“Fate la guerra alle mode indecenti”. La donna cattolica tra
apostolato e modernizzazione (1919-1928)*

di Anna Praitoni

1. L'associazionismo femminile cattolico e la battaglia contro la moda indecente (1919-1928)

«Qualche centimetro di stoffa un po' più in alto e un po' più stoffa in basso e [le ragazze] saranno tanto più gradite a Dio, e siatene certe, anche agli uomini»1.È uno tra i numerosissimi, accorati appelli che la gerarchia ecclesiastica rivolge alle ragazze dell'Azione Cattolica a partire dagli anni Venti. La «moda indecente», specchio ed indicatore del disordine morale e sociale del primo dopoguerra, diventa un aspetto pastorale di importanza primaria per il Magistero papale. Al nuovo modello estetico, tormentato e mascolino, della «donna-crisi» la Chiesa Cattolica reagisce proponendo il modello integrale della donna cattolica. Strumento e canale principale di tale operazione è il ramo giovanile dell'associazionismo femminile cattolico, la Gioventù Femminile Cattolica Italiana (Gfci), fondata da Armida Barelli nel 1918. Nella costruzione di tale modello femminile cattolico moderno la battaglia contro gli eccessi del costume e, specificamente, contro la «moda invereconda» costituisce un momento fondamentale e non ancora abbastanza approfondito. La ferma opposizione della Chiesa all'evoluzione del costume non può essere letta come un semplice arretramento moralistico, guidato da un mero intento repressivo e retrogrado. L'intera operazione è qualcosa di molto più articolato e complesso che prende vita direttamente dalle parole papali. La battaglia contro gli eccessi del costume trova, infatti, un elemento di novità proprio nell'essere affidata dal Papa direttamente al laicato femminile. In questo senso l'Allocuzione che nel 1919 Benedetto XV rivolge alle convenute al primo congresso dell'Unione Femminile Cattolica Italiana (Ufci) assume i caratteri di un manifesto programmatico.

Noi perciò vorremmo - afferma il Papa - che le numerose ascritte all'Unione Femminile Cattolica, oggi adunate alla Nostra presenza, stringessero fra loro una lega per combattere le mode indecenti, non pur in sé medesime, ma anche in tutte quelle persone e famiglie alle quali può giungere efficace l'opera loro2.

È importante sottolineare come, già da questo primo discorso papale rivolto alle donne, il riconoscimento di nuovi ruoli femminili sia strettamente legato all'osservanza di rigidi codici comportamentali, visto che « [...] il buon esempio della donna [...] di fronte al dilagare di mode indecenti, agevola anzitutto la missione della donna in mezzo alla società»3.

Quindi, tutt'altro che chiusura verso certe forme di emancipazione, anche se la Chiesa le vuole incanalare e controllare attraverso norme severe e chiare, atte a neutralizzare la carica di pericolosa aggressività insita nelle rivendicazioni femminili; l'emancipazione cattolica dovrà condurre le donne ad un apostolato dinamico fuori dalle mura domestiche, ad una presenza attiva e coraggiosa, priva però di eccessi e di richieste personali.

Viene dunque legittimata la nuova missione della donna nella società insieme ad una osservanza scrupolosa dei dettami contro le esagerazioni della moda, quasi a garantire, almeno a livello visibile, che il nuovo tipo di presenza femminile cattolica è protagonista nel mondo senza creare disordine e discordia.

Già dal discorso di Benedetto XV le limitazioni del corretto vestire non sono sorrette da una logica punitiva; la lotta contro la moda viene quasi ad essere una dimostrazione di grande fiducia che la Chiesa offre alle donne cattoliche, un «campo di lavoro» in cui esse potranno agire in completa autonomia e quasi dimostrare, attraverso scelte concrete e visibili, la loro maturazione ed affidabilità.

2. La giornata nazionale contro la moda

«Il Papa lo vuole»4: forti di questa certezza le donne cattoliche escono allo scoperto, anche loro alla ricerca di un protagonismo post-bellico, per organizzare manifestazioni pubbliche, conferenze, volantinaggi contro la moda anticristiana.

Protagoniste delle nuove e rivoluzionarie forme di intervento e di apostolato attivo sono soprattutto le ragazze della Gfci. Già prima dell'Allocuzione di Benedetto XV esse danno prova di tutta la loro grinta: il 10 agosto 1919, a Milano, le socie Gfci ingaggiano una «gloriosa battaglia campale» che inizia con una Comunione riparatrice e che trova il momento culminante nell'opera di volantinaggio con cui Milano viene letteralmente attaccata.

Non è solo la distribuzione massiccia di volantini che sorprende, (più di un milione), ma è la modalità con cui le ragazze procedono che è strutturalmente nuova: «alle otto della mattina del 10 agosto due ardite raggiungono la Cupola del Duomo e fanno volare sulla città la prima nube di manifesti; [...] Nel pomeriggio [...] le automobili si diffondono per Milano e lanciano nugoli di biglietti [...]»5.

La componente dinamica e la tensione riparatrice della giornata milanese anticipano e precorrono quella che, pochi mesi dopo, viene celebrata come la prima manifestazione nazionale contro la moda. Mobilitate dal consueto piglio militaresco della Barelli6, le gieffine concepiscono una serie di iniziative volte a contrastare efficacemente il dilagare della moda indecente. Le proposte, trasmesse dal Consiglio superiore della Gfci all'Ufficio di Presidenza Centrale dell'Ufci, vengono vagliate ed articolate in «un piano di battaglia per la campagna contro la moda» articolato in quattro punti:

1. L'accettazione della proposta e regolamento d'una Lega contro la moda immorale mediante la nomina di una commissione che ad ogni stagione studi le modificazioni da apportarsi al figurino di Parigi [...].

2. La pubblicazione della conferenza sulla moda [...] che deve essere tenuta in tutti i circoli.

3. La giornata contro la moda immorale da tenersi il 29 giugno festa di S. Pietro. [...] Nella giornata contro la moda si comprenda:

a. Una comunzione riparatrice;

b. Una grande adunanza con conferenze e larghi inviti;

c. Una grande lanciata di foglietti volanti;

d. Un telegramma al Santo Padre.

4. Un invito speciale alle presidenti e dirigenti Gfci perché diano l'esempio del vestire elegante ma onesto [...]7.

All'interno di tale programma la giornata del 29 giugno assume rilevanza del tutto particolare. Si potrebbe dire che in questa data viene sperimentata quella mobilitazione di massa delle donne cattoliche che costituisce uno dei punti programmatici dell'associazione. Ne sono testimonianza le relazioni manoscritte che i circoli di tutta Italia spediscono all'Ufficio di Presidenza dell'Ufci. Né poteva essere altrimenti: il tono di questa manifestazione nazionale contro la moda è quello della grande liturgia di massa, tipica del periodo, liturgia volta ad attivare tutti ed ognuno contemporaneamente, da luoghi e situazioni diverse ad un unico centro, attraverso gesti e riti rigidamente scanditi.

Nella giornata contro la moda ogni momento è studiato e programmato dal direttivo dell'Ufci affinché in ogni parte d'Italia, nello stesso giorno, ogni donna cattolica italiana si senta e, soprattutto, agisca e si mostri come parte integrante di un grande esercito. Anche la scelta della data in cui celebrare la manifestazione è intenzionale: non solo il mese di giugno è tradizionalmente dedicato al S. Cuore, devozione fondamentale per la Gfci, ma, particolarmente il giorno 29, festa di S. Pietro, è «di sua natura [...] la festa del Papa»8.

Si consolida e si riafferma così una sorta di filo diretto tra il Pontefice e le donne cattoliche, che sottolinea ancora una volta come, nell'adempiere il loro dovere contro la moda scorretta, esse siano depositarie di uno speciale mandato derivato direttamente dal Vicario di Cristo.

Il Sacro Cuore, il Papa e le donne cattoliche, i protagonisti di questa campagna contro la moda, combattono insieme per un unico fine: questo è il tipo di impressione che si ricava dalla lettura delle relazioni e questo è esattamente ciò che le aderenti all'Ufci sentono di vivere. Tutto ciò consente loro di portare a termine la parte più tecnicamente moderna del programma previsto per la giornata, vale a dire il volantinaggio a tappeto delle città.

La distribuzione dei «foglietti volanti» rappresenta il momento sicuramente più emozionante ed atteso per le giovani cattoliche. In esso le gieffine si sentono veramente le apostole coraggiose e temerarie che la gerarchia chiede loro di essere:

E le giovani contente di recarsi a compiere un importante atto di apostolato [...] corsero al luogo loro assegnato [...] Le nostre giovani hanno in breve ora sparso per la città ben 20.000 foglietti multicolori incontrando approvazioni ed incoraggiamenti da parte dell'intera cittadinanza. Soltanto una parte dell'elemento femminile è rimasto turbato: quello delle «semisvestite» che colpite però in pieno ben presto hanno abbandonato il pubblico passeggio9.

Le «diciture» dei volantini, formulate direttamente dal Segretariato di Milano, sono una testimonianza preziosa per cogliere il senso dell'effettiva tensione che anima la giornata contro la moda: «Soltanto le donne che non valgono nulla sentono il bisogno di vestire immodestamente per attirare l'attenzione degli uomini...»; «La donna scollacciata è una volgare maestra di immoralità. La bellezza naturale nulla giova nella donna che non sa essere modesta e riservata; essa finisce per nauseare gli stessi corteggiatori»; «Madri, vestite di più le vostre figliuole per custodirne il pudore»10.

Come è comprensibile, la distribuzione dei foglietti è evidenziata in tutte le relazioni, ma viene descritta con maggior vivacità nei resoconti provenienti dai medi e grandi centri urbani, in quei luoghi dove più forte e visibile è l'influenza dei processi di secolarizzazione e, dunque, la maggiore diffusione della moda «sconveniente».

Le grandi città sono infatti luoghi tradizionalmente considerati più peccaminosi, quelli in cui più manifesti sarebbero gli effetti negativi dell'emancipazione femminile. Le relazioni rispecchiano tale convinzione: alcuni centri di provincia si dichiarano immuni dagli influssi della moda sconveniente dai quali sembrano, invece, sconvolte le grandi città. Così, ad esempio, Matera («nei nostri centri poco o nulla c'è la corruzione delle grandi città»), Ozieri («nella nostra città per grazia di Dio non è ancora penetrata la moda disonesta»), Cagliari («nella quale regna ancora la serietà dei costumi»). Sfugge a questa regola, però, Pozzuoli «che risente come i grandi centri dell'influenza della moda, perché in Pozzuoli [...] ameno sito di villeggiatura, affluisce gente assai varia da ogni regione d'Italia e dall'estero»11.

La moda femminile crea non pochi imbarazzi anche all'interno della Chiesa stessa, soprattutto nei sacerdoti che devono far rispettare la decenza senza però offendere e allontanare i fedeli. Il problema è talmente sentito che anche «L'Osservatore Romano» se ne occupa ampiamente in un articolo intitolato, appunto, La Moda e il Tempio12. In esso si intende chiarire senza «relativismi morali e sociali» la legge di convenienza da rispettare in Chiesa.

Considerato il soggettivismo a causa del quale «le donne che accedono al tempio, tutte giurerebbero di essere vestite decentemente», si insiste sulla necessità di applicare le prescrizioni ecclesiastiche senza cavillare13.

Strettamente connesso alla elaborazione e alla celebrazione della giornata del 29 giugno è il Regolamento per le Giovani Cattoliche Italiane perché possano mantenersi immuni dalle fatali conseguenze della moda anticristiana, manoscritto firmato a nome di «Teresina»14. Insieme alle relazioni, tale manoscritto rappresenta un episodio estremamente significativo della nuova ottica che guida le donne cattoliche nella loro battaglia. L'autrice chiama «tutte le socie dei circoli a raccolta, invitandole ad una campagna, non del momento ma permanente, contro la moda scandalosa».

Si passa, quindi, ad enucleare le regole che le socie devono impegnarsi a seguire per combattere la moda anticristiana. Infine propone i mezzi di cui è possibile disporre «per facilitare l'adempimento degli obblighi», vale a dire la commissione che ritocchi ad ogni stagione il figurino proveniente da Parigi secondo «il senso morale cristiano».

Tutto il Regolamento, ed è questo l'aspetto più interessante, è sostenuto da un forte senso di coinvolgimento e responsabilizzazione, le donne stesse formulano i presupposti teorici e le norme pratiche da osservare: « [...] daremo noi le leggi della moda, noi pronunceremo la sentenza sulla trasformazione sul modo di vestire». Formata ed educata a dare ad ogni atto della propria vita un significato soprannaturale e, nel contempo, ad entrare nei processi di modernizzazione per influenzarli dall'interno, la militante cattolica deve esprimere la severità del proprio impegno anche e soprattutto attraverso l'abbigliamento. La virtù della modestia diventa così un efficace strumento di apostolato.

In questa visione e su questi sentimenti si regge tutta la battaglia contro la moda; con il 29 giugno 1920 le donne cattoliche escono definitivamente dai percorsi usuali per affermare pubblicamente ed energicamente la loro presenza e per dar vita ad un nuovo modello di impegno femminile cattolico che impronterà di sé buona parte del secolo.

3. Vestirsi di bianco: le codificazioni sartoriali e l'apostolato della purezza

Oltre alle manifestazioni nazionali, la testimonianza più organica della massiccia opera di moralizzazione intrapresa dall'Ufci ci viene offerta dalla stampa d'associazione.

Le socie devono attenersi sempre ed ovunque alle regole reiteramente diffuse dai giornali del movimento:

1. La parte superiore dell'abito non deve lasciar scoperto di più del collo: non ci deve essere nessuna scollatura.

2. Le maniche devono coprire almeno metà dell'avambraccio.

3. La lunghezza dell'abito deve oltrepassare il polpaccio delle gambe.

4. Non si devono usare abiti o parte di abiti trasparenti, se non muniti di sottoveste.

5. Gli abiti non devono eccessivamente stretti né troppo attillati15.

Ogni gieffina deve, inoltre impegnarsi non solo a «vestire correttissimamente», ma anche «secondo la sua condizione sociale»16.

È evidente che il livellamento delle «differenze» prodotto dalla nuova moda è fonte di gravi preoccupazioni per la dirigenza dell'Ufci. Il modello estetico della «donna-crisi», almeno nelle sue linee essenziali, consente di essere ugualmente adottato dalle donne di strati sociali molto diversi. Tale democratizzazione dell'abito è considerata foriera di smarrimenti della coscienza, soprattutto quando l'ansia di imitazione arriva a generare il «lusso delle povere»:

il lusso è una specie di epidemia che si attacca [...] perché c'è il lusso anche delle povere [...] non vedete l'operaia che mangia solo la minestra per pagarsi le calze di seta, non vedete la famiglia di impiegati che vive alla diavola per concedersi il cinematografo la domenica [...] il lusso, che vuol figurare una gran signoria, ci porta dritti alla miseria17.

Scopo dell'Azione cattolica è rendere consapevole ogni ragazza che quella in cui vive è la migliore delle condizioni possibili perché ogni situazione sociale, civile e personale è un campo d'apostolato fecondo e soprattutto specifico, affidato ad una sola persona e a quella soltanto. In questo modo la socia della Gfci vive tutto ciò che la vita propone con «tono soprannaturale» e non ha più senso, una volta assorbita tale convinzione, desiderare qualcosa di diverso da quella che è la propria condizione oggettiva.

È interessante notare come, con altrettanto vigore, le dirigenti condannino la trasandatezza, figlia di quella falsa pietà, di quella visione distorta della devozione in base alla quale la donna veramente pia «si mette sciatta e disordinata in modo da far credere che per piacere a Dio bisogna far paura alla gente»18.

Allora vengono ammesse una bellezza ed una eleganza che non nascono dal lusso e che anzi possono diventare, attraverso un'imprescindibile tensione soprannaturale, validi strumenti d'apostolato: «Una persona che piace anche agli occhi è più ascoltata [...] tutti i cristiani hanno il dovere di essere belli [...] Noi che dobbiamo esser apostoli dobbiamo attrarre [...]»19.

E così accanto alle rubriche di formazione a orientamento etico, dal 1926 appare, su «Squilli di Risurrezione», una vera e propria rubrica di moda. Firmata da Sorella Marta, è una breve rassegna sulle ultime tendenze dell'abbigliamento che pur le socie della Gfci devono seguire se, come dice Sorella Marta: «Un po' di moda ci vorrà anche per la Gfci che non deve trascurare quanto può giovarle socialmente!»20.

Le indicazioni sulle novità di stagione sono abbastanza scarne - nulla a che vedere, ad esempio, con la ricchissima ed esaustiva Rassegna dell'Eleganza Femminile pubblicata annualmente dall'«Almanacco della Donna Italiana» - ma è significativo che un giornale di formazione come «Squilli di Risurrezione» pubblichi alcuni dettagliati figurini di moda, disegnati secondo le regole dell'eleganza cristiana. Con lo stesso intento compare su «Fiamma Viva», la rivista dedicata alle signorine di buona famiglia, un'analoga ma ben più articolata rubrica: Madamigella Moda.

Rispetto alla rubrica di Sorella Marta, gli articoli di «Fiamma Viva» sono più ampi, descrittivi e puntuali nelle indicazioni tecniche, generosi di consigli stilistici. In ogni uscita di Madamigella Moda vengono presentati figurini molto più numerosi e soprattutto molto più curati di quelli che appaiono in «Squilli di Risurrezione». Sono accompagnati da commenti e descrizioni circostanziati, chiaramente rivolti ad un pubblico per il quale la scarna rigidità dei diktat di «Squilli di Risurrezione» non sarebbe stata sufficientemente convincente.

La dirigenza dell'Ufci dedica poi, particolare attenzione ai Congressi dell'associazione: essi, infatti diventano occasioni per esibire pubblicamente il cammino percorso dalle socie anche in tema di pudore. Lo stesso abbigliamento richiesto è parte integrante di tutta la liturgia che guida questi grandi movimenti di aggregazione.

Ad esempio nel Congresso del 1925 è il colore bianco a trionfare, simbolo orgoglioso di una presenza femminile che vuol essere pura, silente, ma incisiva. Bianco il vestito, bianco il velo e bianche le calze, sembra che il Vaticano sia coperto da questo colore, grazie alle quattromila pellegrine che giungono da tutta Italia: «È tutto candido in questo momento: innanzi al Papa bianco, è prostrata una teoria di vergini candide, su di esse si eleva un labaro anch'esso bianco [...] Sia l'anima nostra sempre un giglio di purezza in modo che l'abito e il velo che in questo momento indossiamo siano il completamento di un candore interiore»21.

Ed ancora di più, durante il Congresso del decennio della Gfci celebrato a Roma dal 14 al 20 luglio 1928, questo trionfo del bianco raggiungerà toni da apoteosi. Preceduto e preparato da una grande iniziativa nazionale - la Crociata della Purezza, volta alla formazione permanente delle virtù angeliche - tale Congresso impone, per le funzioni e le sfilate, abiti, velo e calze rigorosamente bianchi. Si offre alle congressiste l'occasione di acquistare l'abito attraverso «Squilli di Risurrezione», nella preoccupazione di un'osservanza stretta delle regole e di una auspicata uniformità anche nelle linee dell'abito. Pur già modestissimi, i modelli forniti dal giornale devono essere guarniti dalle socie «con un ricamo o un pizzo» oppure da «una fila di bottoncini in modo da tenere ben chiuso il collo» e devono essere completati da una sottoveste accollatissima, lunga quanto l'abito, con le mezze maniche, atta ad «impedire ogni trasparenza». Non sono ammesse deroghe, né a causa della stagione che pur viene definita «caldissima», né a causa di altri impedimenti: coloro che non hanno avuto tempo e modo di confezionarsi l'abito bianco o di farselo prestare e si presenteranno al congresso pur in abiti correttissimi «saranno messe sempre in coda alle sfilate e manifestazioni»22.

E, finalmente, il pomeriggio del 15 luglio 1928 Papa Pio XI concede udienza alle congressiste che si sentono testimoni di un apostolato della purezza così gradito al Pontefice, nelle cui mani consegnano i frutti del loro lavoro e della loro battaglia.

Alle ore 15, l'aspetto di piazza S. Pietro, invasa da «grandi gruppi di giovani bianco vestite e bianco velate», cambia; giunte nel cortile di S. Damaso, dove si svolgerà l'udienza, le diecimila congressiste rivestono e trasformano con il loro candore lo spazio circostante: «Si ha l'impressione di una nevicata in piena estate». L'apparire del Pontefice scatena un'ovazione da parte delle ragazze che stravolgono il cerimoniale agitando i loro fazzoletti bianchi: «Lo spettacolo è di una fantastica bellezza: si ha l'impressione di un volo di colombe, di una candida nevicata vivente, di un immenso cesto di fiori bianchi. Il Papa stesso si arresta, sorpreso, commosso, ammirato dinanzi a quel mare agitato da una sola passione: l'amore pel Vicario di Cristo!»23.

Alla fine dell'udienza, al ritorno delle socie, di nuovo «la piazza di S. Pietro sembra cosparsa di gigli». La purezza espressa nel contegno, nell'espressione e soprattutto nell'abbigliamento, permette loro di attraversare «il fango del mondo» senza esserne contaminate. La purezza, prima di ogni altra cosa, sarà la divisa, l'uniforme in base alla quale ogni tentativo di insubordinazione, o solo di discussione ed elaborazione personale, verrà censurato sul nascere, ma che, nel contempo, permetterà alle donne cattoliche di vivere una particolare, e altrimenti loro negata, forma di emancipazione.

Note

* Questo breve articolo è tratto dalla tesi di una laureanda del nostro Dipartimento.

Prende in considerazione, attraverso lo studio dei giornali femminili cattolici e fonti archivistiche dell'Azione Cattolica, la posizione della Chiesa verso l'evoluzione del costume e della moda femminile negli anni delle grandi trasformazioni post-belliche. Si tratta solo di uno spunto ma quanto mai significativo della tematica ben più generale che riguarda il rapporto tra Chiesa e processi di modernizzazione degli anni Venti e Trenta. Proprio nella denuncia delle manifestazioni della nuova e aggressiva femminilità degli anni Venti, la Chiesa dimostra di saper sfruttare e gestire in proprio l'emancipazione delle donne attraverso la crescita di un battagliero laicato femminile sempre più presente nella società.

1. «Squilli di Risurrezione», 1921.

Il lavoro si è basato sulle seguenti fonti:

La stampa del movimento femminile cattolico: «Bollettino d'organizzazione dell'Unione Femminile Cattolica Italiana», 1918-1925; «In Alto!», 1920-1928; «Squilli di Risurrezione», 1921-1928; «Fiamma Viva», 1921.

I fondi: Archivio dell'Istituto per la storia dell'Azione Cattolica e del movimento cattolico in Italia «Paolo VI»: fondo Unione Popolare, c. 23 (1914) e c. 45 (1920); fondo Cavagna Barelli c. 56 (1921-1934) e c. 63 (1913-1943); Archivio dell'Istituto Magistrale «Vittoria Colonna» di Roma.

I giornali e le riviste: «Civiltà Cattolica», 1917-1928; «L'Osservatore Romano», 1918-1926; «Rivista del Clero Italiano», 1920-1925.

2. Il Santo Padre e l'Unione Femminile Cattolica Italiana, in «Bollettino d'organizzazione dell'Unione Femminile Cattolica Italiana, da ora «Bollettino Ufci», 15.11.1919, p. 1.

3. Ibidem.

4. «Bollettino Ufci», 1.6.1920, p. 3.

5. «Bollettino Ufci», 1.10.1919, p. 3.

6. Sul «Bollettino Ufci» del 15.5.1920, Armida Barelli pubblica un Ordine di mobilitazione che non ammette repliche: «Il Comando Supremo ha parlato: il Papa vuole si combatta la moda invereconda. E la Gioventà Femminile Cattolica Italiana dichiara guerra alla moda immorale. La dichiarazione ha luogo a Roma il 16 maggio... Le ostilità si inizieranno al mese di giugno, il mese del Sacro Cuore, nostro Capo adorato. Le rappresentanti dei Consigli diocesani e dei Circoli convenute a Roma discuteranno i mezzi più efficaci per vincere l'ardua battaglia».

7. «Bollettino Ufci», 1.6.1928, p. 3.

8. «Civiltà Cattolica», 1920, p. 172.

9. Archivio dell'Azione Cattolica, fondo Unione Popolare, doc. 64, c. 45.

10. Ivi, doc. 54, 64, 71.

11. Ivi, doc. 56, 71, 49.

12. «L'Osservatore Romano», 16.7.1924, p. 2.

13. Nel 1930 i sacerdoti avranno una norma molto più precisa alla quale riferirsi: «Le fanciulle e le donne che vestono abiti disonesti, siano allontanate dalla Santa Comunione e dall'Ufficio di madrine nei Sacramenti del Battesimo e della Cresima, e, nel caso, s'impedisca loro anche l'ingresso in Chiesa», dalle Istruzioni della Sacra Congregazione del Concilio sulla moda femminile agli Ordinari d'Italia, Città del Vaticano, 1930, in A. Cava, Ineluttabile. Moda e Mode, Milano, 1940, p. 199.

14. Ivi, doc. 42. L'affettuoso diminutivo fa pensare a Teresa Pallavicino, Teresina, come amava chiamarla la Barelli. Teresa Pallavicino, di nobile famiglia parmense, viene avvicinata, durante il Congresso dell'Ufci del 1919, dalla Barelli che le propone di impegnarsi nella dirigenza della Gfci. Comincia così tra Armida Barelli e la marchesina Pallavicino una collaborazione ed una amicizia che le seguirà per tutta la vita. Cfr. M. G. Tanara, Teresa Pallavicino, in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, 1860-1980, Torino, 1981, III/2, pp. 621-622; A. Barelli, La Sorella Maggiore, cit., pp. 88-93.

15. «Squilli di Risurrezione» (da ora «Squilli»).

16. Ivi, 1.2.1924, p. 4.

17. «In Alto!». giugno 1920, p. 2.

18. «Squilli», 24.2.1922, p. 7.

19. «In Alto!», luglio 1921, p. 2.

20. Ivi, 15.2.1926, p. 3.

21. Ivi, 15.10.1925, p. 5.

22. Ivi, 1.7.1928, p. 4.

23. Ivi, 15.7.1928, pp. 10-11.