Una morte dimenticata
e la fine del Sessantotto

di Francesca Socrate

 

Il Sessantotto è un oggetto di studio sfuggente, tanto che se ne possono dare periodizzazioni diverse.
Una periodizzazione lunga, che rimette in gioco quella «rivoluzione culturale», come l’ha definita Marwick, che tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Settanta ha costruito un ruolo inedito per le giovani generazioni, ha trasformato le relazioni familiari, ha dato vita a nuovi modelli di comportamento sessuale, ha introdotto nuove convenzioni, nuove regole e nuovi riti della protesta1.
E un’altra, su cui vorrei riflettere con questo articolo, che punta invece sulla nascita e il perdersi in un arco di tempo breve di quella che a distanza di anni è emersa, tra memoria e storiografia, come una componente centrale di quel tempo, e cioè la “comunità del ’68”.

Se la connotazione sociale del Sessantotto è nitida – giovani studenti universitari, ovvero la fascia sociale più altamente scolarizzata, vissuta in un clima di prosperità senza precedenti – , i suoi confini cronologici sono infatti labili: tra il 1964 e il 1969 il mondo conosce esperienze di rivolta giovanile di durata più o meno breve, con tempi tra loro sfalsati, che nella complessiva denominazione “Sessantotto” trovano tutte un loro titolo comune. Dico tra il 1964 e il 1969, ma si può andare oltre, fino alla svolta del 1973-74 che con la crisi petrolifera apre una diversa fase economica, tecnologica e culturale, o ancora più in là, a seconda in questo caso delle particolarità nazionali. È insomma il tempo incerto ed elastico del ’68, «les années 68» sulla cui durata si interroga Robert Frank in un quesito volutamente senza riposta2.
La sua geografia è evasiva: a macchia di leopardo il ’68 compare in tutti i continenti, attraversando asincronicamente paesi lontani per regime politico, assetto sociale e ruolo internazionale. Sono interessate le grandi democrazie occidentali, dagli Stati Uniti alla Francia all’Italia alla Germania, i paesi europei dell’area socialista – Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia –, le dittature europee di destra come la Spagna e la Grecia, poi il Messico e, in America Latina, Argentina e Brasile, ma anche periferie povere come il Senegal o l’Egitto, e poi il Giappone, l’India, l’Australia.
Anche la successione cronologica e la durata dei diversi ’68 non sembrano seguire un modello di diffusione coerente: non riflettono gerarchie o filiazioni culturali, né tanto meno seguono una distinzione fra centro e periferia. Sembrano piuttosto influenzate dalle condizioni di mobilitazione specifiche dei singoli contesti nazionali o locali.
Comuni alcune parole d’ordine di richiamo internazionale – il Vietnam, naturalmente, in primo luogo – e alcuni nomi di enorme impatto simbolico, come Mao, Che Guevara, Castro, Ho Chi Min, che rappresentano insieme l’opposizione alla potenza americana e la spinta rivoluzionaria al cambiamento sociale3, in un disordine però delle gerarchie di rilevanza e, soprattutto, in una babele di linguaggi e contesti semantici spesso disomogenei: un esempio tra i più facili e citati, l’abisso di senso che separa il termine “libertà” per i giovani che la reclamano nell’Europa dell’est e per quelli che la sottopongono a un’opera di “demistificazione” nell’Europa dell’ovest4.
Comuni anche alcune pratiche e comportamenti contestativi: localizzata nello scenario urbano, l’opposizione giovanile si manifesta impadronendosi più o meno violentemente e chiassosamente di spazi pubblici – le università, le strade, le piazze – dove si presenta come soggetto collettivo separato e antitetico al potere, qualunque sia la veste in cui questo si manifesta (ceto accademico, forza pubblica, classe politica, sfera adulta).
Diversi da sede a sede e da fase a fase i contenuti della rivolta, che può attaccare il potere accademico e l’autoritarismo sociale, l’imperialismo e la trasmissione istituzionale del sapere, la funzione selettiva dell’istruzione, il riformismo e la razionalità del neocapitalismo, la politica come professione e l’uso repressivo della forza pubblica.
Confusi e incerti comunque i modelli diffusivi di parole d’ordine e pratiche della contestazione, di miti, idee, rituali: di scarso rilievo le letture (nel maggio francese, ad esempio, la conoscenza delle rivendicazioni studentesche americane arriva dopo lo scoppio della protesta parigina5), minoritaria la circolazione delle riviste politiche che dal 1956 in avanti, soprattutto tra Italia, Francia e Germania, rivisitano criticamente il marxismo e le categorie interpretative della sinistra ufficiale6, significativa la capacità della sempre più comune pratica giovanile del viaggio nel provocare contagi effettivi, scarsa la comunicazione affidata a strategie organizzative (partiti, istituzioni), decisiva invece la subcultura con i suoi propri canali, a cominciare dalla musica («la koinè di quella generazione, […] la “lingua naturale” dei protagonisti della ribellione»7) e altrettanto decisiva la funzione dei media (dalla radio alla televisione).
Nonostante questo suo profilo incerto ed elusivo, il ’68 ha però conquistato fin dai suoi primi esordi una forte carica semantica e simbolica, tanto da assumere, nel corso del tempo, un valore periodizzante in negativo o in positivo, volta a volta individuato sul versante politico, o sociale, o, alla fine, come se valesse un po’ per tutto, culturale: una delle letture più reiterate e forse ormai affogata nell’insignificanza del luogo comune è quella che enfatizza una presunta incapacità del ’68 di incidere sull’organizzazione del potere politico, e attribuisce invece al movimento il merito di aver scardinato gerarchie sociali tradizionali – famiglia, rapporti di genere, strutture autoritarie, a cominciare da quella scolastica e universitaria.
Nonostante questo suo profilo incerto ed elusivo, dicevo. Mi correggo. È forse proprio quel suo profilo confuso, incoerente dal punto di vista dei tempi e dei contenuti, che ha permesso al ’68 di tradursi in una cifra riassuntiva della «rivoluzione culturale dei lunghi anni Sessanta»; è proprio grazie al loro carattere polimorfo che i mille episodi di Sessantotto hanno tradotto cioè quel cambiamento profondo in una rappresentazione esplosiva, imponendolo, nelle loro diverse durate, al centro della scena pubblica.
Ma accanto a questa sua innegabile capacità riassuntiva di tanti fenomeni diversi, la cifra ’68 rivendica per converso un suo significato unico ed esclusivo. Come ad alludere a una “sostanza ’68” che volta per volta, nelle sue declinazioni più diverse e lontane nel tempo e nello spazio, costituisce il centro di quella esperienza, il suo ineludibile tratto distintivo.
A cosa mi riferisco?

1
La comunità del ’68

Passiamo, per questo, all’Italia.
Una delle più fortunate operazioni interpretative del ’68 italiano, che ha accomunato memorialistica, pubblicistica e storiografia, si fonda su una periodizzazione che vede una breve “prima fase”, quella del ’68 “vero e proprio”, seguita da un più o meno lungo ciclo di mobilitazione studentesca8.
Secondo questa interpretazione, pur nelle sue molte varianti, quella “prima fase” coincide con l’esplosione del movimento studentesco nelle università e con il passaggio da rivendicazioni specifiche su temi universitari a una critica generale delle forme del sapere fino all’apertura di un orizzonte apertamente radicale ed eversivo. La sua specificità consisterebbe nel tipo di politica che esso ridisegnò: una politica basata su un nuovo protagonismo delle masse studentesche e una “presa della parola” individuale e collettiva che posero rapidamente fine ai tradizionali organismi rappresentativi universitari, e con essi al principio della delega. Contemporaneamente, quella “nuova politica” avrebbe rifiutato e nei fatti abolito ogni distanza tra pubblico e privato.
Questa lettura tralascia tuttavia un elemento a mio parere decisivo del ’68 che si riferisce alla sfera delle soggettività dei singoli.
Ovvero, una “sostanza” del ’68 che è sperimentata soggettivamente – i documenti scritti del movimento fanno fatica a trasmetterla, con il loro linguaggio «radicale, pieno di scherzi e paradossi, intellettuale più che sentimentale»9 – e che rappresenta per i suoi protagonisti una novità sorprendente e appassionante.
È la «comunità giovanile spontanea» di cui parlava Ortoleva già nel 1988: una comunità studentesca che trova nell’università il suo spazio autonomo e separato, che sperimenta «forme di vita comunitaria, di intensa relazione interpersonale, capaci temporaneamente di andare oltre le differenze ideologiche» e che viene sentita dai partecipanti alla ribellione studentesca come «radicalmente nuova, nata appunto dalla ribellione e qualitativamente diversa rispetto ai rapporti umani del passato»10.
«Il ’68 è l’inveramento di qualcosa vissuto e prefigurato oscuramente da noi, più vecchi di qualche anno, nel periodo precedente; è il passaggio dai pochi ai molti, se non ancora a una maggioranza, dal singolo al collettivo, dal privato al pubblico», scrive Luisa Passerini, nata nel 194111. Un inveramento anche per i più giovani, per i babyboomer accomunati in una rivolta morale12 che delegittima autorità politiche, pubbliche e familiari: la nuova comunità studentesca è per loro la possibilità di mettere in scena e sperimentare senza mediazioni istituzionali o organizzative un senso di appartenenza generazionale costruito fin lì attraverso una koinè culturale transnazionale e prevalentemente massmediatica.
«In tal senso la comunità ideale si estendeva molto al di là dei gruppi di occupanti, convinti di essere parte di un processo storico di grande portata, dove la comunità “faccia a faccia” era un anello di una grande comunità planetaria»13.
Comunità giovanile spontanea: in un primo anche se breve periodo l’accesso alla comunità è immaginato appunto come spontaneo – non ci sarebbero forme di cooptazione o di organizzazione nell’adesione al movimento – e come immediatamente garantito. Diversamente da quanto accadrà poi, con le prime organizzazioni e poi con i piccoli partiti della nuova sinistra, il rifiuto di qualsiasi progettualità porta con sé l’idea che per essere parte costitutiva del movimento è sufficiente “esserci”, assistere alle assemblee, girare per le facoltà occupate, unirsi ai cortei. Così come, per converso, il movimento è costituito in primo luogo proprio da quella presenza giovanile indistinta e magmatica, aperta a sempre nuovi ingressi, che si ritrova tra i corridoi e le aule degli atenei in agitazione, che si conosce di faccia e spesso non di nome. Con i gruppi ci saranno altri filtri: l’adesione implicherà il più o meno consapevole atto della scelta, la partecipazione significherà impegno nei tempi e nei compiti della militanza, mentre nel movimento non c’è responsabilità, non ci sono compiti, è tutto, appunto, informale e immediato: all’assemblea ci si può affacciare semplicemente e poi tornarsene a casa, o insediarsi giorno e notte nella facoltà occupata, tra riunioni, incontri, letture.
Forse colgono nel segno queste righe di Maurice Blanchot sull’istanza comunitaria nel movimento studentesco francese:

Il Maggio ’68 ha mostrato che, senza progetto, senza congiura, poteva, nell’imprevisto di un incontro felice, come una festa che sconvolgesse le forme sociali ammesse o sperate, affermarsi (affermarsi al di là delle forme usuali dell’affermazione) la comunicazione esplosiva, l’apertura che permetteva a ciascuno, senza distinzione di classe, di età, di sesso o di cultura, di frequentare il primo venuto, come un essere già amato, precisamente perché egli era il familiare-sconosciuto. […] Contrariamente alle “rivoluzioni tradizionali” non si trattava solo di prendere il potere, per sostituirlo con un altro, né di prendere la Bastiglia, il palazzo d’Inverno, l’Eliseo o l’Assemblea nazionale, obiettivi senza importanza, e nemmeno di rovesciare un mondo vecchio, ma di lasciare che si manifestasse, al di fuori di ogni interesse utilitario, una possibilità di essere-insieme che rendeva a tutti il diritto all’uguaglianza nella fraternità, in virtù della libertà di parola che esaltava ciascuno14.

Potremmo dire che il movimento nella fase del ’68 “vero e proprio” si configura quindi come una comunità studentesca spontaneamente aperta ed inclusiva. Così ricorda Renata Quartuccio, nata nel 1947 e all’epoca studentessa universitaria a Roma:

Ho vissuto i primi due anni, forse fino al ’69, cercando di partecipare senza capire tanto; partecipavo a tutto: alle assemblee, soprattutto nella facoltà di lettere, a questa fiumana umana che scorribandava per i corridoi e per le aule, però, personalmente ho questo ricordo della confusione. […] No, non mi sentivo ai margini, ero un elemento di questa fiumana, però, se hai presente la metafora del mare negli scrittori, no? […] la fiumana, il mare, la corrente, viene sempre indicata come un qualcosa di molto indistinto; ora io parlo per me, non so per gli altri. Però io mi sentivo di appartenere a questa corrente, di inserirmi in questa corrente, ma nemmeno tanto scegliendola. […] Io andavo alle assemblee, ascoltavo diligentemente, partecipavo, cercavo di capire, ho partecipato anche, alle interruzioni di alcune lezioni15.

Nella memoria dei protagonisti di allora l’elemento comunitario è il cardine attorno a cui ruota l’esperienza tutta del ’68, ricostruita soprattutto alla luce di una pratica quotidiana più o meno attivamente cercata e agita. La quotidianità è scelta dagli intervistati per poter raccontare quella dimensione fusionale, emotivamente forte e condizionante, che coinvolge una rete relazionale così ampia da risultare “aperta”.
Così è per la studentessa romana Renata Quartuccio, figlia di un ufficiale di polizia, «arrivata all’università senza nessuna idea politica». E così per Laura Derossi, una delle pochissime donne del movimento studentesco torinese:

La sera, se stavi nella facoltà occupata, si facevano i turni per andare a mangiare e c’erano i posti dove sapevi che c’era la gente. Non ci perdevamo mai, ecco. Noi stavamo sempre insieme in un modo o nell’altro, o che fosse l’università occupata o che fosse la Camera del lavoro o che fosse Biologia o che fosse Architettura o che fosse la trattoria o che fosse il Psiup, che allora era in via Po. Noi ci muovevamo a branco. L’individuo era sparito, io non avevo una vita individuale, non facevo più niente da sola, non andavo al cinema da sola, non leggevo un libro, io vivevo in questo branco.
Con Luigi stavamo sempre insieme, sempre però in mezzo a cinquecento persone. Quando andavamo a mangiare fuori, minimo eravamo dieci. Magari si usciva per andare a mangiare in sei, poi si diventava venti, poi sui venti ne arrivavano altri quindici, che facevano altri tavoli. Poi qualcuno si alzava, qualcun altro restava. Erano luoghi dove noi mettevamo i piedi e facevamo amicizia con i camerieri, col padrone, e mangiavamo lì, stavamo lì16
.

Mentre, al di là della consapevolezza e della stessa intenzione degli intervistati, il materiale orale raccolto in questi decenni racconta e spesso enfatizza la centralità quindi della dimensione comunitaria del ’6817, la traboccante produzione scritta del movimento sembra portarne solo qualche debole traccia: volantini, ciclostilati, tadze-bao, opuscoli, manifesti, numeri unici non la rivendicano esplicitamente, non la teorizzano, quasi non la nominano18.
Una lettura che definisce l’evento ’68 guardando quindi ai contenuti e alle pratiche della contestazione (democrazia partecipativa e sovrapposizione di pubblico e privato), combinata con il sostanziale silenzio delle fonti scritte coeve sugli aspetti “emozionali” di quell’esperienza, ha condizionato anche la periodizzazione del ’68, la definizione del suo arco temporale.
In questa prospettiva, infatti, la fine del ’68 è stata strettamente connessa con la fine della “nuova politica” e il ritorno di quella tradizionale. Non la politica delle rappresentanze studentesche, ma quella classica delle organizzazioni, dei partiti, delle forme cioè rifiutate dall’assemblearismo movimentista.

2
La fine del ’68

La fine del ’68 non fu mai parte del “discorso del ’68”, perché nell’idea stessa del movimento era inscritta la sua “interminabilità”: la sola possibilità di una fine delle agitazioni collettive si presentava «luttuosa e in ultima analisi inaccettabile»19, tanto da poterla nominare, nella versione facile e autoreferenziale della musica di protesta, solo sei anni dopo, nel 1974, quando Paolo Pietrangeli compose e cantò È finito il 68, per attribuirne comunque la colpa all’esterno, agli avversari, alle bombe cioè del 12 dicembre 1969.
Non se ne parlò certo nel 1969, né ancora dopo, a lungo.
Quello di cui, dall’autunno 1968 in avanti, si discuteva nelle assemblee o nei documenti, quello che si annunciava nei volantini era inscritto nelle categorie tranquillizzanti di una retorica politica progressista: verifica, assestamento, riformulazione, svolta. Tutt’al più era la necessità di uscire dall’università, di collegarsi con altri strati sociali conflittuali, insomma, di operare, appunto, una svolta. Ma il movimento studentesco, il movimento tout court, avrebbe continuato comunque a “esistere” e a “lottare”.
E quello che si fece fu costruire, in modi tra loro diversi magari, una nuova mappa politica, una serie di gruppi ciascuno con la sua linea, che andava a ripescare, come ha scritto Vittorio Foa con impietosa e saggia durezza, l’ideologia rivoluzionaria, così che

la visione originaria [del movimento, N.d.R.] di un potere diffuso che imponeva mille spazi di confronto e di conflitto si riduceva di nuovo al tradizionale conflitto contro lo Stato e contro il capitale. Straordinarie energie giovanili furono disperse nel riscoprire e ripetere la Dottrina; nel ricostruire, spesso come caricatura, quello che si era pensato di mandare al macero20.

Nei decenni successivi, storiografia o memorialistica o pubblicistica che fosse, la svolta periodizzante nella storia del ’68, quella che pone fine alla prima fase volta a volta definita come «creativa, gioiosa, spontanea, magmatica» è stata più o meno unanimemente individuata nella nascita dei gruppi e dei partiti che reintrodussero una politica di tipo “classico”21. L’organizzazione e il militante rivoluzionario, protagonisti della nuova fase, avrebbero infatti posto fine, secondo quella lettura,

all’idea stessa di politica propria dei movimenti giovanili: il riaffermarsi del sogno, o dell’incubo, di uno scontro frontale con il potere nel senso classico del termine rendeva futile, se non decisamente inimmaginabile, l’ipotesi di un grande processo di trasformazione capace di attraversare tutti gli aspetti dell’esistenza. Si riproponeva una separazione netta fra la politica intesa come luogo del potere e del conflitto irriducibile, e la sfera personale22.

Cronologicamente, la svolta è stata collocata per paesi come l’Italia, la Francia, la Germania e gli stessi Stati Uniti già nell’autunno di quello stesso 1968. In Italia è nell’ottobre d’altronde che nasce l’Unione dei comunisti italiani (marxisti-leninisti), nell’autunno si forma Avanguardia operaia, mentre già a settembre, dal 2 al 6, l’ultimo incontro nazionale del movimento studentesco che si svolge a Venezia, «è attraversato dalle linee politiche che cominciano a identificarsi con i nascenti gruppi politici»23.
Ma la cronologia è imprecisa, e la riflessione coeva tralascia e censura. La formazione di nuovi gruppi si dipana in realtà lungo tutto l’arco del 1969: dei gruppi più importanti, Potere operaio e il Manifesto nascono nell’estate, Lotta continua a novembre.
E quanto al modo di parlare di sé, alle strategie comunicative scelte per autorappresentarsi, il movimento si guarda bene dal nominare la propria fine. Può parlare appunto con una retorica progressista. Ma lo slogan che dal maggio si diffonde al di là di Parigi, dov’è nato, per diventare motto ricorrente in ogni corteo, non a caso respinge qualsiasi intento conclusivo sottolineando il carattere perennemente aurorale del movimento: «ce n’est qu’un début, continuons le combat». D’altra parte uno dei principali gruppi fra quelli nati nel 1969 e connotato da una scelta volutamente movimentista sceglierà come nome “Lotta continua”, lo slogan fisso adottato già da tempo nei volantini dell’assemblea operai-studenti torinese24.

Ma se la sostituzione dei gruppi al movimento si dilata appunto su tempi lunghi rivelandosi quindi quasi più un effetto che non un motore della ben più repentina fine del ’68, altrettanto si potrebbe dire degli altri segnali di cambiamento che si impongono in misura significativa con il nuovo anno accademico 1968-69. Si tratta fondamentalmente della mobilitazione degli studenti medi, già timidamente affacciatisi nella primavera precedente e ora protagonisti di occupazioni e imponenti manifestazioni (ad es. il 3 dicembre 1968 Roma fu attraversata da un corteo di settemila studenti delle scuole medie che si concluse in un comizio nel piazzale della Minerva25), e dell’esplosione di inedite e sconvolgenti forme di conflittualità operaia. Fenomeni di segno nuovo e di lunga durata, che aprono una diversa fase politico-sociale nel paese e contribuiscono a spostare l’attenzione e la stessa presenza fisica degli universitari fuori dagli atenei, verso questi diversi soggetti sociali, in un ruolo che in parte recupera la funzione del militante. I due fenomeni, infatti, si intrecciano: l’esistenza dei gruppi e il “lavoro politico” con gli studenti medi o gli operai di fabbrica sono due novità che si affiancano l’un l’altra.
Si va disegnando, come si vede, un diverso sistema di relazioni tra università, scuola, società. O, meglio, tra universitari, studenti di scuola media superiore, operai – soprattutto giovani operai –, classe politica e classe di governo, e si va configurando un nuovo rapporto tra protesta studentesca e forme di organizzazione.
Ma cosa rimane in questa lettura e in questa periodizzazione di quell’esperienza così forte e centrale, almeno nella memoria dei protagonisti, della comunità giovanile spontanea? Di quel tratto del movimento che, pur così sfuggente, ormai fa parte del discorso storiografico sul ’6826?
A me sembra che nella discussione sulla fine del ’68 “vero e proprio” debba entrare a far parte anche quell’aspetto se, appunto, esso costituisce uno dei cardini del “racconto del ’68”.
C’è un episodio dell’inizio del ’69 che mi sembra si presenti come un segnale in questo senso. Un’incongruenza improvvisa. E un tratto forte: non dell’esistenza della comunità studentesca inclusiva e spontanea, quanto piuttosto della sua mancanza, o, direi meglio, della sua scomparsa. Che indicherebbe, almeno da questo punto di vista, la fine del ’68 “vero e proprio”. È ciò che accadde a Roma attorno alla morte di uno studente precipitato accidentalmente, il 27 febbraio 1969, nel cortile del Museo delle cere mentre cercava di arrampicarsi verso l’ultimo piano della facoltà di Magistero occupata.

3
La morte di Domenico Congedo

Si chiamava Domenico Congedo. Frequentava il secondo anno del corso di laurea in Lingue e Letterature straniere presso la facoltà di Magistero di Roma, dove si era trasferito dopo un primo anno di studi universitari a Napoli. Era nato a Monteroni in provincia di Lecce il 2 aprile 1945, e vissuto a Galatina, dove all’epoca risiedevano ancora i genitori, la madre maestra e il padre impiegato delle Poste. A Roma abitava in via Bitinia, nel quartiere Appio Latino, in una camera in affitto27.
A Magistero, che dall’inizio dell’anno accademico era stata occupata dal movimento studentesco già due volte – la prima a novembre, per una quindicina di giorni, e la seconda a partire dall’11 febbraio28 –, Congedo aveva probabilmente preso parte a qualche attività del movimento, anche se forse in una posizione defilata29.
Aveva stretto un’amicizia – non sentimentale, aveva sostenuto la ragazza30 – con una studentessa di Roma, Giuseppina Catello, che abitava vicino alla facoltà, in via dei Serpenti, e con cui studiava per preparare gli esami.
Anche quel pomeriggio era passato da lei, come faceva spesso, verso le due e mezzo del pomeriggio, avevano studiato fino alle quattro e poi erano usciti insieme per andare in facoltà a informarsi sull’eventuale ripresa degli esami.
Magistero era infatti occupata da più di quindici giorni appunto, come d’altronde erano occupate tutte le facoltà dell’ateneo, tranne Medicina e Farmacia31. La mobilitazione era partita come forma di lotta contro il progetto di riforma universitaria presentato dal ministro democristiano della Pubblica istruzione Fiorentino Sullo, che veniva attaccato su un doppio versante: da un lato, come una risposta inadeguata alle esigenze di rappresentatività espresse dal movimento, e dall’altro, come un tentativo di isolare, con una risposta riformista, il movimento stesso32.
Nel quadro della lotta alla riforma Sullo, le richieste del movimento si erano andate circoscrivendo per lo più a questioni specificamente universitarie, tra cui, pur con alcune differenze tra facoltà e facoltà, la sessione continuata degli esami e il voto unico.
Ma le occupazioni mettevano ovviamente a rischio la sessione d’esami invernale. Per evitare l’isolamento dagli studenti estranei alla mobilitazione e preoccupati di perdere un’intera sessione, il movimento aveva chiesto ai docenti di tenere gli esami nelle facoltà occupate: si erano dichiarati disposti alcuni docenti di Lettere e Filosofia (ma a quanto risulta dalle notizie di stampa, le segreterie, su ordine del rettore, non consegnarono i registri per compilare i verbali)33, e il 15 si erano svolti esami a Economia, a Fisica (non ancora occupata) e a Genetica34. Ma il rettore e il Senato accademico si erano opposti duramente, fino a che, il 21 febbraio, D’Avack non firmò il decreto della serrata amministrativa, decisa due giorni prima all’unanimità dal Senato accademico: un gesto di rottura delle trattative, anche se in chiave simbolica, dal momento che non comportava uno sgombero forzato attraverso l’intervento della polizia.
Le agitazioni contro la riforma Sullo non riguardarono in quel periodo solo Roma: fin dall’inizio di febbraio in tutta Italia le proteste avevano investito varie sedi universitarie con modalità e tematiche analoghe.
Ma la complessa posta in gioco sembrava disputarsi proprio nella capitale, come se il movimento studentesco universitario italiano fosse in quella fase rappresentato da quello romano. Fu infatti a proposito della Sapienza di Roma che il ministro Sullo contrattò e discusse e si scontrò sull’opportunità o meno di intervenire con la forza per mettere fine alle occupazioni: lui era contrario e appoggiava la posizione del rettore e del Senato accademico, mentre parte del suo governo (e soprattutto il presidente del Consiglio Mariano Rumor e il ministro dell’Interno Francesco Restivo) sosteneva una linea repressiva35. Ed era Roma, d’altronde, che in quelle settimane prendeva il maggiore spazio sui quotidiani, con la cronaca delle assemblee studentesche e dei loro comunicati e delle trattative con le autorità accademiche, e con le fotografie che continuavano in misura prevalente ad accompagnare cronache, commenti e fondi sui temi vari dell’università e dei giovani36, mentre alle numerose notizie sulle agitazioni degli altri atenei italiani venivano lasciate poche righe: dalla metà di febbraio, poi, era stato un crescendo anche sulla stampa nazionale (il “Corriere della Sera”, ad esempio, aveva dedicato all’università della capitale almeno un articolo al giorno).
Ma torniamo al pomeriggio del 27 febbraio, quando verso le quattro e mezzo Congedo e la Catello arrivano davanti alla facoltà di Magistero. Quel giorno era stata indetta dal Comitato per la pace, formato dalle principali organizzazioni della sinistra ufficiale, una manifestazione contro la visita in corso a Roma del presidente americano Richard Nixon. Il corteo sarebbe partito verso le 17,30 da piazza della Repubblica, dove si apriva anche l’ingresso di Magistero.
La piazza si stava riempiendo, e davanti al portone della facoltà c’era un gruppo di giovani. Circa una ventina, di cui alcuni non studenti, dichiarava la Catello, dal momento che «gli studenti del magistero li conosc[eva] quasi tutti di vista». Lei infatti non era un’isolata, anche se sostanzialmente marginale al movimento, con cui simpatizzava ma da cui si teneva a distanza, almeno stando all’interrogatorio: «Sono solo una studentessa che ha voglia di studiare. La mia famiglia è una famiglia ordinata e mio padre è impiegato delle poste»37.
Chiacchieravano da un po’38, il corteo era ormai già partito, quando qualcuno di loro gridò concitatamente «Venite dentro! Venite dentro! Perché stanno arrivando i fascisti». Si dirigevano effettivamente a passo di corsa verso la facoltà un centinaio circa di persone, armate di bastoni e pistole lanciarazzi39, alcuni con lo stemma della Repubblica di Salò40. Venivano da piazza Santi Apostoli e, come denunciava il giorno dopo al Senato il comunista Bufalini, «quei criminali [avevano] potuto percorrere indisturbati tutta via Nazionale fino a piazza Esedra [ovvero piazza della Repubblica, N.d.R.] armati di bastoni uncinati e […] gridando: “viva il fascismo, viva il duce”»41. Non era d’altronde la prima volta in quel mese: il 17 il gruppo di estrema destra “Università europea” aveva tentato con azioni violente di entrare nella facoltà occupata42, e due giorni dopo, il 19, studenti definiti dal questore «apolitici» avevano manifestato a lungo sotto Magistero con bandiere tricolori gridando «slogans anticomunisti»43.
La Catello non aveva visto arrivare i neofascisti, ma si fece prendere «da un certo orgasmo», come disse lei stessa al sostituto procuratore Antonino Lojacono44, e insieme ad altri, tra cui lo stesso Congedo, entrò di corsa nel portone principale che qualcuno di loro poi chiuse e sprangò da dentro, dove peraltro – è sempre la Catello che ricorda – erano già predisposte delle barricate attraverso cui erano state lasciate per il passaggio delle piccole aperture, immediatamente richiuse.
Fuori, intanto, il corteo del Comitato della pace, composto da qualche migliaio di persone45, guidato tra gli altri dai dirigenti del Pci Edoardo Perna e Antonello Trombadori, ma non autorizzato per ragioni di ordine pubblico, procedeva verso largo Chigi in un clima di crescente tensione. Arrivati a piazza Colonna il primo incidente sotto la redazione del quotidiano di destra “Il Tempo”: da una parte i giornalisti che dai balconi della sede del giornale «si esibivano provocatoriamente nel saluto fascista», dall’altra un gruppo di manifestanti che gli lanciava contro sassi e sampietrini fino a colpire il caporedattore Vanni Angeli46. Da quel momento, con la prima brutale carica della polizia, seguita, dopo un iniziale sbandamento, dalla reazione dei manifestanti, s’apriva un pomeriggio di scontri violentissimi che si propagarono fino a tarda sera per una vasta area del centro storico, da piazza Fontana di Trevi a piazza di Spagna, a via Nazionale a largo di Santa Susanna, a piazza Barberini e piazza Santa Maria Maggiore. Mentre i giovani, dispersi nelle vie strette del centro di Roma, operavano «a tratti sortite a piccoli gruppi, dopo aver divelto le aste della segnaletica stradale» ed erigevano barricate, si armavano di sassi e sampietrini, davano fuoco ad automobili e ingaggiavano vere e proprie battaglie con poliziotti e carabinieri, questi attaccavano i manifestanti con manganelli e catene e in piazza Colonna usarono anche bombe lacrimogene: «alle 21 piazza Colonna pareva un campo di battaglia: vetri infranti, affiches pubblicitarie per terra, sassi e pezzi di bastoni sull’asfalto, qualche auto con i vetri infranti»47.
Scontri altrettanto duri, nel frattempo, erano scoppiati attorno alla città universitaria. Qui, riuniti in assemblea, gli studenti del movimento avevano nel primo pomeriggio deciso di aderire alla manifestazione di piazza della Repubblica contro Nixon e verso le 16 si dirigevano in corteo verso i cancelli dell’università. Ma la polizia, schierata su piazzale delle Scienze, proprio di fronte all’ingresso della città universitaria, attaccò con una carica i primi gruppi di manifestanti appena usciti. Di questi, circa quattrocento, alcuni si dispersero per San Lorenzo – il quartiere attorno all’università – e altri riuscirono a rientrare. Da quel momento un altro epicentro della violenza avrebbe segnato il pomeriggio romano con barricate, molotov, cariche della polizia, rastrellamenti. Anche qui la pressione si attenuava solo verso le nove di sera: polizia e carabinieri si allontanavano e gli studenti uscivano dall’università per ritrovarsi di lì a poco ad Architettura, in assemblea, dove avrebbero discusso i molti fatti della giornata48. Tra questi, il drammatico incidente occorso a Domenico Congedo, di cui si era diffusa verso quell’ora la notizia della caduta e del ricovero in gravissime condizioni al Policlinico.

Ecco la cronaca dei fatti.
Tra le cinque e mezzo e le sei di sera un gruppo di giovani, l’abbiamo visto, si era rifugiato dentro Magistero per sfuggire all’assalto di un centinaio di neofascisti arrivati di corsa in piazza della Repubblica49. Erano impauriti e, raccontò la Catello, dopo essersi barricati dentro la facoltà, cercarono di capire cosa accadeva al di fuori affacciandosi su piazza della Repubblica dalla finestra che si apriva sul vano delle scale. Sentirono dei «clamori» e poco dopo videro un ragazzo che dalla strada si aggrappava alla grata della finestra del piano terra per lanciare all’interno delle pietre. Dall’interno qualcuno rispose con «corpi contundenti»: uno scambio che durò pochi minuti. Poi ci furono degli scoppi, come di petardi, di cui alcuni all’interno della facoltà, chiaramente lanciati da fuori. Ad acuire la tensione, poco dopo qualcuno di loro notò che era stato appiccato un incendio dall’esterno al portone della facoltà. Anche l’incendio durò pochi minuti: ma la paura aumentava. La paura era che quei giovani di estrema destra riuscissero ad entrare: «la confusione era al massimo e la nostra tensione anche», riportò la Catello50.
Il gruppo iniziale si distribuì per le scale e le aule della facoltà. Con Congedo e la Catello rimasero un ragazzo e tre ragazze: Tommaso Margarone, un manovale disoccupato51, poi Laura Leccese, Imelda Sabellico, Giuseppina Del Ferro, tutte studentesse al primo anno di Magistero52.
Congedo e la Catello seguirono quasi senza capire una ragazza, probabilmente la Leccese, che li guidò al terzo piano dove, attraverso stanze e corridoi e poi un ballatoio, arrivarono in «una sala di piccole dimensioni, piena di sedie, di tavoli, libri e carte varie. Ho avuto la sensazione che si trattasse di un ripostiglio», precisò Laura Leccese. Qui si barricarono, appoggiando un armadio di metallo contro la porta: ma quella stanza quasi buia che dava sul cortile interno del Museo delle cere – «non vi era illuminazione sufficiente, tranne una piccola luce rossa, tanto che ho dovuto accendere l’accendisigari per guardare attentamente» – non permetteva di sentire i rumori della piazza. «Ci siamo messi a parlare facendoci coraggio per non avere paura dei fascisti, perché erano persone come noi»53: nelle testimonianze delle quattro ragazze trapela l’incertezza, la paura, e una vena di ingenuità politica che farebbe escludere una loro appartenenza militante al movimento. Si misero a discutere sul da farsi: non sapevano se quei giovani di destra erano entrati nella facoltà, e non riuscivano a decidere chi di loro e in quanti dovessero uscire a verificare. Esclusa l’idea di passare per la porta esponendosi così al rischio di aprire agli attaccanti, sembra che Congedo abbia proposto a Margarone di uscire loro due dalla finestra per raggiungere un ballatoio da cui rientrare nella facoltà. Al rifiuto di Margarone54, Congedo si tolse il soprabito che indossava e lo appoggiò sul tavolo di ferro vicino alla finestra. Poi aprì la finestra, salì sul davanzale mentre fuori era già scuro, come scura era la stanza in cui si trovavano:

quindi si voltò con il viso verso di noi e con le spalle nel vuoto, allungò la sua gamba destra verso la sua destra (cioè alla nostra sinistra che guardavamo lui) e con un movimento verso destra, sparì alla nostra vista55.

L’unico che lo vide cadere fu Margarone, perché era l’unico che si era avvicinato alla finestra, ma non disse nulla, spiegò a Lojacono nell’interrogatorio, per non spaventare le ragazze che erano «agitatissime». La dinamica descritta da Margarone coincide sostanzialmente con quella ricostruita successivamente dai Vigili del fuoco56: nel tentativo di raggiungere il ballatoio del piano superiore, l’ultimo dell’edificio, da cui poi rientrare all’interno della facoltà attraverso le finestre dei bagni che vi si affacciavano, Congedo, in piedi sul davanzale, si aggrappò a una sbarra di ferro infissa nella parete a sostegno di una vasca per l’acqua posta all’altezza del filo della finestra e lì, poggiato un ginocchio, afferrò il parapetto del ballatoio con una mano. Quando tentò di attaccarsi anche con l’altra mano, la lastra di travertino del parapetto slittò, o si ribaltò, per mancanza di aderenza alla muratura sottostante, e Congedo cadde nel vuoto.
Ci misero del tempo prima di capire. La Del Ferro, che aveva visto un’ombra cadere e l’avevano sentita gridare «È caduto! È caduto!», ebbe un malore; Margarone, di fronte all’agitazione delle ragazze, non solo tacque su ciò che aveva visto, ma mentì sostenendo che si trattava di una scatola di cartone e sortì in questo modo l’effetto voluto: raccontava la Leccese che, dopo aver sentito un rumore come di calcinacci, sporgendosi con gli altri dalla finestra sul cortile buio, aveva avuto «la sensazione che quello che si vedeva fosse qualche scatola di cartone»57. A questo punto, si erano fatte le sette di sera, uscirono dall’ingresso laterale di Magistero in via Cernaia. Margarone si allontanò definitivamente accompagnando la Del Ferro all’istituto delle Orsoline sulla via Nomentana dove si trovava a pensione, allarmato dalla presenza dei neofascisti che effettivamente, in piccoli gruppi, stazionavano ancora in piazza della Repubblica.
In una prima fase, infatti, questi avevano lanciato una serie di petardi (o bombe-carta, non è chiaro) all’interno della facoltà e poi, in due riprese, avevano tentato di incendiare il portone d’ingresso di Magistero per poter entrare. La polizia era intervenuta con alcuni caroselli solo al secondo tentativo di incendio, come ammetteva lo stesso commissario di ps Adolfo Alonzi, lì a capo di una compagnia del reparto Celere e di 80 carabinieri58. I giovani di destra si erano dispersi, ma una parte di loro, dopo poco, era tornata appunto in piazza della Repubblica.
Tra le sette e le sette e mezzo, intanto, mentre la Catello e la Sabellico rimanevano fuori della facoltà, la Leccese rientrava nuovamente con altri due studenti che aveva appena coinvolto nella ricerca di Congedo: affacciatisi sul solito cortile dal piano rialzato, riconobbero questa volta il corpo supino di Congedo sul pavimento.
I due studenti avvertirono immediatamente le autorità di polizia che presidiavano piazza della Repubblica: il vicequestore Eugenio Puma, che dirigeva lì i servizi d’ordine pubblico, vista l’impossibilità di accedere al cortile direttamente da Magistero, ordinava ai suoi agenti di entrare dall’ingresso del Museo. Il cancello cedeva a fatica, e finalmente il corpo del giovane studente, caricato su un’ambulanza, alle otto di sera veniva portato via.
Ricoverato al Policlinico, dove immediatamente riscontravano il grave stato di shock e le molteplici contusioni, «senza poter rendere alcuna dichiarazione in merito a quanto occorsogli», Congedo moriva due ore dopo, alle dieci e un quarto della notte59.

4
Una morte dimenticata

Era il primo morto nella storia del movimento studentesco italiano. Si era trattato di un incidente, certo. La sfortuna di una lastra di travertino instabile mentre cercava una via di fuga, o semplicemente d’uscita, per sé e gli altri che si trovavano con lui asserragliati in quella stanza della facoltà occupata.
Ma c’era di più: l’innegabile anche se indiretta responsabilità dei neofascisti, con i loro reiterati tentativi di aggressione, e il ritardo con cui le forze dell’ordine decisero di intervenire.
Due elementi che furono immediatamente raccolti dalla stampa della sinistra ufficiale.
Protetto dalla polizia a Magistero l’assalto delle squadracce fasciste, titolava “L’Unità” il 28 febbraio. E nell’articolo avanzava l’analogia con Paolo Rossi, lo studente socialista di Architettura che il 27 aprile 1966, colto da malore dopo essere stato aggredito da neofascisti sotto la facoltà di Lettere a Roma, perse la vita precipitando da un muretto in cima alla scalinata:

hanno raccolto [Domenico Congedo, N.d.R.], morente, soltanto dopo mezz’ora i celerini, gli stessi che fino a qualche attimo prima si erano scagliati selvaggiamente contro i suoi compagni che manifestavano per l’arrivo di Nixon, gli stessi poliziotti che non hanno mosso un dito per sventare l’aggressione dei teppisti, gli stessi celerini che ieri, come tre anni fa per Paolo Rossi, hanno permesso che un altro giovane restasse vittima della cieca violenza fascista.

Analogia ripresa il giorno dopo: «La giovane vita di Domenico Congelo [sic] rappresenta il tributo ancora una volta pagato dagli studenti democratici alle violenze fasciste»60.
Anche “Paese sera”, già con il primo titolo, anzi con l’occhiello, sottolineava il 28 febbraio: Uno studente di 24 anni è morto alla facoltà di Magistero assaltata da un gruppo di 50 teppisti: la polizia era tutta presa dalla caccia all’uomo ai giovani che dimostravano contro Nixon. Poi, più esplicitamente, l’articolo iniziava:

La polizia, occupata a picchiare studenti e cittadini, non ha trovato modo di intervenire ieri pomeriggio contro un gruppo di giovani neo-fascisti che ha tentato l’assalto alla facoltà di magistero. […] L’azione degli squadristi – seppure indirettamente – ha provocato una vittima61.

Anche qui, immediato, il richiamo alla morte di Paolo Rossi: «un’altra vittima della violenza squadristica, un “incidente” che ha molto in comune con quello di cui rimase vittima tre anni fa Paolo Rossi»62. E sarebbe continuato nei giorni successivi

se non vi fosse stato questo assenteismo degli uomini della questura e dei carabinieri davanti al pesante, criminale attacco fascista, Domenico Congedo sarebbe ancora vivo. […] Ed è in questo “lasciar fare” della polizia romana di fronte alle violenze fasciste, che la fine di Domenico Congedo va ricollegata a quella di Paolo Rossi63.

Nella sinistra ufficiale non fu poi solo la stampa a protestare contro polizia e neofascisti: furono anche le organizzazioni sindacali, le giunte locali, le federazioni provinciali del Pci e della Fgci, mentre in Parlamento deputati e senatori del Pci e dello Psiup presentarono dure interrogazioni al ministro dell’Interno Restivo64.
È comunque sulla stampa, l’abbiamo visto, che apparve esplicito il richiamo alla morte di Paolo Rossi65. In quell’occasione si era mobilitata l’intera sinistra democratica, in nome di un antifascismo rivendicato come fondamento della legalità repubblicana. Lo stesso giorno dell’incidente era stata occupata la facoltà di Lettere, sgomberata nella notte dalla polizia; il mattino successivo un’imponente assemblea di studenti e docenti, seguita nel pomeriggio da un comizio in cui avevano parlato Ferruccio Parri, Nuccio Fava, presidente dell’unuri (Unione universitaria rappresentativa italiana) e Marcello Inghilesi, presidente dell’Unione goliardica italiana66, aveva deciso l’occupazione di otto facoltà e istituti. L’assemblea notturna del 28 aprile votò a grandissima maggioranza un documento in cui si deliberava un’occupazione a oltranza fino al conseguimento di due obiettivi: il primo, le dimissioni del rettore Ugo Papi, accusato di non aver impedito il ripetersi di provocazioni e violenze da parte dei gruppi dell’estrema destra; il secondo, «lo scioglimento delle organizzazioni parafasciste di studenti universitari, applicando la lettera e lo spirito della legge e della Costituzione [con, N.d.R.] il conseguente ripristino della vita democratica nell’università»67. Il 29, davanti a una grande folla radunata nel piazzale della Minerva, si svolgevano i funerali: l’orazione funebre fu pronunciata dall’italianista Walter Binni, ordinario nella facoltà. Il rettore si dimetteva il 2 maggio, e il 3 l’assemblea plenaria degli studenti, docenti e rappresentanti del personale non insegnante votava la fine dell’occupazione.
I protagonisti del fronte che si era mobilitato per la morte di Paolo Rossi erano molto diversi da quelli del movimento del ’68. Certo, ci furono allora segnali chiari, soprattutto fra gli studenti, dell’emergere di un nuovo radicalismo insofferente della logica politica che accomunava i partiti nazionali e le associazioni politiche studentesche dell’orur (Organismo rappresentativo universitario romano)68. Ma il carattere prevalente dell’occupazione per Paolo Rossi era dato dalla cultura e dalla pratica politica che accomunavano in un impegno attivo un’élite di giovani studenti universitari dediti agli studi e alla politica universitaria insieme a un’ampia rappresentanza di docenti democratici.
Diversi furono allora anche i modi e i contenuti della mobilitazione: di fronte all’intervento con la forza della polizia la notte della prima occupazione, studenti e professori avevano risposto con una composta resistenza passiva, facendosi portare via a braccia. Nelle facoltà e negli istituti occupati, nessuna scritta sui muri, e tanto meno nessun danno agli ambienti e alle cose. Alla base, infine, il richiamo alla legalità e ai principi della democrazia rappresentativa, espressa peraltro in quel contesto anche dal ruolo dei “partitini” dell’orur.

Torniamo al 27 febbraio 1969, in tutt’altro contesto, appunto.
L’unuri si era sciolta definitivamente circa tre mesi prima69, trascinata via dall’onda del ’68, e scarsi erano i legami degli studenti del movimento con i pochi docenti schierati a favore. Critico, se non ostile, infine, il rapporto con la sinistra ufficiale che comunque rimaneva una forza politica, e un punto di vista, esterni alla vicenda di Congedo.
Quella era una vicenda che riguardava la storia del movimento studentesco.
Minacciato dai neofascisti, non protetto dalla polizia che troppo a lungo, pur lì presente, li aveva lasciati fare, quello studente di 24 anni, fuorisede, che anche solo per qualche prima frequentazione aveva comunque partecipato all’occupazione della sua facoltà, e lì aveva scelto di rifugiarsi quando aveva avuto paura, prima morte nella storia del movimento studentesco italiano, sembrava candidato a entrare a far parte di quella storia. Non era stato un leader, forse nemmeno un militante, ma sicuramente uno dei tanti, “uno del movimento”: con la sua morte quindi, così segnata dallo scontro in atto, Congedo era una vittima, un martire potenziale del pantheon del ’68.
Invece non accadde nulla di tutto questo. La reazione del movimento fu un breve e inesorabile processo di oblio.
La morte di Congedo ebbe infatti nel movimento studentesco pochi echi, limitati, marginali per di più e destinati a perdersi nell’arco di pochi giorni.
Certo: l’indomani mattina nella città universitaria ancora occupata comparvero alcuni striscioni e qualche scritta: «Domenico Congedo è morto per la lotta del popolo», si poteva leggere su un grande striscione nel piazzale centrale, sotto la statua della Minerva, e di fianco all’ingresso dell’istituto di Fisica, a caratteri cubitali, «Domenico Congedo, studente di Magistero». In tre diversi punti si raccoglieva una colletta per i funerali, e il movimento annunciò che avrebbe partecipato alle esequie70.
Un volantino, che convocava un’assemblea a Lettere per la mattinata, parlava della morte di Congedo, ma solo nelle ultime righe, subito seguito peraltro da un appello per la liberazione degli arrestati negli scontri del 27. Nella prima parte il documento era tutto incentrato sull’analisi di un presunto nesso inscindibile tra riforme – ovvero il progetto di Sullo – e repressione:

Quando un movimento di massa esce dal suo terreno specifico e mette in crisi la struttura complessiva della società capitalistica, nella consapevolezza che non è con le riforme che si risolvono le contraddizioni e i disagi che investono gli strati sociali (in questo caso gli studenti), tutto il potere si mobilita con il suo apparato repressivo (polizia, celere, magistratura e… carri armati) con la sua stampa e la sua televisione, nel tentativo di isolarne le lotte, di staccare le avanguardie più coscienti dalla gran massa degli studenti, per ristabilire quel clima di ordine e di acquiescenza passiva solo con il quale potrà far passare le sue riforme, che aggravano anziché migliorare le condizioni materiali degli studenti. La repressione quindi non è tentativo reazionario, come vuol far credere il pci, ma è strumento necessario del riformismo governativo, quando questo si scontra con la volontà degli studenti di non farsi strumentalizzare dalle manovre del governo e del pci. Ecco perché un nuovo compagno è stato assassinato con la complicità delle squadre fasciste, ecco perché hanno arrestato 17 compagni di cui 2 ancora in galera […]. Noi ribadiamo il diritto di autodifesa a tutti i livelli dei movimenti di massa rivoluzionari. […] Libertà per gli arrestati!71.

Anche le varie manifestazioni e gli scontri che si svolsero a Roma quel 28 febbraio non riguardarono affatto la vicenda di Magistero72.
I due obiettivi delle numerose sortite del movimento nella città furono infatti ancora una volta la visita di Nixon e la riforma Sullo. Mentre si preparava a partire per la successiva tappa parigina del suo viaggio europeo dopo un colloquio a palazzo Chigi con Rumor, il presidente americano fu bloccato con la sua macchina in via del Corso da un gruppo di giovani che gli gridarono contro slogan sul Vietnam. Contemporaneamente, un corteo a Trastevere raggiungeva il ministero della Pubblica istruzione. Dopo poco, una ventina di manifestanti si allontanavano per attaccare con bombe molotov, lì vicino, quella che supponevano fosse ancora la tipografia del quotidiano “Daily American”73. Nella stessa zona, un altro gruppo tentava l’assalto a una caserma dei carabinieri con una fitta sassaiola cui i militari rispondevano disperdendo, dopo uno scontro violento, i dimostranti. Questi ricomponevano un corteo per raggiungere l’Accademia americana al Gianicolo, dove manifestarono contro la guerra in Vietnam. Incidenti si verificarono anche in via Condotti, dove veniva dato fuoco ad alcune bandiere americane issate su pennoni per l’occasione della visita di Nixon74.
Alla Sapienza, poi, il centro dell’attività degli occupanti era l’«apprestamento della difesa materiale dell’occupazione».
Dopo il comunicato del 27 febbraio del Senato accademico che si era espresso, contro ogni linea interlocutoria proposta dal ministro Sullo, a favore dell’intervento della forza pubblica per mettere fine alle occupazioni, gli studenti del movimento si preparavano a difenderle75. Concentrati sulla difesa “militare”, i giovani dentro la città universitaria erigevano nuove barricate, disselciavano il viale d’ingresso per ammassare sampietrini in attesa dello scontro, e «gli studenti di medicina organizzavano un pronto soccorso e giravano con vistose fasce al braccio per farsi riconoscere»76. Nella notte del 28 un’assemblea di circa cinquecento persone votò tuttavia contro lo scontro frontale con la polizia, nel caso fosse scattato l’ordine di intervenire. Così, quando alle 6,30 del mattino dopo 3.000 poliziotti entrarono nella città universitaria, trovarono solo sei studenti nella facoltà di Lettere, e uno a Scienze statistiche77.
La reazione del movimento, espulso dal suo luogo elettivo, fu immediata. Comunicati, richiesta di solidarietà agli studenti degli istituti superiori: tutto in nome della lotta alla repressione e al riformismo.
E Domenico Congedo? Per la sua morte non c’erano stati cortei, nonostante le manifestazioni dei due giorni precedenti avessero dimostrato una capacità crescente di mobilitazione: solo qualche volantino78.
Il suo nome rispuntava ora, a due giorni dalla morte, nei fogli ciclostilati distribuiti dai comitati di base delle varie facoltà, nei numerosi comunicati del movimento studentesco romano. Ma era solo un accenno nella lista degli avvenimenti dell’ultimo periodo: quello di cui parlare, quello da cui partire, il fatto più importante insomma risultava senza dubbio il 1° marzo; non certo il 27 febbraio.

Di notte come i ladri, 5.000 tra celerini e carabinieri […] hanno invaso l’Ateneo di Roma […]. Sette compagni sono stati arrestati. Questo gravissimo episodio viene dopo due giorni di violenza repressiva contro il Movimento Studentesco, due giorni che hanno visto la morte di uno studente, Domenico Congedo, impegnato nella difesa della facoltà di magistero contro l’assalto congiunto dei celerini e dei fascisti.

Dopo questo iniziale tributo, seguono due pagine di considerazioni sul ruolo del movimento studentesco nella «battaglia anticapitalistica» per concludere con un appello da cui è escluso ogni accenno allo studente pugliese:

Operai, lavoratori, studenti, tutti in piazza e alle manifestazioni indette dai comitati di base. Riprendiamo l’ateneo cacciando i celerini di Rumor-De Martino. Imponiamo uniti la scarcerazione immediata degli arrestati79.

E analogo negli altri volantini è il contesto comunicativo in cui viene inserito Congedo, da quello del Comitato di base dei fuorisede a quello dei Comitati di base del ms e delle fabbriche rivolto «ai lavoratori»80.
Anche l’unica iniziativa ad hoc presa per Congedo dal movimento risulta abbastanza inconsistente. Si tratta di una sorta di controinchiesta sulle dinamiche della morte del giovane. Il 2 marzo tre studenti di Magistero, tutti e tre del movimento secondo quanto dichiarò di aver saputo direttamente dagli interessati Giuseppina Del Ferro, si presentarono a casa della ragazza, a Monte S. Giovanni Campano, nel Frusinate, per chiederle di raccontare di nuovo cosa era successo il pomeriggio del 27 febbraio in quella stanza delle segreterie della loro facoltà81.

Io ho riferito loro, in succinto, quanto ho qui precisato e ho notato che uno dei due giovani che mi aveva posta la domanda prendeva appunti su di un pezzo di carta. Alla fine i due giovani mi hanno chiesto se io fossi convinta, così come avevo loro raccontato, che l’accaduto era da attribuirsi a disgrazia o delitto. Io ho risposto categoricamente che a mio parere, per quanto avevo potuto osservare, il fatto doveva attribuirsi a vera disgrazia. I predetti giovani, senza più contraddirmi né pormi altre domande, hanno convalidato la mia tesi dicendomi «sì, è stata effettivamente una disgrazia»82.

La controinchiesta del movimento finisce lì: i tre rinunciarono a intervistare l’altro testimone che avevano individuato e che, come avevano detto alla Del Ferro, avrebbero dovuto raggiungere a Monterotondo dopo averla lasciata. Non ce ne fu bisogno, dichiarava due giorni dopo nel suo interrogatorio uno dei tre, Adolfo Sacchetta: ormai «eravamo convinti che quanto era accaduto al giovane Domenico Congedo era da attribuirsi ad una disgrazia»83.
Il 5 marzo il movimento organizzò la prima manifestazione dopo la cacciata dall’università: un corteo da San Giovanni a San Lorenzo. Lo striscione di apertura chiedeva la libertà per i sette giovani arrestati il 1° marzo, e nei brevi discorsi del comizio finale che ribadivano «l’unità del movimento e la maturazione politica e organizzativa con cui [aveva, N.d.R.] saputo reagire alle provocazioni dei giorni scorsi», anche alcune parole per commemorare «il giovane Congedo morto a Magistero»84.
L’11 marzo, infine, nell’ateneo riaperto da un giorno dopo la chiusura seguita al 1° marzo, ebbe luogo una serie di assemblee e di comizi volanti sulle prospettive di lotta immediate (si ridiscuteva la questione del blocco degli esami e della ripresa delle occupazioni). Sulle scalinate di Lettere «alle ore 10, si [radunavano, N.d.R.] circa 200 elementi del movimento studentesco. Uno di essi, Luigi Rosati, con megafono, [ricordava, N.d.R.] loro la scomparsa dello studente Domenico Congedo, attribuendone la tragica morte alla Polizia»85.
Da quel momento di Congedo non v’è più traccia: non ne fanno cenno le carte del Gabinetto del ministero dell’Interno, né la stampa, né lo nominano i documenti e i volantini studenteschi. Sono forse questi dunque gli ultimi intenzionali richiami da parte del movimento romano allo studente che aveva difeso «la facoltà di magistero contro l’assalto congiunto dei celerini e dei fascisti».

Nel frattempo erano state espletate le pratiche dell’autopsia, del riconoscimento del cadavere, e il rito del funerale. Anche lì il movimento fu assente.
Il 1° marzo il medico legale confermava che la morte era dovuta a una caduta dall’alto86, e i genitori, arrivati da Galatina, riconoscevano all’obitorio il corpo del figlio, che rimaneva lì fino al giorno successivo87. Il 2 marzo la salma veniva benedetta prima della partenza per Galatina, dove si sarebbero svolti i funerali per decisione dei genitori88.
Pochissimi i presenti alla benedizione del feretro: i genitori, qualche amico, molti poliziotti. E un incidente, come viene chiamato dalla stampa. Una ragazza, poco prima che la bara fosse chiusa, vi gettava dentro un garofano rosso. Il padre reagiva gridando «Basta, se ne vada. Non c’entrate niente con Mimmo!», e «Che volete ancora? Mimmo non ha niente da spartire con voi!», aggiungeva, secondo il servizio della “Gazzetta del Mezzogiorno”. A quel punto la ragazza alzava il pugno chiuso e lo zio la faceva allontanare dai poliziotti. All’uscita dall’Istituto di medicina legale, «altri pugni chiusi […] quando il furgone funebre [uscì, N.d.R.] dal cortile dell’obitorio, che [era, N.d.R.] proprio davanti alla sede dell’orur, occupata dai “fuorisede”»89.
I funerali a Galatina, il 3 marzo, furono seguiti invece da una grande massa di persone: mille secondo il questore, quasi tremila secondo il corrispondente della “Gazzetta del Mezzogiorno”. Comunque moltissime.
Lo hanno salutato per l’ultima volta: i genitori, i parenti, gli amici di Domenico Congedo hanno percorso in silenzio le bianche strade di Galatina che da via Luce conducono al cimitero. Sulla bara, portata a spalle dai suoi vecchi compagni di scuola di Galatina, era stato deposto il suo bianco berretto di goliardo; dietro il feretro, la famiglia (i genitori, il fratello Pietro) e poi un lungo corteo di gente commossa: operai, studenti, braccianti. Molti hanno lasciato il lavoro, hanno chiuso le botteghe, i negozi, gli uffici, sentivano di non poter mancare a quest’ultimo appuntamento90.

I genitori avevano voluto funerali privati: nessuna bandiera, nessuna corona di fiori ufficiale. A titolo personale il sindaco, e alcuni parlamentari del Pci, del Psi e della Dc. E anche studenti del movimento leccese. Da Roma nessuno, stando alle cronache.
Un migliaio almeno di persone sono molte. A Roma, invece, al di là dei parenti, solo i casuali “compagni” dell’orur e la ragazza, l’amica Giuseppina Catello o chiunque essa fosse, che unica, comunque, era andata appositamente a rendere un omaggio simbolico – il fiore rosso, il pugno chiuso – a «uno studente del movimento», a un contestatore «di simpatie anarchiche», come qualcuno aveva riferito non sapendo forse dare altro nome a un’ancora indistinta apertura del giovane «alle istanze sociali»91.
La disparità tra quanto accadde a Roma e quanto accadde a Galatina è evidente. Forse le persone che seguirono il funerale rappresentavano la forza di una rete sociale locale in grado di appropriarsi dello studente pugliese e della sua morte a prescindere dall’appartenenza politica e dal modo in cui raccontarono e si raccontarono la sua “disgrazia”.
Ma è certo che, sia nell’ultimo saluto alla salma che in occasione del funerale, il movimento si distinse invece per la sua assenza.

5
Le ragioni del movimento

La mancata celebrazione della morte di Domenico Congedo da parte del movimento studentesco mi sembra parli della fine di ciò che è stato evocato, e poi rappresentato dalla storiografia, come comunità del ’68.
Sulla natura della comunità del ’68 c’è ancora molto da riflettere. Ma non c’è dubbio che un evento come quello su cui ho concentrato l’attenzione assuma, alla luce delle cose dette fin qui, un valore periodizzante. Qualunque cosa la comunità sia, indipendentemente cioè dai modi in cui fu immaginata e rappresentata dai suoi protagonisti, la morte di Domenico Congedo ne costituisce sicuramente la fine o l’inizio della fine.
Appena due mesi prima un evento che presenta significative analogie aveva avuto un esito ben diverso.
Si tratta del ferimento tragico di un altro studente, Soriano Ceccanti, un giovane di 17 anni, figlio di un operaio della Piaggio.
Sull’esempio della contestazione alla “prima” della Scala di Milano del 7 dicembre 1968, era stata organizzata per il 31 di quello stesso mese una manifestazione contro un altro rito della voga consumistica borghese dell’epoca: il capodanno nel famoso locale notturno di Marina di Pietrasanta, in Versilia, la “Bussola”.
Per alcuni giorni, ad opera del Potere operaio pisano e del movimento studentesco di Pisa, era stata distribuita e affissa tra Livorno, La Spezia, Viareggio e altre cittadine del litorale una serie di manifesti, dai toni irridenti, duri e moralistici, contro «il grande spettacolo del capodanno»: «Ai grassi padroni e alle loro donne impellicciate vogliamo quest’anno porgere personalmente i nostri auguri. Sarà solo un piccolo simbolico omaggio ortofrutticolo, per prepararli a un 1969 denso di ben altre emozioni», erano le ultime righe di un manifesto del 30 dicembre92, e «Il 31 dicembre a Viareggio faremo la festa ai padroni», recitava il manifesto listato a lutto e affisso in giro per la Toscana93. E così gli organizzatori avevano previsto lanci di uova e pomodori, di sacchetti di vernice e di escrementi. Alla manifestazione tuttavia la polizia usò le armi – per la prima volta contro una protesta studentesca – e Ceccanti fu ferito alla spalla sinistra da un proiettile che gli provocherà una paralisi permanente alle gambe.
I fatti della “Bussola” provocarono nel movimento una fortissima reazione emotiva.
Mentre la polizia, e con lei soprattutto la stampa e le forze di destra94, parlò di fuoco amico, e mentre la sinistra istituzionale organizzò per parte sua scioperi e manifestazioni unitarie chiedendo il disarmo della polizia95, il movimento si mobilitò scendendo in piazza sia a Pisa che in altre città italiane. A Roma, dopo un’assemblea alla Città universitaria nel pomeriggio del 4 gennaio, il movimento organizzava, secondo una tattica da guerriglia cittadina, una serie di piccoli interventi alla stazione Tiburtina, a piazzale Ostiense e a Castro Pretorio, con comizi volanti per coinvolgere, rispettivamente, i lavoratori in partenza con i treni, con la metropolitana e con gli autobus extraurbani. Alcune centinaia di giovani si ritrovavano successivamente nelle vie del centro storico dove, dopo un corteo per via del Corso, lanciarono petardi, gridarono slogan, infransero le vetrine dell’American Express e di due negozi in via Condotti, mentre un gruppo attaccava con lanci di frutta e verdura marce la sede del “Giornale d’Italia” a piazza Indipendenza, sotto accusa per aver sottoscritto la versione della polizia96.
Il Potere operaio pisano si assumeva, attraverso le dichiarazioni di Adriano Sofri, uno dei suoi dirigenti, la responsabilità di aver organizzato la contestazione della “Bussola”, e parallelamente attivava un’accurata iniziativa di controinformazione per ricostruire la dinamica dei fatti e dimostrare la responsabilità di carabinieri e polizia97.
Anche in altre sedi universitarie il movimento condusse operazioni di controinformazione. A Bologna il movimento studentesco produceva un ampio dossier98, mentre a Roma circolava in una versione ciclostilata la riproduzione del documento pisano99. Per Soriano Ceccanti, ai primi del 1969, il Gruppo del canzoniere pisano scriveva La ballata della Bussola, una canzone che verrà cantata da Pino Masi100.
C’era insomma ancora spazio nel movimento studentesco per un giovane studente di 16 anni: le sue saltuarie frequentazioni del circolo anarchico di via Martini erano l’unica carta di identità “comunitaria” che possedeva. Per il resto era semplicemente uno studente partecipe di una delle manifestazioni anticonsumistiche che in quel mese di dicembre si svolsero in varie città italiane, ideologicamente ed emotivamente rafforzate dai morti di Avola101, ma indubbiamente deboli sul piano del coinvolgimento politico. Eppure la sua tragedia diventò motivo di mobilitazione e la sua infermità uno scandalo in nome della quale scendere in piazza. Qui, insomma, la comunità sembrava esistere ancora.

Ecco perché la morte di Domenico Congedo e il modo in cui fu dimenticata può essere letta come un evento che delimita uno spazio temporale e una fase storica dai caratteri coerenti. La fisionomia dell’evento – dalle modalità di partecipazione di Congedo all’occupazione di Magistero, fino ai funerali – può cioè gettare, a posteriori, qualche luce su alcuni dei tratti di fondo del ’68 come comunità. È un evento, per questo, che parla dei mesi precedenti collocandoli nel passato. E che quindi, in qualche modo, aiuta a definire una periodizzazione, a giustificare una discontinuità, e a costruire un possibile ’68.

Il movimento, come abbiamo visto, aveva rinunciato fin dall’inizio a celebrare Congedo e la sua sfortunata tragedia, e rapidamente lo aveva espunto dal suo “discorso”. E non certo per un giudizio di valore sulla persona dello studente pugliese.
Nel montaggio argomentativo dei pochi discorsi su di lui non trovano posto le occasionali malaugurate circostanze che ne avevano provocato la caduta, né la sventatezza della sua decisione di trovare una via d’uscita arrampicandosi fuori della finestra verso il quarto piano, e neanche la sua eventuale ingenuità politica: vittima della brutalità di neofascisti e polizia, o caduto nello scontro di classe, o studente consapevole che difendeva la facoltà occupata, Congedo era comunque raccontato come un componente della comunità. E tuttavia, in questi stessi racconti, la comunità si va perdendo.
Congedo insomma veniva lasciato partire per Galatina e il suo compianto veniva lasciato ai parenti e agli ex compagni di scuola perché stava entrando in crisi quel meccanismo spontaneo di appartenenza alla comunità studentesca che in una breve, brevissima fase aveva dato il suo marchio all’annus mirabilis. Non bastava più essere uno studente che magari solo per qualche giorno partecipava all’occupazione di una facoltà, che conosceva qualcuno del movimento, e non bastava più che qualcuno lo conoscesse e riconoscesse: tutto questo non era più sufficiente per appartenere alla comunità «stretta e felice» di cui aveva parlato Adorno.
Al momento della sua morte quella comunità non lo accolse, ma così facendo dimostrò forse di non esistere più. Perché la sua presunta esistenza si fondava sul fatto di essere aperta e inclusiva. Era stata quella la scoperta del ’68: la facilità con cui si entrava, o si immaginava di entrare, a farne parte.

Note

1. Cfr. A. Marwick, The Sixties. Cultural Revolution in Britain, France, Italy, and the United States, c. 1958-1974, Oxford University Press, Oxford-New York 1998.
2. «Combien de temps durent “les années 68”? Quand commencent-elles? Après la fin de la guerre d’Algérie en 1962? Ou en 1965, l’année perçue par Henri Mendras comme le tournant sociologique pour la France, marquée aussi par l’intensification de la guerre au Viêtnam qui, en provoquant une chaîne de refus, mondialise le phénomène contestataire? Quand se terminent-elles? En 1974, lorsque la dépressione économique et la montée des chômage changent les perspectives et cassent bien des espérances? En 1978, lorsque se confirme le déclin du “gauchisme”? Ou en 1981, lorsque la “génération 68” est en âge et en mesure d’arriver au pouvoir ou aux postes d’influence dans la société?»: come si vede un interrogativo modulato sulla storia francese, ma proponibile, seppure con altro scadenzario, per molti dei paesi interessati al fenomeno del Sessantotto; R. Frank, Introduction, in G. Dreyfus-Armand, R. Frank, M.-F. Lévy, M. Zancarini-Fournel (sous la diréction de), Les Années 68. Le temps de la contestation, Éditions Complexe, Bruxelles 2000, pp. 16-7.
3. R. Frank, Imaginaire politique et figures symboliques internationales: Castro, Hô, Mao et le «Che», in Dreyfus-Armand et al., Les Années 68, cit., pp. 31-47; C. Fink, P. Gassert, D. Junker (eds.), 1968: The World Transformed, Cambridge University Pres, New York 1998.
4. «Mentre noi scendevamo nelle strade a manifestare contro l’ipocrisia e l’amnesia delle democrazie occidentali, in Polonia e in Cecoslovacchia intellettuali e lavoratori cercavano di liberarsi dall’oppressione di regimi totalitari»: così Daniel Cohn-Bendit introduce un suo lungo colloquio con Adam Michnick, leader della protesta studentesca polacca, in cui vengono analizzate le analogie e le differenze tra i due movimenti nel ’68; D. Cohn-Bendit, Il cielo in fiamme, in “MicroMega”, 4, 1987, pp. 91-130.
5. G. Dreyfus-Armand, L’espace et le temps des mouvements de contestation, in Dreyfus-Armand et al., Les Années 68, cit., p. 26.
6. Un saggio importante in questo senso, perché rivolto alla circolazione di una cultura critica prima del 1968, è il recente M. Trebitsch, Voyages autour de la révolution. La circulation de la pensée critique de 1956 à 1968, in Dreyfus-Armand et al., Les Années 68, cit. pp. 69-87. Per l’Italia, in particolare, cfr., tra gli altri, P. Ghione, M. Grispigni (a cura di), Giovani prima della rivolta, manifesto libri, Roma 1998; F. Ottaviano, La rivoluzione nel labirinto. Sinistra e sinistrismo dal 1956 agli anni Ottanta, 3 voll., Rubbettino Editore, Messina 1993.
7. P. Ortoleva, I movimenti del ’68 in Europa e in America, Editori Riuniti, Roma 19982, p. 72.
8. Valga per tutti M. Flores, A. De Bernardi, Il Sessantotto, Il Mulino, Bologna 2003, pp. 194 ss.
9. L’inadeguatezza del linguaggio del movimento a esprimere le valenze emotive di quell’esperienza è stata sottolineata da Luisa Passerini nel suo Il ’68, in M. Isnenghi (a cura di), I luoghi della memoria. Personaggi e date dell’Italia unita, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 385.
10. Ortoleva, I movimenti, cit., p. 132.
11. L. Passerini, Autoritratto di gruppo, Giunti, Firenze 1988, p. 88.
12. «Una rivolta studentesca ispirata quasi esclusivamente da considerazioni morali appartiene agli avvenimenti completamente imprevisti di questo secolo»: così già nel 1969 scriveva Hannah Arendt in una delle pagine da lei dedicate al movimento studentesco; H. Arendt, La violenza, in Ead., Politica e menzogna, SugarCo, Milano 1985, p. 187.
13. Passerini, Il ’68, cit., p. 380.
14. M. Blanchot, La comunità inconfessabile, Feltrinelli, Milano 1984, p. 48, cit. in L. Passerini, Memoria e utopia. Il primato dell’intersoggettività, Bollati Boringhieri, Torino 2003, pp. 86-7.
15. Intervista a Renata Quartuccio a cura di S. Raspini, in Un anno durato decenni. Vite di persone comuni prima, durante e dopo il ’68, Odradek, Roma 2006, p. 153.
16. Brano dell’intervista a Laura Derossi, in Passerini, Autoritratto, cit., p. 126.
17. Cfr. R. Fraser (ed.), 1968. A Student Generation in Revolt. An International Oral History, Pantheon Books, New York 1988; Passerini, Autoritratto, cit.; Un anno durato decenni, cit.
18. Torna qui la questione dell’inadeguatezza culturale del ’68, forse soprattutto italiano, a dare parole all’esperienza della dimensione comunitaria. Questione che si fa più pressante di fronte alla centralità che quella dimensione assume invece nella memoria collettiva del movimento. È questo un nodo su cui penso valga la pena riflettere più di quanto non si sia fatto finora.
19. Ortoleva, I movimenti, cit, p. 243.
20. V. Foa, Questo Novecento. Un secolo di passione civile. La politica come responsabilità, Einaudi, Torino 1996, pp. 307-8.
21. Nella seconda metà degli anni Ottanta Luisa Passerini ha condotto una serie di interviste a protagonisti del ’68: la memoria collettiva sembra lì operare uno schema periodizzante che 1) distingue tra una prima fase del movimento creativa e incorrotta e una seconda invece sclerotizzata e negativa; e 2) attribuisce la colpa del tradimento al ritorno della politica come sfera separata, e soprattutto, scrive Passerini, «è la forma politica in cui trapassa gran parte del movimento del ’68 che attira le critiche della memoria: le organizzazioni della nuova sinistra, nate o rinnovate a partire dal ’69-’70 […]. La maggioranza dei miei intervistati addossa ai gruppi la responsabilità della sconfitta delle aspirazioni originarie»; Passerini, Autoritratto, cit., p. 177.
22. Ortoleva, I movimenti, cit., p. 244.
23. A. Mangano, La geografia del movimento del ’68 in Italia, in P. P. Poggio, Il Sessantotto: l’evento e la storia, in “Annali della Fondazione Luigi Micheletti”, Brescia 1988-89, p. 245.
24. L’assemblea permanente operai-studenti era nata tra la primavera e l’estate alla Fiat, e univa i quadri operai che dirigevano le lotte nei reparti e tutti i raggruppamenti studenteschi che intervenivano nella fabbrica torinese. Cfr. A. Colombo, I gruppi principali, in N. Balestrini, P. Moroni, L’orda d’oro 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, Feltrinelli, Milano 1988, pp. 369-70.
25. Di 7.000 studenti parla il questore di Roma nella comunicazione del 4 dicembre 1968, acs, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-70, b. 354, fasc. 15584/69, sottofasc. 1-2.
26. «L’immagine del ’68 come comunità alternativa a quella della società esistente è condivisa dalla storiografia, dalla memoria, dai media, sia pure con segni e valutazioni diverse», sosteneva ad esempio nel 1997 Luisa Passerini; Passerini, Il ’68, cit., p. 379.
27. Tribunale di Roma, Ufficio istruzione, Archivio, fasc. 2612/70: è questo il fascicolo relativo all’indagine sulla morte di Congedo condotta dal sostituto procuratore di Roma Antonino Lojacono e conclusasi con la sentenza di proscioglimento del 24 giugno 1970 firmata dal giudice istruttore Giuseppe Pizzuti. Per le notizie biografiche su Congedo, cfr. anche Lo studente morto a Roma. Cadde dal quarto piano mentre fuggiva per salvarsi, in “Gazzetta del Mezzogiorno”, 28 febbraio 1969, p. 2.
28. Rapporto del questore del 12 novembre 1968 e rapporto del capo della polizia del 28 novembre 1968, acs, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-70, b. 354, fasc. 15584/69, sottofasc. 1-2. Sull’inizio dell’occupazione dell’11 febbraio, Gli universitari decisi a non mollare: occupato anche Magistero, in “Paese sera”, 12 febbraio 1969, p. 4.
29. È questa l’immagine che sembra poter essere ricostruita attraverso le testimonianze incrociate dei vari protagonisti della vicenda. «Non è facinoroso non professa alcuna idea politica particolare», è «aperto, come tutti i giovani alle istanze sociali», e, poco dopo, non ha «mai partecipato a manifestazioni eclatanti o scomposte di contestazione», come a dire che ha invece partecipato a manifestazioni “misurate e composte”: così dichiarava Giuseppina Catello, amica e collega di corso di Domenico Congedo, davanti al sostituto procuratore di Roma Antonino Lojacono; Tribunale di Roma, Ufficio istruzione, Archivio, fasc. 2612/70, p. 45. Al di là della difesa d’ufficio, della difesa cioè di un ragazzo appena morto di cui rendere di fronte all’autorità giudiziaria un’immagine “onorevole” e “legalitaria”, direi che questa è la cifra che accomuna i diversi punti di vista con cui Congedo fu allora raccontato e visto. La stampa riportò notizie fra loro contrastanti che riflettevano volta per volta l’appartenenza politica e quindi l’intenzionalità delle fonti. «Domenico Congedo partecipava da tempo alle lotte studentesche e recentemente era stato eletto nel comitato di base della facoltà di Magistero, rappresentante dell’interfacoltà del Movimento studentesco. Gli amici hanno descritto il Congedo come un ragazzo molto preparato sui programmi di lotta. Secondo essi il giovane poteva essere considerato un “anarchico di sinistra”», scrive “Il Messaggero” del 28 febbraio riportando le dichiarazioni di qualche esponente del movimento stesso (La visita di Nixon a Roma. Tumulti con oltre 100 feriti, p. 1). Per lo zio che abitava a Roma, ispettore della motorizzazione civile, Domenico Congedo «era un ragazzo tranquillo, assolutamente normale e senza cattive abitudini. Veniva a trovarci spesso, ogni sabato lo avevamo a cena con noi e parlavamo sempre dei suoi studi e dei suoi esami. Escludo in maniera più assoluta che fosse implicato nei disordini conclusisi così tragicamente. Domenico non si interessava troppo di politica [corsivo mio]» (Si era recato nella facoltà occupata mezzora [sic] prima della tragica caduta, in “Il Messaggero”, 28 febbraio 1969, p. 4). «Domenico Congedo, lo studente rimasto ucciso nella disgrazia alla facoltà di Magistero non era un “contestatore” e nemmeno un neofascista. Testimonianze concordi, vagliate dal magistrato fin da stanotte e per tutta stamane, riferiscono che il povero giovane è entrato per curiosità, sospinto dal caso. […] La responsabilità di questa morte, gli assassini morali di Domenico Congedo sono coloro che hanno sobillato gli atenei alla rivolta […]. D’altronde il pci voleva il morto e lo voleva possibilmente di sinistra. Domenico Congedo non era un giovane socialista o comunista. Era uno studente schivo della politica e delle agitazioni in particolare. La sua morte atroce e banale fa di lui un’autentica vittima dei tempi. Tempi di rancore, di furore, di disordine soprattutto morale. Muore così uno “incontaminato” dando il senso di una morte che vale per tutti, senza etichette di fazione», asseriva invece il quotidiano di destra “Luna sera” (Hanno voluto per forza il morto, 28 febbraio 1969, p. 1). «“Mimmo [il soprannome con cui lo chiamavano i parenti e gli amici, N.d.R.] non si è mai occupato di politica”, hanno sostenuto fin dai primi momenti della disgrazia i suoi parenti e quanti lo conoscevano», riassumeva la “Gazzetta del Mezzogiorno” (Che volete ancora? Mimmo non ha niente da spartire con voi!, 3 marzo 1969, p. 3). E così sulla stessa linea “Il Tempo” (Tragica morte di uno studente precipitato dalla facoltà di Magistero, 28 febbraio 1969, p. 4), mentre il “Giornale d’Italia” riportava invece le stesse informazioni de “Il Messaggero”. “L’Unità”, infine, entrava più in dettaglio: «Domenico Congedo soltanto in questi ultimi tempi aveva cominciato a occuparsi di politica, a discutere con gli altri studenti, a partecipare alle assemblee. Non tutti, ancora, lo conoscevano: qualcuno lo ricorda appena, snello, con i capelli neri. Comunque era già dei loro, si batteva con loro per gli stessi motivi. Ed era uscito per raggiungere la facoltà, continuare la lotta» (Era a Roma da cinque mesi, 28 febbraio 1969, p. 3). Tra i 23 giovani che avevano frequentato la facoltà occupata e che furono chiamati in causa nell’inchiesta giudiziaria di Antonino Lojacono, peraltro, solo tre conoscevano lo studente pugliese; Tribunale di Roma, Ufficio istruzione, Archivio, fasc. 2612/70.
30. «Fra noi non c’è e non c’è stata relazione sentimentale», ivi, p. 45.
31. Aveva iniziato il 30 gennaio Scienze politiche, seguita nei giorni successivi dalle altre facoltà di Economia, Lettere, Architettura, Scienze statistiche, Giurisprudenza, Ingegneria, e da importanti istituti di Scienze matematiche Fisiche e Naturali – Fisica, Chimica, Genetica, Mineralogia e geologia, Igiene, Zoologia, mentre a Matematica il movimento aveva sgomberato volontariamente il 31 gennaio, dopo tre giorni di occupazione –. Per il calendario delle occupazioni, mi rifaccio qui alle comunicazioni delle autorità di polizia al ministro dell’Interno, in acs, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-70, b. 354, fasc. 15584/69, sottofasc. 1-2.
32. Il progetto Sullo, messo a punto tra il dicembre 1968 e il marzo 1969, naufragherà con le sue dimissioni del 24 marzo 1969. Esso incontrò infatti fin dall’inizio l’opposizione di larghi settori della stessa maggioranza governativa – in primo luogo la destra democristiana – e del corpo accademico, che vedevano le misure relative all’introduzione del tempo pieno, dell’incompatibilità fra insegnamento universitario e incarichi pubblici, del docente unico, nonché l’allargamento della rappresentanza universitaria agli studenti come una minaccia a un sistema consolidato di privilegi. Riproposta con piccole variazioni dal successore Mario Ferrari Aggradi, la riforma universitaria cadde ancora una volta, e a fine anno venne approvato solo un provvedimento legislativo (l. 11.12.1969 n. 910) che liberalizzava i piani di studio e gli accessi all’università, estendendoli a tutti i diplomati degli istituti superiori. Cfr. U. M. Miozzi, Lo sviluppo storico dell’università italiana, Le Monnier, Firenze 1993, pp. 189 ss.
33. La situazione si aggrava all’Università di Roma, in “Corriere della Sera”, 15 febbraio 1969, p. 4.
34. Cominciati gli esami, in “Paese sera”, 16 febbraio 1969, p. 5.
35. In un’intervista ad Antonio Gambino successiva alle sue dimissioni del 24 marzo, Sullo rievoca un incontro molto duro tra lui, D’Avack, Rumor, Restivo e il vicepresidente del Consiglio Francesco de Martino, avvenuto il 15 febbraio. Dopo le prese di posizione del rettore e del Senato accademico contro un intervento della forza pubblica per un “ritorno all’ordine” nell’ateneo, Sullo ricorda di aver espresso in quella riunione «l’avviso che quando l’autorità accademica non è favorevole alla occupazione dell’università, non è assolutamente opportuno che il potere esecutivo metta a disposizione della magistratura per una azione di polizia giudiziaria gli agenti necessari per l’occupazione dell’università. Andai via in quel caso affermando che mi sarei dimesso. Per evitare l’occupazione dell’università […] io feci ricorso ad alte autorità dello Stato a cui mi presentai con il rettore D’Avack, il quale manifestò l’opinione che non si dovesse occupare l’università. L’occupazione non avvenne»; A. Gambino, Sullo: perché mi sono dimesso, in “L’Espresso”, 30 marzo 1969, p. 2.
36. La preminenza iconografica di Roma sui media in genere non è però un dato solo del 1969. Dall’episodio degli scontri di Valle Giulia tra studenti e polizia (del 1° marzo 1968) in avanti, le immagini degli studenti contestatari, in corteo o in assemblea o negli scontri con le forze dell’ordine, si riferiscono in misura preminente alla situazione romana, al di là del rilievo numerico e anche politico del movimento della capitale. È questo un tema che merita una riflessione a sé.
37. Tribunale di Roma, Ufficio istruzione, Archivio, fasc. 2612/70, p. 49 bis.
38. Tra le dichiarazioni raccolte nell’inchiesta, quella della Catello sembra anticipare l’orario dell’arrivo dei neofascisti. Per tutti gli altri testimoni, infatti, quell’incursione e la fuga dentro la facoltà sono successive alla partenza del corteo, avvenuta tra le 17,30 e le 18: così dichiarano infatti due studenti e una studentessa, Alessandro Rufini, Domenico Mancini e Laura Leccese, durante gli interrogatori, e così d’altra parte afferma il commissario capo di ps Luigi Favella, dell’ufficio politico della Questura: «Verso le 17,30 i manifestanti incolonnatisi […] percorrevano il tratto di via Nazionale all’incrocio con via Firenze»: per gli interrogatori di Rufini, Mancini e Leccese, cfr. Tribunale di Roma, Ufficio istruzione, Archivio, fasc. 2612/70. Il rapporto di Favella è invece parte del procedimento penale contro i sei arrestati negli scontri del 27 febbraio 1969, Archivio del Tribunale di Roma, fasc. 2963/69.
39. Così dichiara di averli visti Domenico Mancini, studente di Pedagogia, esponente del movimento; Tribunale di Roma, Ufficio istruzione, Archivio, fasc. 2612/70, p. 80.
40. Dall’interrogatorio dello studente Riccardo Tronca del 3 marzo nell’ufficio politico della Questura, Tribunale di Roma, Ufficio istruzione, Archivio, fasc. 2612/70, p. 161.
41. Atti Parlamentari, Senato della Repubblica, Discussioni, 28 febbraio 1969, Roma 1969, v, p. 5216.
42. Comunicazione del questore del 18 febbraio 1969, acs, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-70, b. 354, fasc. 15584/69, sottofasc. 1-2.
43. Comunicazione del questore del 20 febbraio 1969, acs, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-70, b. 354, fasc. 15584/69, sottofasc. 1-2.
44. Tribunale di Roma, Ufficio istruzione, Archivio, fasc. 2612/70, p. 46.
45. Secondo l’ufficio politico della Questura il corteo era composto da 2.000 persone; Archivio del Tribunale di Roma, fasc. 2963/69; secondo “Paese sera”, circa 3.000 (Per cinque ore gli studenti dell’Ateneo hanno tenuto testa a centinaia di agenti, 28 febbraio 1969, p. 4).
46. Oltre alle cronache dei quotidiani, per una ricostruzione puntuale e attenta delle manifestazioni e degli scontri di quel giorno, cfr. anche A. Fermi, Le manifestazioni di piazza nel biennio ’68-69: Roma 27 febbraio 1969, tesi di laurea, a.a. 2005-06, Università? di Roma “La Sapienza”, Dipartimento di Storia moderna e contemporanea.
47. Per cinque ore gli studenti dell’Ateneo hanno tenuto testa, cit.
48. Polizia scatenata in città, in “Paese sera”, 28 febbraio 1969, pp. 4-5. Per un errore di impaginazione i titoli relativi alle cronache delle due manifestazioni sono stati evidentemente invertiti.
49. Nella facoltà c’erano, sembra, già alcune persone, rimaste lì di picchetto mentre gli altri occupanti si univano alla manifestazione. Per questa parte dedicata alla ricostruzione di quanto accadde a Congedo e alle altre persone entrate con lui a Magistero, utilizzo le varie testimonianze raccolte durante l’indagine del sostituto procuratore Lojacono; Tribunale di Roma, Ufficio istruzione, Archivio, fasc. 2612/70.
50. Ivi, p. 46.
51. Tommaso Margarone, nato nel 1948 in provincia di Catania, a Roma da due settimane alla ricerca di un lavoro, era entrato a Magistero come gli altri per paura dei fascisti. Ma il suo rapporto con la facoltà era recentissimo: per evitare di dormire nella solita sala d’aspetto della stazione, si era fatto portare lì per la prima volta da una ragazza la notte precedente. Margarone era d’altronde uno dei tanti “non studenti” – una ventina almeno – che frequentavano Magistero durante l’occupazione. Dopo pochi giorni dall’inizio dell’agitazione aveva infatti aderito un gruppo di operai, per lo più di origine sarda, guidati da Evelino Loi, personaggio noto alle cronache del tempo per aver minacciato due volte di gettarsi dal Colosseo per protesta contro la mancanza di lavoro. Tra mobilitazione politica e bisogno di sistemazione, la presenza di questi lavoratori emerge a più riprese anche nell’inchiesta su Congedo, offrendo una serie di spunti di riflessione che tuttavia non svilupperò qui.
52. Il numero di persone che condivisero con Congedo le sue ultime ore rimane dubbio. Nell’indagine i testimoni individuati e interrogati sono appunto cinque. Ma in alcuni casi – pochi in realtà, ma abbastanza significativi – il loro racconto allude alla presenza, nella stanza dove di lì a qualche minuto si sarebbero rifugiati, di più persone rispetto alle sei individuate da Lojacono. Giuseppina Del Ferro è forse la più decisa in questo senso: «Preciso che in questa stanza, oltre me e la mia conoscente Giuseppina [Catello] vi erano altri 8 o 9 studenti, di cui, mi pare, 3 donne e gli altri uomini. Tra questi rammento il giovane Congedo Domenico che so essere stato un assiduo frequentatore della citata Giuseppina; il giovane operaio di cui prima ho fatto cenno che rammento chiamarsi Tommaso; un giovane che studiava in scienze politiche del quale, però, non conosco il nome. Non conosco gli altri nomi»; dall’interrogatorio di Giuseppina Del Ferro del 4 marzo, Tribunale di Roma, Ufficio istruzione, Archivio, fasc. 2612/70, p. 143. Nella relazione finale di Antonino Lojacono non v’è comunque cenno alcuno all’eventualità della presenza di altre persone. Quanto ai cinque giovani, solo della Del Ferro, che è anche la più giovane (è nata nel 1950) si sa il corso di laurea (in Lingue e Letterature straniere); la Leccese è del 1945, la Sabellico del 1947, e Margarone del 1948. La Catello, infine, è nata nel 1949.
53. Ivi, p. 84.
54. La Catello ricorda che «uno dei ragazzi obbiettò che soffriva di capogiri e che non se la sentiva di passare sul vuoto»; Tribunale di Roma, Ufficio istruzione, Archivio, fasc. 2612/70, p. 47 bis. Se si fosse trattato di Margarone – escludendo quindi l’ipotesi di altri componenti il gruppo –, questi non fa alcun riferimento alla proposta di Congedo né al proprio eventuale rifiuto; ivi, pp. 50-1.
55. Ivi, p. 48.
56. Ivi, pp. 64-72; relazione del Comando provinciale dei Vigili del fuoco.
57. Ivi, p. 85.
58. Ivi, p. 113.
59. Dalla relazione a Lojacono del commissario capo di pubblica sicurezza Salvatore Palmeri del 13 marzo 1969, ivi, p. 114.
60. Sdegno ed emozione in tutta la città, in “L’Unità”, 1° marzo 1969, p. 4.
61. È morto dopo un volo di 15 metri mentre i fascisti tiravano razzi incendiari, in “Paese sera”, 28 febbraio 1969, p. 5.
62. Ibid.
63. Ho visto cadere nel vuoto lo studente di Magistero, in “Paese sera”, 1.3.1969, p. 4.
64. «Congressisti braccianti e salariati agricoli modenesi protestano per intervento polizia nella manifestazione Roma occasione venuta Nixon in Italia condannano ripetersi vili attentati fascisti vita studenti università Roma»: così il telegramma dei congressisti della Federbraccianti modenese, e analoghe le proteste che arrivarono al ministero dell’Interno dalla segreteria della cgil di Lecce, dalla federazione del Pci e della fgci di Ferrara, dall’anpi di Lodi, dalla Camera del lavoro di Trieste; acs, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-70, b. 354, fasc. 15584/69, sottofasc. 1-2. Quanto alle interpellanze parlamentari, cfr. Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, Discussioni, 4 marzo 1969, v, pp. 5241-8; Atti Parlamentari, Senato della Repubblica, Discussioni, 28 febbraio 1969, v, pp. 5212-44.
65. Per quanto il peso delle responsabilità dei neofascisti fosse ben diverso nei due casi, e il contesto in generale presentasse tante differenze significative, le due vicende mostravano tratti analoghi, tanto che perfino i giornali di destra si sentirono costretti a parlarne. Tornando alla morte di Paolo Rossi, l’iter giudiziario si concluse due anni e mezzo dopo, nel luglio 1968, con una sentenza del giudice istruttore che considerava l’aggressione solo una concausa del malore che aveva portato alla morte del giovane e dichiarava comunque di «non doversi procedere» dato che gli autori «del delitto di cui all’art. 584 del C. P. – per avere con atti diretti a commettere il delitto di percosse, cagionato la morte di Rossi Paolo» erano rimasti ignoti; cfr. V. Roghi, A. Vittoria, Un «santuario della scienza»: tradizione e rotture nella Facoltà di Lettere e Filosofia dalla Liberazione al 1966, in L. Capo, M. R. Di Simone (a cura di), Storia della Facoltà di Lettere e Filosofia de “La Sapienza”, Viella, Roma 2000, pp. 622-3.
66. L’Ugi era l’associazione nazionale composta da giovani del Pci, del Psi e dello Psiup: il corrispettivo romano erano i Goliardi autonomi, nelle cui liste era stato eletto Paolo Rossi.
67. Ivi, pp. 619-20.
68. Cfr. G. Orsina, G. Quagliariello (a cura di), La crisi del sistema politico italiano e il Sessantotto, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005.
69. Al termine di una lunga crisi, l’unuri si scioglieva l’8 dicembre 1968. Con il voto favorevole di tutte le associazioni tranne quella liberale, l’Associazione goliardica italiana, il Consiglio nazionale dell’organismo rappresentativo universitario «preso atto della crisi del sodalizio, ne ha dichiarato lo scioglimento». Comunicazione del capo della polizia, acs, Ministero Interno, Gabinetto, fasc. corrente 1967-70, b. 356, fasc. 15584-93 (Università Affari Vari), sottofascicolo 9 (unuri).
70. Con la polizia nell’Ateneo il «Senato» chiede la riapertura, in “Paese sera”, 2 marzo 1969, p. 4.
71. irsifar, Fondo Mordenti, b. 4, f. 10.
72. Anche nelle altre sedi universitarie italiane le iniziative del 28 febbraio furono prevalentemente manifestazioni di protesta contro la visita di Nixon in Italia. Fece eccezione l’università di Palermo, dove docenti e studenti stabilirono in assemblea di astenersi dall’attività didattica in segno di lutto per Congedo (Altre manifestazioni e proteste anti-nato in numerose località, in “Paese sera”, 1° marzo 1969, p. 2).
73. A. Madeo, Nuovi disordini a Roma mentre parte il Presidente americano, in “Corriere della Sera”, 1° marzo 1969, pp. 1-2.
74. Ibid.; Due arresti e diciotto denunce per gli incidenti a Trastevere, in “Paese sera”, 1° marzo 1969, p. 4.
75. A partire dalla notte tra il 26 e il 27 febbraio il movimento studentesco aveva infatti occupato l’intera città universitaria: i cancelli erano chiusi dall’interno (lo si vide nella manifestazione del 27) e picchetti di giovani controllavano all’ingresso i documenti, facendo entrare solo chi era in possesso del libretto universitario. L’occupazione era il risultato delle trattative dei giorni precedenti: in seguito alla serrata amministrativa di D’Avack e alla risposta del movimento, Sullo aveva incontrato il 24 febbraio il rettore proponendogli di avviare alcune sperimentazioni contenute nella riforma (Per dividere gli universitari ambigua operazione Sullo-D’Avack, in “Paese sera”, 25 febbraio 1969, p. 4). Gli studenti avevano risposto il 26 con una manifestazione di protesta per difendere le occupazioni e le attività di corsi serali, controcorsi, gruppi di studio attivate in quell’ultimo mese. (Di questa nuova fase del movimento studentesco, impegnato in una serie crescente di attività universitarie alternative probabilmente per riconquistare nuovi consensi e partecipazione studentesca, presentandosi quasi come il “nuovo gestore” degli spazi universitari lasciati liberi dalla serrata di D’Avack, cfr. G. Goria, Sempre in ritardo, in “Paese sera”, 26 febbraio 1969, p. 1). La manifestazione si era conclusa con numerosi e violenti scontri tra manifestanti e polizia; Rapporto del questore del 3 marzo 1969, acs, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-70, b. 354, fasc. 15584/69, sottofasc. 1-2. Il Senato accademico, riunitosi il giorno successivo, si esprimeva contro le proposte di Sullo e si dimostrava favorevole all’intervento della forza pubblica per porre fine all’occupazione, sostenendo che «gli ultimi avvenimenti dell’Università di Roma costituiscono la riprova che le occupazioni sono ormai divenute espressioni non del legittimo desiderio di una sostanziale riforma dell’Università per il progresso civile del paese, ma di uno spirito eversivo, negatore di tutte le strutture dello Stato democratico», e che pertanto il rettore «avendo già esaurito tutti i mezzi a sua disposizione faccia presente alle competenti autorità che i problemi che ormai si pongono sono problemi che attengono all’ordine fondamentale dello stato e quindi esulano dalla specifica competenza delle autorità accademiche» (Le proposte Sullo respinte dal Senato accademico di Roma, in “Corriere della Sera”, 28 febbraio 1969, p. 5).
76. Madeo, Nuovi disordini a Roma, cit.
77. Raccomandata riservata del questore del 4 marzo 1969, acs, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-70, b. 354, fasc. 15584/69, sottofasc. 1-2.
78. A quanto mi risulta l’altro volantino romano del 28 febbraio sulla morte di Congedo, oltre a quello di cui ho parlato sopra, fu dell’Unione dei marxisti-leninisti, da tempo in forte polemica con il movimento studentesco.
79. irsifar, Fondo Mordenti, b. 4, f. 10.
80. Ibid.
81. Dalla relazione del commissario capo di pubblica sicurezza Salvatore Calmieri a Lojacono, del 13 marzo 1969, Tribunale di Roma, Ufficio istruzione, Archivio, fasc. 2612/70, p. 118. I tre ragazzi rispondevano al nome di Alessandro Rufini, Adolfo Sacchetta e Amedeo Pignatelli.
82. Dall’interrogatorio del 4 marzo di Giuseppina Del Ferro, ivi, pp. 145-6.
83. Dall’interrogatorio di Adolfo Sacchetta del 4 marzo, ivi, p. 148.
84. Torneremo all’Università per continuare la lotta, in “L’Unità”, 6 marzo 1969, p. 2.
85. Comunicazione del questore dell’11 marzo 1969, acs, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-70, b. 354, fasc. 15584/69, sottofasc. 1-2.
86. Cfr. Considerazioni medico-legali del prof. Silvio Merli al sostituto procuratore Lojacono, Tribunale di Roma, Ufficio istruzione, Archivio, fasc. 2612/70, pp. 38-43.
87. Oggi l’addio al ragazzo di Magistero, in “L’Unità”, 2 marzo 1969, p. 5.
88. Parte oggi la salma di Domenico Congedo, in “Paese sera”, 2 marzo 1969, p. 4.
89. È partita per Galatina la salma di Domenico Congedo, in “Paese sera”, 3 marzo 1969, p. 4. Per la cronaca di quel giorno, cfr. anche Oggi giornata di protesta nelle fabbriche e nelle scuole, in “L’Unità”, 3 marzo, p. 4; La salma di Congedo è partita per le Puglie, in “Il Messaggero”, 3 marzo 1969, p. 4; Riconsegnata al Rettore la città universitaria, in “Giornale d’Italia”, 4 marzo, p. 2 e “Che volete ancora? Mimmo non ha niente da spartire con voi!”, in “Gazzetta del Mezzogiorno”, 3 marzo 1969, p. 2.
90. E. Manca, Commosso addio a Domenico Congedo, in “L’Unità”, 4 marzo 1969, p. 2. Sui funerali, cfr. Galatina. Folla commossa alle esequie di Mimmo Congedo, in “Gazzetta del Mezzogiorno”, 4 marzo 1969, p. 7 e Estremo addio, in “Il Giorno”, 4 marzo 1969, p. 2. Cfr. anche telegramma 3 marzo 1969 del prefetto Marchigiano (Lecce), acs, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-70, b. 354, fasc. 15584/69, sottofasc. 1-2.
91. Qua e là appare sulla stampa di quei giorni una supposta militanza anarchica di Congedo. Il “Corriere della Sera”, ad esempio, citava tre bandiere rosse e nere issate sopra i cancelli dell’ingresso principale «per omaggio alle idee dello studente pugliese morto»; Madeo, Nuovi disordini a Roma, cit. A quanto mi risulta, però, nessuna organizzazione anarchica ne rivendicò l’appartenenza.
92. Cit. in Balestrini, Moroni, L’orda d’oro, cit., p. 267.
93. Riportato in A. Cazzullo, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione, Sperling&Kupfer, Milano 2006, p. 49.
94. Il Psi appoggiò la versione della polizia che accusava i manifestanti di aver usato le armi e di essere quindi i diretti responsabili del ferimento di Ceccanti. Anche il “Corriere della Sera” si schierò sulla stessa linea: il 5 gennaio, mentre non dedicava alcun cenno alle manifestazioni nelle varie città italiane, il quotidiano milanese riprendeva le polemiche sugli incidenti di Viareggio titolando l’articolo Un capo impartiva ordini ai contestatori della Bussola. Sulla quarantina era vestito molto elegantemente.
95. Già il 2 gennaio Pci e Psiup davano vita a una manifestazione a Pisa in cui parlò anche Giancarlo Pajetta. Dalla manifestazione si staccò poi un gruppo di giovani del movimento – che a Pisa si identificava prevalentemente con il gruppo del Potere operaio pisano – che fece un corteo di protesta autonomo fino alla stazione ferroviaria (Conferma: la polizia ha sparato, in “L’Unità”, 3 gennaio 1969).
96. Proteste di giovani in centro, in “L’Unità”, 5 gennaio 1969, p. 10; Gli studenti protestano in varie zone della città, in “Il Messaggero”, 5 gennaio 1969, p. 6; In tutto il centro proteste dei giovani, in “Paese sera”, 5 gennaio 1969, p. 6; Cortei e incidenti per la manifestazione, in “La Stampa”, 5 gennaio 1969, p. 1.
97. Un intero numero de “Il Potere operaio” riportava dichiarazioni di testimoni, e ricostruiva in dettaglio le dinamiche della manifestazione; irsifar, Fondo Pasquini, b. 1, f. 1.
98. Archivio storico della nuova sinistra “Marco Pezzi”, Fondo Assiri, 002 01, inv. 648.
99. irsifar, Fondo Mordenti, b. 4, f. 10.
100. Per il testo della canzone, cfr. <http://www.prato.linux.it/~lmasetti/antiwarsongs/canzone.php?lang=it&id=1719>
101. Il 2 dicembre 1968, durante una lotta bracciantile per il rinnovo del contratto provinciale, la polizia sparò su un blocco stradale organizzato ad Avola, in provincia di Siracusa, uccidendo due braccianti.