La preghiera di intercessione nelle tavolette votive.
L'esempio di Spoleto

di Mario Sensi

Nel chiostro del monastero di S. Ponziano fuori Spoleto, ai piedi del colle Ciciano, sono state di recente allogate dieci tavolette votive, provenienti dalla cripta della chiesa omonima dove erano rimaste esposte fino al 1967. Si tratta di testi, in maggioranza del primo Seicento, di notevole interesse per la storia della pietà e per la decodifica di non pochi problemi di storia regionale, aporie che ancora di recente hanno appassionato archeologici e storici del ducato e della città.

Gli ex-voto provengono da un santuario polivalente da tempo obliterato, la cripta di S. Ponziano: il più antico è dedicato alle Anime purganti; uno alla SS.ma Trinità e gli altri otto a una Madonna con Bambino senza ulteriori connotati. Una di quest'ultime tavolette permette tuttavia di individuare la Vergine, in oggetto, nell'affresco della prima cappella di sinistra della cripta e di riconoscerlo sotto il titolo di Madonna della febbre.

Da una serie di riscontri si evince poi che i temi iconografici, rappresentati nella cripta di S. Ponziano, sono fra di loro legati da un filo, ancorché sottile e rimandano alla sacralizzazione delle acque e al culto dell'arcangelo Michele. Fa da sfondo un'importante impresa idraulica: l'imbrigliamento di due torrenti sottostanti la città di Spoleto, il Marroggia e il Tessino. Specialmente quest'ultimo, che si perde oltre Ponte Bari, costituì nel passato, nonostante le attuali modeste dimensioni, un impellente problema per la popolazione di tutta la valle Spoletina e fu causa dell'impaludamento della piana a ridosso della città. Al centro di una depressione, non lungi da Spoleto, è ancora visibile e funzionale un'opera di canalizzazione sotterranea in pietra, la ritenuta «bonifica di Teodorico» che, secondo Cassiodoro, fu commissionata dall'imperatore a due esperti idraulici spoletini1. A questo evento fanno riferimento una serie di miti, racconti di fondazione di santuari e di culti legati al colle Ciciano. Gli stessi ex-voto citati, ancorché recenti, rimandano alla febbre malarica, già provocata dall'impaludamento delle acque e offrono una chiave di lettura non solo del santuario multiterapeutico di S. Ponziano, ma anche di altri culti che si sono succeduti sul colle Ciciano, una sentinella - anche spirituale - sul fiume Tessino.

1. Le monache di S. Ponziano

Per secoli, custodi della basilica dedicata al martire spoletino Ponziano (+175 d. C.) sono state delle monache attestate dal monaco cassinese Giovanni il quale, sulla fine del secolo X, scrisse la Passione di S. Giovanni, vescovo spoletino (+546). L'importante archivio monastico, con carte a partire dal secolo XII, parte si conserva alla sezione di Archivio di Stato di Spoleto e parte, quella più consistente, costituisce uno dei fondi dell'Archivio di una famiglia gentilizia spoletina. Da queste carte, rimaste inedite, si apprende tra l'altro che il monastero aveva vaste dipendenze, tra cui chiese con cura d'anime; inevitabili pertanto i conflitti con l'ordinario diocesano. Dal monastero dipendeva anche la chiesa di S. Pietro «in Teguraria»2 per la quale nel giorno della sua dedicazione, la badessa Caterina, il 17 giugno 1318, ottenne da Pietro, vescovo di Spoleto, per sé, vita natural durante, di recarvisi insieme alle sue religiose «non obstante constitutione quacumque»3, un'autorizzazione che permetteva di infrangere la clausura ordinata dalla costituzione «Periculoso» (1298)4, cui le religiose erano tenute in forza della bolla che papa Niccolò IV (1290): un privilegio che ridusse la fondazione monastica di S. Ponziano, la quale fino ad allora aveva conservato connotati feudali, alla stregua delle altre fondazioni sorte nel secolo XIII, e assegnò alle religiose la regola benedettina5.

Per le vicende dei culti che si sono succeduti in S. Ponziano va segnalato il privilegio concesso nel 1301 dal vescovo di Senigallia che, di passaggio per Spoleto, consacrò l'altare in onore di s. Paolo e la patente di affiliazione rilasciata nel 1354 dal priore generale degli agostiniani alla comunità di S. Ponziano che tuttavia seguiva la regola benedettina e non quella agostiniana6. Ora quest'ultima lettera, con tutta probabilità, è da mettere in relazione con la concentrazione in questo monastero di religiose provenienti dal monastero di S. Maria della Misericordia che era stato soppresso l'anno precedente. S. Ponziano era stato scelto come luogo di raccolta di piccole comunità religiose in difficoltà appunto per la sua capienza e le sue possibilità economiche, per cui vi furono concentrati anche monasteri di regola agostiniana7. Molte di queste comunità erano di origine eremitica e avevano scelto come sede le propaggini del Monteluco, tra colle Ciciano e giro dei condotti. E tuttavia sullo scorcio del secolo XIV, in tempi cioè di contese civili, le stesse religiose di S. Ponziano sentendosi insicure nel loro monastero che era posto nel pomerio, avevano brigato per trasferirsi in S. Matteo, dentro le mura di Spoleto, sede di un ospitale fondato nel 1227 dai frati della penitenza. Alla fine di una complicata contesa, narrataci da numerose carte, le benedettine rimasero in S. Ponziano dove continuarono ad accogliervi comunità monastiche in difficoltà8.

Trasferendosi da un monastero all'altro, le religiose erano solite portare con sé i beni mobili e persino i culti, spesso condivisi con i frequentatori del monastero. Ciò tornò a vantaggio delle stesse religiose di S. Ponziano divenute eredi della tradizione eremitica femminile di Spoleto e dei fedeli che frequentavano la loro chiesa; sennonché queste monache nel 1520 furono assoggettate alla regola clariana9. Il passaggio dalla regola di S. Benedetto all'Ordine di S. Chiara fu preparato da clarisse provenienti da Monteluce, uno dei due centri umbri di riforma dell'osservanza «al femminile»10, e comportò per le religiose di S. Ponziano, soggette fino ad allora ad una clausura moderata, l'adozione della clausura rigida, la cosiddetta «clausura papale», espressamente ordinata da Leone X con altro breve «Exponi nobis» (1521)11. Alle disposizioni di Leone X, per l'osservanza della clausura stretta, le clarisse ottemperarono in maniera scrupolosa riservando a sé fra l'altro il coro e la cripta di S. Ponziano, come si rileva da una licenza loro concessa da Francesco, vescovo di Spoleto12. Murato l'accesso alla cripta, i fedeli, che fino ad allora erano soliti accedervi con piccoli pellegrinaggi individuali per venerarvi alcune immagini terapeutiche, si rivolsero allora alle monache, le sole che potevano, dall'interno del monastero, accedere alla santa cappella. Da qui il ruolo di mediatrici loro richiesto dalla religiosità popolare, ma anche dalle stesse consorelle costrette a letto dalla malattia; ruolo documentato da cinque delle dieci tavolette presenti in S. Ponziano: un caso atipico, nel vasto panorama delle tipologie degli ex-voto, che non poteva non suscitare almeno curiosità13.

Nove, su dieci, di queste stesse tavolette testimoniano la guarigione ottenuta da persone costrette a letto. E una scritta apposta su un ex-voto raffigurante una monaca distesa su di un letto raccomandata alla Vergine con Bambino da altra monaca, inginocchiata con velo nero e soggolo, spiega che la malattia in oggetto è una febbre prolungata: «Una monica auta la feb|re ani tre se aricomanda a la | Madona di S. Ponzano | è sana e libera per Dio grazia»: una febbre dunque malarica alla quale indubbiamente rimandano alcuni culti che si sono susseguiti sul colle Ciciano e di cui hanno fatto da tramite le monache di S. Ponziano. Questi stessi culti offrono anche una chiave di lettura per le legende legate a colle Ciciano, e contribuiscono a spiegarne la sua sacralità.

2. I culti di s. Michele arcangelo e di s. Senzia

Dalle iscrizioni paleocristiane spoletine si apprende che a Spoleto si invocavano e veneravano «sancti» e i fedeli si facevano seppellire «in loco sancto»14; mentre dalle «Passiones» si conoscono i nomi e i cimiteri sui quali sorsero delle basiliche: è il caso di S. Concordio, oggi basilica del Salvatore (V-VI sec.) posta ai piedi del colle Ciciano «non longe a civitate Spoletana ubi aque multe emanant»15. Egualmente ad acque, ma ristagnanti e quindi malariche, fa cenno la passione di s. Senzia ritenuto sepolto nella stessa chiesa di S. Concordio e il cui culto a Spoleto (s. Sensio) sembra legato al controllo delle acque16. Si narra in questa passione (sec. VII-VIII) come un drago, che era solito stazionare sotto le mura di Spoleto, stava ammorbando l'aria con il suo respiro pestifero; il presbitero Senzia, deportato insieme ad altri monaci in Africa (439) e da lì tornato in Italia, dopo varie peregrinazioni giunse a Spoleto e fattosi coraggio si recò nella tana del drago: dopo averlo preso a bastonate lo tramortì, quindi lo legò e lo spedì al mare tramite un fiume «qui appellatur Minion»17. Dopo di ciò Senzia, nella grotta da dove aveva cacciato il drago, eresse un fonte battesimale dove, nel nome della Santissima Trinità, rigenerava quanti convertiva alla fede cristiana18.

Severo Minervio, nella Storia di Spoleto (XVI sec. in.), riferito in sunto quanto sopra, aggiunge che dalla fonte consacrata da Senzia scaturiva acqua di cui facevano uso terapeutico, ancora ai suoi tempi, coloro che erano colpiti da febbri malariche19. Ci si trova dinanzi ad un tentativo, peraltro mal riuscito, di introdurre a Spoleto la leggenda di un santo di Blera, ma che trova forse una spiegazione nell'impaludamento di acque ai piedi di ambedue le città - fenomeno a Blera dovuto al bradisismo, e a Spoleto alla mancata irreggimentazione delle acque - dando così origine al ristagno di acque20.

Il fonte battesimale, cui fa riferimento il testo agiografico, viene comunemente identificato con l'edificio sacro sulla sommità di colle Ciciano; questo è attestato come pieve, fra l'altro, dalla lista del «Pelosius», un catalogo di chiese della diocesi spoletina (sec. XIV) e da un'iscrizione secentesca. In detta epigrafe, derivante da una più antica lapide, si narra come la chiesa in oggetto, in un anno imprecisato, comunque posteriore al 428, anno in cui erano consoli Felice e Tauro, fu dedicata a s. Michele Arcangelo; e come da ultimo la medesima, trasferiti i diritti del sacro fonte battesimale alla chiesa cattedrale, fu insignita di grandissime indulgenze per tutto il mese di maggio e consacrata21. Almeno quattro i messaggi che ci vengono di questa iscrizione la quale riprende una più antica lapide ora perduta, ma di cui ci è noto il testo frammentario con il nome di uno dei due consoli22: la sua dedicazione all'Arcangelo dopo il 428; il trasferimento dei diritti plebali alla chiesa cattedrale; la titolarità di indulgenze da lucrarsi nel mese di maggio; la consacrazione del tempio.

Effettivamente nel 428 erano consoli in occidente Flavius Constantius Felix e in oriente Flavius Taurus. L'anno 428 va tuttavia messo in relazione, non con la dedicazione all'Arcangelo, fatto posteriore (post), ma con un altro evento di cui si è perduta memoria e che doveva figurare nella perduta epigrafe frammentaria23. Assai vicina, se non la stessa, la motivazione che fonda il tentativo, peraltro maldestro, di introdurre a Spoleto la leggenda di s. Senzia, un santo realmente vissuto e martirizzato in Bieda: la connessione fra drago minacciante la città e l'edificazione di una chiesa battesimale. Va anche osservato che i nomi dei consoli, ricordati nella chiesa battesimale di Ciciano, rimandano, salvo la variante di Tauro /Mauro, agli eroi della legenda illustrata nel fregio a bassorilievo, di fine secolo XII, che decora la facciata di S. Felice di Narco in Valnerina24. Narra il relativo testo agiografico come Mauro e suo figlio Felice, provenienti dalla Siria, su richiesta della popolazione di Val di Narco, liberarono quella terra dal drago che con il fiato ammorbava l'aria; armati di uno strumento di ferro e di un bastone: Mauro affrontò il drago con il ferro, Felice invece piantò in terra il bastone che subito gettò foglie. Ci troviamo di fronte ad una metafora della bonifica di un territorio, illustrata appunto dal bassorilievo posto sotto il rosone della chiesa di Narco. Il drago, che esce dalla grotta, rappresenta il fiume Nera, mentre la fantasia popolare colloca quella tana in un anfratto non lungi dalla chiesa di S. Felice25. Ora questa metafora è identica a quella che appare nella vita di s. Senzia. Forte il sospetto che sia questa legenda, sia l'epigrafe di S. Angelo, alludano alla stessa bonifica operata nello Spoletino nel 428, sotto il consolato di Tauro e Felice. Mentre è significativo il fatto che ancora a metà secolo XVII si registri nella campagna a ridosso di Spoleto il ricorso a s. Senzia, l'antico terapeuta delle febbri malariche ora probabilmente invocato come protettore contro la peste26.

La ricordata lista del «Pelosius» (secc. XIV-XVI) ci conferma che sul colle Ciciano, da dove si controllano vasti tratti della Flaminia e della via Nursina, sorgeva una chiesa battesimale dedicata a s. Michele arcangelo e che i diritti del fonte battesimale, al tempo in cui il codice veniva compilato (nunc), quindi non prima del sec. XIV, erano stati trasferiti alla chiesa cattedrale di Spoleto27. Nessuno ha finora messo in discussione l'autenticità di questo fonte e sulla base del ricordato testo frammentario, del 428, si è creduto di poter collocare la fondazione della chiesa e del battistero nel secolo V28. Anzi se ne è vista una conferma nell'adattamento spoletino della leggenda di s. Senzia dove l'eroe sarebbe stato anche a Spoleto formidabile vincitore di un drago e nel sito stesso da cui espulse la belva avrebbe consacrato un «fontem baptismatis». Sia l'epigrafe, come il catalogo delle chiese spoletine concordano nel dire questa chiesa battesimale dedicata a s. Michele arcangelo. I ruderi dell'attuale chiesa sul colle Ciciano non serbano però traccia di una grotta e tuttavia doveva pur esserci, stante lo stretto legame tra culto micaelico e grotte stillanti acqua. S. Michele, oltre ad essere il principe delle milizie celesti (Ap. 12, 7-9) fu infatti ritenuto anche l'angelo dell'acqua. La nozione di Michele taumaturgo che guarisce gli infermi per mezzo dell'acqua è una esplicitazione del vangelo di Giovanni (5, 2-4) interpretato anche come figura del battesimo29. Il primo santuario, dedicato all'Arcangelo, con annessa una fonte terapeutica, è quello di Khonas, in Turchia: nella Narratio de miraculo a Michaële arch. Chonis patrato una delle tre versioni, quella appunto latina e anche la più antica, si dice che l'angelo Michele, apparso a Khonas, presso Colossi, fece scaturire una fonte le cui acque possedevano virtù terapeutiche tutte le volte che i fedeli vi si aspergevano «invocando il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, insieme all'arcistratega Michele» e, a riprova, la Narratio, composta tra il 692 e il 787, riferisce la guarigione prodigiosa di un bambino muto dalla nascita, episodio che dalla legenda è collocato in età apostolica, ma che in realtà risale a qualche secolo dopo. Si aggiunga che, oltre agli attributi di capo delle milizie celesti, guaritore e campione che lotta con il drago, la tradizione cristiana ha dato a Michele anche gli attributi di psicagogo o pesatore delle anime, psicopompo o conduttore delle anime, titoli coniati dai cristiani di Egitto che con Michele avevano rimpiazzato l'antica divinità egizia preposta a queste funzioni30.

Solo opportune ricerche archeologiche potranno confermare l'ipotesi che individua sul colle Ciciano il primo centro religioso del ducato31. E tuttavia per datare il santuario micaelico di Ciciano occorre tener presente che il battistero compare nella passione come «fontem baptismatis», espressione che è anteriore al termine plebs il quale molto lentamente cominciò ad affermarsi a partire secolo IX32; inoltre, la venerazione dell'Arcangelo, connessa alla presenza di acque, si propagò in Occidente soltanto dopo il VII secolo; si aggiunga poi che la «stilla» del Gargano, l'acqua che sgorgava dalla roccia all'interno della grotta era particolarmente efficace contro la febbre33: il che, per transfert, si estese anche ad altri santuari costruiti sul modello garganico34. Alla stessa presenza di acque terapeutiche va con tutta probabilità collegato il titolo di chiesa battesimale, indubbiamente rivendicato dai fedeli che facevano uso di quell'acqua, anziché a una ipotetica migrazione di agricoltori saliti su quell'altura a seguito del ricordato impaludamento della piana sottostante Spoleto. Quanto invece alle indulgenze: lucrandosi queste a maggio, balza evidente la scadenza di una delle feste micaeliche, quella dell'8 maggio; e se dette indulgenze reclamate dall'epigrafe secentesca sono da mettere in relazione con la consacrazione della chiesa, l'elargizione è da porsi dopo il secolo XII35.

3. S. Ponziano santuario polivalente

Anche la basilica di S. Ponziano era stata eretta su un'area cemeteriale e a neppure cento metri di distanza dalla basilica del Salvatore; ambedue ai piedi del colle Ciciano.

La passione di s. Ponziano, non anteriore alla seconda metà del VI secolo, narra che «advenerunt christiani per noctem abstuleruntque eius corpus a ponte sanguinario et sepelierunt eum in pace non longe a muro civitatis Spoletinae, in fundo qui appellatur Lucianus, et sepultus est quinto decimo kalendas Februarii»36. Si tratta dello stesso cimitero ricordato nella passione dei Ss. Carpoforo e Abbondio, assegnata al sec. VIII37, che all'epoca aveva tuttavia già preso l'appellativo del martire: «quorum corpora, nocte veniens, tulit Sincleta Deo amata et condidit in praedio suo in coemeterio Pontiano, non longe ab urbe Spoletina, in latere montis, in spelunca et in eadem cripta conclusit»38. Mentre il monaco Giovanni nella passione di s. Giovanni arcivescovo ci attesta che quell'area, ai suoi tempi, cioè verso la fine sec. X, era costodita da una comunità monastica39. La costruzione della basilica nel fundus Lucianus, oggi Ciciano non è però anteriore al XII secolo.

La facciata è romanica (secc. XII-XIII) e sull'architrave corre la seguente iscrizione: «A te che entri la pace, a te che preghi la grazia che meriti; ricordati che sei fango e diventerai cenere; ricevi il perdono supplicato tra gemiti e lacrime»40. La solennità del monumento, probabile mausoleo della città, indica l'importanza che, all'epoca, quello spazio sacro rivestiva per gli Spoletini, ma singolarmente in questa scritta non si fa menzione di culti martiriali cui rimandano le passioni; mentre si conferma la funzione terapeutica di quel santuario («a te che preghi la grazia che meriti») e si ricorda al fedele, che sta per entrarvi, oltre al memento mori, anche la possibilità di suffragare le anime dei trapassati, evidenziando così il ruolo di mausoleo svolto da quel complesso. È quanto del resto è confermato dai cinque sarcofagi altomedievali anepigrafi cui probabilmente Iacobilli fa riferimento quando scrive che il corpo di Ponziano fu collocato nella chiesa sotterranea, «ove il Signore Dio per li meriti di lui operò molti miracoli, essendosi illuminati più ciechi, sanati non pochi stroppiati e paralitici e liberati molti vessati da demonii», ma aggiunge che i sepolcri di S. Ponziano in seguito furono manomessi da Baldrico vescovo di Utrecht (966-968)41. Sulla spalla sinistra di un'apertura che permetteva la comunicazione tra la chiesa di S. Ponziano e la cripta è immurato il frammento con la scritta: «+ Procula sp<ectabilis> f<oemina> de don<is> | Dei et sanctorum recuperavi...»42. Procula, una «matrona di rango senatorio», va messa in riferimento al dono della mensa a sua volta in relazione a una qualche iniziativa, forse alla sistemazione di una tomba ivi venerata, un evento collocabile intorno al V/VI secolo. La tradizione agiografica vuole che una matrona di nome Sincleta, «Deo amata», prese di notte tempo i corpi dei ss. Carpoforo e Abbondio, e li seppellì in un suo terreno posto nel cimitero di S. Ponziano «in latere montis, in spelunca et in eadem cripta conclusit»43. Antistante il primo dei tre sarcofagi sistemati in cripta, quello di sinistra, una lastra di reimpiego reca il nome di Agipertus, un individuo con nome longobardo che sembra rafforzare l'ipotesi di «riconoscere accentrato sul colle Ciciano il centro religioso del ducato»44.

La cripta fra Tre e Quattrocento si arricchì di pregevoli affreschi. Nella prima navata fa spicco una Madonna in trono col bambino: un affresco ritoccato e deperito, con evidenti tracce di bruciature prodotte da lumi e candele, opera «di un pittore umbro giottesco di qualità non comune»45; in basso i ganci per reggere la lampada ad olio, segno di particolare devozione46; tutto intorno si notano segni dei chiodi dove erano appesi i ricordati dieci ex-voto. Nell'abside centrale, Crocefissione con due Marie e l'animula portata in cielo dagli arcangeli Raffaele e Michele. Nell'abside seguente una Trinità con gruppi di devoti e devote; nella volta quattro Angeli e nel muro a destra s. Girolamo e s. Onofrio. Nella quinta navatella, una grande figura di s. Michele arcangelo, ieratico, imberbe, con una lunga tunica, ampie ali, sulla mano destra una verga, sulla sinistra l'orbe; ai piedi sono inginocchiati due oranti. A sinistra, un eremita; a destra, una bizzoca, cioè una religiosa mulier47. Questo importante ciclo di affreschi è stato più volte descritto, ma finora è mancata l'attenzione sul ruolo svolto da quello spazio sacro all'epoca della decorazione; una lettura che nel passato poteva essere facilitata dalla presenza nella stessa cripta degli ex-voto che nel 1967, per ragioni di sicurezza, furono trasferiti all'interno del monastero. È così finora sfuggito il fatto che i temi di questo ciclo, distribuito in cinque absidi, sono strettamente collegati fra di loro e rispondono ad altrettanti culti che si sono susseguiti sul colle Ciciano per la terapia della febbre e per il suffragio delle anime dei trapassati, culti che a loro volta rimandano ai ruoli attribuiti all'Arcangelo Michele. La Trinità con gruppi di devoti e devote e S. Michele arcangelo, rappresentato sulla mano destra una verga, sulla sinistra l'orbe - simboli che rimandano al suo ruolo di capo supremo del popolo cristiano (significato dall'orbe) e di guerriero che con l'asta scaccia dal cielo il dragone (cioè satana, Ap. 12,7 s.) - traducono la formula da usare per ottenere la grazia quando ci si asperge con l'acqua terapeutica, appunto l'invocazione del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo e dell'arcistratega Michele, formula suggerita dal racconto di fondazione del santuario michaelico di Khonas. Mentre la Crocefissione, con a fianco l'animula portata in cielo, rimanda alle preghiere di suffragio, in primo luogo al sacrificio della s. Messa.

Gli ex-voto, offerti alla Madonna in trono col bambino e che attestano guarigioni da febbre, indubbiamente rimandano all'acqua della grotta micaelica sul Gargano ritenuta efficace contro la febbre e ai santuari costruiti sul modello garganico come sembra sia stato quello spoletino del colle Ciciano. L'accostamento tra la Madonna e s. Michele a sua volta è una esplicitazione del noto passo di Ap. 12, 1s., dove si narra della lotta fra la Donna e il serpente. Vero è che in Spoleto il ruolo di febrifugo veniva svolto anche da s. Senzia venerato nella vicina basilica del Salvatore, dove nel 1456 le suore del terz'ordine dei Servi subentrarono alle agostiniane: da qui il sospetto di una «concorrenza» fra monasteri48.

Sta di fatto che la cripta, così come attualmente si presenta, rispecchia l'ultima fase di un santuario polivalente di cui, allo stato attuale della documentazione, è problematico ripercorrerne le tappe. La cappella di sinistra rimanda a un santuario «contra pestem», quella centrale alla devozione per le anime purganti e quella di destra al culto micaelico, culto che in Umbria è legato alla transumanza e all'agricoltura49, alle acque, alla maternità e alle grotte e spesso è anche associato alla Madonna50.

Di notevole interesse l'iconografia dell'Arcangelo nell'absidiola di destra della cripta: s. Michele vi svolge - giova ripeterlo - il ruolo di capo supremo del popolo cristiano (significato dall'orbe) e di guerriero che con l'asta scaccia dal cielo il dragone (cioè satana). Vi svolgono a loro volta il ruolo di intercessori un eremita e una bizzoca, rappresentanti di due categorie di devoti cui i fedeli continuamente ricorrevano: per i pellegrinaggi vicari, affidati di preferenza ad eremiti e per la preghiera di intercessione richiesta alle bizzoche51.

Colpisce invece il fatto che nel ciclo pittorico della cripta manchi qualsiasi riferimento al martire Ponziano sulla cui tomba era sorto il tempio, peraltro intitolato al medesimo eroe e di cui all'epoca della decorazione la chiesa di certo possedeva un codice membranaceo, con la passione del martire52. Il cavaliere in arma, l'insegna più antica del comune di Spoleto, tradizionalmente interpretato come s. Ponziano, risale al secolo XII53, e tuttavia le prime testimonianze del suo patrocinio speciale sulla Comunità di Spoleto non sono anteriori al 149154. Due delle più antiche raffigurazioni spoletine di s. Ponziano si trovano appunto all'interno del monastero. Una fu eseguita alla base di un grande crocefisso ligneo, scolpito intorno alla metà del '400 e posto sulla parete di fondo del refettorio: il santo è raffigurato nelle vesti di un giovane a cavallo, con bandiera crociata55; l'altra è un affresco eseguito nel 1482 nella sala del camerlengato, dove il santo è raffigurato nelle vesti di cavaliere con bandiera, mentre il cavallo è in secondo piano56. Ma solo a partire dal 1497 si afferma una nuova iconografia grazie all'incontro della più antica raffigurazione del cavaliere dell'insegna spoletina con quella del Santo fino ad allora raffigurato come un giovane romano a cavallo con bandiera crociata, riconducibile all'iconografia di s. Giorgio e quindi a quella dell'arcangelo Michele, ambedue vincitori del drago, il quale a sua volta rimanda alla bonifica ricordata dai miti di colle Ciciano57.

Ancorché si desiderino puntuali documenti, probabilmente a coniare l'iconografia del patrono di Spoleto furono le stesse religiosae mulieres custodi del santuario di S. Ponziano e dei culti che si susseguirono a colle Ciciano. La solennizzazione della festa, nella chiesa omonima, iniziò tuttavia solo dalla metà Settecento, dopo il ritrovamento di un teschio di un giovane dell'età di circa venti anni, come appunto si espresse una commissione di periti il 7 dicembre 174558. Si legge nel documento che il vescovo, dopo aver fatto inutili ricerche ad Utrecht dove nel secolo X erano finite le reliquie di s. Ponziano59, autenticò quell'insigne reliquia; qualche anno dopo si procedette al rifacimento interno della basilica, completato nel 1788 su disegno del giovane architetto romano Giuseppe Valadier60. E da allora S. Ponziano è divenuto il santuario dell'identità cittadina.

Appendice

Elenco cronologico degli ex-voto

1. In alto, al centro, Crocefisso fra i dolenti; in primo piano, al centro, celebrazione del sacrificio della S. Messa, momento della elevazione; inserviente è un frate minore estatico che contempla l'apparizione della croce; ai lati, monache (a destra 15 e a sinistra 17) con velo nero listato di bianco, soggolo bianco e la corona in mano. Privo di scritte. Tavola dipinta, mm. 285 x 375, sec. XVI.

2. Orante inginocchiato con cappello e corona in mano, zimarra e camicia con colletto (in primo piano, a destra) si raccomanda alla Vergine con Bambino benedicente; (lato sinistro, in altro, entro nube. A sinistra, entro cartiglio, la scritta: «Per gratia ricevuta 1610». Carta su tavola, cm. 305 x 180, datata 1610.

3. Bambino malato, disteso su di un letto con lenzuola bianche e coltre rossa (a destra, in secondo piano) raccomandato alla Vergine con Bambino (lato sinistro, in altro, entro nube), da una bizzoca inginocchiata con la corona in mano (in primo piano). In basso, la scritta: «Ex voto 160X». Carta su tavola, cm. 180 x 225, datata 1610.

4. Un bambino sulla culla ammalato (in primo piano) è raccomandato alla Vergine con Bambino recante sulla mano sinistra l'oecumenicon (lato sinistro, in altro, entro nube) da un ragazzo, una donna e un uomo, appunto i familiari, tutti in ginocchio, le mani congiunte e gli occhi rivolti alla Vergine. A sinistra, la scritta: «Ex voto 1620». Carta su tavola, cm. 250 x 240, datata 1620.

5. Monaca distesa su di un letto e afflitta da febbre (a destra, in secondo piano) è raccomandata alla Vergine con Bambino recante in mano un rotulo (lato sinistro, in alto, entro nube) da altra monaca inginocchiata con velo nero e soggolo (in primo piano). In basso a sinistra, la scritta: «Una monica auta la feb|re ani tre se aricomanda a la | Madona di S. Ponzano | è sana e libera per Dio grazia». Tavola dipinta, cm. 305 x 180, sec. XVII.

6. Un uomo disteso sul letto, le mani incrociate sul petto e gli occhi rivolti verso la Vergine (a destra), raccomandato alla Vergine con Bambino (odigitria) (lato sinistro, in altro, entro nube) da due donne oranti inginocchiate, fra cui una bizzoca (in primo piano). In basso, la scritta: «Ex voto». Tavola dipinta, cm. 440 x 335, sec. XVII.

7. Monaca inginocchiata con velo nero, sottovelo bianco, soggolo e in mano la corona (in primo piano, a destra), si raccomanda alla Vergine con Bambino recante sulla mano sinistra l'oecumenicon (in altro, a sinistra, entro nube). In basso, a sinistra, entro riquadro, la scritta: «Ex voto». Carta su tavola, misura cm. 290 x 230, sec. XVII.

8. Monaca orante inginocchiata, con corona in mano (in primo piano, a destra), si raccomanda alla Vergine con Bambino recante sulla mano sinistra l'oecumenicon (in alto a sinistra, entro nube). In basso, a sinistra, entro riquadro, la scritta: «Ex voto». Carta su tavola, cm. 255 x 215, sec. XVII.

9. Uomo in ginocchio con camicia e colletto, calzoni al ginocchio e zoccoli, la corona in mano si raccomanda alla Vergine con Bambino benedicente (in altro, a sinistra, entro nube). In basso, a sinistra, la scritta: «Ex voto». Carta su tavola, cm. 150 x 130, sec. XVII.

10. Monaca (?) ammalata, seduta sul letto, è raccomandata alla SS.ma Trinità (Eterno Padre, Crocefisso e Spirito Santo, in alto, a sinistra entro nube) da una monaca orante. In basso la scritta: «Ex voto». Carta su tavola, cm. 300 x 210, sec. XVII61.

Note

1. Sulla ritenuta «bonifica di Teodorico» nei pressi di Madonna di Lugo, L. Gentili, L. Giacché, B. Ragni, B. Toscano, L'Umbria, manuali per il territorio, Spoleto, Roma, 1978, p. 586.

2. Sezione di Archivio di Stato di Spoleto (ASS), corp. rel. XIV/66. Dipendevano inoltre dal monastero chiese nello Spoletino, nel Perugino e in Montefalco.

3. ASS, corp. rel., perg. 68.

4. E. Friedberg, Decretalium collectiones, Lipsia, 1871, coll. 1054s; J. Leclercq, Il monachesimo femminile nei secoli XII e XIII, in Movimento religioso femminile e francescanesimo nel secolo XIII , Assisi, 1980, pp. 63 s., sp. 85-87.

5. Archivio Privato di Spoleto (APS), perg. 37.

6. ASS, Corp. rel., pergg. 67, 69.

7. Nel 1389 S. Maria Maddalena «de Capatis in monte Ciçano»; nel 1405 S. Paolo di Montefalco; nel 1413 S. Caterina «de Colle Florito», monastero dove, a sua volta, nel 1371, erano state concentrate le agostiniane di S. Chiara «de Colle Petroso»; cfr. ASS, Corp. rel., pergg. 25, 35, 36; APS, pergg. 5, 42, 56; L. Fausti, Le chiese della diocesi spoletina nel XIV secolo, in «Archivio per la storia ecclesiastica dell'Umbria» 1 (1913), p. 158; S. Nessi, Appendice storico-documentaria, in E. Menestò, Il processodi canonizzazione di Chiara da Montefalco, Firenze, 1984, tav. 2.

8. Ospedale della Stella (AOS), pergg. 116, 146, 152, 354, 364; ASS, Corp. rel., perg. XXIV/70, APS, perg. 4, 7, 60; cfr. L. Fausti, Degli antichi ospedali di Spoleto, in «Atti dell'Accademia Spoletina» 1920-1922, pp. 68-78.

9. L. Wadding, Annales Minorum, XVI, 132 e 559; ASS, Corp. rel., perg. 72.

10. A. Fantozzi, La riforma osservante dei monasteri delle clarisse nell'Italia centrale (documenti, sec. XV-XVI), in «Archivum Franciscanum Historicum», 23 (1930), pp. 361-382; 488-550, ivi, 528 s.

11. S. Maria degli Angeli, Archivio della Provincia Serafica, fondo conventi, Spoleto, convento di S. Paolo, «Exponi nobis», 1521 luglio 20; F. Gonzaga, De origine seraphicae religionis franciscanae eiusque progressibus..., Roma, 1587, p. 173; Agostino da Stroncone, L'Umbria serafica, in «Miscellanea francescana» VI (1895), p. 142.

12. APS, perg. 79, 1520 novembre 28.

13. P. Clemente, Pittura votiva e stampe popolari, Milano, 1988; Ex voto tra storia e antropologia, Atti del Convegno del Museo di arti e tradizioni popolari di Roma 1983, Roma, 1986; G. B. Bronzini, Santi taumaturghi e taumaturgia dell'ex voto. Schede di ex voto a cura di G. De Vita, in «Lares» 56/2 (1990), pp. 493-541.

14. E. Bormann, Corpus inscriptionum Latinarum (C. I. L.), XI, 2, Berlino, 1902, p. 724, n. 4968, 4970; p. 725, n. 4975.

15. Acta sanctorum Ianuarii, I, Anversa, 1643, pp. 9-10; F. Lanzoni, Le diocesi d'Italia dalle origini al principio del secolo VII, Faenza, 1927 (Studi e Testi, 35), pp. 440-441; B. Toscano, Per la storia del Salvatore di Spoleto, in Scritti di Storia dell'arte in onore di Mario Salmi, Roma, 1961, pp. 87-94; inoltre L'Umbria, manuali per il territorio, Spoleto, pp. 76-83, 141 con prec. bibliografia. Archivio della Cattedrale di Spoleto, perg. 490; altra copia coeva, ASS, Corp. rel., perg. 26.

16. De sancto Senzio, in Acta Sanctorum, Maii, V, Venetiis, 1741 a cura di A. G. Henschenio, D. Papebrochio, pp. 536-539; F. Lanzoni, Le diocesi, cit., I, pp. 523-526; A. Amore, Senzio, santo, in Bibliotheca sanctorum, XI (Roma, 1968), p. 848; R. Grégoire, L'agiografia spoletina antica: tra storia e tipologia, in Il ducato di Spoleto, Spoleto, 1983, pp. 348-349.

17. De sancto Senzio, in Acta Sanctorum Maii, V, p. 536. Una raffigurazione di S. Senzio/a si ha nella chiesa del Salvatore nell'abside della navata destra in un affresco, datato 1478. S. Senzia, che indossa la dalmatica, è intento a scrivere, con uno stilo, su di un libro che tiene con la mano sinistra poggiante su un bastone e dalla quale pende una corda che scende fino a terra dove giace un drago, il capo legato alla corda e la coda avvinghiata al bastone.

18.«Beatus Sentias [...] tandem pervenit ad Spoletanam civitatem quam tenebat infirmitas draconis. Non longe autem a civitate Spoletana in monte qui situs est iuxta eam, qui appellatur (spazio bianco) fecit confessor Christi parvum tugurium et ibi de arte caligaria exercebat propter stipendium sui corporis [...] dum autem tantis virtutibus polleret omnes unanimiter deprecati sunt eum ut expelleret dragonem qui sub muro civitatis erat, cuius flatu plurimi periclitabantur. Sanctus autem Sentias indixit omnibus triduanum ieiunium. Post hec intrepidu ascendit ad locum ubi erat draco et flectens genita sua in terra et oculos et palmas ad celum levavit et oravit [...] et percussit cum baculo et extraxit eum de cripta in qua manebat et quasi asellum ante se menabat. Videntes tale miraculum, omnes Spoletani cursu rapido sequebantur eum a longe. Et transvehit eum sanctus Sentias per flumen qui appellatur Minion et prosecutus eum est usque ad mare et ibidem immersit eum in profunditate abissi in nomine Domini nostri Ihesu Christi [...] sanctus Sentias qui presbiteratus fungebatur officio, fontem baptismatis in loco unde draconem expulerat, consecravit, atque quoscumque verbo salutis ad fidem Christi convertit, ibidem in nomine sancte Trinitatis baptizavit», Spoleto, Archivio del Duomo, Leggendario di S. Felice di Narco, I, Vita et obitus S. Sentie conf. et sociorum eius, ff. 216r-218v, ivi, 218 s (228r-230v) compilato sul finire del secolo XII; Acta Sanctorum, Maii, VI, 71-73; B. De Gaiffier, Les légendiers de Spolète, in «Analecta Bollandiana» 74 (1956), pp. 313-348, ivi, p. 333. Il drago, che stazionava in una «cripta» e che con il suo fiato ammorbava la piana sottostante, rimanda al testo della «Revelatio», dove è riferito il racconto di fondazione del santuario Micaelico di Monte Tancia in Sabina, cfr. A. Poncelet, San Michele al monte Tancia, in «Archivio della r. Società romana di Storia patria» 1906, pp. 545-47. Chiaro il riferimento di ambedue gli agiografi al noto passo di Ap. 12, 1 ss. dove si narra della lotta fra la Donna e il serpente. Probabilmente si ispira ai testi agiografici di cui sopra la vita di s. Donato, vescovo di Arezzo, riferita da Jacopo da Varagine (Leggenda aurea, Firenze, 1984, p. 521) dove però il ruolo del santo è legato alla purificazione di sorgenti inquinate e non anche alla bonifica di terreni paludosi.

19. S. Minervio, De rebus gestis atque antiquis monumentis Spoleti, in A. Sansi, Documenti storici inediti, Foligno, 1879, p. 92. L. Iacobilli, Vite de' santi e beati dell'Umbria e di quelli i corpi de' quali riposano in essa provincia, I, Foligno, 1647, p. 567.

20. F. Lanzoni, Le diocesi, pp. 522-526; V. Saxer, La vita di Sensio, in «Biblioteca e società», IV, 3-4, pp. 57-58; C. Curti, La 'vita' di san Senzio di Blera, in Il paleocristiano nella Tuscia, Viterbo, 1981, pp. 23-42. Sulla bonifica di Blera, P. Toubert, Les structures du Latium médiéval. Le Latium méridional et la Sabine du IX siècle à la fin du XII siècle, Rome, École Française, 1973.

21. Il testo dell'epigrafe in S. Ceccaroni, S. Michele arcangelo «de colle Ciciano» di Spoleto, da pieve altomedievale a chiesa cimiteriale per i morti di peste nel XIX secolo, in «Spoletium, 31-32/34-35 (1990), pp. 172-180, ivi, p. 172.

22. Questo, il testo frammentario edito da A. Sansi, Degli edifici e dei frammenti storici delle antiche età di Spoleto, Foligno, 1869, p. 305: «...<p>ost cons<ulatum> <Felici>s et Tauri <anno vero salutis humanae>. <CC>CC<XXVIII> ...», inoltre C. I. L., XI/2, p. 725, n. 4971.

23. Si limita a dare un'interpretazione letterale e quindi riduttiva del «post» G. Binazzi, Un'iscrizione umbra con la menzione di una «basilica Angelorum», in «Bollettino della Deputazione di storia patria per l'Umbria» 78 (1981), pp. 226-228, ivi, p. 225.

24. L'Umbria, manuali per il territorio, La Valnerina, il Nursino, il Casciano, Roma, 1977, p. 102.

25.C. Cilleni Nepis, Il «drago» nella leggenda di S. Mauro e di S. Felice in Val di Narco, Aquila, 1900.

26. Ritrovo l'immagine del santo, che indossa una dalmatica e che tiene al guinzaglio un drago, giacente ai suoi piedi, nella chiesa di S. Biagio di Pompagnano di Spoleto insieme ad altri dipinti, datati 1640, che rimandano alla peste: indubbiamente la pietà popolare attribuì al santo febrifugo anche il potere di intercessore contro la moria.

27. L. Fausti, Le chiese, p. 179 ; S. Ceccaroni, Il culto di s. Michele arcangelo nella religiosità medievale del territorio spoletino, con intr. di G. Antonelli, L'attività culturale di Sandro Ceccaroni storico della sua Spoleto, Spoleto, 1993 (Quaderni di «Spoletium» 6), pp. 41-2.

28. L. Fausti, Clitunno pagano e Clitunno cristiano, Spoleto, 1910, pp. 38-40.

29. Tertulliano, De baptismo, 6, 1 in CChL, 1, 282 (J. G. PH. Borleffs).

30. M. Bonnet, Narratio de miraculo a Michaele archangelo Chonio patrato, in «Analecta Bollandiana» VIII/18 (1889), pp. 287-328; M. Righetti, Manuale di storia liturgica, 1955, II, p. 329 s.; V. Saxer, Jalons pour servir à l'histoire du culte de l'archange saint Michael en Orient jusqu'à l'iconoclasme, in Noscere Sancta, Miscellanea in memoria di Agostino Amore, I, Roma, 1985, pp. 357-426, sp. 369 s., 381 s., 384.

31. Sulla lastra tombale di un Agipertus, «primo longobardo di Spoleto archeologicamente accertato», sepolto in S. Ponziano, L. Pani Ermini, Testimonianze altomedievali in S. Ponziano di Spoleto, in «Spoletium», 29-30 (1985), pp. 3-10, ivi, 6 s.

32.A. A. Settia, Le pievi della diocesi di Spoleto: dati e problemi, in Il ducato di Spoleto, pp. 371-372.

33. Acta Sanctorum, Septembris, VIII, pp. 41-47. II santuario in onore di s. Michele, sulla montagna garganica, venne consacrato nella seconda metà del VI secolo, mentre la legenda dell'Apparito sancti Michaelis in monte è datata fra il VII e IX secolo; cfr. A. Petrucci, Aspetti del culto e del pellegrinaggio di S. Michele Arcangelo sul monte Gargano, in Pellegrinaggi e culto dei santi in Europa fino alla Ia Crociata, Todi, 1963, pp. 145-180; G. Otranto, C. Carletti, Il santuario di S. Michele arcangelo sul Gargano dalle origini al X secolo, Bari, 1990, p. 15.

34.Uno dei primi esempi documentati di transfert di sacralità è la ricostruzione su modello della grotta garganica a Roma, al tempo di papa Bonifacio III (607) o IV (608), cfr. M. Martens, A. Vanrie, M. De Waha, Saint Michel et sa symbolique, Bruxelles, 1979, p. 127. Sulle grotte eremitiche dedicate all'Arcangelo, il capo della milizia celeste, protettore delle anime del terribile giudizio, il difensore nella lotta contro le insidie del diavolo, v. anche le osservazioni di É. Delaruelle, Les ermites et la spiritualité populaire, in La piété populaire au Moyen âge, Torino, 1975, pp. 125-154, ivi, 147 s.

35.Sul problema delle indulgenze, N. Paulus, Geschichte des Ablasses im Mittelalter vom Ursprung bis zur Mitte des 14. Jahrhunderts, I-II, Paderborn, 1922-1923; J. Sumption, Monaci, santuari, pellegrini: la religione nel Medioevo, Roma, 1981, pp. 179-184; 364-379.

36. Acta Sanctorum Ianuarii, I, p. 934; G.N. Verrando, Reciproche influenze tra Roma e il Martirologio e Passionari umbri, in L'Umbria meridionale fra tardo-antico ed altomedioevo, a cura di G. Binazzi, Assisi, 1991, pp. 99-110.

37. Acta sanctorum Iulii, I, p. 11; F. Lanzoni, Le diocesi, p. 442.

38. Spoleto, Archivio del Duomo, Lezionario II, Natale ss. Britii ep., cc. 100-102; III, Natale s. Britii confessoris, cc. 180-182.

39. L. Fausti, Del sepolcro di s. Giovanni, p. 12.

40. «Sit pax intranti, sit gratia digna precanti; esse meme<n>to lutu<m> temen cinereq<ue> futuru<m> accipia<s> venia<m> lachrimis gemiti<s>q<ue> petita<m>».

41. L. Iacobilli, Vite de' santi e beati dell'Umbria, pp. 73-77; L. Sensi, Un sarcofago paleocristiano da Santa Maria in campis presso Foligno, in «Bollettino storico della città di Foligno» VI (1982), pp. 19-34.

42. L. Sensi, Miscellanea epigrafica, p. 39, fig. 4; L. Pani Ermini, Testimonianze altomedievali in S. Ponziano, p. 8, fig. 5.

43. Acta sanctorum Iulii, I, Anversa, 1719, p. 11.

44. L. Sensi, Miscellanea epigrafica spoletina, p. 40 fig. 5; L. Pani Ermini, Testimonianze altomedievali in S. Ponziano, p. 7 s.; C. A. Mastrelli, Il nome di Agipertus dell'iscrizione di S. Ponziano, in «Spoletium», 29-30 (1985), pp. 11-13.

45. L'Umbria, Manuali per il territorio, Spoleto, p. 75 in «Critica d'arte» 42 (1977), pp. 154-156, 231-233.

46. Il Rituale romanum, tit. VIII, cap. 19, dispone che accanto al tabernacolo, a corpi santi, o a reliquie insigni arda una lampada ad olio.

47. Il culto alla Madonna della febbre è documentato nella vicina Foligno, in cattedrale, Foligno, sez. di Archivio di Stato, Not. 94 (fasc. 1473-78), 1473 gennaio 18; ivi, Not. 97 Simone di Pietro Paolo (1493-95), 1495 agosto 13. Per una descrizione degli affreschi vedi L'Umbria, Manuali per il territorio, Spoleto, p. 75; per il B. Simonino, inserito fra i terapeuti della peste, vedi R. Cordella, Simonino da Trento e un graffito scherzoso sulle pareti di S. Ponziano, in «Spoletium», XXXI-XXXII (1990), pp. 253-257.

48. L'Umbria, Manuali per il territorio, Spoleto, p. 77.

49. Le feste di s. Michele (8 maggio, tradizione meridionale del culto e 29 settembre, tradizione romana) segnano l'inizio e la fine della transumanza e spesso sono associate a fiere e mercati.

50. Cito per la Valle Spoletana il santuario micaelico di S. Angelo «de gruttis» in seguito dedicato alla Madonna «del riparo» sul quale mi permetto di rimandare al mio, Vita di pietà e vita civile di un altopiano tra Umbria e Marche, (secc. XI-XVI), Roma, 1984, p. 75 s. e passim. Altro esempio la grotta di S. Vivenzio a Norchia per il quale vedi ora gli Atti del seminario su S. Vivenzio Viterbo-Norchia 20 ottobre 1990, in «Informazioni», Viterbo, n. s. 7 (luglio-dicembre 1992), pp. 76-116.

51. La richiesta di preghiere fatta dai fedeli a religiose, specie di vocazione contemplativa, ha un lunga tradizione nella Chiesa e si ritrova anche nelle disposizioni testamentarie, cito il testamento di Paolo «Bartholicti» di Spoleto che il 25 luglio 1348 «reliquid monialibus et reclusis in civitate Spoleti et extra per medium miliare prope ipsam civitatem decem sol. perus. parvor. amore Dei et beate virginis Marie et pro remissione peccatorum suorum ut orent pro anima ipsius et eos expendant et convertant in operibus ecclesiarum suarum», ADS, perg. 643. Sul pellegrinaggio vicario affidato ad eremiti mi permetto di rimandare al mio, Pellegrinaggi votivi e vicari alla fine del Medioevo, l'esempio umbro, in «Bollettino storico della città di Foligno» XVI (1992), pp. 7-108.

52. Alle cc. 78-80 del ms. miscellaneo di Dresda segnato F. 70 (sec. XVII), «Vitae sanctorum Concordii et Sentiae quae reperiuntur in quodam libello ms. in pagina pergamena apud moniales Ss. Trinitatis civitatis Spoletinae», (cfr. F. Schnorr Von Carolsfed, Katalog der Handschriften der Königl. öffentlichen Bibliotek zu Dresden, Leipzig).

53. S. Ceccaroni, Il cavaliere negli stemmi e nei sigilli di Spoleto, in «Spoletium»16/19 (1974), pp. 3-36, ivi, 24.

54. S. Nessi, Il culto di s. Ponziano, p. 150.

55. S. Ceccaroni, Il cavaliere negli stemmi e nei sigilli di Spoleto, p. 28, fig. 40.

56. Monastero di S. Ponziano, Camerlengato, Madonna con Bambino fra i santi Benedetto e Ponziano, al di sotto corre la scritta «Queste figure ano fate fare le done de santo Ponziano tempo della abbadessa Mattia a. D. 1482». Altro affresco con S. Ponziano si trova nell'infermeria del monastero, è datato 1609 e raffigura al centro Madonna con Bambino e ai lati s. Francesco e s. Ponziano.

57. S. Ceccaroni, Il cavaliere negli stemmi e nei sigilli di Spoleto, p. 29.

58. Spoleto, Archivio della Curia Arcivescovile, Documenti Agiografici, b. E 27, cfr. S. Nessi, Il culto di S. Ponziano, pp. 154-157.

59. Sulla traslazione delle reliquie di s. Ponziano avvenuta ad Utrecht nel 996, Acta Sanctorum, Ianuarii, I, 935, e BHL, n. 6892.

60. B. Toscano, Spoleto in pietre, p. 15 e scheda in «Spoletium» 12 (1966), p. 45.

61. La tela è molto deteriorata, perdute la testa della monaca e quella della persona graziata.