Un intellettuale alla corte del papa.
Il soggiorno romano di Wilhelm Von Humboldt (1802-1808)
nell'epoca della "säkularisation" tedesca*

di Davide Orecchio

1. La scelta di Humboldt e il contesto storico

L'epoca sembrava concedere qualche momento di pace agli Stati e ai popoli d'Italia quando il 25 novembre del 1802 il barone von Humboldt faceva ingresso a Roma e percorreva in carrozza una città che da tempo desiderava ammirare1. Humboldt era il nuovo residente prussiano presso la Santa Sede. Al suo primo incarico diplomatico, era consapevole di andarlo a svolgere in un paese che stava vivendo profondi cambiamenti, perché altrettanto valeva per la sua patria.

Lo Stato Pontificio, la Prussia - ogni zona d'Europa subiva gli effetti dell'avvento napoleonico, viveva trasformazioni originate da fattori autoritativi, politici e militari. In Italia la prima fase di conquiste napoleoniche si era appena esaurita, si tracciavano nuovi confini e istituivano nuove dogane. Gli Stati sotto il dominio diretto francese - solo mediatamente influenzati oppure titolari di un'autonomia concessa dal Primo Console o dal favore delle circostanze - si andavano organizzando in un subbuglio di istituzioni ricostituite o fondate ex-novo, di paci e trattati che permettevano a prìncipi e duchi di fresca e antica nobiltà, come alle repubbliche risorte sulle spoglie del giacobinismo, di scambiarsi legittimamente sovranità, terre, sudditi e cittadini garantendo al paese un periodo di tregua. Tutto questo era originato dall'ultimo di una serie di eventi: il 2 febbraio 1801 a Lunéville un trattato di pace tra le potenze europee aveva ratificato la nuova distribuzione di equilibri nella penisola e accordato alla Francia - a Napoleone - un'egemonia in Italia mai goduta finora e agli Stati italiani un'illusoria autonomia2.

Lunéville modificò anche il sistema politico della Germania. Furono promesse indennità territoriali alle corti tedesche in seguito alla perdita definitiva delle province renane3 e così si legittimò per via politica e diplomatica un processo di secolarizzazioni ed espropriazioni di territori che nel giro di pochi anni sconvolse la struttura del Sacro Romano Impero. Si può dire che l'organizzazione della Chiesa cattolica venne ripensata del tutto seguendo per grandi linee l'esempio e l'impulso del Concordato francese del 15 luglio 1801, che aveva assegnato allo Stato la cura degli interessi finanziari ecclesiastici e quindi un maggiore diritto d'intervento negli affari della Chiesa.

Le conseguenze di questa pace in Italia e in Germania crearono le condizioni per la scelta di Humboldt.

La secolarizzazione tedesca procedé attraverso molteplici accordi e all'ombra della volontà napoleonica. Il 25 febbraio 1803, dopo una serie di incontri bilaterali tra Francia, Russia, Prussia, Baviera e gli altri rappresentanti del quadro politico tedesco - incontri che isolarono l'Austria all'interno del mondo germanico4 -, venne ratificato il Reichsdeputationshauptschluß (Deliberazione della Commissione dell'Impero) che in seguito fu approvato dall'imperatore5. Conteneva un progetto di indennità territoriali ratificato dalla commissione, sulla base delle indicazioni russe e francesi emerse in seguito alle trattative, che doveva ricompensare i prìncipi tedeschi delle province perse dopo la guerra. Le vittime di questo patteggiamento furono i piccoli Stände ecclesiastici, le città e l'aristocrazia dell'impero, che vennero assorbiti dalle corti maggiori6. La soppressione di conventi, abbazie, fondazioni religiose, la sottomissione al potere statale di ampi settori della Chiesa cattolica che avevano sempre goduto dell'indipendenza all'interno del Reich: molti ravvisarono in questi eventi la fine di un sistema del tutto frammentario e fondato su un mondo di piccole e medie corti, ognuna con la sua cultura e spesso la propria università, con politiche e amministrazioni autonome, in cui in una stessa persona convergevano spesso cariche ecclesiastiche e oneri di governo temporale. Altri vi riconobbero un pericolo per l'indipendenza e la cultura dei tedeschi (basti pensare alle fondazioni e alle università cattoliche che subirono gravi confische o vennero soppresse7).

Inoltre il Reichsdeputationshauptschluß conteneva una seconda parte non meno importante che definiva il nuovo corso dei rapporti tra autorità temporali e istituzioni ecclesiastiche, assegnando agli organismi statali la gestione finanziaria dei beni demaniali dei vescovi come quelli capitolari, delle fondazioni, dei conventi e delle abbazie8: fu così mediante due diversi ordini di secolarizzazione che la nuova situazione in Germania determinò il vero e proprio tramonto della Chiesa imperiale. Finivano i giorni di un'organizzazione e di una civiltà incapaci di convivere con la progrediente concezione giurisdizionalista dello Stato, con il Territorialkirchentum che esigeva dalla Chiesa la subordinazione alla sovranità dei prìncipi dell'impero9. Questo processo di uniformazione giuridica, nel quale la legge dell'impero e quella della Chiesa dovevano soccombere di fronte a quelle dei singoli Stati, tradiva un'insofferenza crescente da parte di molte corti tedesche nei con fronti del sistema tutoriale del Reich rispecchiato dall'organizzazione ecclesiastica. Finché il Sacro Romano Impero rimase in vita i prìncipi tedeschi non ebbero la completa sovranità sui propri territori, non furono sovrani (Souveränen) ma signori (Landesherren), sottoposti alla giurisdizione feudale dell'impero. Così governarono la società cetuale e gerarchizzata degli stati (Stände), retaggio della struttura sociale corporativa del Medioevo, ma non ressero degli Stati (Staaten) intesi nell'accezione moderna, nei quali le strategie e le prerogative del sovrano fossero legate idealmente agli interessi della nazione e della società in un comune ordine politico. Ancora alla fine del XVIII secolo non esisteva una distinzione concettuale tra i due termini Staat e Stand e il significante di Stato si faceva valere per i principati imperiali in un senso parziale e limitato. È esemplare il caso dell'Allgemeines Landrecht für die Preussischen Staaten del 1794, dove con l'ultimo termine si intendevano piuttosto gli Stände e la società per ordini10. In sostanza, è evidente che il concetto di Stato che riscontriamo nel linguaggio di Machiavelli, nella teoria politica di Bodin e nell'esperienza storica delle istituzioni francesi o spagnole dell'età moderna non era ancora inteso in Germania alla fine del XVIII secolo e in ogni caso risultava storicamente antitetico anche rispetto al Reich, che non ebbe mai nella sua struttura giuridica e politica i caratteri di un organismo statale, ma che rimase comunque fino al suo epilogo l'unico rappresentante della nazione tedesca. Solo nel XIX secolo, soprattutto in seguito alla Rivoluzione francese e alle conseguenze del regime napoleonico che diedero la spinta finale al crollo dell'impero, ma anche grazie all'opera dei prìncipi e dei loro giuristi, l'idea di Stato si trasformò da significazione della Ständegesellschaft in un concetto moderno che si doveva concretare nella realtà storica: un organismo superiore nel quale si rea-

lizzasse la volontà della legge11. «Lo Stato della Neuzeit divenne un concetto ontologico universale12». La stessa casa di Absburgo era ormai molto più interessata all'esercizio delle funzioni monarchiche austriache e solo in questa veste mirava a un'egemonia in Germania. Così lo sfaldamento politico-ecclesiastico dell'impero sembrava già il preludio della sua fine, che sarebbe avvenuta nel 1806, sensibilmente accelerata dalle campagne militari napoleoniche.

La subordinazione della Chiesa ai governi e agli Stati della Germania disunita e scissa era l'ultimo stadio di un processo iniziato nel Settecento col quale la Chiesa stava perdendo i privilegi giuridici e istituzionali che le erano garantiti in epoca medievale e che tendeva a delimitarne il raggio d'azione nella sfera del diritto comune13: ora si apriva un nuovo scontro tra la corte pontificia con le sue resistenze alla nuova situazione storica e le motivazioni egemoniche delle corti tedesche con le loro istituzioni statali e burocratiche in rapida ascesa. La Prussia era profondamente coinvolta in questa temperie14 e ne ricavò più di un vantaggio15. Soprattutto è importante sottolineare il nesso tra i cambiamenti politici che si verificarono e le trasformazioni di struttura vissute dalle istituzioni ecclesiastiche tedesche e nella fattispecie prussiane. Da un lato sembrava aprirsi un periodo di maggiore controllo da parte dell'autorità statale sul mondo della Chiesa; dall'altro si presentava la questione del rapporto col mondo cattolico: i nuovi territori della Prussia protestante (insieme a quelli delle province polacche conquistate pochi anni prima) erano popolati per la maggior parte da sudditi di confessione cattolica, per cui si sarebbe presto rivelato necessario regolamentarne i rapporti con Roma. Inoltre la politica di secolarizzazione prussiana avrebbe creato frequenti occasioni di contatto o di scontri spesso anche aspri tra il governo e la Santa Sede, senza contare l'evidente difficoltà di un rapporto tra la Chiesa di Roma e uno Stato di confessione protestante. Berlino era attesa da un eccezionale volume di affari religiosi, che avrebbe riguardato sia le pratiche ordinarie che la soppressione e incorporazione dei beni religiosi nelle vecchie come nelle nuove province, vale a dire la vicenda assai spinosa della secolarizzazione in atto. In sintesi, si apriva una nuova stagione di relazioni diplomatiche tra i due Stati, senza dubbio più difficili e impegnative di quelle quasi inesistenti del passato16. Ed era ovvio che per tempi diversi servissero uomini diversi, ossia diplomatici affidabili che garantissero a Berlino una conduzione degli affari con la Santa Sede mitigata dalla propria cultura e formazione e che si astenessero da qualsiasi forma di facile fanatismo.

Così fu scelto Humboldt. Assegnandogli il posto di residente presso la Santa Sede - proprio quando si profilava l'esito della questione delle indennità territoriali - la corte prussiana intese scegliere un uomo provvisto di «conoscenza storica e ingegno filosofico»17, requisiti che gli avrebbero permesso di svolgere la quotidianità del proprio compito senza perderne di vista il significato d'insieme. Humboldt era un uomo di cultura e il governo prussiano lo aveva scelto proprio per questo motivo18. L' «ambasciatore dell'illuminismo» (inteso nell'ambigua e moderatissima accezione fridericiana) nel regno delle forze più oscure del tempo - così era considerato lo Stato Pontificio a Berlino - doveva possedere i requisiti adatti a un incarico del genere. La provenienza aristocratica completava il suo status di aspirante diplomatico. In un promemoria redatto negli ambienti di corte berlinesi si affermava:

nato suddito di Sua Maestà, in possesso di beni territoriali nei Suoi Stati, figlio di un padre che godé del favore del re defunto, educato nella religione protestante, e pieno dei principi di una sana filosofia, egli è immune dagli inganni di Roma; i suoi viaggi in Francia e Spagna e la conoscenza delle lingue, che egli unisce ai propri talenti, lo rendono degno dell'incarico19.

Nell'aprile-maggio 1802 Humboldt ottenne l'incarico e iniziò la preparazione all'ufficio. Il 22 agosto 1802 gli venne consegnata dal ministro degli esteri la sua Istruzione20. Era un documento illuminante riguardo alla politica ecclesiastica di Berlino e chiaramente ostile alla Chiesa romana. Tradiva anzi una certa apprensione da parte dei vertici politici prussiani (abituati alla relativa sottomissione della Chiesa evangelica) nel dovere entrare in relazioni assidue con Roma.

Nell'Hauptgesichtspunkt il monarca affermava di volere assicurare ai propri sudditi cattolici la più completa libertà di coscienza, concedeva perciò che riconoscessero nel Papa la propria guida spirituale21. Il rispetto dei cattolici di Prussia nei confronti dell'autorità papale non avrebbe però mai dovuto ledere i diritti sovrani del re e le sue legittime prerogative negli affari ecclesiastici come in quelli temporali22. Humboldt perciò doveva svolgere le proprie mansioni diplomatiche presso il Papa e la corte pontificia come presso un sovrano temporale e il suo governo, senza prendere in considerazione il lato spirituale della loro attività.

Ispirate a questo principio, si possono individuare due parti costitutive dell'Istruzione23: una di carattere politico-amministrativo, che riguarda direttamente gli interessi della corte prussiana e che attiene alla tendenza generale dei rapporti con la Santa Sede, alla questione del Concordato, delle nunziature e dei vicariati apostolici, alla creazione di nuovi vescovadi e alla ripartizione delle diocesi24, alla giurisdizione ecclesiastica in generale; un'altra che comprende invece pratiche private sollevate dai sudditi prussiani come le dispense di matrimonio25, i casi di coscienza, la concessione delle facoltà vescovili, ecc..

La regola prevedeva che ogni pratica fosse inoltrata prima al gabinetto ministeriale e tramite questo a Humboldt e quindi alle autorità di Roma26. Non erano ammessi rapporti diretti tra la Chiesa romana e i sudditi prussiani di confessione cattolica, né tantomeno contatti ufficiali con le gerarchie ecclesiastiche prussiane: l'obiettivo principale di Berlino era quello di distaccare i vescovi da Roma.

I punti cardinali a cui Humboldt si doveva attenere erano i seguenti: 1) opporsi a qualsiasi trattativa che mirasse a un Concordato o a un atto bilaterale tra Prussia e Santa Sede; 2) opporsi alla nomina di nunzi o vicari apostolici nei territori prussiani da parte di Roma27; 3) osservare e riferire periodicamente su tutto ciò che accadeva di notevole a Roma e in Italia28. L'Istruzione in sostanza implicava un disegno politico perseguito anche nei Reichsstände e in Austria, ossia quello di sostituire al sistema papale un sistema episcopale29. Humboldt era consapevole di questo disegno. Nella parte concreta del suo incarico a Roma tenne sempre presente il proprio compito nel quadro generale della politica ecclesiastica prussiana, compito che lui stesso individuò nell'«impedire per quanto è possibile la coercizione che si vorrebbe esercitare da Roma fino sulle regioni anche più lontane»30.

Dunque Humboldt sembrava perfettamente a suo agio nel quadro delle scelte politiche prussiane. Ma non era un politico, nessun segno del suo più recente passato annunciava il suo futuro di uomo di Stato prussiano: una breve esperienza professionale vissuta dieci anni prima alla camera di giustizia di Berlino31, in seguito solo viaggi in Germania, Francia e Spagna, cultura e relazioni sociali, esperienze che gli permisero di penetrare come pochi altri nello spirito e nel clima europeo dell'epoca, ma che non gli garantirono alcuna formazione professionale. Questo legittima il sospetto che il soggiorno romano avesse per Humboldt un valore soprattutto formativo e culturale e che queste ragioni avessero influito in maniera preponderante sulla sua scelta. Lo prova quanto scriveva a Madame de Staël l'1 ottobre 1802 già in viaggio verso l'Italia: « [...] dunque mi vede lanciato in una nuova carriera. Tuttavia Lei sa, signora, quanto sia scarsa la tendenza che ho per quella che si definisce comunemente ambizione. Il desiderio di fare più viaggi e di studiare più profondamente almeno le nazioni principali dell'Europa mi ha fatto intraprendere questa carriera»32. Senza dubbio era un privilegiato, un aristocratico al quale una nascita fortunata aveva concesso di dare spazio alla propria personalità seguendo le più profonde inclinazioni, facendo gli studi più amati e inserendosi a pieno merito nella communitas di dotti europea. Tuttavia il suo passato di fertili occupazioni e frequentazioni, a riesaminarlo dopo dieci anni, non riusciva a fornirgli particolari motivi di orgoglio, ma al contrario lo deludeva e lo lasciava insoddisfatto33. Ecco le ragioni della scelta di Humboldt: dalla politica e dall'impegno professionale sperava di ottenere nuovi stimoli e maggiori responsabilità, che lo avrebbero reso produttivo anche nell'attività culturale34. Il soggiorno romano fu quindi la svolta della sua carriera di uomo politico. Per merito suo e degli eventi che visse e osservò la sede di Roma acquistò una nuova rilevanza e perse quel carattere di «nullità» diplomatica che l'aveva contraddistinta fino ad allora35. Humboldt ebbe la capacità e la fortuna di trasformare un mandato che comportava mediocri attività burocratiche in un luogo d'osservazione privilegiato sui fatti, la politica e gli uomini36. E sfruttò ogni aspetto del suo impiego per formarsi come uomo di Stato e diplomatico37. Visse a Roma un fervido periodo di formazione professionale.

Il fatto che fosse alle prime armi non intaccava per niente le sue ambizioni. Appena arrivato a Roma, il 25 dicembre 1802 spedì un dispaccio a Berlino e una lettera al ministro degli esteri Haugwitz38. In entrambi affrontava la medesima questione: dato che la commissione dell'impero stava concludendo a Ratisbona i preliminari del Reichsdeputationshauptschluß, era chiaro che presto alcuni prìncipi protestanti si sarebbero trovati nella stessa situazione della Prussia, ossia ad avere dei sudditi cattolici. Humboldt si candidava apertamente a esercitare la carica di coordinatore a Roma della politica ecclesiastica delle corti tedesche protestanti, proponeva un'azione comune della quale per volontà di Berlino lui stesso fosse il portavoce a Roma, sottolineava la preminenza della Prussia tramite il suo residente in un'azione svolta in concordia da diversi prìncipi, e faceva una proposta in piena sintonia con le aspirazioni egemoniche della Prussia in Germania. Era convinto che se i prìncipi tedeschi avessero agito di concerto i negoziati con la Santa Sede si sarebbero semplificati, e questo avrebbe rappresentato un notevole progresso, dato che il Papa si apprestava a fare di tutto per opporsi a qualsiasi cambiamento nei territori secolarizzati della Germania. Soprattutto, Humboldt intendeva evitare, in pieno accordo con la politica prussiana, l'apertura di trattative per un Concordato tra l'impero germanico e la Chiesa di Roma:

lo sconvolgimento statale che il Reichsdeputationshauptschluß significò per l'impero tedesco ripropose, insieme alla soppressione dei principati ecclesiastici, la questione dell'eventuale ratifica di un Reichskonkordat grazie all'intervento dell'imperatore. Humboldt, in quanto nemico dichiarato di qualsiasi tipo di Concordato, ritenne di scongiurare questo pericolo con una lega politico-ecclesiastica di prìncipi degli Stände protestanti, quelli rappresentati da lui e gli altri, per impedire che le antiche potenze avversarie della Germania settentrionale, la Curia d'intesa con l'imperatore, conquistassero nuova autorità e influenza sulla politica del Reich39.

L'opposizione di Humboldt al Concordato non era originata da motivi di ordine confessionale, ma politico. Rientrava nello scontro tra la Prussia e l'antica Costituzione dell'impero, di cui la Chiesa cattolica era un pilastro40. Ma il governo prussiano giudicò la sua proposta impraticabile e affatto immatura l'ipotesi di una simile egemonia41. A Berlino comunque lavorarono nella direzione di estendere i mandati diplomatici di Humboldt, spinti dalla volontà di influenzare la politica ecclesiastica delle corti minori. Perciò nell'estate del 1803 Humboldt divenne ministro residente a Roma anche in rappresentanza dell'Assia-Darmstadt e del principe di Orange-Fulda, realizzando solo una minima parte del proprio disegno originario42.

2. Il punto di vista di Roma

Il Reichsdeputationshauptschluß privò la Chiesa cattolica di molte delle terre - le «più belle e più fruttuose»43 - che possedeva in Germania:

le perdite succedute sulla sinistra del Reno sommavano a 424 miglia quadrate di territorio, 800 mila abitanti, e 5.726.000 fiorini di annua rendita. Sulla destra del detto fiume le possessioni immediate, ossia di dipendenza diretta del capo dell'impero, vescovadi, abbazie eccetera, contavano 1295 miglia quadrate, 2.361.176 abitanti, e la rendita di 12.726.000 fiorini; le mediate, vale a dire le dipendenti dai sovrani locali ed insieme dal capo dell'impero, comprendevano 78 Capitoli e 209 abbazie colla rendita di 2.870.000 fiorini. Tenendo conto del gran numero dei monasteri, che furono ceduti ai nuovi occupatori degli Stati ecclesiastici e vennero indi a poco soppressi, le possessioni della Chiesa si agguagliavano in capitale ad un cento milioni di fiorini44.

Tuttavia, sino al momento in cui si trovarono di fronte all'evidenza dei fatti, le autorità pontificie preferirono temporeggiare ed evitare di assumere una posizione perentoria riguardo alle secolarizzazioni in atto, determinando anche un certo stupore nel mondo tedesco45. Questo atteggiamento fu determinato da circostanze diverse: l'ignoranza della situazione tedesca46, il timore che accordi con le autorità germaniche (verosimilmente un Concordato) sancissero di fatto le secolarizzazioni47, il legame con Napoleone che stava patrocinando le manovre della secolarizzazione ma che aveva però ristabilito l'egida cattolica in Francia e Italia, la difficoltà per la Santa Sede di intromettersi nelle deliberazioni di materia politico-secolare della Dieta dell'impero48. Quando fu messa di fronte al fatto compiuto dello spoglio dei beni ecclesiastici in Germania - solo allora la Santa Sede acconsentì ad avviare le trattative per un Concordato nella consapevolezza che occorreva una nuova legislazione per il nuovo stato della Chiesa tedesca, ma aggiungendo tuttavia ulteriori ostacoli e temporeggiamenti. Le trattative per il Concordato germanico non approdarono a nessun risultato, si svolsero nell'arco di tempo che va dal 1803 al 1806 attraverso una serie di tappe di cui le due fondamentali furono gli incontri di Vienna del 1803 e i primi negoziati di Parigi (che videro la presenza di Pio VII, in Francia per l'incoronazione imperiale di Napoleone) nell'inverno 1804-180549. La strategia romana non fu affatto chiara, ma si può individuare un filo conduttore: di fronte alla necessità di un accordo con i poteri laici si scelse la via della tradizione, quella del Reichskonkordat, che non era però quella preferita50. In realtà la Curia pontificia propendeva per delle trattative separate con le singole corti tedesche, sembrava che avesse preso atto con notevole acume politico delle trasformazioni avvenute in Germania e che si predisponesse ai negoziati con una buona dose di opportunismo. Il suo obiettivo era ormai quello di adattarsi al nuovo stato di cose della Chiesa cattolica tedesca per ottenere le migliori condizioni attraverso la stipulazione dei Concordati separati, istituti che si sarebbero affermati definitivamente nel corso del XIX secolo51. La scelta del Reichskonkordat rientrò quindi nella politica di equilibrio allora perseguita dal Segretario di Stato Consalvi e fu dettata dalla situazione dell'epoca, che impediva a Roma di esercitare un ruolo propositivo. Ma in realtà questa scelta fu accompagnata da continui rinvii da parte romana e da un'eterna attesa e perse ogni ragione d'essere quando l'ultimo interlocutore imperiale, il Kaiser, abdicò alla sua carica.

Con questo atto si concluse un periodo, nella storia delle istituzioni ecclesiastiche, dominato dall'evoluzione delle strategie napoleoniche e, di conseguenza, da un'enorme confusione di prospettive.

A monte della questione del Concordato rimaneva l'opposizione pontificia alle secolarizzazioni ratificate dal Reichsdeputationshauptschluß. A Roma fu istituita una Congregazione per gli affari tedeschi52, redatto e inviato al Nunzio di Vienna Severoli un documento in cui il Conclusum di Ratisbona veniva esaminato in ogni singolo articolo e giudicato, indicando al Nunzio le linee dell'azione politica da adottare53. La Santa Sede non approvò il Conclusum, ma neanche lo impugnò ufficialmente: ne negò di fatto la validità raccomandando però a Severoli «circospezione e prudenza»54 nelle strategie di difesa dall'aggressione del Territorialkirchentum. Dalla lettura del Reichsdeputationshauptschluß a Roma si erano tratte conclusioni preoccupanti:

si veggono determinate molte cose assai pregiudizievoli ai Vescovadi, ai Capitoli, e all'uno e all'altro Clero delle Chiese Germaniche [...]. Dovrà Monsig. Nunzio Apostolico procurare con ogni maggior zelo, e saviezza, che non sia possibile di ottenere variazione su ciò che riguarda i diversi luoghi, e territori caduti all'uno, e all'altro Principe, si ottenga almeno una sistemazione, con cui venga posta al sicuro la conservazione della Religione Cattolica, la sussistenza dei Vescovadi, dei Capitoli, dei Seminarj, dell'uno e dell'altro Clero, e delle Pie Fondazioni, ed allontanato ogni pericolo di danni ulteriori55.

Quello che premeva esplicitamente a Roma era la conservazione dello status quo e questo era il suo timore preponderante:

che i nuovi Principi Territoriali abbiano a conservare i Privilegi dei luoghi loro assegnati [...]. E in particolare, che sia libero l'esercizio della loro Religione Protestante. Potendosi con ciò aprire un campo assai largo ai Protestanti in pregiudizio dei Cattolici, dovrà Monsig. Nunzio mettere in opera tutto il possibile zelo, e saviezza per ottenere che rimangano sempre salvi i legittimi Privilegi del Cattolicesimo, e per impedire che non s'introduca il pubblico Culto dei Protestanti in alcuno di quei luoghi, dai quali finora il Culto pubblico è rimasto escluso56.

La conformazione della Dieta imperiale turbava gli animi romani: la maggioranza era protestante. Dei quattro elettori imperiali uno solo era cattolico. Quale sarebbe stata la fede del prossimo imperatore? «Il pericolo che da tale preponderanza si avesse a temere di una totale rovina della Cattolica Religione in quella vasta porzione dell'Europa, sembra troppo evidente da per se stesso, perché non vi sia bisogno di rilevarlo distintamente57». Infine si prospettava un ultimo pericolo di carattere, si potrebbe dire, sociale-religioso:

un gran numero di Cattolici nell'Impero Germanico è certamente composto di persone povere: se quindi mancherà in avvenire ai Vescovi, e al Clero ogni modo di sovvenire ai bisogni dei Cattolici, avverrà con molta facilità che i Protestanti ben forniti di ricchezza guadagneranno molti Cattolici al lor partito, e che così di mano in mano, a poco a poco riusciranno ad annientare la Religione Cattolica nell'Impero Germanico: lo che forse sin da ora non sarà alieno dai loro disegni58.

A questo si accompagnava il timore per la sussistenza delle università, dei collegi, delle fondazioni e degli ospedali cattolici e la riprovazione per il mantenimento nel Conclusum dei principi affermati dalla pace di Vestfalia. Preso atto dello stato delle cose, la Chiesa romana iniziò ad applicare un ostruzionismo pervicace in tutti gli affari religiosi tedeschi59: questo certo non favorì l'attività di Humboldt.

3. Humboldt e la Segreteria di Stato pontificia

Proprio le incombenze concrete e quotidiane del suo incarico, i rapporti con la Segreteria di Stato, le pratiche inoltrate, costituiscono l'aspetto politico più interessante del soggiorno romano di Humboldt, quello finora meno studiato. Dal fondo dell'Archivio Segreto Vaticano emerge una storia di relazioni spesso difficili, di principi e visioni del mondo antitetici, ma anche di mediazioni diplomatiche e accordi travagliati. L'interlocutore ufficiale di Humboldt fu senza dubbio Consalvi (per il periodo in cui fu Segretario di Stato. Nel 1806 venne sostituito da Casoni): la sua strategia politica mirava al «rafforzamento del potere e del controllo pontifici sulle Chiese nazionali»60 e ne faceva certamente un avversario della Prussia e del suo rappresentante a Roma, ma per una sorta di dialettica delle opposizioni consentì a Humboldt di raggiungere risultati insperati: spesso la Santa Sede annullò decisioni già prese dai vescovi tedeschi finendo col favorire gli interessi rappresentati da Humboldt61. Un atteggiamento che rientrava nel disegno globale pontificio di sottomettere le chiese nazionali a Roma ma che finiva con l'accordare dei vantaggi anche al potere statale che aveva il medesimo obiettivo. L'autonomia della Chiesa tedesca era attaccata da entrambi i lati e da politiche divergenti sembrava scaturire un singolo risultato. Per questo motivo e anche per la funzione di mediazione svolta tra Humboldt e i tribunali e le congregazioni pontificie Consalvi non manifestò mai nei confronti del diplomatico prussiano un'ostilità paragonabile a quella espressa dal vero antagonista di Humboldt, il cardinale Michele Di Pietro62. Fu lui il prelato che si occupò più spesso delle pratiche di Humboldt. Esaminò molte delle richieste avanzate dal diplomatico, spesso si oppose al loro esaudimento appellandosi all'ortodossia e alla forza della tradizione: un paladino della conservazione, «uno degli uomini più segnalati per dottrina e per fermezza di carattere»63, ostile a ogni compromesso. È considerevole la quantità di documenti, lettere, promemoria in cui Di Pietro esprime il proprio parere a proposito delle suppliche inoltrate da laici o ecclesiastici, riguardo a dispense, concessioni di facoltà straordinarie, di incarichi. Ma il meccanismo che regolava le relazioni diplomatiche impedì sempre un confronto diretto tra Humboldt e il cardinale64.

In base alle indicazioni dell'Istruzione di Humboldt le nomine dei vescovi da parte dei sovrani e le richieste del placet papale rientravano nel primo gruppo di affari. Si è già visto che le pratiche di questo genere coinvolgevano direttamente gli interessi statali. E le nomine dei vescovi furono gli unici affari del primo gruppo a cui Humboldt si applicò formalmente, inviando a Consalvi (e ai suoi successori) note ufficiali che mettevano in moto il meccanismo burocratico pontificio65. Le altre istanze che Humboldt inoltrò alla Curia (dispense e annullamenti di matrimonio, facoltà vescovili, secolarizzazioni di religiosi66) riguardarono sempre casi in cui erano implicati gli interessi dei sudditi, per lo più di umili origini. Persone che non erano in grado di sostenere le spese del tribunali pontifici e a favore delle quali Humboldt accordò lo stesso zelo con cui si impegnava per affari più importanti.

Perché Humboldt non utilizzò le vie ufficiali della diplomazia che molto marginalmente riguardo agli affari compresi nel primo gruppo? La spiegazione emerge dalle prerogative macro-politiche di questi affari, che richiedevano una tattica diplomatica più circospetta. Quando doveva affrontare delle questioni di un certo rilievo, come ad esempio quella del Concordato germanico, Humboldt preferiva chiedere un incontro a Consalvi per parlarne privatamente. Evitava insomma le insidie di un carteggio ufficiale: una lettera, anche solo una nota ufficiosa, poteva essere interpretata rigidamente ed esibita come documento dalle autorità pontificie; a quel punto cambiare impostazione politica sarebbe stato molto più difficile. Humboldt aveva espresso un concetto simile nel Memoriale di materia ecclesiastica redatto per l'Assia-Darmstadt, quando aveva consigliato alla corte tedesca di «evitare controversie su questioni di principio e carteggi circostanziati»67. In fondo questo era un atteggiamento più che ovvio nella prassi diplomatica. Qualsiasi ambasciatore o incaricato d'affari divideva la propria attività tra gli incontri più o meno riservati e il disbrigo delle formalità ufficiali. Sennonché a queste ultime di solito era delegato il personale d'ambasciata, mentre Humboldt non disponeva di una legazione né di personale di segreteria e il suo lavoro quotidiano consisteva in un vero e proprio «Ein-Man-Betrieb»68.

3.1. Le facoltà del vescovo di Kulm

Le concessioni delle facoltà vescovili avevano un'importanza cruciale: riguardavano suppliche private che non dovevano implicare formalmente gli interessi statali, ma coinvolgevano profondamente i prìncipi tedeschi rappresentati da Humboldt, la loro politica ecclesiastica, i loro progetti di autonomia da Roma. Il caso più significativo si verificò nel 1804. Humboldt inoltrò una pratica a nome di Berlino. Di notevole importanza, perché ci consente - grazie all'esame di un caso concreto - di mettere a fuoco la politica ecclesiastica prussiana, politica episcopale, e anche il modo in cui Roma cercò di arginarla.

Era una memoria del vescovo di Kulm, Franz Xavier Rydzinski, che chiedeva al Papa la concessione della facoltà di dispensa nei casi seguenti:

[...]

1) dall'impedimento canonico proveniente dal secondo grado semplice e misto di consanguineità nei matrimoni già fatti e da farsi per soli 20 casi;

2) da quello proveniente dalla parentela spirituale che sussiste fra il battezzato e colui che l'ha tenuto sulla fonte di Battesimo per soli 10 casi;

3) da quello proveniente dal secondo e primo grado di affinità semplice e misto, che la parentela derivi o non derivi da un matrimonio legittimo (tam ex licita quam illicita carnali copula) per matrimoni conclusi o da concludersi per soli 20 casi69.

Humboldt si rendeva conto che la richiesta era esosa, ma faceva notare che riguardava solo un ridotto numero di casi, e non la concessione di facoltà illimitate. Appoggiare questa istanza rientrava nel suo compito principale, che rientrava nel quadro della politica ecclesiastica prussiana.

Il cardinale Di Pietro provvide a chiarire il compito di Humboldt a Consalvi70

[...] si crede in debito di accennare a V.E. non credere Egli [il sottoscritto] in verun conto espediente, anzi credere assai pericoloso il prestarsi alla Istanza di Mons. Vescovo di Culma premurosissimamente raccomandata dal detto Sig. Residente. Ben sà l'E.V., che dopo il maturo esame di una particolar Congregazione, la quale giudicò non aversi ad accordare ai Vescovi del Dominio Prussiano la facoltà di dispensare sopra l'impedimento del secondo grado semplice di Consanguineità, e Affinità, lo stesso Sig. Residente ha esibite più volte domande or dell'uno, or dell'altro Vescovo dei Dominj di Prussia per ottenere simili facoltà del secondo grado, e che sempre Sua Santità con ogni ragione ha rifiutato di prestarvisi. Essendo al Sig. Residente riusciti inutili gli antecedenti tentativi, nei quali chiedeva simili facoltà durabili per un quinquennio, ha immaginato presentemente di cambiar stile, e tentar di sorprendere col domandare le facoltà non ad un lungo spazio di anni, ma ad un determinato numero di casi71.
Nel fare però adesso una simile domanda ha cercato di ampliarla a tutti i gradi maggiori, non escluso quello del Primo di Affinità; cosicché il Vescovo di Culma venisse abilitato ad accordare Dispense in qualsiasi grado senza aver mai bisogno di ricorrere alla Sede Apostolica.
Ogniun vede facilissimamente, che il nuovo tentativo del Sig. Residente sarebbe diretto a far sì, che i Vescovi del Dominio Prussiano avessero a poco a poco la massima parte dell'Apostolica facoltà72; mentre quando vedesse Egli esaudita la Istanza del Vescovo di Culma, non tarderebbe a presentare di mano in mano Istanze uguali per ciascuno degli altri Vescovi; e Sua Santità dopo averle accordate ad uno non potrebbe esimersi dal concederle ad altri Vescovi. Di più, ottenuta che avessero la prima Grazia, chiederebbero successivamente le Proroghe, alle quali sarebbe difficilissimo il ricusarsi.
Troppo è manifesto il disegno del Sig. Residente, che non abbia dai Sudditi Prussiani il bisogno di ricorrere a Roma73. L'Istanza del vescovo di Kulm venne discussa all'inizio di agosto dal S.Uffizio alla presenza, come solito, del Papa74. La maggioranza dei cardinali espresse un parere sfavorevole e Di Pietro ribadì in una nota a Consalvi l'urgenza di negare le facoltà richieste75.

Si trattava di una questione capitale: difendere le prerogative di Roma e la centralità del suo potere nel mondo cattolico. Assicurarsi la sottomissione dei vescovi e opporsi alla politica episcopale prussiana. Consalvi però comprese che bisognava raggiungere un compromesso senza opporre un rifiuto drastico alle richieste avanzate. Come si era dovuto fare molto spesso negli ultimi anni, occorreva concedere qualcosa76. Ecco quindi cosa fu concesso: si decise di seguire l'esempio delle facoltà accordate nel 1803 al vescovo di Posnania, Raczynski, di dispensare solo in dieci casi dall'impedimento del II grado di affinità e parentela77. Humboldt accettò il compromesso, ma nello stesso periodo il domenicano Angelo Maria Merenda, consultore e commissario del S.Uffizio, stese una memoria su «Culma» per riepilogare i fatti e indicare le conclusioni definitive della Curia78. Questo documento affrontava in parte delle questioni tecniche di rilievo minore, ma riassumeva anche le più recenti strategie prussiane in materia di facoltà vescovili e riproponeva questioni importanti. Ecco cosa scriveva Merenda: «sin dal principio del presente Pontificato furono fatte per parte del Re di Prussia dal suo residente qui in Roma premurose istanze affinché a tutti i Vescovi compresi ne' vasti suoi Stati si accordassero facoltà straordinarie, e illimitate in riguardo specialmente alle Materie Matrimoniali»79. Il Papa non le aveva concesse e in seguito Humboldt aveva cambiato tattica, domandando per ogni singolo vescovo, mano a mano, delle singole concessioni. Questo avvenne a favore del vescovo di Breslavia e del vescovo di Posnania80. «[...] Dal progresso di queste particolari istanze pei Vescovi particolari si dubitò, che si mirasse per tal via di ottenere quel, che da principio si era negato facendo conseguire di mano in mano a ciascun Vescovo quella grazia, che richiesta per tutti non si era stimato di accordare». Un dubbio legittimo.

Fu in questo periodo che Humboldt inoltrò l'istanza del vescovo di Kulm.

Angelo M. Merenda proseguiva, entrando nel merito delle questioni tecniche sulle quali era stato richiesto il suo parere:

[...] ad una dimanda così estesa, e straordinaria ha stimato bene Sua Santità di non dover annuire essendo affatto senza esempio una concessione sì ampia per i vescovi dimoranti in Europa, su di che rimasto in parte persuaso il Sig. residente ha ora ristretta la sua domanda al solo primo capo, al secondo grado cioè di consanguinità [sic] e di affinità e per soli 10 casi ad triennium. E quantunque qui pure abbia provato N.S. dell'amarezza a condiscendere, perché viene in tal modo ad avverarsi, che la concessione da principio negata in comune ai Vescovi del Dominio Prussiano viene con questi parziali rescritti a conseguirsi da ciascuno in particolare, nondimeno [...] Ha stimato S.S. di dover propendere per la grazia sotto le condizioni però, che furono apposte per il vescovo di Posnania nel poi anzi accennato rescritto della S. Penitenziaria. Fra' le dette condizioni vi è la seguente: «si praevideris, quod ex negata, aut prolata in longum tempus dispensatione periculum subsit, ne alterutra pars a Catholica religione desciscat».

Non è piaciuta una tal ristrettiva al Sig. residente ed ha perciò insistito, ed insiste perché sia tolta81.

Era chiaro che, raggiunto ormai un accordo con Humboldt, rimaneva un dissidio solo sulla questione delle clausole, o «condizioni». Una volta superato questo dissidio accogliendo i suggerimenti di Merenda, il decreto venne emanato dal S. Uffizio82. Ma Consalvi non l'accettò: sapeva bene che Berlino non riconosceva a questa Congregazione alcuna autorità sugli Stati prussiani. Decise perciò che il decreto fosse emanato da Propaganda Fide83. Quindi lo inoltrò a Humboldt, con una considerazione che scaturiva necessariamente dal giro di consultazioni, memorie, note e documenti d'archivio degli ultimi due mesi e che citava quasi alla lettera le parole di Merenda:

[...] essendosi stata avanzata fin dal principio del Suo Pontificato dal Residente della Real Corte di Prussia una istanza, in cui si chiedevano delle facoltà straordinarie in favore di tutti i Vescovi di quel Dominio, istanza, a cui per le ragioni comunicate dal Sottoscritto con sua Nota al detto Sig. Residente, non poté il Santo Padre prestarsi nel modo, che si bramava; per le ragioni medesime non si vedrebbe in grado la Santità Sua di aderire in altra forma a mano a mano alle individuali petizioni dello stesso genere dei detti Vescovi, giacché verrebbe in tal caso ad accordare in specie quello, a cui giustamente in genere si trova di non aver potuto corrispondere84.

La facoltà al vescovo di Kulm era concessa in questi termini:

[...] facultatem ad decem tantum casus, et ad triennium restrictam dispensandi in secundo Gradu consanguinitatis, vel affinitatis tam simplici, quam mixto cum tertio, et quarto dummodo non attingat primum pro Matrimoniis a Catholicis inter se contractis, vel contrahendi intra limites sue [sic] Diocesis, quatenus urgens concurrat necessitas85.

La pratica di Kulm divenne un precedente fondamentale e non mancò di influenzare quelle successive86.

3.2. I matrimoni

Dalla lunga serie di dispense di matrimonio curate da Humboldt emergono due dati evidenti: 1) le autorità prussiane (come si è visto nell'Istruzione e nel caso del vescovo di Kulm) non riconoscevano l'autorità del S. Uffizio e non tolleravano le clausole aggiunte da questo e da altri istituti pontifici alle dispense concesse; 2) si stava approfondendo il contrasto tra la concezione dell'istituto matrimoniale nel diritto germanico e la tradizione giuridica romana. Su quest'ultimo punto la divergenza era sempre più marcata: riguardo al matrimonio e al divorzio si andava affermando nel diritto tedesco una concezione che divideva il primo in due fasi distinte, un patto civile e un sacramento religioso, preludendo alla separazione dell'istituto civile da quello religioso87. A questa tendenza progressiva rispondeva la tradizione romana: l'8 ottobre 1803 Pio VII emanò un Breve, l'Etsi fraternitatis, che riconduceva la concezione romana del diritto matrimoniale ai dogmi del Concilio di Trento e alle formulazioni di Benedetto XIV nel De synodo diocesana libri tredecim88. Il Breve riguardava i matrimoni misti e il divorzio tra persone di religione diversa. Su questi argomenti si discusse anche durante le trattative concordatarie di Vienna e nelle conferenze sul progetto di Concordato presentato dal Reichsreferendar Frank89. Nella Riflessione generale sulle conferenze elaborata dalla Congregazione romana sugli affari tedeschi si diceva a proposito del divorzio:

che nei casi di separazione in matrimoni misti il querelante debba seguire il foro del querelato90 e che questi [i divorzi] debbano essere discussi davanti al vescovo se la parte querelata è cattolica, o davanti al giudice protestante se la  parte querelata è un eretico, contraddice la disciplina generale della Chiesa e il decreto dogmatico del Concilio di Trento91, dove viene definito: «Causas matrimoniales spectare ad iudices ecclesiasticos». La Chiesa cattolica custodì questo diritto esclusivo sempre così gelosamente da volere che il giudice secolare, in una separazione matrimoniale che conseguisse dalla discussione nel tribunale laico della questione della dote o di un altro analogo argomento temporale, sospendesse il proprio giudizio e rimettesse la nuova questione al tribunale ecclesiastico92.

Le autorità pontificie rimanevano perciò ancorate alle proprie concezioni giuridiche.

Per quanto riguarda il primo punto alcuni casi illustrano la difficoltà dei rapporti con la Curia romana.

Nel gennaio del 1803 Humboldt chiese un incontro a Consalvi per discutere due suppliche prussiane di un'epoca anteriore al suo accreditamento a Roma. Quindi gli sottopose due note che a suo tempo Uhden, il suo predecessore, aveva spedito al Segretario di Stato93. La prima risaliva al dicembre 180194 e riguardava due sudditi della diocesi di Breslavia, Baldassarre Lehnardt e Rosina Glatzkin. Vincolati dall'impedimento del primo grado di affinità, avevano ricevuto dal Papa la dispensa che permetteva loro di sposarsi. Ma poco dopo Uhden era stato avvisato dal cardinale pro-datario che la Congregazione del S. Uffizio si era interessata al caso. Rosina Glatzkin era di confessione protestante ed era quindi necessario che la dispensa di matrimonio fosse redatta dal S. Uffizio. La dispensa venne inoltrata a Berlino, ma le autorità prussiane non ritennero di accettarla:

[...] la desiderata dispensa non è stata accordata che sotto la condizione, che la donna abiuri la sua confessione, concepita in queste parole: «abjurata per mulierem haeresi»; condizione interamente inconciliabile coi principi di libertà di coscienza [...] Concedendo Sua Maestà ai Suoi Sudditi tutti, senz'eccezione, la libertà di coscienza, Ella non permetterà mai, né che un Cattolico sia forzato a convertirsi ad un'altra confessione, mà [sic] neppure che un protestante o acattolico venga costretto o obbligato sotto qualunque siasi pretesto, di abbandonare la sua, e di entrare nella Cattolica communione. In conseguenza di questi principi, ed in virtù dell'autorità Sovrana è stato levato il vincolo della condizione espressa nel summentovato Decreto di Dispensa, rimettendo al proprio libero arbitrio della nominata donna, di abbracciare o no la Cattolica religione95.

In sostanza Uhden aveva comunicato un diniego drastico e incondizionato della clausola del S. Uffizio. Si sperava che l'affare fungesse da precedente e che simili clausole non venissero più poste. Invece accadde di nuovo. Nel settembre del 1802 Uhden fu costretto a rivolgersi ancora a Consalvi riguardo a un caso analogo. Si trattava di Giacomo Garg, vedovo cattolico, che intendeva sposare la sorella di sua moglie, Anche questa volta venne posta una condizione, la seguente: «dummodo ambo sint catholici». E anche questa volta Berlino si rifiutò di applicarla, assumendo una posizione ancora più perentoria: «[...] inoltre, per Ordine espresso e in Nome di Sua Maestà, il Residente dichiara che Sua Maestà il Re non vuole, che l'Inquisizione della S. Romana Chiesa si permetta alcuna ingerenza negli Stati o negli affari dei Sudditi di Sua Maestà»96.

A Humboldt non restava che portare a termine le trattative ottenendo la soppressione delle due clausole. Si incontrò con Consalvi, gli spedì una lettera in cui ribadiva con più tatto i concetti espressi da Uhden97 e una seconda con cui sollecitava il rilascio della dispensa98. Pochi giorni dopo ricevette una nota di Consalvi in cui si diceva: «[...] rileverà il Sig. Residente dalla lettura del medesimo [decreto], che si sono omesse le condizioni abjurata prius Haeresi, e dummodo ambo sint Catholici, ed anche non si è fatto che sia munita di giuramento la promessa riguardante l'educazione della prole. Più di così non si può fare»99. Sembrava un successo di buon auspicio per Humboldt, benché il grosso del lavoro lo avesse fatto Uhden100.

Ma un caso successivo non si risolse altrettanto favorevolmente. Nel gennaio del 1805 Humboldt inoltrò al Segretario di Stato una memoria di Georg Schrimmer, un cattolico di Posen che intendeva sposare la cugina «non cattolica». A questa accludeva un certificato del vescovo di Posen in cui si prospettava il pericolo di abbandono della religione cattolica nell'eventualità che la dispensa non fosse stata accordata101. Raccomandando l'affare, Humboldt sottolineava due aspetti. Il primo era questo: «la condizione che tutti i figli vengano allevati nella religione Cattolica non trova alcuna difficoltà in questo caso particolare»102. Il secondo aspetto riguardava l'ormai nota clausola sulla conversione della parte non cattolica al cattolicesimo, e Humboldt ribadiva la necessità di non inserirla nel testo della dispensa103. In conclusione si dichiarava fiducioso che il tribunale della Penitenziaria avrebbe concesso la dispensa (ricordiamo che in quel periodo Pio VII era a Parigi per l'incoronazione imperiale di Napoleone). Consalvi discusse l'affare con il Commissario del S. Uffizio, e con un consigliere, l'abate Baldini104, e fece poi sapere al residente prussiano che quasi certamente il S. Uffizio non avrebbe accolto la supplica. Non fece allusione alla Penitenziaria. Humboldt chiese quindi che il corso dell'affare venisse interrotto e che Malvasia, l'Assessore del S. Uffizio, aspettasse a sottoporlo al giudizio della sua Congregazione. Due mesi dopo lo sollevò di nuovo rifiutandosi di inoltrare un nuovo certificato del vescovo di Posen (come richiesto da Consalvi) e proponendo una soluzione diversa: se la Curia non era disposta a concedere la dispensa poteva almeno darne facoltà al vescovo, che si sarebbe regolato secondo la propria coscienza105. Ma Consalvi comunicò a Humboldt, questa volta ufficialmente, che il S. Uffizio aveva assunto una posizione intransigente, negativa, riguardo alla richiesta di Schrimmer, anche perché il certificato del vescovo di Posen non era stato ritenuto esauriente sui particolari del caso106.

3.3. Gli annullamenti di matrimonio

Durante la guerra Elisabeth Psarska, della diocesi di Breslavia, si rifugiò nella casa di Adam Krenski, un infermo, e accettò di sposarlo. A quanto pare si trattava di un'unione fragile, a cui la donna acconsentì più per la necessità di essere protetta e mantenuta che per un effettivo desiderio. Si pentì del proprio gesto. Poco tempo dopo si rivolse al vescovo per chiedere l'annullamento del matrimonio. Il vescovo però considerò l'unione legale e, preso atto di tre sentenze processuali che provavano la non avvenuta consumazione del matrimonio, si limitò a separare i due coniugi «a thoro et mensa». La Chiesa cattolica li dispensava dal dormire e dal mangiare assieme. Ad Elisabeth non rimase che implorare la grazia di Sua Santità per una dispensa «super matrimonio rato, sed non consummato». Fu così che nel 1803 la sua supplica giunse a Roma, e a Humboldt. Il quale riassunse gli avvenimenti a Consalvi e sottolineò il fatto che l'unico ostacolo all'annullamento di questo matrimonio era di carattere religioso, visto che le leggi prussiane consentivano il procedimento107. Consalvi gli rispose che per il momento il Papa rifiutava di concedere la grazia e che la pratica sarebbe stata riesaminata solo dopo la visione di un estratto delle tre sentenze, del processo condotto dal vescovo di Breslavia e di un certificato firmato dal vescovo108. Qualche mese dopo Humboldt fece avere al Segretario di Stato un certificato del vescovo in cui si precisava il contenuto delle tre sentenze e la prova della non consumazione109. Fu a questo punto che Consalvi gli spedì una nota particolareggiata in cui lamentava la mancata spedizione degli atti delle sentenze, o almeno di parte di essi, o almeno di un certificato vescovile che li riassumesse110. L'attestato vescovile allegato da Humboldt nella sua ultima nota non era ritenuto sufficiente, perché vi si affermava solo che il matrimonio di Elisabeth Psarska era stato dichiarato nullo quo ad effectus civiles (secondo il diritto prussiano) ma valido in facie Ecclesiae. E dei 56 fogli degli atti processuali non era stata acclusa alcuna copia. Consalvi non riteneva sufficienti i documenti allegati per attestare la non consumazione del matrimonio ma concludeva in modo inaspettato:

[...] bramoso però il S.P. di secondare per quanto gli sia possibile le rispettabilissime premure di Sua Maestà Prussiana, e di facilitare con ogni maggior speditezza il conveniente termine dell'affare, indurrassi in questo caso per specialissima grazia a communicare all'anzidetto Monsignore Vescovo di Breslavia le facoltà necessarie ed opportune, affinché quando rimanga con legittime prove autenticamente verificata la supposta non consumazione del Matrimonio, possa egli con Delegata Apostolica Autorità concedere a nome della Santa Sede l'implorata Dispensa.

Dalla nota di Consalvi, dallo stile in cui era redatta (una prima parte palesemente negativa ed una conclusione tanto favorevole quanto inaspettata) emergeva l'affermazione che la dispensa veniva concessa «per specialissima grazia»: il caso non doveva costituire un precedente111. L'Istruzione per il vescovo di Breslavia comprese assieme alla delega di dispensare anche l'obbligo di convocare e interrogare di nuovo le parti in causa e i familiari112. A Humboldt non rimase che ringraziare il Papa per la concessione fatta nonostante tutti i suoi dubbi sui documenti spediti dalla Prussia113.

4. Conclusione

Occorre ricordare che la formazione intellettuale di Humboldt, il culto dell'antichità generato anche dagli assidui contatti jenesi con Schiller e Goethe nell'ultimo decennio del '700 - tutti questi fattori contribuirono decisamente a dare un valore molto più che politico al suo soggiorno romano. Così a Roma Humboldt fece progressi nella raccolta di materiale per i suoi futuri studi linguistici114, si impegnò nella produzione letteraria e scientifica115 e soprattutto diede vita, nella sua casa, al luogo d'incontro privilegiato della comunità tedesca romana. Viaggiatori di passaggio, diplomatici, ma più che altro artisti ed eruditi - questi furono i suoi ospiti abituali116. Dunque il rapporto di Humboldt con Roma fu splendido. Gli anni che vi trascorse ricchi di esperienze professionali e culturali. L'approfondimento dello studio del linguaggio e la sfera dei rapporti sociali gli permisero di raccogliere materiale e spunti considerevoli, anche se poi furono le sue ore solitarie a produrre le idee e i sentimenti più importanti. Questa fu senza dubbio una caratteristica essenziale del suo soggiorno romano. Né fu mai troppo inquieto per la lentezza con cui procedevano i suoi studi. Come scrisse a Wolf, «[...] il piacere è leggere e studiare. I libri si dovrebbero fare come le donne fanno i bambini, vale a dire quando la natura li spinge fuori»117.

Questa fertile solitudine fu il risultato dell'incontro tra Humboldt, il suo modo di vedere e sentire il mondo circostante, e la città, che lo affascinò fin dal primo momento. Ecco cosa scrisse a Karl Gustav von Brinkmann alcuni mesi dopo il proprio arrivo: «[...] Roma è un deserto, caro Brinkmann, ma il più bello, il più sublime, il più avvincente che abbia mai visto. Roma è fatta solo per pochi e solo per i migliori, ma colui, cui essa parla al cuore, trova qui un mondo»118.

Il passo di un'altra sua lettera a Christine Reinhard-Reimarus illustra con chiarezza il rapporto di Humboldt con Roma:

[...] soprattutto amo occuparmi in solitudine degli oggetti che sempre e ovunque mi attirano; e dovrebbe vedere come si può godere la solitudine a Roma, cosa si provi. Non intendo dire unicamente che non si viene mai privati dei propri piaceri, mai costretti ad abbandonarli; esistono oltre a ciò degli oggetti che grazie alla loro natura interna, al loro spirito e al cuore dispongono l'animo alla solitudine, suscitano le idee e i sentimenti che essa nutre e alimenta, e se devo nominare delle città che permettono ciò in massimo grado, queste sono Roma e Parigi119.

Tuttavia in questa città Humboldt visse anche momenti tragici. Vi morirono i suoi due figli, Wilhelm e Gustav. Il primo fu tra le 15-18.000 vittime causate da un'epidemia di febbre maligna esplosa a Roma e nel Lazio tra l'estate e l'inverno del 1803120, il secondo morì nel 1807 dopo appena un anno di vita121.

Per questa serie di motivi, per i ricordi e i sentimenti che la città gli doveva suscitare, lasciare Roma nell'ottobre del 1808 fu per Humboldt un sacrificio immane.

Da un anno a quella parte una teoria di inutili trattative tra le autorità romane e quelle francesi e una crescente tensione tra le due parti gli avevano fatto capire che il destino della città e dello Stato Pontificio era segnato. Aveva visto le truppe francesi entrare a Roma, osservato e riferito i progressi dell'occupazione militare e amministrativa della città122. Il Papa e la corte pontificia non esistevano più come interlocutori politici, perciò il Ministro Plenipotenziario prussiano doveva partire. Humboldt ormai era destinato ad altri incarichi e a Berlino erano molto soddisfatti del suo operato, ma fece di tutto per restare in Italia. Uno dei suoi ultimi tentativi, di fronte all'evidenza del disastro pontificio, fu di suggerire al suo superiore che lo si accreditasse presso Giuseppe Bonaparte, re di Napoli123. Arrivato in Germania, attese che gli eventi italiani gli suggerissero una progetto d'azione e soprattutto che la corte prussiana prendesse una decisione riguardo al suo futuro. Quale sarebbe stato? Certamente lo attendevano nuovi incarichi e una fulgida carriera politica, ma Humboldt non aveva cambiato l'opinione espressa anni prima a Madame de Staël riguardo a tutto questo: la carriera non lo interessava, desiderava solo la pace e la serenità degli anni romani. Non era semplice ottenerle. Humboldt temeva soprattutto che a Berlino addebitassero il suo comportamento a uno scarso attaccamento alla patria, il che gli avrebbe creato una pessima reputazione124. Ma soprattutto, fu il corso degli eventi che non lo aiutò: il ministro Goltz lo informò che intendeva sopprimere la legazione prussiana presso la Santa Sede125; infine, nel luglio 1809, Pio VII venne deportato a Savona e lo Stato Pontificio soppresso a tutti gli effetti. Nel frattempo fu discussa e approvata la nomina di Humboldt a direttore della sezione del Culto e della Pubblica Istruzione del ministero degli Interni126. Così non gli restò che volgere definitivamente le spalle a un periodo della sua vita.

Il soggiorno romano di Wilhelm von Humboldt si concluse dopo sei anni densi di avvenimenti storici e politici, ricchi di vicende personali, di incontri. Furono anni vissuti intensamente e Humboldt non fece più ritorno in Italia. Roma influì con prepotenza sulla sua personalità. Le sue riflessioni sulla città espresse nelle lettere testimoniano uno stato d'animo di perenne eccitazione intellettuale, originata non dagli uomini o dagli eventi romani ma proprio dagli «oggetti», come si è visto, dalle rovine e dal paesaggio. Sono poche le città in grado di esercitare un fascino simile. Roma doveva davvero apparire ai viaggiatori come un tempio antico sopravvissuto alle epoche e ancora in piedi nella desolazione della modernità. Humboldt ebbe il privilegio di viverci, di conoscerla e insieme di maturarvi.

A questo si aggiunge il giudizio dello storico sul suo operato. L'analisi ha cercato di illuminare le capacità di quest'uomo che elevò la legazione romana a una dignità politica mai conosciuta prima, e soprattutto l'importanza dello spunto biografico per aprire un varco di conoscenza in un'epoca decisiva della storia moderna.

Note

* Questo articolo è l'approfondimento di alcuni temi affrontati nella tesi di laurea «Il soggiorno romano di W. von Humboldt» (relatore dott.ssa S. Nanni, correlatore dott. L. Cajani, Dipartimento di studi storici dal Medioevo all'età contemporanea, Università di Roma «La Sapienza», a. a. 1992/93).

1. Cfr. il dispaccio spedito alla corte prussiana il 3/12/1802, in H. Granier, Preussen und die katholische Kirche seit 1640. Nach den Acten des Geheimen Staatsarchives. Teil 8 und 9. Von 1803 bis 1807 ('Publikationen aus den K. preussischen Staatsarchiven'), Leipzig, 1902, vol. VIII, n. 499, p. 678. Sulla vita di Humboldt (1767-1835) cfr. le seguenti opere biografiche e introduttive: P. Berglar, Wilhelm von Humboldt in Selbstzeugnissen und Bilddokumenten, Reinbeck bei Hamburg, 1970; T. Borsche, Wilhelm von Humboldt, München, 1990; B. Gebhardt, Wilhelm von Humboldt als Staatsman, Stuttgart, 2 voll., 1896-1899; R. Haym, Wilhelm von Humboldt. Lebensbild und Charakteristik, Berlin, 1856; O. Harnack, Wilhelm von Humboldt, Berlin, 1913; S.A. Kaehler, Wilhelm von Humboldt und der Staat, München und Berlin, 1927; H. Scurla, Wilhelm von Humboldt. Werden und Wirken, Berlin, 1970; P. Sweet, Wilhelm von Humboldt: A Biography, Ohio Un. Press, 2 voll., 1978-1980.

2. Per un quadro generale del periodo cfr. G. Candeloro, Storia dell'Italia moderna, vol. I, Le origini del Risorgimento, Milano, 19924, pp. 290-377. Per gli obiettivi napoleonici in Italia cfr. G. Galasso, Das italienische Staatensystem in der Politik Napoleons, in Deutschland und Italien im Zeitalter Napoleons, deutsch-italienisches Historikertreffen in Mainz 29. Mai-1. Juni 1975, a cura di A. von Reden-Dohna, Wiesbaden, 1979, p. 83.

3. Cfr. J. Leflon, Storia della Chiesa. Dalle origini ai nostri giorni, vol. XX/1, La crisi rivoluzionaria (1789-1815), Torino, 1971, p. 406. L'art. 7 del trattato di pace affermava: « [...] si è convenuto tra S.M. l'imperatore e re, tanto a suo nome che a quello dell'impero germanico, e la repubblica francese, che, in conformità dei principi formalmente stabiliti al congresso di Rastadt, l'impero sarà tenuto a donare ai prìncipi ereditari spossessati sulla riva sinistra del Reno un risarcimento che sarà preso in seno al detto impero secondo gli arrangiamenti che, su queste basi, verranno successivamente determinati», cit. in I. Rinieri, Le cause della secolarizzazione dei beni ecclesiastici della Germania, in «Civiltà Cattolica» 56 (1905), vol. II, p. 160, nota 1.

4. Cfr. M. Braubach, Von der Französischen Revolution bis zum Wiener Kongreß, in Gebhardt, Handbuch der deutschen Geschichte, Stuttgart, 1963, vol. III, pp. 28-29.

5. Due anni di intense trattative precedettero il Reichsdeputationshauptschluß, e in questo periodo molti prìncipi iniziarono le secolarizzazioni nei propri territori. Per gli accordi che condussero alla ratifica finale dello Hauptschluß cfr. Rinieri, Le cause della secolarizzazione..., cit.; Il Recesso della Dieta di Ratisbona, ivi, pp. 417-434; e K.O. Freiherr von Aretin, Heiliges Römisches Reich 1776-1806, Wiesbaden, 1967, vol. I, pp. 436 ss.

6. «Il Reichsdeputationshauptschluß cancellò in totale 112 Stati dell'impero, di cui 66 ecclesiastici; circa 3 milioni di persone cambiarono la propria nazionalità, gli Stati soppressi avevano fornito 21 milioni di fiorini in entrate annuali. Prima di tutto vennero sciolti i principati ecclesiastici (due principati elettivi, un ulteriore arcivescovado, 19 vescovadi, 44 abbazie), con due eccezioni: rimasero in piedi l'Ordine Tedesco (sciolto nel 1809) e il principato elettivo del Reichserkanzler (arcicancelliere dell'impero), che venne spostato da Magonza a Ratisbona. Allo stesso tempo ebbe luogo la mediatizzazione di 41 città imperiali». R. Lill, Die Säkularisation in Deutschland, in Deutschland und Italien..., cit., p. 99.

7. «Delle quindici università cattoliche esistenti nel 1789, sopravvivevano nel 1815 solo cinque facoltà teologiche», Storia del mondo moderno, Cambridge Un. Press, vol. IX, Le guerre napoleoniche e la restaurazione (1793-1830), Milano, 1970, p. 187.

8. L'articolo 34 decretava: «tutti i beni del capitolo del duomo e i loro dignitari verranno incorporati nei beni demaniali dei vescovi e insieme ai vescovadi passano ai prìncipi ai quali questi sono stati assegnati»; gli articoli 35 e 36 riguardavano le fondazioni, le abbazie e i conventi di territori precedentemente posseduti o dei territori d'indennità e ne confermavano il possesso ai nuovi padroni. Cfr. lo «Hauptschluß der außerordentlichen Reichsdeputation», in Granier, Preussen und die katholische Kirche, cit., vol. VIII, n. 551, pp. 769-772. Per il valore storico degli articoli 34 e 35 e per il loro rapporto con le conclusioni di Lunéville cfr. Lill, Die Säkularisation in Deutschland, cit., p. 100.

9. «[...] Un abito stentato che calza a mala pena al posto del vecchio mantello di porpora ricco di ricami, uno stelo di bambù al posto dello scettro della perduta sovranità, per giunta la corona di spine dell'obbedienza: Ecce Ecclesia Germanica». J. Görres, cit. in H. Raab, Karl Theodor von Dalberg. Das Ende des Reichskirche und das Ringen um den Wiederaufbau des kirchlichen Lebens 1803-1815, in «Archiv für mittelrheinische Kirchengeschichte» 18, 1966, p. 32.

10. Cfr. la voce Staat und Souveränität in Geschichtliche Grundbegriffe.Historisches Lexikon zur politisch-sozialen Sprache in Deutschland, a cura di O. Brunner, W. Conze, R. Koselleck, Stuttgart, 1990, vol. VI, p. 11.

11. Per una storia del concetto di Stato in Germania a cavallo tra XVIII e XIX secolo cfr. ivi, pp. 1-154. Per la storia e l'evoluzione dell'impero germanico in età moderna cfr. la voce Reich,ivi, vol. V, 1984, pp. 423-508; e Aretin, Heiliges Römisches Reich, cit.

12. Geschichtliche Grundbegriffe, Staat und Souveränität, cit., p. 2.

13. Cfr. R. Belvederi, Il papato di fronte alla rivoluzione e al Congresso di Vienna (1775-1846), Bologna, 1965, p. 15.

14. La secolarizzazione di territori da sempre fedeli all'imperatore era la via maestra per l'istituzione dell'egemonia prussiana in Germania, in competizione con l'Austria e con il Reich. «Solo in un impero secolarizzato la Prussia poteva entrare in concorrenza effettiva con l'Austria; i motivi di Berlino erano perciò di natura politica, non confessionale». Lill, Die Säkularisation in Deutschland, cit., p. 96. Per la Vergrößerungspolitik prussiana cfr. anche Aretin, Heiliges Römisches Reich, cit., vol. I, p. 438. Ma senza le vittorie di Napoleone e la crescente egemonia francese in Germania, senza la singolare coincidenza dei piani del Primo Console - che mirava all'eliminazione politica dell'impero e al rafforzamento dei piccoli e medi Stände tedeschi, in modo che questi ultimi, legati alla Francia, fungessero da ago della bilancia fra Prussia e Austria - con quelli degli stessi Stati tedeschi, Berlino non sarebbe mai riuscita nei suoi intenti.

15. Il Reichsdeputationshauptschluß rafforzò la presenza prussiana nella Germania nord-occidentale. Il conte Troni, uditore della nunziatura di Baviera, nell'estate del 1802 inviò al Segretario di Stato pontificio card. Consalvi questa «Notizia statistica dei compensi del re di Prussia»: «per ciò che perde nel ducato di Gueldria, cioè il principato di Mörs e la metà del ducato di Cleves, riceve invece: 1) Il vescovado di Ildesia (Hildesheim) nel circolo della bassa Sassonia: che ha un territorio di 50 leghe quadrate, 70 m. abitanti, 8 città, 4 borghi, e circa 250 villaggi: degli abitanti il maggior numero sono luterani. Il vescovo cattolico, Mgr di Fürstenberg, ha un capitolo di 42 canonici. 2) Il vescovado di Padeborn nel circolo di Westfalia: estensione di 53 ll.qq., abitanti 100 m. con 25 città e 200 villaggi. Le rendite di questo vescovado, come quello d'Ildesia, sono di 300 m. scudi di Germania; il suo capitolo conta 24 canonici. 3) il vescovado di Münster nel circolo pure di Westfalia, che ha una supeficie di 200 ll.qq., e 350 m. abitanti. 4) Erfurt, città grande della Turingia, appartenente dal 1665 all'Elettore di Magonza: comprende 7 conventi, 1 università, 17 m. abitanti, 75 villaggi situati in fertili terre. 5) L'Eichsfeld, pure nella Turingia e appartenente pure all'Elettore moguntino: racchiude 4 città, 3 borghi, 150 villaggi, con rendita di 90 m. scudi. 6) La città imperiale di Goslar tra Ildesia e l'Eichsfeld, con due capitoli e conventi luterani: gli abitanti sfruttano le miniere abbondose di rame e di zolfo. 7) la città imperiale di Nordhausen, con 9 m. abitanti, e buon commercio. 8) Mühlhausen, altra città imperiale, con 20 villaggi, 8 m. abitanti, e 20 molini». Cit. in Rinieri, Il Recesso di Ratisbona giudicato dalla S. Sede, in «Civiltà Cattolica» 56 (1905), vol. II, p. 677, nota 2.

16. «La nomina di Humboldt rappresentò una promozione significativa della rappresentanza prussiana a Roma. Dal 1747, quando era stato nominato il primo agente ufficiale della Prussia presso la Santa Sede, sino a che Uhden [il predecessore di Humboldt] non assunse l'incarico, il posto era stato tenuto da italiani. Per la maggior parte di questo periodo i titolari avevano «vegetato nella nullità» [...] Un ruolo più ampio e attivo si preannunciava per Humboldt». Sweet, Wilhelm von Humboldt: Abiography, cit., vol. I, p. 262. Sulla rappresentanza prussiana a Roma cfr. anche F. Hanus, Die preussische Vatikangesandtschaft, 1747-1920, München, 1954.

17. Cfr. l'«Istruzione per il ciambellano von Humboldt come Nostro residente alla corte di Roma» del 22/8/1802, par. 15, in Granier, Preussen und die katholische Kirche, cit., vol. VIII, n. 473, p. 637. Ritengo che queste parole siano importanti. Chiariscono infatti gli scopi di Berlino e la luce sotto cui era visto Humboldt e inoltre contribuiscono a dissipare quella contraddizione che molti storici prussiani hanno individuato nella vita di Humboldt, contraddizione tra l'esperienza politica e quella intellettuale, che non sembrano poi così incompatibili. La questione è stata sollevata ultimamente da Borsche, Wilhelm von Humboldt, cit., p. 29 ss.

18. Le corti germaniche affidavano sempre più spesso compiti politici e soprattutto amministrativi a persone provviste di cultura e statura intellettuale: « [...] poiché era ormai alle porte in Germania l'epoca dell'interesse e dell'ascesa politica [...]. Nel ceto dei funzionari pubblici e nella sua attività, fosse anche lo Stato piccolo come il Weimar-Eisenach, si apriva per le persone colte e gli intellettuali un campo in cui Geist e Bildung potevano raggiungere l'attività operativa, l'azione». Kaehler, Wilhelm von Humboldt und der Staat, cit., p. 187.

19. Citato in Gebhardt, Wilhelm von Humboldt als Staatsmann, cit., vol. I, p. 36.

20. «Istruzione per il ciambellano von Humboldt come Nostro residente alla corte di Roma» del 22/8/1802, Granier, Preussen und die katholische Kirche, cit., vol. VIII, n. 473, p. 637 ss.

21. Con questo passo si intendeva perseguire la politica religiosa inaugurata a suo tempo da Federico il Grande, in osservanza del dettato della pace di Vestfalia, che conferiva ai sovrani la piena libertà di permettere alle confessioni religiose riconosciute nell'impero la diffusione nei propri territori. Facoltà ribadita anche nell'art. 63 del Reichsdeputationshauptschluß: «[...] il sovrano rimane perciò libero di tollerare altre comunità religiose e di concedere loro il pieno godimento dei diritti civili», ivi, vol. VIII, n. 551, p. 771.

22. Il concetto basilare era questo: « [...] Noi consideriamo il Papa come un principe temporale», perciò ogni sua intromissione non autorizzata negli affari interni, dal momento che il sovrano di confessione protestante non gli riconosceva alcuna autorità morale e spirituale nei propri riguardi, rischiava di venire considerata alla stregua di un atto di ostilità. Ivi, n. 473, par. 2, p. 631.

23. Ivi, par. 5, p. 632.

24. Par. 24. Vi si affermava che quanto riguardava l'amministrazione generale, i possessi e gli introiti dei conventi rientrava nelle competenze del re, diritto diocesano e sacramenti erano invece prerogativa del vescovo, condotti comunque «sotto la Nostra soprintendenza e direzione», mediante la quale si sarebbe vigilato anche sulla disciplina interna e sulla regola degli Ordini. In quanto ai legami tra i conventi in territorio prussiano e i generali degli Ordini che si trovavano a Roma, benché non fossero stati ancora soppressi, era comunque imperativo ridurli al minimo possibile. Ivi, pp. 641-642.

25. A questo proposito, anche in seguito a esperienze recenti (cfr. il prossimo paragrafo), il governo prussiano non riconosceva l'autorità del Sant'Uffizio. Ivi, par. 12, p. 636.

26. Ivi, par. 9, pp. 634-635.

27. Ivi, par. 6, p. 633; par. 11, pp. 635-636; par. 15, p. 637. Non c'è ombra di dubbio che i punti 1. e 2. destassero le maggiori preoccupazioni nel governo. Qualsiasi atto che inquadrasse in modo definitivo i rapporti tra i due Stati e le prerogative della Chiesa cattolica in Prussia era considerato con sospetto, e gran parte dell'attività di Humboldt negli anni a venire avrebbe riguardato le trattative per un Concordato tedesco generale destinate ad aprirsi di lì a poco in Germania sotto lo sguardo di Napoleone. La Prussia non avrebbe mai ammesso né un Concordato nazionale, né tantomeno un Concordato germanico che la coinvolgesse in quanto membro dell'impero. Allo stesso modo la nomina di nunzi o legati papali, come quella di vicari apostolici, e ancora il conferimento a prelati stranieri di mansioni negli Stati o per i sudditi prussiani: tutto ciò era da evitare con la massima cura, perché avrebbe messo in pericolo la completezza dei diritti sovrani e temporali, diritti che Berlino intendeva preservare nella loro integrità tradendo un malcelato timore (o forse più un certo fastidio) nei confronti della Santa Sede. «Noi negoziamo per la tranquillità della coscienza dei Nostri sudditi cattolici e tuttavia lasciamo negoziare a questo scopo solo quelle concessioni da parte del Papa che assolutamente non infrangano i nostri diritti maiestatici e tutte le Nostre prerogative, in particolare i Nostri diritti maiestatici circa sacra e la nostra giurisdizione ecclesiastica» (ivi, par. 6, p. 633). Il concetto era chiaro. Tuttavia con questo atteggiamento la Prussia negava alla Santa Sede una prerogativa che invece, secondo la reciprocità del diritto, sembrava legittima. Laddove il Papa avesse manifestato l'intenzione di accreditare un Nunzio presso Berlino, ciò sarebbe rientrato senza dubbio nei suoi diritti, dato che il monarca prussiano manteneva un proprio diplomatico presso la corte pontificia. Eppure la situazione non era così lineare. Un Nunzio infatti non era un semplice diplomatico. Era delegato anche a compiti religiosi: «per definizione il Nunzio è un inviato del Papa che "rappresenta il Papa e parla a nome del Papa, secondo le istruzioni che gli assegna il segretario di Stato, depositario del potere papale", un po' allo stesso modo in cui l'ambasciatore di un principe secolare rappresenta il suo sovrano, ma è diretto dal ministro degli affari esteri. La Santa Sede ha il costume di farsi rappresentare ovunque la sua presenza sia necessaria agli interessi della religione, non solo presso i prìncipi cattolici, ma anche presso i capi di Stati eretici, se essi lo consentono, a volte persino presso una nazione, un popolo (in questo caso il "delegato apostolico" è accreditato presso la Chiesa del paese). In tutti questi casi il Papa assegna al Nunzio un carattere doppio: è un ministro incaricato di una missione diplomatica, ma ha anche, per delega, giurisdizione sui cattolici del paese in cui risiede» (A. Latreille, Napoléon et le Sainte Siège: l'ambassade du cardinal Fesch à Rome (1803-1808), Paris, 1935, p. 154).

28. Questo compito consisteva nell'«osservare il corso degli affari della Chiesa cattolica in generale, in particolare in Italia, il sistema della corte romana in quanto potenza gerarchica, e l'attività e i movimenti degli ex gesuiti». Il testo dell'Istruzione proseguiva: « [...] sarà già sufficiente un semplice riferimento agli importanti oggetti della vostra osservazione, ad esempio: da un lato i progressi dello spirito del tempo e di esso stesso quello che è bene e quello che non è bene, inoltre i progressi dell'illuminismo, della filosofia, delle scienze; gli effetti sfavorevoli di questi sul Cattolicesimo, sulla gerarchia, sul sistema monastico, la reazione dissimulata o aperta di queste vecchie forze fondate sul pregiudizio, le macchinazioni nascoste o le pubbliche offensive di queste ultime contro quelli, il rafforzamento che il sistema gerarchico spera di avere ottenuto dagli ultimi avvenimenti dell'epoca, dal Concordato della Sede romana con il governo della repubblica francese, l'attuale attività degli ex gesuiti, la loro condizione passata, le loro speranze, prospettive, piani, mezzi, macchinazioni. È per noi interessante, a tale proposito, la conoscenza adeguata di queste materie, perché si devono conoscere e bene illuminare le forze della gerarchia operanti nell'oscurità e fondate sulla credenza, al fine di respingere e rendere inefficaci i loro influssi nocivi» (Granier, Preussen und die katholische Kirche, cit., vol. VIII, n. 473, par. 15, p. 637).

29. Cfr. F. Hanus, Die preussische Vatikangesandtschaft, cit., p. 90.

30. Dalla lettera di Humboldt a Schiller del 22/10/1803, Der Briefwechsel zwischen Friedrich Schiller und Wilhelm von Humboldt, a cura di S. Seidel, Berlin, 1962, vol. II, p. 262; cit. anche in Gebhardt, Wilhelm von Humboldt als Staatsmann, cit., vol. I, p. 90. Un documento che illumina la ricezione dell'Istruzione prussiana da parte di Humboldt è il suo memoriale di politica ecclesiastica per la corte dell'Assia-Darmstadt (Gutachten al Legationsrat Schnauber, 30/7/1803, in Italien im Bannkreis Napoleons. Die römischen Gesandschaftsberichte Wilhelm von Humboldts an den Landgraf/Großherzog von Hessen-Darmstadt 1803-1809, bearb. von E.-M. Felschow und U. Hussong, a cura di Eckhart G. Franz, Arbeiten der Hessischen Historischen Kommission, Neue Folge, Band 4, Darmstadt, 1989, 4b-4c, pp. 41-62): in sostanza una rilettura piuttosto fedele dell'Istruzione.

31. Vi fu impiegato in qualità di Referendar per pochi mesi nel 1791. Cfr. Sweet, Wilhelm von Humboldt: A biography, cit., vol. I, p. 83 ss.

32. Wilhelm von Humboldt und Frau von Staël, a cura di A. Leitzmann, in «Deutsche Rundschau» 169, 1916, p. 439.

33. Cfr. Kaehler, Wilhelm von Humboldts Anfänge im diplomatischen Dienst. Übernahme und Verlust des römischen Postens, in «Archiv für Kulturgeschichte» 13, 1917, pp. 99-100.

34. « [...] ma non mi sento privo di produttività interiore, proprio grazie alle mie occupazioni mi sono inserito in un'attività più rapida e regolare, e perciò non dispero». Humboldt a Schiller, Roma 30/4/1803, Briefwechsel, cit., vol. II, p. 239.

35. Cfr. Gebhardt, Wilhelm von Humboldt als Staatsmann, cit., vol. I, p. 88.

36. I dispacci che spedì a Berlino (parzialmente riportati da Granier, Preussen und die katholische Kirche, cit.) e soprattutto quelli spediti alla corte dell'Assia-Darmstadt (pubblicati in Italien im Bannkreis Napoleons, cit.) contengono molte informazioni sugli avvenimenti politici, militari (soprattutto) e anche sulla vita sociale degli ambienti romani.

37. Cfr. Clemens Menze, Zu Wilhelm von Humboldts römischer Zeit, in «Mitteilungen der Humboldt-Gesellschaft für Wissenschaft, Kunst und Bildung», Folge 28 (settembre 1991), p. 1014.

38. Rispettivamente in Granier, Preussen und die katholische Kirche, cit., vol. VIII, n. 511, pp. 696-697; e in Gesammelte Schriften, im Auftrag der Königlichen Preußischen Akademie der Wissenschaften, a cura di Albert Leitzmann et alii, Berlin, 1903-1936 (rist.: De Gruyter, Berlin, 1968), (d'ora in avanti HGS), vol. XVI, Politische Briefe, pp. 14-15. Cfr. anche Sweet, Wilhelm von Humboldt: A biography, cit., vol. I, p. 285.

39. Kaehler, Wilhelm von Humboldt und der Staat, cit., pp. 191-192. La questione del Concordato germanico fu al centro di un aspro contenzioso politico e di lunghe trattative che si chiusero solo con la fine dell'impero nel 1806 (ma si riaprirono subito nell'ambito del nuovo soggetto politico tedesco, il Rheinbund). Nel mondo germanico si potevano distinguere almeno tre posizioni principali: da una parte i fautori del Concordato imperiale (il Reichserkanzler e Primate della Chiesa tedesca Dalberg e per un certo periodo l'Austria, finché il suo governo non privilegiò gli interessi della monarchia absburgica rispetto a quelli della carica imperiale); dall'altra le corti cattoliche interessate a dei concordati separati con Roma (Baviera, Baden, Württemberg); infine gli Stände protestanti e la Prussia, che si opponevano sia all'ipotesi di un Reichskonkordat che a quella dei Sonderkonkordate. Tutte le corti tedesche avevano in comune un interesse fondamental e: che ai confini territoriali «nazionali» corrispondessero quelli delle diocesi nella prospettiva della formazione di una Chiesa di Stato. Questo obiettivo era perseguibile solo tramite un accordo con Roma. Per la storiografia sull'argomento (quasi sempre piuttosto datata) cfr. Aretin, Heiliges Römisches Reich 1776-1806, cit.; H. Bastgen, Dalbergs und Napoleons Kirchenpolitik in Deutschland, Veröffentlichungen der Sektion für Rechts-und Sozialwissenschaft der Görres Gesellschaft 30, 1917; J.A. Bornewasser, Kirche und Staat in Fulda unter Wilhelm Friedrich von Oranien 1802-1806, Quellen und Abhandlungen zur Geschichte der Abtei und Diözese Fulda 19, 1956; Kaehler, Wilhelm von Humboldt und der Staat, cit.; L. König, Pius VII. Die Säkularisation und das Reichskonkordat, Innsbruck, 1904; A. Latreille, Napoléon et le Saint-Siège, cit.; Id., L'église catholique et la révolution française, II vol., L'ère Napoléonienne et la crise européenne (1800-1815), Paris, 1950; Memorie del cardinale Ercole Consalvi, a cura di mons. Mario Nasalli Rocca di Corneliano, Roma, 1950; H. Raab, Karl Theodor von Dalberg. Das Ende des Reichskirche und das Ringen um den Wiederaufbau des kirchlichen Lebens 1803-1805, cit.; I. Rinieri, La diplomazia pontificia nel secolo XIX, 2 voll., Roma, 1902; Id., La secolarizzazione degli stati ecclesiastici della Germania per opera del primo console, secondo documenti inediti dell'archivio vaticano, Roma, 1906 (questo lavoro è il frutto di una serie di articoli pubblicati in precedenza: Id., La secolarizzazione degli stati ecclesiastici della Germania per opera del Primo Console, in «Civiltà Cattolica» 56 (1905), vol. I, pp. 682-697; Le cause della secolarizzazione dei beni ecclesiastici della Germania (Federico II, Giuseppe II, Bonaparte), cit.; Il Recesso della Dieta di Ratisbona (24 febbraio 1803), cit.; Il Recesso di Ratisbona giudicato dalla Santa Sede. Dagli storici tedeschi, da Adolfo Thiers, cit.; La Santa Sede e la secolarizzazione dei principati e dei beni ecclesiastici della Germania (1798-1805), ivi, vol. III, pp. 167-179; I mali effetti delle secolarizzazioni, ivi, pp. 539-559; Le fortune di un Breve pontificio all'imperatore d'Austria (1803), ivi, pp. 641-651; Di un Concordato germanico, ivi, vol. IV, pp. 146-158; Il giuseppinismo e il Concordato germanico (1803-1805), ivi, pp. 293-309; Il Concordato germanico e l'andata a Parigi di Pio VII, ivi, pp. 528-543; Dopo fallito il Concordato germanico. Epilogo, ivi, 57 (1906), vol. I, pp. 399-416); Id., Napoleone e Pio VII, Torino, 2 voll., 1906; G. Schwaiger, Die Kirchenpläne des Fürstprimas Dalberg, in «Münchener Theologischer Zeitschrift» 9, 1958, pp. 186-204; K. Walter, Hessen und die katholische Kirche von 1803 bis 1830, «Quellen und Forschungen zur hessischen Geschichte» 14, hessischer Staatsverlag 1933.

40. Cfr. Aretin, Heiliges Römisches Reich, cit., vol. I, p. 488.

41. Cfr. il rescritto a Humboldt del Dipartimento degli Esteri in data 21/1/1803, Granier, Preussen und die katholische Kirche, cit., vol. VIII, n. 528, p. 730.

42. Cfr. Walter, Hessen-Darmstadt und die katholische Kirche, cit.; Italien im Bannkreis Napoleons, cit., Einleitung; Bornewasser, Kirche und Staat in Fulda, cit. Bisogna aggiungere che l'ambizione di Humboldt era dettata anche da motivi di ordine economico. Con i nuovi incarichi infatti aumentarono anche le sue entrate. Così i 1200 talleri dell'Assia-Darmstadt e i 350 del principe d'Orange andarono ad aggiungersi a una rendita di 7000 ca. che comunque bastava appena per affrontare le spese di una città in preda all'inflazione. Cfr. Italien im Bannkreis Napoleons, Einleitung, p. 12 e la lettera della moglie di Humboldt, Caroline, al proprio padre in data 13/1/1803, in Wilhelm von Humboldt. Sein Leben und Wirken dargestellt in Briefen, Tagebüchern und Dokumenten seiner Zeit, a cura di R. Freese, Berlin, 1962, p. 462.

43. H. Brück, Geschichte der katholischen Kirche in Deutschland im neunzehnten Jahrhundert, Mainz, 1889, vol. I, p. 3, cit. da Rinieri, La secolarizzazione degli Stati ecclesiastici..., cit., p. 696.

44. Brück, Geschichte der katholischen Kirche,ibidem.

45. Nell'autunno del 1802 il Nunzio di Vienna Severoli riferì a Consalvi che a Vienna molti erano stupiti dal silenzio di Roma riguardo alle trattative in atto e al piano d'indennità presentato da Francia a Russia (lettera di Severoli a Consalvi, 19/9/1802, cit. in Rinieri, La Santa Sede e la secolarizzazione..., cit., p. 171).

46. Cfr. il parere di Consalvi citato in Rinieri, ivi, p. 172. Per questo motivo fu richiamato in Italia l'ex gesuita Jacob Anton Zallinger zum Thurm (1735-1813). In due dispacci del 17/3/1804, uno a Berlino (Granier, Preussen und die katholische Kirche, cit., vol. IX, n. 691, p. 121) e l'altro a Darmstadt (Italien im Bannkreis Napoleons, cit., n. 11, p. 75), Humboldt informò le due corti del richiamo di Zallinger da Augsburg a Roma allo scopo di affiancare al cardinale Della Genga, designato come Nunzio a Ratisbona, un esperto della situazione tedesca.

47. Cfr. Bornewasser, Kirche und Staat in Fulda, cit., p. 122.

48. Aretin sostiene che la fine della Chiesa imperiale tedesca rappresentò addirittura una vittoria per Roma (che, si dovrebbe aggiungere, non aveva mai tollerato il potere locale dei vescovi, gli stessi che ora si piegavano in Germania all'autorità dei prìncipi e degli Stati). Una vittoria della Chiesa «a-nazionale» e «sovra-nazionale», cfr. Aretin, Heiliges Römisches Reich, cit., vol. I, p. 448.

49. Per questo argomento cfr. la bibliografia sopra citata e i dispacci di Humboldt a Berlino e Darmstadt di quel periodo.

50. Cfr. quanto scrive Consalvi nelle sue memorie: «questo affare del Concordato Germanico fu dei più difficili e pericolosi per la S. Sede, per la gran lotta, a cui si trovò posta in mezzo, insorta fra la Corte di Vienna e le Potenze anzidette [le altre potenze tedesche] (sostenute dalla Francia) sul luogoe modo della trattativa, non che sulla materia della medesima. Le Potenze Germaniche dichiararono che ciascuna di esse voleva fare il suo Concordato separato, e forse ciò era, o almeno pareva essere, più utile alla S. Sede, secondo il noto proverbio del divide et impera» (Memorie, cit., p. 180). Cfr. anche Rinieri: « [...] il grande studio della congregazione dei cardinali deputati alla trattazione degli affari religiosi della Germania, versò intorno al decidere se convenisse meglio trattare i negozi in Roma, dove il Papa avrebbe chiamato i ministri dei vari Stati, o nella stessa Dieta di Ratisbona, nella quale città invierebbe un Nunzio straordinario che vi rappresentasse la S. Sede. E verso i primi del febbraio 1803, i voti della maggior parte dei cardinali propendevano verso la trattazione in Roma co' singoli ministri» (Di un Concordato germanico, cit., pp. 147-148).

51. «I Concordati fra Roma e i singoli Stati tedeschi rappresentano un tipico fenomeno della storia del XIX secolo. Il loro modello fu il Concordato tra Napoleone e la Santa Sede del 1801. Si differenziavano dai loro antecedenti dell'alto medio evo principalmente per il fatto che in questi ultimi veniva determinato quasi del tutto univocamente da parte della Chiesa, e secondo il vigente diritto ecclesiastico, cosa fosse affare della Chiesa e cosa affare dello Stato. [...] Il Concordato del XIX secolo trovò le sue radici nella concezione giusnaturalistica dello Stato, secondo cui nello Stato si davano solo associazioni religiose con cui si potevano regolare le relazioni reciproche grazie a una soluzione di compromesso - perciò la Chiesa poté mantenere in linea di principio i suoi antichi diritti ecclesiastici. Nonostante ciò il diritto ecclesiastico fu riconosciuto dallo Stato solo nella misura in cui, nel Concordato, venne assunto come diritto statale. In ogni caso, per la Chiesa il Concordato rappresentò un mezzo con cui assicurare la vita religiosa nello Stato moderno e non confessionale». (Bornewasser, Kirche und Staat in Fulda, cit., pp. 121-122).

52. Era composta da dodici cardinali (cfr. Rinieri, Le fortune di un Breve pontificio..., cit., p. 641), e comprendeva tra gli altri Antonelli, Di Pietro, Pacca, Litta, Caselli, Consalvi, mons. Della Genga (segretario) e l'abate Zallinger (cfr. Latreille, Napoleon et le Sainte-Siège, cit., p. 281, nota 2). Quest'ultimo però fu chiamato a Roma solo nel marzo del 1804, cfr. il disp. di Humboldt a Darmstadt del 17/3/1804, Italien im Bannkreis Napoleons, cit., n. 11, p. 76.

53. «Osservazioni sopra il Conclusum nella dieta di Ratisbona per servire di norma nella trattativa degli affari ecclesiastici dell'Impero Germanico addossata dal S. Padre a Monsig. Nunzio di Vienna», Archivio Segreto Vaticano (d'ora in avanti ASV), SS. Nunziatura di Germania, b. 708. Cit. anche in Rinieri, Il Recesso di Ratisbona giudicato dalla Santa Sede, cit., p. 673 ss.

54. ASV, ibidem.

55. Ibidem. A queste affermazioni segue una serie di interessanti indicazioni sullo stato degli ex-dominii della Chiesa e sui comportamenti da adottare nei singoli casi e nei singoli territori.

56. Ibidem.

57. Ibidem.

58. Ibidem. Questo passo potrebbe offrire un serio spunto per un'analisi comparata delle condizioni economiche di cattolici e protestanti nella Germania dell'epoca. Un'analisi in cui allo studio della stratificazione economica della società si aggiungesse quello delle differenze di culto e mentalità religiosa e dei rapporti di queste con le egemonie cetuali e di censo.

59. In un disp. a Schnauber del 3/12/1803 Humboldt scriveva: « [...] la corte romana persiste nel proprio sistema di negare il riconoscimento del Reichsdeputationshauptschluß anche nelle sue conseguenze meno immediate, così appena poco tempo fa ha ricusato senza mezzi termini il titolo di principe elettore dovuto al principe di Salisburgo - nominandolo semplicemente granduca d'Austria», Italien im Bannkreis Napoleons, cit., n. 6, p. 64. Lo stesso Humboldt ebbe delle difficoltà a farsi riconoscere come rappresentante diplomatico del principe d'Orange-Fulda, che aveva ottenuto titolo e territori proprio grazie al Reichsdeputationshauptschluß. Cfr. il dispaccio di Humboldt a Berlino del 27/8/1803 (Granier, Preussen und die katholische Kirche, cit., vol. IX, n. 637, pp. 35-38) e il relativo carteggio con Consalvi (ASV, SS. Segreteria di Stato, Ministri Esteri, Ministro di Prussia, b. 87, fasc.li 274, 276-279). Ancora un esempio: nel periodo delle trattative di Parigi (1804-1805) e nei mesi sucessivi «Roma aveva deciso di non concedere più dispense, non sciogliere voti, non permettere matrimoni misti», Bastgen, Dalbergs und Napoleons Kirchenpolitik, cit., p. 89.

60. Cfr. la voce Consalvi nel Dizionario biografico degli Italiani, Roma, vol. XXVIII, 1983, p. 36.

61. Cfr. Bornewasser, Kirche und Staat in Fulda, cit., p. 115.

62. Michele Di Pietro, 1747-1821. Consultore del S. Uffizio (1787). Nel 1789-1794 Segretario delle tre Congregazioni particolari che esaminarono gli atti del Sinodo di Pistoia e da cui uscì nel 1794 la bolla di condanna Auctorem fidei. Segretario della Congregazione sopra gli affari ecclesiastici e di tutte le Congregazioni particolari sul Concordato di Francia (1800). «Il D. formulò su tutte le proposte francesi giudizi generalmente assai duri, assumendo su tutte le questioni posizioni di intransigente chiusura» (voce Di Pietro, Dizionario biografico degli Italiani, cit., vol. XL, 1991, p. 246). Cardinale in pectore il 23/2/1801 (9/8/1802). Nel 1804 accompagnò Pio VII nel viaggio a Parigi. Prefetto di Propaganda Fide (1806). Professore di teologia, diritto e storia ecclesiastica presso il Collegio Romano. Cfr. ivi, pp. 245-248; e la voce Di Pietro nell'Enciclopedia Cattolica, Firenze, vol. IV, 1950.

63. Rinieri, La diplomazia pontificia, cit., vol. I, p. 68. « [...] Consalvi si rivolgeva a lui come a un valido collaboratore, così come a un giudice di cui si temeva la sentenza. Se si legge qualcuna delle innumerevoli e voluminose consultazioni che non cessa per un istante di redarre sotto Pio VII, si rimane stupiti dal lavoro che rappresentano, dal rigore teologico che le ispira, estraneo a ogni considerazione umana, dallo zelo che ne traspare...». Latreille, Napoléon et le Sainte-Siège, cit., p. 160.

64. Humboldt avviava una singola pratica inoltrando una richiesta a Consalvi, poi la macchina della burocrazia pontificia si metteva in moto (cfr. la lettera di Humboldt a Uhden del marzo 1803, HGS, vol. XVI, Politische Briefe, pp. 17-18). L'accesso alle «quinte» della curia romana dove eccelleva la figura di Di Pietro, ossia alla lunga teoria di consultazioni, scambi di lettere e pareri tra cardinali e prelati, gli era ovviamente precluso. Benché Humboldt le definisse «varie e numerose» (dalla lettera a Wolf del 15/4/1803, Briefe an Friedrich August Wolf, a cura di P. Mattson, Berlin-New York, 1990, p. 243), queste pratiche riguardavano quasi sempre questioni religiose da affrontare ogni volta alla stessa maniera, applicando modelli reiterati di istanza.

65. Questa almeno è l'indicazione che emerge dal fondo dell'Archivio Vaticano. Molte pratiche non richiedevano l'intervento della Segreteria di Stato. I casi in cui Humboldt si rivolse alla Segreteria possono quindi considerarsi eccezionali, resi tali dalla loro rilevanza, dalla priorità, o dal fatto che Humboldt a volte non intendeva rassegnarsi alle decisioni delle Congregazioni o dei tribunali pontifici. I casi di nomine episcopali furono i seguenti: 1) mons. Duchnowski della diocesi di Suprasl (ASV, Segreteria di Stato..., b. 87, fasc.li 221-267; Granier, Preussen und die katholische Kirche, cit., vol. IX, n. 687, pp. 109-110); 2) il prelato Luberadzki, vescovo suffraganeo destinato alla diocesi di Plock (ivi, n. 712, pp. 159-160; ASV, Segreteria di Stato..., b. 89, fasc.li 13-17); 3) l'arcivescovo di Gnesen, Raczynski, che nel 1806 ottenne da Berlino oltre alla dignità arcivescovile anche la carica di vescovo di Varsavia, ma a cui Pio VII concesse, per quest'ultimo dominio prussiano, solo il titolo di amministratore (Granier, Preussen und die katholische Kirche, cit., vol. IX, nn. 922, 923, 975, pp. 536-539 e 620-621); 4) J.W.F. von Hoenzollern, nipote del defunto principe vescovo von Hoenzollern e designato da Berlino al vescovado di Warmja (ASV, Segreteria di Stato...,b. 89, fasc.li 265-266).

66. I casi furono tre: quello di Karl von Heddesdorf, Domicellario del Capitolo di Fulda (ivi, b. 88, fasc.li 68-78; Bornewasser, Kirche und Staat in Fulda, p. 117), quello di Andreas Zech di Münster, dell'Ordine di San Giovanni di Dio (ASV, Segreteria di Stato..., b. 89, fasc.li 46-51) e l'ultimo riguardante il conte von Hartzfeld, suddiacono della cattedrale di Worms (ivi, b. 89, fasc.li 69-104).

67. Italien im Bannkreis Napoleons, cit., p. 43.

68. Ivi, Einleitung, p. 24.

69. Humboldt a Consalvi, 23/7/1804, ASV, Segreteria di Stato..., b. 88, fasc.li 112-113.

70. Di Pietro a Consalvi, 27/7/1804, ivi, fasc.li 116-117.

71. Corsivo mio.

72. Corsivo mio.

73. Corsivo mio. Di Pietro proseguiva: «la Santità Sua concede tutto giorno a tali Sudditi con Istanze del medesimo Sig. Residente le Dispense Matrimoniali in qualunque grado senza pagamento di sorte alcuna, neppure a titolo di Scrittura di Bolle, o Brevi, alle quali Sua Santità fà supplire dalla Cassa delle Componende; onde non potendosi addurre motivo del menomo dispendio de' predetti Sudditi, ancorché molti di essi non siano veramente poveri, bisogna per necessità confessare non aversi dal Sig. Residente in mira altra cosa, se non che di togliere le occasioni di aversi a ricorrere direttamente alla Sede Apostolica».

74. Cfr. le due note del Commissario del S. Uffizio a Consalvi in cui si affermava inoltre che dall'archivio della Congregazione era emerso solo un precedente, del 1767, in cui era stata concessa al vescovo di Breslavia la facoltà di «dispensare in 2 grado solo di consanguineità, o di affinità per soli cinque casi», 2/8/1804, ivi, fasc.li 118-120.

75. Di Pietro a Consalvi, 2/8/1804, ivi, fasc. 122.

76. Lo stesso intransigente Di Pietro se ne rese conto, seppure a denti stretti: « [...] il cardinal Di Pietro [...] giudica ad un tempo non senza dispiacere che per fare desistere da pressure ulteriori questo Sig. Residente di Prussia convenga lo accordare una qualche straordinaria facoltà a Mons. Vescovo di Culma, sull'esempio peraltro del quale sarà facile a persuadersi, che verranno di mano in mano a chiederle ugualmente tutti i Vescovi esistenti nel Dominio Prussiano». Di Pietro a Consalvi, 23/8/1804, ivi, fasc.li 128-129.

77. Cfr. Fr. Angelo M. Merenda dei Pred. Comm. a Consalvi, 10/9/1804, ivi, fasc.li 130-131.

78. «Memoria di Fr. Angelo M Merenda dei Pred. Comm. e Consultore», ivi, fasc.li 136-143. Su Merenda cfr. la voce omonima in Gaetano Moroni, Dizionario di Erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 109 voll., 1840-1878, Indice, vol. IV, p. 358.

79. Corsivo mio.

80. Al primo fu conferita la facoltà di dispensare dal vincolo di parentela e affinità in II grado, solo per matrimoni fra cattolici e «ad triennium per soli 20 casi», per decreto del S. Uffizio e di Propaganda; al secondo «fu risoluto da Sua Santità, che per l'organo della S. Penitenziaria gli si accordassero le facoltà per una sola volta ad un quinquennio di dispensare in dieci casi solamente dal secondo grado di consanguinità [sic], e di affinità o solo, o misto hinc inde col 3 e 4 co' Cattolici suoi Diocesani; il che fu eseguito con rescritto dei 20: Xmb. 1803». Ibidem.

81. Ibidem.

82. Cfr. la nota di Malvasia a Consalvi del 21/9/1804 a cui è acclusa una copia del rescritto; ivi, fasc. 146. Il dissidio venne superato seguendo le indicazioni di Merenda, il quale aveva già proposto ad Antonelli (Penitenziere maggiore) che quella clausola, «si praevideris, quod ex negata...», fosse sostituita dall'«altra, che è di stile in S. Uffizio "si magna urgeat necessitas"». Ma Antonelli non se ne era voluto assumere la responsabilità (cfr. Merenda a Consalvi, 10/9/1804, ivi, fasc.li 130-131). Nella sua memoria Merenda aveva riproposto la sostituzione, ritenendo più appropriato «attenersi a questi termini seguenti [si urgeat necessitas], che non appigliarsi alla ristrettiva di una sola causa particolare [si praevideris, quod...]». Con quest'ultima condizione «verrebbe almeno in parte a mancare nel suo oggetto la grazia che si accorda, se i Vescovi non fossero in libertà di usarne in tutti i casi di vero, e real bisogno, e nel concorso di tutte le cause urgenti» («Memoria», cit.). « [...] Il sopraccennato Rescritto di Posnania è forse l'unico di questo genere uscito dalla S. Penitenziaria, tribunale, che riguarda principalmente il Foro Interno, e che ha un metodo tutto suo di rescrivere, dettagliato, preciso, e qual'é [sic] necessario per la direzione delle coscienze. Per lo contrario infiniti sono i rescritti usciti dalle due Congregazioni di S. Offizio, e di Propaganda nel genere stesso. A tutti i Vescovi, e Vicarj Apostolici, Prefetti, o Superiori delle Missioni o Missionari esistenti ne' Dominj di Principi, o Infedeli, o Eretici da lunga serie di anni in qua' si accordarono rescritti facoltativi per dispensare nel secondo grado di consanguinità [sic], e di affinità, di cui ora si tratta (Ibidem)». In sostanza il frate suggeriva di venire incontro a Humboldt cambiando la clausola (ma in ragione di necessità canoniche, e non per semplice condiscendenza), e di far emanare il decreto dal S. Uffizio, o da Propaganda, ma non dalla Penitenziaria di Antonelli. Alla fine la clausola proposta da Merenda venne accolta.

83. « [...] Non attendendosi in Prussia ciò che proviene dal tribunale della Suprema Inquisizione, convien che passi la grazia per organo di altro tribunale [cancellato: "della Propaganda"] ». Consalvi a Malvasia, 21/9/1804, ivi, fasc. 150. Il rescritto venne poi spedito dall'arcivescovo di Mira, Segretario di Propaganda, a Consalvi, il 24/9/1804, ivi, fasc. 153.

84. Consalvi a Humboldt, 27/9/1804, ivi, fasc.li 156-157.

85. Copia del rescritto del 23/12/1804, ivi.

86. Cfr. la rapidità con cui esattamente un anno dopo vennero concesse le facoltà al vescovo di Breslavia. Humboldt a Consalvi, 20/6/1805, ivi, b. 89, fasc.li 18-25.

87. Cfr. le osservazioni al riguardo in Bornewasser, Kirche und Staat in Fulda, cit., pp. 116-117.

88. Cfr. B .Wüstenberg, Das Dekret Pius VII. "Etsi fraternitatis" vom 8. Oktober 1803, in «Münchener Theologischer Zeitschrift» 2 (1951), pp. 288-305; Id., Die Mischehenfrage im Breve Pius' VII. "Etsi fraternitatis", Roma, 1951.

89. Il testo del progetto è riportato da König, Pius VII. Die Säkularisation und das Reichskonkordat, cit., p. 154 ss.

90. Come si affermava nel par. 44 del progetto di Frank, ivi, pp. 163-165.

91. Sess. XXIV de reform. matrimonii.

92. König, ivi, p. 286.

93. Humboldt a Consalvi, 7/1/1803, ASV, Segreteria di Stato..., b. 87, fasc. 144 a-b, c-d.

94. Ivi, fasc. 74 a-b.

95. Dalla nota di Uhden del 9/12/1801, ivi, fasc. 74 a-b.

96. Dalla nota di Uhden del 25/9/1802, ivi, fasc. 120 a-b.

97. Humboldt a Consalvi, 7/1/1803, ivi, fasc. 144 c-d.

98. Humboldt a Consalvi, 1/2/1803, ivi, fasc. 144 e.

99. Consalvi a Humboldt, 11/2/1803, ivi, fasc. 145.

100. Circa un anno dopo gli uffici di Humboldt valsero l'esito felice di un nuovo caso. Si trattava di un suddito del principe di Fulda, Joseph Schneider, vedovo, che voleva sposare la cognata. Humboldt riuscì ad ottenere la dispensa relativa a Roma nonostante un primo rifiuto del principe vescovo di Fulda. Cfr. Bornewasser, pp. 115-116.

101. Humboldt a Consalvi, 7/1/1805, ASV, Segreteria di Stato..., b. 89, fasc. 26.

102. Humboldt a Consalvi, 8/1/1805, ivi, fasc. 28. Secondo il diritto prussiano i figli dovevano essere educati nella religione del padre, perciò in questo caso, essendo Schrimmer cattolico, non esistevano impedimenti ai precetti di Roma. Due anni prima Federico Guglielmo III aveva modificato l'assunto dell'Allgemeines Landrecht, decretando che nei matrimoni misti i figli, di entrambi i sessi, fossero educati nella religione del padre. Fino ad allora il codice aveva previsto che i maschi seguissero la religione paterna e le femmine quella della madre. Cfr. la «dichiarazione sui matrimoni misti» del 21/11/1803, Granier, Preussen und die katholische Kirche, cit., vol. IX, n. 658, p. 66.

103. Humboldt a Consalvi, 8/1/1805, ASV, Segreteria di Stato..., b. 89, fasc. 28; cfr. anche HGS, vol. XVI, p. 41.

104. Cfr. le annotazioni a margine della lettera ricevuta da Humboldt l'8/1/1805: «al P. Rmo. Comm. del S. Offizio, con cui ne parlerò» e «al Sig. Abate Baldini». ASV, Segreteria di Stato..., b. 89, fasc. 28.

105. Humboldt a Consalvi, 22/3/1805 e 27/7/1805, ivi, fasc.li 34 e 36.

106. Humboldt a Consalvi, 29/7/1805; Consalvi a Malvasia, 2/8/1805; Consalvi a Humboldt, 20/8/1805, ivi, fasc.li 38, 40, 43. Gli altri casi di istanze di matrimonio emersi dal fondo dell'Archivio Vaticano sono: quello del barone von Bergh (ivi, b. 88, fasc.li 166-170/174-185; e quelli di Matus, Ruprecht e Binnert (ivi, b. 89, fasc.li 126-156)

107. Humboldt a Consalvi, 22/4/1803, ivi, b. 87, fasc. 211. Nella nota Humboldt chiedeva che in questo caso si evitasse la procedura formale (compresa la discussione alla Congregazione del Concilio di Trento), data l'estrema povertà della ragazza, che non le consentiva di affrontare le spese processuali della Curia. Sarebbe risultato appropriato alla situazione se il Papa avesse emanato direttamente un Breve.

108. Consalvi a Humboldt, 30/4/1803, ivi, fasc.li 213-217.

109. Humboldt a Consalvi, 8/9/1803, ivi, b. 88, fasc.li 8-9.

110. Consalvi a Humboldt, 29/9/1803, ivi, fasc.li 10-12.

111. Cfr. anche la nota di Consalvi a Humboldt del 1/10/1803, a cui è accluso il decreto di dispensa per il vescovo di Breslavia e dove si afferma: «può assicurarla il sottoscritto, che questa grazia e singolarissima, e da non addursi in esempio», ivi, fasc. 15. Il concetto era espresso anche nel testo della delega papale al vescovo: «ob peculiares gravissimas circumstantias, extraordinariasque causas animun suum movente, et ex gratia specialissima in exemplum non trahenda, benigne committit Episcopo Wratislaviensi...», 30/9/1803, ivi, fasc. 25.

112. Cfr. la copia dell'Istruzione spedita da Di Pietro a Consalvi il 23/11/1803, ivi, fasc.li 24-29. Oltre alla riconvocazione delle parti fu prescritto che le parti giurassero con uno juramentum septimae manus. Humboldt si era inutilmente opposto a entrambe le misure. Riconvocare i testimoni gli era sembrato inutile, dato che lo si era già fatto. A proposito del juramentum septimae manus sostenne: « [...] nei tribunali Prussiani si è introdotta la massima di diminuire per quanto è possibile il numero dei giuramenti con la lodevole intenzione di conservare in questo modo a questa sacra istituzione tutto il rispetto che esige, e per impedire che i giuramenti siano presi troppo alla leggera», Humboldt a Consalvi, senza data, ivi, fasc.li 6-7. Ma in una lettera a Consalvi del 9/10/1803 (ivi, fasc.li 20-21) Di Pietro confermò la necessità del giuramento per provare che il matrimonio non era stato consumato.

113. Humboldt a Consalvi, 29/9/1803, ivi, fasc.li 13-14. Sul caso di Elisabeth Psarska cfr. anche Menze, Zu Wilhelm von Humboldts römischer Zeit, cit., pp. 1011-1012. L'altro caso di annullamento di matrimonio, che seguì un iter analogo, fu quello di Jacinthe Machura (ASV, Segreteria di Stato..., b. 89, fasc.li 187-218).

114. Una fonte essenziale per ricostruire gli aspetti culturali di questo periodo è il suo carteggio con F.A. Wolf (Briefe an Wolf, cit.), ricco di citazioni e spunti filologici; cfr. anche Menze, Wilhelm von Humboldt und Christian Gottlob Heyne, Ratingen, 1966 (contiene un'appendice di lettere romane di Humboldt), e le lettere di Humboldt a Brinkmann (Briefe an Karl Gustav von Brinkmann, a cura di A. Leitzmann, Leipzig, 1939) e a Schweighäuser (Briefe an Johann Gottfried Schweighäuser, a cura di A. Leitzmann, Jena, 1934). Per i suoi studi linguistici fu molto importante l'incontro con Lorenzo Hervás y Panduro (1735-1809), direttore della Biblioteca Pontificia al Quirinale. In una nota autobiografica Humboldt scrive: «a Roma egli raccolse strumenti essenziali per lo studio delle lingue americane grazie alla frequenza dell'abate Hervás, che gli fece prender copia delle grammatiche manoscritte che Hervás aveva avuto la felice idea di far compilare dagli ex-gesuiti, i quali, missionari in passato nell'America spagnola, si erano stabiliti quindi in Italia», Autobiographisches, HGS, vol. XV, pp. 525-526 (traduz. di D. Di Cesare, in Humboldt, La diversità delle lingue, a cura di D. Di Cesare, Roma-Bari, 1991, p. 300). L'Archivio Hervás - Opp. NN. 342 (olim Jap. Sin. III 9) è conservato presso l'Archivio romano della Compagnia di Gesù. Cfr. M. Battlori, El archivo lingüistico de Hervás en Roma y su reflejo en Wilhelm von Humboldt, in «Archivum Historicum Societatis Iesu» 20 (1951), pp. 59-116, ristampato in La Cultura hispano-italiana de los Jesuitas expulsos. Españoles, Hispanoamericanos, Filipinos. 1767-1814, dello stesso autore, Madrid, 1966, pp. 201-274; cfr. anche A. Tovar, The Spanish Linguist Lorenzo Hervás on the Eve of the Discovery of Indo-European, in H. Geckerle et alii (a cura di), Logos Semantikos. Studia linguistica in honorem Eugenio Coseriu, 1921-1981, vol. I, Berlin, New York, Madrid, 1981, pp. 385-394, e dello stesso autore Hervás y las lenguas de América del norte, in «Revista española de lingüistica» 11 (1981), pp. 1-11.

115. Humboldt non andò oltre l'elaborazione di alcuni frammenti, la traduzione e la composizione di poesie. Le opere furono Latium und Hellas oder Betrachtungen über das klassische Altertum (1806) e Geschichte des Verfalls und Unterganges der griechischen Freistaaten (1807-1808), HGS, vol. III, pp. 136-218. Tra le poesie (ivi, vol. IX, Gedichte der römischen Zeit, 1804-1808, pp. 15-22) la più nota fu l'elegia Rom del 1806, (ivi, pp. 23-46). Continuò la traduzione dell'Agamennone di Eschilo (1797-1816), (ivi, vol. VIII, pp. 117-230) e di alcune odi pindariche Pythia II, Olympia V, Sechsteolympische Ode (1804, ivi, pp. 92-103), Pindars zweite Pythische Ode. An Hieron, den Sieger im Wagen (20/3/1804, Freies Deutsches Hochstift, Francoforte, n. 2395; e Wilhelm von Humboldt's gesammelte Werke, a cura di C. Brandes, Berlin, 1841-1852, vol. II, p. 291 ss.). Humboldt continuò anche a lavorare ai suoi saggi sul popolo e la lingua baschi Berichtigungen und Zusätze zum ersten Abschnitte des zweiten Bandes des Mithridates über die kantabrische oder baskische Sprache (1811, HGS, vol. III, pp. 222-287), Ankündigung einer Schrift über die vaskische Sprache und Nation nebst Angabe des Gesichtspunktes und Inhalts derselben (1812, ivi, pp. 288-299), Prüfung der Untersuchungen über die Urbewohner Hispaniens vermittelst der vaskischen Sprache (1820-1821, ivi, vol. IV, pp. 57-232), Die Vasken oder Bemerkungen auf einer Reise durch Biscaya und das französische Basqenland im Frühling des Jahrs 1801 (1913, ivi, vol. XIII, pp. 1-196). Per le opere del periodo romano cfr. Sweet, Wilhelm von Humboldt: A biography, cit., vol. I, pp. 276-285.

116. Per i contatti e le relazioni sociali di Humboldt cfr. le opere seguenti: G. Costa, Giovanni Fabbroni e i fratelli Humboldt, in «Rassegna Storica del Risorgimento» 57, Roma, 1970; O. Hartwig, Vier und Siebenzig Briefe von Wilhelm von Humboldt, in «Preußische Jahrbücher» 20, 1867, pp. 43-77; W. von Humboldt, Politische Briefe, HGS, vol. XVI; Id., Briefe an Friedrich August Wolf, cit.; Id., Briefe an Christine Reinhard-Reimarus, a cura di A. Schreiber, Heidelberg, 1956; Id., Briefe an Christian Gottfried Körner, a cura di A. Leitzmann, in «Historische Studien» 367, Berlin, 1940 (Vaduz, 1965); Id., Briefe an Johann Gottfried Schweighäuser, cit.; Id., Briefe an Brinkmann, cit.; Wilhelm von Humboldt. Sein Leben und Wirken..., cit.; Wilhelm und Caroline von Humboldt in ihren Briefen, a cura di A. von Sydow, 7 voll., Berlin, 1906-1916 (sul soggiorno romano voll. 2 e 3, 1791-1810); Wilhelm von Humboldt und Frau von Staël, cit., in «Deutsche Rundschau» 169-170-171, 1916-1917; Der Briefwechsel zwischen Friedrich Schiller und Wilhelm von Humboldt, cit.; P. Mattson, Verzeichnis des Briefwechsels Wilhelm von Humboldts, 2 voll., Heidelberg, 1980; Menze, Wilhelm von Humboldt und Christian Gottlob Heyne, cit.; F. Noack, Deutsches Leben in Rom 1700 bis 1900, Stuttgart und Berlin, 1907; Id., Das deutsche Rom, Rom, Frank, 1912; Id., Das Deutschtum in Rom, Berlin und Leipzig, 2 voll., 1927; K. Simon, Gottlieb Schick und die Familie Humboldt, in «Preußiche Jahrbücher» 162, 1915; cfr. poi la lettera di Humboldt a Ludwig Ferdinand Huber del 4/2/1804 (Freies Deutsches Hochstift, Francoforte, n. 2405). Humboldt fu socio onorario dell'Accademia di S. Luca, cfr. la sua lettera a Virginio Bracci (segretario dell'Accademia) del 19/2/1805 (Accademia nazionale di S. Luca, Roma, archivio storico, autografi) e quella che ricevette da Vincenzo Camuccini il 6/3/1808 (ivi, archivio storico, b. 173, n. 97).

117. Dalla lettera dell'8/6/1805, Briefe an Wolf, cit., p. 253.

118. Dalla lettera del 22/10/1803, Briefe an Brinkmann, cit., p. 153 (citata e tradotta da Di Cesare in Humboldt, La diversità delle lingue, cit., p. 299).

119. Dalla lettera del 16/7/1803, Briefe an Christine Reinhard-Reimarus, cit., p. 104.

120. Cfr. il disp. di Humboldt a Darmstadt del 22/12/1804, Italien im Bannkreis Napoleons, cit., n. 29, p. 127. Nel giugno del 1803 Humboldt scrisse a Uhden che a Roma, nelle Congregazioni e alla Sapienza, si era presa in considerazione l'opportunità di abolire gli immondezzai e le sepolture nelle chiese, anche di disseppellire i corpi. (HGS, vol. XVI, p. 23). Pochi mesi dopo gli scrisse che solo ad Ariccia da primavera a fine settembre c'erano stati 113 morti e solo 28 nati (lettera del 15/10/1803, ivi, p. 29).

121. Entrambi i figli furono sepolti alla Piramide Cestia. Humboldt fu così il primo diplomatico protestante che si curò del cimitero degli «eretici», fino ad allora tenuto in pessime condizioni dalle autorità pontificie. Ottenne dalle medesime la promessa che avrebbero recintato il terreno, ma fu solo sotto il pontificato di Leone XII e grazie all'influenza di mons. Capaccini che il cimitero venne ampliato e migliorato. Cfr. Noack, Deutsches Leben in Rom. 1700 bis 1900, cit., p. 199.

122. Cfr. i dispacci spediti a Darmstadt, in Italien im Bannkreis Napoleons, cit.

123. Cfr. la sua lettera al Ministro degli esteri prussiano Goltz del 23/4/1808, HGS, vol. XVI, p. 64.

124. Cfr. la lettera del 12/11/1808 alla moglie, Sydow, Wilhelm und Caroline, cit., vol. III, p. 17.

125. Humboldt ne diede notizia alla moglie nella medesima lettera del 12/11/1808, ibidem.

126. Cfr. la lettera di Humboldt alla moglie del 18/12/1808, ivi, p. 48.