Gli intellettuali antifascisti e le origini del
Fronte popolare in Francia (1932-1935)

di Maddalena Carli

Questo articolo non si propone certamente di esaurire i numerosi problemi inerenti la partecipazione degli intellettuali alla genesi del Fronte popolare francese; intende piuttosto contribuire alla ricostruzione e all'indagine di un percorso di impegno che, pur se profondamente connesso all'esperimento unitario delle sinistre, presenta al contempo ragioni autonome e una evoluzione non immediatamente riconducibile ai tempi e alle scadenze politiche. È utile, peraltro, premettere alcune considerazioni di ordine generale.

I Fronti popolari sono stati oggetto, nell'ultimo decennio, di una coraggiosa rivisitazione analitica e interpretativa ad opera di nuove correnti storiografiche la cui caratteristica comune - come ha sintetizzato Aldo Agosti - è stata quella di intendere la stagione unitaria «non solo come un fenomeno politico, ma come la risultante di un clima sociale e culturale» da indagare in tutte le sue direzioni e articolazioni1. Tale impostazione, emancipandosi dai limiti e dai condizionamenti caratterizzanti la storiografia della guerra fredda2, ha consentito di giungere ad un'interpretazione più adeguata a rappresentare l'itinerario che precedette la formazione delle coalizioni parlamentari e governative. Alla luce dei più recenti parametri interpretativi,

l'avvio della politica di fronte unico e di fronte popolare appare così non già come un semplice riflesso della politica estera sovietica o come una mera riconversione della linea dell'Ic e segnatamente di Stalin, bensì come il risultato, tutt'altro che predeterminato, della convergenza tra forze diverse, nonché dell'impegno e della provvisoria affermazione delle correnti comuniste e socialiste rinnovatrici, sotto la spinta dei movimenti antifascisti di massa e sotto l'impatto della situazione internazionale radicalmente nuova creata dalla conquista del potere da parte del nazismo e dall'incombente pericolo di guerra3.

Segnalando nella pressione esercitata dai movimenti antifascisti di massa uno degli elementi costitutivi il processo di definizione dell'alleanza del Fronte popolare, la nuova storiografia ha contribuito a estendere l'orizzonte della ricerca e ad indirizzare l'analisi verso un terreno decisamente originale e pressoché ignorato dagli orientamenti tradizionali: da più parti sono state avanzate precise indicazioni in merito alla necessità di coniugare, a un rinnovato interesse per le questioni teoriche riguardanti la dialettica unitaria delle sinistre, un'attenzione specifica e puntuale alle molteplici dimensioni che di tale dialettica furono partecipi e interpreti. In questa stessa ottica, si è assistito a una profonda riconsiderazione di quel vasto movimento intellettuale che accompagnò, fin dalle origini, il percorso verso l'unità d'azione delle sinistre francesi. Al Rassemblement de la culture, ritenuto troppo a lungo come una semplice risultante degli avvenimenti politici, è stato riconosciuto un ruolo autonomo nella determinazione del clima che condusse all'affermazione del Rassemblement Populaire: i più recenti contributi hanno incluso la mobilitazione degli intellettuali progressisti tra i molteplici fattori che concorsero alla ripresa del dialogo e del confronto a sinistra, e hanno sottolineato come essa seppe anticipare modalità e contenuti che solo in seguito sarebbero divenuti patrimonio dei partiti.

La storia del movimento intellettuale, tuttavia, coincide solo parzialmente con quella delle relazioni a sinistra: se le sue vicende rimangono incomprensibili senza un riferimento preciso e costante alla scena politica, quest'ultima non è sufficiente, da sola, a spiegarne l'evoluzione e gli esiti.

L'engagement de la culture - per utilizzare un termine coniato dagli stessi protagonisti - non si presenta come un evento unico e omogeneo, quanto, piuttosto, come un fenomeno complesso e articolato, scandito dall'avvicendarsi di fasi profondamente differenti e da una non trascurabile varietà di soggetti. I critici della letteratura francese sono soliti individuare, al riguardo, un'intera stagione caratterizzata dall'ascesa e dal declino degli intellettuali engagés: se l'existentialisme di Jean-Paul Sartre ne rappresenta il momento conclusivo, le sue origini vengono indicate in quella riflessione sul proprio ruolo e sulla propria identità intrapresa autonomamente, fin dai primi anni Venti, a ridosso della crise de l'esprit generata dal conflitto mondiale4. Tale periodizzazione, che non intende certamente negare le profonde differenze esistenti tra le esperienze succedutesi nell'entre-deux-guerres, risponde all'esigenza di restituire una dinamica processuale a un percorso di impegno, culturale e artistico oltre che politico, i cui momenti costitutivi sono stati considerati come episodi isolati e contingenti.

La mobilitazione del Fronte popolare viene dunque ad inserirsi all'interno di un più ampio itinerario nel corso del quale, sotto la duplice pressione degli avvenimenti e di una crisi interna che rischia di mettere in forse la legittimità stessa dell'attività intellettuale, vasti settori della cultura rinunciano all'isolamento delle «torri d'avorio» e si introducono, gradualmente, nella vita politica. Il processo di politicizzazione registra, a partire dai primi anni Trenta, una notevole accelerazione e un indiscutibile approfondimento: la minaccia fascista necessita di risposte concrete e immediate, la cui incisività è strettamente connessa alla capacità di superare le remore e le divisioni interne e di stabilire un raccordo con i partiti della sinistra. Il mondo della cultura reagisce con decisione e autonomia alle urgenze del momento: mentre il Pcf e la Sfio persistono nell'atteggiamento di chiusura e di contrapposizione reciproca, relegando il problema delle alleanze ai margini della propria attività politica, le differenti componenti dell'intellettualità progressista danno inizio al dibattito e al confronto fin dal 1932. Nel corso dei tre anni che separano il Congresso di Amsterdam dalle Assises pour la paix et la liberté esse approfondiscono il livello della mobilitazione unitaria attraverso tempi e modalità che non sempre convergono con gli sviluppi dei rapporti a sinistra: prima ancora di operare per il riavvicinamento dei partiti, gli intellettuali devono confrontarsi con l'articolazione e l'eterogeneità delle proprie posizioni interne, con le differenze generazionali, sociali, ideologiche e culturali che li caratterizzano e che costituiscono un ostacolo non indifferente alla collaborazione. Solo rispettando la specificità e l'andamento del loro itinerario è possibile, a nostro avviso, ristabilire la complessità del rapporto con le vicende del Rassemblement politico; rapporto che, lungi dall'essere lineare, assumerà nel tempo contenuti e significati profondamente differenti.

Due ultime considerazioni, per concludere queste note introduttive. In primo luogo, la portata e il carattere della mobilitazione intellettuale superano di gran lunga i confini della Francia e assumono una valenza decisamente internazionale. Basti pensare, a questo proposito, al ruolo svolto dalla comunità degli esuli tedeschi guidata da Willi Münzenberg e alle campagne antifasciste di cui essa si farà promotrice: pur riferendosi prevalentemente alla cultura e alla capitale francese l'analisi non potrà, di conseguenza, non tener conto delle personalità e delle organizzazioni «straniere» operanti a Parigi nella prima metà degli anni Trenta.

Un chiarimento, infine, per quel che riguarda l'utilizzo del termine «intellettuale». Vorremmo rimandare, a questo proposito, alle conclusioni di Eric J. Hobsbawm:

Non ho un desiderio particolare di riaprire la lunga e annosa discussione su quali siano i tratti caratteristici degli intellettuali, considerato che, quando tale parola viene menzionata, la maggior parte di noi pensa certamente allo stesso tipo di persone: i rappresentanti di talune professioni o occupazioni e quelli che stanno affrontando il periodo di preparazione necessario per tali attività; i lettori di certi tipi di libri e di periodici. Si potrebbe senz'altro discutere sul fatto se, e fino a che punto, gli artisti debbano essere inclusi nella categoria degli intellettuali [...] Io però li considererò tutti insieme, se non altro perché,  durante questo periodo, vi fu un'effettiva sovrapposizione delle sfere d'azione degli artisti, degli attori e degli intellettuali, almeno da un punto di vista politico5.

La notorietà delle personalità in questione rende superflua, del resto, ogni altra precisazione.

1. La force de l'âge

Simone de Beauvoir, nel secondo volume delle proprie memorie, annota:

Noi non appartenevamo a nessun luogo, a nessun paese, a nessuna classe, a nessuna professione, a nessuna generazione. [...] Eravamo scrittori. Qualsiasi altra definizione era soltanto apparente [...] gettati anima e corpo nell'opera che dipendeva da noi, ci affrancavamo da tutte le cose che non ne dipendevano; non arrivavamo fino al punto di astenercene, eravamo troppo avidi, ma le mettevamo tra parentesi, era tentante confondere questo distacco, la noncuranza e la disponibilità che le circostanze ci permettevano, con una sovrana libertà. Per distruggere questo abbaglio, avremmo dovuto guardarci in prospettiva, ma non ne avevamo né i mezzi né, tanto meno, la voglia6.

Le riflessioni della scrittrice - tanto più eloquenti in quanto riferibili anche all'esperienza di Jean-Paul Sartre - restituiscono meglio di qualsiasi altra ricostruzione il clima che caratterizza, alla fine degli anni Venti, il mondo della cultura francese: l'inclinazione a trincerarsi nel chiuso della propria individualità artistica, l'attitudine a considerare con sufficienza gli «eventi esterni», la tentazione - in sintesi - di ritornare alla «neutralità» delle «torri d'avorio», non rappresentano un atteggiamento peculiare della giovane coppia, bensì un orientamento che accomuna la stragrande maggioranza degli intellettuali non omologati e «di sinistra».

A dieci anni dai primi appelli di Henri Barbusse, sembra non essere rimasta traccia del percorso di rinnovamento e di ridefinizione della «missione spirituale» avviatosi, tra le varie componenti della cultura progressista, a fronte delle problematiche lasciate in eredità dal primo conflitto mondiale7. Se non è certamente venuta meno l'esigenza di restituire credibilità e autorità al proprio ruolo, compromesso e delegittimato dal solco scavato tra l'esprit e la società, si ha l'impressione che il fermento e la tensione politica de les années folles vadano esaurendosi, offuscati dal ripresentarsi di quello che - con forte accento autocritico - Simone de Beauvoir ha definito «l'orgoglio intellettuale»:

Alla società nella sua forma attuale, eravamo contrari; ma in questo antagonismo non c'era nulla di doloroso [...]. Il nostro contributo l'avremmo dato sotto forma di libri: la politica ci annoiava, ma davamo per scontato che gli avvenimenti si sarebbero svolti secondo i nostri desideri senza che noi dovessimo occuparcene [...]8.

Ad approfondire la tendenza a rifluire nell'isolamento de l'art pour l'art, sopravviene la crisi delle principali organizzazioni intellettuali confrontatesi con l'engagement: sia il gruppo riunitosi attorno alla rivista «Clarté»9 che il Movimento Surrealista10 si apprestano, sul finire del secondo decennio del secolo, ad abbandonare il campo. A nulla valgono i tentativi di rinnovamento che, tra il 1927 e il 1928, i due raggruppamenti pongono in atto per superare le proprie difficoltà e contraddizioni interne; l'attività dei giovani intellettuali - giunti alla politica sull'onda del «mito dell'Ottobre» e delle concezioni artistiche «di avanguardia» che alla Rivoluzione del '17 si ispiravano11 - non riesce a sopravvivere alla «disillusione rivoluzionaria» e ai profondi mutamenti che attraversano, a partire dalla metà degli anni Venti, il comunismo francese.

Seppure in ritardo rispetto all'evoluzione degli avvenimenti russi, la «bolscevizzazione» giunge anche in Francia12, inaugurando una gestione settaria e dogmatica - sul piano politico come anche culturale - che ricalca il parallelo irrigidimento del movimento comunista internazionale13. Mentre a Mosca la nascita della Rapp (Associazione degli Scrittori e degli Artisti Proletari)14 pone fine alla collaborazione con i compagnons de route e alla vitalità artistica del periodo post-rivoluzionario, il Partito comunista francese abbandona la linea della main tendue che aveva orientato e incoraggiato le relazioni con l'intellettualità progressista15. Il nuovo indirizzo del Pcf, pur non raggiungendo il rigore della «direzione proletaria» sovietica, si ripercuote negativamente sull'universo intellettuale, accentuando la crisi e il senso di smarrimento dei suoi esponenti: alla particolare apertura con la quale i dirigenti francesi avevano gestito la politica culturale, favorendo le «conversioni», l'avvicinamento e le simpatie di numerose personalità esterne al Partito, subentrano la chiusura e il sospetto, quando non l'indifferenza, nei confronti di tutte quelle esperienze non immediatamente riconducibili al campo comunista16.

L'esaurimento di una prima fase di militanza politica non comporta, tuttavia, il definitivo arresto del processo di ridefinizione della funzione intellettuale. Le conseguenze della «grande depressione» che colpisce, pur se tardivamente, anche la Francia17 e i segnali di involuzione autoritaria che cominciano a manifestarsi in tutta Europa a partire dai primi anni Trenta, minacciano la stessa cultura e rendono vana qualsiasi pretesa di neutralità rispetto all'agire politico. Parallelamente alla crisi dei «padri fondatori» dell'engagement, si rivelano i sintomi di una graduale ripresa di iniziativa e di progettualità. Basti pensare - per citare solo le personalità più rappresentative dell'epoca - ad André Malraux18, André Gide19 e Paul Nizan20 i cui percorsi, fino ad allora ai margini della scena, giungono a maturazione proprio all'inizio del nuovo decennio; o all'articolato dibattito che accompagna la pubblicazione de La trahison des clercs21, la requisitoria lanciata dall'anziano dreyfusardo Julien Benda sulla base del presunto «tradimento» operato dal «ceto intellettuale» nei confronti del proprio ruolo22: pur tra mille resistenze e contraddizioni, le molteplici componenti del progressismo intellettuale tornano a misurarsi sulla propria identità e le responsabilità a essa conseguenti.

Uno degli elementi che maggiormente contribuisce a riattivare il dialogo e il confronto reciproco è rappresentato dall'insieme dei luoghi «culturali» della Rive Gauche. Le librerie d'avanguardia23, i «caffé letterari», i quartieri generali delle case editrici24, i «salotti» privati nonché le imponenti Sallesdes Conférences pubbliche: prima di trovarsi accanto nei comitati antifascisti e nelle imponenti manifestazioni unitarie che accompagneranno la nascita del Rassemblement Populaire, gli intellettuali operanti a Parigi si incontrano, si conoscono e dialogano all'interno di quella che, con espressione particolarmente idonea, Jean Guéhenno ha chiamato la République des Lettres. Le riflessioni autobiografiche dei protagonisti sono piene di riferimenti agli spazi che fanno da scenario all'attività e alle battaglie dell'epoca, al fervore, all'entusiasmo e all'impegno che riprendono gradualmente a movimentarli25; ambienti «di lavoro e di svago», essi concorrono in maniera decisiva alla formazione di quella particolare mentalité Rive Gauche che, pur non possedendo certamente la coerenza e i connotati ideologici della militanza politica, costituisce il punto di partenza dell'azione e delle scelte successive.

Con i primi anni Trenta si apre, dunque, una nuova fase dell'engagement. Sullo sfondo del circuito di frequentazioni quotidiane che si snoda tra il V, il VI e il VII arrondissement della capitale, si ricostruisce il senso di una appartenenza comune, inizialmente sul piano culturale e artistico poi, inevitabilmente, su quello politico:

Eravamo perduti in un mondo la cui complessità ci soverchiava. Per orientarci in esso possedevamo soltanto degli strumenti rudimentali. Se non altro ci accanivamo ad aprirci delle strade; a ogni passo nascevano nuovi conflitti che ci spingevano avanti, verso nuove difficoltà; fu così che nel corso degli anni che seguirono ci ritrovammo trascinati ben lontano da quegli inizi26.   

2. 1932: i primi passi

Come ogni momento di transizione e di passaggio, l'inizio del nuovo decennio si configura particolarmente travagliato. Per rendere a pieno la complessità di un periodo in cui coesistono e si alternano militanze ormai datate, strettamente legate alle problematiche e al clima del primo dopoguerra, e modalità di impegno innovative, prefigurazione dell'itinerario successivo, sarebbe necessario seguire nel dettaglio il cammino di ogni singolo letterato e artista, ricostruirne la genesi, l'evoluzione e gli esiti, nonché gli intrecci e le influenze reciproche. Solo così, probabilmente, il carattere processuale e le oscillazioni che contraddistinguono le origini del percorso unitario emergerebbero con la dovuta rilevanza.

Riconquistata la pratica alla socializzazione e al dialogo, le molteplici anime della cultura progressista devono individuare possibili motivi di convergenza e di intesa: il ricco patrimonio umanistico e «di progresso» ereditato dalla Rivoluzione dell'89 e consolidatosi intorno all'affaire Dreyfus non costituisce più un riferimento univoco e indiscusso27, e la definizione di un ambito d'azione comune si pone come condizione imprescindibile alla ricomposizione delle differenze «ideologiche» e generazionali.

I primi tentativi di rassemblement si orientano sul terreno della «lotta contro la guerra». Non è casuale che la ripresa di iniziativa politica degli intellettuali coincida con il recupero di una tematica tutt'altro che sconosciuta ed estranea ai suoi protagonisti. L'opposizione alla guerra - all'origine e al centro della mobilitazione per tutti gli anni Venti - rimanda, in primo luogo, ad una più che sperimentata tradizione di impegno e di militanza. Pur rinviando a concezioni profondamente diverse tra loro, quando non in aperta contraddizione - basti pensare alla distanza che intercorre tra il «pacifismo assoluto» degli obiettori di coscienza e la «guerra alla guerra imperialista» dei «rivoluzionari» - la parola d'ordine in questione è condivisa, inoltre, da un ampio schieramento della cultura orientata a sinistra: quale migliore occasione per superare la diffidenza nei confronti di qualsiasi attività esterna alla sfera strettamente culturale e per riconquistare dimestichezza con le peculiarità dell'agire politico?

Un'importante iniziativa in questo senso nasce e prende corpo - nella primavera del 1932 - contro i «pericoli di guerra provenienti dall'Estremo Oriente»; ci riferiamo al Congresso mondiale contro la guerra, noto più comunemente come il Congresso di Amsterdam dal nome della città che, nell'agosto dello stesso anno, ne ospitò i lavori.

È ormai noto come la manifestazione - convocata all'insegna dell'azione unitaria28 in un periodo di forte tensione nelle relazioni a sinistra29 - venne accolta favorevolmente negli ambienti intellettuali francesi e internazionali, mentre - nonostante l'apertura e la cautela del tono utilizzato dai promotori30 - fu guardata con sospetto e diffidenza da socialisti e comunisti. Se il Partito comunista francese, dietro le pressioni e le direttive del Comintern31, trasformò le riserve iniziali in un appoggio sostanziale32, l'Internazionale Socialista e la Sfio persistettero nell'atteggiamento di rifiuto e di dissenso, subordinando la propria partecipazione alla stipulazione di un accordo preventivo in grado di garantire una rappresentanza proporzionale di tutti i partiti della sinistra; falliti i tentativi di mediazione di Henri Barbusse e Romain Rolland33, il Bureau dell'Ios e la Commissione amministrativa permanente del Partito socialista francese formularono un vero e proprio divieto ai propri militanti per la partecipazione ad Amsterdam, pena sanzioni amministrative e disciplinari34 regolarmente applicate nei confronti dei 300 esponenti socialisti che, a titolo personale e trasgredendo le direttive centrali, presero parte ai lavori35. Sono conosciute, inoltre, le ripercussioni che ebbero sull'andamento del dibattito il mancato raggiungimento di un'intesa tra le due Internazionali operaie e la conseguente assenza, sul piano ufficiale, delle organizzazioni socialiste. Malgrado i ripetuti appelli all'unità e alla ricomposizione dei conflitti a sinistra contenuti negli interventi di Henri Barbusse36, l'attacco ai vertici socialisti costituì il filo conduttore degli interventi di parte comunista: eccezion fatta per il discorso del dirigente del Soccorso Operaio Internazionale Willi Münzenberg - teso a rilanciare l'importanza della mobilitazione di massa e la necessità di allargarne ulteriormente le basi37- la tattica del «fronte unico esclusivamente dal basso» venne ribadita in tutta la sua rigidità, con una terminologia ricalcante il formulario del «socialfascismo»38.

Per le profonde relazioni intrattenute con le vicende dell'unità a sinistra, il Congresso è stato oggetto di dettagliate e puntuali ricostruzioni, nonché di molteplici e controverse interpretazioni. Il ruolo svolto dalle due Internazionali e i problemi connessi ai loro reciproci rapporti hanno costituito tuttavia il tema centrale - se non unico - delle valutazioni storiografiche: mentre la letteratura di area socialista ha incluso la manifestazione tra gli «spiacevoli incidenti» dovuti al settarismo e alla chiusura della linea politica del Comintern, la critica comunista ha inserito a pieno titolo l'iniziativa tra i diretti antecedenti del Rassemblement Populaire, rivendicandone la paternità e amplificandone il successo39.

Privilegiando i contrasti tra le due principali componenti del movimento operaio la storiografia della guerra fredda ha ostacolato, in primo luogo, una reale comprensione dell'aspetto principale di originalità della manifestazione: l'idea di una mobilitazione internazionale contro i pericoli di guerra provenne dall'ambiente intellettuale francese e non da una organizzazione politica. La più che decennale militanza di Henri Barbusse e Romain Rolland nelle associazioni e nelle strutture gravitanti intorno al Pcf40, non autorizza a ridurre la loro attività alla politica ufficiale del Partito: nonostante il tentativo dei vertici comunisti di presentare l'iniziativa come perfettamente in linea con la propria posizione41, l'indirizzo unitario dei due scrittori ne superò le restrizioni e le limitazioni, come dimostrano i ripetuti richiami all'ordine che ad essi vennero rivolti sugli organi di stampa dell'Internazionale Comunista per la gestione «eccessivamente aperta» del Congresso42. L'adesione ad Amsterdam di numerosi rappresentanti della cultura progressista europea e d'oltreoceano, dalla provenienza politica eterogenea e molteplice43, l'articolazione delle posizioni espresse nel corso dei lavori44 e le «differenze ideologiche e politiche» sottese al Manifesto programmatico redatto al termine delle sedute - all'interno del quale, accanto alla denuncia del pacifismo e alle parole d'ordine della «lotta contro la guerra» e della «difesa dell'Unione Sovietica», si ritrovano espliciti inviti all'unità e alla collaborazione a sinistra45 - testimoniano, in secondo luogo, l'unilateralità delle accuse di sudditanza ai dettami del Comintern indirizzate dagli organismi dirigenti socialisti nei confronti dell'iniziativa. Se la partecipazione comunista risultò effettivamente preponderante e influì notevolmente sul corso dell'incontro, la mobilitazione intellettuale verificatasi in concomitanza del suo svolgimento rappresentò un'esigenza autonoma dei settori più coscienti e consapevoli della cultura europea, esortati alla lotta dai pericoli di guerra e dai segnali di involuzione autoritaria a essi collegati.

La presenza, tra gli ideatori e i promotori di Amsterdam, del dirigente del Soccorso Operaio Internazionale Willi Münzenberg, contribuisce, infine, a spiegare e contestualizzare la disponibilità e l'apertura con le quali, nel corso dell'iniziativa, venne impostato il rapporto con gli esponenti della cultura progressista e democratica. Convinto assertore della necessità di costituire attorno alla causa del comunismo una vasta rete di solidarietà e di collaborazione, capace di superare i limiti dell'appartenenza politica e gli angusti steccati partitici, Münzenberg intravide nel Congresso un'occasione per approfondire l'attività di sensibilizzazione e di propaganda da lui sperimentata tra gli intellettuali europei e internazionali fin dal primo dopoguerra: ottenuto l'assenso dei vertici del Comintern, concordi in merito all'opportunità di sponsorizzare una manifestazione tramite la quale ampliare le basi di massa dei partiti comunisti ed estendere la loro influenza alle «classi medie», egli si impegnò a fondo nella sua realizzazione, operando ben oltre la tattica del «fronte unico» e concorrendo in modo sostanziale - la maggior parte degli scienziati, dei letterati e degli artisti che gravitano attorno ad Amsterdam hanno preso parte, nel corso degli anni Venti, alle campagne ideate e condotte dal Soccorso Operaio46 - alla creazione dell'ampio consenso che si produsse intorno a esso.

Tale consenso non può essere considerato, di conseguenza, come una prefigurazione della convergenza che si verificherà, nel vivo della lotta antifascista, tra il movimento comunista e vasti settori della cultura progressista e democratica; frutto dell'iniziativa personale e delle particolari capacità organizzative di Willi Münzenberg, esso non corrispose a un effettivo cambiamento nella linea politica dell'Ic.

Se, sul piano delle relazioni a sinistra, la manifestazione di Amsterdam non portò a un miglioramento dei rapporti tra le due principali organizzazioni del movimento operaio, né a una modificazione dei rispettivi orientamenti in merito alla politica delle alleanze - rivelandosi, al contrario, motivo di ulteriori tensioni e accuse reciproche - per quel che riguarda il Rassemblement de la culture il Congresso rappresenta una fase di passaggio e di transizione verso le nuove modalità che l'impegno assumerà negli anni successivi all'avvento del nazismo, ma non ancora il loro effettivo compimento; non solo per le clamorose «assenze» che lo caratterizzarono - colpisce la mancanza, tra le adesioni, dei giovani compagnons de route che solo qualche mese dopo parteciperanno attivamente alle campagne promosse dall'emigrazione tedesca - ma anche per l'eccessiva subordinazione con cui vennero impostate e vissute le relazioni con le organizzazioni della sinistra. Il suo andamento, pesantemente influenzato dagli «incidenti» e dalle polemiche politiche, testimonia le difficoltà con cui si fece strada, tra gli intellettuali, la capacità di gestire il proprio percorso di mobilitazione indipendentemente dai partiti e dai condizionamenti imposti dai loro reciproci rapporti.

2.1. La politica di «fronte unico»: il «Movimento di Amsterdam»

Le oscillazioni del Congresso si riflettono sul raggruppamento che ad Amsterdam sottoscrive il proprio atto di nascita: il Movimento contro la guerra imperialista, sorto sulla base dei comitati fondati nella primavera del '32 per gestire l'opera di pubblicizzazione e di propaganda della manifestazione, ne eredita la popolarità e il successo ma, al tempo stesso, le contraddizioni e i limiti.

La natura e le finalità della nuova organizzazione, articolata per circoli locali e nazionali facenti capo a una struttura internazionale, il Comité mondial de lutte contre la guerre imperialiste47, sono definite dal suo principale animatore, Henri Barbusse, con estrema chiarezza:

È necessario utilizzare il termine «movimento», perché noi non siamo né un'associazione, né una lega, né in alcun modo un'organizzazione somigliante a un partito [...] A grandi linee, il compito del Comité mondial, oltre alla divulgazione dei documenti del Congresso, la documentazione e l'organizzazione delle campagne stampa o delle riunioni pubbliche sugli armamenti capitalisti, i crimini dell'imperialismo, del colonialismo e del fascismo, consiste nel reclutamento sempre più numeroso di aderenti secondo la formula del fronte unico, su di un programma anti-militarista fermamente socialista48.

La particolare attenzione impiegata dallo scrittore nel sottolineare l'autonomia del Movimento, sia sul piano organizzativo che su quello dell'impostazione politica, e la sua apertura «a tutti coloro che sono disposti ad unirsi al proletariato nella lotta contro la guerra imperialista» testimonia come, fin dalle origini, le relazioni con il Partito comunista si presentino problematiche e controverse. L'interpretazione attribuita da Barbusse al «fronte unico» appare, fino alla metà del 1933, più articolata di quella che contraddistingue le prese di posizione ufficiali dei dirigenti comunisti. Se comune è l'obiettivo di promuovere un raggruppamento di intellettuali sulla base di parole d'ordine inequivocabilmente riconducibili al patrimonio del movimento comunista - la «lotta contro la guerra imperialista» e la «difesa dell'URSS» sono proclamate, nel periodo compreso tra l'XI (25 marzo-13 aprile 1931) e il XII plenum (27 agosto-15 settembre 1932) dell'Ic49, priorità politiche del momento - divergenti sono le modalità previste per la sua attuazione: mentre il Pcf si attesta su un'accezione estremamente rigida ed «esclusivamente dal basso» della tattica di «fronte unico», Barbusse, supportato da una profonda conoscenza degli ambienti intellettuali e della difficoltà a schierarsi politicamente che caratterizza buona parte dei loro esponenti, propende per una maggiore cautela e una differenziazione - per lo meno sul piano formale - dal Partito.

Gli sforzi compiuti da Barbusse per valorizzare l'eredità del Congresso di Amsterdam e trasformare il Movimento in un punto di riferimento più ampio, non impediscono tuttavia al Pcf di esercitare una profonda egemonia su di esso:

Non pretendiamo e non pretenderemo mai dagli aderenti al Movimento di Amsterdam che la pensino come noi, comunisti, sulla totalità dei problemi che attualmente discendono dal pericolo di guerra. Non imporremo ciò come condizione per l'adesione ai Comitati di Amsterdam. Ma non accetteremo mai che si falsi la nostra opinione o che ci si obblighi a nasconderla di fronte alle masse,

affermerà Maurice Thorez nel febbraio del 193350, rivendicando il ruolo centrale svolto dai comunisti all'interno dell'organizzazione e la legittimità di una loro presenza visibile e distinta. Rapportandosi ad essa come al banco di prova della propria politica di «fronte unico», il Partito Comunista ne limita il raggio d'azione e d'influenza; non solo per l'atteggiamento di chiusura dimostrato nei confronti della socialdemocrazia, che si ripercuoterà negativamente sulla composizione politica dei Comitati di Amsterdam51, ma anche per le pesanti critiche rivolte al pacifismo «puro» e agli «obiettori di coscienza», che allontaneranno numerosi esponenti della cultura francese ed internazionale, la cui adesione al Congresso e alla mobilitazione susseguente era avvenuta sulla base di una interpretazione più ampia della parola d'ordine della «lotta contro la guerra»52.

L'attitudine dei vertici comunisti nei riguardi di Amsterdam non si presenterà, tuttavia, in modo lineare e costante nel tempo. Parallelamente al progredire, all'interno del Partito, della linea di collaborazione a sinistra che porterà al Rassemblement del '35, si assisterà ad un progressivo distacco dal Movimento, posto sotto accusa per il ritardo e i deboli risultati conseguiti sul terreno dell'azione concreta.

Organizzazione del fronte unico, il Movimento di Amsterdam non sarà in grado, se non parzialmente e con difficoltà, di riconvertire la propria attività alla situazione radicalmente nuova venutasi a creare a seguito dell'ascesa al potere di Hitler. Malgrado le ambizioni internazionali delle dichiarazioni programmatiche e l'imponenza dell'apparato organizzativo53, la struttura subirà un notevole ridimensionamento parallelamente all'affievolirsi del clima di entusiasmo generato dal Congresso. Lo spazio lasciato libero dalla sua crisi verrà gradualmente occupato dal nuovo organismo di area comunista deputato alla gestione dei rapporti con gli ambienti intellettuali, l'Association des Ecrivains et des Artistes Révolutionnaires.

2.2. Le giustificazioni teoriche del 'rassemblement': l'«Association des Ecrivains et des Artistes Révolutionnaires»

Il 2 settembre del 1932 il Movimento di Amsterdam e il Soccorso Operaio Internazionale promuovono, presso la Salle Bullier, un meeting per pubblicizzare e diffondere i lavori del Congresso contro la guerra54. Non è casuale che proprio nel corso di una iniziativa convocata per rilanciare e approfondire la mobilitazione unitaria compia una delle sue prime apparizioni pubbliche l'Association des Ecrivains et des Artistes Révolutionnaires (Aear), fondata da alcuni scrittori comunisti e simpatizzanti nel marzo del 193255 con lo scopo di lavorare alla costruzione di un «fronte di intellettuali» sulla parola d'ordine della «lotta ideologica contro la guerra e il fascismo»: il nuovo raggruppamento svolgerà un ruolo fondamentale all'interno del Rassemblement de la culture, sul piano dell'elaborazione teorica - contribuendo a definire i fondamenti dottrinali della politica unitaria - come anche su quello organizzativo, raccogliendo le adesioni non solo delle personalità vicine al Pcf e al campo comunista, ma anche dei compagnons de route, degli intellettuali che l'evoluzione degli avvenimenti sospingerà sul terreno dell'antifascismo e della militanza «in difesa della cultura».

Per comprendere a pieno l'evoluzione e il ruolo dell'Association, sezione francese di una organizzazione internazionale facente capo a Mosca, l'Union Internationale des Ecrivains Révolutionnaires (Uier), è necessario riferirsi, seppur brevemente, ai mutamenti che attraversano nei primi anni Trenta la vita intellettuale dell'Unione Sovietica. Nella primavera del 1932 il processo di ridimensionamento della «direzione proletaria», avviatosi durante la Conferenza degli Scrittori Rivoluzionari (Charkov, novembre 1930)56, può dirsi un fatto compiuto. La rigida separazione tra scrittori «proletari» e scrittori «rivoluzionari», la marginalizzazione di questi ultimi e la loro sistematica esclusione dal dibattito culturale e da qualsiasi istanza decisionale e organizzativa, la paralisi - in sintesi - che aveva caratterizzato le lettere e le arti sovietiche nella seconda metà degli anni Venti, sembrano cedere il posto al rinnovamento: lo scioglimento della Rapp e la fondazione dell'Union des Ecrivains Soviétiques, organizzazione incaricata di riunificare, al di là delle distinzioni di scuola e di appartenenza, gli scrittori disposti alla collaborazione con il regime sovietico, sanciscono l'adozione di una linea all'insegna del recupero dei rapporti con i compagnons de route e della rivitalizzazione della creazione artistica. La svolta non comporterà, in realtà, le novità prospettate. Essa corrisponde, di contro, alla esigenza di un maggior controllo sulla vita intellettuale del paese: avocando a sé la direzione culturale e il compito di garanzia e di censura degli orientamenti letterari e artistici ed eliminando la pur «fedele» intermediazione degli scrittori e degli artisti «proletari», il Partito comunista prepara e introduce la cristallizzazione dello zdanovismo57.

Se internamente all'Urss la nuova politica si risolve in una ulteriore mortificazione della produzione e del dibattito culturale, le sue ripercussioni sul contesto francese assumono tuttavia ben altro segno e rilevanza: non solo perché la sua affermazione coincide realmente, per il Partito comunista francese - alla cui guida è stato designato, nel marzo del '32, Maurice Thorez58 - con la ripresa e l'approfondimento del dialogo e della collaborazione con l'intellettualità progressista, ma anche in quanto le sue implicazioni teoriche contribuiscono, in Occidente, alla realizzazione di una inedita relazione con l'anima «sana» e democratica della tradizione borghese che prefigura e anticipa, sul piano culturale, le coordinate della politica unitaria del Fronte popolare. L'inizio del decennio si configura, di conseguenza, come un momento di passaggio estremamente complesso e problematico. L'appello ai compagnons de route e l'orientamento culturale a esso legato danno luogo ad esiti differenti e apparentemente contraddittori: da un lato, la loro applicazione in Unione Sovietica, funzionale al rafforzamento della leadership staliniana e all'azzeramento di qualsiasi voce dissidente; dall'altro, le potenziali novità che vengono a configurarsi per la politica dei partiti comunisti occidentali ufficialmente «autorizzati», in campo culturale, a promuovere il dialogo e la collaborazione con gli scrittori e gli artisti «simpatizzanti».

La storia dell'Aear è interamente compresa nella progressiva emancipazione dalla tattica del «fronte unico dal basso» e nella conseguente inaugurazione di una politica di rassemblement dalle basi ampie e non limitate dall'appartenenza politica. Fin dalla sua fondazione, l'Association, indirizzandosi a «tutti quegli scrittori e artisti non conformisti che intendono lottare a fianco del proletariato»59 si propone come struttura autonoma e indipendente dalla linea di partito: pur proclamando e rivendicando la propria ispirazione marxista, i suoi organizzatori non faranno mai dell'adesione al campo comunista una condizione per l'ammissione e il lavoro comune. Essi si impegnano, di contro, nella diffusione della dottrina comunista sul territorio francese60 e nella valorizzazione delle posizioni «sentimentali» che caratterizzano l'atteggiamento di numerosi esponenti della cultura progressista e democratica:

Noi vogliamo, fraternamente [...] aiutare tutti coloro che, nell'esercitare la professione di scrittori, hanno coscienza del ruolo storico della classe operaia, a considerare tale classe come la loro, a lavorare per lei e al suo fianco [...],

scriverà Louis Aragon a conclusione dell'inchiesta Pour qui ecrivez-vous?61, condotta negli ambienti intellettuali non omologati e orientati a sinistra per incoraggiarne e stimolarne la collaborazione e la mobilitazione. Se nel primo anno di vita l'organizzazione risulta parzialmente subordinata all'Uier e alle direttive di affiancare alla conquista degli «intellettuali borghesi» la critica delle «ideologie democratiche e socialdemocratiche», essa si emancipa gradualmente dalla tutela sovietica62: le dichiarazioni in merito alla necessità di «un'arte impegnata ma non partigiana», il rifiuto dell'ortodossia nell'arte e nella letteratura, la distinzione teorica tra «arte proletaria» e «arte rivoluzionaria» e la particolare sensibilità dimostrata dalla rivista «Commune» nei confronti della cultura «borghese democratica», testimoniano come l'orientamento unitario che sottende all'attività dell'Aear superi di gran lunga la strategia ufficiale dell'Internazionale Comunista e anticipi orientamenti e modalità di intervento divenuti solo in seguito elementi costitutivi della politica comunista.

Come dimostra la crescita delle adesioni che si verificherà tra il '33 e il '34 e il diversificarsi, al loro interno, delle provenienze politiche63, l'Association svolgerà un ruolo importante di guida e di coordinamento all'interno del movimento degli intellettuali antifascisti, sopravanzando l'impostazione del Movimento contro la guerra e sostituendosi gradualmente ad esso nella gestione della linea culturale del Pcf. Il banco di prova, per entrambi i raggruppamenti, sarà rappresentato dalle campagne indette dall'emigrazione tedesca nel corso del 1933: durante il loro svolgimento, la mobilitazione subirà tanti e tali mutamenti da decretare l'apertura di una nuova fase politica, decisamente orientata all'unità e alla collaborazione a sinistra.

3. 1933: le temps du mépris

Il 1933 rappresenta, per il percorso di mobilitazione della cultura, un anno estremamente significativo.

A partire dal periodo immediatamente successivo l'avvento al potere di Hitler si registra, innanzitutto, un notevole incremento quantitativo dell'engagement. A fronte del pericolo rappresentato dal nazismo si assiste ad un approfondimento e ad una accelerazione del processo di politicizzazione: basta analizzare le liste dei partecipanti alle molteplici iniziative che impegneranno gli intellettuali operanti a Parigi per rilevare come il moltiplicarsi delle militanze politiche rappresenti un dato strutturale e non la sommatoria di circostanze distinte e senza alcuna relazione tra loro. Accanto alla generazione dei «padri fondatori» e agli intellettuali «comunisti», cominciano a mobilitarsi personalità nuove all'impegno: è il caso dei giovani scrittori rimasti estranei all'impostazione e alle parole d'ordine del Congresso di Amsterdam o, per passare dal dato anagrafico a quello della provenienza ideologica, di quei settori del progressismo che, dinanzi al radicalizzarsi dello scontro e in nome dell'opposizione al fascismo, supereranno la propria esitazione a schierarsi politicamente.

La consapevolezza di dover combattere contro il medesimo nemico, di fronte alla cui pericolosità le differenze tendono a ridimensionarsi e a scomparire, non impedisce tuttavia al processo di rassemblement di assumere un andamento tutt'altro che lineare, anche e soprattutto dinnanzi all'immobilismo delle forze politiche: la rigidità che torna a caratterizzare, dopo la breve parentesi del febbraio-marzo, le relazioni a sinistra - sul piano internazionale64 come anche francese65 - costituisce un ostacolo non indifferente alla collaborazione e si configura come una pesante ipoteca nei confronti di qualsiasi iniziativa unitaria. Alle difficoltà conseguenti l'indisponibilità dei principali partiti del movimento operaio ad affrontare il problema delle alleanze, si sommano le resistenze e il ritardo con cui si fa strada, al loro interno, una linea politica improntata alla valorizzazione della predisposizione alla mobilitazione manifestata dagli intellettuali. Un ruolo determinante svolgerà, in tal senso, il principale animatore degli esuli tedeschi stabilitisi nella capitale francese, Willi Münzenberg: egli si dimostrerà non solo uno dei pochi dirigenti politici in grado di interloquire e interagire con le modalità di impegno proprie del mondo della cultura, ma anche un convinto precursore di quell'unità a sinistra necessaria a sconfiggere la minaccia fascista.

Parigi non è certamente estranea alle frequentazioni internazionali. La comunità che compie il suo ingresso in Francia all'inizio del 1933 non può essere, tuttavia, paragonata alle altre presenze straniere: i tedeschi sono degli esuli e dei rifugiati, emigrati dalla Germania a seguito dell'avvento al potere di Hitler e dell'inizio delle persecuzioni razziali e politiche.

Nel corso del primo anno di dominazione nazista ben 53.000 cittadini tedeschi abbandonano il Reich; tra di loro si contano migliaia di intellettuali66 che intraprendono la via dell'esilio per ragioni differenti e complesse. Se per alcuni si tratta di una decisione obbligata e senza alternative, per altri è il frutto di una scelta meditata e volontaria: accanto agli ebrei e agli intellettuali «impegnati», costretti a precipitarsi oltrefrontiera per evitare gli arresti e i campi di prigionia, vi sono personalità che, pur non immediatamente minacciate dal regime, decidono la fuga come male minore rispetto all'oscurantismo e all'asservimento imposti dal nazionalsocialismo, come estremo atto di ribellione nei confronti di un futuro incerto e minaccioso67.

A lungo sottovalutata o considerata come episodio marginale, quando non privata di qualsiasi peso e significato politico, l'emigrazione intellettuale rappresenta, in realtà, una delle forze più attive e in fermento della Resistenza tedesca68. La battaglia culturale in nome della tradizione democratica e liberale, il dibattito sulla «funzione civile» della letteratura e dell'arte, le molteplici campagne e iniziative di solidarietà antifascista di cui gli emigranti si fanno promotori, contribuiscono non solo all'opera di controinformazione e di denuncia del regime nazista ma, anche e soprattutto, a mantenere viva un'alternativa alla barbarie del Terzo Reich69. L'esiliato, come ebbe a rivendicare Brecht fin dal 1937, attende il «giorno del ritorno»,

qualsiasi minimo cambiamento / oltre il confine spiando, ogni nuovo venuto / febbrilmente interrogando, nulla dimenticando e a nulla rinunciando / e neanche perdonando nulla di quello che è successo, nulla perdonando70.

La maggior parte degli intellettuali tedeschi, del resto, sceglie di stabilire la propria residenza a Parigi non solo per motivazioni di ordine pratico71. La capitale francese, vero e proprio centro dell'emigrazione politica in Europa fin dai primi anni Venti, si rivela uno dei luoghi più idonei per riconquistare la visibilità e gli strumenti di intervento negati, in patria, dalla dittatura nazista72: se la particolare disponibilità dimostrata dai governi radical-socialisti nel regolamentare e tutelare la presenza dei cittadini espatriati dal Reich rappresenta una garanzia convincente a fronte dei pericoli e della precarietà legati alle sorti dell'esilio, la vitalità e l'impegno dimostrati dall'intellettualità progressista a ridosso del Congresso di Amsterdam sembrano offrire concrete possibilità di intesa e collaborazione73.

Parigi sta diventando la città degli emigrati. Ne arrivano a centinaia ogni giorno. La capitale si configura come un vero e proprio punto di incontro internazionale [...]74

commenta Willi Münzenberg, giunto a Parigi nei primi mesi del '33 con l'incarico - ricevuto dall'Internazionale Comunista - di guidare l'attività degli intellettuali in esilio. La profonda conoscenza degli ambienti intellettuali e le capacità organizzative e propagandistiche accumulate nel corso di un decennio di lavoro alla guida del Soi, consentono al dirigente tedesco di intuire prontamente le potenzialità prospettate dalla situazione francese: l'ampio respiro e la spregiudicatezza che contraddistinguono il suo atteggiamento in merito al problema delle alleanze ne fanno l'uomo di punta dello schieramento antifascista ed uno dei principali sostenitori del rinnovamento della politica comunista75.

Al suo arrivo in Francia Münzenberg si adopera, in primo luogo, per ricostruire almeno parzialmente quella rete di strutture e di collegamenti che ha dovuto abbandonare precipitosamente in Germania. Se non è certo pensabile di ricreare per intero la potente macchina del Soccorso Operaio Internazionale, dotare l'emigrazione di una base operativa funzionale e autonoma costituisce una necessità non procrastinabile: la cultura tedesca, al pari di quella francese, si presenta come un insieme di componenti profondamente diverse la cui cooperazione, tutt'altro che scontata, va motivata e incoraggiata. Il Comité d'aide aux victimes du fascisme hitlérien e la Societé allemande des gents des lettres rappresenteranno il punto di riferimento per le molteplici anime dell'emigrazione intellettuale. Presiedute, secondo la «tattica Münzenberg», da prestigiose personalità della cultura europea ed internazionale non direttamente riconducibili al campo comunista e animate, in realtà, dal dirigente tedesco e dalla cerchia dei suoi più stretti collaboratori, le due organizzazioni svolgono un ruolo fondamentale nell'ideazione e nella conduzione delle campagne di solidarietà con le vittime del nazismo, nonché delle molteplici iniziative «in difesa della cultura» che a queste si affiancheranno: la promozione della produzione culturale tedesca all'estero76; la conservazione e la riedizione dei libri «proibiti» dal Reich77; la raccolta di documenti e di materiale proveniente dalla Germania per contribuire all'opera di chiarificazione sulla barbarie nazista78; la partecipazione attiva ai congressi ed alle conferenze antifasciste sono solo alcune delle attività che impegneranno le strutture dell'emigrazione nel periodo compreso tra l'avvento al potere di Hitler e lo scoppio della seconda guerra mondiale.

Le iniziative dell'emigrazione non tardano ad incrociarsi con quelle dell'intellettualità progressista francese. Per rappresentare una valida risposta al nazismo, la mobilitazione antifascista deve superare non solo gli steccati dell'appartenenza partitica ma anche le barriere e i confini nazionali: tra gli obiettivi dichiarati delle campagne che gli intellettuali tedeschi si apprestano a lanciare dall'esilio, vi è quello di suscitare un ampio consenso internazionale, a partire dal coinvolgimento delle associazioni francesi.

3.1. La Campagna per la liberazione di Dimitrov e le vittime della dittatura nazista: il «Libro Bruno sull'incendio del Reichstag e il terrore hitleriano» e il «Controprocesso di Londra»

Arrivai a Parigi nel bel mezzo del processo per l'incendio del Reichstag, che teneva l'Europa come sotto un incantesimo. [...] divenni così un partecipante minore della grande battaglia di propaganda tra Berlino e Mosca. Essa si concluse con la totale disfatta dei nazisti: la sola disfatta che infliggemmo loro nei sette anni precedenti la guerra79.

Così Arthur Koestler, testimone e protagonista diretto delle manifestazioni antifasciste organizzate dall'emigrazione tedesca nel '33 e nel '34, ricorda il successo della campagna per la liberazione di Dimitrov, nonché la straordinaria partecipazione che ne caratterizzò lo svolgimento.

Concepita quale risposta diretta agli avvenimenti seguiti, in Germania, all'incendio del Reichstag, la campagna si configura in realtà come una delle prime azioni di condanna complessiva della dittatura nazista. I suoi promotori, affiancando all'obiettivo immediato - l'invalidazione del procedimento giudiziario intentato agli esponenti comunisti Dimitrov, Torgler, Tanev e Popov, accusati di essere gli esecutori materiali dell'attentato80 - una puntuale opera di controinformazione e di denuncia dei crimini compiuti dai nazionalsocialisti fin dai primi mesi del loro avvento al potere, intendono sottolineare la minacciosa impronta terroristica connaturata al nuovo regime:

Non è stata affatto la propaganda hitleriana a scoprire la menzogna come arma della lotta politica. L'astuzia e la menzogna, l'intrigo e le manovre hanno avuto la loro importanza in ogni epoca della storia [...]. Neppure la falsificazione e lo sfruttamento per scopi politici di presunti crimini o attentati è una scoperta della propaganda hitleriana. Ma l'elemento nuovo inventato da essa è la terribile dimensione di una menzogna in rapporto ad un crimine politico [...] e l'organizzazione del crimine stesso per creare in tal modo lo spunto di una campagna propagandistica [...],

affermerà Willi Münzenberg nelle riflessioni pubblicate durante l'esilio81. Collegare la lotta per la liberazione del dirigente bulgaro, responsabile dell'Ufficio per l'Europa Occidentale del Comintern, ad una più generale battaglia contro i suoi carcerieri: questo lo spirito con il quale Münzenberg e gli esuli tedeschi impostano la campagna Dimitrov, adoperandosi per suscitare attorno al leader comunista la solidarietà e l'impegno di un ampio schieramento antifascista svincolato dalle appartenenze partitiche e dalle resistenze che, malgrado la nomina di Hitler a cancelliere del Reich, le due Internazionali operaie continuano ad esprimere nei confronti della collaborazione unitaria.

Quando, nell'agosto del 1933, viene dato alle stampe il Libro bruno sull'incendio del Reichstag e il terrore hitleriano82, gli autori insistono proprio sul carattere collettivo e unitario dell'opera di documentazione e di redazione dispiegatasi attorno alla stesura del volume:

Questo libro è nato così: come lavoro collettivo di antifascisti, come lavoro collettivo di uomini che combattono all'interno e all'esterno della Germania, uniti nell'idea di operare per rovesciare il fascismo hitleriano e per una Germania socialista,

recita l'anonima introduzione con cui il testo si apre. Frutto del lavoro congiunto degli intellettuali tedeschi e francesi, l'atto di apertura della campagna Dimitrov costituisce una delle prime occasioni della collaborazione e dell'impegno della cultura sul terreno dell'antifascismo; impegno non più subordinato, come in occasione del Congresso di Amsterdam, alle istanze partitiche e ai loro reciproci rapporti, bensì autonomo e precursore delle alleanze politiche. Ad un incremento quantitativo della presenza intellettuale - alla campagna partecipano, oltre alla quasi totalità dei tedeschi esiliati a Parigi, pressoché tutte le organizzazioni e le associazioni francesi, nonché numerosi compagnons de route che compiono proprio in occasione del suo svolgimento il loro ingresso sulla scena83 - si accompagna un approfondimento qualitativo della mobilitazione e delle sue parole d'ordine: operando per «la difesa della cultura», che significa anche e soprattutto difesa del patrimonio progressista e democratico contro la barbarie e l'oscurantismo nazionalsocialista, gli intellettuali rivendicano con forza una funzione di vigilanza e di responsabilità antifascista direttamente connessa al proprio status e alla propria sfera d'azione. Il Libro Bruno, oltre a cercare di ricostruire la «vera storia dell'incendio del Reichstag», contiene un esauriente rapporto sulla metodologia e gli strumenti del «terrore hitleriano»: per la prima volta dall'ascesa al potere della dittatura, viene pubblicizzata l'esistenza dei campi di concentramento, fornendo notizie certe sulla persecuzione applicata nei confronti degli ebrei e degli esponenti delle opposizioni politiche. Spazio rilevante è dato, inoltre, alla denuncia della censura letteraria e artistica inaugurata in Germania con il rogo dei «libri all'indice»: le testimonianze dei perseguitati e il materiale informativo allegato contribuiscono a rompere la cortina di silenzio che circonda il Terzo Reich e i suoi crimini.

Ampiamente preparato dalla diffusione e dal successo del Libro Bruno, il secondo atto della campagna si articola sul piano strettamente giuridico.

Al fine di rovesciare l'impianto accusatorio del regime nazista e di vigilare sul corretto svolgimento del processo intentato a Dimitrov e fissato, dopo innumerevoli spostamenti, a Lipsia per il 21 settembre, viene decisa l'organizzazione di un Controprocesso (Londra, 14-19 settembre) il cui verdetto, anticipando quello ufficiale, sia in grado di condizionarne gli esiti e di allertare l'opinione pubblica internazionale sulle sorti del dirigente bulgaro e degli altri imputati. Mentre Dimitrov, nel chiuso delle carceri speciali naziste, lavora incessantemente alla propria autodifesa84 - che diverrà il simbolo della lotta antifascista e dello spirito di sacrificio che animò, al suo interno, i combattenti comunisti - giuristi di fama internazionale danno vita ad una Commissione di inchiesta incaricata della preparazione dell'incontro di Londra:

Non esiste alcuna connessione tra il Partito comunista e l'incendio del Reichstag. [...] Vi sono invece serie prove che l'incendio del massiccio edificio del Reichstag sia stato appiccato con la partecipazione diretta di Göring [...] risulta seriamente che il Reichstag è stato incendiato da autorevoli esponenti del partito nazionalsocialista o quanto meno su suo ordine. La commissione è dell'avviso che qualsiasi istituzione giudiziaria non potrà non indagare su queste conclusioni [...]

stabilisce la sentenza emessa al termine dei lavori85, esprimendosi per una assoluzione degli imputati di Lipsia e capovolgendo le accuse sui vertici nazionalsocialisti. Dopo un lungo e tortuoso iter giudiziario86, gli stessi giudici del Reich saranno costretti ad ammettere l'innocenza di Dimitrov e compagni: il regime nazista non potrà evitare la loro liberazione, pur posticipandola fino al febbraio del '34 e tentando in ogni modo di diminuirne l'alto valore simbolico.

Ad aumentare e amplificare il successo della campagna, concorrono i numerosi meeting in solidarietà dei prigionieri promossi in Francia dal Comité d'aide87. Nel corso del loro svolgimento esponenti comunisti e socialisti parleranno, per la prima volta, dal medesimo palco: se i rapporti ufficiali tra i due partiti non registrano alcun miglioramento, la mobilitazione guidata da Münzenberg e animata dagli intellettuali francesi e tedeschi assolve ad un ruolo decisivo nel graduale riavvicinamento delle sinistre.

3.2. Il «Congresso Operaio Antifascista Europeo», il «Movimento Amsterdam-Pleyel» e «Front Commun»

Mentre le manifestazioni coordinate da Willi Münzenberg si orientano decisamente sul terreno della collaborazione unitaria, non altrettanto è possibile affermare riguardo all'attività del Movimento contro la guerra. Parallelamente alla pubblicazione del Libro Bruno, si aprono a Parigi i lavori del Congresso operaio antifascista europeo (4-6 giugno 1933, Salle Pleyel). Indetta allo scopo di approfondire la mobilitazione iniziata ad Amsterdam e di orientarla sul terreno dell'antifascismo88, la manifestazione non riuscirà a replicarne il risultato: nel corso del suo svolgimento, i limiti e l'inadeguatezza della politica di «fronte unico» emergono in tutta la loro evidenza.

Da rilevare, in primo luogo, la preponderanza della presenza comunista. La appartenenza politica dei partecipanti all'assise, se paragonata alla composizione del Congresso di Amsterdam, si riduce vistosamente: diminuiscono non solo le adesioni dei militanti socialisti di base, ma anche quelle dei «senza partito» e dei «simpatizzanti». Sul piano della provenienza sociale, l'insuccesso è ancora più evidente: ad un incremento della presenza operaia corrisponde, infatti, un notevole ridimensionamento di quella intellettuale89. Gli intellettuali, veri e propri protagonisti di Amsterdam, vedono il proprio ruolo ulteriormente ridimensionato, in sintonia con la chiusura che, sul piano ufficiale, continua a caratterizzare l'atteggiamento del movimento comunista nei confronti della politica delle alleanze: gli attacchi ai vertici della socialdemocrazia, unitamente ad una analisi sul fascismo all'interno della quale la collaborazione con le 'classi medie' seguita a non trovare il giusto rilievo90, si ripercuotono negativamente sul Movimento contro la guerra, restringendone ulteriormente la sfera di influenza e di azione.

Ad accrescere le defezioni sopraggiunge, nel corso del Congresso, la scissione di «Front Commun».

Il raggruppamento, nato nella primavera del 1933 ad opera dell'ex-deputato radicale Gaston Bergery, di Paul Langevin, Bernard Lecâche, Georges Monnet e Roger Vitrac91, si è immediatamente proposto come obiettivo principale la creazione di una piattaforma comune da proporre ai partiti della sinistra come punto di partenza per una reale aggregazione e collaborazione nella lotta antifascista: a fronte dell'immobilismo che contraddistingue lo stato delle relazioni tra le principali organizzazioni del movimento operaio, gli animatori di «Front Commun» intendono candidarsi quale luogo di mediazione e di ricomposizione dei conflitti, sulla base di un programma che, per apertura e concretezza, sia condivisibile e sottoscrivibile da tutte le forze realmente interessate a sconfiggere il pericolo fascista. Dopo una serie di tentativi fallimentari presso i due partiti operai per sollecitare una loro adesione al programma «frontista»92, gli intellettuali del gruppo decidono di partecipare direttamente al Congresso Paris-Pleyel e di proporre, in una assise dedicata alla lotta contro il fascismo, la costituzione di un organismo unitario in grado di supplire al ritardo e alle inadeguatezze delle istanze partitiche.

Il dissenso con i conduttori della manifestazione è inevitabile. Mentre Bergery, a nome di «Front Commun», sostiene la necessità di condurre la lotta antifascista anche e soprattutto sul terreno nazionale ed in maniera tale da suscitare il consenso delle classi medie - «difesa della democrazia» e «lotta per gli obiettivi intermedi» sono le parole d'ordine del messaggio unitario del raggruppamento93 - il dirigente comunista Jacques Doriot, pur non negando l'importanza di guadagnare alla lotta antifascista i settori della borghesia direttamente minacciati dalla reazione, subordina il loro ruolo e la loro funzione alla guida e agli interessi della classe operaia accentuando, al tempo stesso, il carattere preminentemente internazionale dello scontro politico in atto.

Gli aderenti a «Front Commun» abbandonano, in conseguenza della chiusura dimostrata dagli esponenti comunisti, il Congresso, ma la presa di distanza dal Movimento di Amsterdam non favorirà un avvicinamento con i socialisti: anche nel caso di tale raggruppamento la Sfio vieta ai propri militanti la partecipazione e il coinvolgimento diretto. Pur riconoscendo il rischio di concorrere ad una ulteriore frammentazione della sinistra, i «frontisti» decidono di proseguire nel loro itinerario, riproponendo le ragioni della propria esistenza e la necessità di riformulare obiettivi e parole d'ordine della mobilitazione. Non riusciranno, tuttavia, a divenire il punto di riferimento dell'unità, né sul piano politico né su quello intellettuale: la mancanza di un seguito di massa e la «scomunica» ufficiale dei partiti ne limiteranno notevolmente l'incidenza, riducendone il contributo all'apporto teorico e all'individuazione di alcuni temi centrali della politica unitaria - l'accento posto sulla necessità di una collaborazione effettiva tra classi medie e classe operaia e sul carattere «nazionale» della lotta contro il fascismo.

La defezione di «Front Commun», pur non esercitando effetti rilevanti sul corso della mobilitazione intellettuale e non modificandone, di fatto, gli equilibri, contribuisce indirettamente ad accelerare la crisi del Movimento di Amsterdam.

Il 15 giugno viene ufficializzata, in Francia, la nascita del Movimento Amsterdam-Pleyel, quale risultato della fusione tra il Movimento contro la guerra e quello contro il fascismo istituito a conclusione dei lavori dell'assise parigina. L'unificazione dei due movimenti, duramente contestata a livello internazionale - l'iniziativa dei comunisti francesi, attuata per arginare la concorrenza di una organizzazione ancorata al quadro nazionale come «Front Commun», non raccoglie il consenso dei dirigenti europei, che vi si adegueranno solo nell'agosto del '33 - non riuscirà, tuttavia, a restituire competitività e vitalità all'organizzazione. La conduzione sempre più scopertamente filo comunista e l'incapacità di riconvertire la propria attività ai mutamenti in atto allontaneranno numerosi dei suoi aderenti, nonché alcuni tra i suoi dirigenti di maggior rilievo: nell'aprile del 1934 sarà lo stesso Münzenberg a dimettersi dal Comitato Internazionale, sottolineando la propria irriducibilità all'orientamento e all'attività di un movimento che egli stesso aveva contribuito a strutturare e a fondare.

Ma, a quella data, gli avvenimenti del febbraio francese avranno modificato ulteriormente la situazione.

4. 1934: verso l'unità d'azione

Le differenti interpretazioni sulle particolarità del «fascismo francese» e sulla effettiva natura delle Ligues degli anni Trenta94 non invalidano ciò che al senso comune dell'epoca non era certamente sfuggito: le manifestazioni di piazza del 6 febbraio '34 apportano un duro colpo alle istituzioni della Terza Repubblica, radicalizzando toni e contenuti della campagna antidemocratica e antiparlamentare orchestrata intorno all'affaire Stavisky e al malcostume del ceto governativo radical-socialista95. La Francia scopre di non essere immune dalla minaccia di una svolta reazionaria di stampo fascista; dinnanzi agli inediti pericoli che la situazione presenta, l'unità a sinistra si pone come una necessità irrimandabile, dalla cui realizzazione dipendono le sorti e il destino dell'intera nazione.

Il 12 febbraio fu per la Francia una gran data. In apparenza non accadde niente, e il giorno dopo Parigi aveva il suo solito aspetto. La manifestazione fascista del 6 febbraio aveva rovesciato il governo, mentre questa volta tutti i ministri erano rimasti al loro posto, ma fu proprio il 12 febbraio a cambiare molte cose: non la composizione del governo, ma la stessa Francia. Non so come, cessarono di colpo le supposizioni su di un nuovo assalto dei fascisti e sui loro eventuali dirigenti. Tutti capirono che la forza era nelle mani del popolo. Il 12 febbraio vi fu la prova generale di quel Fronte Popolare che avrebbe scosso la Francia due anni più tardi;

con queste parole Ilija Ehrenburg96, attento osservatore della situazione francese e assiduo frequentatore degli ambienti intellettuali della Rive Gauche - all'interno dei quali lavora, per conto del Comintern, fin dagli anni Venti - ricorda la manifestazione antifascista svoltasi, a una settimana di distanza dalla sommossa delle destre, con la partecipazione congiunta di socialisti e comunisti. Le indagini storiografiche hanno notevolmente ridimensionato il valore unitario della giornata del 12, ricostruendo le complesse dinamiche che ad essa sottendono e sottolineando come, a seguito del suo svolgimento, non si verificano sostanziali mutamenti nell'andamento «ufficiale» delle relazioni a sinistra quanto, piuttosto, un inasprimento della tensione e del tono delle vicendevoli accuse97. L'enfasi con la quale lo scrittore russo vi si riferisce possiede, tuttavia, una propria logica interna e una aderenza al clima dell'epoca molto maggiore di quanto a prima vista possa apparire: se è necessario attendere l'inizio dell'estate affinché la politica delle alleanze produca i primi risultati concreti, gli avvenimenti del febbraio concorrono in maniera decisiva alla formazione di quel vasto movimento antifascista di massa che svolgerà un ruolo determinante nella riapertura del dialogo e della collaborazione a sinistra.

Le osservazioni di Ehrenburg acquistano ulteriore validità se riferite all'evoluzione del Rassemblement de la culture: è a partire dai primi mesi del '34 che gli intellettuali assolvono pienamente alla funzione di precursori dell'unità che gli orientamenti storiografici più recenti hanno ripetutamente indicato quale specificità del Fronte popolare francese.

4.1. Il «Comité de Vigilance des Intellectuels Antifascistes»

Tra gli oltre 100.000 manifestanti che, il 12 febbraio, percorrono le strade della capitale francese per ribadire la propria opposizione al fascismo, si contano moltissimi intellettuali. Un cospicuo gruppo di scrittori, artisti e scienziati ha d'altronde annunciato la propria adesione alla mobilitazione indetta dalla Cgt fin dal 10 febbraio, con un Appel à la lutte dall'esplicito orientamento unitario:

L'unità d'azione della classe operaia non si è ancora realizzata. Deve esserlo sul campo. Facciamo appello a tutti i lavoratori, organizzati e non, decisi a sbarrare la strada al fascismo sotto la parola d'ordine: Unità d'azione. Questa unità d'azione, che i lavoratori vogliono e i Partiti si apprestano a porre all'ordine del giorno, è indispensabile realizzarla apportandovi il più ampio spirito di conciliazione che esige la gravità dell'ora. È per questo che indirizziamo un pressante appello a tutte le organizzazioni operaie per la costituzione, senza ulteriori ritardi, dell'organismo capace - ed esso solo capace - di farne una realtà e un'arma98.

Se non è certamente la prima volta che esponenti della cultura partecipano personalmente a iniziative eminentemente «politiche», il documento in questione si configura, sotto molteplici aspetti, come una novità.

Va rilevato, innanzitutto, il modo inedito con cui vi si affronta la questione dell'unità a sinistra. Mentre in passato si era cercato di superare le difficoltà inerenti lo stato delle relazioni tra socialisti e comunisti con un atteggiamento di «neutralità» ed equidistanza dalle istanze partitiche - basti ricordare, a questo proposito, la parola d'ordine au-dessus des partis del Congresso di Amsterdam e l'impiego, nella campagna Dimitrov, di personalità non immediatamente riconducibili ad una specifica appartenenza politica - gli autori dell'Appel si rivolgono direttamente alle principali organizzazioni del movimento operaio, sollecitandole a superare i reciproci contrasti e a formalizzare un'alleanza necessaria a impedire il pericolo di una svolta reazionaria dagli esiti oltremodo prevedibili.

Particolare si presenta, in secondo luogo, la composizione del comitato promotore dell'appello. Se, per quel che riguarda l'ambito della provenienza professionale, è dato di registrare una consistente presenza di personalità appartenenti al mondo scientifico e accademico, rimaste fino ad allora ai margini della militanza99, sul piano della connotazione politica colpisce la quasi totale assenza, eccezion fatta per il compagnon de route André Malraux, degli intellettuali vicini al Partito comunista e operanti nelle associazioni a esso legate. Assenza tanto più eloquente in quanto l'Appel à la lutte, lungi dal rappresentare una convergenza momentanea e occasionale, costituisce il nucleo originario dell'organizzazione intellettuale che, per importanza e seguito, si troverà a gestire e coordinare la mobilitazione antifascista in concomitanza dell'affermazione del Rassemblement Populaire: il Comité de Vigilance des Intellectuels Antifascistes (Cvia).

La nascita del Cvia, ampiamente documentata dalle indagini storiografiche sulla base delle indicazioni fornite dagli stessi protagonisti100, è da ascrivere ad un gruppo di intellettuali legati agli ambienti sindacali della Cgt: André Delmas, membro della Commissione amministrativa della Cgt, Pierre Gérôme (pseudonimo di François Walter), uditore presso la Corte dei Conti, e Georges Lapierre, segretario del Syndicat national des Instituteurs decidono di procedere alla fondazione di una nuova organizzazione capace di raccogliere ed indirizzare la ripresa di iniziativa antifascista espressa dal mondo della cultura in occasione dello sciopero generale.

Un raggruppamento di intellettuali aperto a tutti coloro che sono disposti a lottare per la difesa delle libertà. Non verrà attuata alcuna esclusione [...]101

sottolineano fin da subito i promotori, orientandosi, per evitare qualsiasi spirito di parte, verso una struttura all'interno della quale ogni componente dell'intellettualità progressista possa trovare una adeguata rappresentanza.

Il neo-comitato, oltre a candidarsi alla guida della mobilitazione degli intellettuali contro il fascismo e ad occupare lo spazio lasciato libero dalle pur molteplici strutture già esistenti, avrebbe dovuto rispondere nelle intenzioni degli organizzatori a un ulteriore scopo, chiaramente anticipato dall'Appel à la lutte del 10 febbraio: ponendosi au service des organisations ouvrières, gli intellettuali che ne fanno parte si propongono di agevolare e facilitare il riavvicinamento dei partiti della sinistra, offrendo un terreno di confronto che, in quanto estraneo alle logiche e alle contrapposizioni ufficiali, possa prestarsi all'avvio e alla sperimentazione di una politica unitaria102.

Uniti al di sopra di ogni divergenza, di fronte allo spettacolo delle sommosse fasciste di Parigi e della resistenza popolare che, sola, vi si è opposta, dichiariamo a tutti i lavoratori [...] la nostra risoluzione di lottare insieme a loro per salvare dalla dittatura fascista tutto ciò che il popolo ha conquistato in fatto di diritti e di libertà pubbliche. [...] Non lasceremo che l'oligarchia finanziaria utilizzi, come in Germania, il malcontento delle masse assoggettate o rovinate da essa. Compagni, sotto la bandiera della rivoluzione nazionale, ci preparano un nuovo Medio Evo. Non spetta a noi batterci per conservare il mondo presente. Nostro compito è trasformarlo, liberare lo Stato dalla tutela del grande capitale, in stretta connessione con i lavoratori. Il nostro primo atto è di formare un Comitato di Vigilanza che si ponga a disposizione delle organizzazioni operaie103

recita l'Appel aux Travailleurs che, il 5 marzo, ne ufficializza la nascita. A presiedere il Comité, per ratificare e testimoniare l'intento unitario, vengono chiamati Paul Rivet, socialista, Paul Langevin, di area comunista, e Alain, radicale: vero e proprio Fronte popolare ante litteram, esso raccoglie nel giro di pochi mesi più di 2.000 adesioni e, a partire dal maggio del 1934 - a seguito della «scissione» Doriot che attraversa il Pcf e del mutamento di linea che inaugurerà la missione a Mosca di Maurice Thorez104 - la piena investitura di tutti i partiti della sinistra. L'iniziale diffidenza dei comunisti, poco propensi ad accettare un accordo ufficiale con i socialisti e i radicali ed il ruolo di intermediazione svolto dalla Cgt nella costituzione della struttura, si trasformerà gradualmente in una sostanziale accettazione della nuova organizzazione: parallelamente al progredire della svolta politica in merito al problema delle alleanze, si assiste ad un coinvolgimento sempre maggiore degli intellettuali «militanti» nei suoi organi dirigenti105.

La storia e l'attività del Cvia sono profondamente legate all'evoluzione delle relazioni a sinistra e alla dinamica che caratterizzerà la collaborazione unitaria. Se esso anticipa l'alleanza del 14 luglio 1935, ne ripercorrerà per intero la crisi e i dissensi interni: non solo per i contrasti che continuano a permanere tra la nuova organizzazione e le strutture di area comunista - ampiamente testimoniate dalle polemiche che intercorrono, fino all'estate del '34, tra il Cvia e l'Aear106 e, al tempo stesso, tra il Cvia e il Movimento Amsterdam-Pleyel107 - ma anche per le differenze che esistono tra le forze politiche aderenti al Comité e le loro ripercussioni sulla mobilitazione intellettuale. È sufficiente scorrere la produzione teorica del movimento, documentata dal bollettino «Vigilance» e dalle numerose pubblicazioni curate e pubblicate in proprio108, per imbattersi, fin dal 1934, nel principale motivo di scontro interno: quale l'atteggiamento da tenere nei confronti dell'imperialismo nazista e della minaccia di guerra connaturata al fascismo? Parallelamente all'attività di controinformazione e di denuncia del «fascismo francese», cominciano a manifestarsi i sintomi del dissenso tra i «pacifisti integrali» e gli esponenti di area comunista che mineranno l'unità interna e l'esistenza stessa dell'organizzazione.

La crisi, che si aprirà palesemente nel marzo 1936 a seguito del dibattito innescatosi a fronte della rimilitarizzazione della Renania, non impedisce tuttavia all'organizzazione di svolgere, nei due anni precedenti l'ufficializzazione del Rassemblement Populaire, un ruolo fondamentale, sia sul piano della mobilitazione della cultura che su quello della collaborazione a sinistra.

4.2. Nuove prospettive della mobilitazione unitaria

Il 27 luglio 1934 il Partito comunista francese e la Sfio firmano il «patto di unità d'azione»109. Pur mantenendo un carattere strettamente difensivo e limitato al terreno dell'antifascismo - particolare rilevanza è riservata, all'interno del documento, alla «tregua» dagli attacchi reciproci e al rispetto delle reciproche differenze - l'intesa raggiunta formalizza la collaborazione tra le due principali componenti del movimento operaio e inaugura una nuova fase nelle relazioni a sinistra: per contrastare il pericolo fascista, risulta sempre più evidente la necessità di estendere l'alleanza alle «classi medie» e ai loro referenti politici. Il graduale processo che porterà i partiti operai al dialogo con i radicali e alla affermazione del Fronte popolare esula dalla presente analisi110; interessa qui sottolineare come, parallelamente all'ampliamento della prospettiva unitaria e al progredire del confronto a sinistra, si modifichino la funzione e le modalità di impegno degli intellettuali, nonché il loro rapporto con le organizzazioni politiche.

La mobilitazione della cultura si riconferma, innanzitutto, come il terreno privilegiato della sperimentazione unitaria. Se nel corso del 1933 le campagne antifasciste promosse dagli esuli tedeschi hanno costituito l'occasione per le prime esperienze di collaborazione tra socialisti e comunisti - ed è proprio durante una manifestazione in favore di Ernst Thälmann e delle vittime del nazismo (Salle Wagram, 19 luglio 1934) che il Pcf e la Sfio ufficializzano la ratifica del «patto di unità d'azione» - nel periodo immediatamente antecedente la nascita del Rassemblement Populaire l'attività degli intellettuali antifascisti rappresenta il luogo originario dell'incontro con il Partito radicale: la composizione del Cvia è, al riguardo, esemplificativa, così come l'elezione di uno dei suoi esponenti più in vista, Paul Rivet, quale primo candidato unitario delle sinistre nel maggio del 1935.

L'apertura di uno stadio più avanzato nella realizzazione dell'unità a sinistra comporta, in secondo luogo, un sostanziale mutamento nell'atteggiamento dei partiti in merito alla gestione dei rapporti con gli esponenti della cultura: la «conquista» e la sensibilizzazione degli intellettuali - appartenenti a quelle «classi medie» ritenute fondamentali nella costituzione del fronte antifascista - divengono obiettivi centrali e impongono il superamento della chiusura e delle inadeguatezze precedenti. Particolarmente significativa si rivela, al riguardo, l'evoluzione della politica del movimento comunista e le sue ripercussioni sulle organizzazioni intellettuali. Contestualmente al processo che porterà al VII Congresso e alla formulazione della svolta di «fronte popolare»111, si fa strada una profonda trasformazione nella politica culturale dell'Internazionale Comunista e dei partiti ad essa affiliati: è a partire dall'estate del '34 che la «linea Münzenberg» - duramente contestata dalla maggioranza dei vertici del Comintern fino all'aprile dello stesso anno112 - viene adottata quale orientamento ufficiale nella conduzione delle relazioni con l'intellettualità progressista. Non è questa la sede per ricostruire le modalità di attuazione della svolta, né per valutarne le caratteristiche e i limiti; inequivocabile, tuttavia, risulta il contributo apportato alla sua definizione da quegli esponenti dell'intellettualità comunista impegnati, fin dal '33, nel superamento della tattica «classe contro classe».

Il legame sempre maggiore che viene a stabilirsi tra la mobilitazione degli intellettuali e le vicende dell'unità a sinistra rende, in terzo luogo, più complesso il percorso di rassemblement della cultura. Se il raggiungimento dell'accordo tra le due principali componenti del movimento operaio restituisce vigore ed impulso all'attività delle organizzazioni operanti sul terreno dell'antifascismo, l'evoluzione e la dialettica interna di queste ultime subirà molto più profondamente che in passato l'influenza delle difficoltà e delle oscillazioni del percorso di collaborazione delle istanze partitiche; è sufficiente seguire, seppur sinteticamente, l'operato dei raggruppamenti più significativi nel periodo compreso tra la firma del «patto di unità d'azione» e l'estate del 1935 per rendersi conto di come, ad un incremento della presenza e dell'importanza degli intellettuali, corrisponda una ulteriore articolazione del loro itinerario.

La campagna per la liberazione del segretario della Kpd Ernst Thälmann, lanciata da Willi Münzenberg nell'autunno del '33 con l'intento di proseguire e approfondire la mobilitazione realizzatasi intorno al processo di Lipsia, acquista, a ridosso del patto unitario, nuovo rilievo e valore. L'abilità del dirigente tedesco nel condurre l'opera di propaganda e di sensibilizzazione consente al Comité Thälmann113 di estendere ulteriormente lo schieramento consolidatosi nel corso della campagna Dimitrov e di raggiungere anche quei settori della cultura progressista di orientamento radicale rimasti fino ad ora estranei all'impegno: oltre ad ottenere l'adesione e la partecipazione dell'Aear e del Movimento Amsterdam-Pleyel la mobilitazione in favore di Thälmann e delle vittime della barbarie nazista viene infatti condivisa dal Cvia, da «Front Commun», e da numerosi esponenti democratici e liberali europei. Quando, il 21 e il 22 luglio del '34, vengono indette le Giornate Internazionali pro Thälmann, pressoché tutti gli intellettuali operanti sul terreno dell'antifascismo inviano la propria adesione; eguale successo registreranno le numerose iniziative in cui si articola la campagna114, nonché le manifestazioni promosse dall'emigrazione tedesca sul terreno propriamente culturale115.

Mentre l'orientamento di Willi Münzenberg riconferma la propria validità e ottiene il riconoscimento dei vertici del movimento comunista, l'indirizzo di Henri Barbusse e il Movimento Amsterdam-Pleyel continuano, di contro, a perdere consenso e a rivelare la propria inadeguatezza ed i propri limiti. Malgrado i tentativi dell'anziano scrittore di presentare l'attività dell'organizzazione come «una garanzia maggiormente valida che un patto circostanziale e in continuo mutamento»116, l'accordo tra socialisti e comunisti sancisce, di fatto, la sua definitiva emarginazione dalla scena politica. Lo stesso Pcf, impegnato a consolidare la svolta in senso unitario, le ritirerà il proprio appoggio117: privata del principale punto di riferimento politico, essa si avvia verso una crisi irreversibile. Le apparizioni che la struttura compirà nel corso del '34 e del '35 sono da attribuire più al prestigio del suo principale animatore che alla sopravvivenza di una pur minima capacità organizzativa: con la scomparsa, nel settembre del 1935, di Barbusse, il Movimento Amsterdam-Pleyel concluderà la sua pur breve esistenza.

Il '34 si rivela, del resto, l'anno dell'Aear e del Comité de vigilance. Entrambe le organizzazioni sapranno adattarsi alle modificazioni in atto nelle relazioni a sinistra e, pur se da piani diversi, saranno in grado di soddisfare ai nuovi compiti assegnati agli intellettuali dall'alleanza antifascista.

L'Aear raggiunge, proprio nei mesi successivi la firma del «patto di unità» d'azione, la sua massima espansione. L'attività di rassemblement condotta dai suoi dirigenti fin dal '33 risulta non solo pienamente in sintonia con la disponibilità all'impegno e le esigenze di mobilitazione espresse da ampi settori della cultura progressista e democratica, ma anche rafforzata dal pieno manifestarsi di quel particolare rapporto tra intellettuali e Unione Sovietica conosciuto come il «mito dell'Urss»118.

Nei primi anni Trenta l'attenzione con la quale gli intellettuali occidentali hanno guardato - fin dai tempi dell'Ottobre - al paese della Rivoluzione e alle straordinarie novità da questo prospettate, registra, malgrado Stalin e lo stalinismo, un notevole incremento:

Tre sono le ragioni principali per le quali lo stalinismo, attraverso i partiti comunisti, poté godere di tanta popolarità all'estero [...] : la crisi economica del capitalismo, la crisi politica delle società borghesi (cioè il fascismo), e la crisi intellettuale delle stesse,

afferma Eric J. Hobsbawm nel noto saggio dedicato al rapporto tra cultura occidentale e Unione Sovietica negli anni Trenta e Quaranta119. Se l'apparente immunità dello Stato sovietico dalla crisi che travolge le economie di mercato e i sistemi politici liberal-democratici contribuisce ad accrescere il prestigio della «patria del socialismo» e ad alimentare l'interesse verso un esperimento che sembra rappresentare una alternativa vincente al capitalismo in declino, l'avvento del fascismo completa il processo di radicalizzazione della cultura progressista ed approfondisce il processo di avvicinamento al comunismo:

proprio la «crisi del progresso» nella società borghese, insieme con la fiduciosa riconferma dei suoi valori tradizionali nell'Urss attrasse tanti intellettuali verso il marxismo: a esso si rivolsero come alfiere della ragione e della scienza, rinnegate dalla borghesia, difensore dei valori dell'illuminismo contro il fascismo, che pretendeva di annientarli120.

È solo a partire dall'estate del '34, tuttavia, che antifascismo e «mito dell'Urss» cominciano a saldarsi, nell'immaginario dell'epoca, indissolubilmente: la svolta in senso unitario permette alle organizzazioni intellettuali legate al movimento comunista di sfruttare a pieno le potenzialità della relazione e di approfondire ulteriormente i rapporti con i compagnons de route. Se il lavoro unitario negli ambienti intellettuali acquista, in questa ottica, un valore e una importanza inediti, l'elaborazione sul piano strettamente culturale si configura essenziale alla gestione della nuova linea e a una sua definizione teorica. Presentare il comunismo come interno alla tradizione occidentale, sottolineandone gli aspetti di derivazione illuministica e materialistica, è indispensabile per rivendicare un ruolo guida non solo all'interno del movimento «in difesa della cultura», ma, anche e soprattutto, nel rassemblement «in difesa della democrazia»: questo il compito a cui verrà chiamata, in Francia, l'Association des Ecrivains et des Artistes Révolutionnaires. Nel corso del 1935, e in particolare durante lo svolgimento del Congresso di Parigi, la centralità della funzione attribuita agli intellettuali comunisti nella determinazione della politica unitaria del partito si mostrerà in tutta la sua evidenza.

L'attività del Comité de Vigilance, per concludere, non può che beneficiare del clima unitario instauratosi in Francia a partire dall'estate del '34. Per gli obiettivi e l'impostazione che ne caratterizzano la struttura fin dalle origini, il raggruppamento si configura come il soggetto ideale per assolvere alle funzioni di propaganda e di divulgazione della collaborazione delle sinistre, nonché per allertare l'opinione pubblica ed accrescere la coscienza del pericolo rappresentato dal fascismo:

La nostra vigilanza - dichiarano i suoi animatori fin dall'aprile del '34 - si esercita sugli armamenti, sulla propaganda e sulla pressione fascista. La nostra lotta intellettuale è condotta contro le menzogne che diffondono sul territorio nazionale i fascisti, dichiarati o camuffati, e quelli che servono la loro causa, coscientemente o non. Il fascismo fa appello alle passioni degli uomini per annullare la loro intelligenza critica; mistifica i fatti; confonde le idee. Il nostro obiettivo è quello di ristabilire la realtà dei fatti e la chiarezza delle idee121.

Se, sul piano della politica interna, il Comité conduce una costante opera di controinformazione e di denuncia delle destre francesi e, in collaborazione con le altre associazioni operanti sul terreno dell'antifascismo, una puntuale battaglia contro l'attività propagandistica degli intellettuali vicini alle Ligues122, in merito alla politica estera cominciano tuttavia a sorgere le prime divisioni e i principali motivi di dissenso.

Quando, sul finire del '34, l'antifascismo internazionale è posto di fronte alla necessità di prendere posizione sul plebiscito della Saar123 e sull'atteggiamento da tenere nei confronti delle mire espansionistiche del Terzo Reich, il gruppo dirigente del Cvia riuscirà a trovare l'accordo solo faticosamente, a discapito della chiarezza politica e rimandando, di fatto, lo scontro tra le differenti posizioni che lo attraversano. La formula «l'antifascismo non sarà né il pretesto, né la giustificazione di alcuna guerra» con cui si conclude la discussione interna e si mediano i diversi orientamenti emersi - il conflitto principale si verifica, a questa data, sull'importanza da attribuire nell'opera di mantenimento della pace alla revisione del Trattato di Versailles e ad una nuova regolamentazione delle relazioni internazionali124- testimonia la priorità rappresentata, nell'analisi del Cvia, dal pericolo del «fascismo interno» e la conseguente sottovalutazione della dimensione internazionale della reazione, nonché la propensione della maggioranza dei suoi esponenti verso una politica chiaramente orientata alla negoziazione e alla revisione dei trattati. Le difficoltà incontrate dal Pcf nel far comprendere alla propria base il patto franco-sovietico (maggio 1935) e nell'inserirlo coerentemente all'interno della linea politica perseguita fino ad allora, posticipano, ma non evitano, l'esplicitarsi del dissenso. Nel novembre del '35, in occasione dello svolgimento del Congresso del Cvia, il contrasto tra i dirigenti che, per evitare la guerra, rifiutano qualsiasi politica delle alleanze e delle sanzioni repressive e i fautori di misure «preventive» e deterrenti nei confronti dell'imperialismo nazista, si dimostrerà ormai insanabile125. La distanza tra le componenti del Cvia continuerà ad approfondirsi parallelamente all'aumentare delle tensioni che attraverseranno il Rassemblement Populaire.

5. 1935: Rassemblement Populaire

Tra l'ottobre del 1934 e il marzo del 1935 la situazione politica divenne, almeno per il profano, sempre più confusa. [...] Drieu proclamava la sua simpatia per il nazismo. Ramon Fernandez abbandonava le organizzazioni rivoluzionarie cui apparteneva dichiarando «A me piacciono i treni che partono». Il settimanale radical-socialista «Marianne» appoggiava Laval. Emmanuel Berl, benché ebreo, scriveva: «Quando [...] si è deciso di considerare la Germania con tutta la giustizia e l'amicizia possibili non si può rimettere in discussione questa decisione perché Hitler emana delle leggi contro gli ebrei». La sinistra, da parte sua, era perplessa [...] Quanto ai comunisti, durante questo trimestre il loro atteggiamento fu dei più ambigui. Votarono contro la legge di due anni e, nello stesso tempo, di fronte al riarmo della Germania, non mancavano di propugnare l'aumento delle forze militari francesi [...].

Così Simone de Beauvoir126 dipinge i mesi immediatamente precedenti l'avvento del Fronte popolare, restituendoci ancora una volta con precisione il clima dell'epoca e l'incertezza che lo contraddistingue. Gli ostacoli che insorgono nella definizione della politica unitaria tra le principali organizzazioni della sinistra, le oscillazioni che caratterizzano l'atteggiamento dei singoli partiti sulle questioni interne ed internazionali, si ripercuotono direttamente negli ambienti intellettuali, approfondendo le divisioni che ancora permangono tra le differenti anime della cultura progressista e accentuando la «confusione» e la problematicità delle previsioni future. Le difficoltà non impediscono tuttavia al Rassemblement de la culture di proseguire e di raggiungere proporzioni sempre più ampie, riconfermando la propria centralità nella creazione del clima unitario e nell'approfondimento dell'alleanza antifascista127.

Il 21 giugno 1935 si aprono, a Parigi, i lavori del Primo Congresso Internazionale degli scrittori per la difesa della cultura.

Non è possibile, in questa sede, rendere conto in maniera esaustiva del dibattito che animò le sale ed i corridoi del Palais de la Mutualité128, né della totalità dei problemi sollevati nel corso delle dieci sessioni previste dagli organizzatori129 e febbrilmente propagatisi nelle discussioni informali e negli incontri ristretti svoltisi ai margini dell'assise; ci limiteremo, di conseguenza, a seguire le principali tematiche affrontate in sede congressuale e a collocare l'iniziativa all'interno dell'itinerario della mobilitazione intellettuale delineato fino ad ora130.

Il Congresso di Parigi rappresenta, per utilizzare le parole di Franco Fortini, «una conclusione e un inizio»:

concludeva l'incontro di una parte degli intellettuali e degli scrittori antifascisti europei con gli intellettuali e gli scrittori di una Unione Sovietica ormai stalinista, iniziato alcuni anni prima in condizioni diverse; ed imprendeva un tipo di relazione tra scrittore e Partito, tra scrittore e potere sovietico, che è corrisposto ad una formula di politica delle alleanze culturali, rimasta pressoché immutata per un quarto di secolo131.

Sul ruolo svolto dagli intellettuali comunisti nell'organizzazione e nella promozione della manifestazione convergono pressoché tutte le testimonianze dei protagonisti132. Altrettanto comprovato è il posto «d'onore» riservato all'Urss e la funzione guida attribuita al paese del socialismo nella lotta antifascista: non è casuale che i principali assenti dal Congresso, i Surrealisti, debbano la loro esclusione agli ormai noti incidenti verificatisi tra Breton e il massimo esponente della delegazione sovietica operante a Parigi, Ilija Ehrenburg133, né che le voci di dissenso nei confronti della leadership sovietica siano sistematicamente ridimensionate e sospinte ai margini del dibattito - esemplificativa, al riguardo, la censura esercitata nei confronti degli intellettuali «sospettati» di simpatie trockiste e la costante negazione del «caso Serge» sollevato, a più riprese, da Magdeleine Paz134. La tutela esercitata dal movimento comunista sulla manifestazione non consente, tuttavia, di liquidare quest'ultima come mera manovra tattica dell'Ic. La convergenza tra larghi settori della cultura progressista e l'Unione Sovietica staliniana è il risultato di un processo che ha inizio - come abbiamo visto - fin dai primi anni Trenta a fronte della crisi delle democrazie e della cultura occidentali: il «mito dell'URSS» non nasce durante il Congresso bensì, al contrario, ne rappresenta un presupposto ed una possibile chiave di lettura.

Nel corso dell'iniziativa - che, come è noto, anticipa solo di un mese l'imponente manifestazione unitaria del 14 luglio '35 e ne costituisce il luogo di nascita135 - la particolare relazione instauratasi tra gli intellettuali occidentali e il comunismo viene confermata e approfondita in nome dell'antifascismo: «Di fronte al pericolo che tutti avvertiamo, al pericolo che ci raduna oggi [...] » - sottolinea André Gide nel discorso inaugurale dell'assise136 - l'alleanza tra l'anima «sana» e democratica della cultura occidentale e l'Unione Sovietica, depositaria e custode di quella tradizione umanistica e «di progresso» che le società borghesi sembrano voler abbandonare, si rivela necessaria e quantomai attuale. Si esprimono in tal senso non solo gli scrittori e gli artisti organici al campo comunista, disposti a sacrificare, in nome dell'alleanza antifascista, le teorizzazioni d'avanguardia e il significato di «rottura» del marxismo, ma la quasi totalità dei compagnons de route e degli intervenuti al Congresso: mentre Paul Nizan e Paul Vaillant-Couturier si impegnano a dimostrare l'internità del marxismo alla tradizione occidentale - riproponendo le teorizzazioni emerse nel corso del Primo Congresso degli Scrittori Sovietici (Mosca, 17 agosto - 1 settembre 1934)137 - e Louis Aragon sconfessa pubblicamente il Surrealismo in nome di una letteratura improntata al realismo e all'umanesimo «socialista»138, Gide, Malraux e lo stesso Julien Benda139 si pronunciano a favore di un'arte impegnata, orientata ai compiti «difensivi» dettati dalla situazione ma anche al rinnovamento che la crisi della cultura occidentale impone. Quando Bertolt Brecht pronuncerà l'ormai nota critica all'impostazione del Congresso, rifiutando la difesa della democrazia come terreno decisivo dello scontro politico in corso140, un evidente imbarazzo, tramutatosi immediatamente in una sconfessione delle parole del drammaturgo tedesco, attraverserà le fila degli intellettuali comunisti: proprio sulla «difesa della cultura», che significa anche e soprattutto «difesa della democrazia», si fonda il nuovo orientamento culturale e politico improntato all'unità141.

L'assenza di una precisa teorizzazione artistica in una assise popolata dai più grandi scrittori dell'epoca dimostra, del resto, come il movimento comunista persegua, a tale data, più che una «politica culturale» una «politica degli intellettuali» - per utilizzare una distinzione in uso tra i critici della letteratura francese142 -: la stessa concezione del «realismo socialista» viene presentata in versione «occidentalizzata» e quale «principio di lotta e di combattimento» necessario all'intellettualità borghese nella sua «conversione alla causa del proletariato» e perde, di fatto, la natura e i connotati del principio estetico.

Il Congresso conclude i propri lavori ufficializzando la parola d'ordine della «difesa della cultura» - parola d'ordine, è bene sottolinearlo, consolidatasi nel corso di tre anni di attività unitaria e antifascista -: gli intellettuali presenti alla Mutualité si impegnano a lottare sul proprio terreno, che è la cultura, contro la guerra, il fascismo, e più in generale contro ogni minaccia che riguardi la civiltà, recita il Manifesto conclusivo143 all'interno del quale, sulla base di un ricco programma di attività antifasciste, viene sancita la collaborazione tra compagnons de route e movimento comunista.

Con il Congresso di Parigi la mobilitazione intellettuale antifascista raggiunge la sua massima espansione, riunificando pressoché tutti i settori della cultura progressista ed ottenendo la piena investitura e l'appoggio ufficiale delle forze politiche. Gli incidenti verificatisi nel corso dell'assise, tuttavia, testimoniano come, parallelamente al manifestarsi del punto più alto dell'impegno, comincino a rivelarsi i primi segnali di divisione interna e i primi sintomi di quella crisi che, contestualmente alla parabola «discendente» del Rassemblement Populaire, riprenderà ad attraversare il mondo della cultura nella seconda metà degli anni Trenta.

Riapertisi il dialogo e la collaborazione tra le organizzazioni partitiche, la categoria degli intellettuali verrà gradualmente marginalizzata dal dibattito politico: ai suoi esponenti, in nome delle urgenze e delle necessità della lotta antifascista, si tornerà a domandare l'adesione ad una linea elaborata in luoghi separati e «altri», la pubblicizzazione di slogan e parole d'ordine di una alleanza tra i partiti all'interno della quale la ridefinizione del rapporto tra intellettuali e militanza, le problematiche inerenti la pur necessaria rifondazione di una identità culturale, troveranno sempre meno spazio e sempre più rare opportunità di approfondimento. Ciò non significa, è bene sottolinearlo, sottovalutare la straordinaria partecipazione di cui furono protagonisti gli intellettuali europei, ed in particolar modo francesi, nel corso della Guerra di Spagna né, d'altro canto, liquidare o sminuire l'importanza della mobilitazione della cultura progressista nei primi anni del Fronte popolare. Se la crisi dell'engagement - delle modalità di impegno così come si sono venute delineando nel corso della prima metà del terzo decennio del secolo - non si manifesterà compiutamente che a partire dal 1938, le prime avvisaglie del ripiegamento successivo cominciano ad intravedersi fin dal '36. Il Rétour de l'URSS di André Gide ne costituisce la testimonianza più nota, ma certamente non l'unica:

Non mi nascondo l'apparente vantaggio che i partiti nemici [...] pretendono di conseguire dal mio libro. Ed ecco che mi sarei astenuto dal pubblicarlo, persino dallo scriverlo, se non fossi fermamente e pienamente convinto, da un lato, che l'Urss finirà bene per superare gli errori da me segnalati; dall'altro, e questo è più importante, che gli errori particolari di un paese non sono sufficienti a compromettere la verità di una causa internazionale, universale. La menzogna, fosse anche quella del silenzio, potrebbe apparire opportuna, ed opportuna la perseveranza nella menzogna, ma ciò equivarrebbe a favorire il nemico, e la verità, per quanto dolorosa, non può ferire che in vista della guarigione144.

Il compito di «guarire» e di rifondare le basi e le modalità dell'impegno verrà assunto, nel secondo dopoguerra, dalle nuove generazioni affacciatesi sulla scena negli anni del conflitto.

Note

1.A. Agosti (a cura di), La stagione dei Fronti popolari, Bologna, 1989, p. 5.

2.Cfr. A. Agosti, I Fronti popolari dalla politica alla storia, in «Passato e Presente», n. 11, 1986, pp. 5-11.

3.C. Natoli, Rinnovatori e conservatori nella preparazione del VII Congresso dell'Internazionale Comunista, in A. Natoli-S. Pons (a cura di), L'età dello stalinismo, Roma, 1991, p. 429.

4.Cfr. G. Brée-E. Morot-Sir, Littérature française, vol. IX, Du Surréalisme à l'empire de la critique, Paris, 1984, pp. 7-13.

5.E. J. Hobsbawm, Lo stalinismo e gli intellettuali occidentali, in A. Natoli-S. Pons (a cura di), L'età dello stalinismo, cit., p. 352.

6.S. de Beauvoir, L'età forte, Torino, 1961 (ed. or., Paris, 1960), p. 21.

7.Per un quadro d'insieme del dibattito e dell'attività degli intellettuali francesi nel corso degli anni Venti cfr. A. Castoldi, Intellettuali e Fronte popolare in Francia, Bari, 1974, pp. 5-45; D. Caute, Communism and French Intellectuals, London, 1974, pp. 59-92; R. Pouillart-M. Décaudin, Littérature française, vol. VIII, De Zola à Guillaume Apollinaire, Paris, 1983.

8.S. de Beauvoir, L'età forte, cit., p. 14.

9.Sul percorso politico e ideologico della rivista cfr. N. Racine, Une revue d'intellectuels communistes dans les Années Vingt: Clarté (1921-1928), in «Revue française de science politique», n. 17, Juin 1967, pp. 485-519.

10.Sul Movimento Surrealista cfr. A. Breton, Entretiens, Paris, 1959; F. Fortini, Il Movimento Surrealista, Milano, 1959; M. Nadeau, Storia e antologia del Surrealismo, Milano, 1980 (ed. or., Paris, 1964).

11.Cfr. E. J. Hobsbawm, La cultura europea e il marxismo tra Otto e Novecento, in Storia del marxismo, vol. III, Il marxismo nell'età della Terza Internazionale, t. I, Dalla Rivoluzione d'Ottobre alla crisi del '29, Torino, 1981, pp. 793-822; J. Willet, Arte e Rivoluzione, in Storia del marxismo, vol. III, t. I, cit., pp. 793-822.

12.Cfr. J. Fauvet, Histoire du Parti Communiste Français, t. I, De la guerre à la guerre (1917-1939), Paris, 1964-65, pp. 59-96; D. Tartakowsky, Quelques réflexions sur la bolchevisation du Parti Communiste Français, in «Cahiers d'histoire de l'Institut Maurice Thorez», n. 23, 1977, pp. 66-94.

13. Cfr. A. Agosti, La Terza Internazionale. Storia documentaria, vol. II, 1924-1928, t. II, Roma, 1976, pp. 3-23, 67-97, 221-253; M. Hajek, Storia dell'Internazionale Comunista (1921-1935). La politica di fronte unico, Roma, 1969, pp. 65-125; Id., La bolscevizzazione dei partiti comunisti, in Storia del marxismo, vol. III, t. I, cit., pp. 467-486.

14. Cfr. V. Strada, Dalla 'rivoluzione culturale' al 'realismo socialista', in Storia del marxismo, vol. III, t. I, cit., pp. 755-785.

15. Cfr. J. P. Bernard, Le Parti Communiste Français et la question littéraire, Saint Martin d'Hères, 1972, pp. 15-78; D. Caute, Communism and French Intellectuals, cit., pp. 23-33; J. P. Touchard, Le Parti Communiste Français et les intellectuels (1920-1939), in «Revue française de science politique», n. 3, Juin 1967, pp. 468-483.

16. Cfr. J. P. Bernard, Le Parti Communiste Français et la question littéraire, cit., pp. 79-146. Esemplificativi, in merito alle conseguenze del nuovo orientamento culturale del Pcf, gli esiti della «avventura comunista» del Movimento Surrealista. Pur non ostacolando la «conversione» dei cinque Surrealisti - Louis Aragon, André Breton, René Crevel, Benjamin Péret e Pierre Unik - che, nel 1927, decisero di entrare nel Pcf, i dirigenti comunisti accolsero i nuovi venuti con diffidenza e distacco, non consentendo l'apertura di un reale dibattito in merito alle tematiche inerenti il rapporto cultura-politica né, d'altro canto, una valorizzazione della loro militanza sul terreno specificamente culturale e artistico; cfr. J. Fauvet, Histoire du Parti Communiste Français, cit., pp. 97-105; M. Nadeau, Storia e antologia del Surrealismo, cit., pp. 90-129 e 219-251.

17. Cfr. S. Bernstein, La France des Années Trente, Paris, 1988.

18. Cfr. Hommage à André Malraux (1901-1976), in «La Nouvelle Revue Française», n. 295, Juillet 1977; J. Lacouture, André Malraux, une vie dans le siècle (1901-1976), Paris, 1976.

19. Cfr. A. Gide, Nouvelles pages de Journal (1932-1935), Paris, 1936; A. Orsucci-E. Ragghianti, Chierici militanti: l'emigrazione tedesca e l'impegno civile della cultura francese negli Anni Trenta, Milano, 1985, pp. 14-91; M. Von Rysselberghe, Les Cahiers de la petite dame(1929-1937), Paris, 1974.

20. Cfr. J. J. Brochier (a cura di), Paul Nizan, intellectuel communiste. Ecrits et correspondance (1926-1940), Paris, 1967; P. Nizan, Pour une nouvelle culture, Paris, 1971; Id., Aden-Arabie, Paris, 1960 (1er ed., Paris, 1931).

21. J. Benda, La trahison des clercs, Paris, 1927. Cfr., per una interpretazione critica del messaggio di Benda, M. Walzer, L'intellettuale militante. Critica sociale e impegno politico nel Novecento, Bologna, 1991 (ed. or., New York, 1988), pp. 45-64.

22. Cfr., tra le molteplici risposte che il volume suscitò all'interno della cultura francese, Alain (Emile-Auguste Chartier), Propos sur l'education, Paris, 1927; E. Berl, Mort de la pensée bourgeoise, Paris, 1929; P. Nizan, Les chiens de garde, Paris, 1932.

23. Da ricordare, in particolar modo, la Maison des Amis des livres, gestita da Adrienne Monnier, e la Shakespeare and Company, diretta da Sylvia Beach; cfr. S. Beach, Shakespeare and Company, Paris, 1962; A. Monnier, Rue de l'Odeon, Paris, 1960.

24. Fasquelle, Flammarion, Gallimard, Grasset, Mercure de France, Plon, Rieder, furono molto più che datori di lavoro: gli editori svolsero un ruolo fondamentale nell'agevolare la ripresa di contatti tra i singoli intellettuali e, al tempo stesso, nella formazione dell'orientamento culturale e politico del periodo; cfr. G. Brée-E. Morot-Sir, Littérature Française, cit., pp. 38-41.

25. Cfr. il quadro d'insieme ed i relativi riferimenti bibliografici in H. R. Lottman, La Rive Gauche. Du Front populaire à la guerre froide, Paris, 1981, pp. 27-92.

26. S. de Beauvoir, L'età forte, cit., p. 42.

27. Cfr. C. Willard, Les intellectuels français et le Front populaire, in «Cahiers d'histoire de l'Institut Maurice Thorez», n. 3-4, 1976-77, pp. 115-124.

28. H. Barbusse-R. Rolland, Un grand Congrès Mondial contre la guerre, in «L'Humanité», 22 Mai 1932. L'appello venne pubblicato, inoltre, da «La Patrie Humaine», «Monde», «Le Populaire du Centre» e «L'Oeuvre».

29. Per un quadro generale delle relazioni tra socialisti e movimento comunista nei primi anni Trenta cfr. A. Agosti, La Terza Internazionale. Storia documentaria, vol. III, 1928-1943, t. I, Roma, 1979, pp. 167-213; M. Mancini, L'Ios e la questione del Fronte unico negli anni Trenta, in E. Collotti (a cura di), L'Internazionale Operaia Socialista tra le due guerre, in «Annali della Fondazione Gian Giacomo Feltrinelli», a. XXIII, 1983-84, Milano, 1985, pp. 177-198.

30. L'appello promotore rappresentò, in realtà, il frutto di una complessa mediazione tra l'impostazione di Romain Rolland, che intendeva l'iniziativa come un congresso di «tutti i partiti» contro la guerra (cfr. R. Rolland, La patrie socialiste est en danger!, in «L'Humanité», 27 Avril 1932;), e quella di Henri Barbusse, il quale propendeva per una manifestazione in grado, ponendosi au dessous des partis, di stimolare le forze non organizzate nei partiti tradizionali e rimaste fino ad allora ai margini della scena politica [cfr. H. Barbusse, Appel à la defense de l'Urss, in «L'Humanité», 1er Mai 1932]; i due intellettuali si accordarono per presentare il Congresso in maniera autonoma dai partiti, senza peraltro escludere la possibilità di lavorare per un loro coinvolgimento diretto; cfr. J. Prezeau, Vers l'unité antifasciste: le role d'Amsterdam-Pleyel, in «Cahiers d'histoire de l'Institut Maurice Thorez», n. 10, 1974, pp. 55-64.

31. Cfr. A. Agosti, La Terza Internazionale. Storia documentaria, vol. III, t. I, cit., pp. 285-334.

32. Parallelamente all'adesione ufficiale del Pcf, giunsero ai due promotori quelle delle principali associazioni ed organizzazioni gravitanti nell'orbita del movimento comunista, quali la Cgtu e il Sindacato degli insegnanti e dei funzionari, l'Arac (Association Républicaine des Anciens Combattants) e la Fédération Nationale des Combattants Républicaines (Fncr), la Ligue des Droits de l'Homme, la Ligue des Femmes pour la Paix et la Liberté, la Ligue contre l'Antisémitisme e, a livello internazionale, il Soccorso Rosso Internazionale (Sri) e il Soi (Soccorso Operaio Internazionale).

33. Cfr. A. Vidal, Henri Barbusse, soldat de la paix, Paris, 1953, pp. 234-236.

34. Cfr. G. Lefranc, Histoire du Front populaire (1934-1938), Paris, 1974, pp. 38-40.

35. Queste, secondo i resoconti degli organizzatori, le cifre della partecipazione politica al Congresso: 830 comunisti, 291 socialisti, 24 indipendenti socialisti, 10 trockisti e 1041 classificabili come «senza partito»; per quel che riguarda la composizione sociale, 1865 operai ed impiegati, 249 intellettuali e liberi professionisti, 72 contadini. Cfr. J. Prezeau, Le Mouvement Amsterdam-Pleyel (1932-1934). Un champ d'essai du Front unique, in «Cahiers d'histoire de l'Institut Maurice Thorez», n. 18, 1984, pp. 88-90.

36. Cfr. H. Barbusse, Discours au Congrès d'Amsterdam, in «L'Humanité», 28 Aôut 1932. Romain Rolland non partecipò direttamente ai lavori del Congresso: gravemente malato, egli non poté abbandonare la propria residenza svizzera dalla quale inviò, tuttavia, un discorso e molteplici messaggi di augurio e di adesione.

37. Cfr. W. Münzenberg, Discours au Congrès d'Amsterdam, in «L'Humanité», 2 Sept. 1932.

38. Cfr., ad esempio, M. Cachin, Discours au Congrès d'Amsterdam, in «L'Humanité», 28 Aôut 1932.

39. Cfr., tra le altre, le trattazioni del Congresso contenute in G. Lefranc, Histoire du Front Populaire, cit., e in A. Vidal, Henri Barbusse, soldat de la paix, cit.

40. Sull'attività politica di Henri Barbusse negli anni Venti cfr. V. Brett, Henri Barbusse, sa marche vers la clarté, son mouvement Clarté, Prague, 1963; N. Racine,  Le Mouvement Clarté en France (1919-1921), in «The Journal of Contemporary History», II (2), 1967; A. Vidal, Henri Barbusse, soldat de la paix, cit.; su Romain Rolland cfr. D. Caute, Communism and French Intellectuals, cit.; R. Rolland, Quinze ans de combat (1919-1934), Paris, 1935.

41. Cfr. J. Berlioz, La Sfio contre le front unique contre la guerre, in «La Correspondance Internationale», n. 86, 15 Oct. 1932, pp. 946-965; P. Lang, Les raisons de la croisade socialdémocrate contre le Congrès international contre la guerre, in «La Correspondance Internationale», n. 70, 24 Aôut 1932, p. 782; G. Peri, Les ennemis du front unique, in «L'Humanité», 6 Sept. 1932.

42. Cfr. R. Alloyer, L'effort du Pcf dans la préparation du Congrès Mondial contre la guerre, in «La Correspondance Internationale», n. 78, 18 Sept. 1932, p. 878; J. Berlioz, La preparation du Congrès Mondial contre la guerre en France, in «La Correspondance Internationale», n. 71, 27 Aôut 1932, pp. 791-793.

43. Tra i partecipanti al Congresso, Roger Baldwin, Malcolm Cowley, John Dos Passos, Theodor Dreyser, Albert Einstein, Havellock Ellis, Michael Gold, Heinrich Mann, Bertrand Russel, Upton Sinclair; Maximilian Gorki, assente per la mancata concessione del visto da parte delle autorità olandesi, inviò un messaggio di saluto; da segnalare, inoltre, la presenza della dirigente del Soccorso Rosso Internazionale Helena Stassova. Nutrita fu la presenza degli intellettuali legati al Pcf, come Marcel Cachin, Marcel Cohen, André Gide, René Maublanc, Léon Moussinac, Paul Signac e Paul Vaillant-Couturier; la partecipazione francese non si ridusse, tuttavia, al campo comunista: basti ricordare Jean-Richard Bloch, Félicien Challaye, Georges Duhamel, Jean Guéhenno, Francis Jourdain, Paul Langevin, Victor Margueritte, Roger Martin du Gard, Georges Pioch e Roger Vitrac, così come il Movimento Surrealista che, seppur polemico con il «misticismo umanitario» degli organizzatori, intervenne al Congresso per ribadire il proprio impegno politico.

44. Cfr., in relazione ai principali interventi del Congresso, i resoconti giornalieri pubblicati da «L'Humanité» dal 28 agosto al 1 settembre 1932.

45. Cfr. Le Manifeste du Congrès d'Amsterdam, in «L'Humanité», 8 Sept. 1932.

46. Cfr., per un quadro generale dell'attività del Soccorso Operaio nel corso degli anni Venti, B. Gross, Willi Münzenberg, a Political Biography, Michigan State University Press, 1974, pp. 110-207; W. Münzenberg, Fünf Jahre Internationale Arbeiterhilfe, Berlin, 1926.

47. Il Comité era composto da 139 delegati, coordinati dai ventun membri del Bureau International - tra i quali figuravano, nell'autunno del 1932, Henri Barbusse, Gaston Bergery, Marcel Cachin, Georges Friedmann, Guy Jerram, Francis Jourdain, Sen Katayama, Willi Münzenberg, Julien Racamond, Henry Raynaud, Paul Signac e Helena Stassova - e aveva la propria sede a Parigi, presso lo studio di Barbusse.

48. Riportato in A. Vidal, Henri Barbusse, soldat de la paix, cit., p. 273.

49. Cfr. A. Agosti, La Terza Internazionale. Storia documentaria, vol. III, t. I, cit., pp. 287 ss.

50. M. Thorez, Rapport au C.C. du Pcf, Février 1933, riportato in J. Prezeau, Vers l'unité antifasciste: le role d'Amsterdam-Pleyel, cit., p. 59.

51. In Francia vennero fondati, secondo le stime degli organizzatori, tra i 5 e i 600 comitati territoriali.

52. Esemplificativo, al riguardo, il caso di Victor Margueritte: eletto quale membro del Comité Mondial, nel dicembre del 1932 rassegnò le dimissioni per protestare contro le discriminazioni e gli attacchi sistematicamente condotti nei confronti degli obiettori di coscienza e dei pacifisti.