Ricordi e riflessioni sulla mia vita e la mia attività

di Paolo Alatri

1. La scelta antifascista

Per me - ma, a quanto ho sentito da altri, non soltanto per me - gli anni fondamentali dal punto di vista della formazione psicologica, etica, politica e culturale sono stati quelli del liceo, anche più importanti di quelli dell'università. Al liceo è molto più stretto e permanente il rapporto dello studente col professore (anche quello, non meno rilevante, con i propri compagni). Inoltre ho anche avuto la fortuna di avere professori di liceo di grande valore. Ricordo in modo particolare l'insegnante di storia e filosofia, Aldo Ferrari, autore di una serie di volumi di storia del Risorgimento e dell'Unità d'Italia, che ebbe una fine tragica: antifascista, arrestato una prima volta, si tolse la vita quando incombeva su di lui un secondo arresto. La sua austera figura è sempre rimasta nella mia memoria con un senso di rispetto e quasi di venerazione.
Nato nel 1918, ho frequentato il Liceo Tasso a Roma in anni cruciali per la storia d'Italia e d'Europa: gli anni che precedono immediatamente lo scoppio della seconda guerra mondiale, gli anni della guerra d'Etiopia e della partecipazione fascista alla guerra civile di Spagna. Furono questi eventi a far maturare in me, come in tanti altri miei coetanei, il passaggio dal fascismo, in cui eravamo stati allevati, alla coscienza e poi all'attività antifascista. A farmi compiere questo decisivo passaggio contribuirono assai le appassionate conversazioni con il mio amico Paolo Solari, che era figlio di un ingegnere tutt'altro che schierato dalla parte del regime e di una cattolica praticante, nipote di padre Tacchi-Venturi, che fu personaggio importante perché fece da intermediario tra il Vaticano e Mussolini.
La mia era una famiglia di buona borghesia ebraica, di salde tradizioni patriottiche e laiche. Nel ramo paterno ho avi che hanno occupato un posto di qualche rilievo nella vita politica e sociale romana e italiana. Il mio bisnonno Samuele Alatri fu presidente della Comunità israelitica di Roma, nel 1848-49, durante la Repubblica Romana, fece parte del Municipio, nel 1850 entrò nel consiglio di reggenza della Banca Pontificia (poi Banca Romana), che riuscì a salvare dalla crisi del 1855, presentando poi un piano di riforma generale delle banche dello Stato; dopo il 20 settembre 1870 fu membro della delegazione che presentò a Vittorio Emanuele II i risultati del plebiscito per l'annessione al regno d'Italia; dalle elezioni del novembre 1870 fino alla morte nel 1889 fu consigliere comunale e dal '70 al '74 assessore alle Finanze; dal 1875 alla morte fu direttore del Monte di Pietà di Roma, di cui si era occupato fin dai tempi di Gregorio XVI. Nel 1874 fu eletto deputato alla Camera in una lista clerico-moderata, e in quell'occasione Pio IX, cui evidentemente quella scelta non era dispiaciuta, ebbe ad esclamare: «Tra tutti questi [eletti] il più cristiano è l'ebreo Alatri». Suo figlio Marco, cioè mio nonno, è stato anch'egli consigliere comunale di Roma.
La famiglia di mia madre era invece di origine piemontese. Il mio nonno materno, Giacomo Segre, militare di carriera, era capitano d'artiglieria quando il 20 settembre 1870 comandava la batteria che aprì la breccia di Porta Pia; ed è singolare che, entrato a Roma, conobbe allora Marco Alatri, destinato a diventare, se i due fossero vissuti fino allora, suo consuocero. Poi Giacomo Segre raggiunse alti gradi nella carriera militare, fino a quello di colonnello; ma non oltre, perché morì giovane, quando mia madre, nata nel 1890, era ancora una bambina. Un fratello di mia madre, il generale Roberto Segre, fu durante la prima guerra mondiale il comandante dell'artiglieria della III Armata del Duca d'Aosta, contribuì con importanti studi tecnici al perfezionamento dei tiri di sbarramento e d'interdizione, fu autore di vari libri di storia politico-militare e di un dizionario militare italo-tedesco, e subito dopo l'armistizio del 1918 comandò la Missione militare italiana a Vienna; ma la sua carriera fu interrotta al grado di generale di Divisione perché all'avvento del fascismo assunse atteggiamenti di ostilità verso il regime mussoliniano. Un altro fratello di mia madre, Ippolito Segre, avvocato, ufficiale di complemento dei Granatieri, cadde giovanissimo all'inizio della guerra, e un terzo, Marcello Segre, la combatté nell'arma degli Alpini, e successivamente prese anche il brevetto di pilota aereo.
Come ho detto, famiglia borghese, la mia, certamente benestante. Ho avuto un'infanzia e un'adolescenza felici. Mio padre, assicuratore, guadagnava bene e nel 1925 si fece costruire un bel villino all'angolo tra via Bellini e via Paisiello (allora all'estrema periferia della città, quasi in campagna), dove sono vissuto fino all'occupazione tedesca di Roma l'8 settembre 1943. Mio padre non era un intellettuale, era un uomo d'affari; ma mia madre aveva interessi culturali, e fin da ragazzo mi portava alle mostre d'arte e ai concerti; inoltre mi diede un'educazione severa ma molto libera. Ho subito l'influenza intellettuale e culturale di un amico di famiglia, l'architetto che progettò il villino di cui ho detto: era dannunziano, nazionalista e poi fascista, ma era molto colto, di cultura raffinata, ottimo pianista, di grande fascino intellettuale. Forse il mio primo amore per D'Annunzio, più tardi sviluppatosi nell'interesse dello studioso per il «poeta-soldato», risale proprio all'influenza di questo nostro amico, che per me è stato molto importante; l'Enciclopedia Italiana, che è negli scaffali davanti a me mentre scrivo queste note, mi fu regalata proprio da lui quando cominciò a uscire. Attraverso quell'influenza, ma certo anche per inclinazione naturale, già al liceo ho cominciato a nutrire interesse per tutte le discipline umanistiche, letteratura, arte, musica, filosofia, storia, tanto che provavo l'ingenuo desiderio di dedicarmi indifferenziatamente a tutte queste materie. Potrei forse ripetere ciò che lo storico e giurista svizzero dell'Ottocento Bachofen scrisse nella sua autobiografia: «Ero nell'età in cui ancora tutto mi apparteneva [...] e non sapevo ancora in quale angolo di quel vasto campo il mio spirito avrebbe finito per trovare la sua stabile dimora». Il mio angolo, poi, l'ho trovato nella storia, negli anni dell'Università.
Ho già accennato al clima di laicismo che regnava nella mia famiglia, ma vorrei insistervi. Già il mio bisnonno, malgrado l'impegno nella Comunità israelitica romana, non era osservante (lo sottolinea Alberto Caracciolo nella «voce» che gli ha dedicato nel Dizionario Biografico degli Italiani). Lo stesso può dirsi del ramo materno della mia famiglia (che, piemontese, arrivò con oltre vent'anni di anticipo all'emancipazione). Anche i miei genitori non erano assolutamente osservanti e io non ho il ricordo di una solo festività ebraica che sia stata celebrata nella mia famiglia. Sono quindi cresciuto in un ambiente lontano dalla pratica religiosa e senza agganci con l'ebraismo. È vero che, quando raggiunsi i tredici anni, ebbi un momento di interessamento per il mio essere ebreo, probabilmente determinato da un fatto culturale, che rientrava in un più vasto interesse per la storia delle religioni (di cristianesimo e di cattolicesimo ne sapevo molto di più della maggior parte dei miei compagni cattolici); e volli compiere la cerimonia del «minyan» o «bar-mizvà» (che corrisponde più o meno alla «comunione» della religione cattolica e segna l'entrata nella maggiore età), per cui dovetti prendere lezioni di lingua ebraica per imparare a leggerla (senza peraltro capirla); ma è stato un episodio totalmente isolato, che non ha avuto alcun seguito.
Naturalmente il fatto di appartenere a famiglia ebraica ha inciso nella mia vita, quando sono intervenute in Italia le leggi razziali emanate dal fascismo contro gli ebrei. I primi provvedimenti antisemiti risalgono, si sa, al 1938. Io allora avevo vent'anni ed ero studente alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Roma. Tra le altre disposizioni c'era quella che consentiva bensì agli studenti universitari già iscritti di terminare il corso e laurearsi (dirò con quali limitazioni), ma non consentiva agli studenti liceali di iscriversi all'Università, così che mio fratello, di tre anni più giovane di me, dovette andare a continuare gli studi in Svizzera.
Un anno prima che fossero emanate le leggi antisemite, al secondo anno di Università, decisi di andare a fare il militare. Come studente, avrei potuto attendere la fine del corso universitario, ma pensai che sarebbe stato meglio levarmi il pensiero prima che la tesi di laurea mi avesse maggiormente impegnato. E così andai a fare il servizio di leva: sei mesi, durissimi, come allievo ufficiale a Lucca, e poi altrettanti come sottotenente al 13° Reggimento di Artiglieria a Roma, nella caserma del Macao. Mentre ero allievo ufficiale a Lucca fummo trasportati a Firenze per fare ala al passaggio di Hitler per quella città (quando il Führer venne accompagnato per musei e gallerie da Ranuccio Bianchi Bandinelli). Così, proprio nell'anno in cui cominciai ad impegnarmi attivamente nell'antifascismo (ne dirò più avanti), ebbi a presentare le armi al Führer! Una settimana prima di terminare regolarmente il servizio militare, per l'emanazione delle leggi razziali, fui posto in congedo assoluto; il che significa che se non fossi andato sotto le armi anticipatamente, non avrei fatto il servizio militare. Aveva certamente ragione Talleyrand quando raccomandava: «Surtout pas trop de zéle».
Naturalmente le leggi razziali hanno inciso enormemente nella nostra vita: mio padre perse il lavoro e non ha più potuto lavorare; poi, fortunatamente, è morto nel novembre '42, alla vigilia di compiere 64 anni, prima che ci fosse, nel settembre '43, l'occupazione tedesca di Roma, con tutto ciò che essa comportò.
Un altro dei provvedimenti razziali del regime fascista disponeva che gli studenti universitari ebrei non potevano andare «fuori corso», pena la perdita del diritto di laurearsi. Questa è la ragione per cui nel giugno 1940 mi laureai senza un tesi scritta (ciò che era ammesso in tempo di guerra): mi presentai infatti alla sessione estiva perché correva voce che i giovani ebrei sarebbero stati «precettati» per lavori manuali (e di fatto alcuni lo furono, assegnati a lavori di sterro sul greto del Tevere), e se ciò mi fosse toccato non sarebbe più stato possibile laurearmi.
Come tesi di laurea avevo scelto di scrivere la biografia di Silvio Spaventa. Quando, come si usava e s'usa, andai dal titolare della cattedra di Storia del Risorgimento, che era Francesco Ercole, per avere qualche indicazione d'indirizzo e di bibliografia, mi sentii rispondere che dovevo rivolgermi a Walter Maturi, allora direttore della Biblioteca di Storia moderna e contemporanea. Ercole, che dal 1932 al 1935 era stato ministro della Pubblica Istruzione (poi ribattezzato dell'Educazione Nazionale), era personaggio troppo impegnato in politica per potersi occupare di studi e di studenti; Maturi, al contrario, si dimostrò con me largo di consigli ed aiuti, e serbo per la sua figura (che fisicamente ricordava quella di Cavour) un sentimento di affettuosa gratitudine.
Nei mesi estivi del 1940 mi dedicai a scrivere il testo della biografia di Silvio Spaventa, che presentai quindi a Benedetto Croce, il quale a sua volta lo fece vedere anche a Adolfo Omodeo, e i due grandi studiosi lo raccomandarono all'editore Laterza, sicché il volume uscì alla fine del 1941 (con la data del '42) sotto lo pseudonimo di Paolo Romano, dato che, sempre in base a quei provvedimenti, agli ebrei era interdetto di pubblicare ed io non potevo quindi firmare col mio vero nome. Ricordo ancora con commozione di essere stato invitato da Benedetto Croce, in occasione dei contatti avuti con lui per la pubblicazione del mio libro, a pranzo in casa sua e di essere poi andato a spasso con lui e con Omodeo per i buchinisti di Napoli.
Quel mio libro su Silvio Spaventa fu accolto con molto favore. Mi risulta che fu apprezzato per l'apporto di documentazione anche inedita, ma soprattutto per le sottese ma chiare intenzioni ideologiche, che erano quelle di una rivendicazione delle supreme ragioni della libertà nello Stato. Nel penultimo capitolo, in cui ricostruivo l'attività di Spaventa dopo il suo passaggio all'opposizione in seguito all'avvento della Sinistra al potere nel 1876, sottolineavo l'importanza da lui attribui-ta alla forma costituzionale dello Stato, «la quale è per lui - scrivevo - una garanzia che lo Stato resti l'espressione della volontà collettiva e non possa diventare l'arma di una minoranza che impone e sovrappone la sua volontà a quella della nazione»; e mettevo quindi in rilievo la funzione essenziale che in uno Stato liberale Spaventa attribuiva all'opposizione. Erano parole che suonavano non equivoche in un regime che era l'espressione di una minoranza sopraffattrice e che l'opposizione aveva cancellato. Più avanti, affrontando la concezione dello «Stato etico», propria di Silvio Spaventa, mettevo in rilievo come essa si discostasse da quella di altri hegeliani meridionali, che veniva ripresa ed esasperata da Giovanni Gentile e dai gentiliani, e in questa forma fatta propria dai portavoce del regime fascista. La cui tesi, scrivevo, «fa dello Stato un concetto filosofico e afferma che "lo Stato non può non essere una sostanza etica" (Gentile), conducendo a quella che Benedetto Croce ha definito "la teoria governativa della morale"». La polemica antifascista proseguiva, e diveniva forse ancora più esplicita, nell'ultimo capitolo del volume, in cui cercavo di definire la personalità politica e morale di Silvio Spaventa. Parlavo della «singolare interpretazione che del Risorgimento in generale, e dell'azione e delle idealità politiche dello Spaventa in particolare, è stata data da un filosofo e pubblicista attuale [Giovanni Gentile - precisavo in nota, facendo riferimento al suo Che cosa è il Fascismo e alla sua prefazione allo Statomoderno di Francesco Fiorentino] e, sulle sue orme, da tutto un gruppo di storici, per così chiamarli, formanti una vera e propria corrente d'inaudita interpretazione»; un gruppo di storici - in realtà pseudostorici - per i quali «il Risorgimento non sarebbe stato liberale, ma semplicemente nazionale, patriottico», e «la libertà politica sarebbe stata un puro mezzo per arrivare all'unità e all'indipendenza, un mezzo, per di più, non sempre accettato con entusiasmo». E terminavo contestando chi voleva fare di Spaventa un precursore del fascismo, mentre rivendicavo il carattere concretamente liberale di tutto il pensiero e di tutta l'azione di Spaventa e degli altri maggiori protagonisti del processo risorgimentale.
Da parecchi lettori il mio libro fu accolto quale una vivace testimonianza di come nella gioventù studiosa cresciuta sotto il regime venisse facendosi strada un saldo e radicato sentimento di libertà, non disposto a farsi condizionare e schiacciare dall'ideologia liberticida del fascismo. E ancora a distanza di anni mi è capitato d'incontrare persone che mi hanno ricordato il benefico effetto psicologico e ideologico che quel mio libro giovanile esercitò su di loro.
Avevo già iniziato in precedenza un'attività di studioso. In particolare, collaboravo alla «Rassegna storica del Risorgimento», con lo pseudonimo di Paolo Romano, mediante recensioni che redigevo - posso dirlo - col massimo scrupolo di documentazione, nel senso che leggevo tutto ciò che in precedenza era stato pubblicato su ognuno degli argomenti di cui mi occupavo. Ma questa collaborazione fu interrotta per intervento del direttore della rivista, Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon (che nome roboante per un così modesto personaggio!), intervento che egli esercitò sul redattore capo che si occupava delle recensioni, Alberto Maria Ghisalberti. De Vecchi, personaggio culturalmente rozzo, che lo stesso Mussolini ebbe a dire che faceva danni dovunque si trovasse, ignorava che sotto il nome di Paolo Romano si celava un ebreo (altrimenti di collaborazione alla sua rivista non si sarebbe neppure parlato!), ma s'inalberò per la mia recensione del volume di Adolfo Omodeo su La leggenda di Carlo Alberto nella recente storiografia, edito da Einaudi, che come è noto contrastava le tesi sabaudistiche difese ad oltranza e perfino imposte dall'ex quadrumviro ed ex successore di Ercole, dal gennaio '35 al novembre '36, al ministero dell'Educazione Nazionale.
Renzo De Felice ha ritrovato e pubblicato le lettere che De Vecchi scrisse a Ghisalberti su questo argomento. Nuova pietra di scandalo ai suoi occhi fu un'altra mia recensione, quella del volume di Ettore Passerin d'Entrèves su La giovinezza di Cesare Balbo. Ecco che cosa scriveva De Vecchi a proposito di quelle mie recensioni: «Non hanno più la mia approvazione, anzi, per quanto si è detto dell'Omodeo, nonché per quanto questo acido scrittore [io o Omodeo?] dice o sottintende, tirando sassi in piccionaia, le deploro». E il 30 dicembre 1941 a proposito di altre due mie recensioni proposte alla «Rassegna storica del Risorgimento», una delle quali riguardava Il pensiero politico italiano di Luigi Salvatorelli (che non fu pubblicata): «Fra il mio modo di intendere la storia e quello del signor Paolo Romano c'è evidentemente un abisso». E il 1° novembre 1942, comunicando il rifiuto di una mia recensione colpevole di citare Omodeo e comunicando la decisione definitiva che io fossi escluso dalla collaborazione della rivista da lui diretta: «È troppo lontano il fondo del suo spirito, intelligente peraltro, da quello di colui che ha la responsabilità della "Rassegna"». Anzi, De Vecchi si spinse anche oltre, togliendo a Ghisalberti la delega per le recensioni, che da allora in poi furono gestite da lui personalmente, anche se si trovava lontano, a Rodi, come Governatore dell'Egeo.
Ma a proposito dell'ostilità votata dai fascisti a Omodeo, c'è un altro episodio significativo da ricordare. Ancora studente universitario, mi ero accorto che le dispense del corso su Cavour tenuto da Francesco Ercole alla Sapienza erano copiate (ma proprio copiate, trascritte parola per parola) per metà dal Cavour di Adolfo Omodeo e per l'altra metà dal Cavour di Paul Matter, e avendo Omodeo sferzato sulla «Critica» questo episodio di malcostume scientifico e accademico, e poiché Ercole si era difeso dicendo che le dispense erano opera di suoi allievi, di cui egli non portava la responsabilità, scrissi a Omodeo smentendo - proprio in base alla mia esperienza diretta di studente - la tesi difensiva di Ercole. Il quale fu così messo pubblicamente in ridicolo: l'ex ministro e titolare della cattedra di Storia del Risorgimento all'Università, da una parte tuonava contro Omodeo e ne contestava la storiografia e dall'altra la saccheggiava, accampando poi ridicole e infondate scuse quando veniva colto con le mani nel sacco.
Faccio un passo indietro. È logico che nel 1935, a 17 anni, io credessi ancora nel fascismo. Ma attraverso le conversazioni con Paolo Solari, di cui ho detto, e anche guardando in faccia la realtà che mi circondava, così distante dalle parole d'ordine e dalle affermazioni trionfalistiche del regime, avevo cominciato a orientarmi in senso antifascista, e queste posizioni divennero sempre più chiare e nette con la guerra di aggressione all'Etiopia e ancor più con la partecipazione alla guerra di Spagna. Non ho quindi dovuto aspettare le leggi antisemite per diventare decisamente antifascista. Già negli anni del liceo tenevo con Mario Alicata, Bruno Zevi ed altri coetanei e compagni di scuola delle riunioni più o meno settimanali in cui ciascuno di noi a turno presentava un libro, e si parlava di letteratura, di arte, ecc.; erano quindi riunioni (il più delle volte in casa mia) di carattere culturale, ma in esse s'insinuava un indirizzo ideologico e politico di opposizione al regime; tanto che da uno dei nostri compagni, il cui padre era un alto funzionario, venimmo a sapere che si era infiltrato nel nostro gruppo un informatore della polizia. Fummo perciò costretti, per prudenza, a interrompere quelle riunioni.
Negli anni dell'Università fui molto legato a Ruggero Zangrandi, che col suo libro intitolato Illungo viaggio ha dato la più viva testimonianza di come la sua e mia generazione (egli era di soli due o tre anni più anziano di me) ha attraversato la palude fascista per approdare all'antifascismo militante.
Nel 1937 andai come osservatore (non come partecipante) ai Littoriali della Cultura a Napoli, e fu per me un'esperienza di grande importanza. C'è una fotografia, che ho poi pubblicato nell'antologia dell'antifascismo più tardi da me redatta, e che è stata più volte riprodotta, tanto da diventare quasi celebre, in cui si vedono Alicata, Zevi e il sottoscritto sul lungomare di Napoli: tre giovani, allora non ancora ventenni, che hanno poi avuto qualche parte nella vita pubblica del nostro paese, già uniti in una comune posizione antifascista. Ma in quella occasione ne conobbi parecchi altri, anch'essi poi emersi nella vita culturale e politica, che si trovavano nelle stesse posizioni e con i quali fu possibile stabilire rapporti di carattere embrionalmente organizzativo.
Per quanto possa apparire paradossale, i Littoriali della Cultura, indetti dal partito fascista, furono veicoli di antifascismo: era una contraddizione interna del regime, che per promuovere energie giovanili finiva per crearsi, per così dire, le serpi in seno. In un saggio dedicato ai Littoriali della Cultura, Marina Addis Saba, dopo aver premesso che «a Roma in quegli anni andava a formarsi e man mano allargandosi e precisando la propria opposizione al fascismo un gruppo che si costituì attorno a Lucio Lombardo Radice, le sue sorelle Laura e Giuseppina, Pietro Ingrao, Aldo Natoli, Paolo Bufalini, Paolo Alatri, Bruno Zevi», così prosegue:
I Littoriali di Napoli del '37 rappresentarono il momento in cui la dissidenza o fronda giovanile si espresse con una certa coerenza perché tentò di darsi una organizzazione, di trovare un collegamento; non bisogna pensare naturalmente ad una uniformità di propositi, e nemmeno forse ad una chiara coscienza dei fini, ma a gruppi di amici di formazione e provenienza diverse che «vogliono dire la loro» al di fuori o in barba alle oppressive censure del regime e che perciò «giocano di squadra». Il gruppo Zangrandi ha passato parola a tutti i simpatizzanti perché, segnalati o no, si rechino a Napoli, al fine di organizzare osservatori, staffette, partecipazioni alle discussioni, addirittura provocatori delle discussioni stesse per superare la tutela delle gerarchie e far giungere una parola critica a quanti più giovani è possibile; a Napoli trovarono un gruppo già organizzato e in posizione di più consapevole opposizione al fascismo, nonostante la giovane età degli aderenti, tra cui Giorgio Napolitano, Luciana Viviani, Massimo Caprara. Tra i giovani segnalati nelle varie gare nominiamo solo i più noti: Renato Guttuso e Raffaele De Grada, Antonello Trombadori, Francesco Lattes (Fortini) e Michelangelo Antonioni. A Napoli dunque tra i giovani che volevano saggiare la libertà di espressione e gerarchi sospettosi era già scontro aperto; Starace venne in varie occasioni fischiato, tra goliardia e serietà; alcuni hanno già letto Croce come punto di riferimento culturale e in parte politico e cercano di incontrarlo.
Il riferimento a Benedetto Croce è quanto mai giusto e opportuno: aspettavamo l'uscita bimestrale della «Critica» come la manna nel deserto della morta gora fascista, e i volumi crociani erano la nostra Bibbia.
In quello stesso 1937, esattamente il 28 luglio, collaborai all'espatrio clandestino di Giorgio Amendola. Era il suo secondo espatrio clandestino. Il primo era avvenuto da Napoli il 31 marzo 1931. Tornato in Italia, era stato arrestato il 5 giugno 1932, poi confinato a Ponza, donde era stato liberato nel luglio 1937. Fu allora che, attraverso Paolo Bufalini e Paolo Solari, ricevetti l'incarico di portare Amendola ad Orvieto, la cui stazione ferroviaria era meno sorvegliata di quella di Roma. Dovevo percorrere in auto due volte, prima in un senso e poi nell'altro, il lungotevere Tordinona (allora i lungotevere potevano essere percorsi nei due sensi di marcia); avrei visto un uomo grande e grosso (non conoscevo Amendola di persona) e quello era il mio uomo. Così lo presi a bordo della «Topolino» che mi ero fatto imprestare da mia sorella, di tre anni maggiore di me, e lo accompagnai ad Orvieto. In quelle due ore di viaggio rimasi affascinato dalla personalità di Giorgio e dai racconti della sua vita di militante antifascista. Fu per me un'esperienza entusiasmante.
Negli anni universitari, fino al luglio 1943, partecipai a varie manifestazioni antifasciste, che Ruggero Zangrandi ricorda nel suo Lungo Viaggio.
Anche la mia embrionale attività di studioso ricevette, dalle leggi razziali, un duro colpo. Non potevo più frequentare le biblioteche pubbliche (e come si studia senza biblioteche?). Non potevo aspirare a una cattedra d'insegnamento. Fui accolto alla Biblioteca Vaticana, dove, per suggerimento del medievista Gabriele Pepe, studiai un codice latino che conteneva un centinaio di lettere, quasi tutte inedite, di Federico da Montefeltro, duca d'Urbino, a papi, cardinali, principi, umanisti, artisti: lettere del decennio 1470-80, molto interessanti, che furono poi pubblicate nel 1949 in un volume delle Edizioni di Storia e Letteratura dirette da don Giuseppe De Luca, un personaggio straordinario, un prete molto «romano», estremamente spregiudicato, anche se di profonda fede religiosa, come poi i documenti recentemente pubblicati hanno confermato, rivelando come egli ebbe parte importante, non solo nella vita culturale, ma anche in quella politico-religiosa (particolarmente stretto il suo rapporto con Giuseppe Bottai), specialmente nei primi anni dopo la Liberazione, quando egli affiancò il movimento dei cattolici comunisti (su di lui, Luisa Mangoni, In partibus infidelium. Don Giuseppe De Luca: il mondo cattolico e la cultura italiana, Einaudi, 1989).
Se, a partire dal 1938, i miei diritti civili e politici vennero annullati dalle leggi antisemite, non si trattava però, ancora, di attentato all'incolumità fisica degli ebrei. La situazione cambiò radicalmente a partire dall'8 settembre 1943 con l'occupazione tedesca di Roma, perché da allora gli ebrei divennero oggetto di preda da parte dei tedeschi, largamente aiutati dai fascisti repubblichini, per essere avviati ai campi di sterminio. Il 16 ottobre ci fu la famigerata retata degli ebrei romani, nella quale furono tra gli altri catturati il fratello di mio padre con la moglie e il suocero, che si erano fidati della promessa di incolumità fatta dal comando tedesco in cambio della consegna di 50 chili d'oro da parte della Comunità israelitica, e alla cui raccolta tutti collaborammo: furono deportati, mio zio morì a Varsavia, mia zia a Buchenwald e suo padre, che era vecchio e malandato, si spense prima ancora di essere deportato.
A quel punto ero già entrato in clandestinità, ma non mi sono mai nascosto in un convento e sono sempre stato attivo nella Resistenza. Per lungo tempo, durante i nove mesi d'occupazione, ho abitato presso i miei suoceri in via Lombardia (una traversa di via Veneto), al centro della zona in cui i tedeschi avevano collocato i loro comandi negli alberghi; e non so come non sono incappato nella retata del 16 ottobre, sebbene nel caseggiato, malgrado le mie false generalità di Paolo Aniello, tutti conoscevano la mia vera identità
Ho detto che abitavo in casa dei miei suoceri. Nel gennaio 1943 mi ero infatti sposato... per modo di dire. Leggi antisemite proibivano i matrimoni tra ebrei e non ebrei; ed era il mio caso. Per dare comunque ai miei futuri suoceri un minimo di soddisfazione (già dimostravano tanto coraggio affidando la figlia a un reietto quale io ero allora!), dovetti, previo frettoloso e non sentito battesimo, celebrare una sorta di matrimonio in sagrestia; e dico una sorta di matrimonio, perché in realtà non aveva alcuna validità civile. Tanto che quando nel gennaio 1944 nacque nostra figlia, ormai in periodo di occupazione tedesca di Roma, quando perciò io avevo perso financo la mia identità, mio suocero andò all'anagrafe a denunciare la nascita di una bambina, figlia di sua figlia e di «padre ignoto». Dopo la Liberazione il matrimonio religioso poté essere trascritto, ed io feci il riconoscimento di mia figlia, che poté così assumere il mio cognome, abbandonando quello della madre.
In quel periodo di occupazione tedesca di Roma militavo nel Partito d'Azione. Nell'appartamento in cui abitavo tenevo un ciclostile, col quale tiravo varie copie di un bollettino d'informazione (specialmente su spie e pericoli di retate), e ogni mattina avevo appuntamenti volanti, sempre in punti diversi della città, con un rappresentante del Partito Comunista (per lungo tempo fu Marisa Musu, finché non venne arrestata) e uno del Partito Socialista, per lo scambio dei nostri rispettivi bollettini. Ho spesso trasportato e diffuso copie di «Italia Libera» (organo clandestino del Partito d'Azione) e ho anche fatto trasporto d'armi.
Fin dai primi giorni dopo l'8 settembre, insieme con il mio amico e compagno di banco per tutto il ginnasio e il liceo Giuseppe Orlando (figlio del generale Taddeo Orlando, che fu ministro della Guerra con Badoglio e poi comandante dell'Arma dei Carabinieri), sistemai nell'intercapedine del villino paterno di via Bellini (che avevamo abbandonato, ma il cui portiere ci era fedelissimo) una centrale per la fabbricazione di documenti falsi e, una volta, anche per un deposito di armi. In quella buia intercapedine (ricca di grossi ragni ed altri orribili animaletti, che io aborrivo quasi più dei tedeschi) installammo un rudimentale impianto di luce elettrica. Ci venivano fornite carte d'identità e del lavoro «vergini» e timbri, perfino timbri tedeschi, e con essi rifornimmo di documenti falsi decine di ebrei e di antifascisti.
In quei nove mesi di occupazione tedesca di Roma ho dunque doppiamente rischiato, come resistente e come ebreo, ma sono stato fortunato e mi è andata sempre bene.

2. Un azionista nel Pci

Il 4 giugno 1944, come è noto, Roma fu liberata. Terminava così la clandestinità, terminavano i pericoli e gli incubi; e quel giorno stesso cominciai casualmente la mia attività di giornalista, che si è poi sempre accompagnata a quella di studioso e, più tardi di professore universitario. Quella mattina, infatti, incontrai per strada Carlo Muscetta, che aveva diretto fino ad allora «Italia Libera» clandestina e si accingeva a dirigere l'organo del Partito d'Azione non più clandestino. Muscetta mi disse: «Vieni a darmi una mano al giornale in questi primi momenti». E così entrai nella redazione di «Italia Libera» e vi iniziai l'attività di giornalista, poi proseguita per 18 anni. Dell'«Italia Libera» sono stato redattore capo, ho fatto le ore piccole in tipografia; poi sono stato redattore capo della «Repubblica d'Italia», un quotidiano del pomeriggio, diretto da Arrigo Jacchia, che è stato un po' il predecessore del ben più noto «Paese Sera»; e la mia attività giornalistica è proseguita con il «Paese», un quotidiano del mattino di cui sono stato redattore capo, inviato speciale e infine vicedirettore (anzi, ufficialmente, direttore responsabile). Dopo la fine del «Paese», ho cessato di fare il giornalista nel senso pieno della parola, e sono diventato un collaboratore, anche se molto attivo, prima del «Paese Sera», poi del «Messaggero», e infine, dal marzo 1990, del «Corriere della Sera», sempre con articoli di carattere storico.
Quando nel 1948 il Partito d'Azione si dissolse, mi iscrissi al Partito Comunista. Avevo cominciato a collaborare a «Rinascita», la rivista mensile fondata e diretta da Palmiro Togliatti, fin dall'ottobre 1946. (Delle 18 annate di «Rinascita» mensile, 1944-62, avrei poi curato nel 1966 un'antologia in tre volumi presso l'editore Landi, con un'ampia introduzione critica). Credo significativo che quel mio primo articolo vertesse sul «nuovo corso» del Pci, in quanto la mia successiva iscrizione ad esso trovava la sua ragione d'essere, non soltanto nel suo deciso antifascismo, ma anche nella fisionomia in certo senso liberale che il «nuovo corso» contribuiva a infondere nel partito. È perciò naturale che nelle file del Pci io mi sia sempre sentito vicino a uomini come Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano, Paolo Bufalini, Antonello Trombadori, i quali, sia pure con diversi accenti, puntavano a una politica riformistica il più possibile sganciata dallo stalinismo; e questa corrente ha contribuito più d'ogni altra a preparare la trasformazione del Pci in una nuova formazione partitica, con nuovo nome, il Partito democratico della sinistra, a cui sono attualmente iscritto. Non mi è invece mai piaciuto il fumoso operaismo palingenetico di Pietro Ingrao, di cui, quando ero deputato e lui era il capogruppo comunista alla Camera, ebbi anche modo di constatare la mancanza di elasticità, la rigidezza impermeabile a qualsiasi articolazione. Per non parlare, naturalmente degli esponenti del più ortodosso dogmatismo stalinista.
Nelle liste comuniste sono stato eletto due volte consigliere comunale a Roma (ricoprendo così la stessa carica che era stata del mio bisnonno e di mio nonno); la seconda volta, poi, mi sono dimesso perché nel frattempo ero stato eletto deputato al Parlamento, sempre a Roma. Sono stato deputato per una sola legislatura, dal '63 al '68. È stata un'esperienza al tempo stesso interessante e frustrante. Interessante perché è un mezzo per conoscere dal di dentro il funzionamento della macchina parlamentare. Frustrante, però, quell'esperienza, perché si vede che il Parlamento conta poco, e che le decisioni sono prese dalle segreterie dei partiti; e perché ci si rende conto che un deputato, anche se cerca di essere attivo, come io ho sempre cercato di esserlo, se non fa parte della piccola cerchia dei massimi dirigenti dei partiti, non è molto di più che una macchina per votare. Ero membro della Commissione per gli affari del Ministero dell'Interno e del Ministero dello Spettacolo, e mi sono adoperato con numerosi interventi e con proposte di legge per il cinema e il teatro; ma molto di quello che facevo rimaneva lettera morta, dato che la supposta separazione del potere legislativo da quello esecutivo, già teorizzata da Montesquieu e teoricamente rimasta al centro di qualunque sistema parlamentare, è poco più che un vano fantasma.
Ho poi avuto un altro incarico, che potremmo definire parapolitico: dal 1961 al 1970 sono stato Segretario generale dell'Associazione italiana per i rapporti culturali con l'Unione Sovietica. È stata un'esperienza interessante ma anche amara. Io dovevo naturalmente misurarmi con gli omologhi sovietici, dato che all'Associazione Italia-Urss corrispondeva a Mosca un'Associazione Urss-Italia. Ora, nell'elaborazione dei programmi della nostra comune attività mi accorsi facilmente come il concetto di attività culturale fosse inteso in modo assai diverso da noi e da loro. Per noi i rapporti culturali implicavano un libero e critico confronto di posizioni, una discussione aperta; per i sovietici, invece, le due Associazioni dovevano essere megafoni di propaganda pro-sovietica. La mia è stata una battaglia tenace per cercare, nei limiti del possibile, di far passare la mia visione, nella quale ho sempre avuto il pieno appoggio del Pci e personalmente di Togliatti. Durante gli incontri a Mosca i sovietici assumevano ufficialmente posizioni e atteggiamenti estremamente rigidi, anche se poi, a quattr'occhi e abbassando la voce, alcuni di loro c'incoraggiavano a tener duro. Per loro l'arte doveva essere «comprensibile al popolo», quindi veniva bandito tutto ciò che è ricerca, sperimentazione, avanguardia. Una volta ebbi a dire: «Secondo il vostro criterio la musica di Bach deve essere messa al bando, perché è tutt'altro che facile, e se non si ha una buona cultura musicale, che "il popolo" generalmente non ha, non la si capisce». I sovietici bandivano Stravinskij. Finalmente, proprio mentre ero a Mosca, in epoca chruscioviana, un concerto fu interamente dedicato alla musica di Stravinskij. Ero in quella sala in compagnia del Segretario dell'Associazione Urss-Italia, e mi ricordo che gli dissi: «Ma voi credete che se prima d'oggi aveste permesso di eseguire musiche di Stravinskij l'Unione Sovietica sarebbe crollata? Come vedi adesso si eseguono e l'Unione Sovietica non crolla per questo».
Altre furono le ragioni per cui, trent'anni dopo, l'Unione Sovietica è crollata. Era un gigante dai piedi d'argilla. Io stesso potei rendermene conto nel corso dei 26 viaggi che ho compiuto in quel paese. La propaganda nascondeva la realtà delle cose. Istituzioni grandemente vantate (come ad esempio la sanità e la scuola) facevano acqua da tutte le parti. Per quanto riguarda il sistema scolastico, in particolare, esso era dominato da dogmatismo e conformismo, e ne era totalmente assente lo spirito critico e la spinta ad esercitare lo spirito critico.
Come Segretario dell'Associazione Italia-Urss diedi inizio nel 1964 a un'iniziativa, che ha poi avuto un seguito negli anni successivi. Parlo dei convegni storici italo-sovietici, svolti ogni due o tre anni alternativamente in Italia e in Unione Sovietica, con risultati molto positivi, malgrado certi inconvenienti che derivavano ancora una volta, dalle impostazioni sovietiche. A questi incontri le autorità moscovite facevano partecipare chi volevano, specialmente quando si svolgevano in Italia e si trattava quindi di inviare da noi una loro delegazione; accadeva spesso, allora, che noi chiedessimo la partecipazione di questo o quello specialista sovietico, a cui poi non veniva concesso di venire in Italia. Ma nonostante tutto ci sono stati anche studiosi sovietici di valore che hanno partecipato a questi convegni, i cui atti sono stati per lo più pubblicati e vengono tuttora consultati con interesse. Mi riferisco in particolare al convegno, tenuto a Mosca nel '68, sull'assolutismo e la transizione dal feudalesimo al capitalismo, che ha segnato una tappa miliare in quel campo di studi. Quando nel 1970 lasciai la carica di Segretario Generale dell'Associazione Italia-Urss il mio successore, che non aveva il mio stesso interesse per gli studi storici, lasciò cadere l'iniziativa. Essa fu però ripresa sotto altra forma organizzativa, nel senso che venne costituito un comitato ad esso preposto, formato da professori universitari, presieduto per parecchi anni da Franco Valsecchi e successivamente da Franco Venturi. L'efficentissima segretaria, in certo senso anima dell'iniziativa grazie alle sue doti organizzative, è sempre stata Clara Castelli.
Il motivo per cui fui costretto a lasciare la carica di Segretario Generale di Italia-Urss sta probabilmente nel fatto che avevo tirato un po' troppo la corda rispetto alla concezione sovietica dei rapporti culturali, determinando una certa tensione. Particolarmente polemico riuscì il convegno sui diritti del cittadino, che si tenne a Roma nel 1969. In quella occasione il contrasto tra gli italiani e i sovietici fu quanto mai aspro: non c'è bisogno di mettere in evidenza quanto su un tema così delicato ma essenziale le due parti si trovassero in radicale conflitto.
Quando lasciai la carica di Segretario Generale dell'Associazione (che, sia detto tra parentesi, non era retribuita) fui cooptato nella sua Presidenza, che era collegiale e aveva quindi un carattere poco più che onorifico; successivamente lasciai anche il posto nella Presidenza per entrare nel Comitato direttivo dell'Associazione; finché nel 1980, quando Sacharov fu inviato al confino, mi dimisi. Le mie dimissioni suscitarono un certo scalpore, parecchi giornali mi intervistarono e diedero rilievo alla cosa. Da parte mia, ho poi pubblicato nella rivista «Belfagor» una nota intitolata La goccia di Sacharov, appunto perché il provvedimento preso dalle autorità contro il grande scienziato, paladino dei diritti umani, era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso della mia pazienza e sopportazione. Ebbi anche la soddisfazione di provocare, con le mie clamorose dimissioni, che le acque si muovessero nella stessa Associazione Italia-Urss, che si vide costretta a discutere il caso Sacharov ed assumere in proposito una posizione di sia pur cauta condanna riguardo alla repressione dell'intelligencija, repressione che in quegli anni era in pieno sviluppo.
A conclusione della mia esperienza parlamentare e parapolitica debbo confessare che per me la parola «socialismo» non significa più niente.
Che cosa si deve intendere per socialismo? Il termine, se si prescinde dal socialismo utopistico del '700 e del primo '800, non può essere che quello usato da Marx, il quale lo intendeva come indicante una fase preliminare a quella del comunismo: nazionalizzazione dei mezzi di produzione come base fondamentale e imprescindibile per la costruzione di una società comunista, in cui ciascuno dia secondo le sue capacità e a ciascuno sia dato secondo i suoi bisogni. Ebbene, questa concezione è essa stessa utopistica; e l'esperienza storica ha dimostrato che l'applicazione di tali principi conduce necessariamente al disastro. Perciò, se devo dire quale mi appare oggi la piattaforma ideologico-politica giusta e possibile, essa mi si configura come quella di una democrazia sociale, vale a dire di una democrazia parlamentare che sia aperta e sensibile alle esigenze dei lavoratori, senza però esclusioni classiste che mettano fuori gioco, e tanto meno al bando, alcune categorie di persone a favore di altre.

3. Il giornalista: la scelta del presente

Nei primi anni dopo la Liberazione ho collaborato soprattutto alle riviste «Società» e «Belfagor», alla quale ultima continuo a collaborare, mentre la prima ha cessato da tempo le pubblicazioni. «Società» è stata una rivista molto importante per l'intelligencija di sinistra, specialmente per quanto riguarda gli studi storici e filosofici. In anni successivi ho scritto in modo particolare per «Studi Storici» e per «Studi Francesi». Per diversi anni sono stato il principale collaboratore di Maria Luisa Astaldi nel preparare i fascicoli della rivista «Ulisse», da lei fondata e diretta, di cui a un certo punto sono apparso anche ufficialmente come redattore capo e in cui ho anche pubblicato diversi articoli e saggi. «Ulisse» era una rivista monografica, ogni numero della quale era dedicato a un singolo tema, naturalmente articolato nei suoi diversi aspetti. La morte di Maria Luisa Astaldi nel dicembre 1982 ha provocato l'interruzione di quella serie di «Ulisse» (che io completai con due numeri già impostati prima della scomparsa della Astaldi). La rivista è poi passata ad altra casa editrice, con altra gestione, e ha anche cambiato carattere; ma in questa sua nuova veste ha avuto vita breve.
Come inviato speciale di quotidiani ho avuto incarichi di una certa importanza. Ricordo in modo particolare le missioni per due delle guerre tra Israele e Paesi arabi. La prima volta sono stato in Palestina nel 1948, al momento della proclamazione dello Stato d'Israele. C'erano periodi di tregua imposti alle due parti in conflitto, ma ciò nonostante si continuava a sparare di qua e di là, e a Gerusalemme ho assistito a sparatorie da una via all'altra, da un muro all'altro. La seconda volta si è trattato della guerra di Suez, nel 1956, ma quella volta non sono stato inviato dalla parte di Israele, bensì da quella dell'Egitto. Le comunicazioni dirette tra l'Italia e l'Egitto erano interrotte ed io andai in aereo a Tripoli (con sosta a Malta) e di lì trovai un convoglio di automobili dell'ambasciata argentina che andavano vuote a recuperare il personale diplomatico ad Alessandria, e con queste macchine arrivai in Egitto. Di lì seguii il conflitto mandando corrispondenze al «Paese». Ricordo un episodio singolare: una volta che mi recai in un ufficio governativo a chiedere un permesso necessario per avvicinarmi al fronte, il funzionario egiziano, guardandomi, mi disse: «Ma lo sa che lei potrebbe benissimo essere un arabo?». Io pensai: certo, siamo cugini; ma naturalmente mi guardai bene dal dirgli che ero ebreo: ero un giornalista italiano e basta. Sono poi tornato in Israele, per un'altra serie di corrispondenze, nel 1961, invitato dal Ministero degli Esteri israeliano. Infine ho fatto una nuova visita del paese nel 1977, insieme con una decina di professori universitari italiani.
I miei sentimenti sono stati un po' diversi nel 1948 e poi nel 1961 e 1977. La prima volta sentivo totale, senza riserve, la solidarietà con gli israeliani, che alla proclamazione dell'indipendenza del loro Stato, sancita dall'Onu con l'adesione dell'Unione Sovietica e degli altri Stati «socialisti», erano stati attaccati dagli Stati arabi con forze preponderanti, decisi ad annientarli e usando e strumentalizzando i profughi palestinesi, chiamati ad uscire dai confini del nuovo Stato d'Israe-le con il miraggio di farvi ritorno da vincitori e dominatori; e non potei non ammirare l'eroica resistenza israeliana all'attacco di forze numericamente tanto preponderanti ed anche fanatizzate nella prospettiva della «guerra santa». Quando sono tornato in Israele nel '61 e poi nel '77, vi ammirai, naturalmente, gli straordinari progressi che vi si erano compiuti e vi si compivano, per esempio strappando al deserto terre che venivano rese feconde; ma non potei non formulare qualche riserva su alcuni aspetti della politica israeliana nei confonti degli arabi, per lo scarso coraggio nel tentare le vie della pacificazione, anche se mi rendevo conto delle enormi difficoltà, e perfino dei rischi, che tale tentativo avrebbe comportato.
Un altro servizio giornalistico assai interessante fu quello che feci in Olanda, quando il paese, a causa della rottura delle dighe, fu disastrosamente inondato. Rimasi allora ammirato dello spirito di sacrificio dimostrato dal popolo olandese, in una gara di solidarietà che mi sarebbe piaciuto poter constatare in Italia in occasione di altri analoghi disastri naturali.
Infine vale la pena di ricordare il viaggio in Cina nel 1960. Vi andai con un piccolo gruppo di giornalisti, tra i quali emergevano due assi della professione, Virgilio Lilli e Lamberti Sorrentino, mentre io, nei loro confronti, ero, si può dire, un pivellino. La visita durò un mese intero, percorrendo l'immenso paese dal nord al sud, e fu un mese durissimo: non soltanto per il clima (era il mese di luglio, faceva un caldo infernale e non esistevano impianti di condizionamento), ma anche a causa delle imposizioni dei nostri ospiti cinesi. Il primo atto, tragicomico, si svolse all'areoporto di Mosca, dove vennero ad accoglierci, con quelli sovietici, anche i funzionari cinesi, i quali volevano che noi proseguissimo immediatamente per Pechino, mentre noi intendevamo approfittare di quel passaggio per dare un'occhiata alla capitale sovietica, dove nessuno di noi era ancora stato. All'aeroporto si svolse un interminabile colloquio a tre, fra noi, i cinesi e i sovietici, complicato dal fatto che tutto doveva essere tradotto nelle rispettive lingue. Alla fine, con l'aiuto dei sovietici, la spuntammo, e così potemmo restare due o tre giorni a Mosca. Era già intervenuta la rottura politica tra la Cina e l'Unione Sovietica, che però non era stata ancora ufficializzata. Io ero il solo comunista del gruppo e perciò i cinesi mi consideravano il capo della «delegazione». Era una funzione assai scomoda. Dovevo fare da mediatore tra i colleghi italiani e i funzionari cinesi, i quali, sempre col sorriso sulle labbra ma in sostanza intrattabili, ci imponevano un ritmo forsennato di visite a dighe, fabbriche, comuni agricole. Io mi sforzavo di far capire ai nostri ospiti che se il loro scopo era che i giornalisti «borghesi», una volta tornati in Italia, delineassero coi loro articoli un quadro positivo della nuova Cina, dovevano evitare di stancarli e di irritarli. La risposta dei cinesi era sempre la stessa: «Anche noi siamo giornalisti (il che non era vero: erano puri e semplici burocrati di partito) e perciò vi comprendiamo benissimo». Ma poi tiravano dritto per la loro strada e non modificavano neppure di una virgola il programma prestabilito (della cui esecuzione dovevano rispondere ai loro superiori gerarchici). Quando cercavamo di evitare la visita all'ennesima diga, dicevano: «Avete perfettamente ragione; ma - soggiungevano - la visita a questa diga è particolarmente importante». Col loro sorriso ci stritolavano. Durante le visite a queste dighe o ad altre grandiose opere pubbliche, che implicavano progetti tecnicamente complessi e sofisticati, quando domandavamo chi li avesse elaborati, i cinesi, che non volevano neppure nominare i sovietici, rispondevano immancabilmente: «Il genio del popolo»; e di lì, malgrado le nostre insistenze, non si usciva. Il dogmatismo si accompagnava all'esaltazione e al culto di Mao: la produzione della tale fabbrica era aumentata del tot per cento grazie al fatto che gli operai si ispiravano al pensiero di Mao: negli ospedali le operazioni riuscivano meglio perché i chirurghi seguivano il pensiero di Mao; e così via. Nelle città (dove avemmo più volte a constatare la xenofobia dei cinesi, che sembravano vedere per la prima volta uomini senza gli occhi a mandorla e mostravano verso di noi estrema diffidenza e perfino aperta ostilità) non ci permettevano di uscire da soli, col pretesto che avremmo corso dei pericoli a causa del traffico (che era quasi inesistente, mentre noi eravamo abituati al mare di automobili di Roma e di Milano). Eravamo costretti a comportarci come bambini: la sera facevamo finta di andare a letto per sgattaiolare di nascosto dall'albergo e fare una innocente passeggiata senza accompagnatori. In confronto alle città cinesi, Mosca appariva un paradiso di ricchezza e di libertà. Quando volavamo da una città all'altra, a distanza di centinaia di chilometri, venivamo accolti da funzionari che sembravano clonati con quelli che avevamo lasciato qualche ora prima a tanta distanza, e parlavano esattamente come loro, con le stesse espressioni, le stesse frasi, le stesse parole. L'imbonimento dei crani di un miliardo di uomini e donne era impressionante. Tutto questo era opprimente. I colleghi italiani, pur rotti a tutte le esperienze (Sorrentino, per esempio, mi raccontò di quando, durante la guerra civile spagnola, aveva dovuto affittare fortunosamente un aereo privato per sfuggire alla cattura da parte dei «rossi»), crollarono, psicologicamente e fisicamente; io, sebbene assai meno sperimentato, me la cavai molto meglio e ressi fino alla fine di quel lunghissimo mese. Uscimmo dalla Cina popolare per Hong Kong, dove restammo tre giorni e dove finalmente vedemmo donne che apparivano come donne (quelle della Cina popolare erano vestite come uomini e sembravano uomini) e potemmo respirare un'aria più leggera.

4. Il professore: la scelta del passato

Furono dunque anni di intensa attività giornalistica; ma anche di attività di studioso e di insegnante. Credo di poter dire che la prima ha avuto un'influenza positiva sulla seconda. In un duplice senso. Innanzi tutto perché mi ha dato esperienza personale e concreta di situazioni drammatiche, il che mi ha aiutato a cogliere il senso, appunto, drammatico dello svolgimento storico. E poi perché mi ha indotto a scrivere in maniera semplice e chiara, ciò che credo di aver fatto anche nei miei libri di storia. Dunque, se, accanto e in parallelo con la mia attività di studioso, ho rievocato anche quella di giornalista, è perché - almeno così mi sembra - quest'ultima non solo non ha nuociuto alla prima, ma al contrario le ha giovato.
Al periodo del mio insegnamento all'Università di Palermo si riferisce un episodio che credo valga la pena di ricordare. Uno studioso clerico-fascista, che si era presentato anch'egli al concorso per la libera docenza in Storia del Risorgimento senza peraltro conseguirla, si rivolse al card. Ruffini, Arcivescovo di Palermo, di cui era intrinseco, chiedendogli che sollecitasse la destituzione di un incaricato di quella materia che era iscritto al Partito Comunista. Il cardinale si rivolse in tal senso al Rettore dell'Università,il quale a sua volta girò la richiesta al Preside della mia Facoltà. Ma quest'ultimo era Giuseppe Cocchiara,        il quale - non comunista - non era soltanto un insigne studioso di etnologia e di storia del folklore, continuatore della scuola di Giuseppe Pitré, ma era anche un galantuomo. Alle pressioni del Rettore, Cocchiara oppose un rifiuto, affermando che, comunista o no, io avevo le carte in regola come studioso, ero un buon professore e facevo onestamente e scrupolosamente il mio dovere. Così mantenni l'incarico. Ma questi erano i tempi, di predominio e di prepotenza democristiana, e questi i sistemi e gli uomini.
L'Università nella quale sono stato studente e poi giovane insegnante, era molto diversa da quella di oggi, era una Università relativamente per pochi. Entro quei limiti, funzionava abbastanza bene, il livello dei professori era generalmente buono, agli studenti si richiedeva parecchio; insomma, si studiava sul serio. Via via, poi, l'Università è sempre più diventata di massa. Questo, naturalmente, è tutt'altro che da lamentare. Ma, purtroppo, sono calati su di essa provvedimenti demagogici e dannosi. In primo luogo quella che è stata definita la liberalizzazione degli accessi, il che in parole povere significa che ci si poteva iscrivere a qualunque Facoltà provenendo da qualsiasi tipo di scuola, con grande abbassamento del livello degli studenti universitari.
Ma il guaio sta, per usare un'espressione che va di moda, anche a monte, cioè nelle scuole secondarie, dove sono stati immessi ope legis turbe di insegnanti precari, il cui livello culturale era ed è non molto superiore a quello degli studenti ai quali essi andavano e vanno ad insegnare. Quindi i giovani che arrivano all'Università hanno una cultura generale che è molto inferiore a quella che avevamo noi quando eravamo studenti, ed anche quando sono stato giovane insegnante, quasi mezzo secolo fa. Non voglio atteggiarmi a laudator temporis acti, ma è indubbio che, oltre tutto, i giovani sono oggi attratti da una quantità di distrazioni che noi non avevamo, e quindi è per loro molto più difficile e rara la dedizione allo studio, l'applicazione tenace. Come ho detto, la loro cultura generale è, il più delle volte, assai carente, e la cultura generale costituisce la base indispensabile perché si possa poi esercitare con profitto un approfondimento, una specializzazione, che è quanto l'Università dovrebbe dare e che purtroppo è oggi poco in grado di dare. Durante gli esami, quante volte ho dovuto constatare che gli studenti, per loro stessa ammissione, non leggevano neppure un quotidiano: e che senso ha studiare l'età di Luigi XIV se non si ha alcuna idea di quello che succede nel mondo intorno a noi?
A Palermo insegnai fino ai primi mesi del 1954, quando un incidente concorsuale interruppe temporaneamente, ma per un periodo abbastanza lungo, la mia carriera universitaria. Persi infatti il concorso alla cattedra di Storia del Risorgimento bandito proprio dalla mia Facoltà, e secondo le norme allora vigenti, che non erano così generose come quelle di oggi, perdendo il concorso non solo mancai l'entrata in ruolo, ma anche l'incarico. Non è ora il caso che io ricordi le circostanze in cui ebbi quella disavventura concorsuale; mi basti dire che non ho motivo di vergognarmene, che il caso fu allora citato come piuttosto scandaloso, ma non certo a mio disdoro, e semmai non a gloria della Commissione giudicatrice. Però fu per me un trauma, perché quell'insuccesso era del tutto inatteso e, credo, non meritato.
Ripresi poi l'attività di professore incaricato nel 1969 all'Università di Messina, dove ho insegnato per 12 anni, durante i quali ho vinto il concorso alla cattedra di Storia moderna, diventando così professore ordinario; poi ho insegnato all'Università di Perugia, (dove sono passato dalla Facoltà di Lettere, in cui avevo sempre in precedenza operato, salvo un breve periodo nella Facoltà di Magistero, alla Facoltà di Scienze Politiche), fino alla fine del 1988, quando, per raggiunti limiti d'età, sono andato «fuori ruolo». Ed ora sono in pensione. (Quando sono uscito dall'Università la Facoltà di Scienze Politiche di Perugia ha pubblicato presso le Edizioni Scientifiche Italiane, nel 1991, due volumi di Studi in onore di Paolo Alatri, intitolati rispettivamente L'Europa nel XVIII secolo e L'Italia contemporanea). La mia materia principale, nella quale, come ho detto, ho vinto il concorso alla cattedra, era la Storia moderna; ma avevo cominciato, come anche ho detto, con la Storia del Risorgimento, e poi ho avuto anche incarichi di Storia contemporanea e di Storia delle dottrine politiche. Ma anche da quando non sono più attivo nell'Università, non ho mai cessato di lavorare, pubblicando saggi e volumi.

5. Lo storico: un orizzonte a tutto campo

La mia attività di studioso si è svolta lungo tre direttrici: la nascita e gli inizi dello Stato unitario italiano; la crisi dello Stato liberale e le origini del fascismo (nonché dell'Italia sotto il fascismo); la vita pubblica in Francia e le relazioni internazionali in Europa nel '700. Tutto è partito dall'interesse per la realtà che mi circondava, quell'Italia del fascismo che negli anni in cui cominciavo a orientarmi mostrava, con i caratteri che la rendevano inaccettabile, anche le sue antiche crepe. In una recente intervista Pierre Vilar, riferendosi al fatto di essersi dedicato allo studio dei secoli più lontani, ha detto che i fenomeni contemporanei non si possono capire «se non si sa quello che è avvenuto nell'Ottocento; ma l'Ottocento non lo si puo capire se non a partire dal Settecento, il Settecento dal Seicento, e così via». Questo «fare la storia all'indietro», in una certa misura, è valso anche per me.
Le mie prime prove, dopo la Liberazione, le feci con la rivista «Belfagor», diretta da Luigi Russo. Vi esordii nel 1948 con un saggio su L'ideologia del nazionalismo e l'esperienza fascistica, nel quale seguivo le tappe dello sviluppo dell'ideologia e del movimento nazionalista e la loro confluenza nel fascismo, che li inglobò e li fece sostanzialmente suoi, sul comune tronco classista contro il liberalismo, la democrazia, il sistema parlamentare e il socialismo, anche se con una novità, cioè l'aver assorbito quella ideologia in un partito di massa, mentre il nazionalismo era sempre stato un movimento minoritario e in qualche modo elitario. Due osservazioni accompagnavano questa analisi: la prima relativa alla composizione sociale dei due movimenti, la seconda alla complicità della vecchia classe liberale (tema, quest'ultimo, che, come dirò, avrei di lì a poco ripreso e più ampiamente trattato). Il saggio si concludeva con un ultimo paragrafo, dedicato ad esaminare il modo in cui, con la partecipazione dell'Italia alla seconda guerra mondiale, decisa da Mussolini e dai suoi collaboratori, era avvenuto il distacco del popolo italiano dal fascismo, la fine di quel tanto di consenso che esso era riuscito a guadagnarsi.

In seguito alla pubblicazione di quel mio saggio, mi scrisse da Boston (Mass.), il 13 novembre 1948, Gaetano Salvemini:

Caro Arcari (sic), leggo su Belfagor di settembre, che mi arriva oggi, il suo bell'articolo su L'ideologia del nazionalismo e l'esperienza fascistica. Me ne compiaccio con Lei. Ella ha saputo spremere l'essenziale da fonti, che avevano proprio l'intenzione di imbrogliare la gente. Mi permetta di segnalarle due errori. Uno è piccolissimo. A pag. 516, n. 2, Achille Tamaro deve essere Attilio Tamaro. Glielo segnalo perché Ella veda che ho letto con attenzione. L'altro è grave anziché no. La Voce cominciò ad uscire alla fine del l908 e non del l904, e non «si affiancò» al Regno, ma prese posizioni politiche e morali del tutto opposte da quelle del Regno. Io non avrei collaborato per tre anni a quel settimanale se esso avesse seguito le linee del Regno. Prezzolini e Papini avevano cominciato quell'essere (sic, evidentemente per «coll'essere») quello che Ella descrive nelle prime pagine del suo articolo. Speravano, partecipando alle chiamate del Regno, di essere cooptati dalla borghesia che essi assalivano. Non furono cooptati. E allora saltarono il fosso, e diventarono fieramente anti-nazionalisti, specificamente Prezzolini, come risulta dalle sue critiche di Corradini e del nazionalismo (p. 507 del Suo articolo). Tennero queste posizioni per tre anni. Prezzolini si oppose alla conquista della Libia nella primavera ed estate del 1911. Ma qui gli mancò il fiato. Cominciata la guerra libica, annunziò di non volersi più occupare di politica. Ritornò ad occuparsene nel 1915, stando al fianco nostro. Ma presto gli mancò daccapo il fiato quando vide che la guerra era lunga e forse poteva essere perduta. Finita la guerra, diventò più settario. E venuto Mussolini, diventò fascista o meglio fiancheggiatore. E così finalmente fu «cooptato» da Mussolini. Papini riuscì a farsi cooptare da Gesù Cristo e da sant'Agostino oltre che da Mussolini. Tutta gente che fa più schifo dei nazionalisti e dei fascisti, che almeno avevano una linea.

Ancora nel 1948 (VI fascicolo) «Belfagor» ospitava un mio articolo su Il Congresso di Roma per la riforma religiosa, congresso che si era tenuto nell'ottobre di quell'anno, con la partecipazione di esponenti che rappresentavano posizioni ideali assai diverse, che io analizzavo, senza che tra esse vi fosse una vera concordanza di propositi e di aspirazioni. E dopo aver notato che la loro lotta finiva per spingerli tutti sul terreno della riforma sociale prima ancora che su quello della riforma religiosa, concludevo esprimendo un certo scetticismo circa le probabilità di successo che tale sforzo di riforma religiosa e sociale poteva presentare nell'Italia di allora.
Ad altro campo, anche se in una certa misura affine, apparteneva la mia successiva collaborazione a «Belfagor», cioè l'ampio saggio su Lord Acton e il suo cattolicesimo liberale (1949, fascicoli I e II). Si trattava di una riduzione del saggio che l'anno dopo sarebbe uscito come introduzione al volume di Lord Acton intitolato Cattolicesimo liberale. Saggi storici (Le Monnier, 1950, ristampata da Bonacci nel 1990). I saggi, da me tradotti dall'inglese, erano in Italia sconosciuti e presentavano un grande interesse ideologico e storico. L'argomento non era distante da uno dei filoni di pensiero che allora mi interessavano (ed hanno sempre continuato ad interessarmi), quello del cattolicesimo, del pensiero religioso in generale, e dei suoi rapporti con la politica. Lord Acton era un cattolico militante in un paese come l'Inghilterra dove la religione romana era in netta minoranza e perfino decisamente osteggiata, ed egli professava una non equivoca e non ambigua posizione liberale, sicché la sua figura, la cui vita intellettuale e morale si era travagliata tra ombre e contrasti, mi appariva «di un nobile carattere e di un vivo ingegno che ci dà l'esempio di un cattolicesimo libero, produttivo, non gretto e scolastico». Non era difficile cogliere in quelle mie pagine, e nei relativi giudizi, una carica polemica nei confronti del cattolicesimo italiano, che, dopo essere stato alleato del fascismo, all'indomani del 18 aprile 1948 si dimostrava intollerante, onnivoro, tendenzialmente totalitario, e comunque schierato con le spinte più reazionarie e oscurantiste che si manifestavano nel paese.
Rimanevo nello stesso ambito di problemi esaminando gli Spunti politici e sociali nei recenti discorsi di Pio XII («Belfagor», 1949, fasc. VI). Partivo dall'osservazione che la Chiesa di Roma aveva dovuto prendere sempre più coscienza del fatto che di fronte al rafforzarsi, nel corso del XIX secolo, dell'assetto borghese, essa non poteva più tenere le sue posizioni su una base di origine e significato feudale. Ne era seguìta una trasformazione ideologica, che continuava a verificarsi sotto i nostri occhi. Tutto il patrimonio ideale della borghesia dell'Ottocento, svuotato di quei fermenti che erano stati allora progressivi, era ormai passato nelle mani della Chiesa; mentre l'istituto al quale la borghesia capitalistica affidava ormai più volentieri la difesa delle proprie posizioni era appunto la Chiesa cattolica, che si serviva del liberalismo e della democrazia - intesi però in modo del tutto strumentale e quindi depauperati e stravolti - per combattere il socialismo. Esaminando poi l'oratoria pontificia degli ultimi due anni, sostenevo che essa affrontava le trasformazioni sociali con spirito di spregiudicatezza, ma al tempo stesso con l'intento di servirsi anche delle nuove forme di socialità per scopi tradizionalistici e paternalistici, non senza toni nettamente retrogradi, e comunque accentuando la divisione del mondo in due blocchi nemici, la cui linea di demarcazione non era più, tanto, religiosa, quanto soprattutto politica, con larga indulgenza verso chi «aveva», verso i possessori, cui Pio XII si limitava a rivolgere generiche raccomandazioni di essere caritatevoli e «disinteressati», riservando severità e durezza a coloro che «non avevano», che languivano nella miseria, scagliandosi contro «la moderna anticristiana bramosia del piacere e la spensierataggine che tendono a penetrare anche nel mondo operaio». E così concludevo: «Nella lotta attualmente in corso tra le forze politiche e sociali del progresso e quelle della conservazione e della reazione, la Chiesa cattolica, per bocca del suo massimo rappresentante, non ha esitato a prendere posizione con queste ultime, prescindendo da preoccupazioni strettamente confessionali e religiose, per inquadrare piuttosto la sua azione in un fronte chiaramente politico».
Come si vede, i miei interessi si aggiravano allora, principalmente, intorno al fascismo e alla Chiesa cattolica. Nel 1949 pubblicavo nella rivista «Studi Storici» un articolo intitolato Appunti per una storia del movimento cattolico italiano e nel 1950 usciva a Palermo, dove allora insegnavo Storia del Risorgimento, un Profilo storico del cattolicesimo liberale in Italia, relativo al Settecento, perciò centrato sul giansenismo, il filogiansenismo e l'Illuminismo cattolico.
In «Belfagor» (1949, fasc. V) recensivo il Mussolini alla conquista del potere di Guido Dorso e insieme il suo libro intitolato Dittatura, classe politica e classe dirigente. La prima di queste due opere, una biografia politica del capo del fascismo, scritta tra l'inverno 1938-39 e il 1942, mi appariva importante per il fatto che, grazie a un'accurata collazione di tutte le fonti e la consultazione di opere quasi introvabili, Dorso era riuscito a «ripulire il terreno da tutta l'erbaccia cresciutaci sopra attraverso le fiorettature apologetiche e agiografiche». Notavo anche che, via via che proseguiva nella stesura della biografia mussoliniana, a Dorso si era venuto inavvertitamente modificando il carattere originario dell'impresa, nel senso di un'accentuazione della valutazione storico-politica del fascismo rispetto alle vicende biografiche di Mussolini. Pur lodando l'opera di Dorso, non mancavo tuttavia di avanzare qualche osservazione critica, per definire infine, sulla scorta del libro stesso di Dorso, la personalità di Mussolini. Ma ancora più importante, per la problematica che vi si affrontava, giudicavo il secondo dei volumi di Dorso che recensivo, perché nei tre saggi che lo componevano, scritti tra il 1944 e il 1946, quindi dopo una avvenuta maturazione dell'autore nella riflessione storica, emergevano alcuni problemi di fondo della recente storia d'Italia, in una apprezzabile unità teorica e storiografica, soprattutto per quanto riguarda la classe dirigente dell'Italia meridionale: tema, come si sa, assolutamente cruciale. Dorso definiva la direttiva della borghesia fascista con queste parole: «Bisogna ricreare il giolittismo su altre basi più moderne», stabilendo così la linea di continuità storica tra la pseudodemocrazia prefascista (peraltro giudicata secondo i severi criteri del radicalismo antigiolittiano, alla Salvemini) e la dittatura mussoliniana.
Nei primi tre fascicoli di «Belfagor» del 1950 usciva il mio saggio su Le origini del fascismo e la classe dirigente italiana che avrebbe poi costituito uno dei capitoli centrali del mio volume intitolato Le origini del fascismo, di cui dirò tra poco.
Tornavo sui temi politico-religiosi recensendo in «Belfagor» (1950, fasc. III) Il Papato socialista dell'allora giovanissimo Giovanni Spadolini. Rilevavo che le preoccupazioni destate dai suoi precedenti volumi (Ritratto dell'Italia moderna e Lotta politica in Italia che poi, nel suo testamento, redatto dal 1988 al 1994, Spadolini avrebbe escluso da una ristampa dei suoi lavori da parte della Fondazione «Nuova Antologia»; e già nel 1985, in un articolo pubblicato nella «Nuova Antologia», Spadolini aveva disconosciuto quei suoi scritti) circa la sua tendenza a «interpretare le interpretazioni» e a sistemare a suo modo i fatti, costringendoli a viva forza nei suoi schemi preordinati, trovavano conferma nel suo nuovo libro. Il cui assunto era ambizioso («definire la posizione cattolica rispetto alla vita sociale del mondo moderno») e la cui tesi era che il vero avversario del mondo cattolico era il liberalismo laico e non il socialismo, col quale anzi esso poteva convivere senza contraddizione ideale. Naturalmente non posso qui ripetere le argomentazioni con le quali sostenevo che Spadolini faceva un uso quanto mai spregiudicato - e infondato - di termini quali «socialismo», «reazione», ecc. E concludevo manifestando il rammarico nel vedere sprecata e compromessa tanta ingegnosità in una sorta di trasformismo ideologico.
Il 26 marzo 1950, inviando a Luigi Russo quella recensione, gli scrivevo: «Legga, La prego, l'ultimo periodo, e giudichi Lei stesso se è troppo cattivo: in questo caso tagli o modifichi a Suo giudizio». Noto qui che la corrispondenza con Luigi Russo per la mia collaborazione a «Belfagor» era molto intensa, e si allargava anche a rapporti personali, perché quando egli veniva a Roma era ospite talvolta a casa mia, dove conobbe mia madre e mia moglie, e di ciò vi sono frequenti tracce nelle nostre lettere. Rientrava nel mio campo professionale di studi, quello della Storia del Risorgimento (di cui, come ho già detto, avevo l'incarico all'Università di Palermo), l'ampio saggio su La rivoluzione siciliana del 1848-49 e la diplomazia italiana ed europea («Belfagor», 1951, fasc. VI, e 1952, fasc. I). Sempre nel 1951 recensivo in «Belfagor» (fasc. IV) il libro di Angelo Tasca Nascita e avvento del fascismo, libro importante, ma di cui, al di là degli indubbi meriti di documentazione ed anche di intelligenza critica, notavo la mancanza di una superiore serenità di giudizi, quale si chiede a un libro di storia.
Tornavo poi ancora una volta ai temi religiosi (anche se questa volta non si trattava di cattolicesimo, ma di Chiesa anglicana) con il saggio su La reviviscenza religiosa inglese dell'Ottocento e la critica delle origini del cristianesimo («Belfagor», 1952, fasc. III), in cui inquadravo il movimento tractariano di Oxford, oltre che sullo sfondo della storia inglese tra Sei e Ottocento, nel panorama dei nessi tra vita religiosa e vita intellettuale, tra vita ecclesiastica e vita politica ed economico-sociale, e identificavo il movimento tractariano nella lotta generale contro le tendenze liberali del tempo e in difesa del costume e della tradizione nella Chiesa e nella società: operazione che doveva poi sfociare nell'afflusso di tante nuove forze al cattolicesimo. Infatti, sebbene il fine iniziale del movimento di Oxford fosse di restaurare l'originaria purezza dell'anglicanesimo storico, la sua tendenza verso il cattolicesimo romano fu così forte che il vero anglicanesimo venne in pratica abbandonato e il Newman, che del movimento tractariano era stato il principale esponente, finì col convertirsi al cattolicesimo e diventare cardinale. Esaminavo quindi la contemporanea evoluzione della teologia in Germania. Questo saggio si collegava, in qualche modo, con lo studio che avevo fatto di Lord Acton e del cattolicesimo liberale inglese (si ricordi tra l'altro che Acton e Newman furono strettamente legati).
Nel 1953 pubblicavo in «Belfagor» i ritratti critici di Luigi Albertini e di Vittorio Emanuele Orlando (rispettivamente nei fascicoli I e III). A proposito del primo, Russo mi scriveva il 3 febbraio 1953:

Il suo articolo sull'Albertini è eccellente: me lo son letto due o tre volte; forse lei saprà che io sono stato amico suo, e amico della Carandini; però son contento perché lei lo ha trattato in una maniera rigorosamente storica, e l'Albertini ne esce bene.

E a proposito di Orlando:

Le confermo l'incarico di scrivere il «ritratto» di Vittorio Emanuele Orlando: i suoi scritti sono apprezzatissimi. Brunetti [Franz Brunetti aveva da poco lasciato l'incarico di segretario di redazione della rivista ed era stato sostituito da Mario Petrini] non mi aveva detto nulla che era in parola con lei per Orlando, e io tre giorni fa avevo scritto a Antonio Papa, invitandolo a scrivere questo ritratto; ma ora disdico senz'altro l'incarico.

Nel 1953 avevo anche recensito in «Belfagor» (fasc. I) il Mussolini diplomatico di Gaetano Salvemini: un libro che giudicavo pienamente soddisfacente per quanto riguarda il profilo del duce come dirigente della politica estera italiana, ma non altrettanto come profilo coerente della politica estera stessa quale uno degli aspetti del fascismo, legato agli altri suoi aspetti in un sistema che non poteva che essere unitario: in proposito mi sembrava che l'autore non fosse riuscito a evitare un certo tono pamphlettistico.
Il 4 aprile pregavo Luigi Russo di scrivere «qualche riga di segnalazione e di giudizio» sul mio volumetto Carducci giacobino. L'evoluzione dell'ethos politico, pubblicato l'anno prima a Palermo. Russo mi accontentava ad usura, con una nota-recensione pubblicatain «Belfagor» (1954, fasc. III), giudicando «utilissimo e agile e scorrevole come tutti i suoi scritti questo Carducci giacobino dell'Alatri» e aggiungendo: «Fa piacere questa vicinanza di storici civili e storici della letteratura».
Frattanto, nel 1954, usciva il mio primo lavoro di grande impegno, il grosso volume, edito da Einaudi, su Lotte politiche in Sicilia sotto il governo della Destra (1866-74), fondamentalmente costruito sui documenti conservati nell'Archivio di Stato di Palermo (dove avevo trascorso tante ore, combattendo contro il freddo!). In quel lavoro studiavo un aspetto della vita pubblica italiana negli anni in cui cominciavano a farsi evidenti i problemi e i limiti della gestione dello Stato unitario, problemi e limiti che avrebbero finito col minarne la costituzione liberale. Giovanni Cottone, nel secondo fascicolo di «Belfagor» del 1955, recensiva il mio lavoro: un'ampia recensione, ricca di acute osservazioni e complessivamente elogiativa («sulle vicende amministrative dell'isola, sull'atteggiamento delle autorità locali e nazionali, sulla loro politica, sui loro errori e sulle loro benemerenze, difficilmente si potrà dire di più»).
Nello stesso 1954 usciva presso gli Editori Riuniti il mio volume intitolato Le origini del fascismo (che sarà poi più volte ristampato e risulterà il mio libro più venduto). Esso aveva allora un certo carattere di novità, tanto più che, ad eccezione del saggio, inedito, su Il secondo ministero Facta, tutti gli altri saggi che componevano il volume erano stati da me scritti all'indomani della Liberazione e pubblicati nella rivista «Belfagor» fin dal 1950: i profili di Albertini, di Orlando, di Salandra, di Mussolini e la rassegna critica su Interventismo e fascismo nella recente storiografia.
In sostanza, sostenevo che la classe dirigente liberale e democratica aveva avuto pesanti responsabilità nell'affermazione e nel successo del fascismo, per paura del socialismo e per opporsi all'ascesa della classe lavoratrice: giudizio condiviso, pur tra alcune riserve sul mio libro, nella recensione che Giampiero Carocci ne publicava in «Belfagor» (1957, fasc. II), dove notava il mio «interesse etico-politico, che è la molla diretta del suo interesse storiografico».
Uno dei saggi pubblicati in «Belfagor» aveva provocato una polemica. Il vecchio senatore Adolfo Zerboglio, che Mussolini aveva fatto ascendere alla Camera Alta nel settembre 1924 (la data ha un preciso significato se si pensa al delitto Matteotti), si rivolgeva nel giugno 1950 a Luigi Russo lamentando che io lo avessi definito «deputato fascista». Poiché Russo mi aveva girato questa protesta, gli rispondevo il 21 giugno:

Io credo che il sen. Zerboglio sarebbe stato più prudente se avesse taciuto, perché verba volant ma scripta manent: e il suo scritto sul fascismo [Il fascismo, redatto in collaborazione con Dino Grandi, primo volume della collana «Il fascismo e i partiti politici» edita da Cappelli nel 1922] è lì, in biblioteca, a disposizione di chiunque voglia leggerlo [...]. Il sen. Zerboglio gioca con le parole: che egli sia stato eletto nel 1919 in una lista non fascista, e che quindi in questo senso egli non possa essere definito un «deputato fascista», non toglie che, una volta eletto in quella lista, egli prese atteggiamenti tali che, se pure non lo si voglia definire deputato fascista, si dovrà almeno dirlo filofascista. Questo per essere molto indulgenti verso di lui: perché il Mondolfo, che organizzò la collezione nella quale uscì lo scritto dello Zerboglio, lo considerava fascista tout court [...], come tale lo aveva invitato a collaborare alla sua collezione e come tale lo Zerboglio aveva accettato.

Quindi citavo frasi e periodi del suo scritto che non lasciavano dubbi sul suo schieramento a favore dei fascisti. La polemica si trascinò poi fino alla fine di luglio del 1950, con ripetuti scambi di lettere, finché fu composta quando il figlio del sen. Zerboglio, l'avv. prof. Piero Zerboglio, intervenne e, «per evitare a suo padre un turbamento ed una fatica, non opportuni in quel momento», proponeva la pubblicazione nella rivista di una pura e semplice smentita dell'essere stato, suo padre, «deputato fascista», e aggiungeva:

Semmai, qualora Lei tenesse ad una precisazione che valorizzasse la fonte della Sua nota, alla formula della «rettifica» che mi sono permesso di suggerire si potrebbe aggiungere: «L'inesattezza non modifica, sostanzialmente, la citazione dell'Alatri in considerazione dell'atteggiamento che lo Zerboglio, passato in seguito come è noto all'opposizione, aveva nei confronti del fascismo all'epoca del suo libro».

Nella mia risposta all'avv. Piero Zerboglio accettavo la sua proposta, con questa piccola aggiunta: «Tra l'altro, quel libro venne presentato dal direttore della collana come tale che esprimeva il punto di vista di un fascista sul fascismo». E così si concluse la polemica.
A proposito delle Lotte politiche in Sicilia e delle Origini del fascismo, il mio interesse verso la nascita e gli inizi dello Stato unitario italiano e quello verso la crisi dello Stato liberale e il trionfo del fascismo si collegano tra loro. Volevo cercare di comprendere che cosa era stata l'Italia liberale e in quale misura, entro quali limiti si dovessero rintracciare in essa i germi distruttivi che l'avrebbero minata. Volevo quindi studiare momenti storici successivi e diversi l'uno dall'altro, ma in rapporto tra di essi, il travaglio della vita politica italiana che aveva visto crollare lo Stato costituzionale e al suo posto sorgere la dittatura fascista; e poi anche come questa dittatura era caduta, quale era stato il movimento antifascista che aveva gradualmente minato alla base il regime e quale era l'Italia che usciva da quella triste esperienza. Si trattava dunque di capire il passato più o meno recente per meglio capire il presente.
Nelle Lotte politiche in Sicilia mettevo in rilievo, su base rigorosamente documentaria, quale era stata la politica del governo «moderato» nei confronti di una regione così importante, una politica fatta quasi esclusivamente di repressione, che non si era fatta carico, o solo in piccola parte, delle esigenze sociali della popolazione isolana. Così, più in generale, intravedevo il sorgere e il maturare della questione meridionale, della quale quella siciliana era una componente, e che era ormai diventata la grande questione nazionale e, si può dire, sempre più lo è diventata in questi ultimi anni.
Nelle Origini del fascismo studiavo la debolezza del liberalismo e della democrazia italiana, i compromessi a cui le forze liberal-democratiche erano scese con il nazionalfascismo, e come le strutture di quello Stato, così degradato, avevano facilitato l'ascesa e il trionfo del fascismo, nell'illusione di poterlo poi richiamare entro l'ortodossia costituzionale. Le due antologie da me curate per gli Editori Riuniti, su L'Unità d'Italia (1859-61) e su L'antifascismo italiano, uscite rispettivamente nel 1959 e nel 1961, rispondevano a questi medesimi interrogativi.
Il 1959 è l'anno in cui pubblicavo un altro lavoro di grande mole, il volume su Nitti, D'Annunzio e la questione adriatica (1919-20), edito da Feltrinelli. I due protagonisti che compaiono nel titolo meritano, mi pare, una grande attenzione da parte di chi si occupi della storia contemporanea italiana, per tutto ciò che hanno rappresentato e - quanto a D'Annunzio - per l'influenza che ha esercitato. Ma nella mia scelta di quell'argomento, che rientrava senz'altro nella linea di ricerche e di studio da me privilegiata, c'era anche un elemento di casualità. Il mio lavoro era basato essenzialmente sulle Carte Nitti. Allora i presidenti del Consiglio, quando abbandonavano la carica, usavano portarsi a casa i documenti del loro ministero. Perciò quelle Carte (più tardi versate all'Archivio Centrale dello Stato) si trovavano allora presso la figlia dello statista, Filomena Nitti Bovet, e il caso volle che io avessi la fortuna di vedermele affidate perché le utilizzassi in un lavoro storiografico. Quel mio libro riguarda in primo luogo la situazione internazionale creata dall'occupazione dannunziana di Fiume, i rapporti intercorsi tra il presidente del Consiglio, i suoi ministri degli Esteri, gli Alleati, i generali italiani che con la scottante questione ebbero a che fare. Ma, naturalmente, non potevo prescindere dall'impresa fiumana in quanto tale, dalla sua preparazione, dal clima italiano in cui essa ebbe luogo, dalla situazione creata a Fiume e in Italia dall'iniziativa di D'Annunzio. E l'esperienza fiumana di D'Annunzio mi è apparsa come una premessa indispensabile, se non come una vera e propria prova generale, della marcia su Roma, perché le forze che parteciparono all'occupazione di Fiume, o che l'appoggiarono e la sostennero, erano più o meno le stesse che poco dopo avrebbero partecipato all'impresa mussoliniana, l'avrebbero appoggiata e sostenuta. Del resto, non è casuale, e vuol pur dire qualcosa, che tra il 1919 e il 1920, durante tutto il periodo in cui D'Annunzio ebbe il potere a Fiume, la sua dichiarata aspirazione fosse di trasformare la marcia di Ronchi in una marcia su Roma, cioè di compiere un colpo di Stato antiparlamentare per instaurare in Italia un regime autoritario. Se ciò, allora, non avvenne, è perché Mussolini, che a parole ne appoggiava il progetto (e lo avrebbe poi realizzato), in realtà lo sabotava, in attesa di essere lui il più forte e in condizioni generali più favorevoli, e poi perché il Partito Socialista, sebbene vezzeggiato dai dannunziani, si rifiutò di collaborare col Comandante.
Su Nitti sono poi tornato diversi anni dopo, quando nel 1979, per l'edizione nazionale delle sue opere, ho curato due volumi di Scritti politici, compresi vari inediti; e nel 1982, quando ho pubblicato nella «Rivista di Studi Politici Internazionali» 22 suoi articoli inediti del 1921-24 su Europa e sistema europeo, come suonava il titolo dato poi alla loro raccolta in un volumetto quello stesso anno.
Quanto a D'Annunzio, nel 1980 allestivo per Feltrinelli un'antologia dei suoi Scritti politici, con un'ampia introduzione. Così, quando la Utet progettò una biografia dannunziana per la sua collana intitolata a «La vita sociale della nuova Italia», dati i miei precedenti lavori di argomento dannunziano si rivolse a me. Fu, naturalmente, un lavoro di preparazione lungo, anche se interrotto dal fatto che mentre,raccolto quasi tutto il materiale, mi accingevo a scrivere il libro, uscì la biografia di Piero Chiara, ed io ritenni che non fosse più il caso di proseguire. Senonché, per le insistenze della casa editrice, ed anche in considerazione del fatto che la mia biografia era stata concepita e sarebbe stata realizzata in modo molto diverso da quella di Chiara, ripresi il lavoro e lo portai a termine, e il volume uscì nel 1983. Nella mia biografia dannunziana è messo in forte evidenza l'aspetto ideologico-politico del personaggio e della sua opera; ma poiché si tratta di un personaggio che è stato innanzi tutto un poeta, un narratore e un drammaturgo, non potevo certo trascurarne l'aspetto letterario (che, tra l'altro, nella biografia dannunziana di Chiara è preso in esame soltanto in modo superficiale ed esteriore, più che altro per precisarne le edizioni). D'altronde il mio mestiere non è quello dello storico della letteratura o del critico letterario, e perciò ho largamente utilizzato la migliore bibliografia esistente sull'opera letteraria di D'Annunzio, così che nel mio libro si può dire che ci sia anche una traccia di storia della critica dannunziana.
Il mio D'Annunzio è stato poi tradotto in francese e pubblicato da Fayard nel 1992.
Ho poi continuato ad occuparmi di D'Annunzio anche successivamente. Proprio perché avevo scritto quella biografia, la figlia del sen. Alfredo Felici, che fu per molti anni il procuratore legale di D'Annunzio, mise a mia disposizione le carte del padre, sulle quali costruii il volume pubblicato da Marsilio nel 1984 su D'Annunzio negli anni del tramonto (1930-1938). Sono gli anni in cui D'Annunzio, sempre meno capace di una produzione letteraria originale, appare sempre più egocentrico, narcisista, autocompiaciuto, con progetti fantasiosi - anche di azione - che naturalmente non potevano realizzarsi e non si realizzarono, preda di una decadenza fisica e psicologica impressionante. Prigioniero dorato del Vittoriale, D'Annunzio si ripiega e si chiude in se stesso; ma molto interessanti risultano, alla luce dei documenti da me studiati, i suoi rapporti con Mussolini.
Un'incursione nel Trentino avevo compiuto nel 1961 con un saggio su La questione storica del Trentino e dell'Alto Adige, compreso nel volume intitolato La questione dell'Alto Adige che comprendeva anche un saggio di Edio Vallini; e nel 1966 avevo pubblicato una buona parte dell'Epistolario di Cesare Battisti (l'altra parte era stata curata da Renato Monteleone), con un'ampia introduzione (La Nuova Italia Editrice). Si trattava di argomenti che avevano a che fare con la prima guerra mondiale, cui dedicavo un'ampia rassegna pubblicata in due puntate nel 1972-73 nella rivista «Belfagor», su La prima guerra mondiale nella storiografia italiana dell'ultimo ventennio.
Posso anche ricordare il saggio su La crisi del giolittismo nel volume L'Italia di Giolitti (vol. XXI della «Storia della società italiana», Teti, 1981) e quello su L'interventismo e la guerra nel vol. XXI della stessa collana. E ancora il saggio su Luigi Sturzo e la crisi del primo ministero Facta in Luigi Sturzo nella storia d'Italia, un volume delle Edizioni di Storia e Letteratura che nel 1983 raccoglieva gli Atti del Convegno internazionale tenuto a Palermo e Caltagirone nel 1971; il saggio su Liberalismo e fascismo nel volume di Autori vari Fascismo e capitalismo, a cura di Nicola Tranfaglia (Feltrinelli, 1976); il saggio su La Fiat dal 1921 al 1926, pubblicato nel 1974 in «Belfagor»; e quello a quest'ultimo collegato su Le forze economiche e politiche italiane difronte alla Conferenza di Genova, nel volume La Conferenza di Genova e il Trattato di Rapallo (Edizioni di Italia-Urss, 1974).
Vorrei a questo punto ricordare un altro mio lavoro. Ho già avuto occasione di dire che all'Università ho anche avuto per qualche anno, a fianco della cattedra di Storia moderna, l'incarico di Storia delle dottrine politiche; ed è proprio per fornire agli studenti un testo di questa disciplina adatto alla didattica che ho scritto i due volumi di Lineamenti del pensiero politico moderno, usciti a Messina, il primo nel 1973 e il secondo nel 1975, poi ristampati da Rubbettino in una nuova edizione aggiornata in un solo volume nel 1992. È un testo che è stato apprezzato per la sua struttura e la sua chiarezza, ed è stato adottato abbastanza largamente anche in altre Università. Per me ha rappresentato un momento di riflessione sull'evoluzione del pensiero politico in età moderna, quindi su un tema che ha sempre sotteso tutti gli altri miei lavori.
Faccio ora, cronologicamente, un passo indietro, per parlare del nuovo capitolo, per così dire, che ho aperto dal 1957, anno nel quale pubblicai in «Belfagor» un'ampia rassegna di Studi volterriani. Era il primo frutto del mio interesse per il Settecento, cui negli anni successivi mi sarei sempre più dedicato, e che intanto si manifestava anche con l'articolo su Voltaire e l'Arcivescovo di Lione («Belfagor», 1958, fasc. VI), in cui il principe dei philosophes appariva nelle vesti del diplomatico (nelle quali è stato spesso, del tutto ingiustamente, ridicolizzato). Seguì un saggio sul periodo ginevrino di Voltaire, che venne poi inserito nel volume su Voltaire, Diderot e il "partito filosofico", pubblicato nel 1965 dall'editore D'Anna.
Ho già osservato come sia naturale, per chi studia la storia, arretrare cronologicamente; e nel Settecento, nell'Illuminismo, si trovano radici essenziali della moderna civiltà liberale. L'Illuminismo afferma principi e valori perenni, che travalicano le ragioni specifiche, storiche, sociali di quel periodo: i principi della libertà di pensiero e d'espressione, della libera critica (a cominciare dalla critica testamentaria), della ragione che deve ispirare la vita pubblica, la vita sociale, la vita civile, la legislazione. Ma nell'inizio del mio interessamento per quel secolo c'è stato anche, una volta di più, un elemento di casualità, come spesso avviene nella vita e anche negli studi. Si tratta del fatto che nel 1954 fui inviato come giornalista a Ginevra per «coprire» - come si dice in gergo - l'incontro dei Quattro Grandi, che si teneva in quella città. Ora, Ginevra vuol dire Voltaire, vuol dire Rousseau, vuol dire anche d'Alembert, per la polemica in cui fu implicato a causa del suo articolo nell'Encyclopédie. In quella occasione era naturale che mi avvicinassi a queste grandi figure del Settecento francese. E dopo il citato libro sul «partito filosofico», nel 1970 scrissi l'ampia introduzione alla traduzione italiana degli Scritti politici di Rousseau (nella collana dei «Classici della politica» diretta da Luigi Firpo e edita dalla Utet): un ampio saggio, una vera e propria monografia.
Tra i non pochi articoli e saggi relativi al XVIII secolo francese, pubblicati in quegli anni, vorrei ricordare almeno quelli su Problemi e figure del Settecento politico francese nella recente storiografia (in «Studi Storici», 1964), su Nuove prospettive critiche e storiche sul "Siècle des Lumières" (in «Studi Francesi», 1968), su Il "Neveu de Rameau", i "Salons" e l'unità dell'opera creativa e critica di Diderot (in «Studi Francesi», 1970); e le mie edizioni delle Lettere inglesi di Voltaire e del Paradosso dell'attore di Diderot, ambedue uscite presso gli Editori Riuniti rispettivamente nel 1971 e nel 1972 (della seconda è uscita anche una nuova edizione nel 1992).
Forse la motivazione più profonda di questo mio interessamento verso queste figure sta nel fatto che nel Settecento assistiamo alla nascita di un partito di intellettuali. Voltaire, Diderot, Rousseau, d'Alembert e tanti altri illuministi francesi (ma anche italiani) erano letterati o scienziati con una forte carica ideologica e politica, che costituiva pur sempre il mio interesse primario. È così che in seguito mi sono dedicato a un lavoro di storia più propriamente politica e istituzionale: Parlamenti e lotta politica nella Francia del '700, pubblicato da Laterza nel 1977, convinto come ero e come sono che il conflitto tra Parlamenti e potere centrale, serpeggiante in Francia per tutto il corso del XVIII secolo e in fine velocior, è uno degli assi portanti della vita politica di quel paese ed è uno dei motivi principali che portano alla Rivoluzione del 1789. Senza tenere ben presente questo elemento è difficile comprendere la profonda crisi dell'ancien régime e in particolare di quella che Jean Egret ha definito la «pre-rivoluzione» degli anni 1787-89 e lo scoppio della vera e propria Rivoluzione, in quanto i Parlamenti frenano e ostacolano qualsiasi tentativo di riforma delle istituzioni e di risanamento della finanza pubblica, ma contemporaneamente contribuiscono a diffondere espressioni e parole d'ordine capaci d'infiammare il sentimento di rivolta contro un potere sovrano oppressivo e capriccioso, così da determinare l'insostenibilità della situazione quale si manifesta con la convocazione degli Stati Generali.
Più recentemente sono poi tornato su Voltaire con un agile volume di Laterza del 1989, diviso in due parti: la prima sulla vita e le opere, la seconda sulla storia del dibattito critico relativo al philosophe. Sempre in quegli anni, ho rivolto la mia attenzione al quadro internazionale in Europa nel secolo XVIII e ho scritto due volumi, L'Europa dopo Luigi XIV (1715-31) e L'Europa delle successioni (1731-48), entrambi pubblicati da Sellerio rispettivamente nel 1986 e nel 1989. Per prepararli ho lavorato soprattutto a Parigi e ad Oxford (dove ho fatto due prolungati soggiorni, il primo come invitato in qualità di visiting fellow all'All Souls College). Sono due volumi che si possono definire di storia diplomatica, perché riguardano principalmente le relazioni internazionali; ma poiché tra la politica estera e l'evoluzione della politica interna degli Stati c'è continua correlazione e reciproca influenza, non ho trascurato di occuparmi della lotta politica all'interno di ciascuno dei grandi Stati europei in conflitto, nonché dell'Italia, che, divisa com'era in tanti piccoli Stati, costituiva, è vero, più oggetto che soggetto di politica internazionale, ma per i grandi Stati europei costituiva una pedina essenziale.
Nel 1979 sono stato tra i fondatori della Società Italiana di Studi sul Secolo XVIII, di cui da allora sono sempre stato rieletto presidente (carica che mi accingo ora a lasciare, sia per motivi di salute, sia perché penso che dopo tanti anni sia opportuna una rotazione). Questa Società, nata dalla buona volontà di pochi studiosi, ha via via acquistato un peso e un prestigio sempre maggiori, e non soltanto in Italia, dove riunisce oggi oltre 600 iscritti, ma anche nel consesso internazionale degli studi. Le varie Società nazionali di Storia del Secolo XVIII sono infatti federate in una Società internazionale (che tra l'altro organizza ogni quattro anni un grande Congresso internazionale) e all'interno di essa la Società italiana è tra le più attive e apprezzate. Nel Comitato esecutivo della Società internazionale abbiamo sempre avuto eletti nostri rappresentanti, compreso il sottoscritto. Nel 1980 organizzammo il primo Convegno nazionale della Società, in cui si tirò un bilancio degli studi italiani sul Settecento nei vari settori disciplinari, e i cui Atti furono pubblicati da Laterza (Immagini del Settecento in Italia). Dieci anni dopo, nel 1990, abbiamo organizzato e tenuto a Vico Equense un Convegno su Un decennio di storiografia italiana sul secolo XVIII, con 24 relazioni per i diversi campi di studio (la mia riguardava la storiografia politica), e il relativo grosso volume è appena uscito. Inoltre, anno per anno, abbiamo organizzato e tenuto a Santa Margherita Ligure una serie di seminari di studio, i cui atti sono poi sempre stati pubblicati in appositi volumetti di «Materiali».
Siamo ormai alle ultime battute. Nel 1990 e nel 1993 ho raccolto in due volumi una scelta di articoli e saggi pubblicati nell'arco di un cinquantennio: Le occasioni della storia (Bulzoni) e Intellettuali e politica (Rubbettino). Nel 1993 ho curato per Bulzoni un volume di Scritti in onore di Furio Diaz intitolato L'Europa tra Illuminismo e Restaurazione, volume che si apre con un mio ampio contributo intitolato Rileggendo Furio Diaz. Su Croce e il rapporto tra liberalismo e democrazia un mio saggio ha aperto l'annata 1993 di «Belfagor»; e alla stessa rivista, che l'ha pubblicato nel 1994 in due puntate, ho dato il saggio su Figure e correnti della recente storiografia italiana sul Settecento. Nel 1994 ho pubblicato a Udine la biografia di un personaggio esemplare: Giovanni Cosattini (1878-1954). Una vita per il socialismo e la libertà. Per il momento ho chiuso la mia produzione, nel 1995, con una sintetica biografia di Mussolini nella collana della Newton Compton diretta da Roberto Bonchio.

Una volta mi è stato chiesto quali sono, secondo me, le qualità necessarie per riuscire nel proprio lavoro. Non ho esitato a rispondere: entusiasmo, tenacia e molta umiltà.

Roma, settembre 1995