Roma nella scuola degli Italiani.
L'idea della città nei manuali di storia
tra 1870 e 1914

di Francesco Bartolini

Il recente interesse storiografico per la questione dell'identità nazionale ha ravviato studi sull'immaginario politico e culturale dei ceti dirigenti all'indomani dell'Unità. E la potenza e la complessità del simbolo di Roma è certamente un oggetto unico di ricerca. Mito multiforme, la città è un'idea-concetto ineludibile per chi ha il compito di dar forma alla nuova nazione. Conquistati dalla retorica classicheggiante o strenui nemici della romanità, politici e intellettuali dell'età liberale continuano a confrontare idee e progetti sulle antiche vicende della capitale, trasformate in una sorta di modello paradigmatico di evoluzione storica.
Se il potere di suggestione di Roma è facilmente avvertibile nei dibattiti parlamentari, nella pubblicistica politica, nelle celebrazioni ufficiali, trova ampio spazio anche nella letteratura scolastica. Sui banchi della scuola italiana, la storia ha un posto privilegiato. Per gli educatori è indubbio che il progetto di costruzione dell'Italia debba trovare fondamento nel passato: una storia comune in cui gli italiani possano riconoscersi. Nel caos di centinaia di micro regioni, l'unico principio unificante, l'insostituibile elemento di legittimazione è proprio la storia di Roma.
Ecco perché nella scuola secondaria e in particolar modo nei licei, luogo di formazione dei futuri ceti dirigenti, le vicende di Roma sono dettagliatamente studiate e rappresentano una sorta di guida per orientarsi negli avvenimenti storici della penisola. Il tentativo di ricostruire l'immagine della città nei manuali scolastici è dunque un modo per seguire l'evoluzione del dibattito politico e culturale sull'identità e i compiti della nazione. Dalla necessità di assicurare all'Italia un principio di legittimazione storica di fronte al mondo, alle prime rivendicazioni per la conquista di un «posto al sole».

1. I manuali scolastici

È divenuta quasi proverbiale la difficoltà di individuare e reperire testi scolastici adottati negli istituti superiori alla fine del secolo scorso. Malgrado le ricerche avviate negli ultimi anni, gli studiosi si trovano ancora ad affrontare un vero e proprio percorso a ostacoli: dall'assenza di documenti sulle opere più diffuse alla mancata catalogazione dei testi nelle biblioteche pubbliche, alla difficile consultazione di libri mal conservati. L'editoria scolastica rimane un mondo misterioso, sondato e analizzato più attraverso tentativi empirici di ricerca che con metodi sistematici.
Del resto, all'indomani dell'Unità d'Italia, il mercato dei testi scolastici si sviluppò rapidamente in una situazione di confusione e anarchia. «Nel 1863 il numero complessivo delle opere pubblicate nel Regno d'Italia era di 4243; nel 1881 il Ministero della Pubblica Istruzione affermava di essere a conoscenza di 3922 manuali, dei quali 1033 per le scuole elementari e popolari, 342 per i licei, 814 per i ginnasi, 1048 per le scuole tecniche, 415 per le normali»1. Numeri sproporzionati rispetto alle reali esigenze della neonata scuola italiana, che provocarono subito denunce e accuse sulla «speculazione editoriale».
La necessità di unificare ordinamenti e programmi scolastici determinò un rinnovamento dei manuali, soprattutto per quanto riguarda la storia. Nel 1861 il ministro dell'Istruzione Terenzio Mamiani raccomandò per l'insegnamento della storia di lasciare priorità alle lezioni in aula dei professori rispetto a una pedissequa lettura del libro. E nel 1867 un decreto del ministro Coppino consigliò agli insegnanti di evitare l'uso dei compendi di storia. Le raccomandazioni ministeriali non arginarono comunque la proliferazione delle cosiddette «tipografie botteghino»: piccolissimi laboratori artigianali impegnati nella pubblicazione di manuali per conto degli autori o delle maggiori case editrici. Ne nacquero moltissimi dapprima in Piemonte, poi in Toscana e in Lombardia.
Per cercare di disciplinare il mercato, nel 1867 fu istituita all'interno della Giunta del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione la Commissione per l'esame dei libri di testo. Gli atti conservati di questa commissione costituiscono una fonte preziosa per individuare le opere più diffuse e conosciute nelle scuole italiane. Di particolare importanza è una relazione del 18782, in cui sono sintetizzate statisticamente le adozioni dei testi in tutti i distretti scolastici della penisola. Oltre a eseguire campionature, la Commissione aveva il compito di esaminare e giudicare le opere consigliandone l'adozione scolastica. Le considerazioni finali dei relatori sono un utilissimo strumento per illuminare i criteri ritenuti indispensabili per un'opera di carattere pedagogico.
Alcuni manuali elencati negli atti della Commissione risultano irreperibili nelle biblioteche pubbliche, mai catalogati o dimenticati in qualche scantinato. Come criterio guida di questa indagine, sono stati presi in considerazione gli autori allora più apprezzati analizzando, in mancanza dei volumi più diffusi, le opere minori disponibili. Tuttavia è evidente che anche testi di autori poco conosciuti spesso si rivelano di grande interesse per l'analisi dell'idea di Roma nella pubblicistica scolastica.
Quanto alla struttura dei compendi, è possibile sottolineare alcune caratteristiche comuni. Innanzi tutto, l'ampio spazio dedicato alla storia d'Italia e di Roma, che rappresenta una sorta di intreccio principale rispetto al groviglio degli avvenimenti europei. Poi, l'attenzione dedicata alle vicende recenti e contemporanee. «I primi manuali del periodo unitario non solo accordavano larga parte agli avvenimenti del Risorgimento nazionale ed alla formazione dello stato unitario; ma informavano anche negli avvenimenti più recenti e più vicini alla data di compilazione [...]. Né questo criterio cambiò nei programmi e nei manuali degli anni successivi»3. Oltre al bisogno di fornire agli studenti strumenti efficaci per orientarsi nel mondo contemporaneo, una struttura così flessibile e aperta agli ultimi avvenimenti rivela anche la continua sovrapposizione dei piani temporali, tra storia e cronaca, e dunque l'evidente importanza assegnata alle discipline storiografiche assimilate a terreno preparatorio dello scontro politico.

2. Cittadinanza e universalità

Roma era, agli occhi degli stranieri come Dostoevskij o Gregorovius, una realtà italiana e universale, agli occhi degli Italiani un coacervo di miti contraddittori tra loro, un concentrato di immagini suggestive tra cui scegliere la propria identità con enfasi e combinazioni diverse, o anche, per alcuni, una cappa retorica insopportabile che quella breccia doveva spezzare per sempre, per voltare pagina e ricominciare dal presente, per quanto miserabile4.
Anche nella letteratura scolastica le immagini di Roma si sovrappongono, la storia e le rappresentazioni della città non riescono ad acquisire un carattere definitivo, in qualche modo istituzionale. La capitale d'Italia non ha una storia ufficiale, nemmeno sui banchi di scuola. Dopo l'ingresso dei bersaglieri a Porta Pia, Roma conserva intatta la sua identità contraddittoria. Le celebrazioni nazionali non indeboliscono il consueto linguaggio universalistico, fatto di «missioni», «destini», «primati». A Roma appartiene l'universalità. Di volta in volta culturale, politica, religiosa. E spesso lontana dalle condizioni reali della città.
La storia di Roma raccontata nei manuali scolastici post-unitari è essenzialmente la storia di un'idea, un simbolo. Un'icona che cambia volto, si trasforma, acquista nuovi caratteri nel quarantennio tra l'Unità d'Italia e la prima guerra mondiale, ma che non manca mai di confrontarsi con ideali universali. La Roma «padrona» e «madre», principio di grandezza o rovina, soffoca ogni ricostruzione sociale ed economica.
Per ragioni anche pedagogiche, gli avvenimenti diventano exempla: alla città è assegnato il compito di laboratorio politico e culturale. La «missione universale», laica o religiosa, civile o guerriera, cerca conferma in una presunta funzione storica di Roma. L'universalità viene scomposta e analizzata nei suoi singoli elementi. Non esiste una monolitica e originaria civiltà romana. È una commistione, una formazione eclettica, una calamita storica che nasconde il segreto della sua forza nella capacità di trasformarsi conservando la propria identità. La romanità diventa così una forma, una condizione dello spirito.
È inevitabile che, anche nella letteratura scolastica, questa vocazione universale divida gli storici. Gran parte dei nuovi ceti dirigenti liberali guardano con ammirazione alla storia della città eterna, motore dello sviluppo della nazione. Forte è invece l'opposizione delle schiere cattoliche antiromane, senza dubbio meno numerose, ma fiere avversarie del paganesimo latino. Comunque, la centralità di Roma nei manuali scolastici risulta pressoché inattaccabile.
Tra i più tenaci difensori della vocazione universale, ci sono proprio gli storici stranieri. Nella prefazione dell'opera di Gibbon, Smith sostiene che «la storia di tutti i popoli antichi finisce con la Storia di Roma, e quella degli Stati moderni scaturisce dall'Impero romano»5. Secondo l'autore, soltanto attraverso le vicende del caput mundi è possibile trovare un senso all'evoluzione storica, al passato e al futuro del mondo. Questa idea-guida, molto diffusa nella letteratura scolastica, è rivelata dalla frequente ripetizione di termini come «destino» e «missione».
La stessa visione epica trova eco nei testi di molti autori italiani degli anni Settanta: Roma è il luogo fisico che trasforma ogni aspirazione nazionale in una missione universale. Schiaparelli scrive: «Gli Italiani non avrebbero accettato per capitale verun'altra città [...] per impeto naturale di sentimento dell'universale degl'Italiani, a giusta ragione entusiasti dell'incantesimo del nome di Roma, alla quale erano naturalmente condotti dalla loro storia e dalle antiche memorie»6.
Nel decennio successivo si rafforza il motivo della missione civile e laica. Esemplare è l'opera di De Angeli, che storicizza la vocazione universale della città. «Roma fu la sintesi del pensiero pagano, il quale aveva compiuto la propria missione: la società da esso rappresentata era in piena dissoluzione. Roma antica non potea più conservare il dominio del mondo: Roma cristiana non potè afferarlo perché, tutta intenta alla vita religiosa, non ebbe mai una forte vita politica»7. Se la funzione storica della città è condizionata dagli eventi, la sua identità è un patrimonio genetico immodificabile. «In onta alle ripetute divisioni, l'impero romano, nel concetto dell'universale, formava pur sempre un tutto: Roma ne era e ne rimaneva il centro anche dopo occupata dai barbari; poiché la sua importanza ideale non era legata per nulla affatto alla residenza dell'imperatore [...]»8.
A inizio secolo cambia lo scenario: la missione imperialistica è divenuta una parola d'ordine della politica e alcuni testi scolastici cominciano ad adeguarsi. Per Bonacci la storia di Roma è il racconto della conquista del mondo. «Vedremo vari e rozzi popoli unirsi in modo da costituire un solo popolo e un solo stato, che diventa potentissimo e detta leggi ad altri popoli»9.
Nel compendio di Savelli la civiltà latina diventa una categoria culturale: il «romanesimo». «L'efficacia, che il romanesimo esercitò sulla cultura e sulla civiltà mediterranea, è davvero straordinaria, considerati i mezzi, senza paragone, più meschini ed inadeguati, che v'erano allora, per le comunicazioni e la diffusione delle idee, dei costumi e così via. Tutti i popoli, sui quali Roma estese il proprio dominio, finirono, qual più qual meno, coll'essere romanizzati»10. L'universalità di Roma va ricercata nel ruolo di «educatrice del mondo mediterraneo alla disciplina sociale e politica»11. Il «romanesimo» è una sorta di elemento chimico primario indispensabile per la formazione di qualsiasi organismo storico in Occidente.
Ma non tutta la scuola italiana parla di missioni imperiali, vocazioni universali, primati civili. Fin dal 1870 c'è chi non si unisce al coro delle celebrazioni incondizionate. Con un significativo strabismo storico, Ignazio Cantù assegna la vocazione universalistica di Roma all'Italia. Sorprendentemente, la «padrona del mondo... cupida sempre di libertà, d'indipendenza»12 è l'Italia. Preesistente a Roma è proprio la nazione italiana che, dopo aver subito un processo di romanizzazione, riconquista nei secoli il suo ruolo di protagonista nello scenario politico mondiale.
Naturalmente la storiografia cattolica non rinuncia al mito della città e della sua missione provvidenziale. «Prefigurazioni» dello stato pontificio, la repubblica e l'impero romano sono oggetto di perentorie condanne morali, ma costituiscono un modello politico universale per l'amministrazione del mondo civile. Secondo Cesare Cantù, «la missione provvidenziale di Roma consistette nell'assimilarsi gli elementi stranieri»13. Lo studioso cattolico evidenzia che la «madre patria»14 ha assicurato il proprio «progresso»15 grazie a un modello di società aperta: «essa aprivasi a tutti»16. Il progetto universale di Roma è testimoniato da «un'azione sociale, che tendeva ad una unificazione, fin allora sconosciuta»17.
Il motivo della «città aperta» c'è anche nell'opera di Guelpa. Un «saggio costume [...] fu inviolabilmente osservato in ogni tempo, di ammettere nel numero dei cittadini i nemici vinti e di accordar loro in Roma il diritto di cittadinanza»18. La romanizzazione del mondo, ovvero l'egemonia del modello occidentale. Nel disegno provvidenziale, tracciato dall'autore, fa capolino anche Bousset: la necessità di «scorgere la mano misteriosa della Provvidenza, l'opera unificatrice di Roma»19. Del resto «il genio unificatore di Roma sopravvisse alla caduta dell'eterna città, e da Roma pagana passando in Roma cristiana, proseguì l'opera sua di unificare il mondo»20.
«Sant'Agostino, Dante e Bossuet» hanno spazio anche nell'opera di Cesare Balbo: «la missione provvidenziale di Roma antica, fu quella di riunire, di apparecchiare tutto il mondo antico occidentale a prima sede della Cristianità»21. Primato di Roma, primato dell'Occidente.

3. Roma e la nazione

Roma è l'idea «madre» della nazione, il principio di legittimazione storica e politica. Ma è anche il simbolo avverso alle aspirazioni patriottiche risorgimentali, l'oppressore di un «originario genio nazionale». I manuali scolastici riflettono fedelmente le diatribe ottocentesche sul significato della storia romana: affiorano tutti i temi che attraversano il dibattito culturale sul passato e il presente dell'Italia.
Innanzi tutto il motivo della continuità della storia del paese. Il «mito di un'unità ab origine della storia italiana»22 trova le sue fondamenta nelle vicende dell'antica Roma. Le conquiste delle legioni e la romanizzazione della penisola sono una sorta di certificato di nascita della nazione italiana: la concessione della cittadinanza romana stipula il patto che è all'origine della nazione. È chiaro il tentativo di costruire una coscienza nazionale non ridotta esclusivamente al fondamento etnico, ma che assimili anche principi contrattuali. In questo progetto storiografico, i termini «Roma» e «Italia» si confondono, a volte vengono usati come sinonimi. Un caos che cresce con l'impiego dell'aggettivo-sostantivo «italiani»: a volte è pressoché impossibile riuscire a capire se venga riferito alle popolazioni che vivono nella penisola prima della conquista romana o agli stessi romani.
Ma non per tutti Roma è l'Italia. Anche nella letteratura scolastica gli studi di Micali e Cuoco trovano convinti sostenitori. C'è dunque chi rivendica il ruolo storico di un'Italia preromana, culla di virtù civiche e talenti artistici brutalmente spazzati via dalle armi latine. Così, alla condanna dei cattolici che giudicano la Roma repubblicana e imperiale colpevole di crimini e degenerazioni morali, si affiancano alcuni studiosi liberali che leggono nel passato del caput mundi tirannia, oppressione oscurantista e omologazione culturale. Per loro la conquista di Roma all'Italia è una sorta di rivincita, l'affermazione del valore nazionale originario sul simbolo retorico del potere. Sostenitori o detrattori, tuttavia, gli autori di manuali sono costretti a rivolgersi al Campidoglio perché «solo nella tradizione classica e romana si poteva trovare il concetto dell'Unità della patria con Roma capitale»23.
La vocazione nazionale dell'Urbe è riconosciuta da Liddell. All'origine del potere di Roma sull'Italia c'è una rivendicazione di indipendenza nazionale: «ella ebbe nobilmente rivendicato contro ai Galli l'indipendenza dell'intiera penisola»24. Ecco così instaurata una stretta relazione tra Roma e l'Italia, che diventa una sorta di simbiosi. Ma la «nazione» che muove i primi passi non ha un fondamento etnico in cui riconoscersi. «Sotto la dominazione romana anche la parte della Penisola che aveva nome Italia nello stretto senso della parola, era priva di quella unità di razza e di lingua che siamo soliti considerare [...]»25. Questa tutela ha caratteristiche particolari: Roma non è la città principale dell'Italia, ma è l'Italia stessa, l'essenza della nazione. Scrive lo studioso inglese: «S'ingannerebbe a partito chi imaginasse Roma metropoli dell'Italia nella stessa maniera che Londra è la metropoli dell'Inghilterra, o Parigi della Francia. Londra e Parigi sono le città principali di quei due imperi solamente perché sono sede del governo. Ma l'antica città di Roma era una grande corporazione o comunità che sovraneggiava tutta l'Italia a mezzodì della Magra e del Rubicone»26.
Nel manuale di Ravasio la fondazione dell'impero decreta la nascita di una presunta coscienza nazionale italiana. «Sotto Augusto, per l'autorità acquistata dall'imperatore, svanita la sovranità del popolo romano sui popoli conquistati, scomparve la differenza tra Roma e l'Italia»27. Da quel momento il destino di Roma e quello dell'Italia non sono più distinguibili. «La caduta dell'impero occidentale è un gran fatto nella storia, segnando l'era di un evo nuovo e chiudendo la dominazione di Roma e d'Italia sul mondo. Ma Roma e l'Italia saranno anche solo per sì glorioso passato, sempremai nomi grandi nella storia dei popoli, nella storia della civiltà»28.
Balbo consacra Roma «madre della nazione». «Qui è l'origine della meritata grandezza di Roma; l'avere bene ed opportunamente assunta la rivendicazione dell'indipendenza nazionale»29. Secondo lo studioso, la storia romana diventa incomprensibile se non viene letta in chiave di lotta nazionale contro gli stranieri. Trascinato dalla retorica risorgimentale, l'autore lascia spazio a proclami che sembrano dare legittimità a sentimenti razzisti: «Quel sangue signorile non si mescolò in Italia, se non una volta sola col sangue nuovo germanico. Dunque, non sembra dubbio: noi siam di razza, di sangue più puro; noi siamo più anticamente potenti e signori, più nobili, nobilissimi»30. Ma Balbo non ha intenzione di mettersi alla testa di future schiere di nazionalisti.
Anzi tiene a precisare, in modo contraddittorio, che occorre «non esagerare la propria nobiltà [...] lasciar anzi lo stesso vanto della purità del sangue»31. A lui interessa semplicemente «provare la falsità di quello scoraggiamento datoci da molti stranieri, accettato da alcuni nostri [...]»32. Ad appesantire l'Italia, semmai, è proprio la storia. «Uno dei grandi vantaggi delle nuove nazioni, come dei nuovi uomini, è quello di non poter impazzire del proprio passato, di essere tutto al presente e all'avvenire: e tal fu appunto Roma antica, tale è la nazione Anglo-Americana presente»33.
A inizio secolo, in un clima di esaltazione nazionalista, Bonacci rafforza il sodalizio tra Roma e l'Italia. La città «si impose pian piano a quasi tutte le popolazioni d'Italia, le fuse in un popolo solo, il quale poi aspirò alla conquista del mondo»34.
Il giudizio sul ruolo di Roma nell'opera di edificazione nazionale appare invece più complesso nelle opere di autori che appaiono poco sensibili alle celebrazioni retoriche della romanità. Da prospettive diverse, questi storici demoliscono l'immagine univoca della città benefattrice d'Italia.
Nel manuale di Zini, per esempio, malgrado la funzione «nazionale» di Roma sia evidente, la città mostra la sua doppia faccia: testimone è lo scontro tra «le ire dei sofferenti italiani contro la prepotente tirannide di Roma»35. Italia contro Roma: il motivo ricorre con significativa frequenza. E vale non soltanto per quanto riguarda la contesa storica tra le popolazioni della penisola e gli abitanti dei sette colli, ma appare in tutta la sua forza nella memoria del passato e nei suoi effetti.
Sfortunatamente un'idea, un'illusione funesta era immedesimata nella mente del popolo italico: la tradizione del nome romano, dell'antico primato, manteneva ostinatamente negl'Italiani l'assurdo prestigio dell'impero, nel quale riconoscevano, e riunivano tutte le memorie, tutte le speranze. L'impero, l'impero; un imperatore e dei privilegi: ecco tutto il concetto dell'età. Poco importava che l'imperatore fosse uno straniero, che il centro fosse tra i barbari, che l'Italia non fosse che provincia, e provincia conquistata, malmenata, violata, insultata e schernita; tutto si sopportava per un nome, un'illusione, anzi per una menzogna36.
Un continuo scambio di richiami tra «Italia» e «Roma» ha luogo nel manuale di Ignazio Cantù. I romani sono ricordati come «padri della nazione»37: le guerre sannitiche segnano il momento in cui «l'Italia cessò d'essere etrusca, sannita e greca, e divenne romana: l'Italia diventò, sarei per dire, Roma; le altre città piuttosto suoi sobborghi avanzati»38. Roma è diventata l'Italia, superando con le armi le «nazioni italiche»39. Ed è l'Italia che va alla conquista del mondo. «I facinorosi discendenti del fratricida Romolo impiegarono cinque secoli per aver padronanza sopra tutte le nazioni italiane; e 163 anni bastarono all'Italia unita per invadere le tre parti del mondo»40.
Secondo Cesare Cantù, la penisola è vittima del caput mundi. «Roma aveva in arbitrio tutta l'Italia [...]»41. Dopo la furiosa guerra civile, si instaura «l'eguaglianza di tutti gli Italiani»42 ma mentre «Roma era cresciuta di miglioramenti [...] le guerre civili avevano distrutto la popolazione italiana»43.
A giudizio di Guelpa, è viva una coscienza italiana già prima delle conquiste romane. E il dominio di Roma ha effetti devastanti sull'identità dei popoli. «Soffocato da Roma repubblicana nei popoli soggiogati quel sentimento nazionale che forma il patriottismo, dal dispotismo imperiale era stata spenta ogni energia individuale»44.
Don Bosco non perde occasione per evidenziare l'azione tirannica della città e il valore nascosto degli antichi popoli d'Italia. «Voglio per altro che voi, miei cari amici, notiate lo straordinario ingrandimento di questa potenza non essere da attribuire ai soli Romani, perché noi potemmo osservare come la maggior parte di quei prodi, i quali si segnalarono nella gloria romana, erano corsi a Roma dalle varie parti d'Italia. Laonde Roma si potrebbe meglio appellare centro ove concorsero gli eroi, anzichè esserne la patria»45. Per Don Bosco Roma non è la capitale «naturale» dell'Italia, la città «madre» che dà vita alla nazione. La «divina provvidenza» ha assegnato a Roma un ruolo di guida nel mondo, ma la sua grandezza storica è il risultato del contributo di tutti i popoli d'Italia.

4. Roma e lo stato

Dopo l'annessione di Roma al Regno d'Italia, il problema dello stato è al centro del confronto politico. Bisogna far funzionare la macchina amministrativa, dare uno statuto alla burocrazia. Se è vero che nei primi anni dopo l'Unità il sistema piemontese sembra in qualche modo capace di assolvere questo compito in tutto il paese, il dibattito non accenna a placarsi. E, nei progetti per un nuovo stato, un posto privilegiato è sempre riservato all'esempio storico di Roma.
«Roma era soprattutto il simbolo dello Stato [...] la riflessione su Roma era soprattutto una riflessione sul significato, il ruolo e le forme dello Stato»46. La romanità, intesa come consolidata civiltà giuridica, è il filo conduttore nell'elaborazione e costruzione di un moderno sistema istituzionale e amministrativo per l'Italia. Più che reale stimolo di trasformazione e riforma politica, Roma è esempio e principio di legittimazione storica.
La letteratura scolastica non è immune da questo progetto di pedagogia politica. Nei manuali, accanto a una Roma caput mundi e madre della nazione, trova spazio anche la città laboratorio di forme politiche, modello insuperato di ordinamento repubblicano e imperiale. Le contese tra storici romani e anti-romani si stemperano in una comune ammirazione per la civiltà giuridica dei latini. Spesso le istituzioni romane diventano il fondamento della missione che ha lo scopo di trasformare la città nel centro del pensiero laico rinnovatore del mondo47. Non mancano così le condanne morali: chi ha per modello uno stato etico, di matrice cattolica, nutre sostanziali riserve sull'amministrazione romana.
Analizzando l'ordinamento giuridico latino, Liddell non resiste a un anacronistico confronto con la costituzione inglese. «... Come quella dell'Inghilterra, era a grado a grado e lentamente uscita dalle lotte fra i signori patrizi, che in principio si erano esclusivamente impadroniti di tutti i poteri politici, ed i plebei che a poco a poco avevano successivamente ottenuto di partecipare tutti i privilegi de' patrizi»48. Lo studioso non manca di sottolineare l'attenzione dei romani per la libertà dei cittadini. «Rispetto alla giurisdizione, è stato già osservato che Roma era custode della personale libertà dei suoi cittadini»49.
Secondo Ravasio, la repubblica romana è democrazia. «Dunque nell'anno di Roma 451, e cioè solo nel 206 dopo la caduta della monarchia, ogni disuguaglianza fra patrizi e plebei è scomparsa; ora nella repubblica più non trovasi che il popolo romano. Il governo, equilibrato fra i consoli, il senato e il popolo, fu una vera democrazia»50. Quando le popolazioni italiche entrano in guerra contro Roma, le antiche istituzioni non vengono più accettate come un modello assoluto. «Loro scopo era oramai di rendersi indipendenti, è costituire una repubblica italiana»51. Dopo la concessione della cittadinanza, «non più Roma, l'Italia formò lo stato»52.
Ricotti evidenzia il ruolo storico delle istituzioni romane, un modello per tutta la penisola. «Ne' primordi dell'impero l'ordinamento interiore delle città d'Italia era simile a quel di Roma [...]. Ma il governo interiore di Roma cambiò. L'autorità suprema venne tolta al popolo, data per breve tempo al senato, e al fine assorta nel principe. Una mutazione analoga si operò dentro le città d'Italia»53. Per Ricotti la sostituzione dell'autorità del principe con quella del pontefice è un'evoluzione naturale, un evento necessario per far fronte a un'assenza. «Ma allorché, sfasciandosi l'impero, Roma restò sovente senza principe, esposta alle ingiurie dei barbari, alla fame, alla peste, al papa necessariamente se ne rivolgevano gli sguardi, come al personaggio più illustre e riverito»54.
La continuità dello stato, fondata sulla tradizione politica romana, è evidenziata anche da Galli nella sua Storia del medioevo. L'avvento al potere dei papi cattolici si compie all'ombra delle istituzioni latine e grazie alla forza simbolica della città. La costituzione sacerdotale che aveva ricevuto la sua forma definitiva da Augusto a Costantino aveva nell'ordinamento gerarchico stabilito eminente il destino del Vescovo di Roma. Né poteva avvenire altrimenti; chè oltre la sua origine ed istituzione apostolica, parlava in suo favore la città stessa, che egli aveva scelto a sua stanza, la sede dell'Impero. La sua chiesa sorta sugli avanzi della decaduta, ma tuttavia colta società romana, acquistò ogni dì maggior credito pei personaggi di grande momento che le si venivano associando; e la non interrotta successione de' gloriosi suoi vescovi, caduti quasi tutti martiri della nuova fede, servì a cementare indissolubilmente le memorie antiche e le nuove della città eterna, i vecchi e i nuovi affetti delle genti cristiane. Il dì che si spense l'Impero d'Occidente, il Pontefice romano, rimanendo padrone di se stesso, trovossi per sopra più rivestito di una specie di sovranità55.
Lanza richiama l'attenzione sul primato di Roma, che è fondato sulle istituzioni partorite dalla sapienza giuridica dei primi re. «Non si può tuttavia dubitare che sotto il loro governo si posero le basi della futura grandezza della città, si formarono cioè quei costumi e si svolsero quelle istituzioni alle quali i Romani devono la loro superiorità sopra ogni altro popolo ricordato nelle storie»56. Tuttavia, secondo l'autore, l'ordinamento ha un punto debole: la struttura della famiglia.
Stupisce tuttavia la enorme disuguaglianza tra i plebei, privi di ogni diritto, ed i patrizi in cui accentravasi ogni autorità. Ciò fu conseguenza dell'imperfetto ordinamento della famiglia presso i Romani, i quali facevano onnipotente il padre ed a lui sottomessi la moglie, i figli, gli schiavi. Tale accentramento del potere nelle mani dei più autorevoli non fu tuttavia senza vantaggio per lo Stato in quei primi principi. Più tardi diede luogo a secolari lotte tra i due ordini, nel cui seguito vedremo svolgersi e perfezionarsi la politica costituzione dei romani57.
Così il modello patriarcale, dapprima utilissimo per organizzare un sistema di potere, si trasforma poi in un ostacolo nella vita pubblica poiché impedisce un'equa distribuzione delle responsabilità.
Anche Manfroni sottolinea il parallelismo tra la famiglia e lo stato. «La famiglia, come lo Stato, era retta da una ferrea disciplina»58. E non dimentica di esaltare la rettitudine dello stato romano capace di disciplinare i conflitti sociali. «Roma presenta l'aspetto di uno Stato perfettamente regolato e amministrato. Ogni cittadino è uguale dinanzi alla legge; né più la nascita o la ricchezza soltanto aprono l'adito agli uffizi»59.
La continuità delle istituzione romane è evidenziata da Bonacci, che esalta il passaggio all'impero con argomenti di matrice autoritaria.
Questo nuovo governo si differenzia dal vecchio in questo, che mentre nella repubblica i poteri eran divisi tra vari magistrati eletti di anno in anno dal popolo, nell'impero invece si concentravano nelle mani di un solo che, restandoin carica per tutta la vita, conserva nell'amministrazione e nella politica unità e uniformità di indirizzo, e mira ad eliminare le gare dei partiti e le lotte elettorali, nelle quali non sempre trionfano gli elementi migliori60.
Per Bonacci il crollo dell'impero è la rovina dello stato. «Studiando la storia degli ultimi secoli di esso, si segue non più lo svolgersi e il progredire della civiltà romana, ma il dissolversi di un grande stato che aveva incivilito gran parte del mondo fin'allora conosciuto [...]»61.
L'immagine di Roma modello politico universale trova felice espressione nel manuale di Savelli. All'impero sono riservati toni superlativi.
Questo Impero mondiale, che con la sua pesante macchina burocratica provvedeva ai bisogni di tanti popoli e intendeva a' fini, che noi consideriamo fondamentali per uno Stato, dalla posta e dall'istruzione pubblica fino a una mirabile rete stradale per gli usi militari e commerciali, fu il primo esempio d'un governo, accentrato e saldamente organato, su cui si son poi modellati, fino a' nostri giorni, tutti i regimi partecipi, direttamente o indirettamente, dell'antica civiltà62.
Barbagallo insiste sulla natura aristocratica della repubblica. Le riforme costituzionali rafforzano il governo della nobiltà: «Perciò la lotta per il pareggiamento dei diritti politici, nella quale tanta parte aveva preso il popolo minuto di Roma, ebbe il singolare resultato di instaurare, non già un regime democratico, ma il governo di una nuova nobiltà»63. In contraddizione con le interpretazioni più diffuse, Barbagallo non considera il governo di Augusto una monarchia assoluta.
Il nuovo governo dello Stato romano, che si inaugura da Augusto, è, dunque, ben lungi dall'avere quei caratteri di monarchia assoluta, che comunque gli si attribuiscono: esso è, non solo meno personale e meno assoluto di quello di Cesare, ma è altresì un governo, il quale, in sostanza, poggia sulle due classi sociali, componenti l'aristocrazia romana, e ripete gli ordinamenti repubblicani, tra i quali soltanto si è introdotta una nuova magistratura, disciplinatrice e coordinatrice, legalmente istituita: il principato64.
Più critici sul valore delle istituzioni latine, alcuni storici non rinunciano a esprimere giudizi di condanna dell'ordinamento politico e istituzionale dell'antica Roma. Si tratta soprattutto di autori cattolici, non incantati dalla sapienza giuridica romana.
Alagna evidenzia un grave vizio d'origine che pesa sull'ordinamento istituzionale della città.
Roma dunque fu costituita da Romolo sotto forma di monarchia temperata, ma viziosissima, perché il diritto alla formazione delle leggi, alla scelta ed esercizio delle cariche fu concesso ad un numero ristretto di eletti, che ebbero il privilegio e il monopolio del governo della cosa pubblica, mettendo al bandodi essa il popolo, vita e nerbo delle nazioni. Privilegio e monopolio rispettato e seguito di poi da tutti i futuri governanti, in armonia della loro indole, e che ebbe per conseguenza le lotte supreme e tremende che successero fra nobili e plebei65.
La condanna coinvolge anche la repubblica. «La repubblica di Roma non fu vera, perché fondata sul privilegio [...] le leggi erano proposte dal Senato, e se due consoli governavano invece dei re, mentre tal nome fu conservato pel capo della religione, tutto rimase, come ai tempi di Servio Tullio»66. Per Alagna la politica romana è fondata sull'inganno. «Distrutti i nemici di fuori, la falsa organizzazione di Roma fece sviluppare le discordie all'interno»67.
Don Bosco osserva con scetticismo i cambiamenti politici nella città. «Roma divenuta repubblica, lungi dal provare la felicità di un buon governo, si accorse che in luogo di un padrone doveva sopportarne molti, i quali la facevano da tiranni»68. La brutalità dell'impero romano trova riscatto soltanto con l'avvento del cristianesimo.
Se io volessi raccontarvi ad una ad una le nefandità di questi imperatori, o meglio di questi oppressori del genere umano, dovrei ripetervi quanto di più empio e di più crudele si trova nella storia delle altre nazioni. Era pertanto di somma necessità che venisse un Maestro, il quale colla santità della dottrina insegnasse ai regnanti il modo di comandare, ed ai sudditi quello di ubbidire. Questo fece la religione di Cristo69.

5. L'evoluzione: origine e declino

Esigenze di chiarezza e semplificazione costringono gli autori dei manuali, in modo più o meno consapevole, ad adottare schemi di narrazione che rivelano inclinazioni antiche e, a volte, pregiudizi di carattere dogmatico. Nel gigantesco caleidoscopio di Roma è dunque utile concentrare l'attenzione su alcuni punti chiave, soprattutto quelle contrapposizioni concettuali che evidenziano diversi sistemi interpretativi. Di particolare importanza il binomio origine-declino, fondato su un'idea organica di evoluzione storica. Le civiltà nascono, crescono, invecchiano e muoiono, come gli uomini. In questa ottica, la nascita è un momento significativo perché rivela immediatamente il codice genetico di una città destinata a gloriose imprese o indescrivibili crudeltà. E così l'ora del declino, che porta impresse le stigmate dei vizi originari, le colpe storiche che segnano la rovina di un'organizzazione politica, istituzionale, culturale e sociale.
Del crollo della civiltà romana uno degli interpreti più autorevoli è senza dubbio Gibbon. Nella sua opera decadenza morale e degrado fisico della città procedono parallelamente. «Dopo diligenti investigazioni io posso discernere quattro cause principali della ruina di Roma, le quali continuarono ad agire in un periodo di oltre mille anni, cioè: I) Le ingiurie del tempo e della natura; II) Le devastazioni dei Barbari; III) L'uso e l'abuso dei materiali tolti ai monumenti dell'antichità; IV) Le discordie intestine dei Romani»70. Su quest'ultimo aspetto lo storico punta l'indice. «La causa più potente e più imperiosa di distruzione furono le intestine discordie degli stessi Romani»71.
Al declino di Roma e soprattutto ai barbari, giustizieri dell'impero, è rivolta anche l'attenzione di Hallam.
Prima della fine del quinto secolo, il grande edificio di quell'impero che il valore e la politica avevano fondato sopra i sette colli di Roma era già rovesciato in tutta la parte occidentale d'Europa dall'irresistibile valore e numero dei barbari settentrionali. Una razza di uomini dapprima ignoti o disprezzati aveva non solamente smembrata quell'orgogliosa signoria, ma s'era stabilita permanentemente nelle sue più belle provincie, e aveva soggiogati gli antichi possessori72.
Le affermazioni di Hallam non convincono il traduttore e curatore dell'opera, Giuseppe Corraro, che sente l'obbligo di intervenire in prima persona con una nota: «Queste espressioni di valore e numero irresistibile dei barbari settentrionali, parmi non vadano intese alla lettera, e come di certo non le intendeva e non poteva intenderle l'Hallam, troppo dotto e acuto per ciò [...] la maggior parte delle storie che vanno per le mani della gioventù attribuisce ancora all'invasione barbarica troppa più importanza che essa non abbia avuto effettivamente [...] se trionfarono, fu coll'aiuto degli stessi Romani, non foss'altro perché questi nell'invasione restarono del tutto inerti [...]»73. Secondo Corraro, il collasso dell'impero romano è un'implosione: i popoli latini si allontano dalle originarie virtù e vengono sopraffatti dalle orde germaniche plasmate, paradossalmente, dalla civiltà romana.
Matscheg torna a ribadire la necessità di un approccio scientifico sui primi anni della storia della città. «La storia dei primi tempi di Roma, quale si desume dalle antiche tradizioni e leggende, viene ora, secondo la critica moderna, nulla più considerata da molti, che come una mitica rappresentazione degli avvenimenti che ebbero luogo in quei tempi»74. Anche la spiegazione sulla debolezza dello stato romano non si abbandona a giudizi morali, ma affronta le questioni sociali e politiche. «Difetto radicale nello Stato Romano era il deperimento della classe media dei cittadini e l'estrema rovina e la continua diminuzione della popolazione agricola in Italia. N'era causa il concentramento delle ricchezze e di tutti i vantaggi dello Stato nell'aristocrazia e nell'ordine degli equiti»75.
Molto accurato nella ricostruzione delle origini della città è Guelpa.
Nella Storia antica lo studioso riporta le diverse leggende e non manca di sintetizzare l'autorevole opinione di Mommsen.
Secondo Mommsen, Roma, città latina assai antica, sarebbe stata fondata per servire di piazza forte verso i confini etruschi e di emporio pel commercio marittimo e fluviale del Lazio. Ma comunque sia sorta la città dei sette colli, certo chi l'ha fondata, non poteva scegliere in Italia un luogo più adatto ad essere sede di una grande città, ad essere centro e capo di un possente impero. Il popolo romano, fatto glorioso e potente, nobilitava l'oscura sua origine inventando o accogliendo la leggenda della discendenza di Romolo da Marte e da Enea, e faceva di Roma la figlia ed erede di Troja76.
A questi autori, attenti a distinguere la ricostruzione storica dal patrimonio di miti e leggende tramandato dall'antichità, si affianca un nutrito gruppo di studiosi che si sforza non solo di demolire i vecchi racconti ma anche di condannare le origini «umili» della città, fondata da «avventurieri» e uomini senza scrupoli.
Cesare Cantù mette in guardia sulla necessità di scovare il «vero». «Romolo è un capo banda, che a piè della sua rocca ricovera e protegge mercanti e agricoltori; nelle guerre si guadagna terreno, ch'è spartito fra i patrizi, dominanti sui plebei, dei quali non si formano due caste come in Asia, ma due partiti politici, che si disputano la preponderanza»77. Cantù è in grado di offrire anche una spiegazione sull'assenza di una «vera» storia delle origini di Roma.
I deboli cominciamenti di Roma furono forse descritti dagli Italioti, e i Romani ingranditi li dispersero, talché la storia primitiva restò un romanzo. I primi che la narrarono furono greci, ma quando aveano perduto l'istintivo sentimento dell'età antica, né ancora acquistato la critica della nuova, sicché cercavano men tosto il vero che il bello, e di soddisfare alla vanità [...]. I primi Romani che ne scrissero, amarono meglio queste poetiche tradizioni che l'arida verità de' natii: e copiavano l'un dall'altro senza verificare, senza neppur guardare alle iscrizioni o agli atti antichi78.
La demolizione dei miti intorno alla nascita di Roma sono per Alagna un'occasione per denunciare la scaltrezza dei «sacerdoti» del paganesimo. «Certamente tutto ciò che vi è di falso sull'origine di Roma, dovette esservi aggiunto dai Sacerdoti, interessati a dar vita alle credenze superstiziose, per dominare a loro talento la maggioranza dei Romani. Più tardi queste favole furono accolte con favore da tutti i romani, dediti a magnificare la loro origine, una volta resisi potentissimi»79.
6. Il progresso: ordine e anarchia
La contrapposizione ordine-anarchia è un altro importante strumento di interpretazione. Nei manuali scolastici la successione dei vari sistemi politici si trasforma spesso in un'alternanza tra epoche all'insegna dell'ordine istituzionale, sociale, economico e età dell'anarchia e della dissoluzione morale e culturale. Questa contrapposizione, all'origine dell'idea occidentale di politica, fonda un insostituibile criterio di giudizio sulla legittimità ed efficienza di un governo. E facilita inoltre l'articolazione della narrazione, consentendo di suddividere la materia con criteri immediatamente riconoscibili.
Il rapporto tra ordine e anarchia non ha comunque un'unica immagine: può essere un'opposizione irriducibile o una sorta di percorso dialettico che, attraverso cambiamenti e rivolgimenti, ha lo scopo di raggiungere forme di organizzazione più complesse e salde. Ordine e anarchia si alternano verso un miglioramento della condizione umana, simboleggiata dalla città caput mundi.
Per Hallam l'anarchia è il buio. «Troviamo una grande oscurità regnare su tutta la storia di Roma durante il lungo periodo che scorre dalla riconquista dell'Italia fatta da Belisario sino alla fine dell'undecimo secolo»80. Secondo lo storico inglese, il disordine è una presenza endemica in Italia e a Roma. «Accanto alle solite cause d'insubordinazione ed anarchia, dominanti fra gli Italiani, e che si possono applicare anche alla città capitale, altri sentimenti proprii solo di Roma conservarono una continua, benché ineguale, influenza per molti secoli. Restava ancora tanto del naufragio di quel grande retaggio per riempire il petto dei suoi cittadini con la coscienza della propria importanza»81.
L'idea dell'ordine, come prodotto del conflitto, trova spazio nell'opera di Guelpa. «Alla cresciuta forza e potenza della romana repubblica, aggiungeva energia e vigore novello la concordia degli animi che dopo lunga lotta era stata infine assicurata dalle leggi licinie col patteggiamento civile e politico dei patrizii e dei plebei»82. Simbolo stesso dell'equilibrio è l'impero romano. «Armato sulle frontiere l'Impero Romano offriva all'interno il meraviglioso spettacolo della sicurezza, dell'ordine, del lento ma sicuro progresso nelle arti della pace, e dopo rovesciate colla forza delle armi le barriere che tenevano disgiunto il mondo antico, proseguiva pacificamente per diverse vie nella grande opera dell'unificazione delle genti»83. Secondo De Angeli, all'origine dell'anarchia nello stato romano c'è Augusto. «In una città che odiava per istinto i re, ei seppe governar da re senza regnare. In breve però unica forza de' nuovi ordini divennero i soldati; ond'è che violenza ed arbitrio non tardarono a sostituirsi a diritto e giustizia»84. Ma naturalmente il fondo della crisi è toccato sotto il dominio pontificio nel IX secolo, vero paradigma della dissoluzione civile.
Per qualche tempo Roma andò esente da gravi disordini; ma dopo la metà del secolo IX incomincia l'epoca più triste di sua storia, l'età ferrea del papato, età d'infamie e delitti. Vi han bruttissima parte violenti baroni di Roma e della Campagna, consoli e senatori, pontefici brutali ed inetti, da essi portati al trono, e successivamente sbalzati, riusciti talvolta a mantenervisi rinfocolando le civili discordie, od invocando gli stranieri; femmine avvenenti, crudeli e lussuriose, dominanti col fascino della bellezza e del vizio; imperatori inetti che vengono, combattono e scompaiono; un popolo, finalmente, spettatore inerte di tante infamie, cui non punge la memoria della passata grandezza, quantunque non sappia intieramente obbliarla, un popolo pronto ai tumulti, non ai sagrifici richiesti dal risorgimento85.
Nell'opera di Don Bosco il disordine nasce dalla mancanza di rispetto delle norme etiche. In primo luogo il diritto alla proprietà privata. «Così disoccupata la plebe cominciava ad invidiare la sorte dei ricchi, desiderosa di porre le mani sopra i loro averi; ciò era un vero ladroneccio, perché colui, il quale con giusti mezzi e titoli ha acquistato sostanze, è giusto che se la goda»86. Secondo il sacerdote, Roma vive nell'ordine solo sotto il governo pontificio. «Roma allora si diede al Papa, come molte altre città si erano già date ai pontefici, perché sotto il loro governo trovavano pace, giustizia e soccorsi, dove che i principi laici riponevano il diritto alla spada...»87.
Tra le ragioni dell'instaurazione del potere pontificio dopo il crollo dell'impero romano, Rinaudo evidenzia quello che considera l'aspetto principale: «L'esser stato nelle frequenti mutazioni politiche di Roma il suo vescovo la sola istituzione stabile»88. Dunque, la Chiesa come unico punto di riferimento nel caos delle dominazioni barbariche.
Alla funzione del papato nella Roma medievale dedica ampio spazio De Michelis nelle sue Brevi lezioni sul medioevo. La capacità di assimilazione della Chiesa garantisce un'apparenza di ordine nella città. «La Chiesa, la quale, come prima aveva lottato e poi ottenuto splendido trionfo sul mondo romano, così, al sopraggiungere dei Barbari, diresse tutti i suoi sforzi per estendere anche su questi la sua salutare influenza ed a poco a poco li condusse nel proprio grembo. Così facendo essa ne rese men duro il giogo sui vinti Romani, che aveva già più volte salvati dal loro furore all'epoca delle invasioni»89. Ma l'autore non dimentica di tracciare un quadro fosco della successiva lotta tra le famiglie nobili, che è una caratteristica di Roma fino all'età moderna: l'anarchia è «permanente»90.

7. Patrizi e plebei

Nei manuali scolastici la riflessione sul rapporto tra élites e popolo è spesso poco approfondita. Del resto, il principio d'autorità a Roma è per secoli facilmente identificabile: prima l'impero, poi il papato. Ma nella città eterna la legittimità del governo e l'esercizio del potere non sempre coincidono. E dietro le autorità universali e «nazionali», si nascondono le antiche famiglie nobili, da sempre protagoniste dell'attività politica locale. Ecco dunque che tracciare un identikit della popolazione romana risulta compito difficile per gli autori scolastici. E appare ancor più arduo seguire le trasformazioni che sconvolgono la fisionomia dei ceti sociali attraverso i secoli. Così molti storici rimangono prigionieri di quelle classificazioni con cui tradizionalmente venivano divisi gli abitanti nell'antica Roma: patrizi e plebei. Cambiano le denominazioni nel medioevo e in età moderna, ma la tipologia resta per lo più la stessa: un ceto proprietario dedito alla politica e un «popolino», per lo più improduttivo e parassita, animato però da improvvisi scatti d'orgoglio e da una forte coscienza della propria identità. L'adozione di questo modello semplifica la narrazione storica ma ostacola la comprensione dei mutamenti nella struttura sociale. Forte è anche il rischio di applicare retrospettivamente alla Roma antica o medievale dinamiche sociali proprie dell'Ottocento. E vedere, magari, nella plebe gli antenati dei ceti operai, oppure nell'abbandono delle campagne da parte dell'aristocrazia romana l'atto di nascita di una moderna borghesia. Vive comunque, in quasi tutte le opere, il mito di un popolo che trova la sua grandezza soltanto nell'unità, nell'assenza dei conflitti sociali.
Ignazio Cantù sottolinea un evidente paradosso sul rapporto tra governanti e sudditi. «Un altro fatto ci appare, cioè, che sebbene Roma sia sorta da molte popolazioni riunite, e benché l'attività sua popolare si mostri sempre assai grande, pure non resta di ciò che qualche debole vestigio nelle sue leggende. Tutto si attribuisce ai re [...]»91. Cantù coltiva il mito di un antico popolo agricolo che, abbandonando i campi, segna il proprio declino. «Cominciò quella lotta interna fra patrizi e plebei, la quale se da un lato parve alimentare la brama di esterne imprese, fu causa dall'altro della rovina dello Stato. Il romano popolo, se fosse rimasto popolo agricolo, avrebbe avuto più amore a conservare i suoi campi contro assalti esterni»92.
Liddell rintraccia un singolare parallelismo tra la lotta dei plebei contro i patrizi e la rivoluzione inglese. «I Romani ricuperarono l'impero su' loro vicini, ma anche la lunga e paziente lotta onde i plebei si innalzarono pari in grado a' patrizi, che erano divenuti il ceto dominante in Roma. Questa storia somiglia moltissimo a quella della longanime costanza e della nobile padronanza di se medesimi, con cui i Comuni d'Inghilterra assicurarono i propri diritti»93.
Ricotti delinea l'evoluzione del popolo romano dopo l'instaurazione dell'impero: da depositario della sovranità a massa di sudditi. «L'autorità suprema venne tolta al popolo, data per breve tempo al senato, e al fine assorta nel principe. Una mutazione analoga si operò dentro le città d'Italia»94. Una posizione sociale marginale, quella del popolo, invidiabile solo dagli schiavi. «Erano essi nulla nell'ordine sociale dell'impero: né mai, quanto sotto Roma, la schiatta umana fu conculcata. Affrettiamoci a dire, che il cristianesimo contribuiva di già ad alleviarne i pesi»95.
Cesare Cantù descrive i conflitti sociali dell'antica Roma in modo simile alle lotte della borghesia contro la nobiltà. «La plebe formava un popolo distinto, con ricchi e capi e adunanze proprie: e la storia interna di Roma consiste nelle lotte sue per insinuarsi nella società de' patrizj e pareggiarli ne' diritti politici»96. Tanto che, all'instaurazione della dittatura di Silla, Cantù può affermare: «Così Roma trionfava dell'Italia, i nobili dei ricchi»97.
Nell'opera di Guelpa, invece, il rapporto tra patrizi e plebei assume caratteri simili alla moderna contrapposizione tra borghesia e proletariato. «In Roma si trovarono di fronte quasi due popoli distinti, i patrizi oppressori, padroni del suolo, e i plebei oppressi, senza autorità di sorta e privi di beni di fortuna. Ma il bisogno che i primi ebbero del concorso dei secondi per la difesa della libertà e per l'attuazione di ambiziosi disegni di conquiste, doveva piegare i patrizii a successive concessioni e aprire alla plebe la via al conseguimento dell'uguaglianza civile, politica e religiosa»98.
Secondo Comba, la repubblica romana garantisce pari opportunità a tutti i ceti sociali. «Roma, nel tempo di che qui si parla, era, più che mai forte, consolidata e concorde: la cittadinanza di ogni condizione, cessate in gran parte le cause degli antichi litigi, aspirando a procacciarsi le ricchezze e gli onori ormai accessibili a tutti, rendeva sempre più grande e potente la repubblica»99. Più tardi il morbo della decadenza attacca proprio la struttura sociale: l'indebolimento del ceto medio, che assomiglia così tanto alla piccola borghesia. «Le perpetue guerre sostenute fuori d'Italia, avevano intaccato nel cuore il fondamento della sua potenza, col consumare lentamente il ceto medio e quella plebe proprietaria, che erano il fondamento della sua forza e il nervo de' suoi eserciti»100.
De Angeli traccia un fosco ritratto dei romani nel medioevo: il potere temporale dei pontefici resiste perché a Roma non c'è una «vera borghesia», un'anomalia rispetto alle altre città italiane.
Si rifletta ancora non esservi stato mai in Roma, come nell'altre città italiane, un numeroso ceto commerciante, una vera borghesia, il più saldo fondamento di un libero governo. Eran potenti famiglie aristocratiche, grandi feudatari della Chiesa, vogliosi di togliere al papa l'autorità per contendersela poscia fra loro; una nobiltà che non occupavasi né d'armi, né d'agricoltura, né dicommercio; il clero regolare e secolare, numerosissimo, partigiano naturale del papa; la plebe disposta a favorire il più forte, il più astuto, e di rado assai la propria libertà ed i pochissimi che la propugnavano101.
Nel Compendio di Weber c'è molta attenzione per la decadenza del ceto dei piccoli proprietari contadini.
La nuova nobiltà, oltre avere per sé tutte le cariche, possedeva anche essa sola le proprietà stabili, avendo riacquistato il possesso esclusivo del terreno comunale e ridotti in sua mano i poderi dei contadini per via di compre, usure, raggiri, a anche colla forza. Da ciò nacque una grandissima disparità di sostanze. La classe dei liberi contadini, fondamento dell'antica grandezza di Roma, della sua probità, del suo valore nelle armi, disparve interamente, mentre i cospicui cittadini allargavano senza limiti i loro poderi, e li facevano lavorare da torme di schiavi, presi in guerra, stuoli di contadini, cui i duri padroni aveano lasciati privi di tetto e d'ogni avere, correvano raminghi il paese, spettacolo di miseria e di pietà102.
Secondo Don Bosco, i romani delle origini sono «avventurieri» e «masnadieri». «Così quella che doveva divenire la regina delle città fondavasi da un'orda di avventurieri, e Romolo fratricida le dava il suo nome, chiamandola Roma e, facendola ricettacolo di ogni sorta di masnadieri, si costituì loro Re»103. Poi, paradossalmente, le ragioni del declino della potenza romana vanno ricercate in una sorta di mutazione antropologica. «I Romani di quel tempo, cari giovani, avevano affatto degenerato dal valore degli antenati. Il lusso, gli splendidi palazzi,i giardini deliziosi, una immensa e inutile quantità di servi, ed ogni sorta di mollezze erano sottentrati alla semplicità ed al marziale coraggio di gloriosi capitani, i quali spesso lasciavano l'aratro per mettersi in capo delle legioni in difesa della patria»104.
Manfroni denuncia l'inuguaglianza dei rapporti sociali nell'antica Roma. «Era una grande ingiustizia sociale, perché poveri e ricchi concorrevano nella stessa misura alla difesa dello Stato; ma mentre i ricchi potevano senza danno prender parte alle imprese militari, perché durante la loro assenza gli schiavi lavoravano le loro terre, la plebe (plebs), invece, compiendo il suo dovere, si rovinava e correva rischio di perdere anche la libertà»105.
Gli stessi squilibri sociali sono evidenziati anche da Bonacci.
Dopo le grandi conquiste or ora ricordate, Roma vedeva non solo cresciuta la sua potenza, ma anche estesi i suoi commerci e cresciuta la sua ricchezza. Questa ricchezza però non fu equamente distribuita; alcuni arricchirono, cumulando enormi fortune e acquistando estese proprietà, altri invece non ne ebbero nulla e sentirono anche peggiorare le loro condizioni perché, chiamati alle armi, avevano dovuto abbandonare i loro campi. Ne seguì uno stato di cose intollerabile: da una parte un numero limitato di individui dalle enormiricchezze, i quali spadroneggiavano, dall'altra un gran numero di malcontenti, molti dei quali, essendo stati a contatto con popoli più ricchi e più progrediti, avevano contratto nuovi bisogni e nuove esigenze106.

8. Il carattere dei romani

L'idea romantica di popolo, inteso come un organismo vitale, ha per lungo tempo sollecitato gli studiosi del secolo scorso a tracciare identikit delle popolazioni europee facendo uso di categorie pseudopsicologiche e caratteriali. E anche in Italia è stata forte l'inclinazione a parlare degli abitanti della penisola come un individuo dotato di una propria personalità, condizionata da un patrimonio genetico e storico. Ma il compito degli storici del nuovo stato appare subito arduo: adattare la metafora organicistica alla complessità etnica e culturale del paese. Dunque, senza negare tradizioni e usi locali, rintracciare un modello in cui possano riconoscersi i mille municipi della nazione. In questo groviglio di rivendicazioni regionali, l'eredità dei romani ha senza dubbio un posto di primo piano.
Complice una storia millenaria, gli abitanti della città eterna sono al centro di analisi e ritratti, più o meno approfonditi, che spesso si confondono con stereotipi e luoghi comuni. L'indole romana è infatti una sorta di categoria dello spirito: sotto il segno dell'indifferenza, dell'orgoglio, della pigrizia e dell'estrema «praticità», i romani hanno conquistato il mondo e fondato una civiltà, si sono abbandonati all'anarchia, hanno vissuto di largizioni, sono caduti nella «dissoluzione morale», si sono ribellati, si sono adattati ai nuovi regimi.
La storiografia scolastica moltiplica i pregiudizi sul carattere degli abitanti dei sette colli. Per gli studenti pochi aggettivi possono essere più utili di approfondite analisi sociologiche per comprendere gli atteggiamenti di una popolazione. E gli autori dei manuali spesso non resistono alla tentazione di ricorrere a vizi e virtù dei romani per spiegare le vicende storiche della città.
Sul debole attaccamento all'idea di libertà, per esempio, insiste Botta che descrive in modo poco lusinghiero gli abitanti di Roma sotto il dominio dei francesi. «Aveva lungo tempo in Roma la maldicenza tenuto luogo di libertà, ed i romani cuori umilmente obbedivano, purché le romane lingue si potessero sfogare: sicché gridavano, essere tolta loro quella libertà, di cui avevano goduto sino ai tempi, e sin dai tempi strettissimi di Alessandro e di Sirto, crescere la tirannide con la miseria, pagare i popoli con la servitù gli errori del governo, diventata essere la condizione romana insopportabile»107.
Opposta è la condanna di Zini, che denuncia le resistenze popolari contro i francesi. «La costituzione un po' meglio ordinata a Roma, dove gli antichi nomi di consoli, di senato, di tribuni esaltavano la fantasia dei caldi patriotti, non trovava però favore nel popolo minuto ed ignorante che bramava le sue processioni, i suoi prelati, le pompe religiose, e le benedizioni pontificali. Di qui qualche tentativo di sedizione, represso con vigore, e talvolta con ferocia da' Francesi»108.
Gibbon sottolinea l'irrequietezza del popolo contro i papi. «I turbolenti Romani disdegnavano il giogo e insultavano la impotenza del loro vescovo, cui l'educazione e il carattere non concedeva di adoperare con convenienza ed efficacia il potere della spada. Le origini della sua elezione e le debolezze della sua vita erano esposte alle critiche delle familiari conversazioni, e la vicinanza dovea diminuire la riverenza che il suo nome e i suoi decreti imprimevano nell'animo di genti selvaggie»109.
Secondo Liddell, l'evoluzione del carattere del popolo romano ricalca uno dei modelli storici più collaudati: la corruzione morale dei cittadini attraverso le ricchezze.
È pur troppo vero che, allorquando la storia della Repubblica, comincia ad allargarsi tanto da comprendere tutto il mondo civile, perde ogni importanza morale. Prima delle loro conquiste (siccome abbiam veduto) i Romani erano una stirpe gagliarda, frugale, piena di abnegazione, religiosa, ma nello stesso tempo ignorante, rozza, priva, nel trattar co' forestieri, della carità e della umanità comuni. Quando nelle mani di un popolo cosiffatto pervengono ad un tratto ricchezze e potenza enormi, gli effetti sono certi. I proverbi di ogni nazione attestano l'arroganza ed i vizi dei nuovi ricchi; né i Romani costituirono un'eccezione alla regola. La condizione loro era molto simile a quella de' selvaggi quando sentono le prime influenze della civiltà; i quali, mentre premurosamente prendono da lei nuovi vizi, conservano la propria rozzezza. Gli storici romani sono d'accordo in queste lamentazioni110.
Ai «sentimenti di Roma» Hallam dedica molta attenzione.
Roma stessa fu, durante tutto il medio evo, poco disposta a sottomettersi al governo del suo vescovo. I di lui diritti erano mal definiti, né confermati da una legge positiva; l'imperatore fu lungamente sovrano, ed il popolo sempre ritenuto libero. Accanto alle solite cause d'insubordinazione ed anarchia, dominanti fra gli Italiani, e che si possono applicare anche alla città capitale, altri sentimenti proprii solo di Roma conservarono una continua, benché ineguale, influenza per molti secoli. Restava ancora tanto del naufragio di quel grande retaggio per riempire il petto dei suoi cittadini con la coscienza della propria importanza. Essi portavano un nome rispettabile, si beavano nel contemplare i monumenti dell'arte e della antica potenza, dimenticando, illusi dall'orgoglio nazionale, che gli Dei tutelari di quegli edifizii li avevano per sempre abbandonati111.
Guelpa esalta il carattere «pratico» dei conquistatori del mondo. «I Romani, affatto positivi, e per la peculiarità del loro carattere alieni dalle sottili indagini sull'umano pensiero e dalle alte speculazioni filosofiche sull'essenza e sull'armonia della natura, i loro studi volsero di preferenza all'utilità pratica della vita»112. Al di là delle vicende dell'impero, un merito storico appartiene ai romani: aver assunto un atteggiamento di attenta curiosità verso i popoli conquistati. «Si deve dunque saper grado ai Romani di aver mostrato, a riguardo delle genti da loro soggiogate, in luogo del superbo disprezzo dei Greci e della selvaggia indifferenza dei conquistatori del Messico e del Perù, quell'ingenua ammirazione che li rese docili allievi di coloro che essi avevano vinto, e di averci conservato tanti capolavori»113.
Per Balbo gli antichi romani non sono dominati da volontà di conquista, come gli inglesi alla fine dell'Ottocento. «I Romani non avean fretta mai di aggiungersi provincie: furono meno avidi di conquiste che non si scrive, non le fecero guari se non isforzati o poco meno; come i più de' conquistatori quando una volta hanno incominciato, come ora gl'Inglesi alle Indie»114. E l'eredità migliore dei romani consiste proprio nello «spirito di pratica». «Sopra ogni cosa di que' grandi maggiori nostri, imitiamo lo spirito di pratica, la sodezza nello scrivere come nell'operare: questo è il miglior modo di dimostrare la figliazione nostra da que' Romani, che furono i più sodi, i più pratici uomini del mondo antico»115.
Secondo Lanza, l'identikit degli antichi romani è caratterizzato da «fermezza» e «pietà». «Gli antichi Romani comprendevano ogni loro ideale in due virtù, la fermezza nel lottare contro ogni difficoltà, e la pietà nel rispetto verso gli Dei, verso i loro maggiori e verso la patria, alle cui leggi od al cui bene ogni cittadino doveva sacrificarsi in qualsiasi bisogno»116. Ma successivamente «alla grandezza esteriore però non corrispondeva più la virtù dei cittadini: onde incominciò un periodo di decadenza, quanto onorato per l'esterne vittorie, tanto deplorevole per le cittadine discordie, sotto il peso delle quali la libertà non tarderà a sembrare troppo grave, ed i Romani dovranno rinunciarvi, piegando il collo sotto la signoria per lo innanzi tanto aborrita di un padrone, non importa se esso chiamasi re od imperatore. In compenso, questo della decadenza è il periodo della maggior cultura dei Romani, ed il secolo d'oro delle latine lettere [...]»117.
All'orgoglio dei romani durante il medioevo Berenzi dedica un'approfondita nota: «Dice Hock che sovente i Tedeschi acquistarono la preponderanza in Roma, sorgendovi come salvatori contro l'oppressione esterna e l'interna corruzione, ma non seppero conservare a lungo la influenza e la posizione loro. Essi non appresero mai l'arte di governarsi convenientemente con questo popolo di un'indole particolare, avente il fuoco proprio dei popoli meridionali, liberi costumi e raffinati, perspicacia di mente: consideravano il Papa come vassallo dell'Impero, e Roma come una provincia dell'Impero stesso, e ponevano in oblio l'importanza universale e la condizione indipendente di ambedue»118.

Appendice

Una rapida rassegna dei manuali esaminati può essere utile per contestualizzare meglio questa ricerca sull'idea di Roma.
La più antica opera considerata, la Storia d'Italia dal 1789 al 1814 di Carlo Botta119, non è in realtà un testo pensato e scritto per gli studenti. Ma negli atti della Commissione ministeriale è citato come libro adottato in alcune scuole. Pubblicata a più riprese nel corso dell'Ottocento, l'opera è una voluminosa sintesi su uno dei periodi chiave della storia della penisola: le conquiste della Rivoluzione francese, la parabola napoleonica, la restaurazione dell'antico ordine. Da sottolineare un linguaggio a volte ostico, la diffidenza contro un'eccessiva esaltazione dei miti romani, la fede antinapoleonica e i severi giudizi contro papi e principi italiani.
Il compendio di Luigi Zini, Della Italia dalle origini fino ai nostri giorni120, riassume le caratteristiche di molta letteratura scolastica di quel periodo. Segretario del governo provvisorio di Modena nel 1848, professore di storia nel collegio municipale di Asti, docente di letteratura italiana al liceo di Lugano, Zini fu uno stretto collaboratore di La Farina. Nel 1865 ebbe l'incarico di segretario generale al ministero dell'Interno e nel 1876, con l'avvento della Sinistra al potere, divenne senatore. Collaborò a varie riviste, scrisse un romanzo storico e compilò opere di letteratura, storia e politica. Nel manuale considerato, in oltre seicento pagine viene tracciato un affresco della storia della penisola dalle origini delle popolazioni pelasgiche ai moti del 1848 a Roma. Zini celebra potenza e gloria degli antichi romani, avversa il dominio temporale dei pontefici, declama a più riprese di essere un fedele seguace del «concetto democratico». Quest'opera, stampata da una piccola tipografia di Asti, non è citata nell'elenco dei testi più diffusi nel 1875. Ma compare in un documento ministeriale del 1880, dove sono elencati i volumi da giudicare per la scuola normale. Zini era autore popolare nel mondo della scuola e i suoi manuali non erano certo sconosciuti.
Assai meno popolare invece Ignazio Cantù, autore di una Storia d'Italia ne' suoi patimenti e nelle sue glorie121. Edita da una tipografia milanese, di proprietà di Francesco Pagnoni, l'opera non risulta nell'elenco ministeriale dei testi più adottati, ma ha più di un aspetto meritevole di interesse. Insegnante, di formazione cattolica, fratello minore del ben più celebre Cesare, Ignazio Cantù preferisce a differenza dei suoi più autorevoli colleghi dedicarsi al panegirico dell'Italia piuttosto che di Roma: la nazione è protagonista della storia fin dai tempi dei «primissimi popoli», anteriori ai romani.
Edward Gibbon è un classico della storiografia ben conosciuto nella scuola italiana di fine secolo. La sua opera è più volte citata nei documenti ministeriali. E la Storia della decadenza e rovina dell'impero romano122 è stata pubblicata in sette edizioni diverse nel corso dell'Ottocento. Della versione compendiata a uso delle scuole da William Smith ne esistono due edizioni: laprima del 1863, la seconda del 1884, entrambe pubblicate dalla casa editrice fiorentina Barbera. Il volume ha inizio con un rapido sguardo sul regno di Augusto e si conclude con la fine tragica di Cola di Rienzo. Evidente è l'ammirazione per la civiltà romana, esempio di libertà politica. Ma non si fatica a scorgere, dietro a commenti e critiche su istituzioni e costumi latini, l'orgoglio di uno studioso britannico fiero di vivere in un paese politicamente all'avanguardia. Al riguardo, è singolare che il ministero non abbia esitazioni a rilasciare il permesso di accesso alla scuola a un'opera compilata da un storico, senza dubbio di grandissimo prestigio, ma pur sempre straniero. E non è l'unico caso.
Altro studioso inglese, altra opera molto conosciuta. Della Storia di Roma di Henry George Liddell123 si hanno in abbondanza riscontri sulla sua diffusione nelle aule scolastiche. Edita dal fiorentino Barbera, questa Storia è la prima traduzione italiana della History of Acient Rome, pubblicata in due volumi in Inghilterra nel 1855. Lessicografo e coeditore del Greek-English lexicon, ordinato nella chiesa anglicana, Liddell scrisse questa opera per gli studenti inglesi. In tutte le ottocento pagine dedicate esclusivamente alle vicende dell'antica Roma, forte è l'impegno per demolire le leggende e mostrare in tutta la sua ferocia il volto cinico del potere. Incantato dalla sapienza giuridica dei romani, Liddell non riesce a resistere alla tentazione di instaurare in più occasioni uno stretto parallelismo tra le vicende politiche della repubblica e quelle dell'Inghilterra.
Ai primissimi posti nelle preferenze degli insegnanti intorno agli anni Ottanta, il Manuale di storia moderna di Celestino Bianchi124 è un'opera di circa seicento pagine, edita da Barbera. Fitta è la ricostruzione degli eventi, che non dedica uno spazio privilegiato alla capitale, ma che risulta perfettamente funzionale allo scopo di offrire agli studenti un affresco generale delle vicende della penisola. Vicino ai moderati toscani, un passato da giornalista e poi deputato della Destra, Bianchi non si lascia andare a commenti fuori testo o a esortazioni morali. Abbastanza equilibrato, non prolisso di aggettivi, il manuale ha quasi un registro da cronaca.
È il best-seller della letteratura scolastica di fine Ottocento. La Breve storia d'Europa e specialmente d'Italia dall'anno 476 al 1861 di Ercole Ricotti125 è l'opera che domina incontrastata nelle classifiche dei libri adottati. La Commissione ministeriale, raccomandandone l'uso, non esita a definirla «la storia d'Italia che tuttavia si confaccia di più alle esigenze scolastiche, per l'ordine, la chiarezza, la opportuna distribuzione delle parti e la buona scelta dei fatti»126. Nel sondaggio del 1878 il manuale riceve 32 segnalazioni, contro le 19 del secondo classificato, il Compendio di De Angeli127. Piemontese, scrittore precoce, una laurea in ingegneria, a 23 anni Ricotti era già membro della Regia Deputazione di Storia Patria, a 24 della Regia Accademia delle Scienze e ben presto fu titolare della cattedra universitaria di storia militare d'Italia, trasformata in seguito in storia moderna. Scrisse saggi sulla costituzione inglese e sulla riforma protestante. Nella Breve storia d'Europa, dalla caduta dell'impero fondato da Augusto alla proclamazione del Regno d'Italia, Ricotti impiega settecento pagine per raccontare le vicende della penisola, condizionate dall'irripetibile e ingombrante eredità romana. Il giudizio sull'antichità latina non si abbandona a facili esaltazioni o radicali denigrazioni. Non puòfare a meno di professare la sua fiducia nelle capacità politiche dei pontefici, a cui riconosce «vizii e difetti»128 ma anche «tanta bontà»129.
Il Compendio di Luigi Sforzosi130, edito da Barbera, nel 1873 aveva già raggiunto l'ottava edizione. E sorprende non trovarlo nell'elenco della Commissione. Il testo infatti è citato in più di una relazione dei distretti provinciali e lo stesso Sforzosi era conosciuto come autore di manuali di successo. Nell'avvertenza l'editore rende noto che il libro è «nuovamente scritto, rifondendo intieramente e larghissimamente ampliando un primo Compendio da lui (Luigi Sforzosi, ndr) stampato a Parigi nel 1839; sicché tra questo e quello non è più oggi da cercare relazione alcuna»131. Convinto sostenitore delle glorie romane, Sforzosi non esita a porre la città eterna al centro della sua narrazione.
Sulla scia di Gibbon e Liddell, c'è un altro autore straniero edito da Barbera: Henry Hallam. L'Europa nel Medio Evo132 è un'opera apprezzata nella scuola italiana alla fine dell'Ottocento. Scritta nei primi decenni del secolo, nell'edizione italiana è stata ridotta a un volume di circa trecento pagine. Arricchita dal traduttore di note esplicative, il libro analizza a fondo le ragioni del crollo dell'impero romano e l'avvento del medioevo. Hallam, autore anche di un'importante storia della costituzione inglese, evidenzia l'eredità della civiltà latina e rintraccia nella storia di Roma uno «spirito repubblicano», che costituisce il principio guida per comprendere le trasformazioni e i conflitti all'interno della città.
Incline a scovare crudeltà e barbarie nascoste all'ombra della storia romana, il cattolico Cesare Cantù non manca di ricostruire le vicende della città secondo i disegni di una «missione provvidenziale». Il suo Compendio della storia universale133, opera di oltre cinquecento pagine edita dalla Tipografia Giacomo Agnelli, risulta ai primi posti nella classifica delle adozioni scolastiche all'indomani dell'Unità. Chiaro è l'intento dell'autore, «il più ascoltato divulgatore di cultura storica dell'Ottocento italiano»134, di raccontare una storia d'Italia il più possibile autonoma da Roma, in cui le gloriose imprese dei latini vengano considerate certamente elemento integrante del passato della nazione, che tuttavia cresce anche in antitesi alla romanità.
La Storia del medioevo di Carlo Ormondo Galli135 è un compendio molto sintetico, scritto con linguaggio asciutto, ricco di date e avvenimenti. Dello stesso autore circolava nelle scuole italiane anche un altro volume, la Storia moderna136. Entrambi editi da Paravia, costituivano un ciclo completo di testi per l'insegnamento della storia negli istituti superiori. Parco nell'uso degli aggettivi, Galli non si abbandona a scomposte esaltazioni o indignate recriminazioni ma segue attentamente le vicende del caput mundi, consapevole dell'immenso patrimonio di civiltà custodito dai romani.
Cinque volumi costituiscono le Lezioni di storia universale di Antonio Matscheg137, opera conosciuta nella scuola italiana e citata nei documenti ministeriali, edita a Venezia dalla Tipografia Emiliana. Matscheg, autore di molti compendi scolastici e di diversi saggi sulla storia veneta, ha compilato un manuale di particolare interesse per il suo approccio «scientifico», poco suggestionato dalla mitologia e retorica nazionalista. Pur non trascurando la grandiosità delle imprese romane, lo storico richiama infatti più volte all'attenzione degli studenti la «mitica rappresentazione degli avvenimenti che ebbero luogo in quei tempi»138. Inoltre cerca di tenere distinte le vicende di Roma da quelle dell'Italia, evidenziando peraltro l'insostituibile contributo dei romani alla formazione di una struttura statale. Nell'opera non manca comunque di trasparire anche l'ispirazione cattolica dell'autore, che celebra il compimento della missione provvidenziale della Roma antica: «preparare al Vangelo l'Occidente»139.
Tra gli storici stranieri che godevano di buona fama nella scuola italiana c'è anche il tedesco Georg Weber. Direttore della scuola cittadina superiore di Heidelberg, autore di saggi sul calvinismo e sulla storia ecclesiastica d'Inghilterra, Weber era noto soprattutto per tre storie universali di carattere popolare. Una fu tradotta in italiano, il Compendio di storia universale140, che ebbe successo nel mondo scolastico. All'insegna dell'amor di patria sono ricostruiti gli avvenimenti di cui sono stati protagonisti gli antichi romani. Il culto delle virtù civiche è molto sentito dallo storico tedesco, che vede in Roma un modello insuperabile di ordinamento sociale e giuridico. Nel volume dedicato all'età moderna, lo spazio riservato a Roma e all'Italia diminuisce progressivamente ma Weber non trascura di analizzare in modo adeguato la questione romana. Nelle scuole italiane c'era poi in uso anche un altro testo dell'autore tedesco: il Manuale di storia contemporanea141, edito dai Fratelli Treves. È un'opera di notevoli dimensioni: settecentottanta pagine che abbracciano un periodo storico piuttosto limitato, dal 1815 al 1870. Lo studioso rende merito ai romani che lottarono per la «liberazione»142 della città.
Assai meno conosciute dei libri dello storico tedesco, le Lezioni di storia nazionale di Gaetano Antonio Alagna143 sono un'opera interessante per la particolare impronta religiosa. Lo studioso, economista di formazione, comincia il manuale con una definizione della nazionalità, intesa come «fatto voluto da Dio»144, per poi lasciare spazio a continui richiami sull'origine divina di istituzioni e avvenimenti storici. Scarso fascino ha sull'autore il mito dell'antica Roma: si accavallano giudizi morali su corruzione e ignoranza dei latini. Ma l'antiromanesimo non danneggia il forte spirito rivendicativo di Alagna nei confronti della questione nazionale.
Più volte segnalata dai distretti scolastici provinciali, la Storia antica orientale-greca-romana di Giovanni Guelpa145 è un manuale in tre volumi adottato nei ginnasi. All'interno c'è una ricostruzione analitica delle origini e sviluppi della città, con particolare attenzione ai conflitti sociali. Al centro della narrazione storica è posta «l'opera unificatrice»146 di Roma, principio di attrazione e civilizzazione in Italia e nel mondo.
Francesco Bertolini è uno degli autori più prolifici nel mercato della letteratura scolastica della fine del XIX secolo. Godeva di buona fama tra i membri della Commissione per l'esame dei libri di testo e un suo manuale, la Storia moderna d'Europa147, era segnalato nel ristrettissimo elenco delle opere consigliate agli insegnanti148. In questo libro, edito da Vallardi, lo studioso utilizza meno di quattrocento pagine per ricostruire gli avvenimenti della penisola dalla scoperta dell'America all'Unità d'Italia. Lo fa con buon equilibrio, evitando giudizi enfatici, e dedicando attenzione soprattutto a un'analitica ricostruzione degli episodi. Con criteri simili Bertolini compila anche la Storia del medioevo149, edita sempre da Vallardi. Un testo di quattrocentottantasei pagine, molto dense, in cui le vicende romane non vengono certo trascurate.
Due volumi, oltre cinquecento pagine complessive, editore Paravia. Le Nozioni di storia antica, media e moderna di Pietro Ravasio150 sono un altro testo abbastanza diffuso nelle scuole secondarie. Corredato di tabelle cronologiche, il libro ha un chiaro impianto didattico: paragrafi brevi, uso frequente del grassetto e del corsivo. Evidente infatti è la vocazione pedagogica di Ravasio che, oltre a numerosi manuali di storia, scrisse anche alcuni sillabari. Nel testo esaminato Roma è naturalmente protagonista della ricostruzione storica, ma un posto di primo piano è riservato al «popolo romano», custode dell'idea di libertà e interprete del pensiero democratico. Per la città gli appellativi abbondano: «signora», «dominatrice», «madre». Si tratta tuttavia della rivendicazione di un primato ancora tutto culturale, una celebrazione della civiltà latina. La presa di Roma segna, secondo Ravasio, l'atto conclusivo dell'«era fortunata della redenzione politica».
Il Manuale di storia moderna di Luigi Schiaparelli151 è un testo molto sintetico, che lascia poco spazio a considerazioni e giudizi dell'autore. Pubblicata dall'editore Grato Scioldo, l'opera compare nell'elenco dei testi preferiti dagli insegnanti. E Schiaparelli era un studioso certamente conosciuto dagli addetti ai lavori: scrisse molti compendi scolastici, manuali di geografia e statistica e soprattutto una serie di letture storiche sui primi abitanti della penisola. Il Manuale di storia moderna conta duecentocinquanta pagine, fitte di date e episodi, con al centro le vicende e i protagonisti del processo di unificazione nazionale. Un altro testo dello studioso, la Breve storia d'Italia dalla caduta dell'impero romano ai tempi presenti152, evidenzia le stesse caratteristiche di sinteticità, forse con un accento patriottico e retorico più marcato. L'opera, oltre trecento pagine, è edita sempre da Grato Scioldo ed era adottata nelle classi ginnasiali.
Il Nuovo compendio di storia d'Italia di Eugenio Comba153 sono tre volumi editi da Paravia. L'opera è citata in più di una relazione inviata dai distretti scolastici al ministero. Insolita la struttura del testo: ai paragrafi dedicati alla ricostruzione degli avvenimenti, l'autore fa seguire lunghe «osservazioni» in cui approfondisce singoli aspetti ed esprime le proprie opinioni. Un modo per tentare di distinguere la narrazione dal commento. E proprio nelle «osservazioni» Comba, autore tra l'altro anche di testi di aritmetica per le elementari, dedica attenzione alla natura del potere politico e all'organizzazione sociale all'interno della città.
Dopo il manuale di Ricotti, il Compendio di storia universale di Felice De Angeli154 era forse il testo più adottato nella scuola italiana. Studioso del perio-do medievale, De Angeli fu anche un germanista. Oltre ai compendi di storia e geografia, scrisse infatti anche un testo di Esercizi tedeschi di lettura e traduzione e alcuni saggi sull'origine del dominio tedesco nella penisola. Apprezzato dagli esperti della Commissione ministeriale, il Compendio è un libro voluminoso, di quasi settecento pagine, edito da Vallardi. Nell'opera l'autore esalta lo spirito repubblicano degli antichi romani, nemici accaniti dei re, e l'incompatibilità dell'impero con il cristianesimo. Intorno all'idea di libertà De Angeli ricostruisce le vicende di Roma, riconoscendone il forte valore simbolico che attraversa i secoli. La presa di Porta Pia non poteva non essere celebrata come «l'avvenimento più grande de' tempi moderni»155.
Architrave del Compendio di storia contemporanea di Tommaso Sanesi156 è la narrazione del processo di realizzazione dell'Unità d'Italia. Si tratta di un manuale poco diffuso che, in meno di duecento pagine, delinea un quadro degli eventi che sono all'origine dell'unificazione nazionale. Molte pagine sono dedicate alla conquista di Roma, celebrata come «il principio di una nuova epoca di grandezza e gloria»157. Questo Compendio è una digressione rispetto ai consueti studi di Sanesi, affermato grecista, autore di grammatiche e di un vocabolario greco-italiano.
Di particolare interesse è invece la Storia d'Italia di Don Bosco158 per l'importante ruolo svolto dall'ordine salesiano nell'educazione scolastica. Nel manuale, ricco di circa cinquecento pagine, vengono ricostruite le vicende storiche della penisola «dai suoi primi abitatori sino ai nostri giorni». È ovviamente un'opera realizzata sotto i rigidi dettami della storiografia cattolica, con un forte impianto teleologico che ha il suo naturale compimento con l'instaurazione dell'egemonia del cristianesimo nel mondo. Per Don Bosco dunque, al di là di miti e leggende, la storia dell'antica Roma è la storia di un popolo pagano, feroce e crudele, senza principi morali, che instaura il suo dominio in Italia con la forza e la violenza. Solo sotto la protezione dei pontefici Roma può fregiarsi del titolo di «città eterna», acquistando una vera dimensione universale.
Un testo ispirato dalle parole d'ordine del Risorgimento è senza dubbio il Sommario della storia d'Italia di Cesare Balbo159. Improvvisato in origine in poco più di quaranta giorni per l'Enciclopedia popolare di Pomba e Predari, ai primi posti nella classifica delle adozioni nel 1878, il Sommario celebra i fasti dell'antica Roma, improbabile campione della «rivendicazione dell'indipendenza nazionale»160. Il tentativo di ricostruire un passato glorioso per l'Italia spinge Balbo, alfiere della storiografia cattolico-liberale, ad allargare i confini di Roma a tutta la penisola, accomunando romanità e italianità in un'unica formazione nazionale. E insistito è anche lo sforzo di giustificare Roma di fronte alle condanne morali dei censori. Il richiamo ai valori della nazionalità è frequente, anche per periodi storici in cui il concetto di nazione era chiaramente sconosciuto.
Le Lezioni di storia contemporanea d'Europa e specialmente d'Italia di Camillo Manfroni161, professore di storia nella Regia Accademia Navale, sono un testo smilzo, di poco più di cento pagine, edito da una tipografia toscana. La ricostruzione è attenta, le trasformazioni politiche e sociali di Roma sono analizzate con scrupolo. Forte è il richiamo all'autorità e legittimità del potere pontificio. Nei primi anni del Novecento, divenuto professore nell'università di Padova, Manfroni scrisse la Breve storia d'Italia162. Divisa in tre volumi, è edita da Paravia: il crollo dell'impero romano e il trattato di Aquisgrana sono gli eventi scelti per limitare la suddivisione della materia.
Anche Pietro Vigo era docente all'Accademia navale e il suo Disegno della storia dell'evo moderno163 è edito dalla tipografia toscana di Raffaele Giusti. Il testo non presenta particolarità significative, tranne l'accanita avversione al dominio dei francesi in Italia e in particolare a Roma.
Autore abbastanza popolare, protagonista negli ambienti ufficiali e mondani torinesi, Costanzo Rinaudo è citato in alcuni elenchi dei distretti scolastici. Scrisse discorsi, dissertazioni, saggi di critica storica sulle fonti, raccontieducativi e studi sul Risorgimento. Il suo Corso di storia generale del medioevo e dei tempi moderni164, edito da Barbera, è diviso in due volumi ciascuno di circa duecento pagine. La struttura del testo lascia spazio all'approfondimento, con pause narrative che permettono l'analisi di singoli problemi. Punto di partenza e arrivo è l'unità nazionale, condizione indispensabile per sconfiggere le degenerazioni dell'anarchia e assicurare il progresso della società.
Altro studioso conosciuto, specializzato in testi scolastici, e altre opere che hanno avuto buona fortuna: la Storia del medio evo165 e la Storia moderna166 di Angelo Zalla. Edite da Bemporand & Figlio, sono state più volte ristampate. Nella Storia del medio evo l'autore ricostruisce le confuse vicende della penisola, lamentando la «mancanza d'unità» e l'assenza di «un centro politico principale»167. Nella Storia moderna Zalla denuncia l'eresia del protestantesimo e la barbarie dei francesi a Roma. Ma la caduta del potere pontificio permette all'autore di esultare perché è stato «cancellato così l'ultimo vestigio del medio evo»168.
Pietro De Michelis, professore di storia e geografia nel liceo e nell'istituto tecnico di Ravenna, è autore di un corso completo per l'insegnamento della storia nelle scuole secondarie. Si tratta di due volumi, Brevi lezioni di storia del medio evo169 e Brevi lezioni di storia moderna170, editi da Loescher. L'opera è in parte già influenzata dal nuovo clima politico di fine secolo, con l'avvento delle rivendicazioni nazionalistiche e l'avvio delle avventure coloniali. Merito di Roma è proprio aver dato realtà all'idea di unità, che è simbolo di potenza e forza. Tra i nemici degli «Italiani» c'è anche la Chiesa, «il principale impedimento a ricomporre l'unità nazionale»171. Il testo sintetizza in modo efficace il risorgimento di una nazione abbattuta e oppressa da forze straniere.
Roma è l'Italia. Non ci sono dubbi per Giovanni Lanza che, all'inizio del suo Breve corso di storia nazionale, scrive: «La storia antica d'Italia raccogliesi tutta nella storia di Roma»172. Sacerdote, educatore e pubblicista, Lanza scrisse diverse opere di divulgazione storica. Il suo Breve corso di storia nazionale, diviso in tre parti, oltre a eventi e protagonisti non trascura di descrivere anche istituti sociali ed economici, denunciandone carenze e trasformazioni.
Canonico alla cattedrale di Cremona, studioso della Rivoluzione francese, Angelo Berenzi è anche autore di un Corso di storia con particolare riguardo all'Italia173 edito da una piccola tipografia di Bergamo. Sulla copertina del primo volume, Medio-evo (476-1492), sotto al titolo, c'è scritto: «Libro proposto dagli Ecc. Vescovi di Lombardia come testo di storia nelle scuole liceali». In questo manuale, che prende avvio dal crollo dell'impero romano, Berenzi mette in evidenza la saggezza del papato che si dimostrò degno erede delle virtù civiche degli antichi governando con ordine la città eterna.
Un altro testo scolastico edito da Paravia è il Manuale di storia moderna d'Europa e specialmente d'Italia dal 1313 al 1748 di Giuseppe Zippel174. Autore di più compendi e saggi di storia locale in Toscana, Zippel dedica ampio spazio nel manuale a Roma mettendo in risalto le opere dei pontefici più attenti e solleciti alle esigenze della città. Zippel è poi uno dei pochi autori che descrive e analizza le trasformazioni urbanistiche di Roma e i tentativi per rendere più moderna e accogliente la città.
Declamazioni magniloquenti, culto della forza, rivendicazione di primati politici trovano posto nelle Nozioni di storia d'Italia di Giovanni Bonacci175, opera in parte influenzata dal linguaggio dei nuovi tribuni ostili ai rituali della democrazia. Autore tra l'altro di numerosi studi sull'emigrazione degli italiani in America, Bonacci esalta la potenza militare dell'antica Roma, a cui dedica più di un approfondimento, e ricorda che il crollo dell'antico primato del popolo romano è cominciato con «l'infiltrarsi di nuove stirpi». L'autore non manca anche di indirizzare i suoi strali contro partiti e competizioni elettorali.
Agostino Savelli è un autore scolastico molto conosciuto alla vigilia della prima guerra mondiale. Dopo aver aver portato a termine uno studio sulla figura di Temistocle e una Breve storia di Spagna, scrisse un Manuale di storia176, diviso in tre ampi volumi editi da Sansoni. La suddivisione della materia è complessa e spesso la narrazione s'interrompe per lasciare spazio a approfondimenti storico-filosofici delle principali questioni politiche. Al riguardo è degno di nota l'uso del termine «romanesimo», che Savelli utilizza come categoria d'interpretazione storica. Al centro della maggior parte delle argomentazioni rimane comunque la questione della nazionalità che, secondo l'autore, è uno dei problemi fondamentali per comprendere anche l'antichità.
Di particolare interesse nel Manuale di storia romana di Corrado Barbagallo177, edito dalla Società Dante Alighieri, è l'attenzione dello storico a distinguere «la grande storia dell'impero romano» dall'«antefatto romantico» rappresentato dall'età «regia e repubblicana»178. In oltre centocinquanta pagine, l'autore è impegnato nella descrizione di modelli socio-economici e istituti giuridici che sono all'origine della grandezza di Roma. Anche per Barbagallo la storia antica di Roma è soprattutto la storia dello Stato.
Pubblicata da Sansoni negli anni della prima guerra mondiale, la Breve storia moderna di Antonio Messeri179 è composta di due volumi che complessivamente superano le cinquecento pagine. Scrittore eclettico, autore tra l'altro di un'operetta in tre atti e di una grammatica italiana, Messeri pubblicò una prima versione del suo compendio nel 1898. La seconda edizione è molto accresciuta: sorprende che, specie nel primo volume dalla fine del secolo XV al 1748, le vicende di Roma siano per lo più trascurate e anzi venga sottolineato uno sviluppo autonomo della storia d'Italia. Lo studioso rivendica comunque la libertà di pensiero, simboleggiata da Porta Pia, rinunciando a improbabili richiami a primati nazionalistici e imperialisti.

Note

1. I. Porciani, Manuali per la scuola e industria dello scolastico dopo il 1860, in L'editoria italiana tra Otto e Novecento, a cura di G. Tortorelli, Firenze, Edizioni Analisi, 1986, p. 61.
2. Consiglio superiore della Pubblica Istruzione, Commissione per i libri di testo, Relazione intorno ai libri di testo per l'insegnamento della storia usati nei Regi Licei, gennaio 1878, manoscritto, Archivio Centrale dello Stato, M.P.I, Consiglio Superiore, Atti versati posteriormente, b. 15.
3. E. Ragionieri, I manuali di storia nelle scuole italiane, in «Società», 1952, n. 2, p. 334.
4. M.S. Sapegno, Italia, Italiani in Letteratura Italiana, Torino, Einaudi, 1984, vol. V, p. 189.
5. E. Gibbon, Storia della decadenza e rovina dell'Impero Romano compendiata a uso delle scuole da G. Smith, Firenze, Barbera, 1863, prefazione, p. IV.
6. L. Schiaparelli, Manuale di storia moderna per il terzo anno delle scuole tecniche, Torino, Grato Scioldo Editore, 18837, p. 233.
7. F. De Angeli, Compendio di storia universale per gli esami di licenza liceale e di ammissione alle università, Milano, Vallardi, 18846, p. 8.
8. Ivi, p. 39.
9. G. Bonacci, Nozioni di storia d'Italia ad uso delle scuole tecniche, Firenze, Successori Le Monnier, 1905, tre volumi, vol. 1, p. 6.
10. A. Savelli, Manuale di storia ad uso dei licei, Firenze, Sansoni, 1912, tre volumi, vol. 1, p .2.
11. Ivi, vol. 1, p. 4.
12. I. Cantù, Storia d'Italia ne' suoi patimenti e nelle sue glorie raccontata ad uso del popolo e delle scuole, Milano,Tipografia scolastica Francesco Pagnoni, 1862, p. 8.
13. C. Cantù, Compendio della storia universale, Milano, Tipografia Giacomo Agnelli, 1874, p. 103.
14. Ivi, p. 104.
15. Ivi, p. 107.
16. Ivi, p. 107.
17. Ivi, p. 107.
18. G. Guelpa, Storia antica orientale-greca-romana ad uso delle scuole ginnasiali, militari, tecniche e normali, Biella, Tipografia G. Amosso, 18814, tre volumi, vol. 2, p. 53.
19. Ivi, vol. 3, p. 562.
20. Ivi, vol. 3, p. 563.
21. C. Balbo, Sommario della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri tempi, Torino, Tipografia Salesiana, 1890, p. 119.
22. E. Sestan, Per la storia di un'idea storiografica: l'idea di una unità della storia italiana, in «Rivista storica italiana», 1950, fasc. 2, p. 180.
23. D. Zanichelli citato in F. Chabod, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, Bari, Laterza, 1951, p. 209.
24. E.G. Liddell, Storia di Roma dai tempi più antichi fino alla costituzione dell'impero, Firenze, Barbera, 1864, avvertenza.
25. Ivi, p. 12.
26. Ivi, p. 220.
27. P. Ravasio, Nozioni di storia antica, media e moderna ad uso delle scuole secondarie, Milano, Paravia, 18826, due volumi, vol. 1, p. 129.
28. Ivi, vol. 1, p. 145.
29. Balbo, Sommario della storia d'Italia, cit., p. 38.
30. Ivi, p. 116.
31. Idem.
32. Ivi, pp. 116-117.
33. Ivi, pp. 118-119.
34. Bonacci, Nozioni di storia d'Italia, cit., vol. 1, p. 10.
35. L. Zini, Della Italia dalle origini fino ai nostri giorni compendio storico-geografico dedicato ai giovinetti italiani, Asti, Tipografia Alessandro Raspi, 1853, p. 189.
36. Ivi, p. 344.
37. I. Cantù, Storia d'Italia ne' suoi patimenti e nelle sue glorie, cit., p. 22.
38. Ivi, p. 42.
39. Ivi, p. 44.
40. Ivi, p. 156.
41. C. Cantù, Compendio della storia universale, cit., p. 113.
42. Ivi, p. 152.
43. Ivi, p. 169.
44. Guelpa, Storia antica, cit., vol. 3, p. 413.
45. G. Bosco, La storia d'Italia raccontata alla gioventù dai suoi primi abitatori sino ai nostri giorni, Torino, Tipografia Salesiana, 188819, p. 89.
46. I. Porciani, Stato e nazione: l'immagine debole dell'Italia, in Fare gli italiani. Scuola e cultura nell'Italia contemporanea, a cura di S. Soldani e G. Turi, Bologna, Il Mulino, 1993, due volumi, vol. 2, p. 423.
47. Cfr. Chabod, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, cit.
48. Liddell, Storia di Roma, cit., p. 334.
49. Ivi, p. 345.
50. Ravasio, Nozioni di storia antica, media, moderna, cit., vol. 1, p. 93.
51. Ivi, vol. 1, p. 118.
52. Ibidem.
53. E. Ricotti, Breve storia d'Europa e specialmente d'Italia dall'anno 476 al 1861, Milano-Torino, Maisner e Paravia, 187010, p. 24.
54. Ivi, p. 61.
55. C. O. Galli, Storia del medioevo ad uso dei licei ed istituti superiori militari e tecnici, Milano, Paravia, 18753, p. 55.
56. G. Lanza, Breve corso di storia nazionale ad uso specialmente delle classi complementari, ginnasiali e tecniche, Milano, Giacomo Agnelli Editore, 18974, tre volumi, vol. 1, p. 2.
57. Ivi, vol. 1, p. 11.
58. C. Manfroni, Breve storia d'Italia, Milano, Paravia, 1904, tre volumi, vol. 1, p. 14.
59. Ivi, vol. 1, p. 29.
60. Bonacci, Nozioni di storia d'Italia, cit., vol. 1, p. 82.
61. Ivi, vol. 1, p. 83.
62. Savelli, Manuale di storia, cit., vol. 1, p. 5.
63. C. Barbagallo, Manuale di storia romana per le scuole classiche, Milano, Società Editrice Dante Alighieri, 19132, pp. 23-24.
64. Ivi, p. 92.
65. G.A. Alagna, Lezioni di storia nazionale dalle origini sino ai nostri giorni, Taranto, Tipografia Fratelli Latronico, 1879, p. 29.
66. Ivi, p. 39.
67. Ivi, p. 41.
68. Bosco, La storia d'Italia raccontata alla gioventù, cit., p. 41.
69. Ivi, p. 98.
70. Gibbon, Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, cit., p. 738.
71. Ivi, p. 741.
72. E. Hallam, L'Europa nel medio evo, Firenze, Barbera, 1874, p. 1.
73. Ivi, nota del traduttore, p. 70.
74. A. Matscheg, Lezioni di storia universale, Venezia, Tipografia Emiliana, 18765, cinque volumi, vol. 2, p. 19.
75. Ivi, vol. 2, p. 83.
76. Guelpa, Storia antica, cit., vol. 2, p. 50.
77. C. Cantù, Compendio della storia universale, cit., p. 101.
78. Ivi, pp. 131-132.
79. Alagna, Lezioni di storia nazionale, cit., p. 25.
80. Hallam, L'Europa nel medio evo, cit., p. 166.
81. Ivi, p. 206.
82. Guelpa, Storia antica, cit., vol. 2, p. 137.
83. Ivi, vol. 3, p. 203.
84. De Angeli, Compendio di storia universale, cit., p. 4.
85. Ivi, p. 149.
86. Bosco, La storia d'Italia, cit., p. 74.
87. Ivi, p. 188.
88. C. Rinaudo, Corso di storia generale del medioevo e dei tempi moderni, Firenze, Barbera, 1892, due volumi, vol. 1, p. 28.
89. P. De Michelis, Brevi lezioni di storia del medio evo, Torino, Loescher, 18992, p. 14.
90. Ivi, p. 97.
91. I. Cantù, Storia d'Italia ne' suoi patimenti e nelle sue glorie, cit., p. 22.
92. Ivi, p. 29.
93. Liddell, Storia di Roma, cit., p. 80.
94. Ricotti, Breve storia d'Europa e specialmente d'Italia, cit., p. 24.
95. Ivi, p. 27.
96. C. Cantù, Compendio della storia universale, cit., p. 141.
97. Ivi, p. 155.
98. Guelpa, Storia antica, cit., vol. 2, p. 79.
99. E. Comba, Nuovo compendio di storia d'Italia ad uso delle scuole tecniche, normali e magistrali, Milano, Paravia, 18838, tre volumi, vol. 1, p. 40.
100. Ivi, vol. 1, p. 56.
101. De Angeli, Compendio di storia universale, cit., p. 215.
102. G. Weber, Compendio di storia universale, Milano, Guigoni, 18856, due volumi, vol. 1, p. 190.
103. Bosco, La storia d'Italia, cit., p. 22.
104. Ivi, p. 141.
105. Manfroni, Breve storia d'Italia, cit., vol. 1, p. 19.
106. Bonacci, Nozioni di storia d'Italia, cit., vol. 1, pp. 56-57.
107. C. Botta, Storia d'Italia dal 1789 al 1814, Italia, 1825, p. 279.
108. Zini, Della Italia dalle origini fino ai nostri giorni, cit., p. 590.
109. Gibbon, Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, cit., p. 719.
110. Liddell, Storia di Roma, cit., pp. 410-411.
111. Hallam, L'Europa nel medio evo, cit., pp. 206-207.
112. Guelpa, Storia antica, vol. 3, p. 212.
113. Ivi, vol. 3, p. 560.
114. Balbo, Sommario della storia d'Italia, cit., p. 51.
115. Ivi, p. 69.
116. Lanza, Breve corso di storia nazionale, cit., vol. 1, p. 26.
117. Ivi, vol. 1 pp. 110-111.
118. A. Berenzi, Corso di storia con particolare riguardo all'Italia, Bergamo, Stabilimento Tipografico S. Alessandro, 19002, due volumi, vol. 1, nota 1, p. 128.
119. Botta, Storia d'Italia dal 1789 al 1814, cit.
120. Zini, Della Italia dalle origini fino ai nostri giorni, cit.
121. Cantù, Storia d'Italia ne' suoi patimenti e nelle sue glorie, cit.
122. Gibbon, Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, cit.
123. Liddell, Storia di Roma, cit.
124. C. Bianchi, Manuale di storia moderna (1454-1866) ad uso delle scuole, Firenze, Barbera, 18694.
125. E. Ricotti, Breve storia d'Europa e specialmente d'Italia, cit.
126. Commissione per i libri di testo, Relazione generale a S.E. il Ministro, presidente del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, Roma, Tipografia Ippolito Sciolla, 1883, p. 64.
127. De Angeli, Compendio di storia universale, cit.
128. Ricotti, Breve storia d'Europa, cit., p. 365.
129. Ivi, p. 365.
130. L. Sforzosi, Compendio della storia d'Italia dai primi tempi sino all'anno 1850, Firenze, Barbera, 18738.
131. Ivi, avvertenza, p. VI.
132. Hallam, L'Europa nel Medio Evo, cit.
133. Cantù, Compendio della storia universale, cit.
134. M. Berengo, Cesare Cantù, in Dizionario biografico degli Italiani, Roma, 1975, vol. 18, p. 343.
135. Galli, Storia del medioevo, cit.
136. C.O. Galli, Storia moderna (dal 1492 al 1870) ad uso dei licei ed istituti superiori militari e tecnici, Milano, Paravia, 18753.
137. Matscheg, Lezioni di storia universale, cit.
138. Ivi, vol. 2, p. 19.
139. Ivi, vol. 2, p. 119.
140. Weber, Compendio di storia universale, cit.
141. G. Weber, Manuale di storia contemporanea (1815-1870), Milano, Fratelli Treves, 1878.
142. Ivi, p. 769.
143. Alagna, Lezioni di storia nazionale, cit.
144. Ivi, p. 16.
145. Guelpa, Storia antica, cit.
146. Ivi, vol. 3, p. 562.
147. F. Bertolini, Storia moderna d'Europa e particolarmente d'Italia ad uso dei licei e degli istituti tecnici del Regno, Milano, Vallardi, 1882.
148. Cfr. Commissione per i libri di testo, Relazione generale, cit.
149. F. Bertolini, Storia del medioevo, Milano, Vallardi, 1884.
150. P. Ravasio, Nozioni di storia antica, media e moderna ad uso delle scuole secondarie, Milano, Paravia, 18826, due volumi.
151. Schiaparelli, Manuale di storia moderna, cit.
152. L. Schiaparelli, Breve storia dalla caduta dell'impero romano ai tempi presenti per la V classe ginnasiale, Torino, Grato Scioldo Editore, 18874.
153. Comba, Nuovo compendio di storia d'Italia, cit.
154. De Angeli, Compendio di storia universale, cit.
155. Ivi, p. 670.
156. T. Sanesi, Compendio di storia contemporanea, Firenze-Napoli, Felice Paggi Editore e Fratelli Rispoli, 1885.
157. Ivi, p. 242.
158. Bosco, La storia d'Italia, cit.
159. Balbo, Sommario della storia d'Italia, cit.
160. Ivi, p. 38.
161. C. Manfroni, Lezioni di storia contemporanea d'Europa e specialmente d'Italia ad uso dei licei, degli istituti tecnici e militari, Livorno, Tipografia Raffaele Giusti, 1890.
162. Manfroni, Breve storia d'Italia, cit.
163. P. Vigo, Disegno della storia dell'evo moderno ad uso delle scuole secondarie, classiche, tecniche e militari, Livorno, Tipografia Raffaele Giusti, 1890.
164. Rinaudo, Corso di storia generale, cit.
165. A. Zalla, Storia del Medio Evo (476-1492), Firenze, Bemporad & Figlio, 18933.
166. A. Zalla, Storia moderna (1492-1892), Firenze, Bemporad & Figlio, 18933.
167. Zalla, Storia del Medio Evo, cit., p. 136.
168. Zalla, Storia moderna, cit., p. 229.
169. De Michelis, Brevi lezioni di storia del medio evo, cit.
170. P. De Michelis, Brevi lezioni di storia moderna ad uso delle scuole secondarie, Torino, Loescher, 1894.
171. Ivi, p. 19.
172. Lanza, Breve corso di storia nazionale, cit.
173. Berenzi, Corso di storia con particolare riguardo all'Italia, cit.
174. G. Zippel, Manuale di storia moderna d'Europa e specialmente d'Italia dal 1313 al 1748 per le scuole medie superiori e per le persone colte, Milano, Paravia, 1905.
175. Bonacci, Nozioni di storia d'Italia, cit.
176. A. Savelli, Manuale di storia ad uso dei licei, Firenze, Sansoni, 1912, tre volumi.
177. Barbagallo, Manuale di storia romana, cit.
178. Ivi, prefazione, p. V.
179. A. Messeri, Breve storia moderna ad uso delle scuole medie superiori e delle persone colte, Firenze, Sansoni, 19142, due volumi.