Dall'emancipazionismo all'interventismo democratico:
il primo movimento politico delle
donne di fronte alla Grande Guerra *

di Maria Cristina Angeleri

Virgina Woolf nel 1936 in una delle pagine del suo famoso libro Le tre Ghinee si pose un interrogativo che in seguito fu fatto proprio dal femminismo e specialmente dai women studies, divenendo uno dei tanti quesiti della più generale e complessa tematica concernente il rapporto tra donna e guerra.

Come possiamo spiegare l'assurda agitazione dell'agosto del 1914 quando si videro le figlie degli uomini colti precipitarsi negli ospedali, alcune accompagnate dalla cameriera, guidare autocarri, lavorare nei campi e nelle fabbriche di munizioni, e usare le loro inesauribili riserve di fascino e di simpatia per convincere i giovani che combattere era eroico, e che i feriti sul campo di battaglia erano degni di tutte le loro cure e di tutto il loro encomio?1

Che anche in Italia molte «figlie degli uomini colti» si schierarono a favore della guerra nei mesi che seguirono l'agosto del 1914 fino alle giornate del famoso «maggio radioso», è fatto ormai noto, anche se non esistono studi specifici sulla posizione delle donne colte o più specificatamente sulle «intellettuali» rispetto al conflitto mondiale.

Mentre è stato sottolineato da più storici il valore simbolico che in quel momento le donne ricoprirono (si pensi al significato del binomio madre-patria e alla retorica propagandistica che presentava la guerra come mezzo necessario a difendere le donne, identificate con la casa e la famiglia), le intellettuali prese in considerazione dalla storia, specialmente dalla storia delle donne, sono state quelle militanti nei movimenti politici, soprattutto nel partito socialista o nel movimento emancipazionista di primo Novecento.

Studiato a partire dagli anni immediatamente successivi all'unità d'Italia, il movimento di emancipazione femminile, diviso in mille anime ma unito dalla volontà di perseguire diritti sociali e politici a favore delle donne, conobbe fino allo scoppio della grande guerra diverse fasi, caratterizzate più da delusioni e insuccessi politici che da decisive vittorie.     

Dalle storiche che si sono occupate del primo movimento politico delle donne in Italia, soprattutto da Franca Pieroni Bortolotti (la prima ad aver affrontato questo tema) e da Annarita Buttafuoco2, la guerra è stata considerata un evento a tal punto catastrofico da porre fine all'esperienza emancipazionista, snaturandone per gli anni a venire la volontà e i principi morali fino ad allora adottati.

Di fatto il movimento politico delle donne da decenni dichiaratamente schierato su posizioni pacifiste e internazionaliste, man mano che dopo l'agosto del 1914 la possibilità dell'intervento italiano si fece più reale, si dichiarò, con sempre più convinzione e perfino in anticipo rispetto ad altre forme di mobilitazione civile, disposto a mettersi «al servizio della patria».

Le associazioni emancipazioniste che adeguarono le proprie strutture rendendole in grado, dapprima, di affrontare la situazione nel caso di guerra e, in seguito, nel corso dei tre anni successivi, di svolgere un ruolo specifico nel campo dell'assistenza ed in quello della propaganda3, erano le più impegnate e organizzate del tempo: il Consiglio Nazionale delle Donne Italiane; l'Associazione Per la Donna; la Pro-Suffragio; l'Unione Femminile Nazionale4. Nate a cavallo tra i due secoli (il Cndi nel 1903 a Roma come sezione italiana del Consiglio Internazionale delle Donne; l'Associazione per la donna nel 1897, sempre nella capitale; l'Ufn a Milano nel 1899; la Pro-Suffragio nel 1906) erano tutte collegate a quegli ambienti repubblicano-socialisti che per primi nell'ultimo scorcio di secolo avevano dato vita a Società di Mutuo Soccorso, a Leghe e a Cooperative.

A parte la Pro-Suffragio, che si occupava soprattutto di sensibilizzare le donne e i politici alla questione del voto femminile, le altre associazioni oltre ad essere impegnate politicamente ad ottenere nuove norme legislative o modificazioni di queste5, praticavano attività di tipo assistenziale e filantropico6.

Annarita Buttafuoco ha con acutezza sottolineato che il carattere filantropico delle associazioni non è da sottovalutare, come spesso è stato fatto, perché fu in grado di esprimere un progetto politico da considerarsi «rivoluzionario» e in grado di investire l'intera società.

La scelta, infatti, di rivolgere le proprie cure ai più bisognosi, specialmente tra le donne e i bambini (si pensi soprattutto all'assistenza offerta alle madri nubili e agli orfani) non fu dettata solo da spirito caritatevole, ma permise alle suffragiste di non isolarsi contattando altre donne, e di testimoniare, nello stesso tempo, quanto fosse non solo utile, ma indispensabile l'opera della donna nella società.

Naturalmente le «suffragiste filantrope» suggerirono con il loro esempio un modello femminile ben preciso, anche se - come ha osservato ancora la Buttafuoco - fu dal movimento sottoposto non tanto a vere e proprie revisioni quanto a continui approfondimenti.                                                                     

L'esperienza del cosiddetto «femminismo filantropico», che è stata considerata dalla storiografia un segno di moderatezza, fu viceversa il terreno di un lavoro in profondità su se stesse e di domande sempre più pressanti sulla natura del «femminile», che non ha altro riscontro nella storia precedente7.

Del resto - sempre secondo la Buttafuoco - l'azione più forte e radicale del movimento non fu mai, neppure al suo nascere, rivolta alla mera riforma della condizione giuridica della donna, ma fu sempre tesa, soprattutto, a ridisegnare il ruolo delle donne nella famiglia, nella società e nello Stato, a partire dalla ridefinizione complessiva dell'identità femminile8.

Su quella che doveva essere la nuova identità della donna, Teresa Labriola9, figlia del filosofo marxista Antonio Labriola, tra le più note figure del movimento femminista italiano, e «la teorica dell'emancipazionismo» per eccellenza - come l'ha definita Fiorenza Taricone -, in uno dei suoi numerosi saggi sul femminismo scrisse:

Le donne chiedono dei nuovi diritti ma si muovono soprattutto nella coscienza di contenere in sé gli elementi vitali e le sorti delle generazioni future [...]. Si muovono nella coscienza che sia necessario dare un'impronta più femminile alla società [...].

Nel quadro della vita umana apparisce con contorni sufficientemente chiari, il tipo nuovo della donna: una personalità che in sé, appunto in sé ha il significato del proprio essere. La donna che contiene in sé il proprio essere, ha superato la cerchia nella quale era stata rinchiusa nei secoli10.

Ma quale era «il significato del proprio essere» di cui parlava la Labriola, quali i tratti della «donna nuova» - secondo la frequente espressione allora usata - che il movimento politico delle donne andava delineando?

Non c'è dubbio che il bene più prezioso che le donne pensavano di possedere risiedesse nella «specificità femminile», che si realizzava nella possibilità di essere madre, e che il «riscatto» doveva necessariamente passare attraverso la più alta valorizzazione della maternità.

Della «specificità femminile» facevano parte anche le «qualità femminili», che a ben vedere non erano poi diverse da quelle che fino ad allora la cultura aveva riconosciuto alle donne: la disposizione naturale alla dedizione e al sacrificio, la carità verso il prossimo, l'amore verso i figli, lo sposo e la casa erano i sentimenti ritenuti connaturati al carattere del «gentil sesso». Ma per la prima volta - e ciò rappresentava una novità assoluta - queste «qualità» vennero ritenute dal movimento delle donne indispensabili alla vita del paese e al suo sviluppo civile.

Non in nome, dunque, di una presunta uguaglianza, ma al contrario, in nome della «disuguaglianza» determinata dalle «differenze della natura femminile», complementari alle «specificità maschili» e neces sarie al rinnovamento della società, si reclamava il diritto di cittadinanza.

Non più schiava dell'oscurantismo, dei pregiudizi, di un'ipocrita educazione, non più cieco strumento dell'uomo, soggiogata dalla dipendenza economica, ma creatura libera, cosciente della missione di giustizia e amore nella famiglia e nella società. Non forza propulsiva che si esplica per la rivendicazione dei diritti femminili, per chiedere l'uguaglianza dei due sessi; ma forza coadiuvata ed armonica per compiere un'opera attiva e feconda di bene a vantaggio dell'umanità intera, per chiedere il giusto riconoscimento di quell'equivalenza di diritti con l'uomo, da cui solo potrà uscire e svilupparsi integro il carattere umano e sociale11.

Presentarsi come movimento «composto», come «forza coadiuvata ed armonica», secondo l'espressione del giornale dell'Unione Femminile Nazionale, non serviva solo a tranquillizzare quanti ritenevano inopportune o folli le richieste emancipazioniste, ma significava adottare un comportamento adeguato alla ragionevolezza delle proprie richieste, che, se esaudite, lungi dal causare disordini sociali, avrebbero aperto una nuova era, in cui il valore del «femminile» avrebbe trasformato il mondo.

Fedele a questo progetto rivoluzionario la preoccupazione principale del movimento politico delle donne fu quella di raccogliere adesioni, e di fare più adepte possibili. In questo senso è possibile spiegare la scelta «apartitica» e il carattere «apolitico» che le associazioni vollero darsi. L'obiettivo da raggiungere era l'emancipazione della donna: tutti coloro quindi, donne soprattutto ma anche uomini, che al di là di ogni schieramento politico volevano adoperarsi a questo scopo erano i benvenuti.

Illuminante a proposito è l'intervento che la presidente del Cndi, Gabriella Spalletti, fece durante il primo Congresso del Consiglio Nazionale, svoltosi in una sala del Campidoglio a Roma nel 1908, alla presenza di ben 1200 delegate, del sindaco Ernesto Nathan12, del Ministro della Pubblica Istruzione, Luigi Rava, e persino delle maggiori rappresentanti di casa Savoia: la regina Elena, la principessa Letizia e la duchessa d'Aosta:

Il Consiglio Nazionale perderebbe tutta la sua importanza il giorno che facesse della politica per far trionfare l'una o l'altra parte, piuttosto che le giuste aspirazioni delle donne italiane. L'avvenire è pel trionfo delle idee non dei partiti e sarà una gloria femminile averlo presentito ed aver lavorato per questo progresso di vera civiltà [...]. Molti pregiudizi a nostro riguardo sono caduti e molti cadranno, se il Congresso si manterrà scevro da ogni criterio politico e saprà veramente provare che è possibile il lavoro concorde per un intento comune, anche militando in campi diversi [...]. Auguro che il nostro femminismo sorto da un bisogno di giustizia e di sana libertà si immedesimi, si confonda con la vita del nostro paese13.

Malgrado ci si richiamasse alla moderazione e per quanto gli obiettivi, la scelta apartitica e l'impegno nel campo assistenziale fossero condivisi, esistevano però nel movimento divisioni e diffidenze che gli insuccessi resero via via più gravi e che riguardarono soprattutto le alleanze e le strategie da adottare.

I motivi di polemica furono diversi e coinvolsero tutte le associazioni: il rapporto fra l'Ufn e il Cndi fu ad esempio caratterizzato sempre da una certa diffidenza dell'Unione Femminile nei confronti del Consiglio Nazionale delle Donne Italiane (chiamato sarcasticamente dalla fondatrice dell'Ufn, Ersilia Majno, il «Consiglio delle dame»). La ragione di questa diffidenza non fu tanto motivata dal fatto che la Majno14 simpatizzava per il partito socialista e la Spalletti era invece una «giolittiana» dichiarata, quanto - come la battuta della Majno rivelava - dal fatto che le militanti del Cnd, diversamente da quella del dell'Ufn e dell'Associazione per la donna, appartenevano principalmente al ceto alto-borghese. Da qui i sospetti e a volte le esplicite accuse - dell'Ufn così come del Psi - di voler rappresentare e tutelare gli interessi del solo ceto femminile borghese15.

Il vento della polemica non risparmiò neanche il Comitato Nazionale Pro-Suffragio che conobbe, nel 1910, una crisi da cui parve per un momento non potersi più riprendere. La crisi divise il gruppo romano delle giovani, rappresentato allora dalle socialiste Beatrice Sacchi e Teresa Labriola, da quello delle più anziane, guidato dalla presidente del Comitato Nazionale Giacinta Martini Marescotti, moglie del noto uomo politico Ferdinando Martini. La presidente e con lei la direzione (che in quell'occasione presentarono le loro dimissioni16 per poi in seguito ritirarle) furono accusate di praticare una politica incerta e infruttuosa perseguendo una linea «isolazionista» invece di adottare la tattica del «suffragismo parlamentare», tesa a sostenere tutti quei deputati che si dichiaravano disposti a sostenere in Parlamento il diritto delle donne al voto.

La questione dell'opportunità di una collaborazione con i partiti politici e le forme che eventualmente questa avrebbe dovuto assumere fu forse quella che più di ogni altra indebolì il movimento suffragista. Ad acuire la difficoltà della risoluzione del problema contribuì ovviamente il disinteresse che i diversi partiti politici17 dimostrarono nei confronti delle rivendicazioni femminili.

Emblematico il rapporto con il partito socialista: questo che fu tra tutti i partiti l'interlocutore prescelto, non solo favorì le divisioni all'interno del movimento delle donne soffiando continuamente sul fuoco della polemica contro il femminismo borghese, accusandolo di far precedere i suoi interessi a quelli del proletariato e di sostenere il voto per censo18, ma soprattutto contribuì all'isolamento e all'indebolimento dello schieramento suffragista, sia ponendo come obiettivo principale da perseguire la lotta di classe, sia considerando comunque prioritario (secondo la logica «riformista» di ottenere una riforma alla volta) il voto maschile rispetto a quello femminile19.

I contrasti si aggravarono fino a trasformarsi in uno strappo insanabile quando una parte del movimento emancipazionista si schierò a favore della guerra libica. Fu allora che il Psi, in occasione del Congresso di Modena, impose alle «doppie militanti» di abbandonare le organizzazioni delle donne20.

Come è noto l'impresa coloniale aprì un dibattito nel paese che insieme a dividere il fronte democratico e a segnare la prima grande sconfitta del pacifismo e dell'internazionalismo, offrì pure un'anticipazione di quanto doveva accadere in modo ancor più grave tre anni dopo.

Il Cndi, senza troppo partecipare alle discussioni intorno alla natura della guerra, si affrettò allora a dichiarare la propria fedeltà al governo e alla monarchia ed ad organizzare a Roma il primo Comitato per la distribuzione di sussidi alle famiglie dei richiamati.

Superata la crisi il Consiglio Nazionale riprese ad affermare che le donne volevano innanzitutto la pace e che l'associazione lavorava soprattutto a questo scopo, ma ciò non impedì all'organo del Cndi, «Attività femminile sociale»21, di promuovere, nel novembre del 1913, un'inchiesta sull'opportunità di un servizio sociale femminile in caso di guerra.

Le domande che si rivolsero alle lettrici furono le seguenti:

Siete voi favorevoli o no all'istituzione del servizio femminile obbligatorio? Per quali ragioni? Se siete favorevoli sotto quale forma vorreste che fosse istituito?

La posizione della rivista al riguardo fu immediatamente rivelata: così come all'estero i governi riconoscevano l'importanza di un servizio sociale femminile, specialmente se questo consisteva nell'arruolamento delle donne nella Croce Rossa, parimenti avrebbe dovuto fare anche il governo italiano.

Ad ingrossare le fila dell'esercito nazionale le donne italiane hanno finora pensato facendo figli che educano da prodi e valorosi, e, all'appello della patria in guerra, molte hanno risposto arruolandosi nell'esercito della Croce Rossa: questo è vero militarismo femminile, perché la missione dell'infermiera soprattutto offre alla donna l'opportunità di soddisfare alle più essenziali ed elevate aspirazioni della sua natura22.

Le risposte delle lettrici si differenziarono riguardo al tempo di durata del servizio e riguardo a quali donne avrebbero dovuto prestare obbligatoriamente il servizio sociale23, ma concordarono tutte sul fatto che, qualora questo fosse stato riconosciuto dalle istituzioni, le iniziative femminili avrebbero finalmente perso il carattere di dilettantismo che fino ad allora mantenevano, raggiungendo il prestigio ambìto24.

Tuttavia, sia la dichiarazione di fedeltà al governo, che l'aver dato vita al Comitato per la distribuzione di sussidi alle famiglie dei richiamati, ed ancora i risultati dell'inchiesta non furono avvenimenti che rendono possibile dimostrare un cambiamento di rotta nelle scelte politiche del Cndi. A dimostrazione di ciò basti ricordare che tra il maggio del 1913 e quello del '14, in ben tre Congressi internazionali25: all'Aja, a Parigi e a Roma, ai quali parteciparono anche delegate del Cndi, fu ribadita all'unanimità la posizione pacifista e internazionalista del movimento delle donne.

Ad esprimersi, invece, nell'occasione della guerra di Libia e in quella ancora dell'inchiesta sul servizio sociale della donna in caso di guerra, fu a mio avviso il riconoscimento del valore della patria, il bisogno di legittimazione del proprio lavoro ed infine la convinzione che la «missione» della donna si doveva necessariamente esplicare nel campo dell'assistenza.

Il breve tempo che separò la guerra di Libia dalla guerra mondiale non fu sufficiente a ritrovare una politica comune e unitaria anche perché un altro grave colpo si abbattè sul movimento suffragista, determinando un clima di sfiducia tale da portare molte donne ad uscire dalle organizzazioni e a scegliere la strada della militanza nei partiti politici. Nel 1912, infatti, l'ennesimo progetto di legge per il voto alle donne presentato dal deputato dell'Estrema, Roberto Mirabelli, in vista della nuova legge elettorale che avrebbe riconosciuto il suffragio maschile, incontrò l'opposizione del Parlamento e del capo del governo, Giovanni Giolitti. Le parole pronunciate da quest'ultimo a giustificazione della propria opposizione alla concessione del voto alle donne sono, come è noto, passate alla storia: «sarebbe un tale salto nel buio che il governo non potrebbe assumersi la responsabilità di portare innanzi alla Camera il disegno di legge relativo»26.

Di certo una stagione politica, lunga e faticosa, durata cinquant'anni, nella quale la questione del voto era divenuta soprattutto negli ultimi dieci anni centrale, si chiudeva amaramente.

Con alle spalle, quindi, una storia segnata dalle divisioni e un bagaglio di sconfitte e di delusioni, il movimento delle donne si presentò all'appuntamento che doveva scuotere il mondo dalle fondamenta: quello con la prima guerra mondiale.

Nonostante la situazione politica internazionale si fosse andata sempre più deteriorando, le dichiarazioni di guerra che nel volgere di pochi giorni si successero, colsero alla sprovvista le popolazioni e in parte anche diversi governi, scatenando nell'immediato da parte del movimento politico delle donne dichiarazioni di condanna al conflitto e di netta ostilità alla partecipazione italiana.

La direttrice de «La nostra rivista», Sofia Bisi Albini, dirigente dell'Associazione per la donna (benché dopo pochi mesi alla stregua di molte altre dovesse cambiare idea convertendosi all'interventismo), ancora nel settembre del 1914 scriveva:

Fummo troppo superbe. Il destino beffardo ci ha punite. La vecchia stirpe umana s'azzuffa e s'uccide oggi in nome dei più ipocriti alti interessi, come s'azzuffavano i trogloditi per il possesso delle prede di caccia [...] la neutralità proclamata in simile momento e mantenuta malgrado le pressioni così forti di potenti alleati, è un atto di coraggio più grande che non sarebbe stato il consenso a partecipare27.

Nello stesso tempo l'Alleanza internazionale Pro-Suffragio diffondeva un appello per il mantenimento delle relazioni tra le associazioni, rese forti dalla lunga consuetudine ai lavori comuni, nonché dalle amicizie personali che negli anni si erano andate stringendo.

Tuttavia, contemporaneamente, accanto alle riaffermazioni della volontà di pace che si diceva animasse il movimento, comparvero le prime esortazioni che invitavano le donne a farsi trovare pronte ai compiti che sarebbero loro spettati nel caso l'Italia fosse entrata in guerra.

La prima a muoversi fu la presidente del Cndi, la contessa Gabriella Spalletti, che già il 18 agosto del '14 inviò un appello a tutte le società aderenti:

Nell'augurare che l'Italia possa in questo tremendo conflitto europeo mantenere l'atteggiamento neutrale, sentiamo però il bisogno di tenerci preparate agli eventi, e di valerci di questi giorni di raccoglimento per concentrare le nostre energie. Sarebbe perciò utile calcolare fin d'ora su quali contingenze di forze femminili attive ed operose il Cndi potrebbe fare assegnamento per mettersi a disposizione quando veramente ne fosse il caso, quindi rivolgiamo un appello alle nostre socie per sapere quali fra loro - e confidiamo in un consenso unanime - sarebbero disposte, occorrendo, a prestare l'opera loro in qualunque lavoro, anche il più umile, che potesse essere utile alla Patria28.

Certo non si può parlare ancora di «interventismo», bensì di quel passaggio lento e inesorabile «da una neutralità assoluta ad una neutralità attiva ed operante»29 che, per usare la nota formula mussoliniana, avrebbe condotto, soprattutto dopo l'invasione del Belgio (che in Italia ebbe un'enorme risonanza), parte del movimento su posizioni dichiaratamente favorevoli all'intervento, parte su posizioni per così dire «attesiste», in cui a prevalere sarebbe stato alla fine un atteggiamento incerto e rassegnato di fronte ad eventi giudicati non dominabili.
Intanto la scelta di contare le proprie forze in attesa di ciò che sarebbe accaduto, aveva anche lo scopo - come ha notato A. Fava30 - di collaborare alla presentazione di un paese disciplinato, consapevole della gravità del momento e distante da quella minoranza turbolenta che manifestava per l'entrata immediata dell'Italia in guerra.

Le suffragiste, nel frattempo, guardavano ai paesi belligeranti: ai vari partiti socialisti che si erano schierati con i rispettivi governi, e, con particolare attenzione, alle forme di mobilitazione femminile che ovunque e repentinamente andavano sorgendo:

Guardiamo con ammirazione a quelle donne berlinesi che hanno saputo rimpiazzare i mariti: i tramvieri, telegrafisti, impiegati; a quelle brave massaie francesi che suppliscono come Consiglieri comunali agli uomini assenti. A quella valorosa e canuta signora che si accomoda tranquillamente nel seggio sindacale, lasciato vuoto dal sindaco morto o fuggito [...]31.

A scendere in campo - si sosteneva - non erano le guerrafondaie, ma gli «eserciti della pietà e della salvezza» contro quelli della distruzione e dell'odio.

Un giudizio simile, espresso comunemente dalla pubblicistica del movimento e da singole suffragiste, è presente come tema centrale nel libro dal titolo La milizia femminile in Francia32, scritto al ritorno del viaggio nel paese d'oltralpe da Margherita Sarfatti33, socialista della prima ora, dichiaratamente a favore del suffragio femminile, frequentatrice dell'Unione Femminile a Milano e delle case di alcune delle più note esponenti del socialismo e del suffragismo: Anna Kuliscioff, Angelica Balabanoff, Ersilia Majno, Alessandrina Ravizza (quest'ultima impegnatissima nelle attività dell'Ufn e della Società Umanitaria prese una posizione a favore dell'intervento italiano, ma non poté vedere la fine del conflitto perché morì nel 1917). In Francia dal gennaio al marzo del 1915 la Sarfatti non fece altro che visitare unità della Croce Rossa, scuole e rifugi, e intervistare volontarie, insegnanti, giornaliste e attrici con il proposito di far conoscere le forme di mobilitazione a cui le donne francesi da alcuni mesi avevano dato vita. Nel suo libro si dichiarò convinta che la donna, pur riconoscendo nella guerra l'espressione della brutalità e della ferocia dell'uomo, aveva il diritto e il dovere di non rimanere in disparte, ma di sostenere nell'ora tragica che volgeva, il destino del proprio paese e di opporre alle forze della distruzione, le forze dell'amore e della pietà. La donna francese che «senza rumore, senza un grido o una parola aveva compreso che per ogni donna vi era un posto di combattimento da occupare» era paragonata dall'autrice a due donne: Beatrice, mossa dall'amore e dalla pietà per l'amato, e Antigone testimone con il proprio esempio di esser nata per partecipare all'amore e non per prender parte all'odio.
 Ad affermarsi sempre più, dunque, più che un giudizio favorevole o contrario alla guerra, fu il sentimento della Patria, insieme alla convinzione che la «donna pietosa e materna» non poteva fare a meno di correre, nel momento del bisogno, in aiuto dei propri fratelli, sposi e figli. Poco importavano i nomi maschili o femminili; un'ansia sola era nel cuore di chi amava la Patria: arrivare in tempo ad ogni necessità.

I rancori di parte, le personali pretese, le piccole borie scompaiono e prorompe da tutti i petti un grido solo: vogliamo essere utili; prendeteci come siamo; valetevi di noi come potete, ma utilizzateci in nome della Patria, la Patria nostra!34

Prima ancora del 20 maggio del '15 la macchina organizzativa si era perciò messa in moto e per opera delle associazioni femminili, o con il loro sostegno, erano nati i primi Comitati di preparazione civile, i più importanti dei quali erano: il Comitato Nazionale Femminile per gli aiuti alla patria in tempo di guerra35, costituitosi a Milano nell'agosto del 1914 per opera delle contesse Angelina De Leva e Vanna Piccini, la prima presidente dell'Associazione femminile per l'arte, la seconda direttrice del circolo filologico femminile di Milano; il Comitato Pro-Patria36, fondato a Firenze nel settembre dalla presidente della Federazione Toscana del Cndi, la baronessa Elena French-Cini; e l'Alleanza Femminile italiana per l'organizzazione della donna in caso di mobilitazione37, nata a Roma per iniziativa del Cndi nell'aprile del 1915. Quest'ultima sorta per «coordinare in Italia nell'ora grave che volgeva tutte le migliori energie femminili»38 organizzò nella capitale, il 28 e il 29 aprile, il suo primo incontro: a presiedere fu come sempre Gabriella Spalletti, il cui intervento venne così riportato dall'organo del Cndi, «Attività femminile sociale»:

La Presidente apre la seduta con un vibrato, patriottico discorso, dicendo che il nostro pensiero, le nostre aspirazioni pel bene della Patria già erano unite a traverso lo spazio, ma abbiamo sentito la necessità di riunirci per dare forma concreta e solenne al lavoro comune. La donna comprese subito il suo dovere e l'aiuto che avrebbe potuto dare alla società il giorno che l'onore del paese chiamasse l'uomo sui campi di battaglia. Sentì la necessità di una seria e forte organizzazione delle forze attive e volenterose che permettesse al nostro paese di resistere senza troppo scosse ai danni della guerra. Il Consiglio Nazionale il quale lanciò l'idea trovò larga adesione e sorsero in Italia comitati per l'organizzazione femminile in caso di mobilitazione. E se tanta eco di simpatia accolse l'idea lanciata, fu perché nella mente e nel cuore di tutte le donne italiane dominava un pensiero: quello della Patria!39

I diversi Comitati Femminili, impegnati principalmente nella raccolta di prodotti (medicinali, provviste, vestiario) e di liste di collocamento (in cui le donne venivano suddivise a seconda delle proprie mansioni o attitudini), furono poco prima della dichiarazione italiana di guerra o immediatamente dopo assorbiti dai molteplici Comitati cittadini sottoposti alle amministrazioni comunali: così, ad esempio, a Milano il Comitato Femminile confluì dapprima nel Comitato Lombardo di Preparazione Civile, poi nel Comitato Centrale di Assistenza, voluto e nominato dal sindaco milanese socialista Emilio Caldara40; a Firenze entrò a far parte del Comitato Fiorentino di Preparazione Civile, guidato da Gino Incontri; a Roma, invece, fu assorbito dal Comitato Cittadino, dove però le donne del Comitato Femminile poterono occupare una intera Commissione41 (a differenza delle donne degli altri Comitati).

La fusione, seppur da alcune dovette essere percepita come un'appropriazione indebita di iniziative femminili e come una rinuncia a quell'autonomia tante volte difesa, venne per lo più giustificata in nome dell'obbedienza e del sacrificio che la Patria sembrava richiedere ad ogni buon cittadino:

L'invito fu accettato di buon grado, giacché assai più del merito di essere state le prime organizzatrici del lavoro di preparazione, premeva, evitando la dispersione di energie assicurare il buon esito di questo nell'interesse della Patria42.

Molto più che dalle suffragiste di allora la perdita di autonomia e di identità è stata, al contrario, sottolineata da alcune storiche (A. Buttafuoco, F. Pieroni Bortolotti, M. P. Bigaran, S. Bartoloni) le quali, dovendo prendere atto delle trasformazioni avvenute nel movimento e pur avvedendosi del ruolo che il «patriottismo» svolse, hanno posto l'accento sulla fragilità e sulle divisioni che già caratterizzavano l'associazionismo femminile. A causa di un vero e proprio «esaurimento di energie» - ha sostenuto soprattutto F. Pieroni Bortolotti e un po' meno radicalmente le altre storiche citate - il movimento politico delle donne venne travolto prima dall'immane conflitto e poi da una minoranza nazionalista, attiva al suo interno e rappresentata specialmente da Teresa Labriola43. La maggioranza delle emancipazioniste - ha scritto Pieroni Bortolotti - si piegò alla guerra visto che questa dimostrava di essere la più forte e se aderì ad essa lo fece senza alcun entusiasmo:

«Aderire» sì, ma senza alcun entusiasmo. Per compiere casomai un doloroso dovere. Questa era la posizione reale della maggior parte delle femministe italiane verso la guerra, anche se, come accade quando i problemi non vengono chiaramente affrontati la minoranza interventista faceva molto più rumore44.

Alcuni valori, quali il sentimento sinceramente patriottico, l'adesione ideale alla guerra in nome di un ordine internazionale basato sul rispetto dei popoli, la convinzione che il cittadino dovesse godere di diritti ma anche del dovere di sottomettersi al valore della Patria, sono stati sottovalutati nella loro forza e nella loro capacità di essere condivisi da uomini e donne appartenenti alla stessa cultura, come dimostrano le parole della Pieroni Bortolotti, convinta del fatto che la maggior parte delle donne che presero una posizione interventista lo fecero non per fede, ma per paura di apparire cattive cittadine.

Il cedimento al fascismo, che in qualche caso divenne consenso anche tra le femministe autentiche, partì da qui: dal timore di non apparire abbastanza castigate e soprattutto di apparire cattive cittadine45.

Un giudizio francamente oggi non più condivisibile se si considera inoltre l'apporto di lavori storici come quelli di Isnenghi, di P. Fussel e di J. Leed46 (per citare solo alcuni degli autori più noti), che hanno evidenziato come a sostenere idealmente la guerra non fu l'anima nazionalista, ma quella democratica.

Fu «l'interventismo democratico» ad imporsi, traendo il suo bagaglio ideologico dal mito risorgimentale - come ha ben scritto M. Isnenghi - e trasformando la prima guerra moderna «nell'ultima guerra», nella guerra «giusta» opposta a quella imperialista degli Stati centrali, nella «IV guerra di indipendenza». E le donne intellettuali ed emancipazioniste, né più e né meno degli uomini, si fecero portavoci di questo «interventismo», che se anche avesse incontrato un movimento più forte lo avrebbe per la sua carica ideologica ugualmente investito, a meno che questo non si fosse precedentemente lasciato adottare dal partito socialista (che pure conobbe difficili e amare divisioni), a scapito di quella autonomia e di quella «volontà apartitica» affermate, nel tempo precedente al conflitto mondiale, ogni volta con grande forza.

Se perciò nella guerra deve essere colta una frattura - di cui ripeto le suffragiste di ieri si avvidero certamente meno delle storiche di oggi - parimenti deve essere evidenziata una continuità con la storia precedente: infatti non solo le attività di tipo filantropico e assistenziale continuarono ad operare, ma anche le rivendicazioni di sempre furono mantenute e ribadite nei congressi47 che si svolsero durante gli anni di guerra, malgrado la loro soddisfazione venisse ovviamente rimandata a conflitto finito.

La convinzione condivisa dalla maggior parte delle emancipazioniste fu che proprio perché le donne dimostravano di conoscere il loro dovere impegnandosi nella difesa della Patria potevano, a maggior ragione, avanzare i propri diritti.     

La donna non dice: ho lavorato, datemi, o mi ritiro; no, essa dice: la mia collaborazione in questo momento vi ha fatto più intelligenti delle mie necessità, oh legislatori! e perciò parlo48.

La seconda tesi da me non condivisa - ancora avanzata da F. Pieroni Bortolotti e ripresa in seguito da diverse storiche - riguarda l'ipotesi di una sorta di doppio gioco praticato dal movimento suffragista. La Pieroni Bortolotti ha infatti sostenuto che «il femminismo contrattò il proprio silenzio, e in molti casi il proprio appoggio, chiedendo in cambio come risarcimento il suffragio»49. Tale opinione non è confermata dalle fonti che, al contrario, documentano come allora le donne si difesero fortemente ogni qual volta si mosse loro questa accusa.

La guerra, giustificata dalle mille «ragioni» che l'interventismo democratico adduceva, lontano dall'essere considerata un mezzo si rivelava invece un'occasione che, per quanto triste, permetteva alle donne di manifestare la propria sincera fedeltà alla patria e le rendeva perciò - come esse stesse mostrarono di credere - «uguali» agli uomini, seppur «differenti» per il ruolo che ciascuno era chiamato a compiere.

Una «differenza», quella femminile, che negli anni precedenti era stata concettualmente definita allo scopo di liberare la donna riconoscendole un valore e che, al contrario, negli anni della guerra, finì senza che il movimento se ne avvedesse per imprigionare la donna nel ruolo di assistente, infermiera e madre dolente.

Una «differenza», aggiungerei, da cui non a caso il movimento femminista degli anni Settanta prese le distanze, ma che sembra ancora essere avvalorata quando si manifesta meraviglia di fronte alla scelta interventista delle suffragiste, che proprio perché non «diverse» parteciparono al clima politico determinatosi allora in Italia, subendo la potenza ideologica di un movimento a favore dell'intervento che passò trasversalmente in mezzo a uomini e donne di ogni schieramento politico.

Note

* Questo saggio nasce da una rielaborazione della mia tesi di laurea, dal titolo Dall'emancipazionismo all'interventismo. Profili di socialiste interventiste, presentata dalla cattedra di Storia del Risorgimento dell'Università degli Studi di Roma «La Sapienza» (relatrice la Prof. Anna Maria Isastia; correlatrice la Prof. Fiorella Bartoccini), e discussa il 21 luglio 1994.

1. V. Woolf, Le tre Ghinee, Milano, 1992, p. 64.

2. Di Franca Pieroni Bortolotti si vedanoi seguenti testi: Alle origini del movimento femminile in Italia, 1848-1892, Torino, 1963; Socialismo e questione femminile in Italia, 1892-1922, Milano, 1974; Femminismo e partiti politici, 1919-1926, Roma, 1978; La donna, la pace, l'Europa. L'Associazione internazionale delle donne dalle origini allaprima guerra mondiale, Milano, 1985; Sul movimento politico delle donne. Scritti inediti, a cura di A. Buttafuoco, Roma, 1987. Di Annarita Buttafuoco si vedano invece: Le Mariuccine. Storia di un'istituzione laica. L'Asilo Mariuccia, Milano, 1985; Cronache femminili. Temi e momenti della stampa emancipazionista in Italia dall'Unità al fascismo, Arezzo, 1988; Vite esemplari. Donne di primo Novecento, in A. Buttafuoco e M. Zancan, Svelamento. Sibilla Aleramo: una biogafia intellettuale, (a cura di), Milano, 1988, pp. 139-162; La filantropia come politica. Esperienze dell'emancipazionismo italiano nel Novecento, in Ragnatele di rapporti e reti di relazioni nella storia delle donne, a cura di L. Ferrante, M. Palazzi, G. Pomata, Torino, 1988; Vuoti di memoria. Sulla storiografia politica delle donne in Italia, in «Memoria», giugno, 1991.

3. Cfr. a proposito il saggio di A. Fava, Assistenza e propaganda nel regime di guerra (1915 -1918), in Operai e contadini nella grande guerra, a cura di M. Isnenghi, Bologna, 1982.

4. Non esistono storie complete di queste associazioni. Per quanto riguarda l'Ufn rimando pertanto allo scritto della sua fondatrice Ersilia Majno, Ufn, i primi cinque anni di vita (1900-1905), Milano, 1905; L'Unione Femminile Nazionale, in B. Pisa - F. Taricone, Operaie, borghesi e contadine del sec. XIX, Roma, 1985; e ai lavori di A. Buttafuoco, in special modo a LeMariuccine. Storia di un'istituzione laica, cit. Sul Cndi si veda, invece F. Taricone, L'associazionismo femminile: il Cndi, in «Bollettino della Domus Mazziniana», 1992, n. 2.

5. Le richieste più frequentemente avanzate dal movimento emancipazionista e fatte oggetto di continue campagne politiche furono insieme al diritto di voto alle donne: l'abolizione alla tutela maritale; l'accesso alle libere professioni e ai pubblici uffici; la parità di lavoro a parità di salario; la ricerca della paternità.

6. Le attività furono numerosissime e operarono in vari campi: dagli uffici di collocamento e assistenza alle cucine popolari; dalle case di accoglienza per giovani prostitute (l'Asilo Mariuccia dell'Ufn era fra tutti il più attivo) ai dormitori per le lavoratrici minorenni; dall'Opera Nazionale di Assistenza Materna (organizzato dall'Associazione Per la Donna) agli asili nido e ai soggiorni di vacanza per i bambini poveri.

7. A. Buttafuoco, Vite esemplari. Donne nuove di primo Novecento, in Svelamento. Sibilla Aleramo: una biografia intellettuale, cit., p. 141.

8. Cfr. A. Buttafuoco, La filantropia come politica. Esperienze dell'emancipazionismo del '900, in Ragnatele di rapporti. Patronage e reti di relazioni nella storia delle donne, cit.

9. Teresa Labriola, nata a Napoli nel 1873 e morta a Roma nel 1941, pubblicò decine di opere a carattere filosofico e politico. Prima ancora di essere socialista, nazionalista e poi fascista, la Labriola fu e si considerò sempre una femminista. Al femminismo dedicò gran parte della sua vita cercando incessantemente di farne una chiave interpretativa del mondo e nello stesso tempo un mezzo di rigenerazione e progresso per la società. Dei suoi scritti sul femminismo si veda soprattutto Del femminismo come visione della vita, Roma, 1917; dei saggi invece sulla guerra si vedano La conquista (La nostra guerra nella conflagrazione europea), Pescara, 1915; La guerra nostra.Riflessioni e considerazioni su guerra e coltura, Pescara, 1916; Comitato Nazionale Femminile per l'intervento italiano, Roma, 1916; Il dovere nazionale della donna, Roma, s. d. Ignorata dalla storiografia nonostante il ruolo che ebbe nel movimento delle donne e nel movimento interventista, solo recentemente è stata pubblicata una sua biografia ad opera di F. Taricone, Teresa Labriola. Biografia politica di un'intellettuale tra '800 e '900, Milano, 1994; della stessa autrice si veda ancora Teresa Labriola teorica dell'emancipazionismo, in «Il Risorgimento», n. 1, 1992.

10. T. Labriola, La questione femminista, Roma, 1910, p. 22 e p. 96.

11. Nuove vie, in «Unione Femminile», n° 21, 1902. Il giornale uscì dall'aprile 1901 all'aprile 1905, prima come mensile e in seguito come quindicinale.

12. La moglie e la figlia di Ernesto Nathan, Virginia e Liliah furono molto attive nel campo della beneficenza e collaborarono a diverse attività del Cndi.

13. Il discorso della Spalletti è riportato da L. Capezzuoli e G. Cappabianca, Storia dell'emancipazione femminile, Roma, 1964, p. 90. Nonostante il carattere moderato che venne impresso all'incontro, questi incontrò «lo scherno e il dileggio» dell'opinione pubblica - come testimonia Donna Paola (Paola Baronchelli Grosson), in La donna della nuova Italia, Milano, 1917, pp. 33-36. Cfr. a proposito anche gli interventi di T. Labriola in «Attività femminile sociale» (nei quali l'autrice fa menzione delle critiche rivolte al Congresso da Alfredo Oriani) e la lettera della poetessa Amalia Guglielminetti, presente all'incontro, rivolta a G. Gozzano, in Lettere d'amore di Amalia Guglielminetti a Guido Gozzano, Milano, 1951.

14. Ersilia Majno nacque a Milano nel 1859 e vi morì nel 1933. Sposò nel 1924 l'avvocato Luigi Majno, che oltre a difendere in Tribunale più volte Filippo Turati rappresentò il partito socialista come deputato in Parlamento. Nel 1899 la Majno, già da anni impegnata in società operie di mutuo soccorso, fondò a Milano insieme al marito, alla poetessa Ada Negri e a Nina Rignano Sullam l'Unione Femminile Nazionale. Presto questa aprì nuove sezioni: prima a Roma, Firenze, Torino, Udine, poi a Catania, Livorno, Breno, Macomer, Cagliari. La Majno (come ha più volte sottolineato la Buttafuoco, che ha curato il suo archivio privato, oggi parte degli Archivi Riuniti delle Donne, nella sede dell'Ufn a Milano) difese sempre la scelta «apolitica», mentre si fece promotrice di un «femminismo pratico» volto ad esaltare attraverso le opere il valore delle donne e a richiedere in nome di tale valore il riconoscimento della piena cittadinanza.

15. Significativa è la coincidenza dei Congressi dell'Ufn e del Cndi svoltisi ambedue nel 1908. Ciò comportò l'assenza di delegate ai reciproci lavori.

16. Sulla questione si veda l'intervista a Teresa Labriola di G. Calza Betodo, Sullo scisma delle femministe romane. Intervista con la prof. Teresa Labriola, in «Il Giornale d'Italia», 16 gen. 1916.

17. Sul rapporto tra donne e partiti politici si veda M. Tesoro, Le donne nei partiti politici (1890-1914), in Donna Lombarda 1860-1945, a cura di A. Gigli Marchetti e N. Torcellan, Milano, 1992.

18. Le emancipazioniste negarono molte volte di domandare il diritto di voto solo per le «borghesi», anche se dopo la legge elettorale voluta da Giolitti vi fu chi come Alice Bosio Schiavoni (dirigente sia del Cndi che dell'Associazione Per la Donna) commentò: «Meglio a nessuna che a operaie e contadine!». Cfr. al riguardo specialmente «Attività femminile sociale»; mentre per seguire la polemica contro le «signore borghesi» si veda il giornale diretto da A. Kuliscioff «La difesa delle lavoratrici».

19. Fondamentale a riguardo è la posizione che ebbe nel partito socialista Anna Kuliscioff: rimando a proposito alla nota «lite in famiglia» che oppose la Kuliscioff a Turati. Sulle relazioni tra il Comitato Pro-Suffragio e la Kuliscioff si veda invece A. Buttafuoco, Cronache femminili. Temi e momenti della stampa emancipazionista in Italia dall'Unità al fascismo, cit. Il legame fra il partito socialista e il movimento politico delle donne prima di essere segnato dalle divisioni riguardo alla questione del voto e alla guerra di Libia fu fortemente deteriorato dal fallimento delle leggi di tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli, per l'approvazione (avvenuta nel 1902) e per la buona riuscita delle quali il movimento si era fortemente impegnato.

20. Dopo qualche tempo in linea con la presa di posizione assunta le socialiste Linda Malnati e Clarotta Clerici, impegnate nel movimento emancipazionista, furono «invitate» dal partito a non partecipare al Congresso della Pro-Suffragio indetto nei giorni 6-7-8 dicembre del 1913; al loro posto furono inviati come delegati gli on. Treves e Bussi.

21. «Attività Femminile Sociale» organo del Cndi nacque nel 1913 con l'intento di riferire notizie riguardo le attività di tutte le associazioni emancipazioniste dell'epoca. Uscì con periodicità varia (più o meno mensile) dal 1913 al 1931, diretto nei primi 3 anni da Alice Schiavoni Bosio e poi da Ida Magliocchetti Mengarini. La prima, convinta sostenitrice della scelta «apartitica» del movimento delle donne, durante la guerra si occupò a Roma insieme a Laura Casartelli Cabrini di un ufficio legale a servizio delle famiglie dei richiamati, promosso e gestito dall'Associazione per la donna. Ida Magliocchetti Mengarini, invece, assunse dopo l'agosto del 1914 una forte posizione interventista approdando durante il conflitto su posizioni accesamente nazionaliste. Non a caso allora «Attività Femminile Sociale» ospitò sempre più frequentamente articoli di Teresa Labriola. Durante la guerra la Magliocchetti diresse a Roma l'Asilo della Patria per i figli dei richiamati. Dopo aver aderito al fascismo la Magliocchetti, compagna e poi moglie del pittore Pietro Mengarini, fondò la rivista «Italianissima».

22. In «Attività femminile sociale», nov. 1913, n° 6, p. 45.

23. Alcune proponevano che tutte le donne dovessero svolgere il servizio obbligatorio; altre escludevano da questo le orfane di madre che attendevano alle cure domestiche; altre ancora indicavano che solo le ragazze di famiglie abbienti erano a ciò idonee.

24. All'inchiesta risposero molte socie del Cndi, tra cui la baronessa Elena French Cini, presidente della Fed. Toscana e futura fondatrice, nel nov. del 1915, di un Comitato Pro-Patria. Questa dopo essersi dichiarata favorevole all'istituzione del servizio sociale femminile obbligatorio, alla seconda domanda rispondeva: «Credo bene in via educativa che la donna si avvezzi a prendere come un dovere naturale l'occuparsi d'altri, ma occuparsene per servire ad un'idea piuttosto che ad una data persona, come è sua natura fare».

25. A rappresentare il Cndi al Congresso dell'Aja furono la Turin e la Betts, segretaria per l'estero del Consiglio Nazionale. Intervennero come relatrici tutte le presidenti delle sei sezioni del Consiglio: Dora Melegari; Teresa Labriola; la contessa Soderino; la contessa Lucifero; la contessa Danieli; la marchesa Di Targiani; la baronessa De Bonis; la marchesa Pellicano; donna Antonia Nitti; donna Maria Talamo e Alice Schiavoni Bosio.

Il Congresso di Roma era quello quinquennale previsto dal Cid per eleggere la presidente e per aggiornarsi sui lavori fin là compiuti. La presidente Lady Aberdeen venne riconfermata nella sua carica. Cfr. F. Pieroni Bortolotti, La donna, la pace, l'Europa: l'Associazione internazionale delle donne dalle origini alla prima guerra mondiale, cit.

26. Sui progetti e dibattiti parlamentari sul suffragio femminili si vedano i saggi di M. P. Bigaran, Progetti e dibattiti parlamentari sul suffragio femminile: da Peruzzi aGiolitti, in «Rivista di storia contemporanea», n° 1, 1985; e Il voto alle donne in Italia dal 1912 al fascismo, ivi, n° 2, 1987.

27. S. Bisi Albini, Il tradimento, in «La nostra rivista», I, 11 nov. 1914. La Bisi Albini, direttrice de «La nostra rivista», moglie del pittore Emilio Bisi, scrittrice di discreta fama divenne una convinta interventista ed entrò nel Comitato Lombardo di Preparazione Civile che si costituì a Milano l'11 gennaio del 1915. Fu sua l'idea di organizzare dei nidi a Milano per i figli dei richiamati: ognuno di loro ospitava circa 20 bambini assistiti da 5 volontarie.

28. L'appello reso pubblico da «La nostra rivista» si trova anche in Donna Paola, La donna nella nuova Italia. Documenti al contributo alla guerra, cit., pp. 134-135; e in F. Pieroni Bortolotti, Femminismo e partiti politici 1919-1926, cit., p. 31.

29. Si veda il noto articolo di Mussolini, in «Avanti!» (18 ott., 1915) che gli valse l'espulsione dal partito.

30. Cfr. A. Fava, Assistenza e propaganda nel regime di guerra, cit., p. 186.

31. Ginevra, Servizio militare femminile!, in «La nostra rivista», I, 11, nov. 1914.

32. M. Sarfatti, La milizia femminile in Francia, Milano, 1915. La Sarfatti dedicò il libro «Alle Donne d'Italia come atto di Fede».

33. La Sarfatti da questo momento fino ai primi anni Trenta condivise tutte le sue scelte politiche con Mussolini. Nel '38 a seguito delle leggi razziali che la perseguitavano in quanto ebrea si rifugiò in Argentina. Molto nota come storica dell'arte, fu anche giornalista e scrittrice. Nel 1955 pubblicò una biografia Acqua passata (Rocca S. Casciano), in cui fedele al titolo sorvolava quasi completamente sulle sue esperienze politiche: socialismo, suffragismo e fascismo. Solo nell'ultimo decennio la storiografia le ha dedicato una discreta attenzione: v. R. Bossaglia, Margherita Sarfatti criticad'arte, in Donna Lombarda, 1860-1945, cit.; G. Bosi Maramotti, Margherita Sarfatti: Appunti per una storia della letteratura fascista nel periodo fascista, in B. Bandini, (a cura di), Il pensiero reazionario. La politica e la cultura dei fascismi, Ravenna, 1982; E. Coen, Una vita difficile: la Sarfatti tra arte e fascismo, in «Art Dossier», gennaio, 1987; A. Nozzoli, Margherita Sarfatti, organizzatrice di cultura: «Il Popolo d'Italia», in M. Addis Saba, (a cura di), La corporazione delle donne: Ricerche e studi sui modelli femminili nel ventennio fascista, Firenze, 1988; S. Urso, La formazione di Margherita Sarfatti e l'adesione al fascismo, in «Studi Storici», 1, 1994, pp. 153-181; V. De Grazia, Il fascino del priapo. Margherita Sarfatti biografa del Duce, in «Memoria», 1982, 4; P. V. Cannistraro - R. S. Sullivan, Margherita Sarfatti. L'altra donna del Duce, Milano, 1993.

34. Il testo è tratto da un articolo di Maria Tosi, presidente della sezione di Codegno dell'Associazione Per la Donna, in «Attività femminile sociale», 15 giugno 1915.

35. Nella direzione del Comitato furono presenti anche Gigina Soli Legnani e Luisa Fontana Goggia, rispettivamente presidente e vicepresidente del Lyceum; Luisa Magnani Milla e Paolina Tarugi, socie della Pro-Suffragio e Alessandrina Ravizza dell'Unione Femminile.

36. Nel Comitato Pro-Patria entrò tutta la Federazione toscana del Cndi. A questo seguirono in Toscana altri Comitati nelle città di Pistoia, Lucca, Pescia, Arezzo, Siena, S. Marcello Pistoiese, Grosseto, Viareggio.

37. L'Alleanza elesse anche un Comitato centrale di cui presidente fu Gabriella Spalletti; vicepresidenti Angelina De Leva e Dora Melgari; cassiera la contessa Danieli Camozzi; segretaria Lina Perazzi.

38. In «Attività femminile sociale», maggio 1915, p. 108.

39. Ibidem.

40. Sull'amministrazione di Caldara si veda M. Punzo, La giunta Caldara. L'amministrazione comunale di Milano negli anni 1914-1929, Milano, 1986.

41. La Commissione era la VI: le donne vi svolgevano il compito di organizzare le forze femminili.

42. Elena French-Cini, in «Attività femminile sociale», maggio 1915, p. 113. A proposito si veda anche Donna Paola, op. cit., pp. 137-142.

43. Cfr. S. Bartoloni, L'associazionismo femminile nella prima guerra mondiale e la mobilitazione per l'assistenza civile e la propaganda, in Donna Lombarda. 1860-1945, cit., pp. 65-91; M. P. Bigaran, Mutamenti dell'emancipazionismo alla vigilia della grande guerra, in «Memoria», n° 4, 1982; M. Fraddosio, La donna e la guerra. Aspetti della militanza femminile nel fascismo: dalla mobilitazione civile alle origini del Saf nella Repubblica di Salò, in «Storia contemporanea», 6, 1989; e i saggi già citati di F. Pieroni Bortolotti e A. Buttafuoco.

44. F. Pieroni Bortolotti, Femminismo e partiti politici, 1919-1926, cit., p. 31.

45. Ivi, p. 51.

46. Dei lavori di M. Isnenghi rimando soprattutto a Il Mito della grande guerra, Bologna, 1984, e al saggio Interventismo, in Il modo contemporaneo, vol. I, Storia d'Italia, 2, Firenze, 1978.

47. Il 2 e 3 nov. del 1916 si svolse il Convegno della Pro-Suffragio (cfr. Convegno nazionale pro-suffragio a Roma, in «Attività femminile sociale», nov. 1916; Alina, Il Convegno del Pro-Suffragio a Roma, in «L'Unità d'Italia», 1 dic. 1916; T. Labriola, Impressioni di un convegno, in «La nostra rivista», nov. 1916; B. Sacchi, Ancora sul convegno suffragista, in «L'Unità d'Italia», 1 gen. 1917; B. Sacchi, Le nostre polemiche, ivi, 1 marzo 1917; A. Dobelli, Polemica, ivi, 1 maggio 1917); mentre il 7-8-9 ottobre 1917 si tenne il Congresso nazionale indetto dall'associazione Per la Donna a cui aderirono il Cndi, l'Ufn, la Pro-Suffragio e il Comitato per l'ammissione della donna alla professione forense. Al Congresso si discussero le relazioni di Teresa Labriola, La ricerca della paternità; di Alice Schiavoni Bosio, Richieste nel campo della legislazione sociale a favore delle donne lavoratrici; di Ignazio Tambaro, Azione da svolgere nelle Opere Pie; di Paolina Tarugi, Abolizione dell'autorizzazione maritale; e di Margherita Ancona, Suffragio femminile.

48. Discorso della presidente della Fed. Lombarda del Cndi, Carla Lavelli Celesia al Congresso nazionale indetto dall'Ass. Per la Donna, svoltosi dal 7 al 9 ott. 1917, con l'adesione dell'Unione Femminile, della Pro-Suffragio e del Comitato nazionale per l'ammissione della donna alla professione forense. In «Attività femminile sociale», ott. 1917.

49. F. Pieroni Bortolotti, Femminismo e partiti politici in Italia, 1919-1926, cit., p. 32.