Aspettando la rivoluzione. La democrazia italiana e
la fine della monarchia isabelina

di Giuseppe Monsagrati

La sera del 12 maggio 1875, a Roma, nei locali della «Società progressista», la stampa romana e i circoli della Sinistra liberale celebraronocon un banchetto, per iniziativa di Pasquale Stanislao Mancini, la presenza in città di Emilio Castelar. Lo spagnolo godeva allora di grande prestigio e simpatia per la profondità della sua cultura classica e per la fama di oratore che lo accompagnava da tempo riconoscendogli il potere di tenere inchiodato l'uditorio con la sola suggestione del suo eloquio, magicamente sospeso tra realtà ed utopia, tra analisi del quotidiano ed evocazione visionaria del futuro. A ciò si aggiunga la considerazione in cui era tenuto per le sue idee politiche, lui che non aveva mai nascosto «su cariño por este país [l'Italia] y su respeto y admiración por la unidad nacional de Italia»1.

Come uomo di stato, non si può dire che Castelar fosse reduce da esperienze molto fortunate visto che proprio con lui aveva avuto fine in Spagna la breve parentesi repubblicana ed era cominciata la Restaurazione; in compenso nella Sinistra italiana era sempre più forte la sensazione di avere acquistato ulteriore credibilità come potenziale forza di governo, e anche questo teneva alto il tono della serata predisponendo gli animi ad andare oltre la mera circostanza celebrativa per tentare di attestarsi su quel terreno in cui la politica cessa di essere lotta per il potere e diventa scienza per reggere le sorti di un paese.

Non a caso i capi della Sinistra c'erano praticamente tutti, a cominciare da Agostino Depretis, natura solida e terragna di piemontese d'oltre Ticino2, che il problema del ricambio del ceto di governo se lo era posto da tempo: fu appunto lui ad aprire la serie degli omaggi al repubblicano spagnolo con un discorso in cui, tra i tanti riferimenti obbligati alle vicende ed ai personaggi che nei secoli passati e in vari campi avevano legato l'Italia alla Spagna, spiccava l'auspicio di una prossima unione organica tra le due nazioni latine. Il disegno di una lega da lui così abbozzato rispondeva nella sua limitatezza territoriale più alle ambizioni dinastiche della casa regnante italiana che al vecchio progetto mazziniano dell'Europa delle patrie, che Depretis aveva conosciuto in gioventù nel corso di una infatuazione estremistica violenta quanto effimera3. Custodito nell'altra anima della Sinistra italiana, quella ancora votata all'opposizione, l'ideale della fratellanza dei popoli echeggiò tuttavia nei saluti rivolti a Castelar da Giorgio Asproni, Agostino Bertani e Nicola Fabrizi. Ma fu con Giuseppe Ferrari che la manifestazione imboccò l'impervio sentiero della ricostruzione storica in chiave laica e razionalista, una chiave che forse mal si conciliava con l'idealismo di Castelar ma che comunque risultò molto felice nell'elogio appassionato che il filosofo fece della nazione spagnola e del suo contributo allo sviluppo della civiltà occidentale. Ferrari, ricorderà più tardi Castelar, «parlò in modo meraviglioso della nostra storia, della sapienza dei nostri Andalusi, della nascita del nostro idioma, delle opere scientifiche che davamo al mondo nel secolo decimoterzo, dello smalto orientale che diamo alla poesia moderna, della libertà dei municipi castigliani e del senso popolare del nostro diritto forense [...] e, finalmente, di tutte le virtù e di tutte le glorie di questa Spagna, a cui l'umanità deve la rivelazione e la conoscenza del nostro bellissimo pianeta»4.

Tra le esagerazioni di circostanza e l'involucro di retorica che sempre le avvolge, la cifra concettuale del filosofo milanese era comunque facilmente riconoscibile nella sua visione di uno svolgimento storico che collegava l'idea di progresso civile alla funzione dei liberi comuni e sottolineava il «senso popolare» dell'incivilimento giuridico. Erano le categorie con cui Ferrari, sulla scia di Romagnosi e Cattaneo, si misurava da più di quarant'anni ed a cui era rimasto fedele pur negli sbandamenti meccanicistici (la teoria del numero) dell'età senile5. Riproposta di fronte a Castelar, la sua interpretazione della storia applicata al contesto spagnolo tendeva a valorizzare gli approdi del presente collocandoli nel solco di una tradizione vecchia di secoli, la tradizione delle libertà municipali (e in questo senso, evidentemente, anche per lui Spagna e Italia erano legate da un destino e da un passato comuni). C'era qui per Ferrari la conferma che federalismo e forma repubblicana dello stato potessero pienamente convivere senza che dalla loro combinazione scaturissero quegli effetti regressivi che gli avversari dell'uno e dell'altra avevano sempre presentato come un efficacissimo deterrente. La Spagna post-isabelina vi aveva costruito sopra la sua moderna democrazia. Perché non era possibile che ciò si verificasse anche altrove? Insomma ancora una volta per Ferrari l'attualità occasionava la riflessione storica, e questa a sua volta forniva la base di un programma politico contingente e, in relazione all'Italia, il presupposto per il compimento di una rivoluzione che ponesse in primo piano la libertà degli individui e non la loro sottomissione ad un organismo statale accentrato, come invece era accaduto con la rivoluzione nazionale.

Era, tuttavia, palese il carattere più ideale che pratico dell'ampio quadro disegnato da Ferrari. Chi volle riportare il tono generale della serata su un piano di maggiore concretezza ed attualità fu Francesco Crispi che, anche lui fedele a se stesso6, trasse dalle ultime vicende della Spagna l'occasione per cogliere il legame che più gli stava a cuore perché costituiva, e ancora avrebbe costituito in seguito - ma in maniera sempre più ridotta - l'ossatura del suo agire di politico: il legame, cioè, tra il momento della rottura violenta degli equilibri e il rinnovamento delle istituzioni. Perciò egli fu quella sera il solo ad evocare il 1868 e «lo stato di marasma in cui era caduta l'Europa»7, la crisi irreversibile della monarchia spagnola e, conseguentemente, il peso che aveva avuto la rivoluzione di settembre nel determinare la caduta dei Borboni (tutt'altro che definitiva, come si sarebbe capito molto presto). Certo Crispi era particolarmente legittimato dal proprio passato di nemico implacabile dei Borboni di Napoli a percepire e forse a dilatare il significato della Gloriosa, fin quasi a farla derivare da quegli eventi del 1860 nel meridione d'Italia in cui aveva avuto tanta parte; ma nel tono appassionato con cui, rivolgendosi a Castelar, rivendicò i meriti della rivoluzione spagnola («seminò tante idee nelle coscienze, che fin gli animi più deboli si mossero alla speranza, e fino i popoli più oppressi pensarono alla loro risurrezione»)8, la trasfigurazione che egli operava del passato andava oltre il lecito perché sgorgava dall'animo di un uomo approdato ormai da tempo alle sponde legalitarie e dunque assai attento a subordinare gli interessi della Sinistra alla difesa delle istituzioni, senza peraltro curarsi molto che le istituzioni fossero realmente rappresentative di quegli interessi.

Castelar forse non fu in grado di distinguere la nota falsa che risuonò nelle parole di Crispi quando questi esaltò l'ordine scaturito in Europa dagli avvenimenti del 1870 come il più provvidenziale tra quelli possibili; ma forse qualcuno tra i capi della Sinistra italiana presenti richiamò alla memoria i silenzi con cui il deputato siciliano aveva osservato la rivoluzione del 1868 e la freddezza travestita di sapiente realismo con cui il suo giornale, «La Riforma», la aveva commentata. Certo è che il sardo Asproni, uomo alieno dai facili ottimismi e severissimo, nella sua coerenza di repubblicano, verso ogni tipo di abiura, annotò quella sera sul suo Diario che «Crispi fu il più infelice di tutti»9. Dal suo punto di vista Asproni aveva ragione, anche se non era facile celebrare i trionfi della rivoluzione repubblicana di fronte a chi, come Castelar, era appena reduce da una clamorosa sconfitta10; e tuttavia non si può non riconoscere a Crispi almeno la lucidità della sua ricostruzione, in particolare là dove essa prendeva le mosse dalla situazione di generale instabilità dell'Europa continentale a metà 1868. Se ne deve tener conto quando si voglia decifrare la varietà degli atteggiamenti e degli stati d'animo con cui la Sinistra italiana nelle sue molteplici sfumature subì l'impatto delle prime, confuse notizie sul pronunciamento militare di Cadice del 18 settembre.

Era, almeno per l'Italia, una instabilità in cui gli aspetti di politica interna, conseguenti ad una crisi finanziaria di dimensioni paurose, si intrecciavano con le incertezze di una politica estera completamente dipendente dall'andamento delle relazioni franco-prussiane. «Dovunque tu volga lo sguardo, vedi in Europa un terreno smosso tuttora, o senti che il tremuoto vi mormora sotto», aveva osservato Ruggero Bonghi in un articolo che recava in calce la data del 31 luglio11. All'interno, come dicevamo, le cose non andavano meglio. Il generale Menabrea, presidente del Consiglio dal 1867, dopo le dimissioni del dicembre aveva formato un secondo governo che si era qualificato per la fermezza con cui aveva portato avanti (e infine fatto approvare) un programma di politica fiscale in cui, malgrado una certa articolazione del prelievo e l'istituzione di tributi «destinati a gravare soprattutto sui ceti abbienti»12, il provvedimento di maggiore spicco e di più sicura impopolarità era stato rappresentato dalla tassa sul macinato. Come il paese avesse accolto la drastica cura da cavallo impostagli da Menabrea lo avrebbe raccontato efficacemente, tra i tanti, il repubblicano Aurelio Saffi:

I nuovi balzelli suscitavano mali umori e resistenze gravi: le piaghe della miseria incrudivano nelle città e nelle campagne, segnatamente dove più languivano le industrie manifatturiere e i traffici, e dove il lavoro agrario non era condotto a mezzadria ma per mano di proletari meschinamente retribuiti dell'opera loro con precarie mercedi. Miserissime quindi le condizioni delle campagne Venete, della maggior parte delle meridionali, e di quelle della Sicilia e della Sardegna; donde la frequenza dei tumulti agrari, dei tafferugli cogli esattori e delle repressioni cruente. E, salendo dalle perturbazioni che movevano dal malessere materiale a quelle di che erano cagione i sentimenti nazionali offesi, le dimostranze del pubblico malcontento ivano pigliando carattere sempre più ostile, non solo alla politica del Governo, ma al principio stesso che reggeva lo Stato. E il grido sollevato dagli Spagnuoli insorti - in mezzo al disfarsi di una Monarchia resa ancella di raggiri d'alcova - di Sovranità Nazionale, di Costituente e di Repubblica, si ripercuoteva con eco simpatica, per parentela di razza e storica rispondenza di sorti, nelle popolari dimostrazioni delle cento città d'Italia, e ricevea quotidiano commento dalla libera parola dei Giornali repubblicani; che, sequestrati con assiduo zelo dal Fisco, erano le più delle volte assolti dai Giurati13.

Nei fatti, il racconto di Saffi conteneva molte verità e una importante omissione. Era veritiero, ad esempio, il quadro da lui tracciato della situazione sociale delle campagne italiane, al nord come al sud, ed era fondato l'implicito giudizio sulle responsabilità di un Governo pensoso solo del risanamento del deficit; altrettanto fedeli erano le notazioni, in questa sede molto interessanti, sull'eco immediata che il pronunciamento di Cadice aveva avuto in Italia e sulle manifestazioni che in varie città avevano accompagnato il primo diffondersi delle notizie. L'omissione stava invece nel non far seguire alla menzione delle dimostrazioni popolari una analisi attenta delle condizioni della Sinistra e delle sue divisioni, causa non ultima della solidità del tanto esecrato governo Menabrea14. Se Saffi avesse voluto approfondire l'argomento, avrebbe dovuto parlare di una democrazia più che mai spaccata in vari tronconi e solo in parte propensa a prendere dagli avvenimenti spagnoli lo spunto per mettere seriamente in discussione gli assetti interni del paese. A guardar bene, non era nemmeno tanto questione di volontà, quanto di gracilità organizzativa, di scollamento rispetto alle masse, di immaturità, di incapacità di rispondere alle aspettative generali con programmi dai forti contenuti sociali. Il 1867, con la bruciante sconfitta di Mentana e con la ripresa su toni sempre più conflittuali della annosa polemica tra mazziniani e garibaldini15, oltre a riportare i francesi in Italia aveva lasciato tracce profonde in uno schieramento contrassegnato sin dalla sua formazione dall'urto delle personalità e dai dissensi circa le modalità con cui collocarsi nelle istituzioni rappresentative dello Stato monarchico. Ci sarebbe voluto del tempo perché le scorie del passato si decantassero (e non era affatto detto che ciò dovesse avvenire), Garibaldi leccasse le sue ferite nella solitudine di Caprera, Mazzini costruisse la trama nazionale e internazionale dell'Alleanza Repubblicana Universale (ARU)16 per non farsi trovare impreparato dal prevedibile scoppio del conflitto tra la Francia di Napoleone III e la Prussia di Bismarck, e Cattaneo e Ferrari trovassero un uditorio maggiormente ben disposto verso la predicazione - del resto sempre più flebile - delle loro tesi federaliste. Ci sarebbe voluto più tempo, e invece la rivoluzione spagnola, imprimendo una forte accelerazione al processo di destabilizzazione dell'equilibrio europeo, ebbe innanzitutto l'effetto di catalizzare non l'avvicinamento delle forze della Sinistra (come l'accenno di Saffi alle agitazioni popolari potrebbe far credere) ma la loro definitiva disgregazione. Non è un caso che lo spezzone della Sinistra italiana potenzialmente più preparato a confrontarsi con il futuro - il che non vuol dire necessariamente il migliore -, e cioè lo spezzone anarco-socialista, fosse anche il solo ad avvertire l'esigenza di prendere con la Spagna, attraverso l'invio di un proprio rappresentante17, un contatto più diretto di quello che potevano garantire la corrispondenza, gli appelli, gli indirizzi, i proclami e gli articoli di giornale.

Che il modello spagnolo potesse trovare imitatori in Italia, in un momento di oggettiva difficoltà sociale reso più grave dal disorientamento del dopo Mentana e dal conseguente allentamento del vincolo di alleanza con Napoleone III, lo si intuisce dall'allarme con cui da parte di molti esponenti della Destra storica si guardò alla rivoluzione spagnola e alla sua prima, più vistosa conseguenza: la caduta della monarchia borbonica. Basta leggere le considerazioni del prefetto Tegas a Giovanni Lanza sul risveglio del «partito rosso»18 o i dispacci scambiati tra Menabrea e i suoi ambasciatori a Madrid e a Berna19 (osservatorio privilegiato, quest'ultima capitale, per lo studio dei movimenti dei mazziniani) per farsi un'idea dello stato di fibrillazione in cui era entrata d'improvviso la politica italiana, stando almeno al giudizio degli uomini della Destra anche a prescindere dalla loro presenza nell'esecutivo. Fatte le debite proporzioni, era stata un'anticipazione della grande paura che si sarebbe diffusa, due anni dopo, con l'avvento della repubblica in Francia20. Così Lanza, in quel momento all'opposizione, prestava subito la propria voce ai timori di sovvertimento largamente diffusi nel suo partito e in modo caratteristico indirizzava il proprio lealismo non verso la figura del re o verso gli altri membri della dinastia ma verso l'istituto monarchico in quanto tale, augurandosi che il destino dei Borboni di Spagna servisse da monito per tutti: «La Spagna ha fatto la sua rivoluzione per bene», confidava allora ad un amico, per poi arrivare ad una conclusione («... questa rivoluzione dà una severa lezione ai Principi che usano convertire la reggia in un postribolo. Facciamo voti che sia capito da tutti»)21 in cui il moralismo faceva completamente velo ad una analisi politica più acuta. Quello dei comportamenti privati della regina Isabella e delle sue sregolatezze sentimentali era il tasto su cui la gran parte dei commentatori, a destra come a sinistra, aveva preso a battere con furia sin dall'inizio, per trovare una prima, facile e tutto sommato comoda spiegazione dell'accaduto: Lanza, prossimo capo del Governo ma personaggio di un certo grigiore intellettuale, era stato tra i più pronti ad avvalersi di questa chiave di lettura. Ben più accorto di lui, ma in fondo anche più ambiguo, Quintino Sella, suo futuro compagno di cordata, coglieva l'occasione per rivolgersi agli operai di Biella con un discorso di cui, riferendone ai colleghi di partito, si sarebbe immediatamente preoccupato di evidenziare un passaggio di apprezzamento per i meriti storici della dinastia sabauda22. Come invece avrebbe fatto notare un giornale della Sinistra repubblicana dandone un giudizio assai positivo, centrale era risultata nelle parole di Sella, più che l'apologia di Vittorio Emanuele II e del suo casato, la presa di posizione a favore della liberazione di Roma e dell'abolizione degli eserciti permanenti, mentre il suo «brindisi al re galantuomo» aveva avuto tutta l'aria d'essere una «conclusione obbligata per un ex-ministro aspirante a ridiventarlo»23.

In effetti il problema di Roma era apparso il primo aspetto della politica interna italiana sul quale le novità provenienti dalla Spagna avrebbero avuto un riverbero immediato. Era dagli ultimi mesi del 1867 che si faceva un gran parlare di un progetto di Napoleone III per l'invio di truppe spagnole a Roma24, in sostituzione o ad integrazione di quelle francesi, di cui era prevedibile l'impiego nella guerra contro la Prussia data da tutti per imminente. Alla diplomazia ed al Governo italiani questi passi, sollecitati soprattutto da Madrid, erano sembrati molto velleitari; ma era rimasta, comunque, la consapevolezza della «devozione illimitata»25 di Isabella per Pio IX, a conferma di un vincolo di familiarità con il papato26 che aveva avuto già alcuni momenti significativi nel 1849 (quando Pio IX si era rifugiato a Gaeta ospite di Ferdinando II di Borbone, e la Spagna era entrata nella coalizione formatasi per riportarlo sul trono)27 e nel 1861, quando i Borboni di Napoli avevano trovato accoglienza a Roma installandovi la base delle loro attività legittimistiche cui Madrid, con il suo protratto rifiuto di riconoscere il regno d'Italia, aveva dato un sostegno non solo morale28.

Ebbene, tra gli uomini della Destra l'unico a tenere in considerazione questa realtà che evidentemente anteponeva alle cure per le sorti della monarchia sabauda il consolidamento dell'unità del paese ed il suo definitivo affrancamento da ogni ingerenza esterna era stato Bettino Ricasoli. Alla sua risaputa indipendenza di giudizio e alla sua idea di una rivoluzione italiana che non sarebbe mai stata tale se non fosse stata anche religiosa29, la notizia della caduta di Isabella fece l'impressione della svolta lungamente attesa:

A qualunque eccesso vada incontro la Spagna non ci dobbiamo fermare: potremo dolerci che la concordia, il senno, la moderazione non sieno più prevalenti; ma il salto è fatto, e resterà indistruttibile con tutte le sue conseguenze. Ricordiamoci che questi avvenimenti debbono essere riguardati con l'occhi acuto della mente e del cuore, fuori di noi, spingendoci nel giro indefinibile dell'umanità progrediente: non è col corto metro dei bisogni e dei desideri, e direi della sensibilità passionata dell'individuo nostro, che possiamo misurare i passi dell'umanità, ma sì immedesimandoci con l'umanità, e facendo sparire quel benedetto io, autore del pari di virtù e di vizi. La Spagna non tornerà più qual'era. Questa è verità assicurata. La Curia romana dovrà subirne le conseguenze, le quali saranno più o meno lente, ma saranno [...]30.

Quando Ricasoli scriveva queste parole non era ancora trascorso un mese dalla fuga della regina. Nella Destra la fine dei Borboni di Spagna, dopo aver suscitato qualche apprensione di stampo conservatore, aveva acceso un fortissimo interesse sul problema della successione e sulla possibilità di candidare un Savoia al trono di Madrid. Ricasoli non avvertiva affatto questa esigenza. Ma nella Sinistra, in quella parte di essa che aveva già assaporato il gusto del potere, il pensiero di una espansione mediterranea di casa Savoia non era per niente secondario, ed aveva il senso inequivocabile del rinnovamento apparente e della sostanziale difesa dell'ordine sociale.

Accennavamo poc'anzi alle molte divisioni della Sinistra italiana e all'esistenza, nel suo seno, di contrapposte tendenze determinate da difformità d'orientamenti ideologici che erano sensibili soprattutto sul tema del rapporto con le istituzioni. Da quella frazione del partito che aveva ormai compiuto una scelta decisamente moderata e che, essendosi dissociata dalla pratica cospirativa sia pure in versione garibaldina, aveva vissuto con molto imbarazzo le recrudescenze insurrezionali dell'anno prima, le novità spagnole furono accolte con soddisfazione ma anche con cautela: soddisfazione perché si tornava a vedere all'opera le forze della libertà nella loro incessante lotta contro l'oppressione sia civile che religiosa; soddisfazione anche perché si coglieva un rapporto di filiazione tra il moto di progresso aperto dal Risorgimento e la crisi della monarchia isabelina, e quindi si vedeva confermata quella caratteristica di «lievito rivoluzionario d'Europa» - per usare una bella espressione di Chabod - che aveva fatto dell'Italia la protagonista dello scontro epocale con il fronte delle Potenze conservatrici. «Il primo programma dovrebbe essere la cacciata dei Borboni. Ciò implica la instaurazione della libertà», osservava a caldo «Il Diritto»31, organo del cosiddetto Terzo Partito di Antonio Mordini, dell'uomo, cioè, che si era messo alle spalle un passato di mazziniano e di garibaldino per confluire nella maggioranza su cui si reggeva il governo Menabrea e portare avanti un programma di riforme finanziarie la cui portata aveva avuto pochi mesi prima una significativa esemplificazione nella decisione dello stesso Mordini di opporsi alla proposta di sospensiva della discussione sul progetto di legge istitutivo del macinato32.

«Il Diritto», dunque, si preoccupava subito di anestetizzare il potenziale contagio spagnolo auspicando un rapido inalveamento della situazione nella «normalità» di una corretta applicazione di un meccanismo costituzionale già collaudato in Italia, quello del plebiscito, come sanzione popolare della fine dei Borboni e come prima, fondamentale definizione del sistema di relazioni tra cittadini e istituzioni. D'obbligo quindi il richiamo al tracciato seguito a suo tempo dalla rivoluzione italiana: «Per noi italiani una Spagna libera è una sorella acquistata, una forza novella venuta in questa famiglia bisognosa dei latini», asseriva il giornale della democrazia moderata33, risoluto a restare fermo nell'abusato schema antitirannico. Andare oltre avrebbe potuto spingere il lettore verso pericolosi parallelismi, con il rischio, in una situazione interna bloccata sul problema di Roma, di ridar fiato alla tecnica delle spedizioni e delle insurrezioni che sembrava definitivamente accantonata dopo il fiasco di Mentana. Condizionato dalla propria scelta di fiancheggiare il governo, «Il Diritto» si limitava a pubblicare i documenti ufficiali delle forze che erano state in prima linea nell'azione rivoluzionaria34 e a riprendere le notizie più importanti dai giornali stranieri, soprattutto da quelli francesi, aspettando fino al 16 ottobre per fare un po' di chiarezza sulla propria linea editoriale; e l'indicazione allora offerta dal foglio fiorentino al Governo ed ai partiti era quella di collegarsi più strettamente al nuovo ceto dirigente spagnolo per indurre Parigi a trattare e dunque a tener conto delle legittime aspettative italiane nella soluzione della Questione romana, in cambio, sembra evidente, di un sostegno italo-spagnolo nell'eventualità per nulla remota di una guerra con la Prussia. Sarà stato un caso, ma era la stessa ipotesi cui stava lavorando Vittorio Emanuele II in persona35.

Era questa la risposta a quanti a sinistra, impazienti di tornare al metodo insurrezionale, parlavano di riorganizzazione delle bande e invocavano i preparativi per l'ennesima impresa garibaldina. Ma dove «Il Diritto» svelava finalmente i propri obiettivi era nella parte conclusiva dell'editoriale del 16 ottobre: senza eccessivi infingimenti vi si affacciava la prospettiva di un impegno più diretto dell'Italia negli affari spagnoli: «Udimmo parlare di una missione da mandarsi a Madrid. Sarebbe desiderabile cosa, se fatta a tempo, e se inizio di altre misure. Noi abbiamo in Italia molti ed egregi uomini che nella Spagna ebbero onori e lasciarono nome degno; ve n'ha anzi di tali che ivi acquistarono una bella fama la quale poi, nelle guerre patrie, fu aumentata. Si scelga di questi il migliore, il più accetto ed il più adatto, e vada, nunzio d'alleanza e dell'alta stima in cui l'Italia tiene i destini del popolo spagnolo»36. Non erano parole neutre, queste de «Il Diritto», né adombravano solo un appello alla fratellanza dei popoli: nel delineare le caratteristiche del personaggio da inviare a Madrid si era in pratica fornito l'identikit del generale Enrico Cialdini; e Cialdini, per gli stretti legami che anche dopo le disavventure del 1866-'67 lo univano a Vittorio Emanuele II37, sarebbe potuto andare a Madrid solo per lavorare a favore di una politica dinastica: in altre parole, per rendere possibile, mediante la rete di relazioni e conoscenze da lui costruita durante il lungo esilio spagnolo, l'avvento di un Savoia sul trono di Spagna. Al segmento della Sinistra che aveva ne «Il Diritto» la tribuna delle proprie idee e delle proprie attività un risultato del genere non sarebbe affatto dispiaciuto: per raggiungerlo bisognava però che i rapporti di forza tra i partiti spagnoli si stabilizzassero in un equilibrio di prassi civile e democratica che secondo i redattori de «Il Diritto» avrebbe dovuto avere come unico sbocco quello delle elezioni. Si trattava solo apparentemente di una posizione di equidistanza e di neutralità: l'opzione repubblicana non aveva mai avuto dal foglio fiorentino (che un tempo non lontano era stato organo della Sinistra radical-riformista) altro conforto che quello della pubblicazione di qualche magniloquente perorazione a favore della libertà e di qualche indirizzo di sostegno alla lotta degli spagnoli diramato dalle organizzazioni operaie e democratiche italiane38; la speranza vera stava nell'uso dello strumento elettorale come mezzo di conservazione dell'istituto monarchico.

Non lontana nella sostanza dall'approccio de «Il Diritto» agli avvenimenti spagnoli, nello spirito «La Riforma», il quotidiano che era espressione fedele del pensiero di Francesco Crispi, aveva cercato di darsi un tono leggermente diverso facendosi banditrice di un realismo politico che voleva apparire molto più scaltrito rispetto alle presunte ingenuità della classe di governo e all'infruttuoso velleitarismo di un'Estrema tanto ricca di emotività patriottarda quanto povera di concretezza. Passavano così non in secondo ma in ultimo piano le idealità e i principi, e acquistava risalto solo la politica in quanto apportatrice di egemonia, in patria come all'estero: per citare ancora Chabod, «dal sogno dell'Europa dell'avvenire si ritornava nella più angusta e concreta Europa dell'oggi, con i suoi interessi di potenza, territorialmente, politicamente, economicamente ben percepibili, di una materialità immediata e corposa; dai princìpi si scendeva alla pratica. Era l'abbandono sostanziale del pensiero mazziniano: come dalla repubblica il Crispi era passato alla monarchia, così passava dal programma europeo di Mazzini alla valutazione, consueta a politici e diplomatici, dei 'necessari' contrasti di interessi fra stati vicini...»39.

Leggendo «La Riforma» dell'autunno del 1868 si ha un esempio palmare di cosa fosse la «pratica» dal punto di vista di Crispi al cospetto della fase storica aperta dalla rivoluzione spagnola: l'atteggiamento degli anonimi commentatori del giornale (principale tra i quali era il direttore Antonio Oliva) era quello di escludere a priori ogni sentimentalismo, ogni esaltazione, ogni dilettantismo passionale, e di porsi di fronte alla realtà come dei giocatori di professione ovvero come freddi analisti, attenti a considerare tutti i fattori e le forze in campo ma evitando di schierarsi. Per cui, nei primi articoli che il 22 e il 23 settembre prendevano in esame la crisi della monarchia spagnola, era evidente lo sforzo di collocarsi sul terreno ambizioso della geo-politica osservando la carta d'Europa e valutando tutte le possibili conseguenze che sugli equilibri delle Potenze avrebbe avuto l'eventuale caduta di Isabella di Borbone: «Tutto l'ordine politico dell'Europa si trova in attinenze più o meno strette con la Spagna», proclamava «La Riforma» del 26 settembre40 denunziando la chiara intenzione di guardare all'ultima rivoluzione iberica non con l'occhio sensibile ai valori di democrazia che in essa potevano giocarsi ma tenendo di mira la strategia globale e talvolta divertendosi a prefigurare gli scenari possibili per le diplomazie in una chiave di generale riassetto del quadro europeo. L'abbandono non casuale della bussola del principio di nazionalità e la convergenza su una real-politik ove fosse la forza a risultare decisiva erano rivelatori di un disegno crispino di ribaltamento degli equilibri continentali a danno della Francia: così, e non con le iniziative avventate di Garibaldi, si mandava in crisi l'egemonia di Napoleone III e si avviava a soluzione la Questione romana.

Tutte queste esercitazioni nel campo di una politica «alta», tutti i richiami a tenere in considerazione la strategia degli interessi strutturali delle Potenze e dunque a mettere definitivamente da parte le suggestioni risorgimentali, erano funzionali ad una linea di intervento diretto dell'Italia nell'area mediterranea approfittando dello spazio lasciato libero dalla fine dell'intesa franco-spagnola. Per due giorni di seguito, il 28 e il 29 settembre, «La Riforma» evidenziava la necessità dell'invio immediato di una nave da guerra nelle acque territoriali spagnole per la salvaguardia dei beni e delle vite degli italiani residenti in Spagna. La sollecitazione del foglio crispino sarebbe presto stata accolta dal Governo che avrebbe disposto la partenza di una fregata e di una corvetta «a fin de proteger nos nationaux»41; per Crispi come per Menabrea la mossa non era fine a se stessa ma era la spia dell'attenzione con cui si sorvegliavano gli sviluppi della situazione spagnola in funzione di una politica di potenza, o quanto meno di presenza, giudicata finalmente a portata di mano. Con una corrispondenza da Torino pubblicata con un certo risalto in prima e in seconda pagina, «La Riforma» faceva sapere il 6 ottobre che ai piemontesi non sarebbe dispiaciuta la realizzazione di una unione ispano-portoghese ora che sulla corona del Portogallo era stata «innestata una discendente della nostra casa di Savoia». Malgrado l'attribuzione dell'opinione ai piemontesi42, era chiaro che anche il foglio crispino giudicava con interesse l'eventualità di un'espansione dinastica e, con essa, l'attribuzione all'Italia di una sfera d'influenza nel Mediterraneo centro-occidentale di grande importanza strategica.

Indossando le vesti dello statista maturo, Crispi aveva allora definitivamente cancellato il proprio passato di cospiratore repubblicano? Non del tutto, stando almeno alla relativa frequenza con cui «La Riforma» ospitava le cronache di manifestazioni a sostegno della rivoluzione come quella tenutasi a Barcellona, nel corso della quale Ernesto Rossi, a nome della colonia italiana, aveva messo l'accento «sulla rigenerazione della Spagna e sulla fraternità dei due popoli»43, con ciò riprendendo il tema della comune filiazione dal ceppo liberale. Anche nel disincanto della scelta senza ritorno compiuta da Crispi nel 186444, certe corde continuavano a vibrare, e quindi poteva parere opportuno offrire al lettore il testo dell'appello rivolto agli spagnoli da Victor Hugo («Se la Spagna rinasce monarchica, è piccola. Se rinasce repubblica è grande. Scelga!»45, aveva concluso il romanziere francese con la lapidarietà che gli era consueta). Ma negli editoriali, là dove prendeva corpo la linea politica del giornale, il cuore de «La Riforma» batteva in un'altra direzione, visto che una settimana prima, nel contesto di un lungo commento che per i riferimenti alla liberazione della Sicilia nel 1860 non sarebbe forse azzardato attribuire allo stesso Crispi, era stata stigmatizzata «la vana e insignificante alternativa fra la monarchia e la repubblica»46. Era ora che i miti e gli ideali che avevano mosso alcune generazioni di italiani andassero in soffitta e che si imparasse a badare alla sostanza più che alla forma: «La parola repubblica non significa certo per se stesso l'ottimo dei governi, come la parola monarchia non basta a designare il grado di convenienza e di bontà di uno Stato: sono entrambi vacui vocaboli che non servono da se soli a designare le qualità essenziali di una costituzione politica»47. Come già ne «Il Diritto», come più tardi in altri fogli della democrazia, anche ne «La Riforma» risultava del tutto assente ogni serio tentativo di comprendere e far comprendere le cause profonde di ciò che si era verificato al di là dei Pirenei, secondo quella che dovrebbe essere la regola prima per chiunque abbia la pretesa di battere in politica la strada del realismo.

Considerata la forte caratterizzazione federalistica che presto avrebbe assunto il movimento repubblicano spagnolo, sarebbe stato forse lecito attendersi un collegamento, anche solo ideale, tra i protagonisti della rivoluzione di settembre e i teorici italiani del federalismo che non erano proprio gli ultimi venuti. Non ci risulta invece, tra le due esperienze, nessun rapporto di collaborazione o solo di comunicazione, neppure sul piano pratico; e la ragione di ciò può stare nel fatto che i repubblicani spagnoli, i Castelar, gli Orense, i Garrido, erano - o quanto meno erano stati - vicini a Mazzini48, di cui evidentemente non ritenevano di per sé condannabile l'unitarismo mentre ne apprezzavano molto l'europeismo e la dottrina sociale. Per anni se ne erano nutriti, trovando poi nel garibaldinismo la sintesi ideale del pensiero con l'azione. Il federalismo invece - giova ricordarlo - aveva avuto prima del 1868 in Spagna una presenza molto limitata, «circumscrita a los círculos liberales más exaltados»49; il suo decollo avvenne perciò nelle settimane successive alla rivoluzione e forse era da mettere in relazione con i progetti di Unione iberica cari ai repubblicani spagnoli, progetti che avrebbero riscosso più facilmente il consenso dei portoghesi se la nuova costituzione statale fosse stata organizzata su basi decentrate50. A quanto è dato sapere, i repubblicani spagnoli non conoscevano né Cattaneo né Ferrari né Alberto Mario, ma oscillavano tra una devozione assai sentita al mazzinianesimo (Garrido, Castelar) e una adesione alle teorie proudhoniane (Pi y Margall): l'una posizione peraltro non era totalmente antitetica all'altra, anche perché era loro noto che la teorica mazziniana dell'unità non era così chiusa da non prevedere ampie forme di decentramento e larghe libertà comunali, ossia quelle che anche per gli spagnoli sarebbero state le rivendicazioni programmatiche di maggior peso.

Si spiega così l'apparente paradosso per il quale quelli che sarebbero divenuti dopo la rivoluzione i sostenitori dell'assetto federale avevano avuto e continueranno ad avere contatti e scambi d'opinione con i più autorevoli rappresentanti dell'unitarismo italiano (stranezza che fa il paio con il rapporto d'amicizia e di reciproca collaborazione a distanza che legò un uomo vicino al federalismo, il sardo Giorgio Asproni, a quell'Eugenio García Ruiz che all'indomani della rivoluzione si sarebbe segnalato come uno dei pochi repubblicani unitari attivi in Spagna51). Ciò non vuol dire, tuttavia, che i federalisti italiani non seguissero con attenzione le vicende spagnole e non fossero suggestionati dalla spinta anticentralistica che la gran parte dei loro protagonisti aveva subito espresso. Per Ferrari, lo si è visto, la Spagna rilanciava con forza l'idea federale allacciandola ad una prospettiva di governo autenticamente democratico52. Quanto a Cattaneo, un Cattaneo stanco, vicino alla fine, penosamente confuso nelle sue ultime lettere ma sempre vigoroso nella prosecuzione d'una battaglia che l'aveva impegnato per tutta la vita, egli, ben lungi dal condividere l'entusiasmo di Ferrari, appariva frenato dal timore che dell'esempio spagnolo arrivasse in Italia non il messaggio federalista ma l'esaltazione combattentistica, destinata a sfociare prima o poi nella ripresa delle spedizioni armate e quindi in un rafforzamento e non in un superamento del metodo e dei gruppi che avevano dato al paese la sua unità53. Che si potesse approfittare del clima mutato per portare la questione dell'autonomismo in Parlamento, come suggeriva Ferrari54, era per Cattaneo del tutto illusorio, dal momento che gli equilibri tra le forze politiche erano quelli che erano, e l'idea federale avrebbe avuto qualche possibilità di affermarsi in Italia attraverso la via parlamentare solo se si fosse accreditata come una proposta «governativa, come è ora in Austria»55.

Per l'ennesima volta agli occhi di entrambi l'irrisolto problema di Roma, - «senza di cui - diceva Garibaldi - l'Italia non è Italia»56 - finiva per condizionare lo svolgimento della vita interna gonfiando le vele alle forze che, nel giudizio dei federalisti, avevano sempre anteposto alla libertà l'unità materiale della penisola. A Ferrari, che qualche anno dopo, non essendo stato rieletto, dirà che «il Parlamento è una commedia»57 e ironizzerà sulla «asineria coerente della Camera»58, sul finire del 1868 sembrava che lo strumento parlamentare fosse il solo disponibile per una politica capace di legare la soluzione del problema della capitale al rilancio del progetto federalista. Quanto era appena accaduto a Madrid riapriva la strada ad una ipotesi che la democrazia italiana, quando ne aveva avuto la possibilità, non aveva saputo tradurre in atto per correre dietro agli avventurosi colpi di mano di Garibaldi e all'ostinata propaganda repubblicana e unitaria di Mazzini: a quest'ultimo, alla sua sempre delusa attesa di dimissioni in massa dal Parlamento, Ferrari rispondeva con una sentita apologia della centralità delle Camere.

Come al solito però, nel partorire i suoi progetti politici, Ferrari prescindeva totalmente dai reali rapporti di forza e sopravvalutava il peso della pattuglia federalista nel Parlamento e il suo grado di compenetrazione con la parte pensante del paese; chi avesse voluto seguirlo, infatti, avrebbe dovuto tagliare i ponti con la democrazia risorgimentale e passare un colpo di spugna sul mito della rivoluzione, cosa non facile in un momento in cui al governo c'era la Destra, anzi quella Destra. Per uomini come Asproni e Bertani una scelta del genere, se pure sensata, non la si sarebbe mai potuta compiere a cuor leggero. C'erano infatti temi e situazioni su cui il Parlamento non poteva essere considerato totalmente rappresentativo; né si poteva lasciare alla sola iniziativa del Governo la responsabilità di far sentire la voce della nazione, soprattutto quando si trattava di attaccare le ingiustizie sociali o si toccava un nervo scoperto come quello della Questione romana e dei rapporti tra liberalismo e religione all'indomani del Sillabo.

Roma e il papato temporale erano una ferita ancora aperta. Il 24 novembre 1868, lo stesso giorno della riapertura dei lavori della Camera a Firenze, a Roma erano mandati a morte Monti e Tognetti, condannati dal vicario di Cristo per la parte avuta negli attentati che l'anno prima avrebbero dovuto favorire l'inizio dell'insurrezione romana e facilitare l'ingresso dei garibaldini nello Stato pontificio. Fu proprio Ferrari, il 25 novembre, a farsi interprete in Parlamento dello sdegno generale e a chiedere, con accenti stranamente vicini a quelli mazziniani, che Monti e Tognetti fossero proclamati «martiri della libertà italiana», soggiungendo che neanche la paura della scomunica avrebbe dovuto impedire ai deputati «di combattere per la nostra religione, per la libertà italiana, per la fede nell'umanità [...] E non solo noi crediamo alla nostra religione che scaccia Isabella di Borbone dal trono della Spagna e che innalza Grant alla presidenza degli Stati Uniti d'America; ma i due cittadini ora immolati a Roma saranno forse i due ultimi martiri nel gran moto che scuote il mondo!»59.

Da molti colleghi della Sinistra il discorso di Ferrari fu giudicato come un inutile sfoggio di retorica. In un clima di sovraeccitazione in cui perfino il capo dell'esecutivo prese la parola per condannare l'applicazione della pena di morte nella Città santa, non mancarono i deputati che come Bixio e De Boni invocarono l'adozione di una politica romana più risoluta. Perennemente afflitto dall'incapacità di incidere davvero sulla realtà adattando il proprio respiro a quello della nazione, il federalismo italiano perdeva di lì a poco il suo più illustre e più credibile rappresentante: stando ad un giornale di Milano, nel delirio di un'agonia confortata dalla presenza di Mazzini, Cattaneo aveva trovato un breve intervallo di lucidità per dire qualche parola anche sulla nuova Spagna60.

A metà l868 Mazzini aveva cominciato a risollevarsi dallo stato di prostrazione in cui lo aveva gettato all'inizio dell'anno la constatazione della vanità dei suoi sforzi per conseguire i soli scopi rimastigli: l'abbattimento della monarchia, l'instaurazione della repubblica e, con essa, la liberazione di Roma e del Trentino. Il piano da lui concepito all'atto della creazione dell'ARU appena conclusa la guerra del 1866 aveva preso slancio dallo sdegno generale per una sconfitta così disonorevole ma poi non era andato molto oltre: in pratica non aveva ricevuto i consensi sperati né aveva dato soluzione ai sempiterni problemi organizzativi del movimento mazziniano; aveva trovato una certa accoglienza al sud61 ma non era riuscito a mettere in contatto tra di loro le varie zone della penisola; era penetrato in qualche settore dell'esercito ma non era riuscito minimamente ad intaccare l'apparato burocratico-militare su cui si reggeva lo Stato monarchico. Nemmeno la struttura in qualche misura decentrata che Mazzini aveva voluto dare all'ARU62 per non incappare nelle solite accuse di verticismo era servita a trasmettere al paese l'esigenza di una strategia insurrezionale che non voleva, come quella garibaldina, limitarsi ad affermare il diritto della nazione ad avere anche con la forza la sua capitale, ma puntava molto più in alto, a risvegliare nel popolo il senso, la coscienza, la fede della missione da compiere adempiendo alla legge universale del progresso. Verso Roma bisognava «marciare nazionalmente»63.

Nel bilancio che soprattutto attraverso la corrispondenza privata Mazzini tracciava a più di un anno dalla fondazione dell'ARU le tonalità scure prevalevano dunque su quelle chiare. La possibilità di una iniziativa dell'Italia nel moto di risveglio dell'umanità appariva sempre più remota: «ho il tarlo nell'anima. Allo sfasciamento fisico s'aggiunge il morale», si sfogava il 21 marzo 1868 con Sara Nathan64. Il pensiero che la crisi europea si approssimasse e che, non essendo pronta la Sinistra rivoluzionaria italiana, si tornasse a guardare alla Francia, gli suscitava dentro un «sense of désanchantement which grows on me more and more»65. A poco serviva che, come già altre volte nei momenti di difficoltà, egli accettasse di prendere in considerazione l'ipotesi di un collegamento operativo, una specie di alleanza informale, con organizzazioni lontane dalla sua, quali la Massoneria e perfino la Carboneria romana66. La verità era che l'Italia non rispondeva perché era del tutto sorda ai suoi appelli: pur con il malcontento serpeggiante nel paese per le pesanti condizioni economico-sociali, restava il fatto che «le ragioni materiali hanno fatto sommosse, non mai Rivoluzioni»67. Episodi di spontaneismo non mancavano e sia pur con fatica la struttura cospirativa cresceva, ma, come faceva osservare Mazzini ad un'amica inglese, «from that to action there is an abyss»68.

Uno dei nodi da sciogliere era, come sempre dal 1848 in avanti, il rapporto con Garibaldi, definitivamente compromesso dai rancori sedimentatisi nell'animo del Nizzardo dopo Mentana, eppure ineludibile per l'ascendente che il suo nome continuava ad esercitare, specialmente nel sud, e per i finanziamenti che riusciva a calamitare. Pur di convincerlo ad aderire ai piani dell'ARU rinunziando ai tentativi improvvisati di mera conquista territoriale, Mazzini le tentò tutte: per aggirare la prevedibile opposizione del Generale lavorò ai fianchi i figli di lui, Menotti e Ricciotti, quest'ultimo soprattutto, che pareva più disposto ad ascoltare le sue ragioni; inoltre organizzò deputazioni di ufficiali garibaldini da mandare in pellegrinaggio a Caprera, come alla tenda di Achille; fece pressione sui parlamentari della Sinistra perché, dimettendosi, dessero il primo segnale di apertura dell'ostilità contro la monarchia; spinse vari organismi democratici a tempestare di appelli Garibaldi; infine il 5 luglio 1868 gli scrisse di persona sollecitandolo a riprendere l'antica fiducia nelle virtù del popolo venuta meno dopo il fallimento della sua ultima impresa. Gli chiedeva in termini quasi perentori di battersi per la repubblica e, per essere più persuasivo, gli presentava una situazione molto più rosea di quella da lui stesso descritta nelle lettere ad amici e collaboratori: «Ho lavoro abbastanza forte attraverso il paese: ho lavoro nell'esercito. Abbiamo la Sicilia pronta ad iniziare: avremmo il Napoletano se voi voleste. Da Ancona e Bologna seguirebbero il moto. E al Nord ho Genova e Milano»69.

A questa «specie di ultimatum»70 Garibaldi nemmeno rispose, limitandosi a far giungere a Mazzini la voce che giudicava «un'offesa l'ingiunzione d'intendermi con chicchessia»71. Lo avevano contrariato non gli eccessi di ottimismo del suo interlocutore ma l'azione insistente da lui esercitata sui suoi figli e il tono secco con cui gli si era rivolto, presumendo di guidare un movimento che non gli apparteneva. Veniva così fuori tutta la sua insofferenza verso un uomo di cui non riconosceva il primato, né sotto il profilo organizzativo-militare né sotto quello intellettuale. Ciò che Garibaldi lesse qualche mese dopo sul giornale mazziniano «L'Unità Italiana» di Milano all'interno di un articolo intitolato «Lettere sulla Spagna» in cui lo si definiva un sopravvissuto alle glorie del 1860, «un uomo zoppo, sfiduciato, esautorato»72, ne esacerbò ulteriormente l'animo al punto che il solo sentire il nome di Mazzini lo mandava su tutte le furie: fino a quella sorta di maledizione finale che gli indirizzò nel maggio del 1869 attraverso G. B. Cuneo, il suo primo biografo, compagno fidato nell'esilio sudamericano, che probabilmente aveva cercato di metter pace tra i due:

Sentite caro Cuneo - gli replicò stando al racconto di un testimone oculare -, voi conoscete i miei principii, le mie convinzioni, i miei fermi ed irremovibili propositi, ebbene vi giuro sulla memoria della mia Anita [...] che è assai [calcò assai queste parole] più facile che mi vediate inginocchiarmi davanti al prete di Roma, che dividere una delle idee di questo mestatore di idealismo. Se un'invasione, impossibile a dirsi, se un'invasione mazziniana avvenisse armata mano, io volerei a combatterlo dovessi esse certo di morire sul campo. Ritenete caro Cuneo che Mazzini costa più sangue all'Italia che non tutte le mie battaglie, compresa Mentana. Mazzini non è solo un matto, è un briccone ed un codardo73.

Nell'insieme, tra l'avversione ormai implacabile di Garibaldi e la limitata capacità di proselitismo dell'ARU, Mazzini a metà 1868 aveva ben poco di che essere soddisfatto. Eppure se aveva ripreso contatto con Garibaldi era proprio perché anche lui aveva avvertito che la situazione internazionale stava evolvendo verso una fluidità meno facilmente controllabile dalle Potenze. Magari non lo lusingava particolarmente l'ipotesi che l'iniziativa italiana passasse in secondo piano; però il diversificarsi delle opportunità a disposizione in previsione «di moto francese, di guerra o d'altro fatto singolare»74 apriva prospettive nuove per l'azione rivoluzionaria italiana. Gli scenari si dilatavano, e in questo panorama Mazzini includeva anche la possibilità che qualcosa accadesse in Spagna: lo aveva confidato sin dal 9 luglio a Federico Campanella, e la sua affermazione non era stata frutto di una fantasticheria: «Si lavora attivamente a un moto in Ispagna: se ha luogo, da qualunque parte venga, cadrà nelle mani nostre, e diventerà pochi giorni dopo repubblicano»75.

Era forse eccessivo prevedere di poter prendere il controllo di una sollevazione «da qualunque parte venga», ma non c'erano dubbi che Mazzini fosse sincero circa la preparazione del moto che sarebbe scoppiato il 19 settembre. Le informazioni in proposito gli venivano infatti direttamente da Castelar che il 20 giugno76, reduce da un viaggio in Italia, gli aveva fatto visita a Londra e per la prima volta si era trovato di fronte a questo signore «anciano, de mediana statura, de fuerzas debilitadas, seco, avellanado, nervioso, mostrando en su ancha frente mucho espacio para las ideas y en su profundo mirar mucho fuego para las pasiones...»77. Non è dato sapere con certezza cosa si dicessero i due quel giorno, ma poco dopo Mazzini era in grado di parlare con sufficiente certezza di una Spagna in marcia verso il cambiamento.

Iniziò allora il periodo delle grandi speranze e dell'attesa della rivoluzione: l'elemento spagnolo, ovvero l'ipotesi di una sollevazione resa indifferibile da una situazione interna anche più insostenibile di quella italiana, divenne un punto fermo della strategia mazziniana, una variante in più di cui disporre per dare avvio a «un'Epoca Europea»78, la prova della maturità del movimento rivoluzionario repubblicano. Questa, almeno, era una delle facce ostentate da Mazzini, soprattutto in pubblico e nei rapporti con gli stranieri. L'altra faccia, riservata agli amici e collaboratori più stretti, mostrava invece una realistica (ma dolorosa) presa d'atto del ritardo organizzativo delle sezioni italiane dell'ARU e dunque una profonda sfiducia nelle possibilità di una iniziativa popolare; parallelamente, Mazzini era costretto ad ammettere che la situazione più favorevole era rappresentata dall'eventualità sempre più vicina di una guerra franco-prussiana che, distogliendo Napoleone III dalle questioni italiane, avrebbe privato la monarchia sabauda del suo più valido punto d'appoggio79. La rivolta in Spagna scoppiò quando Mazzini aveva già deciso di puntare le sue carte sulla guerra; e se per un verso lo esaltò, per l'altro gli provocò un certo disappunto, proprio perché fu subito chiaro che, con una rivoluzione alle porte («ch'io sperava si differisse»80), Napoleone III si sarebbe ben guardato dall'aprire le ostilità con la Prussia. Mazzini non lo diceva, e anzi si complimentava caldamente con Castelar, ma anche il dover constatare che con il moto del 19 settembre l'iniziativa rivoluzionaria era passata alla Spagna probabilmente non lo riempiva di gioia. Questo intreccio di sentimenti contraddittori non aveva in lui nulla di machiavellico o di ambiguo: nel felicitarsi con Castelar per il fatto che la Spagna si fosse venuta a «placer à la tete des nations européennes, réalisant ainsi les espérances que si souvent vous m'avez manifestées dans nos colloques»81, Mazzini sapeva di rendere omaggio a quello «espíritu de los años sesenta» che lui per primo aveva contribuito a creare, fino ad instillare nei suoi contemporanei, compresi gli spagnoli, il convincimento della «unidad italiana como palanca de la revolución de Europa»82; ma sapeva anche che nessuna rivoluzione poteva sostenersi sulle sole forze della cospirazione e senza il supporto - spontaneo o obbligato - del conflitto di interessi tra le potenze. Un movimento dai contenuti ideali così accentuati quale era il suo era comunque costretto ad entrare nella dialettica politica con una buona dose di subalternità; e l'unico modo per venirne a capo era di far seguire ad una sperata proclamazione della repubblica in Spagna una svolta italiana nello stesso senso, «prima perché l'inerzia dell'Italia sotto il disonore comincia ad essere una vera vergogna; poi perché la repubblica Spagnuola lasciata sola contro i raggiri di tutte le monarchie cadrebbe in sei mesi; mentre invece la Spagna e l'Italia repubblicane determinerebbero - e lo dico per intelligenze positive - il moto francese»83.

Prescindendo dai problemi soggettivi dell'ARU e dalla sua dipendenza dall'esterno (d'altronde anche la sollevazione spagnola venne subito collegata ai maneggi di Bismarck84, al quale non mancavano certo i collegamenti con la Sinistra italiana, inclusa quella estrema), a partire dall'autunno del 1868 si assistette in Italia ad una ripresa della lotta politica fuori delle sedi istituzionali e con una forte inflessione repubblicaneggiante. Manifestazioni di piazza in cui il motivo della solidarietà con gli spagnoli insorti si intersecava con la contestazione della politica governativa e con le rivendicazioni di Roma capitale ebbero luogo in varie città italiane, soprattutto al sud. A Napoli, dove da qualche tempo erano in corso trattative per un fronte comune tra democratici e borbonici che la rivoluzione spagnola avrebbe immediatamente bloccate85, la folla accorse il 17 ottobre in piazza Plebiscito a sentire Giorgio Imbriani, figlio del rettore dell'Università, parlare, tra grida di Viva Garibaldi e Viva Mazzini, della repubblica come dell'unica risposta possibile alla reazione imperversante86.

La rappresentazione che si tendeva a fornire all'opinione pubblica, approfittando in qualche misura della disinformazione generale, era che la rivoluzione spagnola aveva avuto un incontrastato carattere repubblicano e che la sola alternativa alle monarchie autoritarie potesse essere la repubblica. Come aveva suggerito Mazzini, bisognava «popolarizzare l'idea che se la Repubblica fosse proclamata in Ispagna, s'ha da seguire»87. Sempre a Napoli il già ricordato Asproni, eccitato all'idea che «la rivoluzione di Spagna può essere il segnale di una commozione europea», si allarmava però nel constatare come all'origine della detronizzazione di Isabella ci fosse un pronunciamento militare (e si sa, «il soldato taglia, distrugge, non rannoda, non edifica»88); ciò non impediva al quotidiano cui lui stesso collaborava, «Il Popolo d'Italia», di dedicare una cronaca giornaliera alle vicende spagnole con lo scopo precipuo di indurre il lettore a «sperare nell'instaurazione della repubblica»89. Intanto a Milano «L'Unità Italiana», tra un sequestro e l'altro, riferiva compiaciuta su un avvenimento che presentava come «il segnale, l'eccitamento ad altri moti in Europa»90, puntando l'indice non tanto contro la monarchia isabelina quanto contro l'istituto monarchico in genere (donde le ripetute attenzioni del Fisco, puntualmente sfociate nel proscioglimento ma dopo il danno economico del sequestro). Insomma, per riprendere Saffi, «il grido sollevato dagli Spagnuoli insorti [...] si ripercuoteva con eco simpatica, per parentela di razza e storica rispondenza di sorti, nelle popolari dimostrazioni delle cento città d'Italia, e riceveva quotidiano commento dalla libera parola dei Giornali repubblicani»91.

Ma il segnale più percettibile dell'ebollizione in atto lo aveva dato - prima che essa avesse inizio e proprio perché era al corrente dei progetti altrui - Mazzini, il quale a fine agosto 1868 si era trasferito da Londra a Lugano sfidando una condizione fisica talmente provata che presto si sarebbero diffuse notizie non fantasiose di una sua grave malattia. All'indomani stesso del suo arrivo, il Canton Ticino divenne la meta dei pellegrinaggi di amici, estimatori, deputati e soprattutto di membri dell'ARU92, tutti convocati per essere inseriti con un loro ruolo nella strategia da dispiegare in vista dell'imminente esplosione rivoluzionaria in Italia. Per ironia della sorte la sorveglianza che il governo Menabrea si affrettò ad attivare sulla residenza luganese di Mazzini fu affidata alle cure di Luigi Amedeo Melegari, ministro italiano a Berna, che di Mazzini era stato uno degli alter ego sino dai tempi della prima diffusione della Giovine Italia93. Non è escluso che a questa circostanza lievemente imbarazzante siano da attribuire i toni soft impiegati da Melegari per descrivere gli andirivieni luganesi94, tanto da costringere Menabrea a precisare che non di turismo si trattava, ma di un'attività intesa a «rovesciare l'ordine di cose attuale in Italia»95, come segnalava la prefettura di Como che, sicuramente più scrupolosa e meglio informata, aveva comunicato al Ministero degli interni che «l'attenzione dei cospiratori di Lugano è particolarmente rivolta alla Spagna, i cui avvenimenti considerano in parte come opera loro, in parte come esempio e spinta per gli altri paesi, e specialmente per l'Italia. Persuasi che quando il principio repubblicano trionfasse in Spagna, gli sarebbe assicurata la vittoria in Italia, eccitano i repubblicani spagnoli alla più disperata lotta contro i monarchici»96.A muovere i «cospiratori di Lugano» era dunque un sentimento assai simile a quello che alcuni decenni dopo avrebbe spinto Carlo Rosselli a formulare lo slogan famoso: «Oggi in Spagna, domani in Italia»97.

Che le varie organizzazioni democratiche e operaie sparse in tutta Italia indirizzassero frequenti messaggi di incitamento ai rivoltosi spagnoli, soprattutto ai repubblicani, era vero. Il filo che legava tra loro le forze rivoluzionarie d'Europa sin dai tempi della Carboneria era fatto anche di questa solidarietà, che peraltro, come è risaputo, non era solo simbolica e aveva consentito in passato la formazione di intere colonne di volontari da porre al servizio della causa della libertà ovunque essa si combattesse. Per ciò che concerne la Spagna del 1868, sui giornali del tempo si leggeva spesso della presenza di italiani nelle file degli insorti; così, al momento dell'entrata del generale Serrano a Madrid il 3 ottobre, erano stati notati «muchos italianos, entre ellos el famoso tenor Tamberlik; iban cantando los himnos de Riego y de Garibaldi»98. La loro partecipazione era anche un po' la garanzia che il carattere essenzialmente militare che la rivolta aveva avuto in origine potesse rapidamente modificarsi con l'immissione di elementi popolari che provenivano non dal mondo della cospirazione «professionale» ma da quella emigrazione, più economica che politica, che poi si raccoglieva a formare colonie sul tipo di quella incontrata a Barcellona da Edmondo De Amicis: «Un gran numero di camerieri d'albergo, di fattorini da caffé, di cuochi, di servitori di ogni genere, piemontesi, la maggior parte della provincia di Novara...»99. Tra le curiosità che si ricavano spigolando tra i giornali c'è appunto la cronaca della festa con cui l'11 ottobre gli italiani di Barcellona avevano celebrato la comune lotta contro i Borboni, presente, tra gli altri, Luigi Zagri, «compagno di Garibaldi in quasi tutte le sue campagne, non esclusa quella di Mentana»100, applauditissimo per la sua camicia rossa e per la bandiera italiana. Non erano stati da meno gli italiani di Madrid che per bocca di Ernesto Rossi avevano arringato alla Puerta del Sol le folle della «nazione sorella» con parole intrise di spirito alfieriano dalle quali traspariva quella categoria della moralità personale del sovrano che tanta fortuna avrebbe avuto nell'orientare il giudizio collettivo sulla caduta di Isabella: «Non è il popolo che è rivoluzionario, lo sono i tiranni, che violano il diritto, che calpestano la giustizia, che conculcano la legge, che offendono il pudore, la morale e la pubblica decenza. Il popolo che custodisce le sue leggi, e difende i suoi diritti, è il sostenitore, il custode dell'ordine»101.

La menzione di cose, personaggi ed elementi simbolici o materiali propri del mondo garibaldino era una costante di questo tipo di manifestazioni. In Garibaldi e nel suo mito si realizzava il gemellaggio ideale tra le due rivoluzioni: evocare lui e le sue imprese era considerato di fondamentale importanza dai repubblicani spagnoli, non tanto come strumento di mobilitazione quanto perché, essendo l'insurrezione nata con i caratteri del pronunciamento militare, bisognava rafforzare la componente popolare non sufficientemente rappresentata da Blas Pierrad, unico capo militare di dichiarate simpatie repubblicane. Anche per la Spagna Garibaldi era l'incarnazione vivente non dell'unitarismo né della fedeltà personale al sovrano, ma dell'ideologia della nazione armata e della lotta contro l'oscurantismo religioso. Con Garibaldi come nume tutelare, un moto di incerta definizione iniziale e di ancor più incerto futuro si repubblicanizzava, molto più che con l'avallo di Mazzini, al cui prestigio presso i democratici spagnoli non corrispondeva una pari popolarità tra le masse.

È già noto, peraltro, che questa valorizzazione della figura di Garibaldi contemplò anche il tentativo di coinvolgerlo direttamente negli sviluppi immediati dell'insurrezione, come consulente se non come generale e combattente. Troppo mal ridotto per potersi recare di persona in Spagna malgrado la consueta, generosa disponibilità («... richiesto, sarei superbo di servire quel nobile popolo»102, aveva confidato a Giuseppe Ricciardi), Garibaldi non esitò a prendere più di una volta posizione sui passi che a suo parere gli spagnoli dovevano compiere dopo essersi sbarazzati dei Borboni. La cacciata di Isabella II aveva consolidato, in lui che diceva di sentirsi «un figlio della nobile Spagna»103, il legame che aveva stretto col mondo ispanico sin dagli anni dell'esilio sud-americano e che poi aveva protratto sino alle amicizie personali degli anni Sessanta: quella con Castelar, che lo ammirava molto e che con lui «mantuvo una correspondencia mas amplia»104; o l'altra, più affettuosa e sollecita, con l'esule Leopoldo Sánchez Deus105; o, ancora, con Fernando Garrido, che si era tenuto a mezza strada tra lui e Mazzini, del quale aveva sposato in parte il pensiero sociale conferendogli un'inflessione piùmarcatamente socialista106.

Inizialmente preoccupato anche lui dall'origine militare del moto di Cadice107, Garibaldi non volle far mancare la propria benedizione «agli amici di Spagna» con un messaggio che ebbe grande risonanza e che li esortava a non arrestarsi sul cammino intrapreso: «Proclamate la repubblica federale, e immediatamente nominate un dittatore per due anni»108. Era un po' la sua fissazione, quella di una carica al vertice della repubblica che avesse le caratteristiche di un monarcato civile limitato nel tempo: imbevuto com'era di una storia romana dai tratti eroici, pensava che, dopo essersi messo al servizio della patria, il dittatore - novello Cincinnato e anche proiezione di se stesso - si facesse da parte lasciando che le istituzioni civili proseguissero regolarmente la loro vita. Ora la sua ricetta poteva essere applicata alla Spagna: «La sovranità nazionale acquistata - spiegava - passi alle Cortes costituenti col suffragio universale, e queste non si preoccupino d'altro che di trovare nel seno della nazione l'uomo capace di costruire la repubblica degnamente, e di tornare ai suoi focolari dopo due anni...»109. Concetti simili furono da lui espressi in due lettere a Garrido, rispettivamente del dicembre 1868 e dell'aprile 1869110: nel rispondere a quest'ultima lettera, Garrido si diceva sicuro dell'avvento della repubblica, soluzione che perfino i monarchici liberali, o anche solo una frazione di essi, avrebbero dovuto preferire in nome della stabilità e dell'ordine sociale necessari al paese; quanto al suggerimento di Garibaldi, non se ne sarebbe mai fatto nulla perché «si triunfásemos porque las fracciones monárquico-democráticas adoptasen la forma Republicana, la dictadura non tendría razón de ser; y si se estableciera por la lucha, podría constituirse una dictadura del partido republicano, pero nunca la de un hombre»111.

È evidente che, se avesse interrogato Mazzini, Garrido non avrebbe ricevuto lo stesso consiglio, visto che, anche qui in polemica con Garibaldi, egli aveva una certezza: che la dittatura fosse «anti-repubblicana e pericolosa sempre»112. Ma in quella fase del dopo-rivoluzione, e cioè nella primavera del 1869, Mazzini, dopo essere stato in contatto con Castelar, dopo aver parlato della «fede data»113, cioé degli impegni presi con lui dagli spagnoli per un coordinamento delle iniziative insurrezionali dei due paesi, aveva perso il filo diretto con i capi repubblicani spagnoli perché si era concentrato tutto nel tentativo di capitalizzare al massimo in Italia il vantaggio acquisito con la mobilitazione dell'opinione pubblica promossa anche dai fatti della Spagna. La tesi, avanzata a suo tempo da qualche studioso114, che il mazzinianesimo non fosse compatibile con il repubblicanesimo federale spagnolo per via del suo ferreo unitarismo, appare invece alquanto riduttiva perché fondata su una contrapposizione la cui rigidità non trova riscontro nei testi mazziniani dell'epoca. Una volta compiuta l'unificazione della penisola, la questione del federalismo si era raffreddata, tanto che Mazzini aveva introdotto nel suo progetto politico una distinzione tra l'unità come formula di vita nazionale e la federazione come organizzazione dei rapporti internazionali115. Dieci anni prima una proposta del genere sarebbe apparsa impensabile; ora accadeva addirittura che un giornale francese d'area proudhoniana potesse mettere in giro la voce che Mazzini era passato al federalismo116, dottrina alla quale continuava ad essere in linea di principio ostile vedendovi la traduzione in termini politici dell'individualismo più egoistico. E non sembra che potesse essere questo elemento a dar fastidio ai repubblicani spagnoli.

Se si guarda alla stampa mazziniana del tempo, si può notare come, almeno nei primi mesi successivi alla rivolta contro Isabella II, la questione dell'organizzazione interna del nuovo Stato spagnolo vi abbia, a differenza della politica ecclesiastica che è molto dibattuta, pochissimo risalto. Ciò che conta è che a Madrid si instauri un regime repubblicano, non le sue eventuali articolazioni. Le riflessioni che «L'Unità Italiana» dedica al tema non sono tra le più sofisticate intellettualmente: si avverte chiaramente la mancanza di un settimanale come «Il Dovere» che per quattro anni (e fino a metà 1867) aveva costituito la sede naturale per i dibattiti teorici dei repubblicani di mezza Europa, Mazzini in testa117. L'argomento del federalismo comunque non è per «L'Unità Italiana» un tabù: se ne può parlare con tutto il distacco necessario per sostenere, all'unisono con le tesi mazziniane, che esso è valido quando si batte per «l'autonomia comunale e provinciale», e lo è molto meno quando favorisce il particolarismo giuridico che è la negazione stessa del principio dell'eguaglianza118. E perché mai i mazziniani dovevano nutrire qualche timore sui probabili sviluppi federalistici di una repubblica spagnola ancora in gestazione, quando il «Manifesto elettorale» del partito repubblicano, firmato tra gli altri da Orense, Castelar, Pierrad, dedicava all'argomento un breve paragrafo che non aveva nulla di caratterizzante? un paragrafo che lo stesso Mazzini, cui il concetto di decentramento non era stato mai estraneo, avrebbe potuto sottoscrivere? Dicevano infatti gli spagnoli: «Col mezzo della Repubblica, il municipio ricupererà la propria autonomia, e la provincia le sue condizioni di vita e di diritto con una amplissima decentralizzazione»119. Sarà appena il caso di ricordare che già nel 1831 Mazzini, pensando all'Italia da costruire, era stato molto chiaro: «L'organizzazione amministrativa dev'essere fatta su larghe basi e rispettare religiosamente la libertà dei Comuni; ma l'organizzazione politica destinata a rappresentare la Nazione in Europa, una e centrale»120.

Anche il rapporto con Garrido e con il suo socialismo può essere letto in modo non dissimile: non incompatibilità totale ma rispetto reciproco e possibili intese operative contro il nemico comune rappresentato dallo Stato autoritario. A conferma di questa sintonia di massima Garrido vede due suoi scritti pubblicati su «L'Unità Italiana»121, il primo nel numero del 19 ottobre con il titolo «Il nuovo re di Spagna» (il nuovo re è il popolo, il nuovo regime, a partire dal 27 settembre, giorno della sconfitta dei lealisti, è «di fatto e di diritto la Repubblica democratica federale»); quanto al secondo («La verità sugli avvenimenti dell'Andalusia»), apparso il 20 dicembre 1868, la sola osservazione mossagli dai redattori del foglio mazziniano va nel senso di una radicalizzazione del giudizio del pubblicista spagnolo sui limiti dei suoi compatrioti repubblicani (che, postilla in una nota «L'Unità Italiana», «non furono abbastanza rivoluzionari» e concessero troppo spazio al Governo provvisorio di Madrid). Il fatto è che per Mazzini e i suoi seguaci il socialismo, prima della Comune di Parigi, non costituisce un'autentica barriera: è anzi abbastanza frequente che si verifichi in parecchie città d'Italia quello che accade a Napoli, dove «non c'è contrasto tra socialisti e mazziniani, uniti nella generica rivendicazione democratica delle libertà costituzionali, nella lotta alla monarchia, nella denunzia del parassitismo della Corte, della burocrazia, del militarismo»122. Né contrasto poteva esserci se proprio a Garrido Mazzini aveva ricordato qualche tempo prima che «per noi non esiste rivoluzione, che sia puramente politica. Ogni rivoluzione deve essere sociale, nel senso che sia suo scopo la realizzazione di un progresso decisivo nelle condizioni morali, intellettuali ed economiche della Società»123. Se dunque da un certo punto in avanti Mazzini appare tagliato fuori da ogni contatto con i rivoluzionari spagnoli, ciò non fu per una sorta di incomunicabilità genetica con una posizione sociale e politica più avanzata della sua. Il motivo vero fu un altro: proprio in virtù di quanto accaduto in Spagna diventava possibile lavorare anche in Italia a qualcosa di concreto: anzi, più che possibile era doveroso, per il prestigio dell'ARU e per mantenere un primato cui, pur nella dimensione internazionale della cospirazione mazziniana, non sarebbe stato giusto rinunziare con leggerezza dopo aver contestato il ruolo della Francia come paese-guida della rivoluzione. All'inizio del 1869, e cioè a pochi mesi dalla ripresa dello sforzo insurrezionale, Mazzini era convinto che «le cose di Spagna, gli umori di Francia, le tendenze delle popolazioni d'Oriente ci accertano degli effetti che verrebbero da una potente iniziativa italiana»124. In questa prospettiva forse non era un gran male che la Spagna, dandosi una struttura federale, si mettesse da sola in condizione di circoscrivere l'ambito della propria missione.

Resta a questo punto almeno un altro interrogativo al quale sembrerebbe opportuno tentare di dare una risposta per coerenza col senso globale di questa ricerca a più mani sull'immagine che Italia e Spagna ricavavano dai loro rapporti in epoca moderna. Quale fu il livello di informazione che l'opinione pubblica italiana poté formarsi sulle vicende del 1868? In quale misura gli stereotipi ebbero il sopravvento su una conoscenza effettiva della realtà? Quanto pesò l'effetto deformante dell'ideologia? Le indicazioni che forniremo in proposito non pretendono minimamente di esaurire l'argomento ma servono se non altro a chiarire una certa varietà degli approcci da riferire, ci pare, soprattutto al dibattito politico allora in corso in Italia.

C'è da dire, intanto, che i giornali da noi consultati furono tutti - anche «La Riforma», che da qualche lettore sarebbe stata accusata di non dedicare «alle cose di Spagna quell'animo assiduo, quell'attenzione perseverante che meritano a buon diritto»125 - prodighi di notizie e, come si è avuto modo di vedere, anche di commenti. In un'epoca in cui non erano ancora state istituite le figure professionali dell'inviato e del corrispondente, i resoconti erano in gran parte ripresi da quotidiani stranieri, con questa significativa differenza: che mentre «Il Diritto» e «La Riforma» utilizzano quasi sistematicamente la stampa inglese e francese o i bollettini dell'agenzia Havas, «L'Unità Italiana» ricorre assai spesso ai giornali spagnoli privilegiando «La Democracia» di Castelar e «La Discusión» di Pi y Margall, ma citando talvolta anche «El Pueblo» di E. García Ruiz, nonché «La Revolución» o «El Hijo del Pueblo» o «La Igualdad»126. Ne conseguono un'attenzione dal di dentro alla dialettica politica spagnola, una capacità di seguirne più da vicino l'evoluzione ma anche la tendenza ad una maggiore partecipazione emotiva: dopo la fase degli elogi incondizionati arriva il momento in cui ai repubblicani spagnoli non si risparmiano accuse talora esplicite di irresolutezza e di subalternità ovvero esortazioni a evitare qualunque compromesso con i monarchici127. Sono consigli non richiesti, spesso contraddistinti da una astratta rigidità ideologica, consigli che riflettono più un problema di propaganda interna che una vera e propria volontà o capacità di aprire un dialogo con le forze rivoluzionarie della Spagna.

D'altra parte proprio questo più sentito coinvolgimento emotivo impone a «L'Unità Italiana» di dare il massimo risalto ai documenti che arrivano d'ogni parte d'Italia per celebrare la vittoria sulla monarchia borbonica e per incitare ad andare oltre, fino alla repubblica e senza passare per una nuova monarchia (i pretendenti al trono sono numerosissimi e dunque la questione è aperta). È un po' l'ottimismo della volontà che rimuove il pessimismo della ragione; è la logica degli slogan ad uso interno che - come è stato rilevato128 - non si fa scrupolo di distorcere le notizie dalla Spagna perché le esigenze della lotta politica vengono prima del dovere di informare.

Comunque in fatto di messaggi di solidarietà gli italiani non sono secondi a nessuno: c'è la «Società dei reduci delle patrie battaglie» di Genova, presieduta da Stefano Canzio, il genero di Garibaldi, che invia le sue felicitazioni ed esprime l'auspicio che militari e popolo si uniscano per portare il paese alla «gran mèta comune della libertà universale, la Repubblica»129; poi, il 21 ottobre, si pubblicano gli indirizzi «al popolo spagnolo» del «Dipartimento polacco dell'ARU» e della «Società dei reduci delle patrie battaglie» di Torino130: tra i firmatari, oltre al nome di Domenico Narratone, attivissimo cospiratore mazziniano, si legge anche quello di Giuseppe Sorisio, veterano della rivoluzione piemontese del 1821 e poi esule in Spagna. Il 31 ottobre è la volta della sezione palermitana della «Associazione dei volontari italiani»131, il 6 novembre della «Società dell'Unione democratica» di Ravenna132, il 12 novembre della «Fratellanza artigiana» di Firenze133, il 15 della «Associazione democratica romana» e della «Unione democratica» di Ancona134, l'1 dicembre dei «Figli del lavoro» di Catania135. Uno dei nomi che compaiono più spesso in calce a questi messaggi è quello del medico garibaldino Timoteo Riboli, che firma l'appello della sezione torinese del «Comitato della Lega della pace e della libertà»136, quindi quello della «Società delle patrie battaglie» di Torino137 e infine ne invia uno suo personale «ai medici esercenti e cultori delle Scienze naturali in Ispagna facenti parte delle Cortes»138.

Tutti animati da un senso assai spiccato dell'internazionalismo repubblicano, questi documenti hanno in comune e restituiscono in genere al lettore un'immagine abbastanza convenzionale della Spagna: il Cid, Colombo, qualche volta Cervantes, assai spesso Riego vi sono evocati a segnare le tappe di una lenta ma inarrestabile marcia verso la conquista della libertà e dominano la scena di un ideale teatro della storia dove i popoli italiano e spagnolo, sui quali ha pesato il patto di collaborazione che papi, re e imperatori hanno stretto per tenerli soggiogati, recitano le parti intercambiabili di un unico copione. La ricerca dei parallelismi è costante, quasi ossessiva: nella buona come nella cattiva sorte, nel bene come nel male, non c'è personaggio della storia spagnola - artistica, politica o civile - che non abbia il suo corrispettivo in quella italiana.

Naturalmente tutto questo è molto esteriore, rappresenta lo scotto da pagare per coinvolgere il lettore, ma ha senza dubbio una sua efficacia. Nei tempi recenti Garibaldi ha un omologo in Rafael de Riego, l'ufficiale che col suo ammutinamento aveva dato il via alla rivoluzione del 1820; e quando a Milano Paolo De Giorgi riprende, traduce e pubblica l'inno di Riego, il tenore spagnolo Federico Blasco ne sancisce l'assoluta fedeltà all'originale chiudendo la propria expertise con l'augurio che presto Italia e Spagna «possano vedere nel loro seno confuso l'eco dell'Inno di Riego coi magici concenti dell'Inno di Garibaldi e salutare l'Italia libera e una sulla più alta vetta del Campidoglio»139. Con l'orecchio sordo ai valori eterni dell'armonia, la questura di Milano vieterà l'esecuzione pubblica dell'Inno di Riego al Teatro Carcano140.

In un'epoca in cui alla mente di qualche pensatore solitario si viene affacciando il concetto che «la storia [...] non è altro che storia delle masse, per cui la singola personalità influisce solo nella misura in cui ha influito sulle masse»141, proprio il teatro è uno dei luoghi deputati per l'educazione delle folle142. Anche qui trionfa il luogo comune, lo stereotipo dotato di un forte potere di suggestione. Nella rivoluzione spagnola del 1868 c'è un personaggio che si presta alla coloritura a forti tinte, ed è la regina Isabella col suo codazzo di favoriti e monache. Ribaltando la collaudata tecnica della persuasione collettiva, fatta di nascite, battesimi e matrimoni di principi di sangue reale con cui le monarchie cercano di entrare nel cuore del popolo finendo invece per sancirne definitivamente la separatezza, teatro e letteratura popolare militanti fanno a gara per mostrare le nequizie della regalità, la sua corruzione materiale e morale.

Alla base di questa produzione quasi sempre anonima c'è l'equazione proposta da «La Plebe», un quotidiano di Lodi situato alla confluenza del mazzinianesimo e del garibaldinismo col socialismo, sul quale già il 29 settembre si può leggere che «Vittorio Emanuele vale Isabella di Spagna»143, concetto che anche «L'Unità Italiana» si sforza di illustrare con dovizia di particolari per far capire a chi legge che de te fabula narratur. Ma quando il gioco si fa troppo scoperto interviene la questura; e così a Firenze viene proibita la rappresentazione al Teatro Goldoni di una pièce teatrale su temi spagnoli (ma nella stessa città ha molto successo uno spettacolo dal titolo Una regina a spasso144); al San Simone di Milano si porta sulle scene L'insurrezione di Spagna145, ma a Napoli, qualche settimana più tardi, non si permette la recita del dramma La rivoluzione di Spagna del 1868146. Probabilmente è per aggirare i controlli che si cercano argomenti meno diretti ma sempre dotati di un facile potere allusivo; e quindi al Nazionale di Firenze la «drammatica compagnia Lodovico Corsini» si esibisce ne La caduta della inquisizione di Spagna , mentre al Regio Teatro della Piazza Vecchia viene ripreso il Don Carlos147. Intanto «La Riforma» del 7 novembre annuncia la pubblicazione sulla «Cronaca grigia» di due articoli su «La regina adultera e ladra» e su «Marfori Cireneo». Di lì a poco un editore di Milano metterà in commercio il libro scritto da un tale Luigi d'Indiscret - evidente nom de plume - per informare il lettore su Gli amori della bella Isabella, ex regina di Spagna, nel gabinetto e dietro le cortine148.

Il motivo pruriginoso, trattato certo con mano più leggera e in chiave politico-propagandistica, faceva capolino, all'interno di un'analisi più accurata, anche nei primi commenti de «L'Unità Italiana» («Il regno della signora Marfori»)149 e de «La Riforma». Quest'ultima, in particolare, l'1 ottobre abbandonava il suo aplomb di giornale accreditato nei circoli politici più raffinati per parlare della «Messalina» che, posta al bivio tra il trono e l'alcova, aveva scelto la seconda «per non distaccarsi dall'uomo della sua perdizione». La sottolineatura, ripresa due giorni dopo in un editoriale dello stesso quotidiano150 che presentava la rivoluzione come la sola via rimasta al ceto militare per rivendicare l'onore nazionale offeso dai comportamenti della regina, era funzionale, oltre che alla polemica antimonarchica, a quella antipapale, e tornava con insistenza nelle pesanti ironie che il Diario di Giorgio Asproni riservava, in un crescendo di strizzate d'occhio, alla «casta e pudica Isabella»151 e al «suo Marfori»152, anzi il «suo virile Marfori»153, o, per chi ancora non avesse capito, «il suo stallone»154. Lo stereotipo della regnante dissoluta diventava dunque la chiave di lettura delle vicende di un'intera nazione, inibendone altre che avrebbero comportato un più serio sforzo conoscitivo; ma del resto sarebbe stato lo stesso Garrido, senz'altro molto più informato, a parlare su «L'Unità Italiana» di «ministeri uterini ed influenze di sacristia e di alcova»155.

Non era mancato tuttavia, da parte della stampa italiana da noi consultata, un tentativo di comprensione meno epidermica, e sin dai primi giorni successivi alla rivoluzione si era avvertita l'esigenza di non cadere nel trabocchetto dei pregiudizi più corrivi. Il pericolo c'era, soprattutto nel trattare una materia e nel raccontare un paese il cui volto era sempre stato velato da una cortina tale da facilitare la confusione tra reale e immaginario. Già il 9 ottobre «L'Unità Italiana» riprendeva dalla «Gazzetta del Popolo» di Torino una corrispondenza che poneva il problema del difetto d'informazione sulla realtà spagnola:

La Spagna è mal nota e mal giudicata fra noi. Vista attraverso al prisma borbonico, i più la stimano ancora il paese dei frati e dell'inquisizione. Ed hanno torto. Per essere giusti non vuolsi dimenticare che la Spagna seppe dar fuoco ai conventi da circa tre quarti di secolo; che sola valse a resistere ed a trionfare contro il prepotente despotismo del primo napoleonide, e che anco in questi ultimi tempi sostenne imperterrita più lustri di lotta pel trionfo di quel principio, che credeva meno infelicemente rappresentasse la causa della libertà.

E per persuaderci quanto la Spagna valga più di quel che comunemente si crede anche nell'ordine dell'intelligenza e delle idee, basterebbe leggere il Bollettino bibliografico delle sue pubblicazioni ebdomadarie, e soprattutto le pregevoli opere di Fernando Garrido sulla Spagna contemporanea.

Dopo aver letto queste opere e ben ponderate queste cose, noi siamo convinti che la Spagna contemporanea è in grado di governarsi da sé156.

Certo, la chiusa dell'articolo era leggermente apodittica, ma restava la lodevolezza dell'intento. Nei limiti del possibile se ne tenne conto.

Il primo pregiudizio che «L'Unità Italiana» aveva interesse a sfatare era quello in forza del quale si era sedimentata nell'opinione pubblica italiana l'idea di una Spagna «profondamente monarchica»157. Per raggiungere questo scopo, si ebbe cura di valorizzare ogni espressione della vitalità repubblicana in modo da portare alla luce «gli strati profondi della Nazione»158 e segnalare l'avvenuta presa di coscienza del valore sovrano della sua volontà. Addirittura si provò a creare, tramite l'esaltazione delle virtù repubblicane del già ricordato Pierrad159, la figura di un militare cui stesse a cuore non il raggiungimento del potere ma la piena realizzazione dei diritti dei cittadini (il che, detto per inciso, tornava utile all'opera di penetrazione nell'esercito che i mazziniani dell'ARU stavano portando avanti in vista di un'insurrezione che tutto faceva ritenere prossima).

Senza nemmeno averli potuti consultare, «La Plebe» decideva che i proclami di Pierrad erano «brevi, concisi e tendenti senza alcuna reticenza al socialismo»160. Per converso si gettava la croce addosso ai capi moderati, i vari Olózaga, Prim e Serrano: unica eccezione «La Riforma», che al contrario si soffermava a raccontarne le biografie161. Era lo stesso giornale che poco dopo avrebbe ospitato una ricostruzione in tre puntate de «Le rivoluzioni di Spagna (dal 1808 al 1844)»162. Un contributo molto originale, frutto probabilmente della collaborazione di un geografo, lo si doveva infine a «La Plebe» che il 3, l'11 e il 21 ottobre pubblicava un'appendice di «Dati statistici» sulle principali città spagnole «delle quali si è fatto un gran parlare in questi giorni»: da apprezzare non era tanto il contenuto quanto l'intenzione di offrire al lettore la possibilità di un approccio meno approssimativo ad uno scenario che aveva sempre concesso largo spazio allo sbrigliarsi delle fantasie.

Da questo punto di vista, però, e malgrado una conclusione troppo incline ad un ottimismo di maniera, l'impatto informativo migliore veniva da un piccolo instant-book edito a Firenze da Civelli, La rivoluzione di Spagna. Suoi uomini, suoi princìpi, suo scioglimento. Bozzetto storico per V. C. spagnolo163. In una quindicina di pagine l'anonimo autore proponeva una scheletrica ma esauriente ricostruzione della vita politica spagnola quale era emersa dalla rivoluzione, e là dove i vari quotidiani italiani si erano persi nella babele delle correnti, delle frazioni e degli uomini, portava un po' di chiarezza ponendo l'uno di fronte all'altro i due schieramenti di maggior seguito popolare ed evidenziandone gli obiettivi di fondo. Tra monarchici e repubblicani sembrava all'ignoto pubblicista che il paese si incamminasse «a grandi passi verso la repubblica»164, in virtù soprattutto del carisma personale dei suoi leaders. Lo spettro della guerra civile, che «L'Unità Italiana» aveva ripetutamente evocato165 quasi come un destino cui la Spagna e la sua democrazia non si sarebbero potute sottrarre, era invece esorcizzato sulla base della considerazione dell'innato moderatismo degli spagnoli e, più ancora, della sagacia con cui i due partiti egemoni avrebbero saputo evitare le contrapposizioni frontali:

uniti, potranno creare un governo il cui capo, chiamisi re monarchico-democratico, chiamisi dittatore (come consiglia Garibaldi), proconsolo od altri, sappia mentenere l'ordine interno e la libertà necessaria allo sviluppo di tutte le risorse della nazione e prepararla a più libere istituzioni.

Allora soltanto la repubblica potrà vivere e vivrà, ché, sebbene sia vero che avrà nemici i monarchi, in cambio avrà amici i popoli, che è assai meglio; imperocché la repubblica in Ispagna vuol dire pei francesi libertà, per gli italiani Roma, per tutti i popoli moralità, civiltà e pace166.

Il 1868 riveste un'importanza particolare nella nascita della Spagna moderna e nel nuovo profilo che la sua immagine offre all'Europa. Giustamente si è detto che «quell'anno e gli avvenimenti che da esso prendono origine rappresentano un momento chiave per comprendere la storia della Spagna emersa dall'ancien régime»167: con i suoi caratteri di rivoluzione insieme liberale e democratica la Gloriosa proietta infatti il fatiscente regno borbonico verso una transizione al termine della quale il volto del paese risulterà profondamente modificato, con una società in cui a fianco delle élites tradizionali si vedranno emergere, in forme non sporadiche ma sempre più organizzate, i ceti sociali destinati ad avere in un futuro ormai prossimo un ruolo certamente più incisivo che in passato; e questo pur sullo sfondo del ritorno al potere dell'antica casa regnante.

La novità del 1868, però, non tocca solo la situazione interna, che di proposito abbiamo omesso di analizzare, ma si riverbera - dicevamo - anche sull'immagine esterna della Spagna. Per ciò che riguarda in particolare l'Italia è con i prodromi e con gli sviluppi del 1868 che, per la prima volta dopo l'unificazione (e dopo il lungo travaglio che aveva richiesto cinque anni perché Madrid accettasse almeno formalmente l'esistenza del nuovo regno), le due realtà nazionali si incontrano spiritualmente, e cioè fuori del sistema di relazioni diplomatiche e commerciali. Più che conoscersi, italiani e spagnoli si ri-conoscono, dal momento che, riprendendo un dialogo appena abbozzato negli entusiasmi per la guerriglia antinapoleonica e la lotta al carlismo da un lato, per le guerre risorgimentali dall'altro, identificano la loro origine in una comune temperie politica, culturale e morale: il Risorgimento e la Gloriosa sono figli della stessa esperienza di auto-liberazione; i loro organismi posseggono codici genetici molto simili, come dimostra l'intercambiabilità dei rispettivi eroi eponimi; i loro nemici si arroccano entrambi, finché possono, attorno all'assolutismo e ai suoi puntelli. spagnoli e italiani, dunque, si ri-conoscono nell'uso di un linguaggio che rivela la stessa discendenza ideologica (e talvolta lo stesso dogmatismo), nella tensione verso gli stessi obiettivi politici e poi anche sociali, nell'adesione ad un unico sistema di valori, in una concezione della sovranità radicata nella volontà del popolo e da lui solo espressa.

In Spagna come in Italia l'opinione pubblica diventa sempre più partecipe di questo processo che inevitabilmente porta con sé le remore di una secolare separatezza culturale e le difficoltà connesse ad una intercomunicazione attenta più a divulgare stereotipi e a persuadere che a fornire conoscenza. La distorsione ottimistica dell'andamento delle cose di Spagna a fine 1868 operata da alcuni giornali italiani e rilevata dall'unica studiosa che abbia messo a fuoco l'argomento specifico della percezione italiana della Gloriosa168 si spiega con la necessità, che la stampa repubblicana in Italia avverte, di andare oltre la cronaca e di piegarla alle proprie esigenze di propaganda e mobilitazione: risvegliare le forze interne, mostrare che la rivoluzione è a portata di mano diventa compito preminente rispetto a quello di fare informazione pura e semplice.

Due anni dopo, l'avvento di Amedeo di Savoia sul trono di Spagna sarà il primo frutto dell'intreccio di rapporti inaugurato con la rivoluzione del 1868: un frutto precario e immaturo, nonostante il lungo lavorio di preparazione diplomatica; e i cittadini di Madrid, salutando questo re venuto dall'altra parte del Mediterraneo col nome di Macarron Primero, faranno qualcosa di speculare rispetto alla caratterizzazione con cui gli italiani avevano disegnato la figura di Isabella II di Borbone. Lo stupore che si accenderà di lì a poco negli occhi di Edmondo De Amicis al primo contatto con la Spagna sarà quello di chi entra in un mondo che riteneva familiare e ne scopre i molti lati ignoti: non molto diversamente un secolo prima si era accostato alla stessa realtà un altro piemontese illustre, Vittorio Alfieri.

Note

1. F. García Sanz, Italianos y españoles: Restauración, crisis coloniales y crisis europeas, in Españoles e Italianos en el mundo contemporáneo, Madrid, 1990, p. 144.

2. Il profilo più recente di Depretis è quello compilato da R. Romanelli per il Dizionario biografico degli Italiani, vol. XXXIX, Roma, 1991, pp. 66-89, cui si rinvia anche per l'esauriente nota bibliografica.

3. Sul tema si vedano G. Maraldi, Il partito democratico subalpino e l'azione politico-parlamentare di Agostino Depretis durante il decennio 1849-1859, in «Rassegna Storica del Risorgimento», a. XVII (1930), pp. 105-173; e T. Grandi, Lettereinedite di Mazzini a Depretis (1851-1855), in «Bollettino della Domus Mazziniana», a. XIV (1968), pp. 185-204.

4. E. Castelar, Ricordi d'Italia, Livorno, 1911, p. 312.

5. Sulla teoria dei periodi politici cfr. S. Rota Ghibaudi, Giuseppe Ferrari. L'evoluzione del suo pensiero (1838-1860), Firenze, 1969, pp. 314 ss.; inoltre G. Monsagrati, A proposito di una recente biografia di G. Ferrari: vecchie tesi e nuove ricerche, in «Rassegna Storica del Risorgimento», a. LVII (1980), pp. 285-291.

6. Un rapido inquadramento del pensiero politico di Crispi e della sua evoluzione nel tempo in F. Fonzi, «voce» Crispi, Francesco, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. XXX, Roma, 1984, pp. 779-799 (con ampia nota bibliografica).

7. E. Castelar, op. cit., p. 309.

8. Ibidem.

9. G. Asproni, Diario politico 1855-1876, a cura di T. Orrù e C. Sole, vol. VII, Milano, 1991, p. 212. Da tener presente che il Diario asproniano ci consente di rettificare la data del banchetto in onore di Castelar, che i curatori dell'edizione italiana dei Ricordi d'Italia avevano fissato al 12 maggio 1876.

10. Presidente del Consiglio del Governo repubblicano, Castelar era stato messo in minoranza alle Cortes il 2 gennaio 1874; il giorno dopo aveva luogo il colpo di stato del generale Pavía.

11. R. Bonghi, Nove anni di storia di Europa nel commento di un italiano (1866-1874), a cura di M. Sandirocco, vol. II, Milano, 1942, p. 17. Per un inquadramento storico del periodo relativamente ai rapporti internazionali si rinvia a C. Di Nola, La situazione europea e la politica italiana dal 1867 al 1870, Roma, 1956.

12. G. Candeloro, Storia dell'Italia moderna, vol. V: La costruzione dello Stato unitario, Milano, 1968, p. 339. Cfr. inoltre L. Duranti, Luigi Federico Menabrea presidente del Consiglio, in «Rassegna Storica del Risorgimento», a. LXII (1975), pp. 17-37.

13. A. Saffi, Ricordi e scritti, pubblicati per cura del Municipio di Forlì, vol. IX, Firenze, 1902, pp. 66 s.

14. Cfr. A. Scirocco, I democratici italiani da Sapri a Porta Pia, Napoli, 1969, pp. 425-457.

15. La cui storia è ricostruita da G. E. Curatulo, Il dissidio tra Mazzini e Garibaldi. La storia senza veli, Milano, 1928 (in particolare, per il periodo che qui ci interessa, pp. 259 ss.).

16. Su questa ultima organizzazione cospirativa si veda B. Montale, Antonio Mosto. Battaglie e cospirazioni mazziniane (1848-1870), Pisa, 1966, pp. 141 ss.; sulla contrapposizione dell'ARU all'Internazionale cfr. L. Ambrosoli, Giuseppe Mazzini. Una vita per l'unità d'Italia, Manduria-Bari-Roma, 1993, pp. 269 ss.

17. Si tratta della famosa missione compiuta dall'ex mazziniano Giuseppe Fanelli in Spagna, ove arrivò nel novembre del 1868 con l'incarico, che gli era stato affidato da M. Bakunin, di impiantare l'Internazionale. Tra i molti studi sull'argomento si vedano G. P. Biagioni, La Prima Internazionale e l'attuale storiografia spagnola, in «Rivista Storica Italiana», a. LXXXV (1973), pp. 1110 s., e M. Tuñon de Lara, Storia del movimento operaio spagnolo, Roma, 1976, pp. 125 s. Un rapido profilo di G. Fanelli, curato da G. Monsagrati, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. XLIII, Roma, 1994, ad nomen.

18. La lettera, datata 27 dic. 1868, è edita in Le Carte di Giovanni Lanza, a cura di C. M. de Vecchi di Val Cismon, vol. IV, Torino, p. 278. Anche secondo M. R. Saurin de la Iglesia, 1868. Reflexiones italianas sobre la «Gloriosa», in «Spanische Forschungen der Görresgesellschaft», vol. XXIV (1968), p. 430, la Destra italiana prese subito molto sul serio la sollevazione di Cadice e le sue immediate conseguenze.

19. Li ha analizzati con attenzione M. Mugnaini, Italiani e spagnoli nell'età contemporanea. Cultura, politica e diplomazia (1814-1870), Alessandria, 1994, pp. 245 ss.

20. Ne parla diffusamente F. Chabod, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, Bari, 19622, pp. 335 s.

21. G. Lanza a V. Malenchini, 19 ott. 1868, in Le Carte di G. Lanza, cit., vol. IV, p. 226.

22. «La caduta dell'ultimo Borbone dà luogo quassù a tali paragoni che mi sembra opportuno per gli amici (pei veri amici) della dinastia lo entrare in lizza» (Q. Sella a P. Torrigiani, 17 ott. 1868, in Q. Sella, Epistolario, a cura di G. e M. Quazza, vol. II, Roma, 1984, pp. 450 s.; parole quasi identiche in un'altra sua lettera dello stesso giorno a C. Perazzi, ivi, p. 449). Il discorso era stato tenuto l'11 ottobre: senza menzionare la situazione spagnola, Sella aveva sollecitato gli operai biellesi a tener conto dei progressi compiuti in tutti i campi dall'Italia sotto i Savoia e all'ombra dello Statuto.

23. «Nostro carteggio», in «L'Unità Italiana» del 23 ottobre 1868. Il giorno prima anche «La Riforma aveva posto in risalto i contenuti forti del discorso di Sella e aveva evidenziato come egli si fosse pronunziato a favore del diritto di sciopero e della libertà di associazione; inoltre, in polemica con un riferimento selliano alla necessità per l'Italia di ottenere comunque la sua capitale, il foglio crispino si era chiesto perché mai egli, da ministro del I Governo La Marmora, avesse firmato la Convenzione di Settembre.

24. Si veda il dispaccio con cui il 28 dicembre 1867 L. Corti, ministro italiano a Madrid, riferiva al presidente Menabrea, i passi salienti del discorso con cui Isabella II, inaugurando la sessione legislativa, aveva offerto all'imperatore francese «i mezzi della nostra cooperazione morale, nonché il concorso delle nostre forze pel caso che giudicasse necessario d'impiegarle nella difesa dei diritti legittimi della S. Sede» (Documenti diplomatici italiani [d'ora in avanti DDI], I serie: 1861-1870, vol. X, Roma, 1988, p. 15). Esattamente un mese dopo Corti smentiva la notizia, giunta dalla Francia, della decisione presa dal Governo spagnolo di mandare una divisione a Roma anche contro il parere della Francia (ivi, pp. 86 s.). Sul discorso di Isabella II e sulle sue ripercussioni in Italia v. anche M. Mugnaini, op. cit., pp. 231-239. Di «noticias oficiosas» su un ipotetico accordo tra Isabella II e Napoleone III parla anche M. R. Saurin de la Iglesias, art. cit., p. 432.

25. L. Corti a L. F. Menabrea, 16 gennaio 1868, in DDI, vol. X, p. 55.

26. Attestato da una copiosa corrispondenza, edita da J. Gorricho, Epistolario de Pio IX con Isabel II de España, in «Archivum Historiae Pontificiae», a. IV (1966), pp. 281-347, e da V. Cárcel Ortí, Pio IX e Isabel II: nuevas cartas entre el Papa y la reina de España, ivi, a. XXI (1983), pp. 131-481. M. R. Saurin de la Iglesia, art. cit., p. 431, spiega l'atteggiamento deferente di Isabella II con il bisogno di legittimazione in cui la regina si trovava rispetto alla minaccia carlista.

27. Si v. in proposito L. Sandri, L'intervento militare spagnolo contro la Repubblica romana del 1849, comunicazione al XXVIII Congresso nazionale di Storia del Risorgimento, Roma, 1949, in «Rassegna Storica del Risorgimento», a. XXXVI (1950), pp. 459-464; e M. Mugnaini, op. cit., pp. 192-196 (e la bibliografia ivi citata).

28. Sul tema esiste un approfondito studio di A. Albonico, La mobilitazione legittimista contro il regno d'Italia: la Spagna e il brigantaggio meridionale postunitario, Milano, 1979.

29. Risulta fondamentale, per la comprensione della personalità di Ricasoli e del suo riformismo religioso A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino, 1948, pp. 272 ss.; lo stesso dicasi per F. Chabod, op. cit., pp. 220 ss., e per A. Aquarone, La visione dello Stato, in Ricasoli e il suo tempo. Atti del Convegno internazionale di studi ricasoliani, Firenze, 26-28 settembre 1980, a cura di G. Spadolini, Firenze, 1981, pp. 65 ss. e 89 ss.

30. B. Ricasoli a S. Bianciardi, 19 ottobre 1868, in Carteggi di Bettino Ricasoli, vol. XXVI, a cura di S. Camerani, Roma, 1972, p. 269.

31. «Il Diritto», 24 settembre 1868. Sui primi anni di vita del giornale si veda F. Della Peruta, Il giornalismo dal 1847 all'Unità, in A. Galante Garrone - F. Della Peruta, La stampa italiana del Risorgimento, Bari, 1978, pp. 496 ss.

32. A. Scirocco, op. cit., pp. 437-441.

33. «Il Diritto», 24 settembre 1868.

34. Manifesti, proclami e programmi dei vari schieramenti furono ospitati da «Il Diritto» nei numeri del 27 settembre, 5 ottobre (Centro democratico di Madrid), 6 ottobre (manifesto repubblicano alla Catalogna), 2-3 novembre (programma di governo di Orense per una «Repubblica democratica federale»), 8 novembre 1868 (Partito democratico). Il 9 ottobre il giornale aveva pubblicato anche il testo della protesta di Isabella II diramata da Pau il 30 settembre.

35. E. Decleva, Il compimento dell'Unità e la politica estera, in Storia d'Italia. 2: Il nuovo Stato e la società civile, a cura di G. Sabbatucci e V. Vidotto, Bari, 1995, p. 150.

36. «Il Diritto», 16 ottobre 1868.

37. Cfr. G. Monsagrati, «voce» Cialdini, Enrico, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. XXV, Roma, 1981, pp. 106-115. È significativo il disappunto con cui il 18 ottobre «Il Diritto» accolse la smentita della ventilata missione Cialdini in Spagna data dalla «Correspondance Italienne», un giornale che si riteneva organo ufficioso del Governo.

38. Dopo aver messo più volte in risalto il ruolo trainante di Orense a favore di una soluzione repubblicana e federale («Il Diritto», 15 ottobre 1868) e dopo avere attribuito allo stesso Orense e a Garrido l'intenzione di promuovere una presidenza di Espartero («Il Diritto», 19 ottobre e 28 novembre 1868), l'1 dicembre il giornale fiorentino pubblicava, con la formula «Scrivono da Madrid», una corrispondenza ove spiccava la seguente frase: «La candidatura d'Espartero al trono di Spagna è una soluzione sulla quale i monarchici contano molto per attirare a sé una imponente frazione del partito repubblicano [...] Sarebbe una vera repubblica mascherata». Il giorno dopo un editoriale senza titolo proclamava la neutralità del quotidiano sulla questione istituzionale spagnola e criticava il governo provvidsorio di Madrid per aver condotto una smaccata propaganda filomonarchica che aveva dato la stura ad una serie ininterrotta di manifestazioni repubblicane.

39. F. Chabod, op. cit., p. 44. Per notizie su «La Riforma», v. ivi, p. 49.

40. In un articolo intitolato «La Spagna e il non intervento», pubblicato in prima pagina.

41. Menabrea a Corti, 12 ottobre 1868, in DDI, vol. X, p. 369.

42. L'articolo era intitolato «Lettere da Torino».

43. «La Riforma», 12 ottobre 1868, articolo «Diario. Gli italiani a Madrid».

44. Sul distacco di Crispi dallo schieramento repubblicano e sulla conseguente polemica con Mazzini si rinvia, tra gli altri, a A. Scirocco, I democratici da Sapri a Porta Pia, cit., pp. 283-291.

45. «La Riforma», 31 ottobre 1868.

46. «La Riforma», 23 ottobre 1868, articolo «Il plebiscito spagnolo».

47. Ibidem.

48. M. V. López-Cordón,El pensamiento político-internacional del federalismo español (1868-1874), Barcelona, 1975, pp. 24-46, nel parlare delle «raíces europeas» del pensiero democratico spagnolo, attribuisce un ruolo di primissimo piano alle teorie mazziniane che considera fondamentali nella formazione dei protagonisti della rivoluzione del 1868. Al contrario G. Stiffoni, Mazzini e il movimento operaio spagnolo, ora in Id., La guida della ragione e il labirinto della politica. Studi di storia di Spagna, Roma, 1984, pp. 219-243, ipotizzando - a mio parere fantasiosamente - una «esclusiva limitazione italiana della problematica mazziniana» (p. 219), vede Mazzini completamente tagliato fuori rispetto all'evoluzione del movimento operaio spagnolo verso il socialismo (che è un altro problema, visto che la diffusione dell'Internazionale in Spagna si verifica dopo e non prima del 1868). In realtà è nel giusto la López-Cordón quando afferma che anche dopo il 1848, tra le dottrine che fanno maggiormente sentire la loro influenza in Spagna, incluso il proudhonismo, «la más importante desde el punto de vista internacional sigue siendo la de Mazzini» (op. cit., p. 46). Circa la limitatezza all'Italia che secondo Stiffoni caratterizzerebbe le tematiche mazziniane, è senz'altro preferibile la tesi di chi sostiene l'esatto contrario: da ultimo M. Viroli, Per amore della patria. Patriottismo e nazionalismo nella storia, Bari, 1995, p. 142, che scrive: «L'idea di un patriottismo basato sull'impegno per la libertà al di là delle barriere nazionali trovò il suo più convinto assertore in Giuseppe Mazzini».

49. M. V. López-Cordón, op. cit., p. 17.

50. Ivi, pp. 187-221 (in particolare a p. 202: «La fórmula federal es la indicada para resolver el problema peninsular...»).

51. Su di lui è in fase di pubblicazione la relazione presentata da M. V. López-Cordón, Un republicano español: Eugenio García Ruiz, al convegno di Cagliari del 1992 su Giorgio Asproni.

52. «L'affare di Spagna è ottimo; a Berna, a Madrid, si parla di repubblica federativa; il malefico incanto che accordò l'idea della federazione a quella della reazione è rotto per sempre» (G. Ferrari a F. Cardani, 11 ottobre 1868, in A. Monti, Giuseppe Ferrari e la politica interna della Destra. Con un carteggio inedito di G. Ferrari, Milano, 1925, pp. 232 s.).

53. C. Cattaneo ad A. Bertani, novembre 1868 [senza indicazione del giorno, d'ora in poi s.i.g.], in C. Cattaneo, Epistolario, a cura di R. Caddeo, vol. IV, Firenze, 1956, pp. 564-569.

54. Si vedano le due lettere di Ferrari ad A. Bertani, datate 18 e 29 ottobre 1868, in A. Monti, op. cit., pp. 233-236.

55. V. nota 53.

56. Garibaldi «ai miei elettori di Gallura», 24 dicembre 1868, in G. Garibaldi, Scritti politici e militari, a cura di D. Ciampoli, Roma, s. d. [1907], p. 501.

57. G. Ferrari ad A. Mazzoleni, 1 maggio 1875, in A. Monti, op. cit., p. 288.

58. Lo stesso allo stesso, 16 mag. 1875, ivi, p. 290.

59. Atti Parlamentari. Camera dei Deputati. Discussioni. Legislatura X, I sessione, vol. VIII, p. 8093.

60. La notizia, apparsa in un necrologio della «Gazzetta di Milano», si legge ora in una nota a G. Mazzini, Scritti editi e inediti [cit. d'ora in avanti con la sigla SEI], vol. LXXXVII, Imola, 1940, p. 278.

61. Cfr. A. Capone, L'opposizione meridionale nell'età della Destra, Roma, 1970, pp. 267 ss. (che esamina in particolare l'attività della sezione napoletana dell'ARU), e A. Galante Garrone, I radicali in Italia (1849-1925), Milano, 1973, pp. 104 ss. (che segnala il perdurante distacco tra repubblicani e società).

62. Il concetto era ribadito a metà '68 nello «Statuto fondamentale dell'ARU» (G. Mazzini, SEI, vol. LXXXVI, p. 171; e si veda anche la lettera di Mazzini a V. Estival,  25 apr. 1868, ivi, vol. LXXXVII, p. 68).

63. Mazzini a R. Bagnasco, ottobre 1868 [s.i.g.], ivi, vol. LXXXVII. L'imperativo veniva svolto in tutti gli scritti mazziniani del tempo (ora in SEI, vol. LXXXVI, pp. 138, 145, 151, 191 ss., etc.).

64. G. Mazzini, SEI, vol. LXXXVII, p. 17.

65. Mazzini a E. Ashurst Venturi, 23 aprile 1868, in SEI, vol. LXXXVII, p. 57.

66. Mazzini a G. Ciani, 7 aprile 1868, ivi, pp. 35 s.

67. Mazzini ad A. Giannelli, 31 marzo 1868, ivi, p. 28. E a F. Campanella, 1 maggio 1868: «un moto che venga dalla fame, se non sarà organizzato e diretto da noi, si caccerà in braccia a retrogradi, autonomisti, Murati, il diavolo, o ci caccerà in un socialismo di riazione terribile».

68. Mazzini a E. Ashurst Venturi, 6 settembre 1868, ivi, p. 171. Parole assai simili aveva già scritto a S. Nathan il 20 lug. 1868 (ivi, p. 132).

69. Ivi, p. 120. Si confronti il passo citato sopra con quanto da lui scritto il 21 giugno, e cioè due settimane prima, a F. Dagnino: «Né Milano né Genova inizieranno, probabilmente mai, il moto repubblicano. Sono sconfortato sull'una e sull'altra: lo sono per tutte le città d'Italia» (ivi, p. 115).

70. Così lo definiva Mazzini stesso in una lettera a S. Nathan dell'11 luglio 1868 (ivi, p. 129).

71. Le parole di Garibaldi, dirette ai repubblicani di Catania, furono da costoro comunicate a Mazzini che a sua volta le riferì a F. Campanella nella lettera dell'8 ottobre 1868 (ivi, p. 193). Su questo momento dei rapporti tra Garibaldi e Mazzini si è soffermato anche D. Mack Smith, Mazzini, Milano, 1993, pp. 257 s.

72. «L'Unità Italiana», 10 dicembre 1868.

73. L. Ferraris, ministro dell'Interno, a L. F. Menabrea, 9 giugno 1869, in DDI, I serie: 1861-1870, vol. XI, Roma, 1989, p. 375. Le parole in corsivo poste tra parentesi quadre compaiono nel testo.

74. Mazzini a S. Nathan, 11 luglio 1868, in SEI, vol. LXXXVII, p. 130; e anche a G. Gusella, 10 luglio 1868, ivi, p. 128.

75. Ivi, pp. 122 s.

76. È lo stesso Castelar, in un articolo su Mazzini, pubblicato nel periodico «Semblanzas Contemporáneas», XI (novembre 1871), pp. 53-68, a fissare l'incontro al 20 giugno. Secondo G. Stiffoni, op. cit., p. 229, la visita ebbe invece luogo il 2 giugno.

77. E. Castelar, Mazzini, cit., p. 61.

78. Mazzini al Comitato messinese dell'ARU, 11 agosto 1868, in SEI, vol. LXXXVII, p. 147.

79. L'ipotesi di una guerra franco-prussiana veniva data come probabile da Mazzini nelle lettere a S. Nathan dell'agosto 1868 (SEI, vol. LXXXVII, pp. 145 e 156), a D. Diamilla Muller, del 7 e del 16 settembre 1868 (ivi, pp. 174 e 182 s.), e a F. Ingrao, del 9 settembre 1868, al quale scriveva: «La guerra sul Reno ci porgerebbe opportunità [...]. Prepariamoci il terreno e teniamoci pronti come se l'occasione dovesse sorgere domani» (ivi, p. 176).

80. Mazzini a G. Riccioli Romano, 2 ottobre 1868, in M. Chini, Lettere di G. Mazzini a G. Riccioli Romano. Documenti sulla cospirazione repubblicana in Sicilia tra il 1864 e il 1872, Palermo, 1951, p. 122.

81. Mazzini a E. Castelar, ottobre 1868 [s.i.g.], in SEI, vol. LXXXVII, p. 198.

82. J. M. Jover Zamora, prologo a R. Menéndez Pidal, Historia de España, tomo XXXIV: La era Isabelina y el sesenio democrático (1868-1874), Madrid, 1981, p. XVI.

83. Mazzini a R. Bagnasco, 13 dicembre 1868, in SEI, vol. LXXXVII, p. 226.

84. Ne parlava come di ipotesi che sul momento trovavano poco credito Edoardo de Launay, ambasciatore italiano a Berlino, in un dispaccio del 3 ottobre 1868 al presidente del Consiglio Menabrea (DDI, vol. X, p. 620). Negli stessi giorni alcuni giornali italiani alludevano alle trame bismarckiane come probabile causa della fulmineità della rivoluzione spagnola (cfr. M. R. Saurin de la Iglesia, art. cit., pp. 426 s.). È noto, d'altronde, che già nel novembre del 1867 Mazzini aveva offerto a Bismarck l'appoggio del proprio partito in cambio di un aiuto materiale in armi e denaro da utilizzare in funzione antifrancese (SEI, vol. LXXXVI, pp. 107-110; ma si veda anche l'introduzione al volume, pp. XIX-XXXIX). In proposito cfr. F. Chabod, op. cit., pp. 40 s.

85. Sull'argomento si mostra assai informato G. Asproni, op. cit., p. 171. Un'analisi approfondita dei temi e dei protagonisti di questa manovra, che avrebbe portato i borbonici a finanziare anche la fondazione dell'Internazionale a Napoli, in A. Capone, op. cit., pp. 269-274.

86. G. Asproni, op. cit., p. 188.

87. Mazzini a R. Bagnasco, 13 dic. 1868, in SEI, vol. LXXXVII, p. 227.

88. G. Asproni, op. cit., p. 171.

89. A. Scirocco, Democrazia e socialismo a Napoli dopo l'Unità (1860-1878), Napoli, 1973, p. 232.

90. «L'Unità Italiana», 28 settembre 1868, articolo «I moti spagnuoli». Su questo giornale repubblicano si rinvia a L. Ravenna, Il giornalismo mazziniano, Firenze, 1939, pp. 207-239.

91. A. Saffi, op. cit., p. 67.

92. Qualche notizia su queste visite (tra gli altri furono a Lugano Bertani, Asproni e vari esponenti dell'ARU) nell'Epistolario mazziniano dell'autunno-inverno 1868-'69 (SEI, vol. LXXXVII, passim), e in G. Asproni, op. cit., pp. 279 s.

93. Cfr. F. Della Peruta, Mazzini e i rivoluzionari italiani. Il «partito d'azione» 1830-1845, Milano, 1974, p. 90 e passim.

94. Specialmente nel dispaccio del 21 novembre 1868 a L. F. Menabrea (DDI, vol. X, p. 748).

95. L. F. Menabrea a L. A. Melegari, 26 dicembre 1868, ivi, p. 838.

96. G. Cantelli, ministro dell'Interno, a L. F. Menabrea, 19 dicembre 1868, ivi, p. 813.

97. Sarà appunto questo il titolo della raccolta degli scritti di C. Rosselli sulla Spagna, pubblicati a cura di F. Venturi a Parigi nel 1938 per le edizioni di «Giustizia e Libertà».

98. G. Menéndez-Pidal, La España del siglo XIX vista por sus contemporáneos, vol. II, Madrid, 1988, p. 43.

99. E. De Amicis, Spagna, Firenze, 1873, p. 11.

100. «L'Unità Italiana», 24 ottobre 1868, articolo « La colonia italiana a Barcellona nella sera dell'11 ottobre». Della manifestazione aveva già dato un resoconto «Il Diritto» nel numero del 20 ottobre 1868.

101. «Il Diritto», 12 ottobre 1868.

102. La lettera, datata 24 novembre 1868, è conservata nell'archivio del Museo Centrale del Risorgimento di Roma, busta 547/78/13.    

103. Garibaldi ad A. G. Barrili, 11 novembre 1868, in Id., Scritti politici e militari, cit., p. 494.

104. J. A. Ferrer Benimeli, Recuerdos de un demócrata en el centenario de la muerte de Garibaldi. Castelar y Garibaldi, in «Tiempo de Historia», a. VIII (1982), pp. 18-25 (traggo la citazione da M. Espadas Burgos, El eco de Garibaldi en España, in G. Garibaldi e il suo mito. Atti del LI Congresso di Storia del Risorgimento, Genova, 10-13 novembre 1982, Roma, 1984, pp. 243 s.).

105. Questa amicizia è stata illustrata di recente da F. Madrid Santos, El garibaldinismo en España en el siglo XIX, in «Spagna contemporanea», a. II (1993), pp. 29-34, e da M. I. Pascual Sastre, Catorce cartas inéditas de Garibaldi sobre España, in «Hispania», a. LIV (1994), pp. 311-335. Colgo l'occasione per ringraziare la dott. Pascual per i preziosi consigli e suggerimenti offertimi e per il materiale documentario messo gentilmente a mia disposizione.

106. F. Garrido, El socialismo y la democracia ante sus adversarios. Precedida de una carta de José Mazzini, Londra, 1862.

107. Un'eco di tali preoccupazioni nella lettera di Garibaldi a S. Canzio, 28 settembre 1868, ora in Museo del Risorgimento di Milano, Fondo Curatulo, n. 302: «Il fatto di Spagna - scriveva il generale - potrebbe essere un principio della fine, e lo sarà, almeno spero, quella dei Borboni. Oggi il movimento è militare, speriamo sia presto nazionale...». A sua volta Canzio, genero di Garibaldi, manifestava gli stessi timori a Menotti Garibaldi (lettera del 3 ottobre 1868, ivi, n. 3338).

108. Lettera dell'11 novembre 1868, in G. Garibaldi, Scritti politici e militari, cit., p. 495.

109. Ivi, loc. cit.

110. Ivi, pp. 497 ss. (la lettera, datata 8 dicembre 1868, apparve sul giornale «La Igualdad» di Madrid del 23 dicembre, e di qui fu ripresa dai quotidiani italiani), e 510 s. (lettera del 20 aprile 1869).

111. F. Garrido a G. Garibaldi, 17 maggio 1869. Pubblicata anch'essa da «La Igualdad», nel numero del 17 maggio 1869, la lettera di Garrido si legge ora in C. E. Lida - I .M. Zavala (a cura di), La revolución de 1868. Historia, pensamiento, literatura, New York, 1970, pp. 472-476 (il brano cit. è a p. 475).

112. Nel proclamare questo suo convincimento, in una lettera a R. Bagnasco del 13 dicembre 1868, in SEI, vol. LXXXVII, p. 227, Mazzini criticava appunto la tesi di Garibaldi la cui posizione considerava del tutto inconciliabile con la sua: «La diversità tra Garibaldi e noi è appunto ch'ei reclama dittatura e noi no», spiegherà il 9 febbraio 1869 ad A. Giannelli (ivi, p. 281). Sul tema è ora disponibile un saggio di C. Vetter, Mazzini e la dittatura risorgimentale, in Il Risorgimento, a. XLVI (1994), pp. 1-45, la cui conclusione è che «nel pensiero mazziniano convivono istanze filosoficamente totalitarie e progettualità politicamente democratiche»: il che, se fosse vero, costituirebbe un bel controsenso per una dottrina che, come quella mazziniana, si era saldamente incardinata sull'indissolubilità del nesso tra pensiero e azione.

113. Mazzini ad A. Lemmi, 19 agosto 1868, in SEI, vol. LXXXVII, p. 157.

114. G. Stiffoni, op. cit., pp. 229 s. e 237. Su questo lavoro si veda C. Venza, La Spagna dal 1860 al 1898 vista dagli storici italiani, in Españoles e italianos..., cit., pp. 118 s.

115. Mazzini a K. Blind, 7 marzo 1868, in SEI, vol. LXXXVII, p. 4; lo stesso al direttore del «Courier Français», 3 febb. 1868, ivi, vol. LXXXV, pp. 334 s.

116. Si veda la lettera a K. Blind di cui alla nota precedente.

117. Cfr. L. Ravenna, op. cit., pp. 251-268.

118. «L'Unità Italiana», 4 novembre 1868, articolo «La repubblica federale» (ripreso dal francese «Réveil»).

119. «L'Unità Italiana», 24 novembre 1868, «Manifesto elettorale del partito repubblicano».

120. G. Mazzini, Istruzione generale per gli affratellati della Giovine Italia, in SEI, vol. II, p. 50. Il concetto fu ripreso e sviluppato da Mazzini in più occasioni: nel 1850, ad esempio, nel «Manifesto del Comitato Nazionale Italiano», specificava di non voler puntare ad una unità di tipo «napoleonico» o «d'esagerato concentramento amministrativo», ma ad una unità «politica armonizzata coll'esistenza di regioni, circoscritte da caratteristiche locali e tradizionali, e di grandi e forti Comuni, partecipanti quanto più possibile, coll'elezione, al potere e dotati di tutte le forze necessarie a raggiungere l'intento dell'Associazione» (Mazzini, SEI, vol. XLIII, p. 223).Nella vasta letteratura disponibile sull'argomento segnaliamo, tra gli studi più recenti, S. Mastellone, Il progetto politico di Mazzini, Firenze, 1994, pp. 125 s., e M. Scioscioli, Giuseppe Mazzini. I princìpi e la politica, Napoli, 1995, pp. 186-193.

121. Su questa collaborazione ha richiamato a suo tempo l'attenzione M. R. Saurin de la Iglesia, art. cit., p. 428. Inoltre «L'Unità Italiana» pubblicò il 17 novembre 1868 parte di uno scritto di E. Castelar del 1860, dal titolo «Roma».

122. A. Scirocco, Socialismo e democrazia..., cit., p. 232.

123. Mazzini a F. Garrido, novembre 1862 [s.i.g.], in SEI, vol. LXXIII, Imola, 1936, p. 167.

124. Mazzini ad A. Lemmi, 5 gennaio 1869, SEI, vol. LXXXVII, p. 244.

125. «La Riforma», 28 dicembre 1868, articolo «La Spagna».

126. Sui giornali democratici spagnoli cfr. M. V. López-Cordón, El pensamiento político..., cit., pp. 66 ss.

127. Si vedano gli articoli pubblicati da «L'Unità Italiana» nei numeri del 10 novembre («Crisi spagnuola»), 13 novembre («Il dovere dei fratelli spagnuoli»), 24 novembre («Ancora un compromesso»), 3 e 4 dicembre 1868 («Posizione dei partiti in Ispagna», I e II parte).

128. M. R. Saurin de la Iglesia, art. cit., p. 425.

129. Tale presa di posizione ebbe un forte risalto, dal momento che fu inserita ne «Il Movimento» di Genova del 14 ottobre, ne «Il Diritto del 15 e ne «L'Unità Italiana» del 17 ottobre.

130. «Il Diritto», 21 ottobre 1868.

131. «L'Unità Italiana», 31 ottobre 1868.

132. «L'Unità Italiana», 6 novembre 1868.

133. Ibidem.

134. Ibidem.

135. Ibidem.

136. Ibidem.

137. V. nota 129.

138. La minuta, non datata, è conservata presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, busta 495/99/2.

139. «L'Unità Italiana», 2 novembre 1868.

140. Lo si apprende da una lettera dello stesso De Giorgi pubblicata ne «L'Unità Italiana» del 26 novembre 1868.

141. Appunto trascritto dal giovane Nietzsche in un quaderno dell'ottobre 1867- aprile 1868, in F. Nietzsche, Filosofare con il martello. Aforismi, appunti, frammenti, a cura di C. Pozzoli, Milano, 1994, p. 219.

142 Lo rileva anche M. R. Saurin de la Iglesia, art. cit., pp. 428 s.

143. In un articolo intitolato «Viva la repubblica... spagnola», dove ovviamente i puntini sospensivi hanno un loro valore semantico.

144. «L'Unità Italiana», 22 ottobre 1868, articolo «Nostro carteggio»

145. «L'Unità Italiana», 25 ottobre 1868 (il pezzo non ha titolo).

146. «L'Unità Italiana», 18 novembre 1868 (anche quest'articolo non è intitolato).

147. Entrambe le notizie ne «Il Diritto» del 2 dicembre 1868.

148. L'editore è Simonetti, l'anno di pubblicazione il 1869.

149. Nel numero del 4 ottobre.

150. Intitolato «L'insurrezione dell'onore».

151. G. Asproni, op. cit., p. 177.

152. Ivi, p. 179.

153. Ivi, p.181.

154. Ivi, p. 194

155. «L'Unità Italiana», 20 dicembre 1868, articolo «La verità sugli avvenimenti dell'Andalusia».

156. Anche a parere di Mazzini, in Italia era prevalente l'idea che la Spagna fosse un paese «abbrutito dal clero e dall'aristocrazia» (lettera «agli amici di Roma» del 4 gennaio 1869, in SEI, vol. LXXXVII, p. 240); in proposito v. pure M. R. Saurin de la Iglesia, art. cit., p. 422.

157. «La Spagna repubblicana».

158. «L'Unità Italiana», 10 ottobre 1868, articolo «Spagna».

159. Definito, ne «L'Unità Italiana» del 12 ottobre 1868, «il solo capo militare d'opinione repubblicana».

160. «La Plebe», 3 ottobre 1868 (trafiletto senza titolo).

161. Nel numero dell'8 ottobre 1868.

162. «La Riforma», 10, 11 e 12 ottobre 1868.

163. Anno di edizione il 1868.

164. V. C., La rivoluzione di Spagna..., cit., p. 12.

165. Ad esempio negli articoli del 10 («Crisi spagnuola») e del 13 novembre 1868 («Il dovere dei fratelli Spagnuoli»).

166. V. C., La rivoluzione di Spagna, cit., p. 14.

167. M. Mugnaini, op. cit., p. 250.

168. M. R. Saurin de la Iglesia, art. cit., p. 423.