Fascismo per la Germania.
Erwin von Beckerath e l'Italia di Mussolini *

di Wolfgang Schieder

Con la mussoliniana «marcia su Roma» del 28 ottobre 1922, arrivò al potere in Italia un movimento politico che, all'estero, per lo meno fino a quel momento, non aveva goduto di grande attenzione. Il fascismo apparve sulla scena politica di una Europa postbellica non ancora completamente pacificata. E presto avrebbe messo in discussione il senso di superiorità politica delle potenze democratiche che avevano vinto la guerra mondiale e, insieme, le certezze dei rivoluzionari nei riguardi della giovane Unione Sovietica. Infatti, nello spazio di un solo decennio, nella maggior parte degli Stati dell'Europa meridionale, centrale e centro orientale, si instaurarono regimi dittatoriali. Tuttavia nessuno di questi rivolgimenti, prima dell'avvento al potere di Hitler, riuscì ad avere l'impatto e l'effetto politico proprio dell'Italia fascista. E ciò per tre motivi: per la prima volta, nel 1922, uno degli Stati fondatori abbandonava i princìpi liberaldemocratici della comunità costituita dalla Società delle Nazioni che, in questo modo, vedeva messi in discussione i suoi valori fondamentali. Inoltre, non si era trattato solo di un colpo di Stato in forza del quale un monarca o un capo militare esautorava il sistema di governo parlamentare. Mussolini, invece, era arrivato al potere soprattutto, anche se non solo, grazie al sostegno di un partito armato che, incontestabilmente, aveva un carattere di massa. Con ciò il fascismo dette vita - e questo era il terzo tratto distintivo dell'avvento al potere di Mussolini - al modello di una guida carismatica fondata su una base di massa non legittimata né in senso liberaldemocratico, né in senso comunistico.
Nel 1922, comunque, tutto questo non era ancora sufficientemente chiaro. Agli inizi solo la sinistra politica capì che, con l'avvento del fascismo in Italia, il sistema di coordinate politiche dell'Europa postbellica avrebbe subito modificazioni decisive. Il primo approfondito confronto sul carattere politico e sociale del fascismo ebbe luogo all'interno della Internazionale comunista. Karl Radek come anche Clara Zetkin, arrivarono a definire la vittoria del fascismo come la «maggiore sconfitta» subita dal comunismo a partire dall'inizio del «periodo della rivoluzione mondiale»1. I capi sovietici del Komintern rifiutarono prese di posizione così autocritiche, preferendo accettare la versione più consolante secondo cui il fascismo sarebbe stato solo una particolare forma controrivoluzionaria del dominio borghese, che oltretutto ne preannunciava il crollo imminente. I risultati positivi derivanti dalle intuizioni di quei comunisti che per primi avevano analizzato il fenomeno fascista furono quindi vanificati e la disastrosa conseguenza fu che l'ascesa di Hitler, come è noto, sarebbe stata interpretata in maniera del tutto errata.
Appena dopo, per lo meno in Germania, anche i socialdemocratici dimostrarono preoccupazione per la presa del potere da parte dei fascisti italiani. I primi libri in lingua tedesca sul fascismo, pubblicati nel 1923-24, furono opera quasi solo di pubblicisti socialdemocratici2. Essi indicavano con grande esattezza il potenziale di violenza del fascismo e la sua strumentalizzazione politica soprattutto da parte della borghesia agraria del Nord Italia. L'ascesa e la partecipazione del fascismo al potere veniva unanimemente ricondotta alla tolleranza dello Stato liberale. Il fatto invece che le organizzazioni del movimento operaio fossero state sconfitte dalla morsa del terrore fascista e da una azione disgregatrice guidata dall'apparato statale, veniva tuttavia visto come un problema specifico dell'Italia. Una esportazione del fascismo in Germania, per lo meno dopo il fallito putsch di Hitler del 9 novembre 1923, veniva esclusa negli ambienti della Spd. L'interesse socialdemocratico per il fascismo diminuì notevolmente dopo la metà degli anni Venti, per ricomparire solo negli ultimi anni della Repubblica di Weimar3. Il dibattito sul fascismo, in ambito liberaldemocratico, borghese e conservatore, ebbe durante la Repubblica di Weimar un corso molto diverso. Agli inizi esso fu quasi totalmente dominato dalla questione del Sud Tirolo. Ancora nel febbraio 1926, Stresemann poteva sentirsi sicuro di vasti consensi negli ambienti politici e pubblicistici nel rigettare con grande durezza le sortite di Mussolini contro l'ingerenza tedesca nel Sud Tirolo4. Se si prescinde dai nazionalsocialisti, all'epoca ancora del tutto privi di importanza, nei confronti del fascismo italiano esisteva, in questi anni, un fronte di rifiuto che andava dalla destra politica ai partiti borghesi del centro, sino al campo dei cattolici, motivato quasi esclusivamente su questioni di politica estera. Invece una approfondita analisi del sistema politico o addirittura delle basi sociali del fascismo non venne quasi mai affrontata. Oltre alla sinistra politica solo Ludwig Bernhard, studioso berlinese di Scienza dello Stato, appartenente al circolo più ristretto di Hugenberg, e Johann Wilhelm Mannhardt, direttore dello Institut des Grenz - und Auslandsdeutschtums di Marburg, pubblicarono già relativamente presto analisi politiche sistematiche del fascismo italiano5. Fino a quando lo Stato fascista si distingueva dalle altre dittature solo per aver assunto il potere con un colpo di Stato sostenuto da un partito di massa armato e per la persecuzione terroristica degli oppositori politici, gli ambienti borghesi non avevano, a quanto pare, nessun motivo per occuparsi del fascismo in modo specifico. Anche in altri Stati europei le libertà democratiche erano minacciate da dittatori come, per esempio, in Spagna o in Ungheria. L'Italia fascista non era quindi che un caso come molti altri. E questa era in ultima istanza l'opinione anche dei primi analisti socialdemocratici del fascismo. Del resto quando nel 1923, nella Internazionale comunista si affermò l'opinione sovietica secondo cui il fascismo italiano altro non era che una variante del dominio di classe borghese, anche questo, all'epoca, non era del tutto errato.
Solo il secondo colpo di Stato di Mussolini il 3 gennaio 1925, con il passaggio a una palese dittatura, modificò la situazione. Il fascismo italiano si stava ora trasformando, ma soltanto ora, in una forma di dittatura di tipo particolare. Nel 1925-26, con l'ausilio delle leggi dittatoriali definite «leggi fascistissime», Mussolini da una parte dimostrava di costituire una potenziale minaccia che l'opposizione antifascista costretta all'esilio definiva totalitaria in analogia con la dittatura bolscevica6. Dall'altra, con la promulgazione della Carta del lavoro il 21 aprile 1927, Mussolini presentava il programma di una Costituzione corporativa che sembrava andare ben al di là di quella del fascismo realmente esistente. La visione di uno Stato corporativo del futuro, per quanto vagamente delineato, dava l'impressione, per lo meno in campo borghese, che il regime dittatoriale mussoliniano avesse trovato una terza via tra capitalismo e socialismo7. Ciò diversificò definitivamente il fascismo da ogni altro sistema dittatoriale, attribuendogli, a dispetto del suo carattere rigidamente autocratico, una certa capacità di attrazione anche fuori dall'Italia.
Non è casuale che nel 1927 si inizi anche in Germania una fase di intenso confronto sul tema del fascismo, che venne analizzato soprattutto dal punto di vista del suo profilo politico-sociale8. In quegli anni il fascismo affascinava per il fatto di essere, come si diceva, una «forza economico-sociale»9 o perché esso realizzava un «pensiero comunitario corporativo»10. Questo entusiasmo era tanto più sorprendente poiché non si poteva affatto parlare - per lo meno sino al 1934 - di una organizzazione economica specificamente fascista al di là del capitalismo e anche del socialismo. Semplici dichiarazioni di intenti bastavano a far apparire il fascismo in una luce particolare, per lo meno fuori dai confini dell'Italia. Molte volte ciò si fondava su un difetto di conoscenza della questione. Ma anche gli studiosi tedeschi, che pure avevano ben verificato la realtà del fascismo in Italia, si abbandonavano a prognosi positive per l'evoluzione del corporativismo fascista. Ciò vale anche per Erwin von Beckerath, il miglior conoscitore tedesco del fascismo italiano all'epoca della Repubblica di Weimar, professore di Scienza dello Stato all'Università di Colonia.
Nel 1927 Beckerath pubblicò in Germania il primo libro in cui il fascismo italiano dopo il passaggio di Mussolini alla dittatura venne sottoposto a un'analisi sistematica11. E scrisse ancora molti articoli e saggi, sino alla presa del potere da parte di Hitler, sempre sul tema del fascismo italiano, tra cui anche la voce «Fascismo» nello Handwörterbuch der Soziologie e, cosa ancora più interessante, la voce «Fascismo» nella Encyclopedia of the Social Science12. Il suo libro venne recensito ampiamente, e spesso fungeva da unica fonte di informazione per gli intellettuali tedeschi interessati al fascismo. L'esempio più vistoso in questo senso fu quello di Carl Schmitt, che fu ben lieto di trarre dall'opera di Beckerath il messaggio antiparlamentare di una dittatura carismatica sedicente democratica13.
Sebbene il contesto politico in cui il volume e le sue recensioni avevano visto la luce fosse chiaro a tutti, ancora oggi quest'opera, stranamente, nell'ambito della ricerca storica, viene presentata come «il maggior contributo tedesco» alla «scienza del fascismo»14, o viene considerata come «una delle più importanti indagini in lingua tedesca» sul problema del fascismo15. Ancora più sorprendente è il fatto che le venga espressamente attribuita una «distanza scientifica» dall'oggetto preso in esame16. In realtà il distacco della ricostruzione di Beckerath è notevole, ma esso non riguarda tanto il fascismo quanto, come Jens Petersen ha esattamente rilevato, la «trasformazione dei fondamenti dello Stato di diritto liberale» messa in atto dal fascismo stesso17. Tuttavia anche Petersen crede di poter definire ancora Beckerath come un osservatore liberale conservatore18. In realtà non vi sono fondati motivi per sostenere questo. Beckerath apparteneva invece decisamente, anche senza aver mai partecipato attivamente alla vita politica di partito, agli ambienti degli avversari della Repubblica. Il suo interesse per il fascismo derivava molto chiaramente dall'aspettativa che in Europa il futuro appartenesse allo «Stato autoritario»19. La cosa non gli dispiaceva né tantomeno sembrava preoccuparlo, corrispondeva anzi alle sue preferenze politiche. Anche se Beckerath era molto cauto nell'esternare le sue opinioni politiche, non c'è dubbio che condividesse per lo meno due fondamentali posizioni degli ambienti antirepubblicani all'epoca della Repubblica di Weimar: vedeva l'Europa molto gravemente minacciata dal bolscevismo e non riteneva la democrazia parlamentare in grado di controllare le lotte per la ripartizione dei mercati nella moderna società industriale. Ciò non significa però che Beckerath fosse un semplice anticomunista. Fu tra i pochi osservatori tedeschi a riconoscere molto acutamente che in Italia nell'autunno del 1920 «l'ondata bolscevica» era nella sostanza rifluita, nel momento in cui il fascismo aveva dato inizio alla sua campagna fondata sull'anticomunismo20.
Secondo l'esatta osservazione storica di Beckerath, il fascismo doveva la sua vittoria alla circostanza di aver saputo sfruttare a suo vantaggio l'«illusione di un pericolo»21. Anche se non considerava il fascismo come la salvezza dal bolscevismo, Beckerath gli attribuiva un valore storico per la nazione italiana. La minaccia bolscevica - questa la sua formulazione - in Italia aveva agito come una specie di «vaccinazione preventiva»22. E merito del fascismo era stato quello di averla fatta durare più a lungo, tanto da immunizzare la società italiana contro il bolscevismo. Per la società borghese italiana il fascismo aveva avuto in questo campo una funzione stabilizzatrice secondaria. Ciò poteva far pensare alla teoria comunista del fascismo, secondo cui il fascismo costituiva solo un agente del grande capitale. Certo, Beckerath si distanzia dalla «interpretazione marxista» e sottolinea giustamente che in Italia la «borghesia, agli inizi, aveva guardato con scetticismo al fenomeno fascista»23. Mentre per i comunisti il fascismo svolgeva solo una funzione storica secondaria, Beckerath lo vedeva come qualcosa di più lunga durata. Se da una parte egli si mostrava abbastanza prudente nel concepire l'esistenza del «sistema fascista» come indipendente dalla «forza di volontà» di Mussolini e dalla possibilità di evitare una guerra, dall'altra gli attribuiva una grande chance per il futuro24.
Il fatto che nel suo studio Beckerath non dedicasse alcuna particolare considerazione all'abolizione del sistema di governo parlamentare e all'istituzione di un sistema a partito unico in Italia, dimostrava quanto poco egli si sentisse legato al pensiero politico liberale. Egli riteneva storicamente coerente che l'Italia fosse passata da uno «Stato partitico a uno Stato con un partito unico»25. E parlava con grande distacco di uno «Stato liberale», criticando «la dottrina dell'individualismo» perché essa non sarebbe stata in grado di superare il «contrasto di individuo e nazione»26. Quindi non aveva difficoltà a riconoscere la «logica immanente» del sistema di dominio fascista, che aveva reso necessaria una dittatura27. Riferendosi soprattutto a Pareto, alla cui sociologia si sentiva legato ancora dopo il 194528, vedeva questa dittatura legittimata solo dal «carisma» che discendeva da quel «Führer nato» che a suo giudizio era Mussolini29. È chiaro che Beckerath era soggiogato sotto ogni riguardo dalla fascinazione per Mussolini30. Egli definisce, ammirato, la «marcia su Roma» come un «colpo di mano preparato ed eseguito brillantemente»31. E sottolinea compiaciuto che il dittatore aveva saputo «organizzare il consenso delle masse, al quale nessun sistema di governo assolutistico moderno» avrebbe potuto rinunciare32. Beckerath arriva addirittura al punto di definire encomiasticamente Mussolini come «signore assoluto» o come «Führer geniale»33.
Ma Beckerath era attratto molto di più dal programma corporativo del fascismo in politica economica che da Mussolini e dal suo sistema di dominio politico. E di ciò fornisce, agli inizi, una spiegazione molto semplice. Come studioso di economia, Beckerath era lontano dalla teo- ria liberale classica. L'ipotesi della necessità di interventi regolativi dello Stato nell'ambito dei processi economici era alla base del suo pensiero e delle sue opinioni scientifiche. La sua origine grande borghese e la ricca tradizione mercantile della famiglia a Krefeld farebbero pensare piuttosto a una biografia legata a una linea liberale, ma bisogna tenere conto che - ancora alla fine dell'età guglielmina - i rappresentanti della minoranza mennonitica venivano educati nella coscienza che lo Stato prussiano fosse l'indispensabile garante della libertà imprenditoriale34. Non deve quindi meravigliare che nel 1912 lo studente di economia politica Beckerath ottenesse la laurea a Berlino con Gustav Schmoller e nel 1918 a Lipsia conseguisse la libera docenza, fra gli altri, con Carl Bücher35.
I caposcuola della cosiddetta scuola storica contemporanea di economia politica sono quindi alla base del pensiero teorico-economico di Beckerath. I membri della sua scuola non cessarono di ripetere che nel 1919 si era verificata nelle posizioni scientifiche di Beckerath «una rivoluzione copernicana personale» che lo aveva portato sino all'accettazione della teoria economica dell'utile marginale36. Ma nella sua opera le uniche tracce di ciò sono individuabili tutt'al più negli studi di scienza delle finanze37. Beckerath non si è mai distaccato dalle posizioni basilari che, scientificamente parlando, aveva acquisito dagli insegnamenti di Schmoller. E la riprova è che egli tentò a più riprese di avvicinarsi, biograficamente, al suo maestro38. Notevole è anche il fatto che in una ricerca nel campo della storia delle dottrine egli si sia confrontato con tre personaggi precursori di Schmoller; e cioè Lorenz von Stein, Adolf Wagner e Albert Schäffle, da lui definiti come la «triade» tedesca della scienza delle finanze.39 Da Schmoller Beckerath derivò soprattutto due posizioni scientifiche basilari: prima di tutto, l'ipotesi che ogni Costituzione economica sia condizionata storicamente e quindi si sottragga ad ogni modello teorico di tipo economico. Poi, e qui Beckerath segue ancora Schmoller, che la «funzione di equilibrio sociale dello Stato» nell'economia sia imprescindibile40. Come Schmoller Beckerath non credeva alle forze del mercato autoregolato, e invece riteneva necessario «l'arbitrium dello Stato»41. Dopo la pubblicazione del sensazionale volume di Walter Eucken Die Grundlagen der Nationalökonomie (Jena, 1940), Beckerath si presentava, ancora durante la guerra, a un pubblico italiano come seguace della teoria economica del liberalismo controllato, propria dell'economista di Freiburg42. Egli tentò tuttavia - e ciò è molto interessante - di conciliare l'impostazione di Eucken con la scuola storica, anche se questi se ne differenziava nettamente. Anche Eucken, secondo Beckerath, si era occupato di problemi «decisamente storico-economici», unificando nella sua teoria, come aveva fatto la scuola storica, riflessioni storiche e teoriche. Il suo metodo rappresentava un progresso per il grande spazio lasciato proprio alla teoria43. Per quanto problematico possa apparire il tentativo di armonizzare la storia con le dottrine economiche, esso dimostra quale fosse il debito di Beckerath con i suoi primi studi scientifici.
Negli anni Venti e nei primi anni Trenta, Beckerath giunse in ogni caso a concepire interventi più massicci da parte dello Stato sui processi di mercato di quanto Eucken ritenesse ammissibile. Per Beckerath una guida statale ai processi economici non si sarebbe dovuta limitare soltanto alle misure di una politica di controllo per la mera regolazione della concorrenza. Ispirandosi alle teorie economiche del suo allievo e amico Heinrich Freiherr von Stackelberg, che allora facevano scuola, Beckerath vedeva la situazione reale di mercato nelle società a capitalismo avanzato come determinata da forme di organizzazione monopolistica diversamente strutturate, ma in ogni caso tali da eliminare la libera concorrenza44. Da ciò derivava che lo Stato non doveva né astenersi per principio, né intervenire solo occasionalmente nei processi economici, ma invece doveva controllarli continuamente. Lo Stato quindi non doveva agire né come pouvoir neutre, né intervenire solo caso per caso, ma porsi, nei confronti dell'economia, come un tertium di più alto livello. In questo contesto Beckerath introduceva il concetto di «Costituzione economica», ripreso da Carl Schmitt 45, intendendo con ciò qualcosa di più che un mero primato della politica nei confronti dell'economia. Anche se Beckerath non ha sviluppato ulteriormente questo concetto, il sistema economico capitalistico, fondato su un ordinamento della proprietà di diritto privato, secondo i suoi intendimenti, doveva essere tradotto in una forma organizzativa di diritto pubblico. Una decisiva premessa era, quindi, per Beckerath, il passaggio dallo Stato democratico parlamentare a uno Stato autoritario. Lo Stato democratico fondato sui partiti, a suo avviso, non era in grado di tenere a freno «l'economia organizzata», perché esso, in casi di emergenza, si sarebbe disgregato in gruppi di interesse economico46. Ai suoi occhi solo uno Stato al di sopradei partiti era in grado di «dare una Costituzione all'economia»47. Le sue concezioni politico-economiche erano quindi strettamente legate alle sue riserve politiche nei confronti della Repubblica di Weimar. Il rifiuto dello Stato democratico fondato sui partiti e lo scetticismo verso una economia di mercato liberale si condizionavano a vicenda.
Comunque Beckerath non era il solo a pensarla in questo modo nella fase finale della Repubblica di Weimar. Ciò che lo differenziava da altri seguaci di un capitalismo organizzato era il suo orientarsi sul fascismo italiano. Ai suoi occhi, l'Italia fascista era l'unico paese europeo a disporre del programma di una tale Costituzione economica48, intendendo con ciò lo Stato corporativo, nel quale capitale e lavoro avrebbero dovuto in futuro interagire comunitariamente sotto l'egida dell'autorità statale. Anche se il dibattito sullo Stato corporativo all'interno del fascismo si concluse provvisoriamente solo nel 1932, Beckerath riteneva già la Carta del lavoro del 21 Aprile 1927, con la quale il Gran Consiglio fascista aveva presentato un programma di Costituzione del lavoro, un avvio molto promettente. Infatti riteneva che il fascismo perseguisse una Costituzione dell'economia diversa sia da uno Stato solo interventista sia dal socialismo di Stato. Nel 1929 egli coniò la formula, poi tanto spesso citata, secondo cui si sarebbe trattato di «una specie di autogoverno economico sotto la supervisione dello Stato»49. Se con ciò intendeva le corporazioni fasciste come organi di autogoverno economico, Beckerath era in errore perché la loro pretesa autonomia già dagli inizi, con la creazione del Ministero delle corporazioni loro preposto, era stata limitata burocraticamente. Secondo il dettato della Carta del lavoro, le corporazioni dovevano essere vere e proprie organizzazioni statali, il che, come ha osservato Hermann Heller, «le bollava come istituti di una dittatura centralizzata»50. Il termine di autogoverno introdotto non a caso da Beckerath, suggeriva un'autonomia garantita dall'autorità statale che corrispondeva alla tradizione tedesca del XIX secolo, ma che era del tutto estranea alla realtà fascista italiana. In un punto decisivo della sua interpretazione del fascismo Beckerath si lasciava quindi trasportare più dai suoi personali desideri in materia di politica economica che dall'effettivo programma del fascismo. Solo perché aveva sempre più chiuso gli occhi davanti alla realtà del regime dittatoriale di Mussolini, Beckerath poté assumere le vesti di sostenitore del fascismo italiano negli anni ultimi della Repubblica di Weimar.
Non è facile valutare l'importanza di Beckerath, nella fase finale della Repubblica, come mediatore e portavoce del fascismo italiano. Il fatto tuttavia che la sua difesa dell'«esperimento italiano» abbia avuto enorme peso per la ricezione delle idee fasciste in Germania, viene confermato già solo dall'attenzione che gli venne dedicata in Italia51. Nel 1932 Beckerath venne invitato, unico tedesco oltre a Werner Sombart, al secondo Convegno di studi sindacali e corporativi di Ferrara (5-8 maggio), organizzato dal Ministero delle corporazioni italiano, come anche al Congresso sull'Europa organizzato dalla Reale Accademia, tenutosi a Roma (14-20 novembre)52 in occasione del decennale della «marcia su Roma»53. Ancora più indicativa è la circostanza che, oltre a un autore insignificante, Beckerath sia stato l'unico tedesco, prima del 1933, ad aver pubblicato un saggio su «Gerarchia», la rivista programmatica di Mussolini. Mussolini voleva così sottolineare non solo la serietà con cui Beckerath aveva considerato gli esperimenti corporativi del fascismo, ma anche la garanzia che con la sua autorità scientifica egli rappresentava in Germania per il loro futuro. È interessante notare che questo contributo è l'unico in cui Beckerath si esprima pubblicamente sul nazionalsocialismo prima dell'avvento al potere di Hitler54. E questo pone il problema della posizione politica di Beckerath nei confronti del nazionalsocialismo.
In presenza dell'attività pubblicistica profascista di Beckerath, sembra a prima vista superfluo interrogarsi sulla questione. Tuttavia, all'interno del dibattito tedesco sul fascismo prima del 1933, un deciso filofascismo non coincideva automaticamente con un atteggiamento filonazista. Al contrario: soprattutto nei circoli cattolici, ma anche in ambienti conservatori o addirittura liberali, una delle più frequenti strategie di difesa era quella di servirsi del fascismo contro il nazionalsocialismo55. Si parteggiava per Mussolini perché estraneo all'antisemitismo, perché aveva fatto una sua pace con la Chiesa cattolica, o perché la sua dittatura era mitigata dalla monarchia e dall'esercito. Altri invece ritenevano il nazionalsocialismo capace di apprendere e si auguravano un suo avvicinamento al modello italiano, una volta conquistato il potere. E per quanto illusorio ciò possa apparire oggi, nell'ottica dei contemporanei, il fatto che Hitler si richiamasse a Mussolini in ogni possibile occasione aveva una valenza positiva. Se mai Hitler avesse instaurato un regime dittatoriale, si credeva di poterlo immaginare simile a quello fascista, con la variante che il vegliardo presidente del Reich Hindenburg avrebbe svolto la stessa funzione istituzionalmente riconosciuta alla monarchia in Italia.
È fuor di dubbio che anche Beckerath attribuisse al modello dittatoriale fascista un carattere in larga misura paradigmatico. Tuttavia, egli era contrario a un uso inflazionato del concetto di fascismo56. Già molto presto aveva rivolto l'attenzione ai regimi autoritari di Spagna, Polonia e Lituania, i quali, senza il modello italiano, non sarebbero stati spiegabili57. E la «prevalenza dell'elemento politico su quello economico», innovazione questa del tutto propria al fascismo, costitutiva per Beckerath un «eminente pensiero europeo»58. Nella rivista «Gerarchia» egli constatava espressamente che i nazionalsocialisti seguivano le «norma del fascismo»59. Egli individuava tra il fascismo e il nazionalsocialismo elementi analoghi nella struttura di partito, nel programma e nella forma della propaganda. Al movimento nazionalsocialista rimproverava solo due «tragici errori»: il coinvolgimento nel sistema parlamentare e l'aspirazione di Hitler al «potere totalitario»60, cose queste che, a suo avviso, rappresentavano una deviazione dal modello fascista e solo per questo erano criticabili. Con ciò Beckerath lasciava intendere che da una parte non aveva niente da obiettare, in linea di principio, al nazionalsocialismo, che anzi elogiava espressamente per aver molto rafforzato, a partire dalle elezioni del 1930, il «peso del pensiero nazionale»61; dall'altra, però mostrava di valutare il nazionalsocialismo avendo come punto di riferimento quasi esclusivamente il modello fascista. Ciò che Beckerath auspicava, soprattutto a livello politico-economico, era, per paradossale che possa apparire, una fascistizzazione del nazionalsocialismo. Nel 1933 riteneva palesemente che le presunte conquiste politico-economiche del fascismo si applicassero meglio alla Germania sotto il governo dittatoriale di Hitler che non nelle condizioni della democrazia parlamentare. Beckerath non appartenne ai caduti di marzo dell'anno 1933; diversamente dal suo ambizioso allievo von Stackelberg, che già dal 1931 faceva parte della Nsdap e nel 1933 era passato alle Ss62, Beckerath, per tutta la durata del Terzo Reich non fece mai parte né del partito né di altri suoi organismi collaterali. Come prima del 1933, anche dopo il 1945 rimase lontanissimo dal giocare un ruolo attivo nella politica partitica: l'aristocratico renano non rappresentava affatto il tipo del nazista praticante. Ciò non significa però che egli abbia rifiutato fin dagli inizi e con decisione il regime nazionalsocialista, come alcuni dei suoi apologeti continuano ad affermare63. Il «regime di violenza nazionalsocialista» non gli fu certo «inviso fin dagli inizi»64. Concentrato come era sulle scelte politico-economiche, non sembra che Beckerath lo abbia visto in questa luce sin dal principio. Certo, già nell'autunno del 1933, sembra che egli abbia definito il nazionalsocialismo una «oclocrazia plebea, con a capo un Führer», e abbia preso le distanze dalla «democrazia gerarchica guidata da un Führer» del fascismo italiano65. Ma, in questi anni, non si può assolutamente parlare di aperta opposizione o anche solo di una visibile presa di distanza dal regime hitleriano. Quando nel 1937 stava per essere chiamato da un'altra Università, la presidenza della Lega nazionalsocialista dei docenti di Colonia certificò che si trattava «dell'unico professore della sua facoltà, prima della svolta» il cui «positivo atteggiamento verso il nazionalsocialismo fosse chiaramente visibile». E in una risoluzione della Lega nazionalsocialista degli studenti si affermava che «nei suoi seminari» si era impegnato «sempre nell'insegnare la politica economica del nazionalsocialismo»66. Anche a non voler sopravvalutare questi compiacenti attestati politici, è chiaro che Beckerath, ancora nel 1937, non aveva certo fama di essere un professore critico nei confronti del regime.
Ciò corrisponde esattamente al suo comportamento pubblico nei primi anni del Terzo Reich. Nel 1933, poco dopo l'avvento di Hitler al potere, si adoperò in Germania in favore del fascismo italiano con una foga tale da oscurare la fama di mediatore ideologico che si era conquistata negli anni della Repubblica di Weimar. In primo luogo poniamo il suo impegno per il Petrarca-Haus di Colonia, fondato nel 1931 grazie agli sforzi di Konrad Adenauer, con il concorso della città di Colonia e dello Stato italiano e che doveva essere un Istituto di cultura italo-tedesco67. A partire dalla fondazione Beckerath era stato il codirettore tedesco del Petrarca-Haus, istituzione unica nel Terzo Reich, e lo rimase ufficialmente sino al 1941 e come supplente sino al 194468. Già nel semestre invernale 1932-33 spesso vi teneva lezioni e conferenze sul fascismo italiano, il cui tema era sempre più o meno quello del corporativismo. Questa attività di conferenziere proseguì sino alla chiusura dell'Istituto, cosicché in nessun altro luogo della Germania durante il Terzo Reich venivano fornite così continue e intensive informazioni sulla Costituzione fascista e soprattutto sui problemi della Costituzione economica69.
Molto interessante è il fatto che Beckerath istituì nel Petrarca-Haus agli inizi del Terzo Reich una propria sezione di studi corporativi, all'interno della quale diresse regolarmente un gruppo di lavoro sino a guerra iniziata. La nuova sezione venne inaugurata il 15 novembre 1933 con una conferenza di Giuseppe Bottai, allora Ministro delle corporazioni e importante dirigente politico del fascismo italiano70. Anche negli anni successivi Beckerath seppe guadagnare al Petrarca-Haus una attenzione sovraregionale grazie ad azioni volte ad interessare un vasto pubblico. Nel 1936, infatti, fece pubblicare una traduzione tedesca di importanti discorsi e leggi sul corporativismo di Mussolini71. D'intesa con l'Akademie für deutsches Recht, il Petrarca-Haus istituì, il 15 ottobre 1937, un premio per una ricerca scientifica sul tema «Stato e Partito in Italia»72.
Per la prima volta nel 1933 Beckerath tenne conferenze sul fascismo anche al di fuori dell'ambito universitario, come ad esempio nel mese di giugno nella sezione di Colonia del Kampfbund für deutsche Kultur (Lega di lotta per la cultura tedesca) e in ottobre in un corso di formazione del distretto di Colonia-Aquisgrana del Nationalsozialisticher Deutscher Ärtzebund (Lega tedesca dei medici nazionalsocialisti)73. L'intervento al Kampfbund, l'organizzazione guidata da Rosenberg, dovette essere certo ben ponderato, poiché questi, nel maggio 1933, aveva denunziato al rettore dell'Università il lettore Wittkower, definito come 'ebreo' per l'attività svolta nell'ambito del Petrarca-Haus, e quindi con la corresponsabilità di Beckerath74. In questa occasione Beckerath ribadì la sua interpretazione della Costituzione economica fascista come di un «autogoverno economico sotto la supervisione e la guida dello Stato», aggiungendo però per la prima volta espressamente che, a causa della «grande affinità dei due sistemi», sarebbe stato molto utile in Germania «studiare le esperienze della creazione di uno Stato fascista e farle proprie»75. Anche parlando ai medici nazionalsocialisti Beckerath sottolineò le affinità tra il fascismo e il nazionalsocialismo. Entrambi avevano lo stesso obiettivo, e cioè la fondazione di uno «Stato totale» il cui nucleo essenziale era per Beckerath, accanto all'impianto amministrativo gerarchizzato e al partito unico, la Costituzione del lavoro corporativo76.
Nel 1934, per la prima volta, egli sostenne l'opinione che in Germania la «struttura corporativa» mostrava «interessanti analogie» con la «soluzione italiana della Costituzione corporativa». Egli paragonò così la legge italiana sull'istituzione e i compiti delle corporazioni del 5 febbraio 1934, che aveva inaugurato l'asserita fase vera e propria dello Stato corporativo, con la creazione del Reichsnährstand (Corporazione dell'alimentazione) e della Deutsche Arbeitsfront (Fronte tedesco del lavoro), da parte del regime nazionalsocialista77. Il fatto che il resoconto del «Westdeutscher Beobachter» nazionalsocialista omettesse di citare proprio le osservazioni che paragonavano i due sistemi presenti nel suo intervento, avrebbe dovuto farlo riflettere78. In una conferenza tenuta in Italia sempre nello stesso anno, Beckerath ribadì tuttavia ancora le sue riflessioni. Egli salutò la fondazione del Reichsnährstand in Germania come quella di un «organo di autodisciplina economica» che corrispondeva in tutto alle corporazioni istituite in Italia nel 193479.
Del tutto acriticamente elogiava la Deutsche Arbeitsfront, istituita con una legge per l'ordinamento del lavoro nazionale, definendola un «grandioso organismo» che, in futuro, avrebbe raccolto insieme lavoratori e imprenditori in un'organizzazione unitaria sotto la guida dello Stato80. Dinanzi al pubblico italiano Beckerath intendeva soprattutto presentare le «nuove istituzioni tedesche» in campo economico come creazione analoghe all'ordine corporativo italiano e per la prima volta applicò la vecchia formula tratta dalla sua teoria economica di un «autogoverno responsabile sotto il controllo e la guida dello Stato» non più solo al fascismo italiano, ma anche al nazionalsocialismo81. L'effetto-apprendimento nei confronti del fascismo, che tanto aveva auspicato per la Germania, gli pareva ormai raggiunto.
Poco più tardi Beckerath ricevette da Rust, ministro per la Cultura del Reich, l'incarico di rappresentarlo nel gennaio 1935 in occasione dell'apertura di una sala di lettura tedesca nell'Istituto di Scienze dell'economia e delle finanze del Politecnico di Lisbona, incarico che, per inciso, mostra ancora una volta, di quale alta stima egli godesse presso le autorità nazionalsocialiste82. Anche in questa sede Beckerath colse l'occasione per presentare le sue tesi sulla riuscita fascistizzazione del nazionalsocialismo in campo economico, ma la sua speranza nella possibile «graduale formazione di corpi di autogoverno verticali» sottoposti solo al controllo ma non alla direzione da parte dello Stato appariva quasi ormai come una forzatura83. In quel momento l'evoluzione delle organizzazioni economiche fasciste e nazionalsocialiste non correva già più su quella linea ideale che, secondo la concezione di Beckerath, sarebbe stata immanente ad entrambi i sistemi. L'ideale di una conciliazione tra libera iniziativa delle imprese e uno Stato fondato su una Costituzione autoritaria che Beckerath aveva voluto veder realizzato dapprima nel fascismo italiano e poi trasferita da quest'ultimo al nazionalsocialismo, coincideva sempre meno con la realtà storica. La riorganizzazione istituzionale dell'economia fascista e ancora di più di quella nazionalsocialista si svolgevano in maniera molto diversa da quanto la struttura teorica del corporativismo aveva previsto.
Ma Beckerath restava fedele alla sua «visione di un ordine corporativo in formazione»84. Anche alla definitiva eliminazione del parlamento italiano e alla sua sostituzione con la Camera dei fasci e delle corporazioni nel gennaio 1939 Beckerath attribuì ancora aspetti positivi, perché in questi eventi si esprimeva il «tratto essenziale del fascismo», per cui l'economia avrebbe dovuto essere «subordinata all'orientamento politico nel suo insieme e rapportata unitariamente all'interesse nazionale»85. Ancora nel 1942, in una conferenza in Italia, Beckerath ribadiva che in Germania come in Italia il passaggio a «nuove forme di economia controllata» era pienamente riuscito86. Solo nel 1943, quando una cosa del genere presupponeva pur sempre una certa dose di coraggio, Beckerath espresse pubblicamente i suoi dubbi in merito alla «teoria economica corporativa»87. Egli credeva ancora che il primato dello Stato e un'economia imprenditoriale libera non dovessero essere «a limine incompatibili»88, ma doveva ammettere che l'ideale corporativo di una «economia di autogoverno» in Italia non era stato realizzato. Le conseguenze della crisi economica mondiale, la mancanza di crediti degli anni Trenta e, infine, il trapasso all'economia di guerra, avevano fatto sì che gli organi di autogoverno corporativo finissero «totalmente sotto la mano ferrea dello Stato». Invece di concedere libertà di impresa soprattutto alle grandi imprese e ai grandi gruppi industriali, questi erano sempre più assoggettati all'influenza diretta dello Stato. La politica economica del regime fascista, invece di introdurre un autogoverno economico, aveva condotto a una progressiva statalizzazione: queste le conclusioni del deluso apologeta del corporativismo89.
La consegna dello «Schmollers Jahrbuch» che conteneva l'intervento critico di Beckerath potrebbe aver coinciso con la caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, e con il crollo del regime fascista. Non sappiamo come Beckerath abbia reagito a questo fatto. Note di diario che risalgono all'immediato dopoguerra fanno tuttavia evincere che egli attribuiva la responsabilità del fallimento della via fascista verso nuove sponde della politica economica personalmente al dittatore Mussolini. Mussolini «non avrebbe avuto il coraggio», dice una nota di diario del marzo 1948, di «condurre a compimento le sue stesse dottrine», altrimenti avrebbe capito che «esse non avevano valore alcuno». Per Beckerath all'origine delle confusioni mussoliniane era da porsi il cosiddetto Asse Roma-Berlino, che aveva posto Mussolini allo stesso livello di Hitler, «il quale, sino al 1936, gli era tanto inferiore dal punto di vista morale e spirituale»90. Con ciò Beckerath si conservava la possibilità di distinguere tra il «brutale egoismo nazionalistico» del tardo fascismo e il fascismo degli inizi, che pretendeva di trarre ispirazione dai «geni buoni del Risorgimento e del Rinascimento»91. Questa disarmante e moralistica attribuzione di colpa al già tanto ammirato dittatore rivela come Beckerath non fosse in grado di dare un giudizio realistico della dinamica immanente al sistema fascista, e questo ancora dopo il suo crollo integrale. Un tale giudizio avrebbe ovviamente dovuto anche condurre alla consapevolezza che la propria personale percezione del fascismo era stata, per interi decenni, del tutto errata. Ma Beckerath non ha mai del tutto rinnegato la sua ipotesi per cui il corporativismo fascista avrebbe potuto condurre, teoricamente, a una conciliazione dei contrasti sociali e - con l'aiuto dello Stato - a un coordinamento non conflittuale dei processi economici. Ancora nel 1962 egli insisteva nel sostenere che il fascismo avrebbe potuto realizzare l'«idea di uno Stato attivo che concilia in sé interessi contrastanti», se non si fosse alleato con «grande industria e alta finanza»92.
È necessario tenere conto di tutto ciò se si vuole valutare giustamente l'itinerario di Beckerath nel gruppo di scienziati dell'economia che, negli ultimi anni della guerra, hanno preparato teoricamente la politica economica poi denominata economia sociale di mercato. Agli inizi del 1940 Beckerath faceva parte di quel ragguardevole gruppo di economisti che formavano all'interno dell'Akademie für deutsches Recht la IV classe (di nuova istituzione) dedicata alla «ricerca sull'economia nazional-comunitaria»93 (völkisch). Egli assunse la direzione di uno dei gruppi di esperti che, all'interno della IV classe, avevano la funzione di una specie di comitato centrale come Gruppo di lavoro sull'economia politica. Partendo dalle ultime acquisizioni di Walter Eucken, il Gruppo di lavoro discusse, negli anni seguenti, in varie composizioni, soprattutto su «scopi e mezzi dell'economia controllata in Germania», ma sempre più anche sui compiti politico-economici del dopoguerra94. Questi lavori non erano neanche lontanamente completati quando, il 1° marzo 1943, insieme con la Akademie für deutsches Recht, anche il gruppo dovette sospendere l'attività. Beckerath venne tuttavia pregato «dall'alto» e «sottobanco» di continuare a coordinare privatamente la discussione scientifica sul progetto95. L'Arbeitsgruppe Erwin von Beckerath si riunì così, tra il marzo 1943 e il luglio 1944 per otto notti a Freiburg, mentre altri tre incontri ebbero luogo in circoli meno numerosi. Più tardi si unirono ai dieci partecipanti iniziali altri tre studiosi, invitati soprattutto per la loro esperienza sul campo96. Tutti i partecipanti erano consapevoli che, malgrado l'originaria semi-ufficiosa copertura, si trattava di una impresa rischiosa e tale da mettere in pericolo la libertà personale dei singoli, nel clima poliziesco del tardo regime nazionalsocialista. Di conseguenza, la partecipazione al gruppo presupponeva un più o meno deciso rifiuto del regime. Oltre a ciò esistevano contatti personali con altri gruppi di Freiburg legati alla resistenza borghese contro Hitler97. È provato che Beckerath non ha avuto niente a che fare con la Resistenza antihitleriana. La sua nomina a presidente della direzione centrale dell'Arbeitsgemeinschaft Volkswirthschaft nel 1940 fu dovuta piuttosto ancora alla fama che egli aveva di sostenitore del corporativismo fascista. Ed egli ancora non aveva rinunciato all'idea che l'ordine economico nazionalsocialista avrebbe potuto riconvertirsi in senso fascista. Nel 1943 egli vedeva tuttavia le cose diversamente. Il suo assenso a far sopravvivere il Gruppo di lavoro informale sotto l'egida del suo nome era indubbiamente un indiretto segnale politico. Ora, ma solo ora, all'interno del suo ambiente, quello accademico, Beckerath si affiancava agli oppositori del nazionalsocialismo. Per lui più importanti della situazione politica generale erano certo i contenuti programmatici degli incontri di Freiburg. Il Gruppo di lavoro che portava il suo nome era chiaramente il luogo dove, dopo il lungo addio al fascismo, Beckerath poteva riordinare le sue opinioni politico-economiche, per poterle poi riversare nel dibattito politico-economico della prima fase della Repubblica federale. Dal 1949 sino alla morte nel 1964 Beckerath, in qualità di presidente del Comitato di consulenza scientifica del Consiglio economico presso il Ministero federale dell'economia, ha svolto funzioni molto elevate. Ma non è questo il luogo per parlarne. Tuttavia si può concludere dicendo che nelle discussioni di Freiburg, in un certo senso, Beckerath poté restare fedele a se stesso. Contro le teorie di un liberalismo controllato proprio di Eucken, nelle progettazioni per il futuro del Gruppo di lavoro presero il sopravvento coloro che proponevano «l'ordinamento economico di mercato» per gli anni del dopoguerra. Tale ordinamento doveva fondarsi su un'economia di mercato basata sulla concorrenza e su una politica economica di controllo mediato da parte dello Stato98. Così come Beckerath negli anni Venti aveva manipolato il programma politico-economico del fascismo, ora il passo teorico da un autogoverno sotto il controllo dello Stato a un ordine economico di mercato regolato, non doveva essere troppo difficile, se solo si prescindeva dalle istituzioni corporative costitutive della teoria fascista. Sarebbe interessante conoscere in che misura Beckerath abbia riflettuto su questi passaggi teorici durante i colloqui di Freiburg. Purtroppo la sua partecipazione personale sembra essere stata troppo limitata per capire, dai testi conservati, quale sia realmente stata la sua asserita parziale continuità di opinioni politico-economiche99. Probabilmente riteneva che la sua principale funzione fosse soprattutto quella di svolgere un ruolo moderatore negli incontri del Gruppo di lavoro. In questo egli poteva mettere pienamente in risalto lo «charme particolare della sua personalità»100, la sua capacità di mediare posizioni controverse e la sua cultura straordinariamente ampia, tale da superare di molto i confini della sua disciplina. A uno dei partecipanti alle discussioni di Freiburg egli apparve quindi come il «direttore nato per una impresa scientifica così rischiosa»101.
In un punto Beckerath dovette necessariamente modificare il proprio modo di pensare. Dopo il 1945 non era lo Stato autoritario cui aveva pensato agli inizi a garantire un ordine economico di mercato guidato, ma proprio quella democrazia parlamentare che negli anni Venti aveva ritenuto incapace di azione. Ma anche qui, a proposito dell'Italia, ha ancora esitato. Il suo ultimo viaggio italiano lo aveva molto turbato. Egli aveva espresso il dubbio se la democrazia italiana sarebbe stata in grado di sopravvivere con le sue proprie forze e si era chiesto se «il fascismo come rivoluzione della piccola borghesia depauperata non fosse invece la forma statuale giusta per l'Italia»102.

Note

* Questo saggio è apparso in lingua tedesca in Ch. Jensen-L. Niethammer-B. Weisbrod (Hrsg.), Von der Aufgabe der Freiheit. Politische Verantwortung und bürgerliche Gesellschaft im 19. und 20. Jahrhundert. Festschrift für Hans Mommsen zum 5. November 1995, Berlin, 1995, pp. 267-283.

1. Protokoll des Vierten Kongresses der Kommunistischen Internationale, Hamburg, 1923, p. 310.

2. Cfr. O. Olberg, Der Fascismus in Italien, Jena, 1923; P. Kampffmeyer, Der Fascismus in Deutschland, Berlin, 1923; J. Deutsch, Die Fascistengefahr, Wien, 1923; W. Hellenbogen, Das faschistische Italien, Wien, 1923; E. Hamburger, Aus Mussolinis Reich. Die faschistische Episode in Italien, Breslau, 1924; H.-E. Kaminski-G. Matteotti, Ein Jahr Faschistenherrschaft, Berlin, 1925.

3. Cfr. ad es. A. Saager, Mussolini ohne Mythos. Vom rebellen zum Despoten, Leipzig, 1931, e soprattutto H. Heller, Europa oder der Faschismus, Berlin, 1929 (19312).

4. Cfr. H. Margreifer, Die Literatur über Südtirol seit der Lostrennung von Österreich, Innsbruck, 1926; K. Milius, Das Deutschtum in Südtirol, Langensalza, 1926; J. Sonntag, Mussolinis Sendung und die Wahrheit über Tirol, Leipzig, 1927; J.W. Mannhardt, Südtirol. Ein Kampf um die deutsche Volkheit, Jena, 1927; P. Herre, Die südtiroler Frage. Entstehung und Entwicklung eines europäischen Problems derKriegs-und Nachkriegszeit, München, 1927. Tra gli studi più recenti si segnalano: R. De Felice, Il problema dell'Alto Adige nei rapporti italo-tedeschi dall'«Anschluß» alla fine della seconda guerra mondiale, Bologna, 1973; L. Steurer, Südtirol zwischen Rom und Berlin, 1919-1939, Wien, 1980; G. Framke, Im Kampf um Südtirol. Ettore Tolomei (1865-1952) e l'«Archivio per l'Alto Adige», Tübingen, 1987; V. Torunsky, Entente der Revisionisten? Mussolini und Stresemann 1922-1929, Köln, 1981; R. Lill (Hrsg.), Die Option der Südtiroler 1939. Beiträge eines Neustifter Symposions, Bozen, 1991.

5. L. Bernhard, Das System Mussolini, Berlin, 1924; J.W. Mannhardt, Der Faschismus, München, 1925.

6. Cfr. J. Petersen, Die Entstehung des Totalitarismusbegriffs in Italien, in M. Funke (Hrsg.), Totalitarismus. Ein Studienreader zur Herrschaftsanalyse moderner Diktaturen, Düsseldorf, 1978, pp. 105-128.

7. Cfr. in merito Ch. S. Meier, Recasting Bourgeois Europe. Stabilization in France, Germany and Italy in the Decade after the World War I, Princeton, 1975 (tr. it. Bari, 1979); P. C. Mayer-Tasch, Korporativismus und Autoritarismus. Eine Studie zu Theorie und Praxis der berufsständischen Rechts- und Staatsideen, Frankfurt a. M., 1971.

8. Cfr. per es. R. Hönigschmid-Grossich-A. Dresler, Wirtschaftsauffassung und Gewerkschaftspolitik des Faschismus. Mit der Carta del Lavoro vom 21.4.27, München, 1927; E. Schmid, Die Arbeitgeberorganisation in Italien, Zürich, 1927; M. Hirschberg-Neumeyer, Die italienischen Gewerkschaften, Jena, 1928; C. Sigmar Gutkind (Hrsg.), Mussolini und sein Faschismus, Heidelberg, 1929; G. Leibholz, Zu den Problemen des faschistischen Verfassungsrechts, Berlin, 1928; W. Heinrich, Die Staats-und Wirtschaftsverfassung des Faschismus, Berlin, 1929; Id., Der Faschismus. Staat und Wirtschaft im neuen Italien, München, 19322; G. Mehlis, Der Staat Mussolinis. Die Verwircklichung des korporativen Gemeinschaftsgedankens, Leipzig, 1929; U. Heinersdorf, Das Arbeitsverhältnis im fascistischen Recht, Berlin, 1930; L.M. Lachmann, Faschistischer Staat und korporative Wirtschaft, Berlin, 1930; H. Reupke, Das Wirtschaftssystem des Faschismus, Berlin, 1930; W. Andreae, Staatssozialismus und Ständestaat. Ihre grundlegenden Ideologien und die jüngste Wircklichkeit in Rußland und Italien, Jena, 1931; F. Ermath, Theorie und Praxis des faschistisch-korporativen Staates, Heidelberg, 1932; W. Niederer, Der Ständestaat des Faschismus, München, 1932; M.L. Gräfin von Strachwitz, Fascistische Sozialpolitik, Diss. Phil. Freiburg, 1932.

9. W. Mueller, Der Faschismus als soziale Wirtschaftsmacht, Berlin, 1928.

10. G. Mehlis, Der Staat Mussolinis. Die Verwirklichung des korporativen Gemeinschaftsgedankens, Leipzig, 1929. Cfr. anche Id., Die Idee Mussolinis und der Sinn des Faschismus, Leipzig, 1928.

11. E. v. Beckerath, Wesen und Werden des fascistischen Staates, Berlin, 1927.

12. E. v. Beckerath, Fascismus, in A. Vierkandt (Hrsg.), Handwörterbuch der Soziologie, Stuttgart, 1931, pp. 131-136; Id., Fascism, in Encyclopedia of the Social Science, vol. 6, New York, 1931, pp. 133-139. Gli altri saggi sono i seguenti: Id., Moderner Absolutismus, in «Weltwirtschaftliches Archiv», 25, 1 (1927), pp. 245-259; Id., Idee und Wirklichkeit im Fascismus, in «Schmollers Jahrbuch», 52, 1 (1928), pp. 201-218; Id., Fascismus und Bolschewismus, in B. Harms (a cura di), Volk und Reich der Deutschen. Vorlesungen gehalten in der Deutschen Vereinigung für Staatswissenschaftliche Fortbildung, vol. 3, Berlin, 1929, pp. 134-153; Id., Wirtschaftsverfassung des Faschismus, in «Schmollers Jahrbuch», 56, 2 (1932), pp. 1187-1202; Id., Il Fascismo e la Germania, in «Gerarchia», 12 (1932), pp. 872-877; Id., Über die Voraussetzung einer politischen Solidarität Europas, in Reale Accademia d'Italia. Fondazione Alessandro Volta, Convegno di scienze morali e storiche 14-20 Novembre 1932, vol. 1, Roma, 1933, pp. 625-633.

13. Su questo punto si veda W. Schieder, Carl Schmitt und Italien, in «Vierteljahrshefte für Zeitgeschichte», 37 (1989), pp. 1-21.

14. E. Nolte (Hrsg.), Theorien über den Faschismus, Köln, 1967, p. 48.

15. G. Schulz, Faschismus-Nationalsozialismus. Versionen und theoretische Kontroversen 1922-1972, Frankfurt a. M., 1974, p. 34.

16. W. Schlangen, Theorie und Ideologie des Totalitarismus, Bonn, 1972, p. 46.

17. J. Petersen, Der italienische Faschismus aus der Sicht der Weimarer Republik. Einige deutsche Interpretationen, in «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken», 55/56 (1976), p. 331.

18. Ivi, p. 330.

19. E.v. Beckerath, Wesen und Werden, cit. p. 155.

20. Ivi, p. 6.

21. Ivi, p. 10.

22. Ivi, p. 7; Id. Moderner Absolutismus, cit., p. 249.

23. E. v. Beckerath, Wesen und Werden, cit., p. 36.

24. Ivi, p. 153 ss.

25. Ivi, p. 139.

26. Ivi, pp. 97, 102.

27. Ivi, p. 123.

28. Cfr. E.v. Beckerath, Politik und Wirtschaft: Ist eine rationale Wirtschaftspolitik möglich? in Id., Lynkeus. Gestalten und Probleme aus Wirtschaft und Politik, Tübingen, 1962, pp. 304-318.

29. E. v. Beckerath, Wesen und Werden, cit., p. 111.

30. L'affermazione del suo ex assistente Bruno Anweiler, che risale al 1982, secondo cui «Beckerath sarebbe stato affascinato dal fascismo italiano» conferma questo dato. Cfr. S. Papcke, Weltferne Wissenschaft. Die deutsche Soziologie der Zwischenkriegszeit vor dem Problem des Faschismus/Nationalsozialismus, in Id., Ordnung und Theorie. Beiträge zur Geschichte der Soziologie in Deutschland, Darmstadt, 1986, p. 210.

31. E.v. Beckerath, Faschismus und Bolschewismus, cit., p. 138 ss.

32. E. v. Beckerath, Wesen und Werden, cit., p. 62.

33. Ivi, p. 110; Id., Idee und Wirklichkeit im Fascismus, cit., p. 1218.

34. Cfr. anche la dissertazione (Univ. di Colonia) di W. Froese, Mennoniten am Niederrhein und im Wechselmündungsgebiet bis zur Reichsgründungvon 1871.

35. Per una biografia di Beckerath cfr. G. Eisermann, Erwin von Beckerath, in Id., Bedeutende Soziologen, Stuttgart; 1968, pp. 108-110, F. Neumark, Erwin von Beckerath. Nachruf, in «Zeitschrift für die gesamte Staatswissenschaft», 122 (1966), pp. 193-208; K. Schmidt, Erwin von Beckerath, in «Weltwirtschaftliches Archiv», 94 (1965), pp. 153-163; N. Kloten, Erwin von Beckerath, in «Finanzarchiv», N. F., 25 (1965), pp. 193-212; E. Salin, Erwin von Beckerath, in «Kyklos», 18 (1965), pp. 1-8; N. Kloten-W. Krelle-H. Müller, F. Neumark (Hrsg.), Systeme und Methoden in den Wirtschafts-und Sozialwissenschaften. Erwin von Beckerath zum 75. Geburtstag, Tübingen, 1964.

36. Così N. Kloten, Erwin von Beckerath, cit., p. 199; cfr. anche K. Schmidt, Erwin von Beckerath, cit., p. 154.

37. Cfr. E. v. Beckerath, Formen moderner Finanztheorie, in Beiträge zurFinanzwissenschaft. Festgabe für Georg von Schanz zum 75. Geburtstag, vol. 1, Tübingen, 1928, pp. 1-19, anche in Id., Lynkeus, cit., pp. 102-117; Id., Die Theorie der Steuerverteilung, in Economia politica contemporanea. Scritti in onore di Camillo Supino, vol. 2, Padova, 1930, pp. 369-385, anche in Id., Lynkeus, cit., pp. 118-130; Id., Die neuere Geschichte der deutschen Finanzwissenschaft, in «Handbuch der Finanzwissenschaft», vol. 2, Tübingen, 19522, pp. 416-468. Si veda anche H. Jecht, Zur Historiographie der Finanzwissenschaft, insbesondere Erwin v. Beckerath «Geschichte der deutschen Finanzwissenschaft», in N. Kloten (a cura di), Systeme und Methoden, cit., pp. 61-82.

38. Cfr. E.v. Beckerath, Gustav von Schmollers finanzgeschichtliche Studien und seine finanztheoretische Betrachtung, in Gustav von Schmoller und die deutsche geschichtliche Volkswirtschaftslehre. Festgabe zur 100. Wiederkehr seines Geburtstages, Berlin, 1938, pp. 212-230, anche in Id., Lynkeus, cit., pp. 203-220; Id., Gustav von Schmoller, in Staatslexikon, vol. 6, Freiburg, 19616, pp. 1146-1147. Cfr. anche Id., Lo storicismo e gli sviluppi più recenti dell'economia politica in Germania. Conferenza tenuta all'Istituto per gli Studi Germanici, Roma, in «Studi corporativi», 13 (1942), pp. 205-221, anche in Id., Lynkeus, cit., pp. 221-233.

39. E.v. Beckerath, Stein-Wagner-Schaeffle. Das «Dreigestirn» der deutschen Finanzwissenschaft, in «Handbuch der Finanzwissenschaft», vol. 1, Tübingen, 19522, pp. 416-440.

40. E.v. Beckerath, Gustav von Schmoller, in Id., Lynkeus, cit., p. 71.

41. E.v. Beckerath, Heinrich Dietzel als Nationalökonomund Soziologe, Bonn, 1944, cit. da Lynkeus, cit., p. 24.

42. Cfr. il testo italiano della conferenza romana del 1942 su Lo storicismo, pp. 205-221, anche in Id., Lynkeus, cit., 221-233.

43. Ivi, p. 218.

44. Cfr. H. Freiherr von Stackelberg, Marktform und Gleichgewicht, Wien, 1934. Le teorie economiche di Stackelberg furono influenzate dall'economista italiano Luigi Amoroso, il quale, forse grazie alla mediazione di Beckerath, aveva compiuto un lungo periodo di studio in Italia nel 1932. Nel capitolo «Forme di mercato e politica economica», pp. 102-105 del suo volume, Stackelberg esaminava anche - e questo è molto interessante - lo «schema teorico del mercato corporativo fascista».Tedesco di origine baltica, Stackelberg (1905-1946) da studente aveva fatto parte della Bündische Jugend nell'ambito delle Jungnationalen Stimmen; alla metà del 1931 si era iscritto alla Nsdap, per entrare a far parte, nel 1933, delle Ss. Nel 1934 era stato nominato presidente della Lega nazionalsocialista dei docenti dell'Università di Colonia. Le modalità del suo più tardo distacco dal regime nazionalsocialista debbono essere ancora analizzate a fondo. L'introduzione di Hans Möller all'opera Heinrich Freiherr von Stackelberg, Gesammelte wirtschaftswissenschaftliche Abhandlungen in zwei Bänden, Teil I, Regensburg, 1992, pp. 1-24, non è del tutto esauriente.

45. C. Schmitt, Wesen und Werden des fascistischen Staates, in «Schmollres Jahrbuch», 53/1 (1929), pp. 107-113, nella sua recensione del libro di Beckerath definiva «le Costituzioni fascista e bolscevica» come «assolutamente moderne e autentiche Costituzioni economiche» (p. 110), perché in esse si sarebbe verificato il «pieno riconoscimento, a livello di organizzazione statale, dei nuovi problemi sociali ed economici». Nel saggio Wirtschaftsverfassung des Fascismus, Beckerath riprese il concetto riferendosi inoltre anche espressamente alla 'teoria costituzionale' di Carl Schmitt del 1928. Dopo il rimprovero mossogli da Schmitt per aver erroneamente definito antidemocratico il fascismo, che invece sarebbe stato solo antiliberale, Beckerath accettò - significativamente - questa discutibile manipolazione concettuale. Cfr. E. v. Beckerath, Fascismus, cit., p. 136.

46. E. v. Beckerath, Wirtschaftsverfassung des Fascismus, cit., p. 1190.

47. Ivi, p. 1187.

48. Ivi, p. 1190.

49. E. v. Beckerath, Idee und Wirklichkeit im Fascismus, cit., p. 209. L'espressione è ripresa letteralmente nella recensione di Beckerath al libro di C. Landauer-H. Honegger (Hrsg.), Internationaler Faschismus, Karlsruhe, 1928, in «Schmollers Jahrbuch», 53, 1 (1929), p. 159; cfr. anche Id., Fascismus, cit., p. 135; Id., Wirtschaftsverfassung des Fascismus, cit., p. 1212.

50. H. Heller, Europa und der Faschismus, Berlin, 19312, p. 119.

51. E. v. Beckerath, Wesen und Werden, cit., p. 154.

52. Cfr. anche il recente F. Lenger, Werner Sombart, 1863-1941. Eine Biographie, München, 1994, p. 349 ss.

53. E. v. Beckerath, Über die Voraussetzung einer politischen Solidarität Europas, in Reale Accademia d'Italia, Convegno, cit., vol. 1, pp. 625-633, anche in Id., Lynkeus, cit., pp. 280-287, vol. 2, p. 339 (breve biografia con foto); Ministero delle Corporazioni, Atti del Secondo Convegno di Studi Sindacali e Corporativi, Ferrara 5-8 maggio 1932, vol. 1, Roma, 1932, p. 10. In ogni modo nel Congresso di Ferrara Beckerath appare citato solo nella lista dei partecipanti. La sua reale partecipazione all'incontro non è accertata.

54. E. v. Beckerath, Il fascismo e la Germania, cit.

55. Cfr. in particolare il mio saggio L'esperimento italiano. Il fascismo quale modello nella crisi della Repubblica di Weimar, di prossima pubblicazione nella «Historische Zeitschrift».

56. Cfr. E. v. Beckerath, Fascismus, cit., p. 134.

57. E. v. Beckerath, Moderner Absolutismus, cit., p. 257.

58. E. v. Beckerath, Wesen und Werden, cit., p. 154.

59. E. v. Beckerath, Il fascismo e la Germania, cit., p. 876.

60. Ivi, p. 877.

61. Ivi, p. 876.

62. Cfr. la precedente n. 44.

63. Cfr. N. Kloten, Lebendige Impressionen. Zu Erwin von Beckeraths 75. Geburtstag, in N. Kloten (a cura di), Systeme und Methoden, cit., p. 34; W. Krelle, Ansprache zur Feier des 70. Geburtstages Erwin von Beckeraths am 21.11.59,ivi, p. 23; N. Kloten, Erwin von Beckerath, cit., p. 204.

64. Così Schmidt, Erwin von Beckerath, cit., p. 158.

65. Questo il ricordo più tardo del sociologo di Colonia, emigrato all'estero, Albert Salomon, in una lettera a Norbert Kloten del 3.5.65, cit. da N. Kloten, Erwin von Beckerath, cit., p. 204.

66. Universitätsarchiv Köln, (da ora in poi Uak), Zugang 70, n. 251, cit. da B. Heimbüchel-K. Pabst, Kölner Universitätsgeschichte. Vol. II: Das 19. und 20. Jahrhundert, Köln, 1988, p. 407.

67. Cfr. Uak, Zugang 28, n. 411. Andrea Hoffend (Mannheim) presenterà prossimamente uno studio sulla storia della istituzione del Petrarca-Haus.

68. Il Petrarca-Haus fu completamente distrutto da un bombardamento alleato il 30.5.42, ma proseguì la sua attività presso l'Università di Colonia sino alla chiusura di quest'ultima nell'estate del 1944. Cfr. U. Schmittmann, Das Petrarca-Institut der Universität zu Köln, manoscritto in Uak.

69. Cfr. l'elenco delle iniziative al Petrarca-Haus, in Petrarca-Haus. Deutsch-italienisches Kulturinstitut Köln. Tätigkeitsbericht 1931-1941, Köln, 1942, p. 20 ss: «Lo sviluppo economico e politico dell'Italia dal Risorgimento sino ad oggi»; «Teoria economica e finanziaria in Italia»; «Sistema economico e Costituzione economica del fascismo»; «La letteratura relativa alla teoria economica e finanziaria in Italia negli ultimi cinquant'anni»; «La teoria dell'utilità marginale nella teoria economica in Italia»; «Il pensiero politico-economico di Vilfredo Pareto»; «La fase più recente dello sviluppo corporativo in Italia»; «La sociologia di Vilfredo Pareto»; «Struttura giuridica e significato economico dello Stato corporativo»; «La teoria delle élites (Mosca, Pareto, Gini)»; «La teoria economica e finanziaria italiana»; «Le correnti politiche in Italia 1900-1922»; «La politica estera dell'Italia fascista»; «La più recente teoria finanziaria in Italia»; «La teoria dell'utilità marginale nella moderna teoria economica italiana».

70. Petrarca-Haus. Deutsch-italienisches Kulturinstitut. Programm Wintersemester 1933/34, Köln, 1933, p. 10. Cfr. anche G. Bottai, Der korporative Staat in Italien (Grundzüge des korporativen Aufbaus in Italien), Köln, 1933 (Veröffentlichungen des Petrarca-Hauses, Zweite Reihe, Vorträge, n. 3).

71. B. Mussolini, Vom Kapitalismus zum korporativen Staat. Reden und Gesetze, eingeleitet, übertragen und erläutertvon E. v. Beckerath, E. Röhrbein, E. Ed. Berger, Stuttgart, 1936 (Veröffentlichung des Petrarca-Hauses, Dritte Reihe, Übersetzung, Band 1). È sorprendente che questo volume non venga citato nella comunque incompleta bibliografia degli scritti di Beckerath, in N. Kloten (a cura di), Systeme und Methoden, cit., pp. 727-730.

72. Cfr. Petrarca-Haus. Deutsch-italienisches Kulturinstitut. Programm Wintersemester 1937/38, Köln, 1937, p. 5; Uak, Zugang 28, n. 44. Il testo del bando recava la firma di Hans Frank e Balbino Giuliano. Sull'esito del concorso purtroppo mancano notizie certe.

73. Cfr. i resoconti nel locale giornale del Partito nazionalsocialista, il «Westdeutscher Beobachter» del 22.6.33 (Faschistische Wirtschaftsverfassung) e del 4.10.33 (Der totale Staat in Italien). Cfr. anche E. v. Beckerath, Amerikanischer Faschismus? in «Ruhr und Rhein», 14 (1933), pp. 862-865.

74. Cfr. Schreiben des Kampfbundes für deutsche Kultur, Ortsgruppe Köln, an den Rektor der Universität Köln vom 3.5.33, e la sua risposta in Uak, Zugang 28, n. 411.

75. «Westdeutscher Beobachter», 22.6.33.

76. «Westdeutscher Beobachter», 4.10.33.

77. Cfr. E. v. Beckerath, Die jüngste Phase des italienischen Korporativismus und der ständische Aufbau in Deutschland, in «Braune Wirtschaftspost», 3 (1934), pp. 454-457 (presumibilmente il testo non integrale della conferenza tenuta al Petrarca-Haus il 29.5.34); cfr. anche il servizio nella «Kölnische Volkszeitung» dell'1.6.34 (Der korporative Aufbau in Italien).

78. Cfr. «Westdeutscher Beobachter», 1.6.34 (Die korporative Entwicklung in Italien).

79. E. v. Beckerath, L'economia del nazionalsocialismo, in Nuove esperienze economiche, Firenze, 1935, p. 19.

80. Ivi, p. 23.

81. Ivi, p. 28. Ugo Spirito, radicale sostenitore del «corporativismo integrale», gli rimproverò - nello stesso volume collettivo - di non aver affatto compreso il sistema corporativo in Italia, poiché in realtà il nazionalsocialismo non aveva sviluppato alcun principio corporativo. Cfr. U. Spirito, Capitalismo, socialismo, corporativismo, ivi, p. 238.

82. Cfr. Uak, Zugang 9, n. 31, rapporto di Beckerath al Kuratorium dell'Università di Colonia del 7.3.35.

83. E. v. Beckerath, Staat und Wissenschaft, in «Universidad técnica de Lisboa. Instituto Superior de Scienças económicas e financeiras in Germania, «Boletin do Gabinete de documentaçao económica e financeira alemâ» , 1-2 (1935), pp. 33-64, qui a p. 43.

84. E. v. Beckerath, Einleitung, in B. Mussolini, Vom Kapitalismus zum korporativen Staat, cit., p. 13.

85. E. v. Beckerath, Die Kammer der Fasci und Korporationen, in «Italien Jahrbuch», 2 (1939), pp. 131-141, qui a p. 134.

86. E. v. Beckerath, Lo storicismo, cit., p. 220: «Si sa invece che tanto in Germania quanto in Italia il trapasso alle nuove forme di economia controllata sta compiendosi con la premessa implicita di applicare rigorosamente la teoria, e cioè la conoscenza precisa delle condizioni, degli elementi, delle funzioni e del processo dei fatti economici». In occasione della ristampa di questo saggio, come ha segnalato Marco Cotza, che nel 1993 ha discusso una tesi su «Erwin von Beckerath e il fascismo italiano», presso la Philosophische Fakultät dell'Università di Colonia, l'autore modificò questo testo, eliminando le parole «tanto in Germania quanto in Italia» e l'attributo «controllata». Cfr. E. v. Beckerath, Lynkeus, cit., p. 232. Tipico tentativo di aggiustamento della propria biografia con piccole correzioni testuali!

87. E. v. Beckerath, Korporative Wirtschaftstheorie. Bemerkungen zu einem gleichnamigen Buch, in «Schmollers Jahrbuch», 67/1 (1943), pp. 257-269. Si tratta di una traduzione di un volume collettivo italiano dal titolo Korporative Wirtschaftstheorie, Jena, 1938.

88. Ivi, p. 259.

89. Ivi, p. 261.

90. Nota del 4.3.48, cit. da N. Kloten, Erwin von Beckerath, p. 204.

91. Nota del 18.4.47, cit. ivi, p. 203.

92. Cfr. E. v. Beckerath, Zur Interpretation der Totalitarismen, in Id., Lynkeus, cit., pp. 334-350, qui p. 338.

93. Cfr. anche Ch. Blumenberg-Lampe, Das wirtschaftspolitische Programm der 'Freiburger Kreise'. Entwurf einer freiheitlich-sozialen Nachkriegswirtschaft. Nationalökonomen gegen den Nationalsozialismus, Berlin, 1973; Id., Der Weg in die soziale Marktwirtschaft. Referate, Protokolle, Gutachten der Arbeitsgemeinschaft Erwin von Beckerath 1943-1947, Stuttgart, 1986; L. Herbst, Der totale Krieg und die Ordnung der Wirtschaft. Die Kriegswirtschaft im Spannungsfeld von Politik, Ideologie und Propaganda, 1939- 1945, Stuttgart, 1982.

94. Cit. da Ch.Blumenberg-Lampe, Das wirtschaftspolitische Programm, cit., p. 35.

95. Ivi, p. 37. Chi fu l'autore del suggerimento non è accertato, ma potrebbe trattarsi di Jens Jessen.

96. Dal marzo del 1943 i partecipanti furono: Erwin von Beckerath, Clemens Bauer, Franz Böhm, Constantin von Dietze, Walter Eucken, Adolf Lampe, Erich Preiser, Günther Schmölders, Heinrich Freiherr v. Stackelberg, Theodor Wessels. Più tardi si aggiunsero: Gerhard Albrecht, Fritz Hauenstein e Leo Drescher; cfr. Ch. Blumenberg-Lampe, Das wirtschaftspolitische Programm, cit., p. 163.

97. Ciò vale per Adolf Lampe e Constantin von Dietze, così come, al di fuori di Freiburg, soprattutto per Jens Jessen, l'unico professore tedesco ad essere giustiziato dopo il 20 luglio 1944.

98. Cfr. Ch. Blumenberg-Lampe, Das wirtschaftspolitische Programm, cit., pp. 61-65, 129-131.

99. Tra i tanti documenti, solo un contributo al dibattito sul problema della ripartizione delle imposte sul reddito, che risale agli inizi del luglio 1944, è attribuibile a Erwin von Beckerath. Cfr. Ch. Blumenberg-Lampe, Der Weg in die soziale Marktwirtschaft, cit., pp. 413-417.

100. Così Theodor Wessels, cit. da N. Kloten, Erwin von Beckerath, cit., p. 205.

101. F. Hauenstein, Die Arbeitsgemeinschaft E. von Beckerath, in N. Kloten (a cura di), Systeme und Methoden, cit., p. 57.

102. G. Eisermann, Erwin von Beckerath, cit., p. 109. Il racconto di Eisermann è confermato dalla testimonianza di K. Schmidt, Erwin von Beckerath, cit., p. 158.