L’antifascismo e la Resistenza nella storia dell’Italia unita*

di Claudio Natoli

Negli ultimi anni si è assistito in Italia ad un profondo mutamento delle linee interpretative del fascismo e dell'antifascismo e del loro rapporto con la storia nazionale. Il fenomeno è molto complesso e ha investito non solo il dibattito tra gli storici, ma anche il rapporto tra passato e presente, la cultura e l'identità delle forze politiche, il messaggio dei mass-media e più in generale la sfera dell'«uso pubblico della storia». Non si tratta qui di un'ennesima riproposizione del caso italiano, quanto piuttosto dell'emergere anche nel nostro paese di una tendenza più generale legata ai radicali cambiamenti del clima politico-culturale e alle trasformazioni epocali degli anni Ottanta, che hanno contrassegnato la fine definitiva del lungo dopoguerra. Ma in Italia gli sconvolgimenti della scena internazionale e dell'assetto geopolitico dell'Europa segnati dalla dissoluzione del comunismo sovietico e dal crollo del muro di Berlino hanno coinciso con la fine di un sistema «bloccato» e di un ceto politico corrotto e dedito alla mera occupazione del potere, determinando, in assenza di una chiara alternativa di opposizione, una crisi di valori che ha investito i singoli soggetti politici e sociali e le basi stesse della Repubblica e dell'identità nazionale, così come si erano andate formando nel trentennio successivo alla Liberazione.

Fa parte dello statuto costitutivo delle discipline storiche che i momenti di svolta e le fasi di più profonda trasformazione della società costituiscano l'occasione per una rivisitazione critica del passato, sollevando nuovi interrogativi e aprendo la strada a indirizzi di ricerca in precedenza inesplorati. Ed è del tutto naturale che al centro di questa riflessione si siano collocati anche l'antifascismo e la Resistenza, per il peso determinante che avevano esercitato sulla definizione della Costituzione repubblicana e sulla politica e la società italiana nel secondo dopoguerra. Si deve tuttavia rilevare come questa esigenza di ripensamento si sia intrecciata in Italia con l'emergere di un «nuovo revisionismo», che attraverso l'uso privilegiato e manipolatorio dei mezzi di comunicazione di massa ha cercato di «normalizzare» l'elaborazione critica del passato fascista e di azzerare nella memoria e nella coscienza collettiva il patrimonio etico-politico dell'antifascismo e della Resistenza. Ma su questo aspetto, anche in una prospettiva comparata con la Germania, avrò in seguito occasione di ritornare.

La riflessione sul rapporto tra antifascismo e storia d'Italia ha conosciuto nel secondo dopoguerra diverse fasi di sviluppo1. Nel primo quindicennio repubblicano il panorama della cultura storica italiana era stato improntato dall'assunzione dell'antifascismo a valore fondante del nuovo Stato e della Carta costituzionale. Questo orientamento era stato comune, al di là delle diverse interpretazioni del fascismo, sia gli orientamenti storiografici di indirizzo liberal-democratico e azionista, sia a quelli di ispirazione marxista, largamente prevalenti rispetto al filone cattolico almeno sino agli anni Sessanta. La stessa polarizzazione degli anni della guerra fredda aveva così influenzato più la lotta politica e la pubblicistica corrente che non la produzione storiografica, che aveva potuto avvalersi in Italia del contributo di tutto rilievo degli intellettuali antifascisti emigrati2 e aveva mantenuto in complesso un carattere di confronto aperto e pluralistico. Da questo punto di vista, il panorama della storiografia italiana è in questi anni profondamente diverso da quello delle due Germanie, dove la divisione del paese aveva portato a una polarizzazione della ricerca storica in due campi radicalmente contrapposti. Se nella Germania di Adenauer alla rimozione del rapporto tra nazionalsocialismo e storia tedesca avevano fatto riscontro la categoria politico-ideologica del totalitarismo e la teoria autoassolutoria del «ruolo demoniaco» di Hitler, l'esaltazione dell'opposizione nazionalconservatrice, il disconoscimento della resistenza del movimento operaio e il pesante ostracismo decretato verso gli intellettuali emigrati, nella Ddr la rivendicazione della rottura con il passato nazista si era tradotta nella trasformazione dell'antifascismo in ideologia ufficiale di Stato e nell'assunzione della Kpd a protagonista pressoché esclusiva della nascita della «nuova Germania democratica», nel quadro di una visione astratta e semplificata del nazismo come mero strumento del grande capitale e del mancato approfondimento dei suoi caratteri di massa e delle sue radici nella storia e nella società tedesca.

In Italia invece gli studi sul fascismo e sull'antifascismo avevano conosciuto negli stessi anni rilevanti progressi. Sia da parte di storici di orientamento liberaldemocratico3, sia da parte di alcuni esponenti della nuova generazione di storici marxisti4 si era proceduto infatti alle prime ricostruzioni d'insieme del movimento e del regime fascista, cui si erano accompagnati alcuni contributi di tutto rilievo sull'antifascismo e sulla Resistenza (tra cui spiccava la ricerca, ancora oggi ricca di spunti illuminanti, di R. Battaglia5). Il merito di questa prima fase degli studi consiste nell'elevato impegno ideale e civile e nel livello scientifico per i tempi tutt'altro che trascurabile6. Il limite più evidente di questa letteratura risiedeva invece nel suo carattere spiccatamente etico-politico, nonché nella considerazione statica del fascismo e dell'antifascismo come due campi rigidamente contrapposti e quasi separati dall'evoluzione complessiva della società italiana ed europea tra le due guerre mondiali. Non appare casuale, in questo contesto che la ricerca sul fascismo si incentrasse soprattutto sul nodo delle origini, oppure che il regime venisse analizzato più dal punto di vista dei suoi apparati istituzionali di dominio e di repressione e della sua natura bellicistica, che non da quello dell'intreccio tra Stato e società, della organizzazione delle masse e delle trasformazioni prodottesi nella realtà del paese, nonché del suo rapporto con la precedente storia dell'Italia liberale. Si trattava di un'ottica ancora prevalentemente «parentetica», che del resto trovava riscontro nelle riflessioni crociane sulla storia d'Italia. Il ruolo dell'antifascismo rischiava così di configurarsi come una semplice premessa al movimento della Resistenza, come un'azione di testimonianza da parte di una ristretta minoranza che era rimasta fedele ai propri ideali e che aveva dato voce alla protesta di un popolo oppresso e ammutolito, per poi riprendere al momento del crollo del regime il suo posto alla direzione della lotta per la conquista della democrazia, per la liberazione nazionale e per la ricostruzione del paese. Questa tesi conteneva un nucleo di verità, ma oltre ad eludere il nodo del rapporto tra fascismo e società italiana, rischiava di fornire un'immagine riduttiva dell'antifascismo, della sua specificità nel contesto europeo, della centralità del rinnovamento teorico politico e delle esperienze maturate nel periodo della clandestinità e dell'emigrazione per il successivo sviluppo e per le caratteristiche originali che avrebbe assunto, nel 1943-45, il movimento della Resistenza.

La nascita di una nuova generazione di storici di orientamento marxista nel periodo successivo alla Liberazione non modificò sino ai primi anni Sessanta questa situazione generale. Sulla scorta delle note gramsciane su Il Risorgimento7, si procedette bensì ad una revisione critica di alcuni nodi della storia dell'Italia liberale allargando l'orizzonte di analisi al movimento operaio e socialista e alle classi subalterne. Ma non altrettanta fortuna ebbero le note di Gramsci su Americanismo e fordismo8, che proponevano una lettura della «grande crisi» del '29 e dello stesso fascismo come «rivoluzione passiva», assolutamente eterodossa sia rispetto all'interpetazione crociana, sia al quadro teorico del fascismo come espressione della «crisi generale» del capitalismo elaborato negli anni Trenta dall'Internazionale comunista ed ereditato, sia pure non senza arricchimenti, dal gruppo dirigente del Pci. Del resto, l'interpretazione del fascismo come espressione del blocco agrario-industriale o dei «gruppi dominanti» del capitalismo italiano, al di là della sua matrice «classista», evocava anch'essa l'immagine del dominio di una ristretta minoranza sovrapposta all'insieme della società, senza che ciò comportasse un adeguato approfondimento degli elementi di continuità e di discontinuità tra l'Italia liberale e quella fascista. Nel quadro della linea di unità democratica e antifascista che pervadeva allora la politica e la cultura del gruppo dirigente del Pci, prevalse infatti, per una fase prolungata, un «privilegiamento delle rotture politiche e istituzionali» rispetto alla prospettiva di «una continuità e una crescita delle strutture economico-sociali che attraversa il periodo fascista»9.

Nel corso degli anni Sessanta i limiti di questa prima stagione di studi, peraltro più che giustificabili, sono emersi con sempre maggiore evidenza, ponendo le basi per l'affermarsi di nuovi indirizzi di ricerca. La ricerca internazionale sul fascismo stava conoscendo allora una vera e propria svolta, con il profondo rinnovamento delle interpretazioni e delle metodologie che interessava in particolare la riflessione critica sul nazionalsocialismo. Questo processo avrebbe comportato il superamento delle teorie del totalitarismo, che avevano espunto il nazismo dalla storia tedesca proiettandolo nella dimensione metastorica del confronto con il comunismo sovietico, e lo spostamento dell'attenzione degli storici dal «ruolo personale» di Hitler al rapporto tra nazionalsocialismo e società tedesca in una prospettiva di lunga durata. Un contributo inestimabile in questo senso veniva offerto dallo sviluppo della Neue Sozialgeschichte, che affrontava il tema della continuità-discontinuità nella storia della Germania contemporanea, dalla nuova corrente storiografica «funzionalista» e dalle ricerche promosse dall'Institut für Zeitgeschichte di Monaco sotto la direzione di Martin Broszat10. L'analisi strutturale dello Stato nazista, i rapporti con il potere economico e con le élites burocratiche e militari, il carattere policratico del blocco dominante, i meccanismi di integrazione sociale e culturale delle masse e l'intreccio tra terrore e consenso, la storia regionale e locale e la vita quotidiana, la Resistenza tedesca in tutte le sue molteplici componenti politiche e sociali, la riscoperta del valore inestimabile dell'emigrazione antinazista11, orientavano un vastissimo ciclo di ricerche che ha arricchito enormemente i modelli interpretativi e il quadro complessivo delle conoscenze.

Sarebbe interessante approfondire in quale misura questo processo di rinnovamento abbia direttamente o indirettamente influenzato la nuova fase del confronto tra gli storici italiani sul fascismo e sull'antifascismo. La mia impressione è che tale influenza sia stata almeno in questo periodo estremamente limitata, come testimoniano del resto le difficoltà che ha incontrato anche successivamente in Italia lo sviluppo di un filone di studi di storia comparata dei regimi fascisti, che ancora oggi è allo stato iniziale. Il fattore determinante fu invece costituito dai mutamenti politici e culturali che avevano accompagnato in Italia la grande trasformazione economico-sociale legata al «miracolo economico» dei primi anni Sessanta, dalla crisi irreversibile del centrismo e dalla formazione del centro-sinistra, dalla rinascita dei grandi movimenti collettivi (a cominciare dalle lotte operaie), dall'affermarsi in vasti settori del paese di una rinnovata sensibilità a coniugare l'antifascismo a un profondo rinnovamento della società e dello Stato12. Al centro del confronto tra gli storici si collocarono allora due temi essenziali: da un lato, l'insufficienza della categoria interpretativa del fascismo nella duplice chiave di «stagnazione economica» e di dittatura politica che aveva presieduto alla «restaurazione antifascista liberista» del secondo dopoguerra13, e la necessità di approfondire le trasformazioni verificatesi in Italia durante il regime fascista, in particolare negli anni Trenta; dall'altro, i fattori di continuità e di discontinuità che il fascismo aveva segnato rispetto all'Italia liberale, ma anche le eredità che erano sopravvissute alla stessa rottura della Resistenza e alla nascita dell'Italia repubblicana14. Tali orientamenti comportarono uno spostamento dell'attenzione degli studiosi dal periodo delle origini agli anni del regime15, tanto dal punto di vista dei mutamenti istituzionali, quanto da quello dei nuovi rapporti tra Stato ed economia e agli strumenti dell'inquadramento delle masse nell'ambito della dittatura. La pubblicazione delle Lezioni sul fascismo di Togliatti16 e successivamente la riscoperta della ricerca precorritrice di Gramsci contenuta nei Quaderni del carcere17 aprirono in questo senso un campo di riflessione nuovo sul tema del «regime di massa» negli anni Trenta. Nello stesso tempo, da tutt'altro versante, Renzo de Felice, pur all'interno di una cornice interpretativa e di un'impostazione metodologica assai controverse, affrontava in un lavoro di grande respiro tematiche, come quella del consenso, in precedenza trascurate o rimosse dalla cultura storica che si richiamava all'antifascismo18.

Il risultato più importante di questo nuovo indirizzo degli studi è stato l'impulso a sviluppare un'indagine complessiva sul regime fascista e sul suo impatto sulla società italiana, superando definitivamente la contrapposizione crociana tra fascismo e storia nazionale, e ad avviare una riflessione di lungo periodo sull'intera storia dell'Italia unita, al di là delle scansioni politico-istituzionali segnate dallo Stato liberale, dal fascismo e dalla fase repubblicana. Non è questa la sede per un bilancio storiografico complessivo, dei suoi progressi e delle questioni tutt'altro che irrilevanti ancora irrisolte19, rispetto allo stadio ben più avanzato raggiunto dagli studi sulla Germania nazista. È importante invece rilevare come l'allargamento di orizzonte della ricerca storica sul fascismo abbia permesso di impostare in modo nuovo anche le tematiche dell'antifascismo e della Resistenza e di superare i limiti di un'impostazione di tipo politico-celebrativo che si era andata consolidando nel ventennio precedente attorno all'interpretazione moderata del «secondo Risorgimento», oppure a quella in chiave popolare-nazionale egemone nell'area culturale delle sinistre. L'aspetto più rilevante appare, in questo contesto, il pieno recupero dell'autonomia e della specificità dell'antifascismo rispetto alla Resistenza, della complessità e della ricchezza di quell'esperienza, della pluralità di apporti che vi confluirono, accompagnato da una più puntuale ricostruzione dei suoi legami con la realtà italiana negli anni del regime.

A partire dalla fine degli anni Sessanta si è assistito così a un intenso sviluppo e a un rinnovamento delle ricerche sull'antifascismo italiano. Il panorama storiografico si è arricchito di fondamentali contributi dedicati alle diverse forze antifasciste, alla storia interna e all'elaborazione politico-ideologica dei loro gruppi dirigenti, cui hanno fatto riscontro importanti lavori biografici, la pubblicazione degli scritti dei protagonisti e una vasta e qualificata produzione memorialistica. In questo senso vanno segnalati gli studi sulla Concentrazione antifascista, sul Partito repubblicano, su Giustizia e Libertà (Gl), sul Centro interno socialista e sulla Direzione del Psi all'estero, che si sono allargati nella fase più recente al più ampio contesto economico, sociale e culturale dell'emigrazione italiana in Francia. Ma una rilevanza del tutto particolare ha assunto la nascita di una storiografia scientifica sul Pcdi, con l'apertura agli studiosi di un ricchissimo archivio e la pubblicazione dell'opera di Paolo Spriano20, che superava i condizionamenti ideologici di una consolidata tradizione di partito e che avviava la riflessione critica su alcuni nodi centrali della sua storia come il rapporto Gramsci-Togliatti, la «svolta» del 1929-30, il rapporto con l'Urss e con lo stalinismo. Ad essa seguiva una ricchissima stagione di studi sui comunisti italiani destinata a protrarsi per oltre un decennio, a cui parteciparono, confrontandosi con i protagonisti di quel tempo, studiosi di diversi orientamenti e di diverse generazioni, e che riuscì a coniugare un elevato impegno politico-culturale con la serietà e il rigore del metodo storico21.

Il merito di questi studi è di aver messo in luce la continuità ideale e politica tra i partiti e i gruppi antifascisti dell'illegalità e dell'emigrazione e quelli ricostituitisi nel 1943. Ha scritto in proposito Simona Colarizi che, nel momento in cui se ne ripercorre il difficile cammino, l'antifascismo si ripropone «come momento attivo, dinamico, fattore di storia e protagonista anch'esso di un mondo che non l'ha potuto veramente e materialmente escludere, che non è riuscito a cancellarlo». Da questo itinerario emerge il quadro di una minoranza attiva, vitale e in movimento al suo interno, che, lungi dal rimanere ancorata «agli schemi politici e ideologici che si erano espressi negli anni dello Stato liberale», elabora, ricerca e prepara una propria «identità ideologica nuova, quale poi risulterà all'indomani della liberazione del paese»22. Sono emerse così alcune tematiche essenziali per meglio comprendere il ruolo di tutto rilievo che spetta all'antifascismo nella storia d'Italia. Anzitutto, il profondo rinnovamento programmatico che interessò, sia pure attraverso divisioni e lacerazioni anche drammatiche, la cultura politica delle forze antifasciste tra le due guerre e il processo di «formazione di nuclei dirigenti dotati di una maturità e di esperienze quali il movimento democratico italiano non aveva mai conosciuto nel corso della sua storia»23. È possibile individuare a questo proposito almeno quattro questioni fondamentali. In primo luogo, l'elaborazione di una piattaforma politica che poneva al centro della lotta antifascista la conquista della democrazia. Questo fatto costituiva un'acquisizione di inestimabile importanza, se solo si considera la sostanziale indifferenza con cui le forze del movimento operaio italiano (con la parziale eccezione dei socialisti riformisti) avevano accolto nel 1922 l'avvento al potere del fascismo. Un atteggiamento che certo rifletteva una grave incomprensione del fenomeno fascista, ma che esprimeva anche e soprattutto un'estraneità delle classi subalterne allo Stato liberale acuita dalla contrapposizione bipolare generata dalla guerra e dall'alleanza con il fascismo di larga parte della vecchia classe dirigente, ma che aveva le sue radici più profonde in una carenza storica di egemonia delle forze borghesi che aveva attraversato l'intera storia postunitaria. In secondo luogo, la ridefinizione dei soggetti e del concetto stesso della lotta per la conquista della democrazia avviatasi dopo il fallimento dell'esperienza aventinana e sui cui finirono per convergere nella seconda metà degli anni Trenta tutte le principali forze dell'antifascismo. Questo processo portò al superamento di ogni ipotesi «legalitaria» di restaurazione del vecchio Stato monarchico-costituzionale e alla definizione di un programma positivo per la rinascita del paese, attraverso lo sviluppo di una rivoluzione antifascista e la costruzione di una nuova democrazia basata sulla partecipazione attiva delle forze popolari e capace di recidere le radici economiche e sociali del fascismo. In terzo luogo, la campagna di denuncia dispiegata all'estero sul carattere liberticida del regime fascista e sulla sua irriducibilità a mero problema interno italiano, e l'azione costantemente dispiegata dai comunisti e da Gl per mantenere in vita un'opposizione attiva in Italia. Sebbene divenisse sempre più debole nel corso degli anni Trenta, questa azione, intrecciandosi con le ripercussioni dei grandi avvenimenti internazionali, costituì uno stimolo per l'opposizione politica e sociale e per la creazione di nuovi gruppi nel paese e, anche attraverso la «scuola» del carcere e del confino, portò alla formazione di una generazione di dirigenti e di quadri che sarebbero stati in seguito tra i principali organizzatori della Resistenza. In quarto luogo, il rapporto di sempre più stretta interrelazione tra l'antifascismo italiano e l'elaborazione teorico-politica delle Internazionali operaie e delle correnti più vive del socialismo europeo. Ciò fu all'origine non solo di un confronto ravvicinato con il comunismo internazionale, con il socialismo francese, il planismo belga e l'austromarxismo, ma aprì la strada alla partecipazione attiva ai grandi movimenti di massa del Fronte popolare francese e all'azione politica e militare di solidarietà con la Repubblica spagnola negli anni della guerra civile. Da queste esperienze derivarono il respiro internazionale che animò l'insieme delle forze dell'antifascismo italiano e quella ispirazione unitaria tra le sue componenti più significative e avanzate che, sebbene solcata da forti contraddizioni, avrebbe resistito alla crisi di Monaco e alle stesse lacerazioni intervenute dopo il patto tedesco-sovietico e nei primi due anni di guerra.

Ciò non significa sottovalutare i limiti storici dell'antifascismo italiano, il progressivo rarefarsi dei suoi legami diretti con il paese, l'esaurimento a partire dalla metà degli anni Trenta del quadro attivo tanto di Gl quanto dello stesso Partito comunista, e soprattutto la sua incapacità a svolgere un ruolo politico determinante in occasione della caduta del fascismo, che fu il risultato di una «manovra preventiva» delle forze conservatrici raccolte attorno alla monarchia e di una «resa dei conti» interna al blocco dominante che aveva sostenuto il regime. L'estrema debolezza dell'antifascismo organizzato al momento del 25 luglio sembra a prima vista contrastare con le dimensioni di massa che soltanto a distanza di pochi mesi avrebbe assunto in Italia il movimento della Resistenza. Emerge qui una questione di centrale rilevanza per comprendere i caratteri originali della Resistenza italiana: e cioè l'incontro tra i dirigenti e i quadri delle carceri e del confino, dell'illegalità e dell'emigrazione e la nuova generazione antifascista formatasi direttamente nel paese, il cui percorso era iniziato con la disgregazione delle basi di massa del regime già alla fine degli anni Trenta e la cui maturazione era avvenuta nella seconda fase della guerra o anche di fronte alla dissoluzione dello Stato e alla catastrofe nazionale dell'8 settembre. Questo incontro era tutt'altro che scontato, se solo si allarga l'indagine alla contemporanea vicenda della Resistenza tedesca: in questo caso, proprio l'assenza di un legame forte tra vecchie e nuove generazioni e il sostanziale isolamento degli esponenti della Resistenza da un contesto sociale più ampio costituì, accanto al permanere di insanabili divisioni politiche, una delle tragedie del Widerstand ed una delle cause principali della sua sconfitta, malgrado il sacrificio di decine di migliaia di militanti.

Al fine di individuare i processi storici più profondi, i percorsi individuali e collettivi che fecero in Italia dei vecchi quadri dell'antifascismo il punto di riferimento essenziale per il protagonismo dei giovani di recente distaccatisi dal regime e per la lora scelta politica e morale dell'impegno nel movimento della Resistenza è necessario andare oltre l'ambito settoriale di una storia «della continuità e discontinuità organizzativa e cospirativa dei gruppi antifascisti separata da quella del fascismo inteso come regime che attraverso le sue strutture modifica, condiziona e in molti casi rimodella aspetti sostanziali della vita e della società italiana»24. È necessario invece riflettere sul fallimento del progetto di nazionalizzazione delle masse portato avanti dal regime fascista come risposta alla crisi del primo dopoguerra e all'incapacità storica dello Stato liberale di autoriformarsi e di allargare le proprie basi di consenso di massa riconoscendo pieno diritto di cittadinanza all'organizzazione autonoma delle classi subalterne. Come ha notato Victoria De Grazia in uno studio di grande rilevanza sul Dopolavoro25, la mobilitazione delle masse sollecitata dal regime aveva un carattere strumentale e subalterno, non poteva che esaurirsi nei rituali delle manifestazioni oceaniche e nel ruolo «carismatico» del duce ed era incompatibile con ogni reale partecipazione politica; e viceversa, ogni processo di vera partecipazione politica tendeva a sottrarsi al controllo da parte del regime. Fu questo il caso dei Gruppi universitari fascisti e dei Littoriali nella seconda metà degli anni Trenta, che rappresentarono, come giustamente indicava Zangrandi in un lavoro pionieristico uscito nel 1947, il tramite per il passaggio all'antifascismo di un'intera generazione di giovani intellettuali26.

Ma un campo d'indagine assai più vasto è quello costituito dalla storia delle classi lavoratrici sotto il fascismo, con particolare riferimento agli operai del triangolo industriale e ai braccianti e mezzadri della Valle Padana, alle loro condizioni di vita e di lavoro, ai loro comportamenti alla loro mentalità e alla loro cultura negli anni del regime. Sebbene si tratti di un lavoro ancora agli inizi, alcune prime pubblicazioni sulle realtà pur così diverse di Torino, Genova, Porto Marghera, su alcune località dell'Emilia e su Terni27 appaiono già indicative del profondo rinnovamento che può derivarne anche ai fini della storia dell'antifascismo. È emersa in primo luogo la necessità dell'impiego di categorie analitiche più complesse, capaci di andare oltre l'antitesi tra consenso e opposizione che ha caratterizzato per lungo tempo rispettivamente la ricerca defeliciana e la cultura antifascista tradizionale, e di approfondire piuttosto «gli atteggiamenti, i codici di comportamento, i modi di vita, le idee, le visioni del mondo, le esigenze, i sogni della classi popolari», senza escludere «la coscienza sociale, il rapporto instaurato con le classi dirigenti e dominanti, le mediazioni con il patrimonio ideale del movimento operaio»28. Ne è derivata, tra l'altro, una rinnovata attenzione alla tematica dei «militanti politici di base», in un'ottica rivolta a superare la tradizionale dicotomia tra storia politica e storia sociale e ad approfondire il legame tra le culture e le tradizioni dell'universo sociale di appartenenza, la formazione di un'identità comunista, l'impatto con la reazione di classe e l'apparato repressivo della dittatura, la continuità dell'impegno politico e ideale nella lotta clandestina e nel movimento di Resistenza29. Si sono poste altresì le basi per un'analisi più puntuale e articolata della reale incidenza delle forze dell'opposizione antifascista nel paese negli anni Venti e Trenta, della molteplicità dei soggetti politici e sociali, della complessità e della diversità dei percorsi collettivi, individuali e generazionali che confluirono nella Resistenza.

Una rilevanza centrale assume in questo contesto il processo che portò nel corso della guerra gli operai dell'industria a riacquistare un ruolo di soggetto politico collettivo attraverso la «riappropriazione su vasta scala e in forma organizzata dell'arma dello sciopero; la riconquista dell'agibilità politica della fabbrica, con il suo ritorno a centro di organizzazione e di lotta; l'affiorare di una rinnovata consapevolezza di essere protagonisti in quanto 'classe'»30. La difesa delle condizioni materiali di lavoro e di esistenza si legava qui indissolubilmente, mano a mano che si delineava la crisi finale del regime, a un impegno e a una identità antifascista che avrebbero costituito una componente essenziale del movimento della Resistenza e della vita politica e sociale dell'Italia repubblicana. Emerge qui un elemento di radicale diversità rispetto alla storia della classe operaia tedesca nel periodo nazista e alla sua incapacità di recuperare la propria soggettività politica, di superare le proprie divisioni interne e il contraccolpo della disfatta del 1933. Ma qui il discorso rimanda per un verso alla scissione intervenuta sin dalla prima guerra mondiale, alle attese, alle disillusioni e alle lacerazioni della Repubblica di Weimar, per l'altro alla complessa articolazione del regime nazista, all'uso sistematico del terrore, ma anche all'atomizzazione della società tedesca, all'isolamento dei vecchi quadri politici dalle masse lavoratrici, alla separatezza tra gruppi illegali e protesta sociale, alle divisioni generazionali, alla molteplicità degli strumenti di integrazione sociale e culturale predisposti dal regime, alla spaccatura verticale, negli anni della guerra, tra lavoratori tedeschi «privilegiati» e la massa supersfruttata di quelli stranieri e dei detenuti del sistema dei campi di concentramento31.

Per converso, il fascismo italiano non riuscì ad assumere né sul piano istituzionale né su quello del controllo e della disarticolazione della società civile il carattere terroristico e totalitario del nazismo. La sua demagogia nazionalistica e populistica - come dimostrano tutte le principali ricerche - non penetrò mai nel profondo dei settori più importanti del proletariato industriale, malgrado il progressivo adattamento delle classi lavoratrici alla prospettiva di una prolungata stabilizzazione del regime e il loro ripiegamento nella difesa delle condizioni quotidiane di lavoro e di esistenza. Del resto, l'avvento del fascismo al potere non aveva significato per la classe operaia italiana, che tra l'altro si era compattamente opposta alla guerra, alcun ritorno alla «normalità» dopo un periodo di sconvolgimenti e di catastrofi individuali e collettive come era avvenuto invece in Germania, bensì la perdita di tutte le conquiste e le posizioni di potere raggiunte nella fase esaltante di lotte del «biennio rosso», la distruzione di una rete associativa e di resistenza che aveva segnato un cammino trentennale di emancipazione, la restaurazione del dominio più assoluto del capitale nelle fabbriche, non compensata dai meccanismi di integrazione sociale e culturale connessi ai processi di modernizzazione che avevano interessato invece la società tedesca tra le due guerre. Il crollo della dittatura fascista di fronte all'imminente disfatta bellica vide così, con i grandi scioperi industriali del 1943 la ripresa dell'iniziativa autonoma della classe operaia: accanto all'azione di un'élite di quadri comunisti, si assisteva all'entrata in scena di una nuova generazione, che aveva in parte un retroterra di antifascismo apolitico e di ribellismo giovanile, ma che, a partire dalle immediate esperienze di vita e dalla percezione della crisi di autorità che aveva investito il regime e le stesse tradizionali gerarchie di fabbrica, viveva la prima vera esperienza politica. La manovra conservatrice di ricambio «indolore» della vecchia classe dirigente e di continuità ininterrotta del vecchio Stato non sarebbe andata oltre lo spazio dei 45 giorni, e con l'8 settembre sarebbe emerso in piena luce il ruolo insostituibile della forze antifasciste costituitesi nel Cln nella lotta per la liberazione e per la rinascita politica, sociale e civile del paese.

Fu merito dei gruppi antifascisti, e in particolare dei dirigenti e dei quadri più sperimentati del Pci e del Partito d'Azione (Pda), avere assunto l'iniziativa dell'organizzazione e della direzione politico-militare della lotta contro l'occupazione tedesca e contro il fascismo repubblicano, di aver fatto dei Cln nell'Italia occupata il centro di formazione di una nuova classe dirigente profondamente diversa da quella prefascista e di avere costruito nel vivo della lotta una rete sempre più articolata di associazioni e di organismi di partecipazione dal basso che costituivano il primo nucleo di una nuova democrazia32 (su di un altro versante, il «microcosmo» della banda partigiana costituiva una scuola di solidarietà e di moralità collettiva e una forma «alta» di educazione alla politica33). Ma nel frattempo il fronte resistenziale si era allargato ad altre forze di orientamento moderato (i diversi gruppi liberali e il nuovo partito cattolico) estranei all'antifascismo storico ma destinati ad esercitare un condizionamento determinante sugli esiti della Resistenza e sul nuovo assetto del paese nel dopoliberazione. La Resistenza italiana si configurò pertanto come la convergenza tra forze politiche diverse unite nell'obiettivo immediato della lotta contro il nazifascismo ma profondamente divise riguardo ai caratteri e al contenuto sociale che avrebbe dovuto assumere il nuovo Stato dopo la Liberazione. Nel confronto che allora si aprì e che attraversò anche i singoli raggruppamenti politici si delinearono ideologie e culture radicalmente differenti, che tendevano a una ricostruzione del tessuto istituzionale del vecchio Stato liberale, o invece ad una rifondazione democratica dello Stato basata sui Cln (come sosteneva la sinistra del Pda) o su una alleanza strategica tra i tre partiti di massa (secondo la prospettiva togliattiana della «democrazia progressiva»). Ma emergeva anche una terza posizione, quella sostenuta dalla Dc di De Gasperi, che, intendeva conferire alla Dc il ruolo di punto di riferimento per quegli strati sociali (in primo luogo i ceti medi) che avevano aderito al fascismo, facendone il «punto centrale del nuovo Stato italiano, garanzia di un passaggio moderato dal fascismo al postfascismo, espressione di un più largo protagonismo dei cattolici nella vita politica italiana, collegato per più fili alla rinnovata influenza della Chiesa nella società»34. Si trattava in sostanza dei fondamenti su cui costruire una nuova unità e identità nazionale lasciandosi alle spalle la pesante eredità del fascismo e della guerra. Ma il futuro assetto del paese era inseparabile dal modo in cui sarebbe avvenuta nelle istituzioni, nella società e nella coscienza collettiva la resa dei conti con il passato fascista.

La Resistenza italiana fu parte di un fenomeno internazionale diffuso in tutta l'Europa occupata, ma la sua caratteristica più originale fu «l'intreccio di lotta sociale e di lotta armata, di forme vecchie e nuove di direzione politica, di lotte per l'indipendenza nazionale e per il rinnovamento politico del paese»: in particolare, essa si caratterizzò per «una pluralità di articolazioni nella partecipazione sociale che fece della lotta armata solo un elemento, seppure il più importante della sua attività», per «l'intrecciarsi della lotta di classe nelle città e nelle campagne» e per la compresenza «di scioperi e guerriglia, di azione militare e rivendicazioni sociali»35. Certo, la Resistenza interessò solo una parte del paese (con la conseguenza di accrescere nell'immediato il divario tra le due Italie) e coinvolse direttamente solo una minoranza della popolazione: e se le basi di massa della Repubblica sociale rimasero molto ristrette, ben più ampia, come giustamente ha rilevato Rusconi36, fu invece la «zona grigia» dell'agnosticismo apolitico e del «riflusso nel privato», che costituiva tra l'altro una delle più pesanti eredità del regime fascista e che fu estesa in particolare tra i ceti medi, mentre assai diversificati furono nelle diverse aree geografiche i comportamenti del mondo contadino. D'altra parte, l'acquisizione alla Resistenza dei giovani renitenti alla leva e al lavoro obbligatorio e dei soldati sbandati dopo l'8 settembre non fu un processo né facile né lineare, maturò solo gradualmente in virtù del lavoro di educazione dei quadri antifascisti, ma soprattutto attraverso la partecipazione diretta e le dure esperienze dei rastrellamenti nazifascisti e dell'occupazione militare tedesca. E tuttavia un esercito volontario di oltre duecentomila combattenti non avrebbe potuto sopravvivere alle repressioni e ai rastrellamenti, non avrebbe potuto organizzare nel marzo 1944 i più grandi scioperi operai verificatisi nell'Europa occupata, non avrebbe potuto controllare vaste aree geografiche, non avrebbe potuto liberare autonomamente con l'insurrezione del 25 aprile le principali città del Nord Italia, se non avesse saputo suscitare attorno a sé una rete ben più ampia e ramificata di adesioni e di solidarietà37.

Se la Resistenza non si disperse nell'attesismo o nella spontaneità e se essa non si ridusse all'azione di sabotaggio di piccoli gruppi che agivano nelle retrovie delle linee tedesche (come era negli intendimenti degli Alleati angloamericani), ciò avvenne perché essa poté disporre del patrimonio politico e morale dell'antifascismo della clandestinità e dell'emigrazione, di centinaia di quadri politici e militari formatisi nell'azione illegale in Italia, alla «scuola» del carcere e del confino38, nei grandi movimenti antifascisti di massa del Fronte popolare e nella Resistenza francese, nel volontariato delle Brigate internazionali nella guerra di Spagna. Ma la grande maggioranza di coloro che parteciparono alla Resistenza era costituita da giovani che avevano maturato il proprio antifascismo attraverso un percorso autonomo, a contatto diretto con i traumi della guerra, del vuoto lasciato dal crollo del regime e dalla catastrofe nazionale dell'8 settembre, e che nell'incontro con la politica portavano aspirazioni, bisogni, riferimenti culturali e ideali quanto mai diversificati. Giustamente Pavone in un'opera ormai divenuta «classica»39 ha analizzato per la prima volta il fenomeno della Resistenza dal punto di vista della partecipazione soggettiva dei protagonisti, come processo di formazione, estremamente complesso, di una «nuova identità». Per la verità il privilegiamento della dimensione della «scelta» individuale e morale dei singoli di fronte al crollo dell'8 settembre può comportare anche il rischio di lasciare in ombra una prospettiva storica di più lungo periodo, a cominciare dal nesso inscindibile tra antifascismo e Resistenza, dalla disgregazione delle basi di massa del regime avviatosi in Italia sin dalla fine degli anni Trenta e dal «lungo viaggio» attraverso il fascismo intrapreso dalle nuove generazioni. Nondimeno, non vi è dubbio che Pavone abbia fornito un contributo essenziale per una riflessione critica rispetto sia alla visione unanimistica e celebrativa della Resistenza quale si era andata ricomponendo nel rituale sempre più stanco delle celebrazioni ufficiali a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, sia al nuovo «revisionismo» della fase politica più recente. In questo contesto la cornice interpretativa delle «tre guerre», la guerra patriottica contro i tedeschi, la guerra civile contro i fascisti e la guerra di classe contro i detentori del potere economico che avevano costituito una delle colonne portanti del regime, non solo evidenzia la complessità e la ricchezza delle componenti della Resistenza, ma costituisce anche uno stimolo a non isolarla dal suo contesto storicamente determinato. In particolare, la categoria assai controversa della guerra civile, oltre a sollevare un problema a lungo rimosso dalla storiografia antifascista, e oltre a rimandare a un'analisi contestuale della Repubblica di Salò e dell'occupazione tedesca in Italia su cui peraltro si sta orientando una nuova ricca stagione di studi40, può contribuire ad una rinnovata riflessione sulla radicale rottura etica e politica con il fascismo che la Resistenza segnò nella storia d'Italia.

Altra cosa è riflettere sull'intreccio estremamente complesso tra continuità e rottura che caratterizzò la nascita e il primo quindicennio dell'Italia repubblicana. L'avvento della Repubblica segnò il definitivo tramonto degli anacronistici progetti di restaurazione monarchico-conservatrice e l'avvento di un ordinamento democratico parlamentare fondato sui partiti di massa e su una partecipazione politica diffusa che non avevano avuto riscontro nello Stato liberale postunitario e che anzi ne avevano accelerato la crisi e la dissoluzione nel periodo del primo dopoguerra. Per la prima volta le classi lavoratrici attraverso i loro partiti e le loro organizzazioni nella società civile conquistavano pieni diritti di cittadinanza non più (o non solo) organizzandosi come «controStato» o «controsocietà» ma riconoscendosi tendenzialmente come parte di una comunità nazionale più vasta i cui principi fondanti erano codificati nella nuova Costituzione. Quest'ultima, nel suo dichiarato antifascismo e nella prefigurazione di una democrazia pluralistica e socialmente avanzata costituiva non già un compromesso deteriore, bensì il punto più alto di incontro tra le correnti principali che avevano dato vita alla Resistenza, quella socialcomunista, quella liberal-azionista e la parte più progressista del mondo cattolico (impersonata da Dossetti), che vedeva nella lotta antifascista e nell'alleanza con le sinistre la base per una profonda trasformazione dello Stato e della società italiana. Proprio per questi suoi caratteri la Costituzione repubblicana avrebbe costituito d'ora innanzi il punto di riferimento essenziale dell'azione politica e del radicamento sociale delle sinistre italiane, e in particolare del Pci, per quanto aspri siano stati i conflitti degli anni del centrismo e per quanto difficile e travagliato sia stato il rapporto tra la ricerca di una «via italiana», la salvaguardia di una cultura «classista» e di un finalismo socialista che avevano profonde radici nelle classi lavoratici e l'appartenenza al movimento comunista internazionale guidato dall'Urss. Ma il patto costituzionale costituì anche un argine invalicabile per la politica moderata di De Gasperi, malgrado la contrapposizione ideologica della guerra fredda e lo scontro frontale con il movimento operaio organizzato, le pesanti interferenze «atlantiche» e clericali, il congelamento di intere parti della Costituzione. Sui meriti dei principali antagonisti di quel tempo per aver evitato in quegli anni al paese di precipitare in una nuova guerra civile e per aver operato, pur da opposti versanti e con metodi ed esiti assai diversi, all'immissione delle masse nella sfera politica dello Stato repubblicano esiste ormai un largo accordo tra gli storici.

Il nesso Resistenza-Repubblica si ripropone anche in riferimento alla questione dei fallimenti e delle occasioni mancate. La nascita del nuovo sistema politico-istituzionale non coincise infatti con un profondo rinnovamento democratico degli apparati dello Stato, che in larga parte ereditarono la sostanza burocratica e autoritaria del passato regime. La mancata epurazione nella magistratura, nella polizia, nell'amministrazione e negli enti pubblici, il sostanziale mantenimento del vecchio codice penale, la concessione di un'amnistia che nella sua applicazione comportò l'impunibilità dei più efferati crimini fascisti, segnarono un processo di restaurazione destinato a condizionare pesantemente la vita politica italiana, degenerato nella «doppia lealtà» di apparati statali e di organismi segreti che avrebbero svolto a più riprese un'azione eversiva nei confronti delle istituzioni repubblicane41. Allo stesso modo i governi di unità nazionale non avviarono alcuna trasformazione strutturale dell'economia italiana, cosicché la ricostruzione sarebbe avvenuta nel quadro di un'ortodossia liberistica estranea ad ogni intervento programmatorio dello Stato (presente invece in molti altri paesi capitalistici). Il modello di sviluppo che ne conseguì, anche grazie all'apertura all'Europa e alla favorevole congiuntura internazionale, avrebbe trasformato profondamente la realtà socio-economica del paese e favorito l'affermarsi di una società più aperta e moderna, ma avrebbe anche riprodotto contraddizioni e squilibri che avevano origini lontane nella storia del capitalismo italiano. In quale misura ciò sia ascrivibile ai condizionamenti degli Alleati occidentali ed in quale misura abbiano pesato invece negativamente anche le scelte politiche e le insufficienze delle cultura economica delle sinistre è una questione su cui il confronto tra gli studiosi è quanto mai aperto.

Certo è che il processo di rinnovamento politico-istituzionale avviatosi con la Resistenza può considerarsi concluso con le elezioni politiche del 1948. Ma già in precedenza l'inizio della «guerra fredda» aveva avuto come conseguenza immediata la rottura dei governi di unità antifascista e la ricostituzione attorno alla Dc e ai governi centristi del blocco di forze economiche e sociali che avevano sostenuto il regime fascista. L'ideologia fondante di questa costellazione di forze fu in Italia (come del resto anche nella Germania di Adenauer) la fedeltà atlantica e l'anticomunismo, mentre i canali privilegiati per la costruzione del consenso furono l'influenza della Chiesa e successivamente la crescita economica, l'occupazione del potere e l'uso sempre più trasformistico e clientelare della spesa pubblica. L'eredità della Resistenza non fu ufficialmente rinnegata ma fu depurata del suo contenuto più autentico, l'antifascismo, con la conseguente rimozione in una parte rilevante della società italiana di un rapporto critico e autocritico con il passato fascista.        

Soltanto con molta cautela si può pertanto parlare in questi anni dell'antifascismo come «religione civile» dell'Italia repubblicana, giacché la sua memoria e la sua tradizione, per quanto codificate nella Costituzione, furono coltivate, pur con diversi orientamenti, soltanto dalle forze della sinistra socialcomunista e azionista e da alcuni settori più progressisti della cultura laica e del mondo cattolico. Non c'è dubbio che la salvaguardia di questo patrimonio etico-politico si intrecciò anche con esigenze più immediate di legittimazione, con l'inevitabile corredo di esasperazioni polemiche, di deformazioni e reticenze. È innegabile tuttavia che negli anni del centrismo l'antifascismo divenne il punto di riferimento ideale per tutti i filoni che avevano animato la Resistenza, a cominciare da larghi settori dell'intellettualità progressista, che vedevano nel Pci un interlocutore privilegiato per la salvaguardia della Costituzione e della libertà della cultura di fronte ai pericoli di involuzione conservatrice e clericale della vita politica italiana. Ma al tempo stesso, i valori dell'antifascismo e della Resistenza si radicavano profondamente tra le classi lavoratrici nelle grandi lotte per il lavoro e le libertà sindacali nelle fabbriche, per la difesa dei salari e dei diritti conquistati dal movimento operaio, per la riforma agraria nel Mezzogiorno, che attraversarono il primo decennio repubblicano. Al di là dei ritardi e dei limiti analitici delle sinistre italiane e delle stesse sconfitte subite sul campo, e al di là dell'irrigidimento ideologico all'insegna del «mito» dell'Urss come risorsa sostitutiva di un mutamento radicale della società che si allontava indifinitamente nel tempo, queste lotte costituirono un momento essenziale per l'emanicipazione politica e culturale delle classi lavoratrici e un fattore per la crescita della società civile, mantenendo aperte le prospettive «per lo sviluppo della democrazia sul piano istituzionale e per il suo arricchimento sul piano sociale negli anni successivi»42. Il patrimonio dell'antifascismo e della Resistenza si sarebbe così trasmesso tra i giovani formatisi nel clima di allargamento della sfera delle aspettative e dei diritti sociali, di apertura di nuovi orizzonti politici e culturali e di rinnovata capacità di integrazione da parte delle istituzioni che accompagnò la prima fase del centro-sinistra. Al rinnovamento dei programmi scolastici e a una crescente sensibilizzazione dei mezzi dell'informazione avrebbe fatto riscontro nei settori più impegnati delle nuove generazioni, il cui protagonismo sarebbe emerso in piena luce già nelle manifestazioni del luglio 1960, una riappropriazione dell'antifascismo non solo come patrimonio del passato ma anche come referente per una società più libera e più giusta. D'altra parte, la legittimazione dell'antifascismo e della Resistenza tornava ad affermarsi con gli anni Sessanta anche a livello del ceto politico di governo e nelle celebrazioni ufficiali, aprendo la strada, con l'attenuazione delle contrapposizioni ideologiche della «guerra fredda», ad una rinnovata formazione dell'«arco costituzionale». Si sarebbe trattato di un'onda lunga che avrebbe attraversato la società italiana almeno sino alla metà degli anni Settanta, intrecciandosi con i mutamenti del quadro politico e le trasformazioni economiche sociali e culturali che interessavano il tessuto complessivo del pae-

se, l'emergere di nuovi soggetti collettivi e le spinte contestative del mondo giovanile, contribuendo alla crescita di una democrazia diffusa che avrebbe costituito un argine contro ogni tentativo di involuzione autoritaria e contro gli effetti destabilizzanti della «strategia della tensione», delle stragi neofasciste e del terrorismo rosso. Ancora nel 1976 Ernesto Ragionieri, non senza fondamento, poteva scrivere che era proprio questa «costante e consapevole» presenza delle masse nella vita politica e sociale dell'Italia repubblicana la svolta veramente irreversibile che la Resistenza aveva segnato nella storia d'Italia43.

Non è possibile concludere questo scritto senza tornare a riflettere sui radicali mutamenti intervenuti nell'ultimo decennio. Se il mancato rinnovamento dello Stato e del ceto politico dirigente e la frattura tra politica e società determinatasi in Italia nella seconda metà degli anni Settanta avevano portato con sé una sempre più marcata ritualizzazione e una «statalizzazione» dell'antifascismo, la modernizzazione senza regole del decennio successivo, la frammentazione corporativa e la destrutturazione della sfera pubblica, l'intreccio tra affari, politica e poteri occulti, il clima di regressione sociale e culturale e di riflusso in un «presente senza storia», la crisi di identità e i mutamenti genetici nell'ambito delle forze della sinistra hanno segnato per la prima volta un vero e proprio corto circuito nella trasmissione della tradizione e dei valori della Resistenza tra le nuove generazioni. Ma è nella seconda metà degli anni Ottanta che si è delineata una vera e propria offensiva politica e culturale espressamente rivolta a delegittimarne il patrimonio etico-politico e ad azzerarne la stessa memoria storica.

Su un piano più propriamente storiografico Renzo De Felice negli ultimi volumi della sua monumentale biografia di Mussolini ha teso sempre più a minimizzare la reale incidenza dell'antifascismo nel paese e il suo contributo diretto o indiretto alla sconfitta del regime44. Questa linea interpretativa sembra eludere una visione di lungo periodo sia in riferimento alla storia delle classi subalterne sotto il fascismo, sia alla disgregazione delle basi di massa del regime, sia infine al ruolo essenziale svolto dall'elaborazione dalle esperienze e dai quadri della clandestinità e dell'emigrazione per la saldatura tra vecchie e nuove generazioni antifasciste, per la connotazione unitaria e di massa della Resistenza italiana e per la rinascita democratica del paese nel dopoliberazione. È lecito interrogarsi in quale misura questo giudizio si ricolleghi all'interpretazione più generale del regime fascista proposta da De Felice e in quale misura la sempre più aspra polemica contro la «cultura dell'antifascismo» non prefiguri una presa di distanza critica dall'intera esperienza dell'Italia repubblicana. Certo è che in scritti più recenti lo stesso autore ha proposto una lettura del significato dell'8 settembre come una catastrofe irrimediabile che avrebbe trascinato in un abisso senza ritorno l'intera nazione italiana45. In questo contesto De Felice, lungi dal riconoscere alla Resistenza il carattere di un movimento di riscatto nazionale e di una rinnovata identità democratica e civile del paese, ha individuato proprio nei Cln gli antesignani di quella stessa «partitocrazia» che avrebbe portato a cinquant'anni di distanza alla decadenza politica e morale della Repubblica46. Da altri versanti si è proposta una lettura liquidatoria dell'Italia repubblicana proprio in nome del suo originario antifascismo, presentato di volta in volta come un'ideologia contraria ad un supposto modello liberaldemocratico in quanto portatrice di un progetto di democrazia partecipativa e socialmente avanzata, o come un fenomeno «antimoderno» in quanto ostile al primato assoluto dell'economia di mercato, o infine come un movimento egemonizzato da un comunismo espunto totalmente dalla sua dimensione storica e ridotto a fenomeno attinente la mera sfera della criminologia47. Ambienti cattolici conservatori hanno prospettato invece una rivalutazione dell'attendismo come valore alternativo all'impegno politico e alla lotta armata nel movimento della Resistenza48. Infine, da parte di esponenti vicini alla destra neofascista e postfascista si è oscillato tra la riproposizione della categoria del totalitarismo come base per un azzeramento politico e ideale dell'antifascismo e per una rivalutazione del regime mussoliniano in contrapposizione al nazionalsocialismo tedesco e al comunismo sovietico, e l'inglobamento contestuale di fascismo e antifascismo in una comune storia nazionale nella prospettiva del loro «superamento» all'insegna di una rinnovata «retorica della pacificazione»49.

A partire dalla metà degli anni Ottanta questi messaggi, variamente intrecciandosi, hanno concorso, con il coinvolgimento diretto dei mass media e della pubblicistica corrente, ad una progressiva erosione del paradigma antifascista, cui si è accompagnato un tentativo di sradicare nella coscienza collettiva del paese una memoria critica nei confronti del passato fascista e di fondare un nuovo senso comune all'insegna di una asserita deideologizzazione e depoliticizzazione della storia e di una equiparazione tra fascismo e antifascismo in nome di una presunta «riconciliazione nazionale». Le premesse di questa operazione, condotta con tecniche scopertamente manipolatorie, sono state una tendenza verso una rivalutazione strisciante del fascismo all'insegna di un'ambigua ideologia della modernizzazione e la negazione di ogni credito scientifico alla cultura dell'antifascismo50. Ad esse ha fatto riscontro la riesumazione delle più rozze e semplificate teorie del totalitarismo degli anni della «guerra fredda» come chiave di volta per una delegittimazione democratica del Pci e dei fondamenti stessi della Costituzione repubblicana.

Che questi indirizzi non abbiano incontrato per lungo tempo in Italia una risposta anche lontanamente paragonabile a quanto avvenuto nella Germania federale in occasione dell'Historikerstreit e che anzi abbiano coinciso con la tendenza delle forze della sinistra a lasciar cadere il patrimonio storico dell'antifascismo e della Resistenza come parte fondamentale della propria identità, costituisce un fatto inquietante che meriterebbe un'attenta riflessione. Sarebbe davvero paradossale, oltreché disastroso per le sorti della democrazia repubblicana, che la percezione del passato fascista dovesse seguire in Italia un itinerario inverso a quello seguito in Germania, nel senso di un appannamento della coscienza critica e di una sostanziale rimozione. Allo stesso modo, la pretesa di contrapporre un antifascismo «antitotalitario» ad un altro «totalitario», oltre che motivata da esigenze di polemica politica contingente, costituisce un completo stravolgimento della realtà storica. La novità e la ricchezza della Resistenza italiana fu costituita dal confluire di una molteplicità di tradizioni politiche e culturali e di soggetti politici e sociali diversi in un movimento unitario che aveva al centro la rinascita democratica e civile del paese sulle macerie lasciate della guerra e dalla dittatura fascista. Il carattere processuale e la complessità di questo fenomeno, le differenze ideologiche e le resistenze conservatrici, lo stesso vanificarsi, di fronte alle urgenze della ricostruzione, alle mediazioni partitiche e all'irrompere della «guerra fredda», delle spinte più innovative della Resistenza, non devono oscurare il «salto di qualità» rappresentato dalla Costituzione repubblicana e dal legame inscindibile da essa instaurato tra antifascismo e nuova democrazia. Come ha notato Pietro Scoppola i principi programmatici del nuovo Stato segnano il definitivo superamento della «fase puramente negativa dell'unità antifascista»: l'antifascismo diviene, infatti, «affermazione positiva di valori antitetici a quelli sui quali il fascismo aveva mobilitato la nazione: non solo sono stati ricuperati e ridefiniti i grandi valori della tradizione liberale sulle libertà civili e politiche ma ad essi si sono saldati i nuovi valori di solidarietà sociale interpretando democraticamente le aspirazioni del movimento operaio». In questo senso l'antifascismo non può considerarsi «un residuo del passato ormai sepolto dal tempo insieme al suo antagonista storico», ma costitui-sce invece «un carattere irrinunciabile della nostra democrazia» che «non può essere dimenticato senza perdere un punto di riferimento essenziale per la nostra storia»51.

Queste considerazioni rimandano ad un ultimo tema di centrale rilevanza, e cioè la permanenza o meno non solo nelle discipline storiche ma anche e soprattutto nella coscienza collettiva e nelle nuove generazioni di una memoria critica del passato fascista. La questione non riguarda solo l'identità democratica della Germania federale prima e dopo l'unificazione, ma investe direttamente, soprattutto dopo la cesura e il vuoto degli anni Ottanta, anche l'Italia. I regimi fascisti sono stati un fenomeno della nostra epoca, dei conflitti e degli squilibri che hanno attraversato in Europa la società contemporanea tra le due guerre e che hanno avuto in uno dei paesi più moderni e avanzati del mondo uno sbocco il cui esito finale è stato l'orrore di Auschwitz e del Nuovo Ordine Europeo. Il fascismo italiano svolse in questo contesto un ruolo prima di precursore, in seguito di «modello» e infine di alleato e di cogestore, sia pure nelle forme subalterne imposte dalla supremazia politica, economica e militare tedesca. Come ha notato Zigmund Bauman, il fenomeno della deportazione e dello sterminio durante la seconda guerra mondiale non costituì in questo contesto un mero incidente di percorso, una temporanea deviazione nel processo di civilizzazione, rappresentò invece il limite estremo della tendenza da parte degli Stati fascisti a costruire una società gerarchicamente strutturata, senza conflitti e senza diversi e omologata sulla base di una «normalità» rigorosamente predeterminata dall'alto. In questo senso i fascismi, malgrado la loro ideologia retrograda, non costituirono un mero tentativo di ritorno ad un passato preindustriale, interpretarono invece una tendenza alla razionalizzazione e alla ingegneria sociale profondamente radicata nella società moderna52.