L’immagine della Spagna nella Francia
del XVIII secolo: storia, società e carattere

di María Victoria López-Cordón

1. Introduzione

La parola immagine, intesa come rappresentazione mentale di qualcosa che si percepisce con i sensi, quando si riferisce a gruppi etnici o nazionali, racchiude un equivoco: essa cerca, infatti, di captare in modo oggettivo uno spirito collettivo e di presentarlo in termini comparativi, di differenziazione rispetto all'osservatore, ma al tempo stesso non rinuncia all'interpretazione soggettiva che ne costituisce l'essenza stessa. Attraverso la rappresentazione si cerca di sostituire o di confermare una determinata immagine che proviene dalla storia e dalla geografia, con l'impronta di alcuni tratti dominanti costitutivi della sua specificità e che nella maggioranza dei casi si materializzano in una serie di stereotipi, tanto riconoscibili quanto aprioristici. Relativa, globalizzante e stabile, l'immagine dominante di un paese mantiene, in origine, una relazione stretta con eventi concreti e con persone e date precise, che ne determinano le caratteristiche dominanti. Ma una volta coniata e ben assestata su caratteri stabili, essa sopravvive alle circostanze che l'hanno creata per entrare a far parte dell'immaginario collettivo.

A partire dal XVI secolo la rappresentazione dell'altro ha costituito un elemento fondante del pensiero politico dei secoli moderni e molte delle impressioni o delle opinioni formulate, corroborate da centinaia di illustrazioni e commenti, sia seri che scherzosi, hanno forgiato l'identità europea, servendo da giustificazione per alleanze o ribellioni, simpatie e fobie di lunga durata, nel momento in cui venivano esibite come ragioni ultime da una pubblicistica diretta dal potere e avida di commuovere il pubblico cui era rivolta1. Nel XVIII secolo, il cosmopolitismo intellettuale ha costretto a sostituire molti di questi giudizi di valore con argomenti di carattere più accademico, in grado di adattarsi alle nuove forme di diffusione. La rozza caricatura della stampa o del libello, il breve, ma ostico, documento giuridico, vennero a poco a poco abbandonati a favore di altri tipi di testi, meglio elaborati, la cui autorevolezza risiedeva precisamente nella loro apparente oggettività. Rea-li o apocrife, ma quasi sempre colte, le immagini che se ne ricavano sono le lenti attraverso le quali le minoranze illuminate contemplano un'umanità di cui danno per scontata l'unità d'origine, ma della quale contribuiscono a evidenziare varietà e contrasti.

In alcuni ambienti sociali colti e aristocratici che parlavano il francese, ma che soprattutto lo leggevano, le opinioni riportate in questa lingua avevano una risonanza molto più ampia. Per questo, le considerazioni di pubblicisti, filosofi o viaggiatori francesi espresse su di una popolazione o sul suo governo avevano un peso non indifferente. Ciò avvenne in particolare in Spagna. Per la vicinanza e la costante rivalità politica tra i due paesi, infatti, la materializzazione della percezione della realtà spagnola in tratti fisici e morali concreti era avvenuta molto presto e si era sviluppata quasi parallelamente all'acquisizione della sua identità. Costruita su verità e ipotesi, pregiudizi e riconoscimenti, come di norma avviene per qualsiasi percezione, per molto tempo essa rimase ancorata al contrasto tra due prototipi antitetici: il nobile orgoglioso e severo e il picaro di origine indegna e comportamento bravucón. Infatti, nonostante la diffusione della Satire Ménippée e le tristi imprese di Brantome e i suoi seguaci, le ironie sulle maniere cortigiane o sulla religiosità delle apparenze, lo scherzo o la beffa non riuscirono mai a cancellare una forte dose di ammirazione che i francesi nutrivano per la Spagna grazie all'influenza del suo modello culturale. Con la perdita dell'egemonia politica il conflitto tra questi sentimenti ambivalenti si risolse in senso negativo. La monarchia spagnola non era più pericolosa e, pertanto, non più degna di rispetto. L'inimicizia ammirativa si trasformò quindi in disprezzo, dal momento che la superbia e la crudeltà, nel debole, non appaiono più temibili ma semplicemente grottesche; la severità divenne indigenza e lo stesso suolo assunse l'aspetto di una terra sterile, diversa e distante pur se vicina. Nonostante il mutamento delle circostanze politiche, questa visione rimarrà inalterata anche nel XVIII secolo. Scrittori e filosofi francesi, infatti, svolsero un ruolo determinante nella crisi definitiva del prestigio spagnolo e nella diffusione di certi topoi. Con alcune eccezioni, l'immagine che essi offrono ai contemporanei è quella di un paese refrattario ai lumi, ancorato alle superstizioni e alla incultura, sottomesso all'Inquisizione e governato dal clero. È questa, a nostro avviso, una visione alquanto paradossale tenuto conto del fatto che questa decadente monarchia tanto disprezzata si incarna nella loro stessa dinastia e, attraverso i Patti di Famiglia, ne diventa l'unico e naturale complemento in un'Europa basata sul sistema degli equilibri. Se, quindi, la cattiva reputazione spagnola dei secoli precedenti si era formata attraverso lo scontro con rivali e ribelli, quella dell'Illuminismo si forgia in un clima di alleanza e di riforma2.

Nella loro battaglia contro il dispotismo e l'oscurantismo religioso gli enciclopedisti individuarono una nuova relazione tra i due fenomeni: quella che univa l'intolleranza con la decadenza, stabilendo una concatenazione meccanicistica tra cause morali ed effetti materiali. Per un verso, tale considerazione aveva il limite della parzialità, perché in essa pesava più il passato che il presente e perché impedì di prestare la dovuta attenzione al processo di recupero interno e al solido legame che, dagli inizi del secolo, venne mantenuto con Roma. Per un altro, aveva il pregio dell'autenticità, perché, come ogni creazione soggettiva, era il frutto dell'osservazione diretta che della realtà spagnola facevano molti francesi, residenti o di passaggio. Tale posizione, a mio parere, più che veridicità assoluta o deformazione interessata, rivela quanto sia stretta la relazione esistente tra stereotipi culturali e percezione dell'ambiente circostante, tra immagine precostituita, che è quasi sempre letteraria, e lo sguardo dello spettatore.

La caratterizzazione esterna della Spagna, come potenza decadente e al tempo stesso periferica rispetto a un modello che è già protestante e centroeuropeo, merita di essere presa in considerazione, non tanto per giustificare presunte «leyendas negras», quanto per capire il polemico affermarsi in Spagna dell'Illuminismo, come negazione del passato immediato e come ricerca di nuove radici.

Neanche allora, comunque, l'immagine fu univoca. Esistevano già narrazioni storiche e di finzione di grande popolarità che parlavano di tradizioni orientali e di costumi esotici, di cavalieri erranti e di moriscos, che in pieno secolo della ragione svilupparono la futura immagine romantica della Spagna. Zaira, Figaro o don Giovanni, inventati nel diciottesimo secolo, furono molto più importanti dei ponderati articoli di L'Espagne littéraire o delle sensate riflessioni di un Saint Simon o di un Silhuette. Paradossalmente, infatti, nonostante la severità delle critiche e l'evidente disprezzo che molti filosofi ed eruditi francesi manifestavano nei confronti del mondo spagnolo, essi riuscirono ugualmente a fare da ponte tra due tappe di forte adesione affettiva nei confronti della cultura spagnola, quella del tardo barocco e quella del primo romanticismo3.

2. Le fonti di informazione

La selezione dei tratti che presuppone una determinata immagine, unitamente alla loro maggiore o minore possibilità di convivere, dipende dall'atteggiamento intellettuale di partenza e dalla realtà circostante di quei gruppi sociali che la compiono. L'alta considerazione che hanno di sé le élites culturali francesi e la loro tendenza a utilizzare come termine di paragone solo quanto da loro realizzato, giustificano la sicurezza con cui essi formulano giudizi e lo sguardo di superiorità sprezzante con cui osservano la Penisola. La visione selettiva che ne ricavano coincide con quella cui sono pervenuti gli spagnoli maggiormente consapevoli del proprio patrimonio. Il problema non è, pertanto, l'incomprensione storica o l'antipatia, come sostiene la storiografia nazionalista, ma qualcosa di più sottile: la conoscenza mediata da un'informazione, dai metodi di osservazione e dagli obiettivi stabiliti.

Né i pubblicisti che scrissero sulla monarchia spagnola, né i filosofi che giudicarono con severità la società del nostro paese, né gli stessi viaggiatori che ne evocarono costumi e paesaggi, ebbero, in molti casi, contatti diretti con la Spagna. Per questo, prima di analizzare le loro opinioni, è fondamentale sapere come si formarono, quali libri lessero, o quali resoconti, antichi o moderni, ebbero a disposizione, quali dati ne ricavarono e quale autorità e quale carattere ebbero questi canali di informazione.

I francesi che agli inizi del XVIII secolo si accingevano a parlare della Spagna, si basavano sulla conoscenza di tre elementi: la decadenza politica, la letteratura e alcuni affreschi costumbristas che proliferavano nei racconti di viaggio più diffusi. Per illustrare la prima disponevano di diverse fonti, orali e scritte, che il problema della successione rese più ricche. La crisi degli ultimi anni della monarchia di Carlo II fu così peculiare da sorprendere quanti si fossero allontanati temporaneamente dalla Corte. Scrive il marchese di Villars ricordando il suo secondo soggiorno in Spagna:

L'idée que ces mémoires pouront donner de l'etat et du Gouvernement présent de l'Espagne aura sans doute peu de rapport à celle que la puissance et la politique des espagnols avaient autrefois répandue dans le monde; mais personne n'ignore que depuis le commencement de ce siècle l'une et l'outre ont été en diminuant4.

Oggi sappiamo che alla fine del secolo il peggio era già passato, ma le circostanze belliche e la Successione accentuarono questa immagine negativa, soprattutto per responsabilità degli spagnoli schierati a favore della Francia i quali, a Versailles o da Madrid, presentavano a Luigi XIV un quadro desolante della monarchia5. Il desiderio di ingraziarsi la nuova dinastia e di propagandarne la causa costrinse, in più occasioni, a giudicare la fase compresa tra Filippo II e Filippo V, quella della rivalità con la Francia, come un insieme di errori cui bisognava porre fine. E se questo era il comportamento dei cittadini del regno, i diplomatici e i capi militari francesi, dal canto loro, rafforzavano questo stato di cose, sia per le difficoltà della loro missione sia per il desiderio di far notare le loro preoccupazioni6. La vasta pubblicistica di questo periodo, venendo a incidere sulla decadenza, mette definitivamente in crisi l'immagine che sulla penisola era stata trasmessa dalle fonti classiche e che nella disputa tra antichi e moderni verrà respinta come falsa.

In realtà, benché l'attenzione dei francesi fosse condizionata dal corso degli eventi e dalle notizie di una guerra poco popolare, i loro riferimenti erano molto più ricchi della visione pessimistica trasmessa da gazzette e opuscoli. Il successo e la diffusione della letteratura spagnola nella Francia del XVII secolo, attraverso gli adattamenti e le traduzioni più o meno libere, avevano reso familiari al pubblico colto temi e personaggi presi dal romanzo7 e dal teatro8, e avevano inevitabilmente portato a stabilire analogie tra la rappresentazione immaginaria e la realtà. Nel 1695 G. Brémond aveva pubblicato un'ultima versione adattata di Guzmán de Alfarache, che era piuttosto un romanzo di avventura, ma fu soprattutto Alain René Lesage, che tradusse e adattò commedie e romanzi9 e scrisse il Gil Blas de Santillana10, a rendere popolari certi tipi spagnoli, anche se in genere il centro delle sue critiche e della sua ispirazione era la società francese. Non dobbiamo inoltre dimenticare che negli ultimi anni del XVII secolo, oltre alla dottrina di Padre Miguel de Molinos, circolavano gli scritti di due grandi mistici, Santa Teresa e San Juan de la Cruz, i quali esaltavano una forma di religiosità che sarà duramente avversata dagli illuministi11. È singolare che nonostante questa presenza così evidente, la critica successiva non parli di cultura spagnola, come viene fatto per quella francese, ma di cultura controriformistica, all'interno della quale gli spagnoli svolsero un ruolo importante.

Particolarmente significativa fu l'impronta lasciata dalla letteratura di viaggio per quanto riguarda le parti relative alle descrizioni più realistiche12. Si vedano ad esempio i ben noti resoconti di A. de Brunel, F. Bartaut e, in particolare, quello di A. Jouvin, che essendo incluso in un'opera più vasta, El viajero de Europa, e contenendo un piccolo manuale di conversazione, ebbe un discreto successo. Ma una volta pubblicate, saranno le opere di Madame d'Aulnoy, Mémoires de la Cour d'Espagne e Relation du Voyage d'Espagne, la principale fonte di informazione sui costumi spagnoli. Sicuramente, come sostiene la critica dei nostri giorni, l'autrice non attraversò mai i Pirenei - o se lo fece rimase comunque in Spagna per un periodo molto breve - eppure la sua penna e la sua immaginazione dettero al racconto una vita che mancava ad altri, tanto che di lei si disse che aveva anticipato gli stereotipi romantici. La crisi politica e il suo riflesso negli ambienti cortigiani, i contrasti di fastosità e di miseria, i topoi paesaggistici o storici si mescolano nelle sue pagine ad avventure e intrecci, trattati con pennellate tanto dettagliate quanto coloristiche che le procurarono un grande successo13.

Alcuni anni dopo, nel 1707, fu pubblicata un'altra opera non meno significativa, Délices de l'Espagne et de Portugal, di un certo Juan Alvarez de Colmenar - autore spagnolo secondo alcuni e nome fittizio secondo altri. A distanza di pochi anni uscì la seconda edizione14 e nel 1741 la terza, con il titolo di Annales de l'Espagne et le Portugal15, per la traduzione da P. Musset, probabilmente un altro pseudonimo. Tale opera rappresentò una ricca fonte di informazione per gli scrittori successivi16, e molti dei dati in essa contenuti furono da loro riutilizzati per i propri resoconti di viaggio17. Certamente gli eruditi, o chiunque fosse mosso non solo da curiosità ma da interessi specifici, politici o commerciali, cercavano riferimenti più concreti, che rispondessero meglio ai loro interessi. A tale scopo esistevano rapporti e lettere di vario tipo, in origine persino segreti, anche se spesso inseriti nelle numerosissime «Memorias», «Descripciones» o «Estado de Europa», che circolavano nelle diverse corti ad uso di principi e ministri. Frutto di una congiuntura o di una personalità concreta, la loro nota caratteristica risiedeva proprio nella relativa asepsi professionale. Se visto dall'ottica dell'interesse di stato, indubbiamente tale materiale costituisce un'importante fonte di informazione grazie al fatto che, nella maggior parte dei casi, esso contiene una valutazione sul governo del paese e si occupa in particolare delle peculiarità della corte o delle istituzioni. Come punti obbligati di riferimento esistevano anche i libri di storia e di geografia, e le collezioni di incisioni e stampe che permettevano di conoscere, senza averle viste, le strade, le città e la popolazione18.

3. I cicli della rappresentazione

L'immagine di un paese o di una collettività riflette le variazioni che si verificano non solo nell'oggetto di osservazione ma nel soggetto e serve a identificare le preoccupazioni, e al tempo stesso i pregiudizi, di una determinata generazione. Per questo, analizzando il XVIII secolo, si possono distinguere perlomeno quattro periodi che esemplificano altrettanti criteri di percezione: il primo, che si conclude intorno al 1725, corrisponde al ciclo della guerra di Successione e si interessa, soprattutto, alla politica; il secondo, che si estende fino alla metà del secolo, si concentra sui criteri storici e culturali; il terzo, che coincide con il regno di Carlo III, è presieduto dalla polemica e dal cambiamento di prospettiva; il quarto e ultimo, che fa da unione con il XIX secolo, consacra nuovi criteri di valutazione, nei quali vengono accentuati gli elementi di esotismo e di differenziazione. Quattro tappe successive e aperte, in cui né l'autorevolezza delle opinioni né l'interesse del pubblico si manterranno costanti.

Un conflitto di carattere generale, la presenza di truppe straniere nella Penisola e la costruzione di un nuovo sistema europeo a seguito dei trattati di Utrecht, riportarono l'attenzione sulla Spagna della quale, in quanto parte responsabile della guerra, fu costruita un'immagine che non poté evitare i condizionamenti delle campagne di propaganda interne e esterne che allora agitavano i diversi scenari bellici. La crisi dinastica era, come abbiamo già affermato, la manifestazione tangibile della sua decadenza, ma al tempo stesso la divisione dell'Europa in due schieramenti e la necessità per i francesi di mantenere gli spagnoli dalla loro parte, rese necessario evitare la denigrazione dell'alleato. La propaganda francese doveva rispondere, inoltre, a noti pubblicisti i quali, nonostante tutto, continuavano a considerare la Spagna come parte fondamentale del sistema europeo19 e giudicavano intollerabile l'unione tra le due Corone20. Si considerò quindi quanto mai opportuno esaltare i vantaggi di un governo borbonico, capace di porre fine al secolare «disordine» del paese. A tutti costoro, che più che ambasciatori erano consiglieri del nuovo monarca, il Re Sole raccomandava di risolvere le cose più urgenti e di contribuire alla guerra comune21 senza entrare nel merito dei singoli aspetti del governo della Spagna, per evitare un ulteriore deterioramento22. Quando i problemi finanziari costrinsero ad avviare le trattative di pace, fu fatta prevalere la visione negativa della situazione interna spagnola insieme alla considerazione che sostenere un'alleata incapace di contribuire alla propria difesa costituiva per la Francia un peso non indifferente23. Con ciò si voleva far tacere le critiche degli spagnoli sostenitori di Filippo, che si sentivano traditi - sostenendo che la pace era per loro più necessaria che per altre potenze - e, al tempo stesso, preparare i sudditi ad accettare una sconfitta mascherata. Particolarmente interessanti furono le notizie diffuse agli inizi del secolo dall'ambasciatore Harcourt24, o la corrispondenza della principessa degli Orsini, anche se le uniche memorie diplomatiche che riuscirono ad avere le caratteristiche di racconto letterario, quelle del duca di Saint-Simon, furono pubblicate solo nel 178825. Al tempo stesso, il corso della guerra e la presenza di militari e cartografi dette luogo a interessanti pubblicazioni, con incisioni e stampe che offrivano un'immagine della Spagna molto più reale e precisa26.

A questo punto, per evitare la parzialità di questa visione, si rende necessario un breve commento sulla rappresentazione del peso politico spagnolo nella situazione europea. L'opinione più attendibile in merito è quella dell'abbate Saint-Pierre, il quale nel noto Projet pour rendre la paix perpétuelle en Europe, redatto in occasione della conferenza di Utrecht, colloca la Spagna in una posizione di rilievo tra le sovranità cristiane. Tale posizione non dipendeva dall'alleanza con la Francia, ma esprimeva una realtà poiché, nonostante il ripiegamento nel continente, essa manteneva intatto il dominio del suo immenso impero d'oltremare. In un contesto quindi in cui apparentemente la Spagna era stata ridotta a potenza di seconda categoria, un pubblicista meno compromesso offriva una visione più ottimistica della situazione spagnola, perché parlava in termini di peso politico, di territori e non di governo. Anche a lui, come ai suoi contemporanei, sono chiare le cause dell'indebolimento della Spagna, ma ciò non gli impedisce di riconoscere che le basi del suo antico potere rimangono ancora intatte27.

Nel corso del conflitto, la percezione mutua di francesi e spagnoli non subì particolari modifiche, ma con l'insediamento definitivo dei Borboni, l'intensificazione dei contatti comportò una ridefinizione della rappresentazione. Fu quanto si propose di fare l'abbate Vayrac, autore di L'Etat presente de l'Espagne28. Dopo un'introduzione piena di buone intenzioni, egli dichiarava di voler porre fine alla disinformazione esistente sul paese e di voler rivedere molti dei luoghi comuni più diffusi. Vayrac aveva trascorso dieci anni in Spagna al servizio di Filippo V e per questo riusciva ad usare un tono più ponderato gradito agli stessi spagnoli, perché dimostrava di conoscere bene «sus costumbres y su genio»29. Effettivamente, l'opera contiene dati precisi sulle finanze, sull'etichetta, sulla nobiltà spagnola e polemizza con quegli autori che attribuiscono agli spagnoli difetti di ogni tipo, come Mme d'Aulnoy, nelle cui opere «on ne voit depuis le commencement jusqu'à la fin qu'un enchaînement de contes fabuleux ou de railleries piquantes pour tourner les Espagnols en ridicule»30.

Nonostante le buone intenzioni, il suo debito nei confronti di Mme d'Aulnoy, di Colmenar e le sue Délices è comunque evidente. Lo attestano, tra l'altro, le trascrizioni di paragrafi interi delle loro opere, come ha dimostrato Sarrailh31. Vayrac utilizza anche fonti spagnole, come l'opera di Núñez de Castro, Sólo Madrid es Corte32, dalla quale riprende l'informazione sul Consejo de Inquisición. Attento agli interessi francesi, non gli piacciono i cambiamenti che si stanno verificando dopo l'arrivo di Isabella Farnese e accusa Alberoni di voler ritornare all'«orden antiguo». Vayrac scrisse anche Historia de las Revoluciones de España, pubblicata nel 1724, per convincere i suoi connazionali della necessità di conoscere un paese vicino e alleato e di difendere una cultura mal compresa che ha invece prodotto «más historiadores, cronologistas y geógrafos que el resto de las otras naciones de Europa». Egli elogia P. Mariana, del quale ha tradotto le opere, Nicolás Antonio e il Marqués de Mondejar e cita con ammirazione alcuni monumenti. Questa simpatia non intaccherà, comunque, il suo profondo convincimento della superiorità della Francia sulla Spagna, né il convincimento interessato della necessità di una qualche tutela. Tuttavia, il suo Voyage, costituisce un anello fondamentale nella trasmissione delle conoscenze sulla Spagna, il punto di unione tra l'immagine del barocco e quella dell'Illuminismo.

Alle soglie degli anni Trenta si verifica una significativa virata che annuncia una percezione della Spagna completamente diversa. La nuova immagine si arricchisce di acume satirico. A darne una perfetta rappresentazione sarà Montesquieu nella Lettera 78 delle Lettres Persanes, in cui esprime un severo giudizio sulla cultura spagnola:

Vous pourrez trouver de l'esprit et du bon sens chez des Espagnoles; mais n'en cerchez point dans leurs livres. Voyez une de leurs bibliothèques: les romans, d'un coté, et les scolastiques, de l'autre. Vous diriez que les parties en on été faites, et le tout rassemblé, par quelque ennemi secret de la raison humaine.

Le seul de leurs livres qui soit bon est celui qui a fait voir le ridicule de tous les autres33.

Contrariamente a Voltaire, che era del tutto indifferente, Montesquieu prova interesse per la Spagna anche se non riusciva ad amarla. Lo attestano i molteplici riferimenti che appaiono nelle sue opere e il fatto che egli raramente sia incorso nei pregiudizi abituali del resto dei filosofi. La sua rappresentazione della Spagna - dove non andò mai - è il frutto di letture quali El Quijote, le opere di Mariana, di Saavedra y Fajardo, di Garcilaso e Gracián, le Mémoires de Mme d'Aulnoy e il Voyage di Vayrac, da cui ricava i dati più aggiornati34; ed è anche il frutto delle immagini indirette che egli trova nei segni della perduta dominazione spagnola in Italia, da lui visitata. Amico di Mariscal, di Berwick e del duca di Liria, ebbe contatti con il cardinale Alberoni, i cui giudizi rafforzarono i propri. Oltre alle allusioni apparse in Mes pensées o nelle Réflexions sur la monarchie universelle, prima del 1730 aveva scritto l'opera Considerations sur les richesses de l'Espagne che non vide mai la luce. In essa egli espone una teoria quantitativa del denaro e arriva alla stessa conclusione degli arbitristas spagnoli: essendo l'abbondanza ciò che dà valore e prezzo alle cose, la causa principale della decadenza spagnola risiede nell'afflusso dell'oro e dell'argento d'America. La riflessione ha un suo peso nella genesi di De l'esprit des Lois, in cui l'autore cerca di individuare i vari elementi che confluivano nelle diverse strutture sociali della sua epoca. Cause fisiche e climatiche che facevano degli spagnoli un popolo pieno di immaginazione ma pigro e che ne condizionavano il grado di prosperità. Tuttavia egli lascia la porta aperta alla rettifica, perché, in ultima istanza: «Les pays ne sont cultivés en raison de leur fertilité, mais en raison de leur liberté»35.

È chiaro che, trattandosi della Spagna, per molti dei suoi lettori, ciò costituiva un impedimento ancora maggiore.

Ben diverso è l'atteggiamento di Voltaire. Il suo noto commento secondo cui la Spagna era un paese la cui conoscenza era di poco superiore a quella delle zone più selvagge dell'Africa e che non meritava di essere visitato, non è del tutto esatto, né ha alcun rapporto con l' «inspiración» spagnola di alcune delle sue opere letterarie che appartengono al periodo successivo. Nei saggi le sue opinioni sono molto più ponderate e nelle Observations sur le commerce, scritte tra il 1738-39, riconosce i progressi fatti durante il regno di Filippo V, in particolare nella fase del cardinale Alberoni, tanto da affermare:

il faudra bien convenir que les peuples sont ce que les rois ou les ministres les font être. Le courage, la force, l'industrie, tous les talents restent ensevelis, jusqu'a ce qu'il paraisse un génie, qui les ressuscite36.

Qualche anno dopo, in Le siècle de Louis XIV, egli traccia una breve sintesi della storia spagnola ed elogia, senza riserve, l'eroismo dei castigliani durante la guerra di Successione37. Tuttavia, niente di ciò si rifletterà sull'Essai sur les moeurs, in cui crudeltà, intolleranza e mancanza di cultura balzano in primo piano: governata dispoticamente, la Spagna è priva di grandi personaggi, di mecenati e di artisti. Lo stesso Monastero dell'Escorial, uno dei monumenti più caratteristici, sarebbe stato costruito «sur le dessin d'un Français»38.

Montesquieu e Voltaire, come in precedenza Bayle, offrono un'immagine della Spagna superficiale ma capace di esercitare ugualmente una grande influenza. Entrambi crearono delle opinioni ma non aggiunsero elementi di giudizio, tant'è vero che i loro contemporanei, come d'altro canto avevano fatto essi stessi, continueranno a ricorrere alle fonti di sempre. Lo stesso avverrà per i geografi e gli storici i quali, nella maggior parte dei casi, si limitavano a rivestire le antiche conoscenze con il nuovo spirito. È il caso di una delle opere di maggior gradimento: il Grand Dictionnaire géographique, historique et critique di Bruzen de la Martinière, le cui edizioni uscirono tra il 1726 e il 1739. Alla voce «Espagne», contenuta nel secondo volume, si descrivono i tratti fisici e storici del paese con una particolare attenzione alla straordinaria varietà del territorio:

L'Espagne ayant été en prope à divers peuples, a souvent été divisé en quantité de souverainetés et il y a pas long temp qu'elle est reunie sous un même souverain [...] Quoique cette Monarchie sois sous un même roi, on a toujours conservé des traces des anciennes différence de jurisdiction [...]39.

Con grande equilibrio si parla anche delle caratteristiche morali e si fa un caloroso elogio della lingua castigliana, evidenziando «cette oisive gravité» che costituisce il tratto distintivo del suo carattere.

Comunque, l'opera che meglio riflette l'opinione degli illuministi francesi - più che contrari indifferenti - è sicuramente la celebre Encyclopédie. Nel trattato che si occupa dell'argomento, redatto da Luis de Jaucourt, collaboratore anche della Grand Encyclopédie, vengono utilizzati, su esplicita ammissione, i dati contenuti nella Histoire du siècle de Louis XIV di Voltaire. Vi si parla, in primo luogo, dei re, da Carlo I a Filippo IV, quindi dell'Inquisizione e dei monaci; si ricorda l'orgogliosa indolenza degli abitanti e si fa notare la povertà delle zone interne. Si parla inoltre delle molte opportunità perdute nello sfruttamento del Nuovo mondo, poiché, in definitiva, «Les soies de Valence, les belles laines de l'Andalousie, et de la Castille, les piastres et les marchandises du Noveau-Monde, sont moins pour l'Espagne que pour les nations commerçantes [...]»40.

Nella seconda metà del secolo, la prospettiva di questi reiterati ma contraddittori discorsi verrà modificata dalla percezione di una nuova realtà. Il ripristino delle alleanze e la firma del terzo Patto di Famiglia, insieme all'efficace propaganda del governo di Carlo III, risvegliano l'interesse di altri governi verso le questioni spagnole, in particolare di quello francese. Si continua a sostenere che si sa molto poco della Spagna e per ovviare a questa lacuna si pubblicano opere già scritte in anni precedenti, come quella di Silhouette41, e se ne scrivono delle nuove. La più rappresentativa fu sicuramente quella di un altro chierico, J. Delaporte, che costituiva il XVI volume della collezione intitolata Le voyageur français ou la connaissance de l'ancien et du nouveau monde, e che uscì nel 1772. Delaporte non era mai stato in Spagna e quindi si servì della letteratura già pubblicata - d'Aulnoy, Colmenar, Vayrac - ambientando il suo viaggio negli anni Cinquanta, probabilmente per giustificare gli anacronismi di cui aveva piena coscienza. Il suo racconto non è, comunque, una semplice descrizione di luoghi e itinerari, è anche una storia della Spagna, delle sue istituzioni, usanze e abitudini sociali, piena di digressioni culturali e di giudizi di valore. Un dato significativo dell'evoluzione dei tempi sono le tre pagine dedicate alla morte di D. Carlo, vittima delle gelosie di Filippo II, in contrasto con la sobrietà dei resoconti ai quali si ispira che preferiscono il crimine di stato. Gli aneddoti e lo stile coloristico, ricreano, quasi un secolo dopo, le descrizioni della sua concittadina, la contessa d'Aulnoy, e danno un tono leggermente volteriano agli Annales di Colmenar, ai quali si ispira direttamente42. Dei contemporanei egli salva solo Feijoo, che paragona ai saggi del secolo, anche se considera alcuni dei suoi ragionamenti ancora troppo scolastici.

Sull'onda di questo nuovo entusiasmo, i francesi rimasero colpiti di fronte ai punti di vista innovativi attraverso i quali i viaggiatori di altri paesi presentavano la società e la cultura spagnola. Erano costoro i primi testimoni del cambiamento e gli scopritori di un patrimonio artistico e archeologico che le nuove mode culturali permettevano di apprezzare in tutto il loro valore. Così, essi scoprono con Caimo i tesori della biblioteca dell'Escorial, con Clarck una pittura che mette in ombra quella italiana, con Swinburne la bellezza fino ad allora incompresa dei monumenti arabi di Granada e Sevilla... E accettano che un italiano, Baretti, denunci i pregiudizi di Voltaire sulla Spagna. Ma bisognerà arrivare al 1780 perché appaia, con la firma di un loro concittadino, una narrazione veritiera, basata su osservazioni recenti e scritta secondo il nuovo stile: è l'Essais sur l'Espagne di J. F. Peyron43. Pubblicato nel 1775 l'Essais fu una delle opere più diffuse sulla Spagna che raccoglie, sotto forma di lettere, un compendio di resoconti di viaggi scritti in anni precedenti. Da una posizione di illuminato distacco vi si descrive il paese, con il suo carattere e i suoi costumi, e si danno ai lettori indicazioni precise sulla cultura, sulle ricchezze e le istituzioni. Poco originale e piena di pregiudizi, l'opera ebbe tuttavia un enorme successo e fu tradotta in varie lingue, persino in castigliano. Essa occuperà un posto importante in molte biblioteche e la sua influenza durerà a lungo44.

In seguito a questo processo di curiosità rinnovata nei confronti della Spagna, i romanzi e le commedie spagnole, dopo un relativo declino, ritornarono di moda. A partire dal 1760, le traduzioni si moltiplicarono, dal Romancero al Quijote, e solo di quest'ultimo, tra il 1779 e il 1798, vennere pubblicate in Francia 36 edizioni, essendo diventato un riferimento colto obbligato tra gli scrittori dell'epoca. Salvato dal disprezzo dallo stesso Montesquieu, il Quijote destò tale ammirazione da investire l'intera opera di Cervantes che venne presto tradotta45. In un gesto di complicità con la clientela letteraria che cominciava a cercare colori più vivi, alcuni scrittori francesi cominciarono a ambientare alcuni drammi e alcune commedie nella penisola permettendosi alcune licenze di ambientazione e di linguaggio. È il caso del famoso Barbiere di Siviglia di Beaumarchais, satira costumbrista interpretata da un personaggio universale, che si svolge in un paese straniero pieno di stereotipi. Lo scrittore aveva vissuto un anno a Madrid, conosceva la letteratura antica e moderna e, a giudicare dalle allusioni nelle sue Mémoires46, considerava esagerati i pregiudizi dei suoi connazionali. Senza volerlo, però, l'ambientazione dell'opera si adattava perfettamente all'immagine della Spagna più stereotipata, fino al punto che l'intreccio amoroso, la furfanteria, i travestimenti e le chitarre, da elementi accessori divennero le vere chiavi della trama. Fu un grande successo di pubblico, che aumentò con la versione musicale di Mozart, e per molti spettatori fu la prima e unica occasione di contatto con il paese in cui si svolgeva l'azione.

Nella misura in cui cominciò a sfaldarsi il rigido modello culturale degli illuministi, guadagnarono terreno gli apprezzamenti personali nella descrizione dei costumi e nelle valutazioni estetiche e il legittimo desiderio di intrattenere insegnando introdusse una maggiore flessibilità nei punti di vista. Perché, come i «curiosos impertinentes»47 che percorrevano l'Europa alla fine del XVIII secolo, i francesi che attraversavano i Pirenei negli anni Ottanta, non solo cercavano di offrire un servizio alla collettività descrivendo e scoprendo realtà mal conosciute, ma volevano arricchire la loro esperienza personale ed eccitare l'immaginazione dei lettori. Guidati da questo nuovo obiettivo, essi non si accontentano più di riunire dati e trarre conclusioni, ma vogliono far conoscere ciò che più li sorprende, come le feste e la musica o realtà più prosaiche relative all'alimentazione o allo stato delle strade. La loro visione, indubbiamente più ponderata di quella dei grandi viaggiatori romantici, come Merimée o Gautier, permette di cogliere il formarsi di un nuovo atteggiamento e le caratteristiche di quel periodo48.

Una delle opere più significative di quegli anni fu il Viaje de Figaro por España, di José Jerónimo Fleuriot, marchese di Langle, pubblicato nel 1784, rieditato diverse volte in francese e tradotto in tedesco, inglese e italiano. Il suo tono insolente e i suoi sarcasmi spinsero il conte di Aranda, allora ambasciatore a Parigi, a intervenire scrivendo un'accesa confutazione. I suoi stessi ammiratori riconoscevano che si trattava di un'opera piena di esagerazioni e falsità, ma non per questo essa smise di esercitare la sua influenza. A due secoli di distanza, rimane difficile sapere che cosa piaceva di più ai suoi lettori, se il tono insolente, quasi irriverente, di alcuni commenti, la reiterazione dei vecchi topoi, o l'immagine coloristica di certe descrizioni:

Titis, monas, cacatuas, loros en casi todas las ventanas, una calle muy larga, muy ancha; una puerta soberbia; una infinidad de torres, de campanarios; casas de cuatro, cinco, seis, siete y ocho pisos, muy hermosos balcones, la casa de correos, la Aduana, la plaza del Sol. La plaza mayor, el ruido perpetuo de las campanas, hace la entrada de Madrid verdaderamente alegre, verdaderamente imponente49.

Ben diverso nell'impostazione e per diffusione, fu il Tableau de l'Espagne moderne, scritto da J. F. de Bourgoing, che nel 1808 diventò una vera guida ufficiale della Spagna50. L'autore non era un turista occasionale, né uno scrittore mediocre alla ricerca di notorietà, ma un efficiente diplomatico, che conosceva molto da vicino la realtà spagnola e che si trovava a suo agio nel nostro paese. Era stato segretario dell'ambasciata francese a Madrid, tra il 1777 e il 1787, e ambasciatore dal 1792 sino alla rottura avvenuta a causa della guerra contro la Convenzione nel 1793. Uomo dell'antico regime, repubblicano e poi servitore dell'Impero, svolse fino alla morte incarichi diplomatici che gli valsero il titolo di barone. L'opera, scritta con la struttura di un racconto di viaggio, si poneva in realtà l'obiettivo di «présenter un Tableau dont le voyage ne sera que le cadre. Le voyage pourrait paraître incomplet. Il a fait son possible pour que le tableau ne le fût pas...51».

Fedele ai suoi propositi, anche se nel commento rispetta le caratteristiche del genere, egli fornisce un'informazione molto dettagliata e precisa che ricava da fonti di prima mano, spinto dal desiderio costante di rendere sempre più attuale e ricca ogni nuova edizione. Benché i suoi obiettivi fossero politici, si proponeva di essere imparziale e di porre fine all'uso di fonti indirette o maldisposte nei confronti della Spagna. Tra le fonti cui attribuisce maggiori garanzie ci sono alcuni viaggiatori inglesi, come Twiss, Swinburne e Townsend, al quale rimprovera i giudizi affrettati52. Tra i francesi, a meritare la sua fiducia è Peyron che egli raccomandava di leggere per completare alcune parti del proprio lavoro53.

L'opera ebbe uno straordinario successo, confermato dalle sei ristampe uscite in Francia tra il 1788 e il 1808, e dai commenti elogiativi di personaggi famosi come l'abate Gregoire54. In Germania fu considerata un'opera definitiva che evitava il ricorso alle precedenti, e fu subito tradotta. Così come fu tradotta in inglese e in danese, diventando un'opera di riferimento obbligato sulla Spagna, perché rivolta più al presente che al passato e non eccessivamente pessimista, né sul piano culturale né su quello economico.

Un suo concittadino, Alexandre Laborde, seppe far tesoro di questa eredità, l'aggiornò e vi aggiunse molte note di esotismo. Addetto culturale presso l'Ambasciata di Madrid nel 1800 ed eccellente disegnatore, nel 1808 pubblicò la prima edizione del suo Itinéraire descriptif de l'Espagne, in sei volumi, che conteneva un interessante riassunto storico del paese. Ma i suoi obiettivi erano più ambiziosi, per questo guidò una spedizione attraverso il paese, prendendo appunti, classificando e misurando monumenti, scoprendo resti archeologici. Da tutto ciò nacque un libro: Voyage pittoresque et historique, la cui stesura, dopo la pubblicazione nel 1806 del primo volume, dedicato all'antichità, fu interrotta a causa della guerra e fu portata a termine, e quindi pubblicata, nel 1820. L'autore voleva comporre un grande album monumentale della Spagna per farne conoscere le ricchezze artistiche, utilizzando oltre alle descrizioni anche le immagini concrete dei luoghi visitati, e progressivamente conquistare un pubblico interessato e fedele disponibile a finanziare l'opera attraverso un sistema di sottoscrizione. Ispanofilo convinto, il suo testo vuol richiamare l'attenzione sui tesori sconosciuti racchiusi nella Penisola e vuol essere un'esaltazione delle emozioni estetiche:

Vous surtout pour qui j'écris, amis des arts, admirateurs, passionnés de la nature, venez contempler tous les genres de contrastes et d'harmonies pittoresques! Chaque coin de la montagne vous offrira un noveau tableau, chaque moment du jour un effet plus piquant! [...]55.

La bellezza delle incisioni, l'interesse del materiale selezionato e l'attenzione delle annotazioni storiche, danno un valore eccezionale a quest'opera che, senza dubbio, chiude nel migliore dei modi un lungo processo.

4. Vecchi e nuovi stereotipi

I dizionari, la corrispondenza diplomatica, i viaggi... nessuna di queste fonti esaurisce le risorse d'informazione che un lettore istruito può utilizzare per appagare la sua curiosità. Su tutte queste fonti prevale, inoltre, il peso di un'opinione ereditata e la rappresentazione coloristica che la narrativa contribuisce a creare e che meglio si adatta alle fluttuazioni del gusto e dei sentimenti individuali. L'immagine letteraria era meno veritiera, ma più suggestiva dell'informazione laboriosamente raccolta da Vayrac, Peyron o Bourgoing, e poteva essere evocata più facilmente perché si diffondeva attraverso molteplici forme. Senza contraddire le altre testimonianze, si adeguava meglio ai vecchi stereotipi e contribuiva fortemente a creare un tipo di conoscenza sicuramente contraddittoria ma interiorizzata, in contrapposizione al sapere inteso come certezza. Contraddittoria e influenzabile era anche l'espressione dei pregiudizi di un pubblico concreto che più che conoscere voleva modellare la realtà alle proprie emozioni e si piegava ai cambiamenti che si andavano producendo nella sensibilità delle minoranze intellettuali.

Ma accantoniamo i problemi che pongono fonti così diverse, caratterizzate dalla versatilità della loro attualità, e cerchiamo di entrare nel merito del contenuto specifico di alcune di esse. In primo luogo constatiamo con sorpresa che, nonostante le divergenze dei punti di vista, esisteva un evidente accordo nel momento di definire le caratteristiche più rilevanti degli spagnoli del Settecento e di capire i tratti della loro supposta originalità.

La descrizione fisica del paese interessa poco gli scrittori d'inizio secolo, ma la sua presenza diventerà sempre più importante fino a trasformarsi in oggetto di per sé caratterizzante. Si può constatare anche che, quanto minore è l'informazione diretta, tanto più acquista valore la visione di ammirazione che proviene dai testi antichi:

España ha recibido de la naturaleza la más feliz situación; rodeada de mares y de montañas, goza de la temperatura más análoga al placer y a la salud; encierra riquezas inmensas; el oro, las piedras preciosas y el hierro, más útil, no aguardan sino la mano del obrero para recompensarle de su trabajo. La tierra, sin tener necesidad de un cultivo fatigante, es naturalmente fértil y produce todo lo que es necesario a la vista [...]56.

Queste bellezze naturali non erano, tuttavia, incompatibili con la povertà, e ciò costringeva a cercare una spiegazione che combinasse i due elementi:

Habitée par un peuple laborieux, comme le sont les Français, les Anglais et les Hollandais, ce serait le pays le mellieur, le plus fertile, le plus riche et le plus heureux, qu'il y ait non seulement en Europe, mais dans tout le Monde même. De là vient que les Anciens ont parlé de l'Espagne comme d'un paradis terrestre: elle était alors habitée par un peuple plus laborieux que celui qui l'occupe aujourd'hui57.

Naturalmente i viaggiatori veri, entrando nella Castilla, trovavano un panorama molto diverso:

Des plaines uniformes, peu d'habitations, des champs rocailleux et presque stériles, avec quelques vignes ça et là; de nombreux troupeaux de brebis, mais peu de gros bétail; point de prairies, point de forêt, point de jardins ni de maisons de campagne; en général une contrée déserte e monotone58.

Un paesaggio secco e poco popolato e, come se non bastasse, con strade impercorribili, non poteva certo suscitare una buona impressione, tuttavia poteva avere effetti salutari: «L'air que l'on respire en Espagne est sec, pur, chaud et admirable pour la santé, à parler en général. Car il n'est pas possible que se soit la même chose dans toutes les provinces vu leurs diverses situations59». Man mano che passano gli anni, e l'immaginazione acquista terreno, si imparano ad apprezzare altri aspetti particolarmente attraenti: «Nada, nada, sobre todo, excede, iguala, la belleza, el frescor de la noche; se huele la bergamota, el musgo, el clavel, la flor de azahar, toda la atmósfera está embalsamada [...]»60.

Con la natura appare anche la varietà dell'insieme, come un effetto di spostamento dall'interesse politico e cortigiano verso la società. Colpiscono in particolare i contrasti geografici e culturali, tanto che per i francesi che vivono o viaggiano per la penisola, non c'è una sola Spagna, ma molte Spagne: una marittima, che comprende alcune regioni del nord e della periferia mediterranea, più ricca e «más francesa»61; un'altra dal clima continentale, situata nella Meseta, e un sud, con usanze e antichità più originali delle altre, che conquisterà l'immaginazione dei primi romantici62. Non c'è autore che non metta in relazione questi condizionamenti geografici e fisici con l'esistenza di un determinato carattere e pochissimi rifiutano di ricorrere alla storia per rafforzare la credibilità di questa spiegazione. Scrive Bourgoing:

je ne veux pas jeter un ridicule sur les Castillans, dont j'estime les vertus; mais ils sont silencieux et tristes comme leurs plaines. Ils portent sur leur visages austères et rembrunis l'image de l'ennui et de la pauvreté63.

Oltre Despeñaperros, invece, è la passione a dominare i comportamenti, fino al punto che:

Les poignards et les assassinats sont encore assez communs en Andalousie. On y éprouve combien l'influence du climat est puissante quand elle n'est pas contrebalancée par des remèdes moraux. Pendant l'été, certain vent d'est (nommé vent de medina) y cause une sorte de frénésie qui rend ces excès beaucoup plus fréquens qu'à aucune autre époque de l'année64.

A fine secolo, in particolare nel passaggio tra il regno di Carlo III e quello del suo successore, insieme alla varietà sono oggetto di un mutato apprezzamento anche le oscillazioni congiunturali. Per quanto riguarda Carlo III, il grande topos è il conte di Aranda - che meritò il rispetto di Voltaire -, con Carlo IV, invece, riferimento obbligato è la figura di Godoy.

Secondo le fonti che abbiamo citato, la Spagna dei Borboni fu definita da una serie di tratti dal significato ambivalente. Era una società tradizionale che si manteneva legata alle antiche usanze, dai vestiti alle regole di comportamento e cortesia, e nella quale, nonostante il trascorrere del tempo e i cambiamenti, gli abitanti continuavano a conservare l'impronta dell'antico carattere: «L'espagnol du seizième siècle a disparu, mais son masque est resté. De là, cet extérieur de fierté et de gravité qui le distingue encore de nos jours [...]65».

Così come erano stati descritti da Mme d'Aulnoy e, attraverso la sua testimonianza, da Vayrac, Delaporte e molti altri, gli spagnoli continuavano ad essere - dall'aristocratico all'ultimo contadino - orgogliosi, sobri e piuttosto superstiziosi, e su di loro si riproponevano gli stessi aneddoti:

Cuando un labrador se encuentra a otro en el campo, le saluda gravemente y le dice: «buenos días, señor caballero». El otro responde con la misma seriedad y en el mismo tono y todo transcurre con la misma gravedad que en una entrevista entre dos monarcas66.

Per alcuni erano superbi e talmente cerimoniosi da sembrare ridicoli,

Los cumplidos españoles no han variado y no han cambiado desde la expulsión de los moros. En una reunión de cien personas, cada uno se aborda ahora, como se abordaban entonces, diciéndose: «Me alegro de ver que está usted bueno», y contestan: «Viva usted muchos años, mil años»67.

Per altri, invece, l'estremo laconismo appariva sconcertante. Sia per Fisher che per Laborde l'orgoglio e la nobiltà dei sentimenti costituivano le loro qualità migliori, pur se contaminate da una «invencible pereza»68. Nonostante l'insuccesso evidente di alcune campagne belliche69, la loro fama di «resistentes» e di buoni soldati non solo si manteneva salda ma a partire dal 1808 registrò una crescita. Nella scala dei valori, l'onore svolgeva ancora un ruolo importante, benché tutte le testimonianze concordassero nel segnalare che le qualità più negative erano scomparse, come la gelosia.

L'immagine degli spagnoli continuava ad essere contraddittoria ma nitida. Come segnalava Silhuette, era questa una specifica caratteristica degli spagnoli:

El carácter de los españoles es una mezcla de buenas y de malas cualidades, de vicios y de virtudes, algunas veces de las dos contrarias, de suerte que de esa oposición se forma en el espíritu del espectador extranjero un contraste que le pone en la imposibilidad de juzgar si las virtudes triunfan sobre los vicios, o los vicios sobre las virtudes70.

Voltaire in Essai sur les moeurs, aveva proposto un'analisi più approfondita stabilendo una correlazione tra qualità naturali e condizioni sociali:

Le défiance s'empara de tous les esprits; il n'y eut plus d'amis, plus de société: le frère craignit son frère, le père son fils. C'est de là que le silence est devenu le caractère d'une nation née avec toute la vivacité que donne un climat chaud et fertile71.

Pur se da una prospettiva diversa, è quanto sostiene anche il marchese di Langle. Sono «agradecidos» e «sensibles», egli afferma, e riconosce che non avrebbe nessun inconveniente a vivere in mezzo a loro, ma «es el imperio de los frailes; son las trabas de la prensa lo que los corrompe, los mima, impidiéndoles madurar, pensar y ser como todo el mundo72»..La citazione non è casuale. Basta leggere una qualsiasi di queste testimonianze per rendersi conto della grande importanza attribuita alla religione e delle reiterate critiche all'enorme peso dell'ordinamento ecclesiastico nella vita del paese. Nel caso dei francesi, il credo religioso non costituiva una differenza, ma essi si sentivano molto lontani dalle manifestazioni di culto cui assistevano e diffidavano della loro sincerità, perché con troppa frequenza «han interesado a Dios en sus designios y empleado su nombre para cubrir su ambición y su avaricia»73.

D'altro canto, l'influenza da loro notata non si limitava alle devozioni ma impregnava i costumi e la vita politica. Ne era una prova l'esistenza del Tribunale dell'Inquisizione, il cui funzionamento e le cui caratteristiche suscitavano un particolare interesse74. Persino coloro che riconoscono che il Tribunale non ha più il carattere di un tempo affermano che esso è anacronistico e incompatibile con una nazione che vuole modernizzarsi. Il problema è particolarmente sentito dai filosofi i quali non si limitano a denunciarlo ma ne parlano in modi quanto mai pittoreschi nelle loro opere letterarie75.

Vengono criticati gli aspetti formali come le processioni, le reliquie e le immagini miracolose, e insieme le questioni di fondo come l'enorme proprietà terriera della Chiesa e la ricchezza dei tempi, motivo di ammirazione e al tempo stesso di rifiuto: «Ce n'est rien dire de trop que d'assurer qu'il y a plus d'argent dans les églises d'Espagne, que les Castillans n'en trouverent à leur arrivée au Mexique»76.

È interessante notare come, nonostante il peso clericale e le lunghe ore del giorno perse in devozioni, essi riescano a percepire anche una Spagna in un certo senso pagana, sottomessa alla superstizione e al tempo stesso dotata di una buona dose di scetticismo77.

La società spagnola sembra loro poco attiva, persino oziosa, e ancora chiusa in se stessa, anche se con il passare degli anni essi riconosceranno i progressi compiuti durante l'ultimo regno, soprattutto nel settore dell'educazione e delle conoscenze pratiche. Li colpiva in modo particolare la dignità del popolo e l'affabilità di rapporto tra i diversi ceti sociali, del tutto sconosciuta nei loro paesi d'origine78.

Un elemento su cui i pareri coincidono riguarda le qualità specifiche delle spagnole le quali, nell'aspetto e nel comportamento, sembrano seguire l'evoluzione dei tempi molto di più di quanto non facciano gli uomini. In un primo tempo, seguendo Mme d'Aulnoy, le descrivono sempre brune e molto magre, e riconoscono nei piedi il loro simbolo erotico per eccellenza «Car une femme qui fait voir son pied à un homme, lui declare par là qu'elle est prête à lui accorder les derniers faveurs»79.

Successivamente il prototipo cambierà, come cambierà l'abbigliamento, e la loro bellezza si farà più esplicita, sottolineata a volte dalla semplicità e altre dalla più insolente civetteria80. In generale, paragonate agli uomini, ne escono vincenti e con romantico entusiasmo di esse si dice che «lorsque les Espagnoles aiment, elles aiment bien»81. Non solo sono belle, ma vive e intelligenti, anche se molte volte le loro qualità rischiano di essere inibite da un'educazione superficiale82. L'immagine della madre di famiglia, laboriosa, ritirata e confinata tra le pareti domestiche, è assente da queste descrizioni, perché appartiene al passato:

Les femmes que jadis on dérobait aux regards, qu'on pouvait à peine entrevoir à travers les interstices de ces fenêtres qui doivent sans doute leur nom au vil sentiment qui les inventa, les femmes jouissent d'une entière liberté. Leurs voiles (mantillas), seule trace de leur ancienne servitude, ne servent plus qu'à mettre leurs attraits à l'abri du soleil, et qu'à les rendre plus piquans83.

È evidente la sorpresa provata di fronte alla libertà di movimento, soprattutto se sono sposate, e alla tolleranza dei mariti che hanno perduto ogni traccia degli antichi pregiudizi. Il contrasto tra la stretta osservanza religiosa e il disordine nei costumi sono oggetto di ogni tipo di commento, viene persino posto il problema se il clima possa servire da scusante a questo comportamento84. Ma indipendentemente dalle critiche o dai commenti elogiativi, indotti dai nuovi comportamenti, ciò che si evince con chiarezza da questi resoconti è l'attiva partecipazione delle donne alla vita sociale che si intensifica nel corso del secolo85.

Va detto anche che, quando si parla della storia o delle usanze, l'impronta del passato arabo è sempre presente e che, quando a fine secolo esso viene rivalutato culturalmente, il peso della sua influenza si fa più esplicito. Si riconosce che la musica, i balli e certe abitudini hanno le loro radici nel mondo arabo, il cui lascito costituisce un'eredità comune:

Si les espagnols ont eu des traits caractéristiques, applicables à tous les habitans de leur péninsule, c'est lorsque les Arabes, en s'établissant chez cette nation, l'avaient marquée d'un sceau particulier; et malgré les diverses causes qui les séparaient d'elle, lui avaient communiqué une partie de leurs moeurs, la tournure de leurs idées nobles, grandes, quelquefois gigantesques, orientales en un mot [...]86.

Fandangos, chitarre, mori, donne sensuali, la scoperta sorprendente di Granada... l'immagine della Spagna come «reino africanísimo», avamposto d'oriente in Europa, è ormai, agli inizi del nuovo secolo, completamente tracciata.

Un testo che risale alla fine della fase che abbiamo commentato, inserito nel Dictionnaire portatif de Géographie universelle di Boits, riassume in modo egregio l'insieme di queste valutazioni. Dopo aver definito il paesaggio spagnolo secco e sterile ma pieno di contrasti, l'autore dichiarava:

Les espagnols sont grands, ont le teint brun, sont orgueilleux, loyaux et humains, paresseux et sobres, patiens et spirituuels,très galans, moins jaloux qu'autrefois; les femmes sont d'une taille petite et svelte, ont beaucoup d'esprit et de vivacité: la langue espagnole, dialecte du latin mêlé d'arabe, est sonore, majestueuse et sublime, mais pauvre87.

5. Conclusioni

Nonostante le ripercussioni e le polemiche provocate, l'immagine della Spagna diffusa dai filosofi francesi fu poco originale. Eccessivamente legata alle fonti precedenti essa fu, in larga misura, prodotta a tavolino e risentì di un uso esagerato di vecchi stereotipi. La sua novità risiedeva nel fatto che più che una caratterizzazione individuale, essa offriva un insieme di stereotipi da contrapporre alla loro cultura. Per questo, nella misura in cui l'informazione e le testimonianze dirette aumentavano, cominciarono ad affermarsi scrittori più interessati ad altre realtà, di cui poi venivano resi partecipi i loro lettori. Perché più che l'immagine, fu l'interesse del pubblico a cambiare nel corso del XVIII secolo. Da una fase di richiesta di spiegazioni di tipo utilitaristico si passò all'interesse verso le peculiarità di un paese conosciuto solo attraverso le opere letterarie e, infine, al desiderio di scoprirne le differenze in rapporto alla società in cui vivevano88. Il mutare degli interessi in base alla congiuntura spiega il ritardo nella pubblicazione di molte opere, i plagi e l'evidente opportunismo di tante opere. Molti di questi scritti esistevano già, ma per uscire allo scoperto avevano bisogno della spinta di una domanda d'informazione, legata o a un cambiamento della sensibilità o alla rilevanza di determinate notizie. Nel secolo che divide lo scoppio dei due conflitti ai quali i francesi parteciparono direttamente - quello di Successione e quello d'Indipendenza - la domanda d'informazione e il desiderio di conoscere il territorio e la storia di questo paese aumentarono notevolmente. E, come allora, la curiosità non cadde nel vuoto ma si proiettò su una realtà già configurata, della quale abbiamo sottolineato i tratti più significativi. Nonostante la ferrea censura imperiale, molti francesi non poterono nascondere una certa simpatia e, persino, una mal dissimulata ammirazione, verso l'atteggiamento adottato di fronte alla nuova dinastia89, visibile persino in testimoni che, per la loro posizione, avrebbero dovuto essere prudenti. Scriveva la duchessa di Abrantes:

J'ai trouvé l'Espagne un pays à part de l'Europe et à part d'une façon si étrangement belle que je n'ai pu qu' admirer sans songer aux inconvénients qui étaient à côté90.

Sorpresa, ammirazione, curiosità... sono sentimenti che spiegano le successive riedizioni di opere come quella di Bourgoing, in Francia, o quelle di Fisher o Townsend, fino alla comparsa di L'Espagne en 1808 di Refues nel 1811. Il giovane Chateaubriand cedette presto a questa tentazione e nel 1807 scrisse:

On ne remarque chez cette nation aucun de ces airs serviles, aucun de ces tours de phrase qui annoncent l'abjection des pensées et la dégradation de l'âme. La langue du grand seigneur et du paysan est la même; les compliments, les habitudes, les usages sont les mêmes.Autant la confiance et la générosité de ce peuple envers les étrangers sont sans bornes, autant sa vengance est terrible quand on la trahit91.

Benché il pubblico lo leggerà molti anni dopo la fine della guerra, e le sue impressioni acquisteranno una forma definitiva solo dopo il 1823, già prima della crisi bellica il poeta francese aveva scritto:

Un Espagnol qui passe le jour sans parler, qui n'a rien vu, qui ne se soucie de rien voir, qui n'a rien lu, rien étudié, rien comparé, trouvera dans la grandeur de ses résolutions les resources nécessaires au moment de l'adversité92.

La Spagna fu in quegli anni un fermento di voci e notizie. Esattamente in quegli anni l'incisione e la stampa recuperarono il loro ruolo di adeguamento agli stereotipi e diventarono il principale veicolo sia dell'ideologia che della propaganda93. E, suo malgrado, la Spagna si vide costretta ad aprire le porte a diplomatici, consiglieri e soldati dell'esercito francese, che negli anni successivi non faranno altro che raccontare, con maggiore o minore realismo, su experiencia española, cercando di giustificare una sconfitta che sembrava inspiegabile in termini militari. Così fecero Suchet, Miot, Bausset, Pasquier, Foy, Dellard e Hugo, tra gli altri. Dalla retroguardia, personaggi come Blaze, la duchessa de Abrantes94, o Laborde - che ritornò come consigliere di Napoleone - cercarono di mantenere i collegamenti con la loro realtà. In tutte queste opere, l'espressione dell'orgoglio ferito degli spagnoli, della loro intransigenza religiosa e della collera popolare, quando non del fanatismo, rimase chiaramente riflessa e mantenne una perfetta consonanza con l'immagine che del paese era stata precedentemente formata attraverso altri canali. Persino le donne spagnole, così sensuali e libere, si trasformarono senza difficoltà in eroine, passando dagli amori al pugnale per colpa delle circostanze. E come in occasioni precedenti, l'immagine del passato si proiettò sul presente, dando vita a luoghi comuni contraddittori95.

Traduzione di Angiolina Zucconi

Note

1. Sull'immagine della Spagna la bibliografia è molto vasta. Per una visione generale dei secoli moderni si possono consultare le opere di F. Ayala, La imagen de España, Madrid, 1986; María Cátedra (a cura di), Los españoles vistos por los antropólogos, Madrid, 1991; L. Díaz del Corral, El pensamiento político europeo y la monarquía de España, Madrid, 1975 e R. García Cárcel, La leyenda negra. Historia y Opinión, Madrid, 1992. Uno studio classico, secondo l'ottica della storiografia d'inizio secolo, è quello di J. Juderías, La Leyenda negra, 1986 (riedizione); una panoramica attuale e piuttosto ampia si può trovare nel numero 193 del maggio 1992 di «Historia 16». Esempi significativi per il XVI secolo sono quelli dell'Olanda (A. M. Geurys, De nederlandes Opstand in de pamfletten 1566-1584, Utrecht, 1983), dell'Inghilterra (W. S. Maltbty, La leyenda negra en Inglaterra, México, 1982) e della Francia (V. L. Salavert, La imagen de España en Francia (1492-1590), Valencia, 1987). Per il XVII secolo e in rapporto alla Francia, M. Bareau, L'Univers de la satire antiespagnole en France de 1590 à 1660, Paris, 1969, e P. Chaunu, Le légende noire antihispanique. Des Marrans aux Lumières. De la Mediterranée à l'Amerique. Contribution à une psycologie des peuples in «Revue de Psycologie des Peuples», 1964, pp. 188-223.

2. A. Morel-Fatio ha segnalato questa contraddizione, definendo i suoi giudizi «très superficiels et même très ignorants» (Etudes sur l'Espagne, I serie, p. 64).

3. Sul XVIII secolo M. Mestre, La imagen de España en el siglo XVIII: apologistas, críticos y detractores in Actas. Posibilidades y límites de una Historiografía Nacional, Madrid, 1984, pp. 225-246 e F. López, La Leyenda Negra en el siglo XVIII in «Historia 16», n. 193, cit., pp. 107-12. Senza dubbio l'opera più importante è quella di E. Fernández Herr, Les origines de l'Espagne romantique. Les récits de voyages 1755-1823, Paris, 1973. L'antologia più completa di testi dei viaggiatori continua ad essere quella di F. García Mercadal, Viajes de extranjeros por España y Portugal, vol. III, Madrid, 1962.

4. Marquis de Villars, Mémoires de la Cour d'Espagne de 1679 à 1681, Paris, 1893, p. 1.

5. Il regno «el más lastimoso del mundo» lo definisce il duca di Escalona, il quale parla di malgoverno, di oppressione, di risorse esaurite e di una serie infinita di calamità; la sua testimonianza non è, naturalmente, l'unica (M. Danvila y Collado, El poder civil en España, Madrid, 1885, vol. III, p. 369).

6. Buona parte di queste opinioni si possono trovare in A. Braudillart, Philippe V et la Cour de France, Paris, 1890-1900, 5 vol., e il Marqués de Louville, Mémoires secrets sur l'établissement de la Maison de Bourbon en Espagne, Paris, 1818, II vol. Anche se i resoconti degli ambasciatori furono una fonte importante di formazione di opinioni, fino all'arrivo di Amelot, nel 1705, nessuno di loro riuscì a mantenere il proprio incarico per più di un anno.

7. Il primo grande successo furono i romanzi di cavalleria, in particolare l'Amadís de Gaula. Nel XVII secolo, invece, l'attenzione si concentrò sulla picaresca: la traduzione del Lazarillo de Tormes conobbe 12 ristampe tra il 1639 e il 1728, e quella del Guzmán de Alfarache 14 tra il 1630 e il 1777; bisogna aggiungere inoltre l'immediato e indubbio successo del DonQuijote. Benché si tratti di un genere diverso, l'opera Guerras civiles de Granada di Pérez de Hita, tradotto nel 1608, suscitò grande interesse.

8. Non soltanto dal teatro di Calderón o di Lope, ma anche da quello considerato minore, come El diablo cojuelo di Vélez Guevara. Gli eroi del romancero hanno ispirato opere note di Corneille, Il Cid, 1637 o D. Sancho de Aragón, 1650, e di Molière, D. García de Navarra, 1663 e D. Juan o El festín de piedra, 1663.

9. Sin dagli inizi del secolo si era guadagnato la vita come traduttore del teatro spagnolo. Nel 1707 pubblicò Le diable boiteux, che era un adattamento dell'opera di Vélez de Guevara; nel 1732 Historia del Guzmán de Alfarache, due anni dopo quella di Estebanillo González e, nel 1736, El bachiller de Salamanca.

10. Le sue avventure furono pubblicate tra il 1715 e il 1735.

11. Per quanto riguarda la prima, la cui autobiografia fu tradotta nel 1601, ci fu una conoscenza diretta maggiore anche se non particolarmente estesa.

12. R. Foulché-Delbosc (Bibliographie des voyages en Espagne et en Portugal, Paris, 1896), che raccoglie più di 800 testimonianze, da Estrabón alla sua epoca, cita 315 scritti in francese, contro 219 in inglese e 123 in tedesco.

13. Relation du voyage d'Espagne apparve a Parigi nel 1691 come opera anonima. R. Foulché-Delbosc (op. cit.), cita undici edizioni in francese tra quella data e il 1774,  e quindici in inglese fino al 1780. P. Vernière, nell'edizione del 1960 di Lettres persanes di Montesquieu, segnala quest'opera come fonte fondamentale della Lettera LXXVIII, dedicata agli spagnoli.

14. Entrambe di Leyde, nel 1707 e nel 1717.

15. Amsterdam, 1741, 4 volumi.

16. Secondo E. Mertineche (L'Espagne et le romantisme français, Paris, 1922, p. 32 e ss.), Voltaire ne ricavò alcuni aneddoti che commenta in Essai sur les moeurs.

17. L'Abbé Delaporte, per esempio, trascrisse paragrafi interi nel suo celebre viaggio (J. Sarrailh, Voyageurs français au XVIII siècle in «Bulletin Hispanique», t. XXXVI, 1934, pp. 29-70).

18. Fino alla pubblicazione del Grand Dictionnaire géographique, historique et critique di Bruzen de la Martinière, uno dei più utilizzati agli inizi del XVIII secolo fu quello di M. A. Baudrant. Rispetto alle stampe, le più note furono Hispania illustrata di Andreas Schott, apparsa nel 1606-1607.

19. Uno di questi era Leibnitz, le cui opinioni furono raccolte in due opuscoli, il Manifiesto en defensa de los derechos de Carlos III e il Diálogo entre un Cardenal y un almirante de Castilla. Egli pensa alla Spagna in termini di monarchia e se ne occupa nel contesto della guerra, come diplomatico e consigliere, stabilendo una chiara relazione tra cultura spagnola e Chiesa cattolica (G. W. Leibnitz, Escritos de filosofía jurídica y política, Madrid, 1898, pp. 291-323).

20. Questa era l'opinione di Daniel Defoe, vincolato alla propaganda dei Whigs e contrario alla monarchia universale, che definiva «exorbitant Power». I suoi due scritti più diffusi furono The ballance of Europa e Succesion of Spain considered (1711).

21. Istruzioni al Conde de Marcín, in Recueil des Instructions donneés aux Ambassadeurs..., vol. 12, Espagne, Paris, 1898, p. 8.

22. Baudrillard, Philippe V..., cit., I., p. 683.

23. Da lungo tempo la Spagna non soltanto manteneva le proprie truppe, ma contribuiva al sostentamento di quelle francesi, secondo l'ammissione degli stessi funzionari francesi (H. Kamen, La guerra de Sucesión en España 1700-1715, Barcelona, 1974, pp. 76 e ss.) La vasta bibliografia francese sulla guerra di Successione incorre quasi sempre nell'errore di affermare che il popolo spagnolo stava desiderando di essere governato da Luigi XIV e di considerare le relazioni di entrambi i paesi come un fatto bilaterale. E tende, inoltre, a far propri i punti di vista dei rappresentanti francesi in Spagna che si lamentavano costantemente del fatto che il loro buon governo non era apprezzato e che accusavano la nobiltà di non collaborare. In proposito cfr. le opere di carattere più generale di Courcy, Segrelle e Bourueos e le sintesi imprescindibili di Baudrillart, Combes y Mignet.

24. Sotto pseudonimo pubblicò un Journal de mon voyage en Espagne, che fu pubblicato da L. Barrau-Dihigo nel 1908 in «Revue Hispanique», t. XVIII, pp. 247-258.

25. Si tratta di un'edizione parziale fatta a Londra, perché la prima, francese, fu portata a termine solo nel 1818.

26. È il caso della Colección de siete hojas volantes relativas a la guerra de Sucesión de España di P. Schenk (Amsterdam, 1702-1709) e di Beschrywing van Spangen und Portugal di P. von der Aa (Leydenmen, 1707), tra le altre.

27. Abbé de Saint-Pierre, Projet pour rendre la paix perpétuelle en Europe, Paris, 1981.

28. L'opera, in 4 volumi, fu pubblicata a Parigi nel 1718. Una seconda edizione, fatta ad Amsterdam, uscì nel 1719. Vayrac fu anche autore di una grammatica francese (El arte francés... Paris, 1714) e un'altra spagnola (Nouvelle grammaire espagnole..., s. l., 1708).

29. J. Sempere y Guarinos, Ensayo de una biblioteca de los mejores escritores del reinado de Carlos III, Madrid, 1785, I, p. 7.

30. Ivi, Prefazione, p. 7.

31. J. Sarrailh, Voyageurs français au XVIII siècle, cit.

32. Madrid, 1669.

33. Montesquieu, Lettres Persanes, Paris, 1960, lettera LXXVIII, p. 163.

34. Sui manoscritti e sulla biblioteca del castello di La Brede, R. Shackleton, Montesquieu. A Critical Biography, Oxford, 1961, p. 146 e L. Díaz del Corral, El pensamiento político europeo..., cit., pp. 409-415, dedicate alle letture spagnole.

35. Montesquieu, De l'esprit des Lois, Paris, 1909, lib. XVIII, cap. III, vol. I, p. 305.

36. Oeuvres complètes, Paris, 1878-85, vol. XXII, p. 362.

37. Voltaire, El siglo de Luis XIV, México, 1947, p. 11.

38. Voltaire, Essai sur les moeurs..., in Oeuvres complètes, cit., XII, p. 37.

39. Bruezn de la Martinière, Le Grand Dictionnaire Géographique..., vol. II, II parte,. Paris, MDCCLX.

40. Encyclopédie ou dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers, par une societé de gens des lettres..., Paris, 1756-, vol. V, p. 953, voce Espagne.

41. Autore dell'opera Voyages à travers la France, l'Espagne, le Portugal et l'Italie, pubblicata senza firma dopo la sua morte (Parigi, 1770). Le sue impressioni sulla Spagna riguardano gli anni 1730-31.

42. Uno studio minuzioso sulle variazioni e sulle coincidenze in Sarrailht, op. cit., pp. 36-55.

43. J. F. Peyron, Essais sur l'Espagne et Voyage fait en 1777 et 1778, où l'on traite des moeurs, du caractère, des monuments, du commerce, du theâtre, et des tribunaux particuliers à ce royame, Genève, 1780. Su questo periodo l'opera fondamentale è quella di E. Fernández Herr, Les origines de l'Espagne romantique, cit., pp. 26-67, in particolare.

44. Le voyageur français ou la Connaissance de l'Ancien et du Nouveau Monde, mis au jour par M. l'abbé Delaporte, t. XVI, Paris, 1773.

45. Sulla rinascita della letteratura classica spagnola si rimanda a J. J. Bertrand, Sur le vieilles routes d'Espagne, Paris, 1931; Farinelli, op. cit., p. 342 e ss.; Le romantisme et l'Espagne, Torino, 1927.

46. Mémoires de Beaumarchais, Paris, 1967, t. I.

47. I. Robertson, Los curiosos impertinentes. Viajeros ingleses por España, 1760-1855, Madrid, 1976.

48. L. F. Hoffmann, Romantique Espagne. L'image de l'Espagne en France entre 1800 et 1850, Paris, 1961.

49. Marqués de Langle, Viaje de Figaro por España, cit. in G. Mercada, op. cit., vol. III, p. 1319.

50. J. F. Bourgoing, Tableau de l'Espagne moderne, Paris, 17972. Questa edizione, che è in realtà la terza, utilizza per la prima volta questo titolo. Le edizioni precedenti, del 1788 e 1789, appaiono come Nouveau voyage en Espagne ou Tableau de l'état actuel de cette monarchie, e sono prive del nome dell'autore.

51. Bourgoing, op. cit., Paris, 1807, (ristampa Londra, 1808), p. X dell'introduzione.

52. Ivi, p. V-VII.

53. Si riferisce, secondo García Mercadal, alla descrizione di Granada (op. cit., vol. III, pp. 719 e ss.)

54. Notice raisonnée concernant la religion et le clergé, extraité de quelques ouvrages modernes, par le citoyen Gregoire, Paris, 1803.

55. L. J. Laborde, Voyage pittoresque et historique de l'Espagne..., Paris, 1806, vol. I, p. 18.

56. J. F. Peyron, Nuevo viaje en España en 1722-1773, in J. García Mercadal, Viajes de extranjeros..., cit., III, p. 722.

57. J. Alvarez de Colmenar, Annales d'Espagne et de Portugal, Amsterdam, 1741, IV, p. 828.

58. Ch. A. Fisher, Voyage en Espagne aux années 1797 et 1798, Paris, 1801, vol. II, p. 2.

59 Bruzen de la Martinière, Le Grand Dictionnaire géographique..., t. II, p. 85.

60. Marqués de Langle, Viaje de Figaro por España, in J. García Mercadal, Viajes de extranjeros..., cit., III, p. 1322.

61. Parlando della Catalogna, Delaporte commenta: «Es la provincia más bella, más poblada y más rica de la Monarquía; ella sola vale más que la mitad del reino», in op. cit., trad. spagnola El viajero Universal, Madrid, 1801.

62. F. R. de Chateaubriand, Les Aventures du dernier Abencérage, Paris, 1826.

63. J. F. Bourgoing, Tableau de l'Espagne Moderne, Paris, 1807, vol. I, p. 22.

64. Ivi, vol. II, p. 338.

65. Ivi, vol. II, p. 302.

66. Delaporte, op. cit., p. 192.

67. M. de Langle, Viaje de Figaro a España, cit. in García Mercadal, op. cit., III, p. 1350.

68. Laborde, Itinéraire..., cit., vol. VI, p. 428.

69. Bourgoing, op. cit., II, p. 305 e Peyron, cit. in García Mercadal, p. 722 e ss.

70. E. de Silhuette, Viaje por España, Paris, 1970, cit. in García Mercadal, p. 255.

71. Ivi, vol. XII, p. 351.

72. Langle, op. cit., cit. in García Mercadal, p. 1316.

73. Silhuette, op. cit., p. 256.

74. Vayrac, op. cit., III, p. 527. Delaporte, op. cit., pp. 57-71, dedica al tema ben quindici pagine. Silhuette, op. cit., p. 255.

75. Voltaire, per esempio, ne parla nel cap. X di Candide, nell'XI di La Princesse de Babylone, in cui il grande Inquisitore è rappresentato come un animale circondato dai suoi figli e in cui si rappresenta un auto da fé, seguendo da vicino la descrizione fatta in L'Histoire de L'Inquisition à Goa da Dellon (1688) il quale a sua volta utilizza altri autori, come Silhuette.

76. Delaporte, op. cit., p. 419.

77. Bourgoing, op. cit., II, p. 329.

78. Colmenar, op. cit., IV, p. 338 e Chateaubriand, Les aventures du dernier Abencérage, Paris, 1926, p. 17.

79. P. Labat, Voyage... en Espagne et Italie, Paris, 1730, I, p. 245. Lo stesso Montesquieu nella sua Lettera LXXVIII, più volte citata, riporta un'informazione secondo cui un marito poteva permettere a sua moglie di portare il seno scoperto, ma non tollerava che mostrasse il tallone.

80. Maquís de Marcillac, Nouveau voyage en Espagne, Paris, 1805, p. 152.

81. Laborde, Itinéraire..., cit., vol. VI, p. 417.

82. Langle, op. cit., p. 1350.

83. Bourgoing, op. cit., vol. II, p. 345.

84. Ivi, vol. II, p. 351 e Langle, op. cit., p. 1338.

85. Ibidem e Laborde, op. cit., vol. II, p. 154.

86. Bourgoing, op. cit., vol. II, p. 300.

87. Boiste, Dictionnaire portatif de Géographie universelle, Paris, 1806, p. 327.

88. Un'opera classica sul tema rimane quella di G. Atkinson, Les relations de voyages du XVIII siècle et l'évolution des idées: contribution à l'étude de la formation de l'esprit du XVIII siècle, Paris, 1925. Da una prospettiva più attuale Ch. L. Batten, Pleasure Instruction. Form and convention in 18th century travel literature, London, 1978.

89. Suchet, Mémoires sur ses campagnes en Espagne depuis 1808 jusqu'à 1814, Paris, 1834, vol. I, pp. 48-50.

90. Abrantes, Souvenir d'une ambassade et d'un sejour en Espagne et en Portugal de 1808 à 1811, Bruxelles, 1838, vol. II, p. 30.

91. A. R. de Chateaubriand, Les aventures du dernier Abencérage, Paris, 1926, p. 17.

92. Ibidem.

93. Fondamentale al riguardo è l'opera di C. Derozier, La guerre d'Indépendence espagnole à travers l'estampe (1808-1814 ), Paris, 1976, III vol.

94. S. Blaze, Mémoires d'un apothicaire, Paris, 1828, e duchessa d'Abrantes, Scènes de la vie espagnole, Paris, 1836, II vol.

95. Mme de Genlis, Les battuécas, Paris, 1816, vol. II, pp. 167-69.