Gli storici e il processo riformatore del 1968

di Luciano Antonetti

Nel boom culturale cecoslovacco degli anni Sessanta un posto non certo di secondo piano spetta alla produzione storiografica1. Molti ancora ricordano le vicende della riforma economica (conosciuta con il nome del suo principale ideatore e sostenitore Ota @ik, allora direttore dell'Istituto di economia dell'Accademia delle scienze e poi vicepresidente del Consiglio dei ministri, dall'aprile all'invasione dell'agosto 1968). Un buon numero di scrittori e letterati divennero noti su scala mondiale grazie al Convegno internazionale su Kafka del 1963 e al IV congresso dell'Unione degli scrittori del 1967. Nei teatri e nei cinema di moltissimi paesi si rappresentavano opere cecoslovacche o di autori cecoslovacchi. Una larga diffusione ebbe il frutto del lavoro di un team interdisciplinare diretto dal filosofo Radovan Richta: Civilizace na rozcestí. Spoleßenské a lidské souvislosti vdeckotechnické revoluce (Civiltà al bivio. Connessioni sociali e umane della rivoluzione tecnico-scientifica)2. Confinata all'ambito delle riviste specialistiche o di volumi collettanei, invece, restò a lungo la produzione degli storici. Soltanto verso la fine del decennio qualche editore italiano cominciò a pubblicare alcuni lavori che ben testimoniavano l'elevato livello raggiunto dalla storiografia cecoslovacca3, ma - e non soltanto nel nostro paese - non trovarono una casa editrice opere che significavano l'avvento di una nuova storiografia, di cui si parlerà in seguito.

Chi erano gli storici della «nuova ondata» (o «revisionisti» come furono definiti da alcuni) che si affermarono negli anni Sessanta e che in prima fila con economisti, filosofi, scrittori, sociologi, artisti e gli altri protagonisti dello sviluppo culturale, riflettendo sulla storia recente e recentissima del paese, indicarono alla società in crisi la via d'uscita: l'avvio di un processo di riforma complessiva del sistema, quale voleva essere la Primavera di Praga?

In un documento presentato al XIV congresso internazionale di scienze storiche (datato San Francisco, agosto 19754) sono elencati i nomi di 145 storici epurati dal partito, cacciati dal lavoro, messi all'indice

fra il 1969 e il 1970 e alcuni, inoltre, imprigionati. Un elenco, avverte l'autore, che è però largamente incompleto. Nella stragrande maggioranza sono persone nate negli anni Venti e nella prima metà degli anni Trenta. Sono tutti «colpevoli» di «aver cominciato a rivedere la versione ufficiale della storia passata, dopo il XX congresso del Partito comunista dell'Unione sovietica del 1956 e, in particolare, di essersi impegnati, a partire dal 1960, nella ricerca obiettiva. Hanno contribuito significativamente alla riabilitazione politica dei cosiddetti nazionalisti slovacchi (come Gustáv Husák e altri) e hanno cercato la verità dietro i processi politici dei primi anni Cinquanta. Hanno criticato la versione dei fatti affermata dal partito e hanno cercato di sviluppare una visione obiettiva della storia della Cecoslovacchia»5.

Il '56, anche per Frantiek Janáßek6, fu sostanzialmente l'anno della svolta, che però si fece evidente e decisa all'inizio degli anni Sessanta, quando s'individuò e si cominciò a curare la malattia della quale erano affetti gli storici. Una malattia senza nome, ma che può essere definita come «eccessiva ideologicizzazione, conseguenza della 'statizzazione' della scienza, come vassallaggio a una politica errata [...] inoculata e ravvivata inoltre dalla permanente aspirazione degli organi di partito di subordinare la scienza storica a miopi considerazioni politiche, a un 'impegno' o a una 'partiticità' di corto respiro»7.

Gli scritti di storia contemporanea che uscirono per un decennio e oltre dopo il febbraio 1948, dopo cioè l'assunzione del monopolio del potere da parte del partito comunista, erano profondamente segnati, certo, dall'influenza della sua ideologia ormai statale, dall'atmosfera politica complessiva degli anni Cinquanta (i processi-spettacolo, la trasformazione forzosa del sistema economico, la violenza adoperata come strumento di governo). Ne sono un esempio, tra l'altro, un pamphlet propagandistico per il 30° del Partito comunista di Cecoslovacchia8 e un libretto di 122 pagine (Velká íjnová revoluce a nae svoboda [La Grande rivoluzione d'ottobre e la nostra libertà]), con gli atti di una conferenza tenutasi il 4 novembre 1949, presentato cosí: «Si può dire, senza esagerare, che nonostante alcune insufficienze questo verbale crea una solida base per una nuova e giusta valutazione della Cecoslovacchia in quest'ultimo periodo». Con esso, ha rilevato Janáèek, si «revisionavano» di colpo e senza scrupolo alcuno acquisizioni scientifiche che erano costate anni e anni, decenni di ricerche e di lavoro9.

Un'altra caratteristica, come testimonia proprio quest'ultimo titolo, distingueva la nuova generazione di storici che avanzava dopo il febbraio 1948: l'inesperienza. Diciamo subito che non si vogliono avanzare giustificazioni, bensí cercare di capire le ragioni di un fenomeno non comune nella storia. Nelle carceri e nei campi di concentramento nazisti, da Monaco alla liberazione, furono rinchiuse 350.000 persone, delle quali 250.000 perirono10 e tra queste moltissimi erano gli intellettuali, storici compresi, visto che gli hitleriani si sforzavano, con ogni mezzo, di germanizzare la popolazione del «Protettorato di Boemia e Moravia» e per questo, tra l'altro, avevano proibito dal 1939 l'insegnamento in ceco nelle scuole superiori e di grado universitario11. Dopo il febbraio 1948, inoltre, una severa epurazione ridusse drasticamente il numero di quei non molti intellettuali - ancora una volta storici compresi - rientrati in patria dall'esilio o dalle prigioni o dai campi nazisti, costretti nuovamente a emigrare o comunque banditi. Il risultato di tutto questo fu che a scrivere o insegnare storia, negli anni Cinquanta, furono soprattutto ex resistenti comunisti, funzionari di partito passati nelle scuole e nelle istituzioni di ricerca vecchie e nuove12, giovani che spesso completarono i loro studi nelle università sovietiche.

Un'ultima notazione, infine: il trauma di Monaco, la successiva frantumazione della repubblica nata nel 1918 e le esperienze dell'occupazione convinsero la grande maggioranza dei cecoslovacchi che era necessario un radicale mutamento nell'orientamento politico e nell'ordinamento sociale del paese. Lo si vide nelle elezioni politiche del maggio 1946, quando i comunisti raccolsero il 38% dei voti (oltre il 40% nei Paesi cechi, piú del 30% in Slovacchia) e insieme ai socialdemocratici ebbero la maggioranza assoluta dei seggi nella nuova Assemblea costituente.

La fede in un programma politico che prometteva di essere grande e pulito cominciò a incrinarsi abbastanza presto. Il XX congresso del PcUs rappresentò, con la denuncia dei crimini staliniani, con i successivi fatti di Polonia e Ungheria, un serio impulso alla riflessione sul proprio passato, al ripensamento dello stesso. È vero che la dirigenza politica del paese riuscí a non essere travolta, ma non poté impedire che si cominciasse ad avvertire - soprattutto tra gli intellettuali - la contraddizione tra i grandi obiettivi sbandierati e la realtà non certo esaltante della vita quotidiana. Non vi erano ancora chiari segni di una crisi sociale, che si faranno evidenti qualche anno dopo, ma forse proprio nell'intento di prevenire possibili esplosioni di tipo polacco o ungherese, per cercare di scrollarsi di dosso l'etichetta di «stalinisti irriducibili», i capi comunisti cecoslovacchi decisero di dare il via a un processo di riesame del recente passato. Il fine, però, come si vide meglio con il trascorrere del tempo, era quello di regolare, di limitare il processo stesso per conservare il proprio decisivo ruolo dirigente.

Nel 1956, dopo il congresso del PcUs, cominciarono a venire rimessi in libertà, ma senza una piena riabilitazione civile e politica e senza annunci pubblici, alcuni dei condannati nei processi politici degli anni precedenti. In quel periodo era al lavoro una Commissione per il riesame del «caso» Rudolf Slánsk e di altri processi del periodo 1949-52, istituita l'anno prima e presieduta dal ministro degli interni Rudolf Barák. Il Comitato centrale del PcC, che nella sessione del 30 settembre-2 ottobre 1957 discusse i risultati dei lavori, constatò «la colpa politica e l'attività criminale di Slánsk», che in alcuni casi la condanna era stata esagerata rispetto alle imputazioni e che in casi sporadici le condanne non erano state giuste. L'allora primo segretario Antonín Novotn avrebbe poi detto che l'ex segretario generale era rimasto vittima della «macchina infernale» da lui stesso messa in moto. Nessuna conseguenza si ebbe, sul piano politico, dalle risultanze della Commissione Barák.

La scadenza, nel 1958, del XX anniversario di Monaco segnalò invece che il processo di riflessione e di ripensamento del recente passato era ormai avviato, soprattutto, nella nuova generazione degli storici. Fino allora la produzione storiografica si era piegata ai voleri del potere politico. Era stata riscritta, secondo canoni «marxisti-leninisti», la storia del XIX e del XX secolo, perfino ricorrendo alla falsificazione o alla deformazione delle fonti. Pagine su pagine di opuscoli e libri erano state dedicate a «smascherare la leggenda» del primo presidente cecoslovacco Tomá Garrigue Masaryk e del suo successore Edvard Bene. Una censura occhiuta13 vigilava, in via preventiva e a posteriori, ma era fortemente presente anche l'autocensura, che infettava perfino gli scritti di storici non proprio sprovveduti e non catalogabili come «ubbidienti» ai voleri dell'ideologia imperante.

Alla fine degli anni Cinquanta, quindi, e proprio con le opere su Monaco, si può far risalire l'avvento di una nuova storiografia in Cecoslovacchia. Gli eventi che avevano portato alla fine della I repubblica non venivano piú ricostruiti e descritti dalla grande maggioranza degli storici in modo unilaterale, si cominciava a distinguere all'interno delle forze in campo e a trattare con maggiore problematicità la situazione internazionale e l'atteggiamento delle diverse potenze. Bene non fu piú, sbrigativamente e dogmaticamente, colui che in combutta con le forze reazionarie cecoslovacche e con le «democrazie occidentali» aveva «tradito» il paese, consegnandolo nelle mani di Hitler, per timore dell'avvento di una «repubblica rossa», in caso di un ipotetico intervento dell'Urss a difesa della Cecoslovacchia. Alcune acquisizioni giungeranno in occidente, ma in maniera frammentaria e soprattutto grazie alla Conferenza internazionale per il XX anniversario di Monaco (Praga, 25-27 settembre 1958), cui avevano partecipato rappresentanti di 12 paesi, e a qualche saggio che sarà tradotto e pubblicato su riviste specializzate14.

L'avanzata, sia pure non sempre lineare, della distensione tra est e ovest, la celebrazione del XXII congresso del PcUs, che approfondí tra l'altro la critica dello stalinismo, rappresentarono occasioni per lo sviluppo della nuova storiografia cecoslovacca dell'età contemporanea. Oltre alla possibilità di accedere alla nutrita documentazione di archivi governativi, che veniva resa pubblica in occidente, si aprí la lunga stagione di incontri tra storici di Praga e stranieri in genere, non piú solamente orientali. (Chi scrive ricorda un incontro a Praga, nella sede dell'Istituto di storia del PcC, tra rappresentanti dell'Istituto Gramsci e storici cechi e slovacchi, per discutere delle acquisizioni storiografiche sulla storia della Resistenza nei due paesi15).

Il dibattito sulla politica dei fronti popolari e nazionali, in corso in Italia tra l'altro sulle pagine di «Critica marxista», fu ampiamente riportato dalla rivista dell'Istituto di storia del PcC. Il tema della Resistenza e delle forze che l'avevano promossa e combattuta era tra i punti focali dell'attenzione degli studiosi cecoslovacchi di storia contemporanea. Non a caso l'organizzazione del III congresso internazionale sull'occupazione nazista dell'Europa (Karlovy Vary, agosto 1963) fu affidata alla Cecoslovacchia. Nacque allora l'idea di una ricerca comparata sul rapporto tra comunisti e fronti nazionali in tre paesi, Cecoslovacchia, Polonia e Jugoslavia, dove quel rapporto presentava molte somiglianze e differenze, idea che sfociò in un Colloquio scientifico tenuto a Belgrado nell'ottobre 1966. Vi parteciparono una quarantina di storici rappresentanti 23 istituti dei tre paesi interessati e non mancarono, naturalmente, polemiche, ma il giudizio complessivo non poteva che essere positivo, come affermò uno degli organizzatori, il cecoslovacco Frantiek Janáßek nel suo discorso di chiusura:

[...] abbiamo cercato di essere all'altezza di quella che talvolta chiamiamo nuova tappa nello sviluppo della politica comunista e della teoria marxista. Abbiamo cercato un approccio creativo alla problematica del fronte popolare e alla politica dei partiti comunisti degli anni 1938-1945. L'abbiamo fatto coscienti che la strategia e la tattica del fronte nazionale e popolare [...] ha significato una tappa importante nel processo avviato nel movimento comunista nella seconda metà degli anni Trenta [...], un processo in fin dei conti piú forte dei suoi alfieri. La lotta per il fronte popolare ha avuto, naturalmente, flussi e riflussi, ascese e cadute; la vecchia linea era stata sí «abolita», ma ha avuto le sue ricadute. Ciononostante, il processo è continuato, si è raggiunta una nuova tappa nello sviluppo del movimento, della sua teoria e della sua prassi. In questo senso lo studio del fronte nazionale e popolare ha un indubbio, enorme significato gnoseologico, di attualità politica, non tanto perché cerchiamo nel passato un qualche insegnamento immediato per il nostro tempo, quanto perché, piuttosto, cosí contribuiamo allo sviluppo della teoria e direi della metodologia della politica per la comprensione del mondo attuale e nello sforzo per la sua ristrutturazione16.

Il vertice del partito, che aveva avvertito scricchiolii preoccupanti per la stabilità del suo potere già con la richiesta (allora respinta) di un congresso straordinario nel 1956 e poi con le equivoche conclusioni della I commissione per il riesame di una serie di processi politici, tentò di intervenire per impedire sviluppi indesiderati della storiografia. Nel 1960 venne costituito un Comitato per la storia della lotta di liberazione nazionale, con il compito di coordinare la ricerca degli storici indigeni e di rappresentare la Cecoslovacchia all'estero, poi ampliato nel numero dei componenti, ridenominato Comitato cecoslovacco per la storia della resistenza antifascista e affiancato da un Comitato slovacco per la storia della resistenza antifascista, del quale facevano parte anche esponenti della resistenza slovacca. Nello statuto dell'organismo, approvato dalla dirigenza del PcC, si diceva a chiare lettere che il Comitato era un'articolazione della direzione partitica della scienza storica e in quanto tale doveva aiutare la propaganda del partito17.

Una cosa, tuttavia, sono le intenzioni dei politici, altri i risultati che la ricerca storiografica consegue - quando è condotta spassionatamente e con criteri «scientifici» -, in netto contrasto con i compiti che il potere politico affida agli storici. Un'ulteriore testimonianza della validità di tale asserzione si ebbe, in Cecoslovacchia, nel 1963.

Nell'aprile di quell'anno il Cc del PcC venne informato delle conclusioni di una seconda Commissione per la revisione dei processi politici 1949-1954. Sulla base di una relazione di Antonín Novotn, Sulle violazioni dei principi del partito e della legalità socialista nel periodo del culto della personalità, vennero adottati provvedimenti che colpivano alcuni dei responsabili della stagione dei processi, mentre continuarono liberazioni dal carcere dei sopravvissuti, che erano stati condannati per colpe mai commesse, e riabilitazioni giuridiche e di partito (in non pochi casi post mortem): si restava ancora ben lontani, comunque, dall'aver fatto piena luce sulle illegalità del recente passato e sulle motivazioni delle stesse18.

Risale a quel periodo l'istituzione di un'altra commissione, che ricevette però un incarico particolare: non doveva tanto occuparsi della revisione di uno o piú casi giudiziari, quanto di riesaminare un momento della storia del partito (all'epoca già detentore del monopolio del potere nel paese), l'accusa di «nazionalismo borghese» levata contro una serie di dirigenti slovacchi nel 1950, al IX congresso del Partito comunista di Slovacchia. La «deviazione» politica era stata poi trasformata in violazione della legge - in «tradimento» dell'unità del paese già dal tempo della Resistenza e dell'Insurrezione nazionale slovacca - e nel 1954 una serie di «nazionalisti», già da molto in carcere, erano stati condannati a pesanti pene detentive19. Quegli avvenimenti e poi le norme della Costituzione «socialista» del 1960, con le quali era stata ridotta ulteriormente l'autonomia degli organi nazionali slovacchi (a dispetto della conclamata parità di diritti tra le due nazioni della repubblica), avevano provocato una tensione nel rapporto tra cechi e slovacchi e tra l'opinione pubblica di questi ultimi si levavano piú sonore le voci di quanti chiedevano una revisione e una riflessione sull'accaduto e sul rapporto istituzionale.

Probabilmente, oltre l'atmosfera politica interna, anche quella internazionale ebbe il suo peso nella decisione del vertice del PcC di istituire la «Commissione barnabita», che deve il suo nome al fatto di aver lavorato in un ex convento dei barnabiti, nella capitale cecoslovacca. I politici già nominati nell'aprile 1963 vennero affiancati, per la prima volta, da un collettivo di una cinquantina di «esperti»: storici, economisti, giuristi, funzionari di partito di Praga e di Bratislava, forse per le implicazioni dell'intera faccenda.

Quali fossero le reali intenzioni dei «centralisti» di Praga e quali fini si proponessero potrà chiarirlo - si spera - un'indagine negli ex archivi del PcC non ancora fatta. Di sicuro non perseguivano la vittoria della giustizia e della verità. Il 13 giugno 1963, quando la Commissione barnabita era già al lavoro, Antonín Novotn, primo segretario del partito e presidente della repubblica, disse tra l'altro in un discorso pronunciato a Koice:

La mia opinione è che la critica del IX congresso del PcS al nazionalismo borghese in Slovacchia fosse giusta in linea di principio, ma per molti aspetti non sufficientemente documentata e legittimata per tutti i casi individuali. Resta il fatto che nella direzione del partito si era arrivati a discussioni molto aspre sulla applicazione unitaria della politica del Partito comunista di Cecoslovacchia sull'intero territorio della repubblica e che su molti problemi la direzione del partito duramente e a ragione aveva criticato alcuni rappresentanti degli organi dirigenti di partito slovacchi per deviazioni nazionalistiche e politiche.

Lo scontro tra chi cercava di far luce sul passato e coloro che avevano altri interessi si riprodusse all'interno della commissione, soprattutto tra i «politici» e gli storici e altri collaboratori, tra i quali, pure, i cechi erano in maggioranza. Un membro della presidenza del PcS, «raccomandò» ad alcuni esperti di andare, piuttosto, a lavorare in una qualche cooperativa agricola; un alto esponente del PcC sostenne che i ricordi del primo segretario del PcS - che proprio in quei giorni veniva sollevato dal suo incarico per le responsabilità avute nei processi -, nei quali si ribadivano le vecchie accuse contro i pretesi nazionalisti, erano piú seri e obiettivi delle perizie degli specialisti. Superando crisi e rischi di scioglimento, la commissione portò comunque a termine i suoi lavori. Le sue conclusioni servirono all'elaborazione di un documento approvato dal Cc del PcC, che era, tuttavia, frutto di un compromesso. Non soltanto, ancora una volta, non vi furono riabilitazioni piene, ma non si tenne in alcun conto la protesta dei numerosi storici, che dissentivano da una serie di formulazioni della risoluzione. Senza seguito rimasero la proposta che della questione dell'ordinamento istituzionale della repubblica e del rapporto tra cechi e slovacchi si occupassero il Comitato centrale del partito o addirittura un congresso dello stesso e la costituzione di un'altra commissione che avrebbe dovuto occuparsi del rapporto tra le due nazionalità del paese. In definitiva: un'occasione mancata, per cui quei problemi che allora non si vollero affrontare si ripresentarono, con maggiore urgenza, cinque anni dopo e in una situazione senz'altro meno favorevole alla loro soluzione20.

Il compromesso cui aveva pensato il vertice di Praga si rivelò ben presto irrealizzabile. A nulla valsero gli interventi del potere contro alcuni insegnanti della Scuola superiore del partito (parificata a una università) e restò sulla carta una risoluzione del partito, del 27 marzo 1964, contro il «pericolo di destra» evidenziato dal comportamento di molte riviste culturali. Nel corso dei preparativi e durante i lavori della conferenza degli storici, convocata a Smolenice, alla vigilia delle celebrazioni del XX dell'Insurrezione nazionale slovacca, venne alla luce del sole la contrapposizione che opponeva i rappresentanti del potere centralistico di Praga e qualche storico «ortodosso» a loro vicino, alla stragrande maggioranza degli storici, che si cominciò a definire «revisionisti». Lo si vide bene con le vicende di due libri usciti in quell'anno.

Concluso il lavoro della Commissione barnabita gli storici che vi avevano partecipato avevano proposto la stesura e la pubblicazione di un libro, nel quale raccogliere ed elaborare le acquisizioni delle ricerche fatte. Dal partito giunse un secco rifiuto, fu inutile anche un intervento a favore da parte di Dubßek, da neppure un anno primo segretario del PcS. Quando però seppero che era stato approntato per la stampa un libro di Husák, con la sua interpretazione dell'Insurrezione nazionale slovacca e delle questioni correlate, Novotn e i suoi mutarono d'avviso, anzi decisero che il libro degli storici doveva uscire prima di quello dell'uomo politico slovacco, forse sperando, ma invano, che ne contrastasse conclusioni ed effetti. L'opera fu scritta e pubblicata nel giro di due mesi: un record insuperato per l'editoria cecoslovacca21.

Agli inizi del 1966 vi fu ancora un tentativo di imporre alla storiografia il ritorno alla vecchia concezione dell'Ins e della questione slovacca, subito vanificato dalla massiccia e decisa reazione del fronte culturale in genere e degli storici in particolare22.

Nella parte centrale degli anni Sessanta vi fu una vera e propria esplosione di nuova letteratura storica. Al già citato Profilo della storiografia cecoslovacca, Toman Brod aggiunse una nota bibliografica, con 80 titoli di opere uscite fino al 1966, la gran parte delle quali dedicate al tema dell'occupazione tedesca e della Resistenza e pubblicate a partire dal 1963. Un grosso merito, in questo senso, va senz'altro all'attività del Comitato cecoslovacco per la storia della Resistenza antifascista, che oltre a dare impulso a ricerche e compilazione di studi su temi particolari o di carattere regionale, cominciò a lavorare alla stesura di un'opera generale in tre volumi. Questa, purtroppo, non vide mai la luce nella sua forma definitiva, in parte per difficoltà oggettive, in parte a causa dei contrasti tra potere politico e storici - che portarono alla fine del Comitato -, perché gli studiosi che ne facevano parte furono sempre più coinvolti nella battaglia politica quotidiana e infine perché invasione e normalizzazione impedirono la continuazione delle ricerche e la pubblicazione di quelle già compiute23.

A quel punto, si può ben dire, era stata compiuta un'ampia rivisitazione critica della storia dell'occupazione e della Resistenza, che, se pure non priva di residui del vecchio dogmatismo, era esemplare per il deciso atteggiamento alieno da schematismi e per l'abbandono di una visione semplicistica degli accadimenti storici e dei protagonisti degli stessi24.

La storiografia cecoslovacca degli anni Sessanta, tuttavia, non si limitò a «rivisitare» quell'unico tema. Caduti i tabú ideologici, ogni periodo e ogni settore della storia (del paese, ma non soltanto) fu oggetto di interesse e di nuovi studi: dal periodo husita al ventennio di esistenza della repubblica nata nel 1918, dalle questioni della politica estera e delle relazioni internazionali alla storia della cultura, alla storia del movimento operaio e delle sue organizzazioni internazionali, al problema delle nazionalità (cechi e slovacchi, slovacchi e ungheresi, cechi e tedeschi) e cosí via25. Naturalmente i lavori sulla storia recente, per comprensibili motivi, furono quelli che suscitarono la maggiore eco tra i lettori cecoslovacchi e una relativa risonanza all'estero26. Non tutto quello che gli storiografi misero allora «in cantiere», però, riuscí ad assumere la forma di libro, prima perché questi erano impegnati «a fare» politica, dopo perché furono impediti a continuare nel loro mestiere dai «normalizzatori»27.

Un'ultima notazione va aggiunta a quanto precede: nella produzione storiografica della seconda parte degli anni Sessanta si cominciarono a leggere riferimenti e citazioni dagli scritti di cecoslovacchi esuli dopo il 1948, che pubblicavano nei paesi dove si erano insediati e, in particolare, sulla rivista «Svdectví» («Testimonianze»), fondata a Parigi nel 1956. Anche quel promettente avvio di «colloquio» fu interrotto con la «normalizzazione», che significò il pieno ritorno all'isolamento degli storici cecoslovacchi rispetto all'evoluzione delle diverse correnti storiografiche, che aveva luogo soprattutto in occidente. (Solamente gli storici che scrissero per il samizdat cercarono di ovviare a quella condizione, ma nelle difficilissime e rischiose condizioni della clandestinità).

Rivelazioni sulla stagione dei processi costruiti ad arte, ricerche oggettive sulla lotta di liberazione e sull'Insurrezione nazionale slovacca, sulla storia del Fronte nazionale e della «democrazia popolare» degli anni 1945-1948, dibattito sul rapporto tra le nazioni ceca e slovacca: erano nel 1967 le tematiche principali che diedero vita a una sorta di fronte «morale» (formato da storici, scrittori, artisti in genere), il quale, insieme alla battaglia che stavano conducendo gli economisti, traumatizzò la società, diede un carattere altamente conflittuale al movimento della stessa, ne mise in luce la crisi e risvegliò la memoria storica dei cecoslovacchi.

La storiografia poneva all'ordine del giorno, inoltre, l'abbandono della visione unilaterale, classista, dello sviluppo storico della repubblica per riacquistare la dimensione «cecoslovacca» (l'Insurrezione nazionale slovacca come momento fondamentale per la ricostituzione, anche nei confini geografici, della repubblica d'anteguerra). Per fare questo si fondava sulle tradizioni resistenziali. La ricerca sulle peculiarità della società cecoslovacca metteva in primo piano il problema dell'importazione meccanica di modelli stranieri (nel caso specifico, del modello sovietico di sistema politico, economico e sociale) e indicava la via d'uscita in una forma di rinascita del socialismo «cecoslovacco» e nella ricostruzione dei legami con lo spazio europeo (centroeuropeo in particolare). Stabiliva cosí i presupposti per l'elaborazione di un programma per il futuro. Di qui la partecipazione degli stessi storiografi alla genesi dei postulati e delle formulazioni del Programma d'azione del PcC, che sarebbe stato approvato nell'aprile 196828.

Nella Lezione tenuta all'università di Bologna, che gli aveva conferito una laurea honoris causa, e negli incontri con i professori e gli studenti di quell'ateneo, nel novembre 1988, Dubßek non si stancava di sottolineare la propria convinzione che la politica non può, pena la sua involuzione e degenerazione, ignorare i risultati delle acquisizioni scientifiche; che la sua realizzazione - se vuole essere una «politica per l'uomo», se si vuole costruire un «socialismo dal volto umano» - non può essere altro che opera dell'azione stretta e combinata del lavoro intellettuale e del lavoro fisico. Questo atteggiamento, che peraltro non era proprio solamente del nuovo primo segretario del partito, era l'esatto contrario del comportamento del suo predecessore «l'operaista» Novotn. Con molti altri intellettuali, gli storici furono coinvolti in prima persona nel processo di rinnovamento del partito, delle istituzioni, della società tutta.

Soltanto per citare alcuni nomi: nello staff del primo segretario eletto il 5 gennaio 1968 lavorarono storici come Oldich e Vra Jaro e Michal Reiman; altri storici diventarono consiglieri di dirigenti di primo piano, come Josef Smrkovsk (che ebbe Ferdinand Beer come suo segretario) e Frantiek Kriegel (da aprile all'invasione nella presidenza del partito e presidente del Fronte nazionale); altri ancora furono chiamati a partecipare all'elaborazione di documenti di grande rilevanza come il già citato Programma d'azione, il progetto di tesi per il XIV congresso straordinario del partito (Bohuslav Graca, Antonín Vaclav¬, Milan Hübl), il progetto di nuovo statuto del PcC (Milo Hájek).

Un vivace dibattito, che impegnò non pochi studiosi di storia oltre a politici e intellettuali in genere, si sviluppò tra cechi e slovacchi a proposito della federalizzazione dello stato. Per i cechi questa doveva essere, per riassumere la sostanza del contrasto, un momento della democratizzazione della vita politica e sociale del paese, che non poteva non prevedere il riconoscimento dei diritti della nazione sorella nella gestione e nella direzione della cosa pubblica; per gli slovacchi doveva essere un atto riparatore da decidere e attuare senza indugi. La legge sulla federazione entrò in vigore il 1° gennaio 1969, ma la politica della nuova direzione sostenuta dai carri armati sovietici la svuotò di ogni contenuto democratico e tornò a imperare il centralismo praghese. (Salvo, forse, per un aspetto: una «normalizzazione» meno brutale in Slovacchia rispetto ai Paesi cechi).

Un numero di storici piú consistente che in precedenza fu chiamato ad affiancare una commissione (la terza, in ordine di tempo) istituita con voto unanime del Comitato centrale del partito, nella sua riunione del 1°-5 aprile 1968, e incaricata di «portare a termine in modo coerente la piena e giusta riabilitazione di tutte le persone colpite dalle violazioni della legalità socialista [...] negli anni 1949-1954»29, di cui fu presidente Jan Piller, della Presidenza del partito, e segretario Karel Kaplan30.

Parecchi studiosi intervennero come esperti nelle aule dei tribunali, dove si svolgevano le cause per la riabilitazione delle vittime dei processi-spettacolo, soprattutto contro personalità non comuniste. A cominciare da quello contro il generale Heliodor Pika, capo della missione militare cecoslovacca a Mosca durante la guerra, processato per alto tradimento, assassinato nel 1950 e riabilitato, nel '68 appunto, post mortem. Con la riabilitazione di tutti gli imputati si concluse la revisione del processo contro 13 esponenti del Partito socialista nazionale, di quello popolare e di quello socialdemocratico, falsamente accusati di alto tradimento e spionaggio. Quel giudizio si era concluso con quattro condanne all'impiccagione (Milada Horaková, deputata fino al 1948, Závi Kalandra, ex comunista, scrittore che negli anni Trenta aveva condotto una campagna di smascheramento contro i processi moscoviti ai «trockisti», Jan Buchal e Oldich Pecl), mentre i restanti erano stati condannati a pene fra i 15 e i 20 anni di carcere duro31.

Il 1968 fu, ancora, l'anno in cui si ebbe una «invasione» di molti studiosi cecoslovacchi (cechi soprattutto) in diversi paesi occidentali, dove parteciparono a colloqui e seminari indetti dalle locali istituzioni, tennero conferenze nelle università e fuori, si fermarono per soggiorni piú o meno lunghi negli archivi. (Un altro promettente sviluppo bruscamente interrotto con l'invasione e la «normalizzazione»). Vi fu una «esplosione» di pubblicazioni: la Bibliografia storica ceca registra per quell'anno quasi 2.000 titoli di libri, studi, saggi; innumerevoli furono gli scritti di storia usciti sui periodici culturali e politico-culturali, che avevano raggiunto, in rapporto alla popolazione, tirature sconosciute in altri paesi. Va peraltro osservato che all'alta quantità non corrispondeva sempre una qualità altrettanto alta, molti lavori recavano tracce piú o meno marcate del vecchio dogmatismo, vi erano autori talmente legati al mantenimento del vecchio regime da diventare un freno per gli sforzi emancipatori della maggioranza dei loro colleghi. Si era, insomma, agli albori di «un'èra di pluralismo metodologico, ideale e politico», alla vigilia degli avvenimenti dell'agosto, che rafforzarono sí la tendenza di molti alla liberazione dai vincoli politici e all'indipendenza dai centri di potere, ma con l'invasione e le sue conseguenze si arrestò la «rivoluzione nelle teste»: non poche opere finirono al macero prima di arrivare in libreria e parte della produzione del tempo poté uscire soltanto in samizdat a distanza di anni32.

Qualche settimana dopo la tragica notte fra il 20 e il 21 agosto uscí un libro dalla sorte singolare, che ricorda per molti versi quella di altre opere «maledette», come Il Principe di Machiavelli o la Bibbia dei protestanti cechi. Per iniziativa di Milan Otáhal e Vilém Preßan, che ritenevano di fare il loro «mestiere» di storici, all'Istituto di storia dell'Accademia cecoslovacca delle scienze vennero raccolti documenti ufficiali, registrazioni sonore e filmate, ritagli stampa e quanto altro poteva «raccontare» la reazione non violenta dei praghesi nei primi giorni dell'occupazione. Ne venne fuori un'opera stampata in fretta e furia, che per via del colore della copertina diventò nota in tutto il mondo come «Il libro nero»33.

L'accaduto suscitò la violenta reazione dei sovietici, che protestarono addirittura con una nota diplomatica e ottennero (ma a «normalizzazione» avanzata) la «messa all'indice» del volume e la persecuzione giudiziaria di autori e collaboratori, risoltasi per fortuna senza serie conseguenze. Intanto però la polizia era stata sguinzagliata in tutto il paese, nelle biblioteche grandi e piccole, negli archivi delle istituzioni governative e scientifiche o altre, per «arrestare» quel «pericoloso libro»34.

La sorte riservata alla Commissione Piller e alla relazione stesa per essere presentata al Cc del partito segnò la «normalizzazione» che il nuovo potere comunista, insediato dagli invasori, cominciò a realizzare secondo gli intendimenti sovietici. Per il diktat imposto da questi, i cecoslovacchi dovevano mettere fine alla «agitazione antisovietica», quindi neanche parlarne di discutere - o peggio ancora pubblicare - un documento, che denunciava a chiare lettere la nefasta attività dei «consiglieri» inviati da Mosca a partire dal 1949 e insediati nei ministeri e nei loro apparati, nei gangli decisivi degli organismi dirigenti cecoslovacchi. Si cominciò, obbligando Jan Piller a ritirare la propria firma sotto la relazione conclusiva della Commissione da lui diretta. Cinque mesi dopo la nomina di Husák al posto di Dubßek, furono espulsi dal partito i «principali alfieri dell'opportunismo di destra», tra i quali diversi membri della Commissione Piller.

La vendetta dei «vincitori» sconvolse la vita del paese. Al XIV congresso del PcC si contarono circa 500.000 iscritti in meno, rispetto alla precedente assise del 1966. Decine e decine di migliaia di giornalisti, di insegnanti, di intellettuali in genere e di dirigenti tecnici furono cacciati dai posti di lavoro e molto spesso costretti a occupazioni manuali (comportamento eloquente, per un potere che si definiva «della classe operaia»). Il direttore dell'Istituto di storia dell'Accademia delle scienze, Josef Macek, che si era astenuto in parlamento sulla legge che autorizzava la «permanenza temporanea» delle truppe sovietiche sul suolo cecoslovacco e si era assunta la responsabilità della pubblicazione del «Libro nero», fu licenziato con storici come Karel Bartoek, Vilém Preßan, Milan Otáhal. Furono cacciati docenti e insegnanti dalle università, dalla Scuola superiore del partito, dall'Istituto storico militare e ricercatori da ogni altra istituzione scientifica; altre vennero semplicemente «abolite», come l'Istituto di storia del socialismo, diretto allora da Milo Hájek, nella cui sede furono installati la «Casa dell'esercito sovietico», un circolo ufficiali (sovietici, naturalmente) e un negozio per la vendita di articoli di produzione sovietica. Furono «chiuse» riviste specializzate, come la «Revue djin socialismu», e periodici politico-culturali, come «Politika» e «Reportér», nate al tempo della «Primavera». Epurazioni vi furono, seppure in misura minore, in Slovacchia, ai danni, per esempio, di Edo Fri, studioso degli aspetti internazionali dell'Insurrezione nazionale slovacca, di Samo Faltán e di Bohuslav Graca, ambedue studiosi del cosiddetto Stato slovacco, e piú tardi fu perseguitato Jozef Jablonick, «colpevole» di scavare negli archivi per portare alla luce particolari momenti dell'Ins. Non a caso il poeta francese Louis Aragon usò, per la «normalizzazione», l'espressione «Biafra dello spirito».

Il nuovo potere, tuttavia, non si limitò soltanto a vietare l'espressione delle idee. Relativamente presto avviò una nuova stagione di processi. Gli era impossibile, nella nuova situazione mondiale, tornare al 1949-'50 e forse non ne aveva neanche la volontà, ma fece di tutto per rendere la vita impossibile a chi non era disposto a rinunciare alle proprie convinzioni. Un caso per tutti: lo storico Milan Hübl fu condannato addirittura a 6 anni e mezzo di carcere duro per un «reato» di nuovo conio, «intelligenza con gli occidentali» (in concreto, con il Pci!). Un «caso» esemplare, perché Hübl era stato tra gli storici che piú si erano battuti, anche nella Commissione barnabita, per la riabilitazione dei «nazionalisti borghesi slovacchi», segnatamente di Gustáv Husák e nell'aprile 1969 aveva sostenuto la candidatura di questi a succedere a Dubßek. Nel contempo, Václav Král, che a quella riabilitazione si era opposto, ottenne la nomina a professore universitario (funzione che spettava al Presidente della repubblica) e a direttore di un istituto dell'Accademia delle scienze e nel 1974 pubblicò il già citato libello Il mondo ideale della storia, per servire piú che la scienza gli eventuali bisogni delle autorità di polizia e degli organi giudiziari.

La battaglia su trincee sempre piú arretrate, condotta dai politici e dagli intellettuali rimasti fedeli al programma della «Primavera», era ormai persa. Se ancora nel 1969 era stato possibile pubblicare qualche libro significativo sulla storia recente, la situazione peggiorò negli anni successivi, quantitativamente e qualitativamente. Parecchi storici furono costretti all'emigrazione o a restare all'estero, dove si trovavano per soggiorni di studio, perché privati della cittadinanza. Quelli rimasti in patria, quando si convinsero che «era illusoria ogni speranza di distensione» e «ispirati dall'esempio degli scrittori» cominciarono a pubblicare per il samizdat35.

Dal gennaio 1978 alla fine del 1989 sono uscite in samizdat 26 raccolte di «Studi storici», con centinaia di saggi, studi, recensioni, notizie, glosse, più una raccolta di interventi sul tema dei rapporti tra cechi e tedeschi e una diecina di opere di singoli autori: migliaia e migliaia di pagine pazientemente battute a macchina e certosinamente ricopiate da appassionati - sempre su carta «vergatina» - per poter raggiungere, oltre la cerchia degli autori, qualche decina, forse cento e oltre lettori. I temi trattati riguardano le diverse epoche della storia ceca, cecoslovacca e mondiale, momenti particolari della storia piú recente36.

Nella letteratura storica e nella pubblicistica ufficiali, fino al 1989, della Primavera di Praga si è scritto solamente per ribadire la condanna dei promotori e dei sostenitori. Nel samizdat il tema fu sostanzialmente lasciato da parte. Nel 1978 uscí all'estero un libro di Jií Hájek e nel 1988 una raccolta di memorie e ricostruzioni, dattiloscritta a Praga, è stata utilizzata soprattutto da quotidiani e settimanali37. Riflessioni sulla «Primavera» sono state presentate dagli esuli in diversi convegni organizzati sul tema in Inghilterra, Francia, Spagna, mentre in due convegni organizzati in Italia (Cortona e Bologna, 1988) arrivarono anche interventi da Praga; contributi di storici cecoslovacchi rimasti in patria o esuli, ma su altri temi della storia contemporanea, sono stati pubblicati, in Italia, negli Annali delle Fondazioni Feltrinelli e Brodolini e nella einaudiana Storia del marxismo38.

Nel frattempo cresceva una nuova generazione di storici e maturavano nuovi punti di vista, critici, sulla «Primavera». Lo si poté notare al convegno di Cortona (interventi di Jan Pauer e di Vilém Preßan) e meglio ancora lo si è visto alla Conferenza internazionale sul '68 organizzata a Liblice, nel dicembre 1991, dalla Commissione nominata dal governo della Repubblica federale ceca e slovacca per l'analisi degli avvenimenti del 1967-'70 e dall'analoga Commissione del governo della Repubblica slovacca. Il fatto è che quel tema, che sembrava essere trascurato nella produzione in samizdat in patria era invece oggetto di attenzione e riflessione tra gli esuli (del dopo 1948 e del dopo 1968). Questi, oltre a scrivere per riviste e case editrici dei paesi in cui risiedevano, disponevano inoltre di tribune proprie, dalle quali facevano conoscere le proprie idee ai cechi e agli slovacchi all'estero, ma anche a quelli in patria, grazie all'importazione clandestina di libri e riviste. Senza assolutamente pretendere alla completezza bisogna ricordare i titoli e le iniziative che seguono.

Nel 1956 aveva cominciato a uscire, a Parigi, il quadrimestrale «Svdectví», fondato dal giornalista Pavel Tigrid39 - oggi ministro della cultura del governo ceco -, che ha ospitato costantemente scritti di autori rimasti in patria o esiliati, sulla «Primavera» e sulla «normalizzazione».

Nel 1971, a Roma, dove si era rifugiato, Jií Pelikán aveva iniziato a pubblicare il bimestrale «Listy» («Fogli»), che per diversi anni ha avuto come sottotitolo «Rivista dell'opposizione socialista cecoslovacca» e che oggi esce a Praga, utilissimo strumento per la propagazione delle idee e dell'eredità della «Primavera». Lo stesso editore-direttore ha svolto una notevole attività, in questo senso, in campo internazionale, tra l'altro utilizzando il fatto di essere stato per qualche anno deputato al parlamento europeo, guadagnandosi per questo feroci calunnie e attacchi dai governanti insediati dagli invasori nella capitale cecoslovacca.

Riviste sono state fondate, nel paese d'esilio, dal critico e scrittore Antonín J. Liehm40 («Lettera internazionale», edita in diverse lingue) e dallo storico Karel Bartoek («La nouvelle alternative», specialmente dedicata alla situazione nelle società dell'Europa centrale e orientale).

Un lavoro meritorio è stato svolto dallo storico Vilém Preßan, già esule e oggi direttore a Praga dell'Istituto di storia contemporanea dell'Accademia ceca delle scienze, in particolare per la diffusione in occidente degli studi storici pubblicati in samizdat in patria e dei documenti di Charta 77, tramite il Centro cecoslovacco di documentazione della letteratura indipendente, da lui fondato a Scheinfeld, in Germania.

Una menzione merita, inoltre, l'attività di case editrici come Index, di Colonia, che ha pubblicato molte opere di politologia e di storia41, e 68 Publishers, fondata a Toronto dallo scrittore Josef @kvoreck42 e specializzata in opere letterarie.

Una larga eco hanno avuto, a giusto titolo per i nomi degli autori e il contenuto, i 25 saggi, alcuni dei quali di carattere storico, pubblicati fra il 1979 e il 1981 in diverse lingue occidentali oltre che in originale, dal gruppo di ricerca interdisciplinare costituito da Zdenk Mlyná43, dopo il suo esilio a Vienna, per studiare «Le esperienze della Primavera di Praga». Un'iniziativa trasformata successivamente in progetto per lo studio dei sistemi di tipo sovietico.

In queste «palestre», tra l'altro, è cresciuta e maturata la nuova generazione degli storici44. Oggi, si può dire schematicamente, due correnti storiografiche si fronteggiano, nei Paesi cechi, nell'interpretazione del fenomeno Primavera di Praga: una fonda la propria ricostruzione degli avvenimenti sulle fonti documentarie e pone in risalto anche la situazione internazionale, nel cui quadro essi ebbero luogo; l'altra, con un'ottica piú rivolta all'interno, esalta il momento del risveglio della coscienza civile della società, per concludere che fu un errore esiziale la firma apposta (con la sola eccezione di Frantiek Kriegel) sotto il diktat di Mosca dai dirigenti cecoslovacchi portati come prigionieri nella capitale sovietica dopo l'invasione45.

Dal canto suo, il principale esponente della «Primavera», Alexander Dubßek, ha ripetutamente affermato, l'ultima volta nella sua «autobiografia», che proprio le impazienze di quanti volevano accelerare il corso delle trasformazioni avviate nel gennaio 1968 e le colpevoli resistenze di quanti invece volevano frenare e arrestare il processo portarono alla rottura dell'unità di direzione di quel processo, che forze interessate al fallimento dell'esperimento erano a Mosca e in altre capitali orientali, ma anche in occidente, che se fosse stata in gioco soltanto la sua persona non avrebbe esitato un istante, il rischio vero era invece un bagno di sangue in una Cecoslovacchia isolata e abbandonata da tutti.

Un'ultima notazione a chiusura: la continuazione del dibattito storiografico sulla Primavera di Praga dimostra che, a dispetto della volontà e perfino delle leggi dei nuovi governanti (della Repubblica ceca) e dei silenzi eloquenti (di quelli della Repubblica slovacca), la memoria storica dei cechi e degli slovacchi non ha archiviato quell'esaltante episodio.

Note

1. Devo un sentito grazie allo storico Antonín Benßík, che mi ha messo a disposizione appunti e materiali per un saggio sullo stesso tema, al quale il testo che segue vuole essere un primo approccio. S'intende che resto io il solo responsabile di insufficienze, giudizi approssimativi e, in particolare, del maggiore spazio dedicato agli autori cechi rispetto agli slovacchi, perché li conosco meglio, per avere tradotto molta loro produzione.

2. In italiano R. Richta e coll., La via cecoslovacca. Civiltà al bivio: le proposte di Praga per un nuovo socialismo, Milano, 1968. Non ebbe per niente fortuna, invece, una raccolta di studi di autori slovacchi (Vedeckotechnická revolúcia a socializmus [La rivoluzione tecnico-scientifica e il socialismo]), che uscí nel 1967, un anno dopo il lavoro dei cechi e che a quello si rifaceva.

3. Tralasciando i non pochi titoli di raccolte di documenti o di scritti dedicati alla breve esistenza della Primavera di Praga e all'invasione, ci limitiamo a ricordare M. Hájek, Storia dell'Internazionale comunista (1921-1935). La politica del fronte unico, Roma, 1969 (orig. 1969), M. Reiman, La rivoluzione russa dal 23 febbraio al 25 ottobre, Bari, 1969 (orig. 1967); tra i libri di denuncia: E. Löbl, Testimonianza sul processo al centro di cospirazione antistatale capeggiato da Rudolf Slánsk, Firenze, 1969 (orig. Vienna 1968), A. London, La confessione. Nell'ingranaggio del processo di Praga, Milano, 1969 (orig. in francese 1968) e J. Slánská, Rapporto su mio marito. Il «caso Slánsk», Roma, 1969 (orig. 1968). Dovettero passare anni, avanti che uscisse, in prima mondiale, J. Macek, Machiavelli e il machiavellismo, Firenze, 1980, un'opera che non era riuscita a vedere la luce in patria nel 1969 (mentre dello stesso autore gli Editori riuniti avevano pubblicato, nel 1972, un'opera uscita in originale nel 1966: Il Rinascimento italiano).

4. Acta persecutionis. A Document from Czechoslovakia. Ein Dokument aus der Tschechoslowakei. Il curatore e presentatore, Vilém Preßan, fu anche autore di un lungo saggio uscito in quattro puntate sul bimestrale «Listy» (Roma, agosto 1974-febbraio 1975), dedicato alla devastazione del campo delle scienze sociali operata dai «normalizzatori» insediati dai sovietici dopo l'invasione.

5. Ivi, p. 2.

6. F. Janáßek, Politika kolem historie. Retrospektivní a perspektivní (Politica intorno alla storia. Retrospettivamente e in prospettiva), in «Politika», n. 6, 3 ottobre 1968, pp. 9-14. Si tratta della rielaborazione dell'introduzione ai lavori di un attivo degli storici praghesi della storia recente, tenutosi il 26 giugno 1968.

7. Ivi, pp. 9 e 10.

8. V. Kopeck, Ticet let KSæ (I 30 anni del PcC), Praha, 1951. L'autore, da tempo esponente comunista, all'epoca era ministro dell'informazione, vicepresidente del governo e membro della Presidenza del partito.

9. F. Janáßek, op. cit., p. 9.

10. J. Doleåal - J. Ken, La Cecoslovacchia in lotta. Documenti sul movimento di Resistenza del popolo cecoslovacco degli anni 1938-1945, Praga, 1961, p. 140.

11. Molti documenti in proposito sono riprodotti in La leçon du passé, Prague, 1961.

12. Le radicali trasformazioni e la tumultuosa mobilità sociale di quegli anni (dal 1948 al 1953 si calcola che da 200.000 a 250.000 operai diventarono «quadri dirigenti») sono bene illustrati, tra l'altro, dai saggi di L. Kalinová, K poúnorovm zmnám ve sloåení ídícího aparátu (I cambiamenti successivi al febbraio 1948 nella composizione dell'apparato dirigente), in «Revue djin socialismu», n. 4, 1969, pp. 485-506; J. Maák, Sociální aspekty politiky KSæ v¬ßµ inteligence v letech 1947-1953 (Aspetti sociali della politica del PcC verso gli intellettuali negli anni 1947-1953) e Id., K problematice struktury a postavení ßeskoslovenské inteligence v letech 1945-1953 (Sulla problematicadella struttura e della posizione degli intellettuali cecoslovacchi negli anni 1945-1953), in «Revue djin socialismu», n. 5, 1969, pp. 675-706 e numero speciale 1968, pp. 989-1024.

13. Fino al 1967 non vi era, in Cecoslovacchia, una legge sulla censura, ma una sorveglianza rigorosa veniva esercitata, seguendo istruzioni della Segreteria del partito, da una particolare sezione del ministero degli interni, come ha gustosamente raccontato Eduard Goldstücker (Socialismo e democrazia in Cecoslovacchia nel 1968, in «Prospettive settanta», a. IV, n. 2/3, agosto-settembre 1978, pp. 18-9). Un pesante «controllo» non cessò mai di essere esercitato con i mezzi piú diversi: decidendo centralmente, per esempio, le tirature delle opere da pubblicare, altissime per quelle considerate «in linea» e limitatissime e insufficienti per quelle «scomode» o comunque problematiche, o ancora con veri e propri interventi censori. Míla Lvová ha ricordato che «Molti dei fatti citati e delle conclusioni da essi derivanti furono cancellati già dal manoscritto del mio lavoro Mnichov a Edvard Bene, preparato per la stampa nel 1966-67» [uscí a Praga nel 1968]: M. Lvová, Dvacet let o Mnichovu v naí ideologii a vd (Venti anni su Monaco nella nostra ideologia e nella nostra scienza), in «Revue djin socialismu», n. 3, 1969, n. 70, p. 356.

14. Per esempio K. Bartoek, L'insurrection de Prague en 1945, in «Cahiers internationaux de la Résistance», n. 3, 1961; J. Ken, L'historiographie sur la seconde guerre mondiale et la Résistance en Tchécoslovaquie, M. Hájek e J. Novotn, La politique et l'Armée de la Tchécoslovaquie devant la crise de Munich, ambedue in «Revue d'histoire de la deuxième guerre mondiale», n. 52, 1963. Cfr. inoltre T. Brod, Profilo della storiografia cecoslovacca sull'occupazione tedesca e la Resistenza, in «Il movimento di liberazione in Italia», n. 85, 1966. In occasione della Conferenza erano stati pubblicati volumi di documenti (a cura dei ministeri degli esteri cecoslovacco e sovietico) e la casa editrice Orbis, di Praga, aveva pubblicato, in alcune lingue occidentali, una scelta di documenti nonché estratti delle relazioni e degli interventi presentati alla stessa Conferenza.

15. Milo Hájek intitolò, significativamente, l'intervento al Convegno «La Primavera di Praga vent'anni dopo» (Bologna, 7-8 luglio 1988) Le radici intellettuali del rinnovamento cecoslovacco e il ruolo dei marxisti italiani, ora in «Transizione», n. 11-12, 1988, pp. 71-4.

16. In ceco, relazioni e interventi sono raccolti in Národní fronta a komunisté. æeskoslovensko, Jugoslávie, Polsko 1938-1945, Praha, 1968; in serbo e in polacco uscirono, contemporaneamente, a Belgrado e a Varsavia. Il passo citato è alle pp. 562-3 dell'edizione ceca.

17. Dalla recensione incompleta e inedita di Václav Kural a V. Král, Mylenkov svt historie (Il mondo delle idee della storia), Praha, 1974, p. 4 del dattiloscritto.

18. L'istituzione della «Commissione Kolder», dal nome del suo presidente Drahomír Kolder, della Segreteria del partito, era stata decisa dal XII congresso (dicembre 1962). Ne fece parte, tra gli altri, Alexander Dubßek, che nell'aprile 1963 fu chiamato a sostituire, nella presidenza del PcC e alla testa del Partito comunista di Slovacchia, Karol Bacílek, sollevato da ogni incarico per le sue responsabilità nei processi. Da dopo il XX congresso del PcUs alla metà del 1963 vennero riesaminati appena 481 casi giudiziari, tutti relativi a comunisti. Per maggiori dettagli sull'argomento mi sia permesso rinviare alla mia Introduzione a K. Kaplan, Relazione sull'assassinio del segretario generale. Cecoslovacchia 1952. Il processo Slánsk, Roma, 1987 (prima edizione mondiale). La relazione della Commissione, inedita in ceco, venne pubblicata all'estero nove anni dopo Pervertierte Justiz (Bericht der Kommission für die Überprüfung der politischen Prozesse in der Zeit von 1949 bis 1954), Hrsg. von J. Pelikán, Wien, 1972.

19. Gustáv Husák all'ergastolo, il poeta Laco Novomesk a 10 anni, altri a pene comprese tra queste due, mentre l'ex ministro degli esteri Vlado Clementis era stato già impiccato con Slánsk e altri nel 1952.

20. Cfr. F. Beer, A. Benßík, F. Janáßek, J. Ken, Svdectví z Barnabitek (La testimonianza dei barnabiti), in «Kulturní tvorba» («La creazione culturale»), n. 18, a. VI, 1968, pp. 4-5, da cui è tratta anche la citazione sopra riportata dal discorso di Novotn.

21. Ivi, p. 5 e Nebude bílch míst na map SNP (Non vi saranno spazi bianchi nella mappa dell'Ins), in «Obrana lidu» («La difesa del popolo», giornale delle forze armate), 29 agosto 1969, pp. 6-7, tavola rotonda con gli autori del libro, opera di 4 storici cechi e di 2 slovacchi: F. Beer, A. Benßík, B. Graca, J. Ken, V. Kural, J. @olc, Djinná kiåovatka. Slovenské národní povstání. Pedpoklady a vsledky (Un crocevia storico. L'Ins. Presupposti ed effetti), pubblicato contemporaneamente a Praga e a Bratislava, in ceco e in slovacco. Subito dopo uscí l'altra opera G. Husák, Svedectvo o SNP (Testimonianza sull'Ins), Bratislava, 1964. A queste due opere si aggiunsero gli atti della conferenza di Smolenice e l'accurata ricostruzione di V. Preßan, Slovenské národné povstanie. Dokumenty (L'Ins. Documenti), Bratislava, 1966.

22. Sul n. 8, a. IV, 1966 del settimanale «Kulturní tvorba» uscí una recensione, ordinata da Novotn, al libro di Husák di due anni prima (V. Král, O Husákov svdectí trochu jinak [Sulla testimonianza di Husák, in maniera alquanto diversa]). Più che una critica, era un attacco alle acquisizioni e alle conclusioni cui era pervenuta la nuova storiografia cecoslovacca della Resistenza, fondato sul richiamo a non meglio specificate «fonti oggi accessibili». La documentata risposta poté essere pubblicata soltanto cinque settimane dopo (A. Benßík, V. Kural, J. Navrátil, Jet o Husákov svdectví a nejen o nm [Ancora sulla testimonianza di Husák, e non soltanto su questa], in «Kulturní tvorba», n. 13, a. IV, 1966), mentre dure reazioni si ebbero sulle pagine del bollettino «Odboj a revoluce» («La Resistenza e la rivoluzione») e nei diversi ambienti culturali.

23. Il primo lavoro svolto, sia pure allo stato di «incompiuto» secondo la definizione dei curatori, fu comunque dato alle stampe: Odboj a revoluce 1938-1945. Nástin djin ßeskoslovenského odboje (La Resistenza e la rivoluzione 1938-1945. Abbozzo di storia della Resistenza cecoslovacca), Praha, 1965. Lo stesso Comitato cecoslovacco per la storia della Resistenza antifascista ne curò una traduzione in francese. Il primo volume della versione definitiva (F. Janáßek e coll., Djiny ßeskoslovenského odboje. I [Storia della Resistenza cecoslovacca]) uscí in samizdat nel 1970.

24. Tra le opere di maggior peso e non ancora citate ricordiamo almeno J. Ken, Do emigrace. Buråoazní zahranißní odboj 1938-1939 (Verso l'emigrazione. La Resistenza borghese all'estero 1938-1939), Praha, 1963 (cui seguí V emigraci [Nell'emigrazione] per gli anni successivi a quel biennio); E. Fri, Povstání zdaleka i zblízka (L'Insurrezione da lontano e da vicino), Praha, 1965; T. Brod, E. Cejka, Na západní front (Sul fronte occidentale), Praha, 1965.

25. È doveroso ricordare (senza ordine gerarchico o cronologico) gli studi del medievalista Frantiek Graus, morto poi esule in Svizzera; A. Gajanová, æSR a stedoevropská politika velmocí 1918-1938 (La Repubblica cecoslovacca e la politica centroeuropea delle potenze 1918-1938), Praha, 1967; R. Kvaßek, Nad Evropou zataåeno (Cielo coperto sull'Europa), Praha, 1966; J. Kladiva, Kultura a politika (1945-1948), Praha, 1968; P. Reiman, Ve dvacátch letech. Vzpomínky (Negli anni Venti. Ricordi), Praha, 1966; V. Kaík, Djiny První internacionály (Storia della prima internazionale), Praha, 1965. (Lo storico Milan Hübl, «epurato» dopo l'invasione e morto alla vigilia del rivolgimento del novembre 1989, aveva scritto fra il 1963 e il '68, 15 capitoli di una sua storia della II Internazionale, uno dei quali tradotto in italiano [Gli ultimi anni di Engels e la democrazia nel partito, in «Studi storici», n. 2, 1982, pp. 267-82]); M. Klime, P. Lesjuk, I. Malá, V. Preßan, Cesta ke kvtnu, I. Vznik lidové demokracie v æeskoslovensku (La strada verso maggio. I, La formazione della democrazia popolare in Cecoslovacchia), Praha, 1965; J. Belda, M. Boußek, Z. Deyl, M. Klime, Na rozhrání dvou epoch (Al confine tra due epoche), Praha, 1968; J. Opat, O novou demokracii (Sulla democrazia nuova), Praha, 1966.

26. In occidente, come si è visto poi nel '68, sull'interesse scientifico prevaleva, nell'editoria e nei mezzi di comunicazione di massa, l'attenzione agli sviluppi della situazione politica. In italiano uscirono, per esempio, J. æech (a cura di), Praga 1968. Le idee del «nuovo corso». «Literární listy», marzo - agosto 1968, Bari, 1968; Le ventimila parole di Dubcek. 30 ottobre 1967 - 4 agosto 1968, Milano, 1969, raccolte di documenti e reportages. Probabilmente anche altri fattori ebbero la loro influenza: la separazione dei «mondi» nei lunghi anni della guerra fredda, le difficoltà della lingua ceca e di quella slovacca, conosciute da un ristrettissimo numero di persone, nonché, a volte, un certo provincialismo, che faceva da ostacolo a una conoscenza approfondita della storiografia di quel dato paese. Sta di fatto che, per quanto riguarda l'Italia, nella pur pregevole opera di G. Vaccarino, Storia della Resistenza in Europa centrale 1938-1945. I paesi dell'Europa centrale: Germania, Austria, Cecoslovacchia, Polonia, Milano, 1981, proprio nella parte riservata alla Cecoslovacchia sono evidenti le deficienze di cui si è detto. Sono citate spesso opere già allora superate, come Pehled ßeskoslovenskch djin (Panorama della storia cecoslovacca), uscita nel 1960, ma scritta prima; ci si richiama a un lavoro scopiazzato e scritto per compiacere i «normalizzatori», come P. De Lazzari, La Resistenza cecoslovacca (1938-1945), Roma, 1977, trascurando, invece, la gran parte della produzione cecoslovacca degli ultimi anni Sessanta, le due annate della «Revue djin socialismu» e di altre importanti riviste e, in particolare, i primi quattro numeri del samizdat «Studi storici», usciti fino al 1979 (data apposta alla fine della Introduzione).

27. Saggi e articoli di notevole interesse comparvero sulle pagine delle riviste specializzate e su quelle dei periodici culturali, che avevano una larghissima diffusione. Tra le poche traduzioni in italiano va citato almeno un titolo: J. Belda, Alcuni problemi della via cecoslovacca al socialismo, in C. Boffito e L. Foa (a cura di), La crisi del modello sovietico in Cecoslovacchia, Torino, 1970, sul periodo 1945-1948.

28. Una versione italiana è in La via cecoslovacca al socialismo, Roma, 1968.

29. Rokedesát osm v usneseních a dokumentech ÚV KSæ (Il '68 nelle risoluzioni e nei documenti del Cc del PcC), Praha, 1969, p. 63.

30. La relazione conclusiva, importante anche per la ricostruzione della storia cecoslovacca dal 1948 al 1968, non fu mai discussa, come deciso e previsto dal Comitato centrale; fu pubblicata in ceco all'estero, Zakázan dokument, Wien, 1970 e tradotta in diverse lingue, tra cui l'italiano (Il rapporto proibito, con introduzione e postscriptum di J. Pelikán, Milano, 1970, che però non contiene le due appendici dell'edizione originale: Proposta per il discorso del presidente della commissione al Cc del PcC e Proposta di risoluzione del Cc del PcC per condurre a termine le riabilitazioni di partito, elaborate per indicare le misure da prendere al fine di impedire la ripetizione delle tragiche esperienze del passato).

31. «La dottoressa Milada Horaková era politicamente adulta, istruita, aveva tutti i presupposti per diventare una personalità di spicco della nostra vita politica. È vero: fummo buone amiche. Non posso giudicare la misura della sua colpa. Sono però convinta che la condanna fu sproporzionata e mi sento colpevole per non essere intervenuta pubblicamente in sua difesa. Il suo fu il primo processo esemplare inscenato dai seguaci di Berija, per scoprire la quinta colonna nel nostro paese. Il ruolo dei consiglieri sovietici è, oggi, piú o meno noto. Se non ci fosse stato quell'intervento esterno, mai si sarebbero avuti quei tragici avvenimenti», disse Marie @vermová, vedova di un eroe nazionale, sorella di Karel @váb, esponente comunista assassinato insieme a Rudolf Slánsk, anche lei falsamente accusata e a lungo imprigionata, in un'assemblea pubblica nel marzo 1968. (J. Radotínsk, Rozsudek, kter otásl svtem [Una condanna che ha scosso il mondo], Praha, 1990 [ma il reportage fu scritto nel 1969], p. 13).

32. V. Preßan, Pedbåná dokumentární zpráva o æerné knize (Relazione documentale provvisoria sul «Libro nero»), in Sedm praåskch dn¬. 21.-27. srpen 1968. Dokumentace (Sette giorni praghesi. 21-27 agosto 1968. Documentazione), Praha, 1990, pp. 390-1.

33. Il frontespizio recava invece, chiaramente Historick ústav æSAV, Sedm praåskh dn¬ 21.- 27. srpen 1968. Dokumentace. Studijní materiál - pouze pro vnitní potebu (Materiale di studio, soltanto per uso interno), Vydáno v záí 1968 (edito nel settembre 1968, in realtà uscí dalla tipografia in ottobre e venne diffuso in novembre). La traduzione italiana è Praga. Materiale per uso interno, Roma, 1969. Anch'io venni «sospettato» dai «normalizzatori» di esserne stato il traduttore: devo purtroppo confessare di non aver avuto quest'onore. La riedizione in ceco sopra citata, del 1990, ha in piú una Prefazione di Josef Macek, all'epoca dei fatti direttore dell'Istituto di storia dell'Accademia delle scienze, e la Relazione... già ricordata di V. Preßan, dalle quali ho tratto le notizie riferite nel testo.

34. Ivi, p. 387.

35. M. Hájek, Gli studi storici in Cecoslovacchia oggi, in «Studi storici», n. 3, 1981, p. 513. Un interessante e più recente saggio è quello di E. Schmidt-Hartman, Forty years of Historiography under Socialism in Czechoslovakia, in «Bohemia», Band 29, Heft 2, 1988, pp. 300-324. Nello stesso numero della rivista si trova una nutrita bibliografia annotata (pp. 481-500).

36. Una rassegna del contenuto dei primi 8 numeri di «Studi storici» si deve a H. G. Skilling, Independent Historiography in Czechoslovakia, in «Canadian Slavonic Papers», vol. XXV, n. 4, dicembre 1983, pp. 518-39, mentre nel n. 22 di «Historické studie», a. XI, gennaio 1988, Praga, vi è l'indice completo del contenuto dei primi 20 numeri del samizdat (pp. 187-210), compreso lo speciale sui rapporti ceco-tedeschi, un tema trattato poi nei libri di Jan Ken (dal 1780 al 1918), Václav Kural (1918-'45) e Tomá Stank (1945-'47), usciti dopo il 1989.

37. In Italia, tra l'altro J. Hájek, Praga 1968, Roma, 1978; «l'Unità», 14 e 21 agosto 1988, «Rinascita», n. 29, 13 agosto 1988.

38. Gli atti del convegno di Cortona, organizzato dalla Fondazione Feltrinelli, sono in La Primavera di Praga, Milano, 1990; di quello di Bologna, organizzato dalle Fondazioni Gramsci e Nenni, sono in «Transizione», n. 11-12, Bologna, 1988. A un convegno per il X anniversario della «Primavera», organizzato dall'Istituto Gramsci nel 1978, parteciparono soltanto studiosi italiani (atti in Il '68 cecoslovacco e il socialismo, Roma, 1979). Tra l'altro, libri sulla «Primavera» sono stati scritti e pubblicati all'estro da Z. Mlyná, J. Pelikán, Z. Heizlar, V. V. Kusin, G. Golan e J. Valenta. Bisogna pur dire che soprattutto i grandi editori italiani erano e sono rimasti insensibili davanti alla grande quantità di samizdat di carattere storico, alle opere degli esuli e alla produzione successiva al 1989, anche di ottimo livello. Raccolte di documentazione diversa, a cura dello storico Francesco Leoncini, del boemista Gianlorenzo Pacini e del pubblicista Antonio Moscato, sono uscite per i tipi di Lacaita, Samonà e Savelli, Savelli e Edizioni associate. A tutt'oggi però non è stata tradotta l'autobiografia dettata da Alexander Dubßek, pubblicata in numerose lingue, in altrettanti paesi.

39. Di lui è uscito, in italiano, Praga 1948 - agosto 1968, Milano, 1968.

40. Risiede a Parigi e a Praga. In italiano ha curato, con lo pseudonimo di Jan æech, Praga 1968. Le idee del «nuovo corso», cit. e ha pubblicato Il passato presente, Bologna, 1977.

41. Da ricordare, almeno V. Kadlec, Dubßek - 1968. Vybr dokument¬ (Documenti scelti), Köln, 1985; A. Ostr (pseud. di Petr Pithart), æeskoslovensk problém (Il problema cecoslovacco), Köln, 1972 e la raccolta di studi Systémové zmny (Cambiamenti sistemici), Köln, 1972.

42. In italiano è uscito il suo I vigliacchi, Milano, 1969.

43. Autore ben conosciuto in Italia per i numerosi articoli e saggi pubblicati su quotidiani e periodici nonché per l'opera Praga, questione aperta, Bari, 1976. In F. Leoncini (a cura di), Che cosafu la Primavera di Praga? Idee e progetti di una riforma politica e sociale, Manduria, 1989, sono stati riprodotti 5 dei 25 saggi.

44. Due opere possono essere di ausilio per chi volesse approfondire la ricerca A. Wildová Tosi, Bibliografia degli studi italiani sulla Cecoslovacchia (1918-1978), Roma, 1980, e L. @estaková (a cura di), Knihy ßeskch a slovenskch autor¬ vydané v zahranißí v letech 1948-1978. Bibliografie (Libri di autori cechi e slovacchi editi all'estero negli anni 1948-1978. Bibliografia), Brno, 1993, di cui si attende un aggiornamento.

45. Appartengono alla prima, per esempio, gli studi raccolti in æeskoslovensko, roku 1968, 1., Obrodn proces (La Cecoslovacchia del 1968, 1, Il processo di rinascita), id. 2., Poßátky normalizace (2, Gli inizi della normalizzazione), Praha, 1993; alla seconda quelli raccolti in Promny Praåského jara. Sborník studií a dokument¬ o nekapitulanskch postojích v ßeskoslovenské spoleßnosti 1968-69 (Le metamorfosi della Primavera di Praga, Raccolta di studi e documenti sugli atteggiamenti non capitolardi nella società cecoslovacca 1968-69), Brno, 1993. Dal canto suo, la Commissione del governo della Repubblica slovacca incaricata dell'analisi degli avvenimenti storici degli anni 1967-1970 ha pubblicato nel 1992: Slovensko v rokoch 1967-1970. Vber dokumentov (La Slovacchia negli anni 1967-1970. documenti scelti) e tre volumi di studi su Slovenská spolßnost' v krµzovch rokov 1967-1970 (La società slovacca negli anni di crisi 1967-1970). Ogni titolo in appena 200 copie.