RIVISTO IL 9.10.2000

Luciano Marrocu

Gli artifici della memoria: storiografia e tradizione nella Sardegna dell�800

 

Chi studia la vita culturale della Sardegna dell�800 rimane colpito dalla fioritura di ricerche storiche, storico‑letterarie, linguistiche, archeologiche, folcloriche che si ebbe a partire dagli anni Venti del se­colo: molti aspetti di quel passato e di quelle tradizioni sarde che sino a poco prima erano stati al pi� oggetto di una generica passione antiqua­ria furono affrontati con uno spirito e dei metodi profondamente rinnovati. � importante notare come la rinascita ottocentesca degli studi sardi si affiancasse, sia pure in ritardo, ad altri simili movimenti ‑come la rinascita celtica, e quella ceca ‑ che si erano sviluppati nell�Europa del XVIII secolo. Non diversamente dai loro colleghi gallesi o scozzesi, gli scrittori e gli eruditi sardi si resero conto di poter trovare impressioni di bellezza e un�emozione nuova osservando le te­stimonianze del passato della loro terra. Si avvicinarono, rimanendone affascinati, alle fonti della propria storia: esplorarono archivi e biblioteche, trascrissero cronache e documenti, raccolsero con siste­maticit� iscrizioni, monete, reperti archeologici; espressioni del mondo tradizionale ‑ la lingua, il folclore la narrativa popolare ‑ che sino ad allora erano state considerate come fenomeni del tutto privi di im­portanza, furono guardate con occhi diversi.

Vicende e motivazioni di questa rinascita sono abbastanza cono­sciute e non � comunque di esse che intendo principalmente parlare. Mi soffermer� invece sulla tradizione storica elaborata nei secoli pre­cedenti, una tradizione con la quale gli studiosi ottocenteschi dovettero in un modo o nell�altro confrontarsi. Molli arrivarono alla conclusione di trovarsi di fronte a un patrimonio di conoscenze assai povero e che toccasse a loro costruire, praticamente dal nulla, una memoria storica

nazionale. Si pu� magari non condividere completamente un giudizio cos� radicale, ma � certo che, volgendoci in una prospettiva di lungo periodo ai secoli che precedono la rinascita ottocentesca, l�esistenza di una tradizione storica appare a momenti problematica. O perlomeno: se la produzione storiografica colta, pur lasciando un�impressione di esi­guit� e frammentariet�, non manc� di fornire alle �lites intellettuali dei punti di riferimento, l�inaridirsi della memoria, la perdita del passato, costituirono tra la gente comune una minaccia sempre incombente. Ci� che mi propongo nelle pagine che seguono � di considerare alcuni aspetti di questa tematica: anzitutto sintetizzando risultati e problemi della storiografia tra XVI e XVIII secolo; individuando, poi, quei po­chi e dispersi brandelli di una memoria collettiva del passato dell�isola che si presentano in quello stesso periodo nella societ� sarda; tentando infine una valutazione complessiva del rapporto tra tradizione storica (sia colta che popolare) e rinascita ottocentesca.

I.   La storiografia sarda aveva mosso i suoi primi passi nella se­conda met� del XVI secolo e si era concentrata dall�inizio soprattutto su tre temi. Il primo era quello delle pi� antiche colonizzazioni da parte delle popolazioni rivierasche del Mediterraneo. Nell�utilizzare le fonti letterarie antiche, gli scrittori sardi si erano ben poco curati di distin­guere in esse le notizie attendibili dalle interpretazioni mitiche e favo­lose. Ancora nel 1782 Matteo Madao incentrava sul diluvio universale il racconto del primo popolamento della Sardegna, con gigantesche famiglie antidiluviane che l�avevano abitata per prime, completamente sostituite sino dai primi secoli post‑diluviani da discendenti di Jafet. Prima di Madao nessuno degli storici sardi aveva fatto a meno di chiamare in causa l�uno o l�altro dei numerosi personaggi mitici il cui nome veniva legato dai testi greci o da quelli latini ai primi insedia­menti nell�isola. Secondo una tradizione classica ampiamente ripresa in epoca moderna, Sardus, figlio di Ercole, e Norax, figlio di Mercu­rio, dovevano annoverarsi tra i pi� antichi colonizzatori della Sarde­gna: al primo, originario della Libia, si doveva il nome con cui l�isola era stata conosciuta sin dall�antichit�; il secondo era il fondatore della sua prima citt�, Nora. Si intendeva dimostrare soprattutto la nobilt� dell�origine dei sardi, ma � comunque notevole che questi gloriosi antecedenti

alludessero a un sistema di fitte e ininterrotte relazioni con i pi� importanti centri mediterranei. Eroi eponimi e miti di fondazione, insomma, restituiscono l�immagine di una terra che nel �500 e nel �600 non � ancora 1��isola nascosta� dei secoli successivi. Lo storico e geografo sassarese Giovanni Francesco Fara, che scriveva nella se­conda met� del XVI secolo, riteneva che la provvidenza divina avesse posto la Sardegna al centro del Mediterraneo �quale approdo di tutte le navi e loro rifugio e ristoro dopo lunga navigazione e tempesta�. La Sardegna, aggiungeva Fara, era �in ottima posizione per fare la guerra�. La qual cosa, spiegava, aveva fatto in modo che i popoli di volta in volta pi� potenti ‑ Etruschi e Greci, Cartaginesi e Romani, Vandali e Saraceni, Pisani e Genovesi, e infine gli Aragonesi ‑avessero ingaggiato per essa �innumerevoli battaglie� e subito �gravi perdite�.

La seconda parte di questa tradizione storiografica riguardava la dominazione cartaginese e quella romana. Alla prima o alla seconda di queste due invasioni (o a tutte e due congiuntamente) veniva attribuita l�usurpazione della �antica libert�� dei sardi. Fara fu il primo tra gli storici moderni a raccontare in dettaglio la vicenda di Amsicora e di come nel III secolo avanti Cristo si fosse opposto con le armi al domi­nio romano. Lo storico sassarese sottolineava come la ribellione na­scesse dal grave stato di oppressione a cui erano sottoposti i sardi, ma non nascondeva lo stretto collegamento tra la rivolta di Amsicora e l�appoggio cartaginese (un fatto, quest�ultimo, che sarebbe stato af­frontato con un certo imbarazzo dalla storiografia ottocentesca). Dal Fara in poi la statura del personaggio non fece che crescere nella con­siderazione degli storici isolani e, sebbene non si mancasse di ribadire la sua appartenenza alla nobilt� sardo‑punica, Amsicora venne acqui­stando un suo posto preciso nella galleria delle glorie locali. Nel con­testo della resistenza alla dominazione romana, un ruolo speciale as­sumevano gli abitanti delle zone montuose del centro dell�isola. Era stato lo stesso Fara a raccogliere la tradizione di origine greca sullo spirito di libert� degli abitatori della Barbagia. Verso la fine del XVI secolo, Proto Giovanni Arca aveva affrontato pi� sistematicamente la questione, disegnando attraverso i barbaricini il fortunato prototipo di una sardit� intatta e incorrotta, capace di trovare nella sua stessa arcaicit� le energie per opporsi alla penetrazione straniera. Nel De origine et fortitudine barbaricinorum Arca faceva riferimento a un oracolo antico sulla �perpetua libert�� di quelle genti, ma insieme alla dimensione profetica v�era nella sua opera un preciso collegamento tra il peculiare spirito di resistenza dei sardi delle zone interne e il tipo di pastorizia nomade che praticavano.

II terzo aspetto della tradizione storiografica isolana era il pi� im­portante e riguardava l�intricata fase giudicale: dalle origini oscure di questa forma statale, attraverso le vicende degli Arborea, sino al ma­linconico epilogo della battaglia anticatalana di Leonardo Alagon e dalla sua sconfitta. Nell�esperienza giudicale ‑ durata grosso modo dal IX al XV secolo ‑ si era consumato ci� che di pi� simile all�indipendenza politica la Sardegna, almeno dai tempi dell�invasione cartaginese, avesse mai avuto. � facile comprendere come essa po­nesse agli storici sardi del �500 e del �600 vari e complicati problemi. Si trattava, tra l�altro, di armonizzare il loro sentimento patriottico (che tutti, pur in misura diversa, manifestavano) con una altrettanto evi­dente lealt� nei confronti della Corona spagnola. Francesco Vico (che pubblic� la sua Historia genera! de la Isla de Sardena del 1639, dedi­candola a Filippo IV) sosteneva di voler riscattare dall�oblio il glorioso passato dell�isola e quando nella sua narrazione giunse a trattare del governo giudicale lo defin� �el mas connatural y proprio govierno de la Sardena�. Nel racconto di Vico, i giudici facevano una precocissima apparizione, addirittura sei secoli prima della invasione cartaginese, succedendo ai re, eroi eponimi e semidei delle prime et� mitiche. N� i cartaginesi, n� i romani ‑ secondo Vico ‑ erano riusciti a cancellare completamente questa forma di governo autoctona. Essa aveva conti­nuato a sopravvivere in quelle zone montagnose dell�interno dove nessuno dei conquistatori era mai riuscito a insediarsi. Per assistere a una piena restaurazione di questa antica istituzione locale bisognava attendere la dissoluzione dell�Impero romano. Solo nel quinto secolo il popolo sardo era ritomato �a su soberano dominio de elegir Iuzes co nombre y potestad de Rcyes absolutos, e indepentientes de otro domi­nio temporale�. Per quanto anche Vico facesse riferimento a una sorta di alta giurisdizione sull�isola da parte della cl�esa (con la conseguenza che i giudici sardi potevano risultare come dei vassalli del pontefice), tutto ci� non sembrava intaccare la continuit� tra le origini pi� antiche dell�istituto giudicale e le forme nuove che esso aveva assunto con la  fine dell�Impero romano.

Vico era l�unico a sostenere questa interpretazione, per cos� dire �nazionale�, della vicenda dei giudicati, mentre tutti gli altri storici del periodo spagnolo ne riconducevano 1�origine ad una fase molto suc­cessiva (in genere al XI secolo dopo Cristo). Lo stesso Vico, per�, giunto a raccontare la conquista dell�isola da parie dei catalani, si atte­neva a una versione dai risvolti meno patriottici. Il Regnum Sardiniae, scriveva, �no fue conquistado� da Giacomo II e dai suoi successori, ma offerto a lui da �sus naturales�, �y entegrado a lo Reyes de Ara­gon�. Poteva sembrare arduo inserire in un simile contesto la resi­stenza ai catalani degli ultimi rappresentanti del potere giudicale (come Eleonora d�Arborea e Leonardo Alagon), ma la soluzione offerta da Vico non tradiva alcun imbarazzo: gli bastava collegare la venuta in Sardegna dei re catalani a una legittima investitura papale e presentare i loro nemici come vassali facinorosi e ribelli. Cos�, nel grande dramma della fine del potere giudicale, Eleonora recitava la parte di una ambiziosa intrigante (�no era la ambion de dona Leonora de Arborea de la que satisfazian con lo justo�), mentre la rivolta promossa da Leonardo Alagon veniva descritta come un colpevole attentato al �dulce ocio de la paz�.

Si ha l�impressione che nel corso degli anni, man mano che ci si allontanava nel tempo dai fatti turbinosi della conquista catalana, fosse

relativamente pi� agevole questa sorta di quadratura del cerchio per cui una caratterizzazione in senso nazionale dell�origine dei giudicati po­teva tranquillamente coesistere con una indiscussa lealt� nei confronti della Corona di Spagna. Sessant�anni prima di Vico, quando il ricordo degli ultimi sussulti della � naci� sardesca� non aveva forse ancora perso la sua carica conflittuale, Giovan Francesco Fara aveva offerto una interpretazione molto meno �nazionale� delle radici del potere giudicale. Secondo quanto scriveva nel De Rebus Sardois, la nascita stessa dell�istituto giudicale derivava da una diretta investitura papale, mentre a partire dall�XI secolo era stata Pisa a dividere l�isola in quat­tro giudicati, ponendone a capo gli esponenti di altrettante nobili fami­glie della citt�.

La tradizione storiografica elaborata nei secoli della dominazione spagnola mostr� segni di impoverimento nei primi cinquant�anni di quella piemontese. Si scrisse meno di storia, e mai a un livello para­gonabile a quello dell�epoca precedente. La cultura isolana pagava, anche in questo, il passaggio dal circuito se non altro vasto garantito dall�appartenenza a un impero multinazionale, allo sfondo pi� angusto e soffocante della prima fase del dominio sabaudo. Contemporanea­mente si assisteva al fenomeno opposto di un crescente interesse per la Sardegna da parte di scrittori stranieri. Un�Europa pi� curiosa, pi� in­telligente, pi� disponibile al nuovo e al diverso, scopriva insieme ad altre �isole nascoste� anche la Sardegna. Non si trattava tanto di viag­giatori ‑ solo nel primo Ottocento essa sarebbe stata vista come un tappa, magari eccentrica e avventurosa, del Grand Tour‑ quanto di una diversa considerazione dell�isola anche da parte di chi non aveva avuto occasione di visitarla. Nessuno degli scrittori stranieri, tuttavia, mostr� un interesse particolare nei confronti della storia locale, prefe­rendo tutti concentrarsi sul presente della Sardegna e sulla persistente arretratezza dei suoi costumi. Colpisce, in un panorama poverissimo di notizie storiche, una spiccata predilezione per le epoche pi� antiche e la scarsissima attenzione, quando non il totale silenzio, verso l�epoca giudicale.

Per trovare nel �700 una storia della Sardegna dotata di una qualche organicit� dobbiamo aspettare un piemontese e un piemontese ‑ il particolare � significativo ‑ direttamente coinvolto nell�amministra­zione dell�isola. Michele Antonio Gazano pubblic� la sua Storia della Sardegna nel 1777, dopo aver coperto per anni la carica di Segretario di stato per gli affari del Regno Sardo. Non fa quindi meraviglia che, come ha scritto Renzo Laconi, la sua opera risultasse �una sorta di trattazione ufficiale dal punto di vista dei nuovi dominatori�. Percor­reva la Storia di Gazano una tesi esplicitamente politica. Ponendo in discussione i diritti di alto dominio rivendicati dalla Santa Sede ‑ di­ritti che erano stati il presupposto della concessione del titolo di re di Sardegna a Giacomo Il di Aragona ‑ apriva la strada ad una conside­razione diversa dei fondamenti storico‑giuridici del potere nell�isola. I patti tra stati assoluti e sovrani stabiliti a Londra nel 1718 davano al potere sabaudo una legittimit� che catalani e spagnoli non avevano mai potuto rivendicare. Simili percorsi giustificativi erano stati propri an­che del Fara e del Vico e pi� in generale di tutti gli storici dell�et� spa­gnola, anche se, ovviamente, con esiti diametralmente opposti. In un certo senso la storiografia sarda era sempre e solo stata storiografia politica, aveva sempre prodotto delle opere a tesi, si era rivolta al pas­sato rimanendo ossessionata dal presente. Ci� che distingueva Gazano dalla tradizione storiografica locale era, piuttosto, la scarsa simpatia che dimostrava nei confronti del mondo sardo. A lui si doveva un giudizio sulla resistenza antiromana come espressione di una feroce barbarie e una descrizione degli abitatori delle zone interne (�avvezzati di padre in figlio a vivere col mestiere infame della rapina�) che anti­cipava di un secolo il tema della �razza delinquente�. Giudizi simili segnalavano non solo una estraneit� personale del Gazano alla realt� che raccontava, ma anche una distanza culturale rispetto all�isola pro­babilmente maggiore nei piemontesi di quanto non fosse stata da parte degli spagnoli.

II.  Questo, in una sintesi estremamente sommaria, ci� che si pu� dedurre dalla letteratura storiografica compresa tra la met� del XVI se­colo e la fine del XVIII. Molto pi� difficile collegare questa letteratura a una tradizione storica diffusa al di l� della ristretta cerchia degli scrittori e degli eruditi. C�erano alcuni canali attraverso cui qualche brandello della propria storia, se non una concezione coerente, poteva entrare nella vita quotidiana dei sardi. La Carta de logu ‑ la famosa raccolta di leggi dovuta a Eleonora d�Arborea ‑ venne confermata come legge nazionale dei sardi nel 1421 e rimase operante per tutto il periodo spagnolo. I commenti alla Carta di Gerolamo Olives, dopo la prima edizione madrilena del 1525, ebbero successivamente tre ri­stampe, l�ultima delle quali a Cagliari nel 1725. Ancora nei primi de­cenni dell�800 non era stata del tutto abrogata, e veniva studiata da chiunque si preparasse alla carriera forense. Per il tramite della Carta de logu la tradizione di una Eleonora saggia legislatrice rimase viva at­traverso gli anni. Riferendosi alla sua eredit�, i sardi potevano pensare di aver seguito per secoli i dettati di una saggezza giuridica loro pro­pria e non importata dall�esterno.

Una tradizione locale si era costituita ovviamente anche nell�ambito religioso. Molti tra i santi protettori delle comunit� sarde ‑ come Eli­sio, Gavino, Gianuario ‑ erano (o si pretendeva che fossero) legati alla vicende dei primi insediamenti cristiani nell�isola. I sardi porta­vano i loro nomi e imparavano i dettagli della loro vita e del loro martirio non solo sentendoli narrare dal pulpito ma anche attraverso le strofe dei poeti improvvisatori. Il ritrovamento, nella prima met� del XVII secolo, di resti e reliquie di presunti martiri sardi nella basilica cagliaritana di S. Saturnino e in quella di S. Gavino di Torres (nei pressi di Sassari) da una parte si inseriva nel quadro delle lotte per il primato tra la sede vescovile sassarese e quella cagliaritana, ma dall�altra testimoniava una pi� generale tendenza della chiesa sarda a vantare l�antichit� delle proprie radici. Opere come il Triumpho de los santos de Cerdena di Dionisio Bonfant, del 1635, esprimevano anche nel titolo un simile atteggiamento. L�operazione del ritrovamento del falsi martiri segu� a Cagliari una regia sontuosamente orchestrata, riu­scendo a dare vita a nuove forme di devozione popolare. Nel luogo del ritrovamento si svolsero fastose cerimonie liturgiche e, laddove stava prima una chiesetta di campagna, fu eretto un tempio, che divenne da allora meta di pellegrinaggi annuali. Quando il culto dei falsi martiri andava ponendo salde radici (e le loro reliquie cominciavano ad essere richieste anche dall�Italia), tutta l�operazione venne ridicolizzata dalla storiografia religiosa erudita della fine del XVII secolo. Qualche tempo dopo Ludovico Antonio Muratori ne parl� come di una � alluci­nazione�. Ma non per questo cess� tra il clero sardo la convinzione che la propria terra potesse vantare un qualche primato nell�acco­glimento del messaggio evangelico. In una societ� profondamente permeata dalla presenza della chiesa, non � improbabile che anche il culto dei martiri locali potesse contribuire a nutrire una seppur vaga forma di identit� nazionale.

Al di fuori dell�ambito propriamente religioso, se non si ebbe una totale perdita del senso della continuit� storica, lo si doveva ad inizia­tive disorganiche pi� che ad un intervento preciso del potere civile. Non risulta che le universit�, sia in epoca spagnola che nel Settecento, riservassero un qualche spazio alla storia dell�isola, salvo ci� che i cultori di studi giuridici potevano dedurre dai commenti alle prammatiche reali e agli atti dei parlamenti. Alla fine del Settecento � possibile che un qualche grossolano compendio di storia locale circo­lasse nelle scuole cosiddette secondarie. Giuseppe Manno ‑ uno stu­dente particolarmente diligente di quella fine di secolo e che sarebbe stato poi l�iniziatore della rinascita della storiografia sarda ‑ cos� de­scriveva lo stato delle sue conoscenze sulla storia dell�isola, prima di cominciare le sue personali ricerche:

Negli studi miei passati, non mai rivolti alla storia patria, io intanto sapeva che prima dei Reali di Savoia avevano signoreggiato in Sardegna gli Spagnoli, in quanto aveva dovuto, per ragioni di mestiere studiare e applicare le loro prammatiche. Sapeva ugualmente, che una Regina Eleonora d�Arborea aveva avuto sede gloriosa in questa provincia, da che la sua Carta de logu era uno dei codici citati da me nelle conclusioni del mio officio. Di classiche reminiscenze sulla Sardegna non altro io conoscevo, che gli scherni di Virgilio e di Orazio, e gli scherni di Cicerone.

Gran parte di ci� che veniva tramandato passava in effetti per canali diversi da quelli ufficiali. Un instancabile raccoglitore di memorie �patrie� come Vittorio Angius ‑ che nei primi decenni del XIX se­colo visit� quasi tutti i villaggi dell�isola ‑ ebbe modo di consultare moltissimi archivi pubblici e privati, ma si bas� anche su �altre scrit­ture che trovava ne paesi, dove avevano alcuni patrioti notato quanto avevano imparato dai loro prossimi antenati od antichi�. � ragionevole pensare che questo tipo di �scritture� considerassero il passato, pi� che in una dimensione nazionale, nell�ambito del singolo villaggio. La qual cosa, per altro, era propria sia delle celebrazioni religiose che rie­laboravano vicende storiche o leggendarie, sia dalla tradizione orale. Le fiabe e le leggende popolari che studiosi (sardi e non sardi) raccol­sero nella seconda met� dell�Ottocento avevano normalmente una di­mensione locale. Narrano di carestie e di pestilenze, di lunghe siccit� e di invasioni di cavallette, di comunit� un tempo fiorenti ed ora di­strutte. Di citt� scomparse in un passato antichissimo, come Hiade, inghiottita dagli stagni. Ma anche di modesti centri, abbandonati dai loro abitanti, per essere rifondati a pochi chilometri di distanza dal sito originario. Molte di queste storie, in effetti, non erano altro che miti di fondazione dei singoli villaggi. La tradizione di una mosca di

proporzioni straordinarie che in un passato indeterminato avrebbe flagellato le campagne si ritrovava con poche varianti in tutta la Sardegna meridio­nale. Il racconto comprendeva l�abbandono dei paesi colpiti dalla mo­sca e la loro successiva rifondazione. Spesso prevedeva la sua cattura, ma mai la sua completa distruzione. La mosca assassina (sa musca maccedda) veniva sentita ronzare nelle rovine dei nuraghi, nelle vec­chie case diroccate e dovunque vi fossero macerie. Custodiva tesori nascosti e da un momento all�altro poteva tornare a colpire. La leg­genda compendiava la serie lunghissima di calamit� che avevano an­gustiato l�isola per secoli e lasciava trasparire la convinzione che la peste fosse sempre in agguato. In una versione raccolta a Iglesias, si raccontava di come le mosche assassine fossero state intrappolate in una botte, ma si sottolineava che il giorno in cui fossero riuscite ad uscire sarebbe stata la �fine del mondo e la distruzione dell�umanit�zioni straordinarie che in un passato indeterminato avrebbe flagellato le campagne si ritrovava con poche varianti in tutta la Sardegna meridio­nale. Il racconto comprendeva l�abbandono dei paesi colpiti dalla mo­sca e la loro successiva rifondazione. Spesso prevedeva la sua cattura, ma mai la sua completa distruzione. La mosca assassina (sa musca maccedda) veniva sentita ronzare nelle rovine dei nuraghi, nelle vec­chie case diroccate e dovunque vi fossero macerie. Custodiva tesori nascosti e da un momento all�altro poteva tornare a colpire. La leg­genda compendiava la serie lunghissima di calamit� che avevano an­gustiato l�isola per secoli e lasciava trasparire la convinzione che la peste fosse sempre in agguato. In una versione raccolta a Iglesias, si raccontava di come le mosche assassine fossero state intrappolate in una botte, ma si sottolineava che il giorno in cui fossero riuscite ad uscire sarebbe stata la �fine del mondo e la distruzione dell�umanit��.

Una memoria storica, come si vede, spesso riferita alle grandi cata­strofi demografiche di cui era piena la storia dell�isola e rivolta di con­seguenza a disegnare fondali animati, pi� che da singoli eroi, da grandi attori collettivi. Non mancavano naturalmente le eccezioni (anche se pochissime a dire il vero) in cui la tradizione sapeva riferirsi ad avvenimenti del passato dai contorni pi� definiti di quanto non fos­sero le carestie e le pestilenze. Ad Alghero, ancora nell�Ottocento, si continuava a celebrare ogni anno un episodio del periodo tormentato degli ultimi Arborea, quando nel 1412 il Visconte di Narbona aveva attaccato la citt�, partendo dalla vicina Sassari. Per alcuni secoli la ce­lebrazione aveva mantenuto un tono concitato e popolaresco, incen­trandosi soprattutto su sberleffi e atti di dileggio nei confronti dei sas­saresi. Lungi dal cedere al fascino della memoria degli Arborea ‑ di cui il Narbona aveva portato il titolo e le insegne ‑gli algheresi celebravano la loro fedelt� alla Corona, e le proprie radici catalane, bruciando ogni anno un fantoccio, chiamato a rappresentare i soldati francesi al seguito del Visconte. Nel 1628 il Vicer� aveva proibito la cerimonia del .fantoccio, ma ancora due secoli dopo si sentiva risuo­nare per le strade di Alghero nella festivit� di San Giovanni Evangeli­sta, la secolare maledizione in catalano:

Muiran, muiran lo francesos / que han fet la traici� / al molt alt rey de Arag�.

Durante tutto l�Ottocento si ritrovano pochissimi altri esempi di ce­lebrazioni a sfondo storico‑patriottico. La pi� notevole si svolgeva a Carloforte, una comunit� di lontane ma sentite origini liguri che si era stabilita nell�isola di S. Pietro nei primi decenni del XVIII secolo. Il 2 settembre 1798 circa ottocento abitatori dell�isola erano stati rapiti dai pirati saraceni e fatti schiavi dal bey di Tunisi. La loro storia aveva commosso l�Europa. Il governo sardo ne aveva trattato il riscatto, ma solo dopo cinque anni la somma richiesta dal bey era stata raccolta e gli schiavi erano stati liberati. Nel ricordo dei carlofortini, tutto l�episodio si intrecciava con il ritrovamento in una spiaggia tunisina di un simulacro della Vergine. Intorno alla Madonna dello Schiavo venne costruita la celebrazione annuale che commemorava la liberazione degli ottocento carlofortini. Una tradizione orale molto diffusa, pur mante­nendo vivo il motivo storico da cui aveva origine il culto, lo collegava alle vicende di una giovane che, rapita con gli altri dai saraceni, per ottenere il riscatto dei suoi compagni aveva consentito a sposare il bey di Tunisi. L�aspetto notevole del racconto era che il bey non veniva posto in cattiva luce, bens� presentato come un uomo gentile e ricco di umanit�. Alla giovane (ormai madre di tiri figlio) era stato consentito di rivedere un�ultima volta la sua terra. Giunta a Carloforte, si era trovata a lungo incerta se rimanere, sinch� proprio la Madonna dello Schiavo la aveva ispirata a far ritorno dal bey e dal figlio.

III. Quelli di Alghero e Carloforte (due comunit�, si rammenti, dalle radici etniche non sarde) rappresentavano, come si � detto, casi pi� unici che rari di una memoria collettiva capace di ancorarsi a episodi storicamente accertati. Gli studiosi del folklore isolano, quando a par­tire dalla met� del XX secolo cominciarono a raccogliere con una qualche sistematicit� canti e racconti popolari, trovarono scarsissime tracce di materiali leggibili in una chiave storico‑nazionale. Se un os­servatore straniero come Auguste Boullier (che tra il 1864 e il 1865 aveva pubblicato due importanti volumi sul dialetto e sui canti popolari della Sardegna) poteva senza problemi sottolineare l�assenza di canti �storici� nell�isola, non sorprende che gli studiosi locali avessero molte difficolt� ad arrendersi all�evidenza. Alcuni, come Amat di San Filippo, scrissero che occorreva frugare negli angoli pi� riposti della memoria popolare e che qualcosa si sarebbe trovato. Altri, pi� dotati di immaginazione, provvidero essi stessi a colmare i vuoti. Torneremo pi� dettagliatamente sulla questione, ma sembrano esserci pochi dubbi che alcune narrazioni a sfondo storico quali La bella di Sanluri, Eleo­nora e altre, che furono pubblicate per la prima volta negli anni Set­tanta e presentate come espressione di una tradizione narrativa genui­namente popolare, nascessero invece in quegli stessi anni dalla penna di alcuni letterati locali. La pi� nota di queste storie (e certo la pi� esemplificativa del clima intellettuale in cui furono concepite) narrava dell�incontro di una fanciulla sarda con Martino il Giovane, figlio del re di Aragona e lui stesso re di S�cilia, che nel 1409 aveva sconfitto non lontano da Sanluri i ventimila sardi al comando del Visconte di Narbona. La bellezza della fanciulla aveva suscitato il desiderio di Martino ed era a questo punto che essa aveva concepito il progetto di vendicare la sconfitta del suo popolo. Consumato dalle incessanti fati­che amorose a cui lo aveva spinto la fanciulla, a poco pi� di un mese dalla vittoria in battaglia, Martino il Giovane moriva.

 

 

 

Simili racconti a sfondo storico‑nazionale non solo costituiscono un buon esempio della tendenza degli studiosi ottocenteschi ad arricchire la memoria collettiva dei sardi di contenuti nuovi ma testimoniano an­che la loro frustrazione di fronte a una tradizione popolare che, sotto il profilo storico, scoprivano povera e deludente. Giovanni Spano, l�ecclesiastico di Ploaghe a cui dobbiamo importanti raccolte di testi poetici sardi, cos� scriveva nel 1870 al grande folclorista siciliano Giuseppe Pitr�:

Io per quante ricerche abbia fatto non ho potuto raccogliere canti tradizionali che ricordino qualche fatto storico: eppure sembra incredibile che la storia antica sarda, mentre � piena di fatti gloriosi, (...) non abbia conservato in bocca del popolo qualche strofa commemorativa.

Anche sulla tradizione storiografica colta, i giudizi suonavano abbastanza negativi. Da una parte erano stati proprio gli studiosi otto­centeschi a diffondere testi ‑ come il De Rebus Sardois del Fara ‑sino a quel momento praticamente sconosciuti. Dall�altra quegli stessi studiosi dovevano constatare come Fara e Vico ‑ che avevano scritto negli anni della dominazione spagnola ‑ fornissero ben pochi elementi per una reinterpretazione delle vicende dell�isola in chiave nazionale. Deludeva soprattutto, nelle narrazioni di questi storici, la cor­tina di mistero che circondava tutto l�Alto medioevo e, in particolare, l�origine dei giudicati. C�era un riscontro obiettivo di questi vuoti della storiografia tradizionale, ed era l�estrema esiguit� di fonti scritte rela­tive al periodo altomedioevale, ma ben pochi degli intellettuali sardi del XIX secolo sembravano disposti ad accettare con rassegnazione (magari riflettendo su cosa ci� significasse) i vuoti degli archivi.

Una risposta alle insufficienze della tradizione venne, come � noto, dalle cosiddette � Carte d�Arborea�. Non mi soffermer� sui particolari della vicenda, se non per dire che si tratt� di una abile falsificazione e della invenzione di una Sardegna giudicale assolutamente immagina­ria, ripensata in chiave nazionale e ricca di tanti scrittori, poeti e artisti quanti neppure la Firenze del pieno fiorire della civilt� comunale aveva mai potuto vantare. Ad un esame complessivo, i falsi d�Arborea non presentano significative differenze da precedenti operazioni dello stesso tipo: le poesie di Ossian, i poemi in bretone antico di Hersart di Villemarqu�, il manoscritto medioevale ceco di V�clav Hanka. Ci� che risulta rimarchevole nel nostro caso ‑ oltre alle ragguardevoli dimen­sioni del falso e al lungo periodo di tempo nel quale i documenti fecero la loro misteriosa apparizione (1845‑63) ‑ � il fatto che non si tratt� di un fenomeno legato a settori dell�opposizione culturale ma coin­volse in pieno le istituzioni accademiche ufficiali. Si � sospettato che tra gli autori delle �Carte� vi fosse Ignazio Pillito, un autorevole fun­zionario degli archivi di stato, ed esse furono strenuamente difese da Pietro Martini, direttore in quegli anni della biblioteca universitaria ca­gliaritana e uno dei pi� noti storici sardi della sua generazione. Sin dalla loro prima apparizione, Martini rimase colpito, quasi ossessio­nato, dalle �Carte d�Arborea�, che considerava l�espressione pi� alta della coscienza nazionale sarda. Basandosi su di esse ridisegn� secoli interi della vicenda dell�isola (soprattutto nella Storia delle invasioni degli Arabi in Sardegna, 1861) e per circa vent�anni dedic� immense energie alla dimostrazione della loro autenticit�. Non solo vastissimi settori della cultura ufficiale si schierarono apertamente con lui, ma anche Giuseppe Manno ‑ l�iniziatore della storiografia sarda moderna e uno dei pochissimi a non utilizzare le �Carte� ‑ gli assicur� in privato tutta la sua solidariet�. Tra gli autori dei falsi, coloro che come Pietro Martini ne difesero in buona fede l�autenticit�, e i pochi che prudentemente se ne tennero alla larga, non c�erano insomma so­stanziali differenze di formazione e orientamento culturale. I loro me­todi erano meno diversi di quanto potesse sembrare ad un esame su­perficiale, e il loro scopo comune era quello di valorizzare il passato della Sardegna.

Pietro Mattini mor� nel 1866 e non dovette assistere al crollo di quello splendido castello di carte che per circa vent�anni aveva ali­mentato la sua fantasia di storico e la sua passione di patriota. Nel 1870 le � Carte� d�Arborea, su cui si andavano addensando sospetti sempre maggiori furono consegnate all�Accademia di Berlino e sotto­poste all�esame di un gruppo di eminenti studiosi, tra cui spiccava il nome di Theodor Mommsen. La sentenza che fu presto emessa non lasciava dubbi sulla loro falsit�. Le � Carte� sparirono definitivamente dalla aule universitarie e gli ambienti accademici isolani si mossero da allora con maggior prudenza e avvedutezza. Mala vicenda dei falsi d�Arborea non poteva per questo considerarsi conclusa. La tendenza a rivestire il passato dell�isola di un alone mitico continu� a esprimersi su un piano diverso, trovando un terreno ideale nelle cerimonie �in commemorazione di sardi illustri� che caratterizzarono la seconda met� del secolo. Eleonora, ascesa ornai al rango di vera e propria eroina nazionale, fu la protagonista indiscussa di queste rievocazioni, come l�epoca giudicale rappresent� lo sfondo pi� amato del romanzo storico di ambiente sardo che si and� diffondendo in quegli stessi anni. Ac­canto ad essa, altri personaggi furono ammessi nel pantheon delle glorie locali. Figure storiche come Amsicora (un Amsicora ornai de­purato dalla sua punicit�). Ma figure, anche, esistite solamente nel re­gno della fantasia. A Gialeto ‑ un personaggio inventato di sana pianta dai falsari d�Arborea e a cui essi avevano assegnato il ruolo di iniziatore della dinastia dei giudici sardi ‑ vennero dedicate strade, associazioni di vario genere, perfino una societ� sportiva (che tuttora porta il suo nome). Non � chiaro se si trattasse di una ragionata provocazione culturale, di una sorta di sberleffo patriottico, o se pi� semplicemente la notizia della presa di posizione dell�Accademia di Berlino mancasse di diffondersi al di fuori degli ambienti accademici.

Se di una provocazione si tratt�, comunque, non si pu� negare che essa colpisse nel segno: per tutto il XX secolo, Gialeto continu� a mantenere un suo posto nella galleria degli eroi sardi, anche se con uno status incerto, come di figura pi� leggendaria che storica. Ancora oggi il nome di Gialeto resiste sulla targhe stradali di non pochi paesi e citt� della Sardegna. Si pu� pensare che questo avvenga per motivi banali, per il fatto che cambiare il nome alle strade comporta procedure troppo complesse per amministrazioni comunali assediate da ben altre urgenze. Rimane il fatto per� che, da pi� di un secolo ormai, Gialeto resiste imperterrito agli assalti della critica filologica e della razionalit� storiografica. Se una lezione si pu� trarre da ci� essa ci dice quanto ri­sulti difficile, per tutti, rinunciare ai vecchi eroi (e ai vecchi miti) quando non se ne hanno di nuovi con cui sostituirli.