Storia della criminalità e della giustizia criminale
nei lavori del 18° meeting della
Social Science History Association
(Baltimora, 4-7 novembre 1993)

di Daniele Boschi

Nei giorni 4-7 novembre 1993 si è tenuto a Baltimora il 18° meeting della Social Science History Association. Si tratta di una conferenza annuale tra le più importanti per gli storici sociali statunitensi, aperta a temi della storia europea e mondiale, oltre che ai contributi di studiosi non americani. Come negli anni passati, il meeting è stato preparato da diversi networks di storici impegnati in aree di ricerca comuni; ciascun network ha organizzato una serie di sessioni che si sono svolte parallelamente agli incontri preparati dagli altri gruppi. Avendo assistito a buona parte delle sessioni dedicate alla storia della criminalità e della giustizia criminale, darò nelle pagine che seguono una breve panoramica delle relazioni che mi sono parse più significative, tra quelle presentate negli incontri ai quali ho potuto essere presente.

Nella prima sessione si è discusso sul tema della «modernizzazione» della criminalità e della giustizia criminale, con riferimento soprattutto alle teorie di Norbert Elias (Once again modernization: Norbert Elias, the «civilizing process», and criminal justice/legal history). Particolarmente impegnate sul piano teorico sono state le relazioni di P. Spierenburg (Università Erasmus di Rotterdam, Paesi Bassi) e di H. Thome (Università di Halle, Germania). Pieter Spierenburg ha esaminato la possibilità di applicare alcune idee di Norbert Elias alla storia della criminalità e della giustizia criminale, soffermandosi in special modo sulla teoria che il sociologo tedesco elaborò nei suoi studi sul «processo di civilizzazione» delle società occidentali. Egli ha anzitutto richiamato l'attenzione sul fatto che tale teoria non può essere compresa a fondo, né tantomeno applicata all'analisi storica, se la si isola da altri aspetti del pensiero di Elias, quali la sua visione del ruolo delle scienze umane e del rapporto tra individuo e società; ha poi sottolineato che il concetto di «processo di civilizzazione» non implicava, per Elias, né un giudizio di valore sull'esito della profonda trasformazione culturale avvenuta in Occidente tra medioevo ed età moderna, né l'idea di uno sviluppo lineare e privo di temporanee inversioni di tendenza. Lo studioso olandese ha inteso così difendere la teoria di Elias dalle critiche avanzate da alcuni storici, che l'hanno respinta giudicandola troppo «ottimistica» e poco scientifica; la teoria del «civilizing process» sarebbe invece ancora assai utile, secondo Spierenburg, per comprendere meglio diversi fenomeni che sono stati di recente oggetto di indagine da parte degli storici, quali, ad esempio, la crescente disapprovazione dell'uso della pena di morte e di altre punizioni corporali, a partire dal XVIII secolo, e la graduale diminuzione dell'incidenza dell'omicidio riscontrata in diversi paesi dell'Europa occidentale nell'età moderna, o al più tardi nell'età contemporanea.

Anche la relazione di Helmut Thome ha avuto come tema centrale il non semplice rapporto tra teoria sociologica e ricerca storica. Dopo avere analizzato le varie ipotesi avanzate in questi ultimi anni in tema di «modernizzazione» della criminalità, Thome ha messo in rilievo il fatto che mentre le teorie di Elias hanno goduto di un certo favore, sia pure non unanime, da parte degli storici, sono state invece trascurate le potenzialità esplicative insite nella teoria dell'«anomia», di ascendenza durkheimiana; questa è stata infatti quasi sempre intesa in modo deterministico e riduttivo, come se Durkheim, o Merton, avessero considerato la disorganizzazione sociale come una conseguenza inevitabile del processo di urbanizzazione, e un più alto tasso di criminalità come l'unico possibile risultato del fenomeno dell'«anomia»; una lettura più attenta delle opere di questi due autori rivela invece ipotesi più duttili e più sfumate. D'altra parte, l'applicazione delle teorie di Elias all'analisi della trasformazione della criminalità nel lungo periodo non sembra aver dato finora risultati del tutto soddisfacenti; l'apparato concettuale usato dal sociologo tedesco appare inoltre insufficiente a spiegare i processi mentali attraverso i quali l'individuo giunge ad esercitare un più forte controllo sulla propria vita affettiva; il modello proposto da Elias dovrebbe quindi essere quantomeno integrato, sotto questo aspetto, con quelli elaborati da Piaget e da G. H. Mead.

Dopo questa prima sessione, dal taglio prevalentemente teorico, gli incontri successivi hanno toccato diversi tra i temi enucleati nelle ricerche di questi ultimi anni: dalla storia delle istituzioni giudiziarie a quella delle carceri, dall'evolversi della cultura giuridica allo sviluppo delle moderne organizzazioni di polizia. Altri incontri vertevano su particolari forme di criminalità o di devianza (la delinquenza minorile, l'alcoolismo, l'abuso di droghe) e sulle risposte date ad esse dalle istituzioni. La maggior parte dei contributi era basata su ricerche svolte negli Stati Uniti e in Inghilterra, con una netta prevalenza degli interventi riguardanti i secoli XVIII-XX.

Di particolare interesse si sono rivelate le relazioni concentrate nella sessione dedicata al tema Indiscrete youth: crime and the policing of the young. P. King (Nene College, Northampton, Gran Bretagna) ha presentato i primi risultati di una ricerca sulla delinquenza giovanile in Inghilterra nel periodo compreso tra il 1780 ed il 1830, mentre M. B. Emmerichs (University of Wisconsin at Milwaukee, Usa) ha parlato della criminalizzazione di alcuni comportamenti giovanili nella cittadina inglese di Northampton nell'ultimo quarto dell'Ottocento. Le due ricerche poggiano entrambe su dati quantitativi riguardanti i minori rinviati al giudizio di varie magistrature, e si interrogano, da diversa angolatura, sull'emergere di nuovi atteggiamenti nei confronti della delinquenza giovanile, sempre più percepita, nel corso dell'Ottocento, come problema distinto da quello della criminalità degli adulti. L'indagine di Mary Beth Emmerichs ha posto in evidenza che nella cittadina da lei studiata, come già John Gillis aveva mostrato per la città di Oxford, fu soltanto verso la fine dell'Ottocento che tutta una serie di comportamenti poco «rispettabili» della gioventù delle classi lavoratrici divennero oggetto di una repressione più sistematica da parte di polizia e magistratura; ne derivò un forte aumento di arresti e condanne di ragazzi di età compresa tra i 10 e i 18 anni, accusati di ogni sorta di minori reati contro l'ordine pubblico. Gli studi di Peter King vertono invece sul periodo compreso tra la fine del Settecento ed i primi decenni dell'Ottocento. King ha ricordato che fu in effetti a partire dal secondo decennio dell'Ottocento che cominciò ad emergere in Inghilterra una nuova sensibilità nei confronti della delinquenza dei minori. In che misura tale mutamento fu sollecitato da un aumento della delinquenza giovanile? I dati sinora raccolti dallo studioso inglese mettono in evidenza un notevole aumento proporzionale dei giovani al di sotto dei vent'anni, tra gli imputati rinviati al giudizio della magistratura londinese nel periodo che va dal 1780 al 1830. King ritiene che tale incremento non sia imputabile ad una accresciuta propensione a delinquere da parte dei minori, ma vada piuttosto ricondotto ad alcuni cambiamenti verificatisi nel rapporto tra società e giustizia penale: l'uso sempre meno frequente della pena di morte, ad esempio, avrebbe affievolito la riluttanza, sia delle vittime che dei magistrati, a perseguire penalmente i «delinquenti» di più giovane età, non più esposti, come in passato, al rischio di finire sul patibolo. La più forte presenza di minori nelle aule dei tribunali, e nelle carceri, lamentata già dai contemporanei, contribuì a sua volta a catalizzare l'attenzione dell'opinione pubblica e della classe politica sul problema della delinquenza minorile, dando origine ad un dibattito che non aveva precedenti nella storia dell'Inghilterra moderna.

Oltre che negli studi sulla storia del sistema penale inglese, il tema della delinquenza giovanile ha un rilievo notevole anche nelle ricerche sociologiche in corso negli Stati Uniti, come ha posto in evidenza la relazione di Eric C. Schneider (University of Pennsylvania). Schneider ha rivisitato, con un approccio che egli stesso ha definito «etnografico», un tema classico della sociologia criminale americana, quello delle bande giovanili del periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale. Egli si è basato soprattutto su testimonianze dirette di persone che fecero parte di alcune bande di strada newyorkesi negli anni dal 1945 al 1965, ed ha analizzato sia i loro rapporti all'interno di queste bande, sia le loro relazioni con l'esterno, ed in particolare con l'ambiente della scuola e con il mondo del lavoro. La sua tesi è che lo sviluppo delle bande giovanili sia stato, in quello specifico contesto, il risultato di una somma di tentativi individuali di costruzione dell'identità maschile, in alternativa ai modelli offerti dalla società adulta, e in risposta ad una situazione caratterizzata da una forte disoccupazione giovanile e dall'inadeguatezza delle istituzioni che avrebbero dovuto favorire la socializzazione degli adolescenti, a cominciare dal sistema scolastico.

Nella stessa sessione è intervenuto anche Michel J. Martin (Temple University, Philadelphia, Usa), che ha analizzato i reati contro l'ordine pubblico a Burlington, un piccolo centro situato presso il confine tra Stati Uniti e Canada, la cui vicenda nel periodo esaminato (anni 1858-1880) è resa significativa da mutamenti di natura analoga a quelli che più generalmente investirono le città americane nel corso dell'Ottocento: sviluppo industriale, forte immigrazione, crescita demografica, rapida trasformazione del paesaggio urbano. A questo sfondo va ricondotta, secondo Martin, la crescente apprensione della parte più stabile e più abbiente della popolazione di Burlington, che era di origine inglese, per la delinquenza dei giovani lavoratori, soprattutto irlandesi, che stagionalmente migravano nella cittadina. Elevata Burlington al rango di città nel 1865, la classe dirigente locale poté dotarsi di migliori strumenti per esercitare un più forte controllo sull'ordine pubblico: un tribunale cittadino, una casa di correzione, una forza di polizia più numerosa; il crescente numero di arresti per reati contro l'ordine pubblico, verificatosi tra gli anni Sessanta e Settanta colpì, non a caso, soprattutto la minoranza irlandese, che rappresentava la parte più instabile, più «pericolosa», ma anche più vulnerabile, della popolazione cittadina.

Nella sessione sul tema Crime and culture: prisoners, police and politics sono intervenuti L. Goldsmith (University of Pennsylvania), J. Klein (University of South Carolina at Sumter) e M. H. Haller (Temple University, Philadelphia, Usa). Larry Goldsmith ha ripercorso la storia della prigione statale di Charlestown nel Massachussets dal 1805 al 1878, ponendo l'accento sulla forte resistenza opposta dai carcerati al modello di disciplinata organizzazione del loro tempo e delle loro attività, previsto dai regolamenti dell'istituto; i reclusi di Charlestown avevano sviluppato all'interno del carcere, grazie anche alla complicità degli agenti di custodia, una rete talmente fitta di attività illegali, da fare di questa prigione un vero e proprio «seminary of vice»; i comportamenti dei carcerati condizionarono pesantemente lo sviluppo dell'istituzione, che deve essere letto, secondo Goldsmith, come il risultato di un continuo processo di «negoziazione» tra detenuti, agenti di custodia e direzione carceraria, piuttosto che come pura e semplice traduzione operativa di schemi e programmi elaborati dal movimento per la riforma delle carceri, o dagli uomini che erano al vertice dell'istituto.

Joanne Klein ha esposto i risultati di una sua ricerca sui rapporti tra polizia e classi lavoratrici in Inghilterra nel periodo tra le due guerre mondiali. Mentre studi precedenti avevano posto l'accento soprattutto sugli aspetti e sui momenti conflittuali di tali rapporti, Klein, basandosi su fonti relative alla quotidiana attività di sorveglianza e di controllo svolta dai police constables a Liverpool, Manchester e Birmingham, ha posto in evidenza che gli agenti di polizia mantenevano generalmente buoni rapporti informali con coloro che abitavano, o lavoravano, nei quartieri più popolari di quelle città, un'abitudine questa che suscitava non poca preoccupazione nei loro superiori. Queste relazioni amichevoli, basate sulle affinità di cultura esistenti tra agenti di polizia e lavoratori urbani, e in ultima analisi sulla loro comune estrazione sociale, potevano certo rompersi bruscamente nei momenti di più acuto conflitto sociale, ma il quadro complessivo che emerge dalle ricerche di Klein mostra ancora una volta un notevole scarto tra gli obbiettivi ufficiali di istituzioni poste in essere per controllare e reprimere, ed i meccanismi reali del loro funzionamento, inevitabilmente condizionati dagli atteggiamenti e dalla mentalità del personale amministrativo di livello più basso. Alquanto diversa appare invece la tipologia di rapporti analizzata nella relazione di Mark H. Haller, che aveva come tema lo sviluppo dei «gambling syndicates» nella Chicago degli anni dalla fine della guerra civile al 1910. Haller ha messo in luce la fitta rete di alleanze e il comune background culturale che univano in quella città i dirigenti politici locali, i capi della polizia ed i proprietari o gestori delle sale nelle quali si praticava clandestinamente il gioco d'azzardo; un'attività illegale che era dunque organizzata, in questo caso, con la totale complicità delle autorità locali che avrebbero dovuto bandirla, e che finì per essere controllata in maniera quasi esclusiva, negli ultimi decenni dell'Ottocento, dalla forte minoranza di irlandesi presente nella città.

Un altro aspetto della storia delle moderne organizzazioni di polizia è stato affrontato nella sessione incentrata su Political policing and the people in the 19th and early 20th century. È qui toccato a C. Emsley (Open University, Milton Keynes, Gran Bretagna) offrire un quadro generale dello sviluppo delle polizie politiche in Europa tra XVIII e XIX secolo, mentre altre relazioni hanno trattato della storia della polizia politica in singoli paesi. Clive Emsley ha messo in rapporto la nascita della polizia politica sia con il crescente desiderio delle classi dirigenti degli stati moderni di raccogliere informazioni sui propri sudditi, o cittadini, sia con l'emergere di nuove minacce alla stabilità politica di questi stati per l'affermarsi di movimenti, che avevano il fine dichiarato di modificare in profondità il sistema politico e la struttura stessa della società; ha sottolineato poi la cruciale importanza del periodo compreso tra la rivoluzione francese e le guerre napoleoniche, il ruolo svolto dalle polizie politiche nell'età che va dalla Restaurazione al 1848 e l'emergere, nella seconda metà dell'Ottocento, dell'esigenza di porre dei limiti alla loro attività.

Un particolare rilievo ha avuto, in questa sessione, la relazione di Wilbur Miller (State University of New York, Stonybrook), che ha presentato la trama di una ricerca ancora da compiere sullo sviluppo della polizia politica negli Stati Uniti, tra la metà dell'Ottocento e gli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale (1850-1920). La peculiarità del caso statunitense è data, secondo Miller, dal fatto che, in assenza di un'ideologia che potesse offrire una piena legittimazione alla creazione di una polizia politica, istituzioni aventi di fatto questa funzione si svilupparono gradualmente in risposta a problemi specifici: dapprima, negli anni Cinquanta e Sessanta dell'Ottocento, per far fronte alle nuove esigenze di sicurezza emerse nel corso della lotta politica e dello scontro militare tra stati del Nord e stati del Sud; più tardi, dalla fine degli anni Settanta in avanti, in relazione soprattutto alla volontà delle classi dominanti di esercitare un controllo sul movimento dei lavoratori. Varie forme di polizia politica, sia a livello federale che a livello di singoli stati o città, furono dunque operanti negli Stati Uniti ben prima della fondazione del Federal Bureau of Investigation, avvenuta nel 1908, sotto la presidenza di T. Roosevelt.

Marcos Luiz Bretaz (Open University, Milton Keynes, Gran Bretagna), ha parlato, infine, dello sviluppo della polizia politica in Brasile nel periodo compreso tra gli inizi del Novecento e l'ascesa al potere di Getúlio Vargas nel 1930, analizzando soprattutto il ruolo svolto dalla polizia di Rio de Janeiro nei conflitti sociali e politici che ebbero come teatro la capitale della giovane repubblica brasiliana. Sebbene già nel primo e nel secondo decennio del secolo la polizia di Rio avesse esercitato un controllo «politico» su attivisti e militanti del movimento operaio, fu soltanto negli anni Venti che la polizia politica si affermò in Brasile come corpo autonomo. La crescita del suo ruolo nella vita politica ebbe come causa più immediata l'esigenza di far fronte all'insubordinazione dei militari, culminata nelle rivolte del 1922 e del 1924, ma fu anche, secondo Bretaz, un aspetto di un più generale processo di espansione dei poteri statali, che rappresenta un elemento di continuità tra l'epoca precedente e quella successiva all'avvento al potere di Vargas.

Le relazioni presentate alla conferenza di Baltimora non danno certo un panorama esaustivo delle ricerche in corso negli Stati Uniti e in Inghilterra in tema di storia della criminalità e della giustizia criminale; esse mostrano tuttavia che una buona parte degli studiosi dell'area anglosassone, attivi in questo settore della ricerca, converge oggi attorno ad un approccio che tende a calare la storia del diritto e delle istituzioni giudiziarie entro contesti sociali ben determinati, con un forte accento sulla costante interazione tra trasformazioni istituzionali e mutamento sociale.