L’assedio di Malta e la cavalleria mediterranea*

di Raffaele Puddu

L'isola di Malta è l'ultima propaggine meridionale della cristianità, il suo avamposto proteso verso il mondo turco-barbaresco, ma rappresenta in pari tempo il simbolo e il luogo della sopravvivenza, in pieno Cinquecento, della cavalleria crociata medievale e della sua missione costitutiva: la lotta contro l'Islam.

Dopo la conquista turca di Rodi (1522), invano difesa dai cavalieri di S. Giovanni, questi ultimi, nel 1530, avevano ottenuto Malta da Carlo V, e dall'isola e dal suo porto fortificato le loro galere intersecavano le rotte tra l'Africa del nord, l'Italia e l'Oriente.

Il 18 maggio 1564, una possente flotta turca getta le ancore nella baia di Marsa Scirocco e comincia a sbarcarvi più di ventimila uomini; ha inizio una gloriosa epopea che vede unite le armi del re di Spagna, difensore della Croce, con quelle dell'ultimo ordine cavalleresco sovrannazionale militante contro gli infedeli1.

Nel consiglio di guerra alla corte di Solimano, che apre sia il poema di Diego de Santistevan Ossorio, sia quello di Ippolito Sans2, sia la cronaca in prosa di Francesco Balbi da Correggio3, si espongono le ragioni di un'impresa così fortemente voluta dal sultano in persona. Alcune, quali il desiderio di gloria o la difesa di «nuestra sancta ley, y reputacion de vuestra magestad»4, potrebbero essere comuni al Re Cattolico ed ai suoi ministros, altre, espresse con il consueto piglio autocratico dal superbo Solimano, nascono dall'arroganza, da una smodata brama di dominio5 o, peggio, dagli intrighi di cui il serraglio e la corte di Costantinopoli sono sentina6. Santistevan Ossorio pare quasi voler rimarcare come i due estremi del Mediterraneo non siano poi tanto distanti per i termini della politica e della strategia, e perfino per il fronteggiarsi dei consiglieri e delle opinioni ai piedi del trono. A molti dei dignitari che siedono attorno a Solimano vengono riconosciute nobiltà, saggezza, prudenza non indegne di cristiani, e come alla corte di Filippo II, divisa tra i falchi del Duca d'Alba e le colombe di Ruy Gomez, anche qui i pareri sono opposti. Il savio Briazan esorta l'«hidalgo pecho» del suo signore e degli altri grandes ottomani a piegarsi alle ragioni della prudenza7, giacché con una sconfitta «mal se cobra el credito perdido»8, e li mette in guardia dalla 'codicia' di dominio con parole che rispecchiano i criteri eminenentemente difensivi della strategia di Filippo II: «Muy poco, invito Príncipe, has perdido, / Pues fama, nombre, y crédito has ganado: / Mira que a gran afrenta han reducido, / Tu ley, tu Religión, y real Estado, / Mejor es cierto defender tu tierra, / Que sin justa razón, moverles guerra»9. Tra gli infedeli, le radici del bene sono però inevitabilmente destinate a venir soffocate da un male preponderante, e sulla moderazione del vecchio consigliere prevale la furia del Sultano. Convoca ad un colloquio privato Mustafà Pascià, condottiero designato delle forze d'invasione, e gl'impartisce istruzioni che, se pure perfettamente coerenti con le concezioni tattiche cinquecentesche, rivelano, nelle intenzioni di Ippolito Sans, quale genere di guerra anticavalleresca egli abbia in animo di muovere al fiore della cavalleria cristiana. «Procura de tener alguna espia», raccomanda, e se la resistenza di quella «gente bellicosa, / fortíssima y guerrera a meravilla», sarà troppo strenua, «a pura artillería haras la guerra, / que assi les ganarás mejor la tierra»10.

Alle fanfare della guerra, ecco dunque sfumare le analogie tra i due imperi e venirne in luce le differenze. I preparativi della spedizione mostrano la gravità della minaccia che incombe su Malta, ma soprattutto evocano la micidiale 'modernità' dei mezzi di cui gli Ottomani dispongono, quasi si volesse mettere in risalto, oltre che l'inferiorità delle forze dei Cavalieri, la maggiore 'cortesia' delle loro armi e la superiore dignità d'uno stile di combattimento che rimonta alla tradizione illustre della nobiltà crociata. La descrizione delle fonderie ove si colano i terribili cannoni ed i loro proiettili s'ispira con tutta evidenza a quelle, omeriche, della fucina di Vulcano11, le maggiori bocche da fuoco, ed in particolare i tre immani Basilischi, possono sprigionare una potenza distruttiva mai vista12, le stive delle navi rigurgitano d'ogni sorta di munizioni d'assedio, cui Sans dedica versi che non ricusano né il dato quantitativo, né il dettaglio prosaico13. La mobilitazione d'uomini e l'accumulo di materiali, che fanno paragonare Solimano a Scipione sul punto di salpare contro Cartagine, a Porsenna o Cesare in atto di marciare verso Roma o verso Farsalo14, culminano con una spettacolare parata del corpo di spedizione davanti al Sultano, alla sua corte ed al popolo di Costantinopoli.

A partire dall'Iliade, archetipo d'ogni racconto di guerra, la rassegna degli eserciti prima della battaglia costituisce per gli autori epici un momento narrativo pressoché irrinunciabile15. Vengono presentati nella loro individualità, nei loro tratti peculiari, gli eroi che vedremo più avanti battersi in mischie serrate, così come sono analizzate le opposte armate, e messe a confronto nei loro caratteri estetici ed etici, sino a far risaltare i segni distintivi delle nazioni che le compongono, siano esse achee, italiche, cristiane o musulmane. Dettagliati indici onomastici, cataloghi d'etnologia eroica e d'araldica, rendono omaggio alle éites guerriere ed in pari tempo aiutano il lettore a districarsi in quell'aggrovigliato évènement ch'era uno scontro tra individui di proporzioni sovrumane e masse di combattenti coperti d'elmi e corazze, prima che l'adozione delle moderne uniformi nazionali conferisse alla battaglia campale l'apparenza di un diagramma bicromatico immediatamente decifrabile. Nel caso dei poeti dell'assedio di Malta, a queste ragioni si aggiungono sia la radicata tradizione della letteratura morisca, sia il gusto crescente per l'esotismo turchesco, e, con quell'atteggiamento duplice nei confronti del mondo islamico che da secoli è proprio della cristianità iberica, ancora una volta scemano gli odi religiosi e razziali e la repulsione per il diverso trascorre in ammirazione per l'affine. Le centinaia di cavalieri di Al Andalus che i Romances Fronterizos ritraggono in partenza per le loro imprese16, ritti su agili ginnetti 'de blanco color de cisne', destri giocatori di 'cañas', forti maneggiatori di 'alfanjes' e 'cimitarras', rivestiti di sete e metalli preziosi, e d'elaborate imprese d'amore e d'ardimento, rivivono nei guerrieri d'Oriente che incedono verso le galere alla fonda. Non doveva esser facile, per i tanti lettori del Romancero General di Pedro Flores, distinguere il prode guerriero Mustafà in partenza per Malta dal cavaliere granadino col capo ricoperto da un 'bonete' 'turquí', o 'turquesado'17, né doveva sconcertarli l'anacronismo d'un copricapo turco portato da un moro d'almeno un secolo addietro, altro segno evidente della commistione in atto tra temi letterari, circostanze storiche ed aree geografiche la cui contiguità era immediatamente percepita nella patria del Cid. Nel solco d'una lunga tradizione poetica, si può ancora cantare l'attuale e ben più minaccioso nemico della croce: anch'egli, come un nobile Abencerraje, impugna la scimitarra per la gloria e per l'amore d'una Zaide i cui colori porta in battaglia18.

Come in una di quelle miniature di Topkapi fitte di figure e traboccanti di colori, al suono d'esotici e marziali strumenti sfilano migliaia di guerrieri dai bizzarri e vari costumi, levati tra popoli ancor più numerosi di quanti non siano quelli che obbediscono al Re Cattolico:

Luego las trompetas barbaras tocaron, / ... / Con los ricos turbantes derribados, / De penachos luzidos adreçados. // Marlotas, y almayzares descogidos, / De colores, y esmaltes differentes, / Con un descuydo natural caydos/ / Los verdes capellares, y excelentes, / Con tocados curiosos, y luzidos, / Y garnarchas de seda trasparentes / Con tan loçano coraçon passavan, / Que a Marte alla en su esphera amedrentavan. // ... / Con ayroso desnuedo, y bizarria, / Marchava aquella verde adoleciencia, / De los gallardos Iovenes briosos, / De conquistar un mundo desseosos19.

Tra assordanti salve d'archibugio, passano spahis, 'Lebentes'20, 'Chacales'21, corsari barbareschi, aventureros aristocratici mossi dallo stesso spirito che anima i loro epigoni cristiani ad analoghe imprese, e, soprattutto, i maestosi ed invincibili giannizzeri, fiore dell'esercito del Sultano22. Alla testa d'ogni reparto sventolano grandi e policrome bandiere di seta e incedono quei prestigiosi capitani che Santistevan Ossorio dipinge fin nell'ultimo, fantastico, dettaglio dei loro costumi, delle loro monture, delle loro armi d'uno sfarzo barbarico23. Solimano non prenderà parte alla spedizione, ma saranno presenti i simboli della Sublime Porta: egli consegna al proprio rappresentante, Mustafà Pascià, 'la real vandera', e gli concede d'imbarcarsi sulla galera reale, «para si proprio solo fabricada / con artificio estraño, dentro e fuera / de muy ricas lavores adornada: / Y puso en ella el guion, o la vandera, / dexandola al Baxan encomendada»24. Sette anni più tardi, neppure Filippo II assisterà alla giornata di Lepanto, ma Don Giovanni d'Austria, personaggio di sangue reale e Capitano Generale della Lega Santa, navigherà s'una galera altrettanto straordinaria e di pari valore simbolico. Costruita nell'arsenale di Barcellona, fu spedita a Siviglia per esservi decorata con ogni cura; i lavori vennero dapprima affidati al Bergamasco e, dopo la sua morte, completati da Juan de Mal Lara, l'erudito umanista andaluso che detterà nei minimi particolari le figure da intagliare sulla meravigliosa imbarcazione, seguendo le istruzioni d'una corte estremamente attenta al linguaggio dei simboli25.

Sull'esempio illustre di Virgilio, Sans immagina che la Fama, strano e grande uccello, accorra a Malta per avvertire i Cavalieri dei preparativi ottomani, per poi proseguire il suo volo, attraverso l'Europa cristiana, fino al cuore ideale del mondo minacciato dall'Islam: la reggia di Filippo di Spagna. Il mitico animale, che pure s'è trovato, attraverso secoli di presenze letterarie, al cospetto dei massimi reggitori d'imperi, sbalordisce come mai in precedenza davanti alla poderosa maestà del Re Cattolico e, allorché questi impartisce i primi ordini per il soccorso di Malta, vola via certo della vittoria cristiana.

Fin dai primi canti, nel poema di Sans spira dunque un ottimismo sulle sorti della contesa che, se spoglia la narrazione di buona parte della sua drammaticità, vale d'altra parte a restituire un clima d'esultanza cavalleresca per il combattimento imminente che non stonerebbe in una poesia di Bertrand de Born o in un romanzo di Chretien de Troyes. La lezione del passato pare del resto giustificare tanta fiducia nella superiorità delle armi d'Occidente: le storie dei Greci e dei Romani abbondano d'episodi in cui pochi valorosi, motivati e disciplinati, hanno trionfato su orde sterminate di barbari dell'Oriente o del nord, e, se «también en Malta pocos se contavan, / mas esta falta en animo supplían, / y por el gran valor de que abundavan, / contarse por muchíssimos podían»26. Così, Jean de la Valette, Gran Maestro dei Cavalieri, assiste «con un plazer estraño, justo, y sancto»27 ad una rassegna che ha ben poco in comune con quella dei turchi. Sotto le insegne di San Giovanni Battista28 i difensori sfilano con passo lento e cadenzato, nell'atteggiamento austero di chi s'appresti a compiere un rito. Non fragore d'archibugiate, né asiatiche musiche assordanti, ed alla chiassosa policromia delle sete si contrappone la severa monocromia dell'acciaio. Le bandiere non sono qui esornative macchie di colore, ma sacri simboli religiosi e araldici; elmi, corazze e spade evocano gli antichi guerrieri crociati. «Andando ya a pelear como a una boda»29, meno di cinquemila cristiani30 accorrono poi sulla sponda del mare, da cui già si scorgono le vele turche, ed attendono impazienti lo sbarco di più di quarantamila nemici31 nell'atteggiamento minacciosamente rattenuto di un levriero che s'appresti a balzare su una lepre infrattata32.

Gli archetipi antichi e medievali del racconto di guerra hanno stilato delle regole destinate a durare, pressoché immutate nel tempo, fino a Kipling e John Ford: dalle Termopili agli sperduti avamposti ove le ondate dei Comanches o degli Zulu paiono sempre sul punto di sommergere i portatori del 'fardello dell'uomo bianco', da Roncisvalle alla giungla del Pacifico in cui i giapponesi brulicano con movenze d'automa attorno ad una pattuglia di marines, ogni lettore o spettatore di chansons de geste ha appreso da secoli a contrapporre l'individuo alla massa, la qualità alla quantità e ad esaltarsi per i miracolosi trionfi del piccolo, del civilizzato, del conosciuto, sull'immenso, sul barbaro, sull'ignoto. Nella falange greca avanzavano spalla a spalla uomini legati da stretti vincoli comunitari o addirittura familiari; ciascun oplita confidava per esperienza nella tempra del compagno che si batteva al suo fianco, o ne diffidava, era al corrente delle sue vicende personali, ne conosceva i lineamenti celati dall'elmo, ne aveva udito risuonare in assemblea la voce che faceva eco alla sua nel grido di guerra. Tutti i cittadini in grado d'impugnare lo scudo e la sarissa, schierati sul campo di battaglia nella forma d'una cerchia di mura, incarnavano l'identità spirituale della polis e ne difendevano la sopravvivenza fisica33. Di fronte ai piccoli eserciti delle democrazie elleniche, la cui superiore tensione politica e morale s'esprimeva in una tattica violentemente aggressiva che non teneva conto del numero e nell'impiego di armi fatte per il combattimento corpo a corpo, si spiegavano, levate a forza dall'imperatore di Persia negli sterminati territori sottomessi alla sua tirannia, moltitudini di 'barbari' capaci d'oscurare il sole con le loro frecce ma non di reggere vantaggiosamente uno scontro in punta di lancia o di spada.

Proprio le guerre persiane costituiscono il primo e più illustre precedente storico e narrativo d'ogni successivo confronto armato tra Occidente e Oriente e, più avanti, tra l'Europa dell'orgoglio aristocratico o dell'autocompiacimento borghese e gli sconfinati continenti dischiusi alla sua espansione. Erodoto può ben essere considerato il creatore d'una maniera di raccontare il conflitto tra civiltà e barbarie tutta giocata sull'enfatizzazione del divario quantitativo tra le rispettive forze: la strenua resistenza dei trecento spartiati di Leonida contro centinaia di migliaia di Persiani e la miracolosa vittoria riportata a Maratona da diecimila ateniesi su milioni d'invasori venuti dall'oriente, nonostante l'evidente iperbolicità delle cifre, o forse proprio per questa, evocano un sistema d'immagini destinato ad accompagnare Alessandro fino all'Indo, le élites sociali e militari d'Europa alla liberazione del Santo Sepolcro, i Conquistadores attraverso l'ignoto di altopiani e cordigliere ed innumerevoli generazioni di ufficiali usciti da Sandhurst, St. Cyr o West Point ai quattro angoli del globo. All'area delle buone istituzioni statali, capaci di suscitare negli uomini virtù individuali e sociali, si contrappone inoltre un mondo politicamente incivile, ove solo la costrizione e il timore d'un potere dispotico e crudele inducono sudditi irresponsabili ad affrontare il duro cimento della guerra. Gli 'antichi ordini', per più d'un millennio modello utopico dell'arte occidentale del governo e della milizia, non trasformavano i cittadini in servi imbelli né contemplavano che la difesa della res publica potesse venir affidata a genti «gagliarde fra li amici; fra e nimici vile»34, ma riposavano sulla certezza che un polites o un civis rispettoso delle leggi si sarebbe fatto leone sul campo di battaglia. L'affermazione del Cristianesimo affiancherà ad Erodoto la Bibbia ed arricchirà ulteriormente la panoplia ideologica del guerriero occidentale, imprimendo per di più su ogni suo avversario il marchio del fanatismo e della superstizione.

Forte delle sue superiori motivazioni, l'uomo della polis, come dopo di lui il legionario romano e il cavaliere crociato, disprezza l'arco di Paride, buono unicamente per abbattere fiere e liquidare spregevoli Proci, e giudica virili in combattimento solo le armi d'Achille. Per più di due millenni, il vile arco che invia la morte da lontano invece d'infliggerla a viso aperto verrà teso da popoli e ceti inferiori, dai Persiani, appunto, ai Parti, agli Unni, e, in seguito, agli Arabi ed alle plebi medievali che vi faranno ricorso per opporsi alle cariche degli invincibili bellatores. Né la disperata arretratezza tecnologica servirà mai da scusante per i 'selvaggi' d'ogni latitudine che faranno piovere le loro frecce sulle colonne dei conquistadores, delle giubbe rosse o delle giacche blu; al contrario, il volto dipinto del Guaiacura, dell'Irochese o del Bantù che s'affaccia, subdolo e crudele, da una cortina di foresta impenetrabile in attesa di scoccare il suo proiettile sibilante, è stato consegnato da secoli all'iconografia ed all'immaginario coloniali.

Per quanto il culto dell'eroe non sia stato esclusivo del mondo indoeuropeo, è indubbio che le istituzioni politiche e gli atteggiamenti culturali ch'ebbero origine nella Grecia classica abbiano determinato quel peculiare intreccio d'individualismo e di senso d'appartenenza a comunità statali o cetuali che sta alla radice dell'epos occidentale. La persuasione che la libertà e l'affermazione del polites coincidessero con quelle della polis proiettava sul singolo combattente il superiore prestigio d'una istituzione e la maggiore nobiltà d'una causa, ed in pari tempo comportava che l'areté individuale s'adeguasse ad un patrimonio ideale comune e ne traesse alimento. L'eroe spicca sugli altri membri della comunità, si tratti della Roma repubblicana, dell'ordo militum medievale o dello stato nazionale, ma insieme dà corpo al suo orgoglio collettivo e ne incarna, esaltandole, le virtù ch'essa riconosce come proprie. La sua accurata individualizzazione, più che a distinguerlo dai suoi compagni d'arme, vale a delinearne i contorni, a un tempo giganteschi e familiari, in mezzo alle masse indistinte dei nemici che lo premono da ogni lato. Così, il suo senso di superiorità finirà col rispecchiare quello di un intero popolo.

«È certo ­ scrive Novalis ­ che ogni convinzione aumenta infinitamente non appena un'altra anima ci crede»35: se ciò vale per ogni aggregazione umana che si riconosca come tale, dalla coppia al club di tifosi, non sempre gl'imperativi risultano ugualmente perentori, né determinanti per le relazioni tra gruppi e per le coscienze individuali. Gli Cheyennes chiamavano sé stessi 'il popolo', ma c'è da domandarsi quanto potessero ritenersi 'diversi', e dunque 'opposti', rispetto alle altre tribù accanto alle quali piantavano le tende o contro le quali cavalcavano in guerra, dal momento che avevano in comune con esse cultura, spiritualità e stile di vita. Fu il sopraggiungere dei bianchi, portatori d'una civiltà radicalmente differente e incompatibile, e per di più pervasi da un'incrollabile convinzione della propria superiorità etnica e culturale, a sconvolgere la dimensione della violenza nelle Grandi Pianure, sostituendo il bastone segna colpi col fucile e trasformando una guerra prevalentemente rituale in guerra di sterminio. La drammaticità e la spietatezza d'un conflitto armato risultano proporzionali al grado d'opposizione esistente tra i contendenti, sia essa immediatamente avvertita dai singoli membri delle comunità in lotta, o enfatizzata con ogni mezzo da chi ha l'autorità di decidere per la guerra e di condurla. Così, la mobilitazione militare d'una società organizzata trae alimento da quella fede nella propria superiorità che la ricchezza del patrimonio culturale, la solidità delle strutture politiche, l'esperienza di antiche prove sostenute vittoriosamente hanno potuto radicare in essa, ed in pari tempo la stimola e la consolida. Più ancora che la demonizzazione del nemico, conta la definizione dei suoi caratteri 'opposti'. Prima della fine del Seicento, ben di raro il differente colore della pelle è valso ad evocare nel Vecchio Mondo la contrapposizione tra bianco e nero, luce e tenebre, bene e male, sebbene, come testimoniano gli antichi libri di viaggi attraverso l'Europa ed il Mediterraneo fino al Vicino Oriente, non mancasse una sensibilità assai più profonda di quanto non sia quella d'oggi nei confronti delle specificità etniche, storiche, culturali e religiose. Proprio queste ultime hanno sintetizzato ed amplificato, soprattutto a partire dal Medioevo, le topiche dicotomie tra civiltà e barbarie, verità e menzogna, libertà e tirannia, disciplina e ribellione, sia che a scontrarsi fossero cristianità e Islam, sia che, con violenza ancor maggiore, s'affrontassero, più tardi, Cattolici e Protestanti.

Fin da quando Omero aveva contrapposto alle «grida e richiami» da uccelli dei Teucri l'austero 'silenzio' degli «Achei che spirano furia»36, la cultura occidentale della guerra ha giudicato marziale e terribile la muta carica d'aggressività con cui una formazione ben addestrata muove contro il nemico o ne attende a pié fermo l'assalto e tenuto in spregio le urla selvagge con cui, nella pretesa d'incutere terrore, orde vili ed indisciplinate tentano piuttosto d'animarsi alla lotta. A Malta, assai più che nella piana dello Scamandro, attraverso i comportamenti collettivi degli eserciti si delineano gli opposti caratteri delle civiltà d'Oriente e d'Occidente. Le galere degli 'arrogantes' ottomani bordeggiano avvolte dalla fitta cortina di fumo prodotta dalle salve d'archibugi e cannoni con le quali intendono impressionare l'avversario37, mentre dalle moltitudini che vanno ammassandosi lungo la riva si leva il clamore incessante di cornamuse, trombe e tamburi38. I cristiani replicano con l'ardimentosa e disciplinata sortita dei loro guerrieri scelti che, schierati in perfetta formazione, escono dalle mura con alla testa «pífaros, atambores, y vanderas»39; in prima fila, come negli osts medievali, cavalcano combattenti aristocratici rivestiti di ferro che impugnano lance, spade e scudi. Tocca naturalmente ad essi l'onore del primo scontro con i musulmani. Il racconto scorre nel solco della tradizione classica e cavalleresca: v'è spazio per le gesta degli eroi che il lettore ha conosciuto attraverso le rassegne, per i bei colpi di spada, per le topiche invettive contro le armi da fuoco. Il gentiluomo francese 'La Ribera' carica con una dozzina di cavalieri un gruppo d'archibugeri turchi riparati dietro un muro in rovina40; quando il destriero crolla sotto di lui, abbattuto dal piombo sleale, è subito in piedi, mulinando tra i nemici «una espada fiera»41, finché un secondo proiettile non lo passa da parte a parte. Come ogni soldato di mestiere del suo tempo e della sua nazione, doveva certo essere esperto nell'impiego di cannoni ed archibugi Ippolito Sans, cavaliere di Santiago presente alla difesa di Malta, che tuttavia prorompe in accenti del tutto simili a quelli con cui Ariosto, Monluc, Cervantes, Quevedo, e cento altri letterati e guerrieri dei primi secoli dell'età moderna hanno tuonato contro la 'diabolica invenzione' affossatrice d'ogni virtù cavalleresca42:

O máchina salida del infierno / a destruyr la gloria de la guerra: / diabólica invención, que ya al moderno / usada tanto esta sobre la tierra, / que rompe el hierro, assi qual papel tierno / la llama ciega, y junto el ruydo atierra: / refugio triste de hombre temeroso, / con quien se siente ygual al valeroso. // No vale ya de oy mas animo fuerte, / ni Hectoreo coraçón, tan celebrado, / pues desde lexos puede dar la muerte / el hombre mas ruyn, al más nombrado43.

E infatti, lo sfortunato La Riviére non è che il primo d'una nutrita lista di gentiluomini cristiani assassinati da questi ordigni infernali: la quasi totalità dei difensori caduti di cui i cronisti, con una precisione circa le cause della morte che non può esser ritenuta casuale, ci lasciano memoria è falciata dal piombo di cannoni ed archibugi, da Juan de la Cerda44 a Francisco Sanoguera45, da Henry de la Valette, nipote del Gran Maestro46, al valoroso Medrano47. Nei versi di Sans, la morte di quest'ultimo eroe è una lunga, drammatica sequenza che trascorre dalla prodezza cavalleresca all'impatto col vile proiettile. Lo vediamo battersi in singolar tenzone con un forte 'Sarracino', ributtare sui turchi la bandiera ch'erano appena riusciti a piantare sulle mura di Sant'Elmo e infuriare tra essi con lo spadone impugnato a due mani48, finché i nemici,

Rebotados del muro en buena guerra, / tiraron le con bárbaro alboroço, / y un terrible cañon como un mosquete / le descargó en metad del cosselete. / Abrióle le pelota como cera, / y haziéndole en el pecho honda herida, / ... / y súbito, faltandole la vida, / tendiosse enflaquezido el nuevo Marte / passado por ygual de parte a parte49.

Due ottave ne raccontano la morte, simile a quella d'un maestoso leone crivellato dalle frecce di cacciatori festanti attorno al corpo della belva che, viva, li aveva terrorizzati. «Del cuerpo atravessado salió el alma, / dexandole en oscura y pia calma». Al composto martirio del cristiano, fa da contrastante cornice la sguaiata esultanza dei pagani: «con bestial estruendo y bozería», essi «corrieron al varón, que poco avia / estava en su vigor tan invencible, / y asieron del, llegando sin espanto, / el que antes de morir temieron tanto»50. Ancor più emblematica, nella sua cieca casualità, è la fine di Melchior de Robles, il più grande guerriero cristiano, anima e spada della difesa. Va percorrendo gli spalti in un'ispezione notturna e, per una tragica fatalità, ha dimenticato la celata a prova di proiettile ch'è solito portare; dall'oscurità della pianura occupata dal nemico, una pallottola vagante giunge a trapassargli il capo.

È appunto nella contrapposizione sistematica tra armi e stili di combattimento che Sans sceglie la propria via al racconto della guerra tra cristianità e Islam, sin da quando fa sfilare i difensori «con sus armas tan doradas», coperti di 'arneses' risplendenti «de muy linda gravadura» e di elmi con cimiero, «más alegres que no en dança / de fiestas o saraos deleytosos»51. Tra loro non paiono esservi archibugieri; invariabilmente, i 'cathólicos varones' catafratti si battono con spada e rotella, recidono e tagliano nel folto dei 'desnudos turcos'52, incuranti che le loro lucide corazze offrano un bersaglio vistoso e, disgraziatamente, perforabile al piombo musulmano. Sebbene in numero soverchiante, gli assedianti preferiscono evitare il combattimento corpo a corpo e mirare da lontano con i loro sleali ordigni, «tirando al blanco arnés mil balas ciertas»53. Fosche ottave descrivono ogni marchingegno guerresco che sappia più di moderna tecnologia che d'antica nobiltà: il grande ponte su barche fatto costruire dal 'fementido Dragut'54, le piazzole d'artiglieria tracciate dagli ingegneri, per lo più rinnegati europei, al servizio del Sultano ed il rombante fuoco delle batterie55, che poco vale a rianimare gli assalitori 'temerosos del pellejo'. Al termine del poema, quando ormai le sorti della lotta han piegato nettamente a favore dei cristiani, Sans invita a considerare la sproporzione di forze che ha caratterizzato l'assedio, ma soprattutto la quantità di «munición y proviciones» impiegata dal Pascià, «la brava artillería que delante / se les puso a los Inclytos Varones», «las puentes, los ingenios, los engaños, / las minas, y la astucia de la gente, / con otros artificios muy estraños»56. Le tecniche, la copia e la modernità dei mezzi, tutto ciò che d'anticavalleresco ha prodotto l'arte della guerra cinquecentesca, sono state dalla parte degli ottomani; contro di essi, solo la «constancia valerosa» dei difensori e la cavalleresca arcaicità del loro acciaio. Maggiore attenzione agli aspetti 'realistici' della guerra presta senza dubbio la cronaca in prosa di Balbi da Correggio. La celerità di caricamento e di tiro, frutto d'una migliore qualità delle armi e forse d'una disciplina e d'un addestramento superiori, permette agli archibugeri cristiani, qui presenti in buon numero e determinanti, d'arrestare gli assalti di un nemico soverchiante e di controbatterne vantaggiosamente il fuoco57, mentre le batterie caricate a mitraglia spazzano le barche cariche di turchi sotto le minacciate mura di San Michele58. Il capitano Robles, il suo alfiere Munatones e tre archibugeri spagnoli sbaragliano venti nemici ch'erano riusciti a metter piede oltre il parapetto. Poco tempo prima, per avere arditamente sventato una mina, Munatones aveva ricevuto dal Gran Maestro una catena d'oro del valore di duecento ducati, dono degno d'un gentiluomo; ora, con gesto speculare a quello del La Valette, per quanto su un piano sociale diminuito, dopo aver pubblicamente lodato i tre valorosi privados, Robles li ricompensa con una ventaja di dieci scudi e s'impegna 'como cavallero' a versarli 'de mi casa' nell'eventualità che non venga confermata dall'amministrazione reale59. Antica liberalità aristocratica, moderna decorazione al valore, prosaico premio in denaro s'intrecciano a decretare l'ingresso nella società militare d'ancien régime dei professionisti plebei e delle loro armi. Ed il Gran Maestro in persona ne conferma la piena legittimità.

Quando gli viene annunciato che la marea dei turchi è sul punto di sommergere gli ultimi baluardi, egli prende dalle mani di un paggio la picca e la celata e s'incammina verso le mura dicendo: «Vamos a morir allá todos cavalleros, que oy es el día». Invano i gentiluomini del suo seguito tentano d'impedirgli di portarsi «como si fuera soldado privado»; imbracciato l'archibugio d'un fante che gli sta accanto, lo punta e guida il micidiale tiro dei difensori60. Naturalmente, i segni del crescente prestigio delle armi da fuoco non inficiano la tradizionale supremazia sociale e culturale di quelle bianche. Anche nelle narrazioni di Santistevan Ossorio e Balbi da Correggio, non tanto 'cortesi' quanto quella di Sans, i gentiluomini compiono con 'espada y rodela' le loro imprese più segnalate, e la superiorità della croce sulla mezzaluna si manifesta con particolare evidenza nel combattimento ravvicinato, ove le virtù individuali spiccano senza lo schermo di tecniche e stratagemmi plebei.

Se è vero che attraverso la descrizione delle armi e dei sistemi di combattimento prevalentemente impiegati dalle due parti in lotta sono delineate due differenti culture militari, e non solo militari, sarebbe tuttavia troppo semplicistico risolvere tutto in una dicotomia tra il mondo della cavalleria cristiana e dell'anticavalleria pagana. I musulmani possono fungere da contraltare barbaro e crudele alle virtù dei guerrieri della croce o rimandarne un'immagine speculare, a seconda che prevalga la cronaca della guerra o il racconto del passo d'armi, e dunque che i colori impiegati per dipingerli siano quelli del reale antagonismo storico o dell'epos plurisecolare che appartiene a entrambi i campi. Si potrebbe così parlare d'una cavalleria 'storica' e d'una 'fantastica': la prima è appannaggio quasi esclusivo dei guerrieri d'Occidente, attraverso la seconda gli infedeli, trasfigurati, son resi avversari degni e personaggi appropriati di moderne Novelas de Caballerías.

La presenza dell'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme fa spirare un antico vento di Palestina attraverso i racconti della difesa di Malta. La cinta delle fortificazioni è divisa in 'postas', ciascuna delle quali è affidata ai cavalieri d'una 'nación' o 'lengua', al comando del 'pilier', il gentiluomo più anziano che, secondo il costume dell'Ordine e, più in generale, secondo l'uso medievale del patronage cavalleresco, «da de comer a todos sus cavalleros en su alberge, que es como refitorio, pero dale el tesoro todo lo que para ello tiene menester»61. Qui, la presenza in uno stesso campo di 'nazioni' diverse non assume la forma propria delle 'milizie miste' cinquecentesche, in seno alle quali soldati naturales e mercenari stranieri d'ogni ceto servivano stabilmente insieme, per quanto non senza soprassalti di rivalità che potevano giungere sino allo scontro armato, sotto le bandiere d'uno stato capace d'imprimere alla guerra il sigillo della propria volontà politica; pare piuttosto ricalcare la fisionomia degli osts di Terrasanta, tra le cui file cavalieri di tutti i regni cristiani convenivano per un'unica impresa o giornata, e vi prendevano parte fianco a fianco in un clima d'emulazione cortese che meglio s'addiceva alla santità della causa, oltreché alla comune origine aristocratica.

Sans stabilisce una continuità di fatto tra i tempi eroici della liberazione del Santo Sepolcro ed il cinquecentesco conflitto tra Re Cattolico e Sultano per il dominio del Mediterraneo. Quattro galere di Sicilia, con a bordo settecento fanti spagnoli del tercio dell'isola e quaranta cavalieri dell'abito, navigano al soccorso di Malta. Il tranquillo viaggio per mare costituisce una parentesi idilliaca nel sanguinoso fragore della guerra; adagiati sul ponte, i gentiluomini ingannano le pigre ore della navigazione in nobili conversazioni. Melchior de Robles62, comandante della spedizione, chiede al cavaliere Quincy d'intrattenere i presenti sulla storia e sulle regole del suo Ordine. Per più pagine, il francese, «sabio, y eloquente en todas lenguas»63, narra ad un uditorio aristocratico, attento e competente, la fondazione dell'Ordine di San Giovanni, le sue vicende e le sue glorie a partire dalle Crociate, e ne descrive le istituzioni, per concludere con un agiografico elenco dei più illustri Grandi Maestri: un excursus che salda il passato col presente, che spiega come la guerra contro l'Islam conservi attraverso i secoli le sue più autentiche motivazioni, che ingloba, infine, i fanti dell'esercito regolare del re di Spagna nell'autentica missione costitutiva della cavalleria cristiana. La figura del Gran Maestro Jean de la Valette assurge così ad una dimensione simbolica che trascende le sue funzioni di prudente condottiero e di prode guerriero, svolte peraltro con quell'armoniosa coerenza sistematicamente propugnata dalla cultura militare cinquecentesca64. Come un padre sollecito del benessere dei propri figli, fa disporre lungo gli spalti orci d'acqua e di vino perché i soldati abbiano ristoro65 e li fornisce di soprabiti di paglia che li riparino dalla pioggia battente66. Intermediario tra Dio e i difensori della sua santa causa67, secondo un modello che va dai capi del popolo d'Israele ai sovrani medioevali, assolve una funzione sacerdotale68, sia nel rivolgere all'Altissimo69 ed a San Giovanni Battista, cui l'Ordine è consacrato70, frequenti e pubbliche orazioni, sia nel guidare la solenne processione del Corpus Domini71 e gli altri momenti liturgici che fan da contrappunto alle operazioni militari. Ma soprattutto, egli è capo supremo di quell'avamposto cosmopolita dell'ordo militum europeo radunatosi sull'isola, ne amministra l'onore e ne distribuisce gli onori. Le sue frequenti esortazioni sono rivolte a tutti i difensori, ma i più autentici destinatari ne sono i gentiluomini che gli stanno intorno e tutti quelli, di sangue altrettanto nobile e di tradizioni altrettanto illustri, che si battono lungo il perimetro delle mura. Così parla nelle Guerras de Malta di Santistevan Ossorio: «Y por buenos hidalgos principales, / Alcançays nueva gloria cadadía: / Los ánimos fogosos liberales. / Con discreción, valor y loçanía, / Mostrad al enemigo embravecido, / Y que de sangre noble aveys nacido»72. Prima viene l'appello alla gloria individuale dei combattenti aristocratici, solo in seconda battuta il richiamo al primato militare della croce sulla mezzaluna, la preoccupazione che «no digan de cathólicos Christianos, / siendo al fin en las armas escogidos, / Que de unos sediciosos Othomanos, / Con mucha confusión fueron vencidos»73. 'Sereno y grave', nella Maltea di Sans prega «que se acordassen que eran Cavalleros, / y que salir de alli, era dar la llave / de todo a los paganos carniceros»74. Quando, nel giorno di Santiago, i difensori allo stremo attendono ancora invano soccorsi spagnoli dalla Sicilia, è a 'los principales' che si rivolge, per ricordar loro che «nosotros Cavalleros, a quien toca / principalmente la honra desta guerra, / conviene que seamos firme roca / y amparo, hasta la muerte, de la tierra»75. E tuttavia, all'occasione, egli può accogliere nella corporazione dei guerrieri quei forzati che fa liberare ed armare a condizione che s'impegnino a combattere «como buenos christiános y valientes hombres»76, o raffrenare in nome dell'economia di forze fin troppo dissanguate l'esaltazione cavalleresca e la sete di martirio di dodici gentiluomini italiani intenzionati a passare nel forte di Sant'Elmo, ormai condannato, per immolarvi le proprie vite, «como eran obligados porel servicio de su fe y religión»77. Premia il valore di Munatones con un dono che sa d'onorificenza, si duole per la morte d'ogni combattente illustre ed ordina che il corpo del valoroso capitan Medrano venga solennemente interrato nelle sepolture dell'Ordine, in una sorta d'apoteosi nell'Olimpo cavalleresco78. Lo sbarco delle forze inviate da Don Garcia de Toledo coglie i turchi decimati, demoralizzati e già in procinto di reimbarcarsi: il fatto d'armi si trasforma così in festa cavalleresca, con Jean de la Valette a fare d'anfitrione e maestro delle cerimonie. Riceve nell'isola, e nella sfera dell'Ordine, nobili e signori giunti da lontano, «tratando a cadauno conforme a la calidad de su persona»79, con la consumata abilità del cortigiano avezzo a destreggiarsi tra i codici raffinati e le complesse gerarchie interne del mondo aristocratico. Si fa incontro a Robles sulle porte del Borgo, lo abbraccia e subito lo conduce a visitare una galleria di quadri fiamminghi che raffigurano le imprese di Carlo V, sovrano della 'nazione' spagnola ed al tempo stesso amico e protettore dei cavalieri di San Giovanni80. Poi, guida «todos los principales cavalleros [...] assi aventureros como mercenarios»81 attraverso l'ormai silenzioso campo di battaglia, dalle posizioni abbandonate dagli ottomani alle sgretolate fortificazioni testimoni di tanto valore cristiano82. Nel corso d'un nobile banchetto che conclude la solenne 'entrata' delle fanterie spagnole nel Borgo, ringrazia infine tutti i convenuti, assicurando che la memoria di tutti i 'cavalleros hijos dalgo' giunti in soccorso di Malta verrà conservata nelle cronache e nei registri dell'Ordine. Una particolare sollecitudine mostra nei confronti di don Bernardino de Cardenas, «porque ya estava informado dela calidad, sangre y estado deste cavallero. Y sabía como con solo nombre de cathólico aventurero avía venido del centro de España, con tanto gasto y tan acompañado»83: dopo averne fatto pubblicamente le lodi, comanda che il suo nome sia iscritto nel catalogo dei 'cavalleros defensores' e lo autorizza a inserire nel suo scudo d'armi la croce di San Giovanni. Grato di tanti onori, don Bernardino dichiarerà con perfetta fede di vassallo e di cavaliere antico «que después del rey, y principe nuestros señores el cavallero que le puede mandar por amistad y amor, y el le servira con la vida y hazienda, es el gran maestre dela religión de Sant Iuan fray Iuan de Valeta»84.

Lo spirito dell'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme aleggia sull'intero campo cristiano, e trasforma in crociati gli aventureros d'Italia e di Spagna e i duri veterani dei tercios viejos. Ufficiali iscritti nei libri paga del re di Spagna, membri effettivi dell'Ordine e giovani aristocratici ansiosi di prender parte ad un glorioso passo d'armi, tutti, come Bernardino de Cardenas, conciliano il servizio d'un sovrano nazionale con la fedeltà a ideali cavallereschi sovrannazionali. Sui baluardi o nelle sortite in campo aperto, in mezzo al fumo e al grandinare delle pallottole e dei dardi, contro uno sfondo aggrovigliato d'oscure comparse, decine di figure circonfuse d'un alone eroico si battono in tenzoni singolari coi campioni avversari, imbracciano scudi, mulinano spade, muoiono nobilmente e, nelle pieghe dei combattimenti, pronunciano detti edificanti e memorabili. Pur accordando talvolta l'onore della menzione a qualche combattente plebeo che si sia 'señalado' per il suo valore, le cronache dell'assedio privilegiano le gesta dei gentiluomini, sino a divenire degli autentici almanacchi di Gotha della nobiltà presente all'impresa, con lo scopo dichiarato di perpetuare la memoria d'individui e lignaggi tra lettori che seguitano ad amare gli eroi 'de buena casta' in un secolo durante il quale, specie nelle fredde e nebbiose terre dell'eresia luterana, la guerra è venuta perdendo buona parte dei suoi tratti cortesi.

La voz, de que ya el mundo andava lleno / sobre esto, por larguíssima distancia, / havía en toda parte apercebido / famosos Cavalleros al ruydo. // ... / diversos Cavalleros incitava / a verse luego alá en el caso horrendo: / Y algunos, con largueza que admirava, / en recoger soldados entendiendo, / por solo gentileza y buena cuenta / gastaron largamente de su renta85.

Per pagine e pagine, i loro nomi si susseguono accompagnati da un'aggettivazione il cui sapore medievale è un omaggio prestato alla tradizione del romanzo cavalleresco. Espressioni familiari ad ogni lettore dell'Amadís de Gaula scandiscono i bei colpi messi a segno dai più noti guerrieri cristiani talvolta contro campioni ottomani d'invenzione ingigantiti attraverso l'artificio letterario; spesso, in assenza di gesta rimarchevoli, la narrazione si fa elenco di 'los que se señalaron', 'pelearon muy como cavalleros', di chi 'peleó bien', o, semplicemente, 'peleó'86. I combattenti di buon lignaggio, «aquellos del arnés tan relumbrantes»87, occupano il proscenio, ma s'affacciano alla ribalta di questo gran teatro cavalleresco anche personaggi abituati a calcare altre scene, figure dal sangue non ugualmente illustre, eppure almeno altrettanto rappresentative della società militare cinquecentesca. Ufficiali e soldati della fanteria regolare spagnola inquadrati in quei tercios viejos de Italia che, solo tre anni più tardi, seguiranno il Duca d'Alba verso i Paesi Bassi per affrontarvi i ribelli delle Provincie Unite in una fosca, interminabile guerra di sterminio, vivono a Malta un elegante e, per la maggior parte di essi, incruento intermezzo cavalleresco. Sugli spalti e nelle sortite spicca il valore di alcuni archibugeri e, tra tutti, il privado Matamoros conferma il significato del suo nome88 mentre si distinguono i capitani di fanteria Miranda e Medrano. Andrés de Miranda svolge un ruolo emblematico del rapporto tra esercito nazionale e corporazione cavalleresca e dello spirito con cui i soldati di mestiere prendono parte ad un'impresa circoscritta nel tempo e nello spazio contro i secolari nemici della cristianità. «Hombre de buena edad, de grande ánimo, experiencia, saber y valor»89, alle prime notizie della minaccia turca accorre dalla Sicilia su una piccola imbarcazione, e viene immediatamente consultato dal Gran Maestro circa i problemi tecnici della difesa. Inviato ad ispezionare le fortificazioni e la guarnigione di Sant'Elmo, che chiede di raggiungere «solo como soldado privado», v'è accolto con giubilo «assi de cavalleros como de soldados [...] y era obedescido en todo por su reputación aunque sin cargo»90. La pratica e la rinomanza raggiunte nella sua professione gli valgono il rispetto di condottieri e compagni d'arme, e tuttavia, nello spazio come sospeso di quest'isola al centro del Mediterraneo, sceglie di rinunciare al grado conquistato nell'esecito reale per limitarsi ad occupare il suo posto di cavaliere tra altri cavalieri. Poiché nell'ideario d'un hidalgo castigliano la difesa della Monarchia s'identifica con la crociata per la fede, può ben assicurare che non «dexaría de dar su parecer siempre y trabajar en todo lo que viesse convenir al servicio de la religión: pues pretendía enello hazer servicio a su Rey». A parte una generica riorganizzazione de 'las portas y socorro', i suoi provvedimenti rivelano tuttavia l'uomo più avezzo a praticare gli acquartieramenti dei fanti che non le corti dei principi: ordina di pagare i soldati, di «poner tablas de juegos, y abrir tabernas. En fin hizo todo lo que imagino que era bueno para tener la gente alegre y regozijada»91. Col sincretismo caratteristico della cultura militare del suo tempo e del suo paese, anche Sans, prima di descrivere le esequie cavalleresche di Melchior de Robles, esalta la funzione svolta dai quadri dell'esercito di mestiere nell'ambito della monarchia cinquecentesca con espressioni che, fatto salvo il riferimento all'eredità romana, irrinunciabile per ogni spagnolo dell'età imperiale92, potrebbero ornare un Paladino di Carlomagno:

Un claro Capitán es la firmeza / del solio de su Rey, y le sostiene / en la Real fortuna y su grandeza, / a costa de su sangre, a do conviene. / El le haze, por su espada y fortaleza, / temido al enemigo, y que se suene: / es la honra de su patria, es una lumbre / que resplandece puesta en alta cumbre93.

Tra il capitano Robles e Munatones, alfiere nella sua compagnia, intercorre una relazione gerarchica sancita dalla moderna disciplina militare, ma anche, e soprattutto, una fratellanza d'armi che rimonta, oltre che agli esempi classici di Achille e Patroclo e di Eurialo e Niso, agli intensi vincoli di compagnonnage tra cavalieri erranti. Quando Munatones, ferito non troppo gravemente alla mano, riceve la notizia della morte del superiore, prorompe in un lungo, enfatico, elogio funebre, poi un freddo sudore lo ricopre e, inopinatamente, «siguio el amigo muerto al otro mundo». Della perdita di 'dos espadas' famose «dolieron se en estremo los varones / del habito, y personas señaladas»94, ossia coloro che il sangue rende capaci d'apprezzare la poesia aristocratica del luttuoso avvenimento.

Il corpo di spedizione raccolto in Sicilia da don Garcia de Toledo mostra quella stessa confluenza di truppe regolari, contingenti feudali e volontari della piccola nobiltà in cerca di gloria e d'avanzamento sociale che aveva caratterizzato gli eserciti spagnoli del Basso Medioevo, fino alla conquista di Granada ed alle prime fasi delle guerre d'Italia, per essere definitivamente superata, proprio ai tempi di Malta e Lepanto, nel corso delle campagne dei Paesi Bassi, combattute quasi esclusivamente da soldati di mestiere a lunga ferma reclutati dai capitani muniti di patente reale che percorrevano incessantemente le provincie della monarchia, o dagli appaltatori della guerra che agivano in ogni angolo d'Europa. Per salpare al soccorso di Malta si son radunati più di cinquemila fanti spagnoli dei tercios di Milano, Napoli e Sicilia con i loro famosi ufficiali, il fiore dei professionisti cinquecenteschi della guerra, da Alvaro di Sande a Julián Romero, che El Greco ritrarrà come modello di cavaliere cristiano assorto in preghiera, da Gonzalo de Bracamonte al futuro Maestro di Campo Sancho de Londoño, che riverserà la propria esperienza di veterano di Fiandra nel Discurso sobre la Forma de Reduzir la Disciplina Militar a mejor y antiguo estado95. Tra i difensori della prim'ora si trova già, accompagnato dal suo sergente Chacón, 'el capitán' Juan de Funes: nonostante Balbi da Correggio96 gli attribuisca un grado che a quei giorni non poteva spettargli, si tratta verosimilmente dell'autore del Libro intitulado ArteMilitar97, altro, fortunato trattato sull'impiego della fanteria. La figura di maggior spicco e senza dubbio quella del Capitano Generale delle galere Alvaro di Bazán, Marchese di Santa Cruz, che comanderà la flotta spagnola nella giornata di Lepanto. Si sono uniti alla spedizione non meno di cinquecento 'cavalleros aventureros', molti dei quali membri degli Ordini di San Giovanni e Santo Stefano, e una teoria di personaggi 'illustres', italiani e spagnoli, il prestigio delle cui casate, come in seno agli osts feudali, è confermato dalla quantità di gentiluomini che ne seguono i colori. «Don Bernardino de Cardenas, señor del Colmenar de Oreja, traxo desde España a su costa mas de quarenta cavalleros de casas illustres, y muchos capitanes y alferez (sic), y otros hidalgos y soldados, de modo que llegó a Malta con mas de dozientas personas a su costa y despensa. El conde de Cifuentes muy bien acompañado [...]. Venían mas don Cesar Davalos, y don Iuan su hermano, hermanos del marqués de Pescara, con mucho gasto y compañía»98. All'interno di questo mondo composito e provvisorio, le gerarchie sociali, determinate dal sangue, dal potere e dalla ricchezza, s'intersecano in un complesso meccanismo di riconoscimenti ed attribuzioni con quelle più propriamente militari, sancite dai gradi o semplicemente dall'esperienza e dalla rinomanza professionali. Così, i capitani e i colonelli dei tercios marciano alla testa dei loro uomini ed i maestri di campo siedono di diritto nel consiglio di guerra, ma anche l'esperto soldato Chiappino Vitelli, marchese di Cetona, «aunque sin cargo, entrava en consejo por su valor y reputacion»99 e l'onnipresente don Bernardino de Cardenas «cavallero aventurero, aunque sin cargo muy querido y respectado en todo el campo assi por su nobleza, como por su valor», accompagnato dai gentiluomini della sua 'famiglia', tra i quali alcuni ufficiali hidalgos fuori organico ch'egli ha preso al suo soldo per la durata della spedizione, «con su pica en la mano a pie», si mescola alle fanterie regolari ed impartisce ordini che ricevono pronta obbedienza, giacché «no avía soldado que no le tuviesse muy gran respecto»100. Non v'è dubbio, infine, che il principale intento dei cronisti di Malta sia di celebrare la società militare cattolica e mediterranea e soprattutto la sua tradizionale punta di diamante, quell'ordo militum aristocratico che ancora non viene accusato d'aver tradito la sua funzione costitutiva. Per hidalgos la cui nobiltà è stata ereditata dagli avi, o solo recentemente acquistata attraverso il servizio negli eserciti reali, l'avere impugnato le armi contro la mezzaluna in difesa dell'ultimo Ordine crociato costituisce un'importante benemerenza, una conferma tanto della bontà del sangue che dell'intrinseca nobiltà della milizia. Pur se collocati su gradini diversi della piramide aristocratica, i guerrieri 'de buena casta' costituiscono una corporazione omogenea per cultura, gusti e atteggiamenti, che ama sentirsi celebrare e richiede al racconto scritto i contenuti e i toni della rievocazione tra reduci. Su di essi e per essi, anzitutto, scrivono Sans, Balbi da Correggio e Santistevan Ossorio: con cura notarile, registrano personaggi, episodi e dettagli anche assolutamente irrilevanti per i destini dell'impresa, badando a scusarsi con coloro tra i partecipanti che, terminata la lettura, scopriranno con delusione di non esser stati menzionati. «Y assí concluyo, ­ avverte Balbi da Correggio ­ rogando a qualquier Cavallero, o Soldado que enesta jornada se hallaron, me perdonen sino uviere hecho la mencion dellos, que su valor meresce, por que cierto no lo dexe de hazer por malicia, sino por no aver llegado sus nombres a mi noticia»101. Un ingegnoso escamotage gli consente peraltro di gratificare d'una citazione il cavaliere di sangue reale assente nella circostanza: «dixeron como Don Iuan de Austria, hermano del poderosíssimo y cathólico Rey nuestro señor avvia partido dela corte, para venir en persona a tan famosa jornada: mas movido de su alto coraçón, que de edad viril, y que despues de aver su excelencia aguardado muchos días en Barcelona passaje, y no viniendo en este tiempo galeras por orden de su Magestad, se bolvio su excelencia a la corte. Y deste hecho tan valeroso se puede conocer que talha de ser el animo y valor deste principe, dándole nuestro señor vida»102. Si avvicina la giornata di Lepanto: presto anche Don Giovanni vivrà il suo glorioso passo d'armi.

Note

* Il saggio qui presentato è parte di una ricerca che l'autore sta conducendo su «L'immagine del nemico nella Spagna di Filippo II».

1.Naturalmente, il modello cavalleresco non può sottrarsi, nemmeno in questa circostanza, alla rivisitazione umanistica, e Santistevan Ossorio, dopo aver ricordato come i Romani abbiano dominato il mondo grazie all'armonioso impiego di armi e lettere, indica nei cavalieri di Malta i loro successori. Diego de Santistevan Ossorio, Primera y Segunda Parte de las Guerras de Malta, y toma de Rodas, Madrid, 1599, Prólogo.

2. I. Sans, La Maltea. En que se trata la famosa defensa de la Religión de Sant Ioan en la isla de Malta, Valencia, 1582.

3. Francesco Balbi da Correggio, La Verdadera Relación de todo lo que este año de MDLXV ha succedido en la Isla de Malta, desde antes que la Armada del Gran Turco Soliman llegase sobra ella, hasta la llegada del socorro postrero del poderosíssimo y cathólico Rey de España don Phelipe nuestro señor segundo deste nombre, Alcalá de Henares, 1567.

4.Balbi da Correggio, op. cit., f. 7.

5.Dopo Malta, sarà la volta della Sicilia, poi dell'intera Italia; «Hablaba el Turco assi fiero e vano, / qual si tuviesse el mundo ya en su mano», Sans, op. cit., f. 5.

6.Balbi da Correggio presta credito alla voce secondo cui Rosa, o Roxana, moglie di Solimano, fosse morta lasciando grandi ricchezze, a condizione che venissero impiegate nella conquista di Malta. Balbi da Correggio, op. cit., f. 6.

7.Santistevan Ossorio, op. cit., f. 13.

8.Ivi, f. 14.

9.Ivi, f. 16.

10.I. Sans, op. cit., f. 5.

11.I. Sans, op. cit., ff. 3-4.

12.Ivi, f. 4; Balbi da Correggio, cit., f. 9.

13.«Pusieron en las naves cien mil balas / de hierro, que por esso se colava, / cueros de bueyes, plomo, açadas, palas, / madera, y clavaron, quanto bastava: / Picones, instrumentos de hazer talas: / la polvora llevavan que passava / de quinze mil quintales adelante, / tanto les era allí todo abundante». I. Sans, op. cit., f. 4.

14.Santistevan Ossorio, op. cit., f. 19

15.Omero, Iliade, libro II, versi 441-780: Le navi ed i contingenti achei; versi 811-877: Le forze troiane ed i loro condottieri. Virgilio, Eneide, libro VII, versi 641-81: La rassegna dei confederati italici. Neppure nel XVI secolo mancano i precedenti illustri: Matteo Maria Baiardo, Orlando Innamorato, libro I, canto VI, stanze 61-66: Gli eserciti di Carlo e Gradasso all'assedio di Parigi; libro II, canto XXII, stanze 5-33: La ben più dettagliata rivista delle truppe d'Agramante. Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, canto XIV, stanze 10-27: La rassegna dei Mori di Marsilio ed Agramante. Torquato Tasso, Gerusalemme Liberata, canto I, stanze 35-65: I contingenti crociati.

16.Come «El gallardo Abenhumeya, / hijo del Rey de Granada, / con enemigos valiente, / discreto y galán con damas / ... / son las colores que viste / conformes al mal que passa», Pedro Flores, Romancero General, en que se contienen todos los Romances que andan impressos, Madrid, 1614, f. 41, o «El más gallardo ginete, / que jamás tuvo Granada, / cortés, galán, y discreto / brioso en jugar las cañas. / Diestro en una y otra silla, / y mucho más en las armas, / fuerte qual acero en ellas, / y qual cera entre las damas. / Diamante entre los alfanges, / gracioso en baylar las zambas, / sal en las conversaciones, / y medido en las palabras». Ivi, f. 118, o, infine, «Aquel esforçado Moro, / Abencerraje Zulema, / espejo de valentía, / y revato de nobleza. / Aquel paciente amador, / y guerrero sin paciencia, / que fue muro de su patria, / y reparo de su secta. / ... / El Moro sale gallardo, / y gallarda su librea, / que con mucho amor la hizo, / y no sin mucha prudencia». Ivi, f. 88.

17. Flores, op. cit., ff. 22, 29.

18.«Sembradas de medias lunas, / capellar, marlota, y manga, / y de perlas el bonete, / con plumas verdes y blancas: / El gallardo Mostafá, / se parte rompiendo el Alma, / adonde la armada parte / de su Rey le espera y llama. / Y de la mar las trompetas, / chirimías, pitos, flautas, / anafiles, sacabuches, / le hazen la seña y salva. / Cavalga el bizarro Turco, / a la brida y la bastarda, / en un cavallo más blanco / que la blanca nieve elada, / ligero, brioso y fuerte, / con eses por marcas, / que hasta en el cavallo quiere / mostrar su fe limpia y casta. / Pártese el bizarro Turco, / a la conquista de Malta, / y a otra mayor conquista, / que tiene en supecho y alma. / Y de la mar las trompetas, / chirimías, pitos, flautas, / en voz formada le dizen: / General, embarca, embarca. / Responde el amor por él: / a do fortuna me llamas? / quieres te busque en el mar, / pues en la tierra me faltas? / Piensas que de la mar pueden / la multitud de las aguas, / aplacar la mayor parte / deste fuego que me abrasa. / Y con este sentimiento / Por delante el valcón passa, / a do le amanece el dia / a la noche de sus ansias, / y reparandose todas, / viendo presente la causa, / dispuesta a darles favores, / que ya de desdenes causa. / Hermosa Zayda, le dize, / si mi presencia te enfada, / dame una prenda a tu gusto / con la licencia que parta. / De tu partida me pesa, / le responde, pero basta, / con que lleves esta prenda / de aquestas manos labrada / En los estrivos del Moro (è appena il caso di sottolineare la confusione, forse non del tutto casuale, tra turco e moro) / del capellar en la manga, / las dulces prendas recoge / de la que le prende y mata. / Descubre un lienço labrado / de oro fino y seda parda, / con la rueda de fortuna / a lo vivo dibuxada: / y de la mar las trompetas, / chirimias, pitos, flautas, / en voz formada le dizen: / General, embarca, embarca. No tan apriessa enemigos / dexadme gozar la palma, / que mis desseos encumbra, / y mis razones ensalça. Y porque a la cumbre suba, / tan solo mi Zayda (Mustafá è nome topicamente turco, che mai compare nei Romances Fronterizos, mentre non si contano le dame di Al Andalús chiamate Zayda) falta, / que quieras tu dar la mano, / a quien das manos y palabra. / Conténtate por agora, / dize la bella Sultana, / que el tiempo lo cura todo, / y como venga, no tarda. / De alegre y contento el Moro / mudo, con los ojos habla, / y partese, / porque es fuerça / y el cuerpo parte si alma. / Y de la mar las trompetas, / chirimías, pitos, flautas, / anafiles, sacabuches, / le hazen la seña y salva». Flores, op. cit., ff. 117-118.

19.Santistevan Ossorio, op. cit., f. 20.

20.I 'leventes' sono i soldati turchi di marina; cfr. Balbi da Correggio, op. cit., f. 60. Santistevan Ossorio li definisce «Hombres de muy hidalgos pensamientos», f. 22.

21.«Brutos, sin ley, ni Dios, irracionales», ibidem.

22.«Passo primero fiero y orgulloso / el Ianizaraga solo en la muestra, / guiava el esquadrón más valeroso, / y más perseguidor de la fe nuestra. / Ianízeros son todos, dezir oso / que no quedava gente allí tan diestra/ / seys mil arcabuzeros eran éstos, / debaxo la real del Turco puestos» Sans, op. cit., f. 6.

23.Tra i tanti: Ochali, «Muy mas lozano que zeloso pardo», Subtil Aga, «Armado de un pellejo de serpiente, / Que por mayor seguridad traya», Amoraz, «Y de un Tigre, o Dragón duro, escamoso, / Llevava el duro cuero abotonado», Santistevan Ossorio, cit., f. 21.

24.I. Sans, op. cit., f. 5.

25.R. López Torrijos, La Mitología en la pintura española de los siglos XVI y XVII, Madrid 1978 p. 13.

26.I. Sans, op. cit., f. 16.

27.Ivi, f. 17.

28.«Debaxo el estandate esclarecido / de aquel que al Rey del cielo dio el Baptismo, / estava cada qual apercibido / a dar en campo muestra de si mismo». Ibidem.

29.I. Sans, op. cit., f. 20.

30.Secondo Balbi da Correggio 4920, di cui 500 cavalieri dell'Abito e 400 spagnoli; Balbi da Correggio, op. cit., f. 15. Sans aggiunge 3000 maltesi ai cavalieri, ai contingenti delle varie nazioni ed ai marinai e pescatori mediterranei presenti nell'isola, per un totale pressoché identico; Sans, op. cit., ff. 17-18.

31.Quarantacinquemila, è la cifra, certo iperbolica, sulla quale concordano Balbi da Correggio, op. cit., f. 15 e Santistevan Ossorio, op. cit., f. 24. Più realisticamente, Ferdinand Braudel stima una forza di ventimila turchi. F. Braudel, Civiltà e Imperi del Mediterraneo, Torino, 1976, vol. II, pp. 1088-1089.

32.I. Sans, op. cit., f. 20.

33.Sulla guerra nella Grecia classica, e sulla falange come espressione armata della comunità civile, vedi specialmente V. Davis Hanson, L'arte occidentale della guerra, Milano, 1990.

34.N. Machiavelli, Il Principe, cap. XII, p. 86.

35.Novalis, in J. Conrad, Lord Jim, Milano, 1989, p. 7.

36.Omero, Iliade, libro III, versi 2, 8.

37.«Yvan assí los Turcos arrogantes, / A los famosos Griegos semejantes. // Que batiendo los remos navegavan, / Y tiros por el ayre despedían, / Por mostrar el contento que llevavan, / Y el riguroso intento que trayan: / Bombardas, y cañones disparavan». Santistevan Ossorio, op. cit., f. 32.

38.«Con gaytas, Cornamusas, y Cornetas, / El prosperoso viaje celebraron, / Y con templadas caxas, y trompetas, / El sangriento combate publicaron». Ivi, f. 34. «Todo su campo se nos mostró en lo alto de santa Margarita muy bien ordenado y con tantas vanderas y vanderillas, que era cosa de espanto: assi como lo era la muchedumbre de instrumentos y sones militares que trayan a su usança: porque trayan muchos atavales, clarines, gaytas, chirimías, trompetas, cornamusas, y otros que no se podían divisar». Balbi da Correggio, op. cit., f. 23.

39.Santistevan Ossorio, op. cit., f. 33.

40.«Estavan ciertos Turcos mamparados / de unas paredes viejas que allí avia, / con largos arcabuzes encarados / tirando de mampuesto a puntería. / Herían los más diestros y esforçados, / el blanco era el arnes que reluzía, / passavan peto, y armas como un rayo, / y el guerrero caya con desmayo». I. Sans, op. cit., f. 22.

41.Ibidem.

42.Sulla polemica cortese contro le armi da fuoco, v. R. Puddu, Il Soldato Gentiluomo, Bologna, 1982, in particolare alle pp. 31-35.

43.I. Sans, op. cit., f. 23. Per dar lustro al valoroso La Riviére, Balbi da Correggio ricorre a espressioni degne più di Plutarco che d'Ariosto. Caduto ancor vivo nelle mani dei turchi e sottoposto a tortura, il francese avrebbe proclamato fieramente: «Que os aprovecha darme tormentos: porque de mi jamás sabreys otra cosa, sino que nunca tomareys a Malta: porque demás de ser ella fuerte y bien proveida, ay en ella un capitán tan valeroso, y cavalleros y soldados tan valientes que queran primero morir (como son obligados) por su fe y religión que mostrar ninguna flaqueza. Assi como lo quiero hazer yo». Balbi da Correggio, op. cit., f. 22.

44.I. Sans, op. cit., f. 83.

45.Ivi, f. C101.

46.Ivi, f. 110.

47.Colpito da un'archibugiata alla testa, secondo Santistevan Ossorio, cit., f. 63.

48.I. Sans, op. cit., f. 63.

49.Ivi, ff. 63-64.

50.Ivi, f. 64.

51.Ivi, f. 17.

52.Ivi, f. 28.

53.Ivi, f. 83.

54.Ivi, f. 46.

55.Ivi, ff. 38-39.

56.Ivi, f. 150.

57.«La ventaja que los turcos nos tenían de gente les teníamos nosotros a ellos en cargar y descargar mas presto, porque ellos traen unas escopetas de nueve palmos y las que menos de siete y no pueden hazer tiro sino es de man puesto y después tardan mucho en cargar». Balbi da Correggio, op. cit., f. 23.

58.Ivi, ff. 62-63.

59.Ivi, ff. 75-76.

60.Ivi, f. 81. Anche nel poema di Sans il Gran Maestro, dopo aver esortato «vamos [...] a morir de muerte honrosa», si getta nella mischia, ma le sue sole armi sono lo scudo e lo stocco. Sans, op. cit., f. 128.

61.Balbi da Correggio, op. cit., f. 16.

62.«Illustre por linaje y hechos nobles... / dignissimo varón, buen Cavallero / ... / Magnanimo, constante, verdadero, / de toda gentileza y virtud vaso; / en armas Cesar: Nector (sic) en prudencia, / claríssimo por hechos y experiencia». Ivi, f. 74.

63.Ivi, f. 75.

64.«Mostrando se en un caso tan dudado, / de mas de Capitán, muy buen soldado». Ivi, f. 128. Sull'ideale rinascimentale d'un uomo di guerra a un tempo prudente come un Nestore nel guidare le truppe affidategli dal proprio sovrano e ardito come un Achille nel battersi di persona cfr. R. Puddu, Il soldato Gentiluomo, cit., spec. alla p. 60.

65.Balbi da Correggio, op. cit., f. 82.

66.Ivi, f. 92.

67.«El gran maestre proveya con mucho saber y vigilancia, mucho mejor lo proveyo nuestro señor Dios». Ivi, f. 35.

68.Sulla funzione sacerdotale svolta da Filippo Augusto di Francia sul campo di Bouvines, G. Duby, Le dimanche de Bouvines, Paris, 1973, pp. 52-54, 149 ss.

69.«Nunca cessava de rogar a nuestro señor que tuviesse misericordia de nosotros, no por nuestros méritos, mas por su infinita clemencia: y que no permitiesse que gente enemiga de su santa fe triumphasse delo que tenía nombre de suyo». Balbi da Correggio, op. cit., f. 45.

70.«Castigue non de otra arte como quiera / la mano divinal, y no permita / que su honra sea assi de tal manera / tratada por canalla tan maldita». Lo sente il Battista, cui la preghiera è indirizzata nel giorno a lui dedicato, e intercede presso l'Altissimo in favore dei suoi guerrieri. I. Sans, op. cit., f. 82.

71.«Y entonces en el Burgo, por victoria / La gente en procession passo modesta, / llorando de sus culpas la memoria: / llevó el Obispo el sancto Sacramento, / siguiendo el gran Maestre muy attento. / Y su Excellencia mismo en este día / sirvio de mayordomo en la comida / a tres pobres, que esto lo tenía / ya de antes por costumbre muy cumplida. / Y los de la gran Cruz, con alegria, / y sancta devoción ennoblecida, / trayan los manjares a la mesa, / sirviéndolos en ella a la Francesa». Ivi, f. 72.

72.Santistevan Ossorio, op. cit., f. 28. E prosegue: «Quien quisiere las honras estimadas, / Esta obligado a hazer famosos hechos, / Y hazañas en la guerra señaladas, / Mostrando el gran valor de nobles pechos: / estas son las victorias señaladas, / Que tienen grandes honras, y provechos, / Que la victoria de más alto nombre, / Es el saber vencer su miedo el hombre». Ivi, f. 29.

73.Ivi, f. 29.

74.I. Sans, op. cit., f. 40.

75.Ivi, f. 113. Come sempre più realistico e, forse anche per questo, più attento all'implacabile conflitto tra religioni che non all'epos aristocratico-cavalleresco, Balbi da Correggio descrive, nella medesima circostanza, il Gran Maestro mentre «Rogava a cada uno por si que se acordassen que eran christianos, y que combatían principalmente por la fe de nuestro señor Jesu Christo por la vida y libertad. Y que nos acordássemos que los que quedavamos no hallaríamos más misericordia en los turcos de la que havian hallado los de Santelmo». Balbi da Correggio, op. cit., f. 71.

76.Balbi da Correggio, op. cit., f. 26.

77.Ivi, f. 43. Il medesimo episodio strappa, naturalmente, a Sans accenti più enfatici e commossi. Sans, op. cit., f. 65.

78.«Muy triste, lo enterro en la sepultura / de los de la gran Cruz por honra pura». Ivi, f. 65; «mandó que el cuerpo del capitan Medrano fuesse enterrado enla sepultura donde se suelen enterrar los cavalleros dela gran cruz, que era la mayor honra que sele podia hazer». Balbi da Correggio, op. cit., f. 42.

79.Ivi, f. 107.

80.I. Sans, op. cit., ff. 92-96. Non è certo verosimile che il povero Robles, del cui interesse per le arti figurative non ci è giunta memoria alcuna, si rallegrasse dell'invito, né che un compito gentiluomo quale Jean de la Valette potesse infliggere all'ospite stanco dopo la lunga traversata un'accoglienza che solo un moderno turista giapponese potrebbe trovare normale. Il discutibile espediente retorico consente peraltro a Sans di evocare i vincoli tra la Spagna di Carlo V e Malta nel momento più glorioso della storia dell'isola e del suo Ordine, di adornare il re prudente coi trofei guadagnati dal re cavaliere sul campo di battaglia, di stabilire una continuità tra l'impegno mediterraneo dei primi due Austria e, soprattutto, di elencare le glorie militari di quei suoi compatrioti che, nella presente circostanza, eran giunti troppo tardi per potersi scontrare con il tradizionale avversario.

81.Balbi da Correggio, op. cit., f. 107.

82.Ibidem; I. Sans, op. cit., f. 170.

83.Balbi da Correggio, op. cit., f. 107.

84.Ivi, f. 108.

85.I. Sans, op. cit., f. 11.

86.Balbi da Correggio, op. cit., ff. 33, 35, 39, 64-65.

87.I. Sans, op. cit., f. 47.

88.Balbi da Correggio, op. cit., f. 88.

89.Ivi, f. 35.

90.Ivi, f. 36.

91.Ivi, f. 37.

92.Non diversamente dai loro eredi spagnoli, i romani ponevano la milizia al di sopra d'ogni altra attività umana, «porque devidamente en mucho grado, / por única excellencia, sin querella, / las armas, a la clara, a todo exceden, / y a las leyes, regimiento, y paz preceden». I. Sans, op. cit., f. 137.

93. Ibidem.

94.Ivi, f. 139.

95.Madrid 1593. È dedicato al Duca d'Alba, la cui marcia verso i Paesi Bassi vien celebrata nella prefazione come un'impresa militare senza precedenti.

96.Balbi da Correggio, op. cit., f. 55.

97.Libro intitulado Arte Militar, En el qual se declara que sea el oficio de Sargento mayor: y que sea orden quadrada: y como se ha de caminar con una compañia de Infantería, o con un tercio o exercito: donde ha de yr la artillería, bagajes, y carruages, con otros avisos necessarios al dicho officio, Compuesto por Iuan de Funes, Alférez de la compañia del Capitán Alonso de Cosgaya, Pamplona, 1582.

98.Balbi da Correggio, op. cit., f. 98. Speculari, i versi di Santistevan Ossorio: «Don Bernardo Cardenas venia, / Con dozientos amigos que llevava, / El qual con buen concierto los traya, / y de su misma hazienda los pagava. / Con esta illustre escuadra, y compania, / Mostrando mucha autoridad passava, / Haziendo alli las armas grandes luzes». Santistevan Ossorio, cit., f. 275. Anche Sans, naturalmente, dedica ampio spazio agli aspetti 'feudali' della mobilitazione. I. Sans, op. cit., ff. 155-157.

99.Balbi da Correggio, op. cit., f. 100.

100. Ivi, f. 104.

101.Balbi da Correggio, op. cit., f. 109. V. anche I. Sans, op. cit., f. 162.

102.Balbi da Correggio, op. cit., f. 97.