Da Weimar a Mosca. L'elaborazione della
"teoria della convergenza" in Simone Weil

di Fabio Piccigallo

1. Simone Weil negli ambienti intellettuali francesi dei primi anni Trenta

Il 30 luglio 1936 Trockij, rispondendo ad una lettera inviatagli tre giorni prima da Victor Serge, tracciava un quadro decisamente poco lusinghiero degli ambienti intellettuali francesi di opposizione, coi quali lo scrittore aveva riannodato i contatti dopo il suo arrivo in Occidente, ed ai quali doveva in sostanza la sua liberazione. Rientrato infatti in Occidente nell'aprile di quello stesso anno, Serge non aveva naturalmente mancato di ricucire quei legami che il lungo periodo di deportazione ad Orenburg aveva quasi del tutto dispersi. In particolare, egli aveva ricontattato Boris Souvarine, amico di lunga data di Serge1, e René Lefeuvre2, che pubblicava allora la rivista «Masses» - ambienti intellettuali che a Trockij non potevano non apparire «sospetti», tanto più che gli richiamavano alla mente antiche lacerazioni, talvolta drammatiche, consumatesi negli anni dell'emarginazione politica e mai più ricucite.
Nella sua lettera del 27 luglio, Serge aveva scritto a Lev Davidoviß di alcuni intellettuali gravitanti soprattutto attorno alla famosa rivista del sindacalismo rivoluzionario «La Révolution Prolétarienne». Fondata nel 1925 da Pierre Monatte e Alfred Rosmer, la rivista aveva ben presto assunto il ruolo di punto di raccolta delle tendenze più estreme della sinistra libertaria parigina, di tutti coloro i quali non sentivano alcun legame di fedeltà non solo verso i partiti della Gauche tradizionale - Monatte non era stato iscritto al Pcf che per pochi mesi, Rosmer per poco più - ma anche verso la stessa «sinistra di opposizione», il movimento che faceva capo a Trockij. Questi aveva anzi lanciato i suoi strali contro «R.P.» già nell'autunno del 1925, a pochi mesi dalla sua fondazione, e da allora le posizioni della rivista sull'Unione Sovietica si erano andate estremizzando, arricchendosi nel contempo dell'apporto intellettuale di alcuni nuovi giovani collaboratori. Tra questi, un posto di rilievo aveva avuto senza dubbio Simone Weil.
A proposito di quest'ultima Trockij, nella sua lettera a Serge, aveva assunto un tono piuttosto perentorio: «Mi parlate anche di Simone Weil. La conosco molto bene. Ho avuto con lei lunghe conversazioni. Ad un certo momento, è stata vagamente simpatizzante, poi ha cessato di credere al proletariato ed al marxismo, ed ha cominciato a scrivere degli inutili articoli idealisti per difendere la "personalità". In breve, ella si è mossa verso il radicalismo»3. Giudizio evidentemente molto duro, motivato da una conoscenza diretta ed appena stemperato, nelle righe seguenti, da una flebile speranza che la Weil ritornasse «a sinistra». Un giudizio, in ogni caso, che lascia intravedere una ferita profonda nei rapporti del Vieux con la giovane parigina.
Difficile, se non impossibile, datare tuttavia con precisione il momento di rottura tra il rivoluzionario russo e la filosofa francese. Nata nel 1909, quest'ultima apparteneva infatti ad una generazione che non aveva conosciuto l'iniziale infatuazione per il bolscevismo vittorioso dell'Ottobre che aveva contraddistinto le generazioni precedenti, e che, con Domenico Canciani, si potrebbe definire una generazione contro: «contro la borghesia e i suoi valori, contro la sua morale, contro i poteri e i modi in cui è gestita la politica della III Repubblica, contro i suoi grandi scandali e le sue piccole miserie, contro la Francia "patriottarda" del dopoguerra, che celebra i suoi morti e inaugura in ogni più piccolo villaggio monumenti ai caduti»4. Come i suoi coetanei, la Weil si era trovata di fronte intorno al 1930, anno in cui iniziò il suo apprendistato politico, a posizioni vieppiù consolidate all'interno della sinistra internazionale. Trockij era oramai esiliato a Prinkipo, e preparava da lì la sua strategia di opposizione al gruppo dirigente di ispirazione staliniana, mentre quasi ovunque, ma soprattutto in Francia, molto viva era la polemica sulla natura dello Stato sovietico. Si potrebbe dire pertanto che la Weil, data la sua amicizia con gli esponenti del Cercle communiste démocratique, era già virtualmente schierata contro Trockij ancor prima di polemizzarvi direttamente. Del resto, la sua stessa formazione intellettuale, sviluppatasi sotto il magistero del filosofo Alain, la portava naturalmente a sostenere posizioni che il Vieux non poteva che considerare affette da radicalismo. Il primo momento di effettiva rottura tra il rivoluzionario russo e la giovane intellettuale si consumò tuttavia con ogni probabilità all'ombra della situazione tedesca dei primi anni Trenta.
Tutt'altro che originali5, soprattutto nelle loro conclusioni immediate, gli scritti di Simone Weil sulla Germania, compilati al cospetto di un'oramai agonizzante Repubblica di Weimar, rimangono tuttavia interessanti soprattutto alla luce della successiva sistematizzazione del pensiero weiliano sull'avvenire della democrazia occidentale, delineato nel saggio Perspectives a partire dalla constatazione della progressiva burocratizzazione delle strutture di potere e del conseguente emergere di una nuova classe dominante che, esercitando «l'oppressione [...] in nome della funzione»6, si collocava al di fuori delle categorie marxiste richiedendone pertanto un'urgente revisione. «Noi dobbiamo riprendere dalle origini tutti i problemi posti dall'azione rivoluzionaria» scriveva infatti la Weil, poiché, spiegava, «tutte le concezioni che regnano attualmente tra i militanti sono eredità del periodo d'anteguerra. Ora, l'esperienza degli ultimi vent'anni impone la revisione di tutte queste concezioni»7. Tra queste «concezioni», la Weil avrebbe certamente annoverato al primo posto la teoria stessa della rivoluzione, considerata tanto nei suoi aspetti immediati quanto nei suoi obiettivi di lunga durata. La rivoluzione, spiegava infatti l'intellettuale parigina in diretta polemica con Lenin, «doit être une révolution intellectuelle autant que sociale»8, e come tale avrebbe dovuto richiedere un lungo lavoro di preparazione al fine di rendere la classe operaia cosciente dei meccanismi attraverso i quali il potere capitalistico esercitava l'oppressione. La Weil, in altri termini, sembrava avere presente in quegli anni più l'esperienza delle Bourses du Travail di Fernand Pelloutier che la dottrina marxiana e, coerentemente, vedeva nel sindacato, piuttosto che nelle strutture di partito, uno strumento adatto alla formazione della coscienza di classe degli operai9.
Non è qui possibile riprendere nel dettaglio le numerose polemiche sulla burocrazia sovietica che, nella Francia della seconda metà degli anni Venti, provocarono dolorose rotture all'interno del già variegato universo della sinistra d'oltralpe e, in più di una occasione, gli strali di Trockij, che in numerosi scritti non aveva mancato di polemizzare contro chi, come ad esempio Boris Souvarine, aveva sottolineato l'artificiosità degli schemi trockiani e la loro scarsa rispondenza alla situazione reale dei rapporti di potere interni all'apparato staliniano. Ciò che importa sottolineare, piuttosto, è come la Weil, muovendo dalla condivisione di principio dell'idea souvariniana (ma sostenuta anche da Urbahns e Korsch) della natura dell'Urss come Stato non operaio, ma gestito da una burocrazia che veniva configurandosi come una vera e propria classe dominante, riesca ad ampliare il discorso integrandolo coi risultati della sua esperienza tedesca e giungendo «con straordinaria rapidità a riconoscere la centralità dell'integrazione di tecnocrazia e burocrazia come tendenza comune a casi diversi quali quello della Germania hitleriana, dell'Urss staliniana e degli Usa di Roosevelt»10.

2. Il viaggio in Germania: la genesi della "Teoria della convergenza dei regimi burocratici"

L'interesse della giovane intellettuale francese per le vicende che si svolgevano al di là del Reno non nasce tuttavia come ampliamento di uno studio sulla burocrazia sovietica. Al contrario, la Weil cercava, muovendosi verso la Germania nel suo viaggio dell'estate del 1932, la conferma della possibilità per un sindacato di diventare il promotore di un processo di trasformazione sociale che non degenerasse in senso burocratico. Se infatti era vero, come riteneva la Weil, che il sindacato, non essendo «costituito in modo da avere il proprio fine in se stesso», poteva essere «il mezzo attraverso il quale [i lavoratori] fabbricano la propria libertà»11, la situazione tedesca, in continuo fermento, poteva essere un laboratorio importante per dimostrare che vi erano altre strade, oltre a quella della rivoluzione condotta secondo gli schemi leniniani, per giungere alla trasformazione della struttura sociale. Muovendo da questo presupposto, l'avvio dell'analisi weiliana sulle possibilità di una rivoluzione in Germania coincide con l'inizio della sua polemica con Trockij. Questi aveva infatti pubblicato presso Rieder, nel 1932, un pamphlet in cui descriveva la situazione politica e sociale della Germania, con particolare attenzione ai tre principali partiti della sinistra tedesca, la Spd (Sozialdemokratische Partei Deutschlands), la Sap (Sozial Arbeiter Partei) e la Kpd (Kommunistische Partei Deutschlands), al fine di dimostrare come la rivoluzione tedesca fosse legata in ultima analisi all'eventuale scelta, da parte di quest'ultimo, di correggere la propria tattica ispirandosi non già «al regime attuale del Partito comunista russo, che riflette l'egemonia dell'apparato, sulla base della rivoluzione vittoriosa, ma al regime del partito che portò alla vittoria della rivoluzione»12.
Un atteggiamento del tutto volontaristico, come si vede, incapace di render conto compiutamente dei processi in atto in Germania in quegli anni, che nasceva da una totale inanità delle categorie utilizzate nel leggere quanto di nuovo vi fosse nella crescente egemonia sociale del movimento nazionalsocialista, considerato dal rivoluzionario russo alla stregua di uno strumento mobilitato dal grande capitale al fine di distruggere le organizzazioni del proletariato, il cui peso crescente non poteva più essere sostenuto dalla borghesia in un periodo di crisi economica. Trockij, in altri termini, non solo conservava per il Partito comunista, a parere della Weil, «un attaccamento che non si può evitare di giudicare superstizioso», rifiutandosi «di ammettere che una rivoluzione possa trionfare, se non nella sua direzione»13, ma sottovalutava anche quanto l'ideologia nazista fosse «étonnamment contagieuse, notamment chez le parti communiste»14. La Germania che Simone Weil poté visitare nel corso del suo viaggio, tuttavia, deluse in gran parte le sue aspettative rivoluzionarie. In effetti, tanto la Kpd quanto i sindacati di ispirazione socialdemocratica si trovavano oramai, nell'estate del 1932, in una posizione del tutto subalterna rispetto alle dinamiche sociali in atto, non essendo riusciti, a fronte dell'assorbimento da parte degli apparati produttivi delle istanze razionalizzatrici provenienti dagli Stati Uniti, «a cogliere di questo processo che gli aspetti tecnico-produttivi più appariscenti»15. Il venir meno di quello che era stato l'elemento guida della politica economica socialdemocratica (voluto soprattutto da Hilferding) nel corso degli anni Venti, il così detto «compromesso della crescita», aveva colto impreparati i quadri sindacali socialdemocratici i quali, in seguito ad una «macroscopica e generale difficoltà [...] di rappresentare una stratificazione sociale in radicale trasformazione, in primo luogo per la disoccupazione e la sottoccupazione di massa, ma anche per l'aumento quantitativo di vecchi e nuovi ceti medi»16, caratterizzarono la loro azione per «un irrigidimento difensivo sulla protezione dei salari e dei posti di lavoro degli occupati, anche a prezzo di accentuare la divisione dei disoccupati [...] e di contribuire a smantellare il vecchio equilibrio della stabilità, ormai incrinato»17. I quadri socialdemocratici, in altri termini, avendo fino al 1930 impostato la loro azione sulla base di un compromesso con le forze imprenditoriali e col potere statale che garantisse da un lato una politica di alti salari (attraverso il famoso Friedenpflicht che garantiva il «principio delle tariffe»), dall'altro ampia libertà di manovra sul piano organizzativo, non poterono che continuare su questa linea di difesa dell'esistente anche quando la congiuntura favorevole degli anni Venti dette vistosi segni di cedimento, e finirono con l'irrigidirsi schematicamente sulla difesa di alcuni frammenti di stato sociale da loro considerati inalienabili. Solo in parte, e solo tardivamente, tale situazione fu modificata grazie ad alcuni tentativi di revisione in senso «nazionale» dei programmi socialdemocratici in materia di gestione delle risorse produttive; revisione della quale il maggior elemento propulsore fu proprio il sindacato che, con l'elaborazione della strategia dei «piani del lavoro», si propose per la prima volta come soggetto politico autonomo. Da questo punto di vista, scriveva tuttavia la Weil, vi era tra i programmi economici nazionalsocialisti e quelli della socialdemocrazia una sostanziale unità di vedute, nel senso che «per il partito nazionalsocialista come per la socialdemocrazia, il socialismo non è che la direzione di una parte più o meno considerevole dell'economia attraverso lo Stato, senza una preliminare trasformazione dell'apparato statale, e senza l'organizzazione di un effettivo controllo operaio; si tratta pertanto di un semplice capitalismo di Stato. Su questa uniformità di vedute si fonda una tendenza verso un governo che dovrebbe trasformarsi, seppure in modo ancora indeterminato, in un ingranaggio essenziale dell'economia, appoggiandosi a un tempo sui sindacati socialdemocratici e sul movimento nazionalsocialista»18. Lungi dal ritenere tale convergenza come una risposta congiunturale alla crisi incipiente, tuttavia, la filosofa parigina individuava nella tendenza al controllo statale dell'economia uno dei cardini sui quali si era andata sviluppando la struttura economico-sociale della Germania di Weimar.
Nel corso del suo viaggio in Germania, la Weil era stata profondamente colpita dalle analisi delle tendenze in atto nell'economia tedesca pubblicate dal giovane economista Ferdinand Fried (pseudonimo di Friedrich Zimmermann) su «Die Tat», rivista mensile che conobbe proprio in quegli anni una notevole diffusione. Fondata nel 1909 come tribuna di dibattito filosofico ed espressione letteraria da Eugen Diederichs, eccentrica figura di editore ed ispiratore di una nuova forma di romanticismo commista con gli insegnamenti di Paul Lagarde e Möller van der Bruck, «Die Tat» conobbe alla fine degli anni Venti un sostanziale mutamento di rotta grazie anche alla costituzione del così detto Tat-Kreis, i cui esponenti, molto più giovani del fondatore, se ne distinguevano per una maggiore sensibilità politica ed attenzione per le questioni economiche. Spiegando nel 1929 ai suoi lettori in cosa consistessero i mutamenti apportati alla rivista, Diederichs ne individuava il programma nella «formazione di una nuova verità» attraverso la riappropriazione dell'«uomo di questa epoca» che «combatte ancor oggi disperatamente contro le gigantesche creature impersonali che lo hanno sottomesso: i trusts, i cartelli, le macchine e gli impersonali ingranaggi della vita politica ed economica»19. Una esigenza di riattualizzazione, pertanto, compiuta tuttavia ai fini di una evasione dalla realtà dei rapporti economico-sociali contemporanei: «Noi vogliamo dedicarci», continuava Diederichs, «alle forze reali di questo tempo, esaminarle in modo sostanziale e portare alla luce il loro contenuto spirituale (geistig), poiché ci sembra che ci sia il pericolo che questo contenuto vada oggi irrimediabilmente perduto»20. Tale opera di rinnovamento conobbe poi nuovo impulso quando, dopo la morte del suo editore, nel settembre del 1930, la rivista rimase sotto la direzione dell'allora poco più che trentenne Hans Zehrer, che comunque già dall'ottobre del 1929 ne conduceva, nell'ombra, le sorti. Grazie a quest'ultimo, di posizioni molto vicine a quelle di von Schleicher, «Die Tat» completò la sua metamorfosi ed «i fino ad allora dominanti temi di interesse filosofico, religioso e letterario servirono in seguito solo a rifinirne il contenuto; il tema più importante era oramai la politica»21.
Fu proprio leggendo la «Tat» zehreriana, ed ancor più le pagine di Das Ende des Kapitalismus, libro pubblicato da Fried nel 1931 e ben presto tradotto in francese dall'editore Grasset, che la Weil prese probabilmente coscienza per la prima volta del fatto che la tecnica della produzione industriale era divenuta un dominio incontrastato degli «ingegneri». Fino alla metà del 1932, in effetti, l'interesse della studiosa francese per gli apparati tecnico-amministrativi si era più che altro collocato nell'orizzonte souvariniano di critica radicale delle degenerazioni burocratiche del movimento comunista dentro e fuori l'Unione Sovietica, mentre i rari interventi sul «macchinismo»22 non affrontavano ancora il problema della struttura economica e del ruolo che in essa avevano i «tecnici», limitandosi a denunciare le conseguenze sociali delle scarse qualità ergonomiche che caratterizzavano i macchinari nelle imprese industriali ed estrattive. Il cambiamento della sua prospettiva appare evidente nella primavera del 1933: «Il n'y a plus, dans le domaine technique», scriveva la studiosa proprio recensendo il lavoro di Fried, «d'aventures, mais seulement des aménagements»23. L'autore tedesco aveva infatti indicato nella fine della mentalità imprenditoriale che aveva caratterizzato gli industriali del secolo scorso il punto di non ritorno di una strada che avrebbe inesorabilmente condotto il sistema capitalistico a mutare pelle mediante una sorta di simbiosi «fra l'uomo d'affari e l'uomo politico», mentre «le cospicue personalità dell'industria diventano più rare, sostituite da una nuova burocrazia industriale»24. La tendenza alla razionalizzazione della gestione degli apparati industriali aveva in effetti preso piede in Germania con la reindustrializzazione del primo dopoguerra, assieme - e parallelamente - al fenomeno della spersonalizzazione della proprietà, oramai parcellizzata in società per azioni e gestita da quadri tecnici dell'industria. A parere dell'autore di Das Ende des Kapitalismus tale sviluppo, unito ad un forte interventismo statale, portava come conseguenza ad una svolta epocale nell'economia che, attraverso una breve fase di transizione in cui una burocrazia industriale di sicura abilità aveva trovato nella politica il suo terreno d'elezione (si pensi a Walther Rathenau o a Hjalmar Schacht), si andava poi a configurare come una «economia sistematica» gestita interamente dallo Stato, il quale solo poteva coniare «caratteri attivi, energici e teste forti come [ne] creava, una volta, l'economia [...]. E queste teste forti coniate dalla politica si chiamano Lenin, Stalin, Hoover, Snowden, Mussolini. La maggior parte di questi nuovi uomini di Stato proviene dalla massa; ed ora anche in Germania certi capi dell'economia (Brüning, Stegerwald) hanno assunto la direzione dello Stato»25. Lo Stato veniva pertanto concepito dall'economista tedesco come l'elemento di unione di due diverse componenti i cui ruoli erano rimasti fino ad allora separati. Da un lato, la burocrazia industriale, seppure non ancora pienamente individuata nella sua componente tecnocratica, che aveva di fatto inaugurato una nuova forma di gestione dei rapporti di potere nelle fabbriche, ed era avviata oramai a sostituirsi alla classe economicamente dominante nella gestione dei processi economici. Dall'altro, la burocrazia statale che, rivestendo sempre più importanza sul piano della direzione dell'economia in seguito alla crisi, tendeva di fatto ad integrarsi, quanto alla funzione, con la precedente. Inoltre, di fianco a queste due componenti, si faceva sempre più determinante nei processi decisionali il ruolo della burocrazia sindacale.
Il fattore di convergenza tra l'Italia fascista, l'Urss staliniana e gli Stati Uniti della presidenza Hoover era tuttavia individuato da Fried e dagli altri intellettuali facenti capo al Tat-Kreis soprattutto nella direzione centralizzata dell'economia come risposta al fallimento del capitalismo «manchesteriano». Dal canto suo, la Weil provvide a rielaborare le conclusioni cui era giunto Fried arricchendole delle discussioni già in corso da alcuni anni nell'ambito della sinistra francese, e che avevano subito uno straordinario impulso prima dagli scritti editi da Boris Souvarine sul «Bulletin Communiste», quindi grazie alla pubblicazione, nel 1931, del libro del marxista austriaco Lucien Laurat (Otto Maschl) L'économie soviétique. I primi echi di questa risistematizzazione sono individuabili in un project d'article, databile secondo Géraldi Leroy alla primavera del 1933 e relativo, presumibilmente, alla stesura di Perspectives. Qui compaiono in effetti per la prima volta in forma approfondita tanto gli echi friediani quanto l'influenza del Souvarine di La Russie nue: «Coloro i quali gestiscono l'impresa [...], amministratori, ingegneri, tecnici di ogni genere, sono, a parte qualche eccezione, non i proprietari, ma dei salariati: è una burocrazia. Parallelamente il potere dello Stato, in tutti i Paesi, si è concentrato sempre più nelle mani di un apparato burocratico. Infine il movimento operaio è alla mercé di una burocrazia sindacale»26, spiegava qui la Weil riprendendo tesi già formulate da Fried, e concludeva che mentre in Germania questa economia diretta era sostenuta dal fascismo, che provvedeva a sostituire le strutture sindacali delle sinistre con altre poste sotto il controllo del Partito nazionalsocialista e si allea-
va al capitale finanziario per ridurre all'impotenza la classe operaia, in Unione Sovietica la burocrazia esercitava una dittatura «par elle même»27.
Ancora una volta, dunque, il discorso si spostava sull'Unione Sovietica, arricchendosi però di accenti nuovi. La componente burocratica del potere sovietico, in altri termini, veniva riconosciuta dalla Weil non solo, come in Laurat o ancora in Souvarine, in un apparato oramai teso alla riproduzione del proprio potere attraverso lo sfruttamento economico o il soggiogamento politico della classe operaia, ma in una struttura composita che, attraverso il controllo di ogni sfera gestionale, aveva posto in essere una nuova forma di potere.
Nella sua analisi della struttura di potere sovietico, Simone Weil fu ancora una volta sensibilmente influenzata dalle conclusioni cui erano giunti in merito gli esponenti di «Die Tat», ed in particolare, con tutta probabilità, da un articolo apparso sulla rivista alla fine del 1931 - pochi mesi prima del viaggio dell'intellettuale francese in Germania - che ben sintetizzava il pensiero del Kreis sull'Urss. L'articolo il questione, significativamente intitolato Rußland / Nation und Wirtschaft, portava la firma di uno dei più prestigiosi esponenti del Tat-Kreis, il filosofo Ernst Wilhelm Eschmann che, appena ventisettenne, si era già distinto all'interno del Kreis zehreriano grazie ad alcune pubblicazioni sul fascismo italiano, il cui tono decisamente simpatizzante non lasciava dubbi riguardo alla sua collocazione politica28.
La tesi centrale del saggio di Eschmann sull'economia e la nazione sovietica consisteva nell'individuazione di una struttura sociale affatto nuova e diversa da quelle dei Paesi occidentali, poiché, accanto ad una classe operaia i cui naturali rappresentanti, i sindacati, erano stati sostituiti da organizzazioni di impresa, era sorto un nuovo gruppo dirigente (Führergruppe), figlio della pianificazione economica, nel quale si potevano distinguere due componenti: «I funzionari veri e propri in senso occidentale, vale a dire i dirigenti delle cellule di fabbrica, i responsabili e i segretari delle organizzazioni provinciali e regionali del partito e la burocrazia sindacale» e, su un altro versante, «gli esponenti del Partito, che allo stesso tempo rivestono un incarico statale o nella gestione economica di tipo ufficiale, o direttamente al servizio del Governo»29. Accanto a costoro, l'autore poneva gli ingegneri e i tecnici dell'economia, la cui situazione si distingueva da quella dei funzionari politici a causa del pressante controllo che gli apparati politici esercitavano su di loro, e i quadri dell'esercito e della polizia politica. «Tutti questi gruppi», spiegava ancora Eschmann, «costituiscono un'unità in confronto all'esile gruppo della vecchia borghesia e la massa informe dei contadini»30. Eschmann, tuttavia tendeva a riconoscere al solo gruppo dei «funzionari» - non quindi ai tecnici della direzione - il ruolo di classe dirigente (in nome e per conto della classe operaia), sottovalutando evidentemente quelle specificità tecniche del dominio degli ingegneri che tanto impressionò, invece, la Weil.
Certamente importante era sottolineare con Eschmann che il dominio esercitato dalla burocrazia trascendeva la mera sfera economica, interessando ogni espressione del governo statale - persino la politica estera, tanto che la Weil, avendo appreso sulle pagine di «Die Tat» che l'Urss non era più la «patria dei lavoratori», ma una «potenza tra le potenze», poteva concludere che «la diplomazia dello Stato russo dovrà [...] ispirarci diffidenza, tanto in caso di guerra quanto in caso di pace, proprio come la diplomazia degli Stati capitalisti, se non al medesimo grado»31. Fu soprattutto nel campo dei rapporti economici, tuttavia, che la studiosa francese trovò i principali fattori di innovazione della struttura di potere sovietico tanto rispetto alla corrente teoria, sostenuta da Korsch in Germania e molto in voga nei circoli trockisti, del «termidoro sovietico» quanto nei confronti di chi, come Laurat, persisteva, nelle sue analisi, a considerare lo sfruttamento economico della classe operaia sovietica fondato sull'appropriazione di plusvalore da parte della burocrazia, da questi considerata alla stregua di una classe dominante, attraverso il depauperamento del fondo di consumo dell'impresa della quale essi gestivano le sorti.
Proprio rispondendo a Laurat, la Weil tracciava la specificità dell'organizzazione della produzione in un regime burocratico: «Laurat, analizzando [...] il meccanismo di sfruttamento esercitato dalla burocrazia [sovietica], nota che "il consumo personale dei burocrati" avviene quasi indipendentemente dalle necessità dell'accumulazione, che si materializzano nella voce "benefici" solo quando [...] i bisogni dei burocrati sono coperti» - contrariamente dunque al sistema capitalistico, dove l'accumulazione svolge un ruolo primario rispetto alla distribuzione dei dividendi. Tuttavia, continuava la Weil, Laurat «dimentica che, se l'accumulazione è prioritaria rispetto ai dividendi, le "spese di amministrazione", nelle società capitalistiche come in Urss, sopravanzano l'accumulazione»32, per cui era necessario concludere che i rapporti economici nell'industria, in Urss ed altrove, non erano più regolati in vista del massimo profitto, ma gestiti in funzione della riproduzione ed espansione della capacità produttiva - in altri termini, in base all'industria medesima. Ne discendeva che i rapporti di potere all'interno della fabbrica erano mutati a tal punto che, dei tre strati sociali presenti nell'apparato industriale, gli operai erano ridotti oramai a «strumenti passivi» all'interno dell'impresa e i capitalisti erano, come già aveva sottolineato Fried, una classe sociale «in via di decomposizione», mentre «gli amministratori, che si avvalorano [...] di una tecnica la cui evoluzione non fa che aumentare il loro potere»33, costituivano il vero gruppo dominante. Gruppo dominante, però, ed è qui che si deve riconoscere il vero elemento di originalità dell'elaborazione weiliana, che fondava il proprio primato non già, come per Laurat, su basi economiche, bensì sulla propria capacità di esercitare un controllo assoluto sulla produzione attraverso le proprie specificità tecniche e manageriali. La tendenza registrata dalla Weil - e del resto già formulata come auspicio da L. L. Lorwin ed altri nel Congresso sul World Social Economic Planning tenutosi ad Amsterdam nel 193134 - ad un'espansione della razionalizzazione a tutti i campi della vita sociale la portava pertanto a concludere che anche al di fuori degli apparati industriali le burocrazie - comprese quelle non immediatamente riconoscibili nelle loro specificità tecniche (funzionari di partito, quadri sindacali) - tendevano ad integrarsi tra loro fino a diventare, quanto alla funzione, intercambiabili, ed a fondare collettivamente una struttura di potere di tipo nuovo, che la Weil descrive in forme molto simili a quelle che caratterizzeranno, dieci anni più tardi, le così dette «teorie del totalitarismo».

3. Il dibattito con Trockij

La pubblicazione delle conclusioni cui ella era arrivata, pur avvenendo in tono indiscutibilmente equilibrato - la Weil aveva infatti provveduto ad eliminare da Perspectives la maggior parte degli spunti polemici - non passò certamente inosservata nell'ambito della sinistra francese e non. Se infatti la stessa ammissione, da parte della Weil, di una sostanziale omogeneità della struttura sociale sovietica con il mondo capitalistico poteva essere letta come un esplicito invito a non cercare più nell'Urss nemmeno la speranza di una futura vittoria della rivoluzione mondiale, il vaticinio espresso dalla studiosa francese riguardo ad una convergenza di tutti gli Stati capitalistici verso una forma totalitaria di dittatura esercitata dai «tecnici della direzione» stava ad indicare l'ineluttabilità di una sconfitta della rivoluzione anche qualora essa fosse stata diretta da una organizzazione nella quale non si fosse ancora creato un «apparato»35. Così, se Souvarine non esitò, dopo aver letto Perspectives, a definire la Weil «il solo cervello prodotto dal movimento [operaio] dopo la guerra»36, Trockij non esitò ad intervenire per controbattere le conclusioni della Vierge rouge, mentre dal canto loro i comunisti ortodossi non mancarono di utilizzare le affermazioni della Weil in funzione antitrockiana37.
La risposta di Trockij non si fece attendere. Già nell'ottobre del 1933, a poco più di un mese dalla pubblicazione di Perspectives, il «Bjulleten' opposicij» pubblicava un articolo col quale il rivoluzionario russo intendeva por fine alle polemiche sulla «natura di classe dello Stato sovietico», e ribadire assieme la centralità della dialettica tra capitale e lavoro nell'analisi sociale. «La classe», spiegava qui Trockij, «non si determina soltanto in base alla partecipazione nella distribuzione del prodotto nazionale, ma anche per il ruolo indipendente che essa riveste nella struttura generale dell'economia, per le sue radici indipendenti nelle fondamenta economiche della società»38. Non era pertanto possibile, come invece sosteneva la Weil, parlare a proposito dell'Unione Sovietica di uno Stato le cui dinamiche sociali fossero mutate a tal punto da influenzarne la stessa natura di classe. Così, se negli Stati fascisti il fatto che «la burocrazia assorbe la più gran parte di plusvalore [...] è assolutamente insufficiente per trasformare la burocrazia fascista in classe dirigente indipendente»39, in Urss, mutatis mutandis, la stessa burocrazia non aveva creato un meccanismo sociale differente, ma solo una forma transitoria di parassitismo. Rispondendo tra gli altri alla studiosa parigina che aveva sostenuto, parafrasando Descartes, che «un orologio che non funziona non costituisce una eccezione alle leggi dell'orologio, ma un meccanismo differente che obbedisce a leggi proprie; parimenti si deve considerare il regime staliniano non come uno Stato operaio degenerato, ma come un meccanismo sociale differente, definito per gli ingranaggi che lo compongono e funzionante in conformità con la natura di tali ingranaggi»40, Trockij spiegava dunque che «l'opposizione di sinistra non ha certo aspettato le scoperte di Urbahns, Laurat, Souvarine, Simone Weil ed altri per dichiarare che la burocrazia [...] genera un malcontento acuto e legittimo nelle masse», ma che nondimeno i suoi privilegi «non cambiano ancora le basi della società sovietica»41. L'Urss rimaneva dunque uno Stato fondato su basi proletarie. Alla base di questa convinzione, rispondeva tuttavia Simone Weil, non vi era che il postulato secondo il quale «non possono esistere che due tipi di forma statale: lo Stato capitalistico e lo Stato proletario. Ma a questo postulato proprio lo sviluppo del regime originato dall'Ottobre infligge una brutale smentita»42.
Quando i due poterono finalmente incontrarsi, nel dicembre del 1933 - Trockij era giunto a Parigi sei mesi prima, con un lasciapassare concessogli dal governo Daladier, ed aveva partecipato ad una riunione clandestina in casa Weil, a latere della quale vi fu l'incontro con Simone43 - le loro posizioni erano oramai talmente distanti da essere del tutto incommensurabili. Simone Weil ci ha lasciato, di quell'episodio - che segna simbolicamente il suo definitivo distacco dal marxismo - un resoconto frettolosamente stilato durante o subito dopo il suo svolgimento. Pur non aggiungendo niente di nuovo ai termini del dibattito, esso aiuta forse a meglio comprendere la natura in fin dei conti generazionale dello scontro: ad un protagonista di un'epoca oramai conclusa, quella della fiduciosa preparazione di un evento rivoluzionario che avrebbe in breve tempo portato alla catarsi socialista in tutto il mondo occidentale, si contrapponeva chi aveva avuto davanti agli occhi solo l'imbalsamazione del pensiero leniniano e la sconfitta storica del mito dell'Ottobre, e cercava pertanto nel rinnovo delle correnti categorie interpretative la strada per la comprensione di un mondo che altrimenti le sarebbe rimasto oscuro. Tutto ciò emerge chiaramente in queste righe, scritte quasi in conclusione degli appunti weiliani: «In fondo, L. D. [Trockij] e Lenin hanno giocato ruolo analogo a quello dei grandi capitalisti quando il capitalismo era ancora "progressivo" - al prezzo di schiacciare di milioni di vite umane»44. Un ruolo, dunque, oramai del tutto inattuale.

Note

1. Cfr. J.-L. Panné, Boris Souvarine. Le premier désenchanté du communisme, Paris, 1993.

2. Secondo Alfredo Salsano (La «Rivoluzione manageriale» prima di Burnham, in Id., Ingegneri e politici, Torino, 1987, p. 123) Serge «sarà soprattutto legato» al direttore di «Masses», che lo studioso identifica però con Raymond Lefeuvre, facendo probabilmente confusione tra René Lefeuvre, che era effettivamente l'animatore della rivista, e Raymond Lefebvre, uno dei più zelanti sostenitori dell'adesione del Partito Socialista Francese alla III Internazionale.

3. L. Trotsky, [Pas d'accord!], in Id., Oeuvres: X, Juin 1936 à Julliet 1936, a cura di P. Broué, Paris, 1981, p. 305.

4. D. Canciani, Simone Weil prima di Simone Weil, Padova, 1983, p. 41.

5. In un suo per altri versi interessante scritto, Bertrand Saint-Sernin si chiede «come una giovane ragazza che non disponeva di fonti d'informazione privilegiate o di contatti eccezionali abbia potuto, prima della presa del potere da parte di Hitler [...] o a proposito dello Stato sovietico, fare delle analisi così giuste che, dopo cinquant'anni, esse appaiono attuali e, in alcuni casi, profetiche» (B. Saint-Sernin, L'action politique selon Simone Weil, Paris, 1988, p. 33). In realtà la domanda trova facilmente una risposta, qualora le teorizzazioni della Weil siano analizzate da una prospettiva storica. Viste da questa angolazione, le analisi weiliane appaiono vieppiù il frutto di attente riflessioni compiute con giovani intellettuali da lei conosciuti nell'ambiente della sinistra parigina, o comunque frutto di un'attenta lettura dei loro scritti.

6. S. Weil, Perspectives. Allons-nous vers la révolution prolétarienne?, in Id., Oeuvres Complètes, II: Écrits historiques et politiques, a cura di G. Leroy, Paris, 1988, p. 268 (ed. or. in «La Révolution prolétarienne», n. 158, 25 août 1933).

7. S. Weil, Faisons le point, in Id., Oeuvres Complètes, cit., p. 222 (progetto di articolo, databile probabilmente alla primavera del 1933).

8. S. Weil, [Compte rendu:] Lénine: «Matérialisme et empiriocriticisme», in Id., Oeuvres Complètes, cit., p. 307 (ed. or. in «La Critique sociale», n. 10, nov. 1933).

9. La diffidenza nei confronti dei partiti organizzati derivava alla Weil soprattutto dagli insegnamenti di Alain (Cfr. D. Canciani, op. cit., pp. 29-40).

10. A. Salsano, op. cit., p. 113.

11. S. Weil, Sur une tentative d'éducation du prolétariat, in Id., Oeuvres Complètes, cit., p. 57 (frammento inedito, scritto fra il 1929 ed il 1930).

12. L. Trotskij, E ora?, in Id., Scritti 1929-1936, a cura di L. Maitan, Torino, 1962, p. 419.

13. S. Weil, Conditions d'une révolution allemande. «Et Maintenant?» par Léon Trotsky, in Id., Oeuvres Complètes, cit., p. 113 (ed. or. in «Libres Propos», n.lle série, 6e année, n. 8, août 1932).

14. S. Weil, Premières impressions d'Allemagne, in Id., Oeuvres Complètes, cit., p. 117 (ed. or. in «La Révolution prolétarienne», n. 134, 25 août 1932).

15. L. Villari, L'economia della crisi. Il capitalismo dalla «grande depressione» al «crollo» del '29, Torino, 1980, p. 101.

16. M. Telò, Socialdemocrazia, politica economica e tendenze corporatiste da Weimar al compromesso svedese, in Esperienze e problemi del movimento socialista fra le due guerre mondiali, «Quaderni della Fondazione Feltrinelli», n. 34, Milano, 1987, p. 212.

17. Ivi, p. 213.

18. S. Weil, La situation en Allemagne [I], in Id., Oeuvres Complètes, cit., pp. 148-149 (ed. or. in «L'École émancipée», dal n. 10, 4 déc. 1932 al n. 23, 5 mars 1933).

19. E. Diederichs, Die neue «Tat», in «Die Tat», XXI, Oktober 1929, n. 7, p. 483.

20. Ivi, p. 485.

21. E. Demant, Von Schleicher zu Springer. Hans Zehrer als politischer Publizist, Mainz, 1971, p. 34.

22. Cfr. soprattutto gli articoli Le capital et l'ouvrier e Après la visite d'une mine, entrambi in S. Weil, Oeuvres Complètes, cit., pp. 92-94 e 95-97.

23. S. Weil, [Compte rendu: Ferdinand Fried: «La fin du capitalisme»], in Id., Oeuvres Complètes, cit., p. 219 (progetto d'articolo, inedito).

24. F. Fried, La fine del capitalismo, Milano, 1932, p. 16.

25. Ivi, p. 41. Il corsivo è di F. Fried.

26. S. Weil, Réflexions concernant la technocratie, le national-socialisme, l'Urss et quelques autres points, in Id., Oeuvres Complètes, cit., p. 214 (Progetto d'articolo).

27. Ivi, p. 215.

28. Si guardino, ad esempio, E.W. Eschmann, Der faschistische Staat in Italien, Breslau, 1930 e Id., Der Faschismus in Europa, Berlin, 1930.

29. E.W. Eschmann, Rußland / Nation und Wirtschaft, in «Die Tat», XXIII, Dezember 1931, n. 9, p. 711.

30. Ivi, p. 712.

31. S. Weil, Le rôle de l'Urss dans la politique mondiale, in Id., Oeuvres Complètes, cit., p. 258 (ed. or. in «L'École émancipée», n. 42, 23 juil. 1933).

32. S. Weil, Perspectives, cit., p. 270.

33. Ivi, p. 271.

34. A proposito del Congresso di Amsterdam cfr. A. Salsano, Taylorismo e planismo di fronte alla Grande crisi, in Id., Ingegneri e politici, cit., pp. 15-24.

35. Il pessimismo di Simone Weil riguardo al futuro immediato emerge molto bene in una lettera da lei indirizzata sul finire del 1934 ad una ex allieva: «In breve, ecco come io vedo l'avvenire: ci troviamo all'inizio di un periodo di dittatura più centralizzata e oppressiva di quante ne ricordi la storia. Ma lo stesso eccesso di centralizzazione indebolisce il potere centrale. Un bel giorno (forse lo vedremo, forse no) tutto precipiterà nell'anarchia, e si tornerà a forme quasi primitive di lotta per la vita. A quel punto, nel mezzo del disordine, gli uomini amanti della libertà potranno lavorare a fondare un ordine nuovo, più umano del nostro. Non possiamo prevedere come sarà (se non che dovrà essere necessariamente decentralizzato, poiché la centralizzazione uccide la libertà), ma possiamo fare quanto è in nostro potere per preparare questa civiltà nuova» (cit. in D. Canciani, Simone Weil nel dibattito politico e culturale degli anni trenta, in Simone Weil. La passione della verità, Brescia, 1984, p. 86).

36. Cfr. J. Rabaut, Tout est possible!, Paris, 1974, p. 118.

37. In almeno una occasione, Trockij era stato costretto a difendersi pubblicamente su «The Militant» contro alcuni giornalisti de «L'Humanité» che lo avevano attaccato in seguito alle analisi sulla situazione sovietica compiute da Simone Weil e da Jean Prader sulle pagine de «L'École émancipée» (Cfr. L. Trotsky, Même la calomnie devrait avoir un sens, in Id., Oeuvres: II, Julliet 1933-Octobre 1933, a cura di P. Broué, Paris, 1978).

38. L. Trotsky, La Quatrième Internationale et l'Urss. La nature de classe de l'État soviétique, in Id., Oeuvres: II, Julliet 1933-Octobre 1933, cit., p. 256.

39. Ivi, p. 257.

40. S. Weil, Perspectives, cit., pp. 263-264.

41. L. Trotsky, La Quatrième Internationale et l'Urss. La nature de classe de l'État soviétique, cit., p. 258.

42. S. Weil, Perspectives. Allons-nous vers la révolution prolétarienne?, Ébanches de l'article paru dans «La Révolution prolétarienne» en août 1933, in Id., Oeuvres Complètes, cit., p. 385.

43. Cfr. S. Pétrement, La vita di Simone Weil, Milano, 1994, pp. 251-253.

44. S. Weil, Conversation avec Trotsky, in Id., Oeuvres Complètes, cit., p. 321 (annotazioni prese dopo l'incontro, fine dicembre 1933).