La Resistenza come educazione alla democrazia.
Una testimonianza*

di Antonio Giolitti

 

Parafrasando una considerazione di Claudio Pavone nella premessa al suo saggio storico sulla moralità della Resistenza, io voglio qui sostenere che la Resistenza è stata una di quelle contingenze storiche che, presentatesi in prima istanza in veste politica, hanno evocato fondamentali problemi morali: libertà, giustizia, solidarietà, lotta armata contro l'oppressore e perciò ricorso alla violenza; è stata così una grande occasione storica di incontro tra politica e morale e quindi anche una grande scuola di educazione alla politica, o meglio alla moralità della politica, a una politica animata da valori morali.

Questo è vero per la Resistenza, è vero per i giovani della Rosa Bianca.

Resistenza come educazione alla politica, dunque, e in quel contesto storico e per i motivi ispiratori di quella lotta educazione alla democrazia, alla comprensione e assimilazione dei valori di libertà, giustizia, eguaglianza, solidarietà.

Perciò io credo che sia da attribuire alla Resistenza un significato, una dimensione, un effetto - per così dire - di lungo periodo che travalica quelle contingenze storiche secondo le quali è corretta - e penetrante - la distinzione delle tre componenti: patriottica, civile, di classe. Ma lo stesso Claudio Pavone, mentre distingue e intreccia quelle tre componenti, nota e sottolinea che nella data di nascita della Resistenza armata, l'8 settembre 1943, un «entusiasmo morale si è contrapposto a uno sfacelo morale» (corsivi miei). Dunque impegno politico motivato, animato da imperativi morali: che forse risulta più esplicito nella parola tedesca Widerstand, che enfatizza l'idea di antitesi, di contrapposizione.

Il caso volle che io mi trovassi investito, nella Resistenza armata, nella guerra partigiana (in Piemonte, subito dopo l'8 settembre) del compito di educatore, perché mi furono attribuiti la qualifica e la funzione di «commissario politico», accanto al comandante. Lo so che di quella figura e di quel ruolo la storia del comunismo e la grande letteratura della emigrazione russa ci hanno descritto esemplari ben diversi dalla figura di educatore. E certo io mi trovavo in una formazione partigiana «garibaldina», col fazzoletto rosso, e l'istituzione del «commissario politico» (che fu adottata anche dalle formazioni di Giustizia e Libertà) era d'ispirazione comunista. Ma nel crogiuolo della Resistenza quell'origine scomparve e l'educazione politica da impartire ai giovani partigiani non poteva non fondarsi sul movente che li aveva spinti in montagna, movente di liberazione, di lotta per la libertà contro l'oppressore e l'invasore: guerra di liberazione, anzitutto e soprattutto, prima e più che guerra patriottica e meno che mai guerra «di classe».

Quindi educazione ai valori morali di libertà e di giustizia, di solidarietà e responsabilità - diritti e doveri - e perciò, traducendo quei valori in termini politici, educazione alla democrazia: della quale quei partigiani avevano un'idea estremamente vaga, perché erano quasi tutti giovanissimi, nati e cresciuti sotto il fascismo. E a questo proposito voglio dar conto della mia esperienza, allora, di quel rapporto tra le generazioni «come fatto storico culturale e non anagrafico» che ha messo bene in luce Claudio Pavone. Dunque avevo di fronte a me, ad ascoltarmi e interrogarmi, dei giovanissimi, quasi tutti intorno ai vent'anni; io ne avevo poco meno di trenta: ebbene, mi accorsi che c'era tra noi un salto di generazione, perché quei pochi anni d'età in più mi avevano offerto occasione e possibilità di fare un assaggio abbastanza consistente dell'esperienza di cultura e di lotta antifascista (letture, incontri, cospirazione, carcere) di cui mi avevano dato esempio quelli che solo di pochi anni più anziani si erano impegnati nell'antifascismo come «scelta di vita» (per citare il titolo di un libro autobiografico di Giorgio Amendola, che mi sembrava appartenere a una generazione precedente sebbene avesse solo otto anni più di me).

Ma più che i sermoni dell'«anziano» commissario politico era l'esperienza di vita in comunità, del continuo rapporto con l'altro, a educare alla democrazia, alla futura responsabilità di cittadini liberi ed eguali. E proprio perché la democrazia - come regola, come comportamento, come costume - è anzitutto educazione, la Resistenza combattente è stata una scuola di democrazia, a prescindere dalle lezioni che poteva impartire il commissario politico. Ma non solo la Resistenza combattente: «they also serve who only stand and wait», ha scritto Milton nel Paradiso perduto; e anche questi hanno in qualche modo ricevuto e inteso il messaggio di solidarietà della Resistenza, il suo invito alla assunzione di responsabilità nella democrazia.

L'intreccio di quelle tre generazioni - in senso storico-culturale e non anagrafico - ha fornito poi saldo appoggio e sostanzioso alimento all'opera dei partiti antifascisti, per gettare le fondamenta della futura Repubblica democratica. Si è trattato di una vicenda e di una esperienza, dunque, molto ricche, molto complesse, la cui espressione politica più rappresentativa si è avuta allora, durante la Resistenza, nei Comitati di liberazione nazionale (Cln), dove la concordia è prevalsa sulle divergenze in virtù di una comune cultura dell'antifascismo. E questa è stata e continua a essere alimento della permanente e inesuaribile educazione alla democrazia. Abbiamo bisogno di attingere a questo nutrimento per le nostre democrazie, che non sembrano oggi godere di ottima salute. Perciò facciamo bene a rievocare il messaggio della Rosa Bianca e della Resistenza in tutta Europa.

* Intervento al seminario I giovani e la Resistenza. Tra storia e memoria (Roma, 9-10 febbraio 1994).