Illusioni e delusioni: l’immagine della Spagna nelle
lettere del nunzio a Madrid Giulio Sacchetti (1624-1626)

di Irene Fosi Polverini

«Quel maledetto puntiglio...», scriverà più di una volta nelle sue lettere a Francesco Barberini il nunzio a Madrid Giulio Sacchetti, indicando proprio nel comportamento spagnolo e soprattutto nel carattere ombroso e suscettibile del Conte di Olivares, nel concetto di onore e dignità dominanti in quella corte, le cause principali di una incomunicabilità, non solo politica, ma anche caratteriale che avrebbe condannato all'insuccesso ogni suo sforzo diplomatico. La nunziatura presso una corte europea non si riduceva mai, per un rappresentante pontificio, ad un'esperienza puramente personale e circoscritta nel tempo. I suoi successi, come i fallimenti, i legami personali che riusciva ad intessere, le esigenze che poteva mediare e soddisfare si sarebbero rivelati decisivi non solo per la sua carriera, ma anche per il prestigio e l'affermazione sociale della sua famiglia. Benefici economici, titoli nobiliari, possessi feudali, possibilità di carriera militare per i cadetti dipendevano anche, ed in misura non trascurabile, dal successo ottenuto dal parente ecclesiastico presso una corte straniera. Una nunziatura o una legazione potevano inoltre rafforzare lo schieramento di una compagine familiare, dei suoi alleati e clienti e, nella corte romana del Seicento, ciò non rivestiva un significato esclusivamente politico. Dall'appartenenza alla fazione francese o spagnola si connotavano infatti anche le scelte culturali, il mecenatismo, il gusto destinati a forgiare e rafforzare l'immagine della famiglia da trasmettere alla discendenza. Se questo era il riflesso, più o meno intenso, immediato ed evidente, di quanto, in positivo o in negativo, il parente ecclesiastico era riuscito a conquistarsi nel corso della sua missione, una tale esperienza avrebbe coniato anche un'immagine della corte stessa, dei suoi governanti e del paese destinata a radicarsi all'interno della famiglia ed a diffondersi nella corte e nella società romana. Una nunziatura, con la sua molteplice documentazione ufficiale e privata, si propone dunque anche come potente veicolo di trasmissione culturale, di recezione di topoi, immagini, luoghi comuni e giudizi destinati ad imprimere e diffondere l'immagine di un paese. Nell'esperienza diplomatica alla corte del re Cattolico, Giulio Sacchetti sapeva infatti di giocare tutte le sue chances per la carriera futura e per l'affermazione della sua famiglia. La fedeltà ai Barberini, di cui si dichiarava «non pur servitore ma creatura»1, sottolineando, aldilà della schermatura retorica e convenzionale del coevo linguaggio della fedeltà2, una precisa differenza concettuale, condizionerà infatti il successo politico della sua missione a Madrid. Ma questa, a sua volta, avrebbe impresso un indirizzo decisivo al suo futuro: nel conclave del 1644 e del 1655 proprio il veto spagnolo impedirà l'elezione al pontificato dell'ex-nunzio, filofrancese ed amico di Mazzarino3.

Giulio Sacchetti era nato a Roma nel 1587 da Giovanni Battista e Francesca Altoviti; aveva studiato diritto a Perugia ed a Pisa, dove si era addottorato il 21 novembre 1608 in utroque. Iniziò la sua carriera ecclesiastica sotto Paolo V e durante il pontificato di Gregorio XV conseguì l'auditorato di Camera e nel 1623 fu inviato come vicelegato a Bologna, insieme al cardinale legato Roberto Ubaldini4. Il favore mediceo era stato determinante per il figlio del mercante che aveva nutrito aperte simpatie repubblicane e filofrancesi e si era insediato definitivamente a Roma. Nella corte romana del Cinquecento e del primo Seicento la forza del legame nazionale era ancora un elemento decisivo per indirizzare e favorire una carriera, forse più determinante dell'appartenenza alla medesima fazione5. La sua vera ascesa doveva però iniziare con l'elezione di Urbano VIII, con il quale aveva già profondi vincoli di amicizia e di devozione, oltre ai forti legami economici che tutta la sua famiglia aveva da tempo intessuto con i Barberini. Nell'ottobre 1623 era stato richiamato a Roma da Francesco Barberini, da poco cardinale. La presenza nella corte romana, la vicinanza ai nuovi padroni avrebbero posto termine alla fase di apprentissage necessaria per iniziare la più rapida e definitiva ascesa. Fu nominato vescovo di Gravina nel dicembre 1623 nella Chiesa nazionale di S. Giacomo degli Spagnoli sotto la protezione del cardinale Spinola, esponente di spicco della fazione spagnola a Roma6. Era questo un atto politico denso di significato compiuto dal papa, nella speranza di rendere più gradito al re Cattolico il nunzio che stava per inviare a Madrid, sfumandone i legami che, anche per tradizione familiare, aveva con la fazione francese.

L'incarico che Urbano VIII stava per affidargli era, probabilmente, di importanza superiore alle attese dello stesso Sacchetti che fu nominato nunzio in Spagna il 9 dicembre 16237. La nunziatura di Madrid era certamente, con quella di Parigi, la più importante e delicata, non solo per il rapporto non sempre lineare con la Chiesa locale, ma soprattutto per la crescente conflittualità con l'autorità regia. Dalla fine del Cinquecento il nunzio a Madrid, che aveva anche le facoltà di legato alatere, assolveva inoltre le funzioni di collettore, con il diritto di spoglio dei benefici ecclesiastici vacanti per la morte dei titolari. La sua giurisdizione era quindi molto estesa: aveva infatti il diritto di visitare chiese patriarcali, abbaziali e collegiate, monasteri con il potere di revisione statutaria. In epoca di Controriforma, ciò significava potenziare l'ingerenza ed il controllo romano sulla Chiesa locale, nel tentativo di applicare le riforme tridentine, non sempre accolte per la resistenza dell'aristocrazia e della stessa corona. Il nunzio aveva un suo tribunale e poteva procedere nelle cause civili e criminali, in materia beneficiale, matrimoniale e morale8. Il momento era particolarmente delicato, sia all'interno della Spagna, che nel quadro europeo tormentato da una guerra destinata a protrarsi per alcuni decenni. La scena politica era dominata dalla questione della Valtellina, punto strategico che assicurava il passaggio delle truppe fra i possessi spagnoli in Italia e l'Impero9. Dopo la rivolta dei Valtellini contro i Grigioni e l'intervento in loro aiuto del duca di Feria, governatore di Milano, era stato formulato un accordo, secondo il quale al papa erano stati affidati in deposito i forti dislocati in quelle valli, mentre gli spagnoli avevano conservato il diritto di passo. Le ingenti spese per il mantenimento delle piazzeforti avevano spinto il papa a richiedere mediante il nunzio a Parigi Spada un'indennità per le guarnigioni, minacciando l'abbandono dei forti stessi. Quando, nell'estate del 1624, Richelieu divenne arbitro della politica francese, la tensione salirà ancora, rendendo inutili i negoziati affidati prima a Bernardino Nari, poi allo stesso cardinal nipote. Francia e Spagna si metteranno d'accordo senza informare il papa nel trattato di Monzon del marzo 1626. In questo quadro di crescenti tensioni, acuite dalla guerra in Germania, dopo la caduta del Palatinato, e dall'ostilità di Roma al matrimonio di Carlo principe di Galles con l'infanta Maria, si inseriva la difficile missione del nunzio a Madrid.

Qui, proprio nel 1624 il Conte di Olivares puntualizzava, nel Gran Memoriale, il suo piano di rinnovamento e di riforme destinato a «resuscitare la Monarchia di Vostra Maestà»10. La frizione con la Chiesa, avviata in Spagna a diventare «padrona di tutto», era dunque inevitabile. Secondo il giudizio di Olivares l'autorità, il peso economico e giurisdizionale della Chiesa rappresentavano infatti una vera minaccia per il programma di resturazione e di rafforzamento dell'autorità regia. «Ho paura che oggi sia la più potente per ricchezze, entrate e possedimenti», metteva in guardia il Conte, esprimendo una preoccupazione diffusa anche fra il clero spagnolo. Non era tuttavia di minore importanza l'equilibrio di reciproco scambio di favori che aveva permesso al re di esercitare fino ad allora una supremazia negli affari ecclesiastici, senza entrare in aperta conflittualità con Roma, ottenendone quindi un trattamento privilegiato per il clero spagnolo. Pedine essenziali di questo equilibrio erano il nunzio a Madrid da una parte e il duca di Pastrana, ambasciatore spagnolo a Roma, dall'altra11. Al nunzio non sfuggiva l'utilizzazione strumentale del clero e della stessa confessione religiosa da parte della monarchia e soprattutto del suo ministro. Le sue lettere sono eloquenti a questo proposito e tradiscono la continua delusione fra l'immagine della Spagna, della sua fedeltà a Roma, della sua esemplare religiosità e la realtà con la quale dovette confrontarsi12.

Era prassi impartire dettagliate istruzioni al diplomatico pontificio in partenza, per fornirgli una panoramica dei problemi da affrontare, ragguagli sulle persone con le quali si sarebbe trovato in contatto e sulla «natura» della corte stessa13. Il 18 gennaio 1624 era lo stesso Francesco Barberini a presentare l'Istruttione per il nuovo nunzio in Spagna14, redatta secondo uno schema retorico e psicologico accortamente studiato. Si doveva dare innanzi tutto fiducia all'inviato di Roma; poi descrivergli minuziosamente la realtà con la quale si sarebbe dovuto confrontare, ma senza stigmatizzare troppo negativamente i particolari e dare cattivi giudizi su uomini e cose; infine si stilava un elenco di compiti precisi del nunzio negli affari politici da trattare, aggiungendo richieste di favori e raccomandazioni di persone care al papa ed alla sua famiglia. L'elogio della sua persona e delle sue capacità introduceva alla parte più dettagliata dell'Istruttione, anche se, fra le pieghe del discorso, era sempre possibile leggere fiducia, stima e un'esplicita sottolineatura di unità d'intenti. Nessun incidente doveva turbare il compito del rappresentante pontificio, intaccarne la dignità, macchiare, con maldicenze e pettegolezzi, la sua figura e, soprattutto, l'immagine di probità ed integrità propagandata e difesa da Roma attraverso di essa.

La documentazione sulla nunziatura si presenta come un materiale molteplice e diversificato nella forma e nei contenuti. Alle lettere indirizzate alla Segreteria di Stato15 si aggiungono quelle spedite in proprio al cardinal Francesco Barberini in qualità di sovrintendente dello Stato Ecclesiastico16. A questa corrispondenza ufficiale si affiancano poi le lettere ai fratelli e ad altri parenti, nelle quali, pur sempre in un registro di scrittura misurato e composto, il nunzio bandiva la necessaria dissimulazione di sentimenti e giudizi. Ma il valore esemplare della sua funzione ed esperienza e, soprattutto, la mancata percezione da parte dei contemporanei della dicotomia in questo ambito, fra pubblico e privato, permettevano di riunire in una sintesi completa le lettere da Madrid che diventarono così materiale di lettura e di preparazione per chi, come lui, si fosse dovuto confrontare con incarichi diplomatici17. Questa circolazione di documenti pubblici e privati aveva anche una sua ricaduta interna. L'immagine del diplomatico infatti che da esse si delineava era destinata a durare e rafforzarsi, ad accompagnarlo anche dopo la sua morte.

A conferma dell'uso di un duplice registro comunicativo fra Roma ed il suo rappresentante, nelle lettere speditegli a Madrid si correggono gli equilibrati giudizi formulati nell'Istruttione, quasi sempre accentuando i tratti negativi. Se infatti il primo documento si presenta generico nel disegno della questione spagnola, le lettere spedite successivamente a Madrid mostrano più decisamente l'avversione e la diffidenza del cardinal Barberini per una corte dove le «negotiationi» erano sempre «lunghe, irresolute, equivoche»18. Nell'Istruttione si invitava Sacchetti a cercare la collaborazione del ministro per persuadere il re a rispettare i diritti della Chiesa in Spagna, perché

Olivares per le sue generosissime qualità è tanto grato al Re, che la Maestà sua ha confidato a lui l'arcani della Monarchia e egli è d'ingegno molto capace pronto e accorto, si professa amatore del bene e servitio del suo principe [...] è desideroso di gloria et abbraccia anche volentieri cose ardue per conseguirle. Verso gli Ecclesiastici è riverente, pio e piega alla raggione, con tutti è aperto e libero. De propri affari è noncurante e conseguentemente integro e disinteressato, di modo che non vi è cosa di questo signore che non sia degna dell'amore di Sua Beatitudine, della stima che io ne fo e della riverenza che V.S. è per portarli. A lui ella ha da far capo per tutti i negotii e per quel che attiene alla pace co gl'altri Principi Christiani19.

Il giudizio equilibrato e positivo sui protagonisti della politica era giustificato dalla circolazione di tali documenti ufficiali prodotti dalla curia romana che, come altri materiali inerenti ad una nunziatura - il resoconto del viaggio, le lettere - diventavano anche un mezzo di informazione della realtà delle corti, dei personaggi e ministri che guidavano l'alta politica e tessevano strategie diplomatiche. È innegabile quindi che contribuissero, in modo non indifferente, a disegnare i contorni dell'immagine di un paese, del suo governo e delle sue «maniere» non facile da correggere. Quando, proprio nel Seicento, cominciò a diffondersi in tutta Europa la letteratura del viaggio, può ascriversi anche questo materiale a quel composito genere, destinato sì a viaggiatori, ma anche a formare una classe politica più attenta e conoscitrice della «natura» delle corti. Per evitare incidenti e tensioni, questi materiali destinati a diventare pubblici dovevano fornire un'immagine il più possibile neutra o addirittura positiva di uno stato, della sua corte, dei suoi ministri. Anche Giulio Sacchetti si era ampiamente documentato. Le lettere del nunzio a Madrid Giovanni Battista Castagna avevano trovato posto in un'ampia ed eterogenea raccolta di altri materiali: dalle relazioni di diversi ambasciatori veneti sia sulla corte di Madrid che su altri governi europei, ai trattati col Gran Turco e disquisizioni coeve sulla «precedenza» della Spagna sulla Francia. Ma su questo ed altro materiale, come gli avvisi da varie corti europee, si erano informati e formati anche i suoi fratelli: i militari Alessandro e Giovanni Francesco e Marcello, singolare personalità di erudito, artista e viaggiatore, nonché intraprendente mercante-banchiere di Urbano VIII.

Il compito politico e diplomatico del nunzio consisteva dunque, in quel momento, nel tentare una mediazione fra Francia e Spagna e, soprattutto, di salvaguardare gli interessi della Chiesa minacciati dalla politica dell'Olivares. A lui si doveva rivolgere per superare le inimicizie con la corte di Parigi, e il cardinal Barberini si appellava poi a quella che doveva essere la dote fondamentale dell'uomo di governo e del diplomatico - la «prudenza» - «perché l'interessarsi ne segreti affetti del Re è cosa pericolosa, se non vien fatto con grand'opportunità e quando sua Maestà se ne mostri contenta e quegli che han privanza lo desiderino, di che può solamente far giuditio V. S. sul fatto stesso»20. C'è insomma rispetto e diffidenza verso la corte di Madrid e soprattutto verso il suo enigmatico valido. Si comprende la peculiarità della sua funzione, se ne temono le azioni e gli inganni, ma, sostanzialmente lo si ammira. La sua figura possente e burbera, imprevedibile e scaltra aleggia in tutta la corrispondenza fra il nunzio e Francesco Barberini. Molte erano le voci negative, detrattorie su Olivares: relazioni diplomatiche, carteggi pubblici e privati, avvisi avevano disegnato con tale precisione e con una dose di luoghi comuni e pregiudizi i contorni di una figura che si era imposta nella politica europea. Di lui si sapeva o si immaginava tutto. Il nunzio arrivava dunque a Madrid con un bagaglio sufficiente di informazioni, anche se poi non si rivelarono sempre corrette.

Roma si presentava come paladina dell'equilibrio fra gli stati italiani e fiera avversaria di un ulteriore allargamento del predominio spagnolo nella Penisola21. Si sperava comunque che nella mente di Filippo IV non vi fosse «pensiero di far maggiori acquisti in pregiuditio de Principi Italiani; così si levi a questi qualsivoglia ombra o gelosia di poter esser offesi e ridotti in servitù dalla potenza austriaca e dalla Cattolica Maestà»22. Il mantenimento dello status quo, la paura di nuovi mutamenti nell'equilibrio fra gli stati italiani, conseguenza eventuale di quanto accadeva Oltralpe erano, in questo momento, gli obbiettivi della politica pontificia. Quanto al quadro politico generale italiano, minacciato dai contraccolpi della guerra in Germania, le considerazioni di Francesco Barberini, interprete del pensiero e dei desideri dei principi italiani, non dovevano lasciare dubbi al nunzio23.

Passate in rassegna alcune questioni diplomatiche legate a «parentadi» europei, ed in particolare quello di Inghilterra24, Barberini metteva in guardia il nunzio circa la delicata questione della difesa dei privilegi e immunità ecclesiastiche25. Non solo a tale proposito - e si trattava comunque di una critica poco velata ad una decisa tendenza della politica regia attuata con forza già in quegli anni - la diplomazia romana non voleva pregiudicare la sua posizione. Si preferiva attribuire a voci maligne di emuli e detrattori il giudizio negativo ampiamente diffuso e recepito nella corte di Roma: «si dice, si sente dire» erano parole ricorrenti per moderare diffidenza ed ostilità. Ma scendendo poi nei particolari degli affari ecclesiastici, il cardinal Barberini non poteva più trincerarsi dietro la diplomatica dissimulazione. Ed avvertiva allora il suo protetto che «quanto al capo di conservare la giurisditione et immunità ecclesiastica, vi è molto da dire e questo è forse il più fastidioso negotio de gl'ordinarij che ha nella Spagna il nuntio apostolico»26. Adoperare prudenza, risolutezza e servirsi anche dell'autorità del confessore del re, l'inquisitore generale fra' Antonio de Sotomayor, quando fosse necessario, per difendere i diritti della Chiesa lesi dalla politica assolutistica di Filippo IV e del suo ministro; risolvere con fermezza e cautela i contrasti giurisdizionali fra i diversi tribunali, salvaguardando quelli ecclesiastici dall'invadenza regia; non pregiudicare infine le rendite ecclesiastiche attaccate dalla politica fiscale di Olivares. Il cardinal nipote non poteva tacere le cause delle rimostranze spagnole nei confronti della nunziatura ed individuava negli abusi della collettoria l'origine del contrasto fra Roma e Madrid. Era compito del nunzio premurarsi di rimediare agli abusi causati «dall'ingordigia de' ministri [...] e spese inutili e gli aggravij e estorsioni che essi fanno, onde procedono la maggior parte delle querele de' Regij e le incessanti doglianze delle parti con discredito grande della Collettoria»27. La provata integrità del giovane ecclesiastico doveva renderlo il miglior portavoce della volontà di Roma di attutire quei contrasti che, di fatto, significavano una cospicua diminuzione delle rendite della Camera Apostolica.

Si enucleavano dunque le strategie da adottare per difendere «le raggioni della Camera apostolica», i suggerimenti per rimediare ai disordini nei monasteri delle monache e per sostenere la funzione del Santo Uffizio che «è riverito e temuto nella Spagna quanto V. S. sa e da questo timore e riverenza derivano ogni giorno mirabil frutti per la Religione». Al nunzio spettava quindi accrescerne rispetto e capacità di azione e, soprattutto, ricordare all'Inquisizione maggiore «il pericolo dell'introdutione di pestiferi libri per via del traffico d'Eretici a' porti della Spagna et a quegli dell'Indice donde è bene che ella procuri d'haver avvisi di come passino in quelle parti le cose della nostra Santa Fede»28. Si suggerivano inoltre fondamentali regole pratiche e di comportamento per un «buon nuntio»: dare ragguagli di quanto succederà «negl'affari pubblici e privati della corte di Spagna», consegnando due cifre, una comune con tutti gli altri nunzi, ed una «particolare di negotii più importanti della nuntiatura di Spagna». Se l'inviato di Roma doveva rispondere alle attese dei suoi padroni, adeguati al ruolo dovevano essere anche la fisionomia ed i comportamenti della sua famiglia29. Ma altrettanto esplicito era il cardinale circa i vantaggi che i padroni si attendevano dall'invio di una loro creatura presso la corte spagnola30.

Il 24 gennaio 1624 Giulio Sacchetti lasciava Roma con la sua famiglia, in compagnia «del Signor Marcello mio fratello», di Vincenzo Salviati, Pier Antonio Guadagni, il cognato Orazio Falconieri, Giovan Jacopo Panzirolo «mio Auditore», del maestro di camera Lorenzo Cavallerino, Gualtiero Gualtieri e Guido Palagio. Era un seguito molto ridotto, anche se nel diario si enumerano solo i gentiluomini e gli stretti collaboratori, senza contare la servitù31. La corte consentiva di mantenere intorno al messo papale un'atmosfera familiare e di esercitare un'azione protettiva, rassicurante, anche se la maggior parte del seguito lo accompagnò fino a Corneto, per lasciarlo poi solo con i più stretti collaboratori fino a Madrid. Il viaggio verso la meta diplomatica si snodò per un tempo abbastanza lungo, da permettere un graduale distacco del vescovo e della sua corte dal sicuro ambiente romano verso quello nuovo e presumibilmente ostile di Madrid. Soste forzate, soprattutto per le pessime condizioni atmosferiche, costrinsero Sacchetti e la sua famiglia a fermarsi in territori e da persone amiche. Con compiacimento si raccontano le tappe e gli incontri, non si risparmia la narrazione di episodi curiosi, delle accoglienze e degli onori ricevuti in un crescendo che assomiglia alla celebrazione di un trionfo dell'inviato di Roma piuttosto che ad una realistica cronaca di viaggio. Ci si attarda nel ricordo dei luoghi petrarcheschi e nel descrivere con compiacimento la bellezza del Contado Venassino, dominio di Roma, sottolineando la calda accoglienza delle autorità della Linguadoca, dove il nunzio giunge dopo aver navigato il Rodano. Montpellier gli appare «non troppo pulita e nobile, ma piuttosto come ripiena di Heretici perversi assai, sordida e rozza»32, mentre non è difficile scorgere un significato tutto politico nel ricordare la devozione della nobiltà e del clero francesi. Il racconto del viaggio, dopo Narbona, si fa più essenziale, quasi telegrafico, avaro di impressioni personali e giudizi. Nelle lettere ai familiari, ma anche a quei referenti curiali con i quali poteva adottare un registro comunicativo meno formale, non mancano invece le spie di un disagio e di una delusione progressivi. «Strade peggiori né peggiori tempi di quelli che si sono passati in questo viaggio mai più si sono veduti in questo paese»33, scriveva al cardinale Lorenzo Magalotti, mostrando come le condizioni atmosferiche e la viabilità fossero stati due elementi decisivi nel determinare un primo e decisivo impatto negativo, confermato poi dalle successive esperienze. Come quando, poco dopo, a Barcellona assistette ad una sollevazione della plebe urbana contro i Genovesi accusati, dopo una scaramuccia al porto, di aver ucciso un'autorità locale34.

Et andava il popolaccio con armi e spade sfodrate correndo et esclamando mata Genoves [...] et restarno morti da quattro persone incirca gente di bassa mano, et con inaudita barbarie si andava cercando le case per trovar Genovesi e ciascheduno, che non era Catalano, correva il risico per ombra di Genovese di esser ammazzato, correndo per la città più di 4000 persone con armi ignude e quello che mi parve più strano, insino alcune donne andavano sollicitando il popolo gridando mata los traidores et altre simili parole.

La rivolta, causata da «l'odio nativo catalano contro genovesi» è guardata con partecipe preoccupazione e con il timore che tradisce, insieme al 'naturale' terrore per la violenza popolare e per i suoi sempre deprecabili sviluppi, la più immediata paura di trovarsi coinvolto in incontrollabili vendette, con accuse infondate di complicità. La violenza popolare non avrebbe rispettato il suo ruolo e la sua dignità, avrebbe infangato la sua figura pregiudicandone l'immagine davanti alla corte di Madrid e soprattutto davanti ai padroni.

La tensione fra i banchieri genovesi, tradizionali finanziatori della Corona35, e la popolazione aveva infatti raggiunto, proprio in quegli anni, punte molto alte, specie dopo che Olivares aveva cercato di soppiantare il monopolio genovese contattando, inizialmente con molta circospezione, la comunità dei marrani portoghesi36. Ma pur nella preoccupazione destata dal tumulto e dalle comunque deprecabili conseguenze, Sacchetti sembra confortato dal rispetto mostrato verso la sua persona dal popolo e dal clero «che è molto pio e devoto nello apparente et si mantiene con molta reputatione e con rispetto più d'ogni altro di Spagna alla Sede Apostolica»37: festosa accoglienza, cibo, regali si propongono infatti come segnali rassicuranti e testimonianze di onore e di lealtà verso il rappresentante di Roma, capaci di smentire le più buie previsioni avanzate alla partenza.

Il diario di viaggio presenta una evidente selezione di contenuti, con la sottolineatura di elementi positivi che esaltano il cammino del rappresentante pontificio verso la sua sede diplomatica in una funzionale rielaborazione ad opera di un fidato cronista di un materiale frantumato proveniente, probabilmente, dalla penna di persone diverse al seguito38. Al pari delle istruzioni, tali resoconti di viaggi servivano a preparare future carriere diplomatiche, ad informare esponenti della curia e della nobiltà, assolvendo inoltre una funzione propagandistica tesa a diffondere l'immagine del nunzio come autorevole e rispettato rappresentante dell'autorità di Roma, trionfante sopra le pretese assolutistiche dei monarchi europei.

La realtà era apparsa diversa e le lettere inviate a Roma da Giulio Sacchetti ai suoi familiari ed allo stesso cardinal padrone testimoniano le difficoltà di uno scontro temuto ed annunciato. Il nunzio fu accolto con diffidenza nell'ambiente sospettoso ed intrigante della corte spagnola, dove si facevano «continovi consigli di stato ed alla natura superba e gelosa non può mai mancar materia»39. Crescevano i sospetti nei confronti di Roma, accusata per la sua politica filofrancese: Sacchetti avvertiva il cardinal padrone dei suoi sforzi per «publicamente dire che s'ingannano e che la volontà di Nostro Signore è stata et è buonissima verso questo Re, ma per il sospetto vano che qua ne tengono e per la mala corrispondenza che qua vien fatta, posso con ragione dubitare che sarà forzata mutarsi in cattiva»40, ribadendo però la difficoltà di superare i pregiudizi degli spagnoli nei confronti del papa.

Anche trattare con il Conte d'Olivares si rivelava, di fatto, molto più difficile del previsto. Il suo comportamento, ambiguo e ombroso, la cattiva disposizione verso Roma ma anche verso il suo re non lasciavano sperare nessun buon risultato dei suoi sforzi diplomatici, perché «essendo lui stato sospettoso e diffidente e per le proprie passioni irritatosi, dubito che saranno sempre violenti i suoi pensieri e le risoluzioni in conseguenza cattive e di mala riuscita se Iddio non illumina chi volontariamente perde la vista»41. Il suo comportamento lasciava presagire conseguenze ancor più gravi e disastrose per la stessa monarchia spagnola perché - aggiungeva ancora - «non so vedere [...] qual prudenza humana possa permettere che il conte d'Olivares conoscendo lo stato presente del Re, il poco amore che a esso si porta, la poca fortuna d'ambedue, et i molti pericoli che sovrastano per ogni parte giornalmente, vada irritando con molti mali termini tutti i principi del mondo»42. Nelle sue parole c'è delusione nel rilevare il danno provocato al re ed alla monarchia spagnola dal servizio e dalla condotta politica del Conte-Duca. Il nunzio si allinea al giudizio sostanzialmente negativo dell'opinione dei contemporanei, abituati a considerare Olivares «una personalità straordinaria e stravagante col dono di un infinito istrionismo»43. Nelle sue parole si può leggere anche un implicito paragone con se stesso, con il suo modo di servire i padroni. Fedeltà e servizio sono infatti due concetti costantemente sottesi al suo metro di giudizio, alla luce dei quali valuta e stigmatizza negativamente i protagonisti della politica spagnola, il loro comportamento ed i risultati delle loro azioni. Ma nella professione di fedeltà più volte pronunziata durante la sua carriera ecclesiastica, non è difficile scorgere anche elementi di contraddizione ed ambiguità tipici della prima età moderna.

Nelle lettere ai familiari, il diplomatico cambiava registro di scrittura e, pur nella forma sempre corretta e dignitosa, si abbandonava a giudizi ancor più drastici sulla situazione spagnola, sui suoi ministri, sulla doppiezza del valido, poiché «essendo la natura del conte d'Olivares violenta, ne segue che quando egli in occasione di giusta collera vuole apparir cossegato, vada tanto più sotto dolci parole terminando fra se stesso il modo e le maniere di vendicarsi»44. Vendette tanto più temibili, perché avrebbero pregiudicato il buon esito della missione, disonorato il nunzio, vanificando i risultati del suo servizio, per ripercuotersi negativamente sui padroni e sulla sua stessa famiglia.

Nel febbraio 1624, quando era iniziata la sua missione presso Filippo IV, per favorire gli interessi cattolici in Valtellina erano stati conclusi i due trattati tra Francia e Spagna ma, di lì a poco, si sarebbero rivelati un'ulteriore fonte di inesauribile tensione fra le due monarchie. Il nunzio dovette dunque adoperare tutta la sua abilità per difendere la posizione pontificia, improntata ad una pacifica mediazione, ma che di fatto appariva sconfitta già in partenza. Si trattava inoltre di non compromettere, in questo difficile frangente, né la sua persona - e pregiudicare così le sicure possibilità di carriera - né, tanto meno il suo padrone Francesco Barberini, soprattutto agli occhi del suscettibile ministro di Filippo IV. Nell'estate 1624 il nunzio poteva già fornire un dettagliato resoconto della situazione politica reale con la quale era stato chiamato a confrontarsi e che gli era apparsa subito molto meno facile di quanto non avesse pensato alla sua partenza da Roma. La crisi finanziaria della monarchia spagnola, la sua debolezza causata dalla incompleta unità del paese, le resistenze e le conflittulità cetuali non potevano sfuggire agli occhi dell'attento ecclesiastico che disegnava anche un preciso ritratto dei suoi interlocutori.

Il Re è di sua natura ardente e collerico, onde par strano che non si risenta a i colpi che tocca e che non pigli da se stesso la cura per poter con la propria prudenza mediare [...].La natura del Conte è un poco aspretta e sospettosa. La volontà verso il suo Re è buona, essendo però poco amato e non essendo tenuto in contento di quella prudenza che richiede la gravità del peso correria pericolo quando il re desse adito ad altri di perdersi ma, come ho detto, ha tale predominio con il Re e gli sta con tale gelosia alle coste che penso durerà un pezzo in questo posto45.

E non si sbagliava, anche se qualche mese più tardi, nell'ottobre dello stesso anno, correggeva il ritratto di Olivares accentuandone i tratti negativi. Il mutamento di giudizio, progressivo ed inesorabile quale si coglie dalla corrispondenza, era determinato al fallimento del dialogo fra Madrid e Roma sia sulle questioni politiche europee che sui rapporti interni fra la monarchia e la Chiesa. Posizione difficile, dunque, anche sul piano personale, quella di Giulio Sacchetti, combattuto fra il dovere di fedeltà ai padroni e l'obbligo di dare un felice esito alla sua missione diplomatica, impegnandosi a «consentire alle sue [di Olivares] voglie et esser mezzo che i Padroni aggirati da me venghino sempre a condescendere in quei pensieri che più dalla sua testa che dalla ragione procedono»46.

In questo clima di tensione, un episodio sembrò compromettere definitivamente i rapporti fra il nunzio e la corona. Quando fu arrestato ed imprigionato dalle autorità spagnole il suo aiutante di camera e guardarobiere Francesco Caccini - parente di Tommaso Caccini, domenicano, che tanta parte aveva nel caso di Galileo47 - accusato da una lettera anonima di sodomia, Giulio Sacchetti si premurò di scrivere subito al fratello Marcello «acciò si compiaccia lei ragguagliare i Padroni ai quali mi è parso bene di darne particolar conto perché non si trovino in altri tempi lettere ne i registri, le quali contenendo lettere d'equivoca interpretazione, diano che dire a più maligni»48. Contestava soprattutto il diritto degli ufficiali regi di procedere contro il servitore, perché il suo arresto aveva leso la dignità del rappresentante di Roma che si era lamentato direttamente con Olivares accusandolo di non aver considerato «alcuna diversità dalla persona d'un nunzio a quella d'uno zappadero, con il quale haveriano i ministri di Sua Maestà proveduto più cortesemente»49 e reclamava inoltre il rispetto della sua qualità di legato a latere, che gli conferiva «giurisdizione approvata e canonizzata dai Sacri Canoni e permessa dai Principi Cattolici»50. Ma, oltre all'affronto in termini di giurisdizione, coglieva, in questa vicenda, un disegno per macchiare la sua persona, squalificandola agli occhi di Roma. In attesa della «soddisfazione dell'offesa recata da ministri inferiori», Giulio Sacchetti, in una lettera a Filippo IV, confessa che «mi sarei posti gli stivali per andarmene in altre parti giaché né alla reputatione del Papa né al servitio di V.ra Maestà conveniva che io vivessi senza colpa mia in questa corte disonorato»51. In un frangente così delicato e rischioso per la sua immagine e la carriera, il nunzio chiamava in aiuto i fratelli, consapevole che la compagine familiare avrebbe difeso nella sua compatta unità, il suo ecclesiastico dal quale dipendeva l'onore collettivo all'interno della curia, nonché i tangibili e non trascurabili vantaggi economici. A Matteo, nel febbraio 1625, chiedeva di farsi intermediario per capire se ed in che cosa avesse commesso imperdonabili errori, se non avesse usato la prudenza, dote fondamentale per un uomo di governo. Soprattutto doveva anche assicurarsi che non venisse privato della fiducia dei padroni, e sottolineava che «il riguardo del servitio publico e del gusto de i Padroni mi ha fatto più di una volta esercitar la flemma», e gli aveva permesso di evitare brusche rotture diplomatiche con il Conte «che dal suo impeto venivano a forza cagionate»52. Al fratello, che avrebbe accompagnato il cardinal Barberini a Parigi, sperimentando così la sua benevolenza e le difficoltà della diplomazia, dichiarava con forza la sua fedeltà.

Conosco che non sono cortegiano - scriveva - né adulatore e senza necessità di complimento o dell'offitio mio non mi trovo con il conte né pretendo esser servitore delle sue voglie o consigliero de suoi pensieri, mentre sono ministro di S. S.tà, al cui servitio devo solamente rivolgere e l'intentione e l'attioni con le quali complendo al mio debito poco mi curo che gli altri si dolga53.

Ma era veramente avvertita la precisa distinzione concettuale fra servizio al ruolo imposto dall'ufficio e la fedeltà personale, o non si trattava piuttosto del gioco di una retorica convenzionale che forgiava il linguaggio della fedeltà, rendendolo solo un efficace strumento comunicativo54?

Queste lettere avrebbero raggiunto il fratello e il cardinal padrone a Parigi. Dal febbraio 1625 Francesco Barberini era infatti impegnato nell'altrettanto arduo compito di convincere Luigi XIII ad un accordo con la Spagna per evitare la guerra in Italia. Nella corrispondenza si delineano con forza le crescenti difficoltà per la diplomazia pontificia di inserirsi in un intreccio che ormai la emarginava e destinava al fallimento tutti i suoi tentativi di mediazione e di intervento diretto nel gioco politico europeo. Le due grandi monarchie cattoliche usavano la mediazione papale per celare le vere ambizioni ed i veri progetti. Ma questa era già la sensazione, o forse la certezza, che provava anche il nunzio55.

Alla constatazione dell'impotenza, della vanità di ogni sforzo, si aggiungeva, nelle sue parole, la denunzia, più o meno velata, dell'irrimediabile incomprensione con la corte di Madrid, poiché gli interlocutori di un impossibile dialogo parlavano due linguaggi diversi, non solo in materia diplomatica. Sobrio ed essenziale nel suo carattere e nelle sue azioni, Giulio Sacchetti manifestava chiaramente i tratti di un'educazione mercantile, di un modo di pensare e di agire poco indulgenti alla formalità e soprattutto alieni da assurdi condizionamenti di «quel maledetto puntiglio». Sebbene da tempo inserito nei meccanismi di potere e di carriera della corte romana, alla sua prima esperienza diplomatica internazionale sembra guardare con sospettosa estraneità quei concetti di onore, le questioni di precedenza, il comportamento puntiglioso e caparbio ostentato dagli spagnoli e non disdegnato dai francesi. In seguito, dopo aver maturato altre esperienze alla corte di Roma, accetterà come un inevitabile peso tali norme comportamentali, senza tuttavia riconoscerle appieno come proprie.

La corrispondenza con Francesco Barberini si fa più intensa dall'agosto del '25, quando il nunzio, resosi conto della ostinata sordità delle due corti, intravede il fallimento della missione del cardinal legato suo protettore a Parigi: sarebbe stata anche una sua sconfitta, soprattutto agli occhi della corte di Roma. Per non urtare ulteriormente la suscettibilità di Olivares, usava accortezza e dissimulazione per sfumare il giudizio negativo e le prevenzioni sulla condotta spagnola, i suoi codici di comportamento, la consapevolezza orgogliosa che «con la sua auttorità et governo presente si ritrovano di haver in mano la pace et poterla dare con qualsivoglia conditione che sempre saria stimata honorevolissima»56.

Lo smodato accanimento sulle questioni formali ed il linguaggio attribuito al valido, più vicino allo stile dei trattati sul duello che della diplomazia, confermano la sua diffidenza per la Spagna, per la sua corte, per i suoi ministri. La guerra appare ormai decisa sopra e contro la volontà di Roma. Ne farà le spese «la quiete d'Italia» ma soprattutto sarà un segnale inequivocabile della perdita di un ruolo politico del Papato nell'Europa delle monarchie assolute.

Non havendo io da tutte le diligenze suddette potuto cavar fondamento di alcun ragionevol partito me ne tornai hier sera dal Conte d'Olivares - raccontava Sacchetti a Francesco Barberini in una delle solite lunghissime lettere - non vedevo come potersi sfuggir la guerra et che per ciò supplicavo S. Ecc.za che non si aggravassi di aprirsi in qualche cosa, il che ben lo poteva fare ritrovandosi mediante continue gelosie et la assistenza di tanto così poderosi eserciti senza alcuno scrupolo rimetterci di reputatione, anzi che dedicando al universal servitio della religione quel maledetto puntiglio, haveria guadagnato titolo di magnanimo e di pio57.

Impossibile persuadere l'ambasciatore francese, impossibile trattare con il ministro e quando, nell'estate 1625, la guerra appare ormai inevitabile, il prelato non si può più trattenere da stigmatizzare negativamente il comportamento spagnolo. «Le buone fortune hanno inorgoglito l'animo del conte d'Olivares in maniera che parla con più alterigia ma con tutto ciò sono poco difformi i suoi sentimenti di quel che egli etiam in bassa fortuna di quest'armi habbia detto»58, aggiungeva, investendo della sua critica non solo il valido, ma tutta la monarchia spagnola, di cui coglieva al contempo, forza e debolezza intrinseche59. Nelle lettere traspaiono sempre più profondi scetticismo e rassegnazione «perché questi mezzi di troppo puntiglio et ostentatione viene a intoppo tanto che tengo certo sia per succeder la guerra», ma anche perché gli appariva ormai ben chiaro il doppio gioco di Olivares che, da un lato «picca assai l'unione di Francia con gli Heretici et conforme allo stil del paese esagera la fede cattolica di Spagna», mentre era certo che la logica della guerra contro la Francia non gli avesse fatto disdegnare di appoggiare gli ugonotti.

Il nunzio si districa abilmente nella speranza di non veder fallire la missione diplomatica del cardinal nipote e per salvaguardare l'onore e la dignità dei suoi padroni e, di conseguenza, la missione a cui l'avevano destinato. È dunque in questa direzione che si adopera per spianare la strada a Francesco Barberini, rientrato a Roma dopo il fallimento della sua legazione parigina ed in procinto, all'inizio del 1626, di recarsi a Madrid per assistere al battesimo dell'infanta. In realtà, la cerimonia era solo un pretesto e si trattava dell'estremo tentativo di trovare una soluzione al conflitto franco-spagnolo, ormai dilagante in Italia60. I fatti sono noti, e tutti gli sforzi di Sacchetti e dello stesso cardinal Barberini saranno vani. Francia e Spagna concluderanno la pace di Monzon nel marzo del 1626, Francesco Barberini sarà escluso dal negoziato. Era una palese sconfitta per il Papato, per la sua diplomazia, per la sua politica ormai schiacciate dagli interessi territoriali delle grandi monarchie europee. Ma su questo punto si era illuso, o forse fingeva di illudersi per concedere qualche possibilità di mediazione al suo padrone. Le sue parole erano dettate dalla necessaria dissimulazione, dall'opportunità di affrettare la venuta del cardinale a Madrid, di dargli l'impressione che le cose sarebbero state più semplici del previsto61.

Per il nunzio si chiudeva la tormentata vicenda diplomatica. Non avrebbe avuto più scelta fra la fazione francese e quella spagnola. I due anni della sua permanenza a Madrid si sarebbero poi rivelati decisivi per la sua carriera futura: in senso negativo, come dimostreranno i conclavi del 1644 e del 1655, nei quali il veto della Spagna ne impedì l'elezione al pontificato. Sacchetti fu sostituito a Madrid dal vescovo di Antiochia, Giovanni Battista Pamphili che, proprio nel conclave del 1644, sarà eletto papa con il decisivo appoggio della Spagna. Ma questa diretta esperienza diplomatica avrebbe lasciato un segno più profondo, un'immagine negativa non solo della Spagna, del suo codice d'onore puntiglioso ed arrogante, ma della politica stessa. Scetticismo e distacco, in cui si intrecciavano etica cristiana e neostoicismo, segneranno sempre il suo atteggiamento verso il gran teatro del mondo nel quale le potenze erano chiamate a recitare ognuna il proprio ruolo, ma anche a scambiarsi le parti secondo logiche incomprensibili per chi osservava da un gradino più basso.

Secondo una prassi ormai consueta che lasciava spazio a poche eccezioni, la nunziatura costituiva una tappa obbligatoria per il cursus honorum che avrebbe portato al cardinalato. Giulio Sacchetti aveva ottenuto dai suoi padroni le gratificazioni ed i compensi attesi per il suo servizio e per la fedeltà e il 16 gennaio 1626, mentre si trovava ancora a Madrid, fu creato cardinale col titolo di S. Susanna62. La sua nomina era stata voluta dal papa e dal cardinal padrone e rivestiva un significato particolare proprio perché giungeva nel momento in cui era ancora impegnato in una disperata impresa diplomatica. Era un premio al suo servizio ed alla devozione e, certamente, una sfida alla corona spagnola. Quando gli fu comunicata la sua nomina alla «sublime dignità cardinalizia», inviò devote lettere di ringraziamento a tutti coloro che lo avevano favorito: alla famiglia Barberini, a Costanza Magalotti Barberini, al cardinal Lorenzo Magalotti. Ma scrisse anche a Parigi alla regina madre Maria de' Medici, dichiarandole «servitù prontissima» e «divota volontà» ed al re di Francia, lieto di «vedemi aperto il campo ad alcuna habilità di poter servire alla Maestà Vostra»63: era una definitiva scelta di parte che tuttavia non lo avrebbe ripagato appieno della sua fedeltà.

Note

1. Biblioteca Apostolica Vaticana (d'ora in poi BAV), Barberino latino 8979, c. 12r.

2. Per una puntualizzazione di questa problematica cfr. A. L. Herman Jr., The Language of Fidelity in Early Modern France, in «The Journal of Modern History», 67, 1995, pp. 1-24.

3. Sui rapporti fra Mazzarino e la famiglia Sacchetti cfr. V. Cousin, La jeunesse de Mazarin, Paris, 1865, pp. 18-29; G. Dethan, Mazarin et ses amis, Paris, 1968, pp. 61-64; P. Goubert, Mazzarino, Milano, 1992, pp. 26-28.

4. Archivio Sacchetti, Roma (d'ora in avanti AS), Pergamene, b. 2, n. 38. Per un più ampio esame della vicenda biografica e della carriera di questo personaggio e della sua famiglia rinvio al mio studio All'ombra dei Barberini di prossima pubblicazione.

5. Sul valore del «principio di nazionalità» per la carriera curiale cfr. R. Ago, Burocrazia, nazioni e «parentele» nella Roma del Seicento, in «Quaderni Storici», 67, 1988, pp. 73-98; Ead., Carriere e clientele nella Roma barocca, Roma-Bari, 1990, pp. 22-31.

6. P. Gauchat, Hierarchia Catholica Medii et Recentioris Aevi, IV, Monasterii 1935, p. 197 (11 dicembre 1623).

7. AS, Pergamene, b. 3, n. 40-41. H. Biaudet, Les nonciatures apostoliques permanentes jusqu'à 1648, Helsinki, 1910, p. 207 riferisce la data 27 gennaio 1624.

8. Sull'evoluzione delle prerogative del nunzio a Madrid cfr. P. Blet, Histoire de la répresentation diplomatique du Saint Siège des origines à l'aube du XIX siècle, Città del Vaticano, 1982, pp. 362-373.

9. Per un quadro dei problemi politici e diplomatici relativi a questo periodo ed alla posizione pontificia cfr. R. Pithon, Les débuts difficiles du ministère de Richelieu et la crise de Valteline, 1621-1627, in «Revue d'histoire diplomatique», 74, 1960, pp. 289-322; L. von Pastor, Storia dei papi, XIII, Roma, 1961, pp. 269 ss.; G. Lutz, Kardinal Francesco Guidi di Bagno. Politik und Religion im Zeitalter Richelieus und Urbans VIII, Tübingen, 1971.

10. J. H. Elliott, Il miraggio dell'impero. Olivares e la Spagna dall'apogeo al declino, I, Roma, 1990, p. 221.

11. Ivi, pp. 224-226.

12. «Ma è grandissima infelicità che tutti li Ministri siano poco ecclesiastici e camminino tutti con quella diabolica regola di voler sotto pretesto di sostener la regalia temporale del Principe e stenderla alle cose spirituali, con assegnarli de fatto, ancorché lo neghino in parole, soverania e autorità superiore ad esse»: Archivio di Stato di Roma (d'ora in poi ASR), Santacroce 208, c. 15v.

13. Sulle istruzioni ai nunzi e sulla utilizzazione di queste fonti cfr. A. Pieper, Zur Entstehungsgeschichte der ständigen Nuntiaturen, Freiburg im Brs., 1894, p. 18 ss. Ai molteplici problemi storici e storiografici relativi alle nunziature ed alla relativa documentazione sono dedicati i contributi raccolti in «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken», 57, 1973, pp. 152-275.

14. Fra le molte copie dell'Istruzione ho utilizzato quella conservata in BAV, Barberino latino 5630, dalla quale sono tratte le successive citazioni, salvo diversa indicazione. Una sintesi del suo contenuto in L. von Pastor, Storia dei papi, XIII, cit., pp. 276-277. Sulla tipologia, contenuti e redazione di questi documenti elaborati dalla Segreteria di Stato a nome del cardinal padrone cfr. A. Kraus, Das päpstlicheStaatssekretariat unter Urban VIII (1623-1644), Rom-Freiburg-Wien, 1964, p. 218 ss.

15. Archivio Segreto Vaticano (d'ora in poi ASV), S.S. Spagna 66.

16. BAV, Barberini latini 6113-6118: contengono lettere «a diversi», ma soprattutto al cardinale Francesco Barberini, sia in piano che in cifra. Sull'esistenza di una corrispondenza in proprio fra il sovrintendente dello Stato ecclesiastico ed i nunzi cfr. M. Laurain-Portmer, Absolutisme et népotisme. La surintendence de l'Etat Ecclésiastique, in «Bibliothèque de l'Ecole de Chartes», 131, 1973, pp. 487-568.

17. Per es., il Registro di lettere a diversi di Msr. Giulio Sacchetti in tempo che era nunzio in Spagna in ASR, Santacroce 206-208.

18. Le lettere di Francesco Barberini a Sacchetti sono in BAV, Barberini latini 8315-8316.

19. BAV, Barberino latino 5630, c. 94v.

20. Ivi, c. 95r.

21. «Per quanto attiene alle cose d'Italia - proseguiva Francesco Barberini nella sua Istruttione - ella farà sempre palese che Nostro Signore è molto amante della pace di essa e che non sentirà mai bene de gli autori di novità»: BAV, Barberino latino 5630, c. 97r. Sulla guerra dei Trent'anni come conflitto di religione cfr. J. Burkhard, Der Dreißigjärige Krieg, Frankfurt am M. 1992, pp. 128-178.

22. BAV, Barberino latino 5630, cc. 97v-98r.

23. «Così spesso apparecchi d'armi nel Milanese arrecano temenza a vicini [...] et ognuno s'impaurisce che di qualsivoglia mutatione di stato in Italia pensi di approfittare la Corona di Spagna. Onde giudicano gli altri Prencipi che sia molto aspra la servitù loro restando sempre occupati in questi timori et può nascere che, maggiormente gli stimoli a cose nove, la voglia di scuoter questo giogo che l'amor di una pace quasi non pace»: ivi.

24. Cfr. J. H. Elliott, Il miraggio dell'impero, cit., pp. 248-261.

25. «Non è soverchio - scriveva - il ricordare a Sua Maestà che chi teme della Monarchia spagnuola detrahe malignamente alla pietà col dire che il Re Cattolico se ne serve in molte cose per disegni di stato onde fia necessario tor via ogni bene che lieve caggione di far pensare et dir questo»: BAV, Barberino latino 5630, c. 101.

26. Ivi, c. 104v. Ma Francesco Barberini aggiungeva «Veramente è meraviglia che nella Spagna sotto Regi tanto Cattolici et amanti dell'honore della Chiesa di Dio i Ministri preghino con tanta facilità a oppugnare la jurisditione maltrattando gl'Ecclesiastici nelli haveri et nelle persone. In questi affari V. S. si dimostri molto risoluta, ma con prudenti e soavi maniere e sempre con raggioni delle quali sono piene le leggi humane e divine faccia avveduta Sua Maestà, che non vi ha laccio, che più di questo miserabilmente avviluppi le anime de' Principi temporali e de Ministri loro mentre si fanno lecito sotto prestesto di gelosia di stato violare le raggioni di Santa Chiesa».

27. Ivi, c. 113r.

28. Ivi, cc. 112v-113r. Si consigliava inoltre, per non suscitare pericolose gelosie nel clero locale che «il passar buona intelligenza con i Prelati della Spagna e il non avocar da essi le prime istanze delle cause attinenti a' loro tribunali guadagnerà a V. S. benevolenza grande, ma nella difesa di quello che giustamente appartiene al Tribunale della Nunziatura ella non ceda se non con una vittoria», ivi, c. 107v.

29. «Della propria famiglia di V. S. non entro a parlare, perché so certo che ella vorrà vederla un essemplare d'integrità e di buoni costumi e che non permetterà mai che le colpe d'alcuno de suoi denigrino la bona fama di lei o che impegnino l'autorità della sua carica», ivi, c. 114r.

30. «De gl'interessi privati di mia Casa non ho che dire a V. S. perché Dio gratia gli ho congiunti talmente con le cose publiche e con la gloria di Dio, della sua Chiesa e di papa Urbano mio zio che quando da Sua Maestà verranno promesse queste, io mi chiamarò strettamente obligato alla Maestà sua anche per titolo di privata utilità. Io non dispero già che a Sua Maestà sia per aprire il campo di farmi segnalatissime gratie ne io le ricevo ne sono per lasciare di supplicare la Maestà sua quando con l'opere gli havrò fatto conoscere che io e quei di mia Casa procurano di farsi degni della protetione sotto la quale ci ha ricevuto...», ivi, cc. 115v-116r.

31. In effetti la famiglia del nunzio doveva essere molto più numerosa, se a Marsiglia non sarebbe stata sufficiente una galera messa a disposizione dal duca di Albuquerque per condurla in Spagna: BAV, Barberino latino 6124, c. 29r.

32. Ivi, c. 18r.

33. Ivi, c. 8r.

34. Ivi, cc. 28r-33v.

35. Cfr., a questo proposito, E. Otte, Il ruolo dei Genovesi nella Spagna del XV e XVI secolo, in La repubblica internazionale del denaro tra XV e XVII secolo, a c. di A. De Maddalena e H. Kellenbenz, Bologna, 1984, (Annali dell'Istituto storico italo-germanico, Quaderno 20), pp. 17-56.

36. Sui rapporti fra la corona ed i banchieri genovesi durante il regno di Filippo IV cfr. Elliott, Il miraggio dell'impero, cit., p. 361 ss.

37. «E veddi in tutto il popolo grandissima reverenzia al nome di Nuntio Apostolico, poiché non solo quanti erano in Chiesa volsero baciarmi con grandissima istanzia la mano, ma vennero centinara di persone alla Hosteria alle quali fui necessitato soddisfare con aprire affatto la porta et ammetter ciascuno; fui regalato da questi canonici di rinfreschi che per esser loro immediati subiecti alla Sede Apostolica volsero farmi ogni dimostratione», BAV, Barberino latino 5630, c. 39r.

38. Dunque, come è stato osservato anche per il diario di viaggio a Parigi di Francesco Barberini, scritto da Cassiano Del Pozzo, «Obwohl jedes Tagebuch einen Verfassernamen aufweist, wäre es doch falsch, sie als Erzeugnisse nur einer Person und ihrer individuellen Perspektive zu werten» in M. Völkel, Römische Kardinalshaushalte des 17. Jahrhunderts. Borghese-Barberini-Chigi, Tübingen, 1993, (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, 74) p. 346.

39. ASR, Santacroce 208, c. 50v.

40. ASR, Santacroce 206, c. 84v: «E come sono sempre stati ombrosi dell'elettione di S. S.tà, danno segni o forse per dar gelosia procurano di mostrar dubio della volontà di N. S.re verso loro [...] vivono in sospetto e vogliono apparir di vivere per ottenere da N. S.re quello che desiderano, ancorché non sia giusto».

41. ASR, Santacroce 206, c. 85r. Anche in altre lettere il nunzio sottolineava i danni provocati alla monarchia dal carattere e dalla politica di Olivares. «La verità è - scriveva al cardinal padrone nell'ottobre 1624 - che il Conte fa il tutto e con la sua volontà si governa questa Monarchia, e se bene ha spirito e buona intentione, tuttavia per esser di natura violenta e dalle proprie passioni e di sospetti e gelosie dominato, disprezza molti e universalmente non è amato, anzi temuto e sfuggito. Et a questo si aggiunga che non havendo mai compiuto negotio alcuno di utile per questa Corona, vien stimato con poca fortuna et in conseguenza sottoposto a necessaria caduta, della quale mentre che il Re non cominci a operare e trattare liberamente con tutti non ne dubito punto», ivi, c. 73r.        

42. ASR, Santacroce 206, c. 82r.

43. J. H. Elliott, Il miraggio dell'impero, cit., p. 352.

44. ASR, Santacroce 208, cc. 135v-136r.

45. ASR, Santacroce 206, c. 44.

46. Ivi, c. 147r.

47. Sulla figura del frate fiorentino cfr. M. Bucciantini, Contro Galileo. Alle origini dell'affaire, Firenze, 1995.

48. ASR, Santacroce 207, cc. 454r-455r.

49. Ivi, c. 149r.

50. Ivi, c. 156r.

51. Ivi, c. 156r.

52. Ivi, c. 147v.

53. Ibidem.

54. Di questo parere A. L. Herman Jr., The Language of Fidelity, cit., p. 6 ss.

55. «Veggho che ciascun desidera la pace, ciascun conosce et pretende l'imbarazzi d'una lunga guerra, ma con tutto ciò non si farà ben nissuno, perché il puntiglio e le passioni dominano troppo le parti et non li lasciano confidare et credere ai consigli et esortationi di S. Santità, che procede da buon Padre e mediatore», BAV, Barberino latino 8314, c. 8r. Il registro contiene le lettere di Sacchetti a Francesco Barberini dal 3 agosto 1625 al 21 gennaio 1626.

56. Ivi.

57. BAV, Barberino latino 8314, c. 10.

58. Ivi, c. 28r.

59. «Questa corona - aggiungeva - la quale ancorché sia rovinata in materia di denari, verrà in ogni modo di maniera sostenuta dalla divotione de vassalli, che non gli mancherà mai il bisogno. Oltre che il panno è tanto grande che ci sarà sempre chi taglierà», ivi, c. 28r.

60. Cfr. J. Simón-Díaz, La estancia del cardenal Legado Francesco Barberini en Madrid el año 1624, in «Anales del Instituto de Estudios Madrileños», 17, 1980, pp. 159-213.

61. Quando scriveva, ad esempio, che «è pensiero d'alcuni, dal che io non mi allontano affatto, che per l'accomodamento delle cose d'Italia, i Spagnoli si rimetteriano intieramente alla volontà e gusto di V.S. Ill.ma e che havendosi posto in tutto esser per loro riputatione necessario che apparisca che in gratia di persona tanto qualificata et alla qual loro si trovano obligati per la cortesia e confidentia usatali nel venir a battezzargli la figlia essi si muovono a lasciar quei rigori che sin hora hanno voluto sostenere, siano solamente per accomodarsi in tale occasione. Anzi che per questa stessa causa faccino forza della venuta di V.S. Ill.ma et un giorno di dilatione gli paia mill'anni quasi che conoscendo essi la utilità loro, per non dir la necessità d'accomodar le cose d'Italia, aspettino questa occasione per dimostrar al mondo che l'obbligo di grata correspondentia verso il merito di V.S. Ill.ma e non alcun altra causa gli habbia fatti condiscender alle preghiere et all'istantie che gli si siano per fare», ivi, c.76r.

62. H. Biaudet, Les nonciatures apostoliques permanents, cit., p. 207; P. Gauchat, op. cit., p. 20.

63. ASR, Santacroce 207, cc. 521r; 523v-524r; 533r-535r.