Emilia Morelli

di Carlo Ghisalberti

L'improvvisa scomparsa di Emilia Morelli, della Milla, come era affettuosamente chiamata dai familiari e da tutti i suoi amici, che erano davvero tanti, ci ha colto di sorpresa, lasciandoci una sensazione di profondo dolore. In me, poi, che ero legato a lei da una antica, cinquantennale amicizia familiare oltre che personale e che avevo sempre avuto con lei intensi ed affettuosi rapporti di studio e di collaborazione, la sua fine ha lasciato un vuoto incolmabile reso più triste anche per le modalità nelle quali si è verificata e che mi hanno di fatto coinvolto.

La mattina del 13 gennaio, infatti, mi ero recato all'Istituto per la Storia del Risorgimento, del quale la Morelli era presidente, per discutere della vita dell'Istituto e per parlarle di certe carte depositate in quell'Archivio e che ella ben conosceva avendole ordinate. Si trattava della corrispondenza tra Francesco Salata ed Agostino d'Adamo studiata da una mia allieva, Ester Capuzzo, che doveva tenere una relazione ad un convegno a Trieste sull'attività svolta da Francesco Salata per le Nuove Provincie. Quando giunsi all'Istituto, all'ultimo piano del Vittoriano, seppi dai suoi collaboratori che si era sentita male ed era scesa qualche minuto prima, nell'intento di raggiungere la sua casa con la macchina che aveva parcheggiato all'ingresso dell'edificio. Non potei così incontrarla come dovevo: telefonai di lì a poco alla sua abitazione, ma appresi che non vi era mai giunta. Era finita entrando nel suo garage, stroncata dall'attacco cardiaco che l'aveva colpita poco prima in quello che era stato per anni il suo abituale posto di lavoro.

Emilia Morelli, da quando aveva lasciato l'Università in seguito al collocamento a riposo, si era dedicata con tutte le sue forze all'Istituto dove era entrata sin dal 1936 come vicedirettore del Museo Centrale del Risorgimento, diventando poi Segretario generale nel 1951, ed infine presidente nel 1983. All'Istituto ha lasciato in quasi un cinquantennio di attività continua un'impronta eccezionale, sia riordinando e schedando personalmente gli importanti fondi archivistici, sia organizzando il materiale espositivo del Museo non solo nella speranza, purtroppo mai realizzata, di vederlo definitivamente aperto e funzionante, ma anche per fornire strumenti documentari ed iconografici alle molteplici esposizioni che in varie località d'Italia e d'Europa hanno ricordato e celebrato quel Risorgimento italiano alla cui memoria ed al cui studio si era sempre appassionatamente ed intelligentemente dedicata.

Nata nel 1913, si era laureata nella nostra Università nel 1935 discutendo con mio padre una tesi in Storia del Risorgimento. Gli era rimasta fin da allora vicino, collaborando con lui alla cattedra ed all'Istituto e seguendolo nelle molteplici attività di studio, di insegnamento e di organizzazione di cultura. Assistente alla cattedra di Storia del Risorgimento nel 1942, libera docente della materia nello stesso anno, dopo aver fatto una prima esperienza di insegnamento come professore incaricato all'Università di Cagliari, vinse nel 1955 il concorso a cattedra di Storia del Risorgimento. Insegnò questa materia all'Università di Palermo fino a quando, nel 1964, venne chiamata all'Università di Roma ove rimase per tutta la sua carriera conclusa nel 1988, raccogliendo intorno a sé numerosi e validi allievi.

Risorgimentista pura, aveva dedicato le sue ricerche ed i suoi studi essenzialmente alla storia dell'Ottocento, non trascurando però, talvolta, temi e problemi settecenteschi, come attestano i suoi lavori, per nulla occasionali, su Benedetto XIV e sui rapporti tra questo pontefice e il cardinale de Tencin, testimoniati dall'importante epistolario curato con rara perizia filologica e che ha visto la luce tra il 1955 e il 1984. L'Ottocento, però, più del Settecento l'aveva appassionata sin dalla stesura della sua tesi di laurea sull'esilio mazziniano, perfezionata successivamente a Londra, continuando ed approfondendo sempre più le ricerche destinate a culminare, dopo una serie di saggi e di studi prolungatisi per un trentennio sulla vita e l'opera del grande patriota, nel fondamentale volume sull'Inghilterra di Mazzini del 1965.

I suoi interessi risorgimentali erano veramente assai vasti; se la sua preferenza, non soltanto nel periodo iniziale degli studi, sembrava portarla soprattutto ad appassionarsi di Mazzini e del mazzinianesimo, degli esuli disseminati per l'Europa, delle forze e degli uomini dell'ala democratica e rivoluzionaria, in una sola parola dell'Italia antimoderata, fatto questo che potrebbe apparire in contrasto con il suo stato d'animo e il suo pensiero poco proclivi alle ideologie che oggi tendono a qualificarsi di sinistra, non per questo escludeva dai suoi ambiti di ricerca i personaggi delle altre parti politiche che alla sinistra si erano opposte.     

Ciò sembra provato dall'attenzione che la Morelli ha dedicato alla memorialistica, agli epistolari ed ai diari di molti esponenti della più varia provenienza ideale, dalla raccolta in quattro volumi dell'Epistolario di Nino Bixio, che le occupò un quindicennio di attività tra il 1939 e il 1954, al successivo Diario delle cento voci di Giuseppe Massari, pubblicato nel 1959, e reso finalmente disponibile in una edizione scientificamente accurata, ai due volumi dell'interessantissimo Diario di fine secolo di Domenico Farini, edito nel 1962. Il suo impegno filologico ed insieme ricostruttivo della vicenda di questi personaggi, considerati per la loro azione e per le loro relazioni, era a tutto campo: si rivolgeva, infatti, verso tutte le direzioni e tutti gli ambienti, senza preferenze o preclusioni di carattere politico, offrendo strumenti di alto valore tuttora indispensabili ai ricercatori della storia dell'Ottocento italiano. Questi, peraltro, debbono a lei ed alla sua indefessa attività il riordinamento e la descrizione dei Fondi archivistici del Museo Centrale del Risorgimento, pubblicati in ben cinquantadue saggi illustrativi nella Rassegna Storica del Risorgimento dal 1938 al 1991 e che un gruppo di suoi amici e colleghi ha raccolto in un unico volume per onorarne la continua e proficua attività di studio, di insegnamento e di organizzazione di cultura, in occasione del suo ottantesimo compleanno, nel 1993.

La Morelli, però, non era soltanto una paziente filologa, raccoglitrice di fonti documentarie, indagatrice di carte ed editrice di memorie. Ai fatti, alle circostanze che li avevano provocati ed agli eventi che ne erano derivati andava sempre la sua attenzione, impegnata a ricostruirne la trama ed a valutarne le conseguenze nel processo risorgimentale. Se ne trae una testimonianza dagli studi sulla rivoluzione del 1831 e sulla violenta crisi che allora parve sconvolgere lo Stato pontificio ed in modo particolare le sue provincie settentrionali, che la studiosa ha analizzato nel lavoro sull'Assemblea delle Provincie Unite Italiane, edito nel 1946, che la portò a spostare il suo interesse su La politica estera di Tommaso Bernetti, segretario di Stato di Gregorio XVI, del 1953, volgendo così lo sguardo su uno dei maggiori esponenti della politica vaticana del tempo e sulle difficoltà per un papa fortemente conservatore di accettare la linea riformistica suggeritagli dalle Potenze europee. Ma questa non è l'unica prova del suo impegno culturale e scientifico. È, infatti, difficile trovare un settore, un personaggio od un argomento di un certo rilievo nella nostra storia risorgimentale che non sia stato fatto oggetto del suo interesse o della sua ricerca, talvolta appena sfiorandoli, talaltra, invece, approfondendone aspetti, caratteri e contenuti. Si pensi, ad esempio, ai saggi del 1979 sull'immagine che gli esuli italiani ebbero della Svizzera o dell'Inghilterra, a quello su La costituzione degli Stati Uniti d'America e i democratici italiani dell'Ottocento, del 1991, o a quello dedicato a Il palazzo del Quirinale da Pio IX a Vittorio Emanuele II, del 1970. Si guardino anche i molti scritti su tante individualità differenti per peso, per azione e per carattere: scritti che vanno dai Tre profili: Benedetto XIV, P. S. Mancini, del 1955, a quello su Gli studi superiori di Vittorio Emanuele II, del 1981, su Panizzi e il decennio di preparazione, del 1982, ed a quello su Emilio Visconti Venosta tra Mazzini e Cavour, del 1986. Questi personaggi sono analizzati tutti nelle testimonianze che ne recano le fonti da lei studiate con rara acribia e con intensa partecipazione. L'azione ed il pensiero di questi uomini le apparivano pienamente inseriti nello svolgimento di quel processo risorgimentale che non a torto riteneva la pagina più elevata della lunga e travagliata storia d'Italia. Al momento conclusivo di quel processo aveva dedicato nel 1977, per i «Quaderni di Storia» diretti da Giovanni Spadolini, la bella sintesi 1849-1849. I dieci anni che fecero l'Italia, rievocando gli uomini e gli eventi dell'unificazione nazionale.

Emilia Morelli, infatti, come sanno e come ricordano coloro che, studenti amici o colleghi, hanno avuto modo di conoscerla e di apprezzarla, amò veramente il Risorgimento, al quale da studiosa di storia sensibile e preparata dedicò intera la sua grande, continua ed intelligente attività.