Le elezioni politiche del 1909 a Roma

di Paola Ghione

 

Nei giorni compresi tra l'inizio dell'anno e il 9 febbraio 1909, giorno in cui il Re firma il decreto di scioglimento della Camera dando l'avvio ufficiale alla campagna elettorale1, a Roma l'amministrazione popolare, al governo del Campidoglio da poco più di un anno, attraversa una difficile crisi, motivata per lo più dalla ancora inevasa realizzazione delle riforme promesse ai cittadini. Ciò che si lamenta è l'inattività della giunta, che non sembra troppo distinguersi nei comportamenti dalla tanto deprecata amministrazione clericale. Tutti i punti qualificanti del programma popolare, dai progetti di municipalizzazione alla costruzione di case a buon mercato, appaiono arenati nell'immediato su problemi di difficile soluzione, mentre «la stasi logora le energie e semina la diffidenza»2. Tra i socialisti e i consiglieri comunali aderenti alla Camera del Lavoro il disagio viene vissuto con speciale apprensione, nel timore che la crisi dell'amministrazione possa ridare credito a quanti nella sezione del partito e nel movimento operaio avevano osteggiato il nascere della coalizione popolare3. Più in generale, tutte le forze politiche, confluite nel blocco più o meno a discapito della propria fisionomia e a rischio di secessioni interne, temono che il fallimento di quanto si sperimenta a Roma possa inficiare complessivamente la strategia delle alleanze e la leadership dei gruppi dirigenti ad essa legati. È del resto chiaro che, senza il soccorso concreto di nuovi elementi, anche le affermazioni di compattezza enunciate di volta in volta dal consiglio comunale o le rassicurazioni del sindaco Nathan finiscano per suonare più come una prova di impotenza che di vigore; né è sufficiente che la maggioranza approvi ordini del giorno in cui si promette di procedere fino in fondo alle municipalizzazioni o di assolvere all'obbligo di attuare tutto il programma del blocco4, quando il peso dell'ostruzionismo dei grandi proprietari di aree e della burocrazia è ancora motivo di paralisi delle attività della giunta. In queste circostanze le elezioni politiche si presentano agli occhi dei partiti popolari come l'occasione per stornare l'attenzione dai problemi amministrativi e nel contempo ricreare quell'unità di intenti che, nonostante le affermazioni volontaristiche, era in realtà intaccata dalle diffidenze e dai malumori suscitati dalla crisi. Il fatto poi che la battaglia elettorale si stesse configurando nel Paese come il duello tra un blocco clerico-moderato sostanzialmente filogovernativo, contrapposto ad un blocco anticlericale, giustifica il ritorno alle tematiche che, per genericità e forte presa emotiva, avevano favorito nel 1907 il formarsi delle coalizioni democratiche in numerose realtà locali. Nuovamente sotto il vessillo dell'anticlericalismo si sarebbe potuto riconquistare quel largo consenso popolare scosso dalle inefficienze della giunta e dalle alchimie politiche di una maggioranza troppo poco omogenea. L'impetuosa attività elettorale messa in campo dai clericali in dimensioni molto maggiori che nelle elezioni del 1904 e con obbiettivi ben più ambiziosi5, accende poi un moto spontaneo di aggregazione laica che finisce per giovare ulteriormente al consolidamento del blocco e alla necessità di superare le divisioni. Cosicchè l'amministrazione capitolina, nonostante i motivi di imbarazzo per via delle ben poche realizzazioni al suo attivo, viene ugualmente proposta in queste elezioni come il modello del progetto di governo dell'Estrema e della frazione democratica del liberalismo, esaudendo le aspirazioni che si erano affacciate alla vigilia del suo insediamento6.

Si deve anzitutto considerare - ammonisce il sindaco Nathan nel corso di una riunione della maggioranza convocata per gettare luce sulle manchevolezze della giunta - che il Blocco non è soltanto l'amministrazione di una città, ma è l'indice di un indirizzo politico nazionale, che ha tanto maggiore valore nella imminenza delle elezioni politiche7.

Oltre al dovere di corrispondere alle aspettative della cittadinanza, la scadenza elettorale impone dunque ai partiti del blocco un maggiore senso di responsabilità, perché, secondo Nathan, è dal destino di Roma che dipenderà la riuscita del disegno politico dell'Estrema. Approfondire i contrasti o tornare ad antiche intransigenze sarebbe al contrario equivalso a mettere a dura prova il faticoso percorso verso l'unità compiuto dalle forze popolari.

Le elezioni consentivano in altri termini di rilanciare il «bloccardismo» e nello stesso tempo di oscurarne gli elementi di debolezza che, a livello parlamentare con la discussione sull'insegnamento religioso e localmente con l'esaurirsi della originaria spinta riformatrice delle giunte popolari, stavano emergendo prepotentemente agli occhi dell'opinione pubblica8.

Che a Roma si guardi in primo luogo ai problemi amministrativi lo si evince con grande chiarezza dalla campagna elettorale condotta con un dispiegamento allarmante di forze dai clericali, che mirano dichiaratamente, «attraverso la sconfitta dei candidati bloccardi e liberali laici, a mettere in crisi l'amministrazione capitolina»9. Le iniziali difficoltà incontrate dai partiti del blocco nel cementare l'alleanza diventano l'occasione per gettare fango sulla giunta o per decretarne l'imminente scioglimento, in un leit motiv che accomuna l'intero schieramento conservatore, dai sonniniani del «Giornale d'Italia» alla stampa filogovernativa. Il fatto che nella capitale l'insediamento della giunta popolare non venisse nel 1907 ostacolato da Giolitti, bensì valutato con una certa benevolenza, non sembra, infatti, sufficiente a mutare l'indirizzo del governo nei confronti delle candidature bloccarde. Più ancora che nel 1904 la campagna elettorale viene impostata con l'obbiettivo di combattere ed indebolire l'Estrema, in netta opposizione ai blocchi anticlericali. Roma si presenta tuttavia come un osservatorio troppo appariscente per motivare un'azione scoperta da parte di Giolitti. Si preferisce, piuttosto che ricorrere ad interventi diretti a favore di questo o quel candidato, dimostrare una passività complessiva, evitando di catalizzare l'attenzione degli avversari contro l'esecutivo. Sulla base della copiosa documentazione della Questura di Roma10 si può infatti ritenere che l'attività, in queste circostanze sempre vivace, di Prefettura e Questura sia stata finalizzata essenzialmente ad un'opera informativa, senza interagire visibilmente nelle vicende dei singoli collegi. Se, come sostiene Hartmut Ullrich, la presenza del Tittoni nel gabinetto favorisce una indubbia «convergenza fra clericali e forze ministeriali» in queste elezioni, non appare tuttavia propriamente lecito prendere ad esempio del «connubio» Roma. È vero che il governo dimostra delle simpatie per il clericale Tenerani e per il Santini11, contrapposto nel II collegio al socialista Bissolati, ma ciò non appare comunque sufficiente a suffragare l'ipotesi della formazione di un blocco «clerico-governativo» di matrice tittoniana nella capitale. Sul fronte opposto Baccelli, ex ministeriale passato con i popolari, legato da un vincolo di amicizia con il prefetto Annaratone12 continua a rappresentare una candidatura gradita al governo, che non si prodiga nella ricerca di un altro nome da contrapporre nel collegio. Lo stesso esordio sulla scena politica di Leone Caetani non sembra essere particolarmente osteggiato da Giolitti, dal momento che «La Tribuna», piuttosto che impegnarsi sul clericale Gabrielli, non esita a simpatizzare con il giovane blasonato13. In altri termini, ad una compromissione anche esplicita con esponenti del mondo cattolico l'esecutivo fa corrispondere, senza impegnarsi con convinzione, una simpatia verso gli elementi più moderati del blocco popolare, probabilmente con l'intento di esautorare la leadership dell'Estrema all'interno di esso.

Il convergere di più elementi induce, dunque, le forze popolari a rinserrare le fila. È soprattutto il partito radicale a rappresentare fin dalle prime battute la forza trainante della coalizione, spingendo i partner bloccardi a cercare l'accordo14. Su sua iniziativa il 17 febbraio le Direzioni Centrali dei tre partiti dell'Estrema concludono, significativamente a Roma dove si istituisce un comitato che vigila e coordina, un'alleanza elettorale che nelle intenzioni dovrebbe assumere un carattere vincolante, capace di esorcizzare il «folle divisionismo» che nel 1904 si era dimostrato fatale per le sorti dei tre partiti15. Della necessità di cambiare rotta16 si fa interprete, con un indirizzo piuttosto spregiudicato, l'«Avanti!» diretto da Leonida Bissolati, una delle personalità più rappresentative della stagione dei blocchi17.

Le forze democratiche d'Italia - si augura il quotidiano socialista - sappiano far tacere in sè le suggestioni particolaristiche di partito e di località per ispirarsi agli interessi d'una battaglia che dovrebbe venire impegnata su largo fronte verso obbiettivi comuni18.

L'intransigenza del 1904 sembrerebbe non avere più ragion d'essere dopo le alleanze che sul terreno amministrativo il Psi ha stretto con i partiti affini, inaugurando una strategia ora in condizione di compiere un decisivo salto di qualità, capace di mutare la fisionomia della Camera e di stimolare la formazione di un governo più attento alle istanze sociali19. In tal senso la sezione romana viene investita di un ruolo di primissimo piano, rappresentando la punta più avanzata del progetto riformista all'interno del partito. Lo spostamento definitivo dell'asse politico verso la transigenza aveva bisogno di un'affermazione che ne giustificasse senza più dubbi l'opportunità. Centrare l'obbiettivo a Roma, teatro di un'alleanza motivo di polemiche per l'apertura ai liberali demo-costituzionali, avrebbe consentito la piena legittimazione del gruppo dirigente riformista e delle forzature politiche da esso compiute, finalizzate a mutare l'orientamento del partito. Ciò spiega l'impegno disciplinato e coerente messo in campo dai socialisti romani nel corso di tutta la campagna elettorale, che sembra realizzare il sogno vagheggiato da Ivanoe Bonomi nel 1907, tentando di assegnare un respiro teorico alla prassi riformista dei «blocchi»: poterne estendere la formula alla «sfera superiore della politica parlamentare e governativa»20 partendo proprio dalla capitale, dove il leader aveva dispiegato la sua azione influenzando le scelte dei dirigenti locali. Anche la candidatura Bissolati al II collegio risponde alla necessità di rafforzare il blocco amministrativo in funzione di quello politico, palesando l'importanza attribuita anche dai socialisti alla competizione romana21. Nel braccio di ferro con Milano, che incarna in queste elezioni l'anima intransigente del partito a cui vanno nel raffronto con Roma le simpatie di Turati, la destra riformista fa ricorso al suo uomo più rappresentativo, simbolo dell'unità delle forze popolari, sostenuto con vero fervore dagli ambienti bloccardi della capitale22. Di tutt'altra natura e nel solco di una lunga tradizione astensionista l'atteggiamento che informa anarchici e sindacalisti, alleati a Roma sul terreno sindacale. La propaganda elettorale, imperniata sul più rigoroso astensionismo, è l'occasione per essi per avversare con rinnovata asprezza l'«ibrida coalizione che la cecità morale dei partiti denomina blocchi più o meno popolari»23, accentrando l'attenzione sugli scandali scoppiati nelle zone devastate dal terremoto calabro-siculo, la cui impressione è ancora vivissima, e sulla inadeguatezza dell'amnistia preelettorale, «ingenuamente grottesca» ed abile «diversivo» per far dimenticare lo spettacolo di «ineffabile inettitudine» offerto nei servizi di soccorso ai terremotati dal governo italiano24.

La coesione dei partiti popolari sembra dunque riprodursi, pur con le debite differenze, secondo il copione sperimentato sul terreno amministrativo nel 1907, all'insegna dell'anticlericalismo e sotto la regia attenta della Massoneria, con un fronte sindacale diviso tra chi osteggia l'alleanza e chi, come la Camera del Lavoro, ne appoggia la realizzazione25. Le istruzioni impartite a «tutto il popolo massonico» affinché si adoperi «a costituire il fascio delle forze democratiche, dalle costituzionali alle socialiste» rappresentano, in realtà, molto più dell'accordo del 17 febbraio, il manifesto programmatico della sinistra parlamentare. Mai prima d'ora la Massoneria si era fatta interprete diretta di un disegno politico come con la «circolare n. 48», redatta poco prima dello scioglimento della Camera, dove il Gran Maestro Ettore Ferrari dichiara le finalità «essenzialmente politiche» dell'istituzione, da intendersi «come un grande partito nazionale in contrasto col partito clericale e reazionario», che riassuma la sua azione in due obbiettivi fondamentali: la «laicità dello stato» e l'«elevazione morale e materiale del proletariato»26. Dopo la secessione di Saverio Fera e dei liberali antibloccardi, consumatasi nel 1908 a margine del dibattito parlamentare sull'insegnamento religioso, la Massoneria di Palazzo Giustiniani approfondisce la scelta politica che aveva determinato il dissenso dei moderati, impegnandosi direttamente nella promozione di blocchi elettorali anticlericali in tutto il Paese. L'opzione nettamente di sinistra abbracciata dalla dirigenza, stretta intorno a Ferrari, Nathan e Ballori, aveva bisogno di uno sbocco positivo che, al gran rumore delle battaglie laiciste sostituisse una soluzione politica a lungo termine espressione di una nuova maggioranza alla Camera. E ancora una volta Roma si presta, date le sue caratteristiche (Nathan sindaco della città, Ballori consigliere della maggioranza), ad essere indicata come il luogo privilegiato in grado di legittimare con una solenne affermazione elettorale la risoluta attività del Grande Oriente. La conquista del Campidoglio del luglio 1907 assurge, dunque, ad elemento simbolico e torna ad essere il modello della nuova battaglia politica: «né smarrimenti o piccoli ritardi amministrativi, né insidie di avversari palesi od occulti, né defezioni» riescono ad offuscarne l'«alta significazione civile»27. Agli affiliati viene assegnato precipuamente il delicato compito di tessere i rapporti tra i diversi partiti della coalizione, affinchè si proceda «con la massima tolleranza reciproca, nessuno dovendo pretendere di imporre il candidato suo proprio, ma tutti concorrendo, con civile larghezza di idee, liberi e franchi da ogni passione partigiana, da ogni pregiudiziale, alla scelta di quel candidato, a qualunque frazione appartenga, il quale offra le maggiori probabilità che, col suo nome, possa sconfiggere l'avversario»28. Un'opera questa resa maggiormente incisiva dopo l'«epurazione» effettuata nell'ordine con l'estromissione della corrente moderata, e che si avvale di un rigido richiamo alla disciplina e a provvedimenti finanche coercitivi.

La vittoria che Roma laica attribuirà il 7 marzo e poi ancora il 25 aprile ai partiti popolari non potrà dunque che ammantarsi di un significato politico nazionale: Roma eserciterà una volta in più «la sua nobile funzione di guida della penisola»29. E dopo le elezioni anche l'amministrazione ritroverà nuovo slancio: il 1909 segnerà, tra giugno e settembre, il superamento della fase gestativa delle riforme e il passaggio alla fase delle realizzazioni.

1. La lotta nei collegi

La lotta nel primo collegio, che comprende il rione Campitelli e parte del rione Monti, si presenta contrassegnata dalla contrapposizione di candidati appartenenti allo stesso schieramento: Pilade Mazza e Camillo Giuliani di parte democratica e, a partire dalla fine di febbraio, Carlo Tenerani affiancato a Raffaele Penso per il raggruppamento moderato. La competizione acquisisce una fisionomia che esemplifica l'atteggiamento assunto nel corso della campagna elettorale dalle varie forze politiche e mette in luce gran parte di quei fenomeni che si sono tracciati come caratteristici delle elezioni del 1909. Raffaele Penso, monarchico costituzionale, amico dell'ultimo gabinetto Giolitti, nonché direttore di un'importante società elettrotecnica30, si presenta come il candidato con più carte per essere appoggiato dal Governo. E in effetti in un primo momento «La Tribuna» saluta con soddisfazione la sua candidatura, la «forma eletta» con cui discute presentandosi agli elettori la relazione del Ministero Giolitti, piattaforma di tutti i candidati di area governativa31. Anche i rapporti esistenti tra il direttore del Comitato Liberale Costituzionale del primo collegio, Luigi De Leo, e la Questura di Roma farebbero presagire un interessamento diretto del Ministero degli Interni a favore di Penso, secondo una pratica assai diffusa negli ambienti filogovernativi, se non fosse che si era reso necessario sollecitare un'azione più incisiva32. Il Governo, pur nutrendo delle simpatie per Penso, appare in sostanza orientato a non incidere troppo sull'esito della sua campagna, mantenendosi in una posizione di attesa. Non appena, infatti, si fa strada un'altra candidatura nella persona di Carlo Tenerani, è intorno a quest'ultimo che si realizza quell'unità di intenti che era prima mancata a Penso. Il 27 febbraio, nell'adunanza del Circolo Savoia che delibera sul nome del nuovo candidato, si accendono, non a caso, vivaci contestazioni, mentre all'uscita un gruppo di circa duecento persone, fautori di Penso, improvvisa una dimostrazione di protesta. È significativo che la stampa cittadina non dia peso alla notizia, ignorando la frattura consumatasi in campo costituzionale33. Anche le testate democratiche non colgono il disagio di una parte del moderatismo, che considerano senza distinzioni votato all'accordo con i clericali. La vicenda di Penso - e, come vedremo, in maggior misura quella di Giuliani - incarna invece il tramonto dell'idea di una concentrazione costituzionale alternativa da un lato ai bloccardi e dall'altro ai clericali, con Penso più incline verso quest'ultimi e Giuliani, che siede in Consiglio comunale nei banchi della maggioranza, verso i popolari34.

La prudenza del Governo viene meno - si è detto - con l'apparizione sulla scena politica di Carlo Tenerani. A motivare l'atteggiamento governativo, si legge in un editoriale comparso su «La Vita», sarebbe stata l'opposizione dei clericali, che dopo essersi espressi contro la candidatura Penso35, avevano dimostrato di poter esautorare la stessa autonomia politica del Circolo Savoia.

Ed ecco che spunta un candidato pel primo collegio. La ricerca, in verità, era cominciata da parecchie settimane ma infruttuosamente, tanto da far credere alla rassegnazione coatta. Contro Mazza si sono presentati Giuliani e Penso [...]; ma tutti e due non paiono campioni forti. E poi Giuliani è dormiente, ma ancora massone e ha votato recentemente, in consiglio comunale, contro l'insegnamento religioso; Penso è israelita. Come sperare che per uno di loro votino i clericali? Quindi il Governo, che è il solo ed unico direttore delle così dette forze moderate, aspettava, aspettava, cioè, che i clericali fossero decisi. Ma per deciderli bisognava trovare l'uomo, e l'uomo fu finalmente trovato nel commendator Carlo Tenerani36.

In misura maggiore che nelle precedenti elezioni politiche, dove si era combattuto nel primo collegio sul nome di Giovagnoli con il concorso dei voti cattolici, Giolitti capisce come per sbarrare la strada ad affermazioni sovversive occorresse trovare il sostegno clericale, soprattutto in un ambiente fortemente polarizzato come quello romano. Per cui le stesse «istruzioni» che la «Tribuna» trasmette ai suoi lettori consigliando di preferire tra due candidati costituzionali quello più liberale e democratico37, potevano essere ignorate.

Intorno a Tenerani non tardano a manifestarsi le simpatie dei cattolici. Si fa anche strada la voce che egli abbia sottoscritto preventivamente il programma dell'Ueci per ottenerne l'appoggio elettorale, grazie all'interessamento diretto del Benucci38. Certo è che non appena compare il suo nome «un senso di sollievo e di soddisfazione» si diffonde, per ammissione del «Corriere d'Italia», tra le fila clericali, che riconoscono in lui, «sincero credente» nonchè «benefico presidente della Congregazione di Carità», il proprio candidato39.

Il prof. Carlo Tenerani - scrive «Roma e provincia» avvalorando quanto sostenuto dai radicali sui motivi dell'intrinseca debolezza degli altri candidati - è il vero nome da portare all'ultimora sul terreno della lotta elettorale di questo I collegio per farvi eclissare tutte le nulle e vacue vanità che si son fatte avanti a domandarne il suffragio40.

La mobilitazione che l'Unione Romana riesce a dispiegare in pochi giorni azzerando quasi il metodico lavoro intrapreso da Penso è impressionante. Immediatamente viene inviata una circolare agli elettori nella quale si sostiene essere dovere di ogni cittadino votare per Tenerani, «garanzia dell'ordine e del rispetto a quella religione che egli stesso notoriamente professa»41, contro la coalizione che in Campidoglio ha per obbiettivo la guerra all'insegnamento catechistico. «La bellissima battaglia» che i cattolici debbono intraprendere acquista, infatti, oltre che «un alto significato politico» un altrettanto importante «significato amministrativo»: quello di combattere, attraverso Mazza e la sua condotta morale, il blocco, che avrebbe «dato prova di amministrare Roma così rovinosamente»42.

Anche in campo democratico la competizione nel primo collegio è tutt'altro che lineare. Alla base dei disagi che travagliano le forze popolari va collocata la crisi del Partito Democratico Costituzionale, che rappresenta in consiglio comunale la componente più consistente della maggioranza. Con una organizzazione partitica ancora embrionale e senza un esponente di spicco in Parlamento (il Vanni gode di un prestigio soprattutto locale), i costituzionali si presentano alle elezioni divisi tra una maggioranza fautrice di un accordo senza condizioni con i partiti dell'Estrema e una minoranza non del tutto convinta di sacrificare l'elettorato moderato e in alcuni casi filogovernativo che pur aveva dimostrato qualche simpatia ai candidati vicini al partito. Spinto ad un atteggiamento di intransigenza dalla presentazione di Bissolati al II collegio, il gruppo, sostenuto dal consigliere comunale Berio43, rompe l'unità delle forze popolari candidando Camillo Giuliani contro il bloccardo Mazza nel I collegio. Si determina in tal modo una situazione di grave frizione e la possibilità di una frattura con la componente demo-costituzionale anche in campo amministrativo, a conferma del forte intreccio che lega l'appuntamento elettorale all'attività della giunta.   

Su quest'ultimo punto insistono con grande clamore tutti i giornali antibloccardi e in special modo il clericale «Corriere d'Italia», che tende a strumentalizzare il disagio vissuto dal blocco con l'intento di aprire una crisi insanabile in Campidoglio44. Ad incrinare la compattezza della maggioranza contribuisce lo stesso Giuliani, inviando alla stampa il 26 febbraio un manifesto agli elettori con il quale annuncia di ritirare la propria candidatura. È forse questo il punto più alto del malessere attraversato dal blocco nel corso di tutta la campagna elettorale, per i toni e le pesanti allusioni all'indirizzo della giunta contenute nel pronunciamento di Giuliani45, tali da rendere necessaria una precisazione da parte dello stesso sindaco. A proposito dei «lacrimati favoritismi capitolini» a beneficio del Mazza, Nathan dichiara che su sua proposta e d'accordo con i colleghi, «l'Amministrazione ha mantenuto la più stretta neutralità per tutti i candidati, dai più conservatori ai più accentuati»46, invitando il Giuliani a specificare meglio a cosa si riferisse o a rettificare pubblicamente quanto detto a danno della giunta. Che la polemica acquisti significati delicatissimi lo si evince fin dalle prime battute. Il fatto, ad esempio, che Nathan preferisca sorvolare sulla paventata azione della Massoneria a favore di certi candidati è già di per sè segnale di imbarazzo; come altrettanto significativa appare la replica del Giuliani, il quale denuncia, nero su bianco, ben quattro casi di discutibili favori fatti dalla giunta ad altrettanti elettori del I collegio, scopertamente fautori del Mazza47. Anche se lo scandalo riesce ad essere neutralizzato senza troppa fatica dai partiti popolari, ciò non toglie che il «caso Giuliani» stia ad indicare l'utilizzo di mezzi non propriamente leciti anche da parte delle forze democratiche; e in tal senso il «Corriere d'Italia» si affretta a paragonare i metodi elettorali della giunta capitolina con i più scabrosi sistemi vigenti in alcuni collegi del Mezzogiorno. Ammesso, come sostiene il quotidiano radicale «La Vita», che all'origine della rinuncia del Giuliani fosse da ascrivere in primo luogo la candidatura Tenerani48, l'intera vicenda serve comunque ad illuminare sulla forte influenza esercitata dalla Massoneria nella politica elettorale dei partiti del blocco. Non c'è dubbio che il Grande Oriente, scegliendo di appoggiare Mazza49 al I collegio in accordo con le forze popolari, abbia condizionato dall'interno il Partito Democratico Costituzionale a scapito del Giuliani, il quale, sebbene anch'egli massone, non si era voluto allineare alle direttive impartite dal Gran Maestro Ettore Ferrari a tutte le loggie. Con uno scarto di circa 700 voti su Tenerani, Pilade Mazza riesce infine ad imporsi e ad essere eletto nel suo tradizionale collegio, con 1.713 suffragi contro i 1.034 del candidato clericale, in seguito ad una campagna tra le più delicate dell'intera vicenda elettorale romana (v. tav. 3).

Nonostante nel I collegio si sia combattuto senza esclusione di colpi, gli echi della battaglia non riescono sempre a valicare la dimensione locale, a causa della relativa notorietà dei competitori. I riflettori dell'opinione pubblica nazionale si accendono invece sul II collegio, dove la lotta vede protagonista Leonida Bissolati, una delle personalità più in vista del socialismo italiano, contrapposto al clericale Felice Santini50. La fisionomia del collegio, che conta quasi il doppio degli elettori rispetto agli altri, comprendendo oltre all'agro romano i rioni Esquilino, Castro Pretorio, Colonna, Trevi e parte del rione Monti, è caratterizzata dalla presenza di un cospicuo numero di lavoratori (tramvieri, cantonieri, operai delle officine della Srto, della Roma-Tivoli, delle Tramvie elettriche dei Castelli romani e della Roma-Civita Castellana), che costituiscono una compatta base elettorale socialista. Per questo motivo e forte della buona affermazione di Ferri nelle precedenti politiche del 190451, l'Usr si dimostra intenzionata a non rinunciare ad una candidatura di partito nel collegio. Nella riunione in cui viene discussa la tattica da assumere nel corso delle elezioni, insieme alla proclamazione del blocco di tutte le forze popolari, si avanza la candidatura di Leonida Bissolati al II collegio, l'unico a cui i socialisti possano aspirare nella capitale. La forte egemonia riformista sulla sezione viene confermata dall'andamento del dibattito, che vede levarsi alcune voci contro l'opportunità di candidature di partito, disposte ad appoggiare il demo-costituzionale Vanni, in un primo momento tra i possibili rappresentanti del collegio, piuttosto che battersi con scarse possibilità di riuscita. Il nome di Bissolati, godendo di grande prestigio in tutti i settori della democrazia, concilia sia i riformisti più accesi, interessati a mantenere buoni rapporti con i costituzionali, sia lo sparuto gruppo intransigente, guidato da Arturo Vella, che identifica nel leader la punta più avanzata della lotta al clericalismo52. L'accordo con le altre forze popolari sarebbe stato presto raggiunto se Bissolati non avesse chiesto ai compagni di partito di dispensarlo dalla candidatura, essendosi già impegnato a combattere nel collegio di Pescarolo. Tra il 13 e il 16 febbraio, cioè dal momento della rinuncia di Bissolati fino alla soluzione della questione, si apre tra i partiti del blocco una fase di trattative equiparabile per gravità alla crisi seguita al «caso-Giuliani». I radicali proclamano propri candidati in ogni mandamento nello stesso giorno in cui Bissolati rende nota la sua decisione, mentre i demo-costituzionali si dimostrano sempre più ostili verso qualunque candidatura socialista nel II collegio. Il «Giornale d'Italia» monta una campagna di stampa, destinata ad ampliarsi proprio con il «caso-Giuliani», in cui sostiene che «l'ultimo colpo all'ormai morente blocco liberale popolare» sarebbe già stato inferto, e che di conseguenza la giunta capitolina «possa dirsi virtualmente, se non effettivamente, sciolta»53. A convincere Bissolati a tornare sulle sue posizioni, dopo aver ottenuto il consenso dei socialisti di Pescarolo, è prima di tutto la volontà del partito, che, su sollecitazione dei radicali54, ricorda al leader come in certe ore vi siano doveri ai quali nessuno può sottrarsi. La candidatura di Bissolati diventa in tal modo una candidatura espressione non solo di una sezione locale ma del volere diretto del Psi, troppo interessato a non pregiudicare la politica delle alleanze, che proprio a Roma doveva trovare il suo suggello più autorevole per essere estesa e poi rilanciata a Montecitorio. La temperata intransigenza dei radicali viene rettificata subito dopo la comunicazione ufficiale della nuova decisione di Bissolati, alla quale plaudono anche i repubblicani. Nello stesso giorno si stabilisce che le direzioni dei tre partiti si riuniscano per coordinare concordemente la tattica elettorale. La riconferma dell'unità delle forze popolari non coinvolge, tuttavia, parte dei demo-costituzionali, convinti che Bissolati non possa prevalere, anche se, per non essere accusati di provocare con una candidatura propria il trionfo del Santini, dichiarano di astenersi dalla lotta55. A differenza di quanto accade negli altri mandamenti, dove più o meno tutti i candidati vengono sostenuti senza troppi scrupoli di carattere etico, i socialisti si dimostrano, pur non disponendo di fondi adeguati, di una correttezza esemplare. Il bilancio del Comitato elettorale di Bissolati viene di volta in volta aggiornato pubblicamente, non si accettano oblazioni da parte dei partiti affini nel caso possano interferire nelle scelte dell'elettorato, facendo fronte alle spese attraverso sottoscrizioni popolari56. Ciò non toglie che uno degli aspetti più vistosi della campagna elettorale sostenuta dagli avversari del blocco si palesi in un'avversione irriducibile nei confronti del leader socialista, simbolo della lotta all'insegnamento catechistico. La sua candidatura a Roma è vissuta negli ambienti clericali come una provocazione intesa a rafforzare l'amministrazione popolare e il recente voto da essa espresso per l'abolizione dell'insegnamento religioso. Di qui i reiterati appelli ai padri di famiglia per salvare il nucleo domestico e la prole dall'ateismo schierandosi a difesa degli interessi morali della nazione. Intorno a Santini, «clericale irregolare»57, i cattolici spiegano un tale impegno nella lotta da surclassare l'attività messa in campo a favore dei propri candidati ufficiali, in virtù della forte valenza politica acquistata dalla competizione romana. La contrapposizione frontale dei due candidati, paradigmatica di queste elezioni dove ad un blocco clerico-conservatore si oppone in molte parti del Paese un ampio fronte anticlericale, non poteva che accentrare l'attenzione dell'opinione pubblica. È chiaro a molti come dal risultato del II collegio di Roma dipenda il rilancio della politica di alleanza intrapresa dai tre partiti dell'Estrema nell'intento di configurare un'alternativa al sistema di potere giolittiano. Non è un caso che commentando i risultati elettorali «Rivista Massonica» sottolinei come «di due vittorie soprattutto può l'Ordine compiacersi ed andare orgoglioso: di quella del II collegio di Roma, nella quale fu debellato Felice Santini e di quella di Bologna in cui cadde Alfonso Marescalchi»58. La sconfitta di Santini assume grande rilevanza anche nella corrispondenza diplomatica dell'ambasciatore francese a Roma Camille Barrére, che se ne dichiara apertamente soddisfatto. Emblematicamente dal responso del II collegio può cogliersi - sostiene - «lo scacco della politica elettorale del Vaticano». Appoggiando candidature «ministerial-conservatrici», secondo la tiepida linea indicata da Pio X, i cattolici avrebbero «contribuito ad assicurare il successo del candidato anticlericale», favorendo a Roma la vittoria degli avversari bloccardi59. Tali sentimenti e riflessioni sono tuttavia ben lontani dal poter giustificare in sede storiografica la notizia fatta circolare a ridosso del voto dal «Corriere d'Italia», secondo il quale «il rappresentante di uno stato estero» (identificato nella Francia laicista) non avrebbe «mancato di distribuire denaro» per combattere nel II collegio di Roma la rielezione dell'on. Santini.

Non si comprende perché alle Potenze straniere - commenta un editoriale de «La Stampa» - possa premere tanto la sconfitta del deputato cattolico-conservatore di Roma. Certo è che l'on. Santini ha punzecchiato alla Camera qualche ambasciatore, per esempio l'ambasciatore francese Barrére; ma è, oltre a tutto, semplicemente ridicolo, supporre che l'ambasciatore possa prendersi un simile mal di capo per un deputato italiano60.

La voce di un «complotto» massonico favorito dal governo francese a beneficio di Bissolati è, infatti, talmente fantasiosa che neppure i quotidiani conservatori possono prenderla troppo sul serio, cosicchè lo scoop del «Corriere d'Italia» si sgonfia tra la riprovazione generale e la più viva indignazione degli ambienti massonici61.

Già durante lo scrutinio, rallentato dagli applausi di una folla numerosa, iniziano i festeggiamenti per l'elezione di Bissolati, che perfino i clericali definiscono plebiscitaria. Un corteo spontaneo di centinaia di persone, cantando l'inno dei lavoratori, attraversa la città fermandosi sotto gli uffici dell'«Avanti!» e sotto l'abitazione del neoeletto, che tra le acclamazioni ringrazia i manifestanti.

Roma reca stasera riflessa l'agitazione dell'immenso caleidoscopio elettorale dei 508 collegi. Calma, tutt'oggi, sotto la pioggia violenta, la capitale si è animata all'impressione della vittoria dei partiti popolari nel II collegio e della prevalenza che hanno i candidati di opposizione nel I e nel IV collegio. I giornali moltiplicano le edizioni recanti le notizie più impreviste. [...] I pubblici ritrovi sono straordinariamente animati: Montecitorio si è affollato di senatori e di ex deputati e di giornalisti. [...] L'impressione è viva e profonda per i primi risultati che giungono a lembi dai fili del telegrafo; ma su tutte le impressioni sovrasta quella della impreveduta sconfitta di Santini62.

Nessun'altra vittoria popolare è salutata con lo stesso entusiasmo. Al risultato, 2.853 voti contro i 1.635 ottenuti da Ferri nel ballottaggio del 190463, contribuiscono in larga misura gli elettori liberali, che contrariamente a quanto era sembrato in un primo momento scelgono di non astenersi dalla lotta (v. tav. 4). Intorno al leader socialista si crea, infatti, quella vasta convergenza di voti laici alla quale si erano richiamati i partiti del blocco nel corso di tutta la campagna elettorale, concorrendo a che si esprimesse un voto di protesta anticlericale tra gli elettori liberali64. Le accuse dei cattolici rispetto alla defezione degli ambienti moderati della capitale, arrivano a paventare una certa simpatia della Corte per il candidato socialista. Non vi è dubbio, ad esempio, per il quotidiano «Roma e Provincia», che la candidatura Bissolati sia stata «favorita dalle alte sfere liberali», in un rigurgito di fede laica che avrebbe riportato il Paese indietro di cinquant'anni65. Una voce che trova ascolto anche sulle pagine della «Nazione» di Firenze, dove non si esita a chiamare in causa la Corona come sensibile ad influenze massoniche e bloccarde.

Il contegno della Corte e qualche atto del Sovrano - si legge - hanno radicato la convinzione, vera o falsa che sia, che al Quirinale, il blocco popolare e i partiti anticlericali, abbiano non dissimulato appoggio66.

Nel terzo collegio, data la presenza di Guido Baccelli67, che l'«Avanti!» definisce sarcasticamente «il divo for ever», si può dire non si manifesti alcuna competizione. «L'ex ministro è ormai una istituzione romana come piazza Colonna e il caffè Aragno. Roma non ne può far senza»68, sicchè nessun partito pensa di poter opporvi altro candidato, neanche socialisti e repubblicani che nel 1904 avevano presentato Podrecca e Brignardelli. Accettando di farsi includere nella lista bloccarda, Baccelli priva di significato candidature di altro colore e si afferma, prima ancora che inizi la lotta, come il solo rappresentante del collegio. L'ex ministro, per altro vicino al Pdci del Vanni, «è troppo bonariamente romano per non dirsi anch'egli popolare» - commenta il quotidiano socialista appannando gli antichi rancori per il «liquidatore» degli aspetti più progressivi del D.d.L. che istituiva l'Ufficio del Lavoro69 - e dunque, in assenza di un altro competitore forte, appare giustificato che il blocco lo appoggi. Lo stesso Nathan, elettore del III collegio, per mezzo di una lettera indirizzata al Comitato elettorale competente, si dichiara lieto di poter associare il suo nome a quelli che propugnano la candidatura di Guido Baccelli, «decoro e vanto di Roma»70, senza incorrere in nessuna opposizione da parte dei partner bloccardi. Questo collegio, come altri 84 sparsi nel Paese e soprattutto nel Mezzogiorno, si configura, in altri termini, come un feudo elettorale, dal quale il candidato che vi domina, in assenza di avversari, non può che attendersi una riconferma con votazione plebiscitaria, nel caso di Baccelli 1.384 voti su 1.455 votanti, analogamente a quanto si determina, in queste elezioni, nel V mandamento, roccaforte di Salvatore Barzilai. In virtù di questa particolarità il III collegio di Roma conquista il primato nazionale di assenteismo alle urne, facendo registrare una partecipazione del 27,1 % di votanti, contro il 49,7 % della media cittadina71. Un dato reso possibile dall'astensionismo di massa praticato dai clericali, qui come nel V collegio della capitale (v. tav. 5).

L'elezione di Barzilai non è infatti meno scontata di quella di Baccelli, con la differenza che, essendo il candidato repubblicano già schierato con le forze popolari al governo della città, non si richiede ad esso alcuna garanzia. Egli anzi aveva rappresentato nella precedente legislatura il trait d'union tra il blocco capitolino e il governo, svolgendo un ruolo non secondario di mediazione tra le aspettative popolari e i provvedimenti legislativi dell'esecutivo. Il fatto di essere in buoni rapporti con Giolitti e di rappresentare l'ala filo-governativa del suo partito alla Camera, fa sì che egli divenga anche in questa tornata elettorale un riferimento per i candidati democratici desiderosi di non urtare la suscettibilità liberale e viceversa per coloro che essendo più accesi correvano il rischio di trovarsi isolati. Barzilai72, israelita e massone come Ernesto Nathan, spiega, in altri termini, una funzione politica di collegamento preziosa, che esemplifica in tutto le direttive impartite dal Grande Oriente ai suoi affiliati e il grande ruolo avuto dalla Massoneria in queste elezioni. Egli, irredentista della prim'ora, nonché convinto antitriplicista, introduce con autorevolezza nella campagna elettorale romana i motivi antitittoniani agitati dall'Estrema come bandiera del popolarismo, arricchendo di contenuti la propaganda del blocco democratico arroccato sui problemi di politica interna73. I rioni di Borgo e Trastevere rispondono con il consueto slancio al loro storico candidato, tributandogli 2.293 voti su 2.322 votanti (v. tav. 8).

Se nel III e nel V collegio si era raccomandata l'astensione, di tutt'altro genere è l'atteggiamento che informa il comitato Diocesano nel IV mandamento, dove il «non expedit» viene sospeso, a dispetto della capziosità delle formulazioni vaticane74, per permettere ai fedeli di riversare il loro voto sul nome di Annibale Gabrielli, forse il più affidabile tra i candidati monarchici costituzionali appoggiati dall'Unione Romana. Nell'enunciare il suo programma egli non dimentica, infatti, di fornire quelle assicurazioni che i clericali giudicano come pregiudiziali, ad esempio in merito alla questione scolastica:

Potrà darsi - afferma il Gabrielli - che altri reclami la avocazione della scuola primaria allo Stato ed altri, per contrario, propugni che l'istruzione primaria si sviluppi e si muova libera e franca sotto il vigile controllo dello Stato. Inutile dire che io sarei in questa seconda schiera. E qualora si risollevi, com'è agevole prevedere, la questione non definitivamente risolta del regolamento Rava, io riaffermerò la convinzione mia sulla incompetenza dei maestri laici75.

A farne un candidato «affidabile» concorre anche il suo passato di strenuo nemico del blocco e la scarsa personalità politica che distingue la sua figura. Il fatto poi di essere iscritto al Circolo Savoia pur godendo delle simpatie manifeste dei cattolici, rappresenta un'ulteriore conferma dell'evoluzione in senso clerico-moderato del maggior sodalizio monarchico della capitale, già acclarata con la candidatura Tenerani76. Nel IV collegio la mobilitazione dell'Unione Romana è tuttavia ancor più scoperta e capillare che negli altri mandamenti, sebbene non si presentino motivazioni ideali paragonabili per vigore a quelle messe in campo contro Bissolati. Sembra piuttosto predominare l'idea che, data la suddivisione dei collegi e il forte radicamento dei cattolici sul territorio, si possa riconfermare l'elezione di un candidato moderato, erede dell'uscente principe Torlonia.

L'avv. Gabrielli - si legge in un documento redatto dalla Questura di Roma - ha avuto subito per se, senza equivoci, tutti i clericali ed i moderati ed è il candidato ufficiale dell'Unione Romana. Per lui lavorano tutti i parroci del Collegio. [...] Si conferma poi la voce che all'ultimo momento spenderà molti denari77.

La reputazione di Gabrielli come il candidato più «ligio e devoto agli ordini del Vaticano» dell'intero panorama romano è tale che perfino la giolittiana «Tribuna», disposta come si è visto ad appoggiare nel primo collegio il clericale Tenerani, invita in un lungo articolo firmato Sante Bargelliti a far confluire i voti liberali su Leone Caetani78. Il carattere della lotta, testimoniato dai rapporti di polizia e dalla cronaca elettorale, si dimostra in realtà assai più complesso di quanto i clericali non immaginassero in partenza, tanto da rendersi necessario l'unico ballottaggio di queste elezioni a Roma. Per il candidato repubblicano Federico Zuccari, appoggiato da socialisti e radicali in virtù dell'accordo stretto dalle tre direzioni di partito, «è da escludersi ogni probabilità di riuscita - continua il documento della Questura -, portato per affermazioni di partito, specialmente dagli amici della Regola che con vero feticismo gli restano fedeli nonostante le molteplici sconfitte»79. Che i partiti estremi si stringano intorno a Zuccari quando un altro candidato democratico concorre nello stesso collegio e che ciò avvenga senza che si accendano polemiche sulla compattezza del blocco, appare singolare. I repubblicani potevano, infatti, contare sulla spartizione dei collegi già su due candidati, Mazza e Barzilai, mentre alla componente costituzionale, dopo la rinuncia del Giuliani, rimaneva solo il nome di Leone Caetani. Se non si verificano frizioni è appunto perché Zuccari non appare un candidato forte, tanto che negli ambienti del Ministero degli Interni lo si definisce «un uomo esautorato ed in continuo stato di ebbrezza»80. Quando il partito non aveva ancora deliberato sulla sua candidatura e vari nomi si affacciavano come possibili, Luigi Cesana, direttore del «Messaggero», comunica all'amico Caetani che nel caso i repubblicani avessero presentato l'Ascarelli l'avversario sarebbe stato temibile, in quanto avrebbe potuto riunire, oltre ai militanti di partito, massoni ed ebrei. Una soluzione sventata grazie anche all'intercessione di Barzilai al quale, sempre Cesana, suggerisce di consigliare ai repubblicani di «divertirsi con lo Zuccari o il Sansoni» senza interferire nell'elezione del suo protetto81. Questi precedenti giustificano la passività con cui viene vissuta la candidatura Zuccari negli stessi ambienti repubblicani, che si traduce in una campagna elettorale poco convinta, a dispetto del quotidiano «La Ragione» che vorrebbe far apparire l'intero partito stretto intorno alle sorti del suo candidato. Alla fine di febbraio la situazione di stallo è tale che ben due esponenti di rilievo della sezione romana, Antonio De Angelis e Mario Alliata, si sentono in dovere di richiamare all'attività i propri militanti. Ancora nessun comitato elettorale è stato costituito a sostegno di Zuccari, mentre ferve già da settimane la propaganda negli altri collegi82.

Io non posso tacere la mia meraviglia - afferma Alliata - nel constatare l'indifferenza generale per ciò che riguarda la lotta nel quarto collegio. È una dolorosa constatazione che sento il dovere di fare pubblicamente nelle colonne del nostro giornale, sperando che valga a scuoter gli amici83.

È possibile, dunque, che già in molti si fosse fatta strada l'idea di concentrare le forze a favore di Caetani nel ballottaggio, che sembrava, visto l'andamento della campagna elettorale, sempre più probabile. Del resto contro l'avversario costituzionale la polemica non raggiunge mai lo scontro aperto, non lo si ritiene una «nullità boriosa e blasonata» simile per indole a Leopoldo Torlonia, ma gli si riconosce al contrario la cultura e l'ingegno dello studioso, insignito del gran premio dei Lincei per una poderosa opera sull'Islam. Caso mai le riserve si appuntano, via via con maggior rilievo, sulla affidabilità della sua fede democratica, non ancora valutabile con precisione essendo il Caetani al suo primo esordio sulla scena politica84. Si comprende in tal senso il ruolo delicatissimo svolto nel corso di tutta la campagna elettorale da Luigi Cesana, che, infaticabile, istruisce passo dopo passo il giovane duca alla conquista del collegio. Si può anzi dire che sia stato proprio il Cesana, influente membro del direttorio politico del blocco popolare, ad introdurre nell'ambiente democratico romano il Caetani. Senza le sue aderenze e l'appoggio del «Messaggero», che in questa fase costituisce uno dei centri più attivi di coordinamento e di contatto delle forze democratiche, la candidatura avrebbe avuto vita assai breve. Nel caso invece il giovane competitore fosse prevalso, il Partito Democratico Costituzionale, attraverso l'opera di mediazione del Cesana, avrebbe finalmente potuto contare su un leader che sedendo alla Camera rappresentasse il gruppo a livello nazionale. Pochi mesi dopo la sua elezione Caetani verrà non a caso designato a succedere il comm. Alberto Pavoni alla presidenza del partito, vitalizzato dalla recente vittoria elettorale romana85.

Il primo dubbio che Caetani deve fugare presentandosi agli elettori come candidato del blocco è che possa essersi compromesso nel passato con i clericali, accusa rivoltagli in più occasioni dai repubblicani. Premuti sostiene ad esempio che il duca, «dopo aver promesso sudditanza all'Unione Romana, (si sarebbe) sottratto dal vassallaggio, ma con tale arte e misura che, in caso di novella prova, (avrebbe potuto) sperare ancora su essa»86. In realtà a partire dal 1908 Caetani si era accostato sempre più decisamente al blocco, in special modo ai costituzionali del Vanni, senza tuttavia azzerare le insinuazioni di chi persisteva nel dipingerlo «pencolante fra i clericali e i democratici»87. Per questo motivo, pur nel «rispetto profondo e sincero di tutte le libertà e di tutte le religioni», egli è indotto ad introdurre nel programma elettorale maggiori garanzie, senza comunque mai spingersi oltre un «anticlericalismo difensivo» che al posto di combattere la religione avesse per obbiettivo di combattere la politica clericale. Ciò nonostante Cesana non si stanca di mettere in guardia il suo protetto dalle influenze negative di simili voci88, ispirando una strategia elettorale più compiutamente democratica di quanto Caetani fosse in grado di realizzare.

Signor Principe, Al posto suo - scrive Cesana correggendo il testo del programma elettorale del neocandidato - sopprimerei o modificherei l'ultimo periodo. Citare Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e tacere di Mazzini, è una voluta esclusione che offende le convinzioni dei repubblicani intransigenti (e sono pochi) ed il sentimento di quanti, per conoscenza della storia o semplicemente per ereditata consuetudine, non ammettono che i quattro uomini siano separati: e questi sono moltissimi. Un anno e mezzo fa, all'incirca, Vittorio Emanuele III volle presenziare la commemorazione di Mazzini, fatta qui a Roma, da Ernesto Nathan. Cancellando il nome del grande agitatore, Ella figurerebbe più realista del Re, e ciò non gioverebbe al carattere sinceramente eclettico del suo programma89.

Una decisa scelta di campo si forgia, dunque, sotto l'incalzare della campagna elettorale, grazie ai suggerimenti del Cesana e agli attacchi sempre più violenti della stampa clericale. Si arriva addirittura a far circolare «una notizia sensazionale, che cioè il Duca Caetani non (avrebbe) fatto battezzare il suo primo genito»90 scatenando scandalo e animosità tra i cattolici. «Roma e Provincia» schernisce il rampollo dell'antica casata romana definendolo il «candidato maomettano-massone» del blocco.

Speculare su Maometto per farsi una popolarità [...] massonica non era un'idea sciocca - si legge sul quotidiano filo-clericale. La massoneria dice non vi occupate di Dio: e Don Leone andò più avanti si occupò, invece, di Maometto e disse: questo è il vero Dio. E così dette la stura ai suoi volumi91.

In un clima arroventato dalle invettive più pungenti e non esente da fenomeni di piccola corruzione - è noto il gran lavorare delle osterie del collegio grazie alla munificenza del Comitato elettorale di Caetani - trapela la voce che ad opera dei presidenti rionali fautori del Gabrielli si faccia mercimonio di voti, pagando un suffragio fino a lire 2,5092. Le manovre di corruzione sarebbero dirette soprattutto all'indirizzo delle classi popolari del quartiere Testaccio (Ripa), facente parte del collegio insieme ai rioni Ponte, Regola e Sant'Angelo, in virtù delle misere condizioni di vita dei suoi abitanti. La presenza di nuclei proletari schierati con Zuccari e di molti facinorosi, spesso al soldo dei clericali, richiama l'attenzione dell'opinione pubblica anche sul rischio di incidenti ed episodi di sopraffazione durante le operazioni di voto. Nel tentativo di sdrammatizzare i timori nutriti dalla stampa conservatrice interviene il «Messaggero» che dopo i sanguinosi fatti di Piazza del Gesù della primavera 1908 si era prodigato ad educare al rispetto delle leggi gli abitanti del Testaccio, in stretta collaborazione con il prof. Domenico Orano, artefice di una fitta rete di istituzioni tese al miglioramento economico e morale del quartiere93. Per togliere ogni peso «alle voci tendenziose sparse ad arte per intimorire i timidi» lo stesso Orano promuove l'affissione di un manifesto nelle strade, in cui si denuncia la «disonestà politica» di quei candidati che assoldono gli elettori con il denaro, confermando la presenza di fenomeni di corruzione consumati nel quartiere. Nel manifesto si raccomanda anche di evitare il ricorso alla violenza:

Smentite dimostrandovi tolleranti la diceria calunniosa diffusa con arte loiolesca [n.d.r. Ignazio da Loyola] da comuni nemici che al Testaccio si useranno violenze morali e materiali contro gli avversari94.

Nonostante la campagna «responsabilizzante» condotta con fervore sulle pagine del «Messaggero», Cesana ammonisce il Caetani di garantirsi nelle due sezioni di Testaccio «la presenza di molte guardie e carabinieri e di un funzionario intelligente», prefigurando possibilità di incidenti95.

La giornata del voto è, come facevano supporre le previsioni, costellata nel IV collegio da episodi di micro-violenza. A Testaccio, presso le sezioni nona e decima di via Galvani, il sacerdote Don Antonio Alfonso è costretto a fuggire da una finestra inseguito da un gruppetto di anticlericali; altre colluttazioni avvengono tra i fautori di Zuccari e quelli di Gabrielli a colpi di ombrelli e bastoni; ad alcuni elettori votanti Caetani viene impedito nel corso della mattinata di recarsi alle urne intimiditi dalle minacce di qualche repubblicano96. Ma l'incidente più grave non si consuma a Testaccio bensì in pieno centro, nella sezione di via Arco del Monte. Qui mentre si procedeva allo spoglio, nel corso di una vivace contestazione, irrompeva nell'aula una «turba di energumeni» e nella gran confusione finiva rotta l'urna di vetro contenente le schede in bianco, impedendo la conclusione dello scrutinio97. Nell'impossibilità di procedere al computo dei voti tutti i dati relativi al IV collegio vengono trasmessi alla Giunta delle Elezioni che, dopo quasi un mese di ingiustificati temporeggiamenti, proclama infine il ballottaggio tra Gabrielli (895 voti) e Caetani (871 voti) da disputarsi domenica 25 aprile98 (v. tav. 6). Visti i risultati appare subito chiaro che se i non pochi suffragi ottenuti sul nome di Zuccari99 dall'Estrema si fossero riversati sul candidato demo-costituzionale, a quest'ultimo avrebbe arriso sicura vittoria. Di questo parere si mostra fin dai primi di febbraio anche Cesana, il quale confida con lungimiranza a Caetani:

Dalle notizie che mi giungono, mi pare che le cose non si mettano male per lei. Non spero troppo nella prima elezione: ma il ballottaggio mi pare assicurato ed in questo caso la vittoria sarà nostra: ma intanto non bisogna in alcun modo urtare i repubblicani, e se l'occasione si presentasse, Ella dovrebbe lodarne la coerenza e la loro fedeltà a Zuccari. È col miele che si pigliano le mosche100.

Sono dunque in primo luogo i repubblicani il vero ago della bilancia di questo ballottaggio. Una deliberazione del partito contraria a Caetani avrebbe infatti inficiato anche l'atteggiamento socialista, compromettendo la riuscita del giovane duca. Sulla scorta di questo ragionamento la corrente ad esso favorevole all'interno della sezione romana riesce a prevalere su quella patrocinante l'astensione, purché lo stesso Caetani - si legge nell'ordine del giorno opprovato dall'assemblea dei circoli - «renda esplicite e pubbliche dichiarazioni di anticlericalismo», essendo quelle finora rese «non sufficienti perché il partito repubblicano possa ufficialmente appoggiarne la candidatura»; nel caso poi tali dichiarazioni non venissero rese si delibera fin d'ora l'astensione dalla lotta101. Il giorno seguente, bandendo gli indugi, Caetani indirizza una lettera al «Messaggero» nella quale rivendica senza più incertezze il suo laicismo, azzerando le ultime perplessità nutrite dai repubblicani. Lo stesso «Avanti!» commentandone il significato confida che «dette dichiarazioni siano di intelligente guida [...] nell'impedire che il IV collegio di Roma [...] venga rappresentato in Parlamento da un clericale»102 nell'intento di spronare il partito ad un atteggiamento di transigenza. L'assemblea dell'Usr, sebbene solo con sette voti di maggioranza, stabilisce infine di appoggiare l'avversario di Gabrielli nel ballottaggio, nonostante le contestazioni del gruppo intransigente che aveva invitato i soci a soppesare meglio l'atteggiamento assunto in passato dal Caetani di fronte ai contadini di Bassiano103. Il blocco delle forze popolari si presenta, dunque, compatto alla scadenza del ballottaggio, che, secondo la felice definizione di Salvatore Barzilai - si profila come il ricorrere in appello dell'Unione Romana contro la sentenza già pronunciata il 7 marzo dagli elettori romani104. L'esito del voto va oltre le stesse ottimistiche previsioni dei popolari: praticamente tutti i suffragi ottenuti in primo scrutinio dal Zuccari si spostano sul nome di Caetani; Gabrielli riesce ad ottenere in più solo 225 voti, mentre il candidato democratico raddoppia i suoi consensi, aggiudicandosi 2.223 voti (v. tav. 7). Per i clericali, che avevano lanciato violente accuse alla «stampa prezzolata congiurata contro Gabrielli»105 e considerata responsabile della sua mancata elezione, nessuna sconfitta è più cocente. L'agognata rivincita sul responso del 7 marzo si risolve in un nuovo amaro fallimento, gettando l'Unione Romana, ossia la maggior organizzazione elettorale cattolica, in una profonda crisi di dirigenza.

La servilità e l'abbiettezza, l'opportunismo e il confusionismo - commenta ancora piccata dal revirement di Caetani «Civiltà cattolica» - non potevano essere maggiori, né più umilianti, particolarmente per un principe, di gran nome, di ricco censo [...] costretto di scendere alle arti del mendicante di voti, dell'anticlericale volgare, se non del piazzaiolo socialista e repubblicano. Veramente la politica gli vendeva cara i suoi allori106.

Gli stessi allori di cui il blocco popolare si fregia nel rafforzare la propria posizione a livello amministrativo, riuscendo a superare quella crisi di consenso che proprio nei primi mesi dell'anno ne aveva scalfito la compattezza.

La capitale ottiene così per la prima volta dalla breccia di Porta Pia una rappresentanza parlamentare interamente schierata a sinistra, espressione delle forze del governo municipale da quasi due anni alla guida della città. Profonda è l'impressione destata nel Paese, tanto che «la sconfitta politica del Vaticano in Roma» viene ritenuta da molti commentatori la nota più saliente e significativa della battaglia elettorale del 1909. Per alcuni essa rappresenta la fine dell'equivoco liberal-clericale ed il primo concreto monito lanciato all'indirizzo del governo dopo una legislatura contrassegnata dalle compromissioni clerico-moderate107. Intorno all'ampio fronte delle forze popolari vittoriose a Roma si accendono dunque più che mai le speranze di quell'Estrema che vorrebbe poterne esportare il modello a Montecitorio od almeno condizionare da sinistra la politica giolittiana. I romani, gettando «i clericali a fiume»108, rinnovano l'attesa per quell'alternativa che gli avvenimenti successivi smentiranno, ma per la quale con alterne vicende la democrazia italiana aveva lavorato a partire dalla crisi di fine secolo109.