Note sull'immagine della Spagna negli ambasciatori e
negli storiografi veneziani del Seicento

di Stefano Andretta

Forse non del tutto casualmente Alessandro Manzoni ha rappresentato spesso per gli storici l'occasione di riflettere sulla realtà secentesca: indiscutibili, oltre ai termini noti dell'azzeramento della storiografia risorgimentale sulla cosiddetta età della decadenza italiana, sulla quale molto si è discusso, il peso e l' influenza esercitati da I Promessi Sposi che ha costituito a lungo una forte tentazione, di segno principalmente storico-letterario, per addomesticare la crescente complessità dell'Italia spagnola e della stessa Spagna in età barocca. Ciò è vero anche per coloro che più si sono sforzati di identificare la cifra di un'epoca restituendola al ragionamento storico: dalla discreta e finissima - e non sufficientemente ricordata - erudizione di Fausto Nicolini1 sino, in tempi più recenti, ad uno dei più brillanti studiosi di Olivares. John H. Elliott torna infatti, in apertura della traduzione italiana del suo libro, nuovamente su Manzoni con l'intenzione di rivisitare il giudizio sommario che era stato dato sul conte duca nel suo epocale confronto con Richelieu2.

In queste note, continuando più modestamente su questo sentiero e senza importunare Manzoni, vale la pena affrancarsi da una visione di tipo letterario, del resto assai suggestiva e per nulla trascurabile, per sperimentare un bilancio dell'immagine politica della Spagna così come è ricavabile dalle «scritture publiche» di Venezia nel corso del XVII secolo.

Tra queste occupano un ruolo centrale le Relazioni di Spagna degli ambasciatori di ritorno dalla corte reale, considerata luogo fondamentale per valutare il contesto europeo e i suoi possibili mutamenti: per tutto il secolo, Madrid è città dove l'energia intellettuale dei diplomatici indirizza i suoi sforzi interpretativi per ipotizzare strategie di sopravvivenza e resistenza politica per la Repubblica di san Marco. Un dato ovvio che impegnò dalla morte di Filippo II (1598) alla fine del Seicento, tra straordinari e ordinari, trentasette ambasciatori.

Questa massa di documentazione costituisce nel suo complesso, pur con i limiti che sono stati messi a più riprese in luce3, una consistente fonte alla quale attingere per sondare l'idea di un corpo e di un modello politici con i quali Venezia era stata costretta a confrontarsi già nel Cinquecento, a partire dalla conclusione delle guerre d'Italia e dall'insediamento spagnolo nella penisola. Le Relazioni anche se presentano ovviamente tra loro una diversità determinata dallo spessore intellettuale dei singoli diplomatici, un'iterazione di stereotipi e di accenti propagandistici, riflettono pur tuttavia un'immagine, di per sé assai significante, elaborata e consolidata nel tempo dalla classe ottimatizia veneziana. Scritture politiche, che sebbene destinate ad essere conservate e occultate negli archivi pubblici, in quei «thesori» - secondo l'espressione di un diplomatico spagnolo - per le materie di Stato4, non avevano peraltro la virtù della discrezione: è sufficiente infatti segnalare la quantità di copie esistenti in tutte le principali biblioteche e archivi europei per ipotizzare un'ampia circolazione e consultazione, come preziosi e affidabili squarci cognitivi dai quali rimbalzava agevolmente l'informazione e l'opinione veneziane sulla monarchia spagnola.

Le Relazioni sono un modo di scrivere rivelatore di una consapevolezza aristocratica di una debolezza, alla cui affidabilità e qualità si ricorre per difendersi e ritardare, nel corso del secolo, il decadimento generalizzato. E contemporaneamente si tratta, come è stato recentemente sostenuto, di una scrittura «che assurge, specie nel caso degli ambasciatori, a saggio storico proteso alla comprensione del presente, peraltro inteso nei suoi antecedenti e inquadrato nelle sue coordinate geoantropiche»5. Una memorizzazione insomma che comunica un'immagine in cui la categoria della politica è ben salda nella continuità descrittiva, in maniera spesso più marcata di quanto sia ravvisabile nella storiografia pubblicamente deputata.

L'ambasciatore veneziano Francesco Soranzo6, autore di una splendida relazione spagnola, al suo rientro in patria leggeva le sue riflessioni in Senato nel 1602. In essa la predilizione per la descrizione fisiognomica, antropologica e caratteriale sul monarca ispanico diede subito la sensazione di anticipare lo svolgimento di una narrazione secolare che avrebbe seguito passo passo la decadenza e il tracollo dello Stato. Del resto, non era né sarebbe stata una novità nelle abitudini venete: la maestosa ed enigmatica, temuta e ad un tempo ammirata personalità di Filippo II, di cui avevano tratteggiato in forma di efficacissimi schizzi Leonardo Donà7 e più tardi, in veste storiografica dalle cadenze drammatiche, Niccolò Contarini8, costituì il punto di riferimento costante intorno al quale avviare la riflessione su un passato irripetibile e periodizzato nella sua grandezza.

Al secolo che nasceva in concomitanza con un importante avvicendamento sul trono di Spagna dedicava uno dei più ampi affreschi mai tentati dal pensiero diplomatico veneziano, utilizzando la relazione come laboratorio di suggestioni e analisi che, pur di natura non immediatamente storiografica, avrebbero fornito in avvenire non pochi spunti di sistematizzazione storica sul colosso ispanico9.

Ad introduzione dei mutamenti già visibili nell'organizzazione della società spagnola «... perché colla mutazione dei Principi si alterano anco per forza, se non tutte, gran parte delle cose toccanti al loro dominio, e colle volontà e con i pensieri loro si cambiano anco gli oggetti e gl'interessi», ricordava di aver servito la Repubblica sotto Filippo II e Filippo III. Ponendo al centro della sua riflessione i due monarchi, secondo uno costume consolidato nelle «scritture d'ambasciata», avvertiva come alle loro persone fosse legato uno stile di governo già assai diverso, che avrebbe costretto Venezia a rivedere e riconsiderare le sue strategie nei confronti degli spagnoli. Egli aveva infatti conosciuto due sovrani

l'uno in età decrepita, l'altro giovanetto, l'uno di raffinata pratica di maneggi e di trattazioni importanti, l'altro ancora nuovo e non avvezzo a cose gravi, quello che con la prudenza della propria testa ha sempre governato col suo solo consiglio la massa e la mole del suo grande Imperio, questo che subitoché entrò a regnare diede il governo e pose il maneggio dello Stato in mano di consiglieri, quello di pochi fidandosi voleva intendere e risolvere tutte le cose sue per piccole che si fossero, questo che quasi non avendo propria volontà e trattando con grandissima confidenza si rimette e si riporta in tutto, per molto che importi, al consiglio, alle opinioni altrui; differenti in fine in quello che tocca al governo politico in molte cose d'importanza l'uno grandemente dall'altro [...]10.

E questa immagine della mutazione di qualità personale diviene preoccupazione allorquando si riflette sull'immenso potere ereditato dall'inesperto e insicuro monarca, nei riguardi di un giovane

assoluto padrone della navigazione e del traffico, di là dello Stretto, in tanto che così verso Levante come verso Ponente, si può girare tutto il mondo per la navigazione sottoposta a questa Corona. Questi Stati tanto vasti e per tutto il mondo diffusi somministrano al re grandi forze, grandi ricchezze, gran riputazione e grandi commodi11.

La vastità dei territori e dei possedimenti è senz'altro un elemento che colpisce l'occhio mercantile, nostalgico di un passato ormai lontano per le fortune veneziane, che non può impedirsi di ragionare sul sito geopolitico della penisola iberica come «opportunissimo per trattar commercio e per esercitare i traffichi con tutte le nazioni del mondo, avendo da tutte le parti il mare aperto»12. Viene così introdotto il primo paradosso di una meditazione su una realtà politica che sostiene problemi giganteschi; la quale, benché favorita dalla fortuna, è destinata a cadere sotto il peso dell'inadeguatezza delle istituzioni dalle norme «ben regolate» che, secondo il mito autoapologetico della repubblica, rendono felice una nazione. La vastità è anche il mare, l'Oceano; parte integrante di una Spagna dilatata a nord, a sud, a occidente che a mala pena si può considerare europea in senso stretto e che ha inglobato temporaneamente la vocazione atlantica portoghese.

Un senso di imbarazzo che torna frequentemente in una sorta di sguardo perplesso e ammirato che si sofferma a considerare una Spagna che è anche America, trapianto stupefacente di un paese europeo nel Nuovo mondo. L'America non suscita più tuttavia in Soranzo nessun prurito esotico - già forse affidato alle compilazioni cinquecentesche ramusiane di viaggio13 ma anche nell'opera storiografica di Pietro Bembo14 - quanto forse un'adesione a considerare i fondamenti della leyenda negra e a riutilizzare approssimativamente le considerazioni guicciardiniane sulla predestinazione dei nativi ad essere fatalmente soggiogati15; a prendere atto della frenesia del poblar (che diventa simultaneamente per la madrepatria un despoblarse) come palpabile prosecuzione, non solo ideologica, della Reconquista nel Nuovo mondo: un fenomeno evidentemente storico, ormai assodato nella mente dell'ambasciatore, che ha prodotto un nuovo tassello ispano-americano da inserire a pieno titolo nella vastità e varietà del colosso ispanico.

Progressivamente, nelle valutazioni di altri ambasciatori, il Nuovo mondo diventerà il terreno della conferma di uno scacco, l'indice dell'inadeguatezza della gestione spagnola minacciata e poi sovrastata dai francesi, dagli inglesi e soprattutto dalla potenza olandese, creando quei «maggiori incomodi che potesse aver quella monarchia e riescirebbe come tagliarle il braccio destro e renderla con il tempo inabile a sostenersi»16; sino al disincanto della perdita del vero Eldorado della politica spagnola in Europa, quando la trascuratezza nell'«applicazione alle cose dell'Indie» aveva esaurito ormai quasi completamente «la vera miniera delle ricchezze di quella corona»17.

L'immagine della Spagna viene altresì magistralmente ricostruita sulla stratificazione sociale e del potere. I Grandes di Spagna, «assai respirati» grazie al rinnovato favore presso Filippo III che aveva interrotto una prassi accentratrice e individualista, non mostrano però i segni distintivi di chi si muove a proprio agio. Scarsa, infatti, la loro tradizione e consuetudine con gli affari di governo, in quei «carichi grandi» in cui, dopo un lungo periodo di estromissione, si trovavano «gonfii della presente loro sollevazione» ma troppo numerosi e smarriti nel sostituire il fedele e prono funzionariato di Filippo II. Una qualità del personale a cui difficilmente si poteva porre rimedio d'incanto con un mutamento di direzione politica e dove si intrecciavano, nel giudizio morale di Soranzo a cui sono fin troppo presenti lo stile e la natura dell'apprendistato oligarchico veneziano, atteggiamenti psicologici legati allo status sociale e problemi ben più seri di formazione e di preparazione.

Sono questi - scriveva - per lo più d'animo elatissimo e superbissimo coi forestieri principalmente, pretendono di saper tutte le cose, e li più di loro n'intendono assai poche, perché da giovani non studiano, e non si esercitano in alcuna disciplina né di lettere, né di armi, e quando sono stati uomini, poco sono stati fin ora impiegati in maneggi che importino, in modo che non hanno né teoria, né pratica18.

Nella piramide sociale sono riconoscibili, anche agli strati più bassi, gli stessi sentimenti di casta e gli stessi comportamenti caricaturali che disegnano una nazione che non può disporre socialmente di una coerente consapevolezza statuale, di una sensazione di appartenenza alla propria grandezza.

Agli occhi di Soranzo appare un mondo antitetico che difetta soprattutto del senso della cosa pubblica, sopraffatto com'è da un culto della honra che attraversa verticalmente la società, mimetizza gli stati di povertà e di indigenza, diventa mentalità collettiva, sostanzia la natura psicologica dello spagnolo. A questi equivoci sociologici non sfuggono nobili, hidalgos, cavalieri, dottori ma nemmeno, appunto, i settori inferiori della società spagnola:

Gli artefici sono comodi e vivono tutti lautamente, trattano con gran sprezzatura, lavorano poco e per poterlo fare si fanno pagare le fatture quello che non si può credere, volendo con la fatica che essi possono fare in un giorno, vivere e godere tutta una settimana. La gente bassa e minuta fa numero ed è poverissima, essendo tutta priva d'industria e di questa si serve quando bisogna per soldati. E poveri ancora, nel loro grado, chiamar si possono quelli che sono fra li principi e gli artefici perché vogliono vivere con fasto, sono superbi assai, hanno poche entrate e non le governano, stimano vergogna il far esercizio che possa aver apparenza di mercanzia, onde essendo senza industria e senza roba, e volendo spendere e grandeggiare, la fanno male assai, perché sdegnano li minori e dalli maggiori non vogliono essere superati, però si vede quasi tutta la Spagna assai mendica e piena di povera gente fuori che dove abita la Corte, le Metropoli dei regni dove si riducono li Signori e si esercitano le arti, ed in Siviglia per il commercio dell'Indie19.

La Spagna è altresì la monarchia del «gran disordine» e dell'insicurezza. Un altro paradosso che si lega all'immagine sociologica ma che introduce gli echi e gli effetti non cicatrizzati di un passato irrisolto: un grande paese dove abitano ancora «sette d'uomini» diversi e nel quale l'ossessione delle contaminazioni tra le antiche naciones persistono, a più di cent'anni dall'espulsione e dalla rimozione della cultura judía, in inevitabili diffidenze nei riguardi di marrani e moreschi20. La grande presenza anche numerica di questi sudditi infidi presenta però il riconoscimento di uno stato di necessità determinato dalla penuria di un indicatore sostanziale della ricchezza delle società pre-industriale: gli uomini. Allora, il quadro che risulta è quello di un paese incerto e indeciso tra il timore di una minaccia politica e culturale che pregiudichi alla base l'identità, la hispanidad, soprattutto nell'Andalusia, la terra effettivamente e simbolicamente più sottoposta al trauma e al conflitto tra «sette», e il bisogno, l'urgenza insaziabile di manodopera. A questo proposito, l'ambasciatore veneto si dilungava nell'intento di dimostrare l'ambiguità di una politica, la quale attenuava i propri teoremi, nonostante gli sforzi di apparire un'unità salda e ormai pacificata intorno alla propria idea di missione cristiana, nell'ammettere l'esistenza di alcune importanti zone franche di una nazione assai più composita di quanto volesse apparire agli occhi dei suoi rivali europei.

Allora il polimorfismo e la diversità di moreschi e giudaizzanti, di cristianos nuevos

si va però tollerando al meglio che si può, dividendoli e separandoli, tenendoli bassi e privandoli d'armi, ma non è però che non si stia con grande e continuo timore de' fatti loro, perché non essendo mai alcun di loro mandato fuor del paese, ed essendo assai comodi per uomini di campagna perché sono industriosi, guadagnano e vivono con gran parsimonia e servono alla coltivazione dei terreni, così che se li cacciassero di Spagna resteria il paese affatto inculto e disabitato, e sono volentieri sopportati per rispetto de' Signori particolari dai quali sono anco per l'interesse loro, in alcun loco protetti e sostentati perché coltivano ottimamente i loro terreni e pagano al padrone la metà ed alcuna volta li due terzi de' frutti che ne cavano, che li cristiani vecchi, per li loro privilegi, non danno se non delle dieci parti le tre21.

Numerosi poi sono i piani su cui si distende la relazione circa la devozione degli spagnoli. La «religione» e la «creanza» proverbiali delle popolazioni ispaniche vengono sottoposte ad un'analisi impietosa che ne rischiara gli aspetti formalistici, i quali finiscono per essere, insieme all'intolleranza, il cemento ideologico della nazione. Clamoroso, per il giudizio veneziano abituato ad una prassi istituzioniale dalle maglie assai più larghe22 in una città che aveva conosciuto e conosceva un importante transito di marrani ed ebrei, il caso dei sambeniti. Fenomeno che veniva correlato non soltanto alla negazione di concedere all'eterodossia uno spazio, seppur marginale e ben perimetrato, ma all'incapacità di eliminare focolai di tensione a cui solo una repressione sistematica e inquisitoriale riusciva a far fronte23.

Li Sambeniti sono una sorte d'uomini che hanno un particolare ed indicibile odio contro il re, contro la corona, contro il governo, contro la giustizia e contro tutti indifferentemente. Questi sono quelli che discendono da persone condannate per l'officio dell'Inquisizione e si chiamano sambeniti o Sambeneditadi per una tonicella dell'abito di san Benedetto che usano di poner attorno a quelli che si condannano per quest'officio. Le quali condanne discendendo ne' posteri fanno che costoro che si veggono senza lor difetto, ma per colpa d'altri, non solo esclusi da poter godere dei beneficii di che partecipano gli altri ma di essere senza mancamento loro e senza che abbino commesso peccato che lo meriti, segnati e notati di perpetua infamia. Vivono quindi disperati ed arrabbiatissimi: però così questi, come li Marani e li Moreschi, tratti da quella disperazione che suole anco negli animi vili ed abbietti eccitar spiriti di furore e d'ardire, sariano inclinati ad ogni sollevazione e ribellione sempre che loro se ne presentasse opportuna occasione24.

La stretta e nota relazione tra la Corona e la chiesa spagnola, sostenuta da un serbatoio fiscale da cui entrambi sono dipendenti, determina nel contempo un quotidiano fatto essenzialmente di una devozione di massa, cupa e formale, in cui si frequentano i luoghi di culto «forse più per uso, per essere veduti e per non incorrere in sospetto di mali cristiani»25. Pratiche religiose e cerimonie non prive di contaminazioni che mescolano «con le divine ceremonie le profane»; un profano che riecheggia una religiosità la quale affonda le sue motivazioni e radici in costumi antichi difficili da estirpare26.

Il Seicento è anche l'epoca in cui si va ulteriormente deteriorando uno dei miti più saldi del secolo precedente: il valore della milizia spagnola forgiata nell'esercizio dell'onore e della resistenza alle fatiche, per assolvere alla missione sacra di difesa della cristianità. Un mito sfatato dalla scomparsa della buona disciplina e soprattutto dall'incompetenza di una nobiltà non più guerriera ma disabituata all'attività militare da Filippo II, a cui i gesti cavallereschi erano caratterialmente remoti e stimati come inutili appanaggi e orpelli di una nobiltà fondamentalmente fastidiosa al potere monarchico; un sovrano più politico e determinato che, già per «far le imprese» nella seconda metà del XVI secolo, si era servito

più di stratagemmi che del valore, più dell'oro che dei soldati, però si vede nella soldatesca spagnuola estinta quell'antica disciplina militare, che la faceva riguardevole a tutto il mondo, perché conoscendo i soldati medesimi che in altro che nelle virtù era riposta la speranza delle vittorie, s'avvilivano da se stessi e perdevano l'istinto dell'onore e del guadagno.

Severissimo allora Soranzo con costoro, con quei nobili cresciuti nell'incomprensione dell'importanza della stagione «politica» filippina: signori, infatti, che poco intendono il mestier dell'armi, perché lo fasto che tengono e per la grand'alterezza delle lor menti non si degnano di servire con altro titolo che di generale, in modo che volendo trattare un mestiero che non intendono ed esercitare una professione che non hanno imparata mai, presupponendo di saper molto ed avendo per l'ordinario il più di loro poca erudizione e minor cognizione delle cose, non sono atti né a comandare né a servire, e restano con la lor fastosa gonfiezza pieni di crassa ignoranza27.

La realtà che si vuole sottolineare è quella di un'efficacia bellica garantita, da altri, da soldati di altre nazionalità, reclutati nella «vastità» di un'altra Spagna, extra-iberica, sempre più sfuggente e onerosa; milizie pagate con l'oro americano appunto e soprattutto non più di stirpe ispanica: italiani, tedeschi, valloni, svizzeri. L'antica efficienza di quel «misto» che rendeva più competitivi gli eserciti spagnoli, come testimoniava l'esperienza delle guerre di Fiandra, nascondeva ormai una buona dose di millanteria e menzogna: «perché col valore degli Italiani, con la pazienza de' Spagnuoli, coll'ordine de' Svizzeri, coll'ardire dei Valloni e colla fortezza de' Tedeschi formano un corpo in tutte le sue parti perfetto, e sebben per ordinario attribuito alla nazion spagnuola essendo le imprese fatte per il re di Spagna, niente di manco si vede, che la minor parte è la loro»28.

Venezia non fu mai amica, com'era ben noto anche ai contemporanei più attenti29, della monarchia spagnola. Per divergenza d'interessi economici e politici, per impostazione costituzionale e culturale, la Spagna viene dapprima (soprattutto nel primo trentennio del XVII secolo) avvertita come minacciosa nazione occupante, contro la quale imbastire eventualmente una politica ostile; quindi, con l'avanzare del secolo e in una mutata situazione, considerata, più accortamente, come un polo ineludibile del «concerto europeo». Queste sono opinioni ricorrenti nelle Relazioni secentesche e sono materia ricca e suggestiva della riflessione politica, se non addirittura sostitutiva della storiografia politica vera e propria. In esse, una differente mentalità e prassi di governo, si imbatte nel maggiore dei paradossi: darsi una ragione della fortuna della Spagna, questione a cui il pensiero politico veneziano continua, in modo regolare, a rivolgersi con grande cautela, nella coscienza del ruolo e della importanza di considerare l'anima e il corpo di una nazione malata ma pur sempre «poderosa». Una nazione protagonista delle vicende europee e indirettamente del destino della Repubblica, con la quale si spartiscono sul mare i quadranti della resistenza e della difesa dell'Impero ottomano; un problema sul quale Venezia è costretta a confrontarsi per conservare la propria sempre più tormentata vocazione marittima e mercantile orientale, per consentirsi margini dignitosi di esistenza, di indipendenza e di autonomia.

L'ambasciatore Soranzo, sempre lui, adottando un lessico da cui traspare la familiarità con categorie machiavelliane, prevede per gli spagnoli un destino secolare consacrato, nella migliore delle ipotesi, più alla conservazione che alla «ampliazione del loro impero» con il persistere di condizioni favorevoli, in cui la «fortuna» più che la «virtù» hanno consentito il mantenimento del primato. Il caso aveva fatto «cadere nelle mani (spagnole) li regni» senza colpo ferire (l'annessione del Portogallo), e decisive erano la distrazione delle energie ottomane verso la Persia, l'Ungheria, la stessa Venezia, la conflittualità confessionale e i persistenti ostacoli in Francia a stabilizzare la monarchia. Per cui non gli è difficile concludere che «principalissima causa della sua grandezza è stato il non aver trovato chi se gli opponga più, e l'aver superati gli impedimenti che gli potessero turbar le sue fortune»30.

Reciprocamente, come si è accennato, la politica spagnola è contrassegnata soprattutto nel primo sessantennio del secolo da una diffidenza marcata nei confronti di Venezia, realtà d'impaccio a qualunque strategia offensiva ed egemonica. E negli animi veneziani la Spagna italiana suscita continuo allarme, in un quadro d'incertezza e di inaffidabilità, dove i viceré sono «teste inquiete»; personalità tenute però ben separate, dall'istinto conservatore e dalla vocazione neutralista veneziana, dal sovrano «ben inclinato» alla Repubblica e possibile garante di un «affetto» politico che ponga rimedio alle tentate malversazioni di funzionari periferici.

Persino un modesto e timoroso erudito aristotelico come Giovanbattista Contarini, autore non «publico» Della veneta Historia che si estendeva nella sua seconda parte dal 1486 al 164431, non tralascia di testimoniare l'esistenza di un'antipatia atavica. Il secolo era cominciato male con l'attacco alle «mercanzie», sulle quali Venezia era così sensibile, da parte dei viceré Lemos di Napoli e Maqueda di Sicilia

dove con sfrenata licenza militare [...] et professata loro carità in esercitio di rapacità, incontrata gran copia de Vasselli, et Venetiani particolarmente, con pretesto che havesser Capitali de Turchi et de Hebrei negotianti, né perciò eccetuando le sostanze delli Christiani con indistinto spoglio riportavan ubertoso botino con gemito commune [...]32.

Invisi e giudicati alla stregua di malversatori i viceré spagnoli, in opposizione al candore e all'ingenuità di un monarca, Filippo III, ancora imberbe e da decifrare nei suoi orientamenti dopo la stagione di Filippo II: così appaiono nell'opinione di un conformista come Contarini che aveva accettato le ipotesi più oltranziste di Agostino Valier in materia di applicazione delle disposizioni conciliari in materia di organizzazione e controllo della cultura ortodossa. Si tratta forse in questo caso di una contraddizione fatta di due argomenti di riflessione: da una parte l'idea monarchica e aristotelica, e perciò di un modello teorico sovrastante inattaccabile, e dall'altra la tracotanza degli spagnoli d'Italia. Infami e fedifraghi nel minacciare la Repubblica specie nel versante di confine con il Milanese come quel conte Fuentes, governatore di Milano che nell'affare valtellinese aveva sconfessato la politica veneziana «forse senza concerto de l'ingenuo suo Re»33.

Queste tematiche sono ben presenti anche nell'opera di Andrea Morosini, pubblico storiografo. Un'opera di un patrizio moderato, anzi moderatissimo, che viene dopo la morte di Paolo Sarpi (1623) posta tuttavia all'indice per l'analisi favorevole alla Repubblica nella vicenda dell'interdetto34.

Egli già sul nascere del secolo segnalava i fastidiosi comportamenti dei viceré spagnoli35 di cui si ricerca la punizione presso il re Filippo III. Gli spagnoli rappresentano il rischio, la paura della destabilizzazione36 di una Repubblica veneziana accusata, e non a torto, di nutrire simpatie filofrancesi: in questo gli spagnoli sono persino peggiori dei turchi che, anzi, vanno quasi difesi nella stabilità e continuità delle loro consuetudini commerciali con Venezia e con la prevedibilità dei loro comportamenti; i quali, persino nei momenti più duri, non avevano mai messo seriamente in discussione la libertà dei traffici. Gli attacchi dei viceré di Napoli e di Sicilia avevano viceversa provocato, scritto nero su bianco a memoria dei posteri, «magna navigationis jactura, mercatorum metu, vactigalium Venetorum detrimento, Turcarum querelis»37.

Nella vicenda dell'Interdetto, che occupa gran parte del libro XVII38, appare con evidenza il ruolo di grande intesa e complicità tra il re di Spagna e il pontefice per giungere alla mortificazione se non all'annientamento di quella che veniva indicata come l'intollerabile arroganza veneziana: visibile la comunità d'intenti nelle trame di Giovanni Fernando Pacheco, marchese di Villena e duca di Escalona, che, da inviato speciale spagnolo a Roma, aveva promesso ogni sostegno possibile al pontefice contro la superbia repubblicana e antipapale39. Così come il duca di Ossuna è sospettato di accordarsi con i turchi per aver inviato cento schiavi in dono al sultano attraverso un suo emissario40. Ossuna, nobile spagnolo mai dimenticato a Venezia specie durante il dogado di Nicolò Contarini, nemmeno nel 1620 quando i rischi si erano allontanati:

mai ralentato nel suo rodente stille il serpente infernal Duca di Ossuna ruminatore incessante de mali, incontinente nella esalatione del suo assodatamente innato più che contratto veneno, tentando di sparger virulenti semi anco in incongruo et resistente suolo di alhor non che contratta, consolidata pacificatione41.

Buona parte del secolo scorre sotto il segno dei confronti, dei sospetti e delle congiure: gli attacchi di corsa, l'Interdetto, gli uscocchi, gli intrighi e le congiure austriache e spagnole, l'affare Bedmar, la Valtellina, il possibile coinvolgimento nella furia della guerra dei trent'anni, la insensibilità e gli scarsi aiuti durante la guerra di Candia. Una stagione senza pace nei rapporti veneto-spagnoli, dominati dall'incubo dell'ispanizzazione della penisola, priva di «candidezza» e «sincerità d'animo» nella «maggior parte di quelli che governano»42, come ricordava l'ambasciatore straordinario Ottaviano Bon inviato a sollecitare la punizione e il risarcimento per gli atti di pirateria spagnola alle mercanzie veneziane.

Una valutazione non dissimile da quella che nel 1638 riferirà, quasi quaranta anni dopo, Giovanni Giustiniani con sintetica e immutata efficacia:

nella presente congiontura di cose tiene la Serenità Vostra gran vantaggio appo quella corte, e sebbene per me riverentemente credo che la Repubblica non sii punto amata dai Spagnuoli, come certamente niun altro principe italiano fuori che Modena, con tutto ciò vogliono far apparire il contrario e di tener gran confidenza in lei [...]. Devo però umilmente dire che sempre faranno molto bene le E.E.V.V. a star vigilanti [...] avendo io osservato in tre anni e più che sono stato in quella corte che come credono di poter fare un bel colpo non lo risparmiano ad alcuno43.

Del resto, egli non era che l'ultimo in successione di tempo a tirare questo genere di conclusioni. Nella puntuale analisi degli avvenimenti politici intorno a questo ruvido sentimento di antipatia, appena mascherato dal costume diplomatico e dalla maggiore o minore moderazione degli ambasciatori avvicendatisi alla corte di Madrid, si svilupperanno infatti anche le relazioni di Simeone Contarini (1605), di Francesco Priuli (1608), Girolamo Soranzo (1611), di Pietro Gritti (1620), di Pietro Contarini (1622), di Alvise Mocenigo (1632), Francesco Corner (1635).

Naturalmente nelle Relazioni l'immagine propriamente politica è la materia predominante e in essa un congruo rilievo viene attribuito alla crisi del 1640, l'anno más infeliz della monarchia spagnola44.

A Venezia nella riflessione coeva - e non soltanto in verità sulle questioni spagnole - si possono identificare almeno due maniere diverse di restituire il senso della congiuntura politica verificatasi negli anni centrali del XVII secolo. Per un verso, le élites governative veneziane scelgono la storia come scenario privilegiato per sostenere la propria neutralità sottolineando e insistendo sulla sostanziale forza, gigantesca e tragica, di un ex-impero per il quale si prevede una lunga agonia: e ciò accade principalmente nella storiografia pubblica. Ad esempio, la Historia di Giovanni Battista Nani è una storia che si snoda e rimbalza continuamente tra i due fronti dello Stato veneziano, in cui terra e mare, in una divisione banale ma efficace, rappresentano le vocazioni e le preoccupazioni di Venezia. Le pene della lunga guerra di Candia, la perpetuazione di un'immagine oleografica di una città saggia e garante della «quiete d'Italia» sono la struttura portante del racconto storiografico: una storia lontano dalle passioni e dall'età delle scelte di campo, delle ipotesi politiche per mutare lo stato di una penisola minacciata dall'aggressività ispanica e pontificia. La Spagna, la cattolicissima Spagna, come gli altri e più degli altri, nella sua crisi si disinteressa della sorte di una repubblica, che pochi aiutano e malvolentieri, sottoposta alla pressione ottomana. Una storia pretenziosa quella di Nani, venetocentrica, incapace di ragionare in termini europei, contestualmente al venir meno delle ipotesi strategiche di respiro e delle discussioni politiche. L'interesse per la «simmetria» europea è solo apparente, e claudicante la sensibilità storiografica per dare il giusto rilievo ai grandi protagonisti del Seicento europeo e un ruolo equilibrato, e non sopra le righe, dello spessore internazionale veneziano45: sicuramente siamo ben lontani dall'arte storiografica del passato di un Paolo Paruta e di un Niccolò Contarini.

In Giovanni Battista Nani è allora possibile, trattate con lo stesso spazio e con lo stesso rilievo, imbattersi nelle vicende delle scalcinate armate veneziane che si affannano a Valona, a Cattaro, a Corfù; oppure essere costretti a seguire la descrizione e le stucchevoli lodi per l'eroismo di Marino Cappello nello stesso libro che si occupa delle rivolte in Catalogna e in Portogallo, senza peraltro che venga colto a pieno il significato di quegli anni terribili per la monarchia spagnola46. Oppure le vicende della guerra di Castro, con le eccitazioni e le agitazioni di papa Urbano VIII, di piccoli principati italiani e della stessa Venezia che discutono e si combattono animatamente per Bondeno, Lagoscuro, Nonantola, Piumazzo, o altri luoghi ancor più oscuri, si affiancano a cataclismi politici come le morti, in successione, di Luigi XIII, Richelieu e Olivares: una mutazione, quella spagnola, di cui si discorre brevemente concentrandola sulle insoddisfazioni dei Grandes e sull'allontanamento drammatico del conte duca che, nell'esilio, «non avvezzo alla quiete, annojatosi, com'è solito de' grandi ingegni, terminò di mestitia brevemente i suoi giorni»47.

Le «rivolutioni» di Sicilia e di Napoli, sebbene per dichiarazione dell'autore, «stimate con ragione tra i più importanti casi» e riferite unicamente per «quel solo che serve al contesto dell'opra e alla simetria generale d'Europa»48, vengono in realtà anch'esse assorbite da una concezione eccessivamente venetocentrica. Allora altrettanto curioso è seguire un filo logico che affianca nello stesso capitolo, e pretenziosamente allinea, la conclusione delle paci di Münster e Osnabrück, la rivoluzione napoletana, e le avvisaglie delle tempeste parlamentari in Francia con «la fierissima burrasca» che ha fatto affondare galeazze e vascelli dopo l'attacco veneto in Dalmazia, Bosnia, e lo «sforzamento» di Clissa, portato avanti «sprezzando la contrarietà della stagione e de' siti»49 dal generale Leonardo Foscolo.

Le sedizioni di Napoli restano dunque sullo sfondo e fatte risalire, ripetendo (copiando?) probabilmente da Soranzo lo spunto relativo al persistere di un sentimento filofrancese, al periodo angioino contrapposto a quello aragonese. Non ancora vicino il tracollo della «gran machina» che viene pensato e trasferito più in là nel tempo: e non certo per una sollevazione popolare che comunque si ritiene incapace di distruggere i grandi regni.

Nell'animo de' popoli alla Monarchia Spagnuola soggetti, era decaduto per tedio di sì lunghe avversità il credito del governo e il nome del Re nella felicità e nella potenza già quasi adorato, vilipeso restava nelle disgratie e per gli aggravi della guerra poco men che abborrito50.

E Napoli poi:

nel mentre non ha tante fiamme il Vesuvio, quanti erano gl'incendii ne' quali stava Napoli involto. In quel Regno havevano gli Spagnuoli riposto i mezzi principali della loro difesa, perché immune dall'invasioni, fertile e ricco, godendo in sé tutti quei beni che di rado il cielo in una parte sola dispensa, forniva danaro e huomini ad ogni altra provincia assalita. Haverebbe la fecondità e l'opulenza supplito al bisogno, se l'avidità de' Ministri non havesse espilato le ricchezze della natura. Ma in Spagna essendo più estimato quel Viceré che sapeva ricavare più denaro, non vi era macchina che non s'adoperasse per haver il consenso della Nobiltà e del popolo [...]51.

D'altro canto, quando invece la riflessione, con una modalità dal risultato forse più storiografico, si esprime nel linguaggio apparentemente più defilato e contingente delle relazioni, rispetto alle «Istorie» fissate in permanenza nel tempo e impacciate dalle cautele per la destinazione pubblica, si segnala una più ficcante capacità di identificare tempestivamente i dati del disfacimento morale e politico spagnolo. È il caso della relazione di Alvise Contarini di Nicolò, del ramo contariniano di Porta di Ferro, un personaggio dedito al servizio pubblico e dall'ampia esperienza internazionale52.

Riprendendo alcune tematiche che vedono nel corpo della monarchia di Spagna un'incontrollabile macchina da guerra in cui l'opzione politica sembra ormai scomparsa, Contarini introduce un elemento importante e decisivo per la comprensione di una difficoltà che peraltro sembra coinvolgere non soltanto la Spagna, ma per diversi aspetti il modello stesso del «reggimento» assolutista. In particolare, le rivolte appaiono un fallimento del coordinamento tra centro e periferia di una realtà dispersa e fatta di tradizioni e situazioni politiche, geografiche e antropologiche estremamente diverse tra loro, in cui il collante confessionale e cattolico della missione storica ispanica si andava sempre più sbiadendo.

La Relazione di Contarini è fatta, per la verità, anche di omissioni e non comunica una comprensione organica della gravissima crisi di un assetto sociale e politico. Sulla natura delle rivolte è piuttosto un dubbio ad essere insinuato che una certezza: ovvero che le ribellioni della Catalogna e del Portogallo abbiano reso la Spagna «molto debilitata ed infiacchita, concorrendo alcuno in credere che sia in aperta declinazione»53. L'idea che sia soprattutto la crisi endogena alla monarchia con i suoi pessimi meccanismi di rovina finanziaria, economica e morale, la incurante virulenza delle lotte tra il criticatissimo interesse «privato» dell'Olivares e gli intrighi dei suoi nemici, sembra essere più consona ad un conservatorismo veneziano; un conservatorismo che giustifica il sovrano e la sovranità, che s'indigna, con un sussulto d'orgoglio contro l'adulazione e la disonestà intellettuale, per le menzogne storiografiche, smascherate del resto pubblicamente, contenute nella Historia de los principales sucessosacontesidos a la monarquia de España en tiempo de Felipe quarto el grande di Virgilio Malvezzi.

Vi si aggiunge che il re e li particolari vanno con grandissimo danno perdendo le rendite ed il commercio, mancando li uomini che coltivino la campagna e che attendano alli necessarii traffichi, con li quali si rende ricco e dovizioso uno stato, così nel pubblico come nel particolare. Il disordine - scriveva Contarini - si fa tanto maggiore, quanto che con queste guerre così lunghe e continuate, non vi si ha quasi alcun riguardo, ed a sua Maestà viene nascosto quanto più si può questo difetto, che è notorio a tutti, anzi col libro impresso dal marchese Malvezzi si ha procurato di sostenere il contrario54.

Che le rivolte e le «rivolutioni»55 siano avvenimenti essenzialmente ricomponibili, privi ancora di una loro dirompente forza e autonomia, è ravvisabile nell'idea ottimatizia veneziana che i vecchi sistemi della repressione siano ancora un argine della monarchia spagnola,

potendosi con ragione affermare che chi ha un amplissimo Stato non gli manca poi denari, particolarmente una tanto vasta e grande monarchia ben patirà delli incomodi, delle difficoltà, correrà pericolo di nuove sollevazioni e ribellioni, perché il popolo non può voler bene a chi non li fa altro che male, con tutto ciò il timore e la forza sono gran freni e questi vengono ad esser appunto li istromenti de' quali oggidì si serve la Spagna56.

Per tornare dunque all'immagine politica della Spagna delle scritture pubbliche veneziane, non sembrano infatti essere le proteste e le rivolte nobiliari e «popolari» degli anni Quaranta gli avvenimenti decisivi per celebrare il de profundis della nazione spagnola, ma bensì il venir meno della dimensione elefantiaca dei suoi territori e della forza delle sue risorse, di quella vastità che aveva sempre impressionato le categorie sostanzialmente conservative e autocelebrantesi dell'aristocrazia veneta. A questa rimozione dell'elemento sociale di crisi del modello monarchico e delle élites nobiliari, così come si era sviluppato nel quadrante meridionale dell'Europa non potevano sopperire né il senso del servizio, né la dimestichezza con gli «arcani» delle corti e degli «stati», né lo straordinario acume di un'osservazione accurata asservita alle necessità del neutralismo e della sopravvivenza. Ancora tenacemente Pietro Basadonna nel 1653, con una comparazione suggestiva, che dava il segno pertanto di un'incomprensione di ciò che stava succedendo, si dimostrava strabiliato della capacità di una Spagna «scossa» da nemici interni ed esterni in tutti gli angoli della terra, con le «rendite impegnate», con «il credito estinto», il «governo abbandonato all'inesperienza d'un favorito nuovo», in preda ad una

congerie d'accidenti che riducevano la monarchia spagnuola alla condizione di quel gran colosso, che essendo stato per tanti anni oggetto dello stupor del mondo, crollò col terremuoto di brevi momenti, onde concorreva ognuno a raccoglierne i fragmenti per arricchire i primarii gabinetti. Con gli avanzi di quella universal meraviglia, ma a somiglianza dell'orologio che passa dall'infimo segno della prima ora alla sublime dell'ultima senza ch'apparisca la causa meravigliosa del suo moto, così è miracolosamente risorto il re di Spagna57.

Qualche anno più tardi, nel 1661, è Giacomo Quirini, inviato a congratularsi presso Filippo IV per la conclusione della pace dei Pirenei, a riconsiderare davanti ai Pregadi la questione: intorno ad una pace complessa, complemento conclusivo degli accordi vestfalici, «disuguale e sproporzionata», egli si soffermava non soltanto sui cospicui cedimenti spagnoli ma sull'incommensurabile danno portato all'idea collettiva che aveva circondato la monarchia spagnola. In un lucido bilancio, anche se un po' tardivo, sosteneva:

e se la cessione di tante piazze cagiona a' Spagnuoli pregiudicii essenziali, riuscirebbero tutta volta di poco momento le perdite, se illeso restasse il rispetto e la riputazione ne' regni e ne' popoli il di cui monarca ostentò sempre potenza e ragione, tenendo il mondo sospeso. La Francia mirò la sua grandezza; Italia abbracciò le sue azioni; Alemagna implorò il suo aiuto. Il mondo nuovo senza divider con niuno l'acclamò per suo signore. L'Africa lo venerò per il maggiore re dei re. E li principi lontani dall'Asia ebbero per fasto e per pompa riverirlo per mezzo dei loro ministri e ambasciatori, sospirando tutti di tenerselo grato, propizio e benevolo. Ma ora senza passione si convien dire che il re di Spagna ostenta debolezze e disinganna il mondo della sua potenza. La Francia trionfante gode della sua decadenza. L'Italia si oppone alle sue operazioni. La Germania s'allontana dal suo consiglio. Il nuovo mondo è ora diviso tra tutte le nazioni settentrionali. L'Africa lo molesta con il moto perpetuo de' suoi legni corsari ed il Turco non pensa e non cura di conservarselo inimico. Da tutti questi osservabili accidenti, una verissima conseguenza se ne ricava [...] che fluttuante in se stessa la Spagna, né per inclinazione del re, né per genio del favorito, né per vigore dei consiglieri possano le vecchie massime della monarchia ripigliare quella pace fiorita, quella benedizione del Cielo derivata dalla sua santa mano e dalla sola onnipotenza del signor Iddio58.

Curiosamente sarà un atto di pace e di concordia, al quale lo stesso personale diplomatico veneziano aveva dedicato non poche energie, e non l'insieme di rivolte, violenze e fatti d'arme che avevano contraddistinto buona parte del secolo, a far emettere la sentenza, stavolta epocale, di un fallimento politico e a travolgere definitivamente l'immagine della felicità e della fortuna spagnola nell'età moderna. Questa descrizione del crollo venne quasi parafrasata da Michele Foscarini nella sua fatica storiografica, che occupava il periodo dal 1669 al 169059, quasi a testimoniare, su un piano diverso, un comune inaridimento; che nel caso veneziano si manifestava in una sempre più scarsa tensione culturale a ponderare e ad indagare le carte della «secreta» dove gli uomini, a cui era affidata la memorizzazione e l'analisi di una storia non più gloriosa della Serenissima, avevano pur sempre libero accesso.

Note

1. Ci riferiamo al saggio di F. Nicolini, Don Gonzalo Fernández de Córdoba e la cosiddetta responsabilità della guerra del Monferrato, in Italia e Spagna. Saggi sui rapporti storici, filosofici ed artistici tra le due Civiltà, Firenze, 1941, pp. 193-244. Qui l'autore cercava di ristabilire, appunto, una fisionomia storica e non letteraria tra il governatore spagnolo di Milano Gonzalo de Córdoba e la situazione politico-militare nel quadrante italiano. Nell'analizzare il ruolo del governatore, protagonista delle vicende legate al Monferrato, non si può ignorare l'invito agli studiosi di storia moderna, all'epoca particolarmente disatteso, di desistere una buona volta «dallo spiccare un gran salto dal Rinascimento al Risorgimento» e dal trattare il XVII secolo italiano come «deserto africano o landa polare, ove, salvo casi di necessità estrema, sia poco prudente inoltrarsi». Ivi, p. 196.

2. Cfr. J. H. Elliott, Richelieu e Olivares, Torino, 1990, pp. 3 s.

3. Cfr. significative indicazioni in G. Benzoni, A proposito della fonte prediletta di Ranke ossia le Relazioni degli ambasciatori veneziani, in «Studi Veneziani», n. s., XVI, (1988), pp. 245-257. Id., Flash sull'Europa: le relazioni dei diplomatici veneziani, in Europa. Storie di viaggiatori italiani, Milano, 1988, pp. 123 ss.

4. J. A. Vera Zúñiga, El enbaxador, en Sevilla por Francisco de Lyra, 1620, (ristampa anast., a cura di J. M. López Balboa, Madrid, 1947), III, p. 24v.

5. G. Benzoni, La cultura: contenuti e forme in Storia di Venezia, vol. VI, Dal Rinascimento al Barocco, a cura di G. Cozzi e P. Prodi, Roma, 1994, p. 550. «Un'attenzione - si legge ancora - ai contenuti del perimetro della propria sovranità e una valutazione delle entità statali europee che edifica, col ritmo continuato delle relazioni e sul dentro e sul fuori, un imponente edificio, cui si conviene la qualifica di storiografia militante e perché l'oggetto è, di volta in volta, il presente e perché non privo di finalità, oltre che cognitive, operative, dal momento che ne trae orientamento e la politica interna e la politica estera» (ibidem). Per considerazioni sulla storiografia pubblica e non, con condivisibili affermazioni, in cui spiccano per diverse ragioni Niccolò Contarini, Paolo Sarpi e Caterino Davila, v. le pp. 550-564.

6. Francesco Soranzo (1557-1607) partecipò attivamente come savio del Consiglio e di Terraferma al servizio della Repubblica nel delicato periodo dell'Interdetto, anche se con posizioni più moderate, al gruppo dei più determinati difensori delle prerogative veneziane; e solo la morte gli impedì di partire nel 1607 per rappresentare Venezia presso Paolo V. Cfr. G. Cozzi, Il doge Niccolò Contarini, Venezia-Roma, 1958, pp. 98, 103. La relazione nella sua interezza si può leggere in Relazioni di ambasciatori veneti al Senato, a cura di L. Firpo, Spagna (1602-1631), IX, Torino, 1978, pp. 27-214. D'ora in poi le relazioni verranno indicate con il cognome dell'ambasciatore, il numero del volume e le pagine.

7. «Vede tutti i fatti suoi e sa tutto [...]. Suol dire d'essere stanchissimo d'esser re. Il re, per detto comune, è assai sospettoso: de la risa al cuchillo del rey no ay dos dedos. Detto dell'ambasciatore di Francia sopra la dissimulazione del re di Spagna: il re è tale, che quando bene avesse un gatto nelle brache, non si moverebbe né dimostrerebbe alterazione alcuna [...]». Cfr. Donato, VIII, pp. 669 s.

8. Cfr. intorno alla morte e alla personalità di Filippo II il brano tratto dalle Historie Venetiane in appendice a Cozzi, Il doge Nicolò Contarini, cit., pp. 377-380.

9. La relazione sarà di riferimento alle Istorie Veneziane del sopra accennato Contarini e in generale una importante fonte per le scritture «publiche» successive dei suoi colleghi ambasciatori, accreditati presso la corte spagnola per molti decenni.

10. Soranzo, IX, pp. 35 s.

11. Ivi, pp. 37 s.

12. Ivi, p. 39.

13. Ci riferiamo alle numerose edizioni cinquecentesche dei volumi Delle navigationi et viaggi di Giovanni Battista Ramusio, compiute nella stamperia veneziana dei Giunti, che raccoglievano - come si sa - un'ampia letteratura contemporanea di esplorazione, conquista e colonizzazione.

14. Cfr. P. Bembo, Historiæ Venetæ, Venetiis, apud Aldi filios, 1551. Soprattutto, pp. 82 ss.

15. Soranzo, IX, pp. 87-94. «Sono facili quest'Indiani a esser tenuti soggetti perché non conoscono differenza di stato, non sono atti, se non pochi di loro a sollevazioni, essendo di animo vile e di natura niente bellicosi, senz'armi, senza disciplina militare, senza capi proprii e senza appoggi esterni». (p. 91). Il tema viene ripreso anche da Alvise Mocenigo ambasciatore dal 1626 al 1631 nella sua relazione del 1632: «Dalla parte delle Indie gravi sono ancora gli inconvenienti; in primo luogo si può connumerare quello della distruzione delli medesimi Indiani, li quali servivano per cavare l'argento delle miniere ed ora sono disfatti si può dir totalmente». Mocenigo, IX, p. 647. Cfr. per un quadro generale R. Romeo, Le scoperte americane nella coscienza italiana delCinquecento, Roma-Bari, 1989, soprattutto le pp. 5-38.

16. A. Contarini, X, p. 88.

17. Girolamo Giustinian, X, p. 167.

18. Soranzo, IX, p. 50. Più avanti sottolinea gli aspetti più «barbari»: la poca industria degli spagnoli che «poco si veggono esercitare le arti, poco degnano la conversazione de' forestieri se non è con fine di utile o di piacere. Sono avidi di ricchezze, però abbracciano ogni officio per vile che sia purché apporti utile, poco stimano le lettere e manco i letterati e pochi si trovano che non sappino né parlare né discorrere, e se pure alcuno vi si applica è con fine di ottener beneficij ecclesiastici, ma ottenuti abbandonano i libri né più si curano di ricordarsi ciò che hanno imparato» (ivi, p. 56). E, grave sintomo per un patrizio veneto, nemmeno è riscontrabile un gusto diffuso per le cose belle: «non si ha in Spagna cognizione d'architettura, perciò non si veggono belle fabbriche, né per le terre, né per le ville, non giardini, non vigne, non altra cosa di delizia, né di magnificenza fuori che nelle fabbriche reali» (ivi, p. 59).

19. Soranzo, IX, pp. 52-53.

20. Il riferimento è ovviamente rivolto al sospetto per il meticciato culturale e l'ipotetica capacità di organizzazione del potere dei cristianos nuevos. «Li Moreschi sono di razza di Turchi e Maomettani, li Marani d'Ebrei e di Giudaismo e sebbene sono e gli uni e gli altri astretti a vivere in forma di Cristiani, conservano però li Moreschi negli animi loro la falsità della loro setta, e molti di loro prima che insegnar alli figliuoli loro il Credo, gl'instruiscono delle false superstizioni dell'Alcorano, e con tutto che vadino alle chiese per il timore che hanno della giustizia e negli atti esteriori faccino come i Cristiani inginocchiandosi, facendosi la Croce, chiamandosi in colpa, nientedimeno non è loro permessa la santissima Comunione e sono conosciuti dagli altri ottimamente. Li Marani sebben discendono dal Giudaismo vivono almeno in apparenza, cristianamente; ma non resta però che alcune volte non se ne vegga uscire di loro tali che continuano nella loro Giudaica perfidia. A questi non è permesso di aver né officij né beneficj né entrate né dignità Ecclesiastiche né temporali, poiché non possono provare la limpieza che ho detto chiamarsi da loro nascimento». Soranzo, IX, p. 54. Al fenomeno dei giudaizzanti e alla loro repressione non era del resto nemmeno estranea Venezia, sebbene - com'è noto - l'atteggiamento fosse assai più tollerante, (cfr. a tale proposito A. Foa, Ebrei in Europa. Dalla pestenera all'emancipazione, Roma-Bari, 1992, soprattutto le pp. 141-204, passim; P. C. Ioly Zorattini, Gli ebrei nel Veneto dal secondo Cinquecento a tutto il Seicento, in Storia della cultura veneta. Il Seicento, 4/II, Vicenza, 1984, pp. 282-312; I processi del Sant'Uffizio di Venezia contro Ebrei e Giudaizzanti, a cura di P. C. Ioly Zorattini, voll. 12, Firenze, 1980-1994); quello che qui è significativo è come tale fenomeno venga considerato una vera minaccia alla monarchia spagnola e sia considerato un fattore di apprensione e di insicurezza.

21. Soranzo, IX, pp. 54 s.

22. Proprio in quegli anni a Venezia si resisteva all'applicazione dell'indice clementino. Cfr. S. Andretta, Venezia e Clemente VIII: conflittualità etatticismi in Das Papsttum, die Christenheit und die Staaten Europas (1592-1605), a cura di G. Lutz, Tübingen, 1994, soprattutto le pp. 92-96.

23. Sulla terribile potenza di controllo dell'ortodossia religiosa, ma anche politica, dell'Inquisizione, inserita non casualmente nella sezione destinata alla descrizione degli organi di governo, si legge: «Il tribunal dell'Inquisizione, ch'è tremendo in tutta la Spagna per la grande ed assoluta autorità che tiene sopra la vita, sopra l'onore e sopra la roba di ciascuno, e per la forma del processare molto risoluta e nel giudicare molto severa. Ha per suo capo lo inquisitor maggiore, ch'è carico per la sua grande autorità stimato, riverito e rispettato poco meno che la stessa persona del re; questo ha il suo Consiglio ed ha cura di castigare tutti li sospetti d'eresia, di provveder che non vadino maggiormente propagando le sette di quelli, che o per bestemmie o per altra via offendono il nome del Signor Iddio. È rispettato l'inquisitor maggiore come se fosse un papa, ha il tribunal del suo officio per tutte le terre, dov'è esercitato con rigore indicibile, chi capita sotto il suo giudizio difficilmente la scappa, e tratta con tanta severità che non è lecito né a parenti, né a chi si sia di procurare per qual si voglia maniera per chi è ritenuto per questo officio, senza pericolo di cadere nelle istesse colpe o nell'istesso sospetto, e si dilata molte volte con la sua autorità in cose che non sono di religione; ma si lascia che per ragion di stato tenga per altre vie gli uomini in timore ed in perpetuo terrore della sua forma di procedere; in somma si può dire che il rigore così grande di questo officio, mantiene il rito della vera religione in Spagna [...]». Cfr. Soranzo, IX, pp. 144 s.

24. Soranzo, IX, pp. 60 s.

25. Ivi, p. 75.

26. Ivi, p. 76. «Perché a tempo che si fanno le processioni solenni con i clerici, con i frati e con le croci, confondono maschere, femmine ed animali: con i salmi, con gli inni e con le preci mescolano canti profani, suoni e balli, e fino in chiesa ed innanzi al Santissimo Sacramento compariscono travestiti a danzare, cavalletti di cartone a giostrare e nella cappella stessa del re, nelle solennità principali, cantano villanelle nella messa e nel vespero, e forse che furono introdotti questi usi per allettare i popoli allora poco religiosi, anco per la via del gusto e del piacere, alla religione ed alla divozione».

27. Ivi, pp. 126 s.

28. Ivi, p. 128. E sulla presenza funesta dei soldati spagnoli sostiene che: «condotti in Italia nel regno di Napoli, e sopra lo Stato di Milano mettono gran confusione ed introducono gran disordine nel paese perché vivono a discrezione, infestano, rubano, maltrattano, insolentano più che se fossero inimici. Quelli che sono mandati nel regno di Napoli riescono poco buoni, perché sparsi per quel paese e per quelle loro terre, con la pratica di tanti fuoriusciti e di tanti ladroni che abbondano per quel regno imparano più a rubare che a guerreggiare».

29. In una Informazione dello Stato e Repubblica di Venezia (Bibl. Apost. Vat., Fondo Boncompagni-Ludovisi, F 26, cc. 72-92), scritta presumibilmente a cavallo tra il XVI e il XVII secolo da un agente del duca di Mantova, si sintetizzava così il clima delle relazioni veneto-spagnole: «Col re di Spagna poco bene si può creder che stiano questi signori per una professione che fanno d'haver in odio il nome spagnolo [...] et benché in questo ci sia ragion di Stato, per la qual essi dicono che hormai è cresciuta troppo la potenza di Spagna, nondimeno v'è ancora una certa disproportion d'humori et di natura molto diversa tra loro et li Spagnoli. I quali dall'altra banda credo che corrispondano con odio uguale all'odio che si vedon portar da Venetiani [...]» (c. 91v.).

30. Soranzo, IX, p. 159.

31. Le edizioni delle due parti Della veneta historia furono rispettivamente del 1663 (in Venetia per gli heredi di Francesco Storti) e del 1669 (in Venetia appresso Domenico Milocho). Cfr. il giudizio su quest'opera infelice e senile del Contarini, lettore di filosofia e prono ad una interpretazione ad un'impronta tomistica dell'insegnamento aristotelico, in G. Benzoni, voce Giovanbattista Contarini, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. XXVIII, pp. 196-200.

32. G. B. Contarini, Della Veneta Historia, cit., 1669, p. 208. Questa vicenda è ripresa in più luoghi anche nella storiografia pubblica.

33. Ivi, p. 215.

34. G. Cozzi, Venezia nello scenario europeo (1517-1699) in La Repubblica di Venezia nell'età moderna. Dal 1517 alla fine della Repubblica, p. I, Torino, 1992, p. 156 s.; Benzoni, La cultura: contenuti e forme, cit., p. 553.

35. A . Morosini, Historia veneta ab anno M.D.XXI usque ad annum M.DC.XV, in Degl'Istorici delle cose veneziane, t. VII, in Venezia 1720 appresso il Lovisa, pp. 288 s., pp. 311 s.

36. Cfr. P. Preto, Le «paure» della società veneziana: le calamità, le sconfitte, i nemici esterni ed interni, in Storia di Venezia, cit., soprattutto le pp. 228-235.

37. Morosini, Historia, cit.,VII, p. 288.

38. Ivi, pp. 319-391.

39. Ivi, p. 349.

40. G. B. Contarini, Della Veneta Historia, pp. 282 s.

41. Ivi, pp. 293 s.

42. Bon, IX, p. 264.

43. Giustinian, X, pp. 118 s.

44. Una congiuntura sulla quale molta storiografia si è soffermata con profitto. La crisi è stata anche negli ultimi quattro anni oggetto di riflessione storiografica. Cfr. il numero monografico, con diversi contributi italo-spagnoli, dal titolo La crisis hispánica de 1640 in «Cuadernos de historia moderna», Facultad de Geografía e Historia Universidad Complutense de Madrid, 11, 1991; F. Benigno, L'ombra del re. Ministri e lotta politca nella Spagna del Seicento, Venezia, 1992; J. H. Elliott, R. Villari, A. M. Hespanha (e altri), 1640: la monarquía hispánica en crisis, Barcellona, 1992. Su questi ed altri saggi, con aggiornati riferimenti bibliografici è intervenuto recentemente anche: J-F. Schaub, La crise hispanique de 1640. Le modèle des «révolutions périphériques» en question, in «Annales», janvier-février 1994, n°1, pp. 219-239.

45. Assolutamente di maniera appaiono, in una valutazione complessiva dell'opera, gli intenti della premessa: «l'Italia, essendo il cuore d'Europa, non può patire scossa, che non s'alteri e si risenta il restante» e pertanto, nella sua storia, prosegue Nani, si leggeranno «connessi gli Affari e l'attioni de' Principi maggiori del Mondo, la condotta e le massime de' principali Ministri, con le rivolutioni de gli Stati e tanti altri accidenti che rendono il Secolo non meno infelice che insigne e altrettanto importante il racconto». Cfr. G. B. Nani, Historia della Republica veneta, in Degl'Istorici delle cose veneziane, cit., t. VIII, p. 12.

46. Ivi, pp. 638-660.

47. Ivi, p. 739. Così si legge nel breve resoconto dell'anno 1643: «Il re Filippo da Saragozza ritornato in Madrid, haveva verso il Conte Duca nel suo cuore alquanto raffreddato l'affetto: o fosse, che per le continue disgratie gli venisse a noja l'infelice direttor degli affari, o pure, che si fosse avveduto, essergli state fin hora dal favorito rappresentate le cose con prospettiva, diversa dal vero. Horamai molti dalla necessità si conoscevano obligati, lasciata da parte l'adulatione e il timore, a parlar chiaro; ma nessuno ardiva d'esser il primo, fin a tanto che la Reina, sostenuta dall'Imperatore, con lettere di propria mano / al Re, e con la voce del marchese di Grana, suo ambasciatore non deliberò di romper il velo e scoprire gli arcani. All'hora tutti presero il segno e anco le persone più vili o con memoriali o con publiche voci sollecitavano il Re a scacciar il Ministro e ad assumer in se stesso il governo. Egli, maravigliandosi d'haver ignorato fin ad hora le cause delle disgratie, soprafatto al lume di tante notitie che gli si svelavano tutte ad un tratto, vacillò prima tra sé medesimo, apprendendo la mole del governo e dubitando che contra il favorito s'adoperassero le fraudi solite delle Corti, ma in fine al consenso di tutti non potendo resistere, gli ordinò un giorno improvisamente di ritirarsi a Loeches. L'eseguì prontamente l'Olivares con intrepidezza, uscendo sconosciuto di Corte per timore del Popolo che se suole perseguitare i favoriti, mentre risplendono nel posto della gratia e della grandezza, molto più tenta di calpestarli quando sono dalla fortuna abbattuti» (pp. 738-39).

48. Ivi, t. IX, pp. 145 s.

49. Ivi, p. 173.

50. Ivi, p. 146.

51. Ivi, p. 148.

52. Egli nella propria vita ebbe modo di conoscere l'Olanda come rappresentante veneto (1632), e quindi come ambasciatore in Francia (1634) prima di approdare nel marzo 1638 a Madrid. In Francia era stato sottoposto a varie pressioni dal Richelieu per gli inviti rivolti a Venezia per attaccare il Milanese e porsi alla testa di una politica antispagnola in Italia. Dopo la Spagna è a Roma (1645), poi procuratore di San Marco (1653), infine doge nel 1676 sino al 1684, molto stimato dai contemporanei per le sue virtù e il suo equilibrio. Per un efficace profilo biografico del Contarini v. G. Benzoni, Contarini Alvise, in «Dizionario biografico degli Italiani», vol. XXVIII, pp. 91-97.

53. Contarini, X, p. 81.

54. Ivi, p. 83.

55. Contarini ovviamente descrive diffusamente la situazione in Catalogna e Portogallo (pp. 91-105). Però, più tardi, ad esempio, significativa è la scarsa eco, motivata anche dalla conclusione e dalla censura probabile degli avvenimenti operata a Madrid della rivoluzione napoletana, nella relazione di Girolamo Giustinian del 1649. Considerata la guerra di Catalogna «il maggior contrappeso ch'habbi la potenza spagnola [...] è un veleno che rode le viscere agli Spagnuoli, e se i Francesi s'applicassero con lo sforzo maggior a quella parte ridurrebbero le cose di Spagna in gran contingenza, e con un fatto d'armi felice, in cimento di total ruina», poche parole ormai vengono dedicate alla situazione italiana: «Napoli in particolare fu deplorato in Spagna per perduto, e Milano tenuto per semivivo e Sicilia soggetta alla discrezione ed arbitrio di fazionarii, onde con la redintegrazione di Napoli, s'è redintegrata la possessione degli altri due così potenti stati». Giustinian, X, p. 177.

56. Contarini, X, p. 86.

57. Basadonna, X, p. 198.

58. Quirini, X, pp. 303 s.

59. M. Foscarini, Historia della Republica Veneta, in Degl'Istorici, cit., t. X. Nacque il 29 marzo 1632, avogadore, governatore a Corfù, savio alla terraferma, sindaco e inquisitore di terraferma, savio al Consiglio, morì nel 1692. La sua, in realtà, è una storia dominata dalla politica adriatica e orientale (antiottomana soprattutto) e sempre più distratta nei confronti dell'Europa continentale. Nel secondo libro della Historia Veneta, in un breve sommario della storia del conflitto franco-francese dal 1667 al 1675, mirato essenzialmente a dare un contesto giustificatorio al rifiuto e al fallimento dell'offerta di mediazione veneziana a Nimega (1678), si può tuttavia leggere la versione tesa a dimostrare quanto la rovina spagnola fosse legata alla morte di Filippo IV. «Hanno i Prencipati così ben come i corpi naturali le loro infermità, che li deformano e tanto più lethali, quando succedono doppo lunga e fortunata salute. [...] Viddero i nostri padri la Spagna nel punto più sublime della sua grandezza, potente di forze, abondante di danaro, provida di consiglio, attenta all'occasioni, tener imbrigliata la Francia, oppressa l'Italia, dipendente la Germania, e con temuti progressi avanzarsi all'universale Monarchia d'Europa. A noi tocca mirar cambiata la Scena, succedute con fatal declinatione alle vittorie, a gl'acquisti e alla gloria, gravi perdite, smembramento di Regni, cessioni di Provincie, guerre ruvinose, paci senza decoro e senza sicurezza. Hora si considerano le sue sventure con apprensione non inferiore a quella che già portava la sua fortuna et il ripararle è divenuto l'interesse di chi le procurò in altri tempi restrittione di felicità. Così ne' prencipati la gelosia di Stato sta sempre rivolta dove spira maggior la potenza». (Ivi, pp. 45 s.).

Una nuova immagine di incrinato e fatiscente dominio si affaccia definitivamente in Italia: un modello del passato che non sa più governare, che compie errori grossolani che rimuovono lo spettro della rivolta popolare sempre imprudente e sempre gestita da interessi privati; avvenimenti che sollecitavano nuove riflessioni connesse alla «felicità» della potenza francese. Così era accaduto a Messina nel 1673, dove la situazione aveva «disposta la materia al male» a tal punto da far scoppiare la ribellione e determinare la richiesta di un aiuto francese. (Ivi, pp. 52 s.)