“Istruire i semplici e cambiare il loro cuore”.
La predicazione lazzarista

di Luigi Mezzadri

 

1. Strategie, metodi e contenuti di una predicazione missionaria

René Taveneaux ha giudicato san Vincenzo de' Paoli «uno dei più grandi artefici della civiltà occidentale nella prima metà del XVII secolo»1. Certamente il fondatore della Congregazione della Missione dev'essere collocato tra i massimi protagonisti del risveglio morale e religioso del periodo postridentino. Vincenzo de' Paoli (1581-1660)2 lavorò con grande determinazione - grazie all'impegno personale e a quello dei suoi primi compagni - per diffondere comportamenti cristiani ed elevare la qualità della fede soprattutto nelle campagne.

Queste sue parole, pronunciate il 25 ottobre 1643 nel corso di una delle sue note «conferenze»3 - una forma di incontro colloquiale sul tipo degli entretiens di Francesco di Sales - offrono una sintesi efficace dei compiti della sua congregazione, fondata a Parigi nel 1625:

Il punto essenziale della nostra vocazione è di lavorare per la salvezza dei poveri campagnoli; tutto il resto è accessorio; perché non ci saremmo mai occupati delle ordinazioni, dei seminari ecclesiastici, se non avessimo creduto necessario, per conservare nel popolo il frutto delle missioni, avere buoni sacerdoti; imitando in questo i grandi conquistatori, i quali lasciavano le guarnigioni nei territori che prendevano, per paura di perdere quello che avevano acquistato con tanta fatica4.

La missione vincenziana, una missione «popolare»5 pensata al fine di ricristianizzare la Francia, era contraddistinta da una predominante catechistica, a differenza delle missioni più precisamente penitenziali, in cui prevalevano l'apparato esteriore, la ricerca di elementi emozionali, processioni teatrali, «svegliarini». Ai lazzaristi - così denominati dalla sede presso l'abbazia di san Lazzaro, alle porte di Parigi - era proibito predicare nelle città episcopali e fino alla Rivoluzione francese, salvo poche e circostanziate eccezioni, rispettarono questa consegna. Così, i Preti della Missione, o Signori della Missione preferirono l'ambiente rurale ed una predicazione paese per paese, diversamente quindi dai gesuiti che erano soliti riunire più comunità nella missione «centrale».

Le missioni di solito non rispondevano a un preciso piano pastorale. Generalmente, a programmarle secondo un disegno organico non erano i vescovi ma gli stessi missionari che sceglievano le parrocchie, salvo poi premunirsi dei permessi delle autorità diocesane. Con lo stabilirsi dell'uso dei legati pii, i singoli paesi conobbero il passaggio a scadenze definite, per lo più ogni cinque anni.

Per poter conservare ai missionari lo slancio originario e uno stile di comportamento adatto, Vincenzo aveva esaltato la pratica delle cosiddette «cinque virtù»: umiltà, semplicità, mansuetudine, mortificazione e zelo delle anime6. Aveva inoltre indicato un «quarto voto», che garantiva un impegno per il servizio apostolico: «Istruire i contadini: ecco la nostra vocazione. Sì, Nostro Signore ci chiede di evangelizzare i poveri: ecco ciò che ha fatto e che vuole continuare a fare per mezzo nostro»7.

Perché la predicazione fosse libera da condizionamenti, Vincenzo aveva voluto che i missionari predicassero gratuitamente8; i lazzaristi - a differenza dei missionari di Grignion de Montfort, ad esempio, che si affidavano alla carità delle popolazioni - vivevano di «fondazioni», che assicuravano la copertura delle spese di viaggio, vitto e alloggio. I missionari erano soliti portare con sé non solo gli strumenti della missione (come la croce pieghevole, i libri, l'occorrente per la messa, gli indumenti personali), ma anche gli utensili da cucina e le provviste alimentari. In questo modo evitavano di gravare sulle parrocchie ed il rischio che i curati potessero usare le proprie difficoltà economiche come pretesto per rifiutare la missione.

Dovendo rivolgersi a un pubblico di contadini, Vincenzo de' Paoli raccomandava la semplicità di sostanza, di forma e di tono, la rinuncia a prediche lunghe, paragoni astrusi, parole aspre e di difficile comprensione. Era questa la sostanza del «piccolo metodo»9.

La campagna missionaria non era svolta da singoli ma impegnava collettivamente un direttore, che teneva di solito la predica, due o tre missionari occupati nella dottrina e nelle confessioni, e un fratello addetto alla cucina e ai servizi. I lazzaristi svolgevano la campagna missionaria per circa sei mesi, dalla festa dei santi all'inizio dell'estate, e quindi del lavoro dei campi, sopportando notevoli disagi, per i viaggi, i ritmi della predicazione e delle confessioni. Talvolta sulla durezza delle campagne missionarie si aprì una discussione all'interno della congregazione; questo il parere espresso in merito da Pier Francesco Giordanini: «Ho creduto sempre che intorno all'uso, che si ha di far le missioni per otto mesi seuiti, cioè da novembre sino a luglio, si stia in equivoco [] perché ciò è un ammazzarli, non essendo possibile che un istesso predicatore duri a predicare con lo stile veemente delle missioni per tanto tempo senza risentirsene notabilmente. L'isperienza che si ha di tanti soggetti tutti morti in età di cinquant'anni circa, o resi inabili conferma questo sentimento»10.

La missione comprendeva un insieme di predicazione, confessioni, celebrazioni, in un dosaggio molto accorto. Una certa duttilità permetteva qualche adattamento alle situazioni concrete, nel caso di paesi troppo piccoli o di un numero ridotto di missionari. Anche la partecipazione dei fedeli prevedeva tempi differenziati: alcuni membri di una famiglia potevano ascoltare le prediche del mattino ed altri quelle della sera. Si privilegiava sempre il criterio dell'efficacia pastorale e preciso riguardo era riservato anche ad evitare il rischio di stancare i fedeli con una predicazione troppo lunga11.

Un accorto piano preparava gradualmente la popolazione ad accogliere i temi della misericordia, della riconciliazione, delle restituzioni che costituivano la nervatura di tutta la missione. Della predica che si teneva al mattino, prima che i contadini andassero al lavoro, era incaricato il missionario più esperimentato: dopo la messa, il predicatore saliva sul pulpito e presentava l'argomento, organizzato secondo i tre punti del «piccolo metodo»: natura, motivi, mezzi12.

Il secondo pilastro del metodo lazzarista era il catechismo: Vincenzo era convinto che un'anima che non conosce Dio, che non sa ciò che Dio ha compiuto per lei, non possa credere, sperare, amare13; che - come scriveva a Lambert aux Couteaux - il frutto della missione lo si ricavava principalmente dal catechismo14. André Dodin sostiene che Vincenzo aveva tratto la centralità del catechismo dall'oratoriano Jacques Gastaud (+1628) che gli aveva insegnato la semplicità nella predicazione e da Adrien Bourdoise (+1655), parroco di Saint-Nicolas-du-Chardonnet da cui apprese l'efficacia di strumenti rapidi come piccoli fascicoli a stampa; infine, César de Bus e S. Francesco di Sales. Le fonti non permettono di individuare quale catechismo venisse insegnato: vi accenna vagamente lo stesso Vincenzo, mentre l'assemblea del 1668 raccomanda i missionari di servirsi del «nostro catechismo», poi identificato - ma senza prove evidenti - con un manoscritto conservato nella Biblioteca nazionale di Parigi15.

L'esercizio del catechismo era suddiviso in grande e piccolo, a seconda che si riferisse agli adulti o ai bambini, secondo un piano di istruzione che privilegiava i principali misteri della fede. Il piccolo catechismo si teneva nel primo pomeriggio ed era rivolto ai bambini. Iniziava con un'istruzione «molto familiare», tenuta da uno dei missionari che accortamente evitava di salire sul pulpito. Usando il metodo del dialogo, istruiva i bambini sull'Unità e Trinità di Dio, sull'Incarnazione, sul peccato, sulla penitenza, sui comandamenti e li preparava alla comunione. Poi insegnava le preghiere, ed i comandamenti (questi ultimi attraverso il canto); infine si recitavano il Credo e il Pater. L'inventiva pastorale aveva suggerito ad alcuni missionari di utilizzare cartelloni illustrati o la forma del dialogo, recitato o improvvisato fra i padri o tra un padre e un bambino. Talvolta questo dialogo - dal grande impatto emotivo sugli adulti - veniva ripreso nel catechismo grande. Il catechismo per gli adulti si svolgeva alla sera, al ritorno dal lavoro dei campi: questa volta il missionario saliva sul pulpito e prendeva ad interrogare un bambino, ricapitolando la lezione precedente.

La missione si considerava ben riuscita se si concludeva con una buona confessione generale. I missionari insistevano su questo punto; nei primi giorni evitavano le confessioni, per permettere un'adeguata preparazione. Il seguito popolare era molto ampio e in alcuni luoghi la gente aspettava fuori dalla chiesa ore e ore, anche di notte, mentre spesso i predicatori dovevano ricorrere alla collaborazione di altri religiosi. La fatica era grande e i padri stavano in confessionale fino a otto ore; avevano la facoltà di assolvere dai casi riservati e di dare l'indulgenza plenaria. Generalmente erano severi.

La missione si concludeva con la comunione generale, preparata in modo molto accurato, celebrata in forma solenne. Cura particolare era attrtibuita alla prima comunione dei bambini16 che costituiva uno dei fini della missione.

La missione aveva un effetto sociale, incideva nella vita delle comunità in modo tangibile. I risultati erano sostanzialmente due: le riconciliazioni e la fondazione delle confraternite della Carità. La predicazione conseguiva il suo effetto quando poteva riavvicinare le famiglie e i paesi, ricomporre faide, deporre odi, mettere riparo a scandali e convivenze. Spesso le riconciliazioni erano sanzionate con atti notarili e talvolta, a conclusione della missione, le comunità si impegnavano ad assumere un maestro di scuola.

2. Una religione per il popolo

Descritte le missioni negli snodi essenziali, si tratta ora di vedere in che modo esse s'inseriscano in un «movimento per educare il popolo» nei secoli delle «due riforme». La storiografia ha evidenziato come Vincenzo non abbia mai rinnegato le sue umili origini17 e mantenuto con la gente, «quella povera gente», una profonda solidarietà18. Ma è certo che la sua cultura ed il suo ruolo presto lo inserirono in un ambiente ben diverso da quello «del popolo». È tuttora poco indagato quanto le radici landesi e poi l'esperienza di missionario e di «organizzatore della carità» abbiano influito sulla sua capacità di capire i segnali che gli venivano dal popolo. Vincenzo de' Paoli vedeva l'origine e il motivo dell'impegno per i poveri nell'imitazione di Cristo, e considerava lasua congregazione finalizzata totalmente ai poveri 19. Tutta la sua attività riformistica - indirizzata alla generale riforma del clero, responsabile delle sorti della Chiesa e del popolo, perché ritornasse alla propria dignità - può essere vista come azione per il popolo: l'impegno per i seminari, per i ritiri degli ecclesiastici, per le piccole scuole rivolte in modo particolare alle ragazze povere; la fondazione delle «Carità», gruppi laicali di carattere caritativo organizzati presso le parrocchie e, propriamente sul piano della spiritualità, per il Consiglio di coscienza20.

Come i riformatori del suo tempo, Vincenzo de' Paoli identificava ignoranza religiosa con «paganesimo», considerandola un pericolo gravissimo: «il povero popolo si danna, per mancanza di conoscenza delle verità necessarie alla salvezza e per la mancanza di confessione... l'esperienza che noi ne abbiamo che ci ha fatto erigere la Compagnia per rimediarvi in qualche maniera»21.

Del resto, la stessa insistenza sul catechismo mostra come per Vincenzo non bastasse essere «credenti» senza essere «praticanti»; egli esigeva di più, superare quella che Pierre Chaunu ha definito «una religione del fare, non del sapere», riferendosi all'insistenza a senso unico sui doveri da compiere e sui riti da praticare contenuti nella religione medioevale e anche moderna22. Lo si evince da una predica sul catechismo in cui Vincenzo risponde all'obiezione: «Che ci serve il vostro catechismo? Siamo cristiani, perché andiamo in Chiesa, sentiamo la messa, i vespri, ci confessiamo a Pasqua; che bisogno c'è di altre cose?». Vincenzo rispose: «Non ho mai trovato in tutta la S. Scrittura che sia sufficiente per un cristiano ascoltare la Messa, vespri, confessarsi, e che vi ho trovato che chiunque non crede a ciò che riguarda la fede non è salvo. E poi quale frutto riceve dalla messa uno che non sa che cosa sia, né dalla confessione colui che non sa in che consista?»23.

Educare il popolo dunque ai principi cristiani, al sapere e alla pratiche della fede. Combattere l'ignoranza e, con essa, le superstizioni, nella consapevolezza di quanto da molti già allora segnalato e cioè che «la fede è molto più esteriore che interiore e consiste in pratiche bizzarre, in rappresentazioni tragicomiche, per le quali il popolo testimonia uno zelo troppo ardente»24. Gli studiosi concordano nel ritenere la vasta lotta religiosa e politica contro la superstizione imputabile non tanto ad una rinascita delle stesse superstizioni, quanto probabilmente ad una mutata sensibilità dei chierici, che proibirono quanto avevano finora tollerato. Vincenzo de' Paoli condivise in pieno quest'ottica. Pur convinto che la vera religione si conserva in mezzo al popolo25, era molto attento a respingere ogni parvenza di superstizione. Così si esprimeva a proposito della illusione: «Un altro segno per discernere l'illusione è quando si manifesta in qualcosa di superstizioso. E vi acorgerete che è superstiziosa, quando c'è l'ingiunzione di fare questo o quello tante volte, in certi dati momenti, di dire tali parole, mescolare alcune erbe tra loro, fare cose in presenza di certe persone di tal riguardo o di tale età»26.

Un'importante verifica del sentire vincenziano si può ricavare da due lettere a Charles Ozenne, superiore a Varsavia nel luglio 1654, a proposito del diluvio universale che alcuni astrologi avevano messo in relazione alla prevista eclissi, Vincenzo de' Paoli scriveva: «Benché codesti segni straordinari manifestatisi costà non siano indizi sicuri di una qualche sciagura imminente, e sebbene di regola non si debba prestare ad essi una particolare importanza, tuttavia è bene raddoppiare le preghiere affinché Dio voglia stornare del suo popolo i mali coi quali vorrebbe punirlo. Ci preannunciano sciagure anche qui, a causa di una eclissi di sole, la più maligna che si sia verificata da molti secoli, e che deve verificarsi alle nove o alle dieci del mattino. Vi prego di notare se sarà visibile in Polonia e di descrivermene i particolari»27.

Dai calcoli degli astrologi, l'antico diluvio si sarebbe scatenato proprio nel 1654 avanti Cristo; la profezia di un nuovo diluvio per il corrente 1654 aveva provocato una forte apprensione fra la gente e una vasta produzione di libelli. Vincenzo cercò di informarsi, e chiese un colloquio a uno dei luminari dell'astronomia, il canonico Pierre Gassendi (1592-1655). Ecco come ne riferì a Ozenne:

I nostri astrologi di Francia assicurano il pubblico che non c'è nulla da temere per l'eclissi preannunciata. Ho fatto visita al signor Cassandieux, uno degli scienziati più dotti e sperimentati del nostro tempo; egli si fa beffe di tutto quello che ci hanno dato a credere. E adduce ragioni quanto mai convincenti. Fra l'altro questa: ogni sei mesi si verifica, nel nostro o nell'altro emisfero, una eclissi di sole, a causa dell'incontro del sole e della luna sull'eclittica; quindi se davvero l'eclissi esercitasse l'influsso maligno di cui voi parlate... noi dovremmo vedere abbattersi sulla terra molto più frequentemente la carestia, la pestilenza e gli altri flagelli di Dio... Se la mancanza della luce del sole provocata dall'interporsi della luna fra noi e il sole dovesse causare di per se stessa un maleficio... ne seguirebbe che la mancanza di luce solare che si verifica durante ogni notte, causerebbe effetti ancor più maligni, perché questa carenza di luce dura di più e la consistrenza della terra è di circa un terzo più grande di quella della luna. Quindi l'eclissi che si verifica ogni notte sarebbe più pericolosa di quella verificatasi il 12 agosto di quest'anno. Dal che si deduce, e con ragione, che non si debba nutrire alcun timore di questa eclissi. E poi io penso che se gli uomini dotti in astrologia non si preoccupano affatto di questo fenomeno, tanto meno se ne preoccuperanno coloro che sono formati alla scuola di Gesù Cristo, perché sanno che l'uomo saggio dominabitur astris28.

Connesso al problema della superstizione è il problema della stregoneria, un fenomeno che si rafforza in tempo di crisi, secondo alcuni studiosi; che fiorisce ai margini, nella religione ancestrale del popolo contrapposta alla religione istituzionalizzata della riforma e del tridentino. Stregoneria come «cristianesimo alla rovescia», secondo la definizione di Delumeau; connessa all'offensiva del satanismo per altri studiosi.

Un'altra lettera, scritta questa volta dal vescovo di Montauban, Anne de Murviel, testimonia l'impegno della congregazione lazzarista, sulla linea del tridentino, contro la stregoneria:

I preti della Missione sono grandemente necessari in questa diocesi, perché nei paesi dove hanno finora lavorato, non s'è trovato nessuno stregone o strega. Ecco il frutto che fanno ovunque i catechismi e le confessioni generali, le quali mettono le persone in così buona condizione, da impedire ai diavoli d'ingannarli coi loro sortilegi, come invece fanno con coloro che sono nell'ignoranza29.

Vincenzo de' Paoli - pur essendo molto cauto circa le possessioni diaboliche - nominava spesso nelle prediche, nei discorsi, nelle conferenze, il demonio, considerato come sorgente dei cattivi pensieri, istigatore di tutto il male che c'è nell'uomo, come colui «che fa il mestiere di addormentare chi prega... (che) rimescola così gli umori del corpo da mandare alla testa dei vapori che addormentano»; il demonio, che lavora per impedire la perfezione, è all'origine di ogni discordia, del cattivo umore30.

Molte diffuse devozioni seicentesche si innervavano su un sottofondo di antiche credenze, piuttosto che avvalersi di elementi del tridentino31. L'atteggiamento di Vincenzo de' Paoli fu molto prudente in merito: accolse positivamente la devozione alle Cinque piaghe, incitò a «imitare la Passione di Cristo nella sofferenza» e a contemplare il Crocifisso32. I cenni alla devozione mariana sono pochi, meticolosamente analizzati da André Dodin ed interpretati da Incerti Taddei come un «silenzio» vincenziano che esprime «la cura di evitare gli eccessi della devozione scegliendo una specie di via media fra gli estremi delle enfatizzazioni e della negazione33. Relativamente al culto dei santi e particolarmente delle reliquie, l'opera vincenziana, pur senza abbondare in richiami, mostra un atteggiamento sostanzialmente in linea con la mentalità ecclesiastica del tempo. In un brano non datato delle Conferenze ai missionari (all'epoca delle Rogazioni) commenta la processione con le reliquie del tesoro della cattedrale organizzata dai canonici di Notre-Dame fino a San Lazzaro, residenza della congregazione: «Ci disporremo a ricevere queste sante reliquie, come se i santi medesimi, di cui sono le reliquie, ci facessero l'onore di venirci a visitare; onoreremo così Dio nei santi, e lo supplicheremo di renderci partecipi delle grazie che ha riversato tanto abbondantemente nelle anime loro»34.

Sintomatico è l'atteggiamento verso le processioni. Mentre i gesuiti erano più inclini ad assecondare le manifestazioni emozionali e il gusto teatrale della gente, Vincenzo era contrario ad ogni esteriorità: «Le processioni - scriveva nel 1638 - si facciano senza apparato e dico anche senza adornare i fanciulli se non con delle cotte che si troveranno sul posto. [...] Piaccia a Dio che questo si faccia un po' per esercitare la virtù della pazienza e che non derivi dell'invidia per le conversioni importanti di alcune anime fra le principali della città»35.

Nel 1645 protestò a nome del Consiglio degli Affari ecclesiastici con le autorità di Aix-en-Provence perché la processione del Corpus Domini era accompagnata da «atti scandalosi che offendono Dio e la gente dabbene...», cioè rappresentazioni allegoriche (giovani vestiti da cupidi e demoni che rappresentavano i peccati capitali)36.

Lodò invece la solenne traslazione delle reliquie di santa Genoveffa e le processioni generali «che si son fatte per chiedere a Dio la cessazione delle sofferenze pubbliche per intercessione di questa santa; ebbene non si è mai visto a Parigi un maggior concorso di popolo né più devozione esterna come in questa occasion»37.

Approvò e consigliò i pellegrinaggi, specie al santuario di Notre Dame des Vertues ad Aubervilliers, pur ammonendo a non eccedere38.

3. Spiritualità e apostolato. Il «piccolo metodo»

Vincenzo de' Paoli concepiva un'unica religione per sacerdoti e laici, per gli uomini di «condizione» e per i poveri; per raggiungere tale obbiettivo poteva seguire piste già aperte, quella della riforma cattolica - che proponeva un rinnovamento della società cominciando però dagli strati sociali più alti - e la linea salesiana che rivendicava l'accesso alla perfezione - alla vita devota - per ogni genere di persone. Risultò decisiva l'esperienza spirituale-personale che lo portò a condividere la vita del popolo ad essere solidale con i più poveri, a farsi loro voce; si preoccupò di evangelizzarli e di venire incontro alle spaventose condizioni in cui vivevano, con due serie di interventi: interventi d'appoggio - momentanei, dettati dall'urgenza - e interventi a lungo termine, creando strutture destinate a durare nel tempo - due congregazioni, le «carità», diversi altri gruppi e iniziative di carattere istituzionale. In tutta questa azione volle coinvolgere le comunità locali (parrocchie e persone organizzate a servizio dei miseri, le «Carità»), anche attraverso un'efficace opera di propaganda. Non volle però che i poveri fossero passivi. A fianco delle «Carità» (1617) istituì le Figlie della Carità (1633) e le volle povere, «povere campagnole» 39 perché potessero assistere corporalmente e spiritualmente i miseri non solo negli ospedali, ma anche a domicilio40. Si trattava di un disegno che coinvolgeva i poveri nel servizio dei poveri ed escludeva i più agiati; che doveva scendere fino alle funzioni più basse, fino a privilegiare i poveri - «signori e padroni», «sacramento di Cristo»41 - rispetto agli stessi esercizi di pietà. Meta ideale di Vincenzo de' Paoli fu di portare tutti i cristiani a «vivere santamente»42; per questo raccomandò una scuola di preghiera alla portata di tutti - perché spesso i semplici pregano meglio dei dotti - e lavorò concretamente per la liberazione e la promozione umana. Lavorò con i fatti, senza indulgere in eccessive affermazioni retoriche.

Vincenzo cercò di «inventare» mezzi pedagogici adatti anche ai più umili, tali da poter istruire chiunque sui misteri della religione e soprattutto sui santi che costituivano un arsenale di esempi vissuti particolarmente utili per l'imitazione e la preghiera43.Anche all'interno della propria congregazione e degli istituti affiliati sollecitò l'uso dell'iconografia; così più volte - sapendo bene che molte suore non sapevano leggere - consigliò alle Figlie della Carità un mezzo molto semplice, l'uso delle immaginette:«Abbiate delle immagini piuttosto grandi che rappresentano i misteri principali della vita e passione di Nostro Signore, e la sera, terminate le preghiere che seguono l'esame, la superiora invece di leggere il punto della meditazione prenda una di quelle immagini, la presenti alla sorella e le dica: "Sorella mia, ecco l'argomento delle orazioni di domani" e poi la collochi nel luogo dove la mattina seguente dovranno riunirsi. Se non avete idee, guardate l'immagine...»44.

Delumeau ha isolato, nella Riforma cattolica, una «storia del fervore» e una «storia dell'ideologia politico-religiosa». Così come è assurdo ridurre tutto l'impegno della riforma cattolica a un'azione tendente a consolidare l'assolutismo, così è assurdo negare le implicanze della riforma nell'area politico-religiosa francese. Definire Vincenzo de' Paoli sulla base delle sole coordinate spirituali vorrebbe dire misconoscere il suo ruolo politico. Esula dall'ambito di questo lavoro l'affrontare un argomento in tanta ampiezza, per cui ci limiteremo a considerare due aspetti: lo sforzo di acculturazione e l'impegno per i poveri nel tentativo di elaborazione di una spiritualità popolare.

Fonti preziose per studiare tale problema si rivelano i discorsi, le conferenze, le lettere e i regolamenti delle missioni.

I Discorsi il cui testo sia conservato sono tre: uno sul catechismo e due sulla comunione45. Essi denotano una impronta tutt'altro che popolare. Riflettono la sensibilità vincenziana nel periodo della «ricerca» successiva alla «conversione», cioè negli anni dieci del secolo.

Il Discorso sul Catechismo è ben organizzato, denota una preparazione accurata. Con tutta probabilità fu pronunciato alla presenza dei Gondi - potentissima famiglia fiorentina trapiantata in Francia al seguito dei Medici - e di varia «gente di condizione». A questo pubblico, riconoscendone legittimità e potere, si rivolge l'esordio del Discorso: «Dio non ha costituito i signori solo per ricavare censi o redditi ma per amministrare la giustizia, mantenere la religione e indurli ad amare e servire ed onorare Dio e conoscere la sua santa volontà». Non si tratta quindi di un discorso rivolto al popolo. Non ci sono voli di fantasia, non ci sono espressioni popolari: la frase è pulita, i concetti densi. Vincenzo distingue tre specie di predicazione: la catechesi, per coloro che non sanno quello che dovrebbero sapere, riguarda i fanciulli e gli infedeli; l'esortazione, cioè la predicazione che induce a seguire le virtù e fuggire i vizi; infine una forma mista che comprende l'insegnamento e l'esortazione. Il Discorso accenna poi all'ignoranza enorme che ha trovato fra i cattolici e ribadisce l'importanza del catechismo che «in primo luogo... ci insegna la fede. Ci fa riporre nelle avversità le nostre speranze in Dio. Ci fa amare e temere Dio e il nostro prossimo, ci rende forti contro le tentazioni del diavolo, ci rende fermi contro i nemici della fede e finalmente ci ottiene il paradiso. E soprattutto padri e madri, imparate che i vostri figli saranno molto più obbedienti di quello che sono»46.

Di un periodo molto posteriore è invece una Lezione di catechismo tenuta all'ospizio del Nome di Gesù, in cui Vincenzo dopo aver ribadito l'importanza della conoscenza dei principali misteri della fede e prese ad interrogare i ricoverati, con grande delicatezza: «Se non lo sapete (fare il segno della croce) pazienza! Non solo voi non siete capaci. Quanti ci saranno a corte e magari dei presidenti che non lo sanno fare». Dopo aver spiegato il mistero della Trinità, la Lezione conclude che i poveri dell'Ospizio devono riconoscere i benefici che hanno ricevuto rispetto ai tenti «poveri che ci sono a Parigi e altrove che non hanno la fortuna che voi avete... Questo vi obbliga a lavorare manualmente quanto potete, secondo le vostre forze... per Amor di Dio, perché lui stesso vi dà l'esempio, lavorando continuamente per noi»47.

Il modo ricercato dell'oratoria vincenziana cambiò dopo il 1617. A Folleville si trovò a dover cambiare completamente il discorso preparato; con ottimi, inattesi esiti - come commentò più tardi - notando che «quei buoni campagnoli furono talmente toccati da Dio che vennero a fare tutti la confessione generale» 48. Una conferma che questa era la strada giusta la ebbe da Francesco di Sales nel suo famoso panegirico su San Martino (11 novembre 1618). Fu lo stesso vescovo di Ginevra a confidare a Vincenzo: «Ho ben umiliato le nostre suore, che s'aspettavano che io dicessi meraviglie davanti a quel nobile uditorio [...] una damigella che pretendeva molto [...] diceva: "Guarda un po' questo gaglioffo di un montanaro come predica senza garbo. Meritava proprio di venir di così lontano per dirci quello che dice e fare esercitare la pazienza di tanta gente!"»49.

Fu pertanto l'esperienza e la riflessione a indurre Vincenzo a passare da uno stile composto, ma freddo, da una oratoria di scuola, in cui i concetti teologici erano mediati da una parola senza fantasia e slancio50 ad un'oratoria funzionale ad «istruire i semplici e cambiare il loro cuore». Proibì ai suoi missionari l'oratoria cattedratica, roboante, i «caeli caelorum», i «grandi apparati e questa vana pompa d'eloquenza», considerando che i metodi alla moda «sorvolano su tutto, non fanno altro che sfiorare, toccando solo la superficie. Un poco di rumore, ecco tutto. Si fanno ogni giorno tante prediche, in questa grande città, tanti avventi, tante quaresime; e trovatemi un uomo, anche di quelli che ascoltano da trenta, quarant'anni queste predicazioni, che sia diventato migliore! O Salvatore! Stentereste a trovare uno solo, un solo convertito per aver ascoltato tutte quelle prediche»51.

Dove però Vincenzo si dimostra più vicino allo stile della gente semplice è nella Conferenza. Parlava con semplicità, in presa diretta. I concetti li sminuzzava, li chiariva con paragoni accessibili a tutti 52. Ma c'era un aspetto che lo rendeva ancora più intelligibile, ed era la straordinaria forza interiore che promanava dai suoi discorsi; la descrive ottimamente il suo segretario, Louis Robineau: «se anche Vincenzo parla sopra argomenti comuni, tutti sanno però che lo fa con una forza non comune, perché la sua eloquenza e la grazia che la vivifica, gli fanno trattare gli argomenti più comuni con tanta devozione da trasfonderli sempre in quelli che l'ascoltano, imprimendo nell'anima loro stima e riverenza per tutto quello che si riferisce a Dio»53. E Bossuet, in una lettera a Clemente IX, così confessava: «Lo ascoltavamo avidamente, ben sentendo come in lui si realizzassero quelle parole dell'Apostolo: se alcuno parla, che le sue parole siano come parole di Dio»54.

È evidente che da tali premesse dovesse scaturire un preciso insegnamento per la pratica di apostolato improntata allo «spirito d'invenzione, che sollecita la misericordia figlia della carità e dell'umiltà. Per predicare il vangelo ai poveri, agli umili, è necessario mescolarsi ad essi e trattarli con semplicità, umiltà, dolcezza. Allora si parlerà loro in modo bonario, familiare, semplice, come fecero Nostro Signore e gli apostoli»55. In una lettera Vincenzo ribadiva: «Vi ho detto altre volte che Nostro Signore benedice i discorsi che si fanno parlando in un tono comune e familiare, perché lui stesso ha parlato ed insegnato in tal modo. E quando questa maniera di parlare è naturale, è più facile dell'altra che è forzata, e il popolo la gusta meglio e ne ricava maggior profitto. Credereste, signore, che gli attori di teatro, avendo riconosciuto questo, hanno cambiato il loro modo di parlare e non declamano più i loro versi con un tono stentoreo, come facevano prima? Ma lo fanno con voce pacata e come se parlassero familiarmente a quelli che li ascoltano»56.

L'analisi linguistica degli scritti e delle conversazioni vincenzianipotrebbe forse chiarire in che misura l'utilizzazione di racconti (per la verità molto sobri) sia frutto di un'attenzione al popolo o non sia piuttosto il risultato di una presenza alla cultura del tempo.

Vincenzo non ebbe la fantasia di un Grignion de Montfort o di un Alfonso. Non compose cantici, poesie. Anzi non volle nemmeno che i suoi missionari ne facessero uso. Il canto doveva limitarsi a quello liturgico anche nelle missioni, e a questo principio rimase a lungo legata la tradizione vincenziana 57.

Ma è forse nel «piccolo metodo» che troviamo l'espressione vincenziana più originale e popolare. Esso s'inserisce in una tendenza a restaurare e semplificare l'orazione: César de Bus voleva che i suoi confratelli predicassero in modo colloquiale; secondo Bérulle gli oratoriani dovevano fare «esortazioni di mezz'ora facili e popolari», badare solo «al profitto e all'utilità delle anime, evitando tutto ciò che è inutile»58. Vincenzo costruì sul terreno così preparato un efficace metodo: «La perversità del mondo ha costretto i predicatori, per offrire l'utile insieme con il dilettevole, a servirsi di belle parole e concetti sottili, e ad usare quanto può suggerire l'eloquenza, per contentare in qualche modo il pubblico e frenare, come possono, la perfidia del mondo. [...] Dio ha voluto dunque, per sua misericordia, rivolgersi alla piccola Compagnia, a preferenza di altre, per darle il suo metodo. Questo metodo viene da Dio; gli uomini non v'entrano per nulla; e gli effetti ci fanno vedere che ce l'ha dato Iddio»59.

Questo «piccolo metodo» era il metodo di Cristo e degli apostoli, di molti grandi religiosi poi canonizzati, come Vincenzo Ferreri, Francesco di Sales e Filippo Neri60. Vincenzo riteneva che non utilizzarlo mettesse a repentaglio la salvezza eterna del missionario61. L'ostinazione con cui impose il suo modello contribuì in modo decisivo al rinnovamento della predicazione. Fu lo stesso Vincenzo a riconoscerlo, nel 1655: «Se un uomo vuole ora passare per buon predicatore in tutte le chiese di Parigi e alla corte, bisogna che predichi in questo modo, senza alcuna affettazione. E si dice di chi predica così ed è fra i migliori: quest'uomo fa meraviglie, predica alla missionaria, predica da apostolo [...]. Ah! signori, non ci rendiamo indegni di questa grazia, che tutti stimano tanto, che di un eccellente predicatore si dica: predica alla missionaria» 62.

Un vero predicatore doveva usare esempi familiari, tono naturale, evitare le citazioni di autori profani; sacrificare i pensieri più difficili e ricercati; evitare le prediche eccessivamente lunghe e le parole aspre, perché nessuno potesse sentirsi offeso o accusato personalmente 63. Un ritratto interiore dei missionari è costruito sulla semplicità, l'umiltà, la dolcezza, la mortificazione e lo zelo delle anime. Missionari «affabili» perché attraverso la loro unione potessero guadagnare i cuori della gente semplice64.

Note

1. R. Taveneaux, Le catholicisme dans la France classique 1610-1715, I, Paris, 1980, 225. Il processo di canonizzazione, avviato nel 1697, si è concluso con decreto di Clemente XII, nel 1737.

2.L'opera omnia (citeremo SV, seguìto dal numero del volume): SaintVincent de Paul, Correspondance, entretiens, documents, 14 voll. (a cura di P. Coste), Paris, 1920-25; ed il XV, Paris, 1970. Tra la vasta bibiografia, segnalo: L. Abelly, La vie du vénérable serviteur de Dieu Vincent de Paul, instituteur et premier supérieur général de la Congrégation de la Mission, Paris, 1664 (éd. an., Piacenza, 1986); P. Collet, La vie de Saint Vincent de Paul, instituteur de la Congrégation de la Mission et des Filles de la Charité, 2 voll., Nancy, 1748; P. Coste, (tr. it.), Il grande santo del gran secolo, il signor Vincenzo, 3 voll., Roma, 1934; A. Dodin, Saint Vincent de Paul et la charité, Paris, 1960; J. M. Román, [tr. it.] S. Vincenzo de' Paoli, Biografia, Milano, 1986; Vincent Depaul. Actes du colloque international d'études vincentiennes, Paris, 25-26 septembre 1981, Roma, 1983; L. Mezzadri, Vincent de Paul 1581-1660, Paris, 1985, (ed. it. 1986); Id., La sete e la sorgente, 2 voll., Roma, 1993-94.

3. Sulle conferenze: S. Vincenzo de' Paoli, Conferenze spirituali alle Figlie della Carità, a cura di L. Mezzadri, Roma, 1980; Id., La sete e la sorgente, cit., I.

4.Cfr. SV, XI, 133; XII, 79.

5. Sulle missioni lazzariste: L. Mezzadri, Le missioni popolari della Congregazione della Missione nello Stato della Chiesa (1642-1700), in «Rivista della storia della Chiesa in Italia» RSCI 33 (1979) 12-44; Id., Le missioni popolari dei lazzaristi nell'Umbria (1657-1797), in Vincent de Paul. Actes..., cit., pp. 310-361; L. Nuovo, La predicazione missionaria vincenziana tra '600 e '700 al di qua dei monti dal 1655 al 1800, Roma, 1990; L. Mezzadri, La storiografia delle missioni popolari, che apparirà prossimamente negli Atti del X congresso dei professori di Storia della Chiesa, Napoli, 1994.

6. Su di esse: J.-P. Renouard, L'esprit de la Congrégation: les Vertus Fondamentales, in Mensis vincentianus, in «Vincentiana» 28 (1984) pp. 599-615; L. Nuovo, Les vertus du missionnaire, in «Vincentiana» 37 (1993) pp. 430-442; A. Dodin, Initiation à Saint Vincent de Paul, Paris, 1993.

7.SV XII, 79.

8. SV III, 250.

9. Su di esso: V. Kapp, Précher selon la «petite méthode». Vincent de Paul et l'éloquence de la chaire au XVIIe siècle, in Vincent Depaul. Actes..., cit., pp. 206-216.

10. Giordanini fu visitatore della provincia d'Italia, fondatore della Casa di Firenze, diresse l'Accademia ecclsiastica; fu soprattutto il capo dell'opposizione antifrancese dopo il 1697 all'epoca dell'elezione imposta da Luigi XIV del superiore generale della congregazione. L. Mezzadri, Le Osservazioni sopra l'Istituto e il governo della Congregazione della Missione di Pier Francesco Giordanini (+1720), Roma, 1977, p. 51.

11. SV I, 227.

12. Quanto agli argomenti delle prediche, polarizzati attorno alla dominante paura/misericordia, vedi: J.J. Jeanmaire, Sermons de Saint Vincent, 2 voll., Paris, 1859. L'autore pubblica le prediche dei primi lazzaristi; questi i temi: sermone che può servire per annunciare la missione qualche settimana prima che cominci; salvezza; penitenza; esame; esame dei peccati; peccato; parola di Dio; contrizione; confessione particolare; confessione generale; morte; giudizio particolare; buon proposito; morte dei peccatori; ubriachezza; tacere per vergogna i peccati; comandamenti di Dio; fede; giudizio finale; pene corporali dell'inferno, pene spirituali dell'inferno; speranza; guiramento; bestemmia; santificazione delle domeniche; rispetto dovuto alle chiese; opere buone; sacramento del matrimonio; doveri dei figli verso i genitori; doveri dei padroni e delle padrone; doveri dei servi e delle serve; doveri dei padri e delle madri verso i figli; ira; persone sposate; amore di Dio; preghiera; amore dei nemici; amore del prossimo; fuga delle occasioni; furto; restituzione; dilazione della penitenza; soddisfazione; maldicenza; scandalo; paradiso; comunione sacrilega; devozione alla Vergine; affetti sregolati; pratica del cristiano; sesto comandamento; ricaduta; frutto della Comunione; ritorno della processione; perseveranza.

13. SV XII, 81-82.

14. SV I, 429.

15. Cfr.: SV VII, 256; sul manoscritto conservato nella Biblioteca nazionale di Parigi (fonds fr.; Ms. 19228, ff. 219-230), J. Guichard, Saint Vincent de Paul catéchiste, Paris, 1938-39). Più probabile che possa dirsi vincenziano il cosiddetto catechismo di Flacourt.

16. SV I, 59.

17. SV II. 3ss.; IX, 59, 81; XII, 170. Cfr. pure: I, 18; I, 90s.; 306s.; IV, 535s.; V, 433, 567s. I, 533; II, l05s.; 559ss., 596, 631ss.; III, 20, 60ss., 525s.; IV, 353s.. 441ss., 619s., 630; V, 180, 244, 321, 346, 493, 536ss., 543s., 615; VI, 63, 413, 466, 470; VII, 38s., 211, 295, 342; VIII, 37s., 154, 198; XI, 446; XII, 25, 215.

18. SV X, 125, 95.

19. SV XI, 362; cfr. I, 429; III, 79; sull'imitazione di Cristo: V, 441; XI, 437; XII, 98; XIII, 306, 363; XV, 130; nei rapporti con i bambini: V, 219; XII, 89s; XIII, 27; nei rapporti con i malati: V, 219; XI, 58; X, 2s, 143s, 198s; nell'evangelizzare i popoli: XI, 18, 108s, 315; XII, 4s, 79s, 88; XIII, 539, 547, 551; nella vocazione missionaria: XI, 1s, 108, 133; XII, 367, XII, 80, 128.

20. SV IV, 326; sul clero: XI, 7, 9, 202, 308; XII, 99,103; su secolari e regolari: II, 4; V, 568; VII, 463; sul cattivo comportamento dei preti: V, 350; VII, 463; XI, 309s; XII, 86; sulle «piccole scuole»: I, 436s; II, 549; III, 56; IV, 469; V, 268s, 379, 389; VII, 50s.

21. Lettera del 1631 a Francesco Du Coudray sulla necessità di informare Roma sulle disastrose condizioni della fede: SV I, 115; v. anche: SV XIII, 29; e, sulle conferenze alle Figlie della Carità: X, 336s; I, 115, 121, 250; XI, 181, 382; XII, 80s; XIII, 178.

22. P. Chaunu, Le temps des Réformes. Histoire religieuse et système de civilisation. La crise de la chrétienté. L'éclatement (1250-1550), Paris, 1975, p. 172.

23. SV XIII, 29; cfr. XII, 80s.

24. Citazione tratta da una lettera di un amministratore al Re Sole, riportata da J. Delumeau, Il Cristianesimo sta per morire?, Torino, 1978, p. 91. V. anche Y. M. Bercé, Fête et révolte des méntalités du XVIe au XVIIIe siècle, Paris, 1976, 142.

25. SV XI, 200.

26. SV XII, 349s.

27. SV V, 166.

28. SV V, 180s.

29. SV II, 429.

30. Sul demonio: SV IX, 3, 141. -SV IV, 23, 129; SV IX, 34; SV IX, 97, 123, 133, 156; SV IV, 666s; SV IX, 667. Sulle «possessioni» di Chinon: SV II, 66, 81, 96; su Maria Angelica d'Atri: SV I, 470-74; sulle vicende delle suore di Loudun, Louvier e di Cognac: SV I, 601; II, 412; X, 370. SV II, 412. SV VII, 122. Quanto ai miracoli e al loro uso distorto: SV XIII, 64s., 82, 195 e SV VI, 268.

31. R. Taveneaux, Le catholicisme, II, 393 s.

32. SV II, 103; VIII, 429 (Cinque piaghe): SV II, 103, 344; VIII, 429; IX, 217; XII, 192s (Passione); SV IX, 32, 502; XI, 378 (Crocifisso).

33. Sul tema: E. Crapez, La dévotion mariale chez saint Vincent de Paul et les lazaristes ou prêtres de la Mission, in Maria. Etudes sur la Sainte Vierge, Paris, 1954, pp. 95-118; A. Dodin, Il culto di Maria e l'esperienza di Vincenzo de' Paoli, in «L'eco della Casa madre», n. 9, nov. 1975, pp. 438-451; G. Incerti Taddei, Devozione mariana nella tradizione vincenziana, in «Annali della Missione», 87-1980, pp. 366-394

34. SV IX, 49; cfr. pure I, 144; II, 478.

35. SV I, 457; v. anche (sui bimbi vestiti da angeli): III, 120 e I, 464.

36. Sull'episodio di Aix-en-Provence: SV II, s27s, e J. De Haitze, Esprit du cérimonial d'Aix en la célébraion de la Fête-Dieu, 1708; G. Gaspard, Explication des cérémonies de la Fête-Dieu d'Aix-en-Provence, Aix, 1777.

37. Sulle processioni di santa Genoveffa e sul prodigio ad esse attribuito (la ritirata dell'esercito di Carlo di Lorena dell'8 giugno), vedi lettera del 1652 a François Hallier e Jerome Lagault, SV IV, 400-2; IV, 406.

38. Sui pellegrinaggi (SV I, 506; VIII, 550; X, 45, 51). Sugli ammonimenti, particolarmente alle suore, a non eccedere: SV XIII, 842. V. anche H. Barsin - J. P. Deil, Miracle et pélerinage au XVIIe siècle, in «Revue d'Histoire de l'Eglise en France», 61, 1975, pp. 246-256; H. P. Telie, Les chrétiens face au miracle. Lille au XVIIe siècle, Paris, 1968; infine, SVVI, 623

39. Vedi: SV V, 266 - IX. 15, 109, 127, 312, 509, 502, 602, 673 - X, 259, 342, 351, 358, 454, 509, 557 - XII, 22 - XIII, 721. Circa le suore «di condizione», v.: IX, 171, 173, 175, 509 e X, 103.

40.Sull'assistenza ai miseri, v.: IX, 20ss., 48, 5866, 119, 252s., 492, 533, 593 - X, 130, 33, 140, 476, 667-73, 679 - XIII, 551, 554, 559, 562. V. anche: IX, 246, 593; X, 113, 144.

41. SVVI, 41, 44; VII, 49, 65, 453; IX, 509 ; XIII, 568 ;VI, 47, 496; VII, 52, 457; IX, 5, 34, 126, 215, 216, 218, 319, 326, 432, 692; X, 3, 94, 203, 226, 541, 554, 595, 685- XIII, 556, 565 - SV IX, 119; X, 266. -SV X, 123, 332, 679.

42. SV X, 234s; IX, 30 e XI, 85, 253, 401; IX, 3, 421-24 e X, 568, 574s.

43. I santi che ricorda sono: San Giuseppe, gli Apostoli, Agostino, Alessio, Ambrogio, Antonio, Atanasio, Barnaba, Basilio, Beda, Benedetto, Bernardo, Bonaventura, Carlo Borromeo, Casimiro, Cipriano, Cirillo d'Alessandria Dionigi, Domenico, Doroteo, Felice, Filippo Neri, Francesco d'Assisi, Francesco di Sales, Francesco Saverio, Gregorio Magno, Giovanni Battista, Giovanni Berckmans, Giovanni Crisostomo, Giovanni di Dio, Girolamo, Girolamo Emiliani, Giuseppe Calasanzio Ignazio, Isidoro, Lazzaro, Lorenzo, Luigi IX, Luca, Martino, Michele, Nicola, Prospero, Rocco, Telesforo, Tommaso da Canterbury, Tommaso d'Aquino, Tommaso da Villanova, Timoteo, Vincenzo da Xantes, Vincenzo Ferreri, Zaccaria. Le sante: Brigida, Caterina d'Alessandria, Caterina da Siena, Francesca Romana, Elisabetta, Genoveffa, Margherita, Maria Maddalena, Marta, Monica, Paola, Teresa.

44. SV IX, 32 s. Sulle immagini: SV I, 190 s., 341; II, 10: V, 511; VI, 98; VII, 577; IX, 426; X, 575; XI, 36 s., 73, 124 s. Cfr.: medaglie: IX, 7; reliquie dei santi: II, 343; XI, 39 s.

45. SV XIII, 25-30 e SV XIII, 30-39.

46. SV XIII, 25-30.

47. SV XIII, 156-163.

48. SV XI, 4. Anche a Chatillon accadde qualcosa di simile: SV IX, 243.

49. SV V, 472.

50. J. Calvet, Saint Vincent de Paul, Paris 1948, 258, 260.

51. SV XI, 280

52. Come i paragoni ricavati dalla natura (mettere radici, potare, innestare rami) del sole, della luna, delle nuvole, della chiocciola, della colomba o dalla vita quotidiana (la moneta fuori corso, il pizzico di sale, il cercare 60 soldi in uno scudo d'argento).

53. A. Dodin, Monsieur Vincent raconté par son secrétaire, Paris, 1991.

54. SV XII, 447; Coste II, 415.

55. J.M. Ibáñez, Vicente de Paúl y los pobres de su tiempo, Salamanca, 1977, 314

56. SV VI, 378s.; Cfr. I, 295; VI, 378S.; XI, 258, 265, 267, 285; XII, 2505., 255, 2645, 2705, 367.

57. SV XI, 362 I, 429 III, 79. E. Jolly, nell'Assemblea della Congregazione del 1 luglio 1685, proibì l'introduzione di cantici spirituali al catechismo ed anche alla sera al posto delle litanie, come pure l'erezione di croci e altre novità. La questione dei cantici venne di nuovo posta sul tappeto all'Assemblea del 1711; J. Bonnet ribatteva al parere favorevole di vescovi e parroci: «Bisogna, per quanto possibile, conservare la nostra antica tradizione che non ci permette di cantare altro in missione che i comandamenti di Dio e le litanie della Madonna. L'esperienza che si allega fa vedere e come toccare con mano che questi canti dissipano lo spirito di compunzione, che costituisce il fondo di tutta la penitenza cristiana; da ciò è chiaro che non si debba introdurli né prima né dopo la predica; forse se ne potrà tollerare qualcuno prima o dopo il catechismo». Bonnet concludeva che, in caso di pressione da parte dei vescovi, si dovesse obbedire. RC, I, 185, 236, 259.

58. Vedi: R. Rayez, Spiritualité du vén. César de Bus , in «Revue d'Ascetique et Mystique» 34 (1958) 185-203; B. Previtali, Il ven. Cesare de Bus, Roma, 1966; DIP I (1973) 168-83; M. Dupuy, Bérulle et le sacerdoce , Paris, 1969, 267-269. Sugli oratoriani: Déclaration de la partie de la Congrégation (de l'Oratoire) à Moinsegneur l'évêque d'Angers, in M. Dupuy, Bérulle et le sacerdoce, Paris, 1969, 267, 269, 329, 334, 428.

59. SV Xl, 258s.

60. Vedi: SV I, 183; Vl, 378; Xl, 265s., 285; Xll, 23, 255. SV V111, 208; Xl, 258-267; XII, 23. Su san Vincenzo Ferreri, Francesco di Sales e Filippo Neri, vedi rispettivamente: Xl, 286; V, 472; Xl, 281 - Xl, 293s.

61. SV XI, 271

62. SV XII, 268.

63. Vedi: SV XII. 347; VI, 378; XI, 50; XI. 12; XII, 222; I, 536; VI, 321. Cura nella preparazione alla predicazione: 1, 304; IV, 114, 529; VIII, 79, 80; XI, 256, 292; XII, 289. 292, 295ss.; XIII, 331, vedi anche V, 572; XII, 23

64. Si tratta delle facoltà della Compagnia: SV, XII, 298-311; VI, 68, 69 e XII, 189s; XII, 189.