Camilo J. Cela viaggiatore nella
Castiglia, “tierra de héroes y santos”

di Giuliana Di Febo

Pero de toda Spaña Castiella es mejor,

porque fue de los otros el comienço mayor.

Poema de Fernán González, vv. 157-158.

1. Robur Hispaniae

La Castiglia è la regione spagnola sulla quale, nel corso dei secoli, si sono maggiormente concentrati giudizi assolutizzanti, topoi strumentali, stereotipi. La «tierra del Cid» - e lo stesso Rodrigo Díaz de Vivar è stato assunto a emblema militare, religioso e hidalgo dell'intera Spagna - sembra dover pagare il peso di una storia epica e della sua particolare configurazione fisica e climatica. Fulcro della guerra contro l'Islam, una volta completata la Riconquista, da essa prendeva piede il disegno dei re cattolici per l'unificazione politica, religiosa e linguistica del paese. I conquistadores a cui dette i natali rinsaldarono il mito della Castiglia «árida y guerrera», culla dell'impero spagnolo.

L'aridità e l'orizzontalità della meseta hanno ispirato numerosi determinismi e corrispondenze antropologiche e religiose: il misticismo come proiezione della nudità e dell'estensione del paesaggio, l'indole tenace e orgogliosa dei castigliani come risultato di una terra «dura y llana». E nel confronto con il paesaggio andaluso nasceva il contrasto, come una delle tante accezioni del pintoresco, tra il 'tipo' andaluso, viscerale, volubile, traditore, e il castigliano honrado e virile. Al riguardo i viaggiatori romantici furono i principali ideatori di un ricco inventario di analogie, confronti, casistiche. Scrive ad esempio Richard Ford, l'illustre viaggiatore dell'Ottocento, nel suo Manual para viajeros por Castilla:

El Castellano es menos dado al asesinato y la traición que el irritable indígena de las provincias del sur y el sudeste; puede, ciertamente, que sea menos agradable compañero que el jónico Andaluz o el plausible Valenciano, pero, a semejanza del espartano, es más noble, más masculino y más digno de confianza como persona; tanto él como sus provincias son todavía Robur Hispaniae y conservan la virilidad, la vitalidad y el corazón del país, y la dura materia prima con la que habrá que reconstruirlo1.

Ma passata l'euforia romantica, nell'ultimo ventennio dell'Ottocento saranno gli intellettuali della Institución Libre de Enseñanza2 - la scuola laica e liberale fondata da Giner de los Ríos nel 1876 - a ridisegnare un'immagine del paese e quindi della Castiglia, un'immagine che trae vita dalla rifondazione dello stesso viaggiare riproposto come strumento di autoeducazione, di conoscenza e di progresso. Un viaggio di matrice illuminista, basato sull'informazione previa, sullo studio della morfologia, della storia, dei monumenti e allo stesso tempo teso a stabilire corrispondenze sensoriali con la natura attraverso il contatto diretto3.

A questa innovata esplorazione della geografia spagnola attingeranno gli scrittori della cosiddetta generazione del '98, in particolare Unamuno, Azorín, Ortega y Gasset, Baroja, e in chiave poetica, Antonio Machado. Essi guardarono alla Castiglia come allo spazio privilegiato delle loro riflessioni quando la perdita delle ultime colonie latinoamericane, avvertita in tutto il suo carico simbolico come desastre, imponeva interrogativi sulla storia del paese. Per alcuni di loro il viaggio4, e specificamente nella regione che era stata l'emblema della grandezza spagnola, acquistava il significato di un ritorno alle radici, emozionale, intellettuale e politico, spesso occasione di una revisione critica del passato e del proprio autorappresentarsi. E se Azorín si rifugiava in una visione estetizzante e idealizzata del paesaggio della Castiglia, Unamuno ne ripercorrerá, quasi sempre a piedi - come del resto era costume degli institucionistas - i pueblos, le rovine, le piccole città di provincia osservati attraverso una forte tensione conoscitiva e interiore.

Pio Baroja configurerà un'idea di erranza5 connotata da uno statuto antropologico libero e atipico, simbolo di una «condición inquieta y despegada », come scriveva Ortega6. E sulla antica questione della povertà della Castiglia, lo stesso Ortega interveniva sgomberando il campo da determinismi e fatalismi geografici:

El paisaje no determina casualmente, inexorablemente, los destinos históricos. La geografía no arrastra la historia: sólamente la incita. La tierra árida que nos rodea no es una fatalidad sobre nosotros, sino un problema ante nosotros7.

Unamuno, e in particolare Ortega e Baroja8 saranno i principali punti di riferimento per Camilo José Cela, quando, negli anni Quaranta, rilancerà il viaggio come genere letterario e come esperienza conoscitiva personale. Lo stesso autore renderà esplicito, in numerosi interventi e citazioni, il suo legame con la generazione del '989.

All'interno della vasta produzione celiana10, iracconti di viaggio occupano uno spazio considerevole e sono il frutto di pellegrinaggi compiuti in quasi tutte le regioni spagnole.

Già nel 1948 la Castiglia è oggetto di narrazione in Viaje a laAlcarria11, pubblicato due anni dopo il viaggio effettuato nei pueblos e nella campagna dell'Alcarria, regione situata nella Castiglia la Nuova. Il libro si rese subito famoso per la particolare modalità narrativa, espressa nella formula del «narratore ambulante» in terza persona - il viaggiatore o il vagabondo12 - che tornerà in altri testi, e per la rappresentazione di una quotidianità semplice ma amara nel suo immobilismo che rimanda allusivamente alla Spagna del dopoguerra.

Sono questi gli anni in cui proprio la Castiglia è investita da una complessa operazione propagandistica da parte del regime franchista che riadegua ad urgenze ideologiche quella centralità castigliana che, con diverse finalità e in altre circostanze, era stata presente in Unamuno, Ortega y Gasset, Menéndez Pidal13. Esaltata come «esencia de España», «tierra de héroes y santos», simbolo di una ruralità spiritualizzata ed austera fondata sui «valores eternos» della terra14, assurge ad emblema della passata storia imperiale. L'Escorial, Ávila, Valladolid, le rovine di Numanzia, diventano l'essenza della hispanidad, intesa come patriottismo bellico e religiosità tradizionale. I monumenti, il paesaggio, le città illustri della Castiglia, «niña mimada del franquismo»15 anche per la sua fedeltà politica, si trasformano in proiezione di una continuità tra passato e presente, tesa ad omologare il messianismo e il provvidenzialismo che caratterizzarono l'operato dei re cattolici con quello del caudillo.

Se il non adeguamento alla retorica ufficiale e al cumulo di stereotipi, che nel corso dei secoli si sono addensati su questa regione spagnola, è evidente in Viaje a la Alcarria, ancor piú significativo appare lo scarto nei confronti dell'immagine tradizionale ed ufficiale nel libro successivo di Cela, Judíos, moros y cristianos16. L'opera, pubblicata nel 1956, rielabora note e appunti presi durante viaggi compiuti dallo scrittore in Castiglia la Vecchia tra il 1946 e il 1952. L'esperienza è narrata in terza persona ed è affidata alla figura del vagabondo Camilo. Si configura una sorta di biografia fiction17 che permette l'adozione di una duplice prospettiva: quella dell'erranza libera da itinerari e da visioni precostituiti, di barojiana memoria, e il punto di vista dell'autore onnisciente che commenta, sottolinea, descrive. Sicuramente un espediente per prendere le distanze dal mero reportage e per mimetizzare la memoria personale sottraendola all'accentuazione soggettiva. L'ironia, il grottesco, il rilievo ludico, modalità tipiche della scrittura di Cela, irrompono continuamente nel testo quasi a sottolineare il desencanto nei confronti delle città illustri, dei monumenti, della stessa grande storia.

Nel titolo, fortemente referenziale, è annunciato, per il critico R. Senabre18, il rinvio alla griglia interpretativa della storia di Spagna - come complesso intreccio di convivenza e di conflittualità tra ebrei, arabi e cristiani - elaborata da Américo Castro19. Scritti di Cela sull'argomento forniscono un ulteriore punto di riferimento sulla scelta di questo innesto storico-antropologico che, come vedremo, assumerà nel racconto del viaggio un taglio particolare contribuendo a una visione inedita della storia castigliana.

2. Il «tópico Castilla»

Caminante, son tus huellas

el camino, y nada más;

caminante, no hay camino

se hace camino al andar.

A. Machado, Proverbios y cantares, CXXXVI.

Il libro si apre con un prologo che ha la funzione di informare il lettore sull'ambito geografico, sulle modalità del viaggio, sulle finalità del testo. Il vagabondo fa presente di accingersi a percorrere il territorio della regione castigliana chiamato Castiglia la Vecchia. La scelta mette però subito in moto il riferimento, in chiave ironica e parodica, all'annosa questione della delimitazione dello spazio Castiglia, questione sottoposta nel corso dei secoli da parte di eruditi, uomini di governo, geografi e scrittori a numerosi tentativi di definizione a seconda che l'ottica scelta fosse di tipo amministrativo, morfologico, politico o legata ad una percezione letteraria20. Illustri personaggi non hanno fatto altro, che «meter y sacar provincias de Castilla la Vieja» seguendo criteri piú o meno stravaganti più o meno ragionevoli. Si dichiara quindi di aderire all'opzione a suo tempo fatta dal conte di Floridablanca, ministro di Carlo III, che a Castiglia la Vecchia assegnava le province di Burgos, Segovia, Ávila, Valladolid, Palencia, Soria; ma al tempo stesso si annuncia che si terrà conto della divisione amministrativa attuale ma con «las cortapisas y los añadidos de que hablamos» e cioè in sostanza riproponendo il criterio dei tagli e delle aggiunte. Saranno inoltre escluse Logroño e Santander in quanto regioni fertili che si situano fuori dal «tópico Castilla» e dalla «España árida» concludendo ironicamente: «El vagabundo piensa que el tópico de Castilla es lo más interesante y característico que Castilla puede ofrecernos»21.

Numerose sono inoltre le ambiguità e le apparenti incoerenze che il testo suggerisce in un continuo giuoco di smentite e di affermazioni. Una non celata oscillazione vi emerge tra l'accoglienza del sapere geo-grafico22 e la caratterizzazione della geografia come «ciencia misteriosa que no se sabe ni dónde empieza ni dónde acaba». Il senso di questa apparente contraddizione verrà chiarito nelle precise annotazioni sulla morfologia, sull'orografia, sulla fauna e sulla flora che costelleranno il viaggio rivelando una approfondita conoscenza geografica, ma continuamente sottoposta ad un vaglio umano e ravvicinato. Una geografia che dichiarerà, anni dopo in Cancelapara un libro de geografía a pie, si differenzia dalla storia in quanto «no es saber añorante y propio de memorones, sino activa cautela, paciente acopio, experiencia prolija y lastrada de sentimiento»23. Sulla natura del viaggio viene precisato che sarà di tipo «sentimental, corazonal», privo di schemi didattici ed educativi e fondato sulle sensazioni dirette. La captatio benevolentiae del lettore, finora messa a dura prova, s'insinua in questa definizione:

Lo que el vagabundo imagina que podrá valer de algo al caminante de Castilla la Vieja [...] es que se le sirva, en vez del dato, el color; en lugar de la cita, el sabor, y a cambio de la ficha, el olor del país: de su cielo, de su tierra, de sus hombres y sus mujeres, de su cocina, de su bodega, de sus costumbres, de su historia, incluso de sus manías. En todo caso, el dato, la cita y la ficha, cuando aparezcan, estarán sempre al servicio del impreciso y tumultuoso «aire» de Castilla24.

E sull'itinerario:

Naturalmente, el vagabundo, a pesar de todas sus teorías, después, ya sobre el camino, andará, como siempre hace, un poco a la buena de Dios, otro poco por donde le apetezca, y siempre no más que por donde le dejen25.

Un viaggio atipico, dunque, attraversato da percezioni olfattive, dall'osservazione dei costumi, del paesaggio, della natura e della storia e che in realtà, anche nella scelta della modalità, on the road diremmo oggi, riecheggia la tradizione pedagogica della Institución Libre de Enseñanza e la preferenza per quella geografia 'camminata' particolarmente sostenuta da Unamuno e dalla generazione del '98 in quanto garante della «disimilitud» del «multiformismo»26.

Alla luce di queste premesse tenteremo di ricostruire la complessa esperienza di viaggio e di scrittura di Cela, cercando anche di evidenziare il divario tra lo sguardo nuovo e anticonformista proiettato sulla Castiglia e l'immagine ufficiale.

3. Il paesaggio

[...] y sus blancas nubes eran blancas espumas agitadas en inquieto ir y venir: tan pronto escuadrón salvaje, como manadas de tritones melenudos y rampantes.

P. Baroja, Camino de perfección.

Il vagabondo inizia il suo viaggio per Castiglia la Vecchia da Puerto de Navacerrada e lo concluderà nella Sierra di Gredos. Attraverserà, pueblos famosi o completamente anonimi, e due città illustri: Segovia e Ávila. Tra le città e i paesi si situa lo spazio aperto delle campagne, dei fiumi, dei boschi, una natura accuratamente annotata nella sua fauna e nella sua flora e che ispira brani di suggestiva letterarietà. Veniamo a conoscenza di una ricca varietà di uccelli, animali selvatici, alberi, fiori e piante aromatiche, di una terra che, contro tutti gli stereotipi sull'aridità e sulla nudità, appare variamente popolata. Una natura continuamente animata da metafore antropomorfizzanti e raffigurata in tutte le sue possibilità pittoriche e associative. Ci troviamo a leggere di nuvole - che non stimolano riflessioni come in Azorín27 ma ricordano le polimorfe rappresentazioni di Ortega e Baroja - simili a «una señorita en camisón» o che disegnano un cielo «en el que Dios pinta rebaños merinos con las nubes». Una natura protettiva e amica, ma anche foriera di presagi, accompagna il vagabondo. La notte che partecipa della solitudine collettiva - «como una manta amorosa, arropaba al perdido, al olvidado mundo de la comunidad» - altrove si fa «violenta como una moza enlutada». Sullo sfondo, inquietanti storie di lupi accompagnano il vagabondo, lupi reali o metaforici che siglano, a tratti, con atmosfere di agguato, l'erranza.

Ma sono i fiumi i protagonisti eminenti di questo paesaggio forse in omaggio all'affermazione di Unamuno per il quale «el agua es la conciencia del paisaje»28. Fiumi imponenti o modesti, scandagliati nella loro vegetazione e fauna, presenti con i loro affluenti e foci, che segnano confini e bagnano città determinandone la fisionomia, che affiorano e scompaiono segnando un tracciato parallelo all'itinerario del vagabondo che in essi si specchia, sulle loro rive si rifocilla, incontra bambini e viandanti. Fiumi anch'essi umanizzati, riproposti nel testo attraverso quel complesso giuoco di gerarchie e di sinestesie a cui la poesia barocca - Quevedo e soprattutto Góngora29 - li aveva sottoposti. Il Duero, il maestoso fiume che prima di finire in Portogallo attraversa il territorio di Castiglia la Vecchia, e sulle cui sponde è stata costruita gran parte della storia della regione, vanta una tradizione letteraria che risale al Poema de Mio Cid e che in epoca recente trova una prestigiosa risonanza nella poesia di Antonio Machado. È il fiume illustre - de «buena prensa» scherza l'autore - presente in tutta la sua importanza già nel nome che dà a numerose città e villaggi (Peñaranda de Duero, Aranda de Duero, Castrillo del Duero...). Il Duero, con il suo tracciato orografico, con i suoi proverbi e le sue coplas è un importante protagonista del capitolo Veinte leguas del Duero.

Ad Unamuno, «cantor del Tormes», va il ricordo dell'autore quando descrive il percorso solitario del fiume Tormes che è:

[...] agua de sierra, no quiere pueblos a la orilla de Gredos, pueblos que le distraigan de la visión de Gredos, del aroma de Gredos, de su tacto30.

Una natura, partecipe e animata, quindi, che circonda e penetra nei pueblos determinandone a volte lo stesso status economico, la penuria o una modesta prosperità. Poiché poche sono le ricchezze di questi paesi castigliani:

Para este inmenso mundo de fiera lucha y de lenta y despiadada agonía que son los pueblos de Castilla la Vieja rebosantes de dignidad y agobiados de dorados o de férreos recuerdos [...]31.

E se pure il peso del passato non è eludibile allo stesso sguardo del viandante e vi emerge in una sorta di controimmagine rispetto al presente, s'impongono scorci di vita quotidiana, annotazioni sui costumi e sui dialetti, uniti alla rievocazione di leggende e miti di fondazione, cenni sulle risorse, ma senza indulgere al pittoresco o al colore locale. Il dato geografico è presente con proprietà terminologica e concretezza topografica - visibile negli schizzi cartografici inseriti nel testo - ma anche come «geografía gentil» che trae alimento dalle informazioni apprese durante il cammino e da una geografia «de unos ojos que miran, o de una mano que se deja estrechar»32.

Il lettore è catturato dall'avvicendarsi di una densa panoramica di villas, paesi, borghi, la cui diversità è velocemente fissata da un dettaglio oppure proprio dal distinto onere nei confronti del passato. Così Aranda de Duero es «pueblo importante y grandón» con la sua architettura, i suoi monumenti, ma anche per il suo cielo, i sei boschi, i quattro fiumi, le «cien muchachas de hondo y pensativo mirar», per le sue «posadas de hogar de buen olfato», i suoi mercati e ferias. E se El Arenal «es pueblo que brota, tímido como una flor» e Cuevas del Valle ha come unica ricchezza il suo poeta locale che ne canta la storia e la geografia in una lunga copla, di Candeleda vengono scrupolosamente elencati i tesori: tabacco, mais, peperoni, limoneti, aranceti, castagneti, il gelsomino e il giglio, il geranio e il garofano che crescono sui balconi. Pedraza, che possiede acqua buona e pascoli, «fue villa de quince mil almas» ma al presente conta meno di duecento abitanti, e reca impresse nel suo «aire militar y derrotado» le tracce di uno splendore scomparso. E il vagabondo, non ascoltato, non guardato, fa sua la sconfitta di Pedraza e canta per la strada:

[...] una extraña y jovial canción de derrotados, una canción que no es amarga y triste, sino alegre, disparatada y cruel. Al vagabundo, mientras canta, igual que un preso olvidado, nadie le escucha, nadie le mira, nadie le manda callar33.

Arenas de San Pedro con la sua Virgen del Pilar - la cui statua nascosta dai «cristianos cordobeses» durante la guerra contro i mori, fu oggetto di dispute tra Cordova e Arenas - , con il suo palazzo dove venne rinchiuso «por enamoradizo» l'infante don Luis, fratello di Carlo III34, si riveste di improvvisa modernità con i suoi villeggianti che nei caffè bevono birra e cocacola. Il pueblecito Guisando è paese che gode di una bella vista, i cui abitanti durante la guerra civile si aiutarono tutti, e dove i «cristianos protestantes» si riuniscono, in mancanza di una chiesa, in casa di un privato per leggere la Bibbia.

Sono paesi in cui il livello di alfabetizzazione è molto basso tanto che a El Hornillo, tra i più colti della zona di Arenas, sa leggere circa la metà della popolazione, poiché in Spagna, sostiene l' autore «hay, entre otras, tres verguenzas nacionales: el analfabetismo, los lobos y las Hurdes»35.

Una Castiglia povera, quindi, e che certamente non esprime la mitologia degli hidalgos, «pobres y remendados» ma eroici36, dove la povertà ha più dimensioni, quella che regna nel convento di San Pedro Alcántara - «ingenuo, misterioso y tímido como un minúsculo pajarito mudo» - scelta da Juan de la Cruz come una benedizione e quella insopportable del padre di famiglia perché:

No hay miseria más honda que el hambre que se reparte37.

Pueblos, che nostante la loro bellezza passata o presente, sono segnati dalla desolazione e da un'antica desesperanza:

[...] pueblos minúsculos, olvidados, aislados, polvorientos, grises, que imploran, sin demasiado entusiasmo, el milagro del cielo porque ya escarmentaron, hace siglos, de las terrenas administraciones, y que se pegan al suelo con amor, sin ilusión y casi con sorpresa [...]38.

4. La storia: "judíos, moros y cristianos"

Qualche anno dopo la pubblicazione del libro Cela riaffermava la sua visione della Spagna, mutuata da Américo Castro, nell'articolo Sobre España, los españoles y lo español (1959) e osservava: «España es el producto de la convivencia, la lucha, la recíproca destrucción y la fusión de tres razas - término éste un tanto confuso en la historia española - y tres religiones: los cristianos, los moros y los judíos»39. E ancora: «Ni un solo español está libre de ver correr por sus venas sangre mora o judía [...]»40.

Alla luce di queste affermazioni acquistano una maggiore referenzialità i richiami, le veloci sequenze, con cui quella storia si affaccia nel libro di viaggio, inserendosi nelle scene di vita quotidiana, sospesa dalle ricche descrizioni del paesaggio, dei costumi e delle usanze, per poi riemergere nei dialoghi che s'intrecciano per la strada o nei pueblos tra i viandanti, nella memoria lontana e ravvicinata al tempo stesso delle rovine, dei monumenti, sempre fedele il narratore a quella idea di «encontrar a España en su geografía»41. Storia incontrata 'fisicamente' dal vagabondo che nella Granja respira la stessa aria che fu già di Filippo V e a Puerto de Infantes calpesta il suolo dove passarono gli Infantes de Lara, evocazioni che tuttavia non fanno scattare nessuna identificazione romantica ma una «resignada y paciente melancolía». La stessa erranza - dettata dalla casualità e da uno statuto anarchico che si riflette anche nell'oscillazione del giudizio, nel rifiuto di verità stabilite - filtra l'informazione attraverso un'alternanza di piani, una disarticolazione delle autorevolezze e delle gerarchie tradizionali. E così i racconti locali si mescolano alla storia événementielle, gli antieroi della strada si alternano con il ricordo di epici condottieri, le grandi epopee belliche vengono smitizzate attraverso la sottolineatura della violenza, illustri protagonisti ridimensionati ed umanizzati attraverso lo scherzo o la satira. E proprio Isabella di Castiglia, la regina della conquista, della presa di Granada e della espulsione degli ebrei, tanto amata e 'agiografizzata' dal regime franchista come simbolo di una idea di identità nazionale costruita sull'integralismo religioso, è fatta segno di scherzose definizioni - «novilla montaraz» - o sferzanti dissacrazioni che vanno ad intaccare le sue più nobili imprese:

En el mismo año que la reina Isabel tomó Granada, un protegido suyo descubría América y otro, Nebrija, se sacaba de la manga la gramática castellana42.

ll sarcasmo investe il famoso detto «tanto monta, monta tanto Isabel, como Fernando», frequentemente presente nei manuali di storia degli anni Quaranta a indicare una unione d'intenti e un uguale equilibrio di potere e di prestigio tra il re di Aragona e la regina di Castiglia:

Isabel la Católica metió en religión, dícese que a políticas patadas, a las hijas naturales de don Fernando, su marido. Tanto monta, monta tanto43.

E i famosi «toros de Guisando», nella Sierra de Gredos, dove avvenne nel 1468 il giuramento con cui Isabella diventò principessa e legittima erede dei regni di Castiglia e León, oggi sono «tan pobres, tan mudos, tan recoletos» e «amarga imagen de España».

La narrazione delle vicende di Roa, «ciudad combustible» in quanto più volte incendiata nella guerra d'Indipendenza e nelle guerre carliste, viene affidata ad un vecchio mendicante incontrato per caso, che ne fa un resoconto in cui le informazioni, gli avvenimenti piccoli e grandi vengono mescolati ad accenni a intrighi e congiure, oltre che a truculenti aneddoti, in una sintesi che dalla «guerra de los moros» arriva fino all'Ottocento, alle gesta del «cura Merino» e alla morte eroica sul patibolo del guerrigliero Juan Martínez Diéz conosciuto come «El Empecinado»44.

Sepúlveda è «villa de vieja historia», famosa per avere istituito il Fuero già nel 1076, considerata spazio bellico insigne per le epiche battaglie tra «moros y cristianos» che ebbero come protagonista l'illustre condottiero Fernán González. La brutalità dello scontro è cosí commentata:

Don Fernán, que debía ser suave, pegó al moro semejante cuchillada, «que le partió la adarga, yelmo y gran parte de la cabeza, con que cayó a tierra». Los moros se encerraron en Sepúlveda y nunca lo hubieran hecho, porque el conde, cuando entró, los pasó a cuchillo y mandó quemar la ciudad45.

Ed è a Sepúlveda che le grandi casate dei Juan Manuel, Enrique de Trastámara y don Álvaro de Luna, «juegan la violenta partida de cartas de la historia». E conclude con una veloce allusione alla frequente attribuzione di crimini agli ebrei:

El número de los judíos matando niños - un tanto sospechoso en su multiplicación - tampoco podía faltar en Sepúlveda, y a mediados del XV fueron ahorcados y quemados una docena y media de ellos, sobre poco más o menos46.

La presenza araba è evocata nei luoghi che furono scenari della guerra contro l'Islam - Sepúlveda, Simancas, Coca - o dalle ancora vivide testimonianze dell'arte mudéjar e mozárabe di cui i monumenti della Castiglia si fregiano. Della sua sedimentata e articolata penetrazione rimangono segni nei nomi - «arroyo de los Moros» o il Picco di Almanzor che sovrasta la sierra di Gredos - nella persistenza nella lingua parlata dell'uso del termine moro a caratterizzare, attraverso un trasferimento di senso, un vino non annacquato, «non battezzato» appunto, o nella stessa accezione, riferita alle persone47.

In questi termini una giovane donna raccomanda al vagabondo di non baciare il suo bambino:

No me lo bese, que es moro y no lo he de cristianar hasta que vuelva el padre que me lo hizo48.

E subito dopo la definizione di moro a designare una idendità religiosa incompleta:

Moro, niño sin bautizar; es costumbre no besarlos hasta que se les hace cristianos49.

L'altra componente della storia di Spagna, i judíos, è colta soprattutto attraverso l'evocazione di quell'immaginario denigratorio che precedette l'espulsione del 1492. Sfilano leggende di miracoli improntate all'apologia della religione cristiana contro l'intolleranza ebraica insieme a storie di profanazioni, di omicidi religiosi. Tra le tante viene riportata quella centrata sul sacrilegio che sarebbe stato compiuto dal medico ebreo Mayr su un'ostia venduta dal sacrestano della chiesa di san Facundio. La consumazione della profanazione dette luogo a diverse versioni che Cela trascrive con piglio caricaturale:

Unos dicen que los judíos pusieron al fuego un gran caldero lleno de aceite, otros afirman que lo que echaron en el caldero fue resina, y otros piensan que lo que el caldero tenía en su panza no era más que agua50.

e lo ripropone nel finale soprannaturale:

Una tradición habla de que la hostia consagrada atravesó el muro y fue volando hasta la iglesia de la Santa Cruz. Otra dice que fueron los mismos judíos los que la llevaron, admirados del portentoso suceso51.

Netto è il giudizio dell'autore su Vicente Ferrer52, santo rilanciato in quegli anni dalla chiesa spagnola come esempio di apostolato e di intransigenza religiosa. Il domenicano, le cui prediche infuocate dirette alla conversione di ebrei e mori suscitavano risposte di fanatismo popolare oltre che misure repressive e discriminatorie da parte delle istituzioni53, viene cosí presentato:

En Ayllón predicó san Vicente Ferrer, que era racista, y que consiguió del rey que obligase a los moros a usar capuces verdes con lunas claras, y a los judíos a llevar una marca sangrienta en el tabardo54.

Vicente Ferrer torna nel libro, con la sua predica miracolosa tenuta a Segovia dove:

[...] obró el milagro de que en Castilla se entendiese su valenciano y de que su voz se oyera a tres y cuatro leguas55.

In forma ragguagliata viene raccontata la famosa leggenda del «Santo Niño de la Guardia», esempio di «omicidio rituale»56 attribuito agli ebrei nel 149057 - a cui si aggiungono altri elementi simbolici quali l'avvelenamento delle acque, la profanazione, il complotto anticristiano ad opera di ebrei e conversos. L'incredibile storia, peraltro rimessa in circolazione dal franchismo58, si concluse con un auto de fe. Cela ne sottolinea l'importanza giuocata nella espulsione degli ebrei - «uno de los eventos que más hubieron de influir en su expulsión» - e il rogo finale viene definito «matanza de judíos que los cristianos organizaron como remate de fin de fiesta»59.

5. Le città simbolo

5.1. Segovia

Un capitolo viene dedicato alla splendida Segovia, città immagine della Castiglia per la concentrazione di avvenimenti che in essa si sono realizzati nel corso dei secoli: l'importante ruolo giuocato nella guerra contro l'Islam, l'incoronazione di Isabella di Castiglia a regina di Spagna avvenuta nel 1474 nell'Alcázar, la rivolta dei comuneros e la mitica lotta, nella sua provincia, della guerriglia contro i francesi nella guerra d'Indipendenza.

Nonostante il vagabondo dichiari, prima di intraprendere la sua visita, di preferire alle città «pueblos ruines y sierras bravías», Segovia s'impone in tutta la sua ricchezza monumentale, con le sue stratificazioni artistiche romaniche, gotiche, mudéjares. E se la prima parte del percorso riflette le tappe consuetudinarie della guida turistica, successivamente sembra obbedire a scelte soggettive. Allo stesso modo, a ribadire lo statuto anarchico del viandante, accurati resoconti si alternano con excursus aneddotici e leggende popolari, mentre a volte il dubbio s'insinua sulla veridicità delle informazioni.

Al lettore vengono offerte descrizioni di chiese, conventi, strade e castelli - con la loro suggestiva polifonia di stili e di storie - quasi sempre ben documentate e lo attesta lo stesso autore citando come fonti due tra i piú accreditati studiosi di Segovia: Diego de Colmenares e il Marqués de Lozoya60. E tuttavia a conferma di quel tono di understatement che spesso caratterizza la narrazione, le annotazioni sui monumenti, su illustri casati o su imprese famose vengono spesso accompagnate da espressioni quali «algunos dicen... otros aseguran», «el vagabundo no lo sabe», «hay quien dice». O nuovamente interviene il sarcasmo ad intervallare i riferimenti dotti ed eruditi. È il caso del convento di Santa Cruz de la Real dove fu priore Torquemada, primo inquisitore generale. Il convento viene presentato con una probabile allusione all'emblema della falange, il giogo e le frecce - mutuato dai re cattolici - impresso sulle sue mura e che era frequente rinvenire sulle chiese di Spagna all'indomani della guerra civile:

A izquierda del camino, y siempre adelante, se presenta el convento de Santa Cruz la Real, hoy dedicado a la beneficiencia, con su aire gótico, su tanto monta, monta tanto, sus yugos y sus flechas61.

Difficile per il lettore capire la trasformazione della celebre Fabbrica della Moneta, dove fin dal Medioevo si coniavano le monete, a fabbrica di farina attraverso l'espressione «el antiguo ingenio de la moneda que cayó, por la cuesta abajo del tiempo, hasta fábrica de harinas».

L'Alcázar, simbolo potente di Segovia, fa affiorare l'antica immagine della nave62, quimutuata dalla definizione «castillo de proa de un barco gigantesco» presente in Camino de perfección di Baroja e che Cela rielabora:

El Alcázar, enfilando el ancho y revuelto mar de Castilla, parece que va a levar anclas, de un momento a otro, para echarse a cubrir, como en el sueño de un niño, las más raras y difíciles singladuras63.

E se la Plaza Mayor viene liquidata con «no es bonita y carece de encanto», il famoso Acquedotto, che appare e scompare «como un Guadiana de piedra», è invece oggetto di una attenta descrizione in cui confluiscono le diverse opinioni sulle sue origini, le citazioni letterarie - Hugo e Unamuno - e l'aspetto leggendario. Storie e leggende che come lo stesso Machado ebbe a scrivere - ricorda l'autore - sono presenti in ogni angolo di queste città castigliane, «abrumadas por la tradición», ma che suo malgrado lo affascinano:

El vagabundo, que más bien cree que deja de creer en brujas y en milagros, en tradiciones, en leyendas y en aparecidos, se siente feliz - y también ligeramente preocupado - en estos escenarios castellanos y confusos, oscuros casi siempre, y a veces deslumbradores y taumatúrgicos64.

Racconti che hanno quasi sempre uno sfondo religioso e che quindi rievocano continuamente quella complessa trama della storia spagnola, segnata dalla difficile convivenza tra le tre civiltà. In questo senso emblematico è il racconto delle origini del santuario della madonna di Fuencisla, patrona di Segovia e che risalirebbe ad una vicenda miracolosa, leggibile come riflesso dell'intolleranza ebraica e della più accogliente religione cattolica. È la storia della giovane ebrea Esther che, accusata di adulterio con un cristiano, venne condannata dai suoi ad essere gettata dall'alto delle rocce di Grajeras; ma la vergine invocata - «cuando iba por el aire» sottolinea l'autore - salvò la giovane che arrivò a terra illesa. Esther allora si fece battezzare e prese il nome di María del Salto.

Tracce di un immaginario che s'impongono continuamente nella passeggiata attraverso la città, in un giuoco di raccordi e di rinvii: nella cattedrale gotica, «penumbrosa y sobrecogedora como todas las catedrales castellanas», sono sepolti vescovi e nobili ma anche il corpo della giovane María del Salto e nella Judería Nueva c'è la casa del dottor Mayr, l'ebreo della leggenda del sacrilegio.

Ma un flusso di emozioni invade il vagabondo nel visitare la casa di Machado dove passa la notte dormendo nella cucina quasi a stabilire una vicinanza tangibile con i luoghi in cui visse il grande poeta. La Casa de Huéspedes coinvolge con la sua estrema miseria tutti i sensi del vagabondo:

La miseria confinada entre cuatro paredes; la miseria encerrada a cal y canto; la miseria que no se puede escapar, como un cuervo, por los abiertos mares del cielo; la miseria que se pega a los cueros del cuerpo para robarles el calor; la miseria que se agarra a los ojos, igual que un alacrán, es mil veces peor que la peor miseria del camino65.

L'itinerario, iniziato dal monastero del Parral, si conclude nei dintorni di Segovia. E qui s'impone il contrasto tra l'eleganza architettonica e monumentale appena lasciata alle spalle e la desolazione dei sobborghi che fa scattare una citazione di Baroja, una veloce sequenza, dai contorni goyeschi, fissata cinquanta anni prima:

En una hendedura del monte, unas mujeres andrajosas charlaban sentadas en el suelo; una de ellas, barbuda, de ojos encarnados, tenía una sartén sobre una hoguera de astillas, que echaba un humo irrespirable66.

Il presente è il vagabondo che pur odiando l'autostop chiede un passaggio in macchina, una bambina che vicino al fiume Eresma accarezza un cane triste e stinto, mentre le donne del quartiere di San Marcos, come silenziose comparse «cosen y recosen sus negras sayas mil veces cosidas y recosidas ya».

5.2. Ávila

Las catedrales románicas fueron construidas en España al compás que hacían las espadas cayendo sobre los cuerpos de los moros.

Ortega y Gasset, Tierras de Castilla.

Ávila, propagandata nella retorica ufficiale come la città «mística y guerrera» o «de santos y caballeros» (come la chiama Unamuno,ma senza enfatizzazioni67) è presente nel libro in un'ampia descrizione emblematica della fusione delle diverse sfaccettature su cui è costruita la rappresentazione della Castiglia. Un addensarsi di motivi restituisce alla città, attraverso la dicotomia tempo-eroico / quotidianità-amara uno statuto complesso, autorevole e insieme crudamente realistico. Ávila, di cui sceglie la denominazione «tierra de cantos y de santos» forgiata dalla saggezza popolare, è stata oggetto di numerose definizioni: la città spagnola piú cinquecentesca per Azorín, simile ad un convento per la sua spiritualità raccolta per Unamuno, nobile e silenziosa per il pittore Solana. Lo stesso nome e origine sono stati al centro di interpretazioni fin dall'antichità - ricorda l'autore attraverso un erudito excursus - così come le famose mura, «sólidas, altaneras, fantasmales», che circondano la città con le nove porte e novanta torri marcate da vestigia romane, celtibere, moriscas, per la costruzione delle quali hanno lavorato piú di duemila lavoratori, «quizás moros sometidos».

La passeggiata del vagabondo è continuamente intervallata da brani di conversazione con la guardia, dal grido della donna che vende pentole di rame, dal rintocco lugubre di una campana, dai racconti del pellegrino vestito da comparsa dell'opera e che si fa chiamare con il nome di un santo insigne, Francisco Javier. Squarci di vita quotidiana che animano il «mundo hermético tras las murallas» anche se la storia della città rimane impenetrabile e immobile:

El vagabundo no se siente con fuerzas para ensamblar los mil grajos dispersos de la historia de Ávila. El vagabundo ignora la rara y oculta clase de esta Ávila que, veladamente, se nutre de su propia entraña, como el pájaro de la mitología68.

Una Ávila triste e cupa quella evocata, in cui i bambini giuocano annoiati e «como disimuladores», ma anche ricca di tradizioni e di leggende miracolose come quella della Virgen de las Vacas che narra del contadino le cui vacche continuarono ad arare mentre si recava a messa. È la citta dove si consumò l'auto de fe seguito al processo del «Santo Niño de la Guardia», e dove la chiesa di San Vicente s'innalza sulle rovine dell'eremo fatto costruire da un ebreo convertitosi miracolosamente. L'imponente cattedrale, con i suoi merli e le massicce mura, le gallerie e la piazza d'armi, incarnazione di quello spirito militare e religioso fortemente rilanciato dal regime, è per l'autore «un noble edificio guerrero» molto cattolico, come quelli della Virgen del Pilar e Santiago di Compostela, ma molto poco cristiano:

La catedral de Ávila es templo para forjar cruzados y caballeros, alféreces y paladines de la fe, capitanes listos y a rescatar el Santo Sepulcro de manos de los infieles y caudillos dispuestos a raer la morisma en Lepanto o donde se presente. La catedral de Ávila es posible que - salvo milagro de Dios, que todo lo puede- sirva menos para ayudarnos a pensar que el judío que ardió en la hoguera también tenía un alma69.

Ávila è soprattutto la terra di Teresa de Jesús, la santa più popolare ed amata dagli spagnoli ma il cui culto è stato esposto per secoli a molteplici manipolazioni e modellizzazioni, fino ad arrivare ad essere esaltata come «la santa de la raza» e della crociata70. Scartando ogni tentazione apologetica o agiografica, la presenza autorevole della carmelitana, richiamata nei monumenti, nelle strade, nei ricordi, è segnalata da piccoli flash biografici che si alternano al racconto sul Gran Merejo, una sorta di «tonto del pueblo», lustrascarpe e «matador de reses bravas» - oggetto di scherno per le sue manie da torero -, un personaggio nella cui rappresentazione il grottesco si stempera in uno sguardo umanamente comprensivo:

[...] el gran Merejo no es sino la víctima propiciatoria del momento, el desdichado elegido por los niños, los carpinteros, los panaderos, los carreros de Ávila, para que, con su pánico, les haga reir71.

L'alternanza dei due diversi piani di realtà e temporali sortisce l'effetto di una moltiplicazione dei punti di vista e rinforza una visione della identitá della città composita e certamente non stereotipata.

6. Gli emarginati, le emarginate

[...] y atónitos palurdos sin danzas ni canciones

que aún van abandonando el mortecino hogar,

como tus largos ríos, Castilla, hacia la mar!

A. Machado, XCVIII (A orillas del Duero).

Una folla di antieroi sono quelli che incontra il vagabondo nella sua erranza: mendicanti, mulattieri, arrotini, pastori, venditori ambulanti, il cui orizzonte è definito dalla necessità e dalla sopravvivenza, ricchi di una saggezza fatta di proverbi, dell'arte di arrangiarsi, spesso detentori della memoria storica dei luoghi che attraversano. Figure precarie, anch'esse segnate dall'anonimo e discontinuo statuto dell'erranza. Pochi i dati anagrafici - il più delle volte solo il nome o il mestiere -, persone generalmente senza meta che non sia quella legata alla contingenza del quotidiano, a volte espressione di un anacronismo dalle tinte fortemente realistiche e ironicamente allusive: al vagabondo capita di farsi estrarre un dente da un «sangrador» provvisto di un armamentario fatto «con hierros que fueron del Santo Oficio». Eppure questi antieroi della strada, che si alternano con il ricordo di antichi condottieri e di illustri genealogie, sono essi stessi, suggerisce l'autore, il prodotto di quella grande storia. E cosí vengono nobilitati il pastore che «hubiera podido ser alférez contra el moro y quién sabe si fundador de mayorazgo», il mulattiere paragonato a «un galán de los tiempos antiguos». Parodiando la antica hidalguía castigliana caratterizzata da quel disprezzo del lavoro di cui parla Américo Castro, il mendicante dichiara: «Como usted sabe, en Castilla los hidalgos no tenemos oficio [...]. El trabajo es una maldición de Dios [...]72. Entrato nel giuoco delle autorappresentazioni il vagabondo stesso si identifica con i luoghi percorsi e:

El vagabundo, caminando Turégano, se siente soldado en el Altozano y menestral en la Bobadilla73.

Sono compagni di viaggio con i quali si instaurano momenti di solidarietà, si condivide un pezzo di strada e qualche povero alimento, si scambiano poche parole nelle generalmente desolate posadas o ventas. Numerosi i bambini con cui si intrattiene, bambini vivaci ma piú frequentemente tristi, annoiati o schivi. Un'umanità varia che, pur se a volte ravvivata da tratti picareschi, esprime un universo dolente. Un'umanità in cui le donne hanno un loro spazio ben definito. Esse non sono compagne di viaggio né raccontano storie e tantomeno sono detentrici di saggezza popolare ma attraversano il testo colte in brevi sequenze di vita quotidiana, in piccoli gesti o faccende: madri che allattano, che sgridano i bambini, preparano pasti nelle posadas. Oppure, sono donne barbute e sgraziate che ricordano la Rosa de La colmena, ma qui a significare il degrado e la miseria. A volte irrompono, in veloci descrizioni, in un protagonismo tipico dei libri di viaggio: sono le lavandaie romantiche che suscitano fantasie erotiche nel vagabondo, impersonano le diverse tipologie di bellezze locali.

Un riflesso del silenzio, della ruolizzazione «di genere» e della emarginazione a cui le aveva condannate il franchismo? O non piuttosto la riproposizione di un atteggiamento ricorrente nell'autore che, come in molti suoi romanzi, proietta un modello femminile cristallizzato nella dicotomia madre o portatrice di eros?

Il libro infine si chiude con una descrizione dei gitani. Incrociati all'inizio del viaggio, essi tornano nell'ultima tappa quasi a suggellare il senso profondo e circolare di una storia di emarginazione.

Sono gitani antipittoreschi e antiromantici che vanno idealmente ad affiancarsi a tutti gli antieroi incontrati. Sono:

[...] un hatajo de hombres y mujeres desarrapados, tiesecitos, con un aire errabundo, displicente, al borde de triunfar sobre la última miseria74.

E l'ultimo sguardo va ai bambini «que viven de milagro» e ai ragazzi gitani che forse diventeranno ricchi, famosi e felici perché cancellerranno anche il ricordo della miseria:

Y porque no se acuerdan de la fuente Valverde, trocha que pasaron dormidos, una mañana de sol, cuando eran muy pequeños...75.

Note

1. R. Ford, Manual para viajeros por Castilla y lectores en casa, I, Madrid, 1981, p. 15. Il viaggiatore inglese è l'ideatore delle prime complete guide turistiche della Spagna. (Il corsivo è nel testo).

2. Sulle origini della ILE cfr. A. Jiménez Landi, La Institución Libre de Enseñanza y su ambiente. Los orígenes. Madrid, 1973.

3. Cfr. N. Ortega Cantero, La experiencia viajera en la Institución Libre de Enseñanza in J. Gómez Méndoza y otros, Viajeros y paisajes, Madrid, 1988, pp. 67-88; J. Gómez Mendoza e N. Ortega Cantero, Geografía y regeneracionismo en España (1875- 1936), in «Sistema», 77, 1987, pp. 77- 89.

4. Cfr. José A. de Zulueta Artaloytia, Vocación viajera y entendimiento del paisaje en la generación del 98, in J. Gómez Mendoza y otros, op. cit., pp. 89-106.

5. Alla tipologia del vagabondo Pio Baroja dedica l'articolo Los vagabundos (1935), in Vitrina pintoresca, in Obras completas, III, Madrid, 1947, pp. 726-728.

6. Il bel saggio di J. Ortega y Gasset, Ideas sobre Pío Baroja, scritto nel 1910, è in Obras completas, II, Madrid, 1966, pp. 69-124, p. 71.

7. J. Ortega y Gasset, Historía y geografía, in Temas de viaje, in Obras completas, cit., pp. 372-373.

8. Su questo punto cfr. R. Senabre, Camilo José Cela en la España árida, in «Ínsula», 518/519, 1990, pp. 65-66; J. M. a Pozuelo Yvancos, Introduzione a Camilo J. Cela, Viaje a la Alcarria, Madrid, 1990, pp. 18-28.

9. Cfr. Camilo J. Cela, Cuatro figuras del 98. Unamuno.Valle Inclán. Baroja. Azorín y otros retratos y ensayos españoles, Barcelona, 1961. Il volume raccoglie conferenze, note e articoli scritti tra il 1944 e il 1961.

10. Una accurata bibliografia su Cela è stata pubblicata in occasione della concessione allo scrittore - nell'ottobre '89 - del premio Nobel per la letteratura, da P. Abad Contreras, Cuaderno de trabajo, in «Ínsula», 518/519, 1990, pp. 1-8.

11. Su questo testo esiste una nutrita bibliografia. Tra i più recenti contributi rinvio all'Introduzione, arricchita di una bibliografia scelta, di José M. a Pozuelo Yvancos, cit., pp. 12-53. Molti anni dopo Cela tornava in Alcarria e pubblicava Nuevo viaje a la Alcarria, Barcelona, 1984.

12. Cela è autore di numerosi libri di viaggio. La figura del vagabondo è nelle seguenti opere pubblicate in Camilo J. Cela, Obra completa: Dal Miño al Bidasoa. Notas de un vagabundaje, (1952), in Viajes por España (1948-1952), IV, 1, Barcelona, 1965; Cuaderno del Guadarrama, (1952), in Viajes por España (1952-1958), V, 2, Barcelona, 1965; Primer viaje andaluz. Notas de un vagabundaje por Jaen, Córdoba, Sevilla, Huelva y sus tierras (1959), in Viajes por España (1959-1964), VI, 3, Barcelona, 1965. Riflessioni sul vagabondaggio sono inoltre in Balada del vagabundo sin suerte, in Cajón de sastre, Barcelona, 19892, pp. 223- 278; Páginas de geografía errabunda, Madrid, 1965. Sul tema del vagabondaggio in Cela cfr. P. Ilie, La lectura del «vagabundaje» de Cela en la época posfranquista, in «Cuadernos Hispanoamericanos», n. 337-338, 1978, pp. 61-80.

13. Sulla percezione della Castiglia da parte di questi ed altri intellettuali cfr. J. García Fernández, La percepción de un espacio: Castilla, in Castilla (Entre la percepción del espacio y la tradición erudita), Madrid, 1985, pp. 81-141; sull'argomento si veda anche A. Elorza, Spagna: lo specchio della nazione, qui pubblicato, pp. 243-269.

14. Sulla rimodellizzazione in chiave politica dell'immagine rurale della Castiglia presente nelle generazione del '98 e in particolare in Unamuno cfr. Antonio Ma. Calero Amor, Castilla en la ideología franquista in Historia de Castilla y León, X, Madrid, 1986, pp. 67-78, p. 70.

15. Ivi, p. 67.

16. Del libro utilizzeremo la seguente edizione: Camilo J. Cela, Judíos, moros y cristianos. Notas de un vagabundaje por Segovia, Ávila y sus tierras, Barcelona, 19895.

17. P. Ilie utilizza al riguardo la definizione di «biografía ficcionalizada» in La lectura del vagabundaje..., cit., p. 68.

18. R. Senabre, Camilo José Cela..., cit., p. 65. Il critico nel suo stimolante articolo segnala che il titolo del libro di Cela fa riferimento a un verso del Libro de Buen Amor (1193) dell'Arcipreste de Hita ma mutuato da La realidad historica de España di A. Castro. Ricorda inoltre che lo storico aveva pubblicato la prima edizione del famoso libro con il titolo España en su historia: cristianos, moros y judíos, Buenos Aires, 1947.

19. Ad Américo Castro, Cela dedica numerosi interventi sulla rivista «Papeles de son Armadans» di cui fu direttore dal 1956 al 1980. Ricordiamo El viejo profesor. Fotografía al minuto de don Américo Castro, XVIII, 1957; l'editoriale in occasione degli ottant'anni dello storico, En los ochenta años de Américo Castro, XVIII, 1957; l'editoriale in occasione della morte, Américo Castro, CXCVII, 1972. (Tra i numerosi interventi dedicati a Castro in questo numero segnaliamo quelli di D. Alonso, A. Sicroff, P. Laín Entralgo, J. Caro Baroja, J. Marías).

20. All'epoca di Cela la regione denominata Castilla la Vieja (oggi Castilla y León) comprendeva anche le province di Logroño e Santander secondo la divisione della Spagna operata nel 1833 dal ministro Javier Burgos. Al riguardo cfr. J. García Fernández, Castilla..., cit.; offrono inoltre importanti chiavi di lettura sulla Castiglia J. Valdeón, Aproximación histórica a Castilla y León, Valladolid, 1984; J. Jiménez Lozano, Guía espiritual de Castilla, Valladolid, 1984.

21. Judíos,..., cit., p. 11.

22. Il libro è dedicato al padre professore di geografia, il viaggio è intervallato da ragguagliate cartine e da informazioni sulle fonti geografiche utilizzate.

23. Camilo J. Cela, Cancela para un libro de geografía a pie, in Al servicio de algo, Madrid-Barcellona, 1969, p. 296.

24. Judíos,.., cit., p. 14.

25. Ivi, p. 13.

26. Al riguardo C. J. Cela, Baroja y Azorín, in Cuatro figuras del 98..., cit., p. 28.

27. Le nubi come simbolo del trascorrere del tempo sono presenti in Azorín, Las nubes, in Castilla. La ruta de Don Quijote, (1912), Madrid, 1990, pp. 83-87.

28. M. de Unamuno, appassionato descrittore dei fiumi della Castiglia, fa questa affermazione in Por tierras de Portugal y de España, in Por tierras de Portugal y de España - Andanzas y visiones españolas, Madrid, 1962, p. 294.

29. Cfr. V. Bodini, Il mondo fluviale di Góngora dal Rinascimento al Barocco, in Studi sul barocco di Góngora, Roma, 1964, pp. 12-37.

30. Judíos.., cit., p.259.

31. Ivi, p. 118.

32. Ivi, p. 59.

33. Ivi, p. 115.

34. Cela allude probabilmente all'infante Luis Antonio Jaime (1727-1785), figlio di Filippo V e di Elisabetta Farnese. Nominato giovanissimo cardinale e arcivescovo di Toledo non ebbe mai vocazione per lo stato ecclesiastico e all'età di 27 anni rinunciò all'arcivescovato e al cardinalato per sposarsi con una giovane dell'antica casa reale di Navarra. (In Diccionario de historia eclesiástica de España, I, Madrid, 1972).

35. Judíos..., p. 238.

36. In A. Calero, op. cit., p. 76.

37. Judíos..., p. 282.

38. Ivi, p. 279.

39. Cit. in Cuatro figuras del 98, cit., p. 229.

40. Ivi, p. 233.

41. Baroja y Azorín, cit., p. 28.

42. Judíos..., cit., p. 180.

43. Ibidem.

44. I due leggendari personaggi, tra l'altro oggetto di narrazione anche da parte di P. Baroja e di B. Peréz Galdós, combatterono contro i francesi nella guerra d'Indipendenza. In particolare sul mitico bandito «El Empecinado» cfr. A. Pérez Caninello, Juan Martín «El Empecinado» o El amor a la libertad, Madrid, 1995.

45. Judíos..., cit., p. 108.

46. Ivi, p. 109.

47. Cela allude probabilmente alle due accezioni figurate della parola moro presenti nel Diccionario de la Real Academia, Madrid, 1956: «Aplícase al vino que no está aguado, en contraposición del cristiano o aguado»; e «Dícese del párvulo o adulto que no ha sido bautizado».

48. Judíos..., cit., p. 35.

49. Ivi, p. 37.

50. Ivi, p. 136.

51. Ibidem.

52. Per un'interpretazione negli anni Cinquanta dell'operato di Vicente Ferrer cfr. José M.a De Garganta e V. Forcada, Biografía y escritos de san Vicente Ferrer, Madrid, 1956.

53. Al riguardo cfr. A. Foa, Ebrei in Europa. Dalla peste nera all'emancipazione. XIV-XVIII secolo, Bari, 1992, pp. 112-116.

54. Judíos..., cit., p. 42.

55. Ivi, p. 148.

56. A. Foa, op. cit., p. 129.

57. Sull'incredibile storia, centrata sull'omicidio di un bambino da parte di ebrei e conversos, avvenuta nel 1490, (Cela la colloca nel 1489) cfr. Henry C. Lea, El Santo Niñode la Guardia, in Chapters from the Religious History of Spain Connected with the Inquisition, New York, 1967 (reprint dell'ed. 1890), pp. 437-468. Il processo del Santo Niño de la Guardia è pubblicato in «Boletín de la Real Academia de la Historia», XI, 1887, pp. 7-134.

58. La storia del «Santo Niño de la Guardia», raccontata con dovizia di particolari raccapriccianti e in chiave antiebraica - visibile anche nell'iconografia della copertina dove è raffigurato un ebreo con le mani ad artiglio che cerca di ghermire un bambino - appare pubblicata in un opuscolo a cura di N. de Velayos, El Santo Niño de la Guardia, Madrid, 1947. Viene inoltre riportata nel manuale di storia per le medie superiori di D. Ramos Pérez, Historia del Imperio, Madrid, 1942, p. 26, e indicata come una delle cause dei decreti di espulsione degli ebrei.

59. Judíos..., cit., p. 199.

60. Su Segovia, su D. de Colmenares, autore della Historia de la insigne ciudad de Segovia y compendio de las Historias de Castilla, Segovia, 1637, e sui numerosi scritti dedicati alla città da parte del Marqués de Lozoya cfr. M. Barno Gonzalo y otros, Historia de Segovia, Segovia, 1987.

61. Judíos..., cit., p. 129.

62. L'analogia dell'Alcázar con la nave in realtà fu utilizzata già da Diego de Colmenares, nel Settecento da Antonio Ponz e in tempi più recenti da Ortega y Gasset. Al riguardo cfr. D. Ridruejo, Castilla la Vieja. Segovia, Barcelona, 1975 (I ed. 1974), pp. 77-78.

63. Judíos..., cit., p. 143. La citazione completa è: «El Alcázar parecía, sobre un risco afilado, el castillo de proa de un barco gigantesco [...].» in P. Baroja, Camino de perfección, in Obras completas, VI, cit., p. 51.

64. Judíos..., cit., p. 129.

65.Ivi, p. 140.

66. Ivi, p. 150. La citazione di Baroja è in Camino de Perfección, cit., p. 50.

67. Cfr. M. de Unamuno, Ávila de los caballeros, in Por tierras de Portugal y de España..., cit., p. 190.

68. Judíos..., cit., p. 192.

69. Ivi, p. 206.

70. Cfr. G. Di Febo, Teresa d'Ávila: un culto barocco nella Spagna franchista (1937-1962), Napoli, 1988.

71. Judíos..., cit., p. 202.

72. Ivi, p. 71.

73. Ivi, p. 118.

74. Ivi, p. 308.

75. Ivi, p. 109.