, su cui si proiettò la tensione riformatrice dei Rappresentanti del Popolo romano: «Nei primi tempi di Roma, allorché i patrizi dominavano spietatamente la plebe, e che la libertà non era che un'ombra vana ed un nome, essi avevano coperto d'un velo misterioso il libro delle leggi accessibile ad essi soli, che ne conoscevano esclusivamente le formole, e l'applicazione. Gl'imperatori resero la giurisprudenza venale, giornaliera, e variabile alla volontà d'un favorito, o d'una prostituta». Contro il dispotismo imperiale e pontificio («ubi solitudinem faciunt, pacem appellant») l'opera legislativa della Repubblica aspirava a porsi in ideale continuazione dell'età aurea della storia romana: «[...] La concordia, che vuole tutti istruiti da (sic) loro diritti e doveri, perché ciascuno si contenga dentro i limiti stabiliti dal patto sociale; la Repubblica, dissi, esigge che le leggi siano pubbliche, chiare, intellegibili a ciascuno, e che siano tenute come in Atene ed in Roma in tavole di bronzo sul foro, e nella mente e nel cuore di tutti i cittadini»21.

La legge come abitudine e pratica di vita, appresa sulle pagine di Cicerone, di Plutarco, di Tacito, di Valerio Massimo, e la legge come garanzia di libertà ritorna continuamente nelle discussioni di tribuni e senatori. L'atteggiamento verso l'antichità appare globalmente caratterizzato dallo sforzo di penetrare lo «spirito delle leggi» delle civiltà classiche22, al fine di riutilizzare quell'esperienza storica nel consolidamento del regime repubblicano di Roma moderna, secondo un modello epistemologico che risente dell'influsso di Montesquieu, ma che si riscontra in molta della riflessione politologica dell'Illuminismo, da Rousseau a Gibbon, da Mably a Volney, costantemente rivolta alle repubbliche antiche come ad una sorta di «laboratorio storico»23.

Già all'interno del campo semantico dell'antichità-legge emergono però le prime significative differenziazioni tra i legislatori romani.

L'iter del decreto di amnistia dei condannati per opinioni politiche e per delitti minori illustra bene la contrapposizione tra un uso più tradizionalmente tecnico-giuridico del diritto romano ed un dialogo con la classicità per una riformulazione dei principi fondamentali della legislazione24. L'articolo I del progetto di risoluzione («Tutti i rei condannati, detenuti, o contumaci nel passato Governo per opinioni politiche, e per delitti carnali senza qualità gravante, o di stupro immaturo, o di violenza siano gratis assoluti, dimessi e liberati»25), ipotizzando l'amnistia di pene comminate da tribunali ecclesiastici o misti, poneva inevitabilmente il problema della laicizzazione etica; un tribuno chiese infatti di abolire la dizione «delitti», sostenendo che «la congiunzione di due sessi non può chiamarsi giammai delitto, non essendo vietato dal gius di natura, e che tale era solo tenuto dal passato Governo, in cui era in tanto pregio il celibato»26. La proposta non passò, e in questo caso l'antichità assunse le sembianze di una auctoritas del diritto, Modestino: «In libere mulieris consuetudine nuptiae non concubitus intelligendae sunt, dummodo corpore quaestum non fecerit»27.

Tuttavia, anche l'approccio interpretativo verso l'antichità richiedeva un adeguamento alle «odierne filosofiche cognizioni»: e al tribuno che protestò l'inopportunità dell'amnistia sulla base dell'irrevocabilità di ogni legge «come costumavano gli antichi Magistrati della Repubblica romana, che nessuna grazia mai concessero», venne risposto bruscamente «che se duemila anni fa non si accordava alcun perdono agli infelici si potrà accordare ad essi il medesimo»28.

Virtù antica e lumi moderni... Un meccanismo analogo entrò spesso in funzione nella discussione di quei progetti legislativi che espressero il cauto riformismo razionalistico della maggioranza, come l'istituzione di un registro ipotecario, l'amnistia, il riordinamento della professione notarile29, la riforma della scuola. A questi provvedimenti si aggiunsero le istanze maturate nell'esperienza rivoluzionaria francese: la responsabilità degli amministratori30, la questione degli emigrati31, l'organizzazione della Guardia nazionale sedentaria.

Su quest'ultima questione, di cui anche l'opinione pubblica patriottica si era sollecitamente occupata32, il tribunato si divise in due schieramenti. E sin dal primo dibattito si può osservare come per alcuni tribuni il principio greco-romano di partecipazione alla difesa della patria quale esercizio dei diritti politici del cittadino si intrecci con una concezione dell'esercito quale esperienza egualitaria e forza propulsiva della Rivoluzione; per questi «radicali», antichità e Rivoluzione offrono l'una l'orizzonte teorico, l'altra il riferimento politico33.

E che? se i Romani dal distrutto dispotismo sono stati fin qui tenuti nell'inerzia e nell'avvilimento, per infame politica, vi dovranno restare per sempre? [...] E l'Europa e l'Universo dovrà sentire che i romani, figli di quei valorosi eroi, che formavano l'ammirazione di tutte le età e di tutte le nazioni, ricusano per mollezza di prestarsi al sagro dovere di vegliare duo o tre giorni al mese alla difesa della Patria e della pubblica sicurezza? Così diverremmo il disprezzo delle nazioni, e la repubblica avrà breve esistenza. Noi abbiamo bisogno di rivendicare l'onore del nome romano avvilito abbastanza dal costume fin qui tenuto34

ammoniva un tribuno, forse il promotore del progetto di legge Luigi Lamberti (e non sarebbe estranea la sua profondissima cultura classica a tale veemenza)35. A chi propose la selettività dell'arruolamento venne replicato che: «L'istituto della Guardia nazionale sedentaria [...] non è solamente diretto a provvedere alla pubblica sicurezza, ma anche ad avvicinare e a fraternizzare i cittadini che, finora divisi in ceti, si credevano quasi di specie diversa, ad istruirsi vicendevolmente e diffondere lo spirito della democrazia»36.

I punti contestati nella prima seduta, cioè l'obbligo universale, l'età di coscrizione, l'arruolamento dei religiosi, si riproposero durante la tormentata elaborazione della legge nei mesi successivi37. Il servizio personale degli ecclesiastici, per esempio, fu sancito in Tribunato dopo accese dispute in virtù dell'aconfessionalità della Costituzione38; ma subito dopo, in Senato, l'opposizione fu trascinata da un discorso di F. M. Renazzi, pronunciato nella seduta del 6 germile a. VI, che offre un saggio eloquente di un uso insieme retorico, giuridico ed ideologico del riferimento all'antichità39, e che portò all'affossamento del progetto di risoluzione.

2. Leges Agrariae

In materia sociale ed economica, l'immagine rurale delle antiche repubbliche, di Roma in particolare40, ebbe grande potere evocativo sui deputati giacobini.

Il giudizio storiografico negativo sulle assemblee della Repubblica romana si basa principalmente sulla constatazione dell'inefficacia dei provvedimenti economici e sociali ivi discussi, e il frugalismo anticheggiante è stato spesso liquidato come residualità ideologica di un ceto di professionisti incapaci di promuovere una modernizzazione decisamente borghese41. Pur prescindendo da una discussione generale sull'evoluzione socio-economica dello Stato pontificio, sulla quale la storiografia più recente è ormai da tempo alla ricerca di soluzioni meno schematiche, e, per quanto riguarda il dibattito teorico, più attente alle specificità di una tradizione autoctona ancora viva nel Settecento42, le contraddizioni ideologiche e politiche che frenavano la possibilità di azione di tribuni e senatori possono essere meglio comprese analizzando singole concrete questioni.

L'abolizione dei fedecommessi, per esempio, venne proposta nella seduta del 5 germile a. VI da Francesco Pierelli perché «contrari alla libertà e al diritto di proprietà» ed ai principi democratici, accrescendo «l'ineguaglianza inevitabile di fortuna riconcentrando in poche mani le ricchezze, con evidente pregiudizio dell'agricoltura e forse con pericolo della Repubblica»43: una figura tipica della retorica di libertà della modernizzazione borghese, che tuttavia non sa rinunciare ad una preoccupazione ridistributiva. Quando però Gouvion Saint-Cyr, con il decreto del 30 marzo, abolì indistintamente tutti i contratti di enfiteusi stipulati dal governo pontificio44, il Tribunato si trovò a fare fronte alle richieste degli enfiteuti di correggere un provvedimento che, pur in linea con l'abolizione dei vincoli feudali per il passaggio alla forma proprietaria moderna, mirava nel caso specifico ad accrescere la quantità dei beni nazionali disponibili alla vendita a beneficio delle casse francesi. L'opzione prevalente nel lungo dibattito che ne seguì sostenne una concezione confusamente fisiocratica dell'agricoltura, e il miraggio di una società rurale di piccoli coltivatori proprietari dai contorni virgiliani. Nell'impossibilità, concreta o ideologica, di realizzare la divisione del latifondo, i tribuni speravano di affidare le sorti dell'agricoltura e la felicità della Nazione ad enfiteuti garantiti dall'esosità e temporaneità dei contratti di affitto45. Il poeta non mancò di essere citato «Laudato ingentia rura/ exiguum colito». (Georg., III, 412-13)46.

Ad un siffatto progetto sociale fungeva da corollario il frequente richiamo alla frugalità virtuosa delle antiche repubbliche. Secondo A. Brizi, in quei tempi lontani: «[...] il commercio e l'agricoltura arricchivano l'erario comune, e le altre sociali virtù impoverivano il privato. Ma da che le regie moli lasciarono poco spazio all'aratro, e le asiatiche mollezze snervarono il vostro coraggio, e fomentando l'egoismo intiepidirono l'amor della Patria coll'accrescere i bisogni della vita, si moltiplicò il numero dei vostri mali»47. E nella seduta del 10 germile a. VI Nicola Corona chiese l'istituzione di leggi suntuarie argomentando che: «Fondamento primo di questa [la Repubblica] essere devono le virtù morali, che il lusso tende continuamente a distruggere. Il caduto dispotismo, che mancava di quelle, coltivava questo, ed impiegava così le particolari ricchezze ad impoverire la nazione ed a corrompere i costumi.[...] Finché furono dal lusso lontane, furono grandi ed indomabili le Repubbliche Greca e Romana. Le ricchezze ed il lusso dell'Asia rovinarono ambedue»48. L'immagine della Roma antica rurale e felice non mancò di illustrare anche la proposta «sulla maniera di corregere l'infezione delle campagne per via della piantagione», presentata da Feliciano Scarpellini49.

Al di là di analogie ed assonanze, però, la materia economica introdusse distinzioni profonde tra i Rappresentanti del Popolo romano, sulle quali occorre ora soffermarsi. Per un consistente numero di eletti, infatti, l'antico sembra essere soprattutto un modello rassicurante. Regno della virtù e della moderazione, esso viene invocato in ogni discussione che generi frizione, sia essa tra due opzioni politiche o sociali, tra repubblica e religione, o tra modelli comportamentali. Non è forse casuale che i due tribuni che con maggior evidenza usarono questo riferimento rassicurante sono due religiosi, Marco Faustino Gagliuffi50 e Damaso Moroni51.

Di Gagliuffi risuonò presto l'appello alla prudenza: «il nome tribunizio in noi rinnovato dopo tanti secoli possa emulare l'antico nella gloria per la difesa della libertà, e della sovranità del popolo, e lo possa sperare [sic] nella saviezza, nella moderazione, e nell'esercizio di tutte le virtù repubblicane», senza gli eccessi degli antichi tribuni che «affettando un'impetuosa fermezza contro la potestà esecutiva de' consoli posero a pericolo la patria»52. Il tema della moderazione e della virtù trova ampio riscontro nei suoi numerosi interventi giornalistici53. Il perugino Moroni, dal canto suo, invocò spesso l'esempio dei repubblicani antichi, proponendo pene severe contro i malversatori o deplorando la furia iconoclasta contro i simboli religiosi: «[La democrazia] non nell'esterno delle case, ma nel cuore de' Cittadini deve essere radicata. Così i Romani non temettero di conservare il nome di re perché ben capirono quanto poco ciò influisse nella condotta de' cittadini»54.

Moroni è un esempio interessante di illuminismo cattolico, coltivato nelle accademie locali e messo di fronte alle contraddizioni del nuovo regime. Ma un'immagine idealizzata delle società antiche, in definitiva ristretta allo stereotipo di virtù tramandato dalla tradizione cattolica, si può ricostruire anche dall'intervento di vari altri deputati, con una significativa coincidenza tra ortodossia e tirocinio arcadico. Si consideri per esempio A. Brizi (ed alcune sue idee sono simili a quelle del suo amico ed ex-compastore G. B. Agretti55), o ancora F. M. Renazzi. In Senato, Savi, Frasca, Colli, Aleandri56 evocarono sempre un'antichità senza conflitti, che diventa normativa solo quando induce alla prudenza. La semplicità di una vita rustica dedita al lavoro dei campi costituisce un elemento integrante di questo quadro moraleggiante dell'antichità, senza che questo comporti un ripensamento dei rapporti sociali e politici della Roma contemporanea. I topoi dei moralisti, soprattutto Fénélon,si combinano allora solo con il vagheggiamento pastorale57.

Nonostante questa tendenza dominante, la società antica composta di liberi proprietari che non disdegnano il lavoro nei campi, lo stile di vita contadina «dei Cincinnati e dei Scipioni», potè rappresentare anche una fonte di ispirazione per il consolidamento delle nuove e fragili istituzioni repubblicane in una prospettiva più decisamente politica. Nicola Corona, Francesco Pierelli, ed in misura minore P. Piranesi, T. Benedetti, T. Bouchard sono gli esponenti di una cultura politica che, pur con tutte le cautele storico-critiche necessarie, si può definire radicale, e che si serve dell'esempio delle repubbliche antiche combinandolo con l'esperienza rivoluzionaria francese. Per questi patrioti, la richiesta di una legislazione agraria non implica la volontà di sovvertire l'ordine sociale, né è l'espressione di un compiuto programma di trasformazione socio-economica58. Al contrario, il problema della terra è un problema tutto politico: l'esercizio della libertà e della sovranità presuppongono l'autosufficienza produttiva del cittadino, mentre, dal punto di vista della comunità, la ripartizione della proprietà fondiaria assicura l'uguaglianza nella libertà contro gruppi particolari e interessi parziali.

Il pensiero di Nicola Corona illustra bene lo slittamento della questione della terra da un orizzonte economico al piano politico59. Prima della Rivoluzione francese, infatti, la critica del latifondo aveva già cominciato ad essere espressa da alcuni scrittori economici dello Stato pontificio, intrecciandosi in maniera multiforme con le reminiscenze dell'antichità e le battaglie del dispotismo illuminato europeo60. «Niente di più funesto nell'agricoltura della sproporzione nella divisione delle terre... Platone fra le altre leggi della sua repubblica richiedeva che le terre fossero egualmente distribuite. La egualità è un sogno ma si può e si debbe desiderare che non regni perpetuamente la troppa sproporzione», scriveva nel 1779 Alessandro Aleandri, più tardi senatore della Repubblica61. Cacherano di Bricherasio si era richiamato alla memoria dei Gracchi nel proporre la divisione dell'agro romano e l'istituzione diinsediamenti contadini ispirati alla Roma repubblicana e alla Chiesa primitiva62.La bonifica della pianura pontina intrapresa nel 1779 da Pio VI incoraggiava allora le speranze dei riformatori: le terre strappate all'acquitrinio avrebbero potuto essere concesse in enfiteusi a laboriosi agricoltori senza ricorrere all'esproprio. Le pubblicazioni encomiastiche verso l'opera di Pio VI rinnovavano i fasti dell'agricoltura di Roma antica, e persino sulla stampa letteraria veniva timidamente sostenuta l'opportunità di una legge agraria63. Negli anni Novanta del secolo, però, la convergenza funesta degli avvenimenti internazionali e dell'aggravamento della crisi economica e finanziaria dello Stato pontificio determinò un brusco cambiamento di clima. Fabrizio Ruffo fu dimesso dal Tesorierato nel 179464. La gestione nepotistica dei già deludenti risultati della bonifica si trasformò in un'ennesimo motivo di malcontento; il papa fu segno di proteste ed insulti in varie occasioni65. Sul piano del dibattito teorico, l'Esatta pratica del cristianesimo dell'abate Tocci fu liquidata senza possibilità di appello66, e le accademie georgofile in varie città dello stato furono chiuse67.

Le Riflessioni economiche, politiche e morali sopra il lusso, l'agricoltura, la popolazione, le manifatture e il commercio dello Stato pontificio68 che Corona pubblicò nel 1795 sotto lo pseudonimo di Stefano Laonice si muovevano ancora in una prospettiva di politica economica, sebbene la polemica contro il lusso assumesse un forte contenuto politico nell'insistenza sul tema della libertà e nelle critiche appena velate a persone e scelte ben identificabili del governo69. Durante la Repubblica, invece, il contenuto sociale delle sue proposte si comprende a partire dalla necessità di rafforzare la democrazia. In Tribunato N. Corona propose dapprima la divisione delle rendite superiori ai 500 scudi: «La Democrazia non avrebbe mai bene allignato in un paese, ove esistesse una estrema disparità di ricchezze. [...] senza parlare per ora di ciò, che potrebbe ledere il diritto di proprietà già acquistato [Corona] propose di formare una legge, onde impedire che la sproporzione delle ricchezze divenisse maggiore [...] Non sostenne già l'eguaglianza delle possidenze praticata a Sparta, ma quel minimum di differenze possibile»70. Già nella seduta del 21 fiorile a. VI egli tornò sull'argomento con la questione agraria. Messe da parte le cautele, propose che si obbligassero i proprietari a dare in colonia perpetua i terreni che eccedessero le 100 rubbia. L'istituto della colonia gli permetteva di aggirare la spinosa questione della proprietà, ma al fine di realizzare l'ideale «all'antica» di contadini proprietari, lo Stato sarebbe dovuto intervenire per facilitare l'acquisto del terreno da parte del colono. Egli chiedeva inoltre che «Il vicino possa coltivare a proprio vantaggio l'incolto campo del vicino, il proprietario fornisca il colono di case ed utensili, sieno abolite le decime, le caccie riservate, sieno distrutte le palombaie, e finalmente si eriga un monte di gratuiti imprestiti frumentari, si stabiliscano accademie georgofile con premi, si eriga un tribunale di censura agraria per ogni dipartimento»71; quest'ultima idea sembra rifarsi ai dispositivi graccani per la lottizzazione prevista dalla Lex Sempronia.

Corona non restò isolato. Com'è noto, varie proposte di una legislazione per la limitazione della proprietà fondiaria circolarono a Roma negli ambienti radicali, considerati concretamente in sedi come il Circolo costituzionale, in stretto rapporto con l'evolversi della situazione politica72.

Nella Grammatica repubblicana di Nicio Eritreo motivi di primitivismo russoiano si confondono con le reminiscenze della Roma classica: «La Repubblica romana, che conobbe l'importanza della eguale distribuzione di terreni, fece su di lei delli ottimi stabilimenti. Or questo esempio, dovrebbe essere da tutti i popoli imitato». Spettava ai «regolatori della repubblica» regolamentare la proprietà per fare in modo che «non alligni né mai prenda piede nel suo stato una notabile ineguaglianza nell'acquisto e nella distribuzione delle terre»73.

Il pensiero di Vincenzio Russo rappresenta il punto estremo di un progetto politico che si serve della legge agraria per realizzare un ideale di democrazia. Per Russo la Roma primitiva è il modello di vita agricola e frugale, ma anche la forma democratica che non conosce diritto superiore a quello della collettività sovrana: «I primi Romani non avevano altro diritto nel testamento se non quello d'indicare un successore. Il popolo nelle assemblee doveva approvarlo: era nullo il testamento, se il popolo lo disapprovava. Il testamento allora diventava un atto sovrano, col quale il popolo condiscendeva alla permanenza della proprietà in prò di uno dei suoi individui. Dopodiché divenne dominante l'oligarchia in Roma, si dié per legge la facoltà di testare»74. La democrazia si configura come l'unione dei liberi produttori indipendenti: «Il solo possidente è libero, perché egli è indipendente. Chi ha braccia e suolo, non dee più mendicare la sua sussistenza da altri: l'ha da se stesso. Allora finalmente non è egli in soggettamento di alcuno, allora può senza speranze e senza timori far uso ragionevole delle intere sue facoltà.[...] Basta tornarci in mente la vita di alquanti grandi uomini dell'antica Roma»75.

Le idee di Russo sono forse l'espressione più coerente del nesso democrazia-riforma sociale; ma si diffusero in quell'élite politica che con Russo condivideva le sedi di discussione, conquistando anche patrioti che erano stati precedentemente contrari alla legislazione agraria76. Al Circolo costituzionale e alle riunioni di patrioti reclamava la legge agraria la «profetessa» Clotilde Labrousse, che, pur con qualche ambiguità, affrontava la questione insieme a quella delle elezioni e del controllo dei magistrati77. Analoghe richieste avanzava C. D'Alos, considerando che l'agricoltura è «l'arte propria del uomo libero»78. Pietro Paolo Baccini proponeva la divisione dell'Agro romano e l'abolizione della proprietà ecclesiastica come contraria ai puri insegnamenti evangelici79. Dalle pagine del Monitore Francesco Piranesi, con molta cautela, l'auspicava80, e sul Banditore della verità Michele Mallio81.

Secondo Mallio, le virtù contadine di Cincinnato sarebbero potute rinascere solo se gli agricoltori romani fossero stati messi in grado di praticarle concretamente: le terre dovevano quindi essere divise in colonie perpetue con attribuzione di bestiame e di attrezzi agricoli. L'intervento coercitivo dello Stato era giustificato da Mallio sull'esempio spartano, con il diritto-dovere dell'autorità sovrana di costringere i cittadini alla propria felicità82. Mallio compose per il teatro repubblicano la tragedia Agide83, metafora delle vicende romane incentrata sulle vicende del re lacedemone restauratore della legislazione licurghea. Nel momento di climax l'eroe esclama con parole largamente ispirate all'arringa di un altro grande riformatore antico ritratto da Plutarco, Tiberio Gracco84: « Rimira intorno / spopolate le ville e le campagne; / se questi un palmo solo possederan di terra / noi li avremmo pur anco. Il vedi pure / che ognun ricusa di pugnar. E come / espor la vita per la patria, s'essi / sol la trovano matrigna? Se non hanno / casa che a lei si stringa, un focolare / un terreno a difendere. Sol pochi / tutto ingoiano. / Tal diseguaglianza rende il popol vile»85.

Negli interventi di altri giacobini romani la questione della «democrazia economica» si sovrappone spesso a motivi più moralistici sulla frugalità, e non sempre il nesso politica-riforma sociale emerge con chiarezza. Le sedi in cui queste riflessioni vennero espresse, la posizione verso le autorità costituite, la rappresentazione della dialettica tra opinione pubblica e potere (patrioti-magistrature) trasforma però i richiami alla frugalità in argomentazioni politiche sulla democrazia. «Voi, che predicate la libertà, che siete Democratici, invece di seguire nel lusso le frascherie puerili dell'oziosi, e dell'Aristocratici [...] impiegate in sollievo di questi onesti infelici l'importo esorbitante di tant'inutili adornamenti, e mostrerete di essere veri, e perfetti Democratici», declamava Pietro Roppoli al Circolo costituzionale86; la storia romana, le vicende delle guerre civili fino allo scontro tra Cesare e Bruto, piuttosto che gli eroi innocui dei primi secoli, gli servivano a dimostrare che: «il troppo lusso è nemico, anzi diametralmente opposto alla democrazia. Tutto ciò che rende un uomo al caso di soverchiare un altro è contrario alla libertà, all'uguaglianza». Sottoscrizioni volontarie, controllo degli stipendi dei funzionari, gratuità del servizio alla patria chiedevano altri patrioti membri del Circolo87. Insomma, la frugalità è ben diversa a seconda di chi la propugna, e per chi.

Tutto ciò diffonde nuova luce sulla funzione che per i «radicali» ebbe il riferimento all'antichità, eventualmente attraverso la mediazione di Rousseau: il modello di piccolo proprieterio, o di eroe virtuoso e frugale è soprattutto un prototipo di cittadino. Tale attenzione verso le condizioni dell'esercizio della libertà politica di tutto il popolo (pur con tutte le aporie che contiene la rappresentazione illuminista del popolo) si espresse concretamente nella partecipazione di questi «radicali» alle sedi politiche non istituzionali (Circolo costituzionale, riunioni di patrioti, stampa periodica), per quanto esigui fossero gli spazi lasciati aperti dal governo direttoriale88. I «moderati», invece, rivelano una concezione più rigida del rapporto tra governanti e governati, rifiutando le premesse russoiane della naturale bontà dell'uomo e restando più legati all'antropologia cattolica. E il più delle volte essi non andarono oltre gli appelli alla virtù ed alla rigenerazione morale, esigenza profondamente sentita, ma non esente da un esito oggettivamente conservatore. Gli eroi antichi sono per i «moderati» soprattutto gli eroi della moderazione e della disciplina, gli Scevola e gli Scipioni89, in tutto simili ai romani e greci che con poca convinzione invitavano la popolazione di Roma alla calma e all'obbedienza nei proclami delle autorità francesi di occupazione90. Illuminismo cattolico e radicalità rivoluzionaria finiscono, su alcuni punti fondamentali, per divergere e con essi l'immagine dell'antichità proposta dagli uni e dagli altri.

3. Una palestra di virtù per la Repubblica rigenerata

Le ipotesi finora formulate possono essere verificate sul tema dell'educazione. Già nella Francia rivoluzionaria il dibattito sulla riforma della scuola e le feste nazionali aveva visto un uso diffuso delle reminiscenze antiche nell'elaborazione del sistema pedagogico rivoluzionario, tanto era stretto, da Platone a Rousseau, il binomio antichità-educazione.

L'intreccio di istanze e motivi di derivazione diversa è già evidente nel dibattito svoltosi nelle sedi istituzionali quali l'Istituto nazionale, come mostra chiaramente il Piano per le scuole primarie della Repubblica Romana, redatto dalla commissione composta da Pessuti, Moncada, Gagliuffi, Calandrelli, Nicola Corona (ma al dibattito parteciparono certamente altri membri dell'Istituto)91. Le reminiscenze spartane del Piano non si limitano agli esercizi ginnici per i maschi alla presenza delle compagne che li incitano con inni patriottici e nella divisione militaresca delle classi (per altro ricalcata sul modello delle classi gesuite), ma sono nel fine generale dell'educazione: la scuola è soprattutto una scuola di patriottismo. Le punizioni permesse sono, oltre alla temporanea esclusione dai giochi e dalla ginnastica, l'esposizione di un cartello con la scritta: «NN forse sarà incapace di onorare e difendere la Repubblica Romana», mentre genitori e maestri devono collaborare ad addestrare i fanciulli anche «nell'agricoltura o in qualche arte meccanica onde possano meritare il nome di Cittadini Romani». Gli insegnanti sono punibili con l'esilio in caso di contravvenzione ai loro doveri pedagogici, e sono «sospetti per poco patriottismo» i genitori che non mandino i figli a scuola (estremo tentativo di riparare all'assenza di obbligo scolastico). L'antichità contribuisce anche a formare la materia d'insegnamento: l'Istituto avrebbe indetto un concorso per i nuovi libri di testo che «insegnando a leggere agli allievi, servano a formare loro di concerto lo spirito e il cuore, e a sviluppare in essi i preziosi germi delle vere virtù morali e repubblicane». Quando in primavera il concorso fu bandito, si rese noto ai concorrenti che: «L'Apologo, i fatti storici delle più famigerate antiche repubbliche, sempre però porporzionati all'intelligenza dei teneri fanciulli, la spiegazione accompagnata dai dovuti e ragionati elogi di alcune principali disposizioni della nostra sublime Costituzione, potranno egualmente servire a somministrare materia a siffatti libri»92.

Virtù morali e repubblicane: la scuola immaginata dai membri dell'Istituto nazionale è un misto di pedagogia cattolica, dove si insegnano i doveri verso Dio, sé stessi, gli altri, ed un laboratorio di educazione patriottica laica, in cui vorrebbe prevalere un ideale di partecipazione attiva alla vita comunitaria e di dedizione alla patria. È molto difficile capire a chi si debbano attribuire gli elementi di laicizzazione e quelli di maggiore continuità con il sistema educativo tradizionale. Secondo il Monitore la prima posizione era propugnata da Gagliuffi e Visconti, e la seconda dal matematico Calandrelli; secondo Sala i novatori erano Visconti, Angelucci, Panazzi, Petrini e Gagliuffi93.

Visconti può probabilmente essere considerato uno dei fautori della laicizzazione «all'antica». Già nella lettera che scriveva nel 1797 a Dionigi Strocchi a Milano sul piano d'istruzione per la Cisalpina si può notare l'esclusione degli insegnamenti religiosi se non come storia delle religioni per il corso superiore di diritto94. Sala scrive di lui : «Quell'empio del Console Visconti ha proibito a tutta la gente di casa sua di nominar Iddio e li Santi, e fa portare ai suoi figli li berretti coll'iscrizione 'libertà o Morte'»95: persino troppo facile, in una figura come Visconti, collegare l'insofferenza verso il cattolicesimo al culto dell'antichità96. Risulta più complicato, invece, definire la posizione del gruppetto degli Scolopi in seno all'Istituto. L'aconfessionalità della Costituzione appare convinzione radicata in Gagliuffi, ma egli non propose l'abolizione l'insegnamento del catechismo a scuola come credeva Sala, ma piuttosto di adeguare l'insegnamento della morale evangelica all'età dei fanciulli e di purificarlo da «certe frivole superstiziose pratiche»97: riforma del culto, più che laicizzazione della scuola, quindi. I collegi scolopici, comunque, continuarono a funzionare, e sembra senza sostanziali differenze con il passato, compreso l'insegnamento del catechismo. Quando nel giugno 1799 su iniziativa del ministro degli Interni Antonio Franceschi furono avviate le Scuole Normali della Traspontina, esse furono affidate ai Padri Scolopi98. Invano, dunque, Matteo Bouchard aveva reclamato dal banco tribunizio l'immediata sostituzione dei maestri99: le cose andarono molto diversamente, e i religiosi continuarono a prevalere, sia nell'elaborazione che nella prassi pedagogica.

In uno dei progetti di riforma della scuola presentati alla commissione dell'Istituto, quello del domenicano Alberto Muscella100, per esempio, l'esempio della Grecia antica si concretizza nell'Atene dei Filosofi dediti all'educazione del popolo (nel duplice senso della diffusione delle norme morali e della custodia della memoria nazionale) e nella Sparta dell'esercizio fisico e dell'educazione in comune. Il piano sembra improntato alla completa laicizzazione dell'insegnamento in armonia con la riforma della scuola francese; poi si legge la postilla: «Si ricorda che lo studio della Religione dev'essere lo studio di tutte le età». Furono religiosi o ex-religiosi a parlare ai ragazzi, ad ammonirli alla virtù, a scrivere i catechismi repubblicani per la gioventù. Si legga la bella Allocuzione ai giovani romani101, l'«orazione» di Giuseppe Vera o il «Dialogo» di Gaspare Gasparini per la Accademia patriottica tenuta dagli scolari del Collegio romano il dì 7 fiorile anno VI repubblicano, oppure, sempre di Vera, il discorso per l'innalzamento dell'albero della libertà al Collegio romano102. Nella stessa occasione, F. Battistini, dopo aver elencato la soda cultura e il valore civile di Bruto, Appio Claudio, Gallo Sulpicio, avvertì gli studenti che «Questi ed altri esempi de' nostri maggori vi deve ricordare la vista continua di questo simbolo della libertà, che abbiamo oggi qui collocato. Questo vi deve ritrarre dai dissipamenti, e dai trastulli, ed ogni volta che l'effervescenza dei spiriti giovanili vi trasporta a seguire apparenze sollazzevoli, e fallaci, volgete l'occhio a quest'albero: questo vi rammenti la severità, che conviene a chi della vera libertà è figlio»103. Altro esempio eloquente è l'operetta di G. Mangiatordi, Il giovinetto istruito per la democrazia104.

Si tratta in tutti questi casi di personaggi che si sforzano di dimostrare la compatibilità della Repubblica con l'insegnamento della Chiesa. Riescono a farlo al prezzo di svalutarne il contenuto propriamente politico e di garantirsi della continuità sul piano del modello comportamentale: analogo procedimento di altri scritti composti nel tentativo di conciliare la religione cattolica e le istituzioni repubblicane105. La virtù repubblicana si confonde nel richiamo morale alla carità e all'autocontrollo; i Greci e i Romani servono altrettanto bene come exempla virtutis nei collegi gesuiti che nelle classi della Repubblica.

Anche per i repubblicani «radicali» la storia antica offre una galleria di esempi da imitare. Il fondamento morale della vita associata non è negato dai questi patrioti, né tanto meno il legame educazione-virtù e il ruolo pedagogico degli intellettuali ereditato dall'Illuminismo; esso però si arricchisce dell'elemento più propriamente politico.

[...] Sarei io di parere fargli insegnare in primo luogo la geografia, le istorie, specialmente quella de' Romani e dell'antichi Greci. Questi studi sono per i fanciulli dilettevoli ed anche di sommo utile. [...] L'utilità poi che da questi studi possono i giovani ricavare è di sua natura visibile ed infinita perché apprendendo essi dalle istorie in quale modo si siano regolati i popoli ne' tempi antichi, con quali mezzi abbiano regnato, e per quali vizi ed accidenti siano poi dalla grandezza loro decaduti, vengono con questi lumi ad imparare l'arte di governare ancor essi le città loro e di reggere e mantenere altresì le proprie famiglie106.

L'istruzione diventa garanzia della possibilità di uguaglianza tra i cittadini nell'esercizio dei diritti politici. Si leggano le pagine dei Pensieri politici di Vincenzio Russo dedicate all'istruzione: «Non sarà mai eguaglianza di capacità politica fra gli uomini, se non si renda generale l'istruzione. Altrimenti il picciol numero della gente illuminata sarà il magistrato per natura del resto della nazione, grossolano e rozzo. Noi lo vediamo al presente: se non si rende generale l'istruzione, si vedrà sempre»107. Ragionamenti simili espose un altro aderente al Circolo costituzionale, Cristofaro D'Alos108. In queste idee il riferimento all'antichità non passa attraverso i teorici dell'educazione, che sono gli autori aristocratici del IV secolo a. C., ma attiene alla realtà storica della democrazia del VI secolo, è nostalgia per quella omogeneità culturale109. L'accento posto dai democratici radicali sull'idea rivoluzionaria di «educazione permanente» non si limitò ai discorsi e i membri del Circolo costituzionale organizzarono lezioni gratutite aperte a tutti i cittadini110.

Sulla questione dell'educazione pubblica e delle società patriottiche si può constatare la convergenza tra i gruppi radicali e i due più importanti periodici della Repubblica, il Monitore di Roma e il Banditore della Verità.

Ancora durante le poche settimane di vita della Società degli Emuli di Bruto, M. Mallio scriveva:«Una delle più belle prerogative della nostra libertà è quella sicuramente di radunarci in circoli, ed in assemblee. [...] In esse si dibattono i grandi soggetti della felicità del popolo, della consolidazione della Repubblica, di tutto ciò che può riguardare il politico, l'economico, ed il morale»111. Al momento della chiusura del Circolo costituzionale, e contro i detrattori112, Mallio scrisse che in una città come Roma, prigioniera dell'analfabetismo, i clubs potevano fornire istruzione e lumi politici, poiché solo l'uguale istruzione dei cittadini aveva permesso alla Grecia antica di vivere in democrazia113. Nelle pagine del Banditore l'antichità rappresenta un modello di virtù e di coesione sociale secondo il quale tutti i cittadini, comprese le donne, agiscono nell'unica considerazione del bene collettivo114.

Nella difesa del Circolo costituzionale non fu da meno il Monitore, o meglio l'ex-scolopio Urbano Lampredi, uomo di profondissima cultura classica, che ne fu il fondatore e l'animatore115. Egli riprese motivi analoghi a quelli di Mallio sull'istruzione permanente e sul confronto politico116. La fiducia nella forza progressiva dell'istruzione, tutta illuminista, si volge verso il fine politico della libertà, con argomenti che a tratti si avvicinano a quelli di Russo:

Per dimostrare che non vi è alcun pericolo, ma grandissimo vantaggio nell'avvertire un popolo degli sbagli, dell'ingnavia, e ancora dei difetti politici dei suoi rappresentanti, potrei citare l'esempio dei sommi Oratori di Atene, e di Roma, i quali nelle pubbliche arringhe palesavano al popolo quelli tra i suoi magistrati, che erano o indolenti o sospetti, o traditori, senza che la pubblica tranquillità fosse punto disturbata. [...] Mi si dirà forse che questi popoli erano più istruiti dei moderni, e più adulti nella libertà, e però meglio ne conoscevano il pregio. O voi che così ragionate ditemi un poco: I Ministri e le altre Autorità costituite della nuova Repubblica romana cosa hanno fatto fin qui, o piuttosto, vincolati da tristissime circostanze, cosa hanno potuto fare perché il popolo di Roma conosca il pregio della riacquisita libertà? Il popolo non ascolta un discorso astratto e metafisico, ma chiede panem et circenses. Or ditemi è migliorata la privata economia dei cittadini, abbiamo abbondanza dei generi di prima necessità, e del loro rappresentante?»117.

Per Urbano Lampredi l'antichità rappresenta un ideale di vita, l'ideale oraziano della censura ironica dei costumi, che può diventare la veemenza di Demostene in difesa della democrazia118. Il diritto-dovere di critica è parte insostituibile della vita democratica119, e i protagonisti della storia antica sono gli strumenti con cui Lampredi e i suoi più stretti collaboratori condussero la loro battaglia contro la corruzione e il malgoverno: di fronte all'inadeguatezza e alla disonestà di governanti e amministratori, Roma e la Grecia furono un modello di devozione al bene comune, di rettitudine, di frugalità, insomma, di virtù120.

Ecco il nodo: la virtù. Quale virtù per la rigenerata Repubblica?

I democratici radicali romani, e tanto più un religioso come Lampredi, non rifiutarono la necessità di una rigenerazione etica del cittadino, a qual fine la religione, o meglio la fede nell'immortalità dell'anima poteva essere il più potente stimolo al bene. L'esempio degli Antichi serviva infatti a Lampredi anche per dimostrare la necessità di una fede religiosa121. Dunque si chiuderebbe il cerchio, tornando nell'alveo del pensiero cristiano? Non lo credo, anche se esistono notevoli differenze tra la posizione di Lampredi e il pensiero di Russo, che rappresenta per molti versi l'estremo della morale laica122; piuttosto ci avviciniamo alla religiosità dell'Essere Supremo robespierrista o alla teofilantropia, come modelli di religione purificata123. Infatti l'ideale di cristianesimo delle origini propugnato da Lampredi, e inseparabile dalla tolleranza religiosa (anch'essa mutuata dagli antichi Greci e Romani), finisce per uscire dal cattolicesimo nel senso generale del rapporto istituzioni umane - divinità. Licurgo e Numa, per così dire, finiscono per prendere il sopravvento su S. Tommaso d'Aquino.

4. Stoicismo ed eroismo

Il problema del rapporto tra culto dell'antichità e religione cattolica è assai delicato e complesso. Negli ultimi anni, la questione è stata ampiamente dibattuta dalla storiografia sulla festa rivoluzionaria, che per alcuni aspetti fu forse la più compiuta espressione di un uso dell'antico nel tentativo di rifondare simbolicamente il legame sociale (grazie anche al contributo degli artisti neoclassici, a Roma rappresentati da Giuseppe Barberi, Andrea Vici, Andrea Bargigli, Giovan Battista Comolli, Felice Giani)124. Per quanto riguarda la Francia, M. Ozouf ha considerato il sostituirsi del riferimento all'antichità classica al rito cattolico nelle feste rivoluzionarie francesi come un «transfert di sacralità» verso un modello familiare ma conosciuto tanto superficialmente da poter essere reinterpretato senza che la festa nel suo complesso uscisse dalle strutture del sacro come esse erano state elaborate dal cristianesimo125. La prospettiva antropologica di tale interpretazione non appare estensibile con profitto allo studio della Repubblica romana, almeno nell'ambito problematico che forma l'oggetto del presente contributo. Il problema che a Roma mi sembra aver dominato sugli altri fu la separazione della sfera politica dalla sfera religiosa, la sottrazione agli ecclesiastici del controllo dell'amministrazione, anche se non si può non sottolineare ancora una volta come nel dibattito confluì una gamma amplissima di opzioni, e di diversi sincretismi. Per quanto riguarda la «religiosità» delle cerimonie repubblicane credo ci si trovi di fronte più ad un'assonanza strutturale che ad una corrispondenza funzionale, per quanto forte fosse la tendenza della classe dirigente romana ad utilizzare gli eroi della classicità come fonte di legittimità al tempo stesso innovativa e rassicurante.

Non che il ricorso all'antichità non fosse reinterpretabile in chiave anticattolica tout court. Un tale atteggiamento si riscontra con più frequenza in sedi come il Circolo costituzionale126, e contribuisce insieme ad altri indicatori alla formulazione di un giudizio di «radicalità» per alcuni patrioti piuttosto che per altri. Il rapporto tra religione e Rivoluzione aveva assunto i connotati di un conflitto insanabile già da anni. E per cosa aveva rappresentato il potere temporale della Chiesa a Roma, i repubblicani che volevano essere coerenti con il proposito di laicizzare lo Stato si trovarono immediatamente collocati all'interno di uno dei due poli opposti.

Tra i patrioti che ricoprirono incarichi direttivi nell'organigramma della Repubblica un caso interessante è forse quello di Giuseppe Martelli, legale originario di Cascia, membro della prefettura provvisoria di Giustizia e polizia nei primi giorni della Repubblica, poi tribuno e infine ministro di Giustizia e polizia dal 18 settembre 1798 al 16 aprile 1799. Martelli si distinse per il suo zelo nel controllo degli ecclesiastici, sostenuto da Antonio Franceschi all'Interno127. Sala lo definisce «uomo di fieri sentimenti» nei confronti di emigrati e religiosi128, e Fortunati racconta come egli, con altri patrioti, si recasse nel marzo 1799 dai Consoli e dall'ambasciatore Bertolio per ottenere la sospensione delle celebrazioni della Settimana santa129; dal canto suo, Valentinelli sostiene che egli fu un convinto fautore della parificazione degli ebrei130. Giudizio severo esprimeva su di lui nell'anno VIII Bertolio, definendolo «patriote exclusif» insieme a Bruner, Jacoucci, Lamberti, esuli romani arrivati a Marsiglia131.

La ricerca di un nuovo quadro di riferimento sembra riflettersi nell'immagine dell'antichità che Martelli utilizzò nella sua attività, pur nell'ambito fortemente caratterizzato del suo ministero. Per denunciare il controllo sociale esercitato dal «dispotismo clericale», egli citò volentieri la storia antica, preferendo l'immagine di una società fondata sulla legge e sulla virtù, piuttosto che la menzione di singoli eroi. Proibendo l'uso delle maschere per il Carnevale dell'anno VII, per esempio, si dilungava in riflessioni sulla decadenza delle feste d'ancien régime, che delle tradizioni classiche avevano saputo imitare solo i Baccanali: «La ricordanza delle Antiche Feste, che si trovavano consacrate dai moderni con nomi diversi, era un omaggio forzato, che si rendea all'antichità, ma le stesse ne erano alterate, ed avvilite dal loro primero istituto». Obiettivo delle feste repubblicane, invece, doveva essere il ristabilimento delle Leggi di natura, dopo che «la Libertà civile è sparita con l'era de' Greci, e de' nostri Maggiori»132. L'«educazione alla cittadinanza» emerge dai proclami di Martelli come tratto caratteristico del mondo classico, in cui la conoscenza garantisce la libertà del singolo contro gli arbitri delle autorità e lo mette in grado di compiere il proprio dovere come fosse una «dolce e facile abitudine»: «I Greci, i Romani le tenevano sculte nel Foro, e le confidavano alla memoria dei fanciulli. Età felice, in cui poche, uniformi Leggi erano sufficienti a diriggere, ed a raffrenare le passioni dei Conquistatori del Mondo!»133. Di Martelli abbiamo un articolo sul Monitore sulla questione teatrale134, e simile intento riformatore egli dimostrò nell'energico intervento presso l'Arcadia romana, descritto nella «memoria giustificativa» del custode Godard135.

D'altra parte, per quanto riguarda in generale la gestione delle feste repubblicane è a mio avviso fuorviante immaginare l'esistenza di una classe dirigente separata e contrapposta ai semplici patrioti, l'una moderata e neoclassica, gli altri anticlericali e carnevaleschi. Le cose furono più complesse, almeno in città: i patrioti organizzarono manifestazioni semiprivate che utilizzavano l'alfabeto dell'antico136, e nelle feste centrali fu determinante il ruolo degli «attivisti», come il Pietro Guerrini della Festa dell'Abbruciamento del Libro d'oro, in cui si manifestò la tensione tra una carica liberatoria scomposta e virulenta, e l'intento didattico di una simbolica purificazione mediante il fuoco137.

È interessante notare che il modello classico fu utilizzato da alcuni patrioti non solo nella dottrina politica, ma anche come modello comportamentale alternativo alla tradizione cristiana, come sistema dell'etica laica della virtù patriottica.

Vincenzo Ondedei pronunciò al Circolo costituzionale un discorso Sopra lo stoicismo138 che rappresenta in un certo senso il manifesto della nuova etica: «Lo Stoicismo è quella sana morale, è quell'esercizio delle più sode virtù, che professavano i Stoici.[...] Lo stoicismo non è che una forte passione per tutte le virtù sociali». Stoici erano Catone Uticense, Bruto, Porzia, e «se voi tutti ardentemente bramate, come non ne dubito, la fermezza, e la perpetuità di questa nostra Repubblica, non dovrete porporvi altri modelli, ed altri Maestri in tutte le vostre azioni, che Zenone, Antipatro, Panezio, Possidonio, Epitteto, e tutti gli altri virtuosi propagatori dello Stoicismo».

Si è già visto come nel Circolo costituzionale si parlasse spesso contro il lusso, e dalle parole si passò ai fatti. Vincenzio Russo offrì per la Cassa dei poveri il suo orologio d'argento «unica cosa di qualche pregio, che nella sua povertà possiede»; anche Baccini si tolse l'oro dal cappello e «fu un dolce spettacolo veder seguito il di lui esempio, e vedere non solo l'oro tolto dai cappelli, ma altresì da' pantaloni. Echeggiò allora la sala di replicati evviva la Libertà Latina; evviva Roma, o Liberi o morire; e Bruto, ad una sì luminosa prova di patriottismo Romano... Bruto sorrise»139. Indubbiamente, in questi gesti, la frugalità repubblicana si sovrappone alla carità cristiana, ma non si può ignorare il fatto che i patrioti si richiamassero esplicitamente agli eroi romani, e non ai buoni cristiani140. Lo stesso Baccini si offrì come difensore gratuito dei rei, un gesto che il Monitore paragonò all'impegno civile di Demostene141. Il Monitore racconta anche l'episodio del cittadino Luigi Cola che voleva imporre a suo figlio i nomi di Aristide Attico Bruto, nomi che un curato rifiutò come «divinità dei Pagani»142; la notizia può essere certamente un'invenzione satirica di Lampredi, ma venne ripresa con commenti indignati da Sala143. Questo episodio e l'altro molto noto dell'architetto Giuseppe Barberi sono gli unici esempi di nominazione anticheggiante che si trovano nelle fonti narrative. Sarebbe interessante studiare i libri parrocchiali delle parrocchie più «giacobine» di Roma (S. Lorenzo in Lucina, S. Marcello, S. Maria in Via, S. Stefano del Cacco), per verificare se ci furono altri episodi, anche se non ci si può aspettare nulla di paragonabile con il fenomeno francese144.

Se la Rivoluzione rappresentò una rottura nel modello comportamentale almeno dei gruppi militanti, nel processo di definizione delle virtù patriottiche e dell'eroismo repubblicano è certo possibile rintracciare riferimenti ai personaggi della classicità, mediati dal neoclassicismo prima e dalla propaganda rivoluzionaria poi145. Ecco, per esempio, l'aristocratico reatino Francesco Canali che assiste all'innalzamento dell'albero della libertà a Rieti impettito sul suo cavallo, e con i compagni improvvisa un corteo trionfale dopo aver repubblicanizzato una località del circondario146. O ancora una madre che come le spartane di Plutarco e di Valerio Massimo offre all'esercito repubblicano due figli, dopo la morte dei primi due147.

La vita militare sembrò offrire la possibilità di esprimere il desiderio di emulare gli antichi eroi: «È incredibile l'ardore con cui concorre ad iscriversi la gioventù romana bramosa di risuscitare l'antico valore e coraggio di questo Popolo bellicoso, ed a questo fine si esercitano ogni giorno nelle evoluzioni militari sotto la brava direzione dei nostri Liberatori nella Villa Barberini»148. Nella battaglia di Otricoli contro la retroguardia napoletana, la Legione romana, per quanto esigua, combatté con valore, e i generali Dallamagne e Vial ne diedero atto in un proclama, elogiando soprattutto i colonnelli Santacroce e Borghese149.

Non furono solo gli aristocratici che risentirono il fascino del protagonismo guerriero. Lo speziale di Marino Bartolomeo Bona, dopo aver guidato i Francesi contro le comuni ribelli dei Castelli Romani, venne nominato nel giugno 1798 Comandante della Guardia nazionale sedentaria150. Il proclama che egli fece pubblicare in quell'occasione è un capolavoro di retorica dell'eroismo, l'esaltazione dell'eroe di un mese:

Cittadini romani, che già serviste d'esempio a tutto il mondo, assoggettato al valore delle vostre Armi, risvegliate ne' petti l'antico vostro coraggio. Scorrete la strada della Gloria, rintracciando le orme de' vostri Maggiori. Vi sovvenga la lunga schiavitù, che vi ha oppressi, e la Libertà, che ricuperata avete mercé l'aiuto de' vostri Fratelli, de' generosi Francesi.[...] Fate a gara di militare sotto la bandiera della Nazione, insuperbite di scorrere in pattuglia per la Città alla difesa della libertà151.

Il commento di Sala: «Egli si è fatto subito sentire con una rodomentesca Allocuzione al Popolo di Roma. Questa sorta di Eroi non sanno parlare altro linguaggio»152; stesso sarcasmo per Pietro Piranesi, «cognito patriota», al momento della sua nomina153.

Nell'eroe «all'antica» sembra prendere corpo l'ideale di una vita come avventura prometeica elaborato dall'Illuminismo, mentre la morte trova un significato nuovo e laico nel bene della Patria e nel ricordo dei posteri. Così, nel dicembre 1798 Luigi Bruni, patriota di lunga data che aveva partecipato ai tentativi di rivoluzione del 2 agosto e del 28 dicembre 1797154,si suicidò per non cadere in mano agli Insorgenti155.Qualche mese più tardi l'anonimo estensore delle Memorie per servire al diario di Roma riferisce del tentato suicidio con veleno di un patriota arrestato dai francesi nel settembre 1799, e aggiunge: « [è] una delle mode dei Figli di Bruto di portarlo sempre in saccoccia, per morire all'occasione piuttosto che andare in mano di un tiranno»156. L'autore del gesto può forse identificarsi in Giuseppe Jacoucci, o nello speziale Francesco Mutarelli, entrambi arrestati per aver dimostrato vivaci dissensi verso la politica dei Francesi nei confronti della Repubblica romana in pericolo157. Il primo, originario di Veroli, frequentatore del Circolo costituzionale, animatore dell'innalzamento dell'albero della libertà a piazza del Popolo158, era stato commissario dipartimentale del Tevere, e l'animatore di un burò di giudizio patriottico; Sala lo descrive come uomo ferocemente anticlericale159. Finirà per emigrare con i Francesi. Il secondo, suo inseparabile collega, figura in una lista di patrioti sequestrata al console Pierelli come protagonista dei fatti di dicembre 1797160, ed era stato amministratore dipartimentale del Tevere, ed «uno dei capi della rivoluzione ed in tutto il tempo della Repubblica, portò sempre una berretta con l'iscrizione a lettere d'oro: o libertà o morte»161.

Vero o falso che sia, l'episodio rivela comunque l'opinione dei conservatori nei confronti dei giacobini, ritenuti capaci di gesti eroici dal sapore stoico (oltre a confermarci il grado di disillusione raggiunto nei circoli radicali romani verso i Francesi). La terribile alternativa, Libertà o morte, veniva ripetuta, giurata, meditata. I suicidi di Socrate e di Catone, illustrati dalla pittura, dal teatro, dai discorsi rivoluzionari fornivano l'esempio glorioso dello sprezzo della morte per la libertà162. Certo, si tratta di rari accenni, di indizi isolati, spunti che incoraggiano ricerche future sui canali di diffusione e di socializzazione dei modelli e dei valori.

Al di là dei gesti eroici, è però certo che alcuni patrioti scelsero l'antico anche come espressione di un'appartenenza politica che ben chiara doveva apparire ai contemporanei. Bastavano segni minimi, come la capigliatura «alla Brutus». Il repubblicano Saverio Pediconi si mostrava in città con i «bragaloni, coi capelli alla Brutus, coi scopettoni e col bastone»; simile acconciatura portava Pio Camillo Bonelli, e la cosa doveva essere diffusa tra i giacobini romani163, tanto che il Monitore ammonì i patrioti a non lasciare che i capelli decidessero della fede politica164. Il berretto frigio, a volte con l'iscrizione «Libertà o morte», doveva anche essere frequente165. E se la coccarda era stata resa obbigatoria, non lo erano i bottoni con lo stemma della Repubblica o con l'effigie di Bruto166.

È da sottolineare la selettività di questi segni: essi assumono un significato preciso nella dialettica tra moderati e radicali. Nel sistema simbolico già articolato che venne imposto alla totalità della popolazione, alcuni gruppi sentirono la necessità di una ridondanza di segni per marcare l'appartenza ad una élite politica. All'interno di queste élites, non definite in base alla provenienza sociale, ma piuttosto dalla partecipazione alla rete di sociabilità repubblicana che si strutturava intorno al Circolo costituzionale e ad alcuni caffè di Roma (tra gli altri quelli «degli Specchi», «della Barcaccia», la spezieria della Regina), in case private (di Bonelli, di Tommaso Lamberti), ma anche a teatro e alle feste, l'antico fu investito di un nuovo significato politico.

Il culto di Bruto, in particolare, si manifestò attraverso oggetti di ogni tipo, come busti ed incisioni. Un busto di Bruto venne coronato nel cortile dell'ospedale S. Spirito167, e ancora Sala riporta la notizia che i «patriotti», dopo la chiusura del Circolo costituzionale, discussero l'idea di portare il busto di Bruto in processione per l'anniversario del 14 luglio168. Per quanto riguarda le incisioni, presso il Gabinetto nazionale delle stampe sono conservati due ritratti di Bruto; le modeste dimensioni di uno di essi (mm. 112 x 85) suggeriscono che era destinato ad una collezione privata169.

Su Bruto, eroe e simbolo di un progetto politico ed etico, ricadde il rifiuto anti-repubblicano all'indomani dell'invasione napoletana: «Questa mattina una truppa di popolo ha estratto dal Palazzo Vaticano il busto di Bruto, che servì per la Festa Patriottica del primo Vendemmiale, lo ha collocato sopra un carrettino, e lo ha portato in giro per la città, facendolo vedere anco agli Ebrei sulla Porta del Ghetto. In ultimo lo ha gettato nel Tevere, dove pure ha avuto sepoltura lo stendardo tricolore [...]»170.

Abbreviazioni

ASR: Archivio di Stato di Roma.

BAV: Biblioteca Apostolica Vaticana.

BNR: Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II, Roma.

Assemblee: Assemblee della Repubblica Romana (1798-99), a cura di Vittorio E. Giuntella, Bologna, 1954; Roma, 1977.

Collezione: Collezione di Carte pubbliche, proclami, editti, ragionamenti ed altre produzioni tendenti a consolidare la rigenerata repubblica romana, Roma, 1798-1799, anno I-II della Repubblica Romana.

Fortunati: Avvenimenti sotto il pontificato di Pio VI dall'anno 1775 all'anno 1800 raccolti dalla bo.me. Francesco Fortunati, BAV, codd. Vat. lat. 10730-10731.

Galimberti: Memorie dell'avv. Antonio Galimberti dell'occupazione francese in Roma dal 1798 alla fine del 1802, BNR, mss. Vittorio Emanuele 44-45.

Sala: Scritti di Giuseppe Antonio Sala pubblicati sugli autografi da Giuseppe Cugnoni, Roma, 1882-1888; ristampa anastatica a cura di V.E. Giuntella e R. Tacus Lancia, Roma, 1980.

Valentinelli: Valentinelli Francesco (attribuito), Memorie storiche sulle principali cagioni e circostanze della rivoluzione di Roma e di Napoli,[s.l.], 1800.

Note

1. H.T. Parker, The Cult of Antiquity and the French Revolutionaries, Chicago, 1937. Già il libro di M. Badolle, L'abbé J.J. Barthélémy et l'hellenisme en France dans la seconde moité du XVIIIe siècle, Paris, 1927, dedicava una parte alla questione.

2. B. Baczko, L'Utopia. Immaginazione sociale e rappresentazioni utopiche nell'età dell'Illuminismo, Torino, 1979, p. 85. La bibliografia è ricchissima, anche di contributi sui singoli pensatori; rimando solo a P. Gay, The Enlightenment: an Interpretation. The rise of modern Paganism, New York, 1968; E. Rawson, The Spartan Tradition in European Thought, Oxford, 1969; L. Guerci, Libertà degli antichi e libertà dei moderni. Sparta, Atene e i 'philosophes' nella Francia del Settecento, Napoli, 1979; e al recente libro di una studiosa prematuramente scomparsa, M. Raskolnikoff, Histoire romaine et critique historique dans l'Europe des Lumières: la naissance de l'hypercritique dans l'historiographie de la Rome antique, Roma, 1992. Sull'aspetto più propriamente artistico cfr. R. Rosemblum, Trasformazioni nell'arte. Iconografia e stile tra Neoclassicismo e Romanticismo, Roma, 1984.

3. J.M. Goulemont, Du républicanisme et de l'idée républicaine au XVIIIe siècle, in F. Furet - M. Ozouf (sous la direction de), Le siècle de l'avènement républicain, Paris, 1993, in particolare p. 46. Cfr. anche la messa a punto di Y. Touchefeu, Les institution politiques romaines comme «modèle» démocratique au XVIIIe siècle, en France, de Rollin à Rousseau, comunicazione presentata al XII seminario internazionale di studi storici Da Roma alla terza Roma, Roma, 21-23 aprile 1993, Antichità e Rivoluzioni da Roma a Costantinopoli a Mosca.

4. J. Godechot, L'influence de l'Antiquité gréco-romaine à l'époque révolutionnaire, in «Index», n. 7, 1977, pp. 45-57; J. Bouineau, Les toges du pouvoir, ou la révolution du droit antique 1789-1799, Toulouse, 1986; P. Vidal-Naquet, Tradition de la démocratie grecque, pref. alla trad. francese di M.I. Finley, Démocratie antique et démocratie moderne, Paris, 1976, e con N. Loraux, La formation de l'Athènes bourgeoise. Essai d'historiographie, in R.R. Bolger (ed.), Classical Influence on Western Thought, AD 1550 - 1870, Cambridge, 1978, pp. 169-222; C. Mossé, L'Antiquité dans la Révolution française, Paris, 1989; e i contributi riuniti in La Grecia antica. Mito e simbolo per l'età della grande Rivoluzione, Milano, 1991.

5. Cfr. l'autorevole giudizio di V.E. Giuntella, La giacobina Repubblica Romana, in «Archivio della Società romana di storia patria», a. LXXIII, (1950), pp. 11 ss.

6. La definizione è tratta dall'opera di R. Assunto, Specchio vivente del mondo. Artisti stranieri in Roma 1600-1800, Roma, 1978.

7. Su Roma nel Settecento cfr. V.E. Giuntella, Roma nel Settecento, Bologna, 1971, e per l'ambiente neoclassico l'ancora utilissimo L. Hautecoeur, Rome et la renaissance de l'antiquité à la fin du XVIIIe siècle, Paris, 1912.

8. S. Pinto, La promozione delle arti negli Stati italiani dall'età delle riforme all'Unità, in Storia dell'arte italiana, t. VI**, Torino, 1982, pp. 793-1079, sullo Stato pontificio pp. 889 ss.; C. Pietrangeli, Scavi e scoperte di antichità sotto il pontificato di Pio VI, II, Roma, 1958, purtroppo limitato agli anni 1775-1780. La figura di Pio VI meriterebbe di essere studiata più approfonditamente, poiché il fervore apologetico inficia le sue pur numerose biografie. Rimando in ogni caso al classico L. von Pastor, Storia dei Papi dalla fine del medioevo, vol. XVI, Pio VI (1775-1799). Versione italiana di Pio Cenci, Roma, 1934.

9. A. Cipriani, Contributo per una storia politica dell'Arcadia settecentesca, in «Arcadia. Atti e memorie», s. III, vol. V, fasc. 2-3, 1971, pp. 101-166; L. Felici, L'Arcadia romana tra Illuminismo e neoclassicismo, ivi, pp. 167-182; A. Costamagna, Agesia Belaminio (G.G. Bottari) e l'accademia dell'Arcadia nel Settecento, in «Quaderni sul Neoclassico», n. 3, 1975, pp. 43-63.

10. Per un elenco dei periodici a Roma cfr. O. Vercillo, Periodici romani dal 1700al 1814 , in «L'Urbe», 1949, fasc. 6, pp. 19-28; cfr. anche L. Felici, Il giornalismo romano tra Arcadia e neoclassicismo, in «Studi Romani», n. 19, 1971, pp. 236-273.

11. Ampie selezioni delle loro opere sono state pubblicate ed annotate in Illuministi italiani. t. VII: Riformatori delle antiche Repubbliche, dei Ducati, dello Stato Pontificio e delle Isole, a cura di G. Giarrizzo, S. Torcellan, F. Venturi, Milano-Napoli, 1965.

12. Cfr. i documenti del processo che ne seguì pubblicati da C. Trasselli, Processi politici romani dal 1792 al 1798, in «Rassegna Storica del Risorgimento», a. XXV (1938), fasc. 11-12, pp. 1495-1613.

13. Sulla Repubblica romana occorre rimandare a A. Dufourcq, Le régime jacobin en Italie. Étude sur la République Romaine (1798-99), Paris, 1900; V.E. Giuntella, La giacobina Repubblica Romana, in «Archivio della Società romana di storia patria», a. LXXIII (1950), fasc. 1-4; A. Cretoni, Roma giacobina. Storia della Repubblica Romana del 1798-99, Roma, 1971.

14. F. Venturi, Utopia e riforma nell'Illuminismo, Torino, 1970, e più in generale A. La Penna, La tradizione classica nella cultura italiana, in Storia d'Italia, vol. V**, I documenti, Torino, 1973, pp. 1321 ss.

15. Colgo l'occasione per esprimere il mio debito verso il prof. F. Pitocco, sotto il cui impulso questa ricerca ha visto la luce. Alla dott.ssa S. Nanni vanno i miei ringraziamenti per le sue puntuali e sempre stimolanti osservazioni.

16. Gli atti del parlamento della Repubblica romana sono stati parzialmente editi a cura di V.E. Giuntella, Assemblee della Repubblica Romana (1798-1799), Bologna, 1954, e Roma, 1977. I due volumi comprendono le sedute del Tribunato I-XCVII dal 30 ventoso al 29 messifero a. VI. Gli atti del Tribunato per le sedute I-LVII dal 26 brumale al 27 ventoso a. VII sono conservati presso la Biblioteca del Senato della Repubblica (Leg. Antichi Stati 303); per il Senato i resoconti delle sedute I-XL dal 30 ventoso al 19 messifero a. VI e I-LIII dell'anno VII si trovano presso la Biblioteca di storia moderna e contemporanea (21. 8. F. 11-12). Il prof. Giuntella sta attualmente curando la pubblicazione di questa serie di processi verbali. Per un giudizio complessivo sui risultati dell'attività legislativa del parlamento della Repubblica cfr. l'introduzione dello stesso V.E. Giuntella, La crisi del potere temporale alla fine del Settecento e la parentesi costituzionale del 1798-99, in particolare p. LXXXI ss.

17. P. Vidal-Naquet, Il posto della Grecia nell'immaginario degli uomini della Rivoluzione, in La Grecia antica, cit., pp. 15-38; cfr. anche J. Bouineau, op. cit., pp. 139 ss.

18. Secondo il principio censitario sancito dalla Costituzione francese dell'anno III e ribadito dalla Costituzione romana, la condizione per l'eleggibilità era un reddito imponibile pari a 150 giornate di lavoro (art. XXV). Nel Senato abbiamo notizie sulla professione di diciassette membri; di questi 5, ma più probabilmente 7, esercitavano professioni connesse alla giurisprudenza, e uno, Renazzi, insegnava alla Sapienza; sedevano inoltre tra i senatori 4 medici, 1 proprietario terriero, 3 intellettuali, 1 membro di famiglia commerciante, e 3 nobili, di cui uno, Bufalini, era stato diseredato e si era rivolto alla carriera militare. In tribunato troviamo 25 uomini di legge, forse 27, e tra essi Moroni insegnava Diritto civile all'Università di Perugia; 5 medici; 3 proprietari terrieri; 8 intellettuali (di cui 5 erano religiosi); un grande commerciante ed armatore; 5 aristocratici; 1 religioso (Angelo Angelucci, fratello del più famoso Liborio), 1 libraio, 1 incisore. Non sono stati presi in considerazione i membri nominati nel maggio 1799; si consideri però che la laurea in utroque iure era considerata il naturale coronamento dell'istruzione delle classi dirigenti, e quindi altri tribuni e senatori avevano verosimilmente conseguito tale diploma. Come base per queste statistiche ho utilizzato il vecchio articolo di T. Casini, Il Parlamento della Repubblica Romana del 1798-99, in «Rassegna Storica del Risorgimento», a. III (1916), fasc. V-VI, pp. 517-572, integrandolo con altre fonti e repertori biografici, quali il «Dizionario biografico degli Italiani»,Roma, 1960-(1992). Si tengano tuttavia presenti le precisazioni metodologiche sulle classificazioni sociologiche per l'ancien régime di B.G. Zenobi, Ceti e potere nella Marca pontificia. Formazione e organizzazione della piccola nobiltà fra '500 e '700, Bologna, 1976, pp. 31 ss.

19. Cfr. C. Nicolet, L'idée républicaine en France 1798-1924: essai d'histoire critique, Paris, 1982, p. 335. Accanto all'ammmirazione per la tradizione giuridica repubblicana, occorre sottolineare che, al contrario, la giurisprudenza giustinianea era stata oggetto di una feroce critica che accumunò i giuristi illuministi in tutta Europa. Cfr. R. Bonini, Giustiniano nella storia: il mito e la critica nel Settecento illuminista, Torino, 1991.

20. J. Bouineau, op. cit., p. 161.

21. Assemblee, vol. II, p. 589. Il ricordo di Cicerone (de Leg., II, 23, 59) e le leggi delle XII tavole cantate dai fanciulli «ut carmen necessarium» è evidente.

22. Di questo parere è anche P. Alvazzi del Frate, La «romanité» dans le système juridique de la République romaine (1798-1799), comunicazione presentata al XII seminario internazionale di studi storici Da Roma alla terza Roma, Roma, 21-23 aprile 1993, Antichità e Rivoluzioni da Roma a Costantinopoli a Mosca.

23. G. Cambiano, Montesquieu e le antiche repubbliche greche, in «Rivista di Filosofia», vol. LXV, 1974, pp. 93-144. Sul rapporto tra storiografia e politica cfr. G. Benrekessa, La politique e sa mémoire. La politique et l'historique dans la pensée des Lumières, Paris, 1983. Y. Touchefeu, art. cit., scrive ancora in proposito:«L'intérêt de la Rome antique n'était pas tant de proposer des institutions dont les modernes pourraient directement s'inspirer. Il était plutôt d'inviter à réfléchir aux principes qui régissaient cet édifice institutionnel. En s'attachant à cette réflexion, les hommes des Lumières mettaient à jour des questions capitales qui préparaient le chemin de la république». Su Montesquieu cfr. Montesquieu et la Révolution, n. monografico di «Dix-huitième siècle», n. 21, 1989. P. Berselli Ambi, L'opera di Montesquieu nel Settecento italiano, Firenze, 1960, p. 210, sostiene invece che le Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence furono lette in Italia solo da un ristretto pubblico di studiosi dell'antichità. Su Gibbon cfr. M. Baridon, Edward Gibbon et le mythe de Rome. Histoire et idéologie au siècle des Lumières, Paris, 1977, e i vari interventi di A. Momigliano, soprattutto quelli raccolti in Contributo alla storia degli studi classici, Roma, 1955, e Sesto contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, Roma, 1980. Su Mably, considerato dalla critica controrivoluzionaria il maggiore responsabile dell'anticomania repubblicana, cfr. il breve ma puntuale articolo di T. Schleich, Mably e le antiche costituzioni, in «Quaderni di storia», n. 23, 1986, pp. 173-197.

24. Assemblee, vol. II, p. 391. Il testo del primo progetto di risoluzione alle pp. 525-526.

25. Ivi, vol. II, pp. 575-576.

26. Ivi, vol. II, p. 714.

27. Ibidem.

28. Assemblee, vol. II, p. 627.

29. Il Senatore Santarelli, parlando contro la proposta di riservare la professione notarile ai coniugati o vedovi, invocava le leggi «ampie, per così dire non coattive» di Atene e Roma; quest'ultima, che non si attenne sempre a questo principio, «ebbe a pentirsi di aver riservato all'ordine equestre la pretura, che sotto le loro mani divenne un tempo la spada de' prepotenti, il banco della pubblica violenza, la mercatura delle leggi». Senato, seduta XIV del 18 piovoso a. VII.

30. Nella seduta VIII (9 germile a. VI) Sertori invocò una legge che «imponga freno agli amministratori della Cassa Nazionale». Moroni propose di richiamare in vigore le leggi romane de Ambitu, de Peculatu, de Residuis, al fine di «ristabilire l'antica gloria del nome romano, ed a questo coopereremo rendendo al suo vigore la forza delle sue savie leggi». Il presidente Gagliuffi ricordò che i commissari francesi erano al lavoro per redigere il codice penale: essi «sceglieranno le migliori fra le antiche leggi romane e riformeranno le altre, conformandole al costume di questi tempi e prevalendosi delle odierne filosofiche cognizioni». Assemblee, vol. I, pp.78-79.

31. Seduta LXIX del 28 pratile a. VI, progetto di risoluzione per richiamare gli emigrati, che «freddi ed insensibili al glorioso Risorgimento della Patria loro, fratelli degeneri da quelli antichi eroi non solo, che per essa e per la romana libertà sudarono, ma da quelli eziandio, che nella seguita rigenerazione di essa il coraggio e l'attaccamento emularono dei Bruti». Assemblee, vol. II, p. 586.

32. Il Monitore di Roma n. IX del 21 marzo 1798 parla di una petizione contro la possibilità di pagare 4 paoli per l'esenzione dal servizio personale: la disposizione disonorava infatti il nome romano.

33. Cfr. C. Mossé, L'antiquité dans la Révolution française, cit., pp. 73 ss. e 82 ss. È da notare che questo aspetto di «apprendistato democratico» del servizio nella Guardia nazionale fu quello che maggiormente colpì gli osservatori coevi, fossero essi ostili o favorevoli alla Repubblica, come si deduce dai commenti riportati da A. Cretoni, op. cit., p. 147.

34. Assemblee, vol. I, p. 106. Interessante anche la risposta alle obiezioni sulla fatica del servizio personale: «Siano pure effemminati i corpi e deboli gli spiriti, sia vasta la città e scarsa la popolazione, sia l'aria malsana, pure si superavano tutti questi ostacoli dai romani, per l'addietro, ad oggetto di consumare le notti nei festini, nelle veglie e nei passeggi notturni; si superavano in quelle lunghe processioni da una basilica all'altra per servire la politica dei tiranni, e non si supereranno per servire alla Patria, per procurare la propria sicurezza?» (Ibidem).

35. Luigi Lamberti, 1759-1813, di Reggio Emilia, poeta e filologo, dopo aver interrotto gli studi legali, si trasferì a Roma dal 1787, dove fu impiegato come segretario di Marcantonio Borghese; fu ascritto in Arcadia (Musonio Filagense) e all'Accademia degli Aborigeni, frequentando soprattutto E.Q. Visconti, con il quale condivise la scelta repubblicana, l'Istituto nazionale e infine, temporaneamente, l'esilio parigino.

36. Assemblee, vol. I, p. 106.

37. Cfr. soprattutto le accese sedute XIX e XX del 23 e 24 germile a. VI, nonostante il fatto che il nuovo progetto di risoluzione avesse accolto molte delle obiezioni che erano state mosse al precedente, come si legge in Assemblee, vol. I, pp. 130-132.

38. Assemblee, vol. I, p. 173.

39. F.M. Renazzi, Discorso del Cittadino avvocato Filippo Renazzi senatore, pronunciato nella seduta dei 9 fiorile anno VI dell'Era repubblicana e per decreto del Senato reso pubblico colle stampe, [snt]. Sull'opera di Filippo Maria Renazzi, 1742-1808, di Roma, avvocato e professore di Istituzioni criminali alla Sapienza, in Arcadia Darinto Piseo, cfr. M.R. Di Simone, La «Sapienza» romana nel Settecento.Organizzazione universitaria e insegnamento del Diritto, Roma, 1980, pp. 208 ss.

40.Vidal-Naquet e N. Loraux, La formation de l'Athènes bourgeoise, cit., hanno chiarito per la Francia il senso dell'evoluzione dell'immagine di Atene ricca e commerciante rispetto alla Sparta agraria e frugale di Rousseau, di Mably e di molti robespierristi. Nel caso della Repubblica giacobina romana i riferimenti alla Grecia sono di scarsa importanza in materia sociale ed economica ma la Roma primitiva assunse il ruolo che era stato di Sparta nel dibattito francese.

41. «Allo stesso modo si affrontano i problemi sociali [con il suggerimento di espedienti estraordinari ed empirici]; ci si accontenta di riaffermare solennemente i grandi principi e qualche volta si prospettano audaci riforme; manca però la volontà e la capacità di trovare le soluzioni sul terreno politico e legislativo», V.E. Giuntella, art. cit., in Assemblee, p. LXXIII. Diversamente motivato ma pur sempre critico il giudizio di R. De Felice, Aspetti e momenti della vita economica di Roma e del Lazio nei secoli XVIII e XIX, Roma, 1965, sulla Repubblica pp. 153 ss.

42. Mi limito a rimandare alle ricerche di M. Caffiero, in particolare L'erba dei poveri. Comunità rurali e soppressione degli usi collettivi nel Lazio (secoli XVIII-XIX), Roma, 1982. Per una critica alla teoria della modernizzazione occorre rifarsi all'ormai «classico» R. Bendix, Tradition and Modernity reconsidered, in «Comparative Studies in Society and History», IX, 1967, 3, pp. 292-346. Cfr. anche S.N. Eisenstadt, The Sociological Theory and the Paradigm of Modernisation and Development, in «History and Theory», XXIII, 1974, 3, pp. 225-252.

43. Assemblee, vol. I, p. 68-69. Francesco Pierelli, nato nel 1757 ad Ancona, esercitava la professione legale nella Capitale, dove era in contatto con il gruppo di uomini di legge legati al duca Pio Camillo Bonelli (Bassi, Maggiotti, Benoffi, Gabrielli); soggiornò ad Ancona nei giorni della Repubblica anconitana per organizzare un gruppo di patrioti; a Roma fu membro della Municipalità provvisoria di Roma, tribuno, ministro di Giustizia e polizia, ministro presso la Repubblica ligure e infine console. Alla caduta della Repubblica fu arrestato a Roma dove continuava a nascondersi e processato dalla Giunta di Stato per la sua attività politica prima dell'arrivo dei Francesi. Cfr. ASR, Giunta di Stato 1799-1800, b. 13, fasc. 169. Su Bonelli cfr. la voce curata da R. De Felice nel «Dizionario biografico degli Italiani», vol. XI.

44. Collezione, vol. I, p. 254.

45. Sulla fortuna settecentesca dell'enfituesi come strumento di intervento statale cfr. G. Giorgetti, Contadini e proprietari nell'Italia moderna. Rapporti di produzione e contratti agrari dal secolo XVI a oggi, Torino, 1974, pp. 97 ss.

46. Assemblee, vol. II, p. 769. In modo analogo, quando si trattò di regolare le modalità di pagamento dei contratti stipulati anteriormente al decreto di svalutazione delle cedole decretato da Dallamagne il 25 marzo 1798, nel Tribunato venne in luce la tendenza a favorire gli agricoltori affittuari «utili alla Repubblica» e le classi lavoratrici, penalizzando piuttosto banchieri e proprietari terrieri; cfr. Assemblee, vol. I, p. 88-92.

47. Senato, seduta VI, 8 germile a. VI. La versione a stampa del discorso è leggermente diversa da quello riportata nel processo verbale. Cfr. A. Brizi, Discorso fatto in senato dal cittadino senatore Antonio Brizi sull'inopportunità delle enormi spese ideate per le disposizioni della gran sala delle sedute in Campidoglio, Roma, [sd]. Antonio Brizi, 1753-1826, di Perugia, avvocato, era stato attivo con i riformatori perugini dell'Accademia dei Forti (A. Cocchi, A. Mariotti, F. Danzetta, G.B. Agretti) con i quali partecipò poi al governo provvisorio di Perugia. Nominato senatore e poi console, alla caduta della Repubblica fu graziato per aver salvato l'archivio della Congregazione di Propaganda Fide prendendone il palazzo in affitto come abitazione. Cfr. la voce curata da L. Gennari in «Dizionario biografico degli Italiani», vol. XII.

48. Assemblee, vol. I, p. 82. Su Nicola Corona cfr. il profilo biografico e critico di F. Venturi in Illuministi italiani, cit., pp. 671 ss.

49. F. Scarpellini, Mozione con progetto di legge del cittadino tribuno Feliciano Scarpellini sulla maniera di corregere l'infezione delle campagne per via della piantagione, [snt]. Feliciano Scarpellini, 1762-1840, di Foligno, era professore di Fisica alla Sapienza; membro delle accademie degli Aborigeni e Esquilina, dopo la Repubblica diede vita all'accademia dei Nuovi Lincei.

50. Marco Faustino Gagliuffi, 1765-1834, dell'ordine dei Chierici regolari delle Scuole Pie, aveva insegnato in vari collegi dell'ordine, ed era celebre come poeta e latinista, in Arcadia Chelindo Epirotico. Alla caduta della Repubblica partì con i Francesi e fu espulso dall'ordine, ma rientrò presto in Italia. Su di lui cfr. l'articolo, comprensibilmente reticente sul periodo repubblicano, di L. Picanyol, Un insigne latinista, Marco Faustino Gagliuffi. Pubblicazione per la ricorrenza del primo centenario della morte, in «Parva bibliotheca calasanctiana», n. XI, 1934, pp. 3-48, e, più recentemente, D. Armando, Gli scolopi e la repubblica giacobina romana: continuità e rotture, in «Dimensioni e problemi della ricerca storica», n. 1, 1992, pp. 223-258.

51. Nato nel 1762 a Perugia, Damaso Moroni era canonico del Capitolo della cattedrale di Perugia e professore di diritto civile. Era stato municipalista provvisorio di Perugia; nominato tribuno si distinse per l'impegno moderatore verso la Chiesa, diventando il principale accusatore di Claudio Della Valle per il tentativo di quest'ultimo di privare le autorità ecclesiastiche del potere di nomina dei parroci. Alla caduta della Repubblica, fu arrestato e accusato di attività sediziosa prima dell'arrivo dei Francesi, e di aver scritto testi blasfemi, cioè una Oratio ad petendam Libertatem in Capitolio, interessante sintesi tra il rito cattolico e la storia antica. Il pensiero di Moroni cambiò sensibilmente con l'evolversi della situazione: in un altro discorso allegato al processo, probabilmente letto all'Istituto nazionale nella primavera del 1799, si insinuava il dubbio che la «protezione» francese si limitasse, come la conquista della Grecia da parte dei Romani, ad una invasione brutale se non permetteva all'Italia tutta di vivere la propria ritrovata libertà nella vera democrazia. ASR, Giunta di Stato 1799-1800, b. 3, fasc. 50. Sui cattolici repubblicani di Perugia cfr. il contributo sull'altro perugino Fabio Danzetta di C. Minciotti, Un perugino tra due rivoluzioni: Fabio Danzetta. (1769-1837, in «Bollettino della Deputazione di Storia Patria per l'Umbria», vol. LXX (1973), pp. 91-145.

52. Assemblee, sedute I e II del 30 ventoso e 1 germile a.VI, vol. I, p. 56 e 58. Evidente in queste frasi l'ambiguità della tradizione sul Tribunato della plebe, già delineatasi in età classica. In proposito cfr. G. Grosso, Appunti per una valutazione del tribunato della plebe nella tradizione storiografica conservatrice, in «Index», 7, 1977, pp. 157-161.

53. Si veda per esempio Monitore di Roma del 21 caldifero a. VI; Gazzetta di Roma, 21 febbraio 1798. Cfr. anche il suo discorso alla cerimonia funebre per il generale Duphot, in Collezione, vol. I, p. 39.

54. Assemblee, vol. II, p. 736.

55. G.B. Agretti, Catechismo repubblicano tratto dal francese dal Cittadino Gio. Battista Agretti Prefetto Consolare presso i Tribunali del Trasimeno per uso de' suoi figli, Assisi, 1798. Giovan Battista Agretti, 1775-1830, di Perugia, esercitò l'avvocatura a Roma e a Perugia, dove fu promotore della colonia dei Forti; fino a che divenne processante della Consulta a Roma e vi si stabilì definitivamente. Coinvolto nel tentativo insurrezionale che portò alla morte di Duphot nel 1797, esulò nella Repubblica Cisalpina fino all'invasione francese dello Stato pontificio. Divenne allora vicepresidente della municipalità perugina e poi prefetto consolare del Trasimeno. Alla caduta della Repubblica abbandonò l'Italia.

56. Alessandro Aleandri, 1762- 1838, di Bevagna, dopo aver seguito gli studi legali, ebbe incarichi nel governo di varie località dello Stato pontificio, e si guadagnò fama di novatore con alcuni scritti quali Dell'ingrandimento dell'agricoltura e delle arti nello Stato Pontificio (1789), Degli orfanatrofi e delle pubbliche case di lavoro (1793), Dell'Annona (1794). Fu senatore e poi console della Republica. Su di lui V.E. Giuntella in «Dizionario biografico degli Italiani», vol. II. Di Aleandri si legga anche la relazione della commissione d'inchiesta sull'incostituzionalità della seduta straordinaria tenuta da alcuni membri del Senato nel convento di Monte Marcino presso Perugia il 2 dicembre 1798, durante la prima invasione napoletana (s. V del 21 nevoso a. VII). In questo caso, come nel caso di altri conflitti (tra Tribunato e Senato, tra Esecutivo e Legislativo, tra autorità romane e francesi) l'evocazione dell'antichità svolge una funzione moderatrice; permette di formulare le critiche senza farle uscire da un ben delimitato ambito retorico.

57. G. Maugain, Documenti bibliografici e critici per la storia della fortuna di Fénélon in Italia, Paris, 1910, pp. 27 ss., fino al 1800 conta 33 traduzioni in prosa italiana, 4 in poesia, 6 edizioni in lingua francese stampate in Italia e 2 edizioni poliglotte. Su Fénélon in generale cfr. A. Chérel, Fénélon au XVIII siècle (1715-1810). Son prestige, son influence, Paris, 1917, (l'elenco in appendice è incompleto). Il successo di queste opere non accennò a diminuire nei primi decenni del XIX secolo.

58. Cfr. D. Cantimori, postfazione a Giacobini italiani, vol. I, Bari, 1956, p. 408. Cfr. anche gli appunti di G. Galasso, A proposito della definizione di giacobinismo, in «Atti dell'Accademia Nazionale di Scienze morali e politiche di Napoli», vol. LXXIV, 1963, pp. 32-41.

59. Per una recente sintesi sulla questione della legge agraria durante la Rivoluzione francese cfr. F. Gauthier, Loi agraire, in Dictionnaire des usages socio-politiques (1770-1815), 2. Notions-concepts., Paris, 1987, pp. 65-98.

60. Cfr. soprattutto F. Venturi, Settecento riformatore, vol. II, La Chiesa e la Repubblica entro i loro limiti 1758-1774, Torino,1976.

61. Citato da V.E. Giuntella, in Assemblee, vol. I, p. XXXI.

62. «Non valuto io molto le declamazioni della maggior parte degl'istorici, i quali hanno fatto a gara per far concepire pessima idea de' Gracchi, tacciandoli come cittadini torbidi, violenti e mossi da talento di perniciose novità ed autori di sedizioni. Scrissero que' dotti quando già era spenta la repubblica, e, volendosi distruggere per sino la memoria e l'immagine di libertà, erano proscritte, come delitti, le idee popolari, in tempi ne' quali la vile adulazione e la bassezza erano di sola moda. [...] A Tiberio Gracco mancarono circostanze favorevoli. Nato in tempi corrottissimi fu riputato pessimo cittadino. La legge sempronia, forse il solo mezzo che rimanea per salvare la repubblica, perché proposta in tempi infelicissimi accelerò la sua caduta e fu il segnale dello spargimento del sangue», F.M. Cacherano di Bricherasio, De' mezzi per introdurre ed assicurare stabilmente la coltivazione e la popolazione dell'Agro romano, Roma, 1785, parzialmente riprodotto in Illuministi italiani, cit., pp. 601-625 (cit. a p. 601). Sull'opera di Cacherano, cfr. anche S. Bordini, Un'ipotesi di razionalizzazione tardo-illuminista: i 'villaggi agrari' della campagna romana, in «Quaderni sul Neoclassico», n. 3 (1975), pp. 64-96.

63. Cfr. Effemeridi letterarie di Roma, n. XI del 1777; i nn. XIV- XVI del 1786 con la recensione dell'opera di F.M. Cacherano di Bricherasio; i nn. XXVIII-XXIX del 1789 sull'Origine della popolazione di San Leucio, e suoi progressi fino al giorno d'oggi colle leggi corrispondenti al buon governo di essa (Napoli, 1789) utopia cristiano-spartana dell'allora re-filosofo Ferdinando IV.

64. Cfr. E. Piscitelli, La riforma di Pio VI e gli scrittori economici romani , Milano, 1958, pp. 53 ss. Fabrizio Ruffo era stato Tesoriere generale dal 16 febbraio 1785 al 25 febbraio 1794.

65. Fortunati, 22 ottobre 1795; 18 novembre 1797.

66. Effemeridi Letterarie di Roma,n. I del 7 gennaio 1797. Su Tocci cfr. D. Cantimori, Utopisti e riformatori italiani 1794-1847. Ricerche storiche, Firenze, 1943, pp. 20 ss.

67. Cfr. R. De Felice, Aspetti e momenti della vita economica, cit., p. 25.

68. Riflessioni economiche, politiche e morali sopra il lusso, l'agricoltura, la popolazione, le manifatture e il commercio dello Stato pontificio, Roma, 1795, parzialmente riprodotte in Illuministi italiani, cit., pp. 685-717.

69. Sulla polemica tra Corona e Vergani cfr. L. Dal Pane, Lo Stato Pontificio e il movimento riformatore del Settecento, Milano, 1959, pp. 467-489.

70. Seduta XXIX (8 fiorile a. VI); le citazioni sono tratte dal Monitore di Roma, n. XLVIII del 16 caldifero a. VI (3 agosto 1798).

71. Assemblee, vol. I, p. 247.

72. Non si può essere completamente d'accordo con Renzo De Felice quando afferma, nel suo importante saggio, che fu l'invasione napoletana ad aprire gli occhi ai repubblicani romani sulla necessità di una riforma agraria. Se si guarda alla data di pubblicazione della maggior parte degli scritti da lui citati ci si accorge che la questione maturò ben prima, nell'alveo della riflessione politica sulla Rivoluzione. Cfr. R. De Felice, Aspetti e momenti della vita economica, cit., pp. 167 ss.

73. Nicio Eritreo, Grammatica repubblicana di Nicio Eritreo dedicata al generale in capo dell'armata di Roma, Gouvion de Saint-Cyr, (snt), quasi interamente riprodotta in Giacobini italiani, cit., pp. 99-154, cit. a pp. 153-154; su Nicio Eritreo cfr. D. Cantimori, Utopisti e riformatori italiani, cit., pp. 83 ss. Nel processo contro Angelo Angelucci (ASR, Giunta di Stato, 1799-1800, b. 1, fasc. 9) è allegato un piano di divisione dell'agro pontino, di cui purtroppo ci restano solo le premesse generali. Secondo R. De Felice, Aspetti e momenti della vita economica, cit., p. 172, il progetto era collegato alla mozione di Nicola Corona del 21 fiorile a. VI e fu scritto nel 1799. Esso però reca l'indicazione «anno VI» e mostra molte assonanze con le teorie di Nicio Eritreo; potrebbe dunque essere legato all'attività di Angelucci al Ministero dell'Interno nelle prime settimane di governo repubblicano sotto la direzione di Claudio della Valle, che lo stesso De Felice identifica con Nicio Eritreo (in Italia giacobina, Napoli, 1965, pp. 241 ss.). In questo scritto l'età aurea da cui trarre ispirazione è un immaginario Medioevo, dove le comunità locali esercitano il controllo della proprietà comuni.

74. V. Russo, Pensieri politici, Roma, 1798; ristampato in Giacobini italiani, cit., pp. 255-377; cit. a p. 296.

75.Ivi, p. 307-308.

76. Così si esprimeva Mario Pagano alla Società di Agricoltura, Commercio e Arti: «Due sono pure le necessarie operazioni che dobbiamo proporci: una, che nei nostri cittadini nasca questo nuovo spirito, quest'amore dell'agricoltura e delle arti: l'altra, che abbiano essi necessari mezzi da porre in opra la volontà.[...] Io non oso profferire il nome di un'odiosa e perturbatrice legge agraria. Odo intonarmi all'orecchio: Come si possono in un democratico governo garantire i diritti dell'uomo con ledere le proprietà de' cittadini? Le convulsive leggi agrarie non vennero altrimenti nelle antiche repubbliche incise ne' pubblici bronzi, che in sanguinosi caratteri. I Gracchi, i quali ne pronunziarono in questo suolo le prime voci, furono vittime della violenza, divisero in partiti la repubblica, che poi, debole e fiaccata, fu preda di un despota... Io non voglio rispondere, come altri per avventura farebbe, che noi sovente ci facciamo illudere da' Nomi, che chiamiamo proprietà l'usurpazione e diritto la violazione di ogni diritto; che le vaste possessione sovente non sono che l'aggregato di tanti patrimoni, de' quali la violenza ha spogliato i deboli. L'urtare contro all'interesse armato dall'opinione, sostenuto dalla fallacia legale, è sempre pericoloso. Contro degl'invecchiati mali adopriamo delle blande medicine», cioè l'abolizione dei testamenti come aveva già proposto Russo. Riprodotto in D. Cantimori - R. De Felice (a cura di), Giacobini italiani, vol. II, Bari, 1964, pp. 367- 376.

77. S.C. Labrousse Courcelle, Discours prononcés par la citoyenne Courcelle Labrousse au Club de Rome, dans les mois de floréal de l'an VI, faits et revus par elle même, Roma, [sd], pp. 77 ss. e 119 ss. Sulla figura della Labrousse cfr. R. De Felice, Note e ricerche sugli 'Illuminati' e sul misticismo rivoluzionario (1789-1800), Roma, 1960.

78. C. D'Alos, Discorso II sull'occupazione degli oziosi del cittadino Cristofaro D'Alos, pronunziato nel Circolo Costituzionale il giorno 10 germile an. VI dell'Era repubblicana (v. s. 30 marzo 1798), [snt].

79. P.P. Baccini, Ragionamento politico sopra la rivoluzione di Roma del cittadino Pietro Paolo Baccini. Roma, anno I della Repullila (sic), pp. 55 ss.

80. Cfr. Monitore di Roma, n. LVII del 16 fruttifero a. VI (2 settembre 1798); e supplemento al n. XII del 9 brumale a. VII (30 ottobre 1798), che si ricollega al dibattito sulla rescissione degli affitti agricoli.

81. Il redattore del Banditore, Michele Mallio, è personaggio per molti aspetti ambiguo: nato in provincia di Ascoli nel 1756, Mallio andò a Roma per completare gli studi di legge; poeta e scrittore, fu segretario di Tiberio Soderini uditore della S. Rota. Allo scoppio della Rivoluzione fu l'iniziatore ed il principale redattore di uno dei più accesi fogli antirivoluzionari, gli Annali di Roma, attività che proseguì tranquillamente con l'avvento del governo repubblicano con Il banditore della Verità. Sala lo liquida con una battuta: «colui, che come scrisse per fame gli Annali di Roma, così ora per far quattrini ha intrapreso questo nuovo lavoro» (vol. I, p. 85) Le cose sono forse più sfumate: Mallio è in molti sensi rappresentativo di quel sottobosco di professionisti intellettuali che dalla provincia affluivano a Roma in cerca di un impiego e della fama letteraria; egli esprimeva anche parzialmente le esigenze di quegli intellettuali di rinnovamento culturale, (che nel suo caso si concentravano sulla riforma del teatro, cfr. Annali di Roma, gennaio 1790), che non sempre Roma riusciva a soddisfare; a quegli stessi, la Repubblica sembrò forse offrire una buona occasione per mettere a frutto il proprio talento.

82. Il banditore della Verità, nn. XXXVI e XXXVII.

83. M. Mallio, Agide, tragedia di Michele Mallio, Roma, a. VI. Fu rappresentata al teatro Argentina il 29 luglio 1798.

84. Cfr. Plut, T. Gracco, 9.

85. Agide, cit., III, 6.

86. P. Roppoli, Discorso V sopra i perniciosi progressi del lusso del cittadino Pietro Roppoli pronunziato nel Circolo Costituzionale il giorno 13 germile a,. VI dell'era Repubblicana (v. S. 2 aprile 1798), [snt].

87. G. Jacoucci, Discorso III agli amanti del pubblico bene del cittadino Giuseppe Jacoucci pronunciato nel Circolo Costituzionale il giorno 11 germile an. VI dell'era repubblicana (v. S. 31 marzo 1798) , [snt], in cui chiedeva anche un sistema fiscale progressivo; P.P. Baccini, Progetto del cittadino Pietro Paolo Baccini, prefetto consolare al tribunale d'appello. A tutti i buoni cittadini della Repubblica Romana, [snt]. Che gli stipendi dei funzionari fossero tenui, «dovendosi ognuno affaticare più per il comun bene dei Cittadini, che per il proprio, come ànno pratticato i nostri Antichi Repubblicani», sosteneva B. Conversi, 10 marzo anno I della Repubblica Romana una e indivisibile. Nuove idee di Economia Politica per estinguere il debito dello Stato, e far rifiorire il credito pubblico esposte dal Cittadino Conversi Bernardino, Roma, 1798, anno I della Repubblica romana.

88. Cfr. M. Formica, Forme di sociabilità politica nella Repubblica romana del 1798, in «Dimensioni e problemi della ricerca storica», n. 1, 1992, pp. 73-88.

89. Si ricorderà come l'episodio di Scipione a Cartagena narrato da Valerio Massimo, ( IV, iii, 1) e il comportamento stoico dell'autocontrollo vennero reinterpretati dalla tradizione cristiana nei termini della continenza, ed il tema ebbe enorme successo anche nel teatro di collegio gesuita. Scipione è l'esempio migliore di un eroe della virtù, un cattolico in costume romano. Per il repertorio iconografico cfr. A. Pigler, Barockthemen. Eine Auswahl von Verzeichnissen zur Ikonographie des 17. und 18. Jahrhunderts, Budapest, 1974 II, vol. II, pp. 424 ss. e per un repertorio del teatro musicale F. Stieger, Opernlexikon, Tützing, 1975, II, pp. 1106; le varianti pittoriche di questo episodio sono discusse da R. Rosemblum, op. cit., pp. 91 ss.

90. Maestro di un tale uso della retorica dell'antico fu l'ambasciatore Bertolio: cfr. per esempio l'invito alle contribuzioni volontarie in Collezione, vol. IV, p. 17.

91. Piano per le scuole primarie della Repubblica Romana, snt [Roma, 1798]. Per i membri della commissione cfr. Monitore di Roma, n. LX del 19 messifero a. VI (7 luglio 1798).

92. Cfr. Monitore di Roma, n. III del 9 germile a. VII.

93. Monitore di Roma, n. XXVIII del 7 pratile a. VI; Sala, 31 luglio 1798, vol. II, p. 58.

94. Lettera pubblicata da G. Sforza, Ennio Quirino Visconti e la sua famiglia, Genova, 1923, p. 128-129.

95. Sala, 26 agosto 1798, vol. II, p. 112.

96. Già le precedenti vicende biografiche di Visconti (di cui si ricorderà certamente il rifiuto di intraprendere la carriera religiosa) lasciano intravedere la tensione tra l'insofferenza verso il governo ecclesiastico (cfr. anche il suo «Stato della Romana letteratura», in Due discorsi inediti di Ennio Quirino Visconti con alcune sue lettere e con altre a lui scritte che ora per la prima volta vengono pubblicate, Milano, 1841, significativamente composto per quell'inquieto aristocratico che fu Sigismondo Chigi), e l'inserimento nel mondo accademico e cortigiano di cui egli era esponente centrale. Per quanto riguarda l'esperienza repubblicana, poco chiare restano le vere responsabilità di Visconti nella conduzione della politica monetaria della Repubblica, e la sua posizione nella crisi di settembre 1798 in cui venne destituito anche in seguito alle Litanie di Pasquinocomposte contro il Consolato da Lampredi. Dopo la destituzione, Visconti si ripresentò all'Istituto nazionale, ma N. Corona ne chiese la sospensione (cfr. Monitore di Roma, n. II del 27 settembre 1798). In un'edizione di Lugano, 1849 delle Opere inedite e rare di Vincenzo Monti curata da Urbano Lampredi, si leggono però alcune note autobiografiche del curatore sull'esperienza repubblicana e sul rapporto Lampredi-Visconti, forse viziate dalla reverenza per un personaggio ormai famoso: «[...] Trattandosi di pubblica fortuna, era un dovere, parmi, il non mostrarsi complice nel delitto del più forte. [...] Ho taciuto, è vero, intorno ad un mio articolo politico nel Monitore Romano, apertamente ingiurioso o mordace, nel quale fu assalito da me, o piuttosto dalla mia arma favorita (l'ironia) il più grande e profondo archeologo del nostro secolo Ennio Quirino Visconti; ma tutti gli Utopisti che nel famoso 99 traghettarono da Civitavecchia a Marsiglia con me, e con quel valent'uomo, videro bene, che durante il tragitto noi fummo inseparabili, e ch'io stava leggendo il mio Orazio, giovandomi di molte osservazioni e note del Visconti preziosissime» (pp. 78-79).

97. Monitore di Roma, n. XXVIII, cit.

98. Cfr. D. Armando, art. cit., e l'altro suo contributo Gli scolopi nelle istituzioni della Repubblica Romana del 1798-1799, in «Studi Romani», a. XL, nn. 1-2, 1992, pp. 37-55.

99. Cfr. Tribunato, seduta XXII del 28 germile a. VI

100. A. Muscella, Piano d'istruzione del Cittadino Alberto Muscella, Roma, 1798, anno I della Repubblica romana. Alla caduta della Repubblica Muscella ritrattò.

101. Allocuzione ai giovani romani, [snt].

102. G. Vera, Inalzandosi nel Collegio romano l'albero della libertà per ordine e spese del cittadino Toriglioni ministro dell'Interno, [snt].

103. F. Battistini, Discorso recitato dal cittadino Francesco Battistini professore di umane lettere nel Collegio Romano, essendovi ivi eretto l'albero della libertà, Roma, 1798.

104. G. Mangiatordi, Il giovinetto istruito per la democrazia da un cattolico democratico, con una lettera in fine del Generale Bonaparte. Opuscolo del Cittadino Giuseppe Mangiatordi professore di Giurisprudenza nella Sapienza, Roma, 1798, anno I della Repubblica romana.

105. Cfr. per esempio F. Brunetti, Discorso pronunciato dal Cittadino Avvocato Brunetti al Popolo Romano in occasione di un'innalzamento d'albero di libertà, in Collezione, vol. I, p. 21; G.B. Agretti, Catechismo repubblicano, cit.; P. Cristallini, Istruzione che fa il cittadino Cristallini Pietro a suoi concittadini. A 25 fiorile anno primo della Repubblica Romana, Roma, 1798; La religione cattolica amica della Democrazia. Istruzione d'un teologo filantropo al Clero e al popolo romano, Perugia, 1798; A. Cometi, Discorso del cittadino Alessio Cometi, [snt]. Sulla questione ancora aperta del rapporto tra cattolici e istituzioni repubblicane cfr. V.E. Giuntella (a cura di), La religione amica della democrazia. I cattolici democratici nel Triennio rivoluzionario (1796-1799), Roma, 1990; M. Rosa (a cura di), Cattolicesimo e lumi nel Settecento italiano, Roma, 1981; ipotesi diverse avanza R. De Felice, L'evangelismo giacobino e l'abate Claudio Della Valle, in Italia Giacobina, cit., pp. 169-287. In generale rimando alla recente sintesi Pratiques religieuses, mentalités et spiritualités dans l'Europe révolutionnaire (1770-1820), actes du Colloque, Chantilly 27-29 nov. 1986, Turnhout, [1988]; per Roma, L. Fiorani, Città religiosa e città rivoluzionaria (1789-1799), in «Ricerche per la storia religiosa di Roma», 9, 1992, pp. 65-154, oltre ai vari contributi ivi contenuti.

106. Nicio Eritreo, Grammatica repubblicana, cit., pp. 123-124.

107. V. Russo, Pensieri politici, ed. cit., p. 289 e pp. 322 ss.; cfr. anche l'articolo di «Istruzione pubblica» sul Monitore di Roma, n. X del 3 brumale a. VII (24 ottobre 1798); nel n. V del 7 ottobre il richiamo alla situazione delle università italiane era anche una larvata critica ai Francesi, i quali, non migliorando l'istruzione pubblica, impedivano agli italiani di esercitare la propria sovranità.

108. C. D'Alos, Discorso I sulla pubblica educazione del cittadino d'Alos pronunziato nel Circolo Costituzionale il giorno 8 germile an. VI dell'Era repubblicana (v. S . 28 marzo 1798), [snt].

109. Cfr. le osservazioni di M.I. Finley sulla democrazia ateniese in La democrazia degli antichi e dei moderni, Roma-Bari,1973.

110. Cfr. Il banditore della Verità, n. LXXXIII del 1 pratile a. VI (21 maggio 1798). Le lezioni erano così ripartite: D'Alos: commercio ed economia; Roppoli: filosofia morale; Russo: Costituzione; Viviani: storia; Jacoucci: agronomia; Tommaso Lamberti: diritto naturale; Vaccari: facoltà dell'uomo.

111. Il banditore della Verità, n. XXIV del 15 marzo 1798.

112. G. Liverzani, Riflessioni sopra la condotta dei Club ben spesso opposta alla Democrazia e Nuovo Piano di riformarli per coloro che ne credono indispensabile l'erezione. Del cittadino Giuseppe Liverzani romano, [Roma] anno I della Repubblica. La risposta di Mallio provocò un altro intervento di Liverzani: Il Banditore della bugia opposto al Banditore della verità del Mallio, ossia Risposta alle sciocche, e calunniose ciarle, che si leggono sul giornale num. 42 contro le Riflessioni su i Club; e prospetto della condotta del Mallio nel passato governo, e della presente, da servire d'istruzione agli associati di detto giornale. Del citadino Giuseppe Liverzani, Roma, 1798, I, repubblicano, che, come annuncia il titolo, rinfacciava a Mallio il suo passato zelo controrivoluzionario.

113. Cfr. Il banditore della Verità, n. XLII del 14 germile a. VI (3 aprile 1798).

114. Mallio fu particolarmente insistente su questo tema del contributo femminile, rifiutando il prototipo sentimentale-domestico per un ideale di fermezza guerriera lacedemone; cfr. Il banditore della Verità , nn. XLIV del 16 germile a. VI; CVI del 28 pratile a. VI; CXVI del 10 messifero a. VI; CXXXVIII del 6 termifero a. VI.

115. Per qualche cenno autobiografico, cfr. la breve presentazione in Biografie autografe ed inedite di illustri italiani di questo secolo pubblicate daD[emetrio Emanuele] Diamillo, Torino, 1853, pp. 197-207, molto reticente sugli anni repubblicani.

116. Cfr. per esempio Monitore di Roma, nn. II e III del 24 e 28 febbraio 1798; n. V del 7 marzo 1798; n. XLIV del 3 caldifero a. VI , in cui si serve tra l'altro del ricordo di Socrate per ricusare le troppo facili accuse di empietà e ateismo. Secondo Valentinelli, p. 225, Lampredi fu il promotore di uno dei primi circoli politici della Repubblica: «Lo scolopio Lampredi aprì un congresso ossia club in casa d'una celebre democratica titolata, il suo scopo era la censura mordace dei buoni costumi e della vera religione»; la «celebre democratica titolata» non credo sia altri che la principessa Giuliana Santacroce.

117. Monitore di Roma, n. XIX del 25 aprile 1798.

118. Cfr. Monitore di Roma, n. XVII del 18 aprile 1798.

119. Cfr. tra tutti il n. LXI del 29 fruttifero a. VI (15 settembre 1798), che contribuì alla caduta del primo consolato. «Rappresentanti... tremate», scriveva Lampredi, «La nostra penna si cangerà ben tosto nel tremendo pugnale di Bruto, noi vi trafiggeremo il petto, e la nostra voce diventerà il fragoroso tuono della vendetta Repubblicana».

120. Cfr. per esempio il dialogo di Cicerone, Lucullo e Giusti negli Elisi, nel n. XL del 19 messifero a. VI, dove i personaggi della storia romana sono gli strumenti della critica. L'articolo forse più eloquente sulla questione dei funzionari subalterni è quello contenuto nel n. LXII del III complementare a. VI.

121. Cfr. soprattutto i nn. XLVII del 13 caldifero a. VI; LII del 29 caldifero a. VI, Un esempio del ragionamento è fornito da Michelangelo Vassalli, di Macerata, di cui sa solo ciò che egli stesso rivela nella lettera introduttiva del suo Primo discorso filosofico-politico-morale su la prosperità e la caduta delle nazioni, ove si dimostra qual'è il mezzo di render grande una repubblica ed un impero e viceversa qual'è la causa della decadenza e ruina d'un popolo del cittadino Michelangelo Vassalli dedicato ai Consoli della Repubblica romana, Macerata, l'anno VII dell'Era repubblicana. Nelle 64 pagine che formano l'opuscolo, Vassalli si sforza di dimostrare che l'unico principio della vita politica è la virtù, e che solo dalla virtù dipendono le sorti degli Stati. Poi, però, volendo dimostrare che «la virtù e il vizio non d'altro generalmente parlando possono avere un efficacia e universale Sanzione, che dalla persuasione di un Dio, e della vita futura», ricorreva ad esempi (i Legislatori delle origini: Solone, Licurgo, Numa, Minosse) ed autori antichi (e a Rousseau e Montesquieu), e si pronunciava piuttosto per una religione civile, con l'unico dogma dell'immortalità dell'anima e dell'esistenza di Dio. Cfr. anche G. Mauri, Alle supreme autorità, ai novelli giudici della Repubblica Romana. Ragionamento del Cittadino Gregorio Mauri, Roma, 1798.

122. Cfr. D. Cantimori, Vincenzio Russo, il 'Circolo Costituzionale' a Roma nel 1798, e la questione della tolleranza religiosa, in «Annali della R. Scuola Superiore di Pisa (Lettere, Storia, Filosofia)», s. II, vol. XI (1941), pp. 179-200.

123. Cfr. le osservazioni di C. Mossé, op. cit., pp. 125 ss. Sulla teofilantropia, A. Mathiez, La téophilantrophie et le culte décadaire, Paris, 1904. Da notare incidentalmente che secondo Mathiez aveva aderito alla teofilantropia Saint-Martin, segretario della Commissione Francese a Roma, e anche quel Jullien fils che fu il tramite tra il robespierrismo e molti patrioti italiani.

124. Sulle feste nella Repubblica romana cfr. A. Pinelli, La Rivoluzione imposta, o della natura dell'entusiasmo. Fenomenologia della festa nella Roma Giacobina, in «Quaderni sul Neoclassico», n. 4, 1978, pp. 97-136; Il teatro e la festa. Lo spettacolo a Roma tra Papato e Rivoluzione, catalogo della mostra, Roma 13 giugno-30 settembre 1989, Roma, 1989

125. M. Ozouf, La festa rivoluzionaria (1789-1799), Bologna, 1982, pp. 409 ss.

126. D. Cantimori, Vincenzio Russo, il Circolo Costituzionale, cit.

127. Antonio Franceschi era un medico romagnolo stabilitosi a Narni. Alla proclamazione della Repubblica egli fu membro della municipalità provvisoria, poi prefetto consolare, e infine fu chiamato a Roma al ministero, forse grazie agli Scolopi che a Narni avevano un collegio. Egli chiamò alla direzione della ripartizione per l'istruzione pubblica e i culti Claudio Della Valle, sotto la cui diretta ispirazione pubblicò le due circolari del 7 febbraio 1799 (cfr. Collezione, vol. III, 378 e 379, pp. 463 ss.) che in sostanza stabilivano il controllo diretto degli organi municipali sul culto e sui suoi ministri, realizzando in parte il progetto originario di Della Valle per l'elezione popolare del parroco, già respinto nell'aprile 1798 dal Tribunato. I due ministri si impegnarono a fondo anche sulla questione del giuramento, cosa di cui Franceschi si pentì nella sua Ritrattazione del dottore Antonio Franceschi stato Ministro dell'Interno nella sedicente Repubblica Romana, [snt]. Su questa questione cfr. A. Cretoni, op. cit., pp. 245 ss. Ringrazio il dott. D. Armando per le notizie sulla provenienza di Franceschi.

128. Sala, 18 aprile 1799, vol. III, p. 15.

129. Fortunati, 18 marzo 1799.

130. Valentinelli, pp. 266-267.

131. Cfr. le missive di Bertolio pubblicate da V.E. Giuntella, in Gli esuli romani in Francia alla vigilia del 18 Brumaio, in «Archivio della Società romana di Storia patria», a. LXXVI (1953), s. III, vol. VII, pp. 225-239; i quattro erano colpevoli di aver fatto parte del «parti tribunien» durante la crisi costituzionale dell'estate 1799.

132. Collezione, vol. III, 344, proclama del 4 piovoso a. VII. Tornava sul tema annunciando la festa della Rigenerazione, il 26 piovoso a. VII, nel giorno in cui i cittadini romani avevano riconquistato «il diritto di portare il Nome Romano», risorgendo alla «morale esistenza», cfr. Collezione, vol. III, 403; e ancora, dopo la Festa, si congratulò con la Guardia nazionale, i cui militi «emoli essi de' nostri Antenati dimostrano non essere ancora estinti fra noi i germi degli Eroi, e dei sostegni della Repubblica», cfr. Collezione, vol. III, 407.

133. Collezione, vol. IV, 29.

134. Monitore, 9 piovoso a. VII. Su questo aspetto cfr. A. Cretoni, op. cit., pp.176 ss.

135. Biblioteca Angelica, Roma, Archivio dell'Arcadia, Atti arcadici, vol. 7, ff. 91-93. Nel piovoso a. VII Martelli spedì una biglietto ai pastori d'Arcadia, che cominciava così: «Le muse nate e cresciute nel suolo della libertà sembra che siano di lor natura stessa destinate a trattar argomenti Repubblicani. Gl'inni di Tirteo presso i Greci, quello de' Marsigliesi presso i Galli hanno infiammato i cuori giovanili per sacrificare alla Patria nella battaglia la loro stessa esistenza. Degeneri noi dalle antiche e recenti istituzioni Repubblicane, snerviamo il coraggio dei giovani, con assuefarli a cantar gli amori di Fille, o a corromperne lo spirito, ed il buon senso fra i deliri, e i sogni imbecilli del fanatismo». Il ministro chiedeva agli Arcadi, tra l'altro, di celebrare l'anniversario della morte di Luigi XVI.

136. Si pensi alla festa dell'innalzamento dell'Albero della libertà a piazza del Popolo, organizzata da alcuni patrioti a loro spese (relazione nella Gazzetta di Roma del 5 fruttifero a. VI, 22 agosto 1798), o alla festa in onore di Bruto la cui Relazione di una festa patriottica ad onor di Bruto nel Collegio Nazareno, [snt], ci trasmette l'esaltazione di giovani cresciuti nel culto della tradizione classica.

137. Festa dell'abbruciamento del libro d'oro, processi del S. Ufficio, e de' Patriotti progettata dal cittadino Pietro Guerrini, ed eseguita dal cittadino Gio. Battista Comolli scultore, Roma, [sd]. Guerrini fece parte della Società degli Emuli di Bruto, fu commissario alle contribuzioni nei luoghi pii e membro dell'Alta Pretura. La festa si svolse a Piazza di Spagna, dove G.B. Comolli aveva preparato una complessa struttura piramidale che doveva essere arsa dal fuoco con grande fumo e lasciar vedere un gruppo allegorico rappresentante la Verità in atto di spargere i suoi raggi sulle Repubbliche francese e romana. Ogni parte della macchina era decorata con complesse composizioni allegoriche. Cfr. il piano della festa in Collezione, vol. II, pp. 309-321. Francesco Piranesi bruciò la patente di cavaliere, Francesco Santacroce e Francesco Borghese l'albero genealogico delle loro famiglie, e Barberi cambiò formalmente il suo nome in quello dell'ateniese Tisifonte. Davanti al rogo si ballò poi la carmagnola. Cfr. Sala, vol. II, p. 33; Galimberti, 17 luglio 1798.

138.V. Ondedei, Discorso VI sopra lo stoicismo del cittadino avvocato Ondedeipronunziato nel Circolo Costituzionale il giorno 30 germile an. VI dell'Era Repubblicana (v. s. 19 aprile 1798), Roma, [s.d].

139. Monitore di Roma, n. XXVII del 4 pratile a. VI.

140. Un episodio di generosità antica, la donazione dei gioielli delle donne romane per coprire il voto di Camillo per la vittoria su Veio (Plut., Camil., 10) era già stato il modello per una concreta azione di patriottismo rivoluzionario, quando nel 1789 alcune cittadine francesi avevano offerto i propri gioielli all'Assemblea Nazionale. Cfr. R. Rosemblum, op. cit., pp. 114 ss.

141. Monitore di Roma, n. II del 6 vendemmiale a. VII.

142. Monitore di Roma, n. XVI del 14 aprile 1798.

143. Sala, vol. I, p. 144.

144. Per la Francia cfr. J. Bouineau, op. cit., pp. 51 ss.

145. Per la Francia cfr. le osservazioni M. Vovelle, La mentalità rivoluzionaria.Società e mentalità durante la Rivoluzione francese, Roma-Bari, 1987, pp. 125 ss. Sull'importanza delle raccolte di atti patriottici e virtuosi, cfr. Ph. Goujard, Une notion-concept en construction: l'heroisme révolutionnaire, in Dictionnaire des usage socio-politiques, cit., pp. 9-23.

146. ASR, Giunta di Stato, b. 14, fasc. 190. Francesco Canali era nato nel 1776; a Rieti aveva frequentato prima dell'arrivo dei Francesi F. Bisiotti, futuro redattore del Tribunato, e a Roma aveva partecipato al tentativi insurrezionali del 1797. Durante la Repubblica, aveva frequentato il Circolo costituzionale.

147. Monitore di Roma, n. II, 6 germile a. VII.

148. [Diario romano], Museo centrale del Risorgimento, c. 27v, citato da A. Cretoni, op. cit., p. 151. Nel Cod. Vat. Ferraioli 910, f. 103 presso la BAV è conservato il prospetto del battaglione de Carolis, sezione Pompeo della Guardia nazionale sedentaria, capitanato da Filippo Aurelio Visconti, fratello di Ennio Quirino. Il battaglione contava in tutto 62 volontari: sono rappresentate tutte le attività artigianali.

149. Cfr. Collezione, vol. III, pp. 301.

150. Cfr. Galimberti, 3 giugno 1798. Il Bona venne poi esiliato dalla Giunta di Stato. Purtoppo non rimangono carte del suo processo, tranne le interessanti notizie che si traggono dal fasc. 235, b. 17, registro delle lettere, ff. 323 ss. Il caso di Bona fu infatti oggetto di un conflitto di competenze tra la Giunta e il Delegato apostolico. Nella b. 4, fasc. 75 ci sono invece le carte del processo relativo ad un congiunto di Bartolomeo, Paolo, forse suo fratello, che dopo essere stato esattore per la municipalità di Marino, si era rifugiato a Roma per sfuggire all'insorgenza.

151. Collezione, vol. II, pp. 80 ss.

152. Sala, 4 giugno 1798, vol. I, p. 246.

153. Sala, 12 luglio 1798, vol. II, pp. 111-112. Un certo Ilari, in un suo Discorso recitato dal cittadino Ilari in occasione di un pranzo fatto dall'uffizialità della sezzione della Subburra il dì 27 fruttifero anno VI repubblicano, [snt], invitava gli ufficiali a prendere come esempi Camillo, gli Orazi, Muzio, e l'«indefesso, amorevolissimo» Generale Piranesi.

154. ASR, Giunta di Stato 1799-1800, b. 16, fasc. 231.

155. Cfr. Monitore di Roma, n. XXII del 28 glaciale 1798.

156. BAV, Cod. Vat. Lat. 10629, c. 148.

157. Cfr. Fortunati, 25 settembre 1799.

158. Cfr. Galimberti, 17 agosto 1798.

159. Sala, 26 settembre 1798, vol. II, p. 173.

160. ASR, Giunta di Stato, b. 16, fasc. 231.

161. Fortunati, 19 novembre 1798.

162. Dopo la riabilitazione politica dei Girondini, anche le versioni incise della loro morte volontaria circolarono ampiamente nell'Europa rivoluzionaria, fino alla grande serie incisa da Berthault per i Tableaux historiques de la Révolution Française. Cfr. M. Vovelle, (éd.), La Révolution française. Images et récit, Paris, 1989, vol. V, pp. 314 ss.

163. ASR, Giunta di Stato 1799-1800, rispettivamente b. 9, fasc. 142, parte I, e b. 14, fasc. 184, dove Bonelli viene giudicato francamente «un mostro» a causa del suo aspetto. Si incontra ancora il caso di Baldassarre Botti, fasc. 90 e fasc. 177. Vestivano «alla montanara» anche Giuseppe Fidanza, curiale (b. 15, fasc. 203), Agostino Guerrini, droghiere (b. 1, fasc. 1), Antonio Lozzano (b. 15, fasc. 202), e a Palombara Luigi Egidi (b. 16, fasc. 219). Capelli «alla Brutus» portava anche Mario Pagano (v. il ritratto in La rivoluzione napoletana del 1799 illustrata con ritratti, vedute, autografi ed altri documenti figurativi e grafici del tempo, Napoli, 1899, rist. Napoli, 1969, tav. XXV).

164. Cfr. Monitore di Roma, n. LIV del 6 fruttifero a. VI.

165. Abbiamo già visto i giovani Visconti e Mutarelli portarlo, così il curiale Carlo Caterini (ASR, Giunta di Sato 1799-1800, b. 3, fasc. 34). Verri annota in proposito: «Taluno de' principi romani, lasciando ogni fasto, girava con la berretta in capo e le vesti a foggia degli sbracati di Francia, accomunandosi alla plebe, con lei bevendo e motteggiando per le vie e nelle taverne», cit. da A. Cretoni, op. cit., p. 133.

166. Nelle carte della Giunta di Stato ne abbiamo notizia per Francesco Pierelli, (b. 13, fasc. 169), Vincenzo Greco (b. 15, fasc. 203), Raffaele Coraccini (b. 12, fasc. 157).

167. Cfr. Sala, 24 febbraio 1798, vol. I, p. 57.

168. Sala, vol II, p. 28.

169. Gabinetto nazionale delle stampe, Roma, nn. inv. 50180 e 13628.

170. Sala, vol. III, p. 116.