Una storia singolare

di L.A.

Il fenomeno Primavera di Praga si può capire meglio, a mio giudizio, se lo si colloca nella storia della società dove si è sviluppato e dove poi è esploso. Pochi paesi, ma forse con maggiore precisione si può affermare: nessun altro paese ha avuto un'evoluzione nel tempo con caratteristiche tanto peculiari come quella della Cecoslovacchia, nella configurazione territoriale che questa repubblica ha avuto dal 1918 al 1938 e poi dal 1945 alla fine del 1992, o, risalendo indietro, all'epoca del Regno di Boemia.

A me è capitato in diverse occasioni di definirlo «il paese degli assalti al cielo». Quei tentativi, storicamente, «dovevano» essere esperiti, perché lí erano mature le condizioni e vi erano i presupposti necessari. Fossero stati portati a compimento, avrebbero determinato, per la «nobiltà» insita nei loro obiettivi, sviluppi diversi e positivi anche nel mondo circostante. Invece fallirono, non soltanto perché questo è il «destino» delle piccole nazioni, cioè per la sfavorevole costellazione di forze esterne - una ragione di particolare rilevanza nell'epoca dell'imperialismo della prima metà del nostro secolo -, ma anche perché erano «assalti» risultati in fin dei conti in anticipo o in ritardo sull'evoluzione di altre potenze e sulla maturazione delle ideologie, di altri modi di pensare. Per quanto riguarda le prime, fossero esse il potere temporale della Chiesa oppure Stati o coalizioni degli stessi: i loro rappresentanti si sono rivelati troppo interessati a non mettere a repentaglio i privilegi derivanti dalla posizione conquistata; per quanto riguarda le ideologie e i modi di pensare: proprio quelle forze (partiti, movimenti) che pure si dicono alfieri del cambiamento si sono rivelati miopi, piuttosto che perspicaci.

Altra peculiarità: la ricorrenza del numero 8 come ultima cifra di anni fausti o infausti (questi sono di piú) nella storia delle nazioni ceca e slovacca.

Nel 1348 Carlo IV, re di Boemia e imperatore del Sacro romano impero, figlio di Giovanni di Lussemburgo, fonda l'università di Praga, la prima dell'Europa centrale, che appunto per le circostanze della sua nascita verrà rivendicata come propria dai tedeschi, i quali dopo Monaco si impadronirono perfino delle sue insegne.

Agli inizi del XV secolo il predicatore Jan Hus, inventore della moderna ortografia ceca, insegnante all'università Carlo, propugna la riforma della Chiesa, ma finirà bruciato sul rogo, nel 1415, per ordine del Concilio di Costanza. Le persecuzioni contro il movimento che da lui prende nome portano alla frantumazione dello stesso e alla dissoluzione del regno, che nel 1526 entra a far parte della corona degli Asburgo. (La Slovacchia è sotto la dominazione ungherese dall'anno mille, circa).

Nel 1618 comincia l'insurrezione degli «Stati» cechi contro il potere degli Asburgo, conclusa con la sconfitta dei primi, nel 1620. Ha inizio la Guerra dei trent'anni, che significa morte e distruzione per i Paesi cechi oltre che ricattolicizzazione forzata.

Due secoli dopo, il 1848 si chiude con la sconfitta delle rivoluzioni nazionali dei cechi e degli slovacchi. Le due nazioni dovranno attendere ancora settanta anni, per vedere una prima realizzazione della loro aspirazione all'indipendenza.

Tra le conseguenze della dissoluzione degli imperi centrali, nel 1918, vi è la nascita della Repubblica cecoslovacca. Il piú noto dei suoi «padri fondatori», che fu anche il suo primo presidente, T. G. Masaryk, nutre un grande sogno: farne uno Stato democratico plurinazionale, di cechi, slovacchi, tedeschi, ungheresi, ruteni, polacchi. Questo mentre i paesi vicini escono dalle convulsioni seguite alla prima guerra mondiale dandosi regimi autoritari, il piú pericoloso dei quali è il nazismo.

La breve esistenza di quella «isola di democrazia» nel cuore dell'Europa si conclude venti anni dopo: nel 1938 Monaco rappresenta l'inizio della fine della prima repubblica e il prologo della seconda guerra mondiale.

A nemmeno tre anni dalla liberazione, dalla ricostruzione dello Stato nei suoi confini precedenti il conflitto (meno la Rutenia, incorporata all'Ucraina sovietica), nel 1948, il partito comunista instaura il suo monopolio del potere e mette la parola fine al nuovo sforzo di costruire una «democrazia popolare», con sistema politico pluralistico ed economia mista (statale, privata e cooperativa), quando il mondo si divide in blocchi contrapposti ed entra nella fase della guerra fredda. Quel regime resterà in vita fino alla fine degli anni Ottanta, con la sola e breve parentesi della Primavera di Praga del 1968: ancora un esperimento alto e promettente, tentato nel periodo in cui nel centro dell'impero sovietico è stata abbandonata da qualche anno la «destalinizzazione» ed è cominciato il neostalinismo breåneviano.

Per tre volte, dopo il 1620, il 1938 e il 1948, quella società ha vissuto la liquidazione della propria élite dirigente - l'antica nobiltà, gli intellettuali, i dirigenti politici - e ogni volta ha dovuto procedere alla ricostruzione della stessa con il materiale umano disponibile. L'ultima sconfitta e la successiva restaurazione dei vecchi ordini hanno avuto portata e conseguenze di gran lunga maggiori. Intanto, sul piano dell'ordinamento statale cecoslovacco: lo svuotamento della federazione, decisa da una legge del '68 entrata in vigore il 1° gennaio '69, per realizzare l'effettiva parità di diritti delle due nazioni principali della repubblica, è sfociato nella nascita di due nuovi Stati, vanificando cosí un'aspirazione secolare di due nazioni slave molto vicine.

Su un piano piú generale, il soffocamento della «Primavera» ha inteso essere il divieto esplicito per qualsiasi idea di «modernizzazione» di un'ideologia ossificata, di meccanismi in crisi o stagnanti di gestione e direzione delle società «socialiste». E l'esperimento cecoslovacco voleva essere proprio questo: agli albori della «terza rivoluzione industriale», dell'epoca del chip, scrive Kosík in queste pagine, una parte consistente del partito egemone nella società e nello Stato - quella che sa leggere e comprendere le informazioni di cui dispone - si rende conto che il vecchio sistema non è in grado di reggere alla sfida dei tempi nuovi che si annunciano ed elabora un progetto di riforma generale, un programma (il Programma d'azione del PcC varato nell'aprile 1968) capace di restituire agli ideali del socialismo dinamismo e forza di attrazione. Il capitalismo - ha detto Dubßek all'università di Bologna nel 1988 - ha resistito perché ha saputo cambiare, sia pure grazie alle battaglie dei partiti di sinistra e dei sindacati, quello odierno non è certo lo stesso dell'Ottocento; noi volevamo un socialismo moderno.

Il tentativo, in un certo senso «illuministico» per la sua gradualità e per il fatto di essere stato avviato «dall'alto», incontra un ampio consenso nella società civile, che a sua volta comincia a esercitare una pressione «dal basso», la quale però non genera conflitti, non dà luogo a scontri per il potere, è invece impulso per la ricerca di soluzioni piú democratiche. Si pensi, per esempio, alla nascita dei Consigli dei lavoratori in molte imprese, i cui rappresentanti si riunirono in Conferenza nazionale a Plzeð nel gennaio 1969, a quella di numerose associazioni sindacali o di altro tipo che ristabiliscono accanto al rapporto verticale «potere-masse» legami orizzontali tra ceti e categorie diverse della popolazione, o ancora all'abolizione della censura, palese e mascherata, nonché alla rivendicazione della federalizzazione dello Stato. Che il consenso non sia formale o passivo lo si vede nelle manifestazioni di appoggio alla direzione del partito in occasione di incontri internazionali, nella resistenza disarmata opposta agli occupanti e, soprattutto, nelle battaglie - ormai di ritirata - che si combattono dall'autunno 1968 agli inizi del 1970.

Le caratteristiche appena ricordate facevano della Primavera di Praga un fenomeno del tutto nuovo nel panorama dei precedenti tentativi di riforma dei sistemi amministrativo-burocratici avutisi fino allora nell'Europa centrale e orientale: essa non preludeva a una ripetizione del caso jugoslavo, non le si poteva imputare una volontà di «ritorno al passato», come era stato fatto per l'insurrezione ungherese del '56, non dava segni di poter essere riassorbita come era accaduto per «l'ottobre polacco».

Quelle stesse caratteristiche, peraltro, la rendevano sommamente pericolosa per i gruppi al potere a Mosca e in altre capitali delle gubernie dell'impero. Non si trattava soltanto del fatto che in Cecoslovacchia dall'autunno 1945 non vi erano piú truppe sovietiche (che vi resteranno invece dall'invasione al 1990), mentre Breånev e i suoi erano convinti - secondo un detto attribuito a Bismarck - che «chi occupa lo spazio boemo domina l'Europa». Ideologi «ortodossi» e rappresentanti del complesso militare-industriale - affermatisi da tempo soprattutto nell'Urss - avvertivano che quell'esperimento poneva a rischio le loro posizioni e che dovevano porvi fine. Cosí facendo sconfissero, è vero, velleità riformatrici presenti anche altrove (nella stessa Unione sovietica si smise di parlare della riforma economica Kosygin-Lieberman), ma insieme avviarono l'involuzione dei loro regimi, che procedette poi a un ritmo tale da far diventare tardiva e quindi votata all'insuccesso perfino la perestrojka gorbacioviana.

Gli effetti finali, sui modi di pensare, sul mondo delle idee (non soltanto dei cechi e degli slovacchi) si fanno sentire ancora oggi. Si pensi soltanto al discredito gettato su termini quali «socialismo», «sinistra». Si guardi alla situazione dei regimi, che si definiscono «liberal-democratici», affermatisi nell'Europa centrale e orientale dopo il 1989. Di certo, non è una situazione di stabilità.