"Dolci maniere" e restrizioni alla mobilità
del lavoro nello Stato Pontificio:
il caso delle "setarole" di Fossombrone

di Emanuela Parisi

Alcuni recenti studi sulla politica economica dello Stato Pontificio nella seconda Restaurazione mettono in evidenza la necessità di approfondire e ridiscutere i modelli interpretativi utilizzati1. Per precisare ed arricchire la definizione delle linee generali della politica di intervento papale è forse opportuno prestare attenzione a pratiche di governo minute, a casi specifici che possano dare conto di scelte che nella sostanza richiamano quelle degli altri stati italiani o europei contemporanei, anche se i metodi adottati dalle autorità per metterle in pratica sono fortemente condizionati dalla particolarissima natura dello Stato Pontificio, e caratterizzati da una continua opera di mediazione tra istanze umanitario-religiose e posizioni più laiche e «moderne».

Il caso su cui verrà operata una esemplificazione è quello relativo ad alcune «donne setarole» di Fossombrone, manodopera specializzata addetta alla trattura della seta2, a cui, con abile e complicata manovra, le autorità riuscirono a proibire la partenza per un paese straniero. Non deve sorprendere il fatto che la manodopera femminile fosse tanto qualificata da suscitare l'interesse di mediatori stranieri3, né il fatto che alcuni aspetti della vicenda richiamino lo spionaggio industriale - la storia dell'industria della seta nell'età moderna è anche la storia della trasmissione o della mancata trasmissione di tecnologie dalle più progredite zone di produzione italiane agli altri Paesi europei4 - e, d'altra parte, la normativa che mirava a proteggere le manifatture nazionali, in particolare quella della seta, non manca di esempi. Lo Stato Pontificio, come altri Stati italiani, esportava semilavorato5, ed il tentativo di tutelare una «industria particolare dello Stato» evitando la fuoriuscita delle competenze specifiche, che a quella industria davano originalità, appare logico.

Il caso di Fossombrone risulta tuttavia di un certo interesse per alcuni aspetti particolari. La vicenda ha il suo culmine nella prima metà dell'Ottocento, epoca che vide una crescita impetuosa della produzione di semilavorato italiano6, basata su affinamenti qualitativi e progressi tecnici, ma che trasse impulso, allora e nei decenni seguenti, anche da una pressione operata sulla forza lavoro impiegata in quel segmento cruciale del ciclo di produzione della seta che, non passibile di meccanizzazioni, sarebbe sempre rimasto affidato alla manualità dell'operaia.

È tenendo presente questo contesto che, come vedremo, il modo in cui le autorità scelsero di operare assume una valenza significativa. Tra i fattori da prendere in considerazione per analizzare il caso in questione vi sono, oltre ad elementi tradizionali - quali, ad esempio, l'atteggiamento paternalistico nei confronti dei poveri - elementi «nuovi», come l'attenzione all'immagine che dello Stato Pontificio potevano avere i contemporanei, la cautela nell'adozione di misure restrittive per «la libertà del cittadino», la consapevolezza della necessità di sostenere lo sviluppo ponendo forti limitazioni alla mobilità del lavoro. La compresenza nello Stato papale dell'elemento religioso e di quello temporale - che si traduceva, nelle pratiche di governo, in un sempre mobile equilibrio fra atteggiamenti paternalistici e un modo di pensare più laico - spinse infatti le autorità a scegliere «dolci maniere» e «mezzi indiretti» per attuare un mai formalizzato provvedimento con cui, limitando la libertà dei cittadini, si tutelavano l'industria nazionale e gli interessi dei filandieri locali.

1. Un «luogo distinto e primario» in Italia e «nel Mondo»: la seta di Fossombrone

La produzione di seta greggia è attività per la quale la città di Fossombrone già nel XVIII secolo era rinomata nello Stato Pontificio e all'estero7. L'appellativo «di Fossombrone» applicato alla seta arrivò ad essere utilizzato, nell'Ottocento, per indicare, nelle principali piazze europee ed in particolare nel mercato londinese, il semilavorato prodotto anche in altre zone delle Marche8.

Nella località marchigiana, nel cui territorio si contavano, alla fine degli anni Venti dell'Ottocento, poco più di ottomila abitanti9, la lavorazione della seta aveva iniziato a sostituirsi a quella della lana - in piena decadenza nel xviii secolo - fin dal Cinquecento; la produzione di seta greggia aveva avuto in seguito un repentino sviluppo nel corso del Settecento. Superata la crisi dell'età napoleonica, quando era stata sottratta la possibilità di commerciare con l'Inghilterra, verso cui il mercato della seta greggia foresempronense era prevalentemente orientato, la produzione aveva ripreso vigore. La città era ancora, negli anni Venti dell'Ottocento, il maggior centro serico delle Marche. La Statistica Industriale e Manifatturiera del 1824 diede conto di 494 caldaie - bacinelle, attive in città, distribuite tra 19 filandai più importanti, per ciascuno dei quali si contavano tra le 8 e le 55 bacinelle e lavoravano tra i 31 e i 176 inservienti - e di diversi altri piccoli produttori. La sola trattura della seta impiegava 1710 addetti, per la maggior parte donne10; altri 378 inservienti - 350 donne e 28 fanciulli - erano impiegati nella filatura dei cascami e nella tessitura11. Di un certo interesse sembrano alcune annotazioni rilevabili dai moduli dei «quesiti, e risposte relativamente all'Industria manifatturiera» posti a ciascuno dei produttori all'atto di raccogliere i dati per la Statistica: nelle risposte date dai più importanti filandai alla domanda circa «Dove precisamente si spacciano i Prodotti della Fabbrica» si leggeva che la «seta grezza subblime [...] si spedisce interamente a Londra»12; coloro che davano conto di una produzione più limitata dichiaravano di vendere la seta sublime «in parte [...] in Paese, o in Fiera di Sinigallia a Commercianti che la spediscono a Londra»13. Gli stessi produttori, quindi, in buona parte dei casi, si occupavano della commercializzazione della seta ed intrattenevano rapporti diretti con l'estero o, quando ciò non avveniva, si avvalevano di circuiti che avevano il loro fulcro proprio in città. «Si resta meravigliati» - si leggeva in un «Rapporto» allegato ai dati rilevati nel 1824 sulla trattura della seta nella città di Fossombrone - «come nel piccolo di lei circuito possa combinarsi nel periodo di tre mesi un consumo di circa sessantamila libre di Bocci; una Fabbricazione di libre cinquantamila Seta Reale, e libre mille e cinquecento Doppi, e Fiappe, un impiego di oltre millesettecento Individui, un impronto di circa scudi cento sessantamila»14. La maggior parte della popolazione attiva della città era dunque occupata nella produzione di seta greggia15, ed il commercio di tale prodotto, che fino alla fine del XIX secolo era organizzato direttamente da Fossombrone, muoveva grossi interessi.

Nel «Rapporto» del 1824 si osservava che la rapidità dello sviluppo dei decenni precedenti aveva fatto sì che vi fossero delle disconnessioni nel processo produttivo: in particolare, alla presenza di una serie di fattori favorevoli non si affiancava, sul piano tecnico, la disponibilità di attrezzature adeguate; non era abbastanza sviluppata la lavorazione dei cascami - mancavano, perché lo fosse, cardi, telai, «incoraggiamenti» - le sete non venivano orsogliate, sarebbe stato necessario stimolare la costruzione di bigattiere - i locali attrezzati per l'allevamento dei bachi - «all'uso di Dandolo»16 e, soprattutto, vi era bisogno «di un piano, e di regolamenti diretti a stabilire un ordine più proprio per ben condurre, e con conformità le molteplici molle, che agiscono per l'andamento di questa gran Machina». Alle deficienze sul piano tecnologico si sarebbe parzialmente posto rimedio negli anni successivi: ad esempio, fu proprio a Fossombrone, che nel 1839, venne impiantata la prima filanda a vapore delle Marche ad opera dell'amministrazione della casa ducale di Leuchtemberg17, proprietaria, tra l'altro, di numerose piantagioni di gelsi in tutto il territorio circostante18. Per quanto riguarda invece le carenze sul piano normativo che impedivano il buon funzionamento della «gran Machina» fossombronate non furono approntati regolamenti diretti a stabilire l'«ordine più proprio» auspicato da coloro che avevano steso la relazione. In particolare, per quanto riguarda la trattura, non venne formalizzata alcuna disposizione tesa a regolamentare il mercato del lavoro, né si poteva contare sull'esistenza di consuetudini che fossero lascito di disposizioni statutarie di epoche precedenti. Alla rapida espansione produttiva del Settecento - che pure aveva portato alla imposizione o alla ridefinizione di diverse gabelle sulla introduzione in città e sulla vendita dei bozzoli o sulle bacinelle di trattura19 - non si era infatti accompagnata la costituzione di un'Arte della seta o di un apparato normativo relativo all'organizzazione del lavoro20. La trattura della seta, nata e disordinatamente sviluppatasi a Fossombrone all'ombra del commercio dei bozzoli, si era diffusa non nelle campagne circostanti, dove il contratto di mezzadria avrebbe garantito una qualche forma di disciplinamento della manodopera, ma nel centro urbano21.

Nella seconda metà dell'Ottocento, ferma restando la fama del prodotto fossombronate22, fu Jesi ad imporsi come capitale della seta marchigiana, grazie all'utilizzo di strutture più moderne e ad una certa duttilità che si manifestò anche con la creazione di un grande impianto per la cardatura e la filatura dei cascami23. L'industria serica di Fossombrone non riuscì invece ad allargarsi oltre la fase della trattura, ed anzi, la lavorazione dei cascami, limitatamente diffusa negli anni Venti dell'Ottocento, finì per scomparire definitivamente. L'originale figura del «mercante di seta» fossombronate degli anni Venti dell'Ottocento, si venne ridefinendo. La trattura della seta di Fossombrone prese quindi a seguire la parabola del setificio marchigiano, e, più in generale, con l'unificazione del mercato, le sorti di quella nazionale. L'ultima filanda della città cessò l'attività nel 195324.

La limpidezza dell'acqua del Metauro, cui veniva attribuita la capacità di rendere la seta particolarmente lucida, la qualità dei gelsi del territorio circostante, l'abilità della manodopera impiegata, sono tra i principali motivi - identificati come tali anche dai contemporanei25 - che fecero di Fossombrone un centro di produzione rinomato. Essi permettevano al Gonfaloniere a agli anziani della città di affermare che la località meritava «un luogo distinto e primario, non solo frà tutte le città d'Italia, ed Europa ma eziandio [...] frà tutte quelle del Mondo»26.

 2. Le «maestre più abili di tutto lo Stato»

La vicenda che qui si vuole trattare ha radici nel XVIII secolo, quando si avvia quel rapido sviluppo dovuto, come abbiamo già avuto modo di notare, alla combinazione di elementi diversi, non ultimo tra i quali il fattore umano. Anche allora vi era nei contemporanei la consapevolezza di come l'abilità della manodopera impiegata fosse uno dei fattori determinanti per la buona riuscita del prodotto. Ne avevano coscienza non solo i mercanti di seta o i governanti locali, ma anche le autorità centrali.

Quando, nel 1775, il Tesoriere generale Guglielmo Pallotta si preparava ad intraprendere il suo viaggio di ricognizione attraverso il territorio dello Stato Pontificio27, molte furono le aspettative di incoraggiamenti e di investimenti statali dei produttori foresempronensi. Secondo le parole di un osservatore contemporaneo, essi intendevano «far costare il danno e il pregiudizio che ridonda alla Santa Sede in dar via agli Inglesi le nostre sete greggie a vil prezzo, per ricomprarle poi orsogliate e lavorate a carissimo prezzo»28. Il tentativo degli intraprendenti filandai foresempronensi di acquisire il controllo di ulteriori fasi del processo produttivo con l'ausilio delle autorità, fallì29. La visita del Pallotta, le osservazioni del quale diedero origine ad una serie di non sempre felici iniziative per incentivare la manifattura della seta30, non sembra infatti avere prodotto nessun intervento di rilievo per Fossombrone o che soddisfacesse le richieste dei mercanti. Quello che tuttavia ci interessa in questa sede sottolineare è il fatto che nel diario di viaggio il Pallotta osservava che «la città di Fossombrone è assai rinomata per la bellissima seta, che si cava dai Bocci di quei Paesi». Come prima delle ragioni della «finezza e perfezione» di quella seta Pallotta indicava la buona qualità delle foglie dei mori gelsi; subito dopo il Tesoriere ricordava però anche l'abilità delle maestre: «le Donne di Fossombrone sono le maestre più abili di tutto lo Stato Pontificio per cavare la seta dai Bocci», capaci di lavorare un prodotto che, pur non arrivando alla perfezione delle sete di Torino e di Lione, era di ottima qualità31.

L'osservazione del Tesoriere Pallotta è solo uno dei molti accenni all'importante ruolo svolto dalla manodopera, ed è, tra l'altro, indicativa di come fosse stata trasmessa anche alle autorità centrali la consapevolezza del fatto che l'abilità delle maestre foresempronensi le rendeva bene prezioso. Tanto ne furono consapevoli le classi dirigenti che arrivarono ad emanare disposizioni legislative atte ad impedirne la emigrazione.

La prima di cui si abbia notizia è l'Editto del Delegato apostolico di Urbino, Gianfrancesco Stoppani, del 25 maggio 175132. L'Editto era stato originato da una supplica presentata al pontefice, il quale, nel febbraio 1751, aveva rimesso al Delegato apostolico ogni decisione in merito alle «misure» da prendersi. Questi, a sua volta, aveva emanato il provvedimento dopo avere consultato la Congregazione di Commercio di Pesaro.

L'estensore dell'editto constatava che la lavorazione della seta, fiorente nel territorio di Fossombrone, doveva essere considerata un indubbio vantaggio «del Commercio, e del Povero, che vi si applica», e allo stesso tempo manifestava il «timore, che col lasso di qualche tempo possa declinare dal suo pregio per mancanza delle Donne, che vi si impiegano», dicendosi turbato dal «sospetto, che queste possano incaminarsi fuori dello Stato Ecclesiastico». Di conseguenza, per fugare «timori» e «sospetti», sarebbe stato proibito a chiunque esercitasse la tiratura della seta di andare ad impiegarsi fuori dello Stato; per evitarne l'emigrazione, «perché può accadere che per eludere il presente divieto usino l'artifizio di colorire la loro partenza coll'assertiva di passare solamente in altri luoghi dello Stato», si dichiarava inoltre espressamente di voler proibire anche la partenza delle «filatrici»33 dalla stessa Legazione, a meno che la loro prestazione d'opera non fosse esplicitamente richiesta e documentata da parte dei fabbricanti di altri territori dello Stato Pontificio, all'interno del quale si intendeva «mantenere [...] lo scambievole reciproco commercio frà ogni luogo, e Provincia». Le pene previste per i contravventori - cento scudi romani, e, per gli uomini, il carcere e la pubblica frusta - sarebbero state estese anche ai «genitori, mariti, congiunti» che avessero in qualche modo favorito l'emigrazione delle «loro donne». Una pena di trecento scudi sarebbe stata invece comminata a mediatori o sensali che avessero operato per il «deviamento delle Donne» dallo Stato o dalla Legazione.

L'editto venne riproposto, negli stessi termini, quindici anni dopo, dal legato di Urbino, Antonio Colonna Branciforte34.

Queste disposizioni, ed i ripetuti accenni, in alcune delle fonti disponibili e nella letteratura contemporanea, ad una migrazione di manodopera35 possono far apparire il fenomeno di consistenza tale da far ipotizzare un «esodo di fanciulle da Fossombrone»36.

Che la normativa sopra citata fosse intesa a porre rimedio a una preesistente realtà migratoria di una qualche rilevanza sul piano numerico è invece fatto da dimostrare37. Si ha piuttosto l'impressione che quello di una migrazione di manodopera specializzata e del conseguente passaggio di un ricco patrimonio di conoscenze e competenze a paesi stranieri fosse un topos intorno al quale venivano a giocarsi interessi diversi e consolidati. Non sfuggiva infatti neppure all'estensore dell'Editto la possibilità che le disposizioni emanate potessero servire a «mercanti, loro Ministri, ed altri Proprietarj» ad abbassare il prezzo della manodopera, e veniva quindi ingiunto loro di «continuare tutte le solite mercedi». La normativa avrebbe potuto essere «maliziosamente» utilizzata ed arrivare a costituire una «occasione di aggravio» dello stato di «povertà» in cui versavano le maestranze.

3. La «causa dei poveri» e l'«interesse de Negozianti»

La normativa sull'emigrazione venne sottoposta all'attenzione delle autorità centrali romane nel 1805, quando il fabbricante Pietro Moci, proprietario di un filatoio di ottanta caldare38, e i «Mercanti di seta della città di Fossombrone», rappresentati dall'avvocato Pietro Renazzi, si rivolsero a Pio VII per impedire che «le Maestranze [...] sortino dalla Città [...] finché questa non resti provvista delle medesime»39. I mercanti, seguendo uno schema tipico e codificato, nella supplica si ascrivevano il merito di avere reso «l'arte [...] a perfezione» grazie alla propria opera di direzione e controllo dell'attività delle «Maestranze, e Sopraintendente», spinte da essi ad usare «la massima attenzione». Fissato il punto fondamentale, quello delle sollecitazioni e della cura da essi poste nell'organizzare l'attività produttiva e nel controllare la qualità del prodotto, i mercanti rapidamente accennavano al ruolo svolto dalla manodopera, non senza avere precisato che «con difficoltà possono aversi Donne subordinate, ed atte a tal lavoro». Essi ricordavano quindi l'importanza della sericoltura per Fossombrone - «da quest'Arte trae la sua sussistenza tutta la città» - per poi tracciare un quadro preciso di quale ne sarebbe stato il destino se l'equilibrio all'origine della combinazione dei due fattori, le proprie capacità direzionali e l'abilità della manodopera, fosse stato alterato: «mancando quest'Arte, o infiacchendosi, può assolutamente dirsi, che la Città suddetta sia un aggregato de Miserabili, niente profittevoli né a se stessi e nettampoco allo Stato, anzi di danno a quest'ultimo, che deve mantenere gente oziosa, e di niun guadagno».

Il pericolo incombente era causato proprio da quella che, nei termini della supplica, pareva essere una pericolosa tendenza della manodopera ad emigrare. Sostenevano infatti i mercanti che «da non molti anni addietro le Donne suddette si fanno lecito di apocarsi per fuori, prima che siansi provvisti delle necessarie Maestranze, e Sopraintendente i Mercanti di seta di questa Città, i quali a stento possono di esse provvedersi».

L'unico rimedio per una situazione così grave, l'unica possibilità di eliminare un «simile abuso», sarebbe stato l'intervento dell'«Autorità Sovrana», e per questa ragione i supplicanti pregavano Pio VII di «volere ordinare, che le Maestranze, e Sopraintendente di questa Città non possino apocarsi per fuori, fintanto che non siansi di esse provvisti gli Oratori», come d'altra parte era stato disposto già in passato. Era anche nell'interesse delle maestranze che Fossombrone continuasse ad essere il centro più importante della zona per la trattura della seta; le donne infatti traevano «la loro annuale sussistenza» dai lavori che seguivano la stagione della trattura. Un provvedimento che impedisse l'inopportuno allontanamento delle maestranze era inevitabile; in caso contrario «un tale opificio» in poco tempo si sarebbe ritrovato «nella totale decadenza» e questo fatto, ripetevano i mercanti, avrebbe significato «pregiudizio della Mercatura», da essi definita «unica sorgente di ricchezze, che fà fiorire lo Stato, e tiene impiegate le braccia oziose della popolazione».

Dalla Congregazione Economica, cui era stata rimessa la supplica, venne presentata a Stefano Bellini, vescovo di Fossombrone, una richiesta di chiarimenti in merito alla questione.

Con due lettere, datate 4 e 7 marzo 1805, il vescovo si rivolgeva direttamente a Giuseppe Doria Pamphili, il «tollerante cardinale»40 che aveva governato la legazione di Urbino dal dicembre 1785 al 1794, per rispondere alla richiesta di informazioni circa la supplica presentata al pontefice da parte dei mercanti di seta.

Un primo punto che è importante sottolineare è il fatto che il vescovo, nonostante fosse, come avremo modo di osservare, a conoscenza di molte delle pratiche legate alla lavorazione della seta, arrivava a dubitare dell'esistenza della normativa che limitava la mobilità delle maestre filatrici. Degli editti del 1751 e del 1766 si era perso il ricordo, e questo fatto è, con tutta probabilità, indice di una loro scarsa applicazione. Il ricorso dei mercanti era con chiarezza definito ingiusto dal vescovo, il quale, senza mezzi termini, dichiarava che «a torto si lagnano», e che non era possibile vi fosse per loro scarsità di manodopera dal momento che

di stile ordinario le fissano al loro servizio al principio dell'anno, vale a dire cinque buoni mesi prima che incominci il lavoro di tirare la seta41.

Consapevole delle pratiche che regolavano il lavorio della seta, il vescovo era a conoscenza dei ritmi che scandivano la stagione della trattura e di quali opportunità il mercato del lavoro offrisse alle filatrici. Senza manifestare alcun disagio nell'esprimere opinioni che non riguardavano la religione o la morale in senso stretto, ma più in generale i criteri di giustizia da adottarsi per regolare la vita economica, il vescovo infatti osservava:

Non pare poi cosa convenevole, che queste povere femmine debbano sempre rimanersene qui a disposizione de Paesani, sull'incertezza di restare impiegate, e molto meno poi è conforme alla giustizia l'obbligarle a rinunziare ad un maggiore guadagno, che loro venga offerto fuori di quà.                                                                                  

Pure importanti ci paiono gli accenni a quanto da egli stesso operato per fare in modo che le «povere femmine» scegliessero la destinazione più opportuna

L'anno scorso specialmente un buon numero ne fù apocato per una città di Romagna coll'allettativo di una paga vistosa; ma saputosi da me procurai di distoglierne parecchie sù riflessi morali, ed anche perché v'era passaggio di truppe [...].

Vi erano per le filatrici altre, e più opportune, occasioni di andare a lavorare fuori di Fossombrone, ma in località più vicine, ed il loro recarvisi non si sarebbe rivelato dannoso per lo Stato, ma anzi «utile»:

non credo espediente l'impedirle di portarsi a qualche città della Marca, dove è cosa utile, che s'introduca sotto la direzione di queste una più esatta tiratura della seta.

Per quanto riguardava i possibili danni che sarebbero stati arrecati ai mercanti, il vescovo negava che si potessero verificare, osservando che non vi sarebbe stato per essi alcuno svantaggio se si fosse tirata la seta anche fuori di Fossombrone perché della commercializzazione del prodotto si sarebbero comunque occupati mercanti locali, i soli, nella zona, in grado di intrattenere rapporti diretti con l'estero42.

Quanto alle filatrici poi, per loro recarsi in altre località per la stagione della trattura significava poter lavorare anche per il resto dell'anno

ho avuto motivo d'osservare un vantaggio reale per le povere femmine, che vanno altrove, ed è che con tale opportunità si procurano delle commissioni di lavori, ed al loro ritorno alla Patria portano quantità di Bavelle da pettinare, con che hanno da occuparsi, e da vivere tutto l'anno.

Testimonianza di un'opera di mediazione volta a mantenere un «giusto» equilibrio nel mercato del lavoro, le lettere del vescovo offrono utili spunti per valutare le condizioni sociali della manodopera. Di un certo rilievo sembra, in questo senso, un ulteriore richiamo alla mancanza in città di opportunità di lavoro nelle fasi del processo produttivo che seguivano i tre mesi della stagione della trattura, mancanza particolarmente grave proprio perché sui «donneschi lavori» si fondava la sussistenza delle famiglie più povere:

Mai per una vana jattanza, ma a solo fine di dare all'E.mza V.ra R.ma un adeguata idea dell'affare, di cui si tratta, le dirò, che per sovvenire le mie Famiglie bisognose, le quali d'ordinario vivono di donneschi lavori ho somministrata una sorprendente quantità di Pettini da Bavella, il lavoro dequali hò anche qui introdotto [...].

Attento alle condizioni di vita delle «sue» famiglie bisognose, il vescovo, a proposito delle motivazioni che potevano aver originato gli editti del 1751-1766 che proibivano la emigrazione delle «femmine capaci di tirare la seta», affermava di non credere che cinquanta anni prima vi fosse stato un numero di partenze tale da giustificare simili provvedimenti. Sicuro del fatto che all'epoca «la generalità del disordine» non fosse stata tale da dare «giusta materia di Legge», il vescovo escludeva che anche in seguito si fosse verificata una consistente migrazione di manodopera

Per quanto è a mia notizia le femmine Setarole di questa Provincia, cioè le più accreditate del nostro Stato, erano bensì chiamate gli anni addietro a lavorare nelle Città, e Terre della Marca, e dell'Umbria in gran numero, primaché l'arte si propagasse, come poi è seguito: ma credo poi fermamente che mai abbiano oltrepassata Faenza, e che solo per un caso rarissimo qualcuna possa avere varcati i confini della Toscana43.

Non vi erano dubbi sui reali motivi all'origine della supplica dei mercanti foresempronensi. Il loro intento era quello di «diminuire a loro talento le mercedi», e la richiesta di un intervento papale andava ignorata, dal momento che

Ristringono già abbastanza i Mercanti a modo loro le mercedi d'un arte faticosissima, ond'è piuttosto da temersi, che le povere femmine scoraggiate più non si curino d'impararla, qualora appena guadagnino il vitto per le giornate di lavoro.

Il vescovo sostanzialmente si opponeva alle richieste dei mercanti, e concludeva, cercando di chiarire la sua posizione,

Non deve recare meraviglia all'Em[inen]za V[ostra] R[everendissi]ma, che un Vescovo prenda a sostenere la causa dei poveri, ma nemmeno vorrei s'immaginasse, che intenda di pregiudicare all'interesse de Negozianti. Bramo solo la conciliazione dell'uno coll'altra [corsivo mio].

Vista l'opinione del vescovo, la Congregazione Economica stabilì di non dare alla supplica ulteriore seguito44.

4. Come conciliare, con «tenuissima spesa», la libertà dei cittadini e la tutela di un'industria particolare dello Stato

Sul finire del 1825 le filatrici di Fossombrone furono di nuovo oggetto dell'attenzione delle autorità centrali. La prospettiva di una emigrazione di manodopera specializzata, utilizzata nei decenni precedenti, come abbiamo avuto modo di osservare, come deterrente da parte dei mercanti che richiedevano una politica di restrizione della mobilità della forza lavoro, si fece reale. Il pericolo di un danno per un'industria particolare dello Stato si concretizzò con l'arrivo in città di tre «negozianti» stranieri, il maltese Giuseppe Falagna, Niccolò Miliano, di Zante, ed il bergamasco Antonio Magno. La presenza dei tre venne segnalata dal governatore di Fossombrone, Giambattista Leonardi, al legato di Pesaro il 17 novembre 182545. I tre stranieri, riferiva il governatore, si erano occupati di cercare «delle Donne atte alla filatura della seta», e, stando a quanto gli veniva riferito, ne avevano «incaparrate» circa quindici per condurle in Inghilterra.

Vi era tuttavia qualche dubbio circa la reale destinazione delle filatrici. Interrogati dal governatore, infatti, i «forestieri» non avevano precisato dove intendessero condurre le persone «fissate». Il Magno aveva un passaporto rilasciato a Milano e vidimato per Bologna; a Falagna e Miliano invece il passaporto era stato rilasciato dal console inglese in Ancona il 20 luglio46. Le filatrici «incaparrate» erano, sempre nelle parole del governatore, persone che «senza alcuna inflessione si lasciano sedurre da un apparente vantaggio presentatiglisi»; la loro decisione di partire aveva suscitato reazioni in città, ed il governatore osservava che «quasi generalmente si sentono lagnanze di questi Paesani riguardo a tale loro risoluzione, tanto più che non può immaginarsi il fine, cui potranno andar incontro». Alla preoccupazione «generalmente» diffusa circa il destino delle filatrici si affiancavano le più precise e circostanziate lamentele dei mercanti di seta: riferiva infatti il governatore che «anche li negozianti e filatori di seta si dolgono della partenza da questa città per lontani Paesi delle filatrici, rilevando ciò dannoso allo Stato, e più alla città stessa [...]».

Il rapporto del governatore di Fossombrone venne trasmesso, due soli giorni dopo - il 19 novembre - dal legato di Pesaro Benedetto Cappelletti, a Tommaso Bernetti, governatore di Roma e direttore generale di Polizia47; dopo una settimana una copia arrivava all'attenzione del camerlengo Galeffi, il quale, a sua volta, il 10 dicembre 1825, sottopose al Papa una breve relazione sull'incetta di filatrici.

Nella relazione presentata dal Galeffi a Leone XII i termini della questione si trovarono ad essere ridotti. Vi mancava un qualunque riferimento ai destini personali delle filatrici, riferimento peraltro presente negli accenni alla vaghezza del «fine cui potranno andare incontro» di cui parlava il governatore di Fossombrone. Il camerlengo infatti, nel presentare sinteticamente al pontefice il problema, così si esprimeva:

Due cose sembrano al Card. Camerlengo dover essere prese in quest'affare in considerazione. La prima è che, astrattamente parlando, non può impedirsi la libertà ai cittadini di andare dove più ad essi piaccia, senza dar motivo a querelarsi di un'arbitraria determinazione. La seconda è che, essendo la filatura delle sete, quale si pratica in Fossombrone una delle particolari dello Stato, [...] potrebbe derivare grandissimo danno alle manifatture e al commercio se questa industria per mezzo delle incettate filatrici si trasportasse in paese straniero.

Sembra importante sottolineare il fatto che non vi è traccia, nella breve relazione del camerlengo, di riferimenti alla condizione delle «povere femmine» o ai «riflessi morali» che vi sarebbero stati nella eventualità di un loro allontanamento da Fossombrone. Si trattava di «cittadini» - non di «sudditi» - dei quali sarebbe stato inopportuno limitare la libertà «di andare dove più ad essi piaccia». La decisione che spettava al pontefice prendere, ridotta ai minimi termini, veniva così presentata dal camerlengo: il papa avrebbe dovuto decidere

quale di queste due cose abbia a farsi, cioè se abbia a non impedirsi la libertà dei cittadini, ovvero abbia a permettersi che possa trasmigrare altrove un'industria particolare dello Stato.

Dal canto suo il camerlengo osservava che

lasciando trasportare altrove questa industria, il danno sarebbe pubblico, e che non permettendosi alle filatrici d'uscire di Patria il danno sarebbe solo privato: quindi dovendo sempre il bene privato cedere al pubblico non sembra poter essere tacciato di condotta arbitraria l'impedire alle sunnominate donne l'uscita dallo Stato.

Che impedire l'emigrazione delle filatrici fosse una misura inevitabile era chiaro anche al pontefice. Quello che ci pare importante però sottolineare è il modo con cui si scelse di operare. All'atteggiamento «diretto» consigliato dal camerlengo, il quale riteneva opportuno impedire la partenza delle filatrici dal momento che vi erano validi motivi per farlo - il «bene privato» deve cedere al pubblico - il papa preferì l'adozione di un modus operandi più articolato e sottile: al legato di Pesaro venne infatti ingiunto, in virtù del rescritto papale, di impedire «indirettamente ma efficacemente» la partenza delle filatrici. Quale fosse la strategia migliore da seguire era decisione che sarebbe spettato al legato prendere, «scegliendo i modi più prudenti che potrà suggerirgli la sua saviezza». Il legato - incaricato di istruire «minutamente» il governatore di Fossombrone circa la volontà del pontefice - avrebbe potuto, all'occorrenza, promettere una «gratificazione» a carico dell'erario alle filatrici che erano in procinto di partire; sarebbe stato importante però «non eccitare colla pubblicità di questa misura, qualora abbia luogo, le domande di altre che non mancherebbero di esser fatte». L'intervento delle autorità non avrebbe quindi dovuto alterare in alcun modo il sistema di equilibri su cui era fondato il modo di produzione della seta in città, creando conflitti o ponendo le premesse per future rivendicazioni da parte della manodopera, che non avrebbe dovuto prendere coscienza del proprio potere contrattuale. Al fine di evitare proprio «le domande di altre» si sarebbe potuto scegliere, nel caso di un versamento di denaro, di «fare che la detta gratificazione appaja piuttosto distribuita p[er] privata largizione dei principali fabbricatori che per pubblica Autorità». Mentre si sarebbero elaborate le strategie per impedire «indirettamente ma efficacemente» la temuta emigrazione di manodopera, il legato avrebbe dovuto prendere tempo: «Intanto trovi pretesti non per escludere affatto ma per tenere sospesa la libertà di uscire dallo Stato».

Subito dopo il Natale - il 29 dicembre - il tenore del rescritto papale venne sinteticamente comunicato al direttore generale di Polizia - «S[ua] B[eatitudine] [...] si è degnata di appigliarsi piuttosto ai modi di dolcezza che di rigore [...]. Sia alle dette filatrici vietata l'uscita dallo Stato co' mezzi indiretti anzi che coi diretti» - e, con maggiori dettagli e toni persuasivi, al legato di Pesaro. A quest'ultimo, evidentemente, il camerlengo reputava opportuno chiarire più esplicitamente i termini della questione:

Ben ella vede che l'affare è assai dilicato e che richiede molta destrezza e prudenza se vuolsi a un tempo e non legare apertamente la libertà de' sudditi ed ottenere ch'essia malgrado de' loro vantaggi non ne vogliano usare [corsivo mio].

Il 5 gennaio il legato di Pesaro già assicurava al camerlengo di aver ricevuto la comunicazione. Di lì a pochi giorni si sarebbe incontrato in Urbino col governatore di Fossobrone.

Fu solo ad aprile che il camerlengo fu in grado di comunicare al direttore di Polizia la sua soddisfazione perché la vicenda si era felicemente conclusa, e con «minima spesa»48.

L'operato del governatore di Fossombrone venne riferito con un rapporto del legato di Pesaro al camerlengo. L'incaricato dei negozianti forestieri era arrivato in città il 14 marzo per condurre all'estero «gli individui»49 che avevano «combinato il contratto», ed essi si erano presentati al governatore per chiedere i passaporti. Questi, usando l'«avvedutezza e circospezione» che gli erano state consigliate dal legato, si era adoperato per dissuaderli «con dolci maniere, e con le più convincenti persuasive». Per «far loro conoscere l'erroneità de' progetti, che si erano proposti» il governatore aveva prospettato loro «le disgrazie e i pericoli ai quali potevano andare incontro», aveva toccatola corda degli affetti familiari, come pure quella dei legami coi compaesani che si sarebbero spezzati ricordando «il dispiacere che arrecavano ai loro Parenti, ed alli stessi cittadini intraprendendo un viaggio per Paesi lontani a loro ignoti», aveva, infine, sollecitato il loro senso civico accennando al fatto che proprio in quei paesi lontani essi «andavano a portare un'industria con danno della loro Patria».

L'unica obiezione che il governatore sentì porsi - obiezione della quale in ogni caso egli non poteva non riconoscere «la ragionevolezza» - verteva sul meno nobile tema del denaro: «si limitarono ad affacciare essere costretti ad un tal passo, perché privi de' mezzi per restituire la caparra percetta, e perché avevano impegnati degl'effetti, onde effettuare l'ideato viaggio».

Da questo punto in poi l'intervento del governatore era stato effettuato in maniera certamente più discreta: egli infatti «col mezzo di persona di sua fiducia, e di qualche loro confidenza», applicando quelle cautele che già nel rescritto papale gli erano state raccomandate per non far trasparire un diretto interesse delle autorità nella faccenda, «con tutta destrezza li fece proporre se volevano obbligarsi per la filatura prossima con un negoziante di quei contorni». Dopo alcune perlessità iniziali era bastata la semplice profferta di contante per caparra ad allontanare definitivamente ogni proposito di emigrazione: nel rapporto si leggeva infatti che «Fu pertanto ad essi pagata la tenue somma di sc. quattordici e baj. 20 e così ne rimasero contenti».

Il pericolo di un «grandissimo danno alle manifatture e al commercio» era stato quindi fugato grazie all'uso di «dolci maniere» e di «destrezza» e grazie al versamento di una somma, «tenue» davvero.

L'ultima questione da affrontare era quella di trovare alle filatrici «un negoziante di quei Luoghi, perché abbiano impiego nella prossima filatura» ma risolvere il problema, osservava il legato, non sarebbe stato difficile. La vicenda poteva considerarsi conclusa: i contratti erano stati sciolti, l'ingaggiatore era ripartito ed il legato poteva compiacersi di annunciare «il felice esito delle cure usate in sì delicato oggetto».

Del «felice esito» della vicenda in molti si compiacquero, consapevoli del fatto che tutto era stato condotto con «abilità». Tale abilità fu, mi sembra, frutto di scelte precise e di strategie costruite quotidianamente, volte al mantenimento di complicati equilibri, e può essere letta come segno di una natura poliedrica ed articolata dell'interventismo papale.

È destrezza il termine ricorrente su cui ci si vuole soffermare. Il più volte dichiarato intento di celare l'intervento delle autorità, l'esplicito desiderio di non rendere consapevoli le filatrici di quanti e quali interessi ruotassero intorno alla loro prestazione d'opera - pagata non più di quindici bajocchi al giorno - sono segno di una compartecipazione del governo a quell'opera di pressione sulla forza lavoro che fu per i filandieri, a Fossombrone ed altrove, elemento fondamentale di sviluppo, e che funse da valvola di sfogo per superare momenti di crisi50.

Venti anni separavano la articolata forma di intervento messa in atto in questa circostanza dal rescritto «nihil» apposto dalla Congregazione Economica alla supplica dei mercanti di seta nel 1805. Era cambiato il contesto politico-economico, gli indirizzi governativi si erano orientati verso una decisa svolta protezionistica. Il modo di concepire l'intervento dello Stato nell'economia si andava ormai allontanando dal tradizionale «paternalismo».

Per questa ragione particolari cautele devono essere usate nel leggere un ultimo passo da una delle lettere scritte nel 1805 dal vescovo di Fossombrone, che è indicativo di uno - ma non del solo - dei modelli culturali cui si richiamavano le classi dirigenti:

Egli è assai cospicuo il guadagno di questi Negozianti sulla tiratura della seta, e sul commercio, che ne fanno con Paesi Stranieri: il promuoverlo risulta evidentemente in grande risorsa dello Stato: ma questo deve farsi senza danno del bisognoso, che vi contribuisce colle sue fatiche, ond'è troppo giusto, ch'esso pure ne goda in una certa proporzione51.

Note

1. Tra i più recenti contributi sul ruolo e le forme degli interventi statali cfr. M. Caffiero, L'agricoltura nello Stato Pontificio tra Restaurazione e Rivoluzione (1815-1848) e C.M. Travaglini, Lo Stato Pontificio e l'industria, in Lo Stato e l'Economia tra Restaurazione e Rivoluzione (1815-1848), Napoli, 1996 (in corso di stampa). Per un orientamento storiografico sulla seconda Restaurazione pontificia si rimanda a G. Santoncini, Appunti per una bibliografia critica sulla seconda Restaurazione pontificia, in «Proposte e ricerche», XVII, 1994, 32, pp. 156-185.

2. L'operazione di trattura della seta è il primo grado nella produzione del semilavorato, e consiste nel dipanamento delle bave, i lunghi fili continui che costituiscono il bozzolo. Mansione della trattrice era quella di prelevare i capifili immersi nell'acqua calda della bacinella - «bacinella di trattura» - e riunirli assieme in un numero variabile secondo il titolo di seta greggia desiderato. È noto che il comparto serico continuò ad essere, ancora all'inizio del XX secolo, quando il settore poteva essere definito a tecnologia matura, caratterizzato dal fatto che il cuore del processo produttivo era affidato alla manualità dell'operaia.

3. Vi furono, ad esempio, delle maestre italiane che negli anni Trenta del Cinquecento vennero reclutate dalle autorità lionesi per istruire le fanciulle del luogo nella trattura e nella torcitura della seta (N. Zemon Davis, Women in the Crafts in Siteenth-Century Lyon, in «Feminist Studies», 8, 1982, 1, pp. 47-80).

4. È noto che le tecniche di produzione italiane furono spesso oggetto di attente indagini da parte di stranieri interessati ad adottarle; cfr. ad esempio il secentesco diario del viaggio di un mercante inglese che riporta dati sull'industria e il commercio della seta nell'Italia padana (C. Poni, All'origine del sistema di fabbrica: tecnologia e organizzazione produttiva dei mulini da seta nell'Italia settentrionale (sec. XVII-XVIII), in «Rivista Storica Italiana», 1976, 3, pp. 444-496) o la «memoria informativa» sulla produzione di velluti e damaschi genovesi redatta negli anni Trenta del Settecento per i fabbricanti di Lione (P. Massa Piergiovanni, Lineamenti di organizzazione economica in uno stato preindustriale. La Repubblica di Genova, Genova, 1995, pp. 307-324). Un interessante esempio di analoghe attenzioni portate però dagli italiani a realtà produttive straniere è la spedizione effettuata da Castellani e Fieschi in Asia Orientale negli anni della crisi della pebrina, la malattia del baco che aveva colpito gli allevamenti europei (C. Zanier, Alla ricerca del seme perduto. Sulla via della seta tra scienza e speculazione (1852-1862), Milano, 1992).

5. La parabola della singolare realtà produttiva del distretto industriale di Bologna, centro rinomato per la produzione di tessuti serici, si era in quegli anni già conclusa. C. Poni, Per la storia del distretto industriale serico di Bologna (secoli XVI-XIX), in «Quaderni Storici», 73, 1, 1990, pp. 93-167. Anche Angelo Galli, commentando il «bilancio di commercio» dello Stato Pontificio per il biennio 1835-36 osservava che «di filande ne abbiamo a sufficenza in numero e perfezione, al tempo stesso che manchiamo di fabbriche» (A. Galli, Cenni economico-statistici sullo Stato Pontificio, Roma, 1840, p. 321). Sulle esportazioni dello Stato Pontificio nell'Ottocento cfr. F. Bonelli, Il commercio estero dello Stato Pontificio nel secolo XIX, in «Archivio economico dell'unificazione italiana», XI, 1961.

6. C. Zanier, La storia della seta in Italia nella ricerca e nel dibattito storiografico attuale, in «Nuova Rivista Storica», LXXIX (1995), pp. 327-380, p. 354. Alla ricchissima appendice bibliografica riportata nello studio sopra citato si rimanda per ogni ulteriore approfondimento sulla storia dell'industria serica italiana.

7. Sulla storia della città marchigiana cfr. A. Vernarecci, Fossombrone dai tempi antichissimi ai nostri, Fossombrone, 1907-1919, 2 voll. (ristampa anastatica a cura del comune di Fossombrone, Bologna, 1967). Monsignor Vernarecci, storico ed erudito, fu, tra l'altro, direttore della biblioteca Passionei di Fossombrone, ove ebbe la possibiltà di consultare molti documenti, alcuni dei quali trascrisse interamente; in particolare sulla seta cfr. t. I, pp. 459-483; t. II, pp. 877-897. All'opera del Vernarecci ed alla documentazione da egli esaminata fanno riferimento diversi altri studi più recenti. Sulla trattura della seta nella località marchigiana cfr. G. Carreras, L'industria serica di Fossombrone, in «Quaderni storici delle Marche», 1966, n. 1, pp. 126-149. Per una lettura del caso dell'industria serica di Fossombrone come struttura locale a base mezzadrile che, acquistando complessità ed articolazione, finisce per favorire un successivo sviluppo industriale cfr. V. Bonazzoli, Modello protoindustriale e aree semiperiferiche: le filande contadine di Fossombrone, in «Proposte e Ricerche», XII, 1989, 23, pp. 79-92.

8. Cfr., ad esempio, G. Valenti Fiorelli, La sericoltura a Jesi nell'Ottocento, in Nelle Marche centrali. Territorio, economia, società tra Medioevo e Novecento: l'area esino-misena, a cura di S. Anselmi, Jesi, 1979, pp. 1265-1337, p. 1289.

9. Nel 1827 venivano censiti 8305 abitanti. Cfr. F. Bonelli, Evoluzione demografica ed ambiente economico nelle Marche e nell'Umbria dell'Ottocento, in «Archivio economico dell'unificazione italiana», XII, 1967, p. 189 (tab. V).

10. Le «filatrici» (1085) costituivano il 63% della manodopera impiegata. Gli uomini erano utilizzati per mansioni pesanti e lavoravano per meno giornate. Per quanto riguarda la località marchigiana in esame, la storia delle organizzazioni sindacali e politiche delle operaie delle filande e la figura sociale della filandaia sono state studiate da R. Savelli, Filande e filandaie a Fossombrone. Segmenti di storia dell'industria serica, Roma, 1981; il testo, prevalentemente orientato sulle vicende del Novecento, è tuttavia ricco di riferimenti ai secoli precedenti.

11. I dati della statistica industriale e manifatturiera del 1824/25 per la Delegazione di Pesaro ed Urbino sono in Archivio di Stato di Roma (d'ora in poi ASR), Miscellanea Statistica, b. 28. Cfr. in proposito anche G. Carreras, L'industria serica, cit, p. 145 ss.

12. Archivio di Stato di Pesaro, Delegazione Apostolica di Urbino e Pesaro, Tit. IV, Arti Professioni e Commercio, b. 10.

13. Così, ad esempio, i fabbricanti Pietro Marchini, Sebastiano Moroghini, Giuseppe Monacelli: ibidem.

14. ASR, Miscellanea Statistica, b. 28. La libbra di Fossombrone corrispondeva a circa il 96% di una libbra romana (Kg 0,339). I «doppi» e le «fiappe» sono bozzoli di qualità scadente; nel primo caso si tratta di bozzoli attaccati insieme, nel secondo di bozzoli rimasti incompiuti per la morte del baco.

15. Per un confronto con altre attività produttive si può osservare che, sempre nel 1824, settanta inservienti risultavano occupati nella lavorazione di cappelli (in cinque stabilimenti) e che le due concerie cittadine offrivano lavoro a sedici addetti: ibidem.

16. L'idea dandoliana di diffondere l'uso di grandi bigattiere padronali era all'epoca considerata una formula vincente, ed aveva suscitato, soprattutto in Lombardia, grandi entusiasmi. Il tentativo di praticare la bachicoltura su larga scala non ebbe però il successo sperato e, quasi a simbolizzare il forte legame dell'industria serica col mondo rurale, si ritornò all'allevamento nelle famiglie contadine. Cfr. in proposito L. Cafagna, Dualismo e sviluppo nella storia d'Italia, Venezia, 1989, in particolare p. XL e pp. 103-112.

17. D. Fioretti, Persistenze e mutamenti dal periodo giacobino all'unità, in Storia d'Italia Einaudi,Le Regioni dall'Unità ad Oggi. Le Marche, a cura di S. Anselmi, Torino, 1987, pp. 33-120, p. 97.

18. Per un esempio dei criteri di gestione delle vastissime proprietà confiscate agli Enti ecclesiastici nel periodo napoleonico ed in seguito rimaste appannaggio di Eugenio Behaurnais, poi duca di Leuchtembreg, cfr. le «abbastanza illuminate» Discipline agrarie della casa ducale di Leuchtemberg (Senigallia, 1848) in S. Anselmi, Economia e vita sociale in una regione italiana tra Sette e Ottocento, Urbino, 1971, pp. 255-285, p. 255. Cfr. in proposito anche S. Sebastianelli, L'appannaggio del Regno Italico nelle Marche (1808-1845), in «Miscellanea Sentinate e Picena», 1, 1972, pp. 55-95.

19. Cfr. A. Vernarecci, Fossombrone, cit., t. II, pp. 888-889.

20. Già nel XIV secolo si era costituita invece in città una Maestranza dell'Arte della lana i cui Statuti erano stati rinnovati nel 1614 dal duca Francesco Maria II e nel 1690 dal Cardinal Legato Cantelmi (A. Vernarecci, Fossombrone, cit., vol. I, p. 461; vol. II, p. 879, p. 881).

21. Fu solo nel corso della seconda metà del XIX secolo che le donne delle famiglie mezzadrili del territorio di Fossombrone iniziarono ad essere impiegate nel lavoro di trattura. Cfr. R. Savelli, Filande, cit., pp. 65-66 e passim.

22. Non mancano testimonianze ottocentesche della fama della seta foresempronense: ad esempio G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1840-1861, vol. 26, 1844, pp. 20-43, pp. 23-24. Ancora nel 1856 si osservava che «è la filatura della seta il ramo più importante della industria e del commercio foresempronense [...] la seta [...] è tenuta per la più bella e la più fina d'Italia: essa viene ordinariamente venduta sui mercati di Londra, e vi è pagata ad altissimo prezzo» (G. Stefani, Dizionario corografico dello Stato Pontificio, Milano e Verona, 1856, pp. 430-431).

23. Cfr. G. Valenti Fiorelli, La sericoltura a Jesi, cit.

24. R. Savelli, Filande, cit., p. 31. Per un inquadramento delle vicende dell'industria serica fossombronate in una prospettiva regionale cfr. E. Sori, Dalla manifattura all'industria (1861-1940), in Le Marche, cit., pp. 301-394, pp. 333-338. Utili spunti in proposito anche in L. Garbini, Le attività tradizionali nelle Marche, in Archeologia industriale in Emilia Romagna Marche, a cura di G. Pedrocco e P. P. D'Attorre, Milano, 1991, pp. 59-73. Sul mercato mondiale della seta tra Otto e Novecento cfr. G. Federico, Il filo d'oro. L'industria mondiale della seta dalla restaurazione alla grande crisi, Venezia, 1994.

25. Anche nel già citato «Rapporto» si menzionavano, come cause della perfezione delle sete fossombronati, oltre ad un poco credibile «entusiasmo Patrio», «il confacente clima [...] la qualità delle acque [...] l'ammirabile destrezza delle Maestranze»: ASR, Miscellanea statistica, b. 28.

26. Ibidem.

27. Sulla «visita economica» di Monsignor Pallotta cfr. E. Piscitelli, Fabrizio Ruffo e la riforma economica dello Stato Pontificio, in «Archivio della Società Romana di Storia Patria», LXXIV, 1951, pp. 69-184. Le impressioni del Pallotta sulla situazione del territorio urbinate sono state riportate da R. Paci, L'ascesa della borghesia nella Legazione di Urbino dalle riforme alla Restaurazione, Milano, 1966.

28. «Notizie e Fatti appartenenti all'Antica, e nobile Città di Fossombrone, Raccolte ed unite insieme dal Conte Giuliano Tenaglia Patrizio di d.a Città Ad Instanza d'alcuni suoi Amici», vol. III, f. 129. Il manoscritto del XVIII secolo è stato utilizzato da R. Savelli, (Filande, cit., p. 63) da cui traggo la citazione. Sulle memorie del Tenaglia cfr. anche A. Vernarecci, Fossombrone, cit., t. 1, p. VIII e passim.

29. Ancora nel 1824 veniva rinnovata dai filandieri la richiesta di incoraggiamenti e sussidi per erigere «convenienti orsogli» con la protezione del governo. «Rapporto», cit.

30. Si tentò soprattutto di incentivare la tessitura della seta mediante l'introduzione del «sistema di Lione» con l'importazione di tecnologie francesi; per quanto riguarda la trattura venne abolita, con editto del 7 marzo 1777, la privativa del «metodo Tabarin» (concessa con Chirografo papale del 25 marzo 1772). ASR, Camerale II, Computisteria generale della RCA, b. 7: «Piani promossi nella Relazione generale del viaggio fatto nell'anno 1775 da Monsignor Tesoriere Generale riguardo alle manifatture, arti e commercio», ff. 8-10.

31. Ivi, «Diario del viaggio fatto da Mons. Pallotta Tesoriere Generale p. lo Stato Pontificio nell'anno 1775».

32. Copia manoscritta dell'editto in ASR, Camerale III, Comuni, b. 1186. Al testo dell'editto, nella sua più recente stesura (1766) fanno riferimento Vernarecci, Carreras, Savelli.

33. Qui, e nelle pagine che seguono, l'uso del termine «filatrici», mutuato dalla fonte, è improprio. Si trattava infatti di maestre trattrici. La filatura in senso stretto è una fase della torcitura.

34. L'editto è del 15 aprile 1766. Il testo è stato pubblicato da R. Savelli, Filande, cit., p. 121-122.

35. Anche nell'editto del 1751, promulgato nel mese di maggio, quando già si approssimava l'inizio della stagione della trattura, si accennava alla possibilità che «in buona fede qualche Persona sia già impegnata di andare a tirare la seta fuori dalla Legazione».

36. G. Carreras, L'industria serica, cit, p. 130.

37. Non sembra che sino ad ora sia emersa documentazione che possa provare una consistente mobilità delle filatrici. Cfr. anche R. Savelli, Filande, cit., p. 70 e passim.

38. La filanda della ditta Moci risultava essere, nel 1824, quella di più antica origine (1750). Sulla ditta Moci cfr. G. Carreras, L'industria serica, cit., p. 139 e passim, A. Vernarecci, Fossombrone, cit., t. II, p. 897, R. Paci, L'ascesa della borghesia, cit., p. 117.

39. Il carteggio, costituito da una copia manoscritta dell'Editto di Gianfranco Stoppani, del 25 maggio 1751, da una supplica del fabbricante Pietro Moci datata 19 gennaio 1805, da un memoriale firmato dall'Avvocato Pietro Renazzi e da due lettere del vescovo di Fossombrone datate 4 e 7 marzo 1805, è conservato in ASR, Camerale III, Comuni, b. 1168. Copie di parte del materiale sono reperibili in ASR, Congregazione Economica, b. 71.

40. Cfr. R. Paci, L'ascesa della borghesia, cit., p. 51. Al testo sopra citato si rimanda per un quadro della situazione della Legazione di Urbino negli ultimi venti anni del Settecento e sull'opera svolta da Doria. Anche il Moci si rivolgeva al Cardinal Doria dicendosi «Memore della Bontà che V.ra Em.za Rev.ma aveva per me all'occasione che si ritrovava Legato nella Provincia di Urbino». Su Giuseppe Doria Pamphili cfr. la voce del Dizionario Biografico degli Italiani redatta da M. Formica (vol. 41, Roma, 1992).

41. Salvo diversa indicazione questa, e le citazioni che seguono, sono tratte dalla lettera del 4 marzo 1805 (ASR, CameraleIII, Comuni, b. 1168).

42. «E per questo pure in ultima analisi ridonda propriamente a vantaggio de Mercanti Fossombronati, in mano de quali vengono a cadere le piccole partite di seta tirata altrove da pochi, che s'industriano con questo capo di Mercatura, ma che non sono alla portata di farne la spedizione oltremare, per non averne una quantità, e per mancanza de necessari corrispondenti nell'Inghilterra»: ibidem.

43. Lettera del 7 marzo 1805: ibidem.

44. La questione venne trattata nella seduta del 2 settembre 1805. (ASR, Congregazione Economica, b. 71).

45. La vicenda è stata ricostruita integrando la documentazione conservata in ASR, Camerlengato, p. II, tit. III, b. 37, f. 577 («Incetta delle Filatrici di Seta in Gubbio, che si fa da alcuni esteri») ed in ASR, Direzione Generale di Polizia, Protocollo Ordinario, b. 145, f. 85. Nel primo fondo della corrispondenza in partenza dal camerlengato sono conservate le minute, nel secondo sono reperibili il testo delle lettere inviate al governatore di Roma e le minute di quelle da egli spedite al Camerlengo. Salvo diversa indicazione questo, e i documenti citati in seguito, fanno riferimento ai fascicoli sopra menzionati.

46. I due avevano probabimente viaggiato insieme ma non è stato possibile verificare tale ipotesi (presso l'Archivio di Stato di Ancona nel fondo Arco di Traiano l'elenco dei passeggeri sbarcati è disponibile solo fino al 1821). Il passaporto fornito dal console inglese non doveva essere, agli occhi del governatore di Fossombrone, una garanzia. Vi sono indubbie testimonianze di una eccessiva disinvoltura del funzionario inglese disposto, ad esempio, a fornire falsi passaporti anche ai dissidenti greci (Archivio di Stato di Ancona, Delegazione di Ancona, sez. I, tit. XX, rubrica 7).

47. Il Bernetti, futuro Segretario di Stato con Gregorio XVI, nel 1815 aveva giocato un importante ruolo nella complicata operazione diplomatica volta a ricondurre le Marche sotto l'amministrazione pontificia. Cfr. in propostito D. Cecchi, Dagli Stati signorili all'età postunitaria: le giurisdizioni amministrative in età moderna, in Economia e società: le Marche tra XV e XX secolo, a cura di S. Anselmi, Bologna, 1978, pp. 61-92, p. 81.

48. Lettera del 24 aprile 1826.

49. È significativo il fatto che, benché in tutta la corrispondenza precedente vi fosse sempre un esplicito riferimento alle filatrici ora si parli di individui, sette, che si recano a richiedere il passaporto. Un chiarimento in proposito è dato dalla successiva espressione «diverse Famiglie, addette alla filatura della seta», espressione che sembra indicativa di come sul lavoro stagionale delle filatrici si poggiasse l'economia familiare (cfr. supra, p. 49).

50. L. Garbini, Le attività tradizionali nelle Marche, cit. p. 68.

51. Lettera del 4 marzo 1805, cit.