Paolo Alatri: l'ultimo scritto


di Clara Castelli

Le voci odo lontane come i fili
del tramontano tra le pietre e i cavi...
Ogni parola che mi giunge è addio
e allerto il passo e voi segno nel cuore,
uno qua, uno là, per la discesa.

Franco Fortini, da Poesia ed errore, 1957

Questo è l'ultimo scritto di Paolo Alatri. Lo scritto finale del suo intenso e lungo e pieno itinerario di uomo e di storico.
Glielo avevo chiesto per un numero monografico dedicato a Storici e autobiografie al tramonto del XX secolo che di questa rivista sto curando. La rapidità di scrittura e di azione è stata sempre la peculiarità di Alatri, ma questa volta la fretta sapeva di conclusione. L'ansia di vederlo stampato il più presto possibile, manifestata ancora due giorni prima della morte nell'ottobre 1995, giustifica l'estrapolazione di questo scritto dal contesto di saggi per cui era stato concepito e la sua pubblicazione anticipata. È la sua biografia, intellettuale soprattutto, la riflessione sulle tappe principali della sua evoluzione dall'ampio diapason di interessi, l'evoluzione di uno storico che ha percorso quasi per intero - dal 1918 al 1995 - il XX secolo. Il lettore vi rinverrà la rielaborazione, anche letterale, del suo articolo Minima personalia apparso su «Belfagor» nel 1996 (XLI, n. 4) e della lunga intervista concessa a Eugenio Di Rienzo per il secondo volume degli scritti editi in suo onore dall'Università di Perugia con l'importante integrazione della riflessione complessiva sulla sua vasta opera di storico.
Uno scritto, questo, steso nella misteriosa zona d'ombra in cui la vita si andava esaurendo e al quale è intrinseca la segreta compattezza dell'esistenza compiuta. Non un testamento, ma un semplice rendiconto del suo essere stato. E nello stesso tempo la trasmissione di sé, la personale proiezione nel futuro. La morte conferisce a questo lavoro la definitività del viaggio giunto a termine, al di là del quale non resta che il giudizio. Un percorso in cui l'autore cerca di legare tutti i fili sparsi, di armonizzare tutte le asperità, le contraddizioni, le biforcazioni, le soste e i vicoli ciechi insiti in ogni vita fino a comporre un coerente tessuto. Vi spirano la consapevolezza di chi non si sente in debito con se stesso, la coscienza di aver fatto tutto quello che c'era da fare.
Intellettuale dalle molte dimensioni - storico in primo luogo, docente, giornalista, uomo politico e organizzatore di cultura - Alatri considera queste attività in intima armonia, complementari e reciprocamente arricchentisi. Un fondersi dell'intelletto con la vita, un riflusso di succhi nutritivi tra la vita e il pensiero sulla storia.
Furono dunque anni d'intensa attività giornalistica, ma anche di attività di studioso e di insegnante. Innanzi tutto mi ha dato esperienza personale e concreta di situazioni drammatiche, il che mi ha aiutato a cogliere il senso, appunto, drammatico dello svolgimento storico. E poi perché mi ha indotto a scrivere in maniera semplice e chiara, ciò che credo di aver fatto nei miei libri di storia. Dunque, se, accanto e in parallelo con la mia attività di studioso ho rievocato anche quella di giornalista, è perché - almeno così mi sembra - quest'ultima non solo non ha nuociuto alla prima, ma al contrario le ha giovato.
Perchè Alatri è stato, assai più di altri, dentro il nostro tempo. Un tempo in cui era impossibile sottrarsi, in cui non era lecito salvarsi. Un tempo che ha richiesto agli intellettuali anche di sporcarsi le mani.
E Alatri non eluse le contraddizioni della propria epoca, vivendole e condividendole con quei protagonisti della sua generazione impegnati, nel nome e per fede nell'antifascismo, nell'area comunista. Recentemente Rosario Villari nel suo Paolo Alatri, il Risorgimento e l'antifascismo, pubblicato su questa rivista (n. 1, 1992, pp. 29-38), notava come Alatri fosse un anomalo e un isolato nell'ambito di un gruppo culturale già di per sé tanto disomogeneo da essere difficilmente adattabile all'unificante etichetta di «storici marxisti». Troppo marcata era l'inconsonanza tra l'impostazione etico-politica di Alatri e il suo impegno di studioso nella sinistra marxista della storiografia italiana. «La sua opera si dovrebbe collocare convenzionalmente nell'area della sinistra storiografica. Ma questa formula mi sembra imprecisa ed equivoca. È difficile attribuire ad un gruppo culturale i caratteri che sono propri della formazione ideale e storica di Alatri e che sono in gran parte diversi da quelli di molti studiosi che appartengono alla sinistra politica» (p. 29).
Perfettamente consapevole di questa atipicità, Paolo Alatri non la celava e in questo suo ultimo scritto egli offre tutti i fili per ricostruire una sua intima coerenza. Ciò non toglie che il problema oggettivo si ponga, quello di una disarmonica coesistenza tra l'intima formazione crociana e l'adesione e l'«impegno» in un partito, come quello comunista, di ideologia marxista che, per di più, aveva nell'Unione Sovietica staliniana il suo punto di riferimento politico e ideale. È un nodo fondamentale questo della storia italiana che i protagonisti di quelle vicende sarebbero moralmente chiamati a sciogliere prima che diventi diafana la memoria degli anni.
E Alatri, distinguendosi dall'impostazione generale della storiografia marxista, nel suo lavoro di studioso ha privilegiato il momento della politica come suprema sintesi delle forze della storia, pur accogliendo ne l'allargamento agli altri piani. E questo in consonanza non soltanto con Croce, ma con tutta la linea gramsciana sostenuta da Togliatti. Ancora nel 1958 nel primo convegno di studi gramsciani questi, infatti, annotava: «Fare della politica significa agire per trasformare il mondo. Nella politica è quindi contenuta tutta la filosofia reale di ognuno, nella politica sta la sostanza della storia e per il singolo che è giunto alla coscienza critica della realtà e del compito che gli spetta nella lotta per trasformarla, sta anche la sostanza della sua vita morale» (P. Togliatti, in Studi gramsciani, Atti del Convegno tenuto a Roma l'11-13 gennaio 1958, Roma, 1958, p. 15). Alatri non sentì mai come una contraddizione la sua fedeltà all'ispirazione liberale crociana e l'impegno nel Partito Comunista nella certezza della possibilità di una comune convivenza, anzi di una reciproca convergenza.
In questo suo sincretismo, oltre alla linea togliattiana di continuità rispetto alla filosofia crociana, si conglobavano componenti e ragioni interne alla sua stessa esistenza, quegli elementi di vita che finiscono per rendere unico l'essere di ognuno.
Nella sua adesione al Partito Comunista, avvenuta soltanto nel 1948, egli portò quell'aspirazione alla libertà che aveva intriso la sua attiva lotta antifascista, e quell'ideale di democrazia sociale fondata su un ampliamento della libertà dei cittadini propria del Partito d'Azione, cui egli aveva aderito durante l'occupazione tedesca di Roma. Il fatto di essere entrato nel Pci relativamente tardi egli lo spiegherà con l'esaurirsi delle potenzialità politiche dell'azionismo e con l'evoluzione del Partito Comunista Italiano in «partito nuovo», aperto alle istanze democratiche e alla cooperazione con i partiti borghesi.
Da questa impostazione nuova del comunismo deriva il nuovo atteggiamento assunto all'interno del paese; la politica di fronte nazionale antifascista, la collaborazione con partiti non proletari e non marxistici, e, infine, conseguenza più clamorosa, ma del tutto logica, l'accettazione del metodo democratico, sia pure, naturalmente spinto ad ottenerne una politica quanto più progressiva e favorevole alle classi proletarie, nelle quali, tuttavia, si include la piccola borghesia, con una comprensione dei suoi problemi, delle sue esigenze, dei suoi sentimenti tradizionali (sentimento di patria, sentimento religioso, ecc.) e perfino direi dei suoi pregiudizi, quale finora era stata assolutamente sconosciuta al comunismo, scriveva nel suo primo articolo Anticomunismo apparso su «Rinascita» nel 1946, in cui precisava di non essere iscritto al Partito, militando nel Partito d'Azione, né di avere intenzione di iscriversi (in «Rinascita». 1944-1962. Antologia a cura di Paolo Alatri, vol. I, Roma, 1966, pp. 160-161).
Ma l'attrazione assoluta che in Alatri suscitava il Pci era costituita dalla sua ferma linea antifascista proprio quando, nel 1948, negli altri partiti questo valore veniva offuscato dall'anticomunismo. Mi domando quanto la sua origine ebraica, le persecuzioni antisemite, le perdite subite nell'ambito della sua stessa famiglia ad opera dei fascisti e dei nazisti, lo abbiano, consciamente o inconsciamente, portato a privilegiare nelle sue scelte politiche la componente antifascista. Nel senso che per lui il valore primario era più l'antifascismo che il mito del comunismo realizzato in Urss. Un partito, quello del Pci, che offriva, inoltre, quella saldatura tra cultura e politica, tra elaborazione intellettuale e azione politica che egli aveva sperimentato nella sua opera di clandestino antifascista e che costituirà l'ossatura di tutta la sua esistenza di intellettuale. Riferendosi alla «leva di aderenti di provenienza crociana» egli scriveva: «Il loro primo contatto con il Pci era stato per lo più determinato, infatti, dall'attrazione su di essi operata dal suo carattere fermamente antifascista, dalla sua capacità di concretizzare in azione tale antifascismo, ed anche dal fascino che esercitava la classe operaia» (in Intellettuali e società di massa in Italia. L'area comunista: 1945-1975, in P. Alatri, Le occasioni della storia, Roma, 1990, p. 553).
La sua presenza di intellettuale così ancorato al senso etico della libertà del pensiero e della cultura all'interno di un partito che per lungo tempo rese la cultura vicaria della sua linea politica, trova una spiegazione nella convinzione, mai sopita in Alatri, che soltanto attraverso una lenta opera interna la goccia avrebbe scavato la pietra, avrebbe corroso l'illibertà. «Chi ha qualche familiarità con la storia sa che anche la più radicata e rigida ideologia può modificarsi a contatto con la vita, e che non c'è nulla di così granitico da resistere alla corrosione delle esigenze vitali e delle esperienze di vita. Il movimento comunista, la cui ideologia certamente nacque in funzione antiliberale (ma anche antidemocratica?, sia almeno lecito dubitarne) può trasformarsi in una effettiva forza di libertà e di democrazia», scriveva egli nel 1946 (Anticomunismo, cit., p. 164). Per Paolo Alatri la coscienza degli errori, dei ripiegamenti, delle deformazioni del Partito si accompagnò sempre, anche nei momenti più bui della storia del comunismo italiano, alla fede nella capacità dell'intellettuale organico di incidere non soltanto sulla realtà esterna, ma anche sulla vita interna del Partito nel senso di infondergli i germi di un'evoluzione liberale.
«I fermenti ideologici e culturali che gli ex-azionisti come me hanno introdotto nel Pci hanno contribuito a dargli quell'impronta non settaria che ancor oggi conserva. Io, nei primi tempi della mia militanza, ero solito ripetere, con un apparente paradosso: sono comunista perché sono liberale. Non mi ha mai sfiorato, cioè, la sensazione che l'essere comunista comportasse la costrizione dei miei impulsi di democratico tradizionale, d'impronta crociana. Lungi da me il desiderio di dipingere il Pci come un partito che naviga a vele spiegate nel mare della libertà: esso ha subito, come gli altri partiti comunisti europei, lo stalinismo, e durante il periodo della guerra fredda ha dovuto anche applicarlo nella realtà politica italiana. Ma gli è rimasta dentro una vena, ripeto, liberale, che è affiorata appena le condizioni esterne l'hanno consentito». (N. Ajello, Intellettuali e Pci. 1944/1958, Bari, 1979, p. 101).
È naturale, quindi, che nella vita del Partito Alatri sia stato vicino a uomini dell'ala moderata, come Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano o Antonello Trombadori, gente cui lo legavano la stessa formazione culturale, la medesima concezione etica della politica e un analogo percorso di vita. Gli furono alieni invece le fumoserie ideologiche, gli operaismi populistici, i furori estremistici di altri.
Nella sua lunga attività di Segretario Generale dell'Associazione Italia-Urss, in quell'esperienza ventennale «interessante, ma anche amara», che lo mise in contatto con i più illustri intellettuali sovietici di tutte le aree culturali, ma anche nella condizione di conoscere direttamente le storture, le miserie sociali ed umane, la opaca stupidità di un regime totalitario e illiberale, egli immise la coscienza di fare opera di libertà, di trasformare quei contatti con i sovietici in un piccolo germe corruttore. Le sue battaglie per il rispetto dei diritti umani e per la libertà della cultura in Urss resteranno memorabili tanto da non poter condividere più il suo lavoro con i rappresentanti di un regime che costringeva al silenzio la sua più sonora ed alta voce di libertà, quella di Andrej Sacharov. In quell'occasione abbandonò polemicamente l'incarico di Segretario Generale dell'Associazione Italia-Urss.
Per vent'anni ho collaborato con lui nel Comitato Storico italo-sovietico, io come segretaria, lui come elemento portante di un consesso di storici italiani, sì di grande prestigio, ma più interessati alle loro ricerche in biblioteca che a quel ribollente laboratorio di esperienze vitali costituito dalle relazioni personali con gli storici sovietici. Per vent'anni Alatri comunista e io no, ci trovammo a lavorare all'unisono per lo stesso fine con un entusiasmo da neofiti, mai venuto meno, nella certezza che la cultura non ha frontiere e che l'incontro di pensieri diversi provoca sempre dei cortocircuiti dalle conseguenze ignote. Per vent'anni fummo uniti dallo stesso sentimento di complicità, dalla coscienza di costituire dei cunei, di scavare come topolini nel formaggio; in vent'anni di comuni confronti politici, non di rado assai vivaci, cementammo un'amicizia che per me resterà un punto di riferimento. E non sempre nei nostri contrasti era lui a prendere le difese dei sovietici. Quante volte durante gli incontri con gli ingessati burocrati sovietici della storia ho dovuto ammorbidire le sue asprezze polemiche che avrebbero potuto forse rovinare una paziente e lunga opera di preparazione, idiosincrasie che avrebbero danneggiato quegli storici cui veniva impedito ogni contatto con l'esterno.  Alatri non fu un camaleonte politico, razza così frequente tra gli intellettuali italiani. Accompagnò l'evoluzione del Pci fino al suo sbocco nel Pds. E questo sbocco fu per lui la conferma che l'approdo del Partito alla democrazia fosse anche un poco opera sua, del suo lungo e non sempre facile impegno di militante e di studioso. Combattendo le sue battaglie con l'intelligenza e la penna, rimase sempre in sintonia con la sua vocazione e il suo tempo storico.
Come il lettore potrà constatare dal suo scritto, l'esito personale della sua lotta è il rifiuto del comunismo marxiano come una concezione utopistica, l'applicazione dei cui principi «conduce inevitabilmente al disastro». Alla vigilia del suo ultimo viaggio il «socialismo» per lui «non significa più niente». L'unica «piattaforma ideologico-politica giusta e possibile» è ormai «quella di una democrazia sociale, vale a dire di una democrazia parlamentare che sia aperta e sensibile alle esigenze dei lavoratori, senza però esclusioni classiste che mettano fuori gioco e tanto meno al bando, alcune categorie di persone a favore di altre». In un certo senso un ritorno ai suoi ideali azionisti. Eppure, in questo bilancio conclusivo, si percepisce qualcosa di irrisolto, un che di sospeso, di indefinito, di non detto, un silenzio che parla di doloroso travaglio personale, di rinuncia a qualcosa in cui si è creduto e che ha deluso.
Per quanto riguarda l'Alatri storico, lo spazio è troppo angusto per analizzare, anche a volo di uccello, la mole e la varietà dei suoi scritti. Del resto egli ce ne presenta un panorama completo e commentato. Basterà dire che quella molteplicità di temi e di argomenti trattati, da qualcuno imputatagli a difetto e a segno di sperpero di forze o di superficialità d'approccio, nasceva da quell'ancoramento alla realtà, da quell'immersione nella profondità del proprio tempo che fu il tratto specifico del suo essere intellettuale. Un intellettuale inteso nel senso tradizionale del termine come individualità pensante, che svolge «un lavoro intellettuale, puro, generale di conoscenza». Da storico egli accolse le domande che via via gli poneva la contemporaneità, richieste di cui egli cercava nel passato le risposte. All'urgenza della domanda corrispondeva la rapidità e l'immediatezza della replica. «Tutto è partito dall'interesse per la realtà che mi circondava, quell'Italia del fascismo che negli anni in cui cominciavo a orientarmi, mostrava con i caratteri che la rendevano inaccettabile, le sue antiche crepe».
Nel Risorgimento e in D'Annunzio cercò la spiegazione delle origini del fascismo; nel fascismo quelle dell'Italia contemporanea; nel philosophe l'antesignano dell'intellettuale 'impegnato' «nelle lotte laiche a vantaggio del progresso», una specie di alter ego, di modello originario rispecchiante sé e la sua generazione di antifascisti. «Insomma è dal XVIII secolo che il tema della funzione dell'intellettuale nella società e del rapporto tra rivoluzione culturale e cambiamento sociale, in breve tra cultura e politica, si impone nel mondo moderno per non più scomparire, anzi per restare sempre come uno dei temi centrali non solo della riflessione, anzi ancor prima, della realtà». (Intellettuali e società, cit., p. 540).
Proprio questa costanza nel contatto con la vita, la coscienza che la sofferenza e la drammaticità dell'esistere rendono vacua la vanità, facevano di Paolo Alatri un uomo semplice dai gusti raffinati e un professore di storia profondamente estraneo a ogni paludata saccenteria, a quelle pomposette contegnosità accademiche così poco rare nel mondo universitario. A me, e forse ad altri, ha lasciato un esempio.

Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti
i sogni e la nostra vita breve è circondata dal sonno.

W. Shakespeare, La Tempesta, atto IV, scena I.