La diffusione del riformismo settecentesco nella
Legazione di Ferrara:
“Della felicità dello stato di Ferrara”,
manoscritto di Francesco Containi (1773)1

di Valentino Sani

1. Introduzione

Nell'ambito degli studi dedicati al pensiero riformista italiano del Settecento, scarsa attenzione è stata fin qui rivolta alle vicende della Legazione di Ferrara. A questa città sono stati dedicati ampi saggi sul periodo estense, mentre la fase della dominazione pontificia è stata trascurata o riduttivamente considerata periodo di lento e inarrestabile declino fino all'invasione delle truppe francesi del 23 giugno 1796. Solo negli ultimi trent'anni è emerso un interesse nuovo per la realtà delle tre Legazioni e, attraverso gli studi di Angelini, Caracciolo, Casanova, Cazzola, Roveri, Volpi, Zucchini2 e di altri studiosi operanti prevalentemente in ambito emiliano, hanno cominciato a diffondersi una certa curiosità e una prima serie di conoscenze sulla realtà storica, economica e sociale dei territori settentrionali dello Stato pontificio.

Per quanto riguarda Ferrara, il quadro fornito da queste prime testimonianze ha posto in evidenza una situazione estremamente più vivace e dinamica di quanto si sia potuto fin qui supporre, pur all'interno di un perdurante stato di crisi e di usura delle strutture economiche e politiche di quella società.

Tra le fonti e i documenti d'archivio in grado di illustrare con chiarezza e precisione questa realtà si distingue un manoscritto in due esemplari, uno presso la Biblioteca Ariostea di Ferrara, l'altro presso la Biblioteca Estense di Modena, dal titolo Della felicità dello Stato di Ferrara3, opera del patrizio ferrarese Francesco Containi4 e databile, per i riferimenti in esso contenuti, all'ultima parte dell'anno 1773. Il manoscritto5, dedicato a monsignor Giovanni Maria Riminaldi6, consiste nell'esposizione di un organico e articolato progetto di riforma di tutta la società ferrarese ispirato ai principi del riformismo felicitario contenuti nel trattato Della pubblica felicità oggetto dei buoni principi, di Ludovico Antonio Muratori7, punto di riferimento costante per tutto il pensiero illuminista italiano del secondo Settecento8.

Al di là del valore che il testo di Containi riveste per il solo fatto di documentare la diffusione, a livello teorico-progettuale, di concetti e tematiche riformiste all'interno di un territorio fin qui considerato impermeabile alla penetrazione di fermenti rinnovatori, altri elementi contribuiscono a rendere quest'opera un tassello insostituibile per la conoscenza della realtà politica, economica e sociale ferrarese del tardo Settecento.

Le pagine del libro riflettono, come attraverso una lente di ingrandimento, una realtà colta in tutta la sua molteplicità, espressa con un linguaggio semplice e discorsivo rivolto, per intenzione dell'autore, ad un pubblico di lettori comuni da un personaggio comune (né uomo di cultura, né intellettuale, né letterato) sorretto solo dalla propria esperienza diretta all'interno delle strutture politiche della Legazione. Il fine dichiarato dell'opera di Containi è il risanamento della società ferrarese, scandagliata settore per settore sulla base dell'ordine delle materie osservato dal Muratori nell'esposizione del proprio trattato9.

Trent'anni di attività e di presenza nei principali organismi di gestione della cosa pubblica avevano infatti convinto Containi dell'inderogabile necessità di un cambiamento nel funzionamento degli stessi. Con lui prosegue così quella tradizione tipicamente italiana (nata con Lione Pascoli e Gerolamo Belloni nella prima metà del Settecento e proseguita con Pompeo Neri, Pietro Verri e Marco Foscarini nella seconda metà del secolo10) che poneva alla base di un programma di rinnovamento l'esperienza diretta e l'osservazione dei fenomeni politici e sociali. Il pensiero di Containi risulta ancora attardato su posizioni moderate rispetto ai fermenti innovativi già in atto nella società italiana del tempo, ma, all'interno della realtà ferrarese dell'epoca, rivela un impatto e una forza d'urto esplosivi poiché solleva questioni e problematiche fino allora considerate intoccabili. È proprio per questo motivo che l'autore preferisce muoversi con cautela, mantenendo nell'anonimato sia il proprio nome che quello del destinatario dell'opera, il cardinale Giovanni Maria Riminaldi (all'epoca ancora monsignore) che, nei desideri e nelle speranze di Containi, avrebbe dovuto impegnarsi per mettere in pratica il «progetto felicitario» qualora fosse stato nominato cardinale Legato di Ferrara11. Fin dalla morte di Containi (1778) i due esemplari dell'opera sono rimasti custoditi dapprima nella biblioteca di famiglia dell'autore (confluita poi, per volontà testamentaria dell'autore stesso, nella famosa Biblioteca di casa Costabili)12, e in seguito, dalla fine del secolo scorso, dopo varie vicende, nei due luoghi già menzionati13.

Il manoscritto Della felicità dello Stato di Ferrara si compone di 78 capitoli, 48 in più rispetto al trattato di Muratori. Il metodo tenuto dall'autore nella trattazione degli argomenti affrontati è estremamente chiaro e razionale: partire dalla descrizione dei mali esistenti per approntare i necessari rimedi. Razionalità e pragmatismo traspaiono poi ad ogni istante, elementi fondamentali di uno stile incisivo tutto teso a risvegliare l'animo dei propri concittadini, a scuoterli dall'ozio, dall'apatia, dall'insensibilità, e a stimolarli con un linguaggio incalzante ed aggressivo che non conosce mai mezze misure14.

Ed è proprio la semplicità dello stile, teso ad instaurare una sorta di dialogo diretto con la popolazione ferrarese, l'aspetto più interessante e moderno di questo trattato non per pochi adepti.

2. La fortuna storiografica del manoscritto

Il primo studioso ad occuparsi del manoscritto Della felicità dello Stato di Ferrara è stato il prof. Werther Angelini il quale, in un saggio del 196715, basandosi esclusivamente sull'esemplare conservato presso la Biblioteca Ariostea di Ferrara, formulava alcune ipotesi circa la paternità dello scritto. Peraltro lo stesso Angelini, dieci anni più tardi, dopo avere rintracciato presso la Biblioteca Estense di Modena il secondo esemplare, ne illustrava in un ampio saggio le tematiche formulando una prima cauta attribuzione a Francesco Containi sulla base delle indicazioni contenute all'interno del manoscritto stesso16.

Angelini traccia dapprima un rapido quadro della produzione felicitaria in Italia da Muratori in avanti, poi si intrattiene brevemente sulla figura di Containi, che definisce un «compiaciuto patrizio di campagna dei tempi andati»17, basandosi prevalentemente sui testi presenti nella sua biblioteca privata. In seguito passa all'analisi del manoscritto senza seguire l'ordine contenuto nell'indice dell'opera, cercando piuttosto di distinguere gli spunti innovativi propri del pensiero di Containi e quelli provenienti dall'eredità muratoriana. Più di una volta Angelini pone l'accento sul carattere moderato del progetto di riforma contenuto nel testo, e sull'incertezza riguardo i mezzi di attuazione delle teorie felicitarie. Una valenza particolarmente positiva viene attribuita dall'Angelini ai capitoli riguardanti le tematiche finanziarie, commerciali ed industriali, quelle giudiziarie e quelle relative al problema delle acque. È qui che prendono corpo gli atteggiamenti e le proposte, a suo avviso, più interessanti nell'ambito del progetto di Containi, come quella di affidare le imprese commerciali agli ebrei della città, o quella di fornire, dati alla mano, una proposta di riorganizzazione di tutto il sistema fiscale della Legazione su basi egualitarie, smantellando il sistema dei privilegi nobiliari esistenti. Altri due studiosi, allo stato attuale delle mie conoscenze, hanno menzionato il manoscritto di Containi. Nel 1978 Giuseppe Cenacchi, nell'ambito del convegno tenutosi a Ferrara sulla figura di Giuseppe Antenore Scalabrini, trattando del tema della pubblica felicità nel Settecento, espone velocemente le caratteristiche principali del manoscritto di Containi, definendolo però di anonimo ferrarese18. Secondo Cenacchi il contenuto e la disposizione del testo si ispirano a tesi moderatamente illuministiche, testimonianza delle quali sono il procedere razionale nell'esposizione del pensiero da parte dell'autore, la preoccupazione per il progresso sociale e il benessere pubblico, l'esigenza di andare alla radice dei mali per individuare dei rimedi altrettanto radicali. Cenacchi pone inoltre in evidenza lo spirito di aderenza ai problemi reali, il senso della storia locale e la concretezza delle soluzioni indicate nel manoscritto, del quale riporta in nota una parte del terzo capitolo. L'ultima persona, in ordine di tempo, ad occuparsi del manoscritto di Containi è stata Cesarina Casanova la quale, nel corso del testo già da me citato, vi si sofferma brevemente in due differenti punti, rifacendosi a quanto già detto da Angelini19. Senza entrare nel merito dell'attribuzione del testo a Containi, definisce l'autore abbastanza riduttivamente un «epigono muratoriano»20, ed esclude la presenza di progetti innovativi all'interno dell'opera riconducendola, sulla scorta di Angelini, ad un «ragionamento economico tutto riportato alle dimensioni dell'assistenzialismo e del paternalismo»21.

3. L'analisi delle principali tematiche del manoscritto

3.1. Le premesse (capitoli I-V)

Il manoscritto inizia con un breve capitolo introduttivo nel quale Containi chiarisce le motivazioni che lo hanno spinto ad intraprendere l'opera e a dedicarla a monsignor Riminaldi22.

Traspare, in queste prime pagine, un diffuso senso di insicurezza e di inadeguatezza di fronte all'impresa da compiere, accompagnato da slanci di entusiasmo e di ottimismo.

L'autore passa poi a descrivere lo stato naturale del territorio ferrarese: le vaste terre fertili, l'abbondanza delle acque navigabili e ricche di pesci, l'esistenza dei porti che si affacciano sull'Adriatico; tutto sembra dimostrare una condizione particolarmente favorevole e privilegiata goduta, all'interno dello Stato pontificio, dalla Legazione di Ferrara23:

[...] ivi non solo produconsi quasi tutti i generi alla vita umana necessarj, come sono Grani, Vini, Lini, Canapi, Sete, Lane, bestiami grossi e minuti, onde averne Burro, Formaggio, Carni, e Pelli; ma produconsi in grande abbondanza. Laonde que' generi, che uopo ci è di cercare al di fuori, sono i Cotoni, l'Olio, i Metalli, e gli altri Minerali, ed oggigiorno [ma solo per nostra incuria] i drappi più fini di lana, e di seta, ed alcune altre manifatture più eccellenti. [...] Se dei precipui componenti la Pubblica Felicità uno si è per consenso universale lo allontanamento degl'incomodi, e la copia piuttosto delle comodità della umana vita, ognuno avrebbe esistimato, che a Ferrara per questa ragione almeno toccata fosse di Felicità porzione sì grande, che da molt'altri paesi dell'Italia medesima potesse soltanto essere invidiata, per non aver ad essere mai agguagliata24.

Subito dopo, però, la descrizione muta immediatamente tono tratteggiando una realtà completamente opposta, caratterizzata da povertà, miseria, diffusa proliferazione di questuanti, vagabondi, ladri e assassini, nonché dalla decadenza di molte famiglie agiate a causa di esistenze parassitarie e dispendiose e del rifiuto ad impegnarsi in attività commerciali ed imprenditoriali25. Procedendo in maniera estremamente analitica e razionale, Containi tenta di individuare le cause di questa povertà per combatterla ed estirparla26. È questo il momento in cui l'autore compie una prima scelta di campo a sostegno dell'autorità centrale, escludendo che la responsabilità della situazione sia da attribuirsi alla forma di governo, elettiva e non ereditaria come un tempo, contrariamente a quanto sostenuto da molti nostalgici filoestensi del passato27. Il suo ragionamento non è però del tutto lineare e, anzi, denota incertezze e contraddizioni, desideroso come è sia di fugare i dubbi di Riminaldi e delle autorità costituite sull'ortodossia del proprio pensiero, che di denunciare le storture della realtà ferrarese. Emerge chiara qui l'intenzione di dimostrare i vantaggi della mitezza e della benevolenza del governo papale in confronto a quelli degli altri stati italiani, anche se la quiete e la felicità godute dai ferraresi riguardo la pubblica sicurezza non bastavano ad alleggerire il peso delle avversità presenti.

La vera causa di tutti i mali non era dunque, per Containi, politica, ma morale, e dovuta esclusivamente alla diffusione inarrestabile dell'ozio, «e con esso l'accidia, la scioperaggine, la trascuratezza»28.

Combattere l'ozio e stimolare la popolazione all'operosità, suggerendo quei rimedi necessari per risvegliare l'economia della Legazione e tutta la vita della società ferrarese, è dunque quanto si propone di fare Containi per mutare il volto della realtà.

A questi primi tre capitoli introduttivi, illustrativi della situazione generale ferrarese e dei mali che la affliggono, fanno seguito due capitoli nei quali Containi espone i concetti principali della teoria felicitaria muratoriana, ripetendo quanto già detto dall'abate modenese nei primi cinque capitoli della propria opera. L'intenzione di Containi non è infatti quella di parlare dei compiti del principe29, bensì di quelli dei singoli cittadini i quali hanno l'obbligo, in seguito ai benefici ricevuti dalla società, di promuovere, per quanto possono, la «pubblica felicità», secondo schemi concettuali cari alla tradizione egualitaria di stampo evangelico assai diffusa in Europa durante la seconda metà del Settecento. Questa prima parte dell'opera di Containi termina con un brano che rivela tutta la fiducia ingenuamente riposta dall'autore nella possibilità di un reale mutamento della situazione; il discorso si sviluppa qui attraverso una consequenzialità matematica, quasi che la realizzazione della «pubblica felicità» non fosse altro che il corollario di un teorema da applicare alla realtà:

Laddove datemi, che ognun de' Cittadini riconosca e l'obbligo che indispensabilmente lo stringe di prestarsi tutto alla felicità degli altri, e che quello del pubblico in ispezialtà si è agguisa del centro di un circolo, a cui ordinate sono tutte dalla circonferenza per diritto viaggio le linee; ed io vi do rimossi da loro tutti ad un tratto gli infiniti disordini che di infinite miserie umane son parte insieme e sono cagione30.

3.2. Le strutture politiche (capitoli VI-XVIII)

Or qualunque l'esito o il frutto si fosse del mio ragionare al popolo per ben animarlo al mantenimento felice della Società, non già mi asterrei dall'innoltrarmi a palesare i miei divisamenti intorno a que' più scelti membri di essa che s'avvicinano al Capo, e voglio dire de' pubblici nostri Magistrati; da' quali giusto è, che più attenta e seria mi aspetti l'udienza31.

Così si apre la parte dedicata da Containi al funzionamento delle magistrature cittadine, alla fine della quale l'autore tornerà a seguire l'indice proposto da Muratori affrontando il tema della religione. L'analisi passa in rassegna tutti i più importanti organi amministrativi ferraresi cominciando dal Magistrato dei Savi32, e si prefigge lo scopo di proporre quelle soluzioni reputate volta per volta più adatte a migliorare la situazione esistente. Il problema principale, sia per questo che per gli altri organismi cittadini, era costituito, per Containi, dalla durata annuale della loro carica, che non dava modo di poter impostare progetti di utilità pubblica a lunga scadenza. Infatti, dice Containi:

[...] qual gran bene può egli aspettarsi mai da un Magistrato annuale, tutto il cui tempo quasi è perduto? Un buon terzo dell'anno suo occupa in cerimoniali, ed in varie funzioni parte sagre, parte civili. Un terzo gli è d'uopo per acquistarsi le notizie almen principali della costituzione, e del corso delle pubbliche cose. Nel terzo, che del suo tempo è l'ultima parte, ha perduta quasi presso a' suoi subordinati l'autorità. Imperocché qual de' Ministri ed Uffiziali non ha veduto adempirsi le concepite speranze, qual si reputa defraudato per un impiego, altri si lagnano delle troppe fatiche loro imposte. Laonde il presente Magistrato abborriscono, e riguardandolo come il sole che verge all'occaso, gli voltano quanto posson le spalle, val dire poco si curan di ubbidirgli, studiano lunghezze, e pretesti per deluderne gli ordini, e così quasi dimentichi di quello pongonsi a mirare l'alba del sole nuovo, che spunterà tra poco33.

I rimedi proposti sono due:

- inoltrare al Papa una supplica per rimuovere la legge sull'annualità della carica e sottoporre il giudice dei savi (alla fine del proprio mandato) ad un ballottaggio in vista della sua eventuale riconferma (tali provvedimenti avrebbero dovuto accompagnarsi ad un aumento dello stipendio, poiché le molte spese intraprese privatamente dal giudice dei savi superavano, ordinariamente, gli scarsi guadagni, con il risultato che tale dignità veniva fuggita alla fine da tutti);

- creare una Giunta di quattro o sei soggetti dotati di voce deliberativa, da affiancare per lungo tempo al Magistrato. Riguardo la scelta di questi membri da parte del Consiglio Centumvirale (chiamato da Containi Gran Consiglio)34, l'autore non fornisce indicazioni precise ma lascia a quest'organo stesso ampia facoltà:

Girasse dunque il Gran Consiglio i suoi sguardi nel rango nobile, e nel cittadinesco a cercarvi uomini non bisognosi di profittare della carica, che lor si addossasse: uomini non occupati in alcun'arte o professione, la quale dall'assiduità alla pubblica Residenza, ove gli affari della Comunità si trattassero, punto li distraesse; [...] Se avvenisse, che la scelta facessesi nell'ordine de' Nobili, meglio forse potrian questi tener i soggetti in dovere: se nell'ordin de' cittadini, n'avremmo gente più forse attenta, e più all'uffizio loro applicata35.

Si coglie in queste parole la difficoltà, da parte di Containi, di dare indicazioni precise a causa dell'assenza di un ceto medio sviluppato; la mancanza degli strumenti necessari a risanare la situazione faceva sì che il tutto si risolvesse in precetti abbastanza sterili e generici che non riuscivano di fatto a incidere sulla realtà. La stessa cosa accade nei capitoli dedicati agli altri organi amministrativi cittadini quali i Consoli e i loro ministri, l'Ambasciatore e il Residente a Roma36, laddove gli artifici proposti da Containi non sembrano in grado di intaccare il potere delle clientele costituitesi in seno al Gran Consiglio, le quali decidevano le sorti delle vicende politiche in base al proprio personale tornaconto.

L'autore insiste sull'importanza di tornare ad eleggere un ambasciatore vero e proprio, ritenendo anche in questo caso indispensabile un aumento degli emolumenti, poiché la scarsezza della paga costituiva una delle motivazioni principali addotte da coloro che ricusavano di accettare la carica. Containi passa poi ad occuparsi di un altro organo cittadino, il Collegio dei Riformatori37, istituito nel 1771 con la riforma dell'Università promossa da Giovanni Andrea Barotti38 e da Giovanni Maria Riminaldi39. Dopo aver lodato il lavoro iniziale svolto da questo nuovo organo, l'autore si diffonde su altri argomenti relativi al funzionamento dell'Università, affermando la necessità di istituire, al suo interno, una cattedra di etica (ossia di filosofia morale), una di economia civile40 e un'altra di «certa Giurisprudenza, che indiritta fosse a formare i Cittadini in Politici accorti e saggi»41.

Containi passa poi ad esaminare l'operato della Congregazione dei Lavorieri42, della quale dice di non conoscere bene le leggi ed i regolamenti non avendone egli mai fatto parte. Resi al card. Giambattista Barni i dovuti meriti per averla istituita, trova da ridire però sulla lentezza con la quale in essa venivano trattate le questioni e sulla scarsezza del numero delle riunioni convocate:

«Raccolgansi dunque cotesti signori più spesso. Non è ciò domanda né arrogante, né importuna: che gli affari ci sono [se anche non ne sopravvenissero tutto dì de' repentini] molti degli arrestati, che da buon tempo aspettan la loro finale diliberazione»43.

Oltre a ciò, pur approvando la gran mole di lavori fatti svolgere fino ad allora dalla Congregazione, tra i quali le arginature nuove del Po di Lombardia, del Po di Primaro e delle Valli Circondariali di Comacchio44, pagati con la riscossione di precedenti crediti, Containi nota come le occasioni di spendere siano in seguito sempre più cresciute al punto da rendere insufficiente la più cospicua fonte d'entrata esistente, la tassa del lavoriere45. Per porre rimedio a tale situazione, l'autore propone che paghino la tassa anche i terreni prativi e quelli vallivi esentati, a suo avviso ingiustamente, dalla contribuzione: «Nò ch'io non compatisco per niuna ragione, ma condanno apertamente per cento contrarie quel primo antico ordinare, che alla Cassa de' pubblici Lavorieri paghino un tanto i soli terreni coltivati. [...] Nel resto forse che le terre prative, e le vallicose non rendono entrata? O forse per renderla non abbisognano d'essere egualmente che le coltivate, co' medesimi arginamenti difese, ed assicurate dalle innondazioni?»46. Containi suggerisce di appaltare la riscossione dell'imposta a dei privati e, con il denaro ricevuto, avviare i lavori per la formazione di un nuovo estimo, base necessaria da cui partire per stabilire un'esatta ripartizione dell'imposta47.

L'analisi di Containi tocca poi altre congregazioni minori: le amministrazioni dei Luoghi Pii, le congregazioni della Sanità, dell'Abbondanza, del Regolamento delle Acque dei Fiumi. Le sue critiche si appuntano sul fatto che in queste congregazioni si era praticamente stabilita una tacita prassi di ereditarietà nella trasmissione delle cariche. La scarsezza di cittadini forniti di virtù e di amore per il pubblico bene si riscontrava poi, in modo ancora maggiore, all'interno del Consiglio Centumvirale, il principale organo assembleare cittadino, al quale Containi dedica un apposito capitolo (il sedicesimo) del manoscritto; ed era tale da far prorompere l'autore in un grido di dolore e di allarme: «Ma oimè! E perché di Cittadini di questa sorta non è copia grande? Come non n'è pieno ogni canto ogni famiglia? Onde per contrario avviene, che sono rari? E che, se in uno riluce una virtù da essere utile alla repubblica, in altro un'altra, chi s'adornin di parecchie sono rarissimi?»48. Prima di parlare dei disordini esistenti nel Gran Consiglio e di proporre, come sempre, i propri rimedi, Containi ne ricostruisce le vicende principali dalla Devoluzione di Ferrara alla Santa Sede in avanti, e si sofferma sulla composizione sociale dei tre ordini che lo formano. Le sue critiche si indirizzano principalmente sull'aumento dei membri del primo ordine (da 27 a 60) per i quali riteneva nociva la concessione, fatta loro dal Papa, della carica vitalizia. Oltre a ciò, le continue discordie tra i membri del primo e del secondo ordine, dettate dall'invidia e dal desiderio di dominio di uno dei due gruppi sull'altro, erano intollerabili.

Bisognava assolutamente porre rimedio a questa situazione negativa, dalla quale derivavano la gran parte degli inconvenienti presenti anche nelle altre magistrature, poiché le persone elette per ricoprire quegli incarichi si dimostravano inadatte a sopportarne il peso, in quanto le scelte effettuate erano il riflesso di motivi puramente opportunistici. È perciò che Containi invoca il ripristino delle disposizioni di Clemente VIII con la conseguente riduzione dei membri del primo ordine al numero di 27 e la loro mutazione ogni tre anni, come accadeva per i membri degli altri due ordini del consiglio. L'analisi di Containi sulle magistrature pubbliche ferraresi termina con il capitolo XVIII, nel quale l'autore espone un proprio interessante progetto: la creazione di una Congregazione Economico Politica49, della quale ipotizza la composizione stessa dei membri: due nobili, due di spada50, quattro del ceto civico (un legista, un medico, due mercanti) con incarico triennale, e un segretario con paga annuale. Suo compito sarebbe stato quello di progettare le iniziative più adatte al pubblico bene e di sottoporle al Papa per ottenerne la facoltà di darvi esecuzione. Containi indica addirittura sette temi di discussione da affrontarsi durante le riunioni settimanali:

- verifica dell'opportunità del dazio sui principali generi commestibili (macinato, olio, carni, pesce);

- indagine sulle cause della pessima qualità della carne prodotta nella Legazione;

- indagine sulla scarsezza del pesce in un territorio così ricco di acque salate e dolci ed eventuali condizionamenti su tale situazione esercitati dalla privativa concessa ai pescivendoli;

- verifica dell'utilità o meno per il pubblico della sopravvivenza di quelle arti che godevano il diritto privativo di fabbricare o vendere i commestibili necessari alla popolazione;

- studio dei rimedi da adottare per evitare la scarsezza dei generi di prima necessità, e per stabilire di quanto poter alzarne il prezzo in tempi di penuria;

- studio delle possibilità di introdurre nel Ferrarese il modo di lavorare sia i canapi che le sete presenti in abbondanza, impiegando così nel lavoro gli oziosi e i delinquenti;

- studio del modo di sfruttare le acque del Po o per tinture nelle drapperie, o per fornire il movimento a macchine per filare la seta, i lini, i canapi, ecc.

Ogni cittadino avrebbe dovuto poi godere del diritto di esporre i propri progetti, scrivendo il proprio nome e cognome su un foglio da inserire in un'urna esposta per l'occasione. Il progetto scelto dalla Congregazione sarebbe poi stato inviato a Roma per ottenere dal Papa l'approvazione dopo una discussione effettuata dal giudice dei savi, e da due savi prescelti, davanti a tutta la Congregazione stessa. Con questa serie di proposte decisamente innovative per la realtà ferrarese dell'epoca termina la lunga digressione sulle magistrature cittadine di Containi, il quale torna così a seguire l'ordine delle materie presente nel trattato muratoriano.

3.3. Il problema delle acque (capitoli XXX-XXXV)

Dopo aver parlato della religione, dello studio delle scienze e delle arti, dell'etica, della giurisprudenza, dei medici e delle medicine, Containi inizia la trattazione, nell'ambito della parte riservata da Muratori alle matematiche, di un argomento centrale per la comprensione della realtà ferrarese dell'epoca: quello delle acque. Infatti, il problema principale del territorio ferrarese era quello di svilupparsi in gran parte al di sotto del livello del mare e su differenti quote; in forza di tale depressione era indispensabile l'esistenza di un meticoloso sistema idraulico che, attraverso appositi canali di raccolta delle acque, preservasse i terreni dalle frequenti alluvioni e dalle inondazioni dei fiumi. Tutto il territorio ferrarese era diviso in Polesini, cioè in comprensori racchiusi tra due rami di fiumi ed aventi ciascuno un proprio sistema di scolo delle acque; i principali erano il Polesine di S. Giorgio, il Polesine di S. Giovanni Battista o di Ferrara, il Polesine di Casaglia.

La prima parte del discorso di Containi sulle acque pone all'attenzione dei lettori l'esigenza dell'incremento dei commerci marittimi della Legazione con gli altri stati italiani. Sarebbe stata indispensabile a tal fine - afferma l'autore - la costruzione di diverse navi pescherecce e mercantili, nonché la formazione di società commerciali, entrambe pressoché inesistenti o scarsissime nella Legazione51. I rimanenti quattro capitoli di questa parte del manoscritto sono invece dedicati all'analisi dei problemi posti dai principali corsi d'acqua che scorrono all'interno della Legazione: il Po di Lombardia a nord, i due rami dello stesso Po, di Primaro e di Volano, poco più a sud, il Panaro a ovest, il Tartaro e il Canal Bianco nella zona settentrionale confinante con il territorio della Repubblica di Venezia.

La proposta di Containi per migliorare la situazione esistente si articola in due punti essenziali:

- mettere in comunicazione diretta le acque del canale Panfilio con quelle del Po di Lombardia attraverso la costruzione di una chiavica che ne regolasse l'intensità del flusso;

- creare un secondo canale artificiale più stretto alimentato dalle acque che fossero state di sopravanzo al primo, lungo il quale collocare mulini e altri edifici per le arti.

Un'altra questione che richiedeva un intervento immediato era l'assenza di una strada che dalle mura della città conducesse direttamente fino al corso del Po di Lombardia. Secondo Containi, la soluzione del problema non poteva più essere rimandata e si sarebbe dovuto decisamente passare all'approvazione di un piano che, risarciti debitamente in contanti i proprietari dei terreni attraversati dalla strada, avesse stabilito le modalità e i tempi dei lavori. Il denaro anticipato si sarebbe potuto riacquistare, da parte del Comune, nel giro di pochi anni attraverso gli introiti di un moderato pedaggio stabilito sulla strada stessa, e attraverso le privative del forno, del macello e dell'osteria.

La parte centrale e più importante della sezione riguardante il problema delle acque del Ferrarese, è quella dedicata al corso del Po di Primaro e alle vicende ad esso legate. La narrazione è tutta incentrata sulla descrizione della diatriba tra ferraresi, bolognesi e romagnoli riguardo il percorso da assegnare al Reno e ai torrenti appenninici che scorrevano nella pianura tra il Ferrarese e il Bolognese e dovevano essere in qualche modo condotti al mare52. Containi si sofferma a lungo sulla descrizione delle vicende e sulle considerazioni negative riguardo le risoluzioni prese, tanto che questo capitolo, il XXXIII, risulterà essere alla fine il più lungo di tutto il manoscritto53. Dopo essersi a lungo intrattenuto sui dettagli tecnici e giuridici della questione con un linguaggio appassionato, ed aver calcolato i danni patiti dai ferraresi negli ultimi dieci anni in quasi mezzo milione di scudi, l'autore termina il discorso con una sarcastica considerazione: «Ed avranno i posteri a dire per ultima gloria, tuttoché molto inumana, de' nostri vicini, che dopo aver ricevuto dal nostro natural Principe benefizio, han cominciata, e per quasi due secoli mantenuta contro di noi una guerra ingiusta, e fiera, e conchiusala finalmente facendo come colui, che perde volontieri un occhio, purché l'avversario perdali ambedue»54.

Uno spazio molto più breve è occupato, invece, dalla trattazione riguardante il corso del Po di Volano (ridotto ormai alla funzione di collettore dei vari canali di scolo delle acque che attraversavano il territorio del Polesine di S. Giorgio) e quello dei fiumi Panaro, Tartaro e Canal Bianco. I suggerimenti singoli esposti da Containi per sorvegliare e tenere sempre sotto controllo la situazione, confluiscono alla fine in un disegno più ampio che pone all'attenzione dei lettori la necessità di un regolamento generale delle acque della Legazione, punto imprescindibile dal quale muovere per mutare il volto della realtà in qualsiasi settore:

Due per altro e non più sono gli oggetti, a' quali dee questo regolamento, affinché la Provincia non resti tuttaquanta dall'acque sommersa, mirare: l'uno, che consiste nell'opporre all'impeto di alcune i sofficenti ripari, sicché dall'assegnato corso non deviino: l'altro nello scolar le piovane sicché non impaludino55.

A questo proposito Containi sottolinea l'importanza del ruolo ricoperto dai corsi di idrostatica istituiti presso l'università di Ferrara per la formazione di validi tecnici, di giudici e notai d'argine in grado di dare al regolamento generale da lui proposto la desiderata esecuzione.

3.4. Le manifatture e il commercio (capitoli XLIII-XLIX e LXXVIII)

Dopo aver parlato di arti, filosofia, storia, eloquenza e agricoltura, Containi affronta il tema delle manifatture e del commercio, al quale sono dedicati otto capitoli del manoscritto. Se il quadro tracciato nelle pagine precedenti sull'agricoltura era stato tutt'altro che roseo e aveva evidenziato la scarsa cura dei ferraresi per la coltivazione della terra, quello riguardante lo stato delle manifatture e del commercio nella Legazione è addirittura deprimente. È eloquente, al riguardo, ciò che afferma Containi nella parte iniziale del suo discorso:

Quest'Arti se innanzi ai due passati secoli albergaron fra noi, se ci crebbero, se ci fiorirono, se dagli stranieri s'avevano in gran riputazione, nel presente non può più dirsi così. Hanno a poco a poco perduto que' pregj, son decadute, sono avvilite, sono fuggite ovvero annientate. E intendo dichiaratamente quelle che in varie sorte di tessuti preparano il Lino, il Canape, la Seta, la Lana. [...] Che perdite enormi! Che abbiezione! In questo stato di cose altro che ricchezza conviene a noi di sperare, altro che felicità56.

I rimedi contingenti proposti dall'autore per uscire da questo stato di crisi si ispirano direttamente a quelli enunciati da Muratori nel proprio trattato57 e da Genovesi nelle Lezioni di commercio, o sia d'economia civile58, nel solco della tradizione di pensiero protezionista e mercantilista, particolarmente diffusa in Italia fino al tardo Settecento. Prima di procedere a qualsiasi innovazione in questo settore, chiarisce Containi, bisognava però preoccuparsi di due cose: prolungare la durata delle cariche delle magistrature pubbliche preposte alla direzione degli affari politici ed economici della Legazione59, ed alterare i dazi e le gabelle esistenti60. Per incentivare le manifatture Containi indicava poi diverse soluzioni:

- esentare dai dazi sia i prodotti esportabili (come lini, lane, canapi e sete), che quelli da importare per procedere alla lavorazione dei primi;

- diminuire i carichi fiscali verso quei connazionali o quei forestieri (e le loro famiglie) che avessero introdotto nello Stato qualche nuova manifattura. Ciò si sarebbe dovuto fare esentando costoro parzialmente o totalmente dal pagamento di alcuni capi di imposta per periodi più o meno lunghi di tempo;

- stabilire dei premi per chi fosse riuscito a vendere fuori dello Stato una discreta quantità di prodotti lavorati nella Legazione, rifacendosi ad una legge già esistente in Inghilterra e applicata relativamente al commercio dei grani;

- gravare le consimili merci straniere di imposta molto alta (30 o 40%) e aumentare del 3-4% il dazio sulla esportazione delle materie grezze locali;

- abolire quella legge, introdotta in passato, che escludeva dai traffici gli ebrei e, anzi, affidare loro, riuniti in società, la conduzione degli affari commerciali dello Stato61.

Quest'ultima proposta, pur con il suo carattere di imposizione più che di invito, assumeva comunque un aspetto interessante e nuovo individuando in questo gruppo etnico avversato in gran parte dalla popolazione, e specialmente dalla nobiltà privilegiata, un elemento di possibile dinamismo anche a causa della scarsezza di capitali liquidi disponibili tra i gruppi sociali cristiani. Ma il problema non era solo quello di incoraggiare con particolari provvedimenti la produzione manifatturiera, bensì quello di aumentare i lavoratori del settore, che erano limitati a quei pochissimi presenti all'interno delle corporazioni delle arti, alle quali era lasciato il monopolio pressoché totale della produzione. Era proprio questo meccanismo basato sulla concessione delle privative ai venditori dei principali prodotti necessari alla popolazione che, secondo Containi, andava spezzato62, e con esso tutto il sistema che faceva riferimento alle arti cittadine.

Non si poteva tollerare, affermava l'autore, che i fornai non fossero in grado di rifornire di pane la città durante un intero anno, come era avvenuto tra il 1772 e il 1773 a causa delle frequenti piogge, né che i pescivendoli lasciassero scarseggiare il pesce, che abbondava così copiosamente, sulle piazze del Ferrarese, vendendolo fra l'altro a prezzi quattro o cinque volte superiori a quelli normali.

Riguardo il commercio il discorso proseguiva sullo stesso tono poiché, partendo da premesse molto positive, ci si trovava invece davanti ad una situazione estremamente negativa. Il problema principale era costituito dall'esistenza delle tratte (permessi di esportazione concessi ai soli nobili privilegiati), che di fatto lasciavano la Legazione sprovvista di grani in seguito alle incette effettuate a scopo di lucro da coloro che godevano di tali benefici. La proposta di Containi è quella di adottare una legge già esistente nella Repubblica di Venezia, stabilendo tre fasce di prezzo per il frumento e il frumentone63.

Ma ecco che l'autore si immagina levarsi le voci dei privilegiati contro la legge da lui proposta, dandogli così modo di aprire una lunga parentesi sull'argomento. È qui che Containi entra in conflitto con uno degli elementi cardine dell'ordine costituito, manifestando il proprio pieno dissenso verso il meccanismo dei privilegi per il grosso danno che essi apportavano al resto della società, affermando che per nessun motivo potevano contraddire le leggi fondamentali di ogni principato né danneggiare il popolo o, tanto meno, creare uno squilibrio nella ripartizione dei carichi fiscali. Quando le necessità della popolazione si fossero presentate di maggiore importanza, ogni privilegio avrebbe dovuto sottostare a queste e ciò per il debito che ogni uomo aveva contratto con gli altri dopo il suo ingresso in società:

Fate dunque, che ogni privilegiato metta fuor di paese tutt'i prodotti delle sue terre allora eziandio quando il paese o per una o per altra cagione sfornito si truova de' prodotti di prima o più immediata necessità. Che giova a tanti ministri, e a tanti operaj la mercede ricevuta in danaro? Verrà loro addosso la necessità, e strigneralli tanto, che abbiano a perir della fame. O privilegio dunque che gli uomini riduce a non poter più le prime leggi della società servare vietanti l'usurparsi cos'alcuna che altrui s'appartenga! Privilegio barbaro, che li conduce a tanta stremità! Privilegio inumano che di per se conduce a distruggerli!64

Per quanto riguarda il commercio interno, invece, Containi sottopone al Magistrato dei Savi un piano per la sua liberalizzazione, insieme all'abolizione dei dazi, delle gabelle e di tutti gli impedimenti esistenti in ambito fiscale. In teoria la cosa migliore, afferma l'autore, sarebbe stata la costruzione di granai pubblici da tenere sempre riforniti del grano necessario alla popolazione, con aumenti di capitale in tempi di abbondanza; ma all'atto pratico, la soluzione più confacente alla realtà era quella di calcolare esattamente il consumo di grano da parte della popolazione e, una volta fatte le denunce da parte di tutti i sudditi laici ed ecclesiastici, stabilire la parte da trattenere nello Stato e quella da esportare. Tutto il programma generale di Containi riguardo il commercio viene poi riassunto nell'ultimo capitolo del manoscritto dove, dopo aver ricordato che la fuga dall'ozio e lo stabilimento delle arti e del commercio sono i mezzi più adatti per procurare la felicità di uno Stato, l'autore segue la distinzione fatta da Muratori delle arti in tre classi: primitive, di comodo, di lusso. Tra le prime comprende l'agricoltura, la pastorizia, la caccia e la pesca e ne individua i principi fondamentali per ben commerciare nella buona fede di chi commercia, nella celerità del fornire la prestazione, nella bontà dei generi venduti e nella convenienza del prezzo. A differenza che nelle arti di comodo e di lusso, nelle quali era bene impiegare un numero non eccessivo di lavoratori, nelle arti primitive la gente impiegata, secondo l'autore, non sarebbe mai stata troppa poiché essa contribuiva sempre alla formazione di ricchezze produttive. Le regole generali per stabilire le arti e il commercio in uno Stato, ricorda infine Containi, devono essere

l'accordare a chi le ci arrecasse e ben radicasse privilegj ed esenzioni; le quali nondimeno non debbon essere loro perpetuate, se non quanto fosse per durare la loro vita, o quella al più della prima loro generazione. [...] Da qualunque aggravio almeno scaricar si dovranno tutti que' generi ch'entrar volessero a noi per ricever l'opera de' nostri manifattori. E molto più libera esser dovrà l'uscita fuori del nostro Stato a quegli altri, che fossero stati lavorati e preparati presso di noi. Ed al contrario impedir si convien, e d'imposte pubbliche raggravare que' generi che da noi si volessero partire così greggi quand'esser poteano lavorati per le nostre mani65.

3.5. Le strutture finanziarie

Dopo aver trattato del lusso, della visita dello Stato, della lussuria e dell'ubriachezza, Containi affronta la parte più importante dell'intera opera: quella dedicata alla riorganizzazione delle strutture finanziarie della Legazione di Ferrara, e all'esposizione di un nuovo piano in materia fiscale. Nel corso dei dieci capitoli che compongono questa sezione, Containi si sofferma con la massima lucidità e chiarezza sui dettagli di questo composito progetto, pienamente cosciente dell'effetto esplosivo delle idee in esso contenute e delle critiche che queste avrebbero potuto sollevare nella società ferrarese dell'epoca. Per l'importanza delle tematiche esposte in questa sezione66, ho considerato utile dividerne la narrazione in due parti: la prima, dedicata alla descrizione del progetto di Containi; la seconda, incentrata sull'analisi delle similitudini tra le teorie esposte dall'autore e quelle più diffuse, nel Settecento, negli altri stati d'Italia e in Francia.

Molti si leggono libri di chi si ha dato vanto di ordinare per modo le pubbliche Finanze or di questo, or di quello Stato, che minor fosse il peso risentito dal suddito in pagarle, e niente minore od anche maggior fosse l'avanzamento dell'Erario. Indotto però dalle gravi cause, che scrivendo si sono indicate, ed in appresso di per se appariranno di nuovo, ad esempio di essi metto anch'io la mano nell'argomento delle Finanze di questo Ducato. E ben poss'io meglio di altri moltissimi ciò fare con più fidanza di essere ascoltato, poiché il passo primo fondamentale e più arduo della meditata riforma è stato già eseguito in una Città del nostro stesso Monarca. Dessa è Perugia, la quale per contratto perpetuo, che ha fatto col suo Principe, ha tolto sopra di se il pagare tutto ciò che alla Camera di lui avesse dovuto entrare per imposte ordinarie non meno, che per istraordinarie67.

Queste le parole con le quali Containi inizia il proprio discorso sulle finanze della Legazione, ponendo l'accento sull'esigenza di semplificare e razionalizzare tutto il sistema fiscale esistente senza danneggiare le entrate dell'erario papale e senza creare, allo stesso tempo, ingiustizie e squilibri nella ripartizione dei carichi. Il primo passo da compiere era quindi, secondo l'autore, quello di fare un calcolo unico di tutte le entrate spettanti alla Camera apostolica di Roma, versando anticipatamente al Papa la cifra così stabilita e riscuotendo in un secondo tempo, autonomamente, le contribuzioni dovute dalla popolazione. Tale disposizione, già in vigore nella provincia di Perugia, si sarebbe potuta, con qualche sforzo, adattare alla realtà ferrarese, permettendo così di abolire tutte quelle voci superflue di spese dovute alla maturazione degli interessi sui debiti passivi della Legazione nei confronti della Camera apostolica, e al pagamento dei ministri camerali deputati all'esazione dei dazi che, inoltre, molestavano ed angariavano molto spesso i contribuenti. Quello che veniva proposto da Containi era una sorta di azzeramento del bilancio della Legazione, un risanamento finanziario dal quale partire per iniziare una nuova gestione degli introiti fiscali. Bisognava perciò, prima di ogni altra cosa, fare tutta una serie di calcoli:

- stabilire l'entità di tutti i debiti dello Stato (abolendo la separazione tra debiti comunitari, distrettuali ed extradistrettuali che non faceva altro che ingenerare confusione) e delle spese necessarie all'estinzione dei debiti stessi;

- calcolare l'entità delle rendite necessarie a raggiungere la cifra stabilita da pagarsi al Papa dalla Legazione, prevedere e fissare approssimativamente la quantità di denaro occorrente per le spese ordinarie di restauro degli argini di tutti i fiumi, condotti idrici di scolo, canali, di tutte le chiaviche e delle altre opere necessarie al governo delle acque della Legazione.

Cumulate le quali spese tutte, penso che sormonteranno i 250.000 scudi. Per raccoglier poi la bastevole somma da questo Stato annovalmente, io, dopo aver esaminato con molto studio altri ed altri progetti di uomi intelligenti e pratichissimi, sono venuto ad acconsentire, che, pochissimi esser dovendo i capi delle imposte, i più universali sieno la Capitolazione, o sia il Testatico, ed il Censimento, o sia il Terratico; perocché da alcuni altri, de' quali favellerò, non possono tante persone venir comprese68.

Parlando del testatico Containi cerca di tranquillizzare subito i lettori affermando che tale parola non deve significare «quella empietà, che significata viene in qualche Stato dominato da gente barbara: che io spero, nel modo che fia da me rappresentato, non debbia riuscir tale»69. Quindi procede ad un computo scrupoloso e minuzioso delle entrate ricavabili dalla capitazione, ipotizzando di tassare ognuna delle 218.000 anime della popolazione di mezzo scudo a testa per un totale di 109.000 scudi. Detratti poi, dal totale, 9.000 scudi per il pagamento dei ministri riscotitori e per l'impossibilità di alcuni a contribuire per le condizioni di estrema povertà, Containi indica una cifra netta di 100.000 scudi, per raggiungere la quale propone di tassare il sale e il grano. Il testatico proposto si risolve quindi in una sorta di imposta indiretta rateizzata sui due generi di primaria necessità. Era questa l'unica maniera, per Containi, di addolcire il peso dei carichi fiscali gravanti sulle famiglie più povere che erano poi anche, nella maggior parte dei casi, le più numerose. Tra tutti i mali possibili, insomma, quello di un testatico diluito nel corso dell'anno e stabilito sui due principali generi di consumo, pareva all'autore il male minore70. Per raccogliere il rimanente denaro sufficiente a raggiungere la cifra complessiva di 250.000 scudi, Containi prende poi in considerazione l'altra voce primaria, il terratico, ossia la tassazione dei fondi. Stabilisce pertanto una proporzione, all'interno delle 171.207 moggia quadrate di superficie delle quali si componeva la Legazione, dividendo i terreni in quattro classi (arativi, ortivi, prativi, vallivi e pascolativi)71 e assegnando ad ogni classe un tributo fisso per ogni moggio di terreno72.

Riguardo tali calcoli, Containi afferma subito dopo:

Non però dobbiam noi incorrer taccia veruna perché l'allegata divisione abbiamo quì presupposta ed usata, sebbene soggetta a grandi correzioni. Imperciocché se tanto a noi è bastato per ispiegare del nostro progetto l'idea con qualche sorta di chiarezza, fa altresì vedere un altro giusto ed urgente motivo per venire a quel nuovo Estimo generale, che come necessario per altro particolar fine avvisai nel Capo XII. Ed allora questa generale imposta s'ordinerà, e distribuirà per modo, che sopra vi si possa ragionare, e disporre le cose colla dovuta sicurezza73.

Pur senza precisare i termini e le modalità di realizzazione del nuovo estimo proposto, appare però evidente l'esistenza di un collegamento essenziale tra la progettazione di un nuovo sistema fiscale e la necessità della certezza e della chiarezza del possesso fondiario come presupposto fondamentale di questa nuova operazione. L'altro elemento centrale del progetto esposto fino ad ora dall'autore è costituito dalla notevole diminuzione che si sarebbe creata, una volta aboliti tutti gli altri dazi, del numero eccessivo degli appaltatori e dei ministri riscotitori nonché delle spese sostenute in loro favore. Ciò avrebbe recato un grande giovamento non solo alle casse dell'erario statale, ma principalmente a tutta la popolazione troppo spesso vessata dalla arroganza di tali ministri e costretta a contribuzioni obbligatorie in danaro estorte, nella maggior parte dei casi, con la violenza.

Ad integrazione degli introiti previsti dal testatico e dal terratico, Containi enumera poi una serie di altre entrate pubbliche costituite da:

- un dazio sulle persone che vivevano d'industria (mercanti, negozianti, venditori al minuto);

- un dazio sopra le persone assenti (tassa dell'incolato), per tutti coloro che possedevano fondi nella Legazione ma non vi dimoravano per almeno sei mesi l'anno;

- un dazio sulle merci forestiere;

- introiti derivanti dalla costruzione di una nuova salina nei pressi di Comacchio;

- appalto del tabacco e di altri minori capi e abolizione della privativa della concia delle pelli;

- un dazio sul vino venduto a minuto nelle osterie e nelle taverne;

- riduzione a rendita pubblica di tutti i diritti comunitativi.

Dopo aver difeso dalle critiche le singole voci di guadagno pubblico proposte, Containi chiarisce lo scopo finale del proprio progetto:

Vengasi poi ben presto alla total soppressione, abolizione, distruzione di tutti gli altri Dazj, di tutte le gabelle, di tutti i diritti privativi, di tutti gli altri aggravj: e sollevisi una volta questo povero popolo da tante angherie che lo molestano e smungono con sì scarso utile del Principato, e del Principe. Quanto men cari verrebbero i comestibili! Quanto ancora i non comestibili più dozzinali, e di maggior consumo! Quanta libertà, che non hanno, acquisterebbono tutti quanti per commerciare! Quanto s'aumenterebbe per tanta felicità la nostra popolazione di gente e nazionale, e più prestamente ancor di forestiera! Con che aumentate verrebbono in gran maniera le stesse rendite del Pubblico, e la dignità, e le forze del nostro Principe74.

È un vero e proprio discorso programmatico, questo di Containi, basato sulla illimitata fiducia in un progetto protezionista con aperture liberiste nel commercio, attraverso l'applicazione del quale tutta la società avrebbe, nel giro di poco tempo, dovuto cambiare il proprio volto. Nulla è casuale, nulla è fuori posto nel nuovo piano concepito dall'autore; tutto deve contribuire a rafforzare lo stato delle finanze della Legazione senza indebolire la popolazione e le principali attività industriali, agricole e commerciali da essa sviluppate; tutto è visto in funzione del potenziamento delle strutture esistenti, della felicità del popolo e del benessere del sovrano. Sulla spinta di questo entusiasmo vissuto in maniera quasi pioneristica, Containi si affretta a specificare come meglio impiegare il denaro avanzato dalla cifra destinata al pagamento della Camera apostolica, polemizzando con coloro che lo accusavano di voler riempire inutilmente l'erario pubblico e accompagnando il proprio discorso con toni aggressivi ed insistenti che cercano di riprodurre il più possibile l'immediatezza del linguaggio parlato:

[...] prima di ogn'altra risposta convien ch'io confessi come non so finir di maravigliarmi che ogni uomo non vegga gl'infiniti beni che dal denaro messo nel Pubblico vengono alle società ed ai medesimi particolari. Dopo dunque l'entrata necessaria per soddisfare alle annualità col Principe, co' creditori, co' Professori della Università, co' diversi Ministri della pubblica Azienda, voi mi domandate per sapere, che s'abbia a fare dell'entrata, che sopravanza? Se nol sapete, vel dirò io. Hansi a scontare i debiti, val dire a restituire i capitali prima agli stranieri, poscia ai nostri Cittadini, e così redimerci dallo sborsare i frutti corrispondenti. [...] Che farne del danaro pubblico? Vuolsene impiegar buona quantità nelle fabbriche di pubblico vantaggio, [...]. Che farne? Fondare alla Comunità Capitali, onde potesse a' suoi membri scemare il Testatico generale, od anche spegnerlo in ambe le sue parti interamente [...] Che farne? Voglionsi accrescere più ancora e nobilitare certi stipendi, che appresso spiegherò, per rendere i possessori più utili a giovare al Pubblico [...]. Ed a che farne in oltre? A poter star contro alle traversie più impensate eppure inevitabili, ed a poter resistere in qualche modo a que' sommi mali, che tendono a distrugger l'umano genere75.

Tutto ciò che riguardava gli interessi del pubblico doveva essere anteposto all'interesse privato, anche se stupisce in Containi la speranza di veder scemati o addirittura aboliti il testatico ed il terratico attraverso l'uso dei capitali in eccesso accumulati dall'erario statale, in uno slancio forse di cieco ottimismo che conferma il carattere eminentemente pratico di tutta l'opera, aliena da preoccupazioni di carattere speculativo. Un punto centrale per l'attuazione di tutto il progetto concepito da Containi riguarda l'aumento di alcuni stipendi pubblici, predisposto proprio al fine di incentivare ed incoraggiare coloro che erano deputati a mettere in pratica le proposte enunciate dall'autore stesso per il miglioramento della situazione esistente. Infatti, era proprio la scarsezza dei guadagni connessi all'esercizio delle cariche pubbliche uno dei motivi fondamentali per cui queste venivano non solo trascurate ma disertate da coloro che le ricoprivano. Bisognava fare in modo, perciò, che i guadagni corrispondessero maggiormente alle fatiche impiegate e che fungessero da stimolo specialmente per quelle famiglie nobili o cittadinesche i cui membri, privati delle ricchezze domestiche a causa dei maggioraschi e dei diritti di primogenitura, non godevano di altra fonte di guadagno. Tali aumenti, che occupavano una fetta di 19.000 scudi sui 50.000 complessivi che sarebbero avanzati dal pagamento dei tributi pattuito con la Camera apostolica, dovevano essere corrisposti, però, solo a coloro che con la propria condotta se ne fossero mostrati degni; a tale proposito Containi propone di approvare una legge che fissi un numero massimo di venti assenze dalle riunioni di qualsiasi organismo politico cittadino, una volta superato il quale, chi non avesse avuto motivi validi per giustificarsi, sarebbe stato privato sia dell'onorario che della carica, ed inibito da tutti i pubblici uffici per la durata di sei anni. Terminata l'esposizione complessiva del proprio progetto di riordinamento delle finanze della Legazione, Containi immagina di doversi difendere dalle aspre critiche dei due gruppi maggiormente danneggiati da esso: i nobili privilegiati e i ministri addetti alla riscossione dei dazi.

Nella seconda parte del capitolo LXII, infine, il discorso si apre a considerazioni di più ampio respiro che coinvolgono il senso generale di tutto il progetto esposto e che diventano imprescindibili ai fini di una sua adeguata comprensione. È questo il punto chiave, a mio avviso, di tutto il manoscritto, dove l'autore, quasi di soppiatto, rivela l'esistenza di due progetti paralleli, uno generale e uno particolare, quest'ultimo complementare e propedeutico alla realizzazione del primo. Il brano a cui mi riferisco è di non facile comprensione e pare strano che l'autore abbia voluto collocarlo verso la fine della propria opera, quasi a voler mimetizzare l'importanza dei contenuti in esso espressi; ma ciò apparirà meno strano se si tiene a mente, come afferma Containi stesso, che tutta la costruzione del manoscritto è stata architettata sulla base dell'ordine delle materie tenuto da Muratori nel proprio trattato e quindi, in un certo senso, volutamente costretta a seguire l'esposizione stabilita nel modello prescelto. Dopo aver scagliato l'attacco decisivo e conclusivo contro tutto il sistema dei privilegi nobiliari compresi quelli concessi a titolo oneroso76; dopo aver dimostrato, numeri alla mano, il danno derivato al resto della popolazione e all'economia della Legazione dalla loro esistenza, e richiestane pertanto al Papa la totale abolizione una volta per tutte, l'autore afferma:

Altra obbiezion generale ci viene da critici più fini: la maggior parte nondimeno, se mal io non veggo, sono daziali, e gabellieri, e loro ajutanti, e bassi ministri in numero ben grande, che malamente sopportano anch'essi che si tratti di mandarli ad altro mestiere onde lucrarsi il pane, il qual comunemente sarà più negro e più duro di quello che si mangiano oggidì. E il loro detto è, che il sistema di queste pubbliche entrate è venuto a metter fuori alla fine una contraddizione ben aperta e madornale con cent'altri avvisi, e consiglj, e regolamenti, ed ordini, che son preceduti: benché chi la briga si pigliasse di tutti confrontarli insieme, troverebbe facilmente che tutto il libro n'è un composto scompostissimo, tutto vi è slegato, tutto anzi nelle parti ripugnante, tutto un ammasso nojevole di chimere, e strambotti77.

Ma ecco le motivazioni addotte dall'autore per difendersi da queste accuse. Particolarmente insolita è la parte dedicata alla sperata attuazione del progetto nella quale, quasi come in un sogno o in una rarefatta visione, Containi descrive con immagini toccanti il desiderio di vedere i propri sforzi coronati dal successo:

Egli è dunque a sapere come difficilissimo sarà ad avvenire, che il sistema tutto delle pubbliche nostre cose sia alterato né in quel modo ch'è stato proposto da me, né in alcun altro mai. Questo modo nondimeno volea da me proporsi assolutamente, ed hollo proposto, perciocché troppe utilità mi ci parevano in farlo. Ma infinaiato la s venuto non se ne fosse alla real esecuzione, quelle ordinazioni e quelle leggi ho consigliate, le quali, durante almeno, lo stato degli affari presenti, eran credute le opportune ed acconce. Così è avvenuto, che ben molti di que' pensieri, non però tutti, non si accordasser con questi, e che a quest'ultima ed a qualche altra addietro delle mie proposizioni la discordanza ne apparisse manifesta, e mi esponesse ad esserne riconvenuto. Senza danno però. Merceché que' tanti regolamenti particolari aver potranno luogo per tutto il tempo che ben lungo si richiederebbe a smuovere tutta la macchina delle Magistrature e delle Finanze. E con probabilità maggiore lo avranno in perpetuo: avvegnaché la disposizion presente del Governo poco è a sperare che muti giammai. Con avere scritto pertanto così, voglio lusingarmi di aver suggerito sparsamente ai diversi mali, che ci stringono e tormentano, rimedj tali che quelli non abbiano ad incancherircisi indosso, e per cui da alcuni otterrem, volendo applicarli, di guarire ancor compiutamente. [...] Sia dunque così. Il progetto quì ultimamente proposto piace. Fassene inchiesta al Monarca: e questi vi s'inchina, ed acconsente. Il gran Diploma n'è spiccato, e nel nostro Gran Consiglio si è già letto in presenza dell'Eminentissimo Legato; il quale ha ricevuto ordine di accudire, e dar tutta la mano acciocché tostamente si ponga in esecuzione. A voi dunque, o Signori. Voi avete nelle mani il tutto da disporre a seconda de' vostri desiderj. [...] Oimé! Tacete, e impallidite? Che affetto è questo vostro? È forse temenza? È pentimento? Cosa strana è al certo; [...]. Non hassi dunque da udire chiunque ricompor le cose tutte voglia quasi in un solo giorno, o in un solo mese, o in un anno: che poco non fia in un anno assicurare almen le principali78.

Per mettere in moto il progetto sarebbe stato pertanto necessario richiedere uno sforzo supremo a tutta la popolazione attraverso il pagamento anticipato, allo Stato, dei circa 300.000 scudi stabiliti dall'autore come cifra complessiva da ricavarsi dal testatico e dal terratico. La sezione dedicata alla trattazione delle materie finanziarie termina poi con i due successivi capitoli, nei quali l'autore pone l'urgenza di impetrare al Papa l'estinzione di due contribuzioni straordinarie imposte alla popolazione della Legazione (il dazio del 15% sulle merci provenienti dal Levante e la gabella, cosiddetta clementina, consistente nell'aggravio di mezzo paolo sopra ogni rubbio di marzatelli e di un paolo sopra ogni rubbio di frumento da macinare), descrive le angherie e i soprusi esercitati sulla popolazione dagli esattori dei dazi, e richiede infine la moderazione delle pene previste per i contrabbandieri che, in linea con quanto affermato da Muratori, danneggiavano eccessivamente il volume dei traffici commerciali nella Legazione.  

Le teorie espresse da Francesco Containi in materia finanziaria non costituiscono certo una novità nel panorama politico italiano ed europeo. Anzi, fin dall'inizio del Settecento, e specialmente nella prima metà del secolo, si erano venute imponendo all'attenzione di quei pensatori e di quegli economisti che intendevano proporre soluzioni concrete e attuabili per il risanamento della bilancia economica e commerciale dello Stato79. Già nei primissimi anni del XVIII secolo, in Francia, vennero formulate, per opera di Vauban80 e di Boisguillebert81, delle teorie tese ad una completa riforma del sistema tributario esistente, e basate essenzialmente su una grande semplificazione di tutto il sistema daziario, su un'equa ripartizione dei carichi fiscali tra tutti gli strati della popolazione e sulla rimozione degli abusi verificatisi nella riscossione degli stessi da parte degli esattori a ciò deputati82. Questi stessi principi penetrarono ben presto anche in Italia, dove i pensatori dell'epoca cercarono di privilegiare innanzitutto gli aspetti pratici e più immediatamente realizzabili delle teorie mercantiliste francesi, per adattarle alle singole realtà locali. All'interno di questa tendenza generale vi sono però alcune teorie che ci interessano più da vicino per la loro forte somiglianza con le idee esposte da Containi in materia finanziaria, e specialmente quelle formulate nei territori confinanti o comunque in stretto contatto con la Legazione di Ferrara.

In Lombardia, nel 1709, il conte di Prass presentò all'imperatore Carlo VI un progetto pressoché identico a quello proposto nel 1659 dal cremonese Francesco Bigatti e che prevedeva essenzialmente l'istituzione di un'imposta sull'estimo delle terre, sul testatico e sul mercimonio (tassa sui mercanti). Il progetto, considerato come un'utopia modellata sulla decima reale del Vauban, incontrò molte opposizioni e venne alla fine scartato. Più tardi, tra il 1749 e il 1758, sotto Maria Teresa, Pompeo Neri, in qualità di presidente della seconda Giunta di governo istituita per varare il nuovo censimento, adottò diversi provvedimenti in materia finanziaria fissando anch'egli i tributi universali nel testatico, nell'imposta fondiaria e nell'estimodel mercimonio. A parte alcune differenze pratiche con le teorie esposte da Containi sia riguardo le modalità di esecuzione del catasto (Neri proponeva di tassare il prodotto netto e non l'estensione superficiale delle singole qualità di terreno) che riguardo l'applicazione del testatico (doveva valere solo per gli uomini tra i 14 e i 60 anni), per quanto riguarda il mercimonio anche Pompeo Neri stabilisce una divisione in fasce di reddito, a ciascuna delle quali sarebbe andata una quota di imposta diversa.

Anche nella Repubblica di Venezia, dove la situazione economica era, ancora nella seconda metà del Settecento, estremamente critica e molto simile a quella esistente nella Legazione di Ferrara, caratterizzata essenzialmente da un numero infinito di dazi, esenzioni e vessazioni nella riscossione delle imposte, venne formulato un progetto simile a quello di Containi. Nel 1767, infatti, il veneziano Marco Foscarini83 propose la convocazione di una commissione per la riunione di tutte le imposte di terraferma in un'unica imposta sui fondi e sulle persone. La proposta del Foscarini non venne però attuata e il tutto si perse in discussioni sterili che non approdarono a nulla. Nel vicino Ducato di Modena, oltre al progetto felicitario esposto da Muratori nel 1749, intorno al 1770 venne formulato da Salvatore Venturini, ministro del duca Francesco III d'Este, un Piano sopra i tributi. Tale disegno di riforma tributaria, che si rifaceva in gran parte alle idee espresse da Muratori, si fondava su una semplificazione di tutto il sistema, ridotto a quattro voci essenziali: un'imposta sui terreni, un tributo fisso da pagarsi da parte dei mercanti, l'istituzione della privativa del sale a prezzo moderato e di un dazio sulle merci in transito. Il Piano, appoggiato anche da Gherardo Rangone e Agostino Paradisi, i quali lavoravano al fianco del Venturini nello studio delle questioni di economia sociale e di legislazione finanziaria, venne presentato al duca di Modena nel 1779 ma la sua applicazione venne ostacolata dai sostenitori dell'imposta unica, seguaci dei fisiocratici francesi. Le difficoltà maggiori nell'attuare questo progetto consistevano, a detta dello stesso Rangone (e il discorso è validissimo se riportato alle teorie di Containi), nel convincere i proprietari a pagare un tributo maggiore, quale era quello sui beni stabili, in luogo di quello abituale sui dazi e sulle gabelle. Oltre a ciò risultava difficile fissare con sicurezza la quota di imposta dovuta dai mercanti, a causa dell'incertezza delle denunce riguardo i beni da questi posseduti.

Ma il progetto che presenta le somiglianze più notevoli e vistose con quello di Containi è senza dubbio il famoso piano di riforma tributaria per lo Stato pontificio concepito nel 1767 da Francesco Bettinelli su ispirazione del Tesoriere generale Giannangelo Braschi, e da questi ripreso nel 1776 una volta divenuto Papa col nome di Pio VI84. Il progetto, estremamente radicale, si proponeva per la prima volta di ristrutturare l'intero sistema finanziario dello Stato pontificio dalle fondamenta, senza più ricorrere ad espedienti temporanei e circoscritti come si era tentato di fare sotto Clemente XII e Benedetto XIV. Non solo gli intenti coincidevano, dunque, con quelli del piano di Containi ma anche le singole disposizioni presentavano delle coincidenze addirittura clamorose. L'intero progetto si articolava difatti sui seguenti punti principali:

- abolizione di tutti i pesi camerali e istituzione di tre sole imposte: un testatico sul sale, una gabella sul grano (macinato) e un'imposta fondiaria sull'estimo dei terreni;

- soppressione di tutti i pedaggi e le gabelle di transito tanto camerali che comunitativi;

- accollamento da parte dello Stato dei debiti contratti dalle singole comunità;

- istituzione delle dogane ai confini dello Stato;

- soppressione degli appalti della cera, della carta, dell'acquavite e delle cancellerie;

- soppressione degli uffici di Tesoreria provinciale.

I primi tre punti del nuovo piano erano addirittura gli stessi di quelli proposti da Containi, perfino nel dettaglio, poiché, a proposito dei tre capi di imposta citati, si diceva che si dovevano

fissare tre sole gabelle su li seguenti tre fondi, cioè macinato, sale ed estimo per istabilire per regola inalterabile che sopra li detti tre fondi destinati al Camerale non possa mai imporsi in avvenire alcun altro diverso peso, o colletta. Sul macinato dovrà universalmente fissarsi la gabella d'un tanto per ogni rubbio di grano nella quantità proporzionata al bisogno: ed alla stessa gabella del macinato dovrà sottoporsi solo per metà anco il formentone, e tutti gli altri minuti, che finora ne vanno esenti. Anche il sale dovrà tassarsi per la quantità di libre dodici a testa da assegnarsi obbligatamente ad ogni comunità a seconda del numero delle anime colla stessa sopraccennata proporzione [...]. Finalmente sull'estimo si dovrà imporre un'annua conveniente contribuzione da pagarsi da ciascun possidente in dette Provincie, e Ducati sopra ogni cento scudi del valore de' fondi rustici, canoni, molini, e valde secondo la valutazione per cui la possidenza di ciascuno é allibrata nei pubblici catasti, e ove queste manchino, secondo risulterà dalle assegne da darsi secondo le regole della Sagra Congregazione del Buon Governo85.

Per quanto riguardava gli altri due punti, si diceva:

In favore della libertà del commercio interno fra sudditi si dovranno sopprimere tutti i pedaggi e gabelle di transito tanto camerali e comunitative, quanto spettanti ai feudatari, e private persone [...]. Finalmente dovrà promettersi, che in quella rata che potranno estinguersi tanto i debiti propri della Camera, che gli altri accollati per conto delle comunità, se ne farà d'entrambi l'estinzione per alternativa d'anno in anno, e che a misura della cessazione degli uni e degli altri in quantità, che lo sgravio delle nuove imposizioni sopra alli descritti tre capi possa rendersi possibile a tutte le Comunità suddette, verranno loro minorate86.

La somiglianza delle teorie espresse è talmente forte che verrebbe quasi da pensare che Containi fosse venuto in qualche modo a conoscenza, tra il 1767 e il 1773, dell'esistenza del progetto steso dal Bettinelli per conto del Tesoriere Braschi. Forse poté venire informato da monsignor Riminaldi, allora uditore nel Tribunale della Sacra Rota e ascoltato confidente di Papa Clemente XIII, dell'esistenza di questo progetto, rimasto peraltro segreto e custodito tra le carte d'archivio della curia romana fino al 1776? Forse il Bettinelli stesso ebbe occasione di conoscere ed informare Containi in occasione del viaggio compiuto, tra maggio e novembre del 1768, attraverso le provincie dello Stato pontificio per verificare l'attuabilità del piano di riforma concepito? Dalla relazione allegata dal Bettinelli stesso al proprio progetto non si può dedurre nulla di tutto ciò, rimanendo le nostre niente più che delle suggestive supposizioni. Ma al di là dell'importanza del fatto di stabilire o meno un rapporto di filiazione diretta tra i due progetti, ciò che interessa è delinearne la comunanza degli intenti e degli ambiti sociali ed economici nei quali nacquero e sui quali cercarono, entrambi con scarso successo, di incidere87. Inoltre, proprio in seguito alle considerazioni fin qui esposte, ritengo che si possano attribuire al progetto di Containi le stesse valenze attribuite da Dal Pane e da Piscitelli a quello di Pio VI, che viene considerato un tassello fondamentale nel panorama del riformismo italiano del secondo Settecento e un punto di partenza insostituibile per le riforme attuate in seguito nello Stato pontificio da Pio VII dopo la parentesi napoleonica. Ma c'è di più. Se si considera che il progetto di Pio VI non aveva validità per il territorio del distretto di Roma e per le Legazioni di Bologna e di Ferrara, e se si considera inoltre che nel 1780 un progetto di riforma tributaria basato sugli stessi principi di quello pontificio veniva messo in atto nella Legazione di Bologna per volere del card. Legato Ignazio Boncompagni Ludovisi88, il progetto di Containi potrà essere considerato come la testimonianza probante dell'esistenza e della circolazione delle teorie riformiste anche nel territorio della Legazione di Ferrara.

4. Conclusioni

Le altre materie trattate da Containi nel corso del manoscritto completano il quadro della realtà ferrarese, informandoci su aspetti di vita quotidiana, problematiche ed esigenze locali. Pochi sono i capitoli dedicati alla trattazione di argomenti generali e teorici89, e anche dove Containi si lascia prendere la mano da posizioni moralistiche e di condanna verso gli atteggiamenti dei propri concittadini, come nei capitoli sul lusso, la lussuria e l'ubriachezza90, le sue considerazioni non sono mai disgiunte dall'osservazione della realtà e contribuiscono a raccontarci e a descriverci la vita di tutti i giorni consumata tra il lavoro, l'ozio, le osterie, le case di piacere, la trascuratezza delle infrastrutture cittadine, i giochi e le ricreazioni. Containi sembra molto sensibile a tutti i tipi di problematiche cittadine, dalle discussioni per la costruzione del nuovo teatro pubblico (che proprio nel 1773 veniva progettato per la prima volta dall'architetto Foschini)91, ai problemi riguardanti le strutture e gli organi preposti allo svolgimento dell'attività giudiziaria92, al progetto - da lui stesso concepito - per ripulire completamente la città e liberarla dal lezzo del letame e dei condotti sotterranei (le cosiddette docce) che, intasati da tempo, facevano ristagnare in superficie le acque piovane. La sporcizia di Ferrara aveva superato, afferma Containi, perfino quella proverbiale di Modena nei tempi passati, e gli stranieri capitavano a Ferrara sempre più raramente proprio per questo motivo, preferendo ad essa le altre città limitrofe, meglio ordinate e curate.

Il ragionamento di Containi si mantiene sempre sui binari di una praticità semplice ed efficace, tenendo d'occhio la realizzabilità delle soluzioni ideate e senza mai spingersi in chimeriche ed utopistiche proposte. Così, si rivela estremamente interessante l'idea di allestire in città un grande Albergo per i poveri, simile all'Hotel des Invalides creato da Luigi XIV a Parigi, diviso per sesso e per quartieri, e amministrato dalla Chiesa attraverso un coordinamento centrale delle elemosine di tutte le parrocchie cittadine93.

Parlando del territorio circostante Ferrara e delle campagne limitrofe, Containi non lesina poi le proprie critiche nei confronti della condotta tenuta dall'appaltatore delle Valli di Comacchio Ambrogio Lepri (che dal 1749 aveva rilevato nelle proprie mani la conduzione di tutti gli appalti camerali esistenti)94 prendendo apertamente le difese dei cittadini di Comacchio, espropriati dei propri diritti sulle Valli Circondariali a prezzi veramente irrisori95. Una parte interessante è anche quella dedicata all'agricoltura96, nella quale Containi fornisce utili e dettagliati precetti sul modo di coltivare le terre aratorie e di preservare i prati dagli allagamenti approntando idonei sistemi di scolo delle acque attraverso lavori di canalizzazione, nonché su come sfruttare il più possibile i lembi di terra che crescevano in mezzo alle valli (le cosiddette cuore), molto utili al bestiame per la propria nutrizione. Precetti, consigli, suggerimenti, proposte: è questo il motivo che spinge l'autore a diffondersi in dettaglio nella trattazione degli argomenti prescelti, ed è questa anche, a mio avviso, la grande comunicativa e la grande forza di questo testo intriso dell'entusiastica convinzione di poter mutare realmente il volto della vita cittadina colto nella sua quotidianità. È su queste teorie e su queste posizioni che si formerà, nel ventennio successivo, quel ceto di funzionari che sarà destinato a divenire l'elemento protagonista durante il periodo della dominazione napoleonica, e il nucleo portante di una nascente borghesia cittadina nella Legazione di Ferrara. Se, come diceva Dal Pane, «quando le riforme incominciano a investire le strutture esistenti, allora si può veramente parlare di un movimento riformatore in senso proprio, [...] (ed) esse appartengono senza possibilità d'equivoco al grande moto di rinnovamento, che culmina nella seconda metà del Settecento»97, allora senza dubbio il pensiero di Francesco Containi rientra di diritto nell'ambito del riformismo settecentesco, e la sua enciclopedia felicitaria ferrarese diviene il veicolo attraverso il quale la comprensione della realtà si apre alla ricerca di nuove strade da percorrere. Dalle idee di Francesco Containi, inserite nel più ampio dibattito progettuale della seconda metà del Settecento, inteso come momento di maturazione massima degli ideali riformisti dell'illuminismo italiano, si può quindi partire per ricostruire i primi passi della nascita e dell'affermazione di una nuova coscienza civile, morale e politica nella Legazione di Ferrara del XVIII secolo.

Note

1. Nell'effettuare la trascrizione del manoscritto di Francesco Containi si è data una riproduzione diplomatica del testo. Le aggiunte, per chiarimenti o specificazioni, sono state interposte al testo racchiuse tra parentesi tonde.

2. Cfr. W. Angelini, Economia e cultura a Ferrara dal Seicento al tardo Settecento, Urbino, 1979; A. Caracciolo, Ricerche sul mercante del Settecento. I. Fortunato Cervelli ferrarese «neofita» e la politica commerciale dell'Impero, Milano, 1962; C. Casanova, Le mediazioni del privilegio, Bologna, 1984; F. Cazzola, La bonifica del Polesine di Ferrara dall'età estense al 1885, in La Grande Bonificazione Ferrarese. Vicende del comprensorio dall'età romana alla istituzione del Consorzio (1883), Ferrara, 1987, vol. I, pp. 1-169; A. Roveri, L'opposizione ferrarese e romagnola al riformismo pontificio, in «Deputazione Provinciale Ferrarese di Storia Patria», Atti e Memorie, serie III, vol. XXX, Ferrara, 1981, pp. 1-76; R. Volpi, Le regioni introvabili: centralizzazione e regionalizzazione dello Stato Pontificio, Bologna, 1983; M.Zucchini, L'agricoltura ferrarese attraverso i secoli, Roma, 1967. Fra le iniziative editoriali più importanti sono da segnalare il progetto di ricerca del Dipartimento di Discipline Storiche dell'Università di Bologna sul tema Potere e territorio nei ducati padani e nelle Legazioni del Settecento coordinato dal prof. Lino Marini, e i due convegni dal titolo Gianfrancesco Malfatti nella cultura del suo tempo e Giuseppe Antenore Scalabrini e l'erudizione ferrarese nel '700 (Ferrara, 1982 e 1978). Vanno aggiunte a queste le iniziative di studio incoraggiate e portate avanti dalla «Deputazione Ferrarese di Storia Patria» presieduta dal prof. Luciano Chiappini e i due quaderni del «Giornale Filologico Ferrarese» dal titolo Studi sulla civiltà del secolo XVIII a Ferrara (Ferrara, 1980). Ricche di conoscenze e di nuovi contributi sul Settecento ferrarese sono poi, in ordine cronologico, i due volumi dal titolo Ferrara - Riflessi di una rivoluzione, Ferrara, 1989, a cura di D. Tromboni (pubblicato in occasione della omonima mostra tenutasi nel 1989 per iniziativa della Biblioteca comunale Ariostea e del Comune di Ferrara presso il Castello Estense), e La rinascita del sapere - Libri e maestri dello Studio ferrarese, Venezia, 1991, a cura di P. Castelli (pubblicato in occasione del sesto centenario della fondazione dell'Università di Ferrara).

3. Cfr. Anonimo, Della felicità dello Stato di Ferrara, libro di NN a Monsig.r NN, ms. Coll. Antonelli, n. 757, Biblioteca comunale Ariostea, Ferrara, manoscritto di carte 201r-v non numerate. L'inizio del testo è preceduto da alcuni fogli bianchi. La rilegatura del volume è in mezza pelle (demì-veaux). Il volume misura cm. 19 x 27; F. Containi, Della felicità dello Stato di Ferrara, Collezione Campori 1030, Biblioteca Estense, Modena, manoscritto di carte 207r-v numerate. Il volume misura cm. 19,5 x 28. La rilegatura è in mezza pelle. Le due opere si presentano come anonime. All'inizio di entrambe si legge: «Della felicità dello Stato di Ferrara - libro di NN a monsignor NN». Ma nell'esemplare modenese, in una pagina posta prima del titolo dell'opera e aggiunta dopo il 1785, per le indicazioni in essa contenute, vi sono delle indicazioni importanti ai fini della attribuzione poiché si dice: «Quest'opera che tratta Della Felicità dello Stato di Ferrara Francesco Containi Pensava di Dedicare Al Generoso Benemerito Filopatrida Giovanni Maria Cardinale Riminaldi Quando con dolore universale della Patria Morte Improvvisa rapì ai Viventi l'Autore Negli Anni di Cristo MDCCLXXVIII». È solo ed esclusivamente sulla base di queste affermazioni che, nella Collezione Campori della Biblioteca Estense di Modena, il manoscritto compare al n. 1030 sotto il nome di Francesco Containi. Per il resto, il testo delle due redazioni è il medesimo, e differisce solamente per la punteggiatura, per l'uso delle maiuscole e minuscole nonché per pochissime frasi presenti nell'esemplare ferrarese e mancanti in quello modenese (dodici per l'esattezza). Nonostante ciò, si può affermare senza ombra di dubbio che il manoscritto ferrarese costituisce la 'brutta copia', ossia la prima redazione, rispetto al manoscritto modenese. Non solo, infatti, nel testo conservato presso la Biblioteca Ariostea di Ferrara abbondano le correzioni, le cancellature, i rimandi, le aggiunte o sovrapposizioni di fogli ai lati delle pagine, ma, alla fine del testo, non compare l'indice analitico delle materie trattate che invece ritroviamo nell'altro manoscritto, il quale si presenta, al contrario, pressoché privo di errori ed estremamente pulito ed ordinato in tutte le sue parti. Per questo motivo, dopo un'attenta analisi successiva alla trascrizione di entrambi i testi, ho ritenuto di considerare l'esemplare modenese come la redazione ultima del pensiero e delle intenzioni di chi lo scrisse. Per l'attribuzione definitiva del manoscritto Della Felicità dello Stato di Ferrara a Francesco Containi si veda la n. 6.

4. Francesco Containi, unico figlio maschio di Paolo Containi e di Margherita Saracco, nasce a Ferrara il 27 novembre 1717. Risiederà sempre, durante tutta la sua vita, nel palazzo di famiglia di Via S. Guglielmo compreso nella parrocchia di S. Romano. Nel 1757 sposa Livia Marcheselli (come documentato dalla notizia, riportata nel proprio testamento dal Containi, della stipula dei capitoli matrimoniali avvenuta il 19 gennaio 1757 a rogito del notaio Fioravante Foschini), dalla quale non avrà figli. Di famiglia patrizia e benestante ascritta al secondo ordine del Consiglio centumvirale cittadino, e proprietaria di terreni, stabili e beni mobili per un valore totale di quasi 60.000 scudi, Francesco partecipa attivamente alla vita politica ferrarese e ricopre importanti cariche pubbliche: è eletto due volte Console (1762, 1774), e membro del Magistrato dei Savi (1773-1774). In stretto contatto con il letterato Gianandrea Barotti, l'idraulico Romualdo Bertaglia e il cardinale Giovanni Maria Riminaldi, apparteneva a quella ristretta cerchia di ferraresi che nella seconda metà del XVIII secolo si battevano per un miglioramento delle condizioni all'interno della Legazione di Ferrara, cercando di assecondare le spinte provenienti in tale direzione dalla Curia romana e di opporsi alle resistenze del ceto dirigente locale arroccato in difesa dei propri interessi e privilegi. Importanti indicazioni sulla formazione del pensiero politico di Francesco Containi ci giungono da un elenco manoscritto dei libri presenti nella biblioteca privata di famiglia dell'autore. Si distinguono Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, la Filosofia di Duhamel de Monceau, l'Istoria del commercio e le Lezioni di commercio, ossia d'economia civile di Antonio Genovesi, il Testamento politico di Lione Pascoli e ben sette opere di Muratori: Della pubblica felicità oggetto dei buoni principi, Della regolata devozione dei cristiani, Della carità cristiana, De paradiso, le Dissertazioni sopra le antichità italiane e gli Annali d'Italia in 12 volumi. Per tutte queste notizie cfr. Archivio di Stato, Ferrara (d'ora in poi ASF), Inventarium Bonorum omnium remansorum, et repertorum in hereditate olim Illmi. Dni. Francisci Containi, notaio Luigi Siena, matr. 1740, atto del 28 aprile 1778; ASF, Testamento di me Francesco Containi, atto del 4 settembre 1773, notaio Giuseppe Siena, in Aperitio et Publicatio Testamenti olim Ill.mi D. Francisci Containi, notaio Luigi Siena, mat. 1740, pacco n. 5, atto n. 123 del 20 marzo 1778, c. 2v; Biblioteca comunale Ariostea, Ferrara, Fondo Pasi, busta n. 8, fasc. 500, n. 12; ASF, Bolla Centumvirale ed elenco dei consiglieri eletti nel consiglio Centumvirale dal 1598 al 1796, Serie Finanziaria, bb. 194-195; Archivio Storico Diocesano, Ferrara, Stati delle anime della parrocchia di S. Romano, anni 1717-1780; Ufficio Parrocchiale della Cattedrale di Ferrara, Liber Baptisatorum Cathedralis Ferrariae, anno 1717, c. 132r, n. 527. Desidero ringraziare vivamente mons. Enrico Peverada, responsabile dell'Archivio Storico Diocesano di Ferrara, e mons. Rino Berselli, responsabile dell'Ufficio Parrocchiale della Cattedrale di Ferrara, grazie alla cui disponibilità e gentilezza mi è stato possibile rinvenire il documento contenente la data di nascita di Francesco Containi e le altre notizie, riguardanti la sua vita, fino ad oggi sconosciute.

5. Cfr. V. Sani, Il Riformismo nella Legazione di Ferrara: 'Della felicità dello Stato di Ferrara', manoscritto di Francesco Containi (1773), dissertazione di laurea, Università di Roma, Facoltà di Lettere e Filosofia, relatore dott. Luigi Cajani, a.a. 1991-1992. La tesi, con l'edizione critica del manoscritto, è di prossima pubblicazione. In quella sede la paternità del manoscritto Della felicità dello Stato di Ferrara è stata da me definitivamente attribuita a Francesco Containi, dopo aver rinvenuto, nella Biblioteca Ariostea di Ferrara, i tre cataloghi manoscritti della Biblioteca Costabili (si veda la n. 12 del presente studio) redatti dal bibliotecario, conte Girolamo Negrini, tra il 1817 e il 1841. In essi, organizzati in forma di rubrica, il manoscritto in questione è presente tutte e tre le volte alla lettera C sotto il nome di Francesco Containi e, nel secondo e terzo indice, nella medesima posizione, cioè scansia 45, fila 6. Questi due numeri sono gli stessi che si possono leggere ancora oggi a matita sul piatto anteriore interno dell'esemplare conservato presso la Biblioteca Estense di Modena, dove, su un fondo di cartoncino rigido chiaro appaiono nettamente visibili i numeri 45-6 (la calligrafia è del Negrini). Cfr. G. Negrini, Catalogo A della Biblioteca Costabili (1823-1827), Coll. Antonelli n. 651A, Bibl. Comunale Ariostea, Ferrara, ad litteram; Id., Catalogo B della Biblioteca Costabili principiato nel 1824 con aggiunte fino al 1842, Coll. Antonelli n. 651B, Bibl. Comunale Ariostea, Ferrara, ad litteram; Id., Catalogo C della Biblioteca Costabili (1836-1841 e oltre), Mss. Cl. I n. 622 vol. II e III, Bibl. Comunale Ariostea, Ferrara, ad litteram; ASF, F. Borsetti, Indice delle cose più notabili contenute ne Registri delle pubbliche Determinazioni dall'Anno 1598 fino al tempo corrente, Ferrara, 6 maggio 1720 (con aggiunte fino alla fine del XVIII secolo), (si vedano le voci Consoli e Maestrato dei Savi).

6. La dedica a mons. Giovanni Maria Riminaldi è anonima ma il personaggio è identificabile attraverso le indicazioni fornite da Containi nel corso dell'opera. Giovanni Maria Riminaldi, personaggio chiave di tutte le vicende ferraresi del secondo Settecento, nasce a Ferrara, figlio primogenito del conte Ercole Antonio Riminaldi e della contessa Vittoria Avogli Trotti, il 4 ottobre 1718. Studia al collegio dei nobili di Modena fino al 1738. Tornato a Ferrara si perfeziona per quattro anni nello studio della giurisprudenza canonica e civile e nel 1742 va a Roma, dove risiede stabilmente fino al 1789. Nel 1747 è posto in prelatura da Benedetto XIV. Dopo essere stato tra i Ponendi nella Congregazione del Buon Governo, viene dallo stesso Papa nominato Uditore del Camerlengato nel 1748. Nel 1759 è creato da Clemente XIV Uditore del Tribunale della Sacra Romana Rota e il 14 febbraio 1785 viene innalzato al cardinalato da Pio VI. Muore a Perugia il 12 ottobre 1789. Cfr. L. Ughi, Dizionario storico degli uominiillustri ferraresi, Ferrara, 1804, vol. II; G. Moroni, Riminaldi Gianmaria, in Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro ai nostri giorni, Venezia, 1847, ad vocem; W. Angelini, Cenni su G.M. Riminaldi e sull'enciclopedismo ferrarese del '700, in G.F. Malfatti nella cultura del suo tempo, atti del convegno, Ferrara, Università di Ferrara, 1982, pp. 347-359; F. Pasini Frassoni, Dizionario storico-araldico dell'antico ducato di Ferrara, Bologna, 1969, ad vocem; Ristretto di memorie sopra la persona di Monsignor Gianmaria Riminaldi Patrizio Ferrarese, Uditor della Pontificia Rota, contenuto nella corrispondenza tra Gian Maria Riminaldi e Gianandrea Barotti, in E. Bonatti - A. Ghinato, Documenti manoscritti per la storia del museo a Ferrara, in La rinascita del sapere. Libri e maestri dello Studio ferrarese, a cura di P. Castelli, Padova, 1991, pp. 509-511. Sulla figura del card. Giovanni Maria Riminaldi e sui rapporti con la società ferrarese del suo tempo, cfr. anche A. Chiappini, Un magnifico Pigmalione. Giovanni Maria Riminaldi e la pubblica biblioteca dell'Università a Ferrara, in La rinascita del sapere, cit., pp. 385-402; V. Sani, Il mondo ferrarese del XVIII secolo nel carteggio del cardinale Giovanni Maria Riminaldi con la nipote Ludovica (1784-1789), in «Anecdota», anno I, n. 2, dicembre 1991, pp. 77-107; Id., Da un carteggio inedito del card. G.M. Riminaldi. Considerazioni sull'Università di Ferrara verso la fine del Settecento, in La rinascita del sapere, cit., pp. 437-444.

7. Cfr. L.A. Muratori, Della pubblica felicità, oggetto dei buoni principi, in Id., Opere, a cura di F. Forti e G. Falco, Milano, 1964, vol. II, pp. 1504-1719.

8. I principali testi italiani del secondo Settecento che hanno trattato il problema della pubblica felicità sono, oltre all'opera di Muratori: I. Bianchi, Meditazioni su varj punti di felicità pubblica, e privata, Copenhagen, 1774; G. Palmieri, Riflessioni sulla pubblica felicità relativamente al Regno di Napoli, Napoli, 1788; F. Paoletti, I veri modi di rendere felici le società. Appendice apologetica al libro De' Pensieri sopra l'Agricoltura, Firenze, 1772; C. Todeschi, Pensieri sulla pubblica felicità, Roma, 1774; P. Verri, Discorso sulla felicità, 1781. Sul progetto felicitario muratoriano, cfr. F. Venturi, Settecento riformatore. Da Muratori a Beccaria, vol. I, Torino, 1969, pp. 177-186.

9. Pur seguendo pedissequamente l'ordine delle materie proposto dal Muratori nel Della Pubblica Felicità oggetto dei buoni Principi, Containi si sofferma qua e là, aprendo così lunghe parentesi all'interno del modello prescelto, su argomenti peculiari inerenti la realtà ferrarese del suo tempo.

10. Per un profilo critico sul pensiero e le opere di questi personaggi, cfr. L. Dal Pane, Lo Stato Pontificio e il movimento riformatore del Settecento, Milano, 1959; F. Venturi, Settecento riformatore, cit.

11. Tale eventualità, dopo la fallita nomina ad Ambasciatore a Roma nel 1764 da parte del Riminaldi a causa dell'ostilità del ceto dirigente ferrarese che sostenne in quell'occasione mons. Claudio Todeschi, e visto l'ottimo rapporto esistente tra Papa Clemente XIV e il Riminaldi stesso (testimoniato anche dalla totale fiducia data dal pontefice a quest'ultimo nella stesura del progetto di riforma dell'Università di Ferrara divenuto operante dall'aprile del 1771), sembrava, all'epoca, imminente. La morte di Clemente XIV, avvenuta il 22 settembre 1774 durante la legazione del card. Scipione Borghese, e l'avvento di Pio VI al solio pontificio modificarono probabilmente la situazione inducendo Containi ad adottare una linea di comportamento di cauta e prudente attesa.

12. Nel 1773, per volontà testamentaria, Francesco Containi nominò erede unico il nipote Giambattista Costabili, obbligandolo inoltre ad unire al suo il proprio cognome essendo l'ultimo discendente di sesso maschile della famiglia Containi. Cfr. Testamentodi me Francesco Containi, cit., c. 5r.

13. Dopo la morte di Giambattista Costabili Containi, avvenuta il 17 marzo 1841, la Biblioteca venne messa in vendita tra il 1858 e il 1859 in più lotti, a Parigi, Roma e Bologna. Il manoscritto di Francesco Containi rimase però invenduto; le due copie vennero in seguito acquistate, una dal bibliotecario della Comunale di Ferrara mons. Giuseppe Antonelli, l'altra dal collezionista modenese marchese Giuseppe Campori. La copia posseduta dall'Antonelli venne donata alla Biblioteca del Comune, l'odierna Ariostea di Ferrara, dopo la sua morte (1884); quella posseduta dal marchese Campori passò invece dopo la morte di quest'ultimo (1887) alla Biblioteca Estense di Modena. Cfr. Catalogo della 1a e 2a parte della Biblioteca appartenuta al sig. Marchese Costabili di Ferrara, Bologna, 1858, 2 voll.; Catalogo della libreria appartenuta alla chiara memoria del marchese Costabili di Ferrara, Roma, 1858; Catalogo dei codici manoscritti posseduti dal marchese Giuseppe Campori, compilato da Luigi Lodi vicebibliotecario della Biblioteca Estense di Modena, Modena, 1875; R. Vandini, Appendice prima e seconda al catalogo dei codici e manoscritti posseduti dal Marchese Giuseppe Campori, Modena, 1888-1895; G. Antonelli, Indice dei manoscritti della civica Biblioteca Comunale di Ferrara, (si veda l'Avvertenza che precede il volume, scritta dallo stesso Antonelli), Ferrara, 1884; C. Frati, Costabili Containi G.B., in Dizionario Bio-Bibliografico dei bibliotecari e bibliofili italiani dal sec. XIV al sec. XIX, Firenze, 1934.

14. Una conferma di ciò ci viene data dalla lettura del presente passo del manoscritto: «Agevolar si conviene, quanto è mai possibile, tutte le strade, perché operosa divenga questa popolazione, e toglier tutti gli ostacoli, tutti gl'intoppi, tutte le difficoltà in somma ch'essa incontrar possa per condursi ad operare. Scuotere oggimai si deve con gagliardi impulsi, e destarla dal vile letargo in cui si giace; e stimoli finalmente aggiugnerle ai fianchi, o dirò meglio al cuore, mettendole vivamente in vista vantaggi, e comodi sommi, che lieve e comportabile le rappresentino la qualunque fatica per conseguirlesi. E che? Son queste impossibili cose forse ad ottenersi? Io per me certamente non dubito, che, laddove rechinsi in mezzo pensamenti i quali sien giudicati buoni ed alla maggior Felicità di questo Stato ordinati, non sieno ancora da chi può ridotti un giorno alla pratica e felicemente eseguiti [...]. Poiché dunque sì bella speranza mi splende all'animo e lo infiamma, procurerò, scrivendo, alla mia Patria tutto quel bene, che in questo genere m'avviserò di potere. Sfogherò quella brama onde sono la gran parte acceso, di condurla [se a tanto aggiugnerò] a toccare quel segno di Felicità, che le è pur sì vicino. Ovvero sfogherò al contrario quel mio sdegno, che allora m'investe, quando i tanti suoi beni rimiro indegnamente trascurati. Sveglierò almeno lo Zelo di altri buoni cittadini più illuminati e per sapere e per esperienza delle cose, ed inciterolli a dare alle mie idee forma migliore, anzi a pensar più altamente, ed a proporre mezzi al gran fine più convenienti, e ad operar con vigore affinché usati vengano e la pretesa Felicità c'introducano, e mantenganci costantemente». Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo III «Delle Cagioni della miseria or ora accennata», c. 8v.

15. Cfr. W. Angelini, Il legato Barni e i «Lavorieri», in Id., Economia e cultura, cit., n. 79, p. 137.

16. Ivi, n. 79, p. 137.

17. Cfr. W. Angelini, Per la pubblicazione del manoscritto di anonimo «Della Felicità dello Stato di Ferrara», in Economia e cultura, cit., p. 277.

18. Cfr. G. Cenacchi, Fermenti illuministici nella Ferrara del XVIII secolo, in Giuseppe Antenore Scalabrini e l'erudizione ferrarese del '700, atti del convegno, Ferrara, 1978, pp. 69-70.

19. Cfr. C. Casanova, Le mediazioni, cit., p. 159 e pp. 216- 217.

20. Ivi, p. 159.

21. Ivi, p. 217.

22. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo I «Introduzione», c. 4r-v.

23. Afferma Luigi Dal Pane a proposito del pensiero di Lione Pascoli, «tale tendenza ad amplificare la portata delle forze naturali [...] e a far passare per fertilissime regioni che non lo sono o lo sono mediocremente, [...] è comune a quasi tutti gli scrittori che nel Settecento vagheggiarono o proposero riforme, dai mercantilisti ai fisiocrati, dai liberisti ai socialisti. Esso riposa sopra la condizione psicologica propria di coloro che propongono riforme, in quanto ammettono che la rimozione di certi ostacoli, i quali impediscono il dispiegarsi di determinate forze, sia di per sé sufficiente a produrre un miglioramento e pensano quindi che quelle forze abbiano tutti i caratteri che la mente del progettista può desiderare e immaginare. Diremmo nel secolo nostro che si tratta di miti aventi una funzione eminentemente pratica». Cfr. L. Dal Pane, Lo Stato Pontificio, cit., pp. 212-213.

24. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo II «Descrizione naturale del Ducato di Ferrara», c. 6r. Con parole molto simili Lione Pascoli aveva descritto la situazione naturale dello Stato pontificio fatta nel proprio manoscritto Osservazioni sopra lo stato in cui si trova presentemente il commercio interno, ed esterno del dominio ecclesiastico con alcuni progetti per il loro risorgimento e per regolarvi il corso delle monete: «lo Stato Ecclesiastico è dalla Divina Provvidenza così abbondantemente provveduto di grani, ogli, vini, sete, lane e canape, e d'altre cose necessarie all'umano sostentamento che non solo i Popoli, che lo compongono, siano dispensati dal ricorrere per veruno di questi Capi alle Parti remote, o vicine, ma ancora abbiano facoltà di mantenere il commercio interno, e rendere fruttuoso l'esterno col soprabbondante delle loro grascie, e d'altri provvedimenti della terra e dell'industria». Citato in L. Dal Pane, Lo Stato Pontificio, cit., p. 213.

25. Containi polemizza con quest'atteggiamento della nobiltà, affermando che «qualunque fosse la nascita o il rango di taluno, non ha essa mai per veruna legge conceduto a chicchefosse il diritto di vivere non che di grandeggiare con le sostanze altrui; né dall'altro lato fu mai opposto a nobiltà quell'acquisto, o quel gettito di danari il quale non si fosse potuto dannar giustamente di vizioso». Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo II cit., c. 6v. Cfr. anche le pagine dedicate da Venturi alle teorie enunciate su questo argomento da Pompeo Neri nel suo Trattato della nobiltà (scritto nel 1749 ma pubblicato nel 1776) in F. Venturi, Settecento riformatore, cit., pp. 221-230.

26. «Quì pertanto sono a rintracciarsi le particolari cagioni, che la nostra Provincia pur rendono in tanta dovizia cotanto miserabile, giacché a chi tratta di curare un morbo [com'io pure di curar desidero quel sì grande, che quì m'udite a deplorare] se note non gliene sieno le radici o sia le vere cagioni, non è possibile ordinar con ragione, o applicarvi qualunque rimedio». Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo III «Delle cagioni della miseria or ora accennata», c. 7r.

27. Containi nota che Bologna, «soggetta egualmente che noi a Principato ed a Governo di questa lor riprovata natura, sa, e può [come in più effetti è palese] regolarsi in guisa da procacciare la propia felicità assai efficacemente». Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo III cit., c. 7v. Sui rapporti tra Ferrara e Bologna dalla Devoluzione al Settecento, cfr. A. Roveri, L'opposizione ferrarese, cit., pp. 26-34.

28. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo III cit., c. 8v.

29. «Ma io, che non dirizzo sì alto i miei guardi, e che in coloro, cui Dio Signor universale ci costituisce o per supremi o per immediati Governanti, suppongo trovarsi a portare il carico loro ogni miglior disposizione, mi tengo più basso; e sol vorrei, ma con brama ardente, che i sensi i quali sporrò, s'intendesse esser propj di ciascuno, e che stabilissersi nel cuor di chiunque una società compone in qualità eziandio di membro, che non sia il capo». Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo V, «Doversi alla Pubblica Felicità concorrere ancor da ogni privato», c. 9v.

30. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo V cit., c. 12r. L'immagine del cerchio usata da Containi, si ritrova anche in Sallustio Bandini nel Discorso economico sopra la maremma di Siena (del 1737 ma pubblicato a Firenze solo nel 1775), e in Isidoro Bianchi all'interno della già citata opera sulla felicità.

31. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo VI «Del Magistrato de' Savj», c. 12r.

32. Il Magistrato dei Savi era il supremo organo politico cittadino ed era formato dal giudice dei savi, eletto dai membri del primo ordine del Consiglio Centumvirale, e da nove savi, di cui sette eletti dal secondo ordine del Consiglio e due dal terzo. Tutti i membri del Magistrato dei Savi rimanevano in carica per un anno. L'assetto politico ferrarese in vigore nel Settecento era stato sancito dalla Bolla Inter precipuas curas et sollecitudines emanata da Clemente VIII il 15 giugno 1598 allorché prese ufficialmente possesso della città di Ferrara.

33. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo VI cit., c. 12v.

34. Il Consiglio Centumvirale (detto anche Gran Consiglio) era l'organo assembleare cittadino e si componeva inizialmente di 100 membri: 27 del primo ordine, 55 del secondo ordine, 18 del terzo. Nel primo ordine sedevano i membri delle famiglie nobili di nomina pontificia; nel secondo i cittadini benestanti, affaristi, professionisti, militari e uomini di cultura eletti dallo stesso Consiglio; nel terzo mercanti e artigiani eletti dalle corporazioni delle arti. Ogni membro rimaneva in carica per tre anni. Il Consiglio Centumvirale aveva il compito di eleggere, ogni anno, il Magistrato dei Savi. Sotto il pontificato di Clemente XII i consiglieri del primo ordine furono aumentati fino al numero di sessanta.

35. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo VI cit., cc. 13v-14r.

36. La città di Ferrara godeva, dal 1° marzo 1599, del privilegio, concessogli da Clemente VIII con breve pontificio, di tenere un proprio ambasciatore a Roma. Dal 1738 il titolo di ambasciatore venne mutato in quello di Residente Interino, a causa dei costi troppo gravosi sostenuti dal Comune. L'ultimo residente ferrarese a Roma fu mons. Claudio Todeschi, l'autore dei Pensieri sulla pubblica felicità, che rimase in carica dal 1764 al 1796. Per queste notizie, cfr. G. Franceschini, Gli ambasciatori ferraresi a Roma, in «Strenna 1972» della «Ferrariae Decus», Ferrara, 1972, p. 7.

37. Prima del 1771 la gestione dell'Università di Ferrara era stata esercitata dal Magistrato dei Savi sotto il ferreo controllo del suo presidente, il Giudice dei Savi. Contro i dieci membri del Magistrato poco o nulla potevano i due Riformatori dell'Università di nomina vitalizia pontificia che insieme a loro formavano la cosiddetta Congregazione dello Studio. Con la riforma dell'8 aprile 1771 l'ateneo ferrarese fu riconosciuto ente giuridico autonomo e la sua gestione venne sottratta al Magistrato dei Savi ed affidata ad un nuovo organismo che prese il nome di Collegio dei Riformatori. Questo era formato da cinque Riformatori di nomina vitalizia, scelti tra i membri del primo ordine del Consiglio Centumvirale e da loro eletti, dal Giudice dei Savi in carica e da un Segretario appartenente al secondo ordine del Consiglio Centumvirale. Cfr. A. Roveri, La riforma dell'Università di Ferrara del 1771, in Gianfrancesco Malfatti, cit., pp. 229-252.

38. Giovanni Andrea Barotti nasce a Ficarolo, presso Ferrara, il 30 dicembre 1701. Segue dapprima i corsi di umanità e di filosofia presso il collegio dei gesuiti di Ferrara, poi le lezioni di diritto del padre Montanari, e verso il 1720 consegue la laurea in utroque presso lo Studio di Ferrara. Dopo avere aperto in città una scuola di diritto per giovani studenti da avviare alla laurea, abbandona del tutto l'avvocatura e, sotto l'incitamento di Girolamo Baruffaldi senior, si dedica interamente alla poesia e agli studi letterari dimostrando maggiore inclinazione per la critica e l'esegesi dei testi che per la loro trattazione originale. Muore a Ferrara il 1° gennaio 1772. La carriera politica del Barotti ha inizio nel 1733, quando viene eletto tra i membri del secondo ordine del Consiglio Centumvirale; fa poi parte del Magistrato dei Savi nel 1735 e nel 1741, dopo essere stato rieletto nel massimo organo assembleare cittadino nel 1739. Promotore principale dell'Accademia del Disegno, fondata nel 1737 come istituto annesso all'Università e inaugurata con una sua solenne orazione, il Barotti si occupa anche dei problemi delle acque nel territorio ferrarese e viene nominato membro perpetuo e segretario della Congregazione dei Lavorieri istituita nel 1753. In seguito contribuisce alla fondazione della biblioteca pubblica, della quale dal 1747 in poi terrà la carica di prefetto e di bibliotecario. Sulla figura e l'opera di Giovanni Andrea Barotti, cfr. W. Angelini, Barotti politico (1701-1772), in Id., Economia e cultura, cit., pp. 351-399; A. Piagentini, Una delle opere più significative di Vincenzo Faustini: la biografia di Gian Andrea Barotti, dissertazione di laurea, Facoltà di Magistero dell'Università di Ferrara, relatore prof. Franco Cazzola, a.a. 1986-1987; L. Ughi, Dizionario Storico degli Uomini Illustri Ferraresi, Ferrara, 1804, vol. I, p. 31; I. Zicari, Giovanni Andrea Barotti, in «Dizionario Biografico degli Italiani», Roma, 1964, vol. VI, pp. 485-487.

39. Su tali vicende cfr. A. Visconti, La storia dell'Università di Ferrara (1391-1950), Bologna, 1950, pp. 109-141; A. Bottoni, Cinque secoli d'Università a Ferrara (1311-1811), Bologna, 1892, pp. 200-209; G. Martinelli, Cenni storici su l'università di Ferrara, Ferrara, 1908, pp. 40-61; C. Menini, L'università di Ferrara all'epoca di G.A. Scalabrini, in Giuseppe Antenore Scalabrini, cit., pp. 389-402.

40. Per quanto riguarda l'importanza dell'economia civile, è bene ricordare che Containi possedeva nella propria biblioteca i due tomi delle Lezioni di commercio, ossia d'economia civile di Antonio Genovesi ristampate a Napoli nel 1768. La cattedra di economia civile era stata fondata a Napoli nel 1754 per opera di Bartolomeo Intieri.

41. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo XI «De' Riformatori dello Studio Pubblico», cc. 24v-25r.

42. All'epoca, con il termine lavoriere si indicava un'organizzazione di lavoro vasta e complessa che sovrintendeva, fin dai tempi dei duchi d'Este, alla cura degli argini e degli alvei dei fiumi nonché dei canali di scolo ad essi collegati, al fine di prevenire e riparare i danni causati dalle inondazioni delle acque su tutto il territorio della Legazione. La gestione di questa organizzazione spettava al Magistrato dei Savi, che impartiva le direttive dei lavori da svolgere e si occupava di far riscuotere l'imposta detta lavoriere applicata a tutti i fondi coltivati, ad eccezione di quelli prativi. In seguito alla gestione clientelare perpetrata dal Magistrato dei Savi, il card. Legato Giambattista Barni (1751-1754), per volere di Benedetto XIV ed affiancato nella sua azione dal Vicelegato Francesco Carafa e da Gianandrea Barotti, riuscì ad attuare, nel luglio del 1753, un proprio progetto di riforma che prevedeva la costituzione di una nuova congregazione, la Congregazione dei Lavorieri, e sottraeva così definitivamente al Magistrato dei Savi la direzione degli affari delle acque. La nuova Congregazione si componeva di dodici membri, dei quali nove (sei nobili e tre cittadini) deputati a vita e tre, il Giudice dei Savi e due Savi del Magistrato, in carica per la durata della loro giudicatura. Clemente XII poi, nel 1768, ridusse la carica dei nove membri della congregazione a sei anni, correggendo il criterio di inamovibilità. Nel 1780, infine, Pio VI porterà a quattro il numero dei consiglieri nobili e a due quello dei cittadini, ripristinando inoltre la carica a vita. L'unica pecca della riforma Barni fu la mancata attuazione di un nuovo estimo, da tempo invocato, a causa della manifesta ostilità dei nobili privilegiati ferraresi. Cfr. W. Angelini, Il Legato Barni e i «Lavorieri», in Id., Economia e cultura, cit., pp. 109- 160.

43. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo XII «Della Congregazione de' Pubblici Lavorieri», c. 26r.

44. Nel Settecento il corso del Po era costituito dal Po grande o Po di Lombardia, che scorreva a nord del capoluogo, e dal corso di un suo ramo, il Po di Ferrara, che scorreva verso sud e, proprio in prossimità della città, si divideva nei due rami del Po di Volano e del Po di Primaro. Questi ultimi saranno sempre più relegati, nel corso del XVIII secolo, al ruolo di bacini collettori dei canali di scolo che attraversavano tutto il territorio occidentale della Legazione e, solo in piccola parte, usati per la navigazione locale. Le Valli di Comacchio si trovavano invece ad est di Ferrara in prossimità del mare ed erano dei vasti specchi di acqua dolce e salata dove si esercitava in gran quantità la pesca delle anguille e di altre varietà di pesci. Si dividevano in Valli Camerali, di proprietà della Camera apostolica di Roma, e Valli Circondariali, appartenenti a privati. Cfr. A. Frizzi, Memorie per la storia di Ferrara, Ferrara, 1848, vol. V, p. 211.

45. Tale tassa, alla quale si è già accennato in precedenza, era l'unica imposizione diretta presente nel sistema fiscale locale e costituiva la voce più alta tra tutti i proventi cittadini, con un introito annuo di quasi 28.000 scudi. Essa veniva applicata a tutti i fondi coltivati ad eccezione di quelli prativi, ed era stata istituita nel 1652 per volere di Innocenzo X e del card. Legato di Ferrara Alderano Cybo convertendo le prestazioni d'opera, dovute dai proprietari, in contribuzioni in denaro contante. Cfr. A. Roveri, L'opposizione ferrarese, cit., p. 35.

46. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo XII cit., c. 27r.

47. L'esigenza di approdare alla formazione di un nuovo estimo era particolarmente sentita nella Legazione di Ferrara, come del resto negli altri Stati italiani, dove proprio in questi anni si susseguivano i progetti e le proposte. A Ferrara, l'ultimo progetto importante in ordine di tempo era stato quello formulato dall'agrimensore Ambrogio Baruffaldi nel 1771. Il progetto di Containi costituisce una testimonianza importante soprattutto alla luce del fatto che il nuovo catasto ordinato da Pio VI per lo Stato Pontificio nel 1777 non sarà applicato alle Legazioni Pontificie di Bologna e Ferrara. Bisognerà aspettare le Ordinanze pubblicate il 6 giugno 1779 dal card. Legato di Ferrara Francesco Carafa, per arrivare ad una vera e propria riforma in questo settore. Cfr. W. Angelini, Economia e cultura, cit., pp. 294 ss.

48. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo XVI «Del Gran Consiglio», c. 34r.

49. Nella vicina Lombardia esisteva un simile organo che, fondato dall'imperatrice Maria Teresa d'Asburgo col nome di Supremo Consiglio di Economia, aveva nel 1772 preso il nome di Magistrato Camerale.

50. I cittadini di spada erano coloro non insigniti di altra prerogativa o dignità che dei propri meriti singolari e personali.

51. Nel fare questo discorso Containi tiene presente, come punto di riferimento, non solo la situazione delle monarchie straniere più progredite in questo settore, ma anche quella degli altri stati della penisola confinanti o legati da vincoli economici con il Ferrarese. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo XXX, «Della Navigazione sulla nostra costa di Mare», cc. 74v-75v.

52. Tale diatriba durava ormai da più di due secoli, da quando l'immissione del Reno nel corso del Po di Ferrara, avvenuta nel 1522, aveva sconvolto tutto l'equilibrio idrografico della parte meridionale della Legazione. Fra il 1761 e il 1765, dopo un'accurata perlustrazione in loco effettuata dal card. Pierpaolo Conti, erano stati sottoposti alla Congregazione delle Acque di Roma, dalle differenti parti in causa, quattro progetti descriventi quattro diversi percorsi da assegnare al Reno e ai torrenti appenninici. Dapprima parve che l'orientamento della Congregazione fosse favorevole al progetto di parte ferrarese, il quale prevedeva la costruzione di un canale artificiale nel quale raccogliere tutte le suddette acque e condurle fino al mare parallelamente al corso del Po di Primaro. Alla fine però, sotto le pressioni dei bolognesi, che avversavano tale disegno e sostenevano invece l'immissione di questi corsi d'acqua nel Po di Primaro, la Congregazione decise di non approvare nessuno dei progetti presentati e di rimandare ogni decisione al parere di tre esperti: il gesuita Antonio Lecchi matematico dell'imperatore, Tommaso Temanza architetto della Repubblica di Venezia, e Giovanni Verace architetto del Granduca di Toscana. I tre, dopo un veloce sopralluogo, decisero di sottoscrivere un voto che si discostava di poco dal progetto di parte bolognese presentato alla Congregazione delle Acque dall'idraulico Gabriello Manfredi. Tale voto, concepito dal Lecchi, venne dato alle stampe nel 1767 e Clemente XIV decise di porlo in esecuzione nello stesso periodo, incaricando della direzione dei lavori mons. Ignazio Boncompagni Ludovisi Vicelegato di Bologna, e lo stesso Lecchi. Il progetto, che regolò definitivamente l'annosa questione delle acque tra ferraresi e bolognesi, consisteva nell'inalveazione del Reno e dei torrenti appenninici nel Po di Primaro, e in alcuni altri lavori di escavazione e di raddrizzamento del corso di questo fiume al fine di renderlo capace di sopportare il peso delle acque che in esso si volevano convogliare. Se da un lato esso consentiva finalmente il prosciugamento e la coltivazione di tutto il territorio vallivo posto alla destra del Po di Primaro, dall'altro esponeva al rischio continuo di inondazioni il Polesine di S. Giorgio (la parte migliore di tutto il Ferrarese), che poteva essere solo malamente difeso dalle esili arginature del lato sinistro del Primaro sottoposte ora ad una maggiore forza d'urto rispetto a prima.

53. Il capo XXXIII, «Del Po di Primaro», va da c. 82r a c. 94r per una lunghezza totale di circa 24 pagine.

54. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo XXXIII cit., c. 94r.

55. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo XXXV «Del Panaro, del Tartaro e del Canal Bianco», cc. 96v-97v.

56. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo XXXXIII «Delle Arti, e del Commercio», c. 113r.

57. Il Muratori a sua volta si rifaceva, come è noto, alle teorie esposte dal Melon nel suo Essai politique sur le commerce del 1734 e dal Broggia nel Trattato de' tributi del 1743.

58. L'edizione milanese del 1768 in due volumi dell'opera di Genovesi era presente nella biblioteca privata di Containi. Cfr. principalmente i capitoli XIV-XV-XVI-XVII del primo tomo dell'opera.

59. Si veda su tale problema il paragrafo 2 del presente capitolo.

60. Da ciò si deduce come fosse già chiara, nella mente di Containi, l'idea di far rientrare i singoli accorgimenti, finora proposti nel corso del manoscritto, in un più ampio progetto generale basato principalmente sul riordinamento di tutto l'apparato finanziario della Legazione. Cfr. il paragrafo 5 del presente capitolo.

61. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo XXXIII cit., cc. 115v-116v.

62. L'argomento era stato già affrontato nel corso del capo XVIII «Di un Magistrato sovra la pubblica Economia», dove l'autore aveva enumerato i principali temi di discussione da sottoporre all'attenzione di questo nuovo organismo. Cfr. la fine del paragrafo 2 del presente capitolo.

63. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo XXXXVII «Del Commercio de' Grani», c. 124r.

64. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo XXXXVII cit., c. 125r.

65. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo LXXVIII «Di alcuni principj generali intorno al Commercio», cc. 198v- 199r. È interessante leggere anche le parole riportate da Genovesi a questo proposito nelle proprie Lezioni di commercio, o sia d'economia civile: «La massima fondamentale di questo commercio dovrebb'essere. Lasciate uscire con la massima possibile facilità, speditezza e libertà ogni derrata e ogni manifattura interna che soprabbonda; impedite quanto più si può le forestiere, che avviliscono quelle che fra noi nascono o si fanno». (In maiuscolo nel testo). Cfr. A. Genovesi, Scritti, a cura di F. Venturi, Torino, 1976, p. 203.

66. I capitoli sarebbero undici, dal n. LIIII al n. LXIIII, ma il LXII è dedicato alla puntualizzazione della proposta riguardante l'istituzione della nuova Congregazione Economico-Politica, sulla quale l'autore si era già soffermato nel corso del capitolo XVIII. Cfr. il paragrafo 2 del presente capitolo.

67. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo LIIII «Della quantità delle entrate pubbliche di questa Legazione», cc. 144v-145r.

68. Cfr. F. Containi, Della felicità, capo LIIII cit., c.145r.

69. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo LV «Del Testatico», c. 145v. Il riferimento potrebbe essere alla Russia di Pietro il Grande, che, riordinando il sistema fiscale dell'impero, sostituì nel 1718 tutte le imposte dirette con un'unica tassa capitaria fissata per anime sulle differenti fasce di contadini esistenti. Cfr. V.O. Kliucevskij, Pietro il Grande, Roma-Bari, 1986, pp. 150-156. Containi possedeva, nella propria biblioteca i quattro tomi in ottavo della Memoria del Regno di Pietro il Grande.

70. Riguardo il sale, Containi dapprima fissa il consumo medio annuale pro capite in venti libbre, poi stabilisce l'imposta fissa su ogni libbra in due baiocchi, per un ricavato totale di quaranta baiocchi (ossia quattro paoli) a testa che, moltiplicati per le 218.000 anime della Legazione, danno un totale di 654.000 paoli equivalenti a 65.400 scudi. Lo stesso meccanismo è applicato al grano dividendo l'imposta in due voci, una sul frumento, l'altra sui marzatelli, gravati rispettivamente di due paoli e di un paolo per rubbio. Posto un consumo medio annuo pro-capite di un rubbio e mezzo, metà in frumento e metà in marzatelli, e moltiplicato per il numero degli abitanti complessivo, Containi ottiene un totale di 32.700 scudi per il frumento e 17.700 per i marzatelli che, sommato all'introito ipotizzato dal testatico sul sale, dà una cifra complessiva di 115.000 scudi, superiore di 15.000 ai 100.000 preventivati. Gli aggravi proposti non dovevano poi essere reputati troppo alti rispetto a quelli esistenti, dice l'autore, poiché, pure essendo ad essi superiori, bisognava considerare che, nelle intenzioni del progetto concepito, tutti gli altri titoli di dazio sarebbero stati soppressi. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo LV, cit., cc. 145v-146r.

71. Cfr. a riguardo i criteri stabiliti dal card. Legato Francesco Carafa nel 1779 per la formazione del nuovo estimo per la Legazione di Ferrara. La procedura stabilita da Containi per i rilevamenti catastali e la fissazione della relativa imposta sarà quella adottata anche da Pio VI nel 1777 con la promulgazione dell'editto riguardante la formazione del nuovo catasto in tutto lo Stato pontificio, eccezion fatta per le Legazioni di Ferrara e di Bologna. Cfr. M. Zucchini, Il catasto Carafa del secolo XVIII nel ferrarese, in «Rivista di storia dell'agricoltura», 1966, n. 3.

72. La cifra totale ricavata, alla fine, dai singoli calcoli è di 156.184 scudi che sommata a quella data dagli introiti relativi al testatico è di 271.984 scudi, superiore di 21.984 ai 250.000 scudi preventivati da Containi stesso. Disavanzo che, afferma l'autore, sarebbe stato nullo una volta pagati i ministri addetti all'esazione e rifatti i giusti calcoli riguardo l'esatta estensione dei terreni e lo spazio occupato dalle strade, dai condotti delle acque e dalle pubbliche piazze in tutto il territorio della Legazione. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo LVI «Del Terratico», cc. 146v-148r.

73. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo LVI cit., c. 147v. Per quanto detto da Containi nel capitolo XII a proposito dell'urgenza di un nuovo estimo, cfr. il paragrafo 2 del presente capitolo.

74. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo LVIII «Rispondesi ad alquante obbiezioni generali», c. 152r.

75. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo LVIIII «Degli usi delle rendite pubbliche», cc. 152r-v.

76. Benedetto XIV nel 1753 aveva deciso di confermare, per lo Stato pontificio, solo quei privilegi concessi a titolo oneroso, cioè conseguiti dai nobili dietro l'esborso di una certa cifra in danaro. Cfr. N. La Marca, L'abolizione del vincolismo annonario nello Stato della Chiesa, Roma, 1988, pp. 115-126.

77. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo LXII «Rispondesi a due altre obbiezioni», cc. 158r-v.

78. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo LXII cit., cc. 158v-159v.

79. Ciò che emerge qui non è tanto la dipendenza diretta delle teorie formulate da Containi da quelle di altri autori a lui precedenti o coevi, ma la constatazione, attraverso l'analisi di alcuni punti comuni a differenti progetti, della circolazione di un certo tipo di idee all'interno di ambiti territoriali e politici differenti tra loro. L'analisi delle teorie qui di seguito esposte è tratta quasi esclusivamente, salvo diversa indicazione, da G. Ricca Salerno, Storia delle dottrine finanziarie in Italia, Padova, 1959, pp. 169-297.

80. Cfr. S. Le Preste De Vauban, Projet de la Dime Royal, Parigi, 1707.

81. Cfr. P. Le Pesant De Boisguillebert, Le détail de France, Paris, 1697; Id., Factum de la France, Paris, 1707.

82. Questi principi riprendevano in gran parte le teorie esposte sull'argomento fin dalla fine del Cinquecento sia da Giovanni Botero che da Jean Bodin nel corso del XVI secolo.

83. Sulla figura di Marco Foscarini cfr. F. Venturi, Settecento riformatore, cit., pp. 276-292.

84. Cfr. Progetto dato alla luce nel Tesorierato di Mons. Giovanni Angelo Braschi, poi sommo Pontefice Pio VI, su l'abolizione dei presenti dazj, e tasse camerali, pedaggi, ecc., e surrogazione dell'impostazione sopra soli tre capi, cioè estimo, macinato e sale, dogane ai confini ecc., con l'erezione d'una particolar Congregazione a tal'effetto deputata, e risoluzioni dalla medesima prese (1767-1777). Il progetto è conservato presso l'Archivio di Stato di Roma nel fondo Camerale II, Camerlengato e Tesorierato, b. 16, ed è stato attentamente studiato da Enzo Piscitelli e Luigi Dal Pane, ai cui studi mi sono attenuto per queste mie brevi considerazioni.

85. Citato in E. Piscitelli, La riforma di Pio VI e gli scrittori economici romani, Milano, 1958, p. 42.

86. Ivi, pp. 42-43.

87. Anche se il paragone non è proponibile, possiamo però ipotizzare che, qualora il progetto di Containi fosse stato accolto e messo in atto nella Legazione di Ferrara, la riuscita non sarebbe di certo stata delle migliori, e ciò proprio alla luce della strenua opposizione dimostrata proprio dai ferraresi al tentativo di estendere il piano di riforma di Pio VI alla Legazione, nel 1790.

88. Il piano attuato dal Boncompagni prevedeva essenzialmente: 1) l'estensione a tutto il territorio della Legazione della gabella già esistente sul macinato (frumento e minuti); 2) il raddoppio del dazio sul sale e sul tabacco; 3) l'applicazione a Bologna e al suo territorio delle norme contenute nell'editto del 15 dicembre 1777 sopra la formazione del catasto e allibramento universale del terratico nelle cinque provincie dello Stato; 4) l'abolizione di tutte le esenzioni dalle pubbliche spese accordate indistintamente a laici ed ecclesiastici. Il progetto incontrò la dura opposizione di tutta la classe dirigente bolognese, al punto che il Boncompagni venne costretto a ritirare il proprio progetto e a dimettersi addirittura dalla carica. Cfr. E. Piscitelli, La riforma di Pio VI, cit., pp. 57-72.

89. Tra questi, che riprendono più da vicino lo schema strutturale e le riflessioni di Muratori, vi sono il capo XVIIII «Della religione» (nel quale viene proposto anche un esperimento di catechismo popolare per la gente di campagna), il capo XXXVII «Della filosofia», il capo XXXVIII «Della Storia, Erudizione, Eloquenza e Poesia».

90. Sono rispettivamente i capitoli L, LII e LIII.

91. Al problema di un nuovo teatro pubblico è dedicato il capitolo LXX «Di un pubblico nostro Teatro», cc. 177v-179v.

92. I capitoli in questione vanno dal n. XXII al n. XXVII compreso. Nei capitoli XXIII e XXIIII, a proposito della giustizia criminale Containi, rifacendosi alle teorie di Beccaria, afferma: «Per conoscere però e i mancamenti in questa materia, e il modo di correggerli, riportomi innanzi di tutto a quel libro, che dei Delitti, e delle Pene [tale n'è il titolo] ha composto il signor Beccaria». Dopo aver tratteggiato, secondo la prassi adottata anche per le altre materie affrontate nel corso della propria opera, la situazione esistente nel settore della giustizia criminale, Containi propone l'adozione di un nuovo progetto: tale progetto sarebbe consistito nell'impiego dell'esercito, per l'espletamento delle funzioni esecutive della giustizia criminale, in luogo dei birri e dei bargelli. A tal fine si sarebbero dovuti creare due corpi di milizie, uno per la città e uno per la campagna. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo XXIII «Della giustizia criminale», e capo XXIIII «Degli immediati esecutori del criminale», cc. 52v-63v.

93. L'idea era stata già espressa da Muratori nell'opera Della carità cristiana al capitolo XXXII, nel quale si parlava del progetto di un ospizio generale per tutti i questuanti sul modello del S. Michele a Ripa di Roma o su quello dell'Ospedale dei Poveri fondato da Vincenzo de' Paoli a Parigi. Ma mentre Muratori affidava la direzione di questo progetto allo Stato, Containi riponeva la propria fiducia nella Chiesa, già abituata ad assolvere funzioni di questo tipo. Al di là di questa differenza gli scopi erano simili, e cioè razionalizzare al massimo tutto il meccanismo delle elemosine e combattere la diffusione dei questuanti oziosi ed inattivi, costringendoli, una volta entrati nell'ospizio, a dover lavorare per poter sopravvivere. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capo LXVIII «De' Poveri», cc. 172v- 176r.

94. Cfr. A. Frizzi, Memorie, cit., Ferrara, 1848, vol. V, p. 211.

95. Al problema è dedicato il capitolo LXXII «Riflessioni sopr'ai modi usati negli ultimi Appalti delle Pesche di Comacchio», cc. 181r-185r. L'espropriazione dei proprietari delle Valli Circondariali da parte della Camera apostolica di Roma avvenne nel 1755. Il valore della pensione annua che essi percepirono, in cambio della cessione a titolo di livello dei diritti già goduti, non corrispondeva che scarsamente al valore delle proprietà alienate. Cfr. A. Frizzi, Memorie, cit., p. 211.

96. La sezione si compone di quattro capitoli. Cfr. F. Containi, Della felicità, cit., capp. XXXVIIII-XXXXII, cc. 104r- 112v.

97. Cfr. L. Dal Pane, Lo Stato Pontificio, cit., p. 66. La parentesi tonda è mia.