Il tour iberico: avventure, ricordi e opinioni dei
viaggiatori inglesi nella Spagna del Settecento

di Rosa María Capel Martínez

1. Il viaggio nella storia e le storie dei viaggi

L'era delle scoperte geografiche, che inizia nella seconda metà del XV secolo, porta a un ampliamento del mondo conosciuto in un pe-riodo in cui il Rinascimento e l'Umanesimo incentivano gli scambi culturali e il desiderio da parte degli intellettuali di conoscersi personalmente e di avere scambi diretti sulle proprie opinioni. Tale aspetto, unito al crescente desiderio di sapere, al piacere di ricevere un'istruzione, che si diffonde tra i ceti sociali collocati al vertice della piramide sociale, investe il viaggio di una dimensione educativa che si intensificherà nei decenni successivi.

A partire dalla fine del XVI secolo e per tutto il secolo successivo il correr cortés, secondo la definizione dell'epoca, diventa un elemento imprescindibile nell'istruzione dei giovani aristocratici e dell'alta borghesia. L'Inghilterra non rimarrà al margine di questa moda che percorre il Continente e in modo particolare gli Stati politicamente ed economicamente più importanti. Anzi, a nostro avviso, la sua situazione di insularità rende ancora più attraente il viaggio in paesi stranieri, in quella terraferma in cui la cultura classica ha la sua culla, in cui il mondo del pensiero e della scienza è in pieno sviluppo e la libertà di espressione e di stampa ha raggiunto un livello piuttosto alto (è il caso dell'Olanda); quella terra, insomma, che rappresenta per le Isole Britanniche il mondo «altro» da sé.

La conoscenza dello spazio e delle società che si trovavano al di là del Canale della Manica non poteva, però, avvenire in qualsiasi modo. Il secolo del cartesianesimo, dell'empirismo e della rivoluzione scientifica stabilisce anche su questo terreno una normativa, un metodo nell'attività del viaggiare teso a trasformare in fonte di conoscenze utili quello che altrimenti sarebbe rimasto una semplice distrazione. Con questo obiettivo si moltiplica, nel corso del Seicento, la pubblicazione di manuali di viaggiatori destinati a fornire ai lettori l'informazione1 necessaria sui paesi stranieri. Per gli interessati al viaggio tali opere contengono anche una lista dettagliata di cose da vedere, delle esperienze che si possono fare durante il percorso e delle domande da rivolgere agli abitanti di ciascun luogo per ottenere un'adeguata informazione.

Il viaggio occupa anche il pensiero e gli scritti di importanti autori dell'epoca. Uno dei primi ad interessarsene sarà Francis Bacon in un saggio del 16272 in cui il viaggio è definito come un aspetto dell'educazione del giovane e dell'esperienza dell'adulto. Dopo aver affermato che condizione indispensabile per viaggiare è la conoscenza del paese che si intende visitare e, se si è giovani, la compagnia di un «tutor o domestico serio» correttamente preparato, Bacon svolge una relazione dettagliata di ciò che bisogna osservare. Relazione che diventerà un punto di riferimento obbligato fino al secolo XVIII e che rende estremamente chiaro il significato che all'epoca veniva attribuito al viaggio. Le cose che bisogna vedere, ci dice Bacon, sono:

las cortes de los príncipes, especialmente cuando dan audiencia a los embajadores; los tribunales de justicia, cuando celebran vistas de causas; y los mismos sínodos eclesiásticos; las iglesias y monasterios [...]; las murallas y fortificaciones de las ciudades y poblaciones; las abras y los puertos; antigüedades y ruinas, bibliotecas, colegios y controversias y conferencias donde las haya; navegación y barcos; casas y jardines estatales y de placer; grandes ciudades próximas, armerías, arsenales, polvorines, agencias de cambio y bolsa, ejercicios de equitación, esgrima, instrucción de soldados y cosas análogas; comedias a las que asista el mejor público; colecciones de joyas e indumentarias; vitrinas y rarezas; y, para terminar, todo lo que sea memorable en el lugar al que se vaya [...].

Bacon inserisce anche i festeggiamenti pubblici, dai carnevali alle feste, senza tralasciare i funerali e le esecuzioni3, e consiglia di visitare le personalità più rappresentative di ciascun paese.

Possiamo, quindi, senz'altro affermare che il viaggiatore dei tempi moderni era ben diverso dal turista dei nostri giorni. Egli era tenuto a possedere delle conoscenze quasi enciclopediche4 e così diversificate da aver bisogno di informatori speciali per ogni luogo visitato. In genere, tale missione veniva svolta dagli inglesi che già da anni risiedevano all'estero o dai «secretarios y empleados de los embajadores», i cui contatti, secondo Bacon, erano i più proficui.

L'autore, inoltre, consiglia di non fermarsi mai in nessun posto più del dovuto e di stabilire contatti con la gente del posto, evitando i possibili incontri con i connazionali.

Al viaggiatore viene consigliato di prendere nota di quanto vedrà, studierà e conoscerà per essere in grado al suo rientro di trasmettere le conoscenze acquisite agli amici o a chi si dimostrerà interessato. Per Bacon colui che viaggia in altri paesi non è un semplice compilatore di dati o un semplice osservatore imparziale. Il nostro autore invita il viaggiatore a esprimere giudizi, in questo caso sulle personalità di maggiore spicco da lui contattate per «decir si su vida está de acuerdo con la fama» che lo circonda, e a rimanere sempre fedele alle sue usanze pur interessandosi di quelle straniere. Queste due raccomandazioni, come vedremo, non cadranno nel vuoto e la prima verrà applicata anche ad altri contesti.

Il breve saggio di Bacon diventerà un classico quando si dovranno stabilire le finalità dei viaggi nell'epoca moderna. Sempre nella stessa epoca, a metà del XVII secolo, verrà fissato anche l'itinerario da seguire per chi voglia percorrere il Continente. Tale itinerario, a partire dal 1670, riceverà la denominazione di «Grand Tour». Il viaggio iniziava a Calais e finiva a Londra, dopo la visita delle principali città della Francia, dell'Italia, dell'Impero e dei Paesi Bassi. In totale, 3.482 miglia, che si consigliava di iniziare a percorrere in ottobre per poter passare l'inverno vicino al Mediterraneo e poi ritornare verso il nord con l'approssimarsi dell'estate. Il percorso era segnato da due tappe principali: Parigi e Roma5, due città che avrebbero soddisfatto i desideri tanto di chi era in cerca di istruzione quanto di chi aspirava al puro divertimento.

I termini in cui, come abbiamo visto, l'età barocca definisce il viaggio, in base agli obiettivi, ai protagonisti e ai percorsi, verranno ereditati dal XVIII secolo che, comunque, come avviene per tanti altri aspetti, non potrà evitare di caratterizzarli con un'impronta propria.

L'interesse del mondo illuminato per le scoperte geografiche, per lo studio dei costumi di altri paesi e la descrizione dettagliata di altre terre, determina un crescente interesse per i viaggi sia a livello istituzionale che privato. Altro fattore che incide sull'aumento dei viaggiatori è la fiorente situazione economica che in generale caratterizza il Settecento, unitamente a un miglioramento dei mezzi di trasporto e delle comunicazioni. La crescita numerica dei viaggiatori è accompagnata da una diversificazione degli obiettivi che intendono perseguire i protagonisti del viaggio. Accanto a chi decide di viaggiare mosso da inquietudini culturali e scientifiche, troviamo coloro il cui obiettivo è il puro divertimento o l'avventura. Non interessati alle cose da vedere e da imparare né ai personaggi da conoscere, essi si occupano solo di aspetti frivoli o trascorrono il tempo inutilmente, come tendono a fare, in particolare, i giovani aristocratici o borghesi, le cui famiglie considerano il viaggio come un segno esteriore di «buena crianza»6.

Gli illuministi si opposero al fenomeno della banalizzazione del viaggio. Che la finalità pedagogica si riducesse a casi sempre più isolati mal si combinava con l'importanza da loro attribuita all'educazione intesa come strumento unico di progresso individuale e sociale. Tuttavia, la prima voce a farsi sentire sui rischi che si stavano correndo non proviene dai circoli illuministici, anche se forse li precorre. È la voce di Locke, il quale già nel 1693 sosteneva che i viaggi, all'età in cui normalmente venivano fatti - tra i sedici e i ventun anni -, non permettevano di raggiungere i loro due obiettivi fondamentali: imparare le lingue straniere e diventare «más sabios y prudentes» nel contatto con altra gente7. Secondo Locke, se si desidera raggiungere solo il primo obiettivo, l'età migliore è tra i sette e i quattordici anni, o al massimo i sedici; se si desidera il secondo, è bene aspettare l'età adeguata, vale a dire quella in cui il giovane avrà compiuto la sua tappa formativa e abbia «los pensamientos de un hombre que quiere perfeccionarse». In caso contrario, si espone il giovane a grandi pericoli perché si trova in una fase della vita in cui è più difficile opporre resistenze e corre il rischio, essendo assorbito dai piaceri e dai divertimenti, di ritornare a casa senza aver ottenuto vantaggio alcuno. Il viaggio, afferma Locke, deve rappresentare l'ultima fase dell'educazione che si «piensa comúnmente como el coronamiento de la obra y complemeno del caballero»8.

Il padre del liberalismo apre così una polemica sul valore educativo dei viaggi che continuerà nel secolo successivo. Sulla stessa linea si muoverà, anni dopo, lo stesso Rousseau che lancerà una dura critica al modo di viaggiare in altri stati e agli aspetti sui quali educando e tutori concentrano la loro attenzione. Egli, comunque, riconosce il valore del viaggio come forma di conoscenza e, fedele ai suoi principi, dichiara che in ogni paese i luoghi da visitare sono quelli più nascosti, perché solo lì è possibile trovare l'autenticità delle usanze delle nazioni. La sua opera, Emile (1762), è il riflesso fedele di tali idee. In Inghilterra, alla fine del XVIII secolo, il Gentleman's Magazine insiste sul fatto che l'età migliore per effettuare il «Grand Tour» è dopo i ventiquattro anni.

La periodica reiterazione di dette riflessioni, a partire dalla fine del XVII secolo, sembra indicare che la società del momento non prestasse particolare attenzione alle raccomandazioni fatte. Anzi, probabilmente le considerava alla stregua di un dibattito tra eruditi. Tale reazione non dovette sorprendere, comunque, i nostri critici e tanto meno Locke. Il filosofo inglese faceva presente, nel concludere il suo «pensamiento» sul viaggio, che non si aspettava che la sua opinione fosse condivisa dai genitori. Essi, in generale, avrebbero continuato a credere che inviare all'estero i propri figli agli otto o ai dieci anni fosse troppo pericoloso e che ai ventuno loro compito era quello di sposarsi e procreare.

Per quanto attiene all'itinerario seguito e al tipo di viaggiatore, l'Illuminismo introduce delle novità. Il percorso tende a standardizzarsi secondo il modello del «Grand Tour», anche se portarlo a compimento richiedeva tempo e danaro che non tutti avevano. Per questo, coloro che dispongono di poco tempo o poco danaro, o hanno degli interessi più limitati, riducono il soggiorno a quei paesi la cui conoscenza è considerata fondamentale, come la Francia e l'Italia. La Francia in quanto centro politico e culturale del momento; l'Italia in quanto principale depositaria di antichità classiche.

Se ci soffermiamo sul cosiddetto «viaggiatore classico», ereditato dal secolo precedente, il cui interesse si concentra sulla cultura classica, notiamo che egli tende a scomparire soprattutto a partire dalla seconda metà del Settecento. Il suo posto sarà occupato da un altro modello di viaggiatore definito con due termini molto cari agli illuministi: «filosófico» e «patriótico» . Come ricaviamo dai nuovi manuali di istruzione pubblicati, obiettivo del suddetto viaggiatore non è più soltanto quello di conoscere il paese visitato, ma in conformità con lo spirito del secolo, anche quello di individuare le motivazioni che lo hanno portato al punto in cui si trova9. Il centro del suo interesse non sarà più solo culturale, ma investirà i vari aspetti che compongono la realtà di un paese - economia, usanze sociali, politica, ecc... Egli non dovrà dimenticare di descrivere i paesaggi e quanto appaia semplice, spontaneo o, per usare un termine molto in voga, «pintoresco». Ci sembra chiaro che queste ultime precisazioni sono strettamente connesse con il cambiamento in corso in quegli anni nel gusto e nell'espressione estetica degli inglesi; così come ci sembra di poter ravvisare in questo atteggiamento quello che sarà il viaggio nel romanticismo.

L'informazione ottenuta nel corso del viaggio non solo servirà ad aumentare le conoscenze personali del viaggiatore, ma dovrà risultare utile alla nazione e i suoi abitanti. Da ciò nasce l'idea di raccogliere i dati in forma di libro e di darli alla stampa. Appaiono così i libri di viaggio, considerati da Locke lettura istruttiva e complementare alle opere di geografia. La loro pubblicazione si intensifica nel XVIII secolo, sia per l'interesse dei viaggiatori a raccontare la loro esperienza, sia per ragioni economiche. Il successo ottenuto da questo tipo di letteratura, che occupa un posto importante nelle biblioteche, assicura dei benefici economici che non ripugnano né agli autori né agli editori.

I libri di viaggio costituiscono un genere letterario molto particolare. Dal punto di vista dello stile, essi si presentano sotto forma epistolare o di diario, in cui si mescolano vari tipi di scrittura: «el discurso neutro informativo, el intertextual de corrección de otros textos, el pragmático o de relación del texto con el propio narrador y con sus lectores»10. Alcuni autori stabiliscono persino una certa complicità con i futuri lettori rendendoli partecipi di alcune confidenze o, come fa Ponz, convincendoli a cambiare itinerario per dar loro maggiori informazioni11. Dal punto di vista dei contenuti, le osservazioni personali si mescolano in genere alle informazioni ricavate dagli autori del paese e riguardano sia il presente che il passato. Per quanto riguarda la Spagna, le opere di Mariana, Pérez de Hita, il P. Flórez, Ponz o Masdeu saranno oggetto di costante consultazione. Tutti questi dati non sempre vengono esposti con la dovuta obiettività. I racconti di viaggio hanno una forte dose di soggettività, sia perché spesso l'autore si sente l'eroe della storia che racconta sia per l'etnocentrismo insito nella sua visione delle cose. Benché i viaggiatori siano alla ricerca dell'«altro» e del «diverso», uno dei principi fondamentali della loro attività sarà il confronto tra ciò che vedono e ciò che conoscono. Confronto cosciente o istintivo in cui ogni cosa è giudicata in rapporto al mondo di appartenenza, quasi sempre considerato superiore agli altri12. Di qui le difficoltà che questo tipo di opere presentano quando vengono utilizzate per la ricerca storica.

2. La Spagna nei viaggiatori inglesi del XVIII secolo

Se nel secolo XVI, secondo García Mercadal13, ci sono trentadue italiani, diplomatici e militari, che viaggiano per la Spagna con una visione del paese non del tutto sfavorevole, nel secolo successivo il panorama registra dei cambiamenti. Nel passaggio da un secolo all'altro la visione del nostro paese comincia a diventare esplicitamente critica, tendenza che si accentua negli anni successivi tanto che alcune guide di viaggio si dimenticano di citare la Spagna quando descrivono i principali paesi europei14. Tali atteggiamenti li troviamo nella letteratura di vari stati, tra i quali naturalmente l'Inghilterra.

Diverse sono le giustificazioni che possiamo addurre.

In primo luogo, un'evidente inimicizia che, a partire dalla fine del XVI secolo, caratterizza i rapporti tra i due Stati in contrasto tra di loro sia dal punto di vista politico che religioso ed economico. Inimicizia che si configura come la versione inglese della leyenda negra spagnola e i cui topoi si intensificheranno, in particolare nel 1623, in seguito al fallimento del viaggio del principe Carlo che era venuto nel nostro paese in cerca di una sposa. Per John Campbell15 questo episodio fa nascere nella «nación inglesa» una grande antipatia verso la Spagna e gli spagnoli. Ed è per questo forse che le narrazioni di quegli inglesi che avevano una posizione non ostile nei confronti degli interessi della Penisola rimasero inedite fino al XIX secolo, come quella del mercante Robert Bargrave o, fino a pochi anni fa, quella di William Cecil, lord Roos16.

In secondo luogo, non possiamo dimenticare che la Spagna, nel XVII secolo, diventa una potenza di secondaria importanza nel panorama politico del Continente. È vero che essa mantiene ancora un grande impero, di cui perde solo piccole parti con la pace di Westfalia - l'Olanda - e dei Pirenei - Rossiglione e la Sardegna. Ma la debolezza dei re, i problemi interni, le difficoltà economiche e le sconfitte militari all'estero l'hanno costretta a cedere alla Francia il suo posto di privilegio nel contesto internazionale. A tutto ciò si aggiunga il fatto che l'interesse ormai perduto, venuto meno il suo ruolo di guida politica d'Europa, difficilmente poteva essere recuperato con altri mezzi. La Spagna non esercitava il magistero culturale e ideologico della Francia, né era la culla dell'arte, come l'Italia, né spiccava per la tolleranza religiosa e di pensiero come l'Olanda. Al contrario, la nostra produzione letteraria per gli inglesi cominciava e finiva con Cervantes; l'antichità classica era poco rappresentata; l'ipocrisia e l'intolleranza del cattolicesimo trovavano nella nostra società la massima espressione, come attestava la presenza dell'Inquisizione.

Non è strano, pertanto, che la Spagna rimanesse al margine del «Grand Tour» che avrebbe completato la formazione dei giovani e l'esperienza degli adulti britannici. Né può sorprendere che il nostro isolamento contribuisse a rafforzare l'idea che eravamo un paese selvaggio, affamato e misero, abitato da gente ignorante, superstiziosa, orgogliosa, ambiziosa, crudele, autoritaria, bellicosa, indolente17. L'unica cosa che gli inglesi erano disposti a riconoscerci era che Sevilla poteva diventare un luogo interessante se visitata nel momento dell'arrivo della flotta americana18.

Questa immagine stereotipata della monarchia spagnola e dei suoi sudditi venne ripresa nel XVIII secolo. L'ascesa al trono di un ramo dei Borboni francesi dopo la guerra di Successione non apportò nessun beneficio, benché il prestigio goduto da questa dinastia nel suo luogo di origine facesse sperare diversamente. La nuova dinastia, infatti, non solo non riuscì a migliorare l'immagine della Spagna oltre i Pirenei, ma sviluppò l'idea che il nostro paese, trovandosi nell'orbita francese, fosse una semplice appendice della Francia della quale si imitavano le mode senza nessuna originalità degna di nota. Voltaire esprime un sentimento analogo quando afferma che nella sua epoca si sa molto poco del nostro paese, non più di quanto si sappia delle regioni più selvagge dell'Africa, e che, ciononostante, non vale assolutamente la pena di visitarlo. La stessa cosa sostiene l'editore John Fielding quando nel 1783 scrive:

nada excepto la necesidad puede inducir a alguien a viajar por España: debe ser idiota si hace el «tour» de este país por mera curiosidad, a menos que pretenda publicar las memorias de la extravagancia de la naturaleza humana [...]19.

Ad ogni modo, alla fine del Settecento la Spagna non era più per gli inglesi un paese così sconosciuto né così scarsamente visitato come in passato. Se la sua marginalità rispetto al circuito del «Grand Tour» aveva prolungato la sua condizione d'isolamento, questa stessa marginalità aveva però anche risvegliato l'interesse di alcuni inglesi nei confronti del nostro paese. Il cambiamento del gusto estetico che abbiamo precedentemente segnalato, la scoperta della semplicità, della spontaneità e del paesaggio come oggetti degni di essere osservati fanno sì che i luoghi considerati una volta privi di interesse, assumano ora il carattere di «pittoreschi»; che le montagne, prima considerate pericoli insormontabili, appaiano ora dei maestosi scenari della natura capaci di produrre abbondanti raccolti, come dichiara Townsend in un'ostentazione di erudizione20. In questo contesto ciò che era sconosciuto - e la Spagna rientrava in questa categoria - sicuramente attraeva più di altri luoghi oggetto di reiterate descrizioni. Inoltre, l'interesse nei confronti del nostro paese trovava uno stimolo anche nella lettura delle relazioni dei viaggi nel nostro paese pubblicate da Marie-Catherine le Jumel de Barneville, più nota come baronessa d'Aulnoy21 e da Udal Ap Rhys22. Uscite a più di mezzo secolo di distanza l'una dall'altra, le due opere ebbero tra i lettori lo stesso successo, nonostante - o forse proprio per questo - il carattere fittizio dei fatti raccontati, come è stato successivamente dimostrato23. La guida di Udal Ap Rhys considera la Penisola un luogo degno di essere visitato perché vi si possono trovare un'infinità di curiosità artistiche e naturali fino ad allora sconosciute.

Per tutti questi motivi, a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, la Spagna diventa per molti viaggiatori inglesi una tappa dei loro itinerari europei24. Tra i primi ad arrivare furono Edward Clarke (1760-61) e Joseph Baretti (1760 e 1768-69); il primo in qualità di cappellano dell'ambasciata britannica presieduta allora dal conte di Bristol, il secondo costretto dalle circostanze. Baretti desiderava raggiungere l'Italia, ma la via tradizionale attraverso la Francia, allora impegnata nella guerra dei Sette anni (1756-1763) contro l'Inghilterra, era pericolosa. Baretti, nella sua prima lettera, riconosce che sarebbe potuto passare attraverso l'Olanda, ma di essa aveva letto abbastanza, mentre conosceva «little of Portugal and less of Spain, as there are but very imperfect accounts of either»25.

Il periodo compreso tra il 1770 e il 1779 è il periodo che registra il maggior numero di viaggiatori. Sono anni di relativa pace in Europa, le relazioni tra Spagna e Inghilterra non denotano particolari conflitti e i governanti illuminati del regno di Carlo III cercano di modernizzare il paese attraverso un programma di riforme. È il momento in cui arrivano in Spagna, tra gli altri: Francis Carter (1773), Richard Twiss (1733), William Dalrympe (1774), Henry Swinburne (1775-76) e Alexander Jardine (1777-79)26. L'entrata della Spagna nella guerra d'Indipendenza delle colonie britanniche in America, avvenuta nel 1779 in appoggio agli insorti, interrompe temporaneamente il flusso di viaggiatori dalle Isole Britanniche che riprenderà dopo la fine del conflitto, ratificata dal Trattato di Versailles (1783). Da allora fino allo scoppio della Rivoluzione francese, che interromperà anche il «Grand Tour», passano per la Spagna, tra gli altri: Joseph Townsend (1786-1787), Arthur Young (1787), William Beckford (1787-88) e Robert Southey (1795-96)27.

Gli aggettivi utilizzati nel Secolo dei Lumi per definire la Spagna - «sconosciuta», «pittoresca», «romantica» - ci permettono di capire alcune caratteristiche dei viaggiatori inglesi che venivano nel nostro paese. In genere erano figure secondarie, fatta eccezione per Arthur Young, economista; Southey, poeta; Beckford, autore di libri di viaggio e ricco collezionista d'arte, e Cumberlan, drammaturgo28. Quasi tutti avevano un'età superiore ai ventuno anni, l'età minima, come sosteneva Locke, perché un viaggio potesse risultare proficuo. La maggior parte apparteneva a una fascia d'età compresa tra i trenta e i cinquant'anni a cui corrispondevano professioni quali quelle militari - Dalrymple e Jardine, per esempio -; diplomatiche - Beawes, Harris, Cumberlan... - e mercantili (Twiss). C'era anche qualche viaggiatore di professione (Swinburne), qualche monaco (Clarke) e persino un prigioniero di guerra (Croker) il cui arrivo fu del tutto casuale e probabilmente per lui inevitabile.

Non avendo la Spagna una posizione di rilievo nel campo della cultura o delle scienze né disponendo di personalità di fama internazionale meritevoli di essere conosciute, gli inglesi che decidono di intraprendere un viaggio nel nostro paese sono soprattutto mossi, come rivela Dalrympe, dalla curiosità o, come dichiara Twiss, dal desiderio di vedere cose nuove. Desiderio che nel caso di quest'ultimo è rafforzato dal fatto di non aver potuto trovare una descrizione soddisfacente del paese che si propone di visitare e perché l'idea generalizzata del suo ritardo rispetto all'Europa gli fa supporre che troverà uno spettacolo completamento nuovo29. Twiss esprime un modo di sentire che è condiviso dagli altri viaggiatori inglesi e che ritroviamo diversamente espresso nelle loro opere. L'obiettivo prioritario che essi si prefiggono sarà, pertanto, quello di raggiungere una visione quanto mai completa del paese e dei suoi abitanti per correggere i pregiudizi e gli errori che avevano contribuito a diffondere i testi relativi ai viaggi in Spagna fino ad allora pubblicati. «Are either old and obsolete, consequently in many respect unfit to convey a proper idea of its present state; or only relations of a passage through particular provinces, where the authors had neither time nor opportunity to procure much information»30. L'argomento addotto per giustificare la pubblicazione delle loro opere di fronte ai lettori sarà, quindi, la forte esigenza di correggere antichi errori. Anche se non sempre esplicitato con la stessa chiarezza, ad essi preme chiarire, prima di iniziare il racconto, che le pagine scritte non vedono la luce per desiderio di notorietà o di danaro o per semplice narcisismo.

Si tratta di una causa più nobile: contribuire alla formazione di un'idea più precisa e corretta delle diverse nazioni31.

L'impresa, comunque, non era facile e il loro successo dipendeva da fattori molto diversi. Per conoscere veramente la Spagna e gli spagnoli, così come qualsiasi altro paese, bisognava disporre, secondo Jardine, di tempo sufficiente per avere la possibilità, durante il viaggio, di fermarsi in più luoghi; bisognava imparare la lingua per approfondire la conoscenza della popolazione e mescolarsi con la gente con la quale la conversazione sarebbe stata sicuramente più piacevole del previsto32. A questi requisiti se ne potrebbe aggiungere un altro che dal nostro punto di vista è altrettanto importante: possedere il temperamento, la sensibilità e l'apertura mentale necessari per apprezzare nel giusto modo la realtà incontrata. Dalla lettura dei libri pubblicati deduciamo che non tutti i viaggiatori dimostrano di possedere le qualità indicate.

Per quanto riguarda il tempo impiegato per percorrere il paese, nella maggior parte dei casi si superarono appena i tre o i quattro mesi. Tenendo conto delle distanze e della lentezza dei trasporti, possiamo presumere che in molti luoghi non ci fu il tempo sufficiente per conoscerne in modo approfondito gli abitanti. Solamente Harvey, che rimase in Spagna quindici mesi, Townsend, che vi rimase venti, e Carter che visse venti anni in Andalusia, ebbero questa opportunità.

Altro scoglio non meno importante era rappresentato dalla conoscenza della lingua. Benché Townsend sostenesse che si poteva imparare senza difficoltà, nella maggior parte dei casi non fu così. Non si spiega altrimenti il fatto che ogni viaggiatore cercasse di avere un domestico spagnolo che gli facilitasse la comprensione con il resto della gente e correggesse gli eventuali errori linguistici. Tali errori erano frequenti nei nomi di località33, di alcuni monumenti (Ginaraliph, per Generalife) e quelli di alcune usanze (tortilla/tertulla, per tertulia) o di danze tipiche spagnole (seguedilla, per seguidilla; fundungos, per fandangos). Altro fattore che, secondo Clarke, determina la difficoltà d'informazione è il fatto che i sacerdoti spagnoli non parlavano il latino (ulteriore elemento che ci induce a credere che la loro conoscenza della lingua fosse scarsa). Dalrympe riconosce di non capire gli abitanti di Astorga quando va in quei luoghi. Lo stesso Townsend allude in varie occasioni ai suoi problemi idiomatici, risolti quando trovava qualcuno che gli parlava in inglese34.

Per quanto riguarda i contatti con la gente per un approfondimento delle proprie conoscenze, essi vengono praticati da pochi viaggiatori sia per i motivi di tempo e di comunicazione sopra accennati, sia per i condizionamenti sociali. Per ragioni culturali ed economiche il viaggio aveva sempre avuto e continuava ad avere un carattere elitario. È naturale, quindi, che chi viaggia preferisca avere contatti con persone a lui affini, con le quali condividere idee, atteggiamenti e persino la possibilità di esprimersi senza problemi in lingua francese. Gli inglesi che visitano la Spagna si muovono pertanto entro circoli piuttosto ristretti. Da un lato, c'era la stessa colonia britannica, a partire dall'ambasciatore e dai consoli che si vedevano costretti a impiegare gran parte del loro tempo a ricevere i connazionali appena arrivati e introdurli in «società»; dall'altro, c'erano i principali rappresentanti della nobiltà, dell'alta borghesia e dell'alto clero spagnolo i quali di norma si facevano annunciare da lettere di presentazione che essi portavano dall'Inghilterra o che si procuravano direttamente nel nostro paese. Il contatto con la popolazione si riduce alle persone incontrate sporadicamente per strada, al domestico o ai proprietari di locande, ai quali prestano, peraltro, un'attenzione relativa. Se hanno l'occasione di assistere a qualche festa popolare si comportano come semplici spettatori che si sorprendono al massimo per l'abbigliamento della gente del luogo - come quello delle donne della Maragateria - o per la danza, soprattutto il fandango. Solo pochi cercano di indagare sulle radici di queste tradizioni e se lo fanno ricorrono generalmente ai libri.

Un altro aspetto sul quale vogliamo ora soffermarci riguarda la sensibilità e l'atteggiamento mentale dei visitatori di cui ci stiamo occupando. Non c'è dubbio che la valutazione cui perviene qualsiasi viaggiatore sul paese che visita è in gran parte determinata dall'immagine che egli si è già costituita attraverso letture o racconti fatti da altri. Immagine che, comunque, può essere rafforzata, modificata o persino cambiata radicalmente durante il viaggio. Secondo García Mercadal, gli stranieri che nel XVIII secolo arrivano in Spagna sono pieni di pregiudizi e di stereotipi dei quali cercano ovunque con ansia un riscontro.

Senza arrivare agli estremi di Clarke, il quale confessa la sua delusione nel vedere che gli spagnoli non usavano indossare i vestiti tradizionali che sfoggiavano sulle scene inglesi35, gli altri suoi connazionali riprendono nelle loro opere i topoi più diffusi sul carattere degli spagnoli. Così, ad esempio, si continua a dire che i baschi e i catalani sono i più attivi e i più industriosi della popolazione spagnola. Al resto della popolazione nessuno applica tali qualificativi, anche se vengono riconosciute le difficili circostanze in cui si svolge la loro vita e il loro lavoro. Sia l'Inquisizione che la Chiesa sono sempre al centro delle critiche più accese. Per dimostrare l'influenza sociale della Chiesa, Swinburne cita l'esempio della città di Granada dove ogni casa ha sopra la porta la scritta: «Ave María Purísima sin pecado concebida», invocazione che il nostro viaggiatore considera il grido di guerra dell'ordine francescano36. È evidente che non era facile, per chi veniva da un paese protestante, capire il ruolo svolto dalla Chiesa in un paese cattolico. Lo stesso avveniva nel caso inverso. Il Marqués de Ureña, recatosi in Inghilterra nel 1787, sostiene che la varietà delle confessioni religiose che esiste a Londra insieme alla libertà di interpretare le Sacre Scritture permettono che «una misma persona se agregue y oficie en el día con tres o cuatro religiones» secondo le doti di convincimento del predicatore ascoltato37.

Dalla lettura di queste opere si ricava la sensazione di una certa delusione provata dai viaggiatori per non aver trovato quegli stereotipi che essi andavano cercando. Così avviene con il tema della gelosia, una delle caratteristiche attribuite tradizionalmente al carattere spagnolo. L'afrancesamiento delle classi alte della società che essi frequentavano aveva portato a una maggiore libertà nei costumi38, tanto da destare il loro stupore. Townsend arriva a dire che durante i suoi anni di permanenza in Spagna non sentì mai parlare di gelosia e che non riuscì mai a capire se questo sentimento esisteva veramente39.

Su questo aspetto, come su altri, ciò che ci sorprende non è tanto la mancata ratifica di un cliché, quanto la generalizzazione con cui viene applicata la negazione dello stesso, così lontana dalla realtà come la formulazione contraria.

I topoi segnalati, e altri non meno dispregiativi che circolavano nell'Europa del XVIII secolo sulla Spagna e sugli spagnoli, avranno un peso decisivo sulle analisi fatte dagli stranieri che venivano nel nostro paese. Oltre a ciò, dobbiamo segnalare un altro fattore altrettanto determinante. Se, di norma, ogni viaggiatore tende a giudicare il paese visitato avendo come punto di riferimento il proprio mondo di appartenenza e dal confronto egli sistematicamente ne scopre la superiorità, ancora di più ciò avviene nel caso degli inglesi. Essi si sentono gli abitanti di una nazione che è guida del mondo economico, che è sede della rivoluzione agraria e industriale e che esercita il controllo sul commercio coloniale; una nazione che dal punto di vista delle libertà politiche rappresenta per gli illuministi un modello da imitare e e che svolge il ruolo indiscusso di leadership nel campo scientifico e ideologico. Lo Stato che li riceve ha invece perduto tutto l'antico splendore. La differenza effettiva esistente tra i due paesi rende difficile mantenere nei giudizi un minimo di equanimità. Si aggiunga il fatto che l'impari confronto stabilito, oltre a segnalare quanto di sbagliato e di inferiore ci sia negli «altri», serve anche a rafforzare la propria superiorità. Nell'introduzione alla sua opera, Clarke non ha difficoltà ad affermare che la cattiva situazione spagnola sarebbe servita ai suoi lettori come

a fresh proof of the happiness, which he enjoys in being born a Briton ; of living in a country, where he possesses freedom of sentiment and of action, liberty of conscience, and security of property, under the most temperate climate, and the most duly poised government in the whole world40.  Alla fine del secolo Southey scriveva a un amico affermando che la migliore lezione appresa dai suoi viaggi era stata quella di sentirsi grato a Dio per la sua nazionalità in quanto non esisteva nessun luogo in cui le cose andassero così bene come nella sua isola41.

Ad ogni modo, sarebbe errato pensare che il sentimento di superiorità espresso dagli inglesi nel Settecento riguardi solo la Spagna. Essi erano convinti, infatti, che nessun paese potesse competere con l'Inghilterra, neanche la Francia. Jardine, per esempio, sostiene che il popolo francese è più debole, meno laborioso e produttivo di quello inglese, e fa presente di non aver trovato durante il viaggio nessun motivo per cambiare idea:

Nor do we find reason to change our opinion on going ashore, whether we inspect the town or country, the shops, houses, offices, the fields, fences, carriages, cattle, or their different tradesmen at work, the English superiority is every where manifest in all kinds of workmanship, and more particularly where strength is required either in the work or workmen42.

Sarebbe comunque errato sostenere che nell'Europa del Settecento gli inglesi fossero gli unici a sentirsi superiori agli altri. I viaggiatori francesi che vengono in Spagna non avranno del nostro paese una visione migliore, e persino gli spagnoli che vanno all'estero trovano difetti e problemi nei paesi da loro visitati. Per Leandro Fernández de Moratín43 le locande italiane erano sempre cattive e i pasti scarsi e cari; a Londra egli non si sentì mai a suo agio. Antonio Ponz, che viaggia con lo spirito di «sacar algún provecho para su nación» proponendo esempi degni di imitazione, sostiene che l'arte inglese è decisamente inferiore a quella spagnola; che le locande sono buone, ma care; che l'usanza di pagare la visita di alcuni monumenti - cattedrale di Saint Paul - o le persone che li illustrano gli sembra un'abitudine che non depone a favore della popolazione inglese44. In realtà, si può affermare che questa tendenza a sentirsi al di sopra delle cose visitate è indipendente dalla nazionalità dei viaggiatori e risponde a un'esigenza di pura sopravvivenza.

Tenendo conto di quanto detto precedentemente, possiamo forse capire meglio l'immagine della Spagna trasmessa dagli inglesi venuti nel nostro paese nel secolo dell'Illuminismo.

3. La Spagna e gli spagnoli agli occhi dei britannici: il contrasto tra i due mondi

Per il viaggiatore inglese che entrava in Spagna attraverso i Pirenei, Gibilterra, Badajoz o La Coruña45 si prospettavano giorni difficili. Per questo, quando egli decideva di pubblicare i resoconti della sua esperienza aggiungeva qualche riga per dare ai futuri lettori dei consigli nel caso decidessero di fare un viaggio e prevenirli su quello che li aspettava. Tra i numerosi suggerimenti in merito scegliamo quelli di Townsend che ci sembrano i più completi.

3.1. I preparativi del viaggio

I primi requisiti che un uomo - si noti come le donne vengano esplicitamente escluse dal viaggio - deve riunire per viaggiare comodamente in Spagna sono quelli di avere a «good constitution, two servants, letters of credit for the principal cities, and a proper introduction to the best families, both of the native inhabitants and of strangers settled in the country». Tutto questo avrebbe facilitato il suo soggiorno. Il vigore personale gli avrebbe permesso di sopportare meglio le difficoltà dei tragitti; le lettere di credito gli avrebbero garantito la possibilità di disporre di denaro in qualsiasi momento, mentre le lettere di presentazione gli avrebbero assicurato di passare la dogana senza molti problemi, di contattare persone importanti, di ottenere informazioni pertinenti, di essere ben accolti nell'alta società e, in questo modo, di non annoiarsi durante il suo soggiorno nelle città. Le presentazioni erano richieste da tutti, ma solo alcuni riuscivano a ottenerle dalle alte gerarchie sociali o politiche inglesi - Walpole, gli ambasciatori - o spagnole - Floridablanca, Campomanes.

Per quanto riguarda i domestici, la loro presenza era imprescindibile perché responsabili dell'organizzazione quotidiana del viaggio. Ci fu persino chi si specializzò nell'accompagnamento dei viaggiatori. Per Townsend l'ideale sarebbe stato

a Spaniard and a Swiss, of which, one should be sufficiently acquainted with the art of cooking, and with the superior art of providing for the journey; which implies a perfect knowledge of country through which he is to pass, that he may secure a stock of wine, bread and meat, in places where these excel, and such a stock as may be sufficient to carry him through the districts in which these are not to be obtained.

Oltre alle suddette provvigioni, l'equipaggio del viaggiatore doveva comprendere anche i più svariati oggetti. Insieme al vestiario, che si dà per scontato, si consiglia che esso contenga gli strumenti necessari per l'orientamento - bussola, mappe in tela cerata per proteggerle dalla pioggia - e per annotare osservazioni o fare disegni - carta, inchiostro... - e quanto contribuisca a garantire un minimo di comodità e di igiene: lanterne, candele, materiale per accendere il fuoco, biancheria, coperte, tovaglie e utensili per cucinare. Tutte queste cose dovranno essere adeguatamente conservate, possibilmente sotto chiave, per evitare eventuali furti.

Arrivato in Spagna, il viaggiatore dovrà scegliere il mezzo di trasporto e qui Townsend sostiene che bisogna lasciar decidere al caso. Il sistema di poste esistente in Gran Bretagna, che Ponz esalta perché facilita il viaggio, si trova solo in alcune zone, per cui in sua assenza dovrà essere sostituito da

join with officer [...]; to hire a coach, or quietly resign himself to a calash, a calasine, a horse, a mule, or a Borrico. These last are the most convenient for the purpose of crossing the country or of wandering among the mountains. If he is to traverse any district infected by 'banditti', if will be safe for him to go by the common carriers, in which case he will be mounted on a good mule and take the place which would have been occupied by some bale of goods [...].

Una volta scelto il mezzo di trasporto si poteva iniziare il viaggio. Non c'era un itinerario prestabilito, c'erano però durante il percorso una serie di coincidenze. In genere era il clima a determinare l'itinerario. Come regola generale, si raccomandava di iniziare il viaggio in autunno, per arrivare alla corte per il giorno di San Idelfonso. L'inverno si sarebbe trascorso in Andalusia, nel Levante e in Catalogna, per tornare in primavera a Madrid da dove si partiva per Aranjuez insieme ai re. Infine, per evitare il caldo, si sarebbe passata l'estate al nord.

Le principali destinazioni sarebbero state le città, in particolare quelle più conosciute per la loro attività economica - Barcellona, Bilbao, Cadice, Siviglia... -, per l'arte - Granada, Cordova, Toledo, Segovia, Burgos... -, per motivi culturali - Salamanca... -, per motivi strategici - Cartagena, El Ferrol... - e, in particolare, Madrid come sede della corte. La durata del soggiorno nelle varie città variava a seconda della loro importanza e delle eventuali amicizie. Se le lettere di presentazione non trovavano il destinatario, il viaggiatore si sentiva isolato e dopo aver fatto un breve giro per conoscere il luogo decideva di riprendere il viaggio. A Madrid e ai Reales Sitios veniva dedicato più tempo, perché vi si trovavano maggiori opportunità di svago e di contatto.

3.2. Il paese e il suo paesaggio

La prima cosa che stupisce i viaggiatori inglesi quando arrivano in Spagna è l'ambiente fisico che li circonda. Essi provengono da un pae-se insulare la cui estensione è quasi la metà di quella del paese visitato e le cui montagne sono antiche, e per questo poche elevate. La Penisola, invece, occupa il secondo posto in Europa per altitudine media, dopo la Svizzera, e le sue cordigliere giovani raggiungono quote due o tre volte superiori a quelle inglesi. È naturale, quindi, che essi rimangano stupiti di fronte alla maestosità, alle prospettive paesaggistiche e che al tempo stesso siano intimoriti dall'idea di attraversarle. Il clima, inoltre, è ben diverso da quello cui sono abituati. Le temperature elevate e la scarsità della pioggia creano un paesaggio secco e arido in forte contrasto con il verde della loro terra. L'unica regione che sembra rassicurarli è il Principato delle Asturie che in un certo senso somiglia all'Inghilterra, non solo per il clima umido e temperato quanto per la ricca vegetazione delle montagne e per il colore dei campi46.

Un altro aspetto che sorprenderà sfavorevolmente i viaggiatori britannici riguarda il tipo di popolazione e la sua distribuzione. Il loro paese è uno di quelli che vive con maggiore intensità gli inizi della rivoluzione demografica cominciata nella seconda metà del XVIII secolo; le loro città sono quelle che registrano la maggiore crescita in Europa, e questo, unito ai limiti territoriali imposti dal mare, riduce l'estensione delle zone disabitate. Esattamente l'opposto di quanto succede in Spagna. Le perdite demografiche del XVII secolo, insieme ai condizionamenti economici e geografici, hanno portato a una concentrazione della popolazione più nelle città che nella campagna, più nelle coste che nell'interno. Di conseguenza, ci sono lungo gli itinerari numerose zone che possono considerarsi deserti umani e che risvegliano la loro inquietudine quando li devono attraversare. Gli unici rari incontri sono con qualche animale - lupi, capre, aquile -, qualche albero, qualche mulattiere e tombe segnalate da croci di legno. Le croci aumentano la sensazione di solitudine e il timore dei nostri viaggiatori, convinti che esse stanno a ricordare altrettanti omicidi commessi anni prima e che i locali mantengono per ricordare i morti. Secondo Dalrympe alcune croci hanno addirittura cento anni47.

Sarebbe opportuno chiedersi come potevano mantenersi per tanto tempo le croci se i cammini erano deserti e la maggior parte di esse, secondo quanto si racconta, si trovava in luoghi impercorribili. Quanto c'era di vero e quanto era frutto dell'immaginazione? È difficile saperlo. Comunque sia, ciò che è vero è che tale credenza aumentava l'ossessione nei confronti dei ladri e anche nei confronti dei banditi la cui immagine non era ancora ricoperta di quell'aureola romantica del XIX secolo. Questo timore di essere assaliti giustifica l'insistenza con cui i viaggiatori sostenevano che bisognava portare le armi in un posto visibile e trovarsi una compagnia, anche di militari, per attraversare i luoghi pericolosi. Ebbene, paradossalmente nessuno di loro fu mai assalito durante il suo soggiorno, neanche coloro che si fermarono più a lungo48.

Se l'ambiente fisico non appariva a prima vista molto invitante, i percorsi da fare e le locande in cui poter riposare costituivano altri due elementi di contrasto tra le aspettative e la realtà.

Benché Townsend, assumendo una posizione particolare rispetto ai suoi connazionali, riconosca che la rete viaria inglese è una conquista recente e che la Spagna avrebbe potuto fare altrettanto, non per questo egli trascura di segnalare il cattivo stato in cui si trovano in quel momento le strade spagnole. Come gli altri, egli sostiene che esse sono strette, poco curate, e che la polvere e il fango rendono difficoltoso il cammino. I piani del governo per migliorare le comunicazioni terrestri e fluviali sono ai loro occhi poco credibili perché cercano in essi una tale perfezione che nella pratica otterranno molto poco49. Tuttavia, sono pronti a esprimere il loro apprezzamento quando percorrono un cammino che ha subito interventi migliorativi.

A meritare le diatribe più dure sono le locande. Le lodi rivolte da Ponz a quelle inglesi, per i servizi, i vetri alle finestre, la pulizia, i rifornimenti, possono essere applicate in Spagna solo ad alcune locande delle città più importanti - Madrid, Barcellona -, in genere gestite da stranieri. Nella maggior parte dei casi esse sono poco accoglienti; prive di vetri alle finestre - il che aumenta i rigori del clima invernale - e con scarso spazio per alloggiare gli ospiti, costretti, loro malgrado, a dividere la stanza con altri. In molti casi l'igiene brilla per l'assenza e i parassiti abbondano, in parte perché la stalla si trova vicino alla cucina e alla stanza utilizzata come camera da letto. È vero che i governanti illuminati si preoccuparono di emanare delle leggi per migliorare l'aspetto delle locande, ma la scarsità dei viaggiatori non ne facilitava l'attuazione. Anche i pasti, che i viaggiatori inglesi consumavano quando non disponevano di viveri propri, venivano in genere criticati. Il sapore della ben nota «olla»50 o del baccalà, che erano i piatti più serviti, piaceva poco agli inglesi così come l'abitudine di versare l'olio del lume sugli alimenti per condirli. L'unica cosa gradita era l'abitudine di bere il cioccolato a colazione, anche se sentivano la mancanza del té. Altra critica che veniva fatta era sui prezzi dei pasti che a volte sembravano troppo cari e che spesso i locandieri aumentavano approfittando del fatto che erano stranieri. A questo inconveniente i più avvertiti ovviavano chiedendo la lista dei prezzi fissata dal governo e l'incidente si risolveva automaticamente.

3.3. Sull'agricoltura e altri aspetti economici

Uno degli aspetti che susciterà l'interesse dei visitatori inglesi in Spagna è lo stato della nostra economia51, se non altro perché lo stato dell'agricoltura era costantemente davanti ai loro occhi. Da questo punto di vista, il contrasto tra il loro paese e il nostro è più che evidente. Essi venivano da una nazione che stava raccogliendo i frutti delle importanti trasformazioni agrarie del secolo precedente; leader nell'avvio di una rivoluzione industriale e guida dell'attività commerciale nelle colonie. La Penisola, invece, a malapena era riuscita a riprendersi dalla crisi che l'aveva colpita nel XVII secolo. Inoltre, il pensiero economico imperante era ben lontano dai postulati del liberismo inglese. Le idee mercantilistiche che risentivano ancora della politica dei Borboni e il controllo esercitato dal potere su tutti gli ambiti produttivi mal si combinava con la fiducia dei nostri viaggiatori nel libero gioco delle forze produttive come unica via verso il progresso.

Lo stato dell'agricoltura appare loro deplorevole, fatta eccezione per le verdi pianure del Mediterraneo e dell'Andalusia così in contrasto con l'aridità delle zone interne e per ciò stesso oggetto di sorpresa. Vedendo Cervera, Baretti esclamerà «were the rest of Spain so fertile and populous as this part of Catalonia, no Kingdom in the world would come up to it»52. Lo spettacolo più comune è una campagna arretrata nei sistemi di coltivazione e nelle tecniche, alcune delle quali verranno descritte non si sa bene se perché sconosciute o/e dimenticate.

Gli aratri, che tutti cercano di disegnare, sembrano loro poco funzionali al lavoro di cui la terra ha bisogno. Townsend definisce gli aratri che vede intorno a Oviedo come i peggiori che abbia mai visto53. La trebbiatura fatta con le mule che pestano i cereali o, in alcuni casi, con la trebbiatrice, presenta l'inconveniente di tagliare la paglia. Per vagliare il grano si continua a utilizzare il vento invece della macchina che gli inglesi hanno cominciato a usare. Infine, il trasporto è altrettanto arretrato. Invece del cavallo, l'animale da soma è ancora il bue, soprattutto nel nord, e il modo di costruire i carri impedisce gli spostamenti rapidi54.

A che cosa attribuiscono i viaggiatori inglesi la nostra situazione agricola? Da un lato, al clima; dall'altro, all'aristocrazia terriera, proprietaria di grandi estensioni di terra. Ciò che essi mettono in discussione di questo secondo aspetto non è tanto il fatto che esistessero le grandi proprietà terriere - esistevano anche in Inghilterra - quanto lo scarso interesse che i proprietari dimostravano nei confronti delle stesse e le tecniche di sfruttamento usate. Lasciarle nelle mani di amministratori serviva soltanto a creare «miseri redditi», a impoverire i vassalli e impedire la formazione di una classe di coloni arricchiti sull'esempio dei loro signori, come avveniva nelle Isole.

L'elenco degli ostacoli allo sviluppo dell'agricoltura si completa con il riferimento all'espulsione dei mori, alla scarsità della popolazione, al gran numero di ecclesiastici, al susseguirsi di feste autorizzate dalla Chiesa che sottraggono allo Stato un terzo della forza lavoro55 e al malgoverno dei Borboni.

Per ciò che riguarda la manifattura, gli inglesi che arrivano in Spagna condividono l'idea di alcuni contemporanei secondo i quali esistono nazioni destinate ad essere produttrici di materie prime e altre a trasformarle. Il nostro paese si collocherebbe tra i primi, mentre l'Inghilterra tra le seconde. La Spagna, quindi, più che come un paese concorrente, è vista come un possibile paese consumatore. Questo elemento, insieme allo stato del settore nella loro patria, fa sì che il loro interesse si concentri in particolare sulle Reales Fábricas e sulla produzione della seta e del tabacco, o sulla fabbricazione delle navi. Le prime perché rappresentano una novità; le seconde, per motivi strategici. La manifattura tessile, invece, sembra loro cara, di qualità scarsa e con tecniche antiquate di lavorazione.

Le Reales Fábricas rappresentano ai loro occhi un modello imprenditoriale degno di attenzione. Ma essendo sostenitori dell'iniziativa privata come motore economico, essi si dichiarano contrari a questi laboratori statali perché considerati dei concorrenti sleali. In più, a loro avviso, l'utilità dei prodotti fabbricati è molto scarsa, trattandosi di oggetti di lusso con un mercato ben ridotto. Per quanto attiene alla produzione della seta e del tabacco, la non conoscenza di questo settore li spinge ad avvicinarsi alle fabbriche per seguirne il processo di lavorazione. Così farà Townsend, che dedicherà una parte del suo libro alla descrizione minuziosa della fabbrica di sigarette di Siviglia e dell'allevamento del baco da seta a Valenza56.

Se la visione che i viaggiatori inglesi ci trasmettono sulla manifattura spagnola è strettamente connessa alla loro esperienza e agli interessi nazionali britannici, altrettanto possiamo dire della loro visione sul commercio nei confronti del quale tale atteggiamento è ancora più evidente. La principale critica mossa sta nel fatto che il governo spagnolo non ha in materia nessuna idea liberale e, pertanto, non si pone il problema di eliminare gli ostacoli che impediscono l'attività commerciale, come dimostrano le tasse eccessive - dazi e tributi sui consumi - e l'assenza di un'adeguata rete di comunicazione. Al contrario, l'unico impegno dimostrato è quello di stabilire un sistema monopolistico, senza rendersi conto che la mancanza del necessario spirito d'impresa e di capitale da investire, le dimensioni del contrabbando e l'alto costo dei suoi prodotti rispetto a quello di altre nazioni costituiscono un'ipoteca al successo della sua politica57.

Nel caso del commercio coloniale, tali mali sono incrementati dalle eccessive spese per il mantenimento di una marina potente atta a garantire il regime di monopolio stabilito. Secondo Townsend, non risulta che i profitti ottenuti compensino lo sforzo monetario richiesto. Egli sostiene che

No country can boast greater adventages for trade than Spain; and even without a single ship might be powerful and rich [...]. All productions of the soil, with the manufactures, which, under a good government, must naturally find establishment in Spain, would be such a never failing source of wealth,[...]. But supposing Spain, with such advantages of soil and climate, producing such a rich variety of articles for trade, without exhausting colonies, armed for self-defence, but not inspiring either jealousy or fear, should confine her views wholly to domestic industry, which of all her neighbours could feel any inclination to molest her? In such circunstances must not every one of them rejoice in her prosperity?58.

Ci sembra che il testo non abbia bisogno di commenti. Va detto però che l'autore omette di dire che cosa succederebbe con il commercio coloniale se la Spagna decidesse di abbandonare i suoi possedimenti. Le ragioni di questo silenzio sono evidenti. Le coincidenze riscontrabili tra viaggiatori inglesi e alcuni illuministi spagnoli nell'analisi sulle difficoltà dell'attività mercantile nella Penisola, in questo caso scompaiono.

3.4. Gli spagnoli e il loro mondo

L'interesse dei viaggiatori inglesi, una volta rientrati in patria, a raccontare quanto avevano visto durante il loro soggiorno in Spagna non poteva prescindere dagli spagnoli; tra l'altro, perché sapevano che la loro opinione in merito era una delle prime cose che cercavano i lettori e che avrebbe sicuramente attirato la loro attenzione. Per affrontare il tema, inoltre, non era necessario ricorrere a bibliografie né cercare informazioni ben documentate e complete, e quindi tutti si sentivano in grado di affrontarlo. Anzi, si potrebbe dire che si sentivano obbligati a farlo, benché alcuni riconoscessero la difficoltà dell'impresa. Swinburne è molto esplicito al riguardo. Dopo essere stato tre mesi in Spagna, egli crede che può già

to introduce some general remarks upon the inhabitants and country; but I really have not presumption enough to attemp it as I am conscious that the disposition of a people, their habitual character, customs, and manners, are not to be learned without a long stay among them, and without becoming in some sort a messmate and familiar aquaintance of theirs. With all due respect for the Spanish nation, I don't wish to sacrifice the time such a study would require59.

Ma è proprio questa indisponibilità a dedicare il tempo necessario per conoscere veramente una popolazione il motivo per cui spesso vengono riprodotti topoi già esistenti e ben radicati. Anche quando ciò non avviene, la visione della società spagnola proposta dagli inglesi risente di due importanti condizionamenti: il primo, i circoli frequentati; il secondo, il fatto che tali circoli si trovino nelle città. Città ritenute sporche per l'accumulazione di rifiuti, mal illuminate e mal organizzate. La struttura di vie strette e serpeggianti, ereditata da epoche precedenti, contrasta fortemente con le vie diritte, ben lastricate e con ampi spazi per i pedoni che Antonio Ponz trova a Bath o a Londra e per le quali esprime grandi elogi60. I nostri viaggiatori vedranno qualcosa di simile solo nell'«Ensanche» di Barcellona o nella Madrid che stanno costruendo i Borboni.

Dal punto di vista sociale, il forte contrasto tra la Spagna e l'Inghilterra nell'epoca di cui ci stiamo occupando suscita nei nostri visitatori forti critiche.

Oltre alla struttura della società, altro argomento oggetto delle diatribe inglesi saranno l'ideologia e la mentalità degli strati più elevati.

La nobiltà e l'alta borghesia, con importanti cariche nel governo delle province, sono i gruppi con i quali i viaggiatori britannici hanno più contatti; con loro trascorrono molto tempo e da loro ricevono gli inviti per entrare in società. Ciò nonostante, non si sentono minimamente condizionati dalla gratitudine quando devono emettere dei giudizi. Giudizi in genere positivi nei confronti delle autorità provinciali, ma non certo nei confronti della nobiltà. Pur non mettendo in discussione i privilegi di cui tale classe gode, essi esprimono forti riserve sulle sue capacità ad assolvere il ruolo dirigente di cui è investita. O meglio, sono convinti del contrario. E se non sopportano l'orgoglio dei nobili decaduti e il loro disprezzo nei confronti del lavoro, altrettanto incomprensibile appare loro l'atteggiamento dell'alta nobiltà. Il suo modo di vivere, così lontano da quello dei nobili inglesi, anche se simile a quello dei nobili del Continente, appare loro come una fonte continua di problemi. La vita di corte accanto al re ha procurato ai nobili grandi privilegi, che hanno però pagato con la sottomissione al giogo della monarchia assoluta e la dilapidazione delle loro ricchezze a causa delle eccessive spese in beni di lusso cui erano costretti dalla loro posizione61. Quanto mai pernicioso, inoltre, è considerato il fatto che essi vivano lontano dalle loro proprietà, non solo per le nefaste conseguenze economiche già segnalate ma anche per altre ragioni. Risiedendo nelle loro proprietà, infatti, i nobili fanno circolare il loro danaro tra i vassalli e si preoccupano di migliorare la stato dell'agricoltura, sperimentando nuovi metodi di coltivazione e migliorando gli strumenti di lavoro; cercano di migliorare la razza del bestiame e le strade dei luoghi in cui risiedono. Ma ci sono anche altri vantaggi. Per esempio, l'effetto mimetico che il loro atteggiamento produce nei contadini, che cercheranno di seguire il loro esempio con grande beneficio per le attività relative all'allevamento del bestiame62.

Le opinioni citate, scritte da uno dei viaggiatori inglesi più preparati tra quelli arrivati in Spagna, contrastano con le posizioni dello spagnolo Antonio Ponz sullo stesso tema. La quantità di case di campagna della nobiltà in Inghilterra lo porta a sostenere che «ocupan un terreno muy considerable del reino, que pudiera ser más útil destinato a la labranza y, por consiguiente, a la población»63.

Le dure critiche alla nobiltà spagnola fanno a gara - e saranno persino superate - con quelle rivolte alla Chiesa. Considerata colpevole di una buona parte dei mali di Spagna, la prima cosa che le viene rimproverata è l'elevato numero dei suoi membri, che sottrae manodopera al lavoro produttivo, così come la scarsa preparazione e la vita poco edificante di molti di loro. Crediamo, comunque, che le accuse principali siano tre: l'esercizio della carità, l'accumulo di ricchezze e la forza della superstizione. Critiche mosse secondo quei criteri di utilità e di sete di conoscenza tanto cari al secolo dei lumi.

L'alto valore attribuito dalla cultura protestante allo sforzo personale e al lavoro non permette di accettare un esercizio della carità che contribuisce soltanto a moltiplicare il numero dei mendicanti che pullulano nelle città spagnole, in particolare quelle in cui è più forte la presenza del clero. Neanche gli ospizi - nei quali si accolgono giovani o adulti per insegnar loro un mestiere - meritano i loro elogi, perché permettono ai poveri di trovare un rimedio facile ai loro mali. Il malato è curato; l'affamato è nutrito; chi ha molti figli è rifornito del necessario senza dover lavorare per ottenerlo. Insomma, la funzione caritativa della Chiesa serve soltanto a perpetuare l'indigenza e inibire il desiderio di lavorare della popolazione.

Relativamente alle ricchezze possedute dalla Chiesa, va precisato che l'accusa, più che riguardare i grandi possedimenti territoriali presi di mira da alcuni illuministi, è rivolta contro i grandi tesori posseduti dalle cattedrali e dai conventi. Attribuendone l'origine alle donazioni caritative, essi ritengono che sia l'esempio più evidente del cattivo uso fatto dalla Spagna delle ricchezze americane. Ricchezze che potevano essere utilizzate per attività utili e i cui benefici sono stati sottratti alle comunicazioni, all'agricoltura e alla manifattura.

Il tema della superstizione è altrettanto frequente. Tutti i viaggiatori vedono la Chiesa come fedele alleata dello Stato per mantenere il popolo nell'ignoranza assoluta e per favorire le sue aspirazioni di potere. Alcuni riconoscono che analoga situazione si è verificata in tutti gli Stati europei, ma in nessuno ha raggiunto, a loro avviso, gli stessi livelli e la stessa durata. Non mancano, naturalmente, le allusioni all'Inquisizione, nei confronti della quale non vengono risparmiati giudizi spregiativi e che viene considerata come uno strumento che imprigiona la libertà. Il fatto che Townsend si intrattenesse amichevolmente con l'Inquisitore di Granada o che non ci fossero mai stati problemi con detta istituzione, non rendeva meno severi i loro giudizi. Quando lo stesso Townsend riconosce l'esistenza in Inghilterra di istituzioni con analoghi terribili poteri - i tribunali spirituali - non si preoccupa di evidenziare le somiglianze riscontrabili su questo punto tra i due paesi e cerca piuttosto di dare un «aviso para navegantes». Si tratta di riprendere l'esempio spagnolo per impedire che possano risorgere.

Per quanto riguarda la gente comune, le allusioni sono più sporadiche, come sporadici furono i contatti tra i viaggiatori e i suoi membri.

Alcuni, come Clarke, continuano a parlare di indolenza naturale degli spagnoli; mentre altri, come Swinburne, precisano il giudizio attribuendo la mancanza di laboriosità nello spagnolo povero all'assenza di una adeguata amministrazione, capace di persuaderlo dei benefici del lavoro64. Altri ancora si accingono a modificare l'immagine che i viaggiatori avevano degli spagnoli. Senza tralasciare di indicare tra le qualità negative l'indolenza, insieme all'errata concezione sull'onore e sulla religione, Jardine riconosce loro buon senso, capacità riflessiva, razionalità e orgoglio65. Su questa linea, Townsend arriva a dire, di fronte all'enorme sforzo che richiede il lavoro dei contadini, che «the peasants of no country upon earth are more patient of heat, of hunger, and of thirst, or capable of greater exertions, than this very people, vho have been accused of indolence»66.

Insieme ai tentativi di stabilire un carattere nazionale, non mancano le occasioni in cui i viaggiatori introducono la variabile regionale allo scopo di rendere meno generiche le loro opinioni e istruire meglio il lettore. In questo caso, si incrementano i rischi di lasciarsi condizionare dalle idee assunte al riguardo prima di iniziare il viaggio e di incorrere nei soliti luoghi comuni. Ma vediamo il citato testo di Swinburne.

The Catalans appear to be the most active stirring set of men, the best calculated for business, travelling and manufactories. The Valencians a more sullen, sedate race, better adapted to the occupations of husbandmen, less eager to change place, and of a much more timid, suspicious cast of mind than the former. The Andalusians seem to me the great talkers and rodomontades of Spain. The Castillians have a manly frankness, and less appearance of cunning and deceit. The new Castillians are perhaps the least industrious of the whole nation; the old Castillians are laborious, and retain more of ancient simplicity of manners; both are of a firm determined spirit. I take the Aragonese to be a mixture of the Castillian and Catalan, rather inclining to the former. The Biscayners are acute and diligent, fiery, and impatient of control; more resembling a colony of republicans, than a province of an obsolute monarchy. The Galicians are a plodding pains-taking race of mortals, that roam over Spain in search of a hardly-earned subsistence67.

L'ultimo argomento cui vogliamo ora accennare riguarda le usanze spagnole che più attirarono l'attenzione dei viaggiatori inglesi. Alcune si possono applicare all'insieme della popolazione; altre, riguardano le classi sociali alte. Tra le prime ne segnaliamo tre. In primo luogo, la frugalità nel mangiare e nel bere - cosa questa che non può fare a meno di sorprenderli trattandosi di un paese produttore di vino -, anche se in molti casi essa dipende più dal bisogno che da una libera scelta. In secondo luogo, la siesta che segue il pranzo e che assume quasi le caratteristiche di un rituale. In terzo luogo, il gusto per il ballo, specialmente il fandango, danza di moda i cui movimenti la rendono molto diversa dalle danze delle corti europee e incompatibile con i gusti britannici. È questo forse l'aspetto che attira maggiormente gli inglesi, i quali tra l'altro cercheranno di trovare l'origine di questa danza in Guinea, nelle Indie occidentali oppure nelle tradizioni arabe. Ma è anche l'aspetto che ispira pesanti definizioni che la trasformano in danza schifosa o lasciva, in quanto capace di esaltare le peggiori passioni. Pur producendo le stesse sensuali sensazioni può essere tollerata solo se ballata da persone di rango, con modi raffinati e un velo trasparente. A queste tre usanze generalizzate, ne possiamo aggiungere un'altra molto diffusa: il fumo delle sigarette. Abituati alla pipa, gli inglesi sono colpiti dall'uso crescente che gli spagnoli fanno di ciò che all'epoca si chiamava «tabaco de arder». E ancora di più li sorprendeva l'abitudine di dividere la sigaretta con altre persone anche di classi sociali inferiori. Ciò andava contro le più elementari norme igieniche, per cui, se invitati a fumare, sistematicamente declinavano l'invito, persino se fatto da un marchese, come fece Dalrymple.

Sulla vita della nobiltà e della borghesia nel Settecento i libri di viaggio inglesi ci forniscono dati sufficienti. Il quadro rappresentato conferma quanto conosciamo attraverso altre fonti. Essendo appena iniziato lo sviluppo del gusto per l'intimità, nelle case degli spagnoli abbondano ancora le stanze a più letti piuttosto che quelle individuali, che rappresentavano invece le tendenze dei nuovi tempi. Il loro afrancesamiento è intenso e si manifesta in molteplici forme. L'attività quotidiana si svolge tra gli affari mattutini, la passeggiata e le tertulias pomeridiane. Queste due abitudini, unite a quella dei corteggiamenti, attirano l'attenzione dei viaggiatori britannici. La passeggiata appare loro noiosa, anche se era talmente diffusa nella corte da dar vita ai primi «ingorghi» della storia. In alcuni giorni si potevano impiegare due ore per percorrere la passeggiata del Prado. Partecipano, invece, con piacere alle tertulias perché avevano l'opportunità di parlare in francese, intrattenere amene conversazioni e stabilire nuovi contatti, a volte con gente importante. Del rituale che le circonda li incuriosiscono tre aspetti: la quantità di gente che preferisce la sala da gioco alla sala delle conversazioni; l'acqua con l'azucarillo e i dolci offerti come rinfresco, e il corteggiamento, usanza che sembra ferire il loro puritanesimo. Descritto con insistenza, lo considerano frutto di una depravazione morale estranea a un paese così cattolico, tanto da profetizzare che il rilassamento dei costumi finirà per distruggere le famiglie. Anzi, maldisposti contro la Chiesa, alcuni viaggiatori inglesi, come Townsend, affermano che nelle città sedi di cattedrali, i canonici rappresentano i principali corteggiatori delle dame, a meno che non ci sia nello stesso luogo una guarnigione militare68.

A volte, i viaggiatori trascorrevano le ore pomeridiane o serali assistendo a spettacoli pubblici, soprattutto corride e teatro. In genere, però, non provavano il minimo entusiasmo, per cui una volta visto lo spettacolo non ritornavano più a vederlo. Sulle corride troviamo, nel migliore dei casi, delle descrizioni asettiche; la maggior parte rifiutava la «fiesta» per la sua crudeltà, in particolare quando si svolgeva con i cavalli che a quei tempi erano sprovvisti di protezione. Il teatro si basava, a loro avviso, su testi stranieri mal tradotti o su opere di intreccio amoroso senza grande interesse. Non amano neanche i sainetes. L'unica cosa che apprezzavano erano i balli tra un atto e l'altro. La conoscenza della lingua e delle radici culturali ha in questo caso un ruolo fondamentale. Se non si conoscono non si è in grado di apprezzare un'opera; così succede agli inglesi nei confronti della nostra arte drammatica, e altrettanto agli spagnoli nei confronti di quella straniera. Jardine ci racconta in merito un aneddoto significativo. Trovandosi a Cadice egli andò alla rappresentazione dell'opera The Gamester di Edward Moore, suo concittadino, e rimase colpito dal fatto che il pubblico ridesse durante le scene che lo emozionavano69.

Le radici culturali rivelano anche le diverse sensibilità artistiche manifestate sia dai viaggiatori inglesi in Spagna sia dagli spagnoli in Inghilterra. Se questi ultimi raramente trovano un'opera architettonica, una scultura o una pittura che renda giustizia alla loro fama, i primi si limitano a manifestare un certo apprezzamento nei confronti delle rovine classiche e dei monumenti musulmani; di fronte al gotico rimangono indifferenti; rabbrividiscono di fronte al barocco decorativo, così lontano dall'estetica britannica del Settecento. Non apprezzano neanche i nostri giardini, più simili al modello di Versailles che a quello aperto e «artificiosamente» naturale delle Isole. Comunque, è interessante notare che né gli uni né gli altri, nonostante i giudizi espressi, possono fare a meno di visitare i principali monumenti e le principali pinacoteche della nostra città.

Altro argomento che ci preme affrontare è quello della cultura. Molto si è insistito sulla distanza che esiste in merito tra i due paesi, in particolare per quanto riguarda il tipo di istruzione che si continua a impartire e lo sviluppo del pensiero e della scienza. Gli sforzi compiuti in altri Stati europei per migliorare l'istruzione dei cittadini, in particolare di chi appartiene alle classi alte, difficilmente trovano un riscontro in Spagna. La mancanza di scuole pubbliche, l'insegnamento gestito dagli ordini religiosi e il disinteresse dei nobili ad educare adeguatamente i propri figli sono gli argomenti cui i viaggiatori ricorrono per motivare il loro giudizio sullo stato del nostro sistema educativo.

D'altro canto, non sarà loro facile trovare traccia della rivoluzione scientifica e ideologica vissuta nel loro paese nel Seicento. A ragione possiamo affermare che, circa un secolo dopo, la «crisi della coscienza europea», di cui parlava Paul Hazard, a malapena era riuscita a penetrare nel nostro paese. Il peso della Chiesa e il timore dell'Inquisizione, tra gli altri fattori, manteneva le nostre università ancorate, nei metodi, nelle materie e nelle analisi, ad epoche precedenti e frenava i cambiamenti auspicati dal governo. Cambiamenti che peraltro non riscuotono il loro apprezzamento in quanto provenienti da poteri dispotici. Lo stato della scienza è considerato piuttosto carente e in proposito viene citato l'esempio della medicina, cui Townsend, in quanto medico, dedica ampio spazio. A suo parere, in questo campo non esisteva un paese più arretrato della Spagna, dove qualsiasi cura, per qualsiasi tipo di malattia, cominciava con un salasso. Solo dopo averne constatato l'inutilità, si ammetteva il ricorso ad altri metodi che, a suo parere, avrebbero dovuto usarsi prima. L'immagine che questa descrizione ci trasmette non può non ricordarci il Romance satirico che Quevedo dedicò alla classe medica e nel quale, con evidente esagerazione, fa dire a uno dei suoi membri che canta le proprie glorie di fronte alla sua futura sposa: «Quién os lo pintó cobarde / no lo conoce y mintió / que ha muerto más hombres vivos / que mató el Cid Campeador». Esagerazioni a parte, non c'è dubbio che non conveniva ammalarsi nel XVIII secolo. Da questa visione critica della nostra scienza si salva soltanto la botanica, alla quale viene riconosciuto un certo sviluppo. Non dimentichiamoci che la principale figura in questo campo, lo svedese Linneo, fu invitato a venire in Spagna durante il regno di Carlo III e non potendolo fare, mandò in sua vece un suo discepolo.

Per concludere, da quanto abbiamo esposto in questa veloce rassegna a proposito delle opinioni espresse sulla Spagna e sugli spagnoli dai viaggiatori inglesi arrivati nel XVIII secolo ci sembra che, come avviene per qualsiasi altro turista, ciò che essi raccontano è parte della realtà, ma non è tutta la realtà. Figli del loro tempo e del loro paese, non potranno evitare che la teorica imparzialità delle loro osservazioni risenta del peso delle idee acquisite e dei presupposti su cui si basa la loro cultura. Per questo, la lettura dei loro libri non solo ci fornisce dati sul paese da loro visitato, ma anche sul mondo da cui provengono e dal quale non possono evitare di essere condizionati.

Traduzione di Angiolina Zucconi

Note

1. L'importanza sociale che stava assumendo il viaggio nella società inglese del XVII secolo è dimostrata dal fatto che la stessa Royal Society nel 1666 pubblicò, le Directions for sea-men, bound for far voyage, sull'esempio di altre pubblicazioni non istituzionali. Tra queste la più antica è quella di William Davidson apparsa nel 1663 con il titolo Profitable instructions describing what special observations are to be taken by travellers in all nation. Il prologo contiene una minuziosa enumerazione di tutto ciò che un viaggiatore dovrebbe sapere sul paese da lui visitato. Tali raccomandazioni sono raccolte in A. C. Guerrero, Viajeros británicos en la España del siglo XVIII, Madrid, 1990, pp. 34-36.

2. F. Bacon, De los viajes, in Ensayos, Barcelona, 1980, pp. 65-67.

3. Cfr. F. Bacon, op. cit., p. 66.

4. Nella Guía para viajeros a países extranjeros, pubblicata da E. Leigh nel 1671, si afferma che il viaggiatore deve conoscere il latino, l'architettura, il disegno e la pittura, oltre ad essere informato sulle migliori mappe che dovrà portare sempre con sé. Tale lista verrà ampliata nel secolo successivo da L. Berchtold nel suo A essay to direct and extend the Inquiries of patriotic travellers; with other observation..., London, 1789.

5. Le città erano: Calais, Rheims, Besançon, Ginevra, Lione, Avignone, Nizza, Genova, Firenze, Roma, Napoli, Venezia, Milano, Torino, Parigi, Ostenda. Cfr. C. Freixa, Los ingleses y el arte de viajar. Una visión de las ciudades españolas en el siglo XVIII, Barcelona, 1933, pp. 12-13.

6. Cfr. B. Krauel Heredía, Viajeros británicos en Andalucía. De Christopher Hervey a Richard Ford (1760-1845 ), Málaga, 1986, p. 34.

7. J. Locke, Pensamientos sobre la educación, Madrid, 1986, p. 271.

8. Cfr. J. Locke, op. cit., p. 271.

9. Tucker, Instruction for travellers, London, 1757, cit. in A. C. Guerrero, op. cit., p. 42.

10. Cfr. J. Doval, prologo al Viaje de Italia di L. Fernández de Moratín, Barcelona, 1988, p. 12.

11. A. Ponz, Viaje fuera de España, Madrid, 1988, p. 175.

12. W. G. Summer, Folkways, Boston, 1906.

13. J. García Mercadal, Viajes de extranjeros por España y Portugal, Madrid, 1962.

14. Si veda, ad esempio, la guida pubblicata nel 1617 da Fynes Meryson.

15. J. Campbell è uno storico che nel 1744 pubblica una collezione di libri di viaggio, cit. in C. Freixa, op. cit., p. 23.

16. Cfr. P. Shaw Fairman, España vista por los ingleses del siglo XVII, Madrid, 1981.

17. Sulla visione inglese degli spagnoli nel XVII secolo cfr. The character of Spain or epitome of their virtues and vices, London, 1620; B. Heredía Krauel, op. cit., p. 40; R. García Cárcel, La leyenda negra, Madrid, 1992.

18. Cfr. J. Howell, Instruction for foreign travel, London, 1642. In questa stessa opera l'autore afferma che l'unica città sicura per un protestante è Madrid dove la presenza dell'ambasciatore mette al riparo da possibili persecuzioni. L'affermazione, credibile per i suoi contemporanei, è assolutamente falsa, esisteva infatti una numerosa colonia inglese a Siviglia che non aveva problemi né con la Chiesa né con il resto della popolazione cattolica.

19. Cit. in C. Freixa, op. cit., p. 24.

20. J. Townsend, A journey through Spain in the years 1786 and 1787; with particular attention to the agriculture, manufactures, commerce, population, taxes and revenue of that country and remarks in passing through a part of France, London, 1971 (3 voll.).

21. Mme d'Aulnoy era un'aristocratica francese della seconda metà del XVII secolo la cui condotta «desordenada» per i canoni dell'epoca la rese così celebre come la sua opera scritta. Nell'ultimo decennio del secolo pubblicò due narrazioni sul suo viaggio in Spagna diventate subito le più famose dell'epoca: Mémoires de la Cour d'Espagne, 1690 e Relation du voyage d'Espagne, 1691. Il successo che accompagnò l'uscita della prima fu tale che in tre anni ne uscirono sei ristampe. La settima apparve nel 1716; da allora la domanda subì probabilmente un forte calo perché la successiva ristampa uscirà solo nel 1876. Cfr. Mme d'Aulnoy, Relation du voyage d'Espagne (introduzione e note di R. Foulché-Delbosc), Paris, 1926, pp. 1-23.

22. U. Ap Rhys, An account of the most remarkable places in Spain, 1749.

23. R. Foulché-Delbosc, nella sua introduzione all'edizione della Relation... del 1926, sostiene che le Mémoires.... de Mme d'Aulnoy si basano sulle informazioni ricavate dall'opera dell'ambasciatore francese a Madrid, Pierre de Villars - Mémoires de la Cour d'Espagne de 1679 à 1681 -, dalla pubblicazione «Gazette», 1678-1681, e da altri lavori sull'arrivo e la partenza dalla Spagna del P. Nitard. Per quanto attiene alla Relation... le fonti sono molteplici: oltre alle precedenti, ci sono le opere di Coulon, Bertaut, Jouvin, Brunel, le lettere scritte dalla Marchesa de Villars a Mme de Coulange, Mme de Sévigne e persino personaggi ripresi dal «Marcos de Obregón».

24. Una delle prime relazioni dei viaggiatori inglesi venuti in Spagna fu scritta da R. Foulché-Delbosc alla fine del XIX secolo e pubblicata con il titolo Bibliographie des voyages en Espagne et au Portugal in «Revue Hispanique», n. 7-9, París, 1896. Tra i lavori più recenti citiamo due opere, ormai classiche, che raccolgono parte dei testi tradotti: J. García Mercadal, op. cit., tomo III: El siglo XVIII; I. Robertson, Los curiosos impertinentes. Viajeros ingleses por España desde la accesión de Carlos III hasta 1855, Madrid, 19882.

25. Baretti, A journey from London to Genoa, through England, Portugal, Spain and France (introduzione di I. Robertson), Fontwell, 1970, Letter I, p. 1.

26. F. Carter, A journey from Gibraltar to Malaga, with a view of that garrison and its environment, London, 1777, 2 voll.; R. Twiss, Travels through Portugal and Spain in 1772 and 1773, London, 1775, 2 voll.; W. Dalrympe, Travel through Spain and Portugal in 1774; with a short account of the Spanish expedition against Algiers in 1775, London, 1777; H. Swinburne, Travel trhough Spain in the years 1775 and 1776 in which several monuments of roman and moorish architecture are illustrated by accurate drawings taken on the spot, London, 1779; A. Jardine, Letters from Barbary, France, Spain, Portugal by an English Officer, London, 1808, 2 voll.

27. J. Townsend, op. cit.; A. Young, Travels during the years 1787, 1788 and 1789 to which is added the register of a Tour into Spain, Dublino, 1793, 2 voll.; W. Beckford, Un inglés en la España de Godoy (Cartas españolas), (a cura di J. Pardo), Madrid, 1966; R. Southey, Letters written during a journey in Spain and a short residence in Portugal, Bristol, 1797.

28. Per una rassegna biografica dei viaggiatori inglesi che arrivano in Spagna nel XVIII secolo, cfr. A. C. Guerrero, op. cit., pp. 55-91.

29. R. Twiss, op. cit., prefazione.

30. H. Swinburne, op. cit., p. IV.

31. Cfr. E. Clarke, Introduzione in Letters concerning the Spanish nation: written at Madrid during the years 1760 and 1761, London, 1763. Gli stessi concetti sono espressi da Baretti nella prefazione al suo libro.

32. A. Jardine, op. cit., Letter VII, p. 62.

33. Tra le località il cui nome appare trascritto in modo errato nelle opere dei viaggiatori inglesi possiamo citare come esempio: Chiridel, per Chirivel; Puerto Lapiche, per Puerto Lápice; Vegel, per Vejer; Fontarabia, per Fuenterrabía; Carinena, per Cariñena; Logrono, per Logroño, ecc.

34. Townsend fa riferimento per la prima volta ai suoi problemi con la lingua quando descrive il suo trasferimento da Barcellona a Madrid. Cfr. J. Townsend, op. cit., vol. I, pp. 187 e 255.

35. Cfr. E. Clarke, op. cit., Letter I, p. 1.

36. Cfr. H. Swinburne, op. cit., Letter XXIV, p. 191.

37. Cfr. M. Pemán Medina, El viaje europeo del Marqués de Ureña (1787-1788), 1922, p. 315.

38. C. Martín Gaite, Usos amorosos del dieciocho español, Madrid, 1972.

39. J. Townsend, op. cit., vol. II, p. 142.

40. Cfr. E. Clarke, op. cit., prefazione, pp. VI-VII.

41. Cfr. R. Southey, op. cit.

42. Cfr. A. Jardine, op. cit., vol. I, pp. 188-189.

43. L. Fernández de Moratín, Viaje a Italia (prologo di J. Doval), Barcelona, 1988, e Apuntaciones sueltas de Inglaterra, Barcelona, 1984.

44. A. Ponz, op. cit.

45. L'entrata degli inglesi in Spagna dal porto di La Coruña è così tradizionale che il nome della città ha assunto la forma anglofona di «La Corana».

46. Cfr. J. Townsend, op. cit., vol. II, p. 52.

47. Cfr. W. Dalrympe, op. cit., p. 2.

48. Ivi, pp. 7-8.

49. Cfr. J. Townsend, op. cit., vol. II, pp. 107-108.

50. La «olla» era il piatto più comune tra gli spagnoli dell'epoca. Era un misto di ceci, patate, salcicce, lardo e carne di manzo o d'agnello. In alcuni casi vi si aggiungeva carne di gallina o di vitellone.

51. In merito, cfr. A. C. Guerrero, op. cit., pp. 135-339.

52. Cfr. J. Baretti, op. cit., Lettera LXXIII, p. 246.

53. Cfr. J. Townsend, op. cit., vol. II, pp. 25-26.

54. Ivi, pp. 26-30.

55. Cfr. E. Clarke, op. cit., Letter XV, p. 283.

56. Cfr. J. Townsend, op. cit., pp. 304-308 e vol. III, pp. 264-267 rispettivamente.

57. Ivi, vol. II, pp. 367-368.

58. Ivi, vol. II, pp. 400-401.

59. Cfr. H. Swinburne, op. cit., p. 209.

60. Cfr. A. Ponz, op. cit., pp. 203 e 275. Il nostro autore in una occasione dirà: «ojalá se hubiera hecho lo mismo en Madrid». Per un'analisi più dettagliata sulla visione delle città spagnole nella letteratura di viaggio inglese, cfr. C. Freixa, op. cit., pp. 77-144.

61. Cfr. W. Dalrympe, op. cit., Letter V, pp. 44-45.

62. Cfr. J. Townsend, op. cit., vol. I, pp. 232-233.

63. Cfr. A. Ponz, op. cit., p. 220.

64. Cfr. H. Swinburne, op. cit., Letter XLII, p. 370.

65. Cfr. A. Jardine, op. cit., Letter X, p. 91.

66. Cfr. J. Townsend, op. cit., vol. III, pp. 27-28.

67. Cfr. H. Swinburne, op. cit., Letter XLII, pp. 368-369.

68. Cfr. J. Townsend, op. cit., vol. II, p. 150.

69. Cfr. A. Jardine, op. cit., Letter XVII, p. 159.