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Carlo Bordini

Futuro e passato in Giuseppe Palmieri

 

 

 

Non � possibile, parlando del pensiero di Giuseppe Palmieri, non riferirsi, sia pur brevemente, alla sua biografia. Nato a Martignano da un'illustre e nobilissima famiglia di antichi feudatari, si dedic�, fino ai quarant'anni, al servizio militare (partecip�, nel '44, alla battaglia di Velletri). Pass� quindi, dal 1762 al 1785, a dedicarsi alla cura delle sue tenute, rivelandosi un amministratore esemplare, particolarmente attento a tutto ci� che il progresso tecnico gli permetteva di applicare in campo agricolo(1). Poi, fino affanno della morte, nel '93, la breve e intensa stagione delle cariche pubbliche (la pi� importante delle quali fu quella di segretario del Supremo consiglio delle finanze) e degli scritti che nacquero al seguito di questo agire pratico.

Se i giudizi dei contemporanei furono discordi, e se taluni si appuntarono proprio sulla debolezza del suo agire pratico, come quelli di Galanti e del Cantalupo(2) i giudizi della pi� recente storiografia, o almeno, alcuni di questi giudizi, hanno creduto di poterlo interpretare come il pi� coerente assertore delle idee di sviluppo borghese tra i riformatori del Regno di Napoli; interpretazione che non pu� esaurire la complessa personalit� del filosofo di Terra d'Otranto e che rischia a volte di non tener conto degli aspetti contraddittori che punteggiano le sue proposte di riforma e la sua attivit� di uomo di governo. Cos� Lu­cio Villari nel suo saggio Note sulla fisiocrazia e sugli economisti na­poletani del Settecento afferma che �con lui l'illuminismo napoletano raggiunge la punta pi� avanzata nel senso del liberismo�(3). Ed aggiunge:� � vivissimo (...) in Palmieri, il sentimento, la coscienza di un'epoca che sta tramontando, dell'avvicinarsi a grandi passi di una nuova era, quella borghese, nella quale non c'� pi� posto per i disegni astratti (...)�(4); mentre un altro studioso, Masella, parla, sempre rife­rendosi a Palmieri, de � (...) la coscienza pi� lucida della borghesia agraria meridionale di fine Settecento� (5). L'elenco potrebbe continuare(6): il titolo di �borghese� sembra essere un habitus che calza a pennello, paradossalmente, al nobilissimo feudatario di Terra d'Otranto, inteso si, ad applicare il �progresso� sulle sue terre, ma nient'affatto dispo­sto a rinunciare alla sua natura o a voltare le spalle al suo ceto.

Sulla stessa linea, seppur con una valutazione di segno opposto, si situa l'analisi del Lepre, il quale, operando uno studio minuzioso e ricco di osservazioni pi� che accettabili, giunge per� a conclusioni che tendono ad �attualizzare� il pensiero del Palmieri stesso (�La sua polemica sembra trovarsi a fondamento di quella che sar� la polemica borghese dei decenni successivi� )(7) e a farne quasi un teorico del blocco storico messo in evidenza dall'analisi gramsciana(8); mentre un altro punto su cui la polemica antipopulistica ed antiegualitaria del marchese Palmieri ha portato alcuni studiosi ad andare oltre le reali in­tenzioni del filosofo leccese � la codificazione di un suo preteso favore per la grande propriet�(9). Se altri studiosi hanno dato giudizi molto pi� equilibrati (basta citare, tra gli altri, il Venturi)(10), quella che resta � per� la sensazione che alcuni, considerando la cosa come un merito o come un demerito (con una punta, cio�, di ideologismo), abbiano iso­lato taluni elementi del pensiero palmieriano per attribuirgli una capacit� di antivedere gli interessi della borghesia contro l��utopismo� di altri illuministi napoletani; la coscienza, per usare le parole di Lucio Villari, che �l'esordio di una borghesia agricolo‑commerciale� fosse < l'unica "rivoluzione" possibile nel regno di Napoli(11). Che Palmieri fosse fautore di una politica favorevole alle classi privilegiate e che su di lui avesse un peso limitato il senso dei costi sociali determinati da questa stessa scelta � senz'altro vero; quello che bisogna evitare, per�, � che il filosofo leccese sia preso come una bandiera (magari una ban­diera da combattere), senza tener conto delle sue caratteristiche intrin­seche. A bene esaminarlo, ci si rende conto della sua natura imprendi­bile, sgusciante, non incasellabile in schemi preordinati, e della neces­sit� di un'analisi che segua gli andirivieni, le esitazioni, le contraddi­zioni e le aporie del suo pensiero. Una prima considerazione da fare � che Palmieri si colloca in una posizione polemica nei confronti del diffuso radicalismo che serpeggia tra i riformatori dell'epoca. Non si tratta della polemica degli strenui difensori del vecchio mondo, come il Grippa e il Pignatelli; si tratta della polemica di un riformatore che cerca, in una sintesi tutta personale, di coniugare vecchio e nuovo, di aggiungere il nuovo al vecchie evitando ogni proposta che potrebbe sconvolgere l'assetto della societ� meridionale. Non va trascurato, inoltre, il carattere pratico della sintesi palmieriana, che tende soprat­tutto alla ricerca della soluzione concreta, e che, lungi dal nutrirsi di elementi dottrinari ed ideologici, appare in gran parte come la dilatazione di una felice esperienza imprenditoriale, e delle riflessioni eco­nomiche ad essa connesse, da parte di un riformatore ancora forte­mente ancorato al suo status.

 

1. La borghesia emergente

 

 

La proposta palmieriana, che si svolge attraverso tutte le sue opere, parte direttamente dall'assioma genovesiano del �minimo possibile�(12), ponendo l'accento sul rapporto popolazione‑lavoro. Palmieri supera la vecchia concezione mercantilistica del massimo aumento possibile della popolazione (concezione cui � ancora legato il Genovesi, e che influenza ancora alcuni riformatori dell'ultimo quarto del secolo) per una visione che crei un equilibrio tra la popolazione e la possibilit� di lavoro(13). In questo quadro il filosofo di Terra d'Otranto, rifiutando le proposte radicali di generalizzazione della propriet�, si dimostra estre­mamente sensibile al problema dei capitali e degli investimenti cui sono legate le forze emergenti della borghesia meridionale(14). Gran parte delle sue scelte (sui problemi delle imposte, dei finanziamenti, dell'assegnazione dei demani, della liberalizzazione del commercio, sulla necessit� dell'abolizione dei privilegi e delle franchigie) provengono da questa idea chiave.

Le pagine pi� impeccabili scritte dal Palmieri sono quelle in cui parla il tecnico, l'uomo che per anni ha amministrato le sue aziende e che � sempre attento alle innovazioni che caratterizzano le zone d'Europa dove impera ormai l'agricoltura intensiva. Sarebbe un errore,egli scrive, �credere la Pastorizia opposta all'Agricoltura�:

 

L'Agricoltura non solo non s'oppone alla Pastorizia, ma ne agevola l'aumento ed � alla medesima legata con varj rapporti. Quel terreno, che inculto potrebbe appena nutrire in una parte dell'anno dieci pezzi di bestiami grossi, ridotto a Prato artificiale, col fieno che si raccoglie, basta a nutrirne cento per l'anno intiero; e l'istesso terreno inculto ridotto a seminato, per la sola parte destinata al riposo nutrisce pi� bestiame minuto di quello, che prima nutriva ingombro di macchia (...) (15).

 

I protagonisti di questa trasformazione dell'agricoltura dovrebbero essere i grandi proprietari �laici od ecclesiastici� ; ma essendo essi �distratti da altre cure�(16) non resta altra scelta che riconoscere l'importanza dei nuovi settori di borghesia ascendente.

 

Tra le classi non produttrici ‑ ribadisce il Palmieri ‑ si suole annoverare quella de' proprietarj. Questo � un abbaglio (...). I proprietarj, che ritengono per se medesimi la cura de' loro fondi, e i fittajuoli formano la principalis­sima classe produttrice. Da essi riceve moto ed azione la classe de' bracciali. Senza il salario, che ne ricevono, non potrebbero n� lavorare n� vivere. La sorte dunque dell'Agricoltura e degli operaj dipende dalla quantit� del denaro, che possono spendere i proprietari de' fondi e i fittajuoli(17).

 

Questi, d'altronde, continua il Palmieri, �per lo pi� son forzati a vendere con discapito e danno le future rendite, per poter coltivare�(18).

qui la necessit� che lo stato si faccia carico dei finanziamenti neces­sari supplendo alla penuria dei capitali attraverso l'uso degli strumenti fiscali e bancari.

 

All'impotenza di coltivare per mancanza di denaro potrebbe essere efficace rimedio una Cassa di credito, da stabilirsi in ogni Provincia: la quale sommi­nistrasse il danaro che bisogna agli agricoltori, colla sicurezza del pegno, o di malleveria per chi non potesse darne altra(19).

 

Sarebbe necessario che il suo interesse� fosse tenue; massimamente ove non si trova denaro, che con sommo svantaggio. Basterebbe ch'essa fosse aperta ne' dati tempi dell'anno, precedenti le coltivazioni e le raccolte (...)�(20).

Palmieri si differenzia dunque da quasi tutti gli altri riformatori del regno per aver posto con grande lucidit� il problema del capitale ne­cessario allo sviluppo di un'agricoltura intensiva. Egli sposta l'accento dal problema della terra a quello della sua conduzione; se gran parte dei riformatori napoletani pongono l'accento sulla liberazione delle energie umane dall'oppressione del baronaggio, Palmieri considera l'agricoltura da un punto di vista molto pi� chiaramente imprendito­riale. La nuda propriet� non basta. Rovesciando l'assioma fisiocratico che nega alle�arti� la possibilit� di produrre ricchezza, attribuendola soltanto all'agricoltura, Palmieri proclama che anche l'agricoltura � un'�arte�, la pi� importante di tutte. Da questa sua concezione di­scendono una serie di importanti corollari.

La necessit� di concentrare le risorse finanziarie nelle mani degli imprenditori, in. un paese povero di capitali come il Regno di Napoli, � la ragione principale della lunga, strenua lotta sostenuta da Palmieri contro le imposte dirette. Gran parte della sua opera � una lunga, du­rissima polemica contro la dottrina fisiocratica della tassazione del reddito netto, e contro chi (come Verri e Filangieri, che per� non viene mai esplicitamente menzionato) ha fatto propria questa dottrina. Il principale oggetto di questa polemica � lo Schmidt d'Avenstein, della cui opera, Principes de l�gislation universelle, Palmieri aveva peraltro favorito a Napoli la pubblicazione.

Le imposte sul reddito netto della terra danneggerebbero particolar­mente l'economia di un paese, come il Regno napoletano, che � ancora alle prime fasi del suo sviluppo. Esse non farebbero altro che rovinare i �possessori�, spingendoli alla miseria e diminuendo il valore delle loro terre e della �ricchezza nazionale�.

 �La ricchezza che nasce dalla terra ‑ esclama il Palmieri ‑ si pu� considerare in varj stadi, di bambina, di fanciulla e di adulta. In quello di bambina qualunque peso l'opprime. Nello stato di fanciulla impedi­sce l'aumento e la prosperit�. Nello stato di adulta, in cui ha acquistato tutte le sue forze, pu� sostenere un peso proporzionato senza soffrir nocumento. Ora l'imposizione diretta piomba sui primi due stati(�)�(22).

 

Ma se la parte di ricchezza nazionale toccata in sorte ad un possessore, ‑ ri­badisce nelle Riflessioni ‑ appena basta per il suo necessario fisico, pu� egli pagar la sua quota senza perire? Se per un altro possessore forma il suo preciso e misurato mantenimento in quella classe della societ� in cui � anno­verato, pu� egli fornir la sua quota senza decader dalla sua condizione, e di­ventar miserabile?

 

E aggiunge: �Quale sarebbe poi il fato delle terre di tali proprietarj? Ognun vede con qual progressione il valore si diminuirebbe, e con esso la ricchezza nazionale� (23). Certo, il filosofo di Terra d'Otranto en­fatizza la povert� dei proprietari e le loro difficolt�; ma dietro questa enfatizzazione il discorso � lucido e preciso. Sono le imposte indirette che devono avere il ruolo di pilastro della ricchezza dello stato, il quale, a sua volta, deve impiegare questa sua ricchezza per favorire l'accumulazione da parte dei privati in una situazione di povert� di ca­pitali, di arretratezza tecnologica e di sfiducia sociale(24).

Gli elementi liberistici insiti nelle proposte palmieriane acquistano quindi un significato pi� concreto e meno ideologico rispetto a quelle dei riformatori radicali; le sue proposte di liberalizzazione del commercio(25), di eliminazioni dei �privilegi� e delle �franchigie� (26) hanno dietro le spalle una concezione non libresca, non populistica, ma una reale saldatura con i primi conati di borghesia imprenditoriale che si muovevano nel Regno di Napoli. Cos� come sono in linea con le sue concezioni imprenditoriali le proposte per la divisione dei demani ai privati. Palmieri � contrario alla cessione dei demani ai poveri, che non avrebbero la possibilit� di coltivarle (�Ma il dar la sola terra a chi cerca pane, non differisce molto dal pretender che diventin pane le pietre�)(27); cos� come non � (contrariamente a quanto pensano alcuni) fautore di un'assegnazione dei demani stessi solamente ai grandi pro­prietari. Egli vuole che le terre demaniali siano assegnate �a chiunque. purch� voglia e possa coltivarle�(28), dimostrandosi sensibile, anche su questo terreno, allo sviluppo dell'incipiente borghesia agraria.

 

2. I contadini poveri. I �bracciali�

 

 

La posizione di Palmieri sulle classi lavoratrici, sui disoccupati, e sul problema dell'assistenza, interessa particolarmente il tema di que­sta ricerca. � d'altronde logico che quel misto di cinismo, brutalit� e paternalismo che caratterizza la posizione del filosofo di Terra d'Otranto su questi argomenti, non pu� essere scisso dal complesso del suo pensiero e dagli influssi che l�attraversano(29).

Per quel che riguarda i rapporti di lavoro, � molto raro trovare in Palmieri qualche accento che si schieri in qualche modo a favore dei salariati contro i datori. La sua posizione filopadronale � netta e coe­rente. Il punto di partenza � comune al pensiero dei fisiocratici: che il benessere delle classi lavoratrici � legato al benessere dei �possessori�. Se questi prosperano, i lavoratori avranno la loro parte di prosperit�; se non prosperano, non ci sar� nulla di buono neanche per i lavoratori . Da questa concezione apparentemente non dicoto­mica deriva un corollario inflessibile: tutto ci� che � a favore dei lavo­ratori e colpisce in qualche modo l'accumulazione dei proprietari, la loro possibilit� di investire, di produrre, � un affronto all��economia nazionale�. Di qui all'idea che il costo del lavoro debba essere pi� basso possibile, non c'� che un piccolissimo passo. La formulazione palmieriana � rigida, precisa, senza esitazioni, sia per quanto riguarda i �bracciali�, sia per quanto riguarda i contadini poveri. � Ella � una folle lusinga ed una strana illusione lo sperare dal traffico soccorso alla povert��(31), esclama nella sua Ricchezza nazionale, discorrendo del contratto alla voce. Tutta la sua opera � percorsa da una vena polemica contro i filosofi �umanitari�, che pretendono che le terre siano divise tra i poveri, che i salari siano aumentati senza tener conto delle neces­sit� dei �possessori�, che le �case per li poveri� siano il prodotto delle storture della societ�, che le imposte indirette (e qui Palmieri li acco­muna ai fisiosiocratici cui attribuisce idee molto pi� �umanitarie� di quelle che essi avessero in realt�) siano sostituite dall�imp�t unique sulla terra. �La sorte de' poveri ‑ afferma con sarcasmo il filosofo leccese ‑ interessa l'anime sensibili. Coloro che procurano migliorarla meritano l'amore e la stima pubblica; ma se non son direte dall'esame e dalla scienza della cosa di cui si tratta, possono agevol­mente peggiorarla� (32). � L'�sprit est la dupe du coeur � sottolinea an­cora nelle Riflessioni, riferendosi allo Schmidt e al Verri.

L'oppressione e la miseria, sotto cui gemono tanti infelici, i quali son pur gl�istrumenti dell'altrui ricchezza: il sostentamento che manca a coloro, i quali colla loro opera la somministrano agli altri, sono oggetti, che commuovono l�umanit� ed eccitano la compassione. II ben essere della classe de' ric­chi possessori forma un oggetto ben differente. II paragone e contrasto di questi due oggetti ne fa risaltare maggiormente le differenze; e l'opinione, che queste sieno cos� grandi per opera e maneggio de' ricchi possidenti, ha eccitato contro di essi l�indignazione. L'impressione di movimenti s� contrari nell'ottimo cuore de' lodati autori gli ha spinti a rintracciare il rimedio a' divisati mali (...) Ma guidati da due contrarie passioni sebben lodevoli, e sedotti dal plausibile impegno di sollevare gli oppressi a spese de' creduti op­pressori, non han potuto conservare quella libert� di spirito necessaria per rinvenirla(33).

L'idea che lo sfruttamento intensivo della mano d'opera sia un ele­mento essenziale per lo sviluppo dell'accumulazione si coniuga con la teoria genovesiana del �minimo possibile�, generando un sistema che si va sviluppando in tutti i particolari. In questo quadro complessivo Palmieri non si limita a ribadire la sua contrariet� all'assegnazione delle terre ai braccianti e ai poveri (�Non � necessario, che i piccioli poderi sieno in mano di chi non pu� far le spese della coltura� )(34), ma giunge, nella sua opera ultima e pi� matura, Della ricchezza nazionale, a proporre esplicitamente ci� che era gi� implicito nelle sue opere pre­cedenti: l'espulsione dei contadini poveri dalle loro terre e la loro ridu­zione alla condizione di �bracciali�.

Il filosofo leccese sviluppa questa proposta nel modo pi� netto nel suo capitolo Del contratto alla voce. La pratica del contratto alla voce era in quegli anni sottoposta alla critica di tutti i filosofi radicali; basta pensare alle memorabili pagine che Galanti ha scritto su di esso. Pal­mieri lo esamina da un altro punto di vista. Egli non difende i com­mercianti che anticipano il denaro; e riconosce che �il prezzo della voce�, oltre a comportare un interesse che pu� arrivare al 30 per cento, � riesce sempre inferiore al giusto, vai quanto dire a quello che sarebbe formato dalla natura lasciata in libert�� (35). Sarebbe d'altronde illusorio pretendere qualcosa di diverso: �Lo spirito di traffico e di calcolo non ben si accorda cogli ufficj di umanit�� (36) . I commercianti rischiano infatti di perdere il loro danaro quando lo prestano ai � poveri agricoltori�, data la situazione precaria degli stessi, ed � questa la ra­gione che li spinge a compensare il rischio con alti interessi(37). I �poveri� si troveranno sempre nella condizione di dover percepire il danaro necessario alle loro colture a interessi particolarmente esosi; l'unica soluzione, per loro, per sfuggire �il rischio di perire nelle carceri o nella miseria�, � di contentarsi �della condizion di bracciali�(38).

Qui si vede, in definitiva, uno dei punti fondamentali che separano Palmieri dagli altri eredi di Genovesi: mentre la maggioranza di essi intende risolvere i problemi delle classi oppresse, della mancanza di lavoro, e della produttivit�, coniugando liberismo e diffusione della piccola propriet� contadina, Palmieri, ponendo l'accento sull'efficienza produttiva, e sul problema degli investimenti e dei ca­pitali, rifiuta la mitologia di una societ� di liberi contadini indipendenti (mitologia che caratterizz�, a ben vedere, una buona parte dei rifor. matori italiani e che sar� alla base dell'attivit� dello Zurlo durante il periodo murattiano)(39), proponendo un vero e proprio progetto di proletarizzazione della societ�. I �poveri agricoltori�, impossibilitati a coltivare razionalmente ed efficientemente le terre, legati generalmente ad un�economia di sussistenza, gravati dai pesi feudali e dal capestro del �contratto alla voce�, non vanno aiutati n� assistiti, ma devono cessare di esistere in quanto gruppo sociale; al loro posto si deve favorire, da un lato, lo sviluppo di una serie di medie, piccole e grandi imprese capitalistiche(40) fornite di capitali e sostenute dallo stato attraverso prestiti a basso interesse e libere da gravami fiscali, e, dall'altro, una grande massa di braccianti. Un'alleanza, dunque, tra stato e imprenditori, al posto dell'allenza tra stato e piccoli contadini preconizzata dagli scrittori radicali e che Zurlo, almeno in parte, tent� di attuare.

La proletarizzazione della societ�, consistente nel respingere nella classe dei �bracciali� i settori improduttivi dei � poveri agricoltori� e nella privatizzazione delle terre demaniali, dovr� basarsi, come abbiamo accennato, sul massimo contenimento del costo del lavoro, cos� come andranno respinti i tentativi, messi in atto in quegli anni dai contadini, di diminuire la giornata lavorativa. Palmieri si dimostra ben cosciente del concetto di salario da applicare alla mano d'opera dipendente, ripercorrendo, sia pure a suo modo, l'analisi smithiana, gi� precedentemente accennata da Quesnay. L'importante � che i contadini non siano � mai poveri al segno di non potere o prendere moglie, o nutrire i figli�(41). Il filosofo di Terra d'Otranto si preoccupa della fuga dalle campagne determinata dalla povert� delle popolazioni agricole, ma non per questo � disposto a fare concessioni sostanziali, limitan­dosi a proporre �piccoli e frivoli contrassegni di stima�. � La sorte de' nostri bracciali ‑ egli afferma ‑ non differisce molto da quella degl'Iloti o de' servi della gleba. Invano si procura ritenerli nella pro­pria professione, se non migliora la loro sorte, principalmente riguardo alla stima��(42).

Avviene che in tale classe non si veda mai agio, ma sempre stento e miseria. La bassa stima ed il poco utile non sono le sole cagioni dell'abbandono di questa professione. Essa � la pi� aggravata d� pesi, ed � la sola, che li soffre intieri. Su di essa piombano tutti i disordini dell'esazione e percezione, per cui tali pesi si raddoppiano (...) Tutte le divisate cause rendono piccolo il numero della gente addetta alla campagna ed alle cose rustiche (...) essa non � bastante n� per le coltivazioni, n� per la raccolta(43).

Ma aggiunge:

piccoli e frivoli contrassegni di stima basterebbero. Per esempio: il primo luogo nelle Chiese, nelle Processioni ecc. In ogni anno l'esequie solenni del miglior contadino morto, con una orazione, che contenesse lodi della persona e della professione (44).

 

L'aumento della popolazione nelle campagne si rende auspicabile non solo per l'effettuazione dei lavori agricoli, ma come strumento di controllo della forza‑lavoro e di contenimento del suo prezzo. L'insufficiente quantit� di forza‑lavoro nelle campagne, aggravata �dal poco uso che si fa della meccanica, la quale potrebbe far risparmiare molte braccia�, d� spazio alle richieste di aumenti salariali e alla ridu­zione di fatto dell'orario di lavoro. L'aumento del numero dei � bracciali� , conseguenza dell'espulsione dei �poveri agricoltori� dai loro fondi, � l'unico sistema per frenare questa tendenza e per mante­nere il controllo dei �possessori� sulla forza lavoro. �Ma per isvellere il male alla radice ‑ esclama Palmieri ‑ l'unico rimedio � l'accrescerne il numero. Quando i venditori dell'opera sono molti, non possono stabilirne a lor capriccio la qualit� ed il prezzo�(45).

 

Cosa propone dunque Palmieri per alleviare le condizioni dei lavoratori? A parte le note previsioni in base alle quali i salari aumenteranno con l'aumento delle possibilit� dei �ricchi� di disporre delle terre, di poter � spendere� e � ben coltivarle� (46), non c'� nessuna proposta precisa per quel che riguarda aumenti salariali, mentre, come abbiamo visto, ci sono proposte precise per mantenere bassi i salari e alto il numero delle ore di lavoro favorendo l'aumento della mano d'opera bracciantile. Anche in questo caso, sar� lo stato che dovr� to­gliere le castagne dal fuoco ai �possessori� , evitando loro qualunque spesa. Il miglioramento delle condizioni di vita dei � bracciali� sar� ottenuto attraverso l'esenzione dalle imposte indirette dei beni di prima necessit�, e attraverso l'eliminazione dei pesi fiscali (in particolare il testatico) che gravano sui poveri(47). Abbastanza poco, tenuto conto delle condizioni di vita dei lavoratori dell'epoca. Palmieri non � ottu­samente sordo alla necessit� di migliorare le condizioni di vita dei contadini, in modo che almeno non siano poveri �al segno� di non poter vivere, riprodursi, e �gustare i piaceri della vita corrispondenti al proprio stato�; anche perch� si rende conto che un problema che biso­gna risolvere � quello dell'esodo dalle campagne determinato dalla mi­seria dei contadini stessi. L'importante � che tale miglioramento non tocchi le possibilit� di accumulazione e di sviluppo delle aziende colti­vatrici. Un paternalismo duro, sparagnino, che privilegia l'efficienza sui costi sociali, e che si differenzia nettamente dal populismo di marca filangieriana e da quello generalmente proposto dagli scrittori radicali.

 

3. Gli �oziosi�

 

 

Come abbiamo gi� visto nelle pagine precedenti, l'assetto della so­ciet� proposto da Palmieri si basa sull'allargamento della massa brac­ciantile attraverso l'espulsione dalle terre dei �poveri agricoltori�, e attraverso l'eliminazione degli usi civici delle terre demaniali, che vanno assegnate ai privati. L'eliminazione delle categorie improduttive si estende anche agli accenni che il filosofo leccese rivolge alla capi­tale(48). Palmieri non giunge per� mai, a differenza di quanto ritiene il Lepre(49), alle posizioni dei liberisti puri, che teorizzano la funzionalit� della disoccupazione e la creazione di una mano d'opera di riserval(50).

Non vi � nessun accenno, nelle sue opere, che auspichi la creazione di una massa di disoccupati; la sua diretta filiazione dalla teoria del �minimo possibile� lo spinge a battere continuamente sul tasto della piena occupazione(51). Questo appare tanto pi� chiaro dalle sue proposte riguardanti i disoccupati. Da un lato Palmieri condivide l'analisi geno­vesiana (e liberista), in base alla quale l'assistenza indiscriminata viene considerata come incentivo alla disoccupazione stessa, in quanto �tali stabilimenti tendono tutti ad accrescere il numero delle classi sterili e degli oziosi�(52); dall'altro lato egli cerca di riammodernare il vecchio progetto tardo‑seicentesco, che molti stati italiani avevano ripreso nel corso del XVIII secolo(53), superando nello stesso tempo il marasma dell'assistenza dello stato napoletano, in un'ottica che privilegi � la fa­tica�, la formazione professionale dei giovani sbandati e la loro educazione al lavoro, l'assistenza ai �veri� poveri che dia �unita alle elemosine la fatica�(54), la reclusione dei � mendici per professione� in case di lavoro in cui essi abbiano anche la possibilit� di trarne un gua­dagno. Un progetto statalista ‑ ancora tutto in sintonia con i vecchi moduli mercantilistici ‑ per assicurare e soprattutto per imporre il la­voro ai disoccupati (Palmieri considera, come molti all'epoca, la di­soccupazione soprattutto come dovuta ali'�odio alla fatica�), che abbandoni, o meglio che inglobi in questo programma i sussidi dei pri­vati(55), riformando cori un rigoroso controllo le fatiscenti e corrotte istituzioni, generalmente di carattere religioso, preposte all'assistenza (56) ai poveri .

Esaminiamo questi problemi con ordine.

Per quanto riguarda i �veri� poveri, l'asserzione palmieriana tesa a risolvere il problema della disoccupazione tramite il lavoro si distingue per la sua assoluta genericit�. Non c'� un piano reale, ma una serie di affermazioni. �S'impieghi una parte delle somme destinate al soccorso de' poveri nell'istruirli nelle arti, nel somministrar gl'istrumenti e la materia pel lavoro e nel procurare il pronto e facile spaccio delle opere� (57). � Se il soccorso si desse con l'unico mezzo e sotto la condi­zione della fatica, si diminuirebbe tratto tratto sino ad estinguersi la povert� de' particolari e crescerebbe la ricchezza della nazione� (58). Un programma generico, non legato ad alcuna precisa proposta. Ci� su cui realmente Palmieri punta la sua attenzione e ci� che costituisce ve­ramente un progetto � il piano di reclusione forzata e di lavoro coatto per i giovani sbandati e per i � mendici di professione�, e il programma di riforma delle strutture assistenziali che vi � connesso.

Innanzitutto � necessario combattere la corruzione e l'incuria che rendono le strutture assistenziali esistenti luoghi di morte e di dolore. �L'amministrazione � affidata a mani imperite e fraudolente�(59). Quando i luoghi destinati alla salute degli infermi si convertono in macerie e sepolcri, non dee recar maraviglia n� pu� disapprovarsi l'opinione di chi li crede inutili e nocivi� (60), riconosce Palmieri. Ma questo non giustifica la �rigida filosofia� di chi giudica inutili queste istituzioni. �Gli abusi, derivano dalla mancanza e dall'inosservanza delle regole. Si tolga la cagione e svaniranno gli effetti�(61.) Occorre poi che gli sforzi siano concentrati sulle �case di educazione e di corre­zione� , le istituzioni fondamentali destinate a rieducare al lavoro la gran massa dei disoccupati dediti all'accattonaggio, ai piccoli furti, eh, �turbano la tranquillit� de' cittadini�, e che provocano �la propria e ,'altrui infelicit�� (62).

Le prime dovranno occuparsi de � i fanciulli esposti e dei figli dei poveri; massimamente di coloro che hanno abbracciato il mestiere di accattone, al quale avvezzano ed istruiscono i figli� (63). In queste case, che dovranno essere istituite in tutte le province, i fanciulli dovranno apprendere le arti utili e ricevere un'educazione che li incoraggi al la­voro; non sar� necessario che queste case siano produttive, perch� il loro principale obiettivo sar� quello educativo e formativo(64). Nelle se­conde dovranno essere rinchiusi �gli adulti che van mendicando�, dai quali non ci si pu� aspettare un'adesione volontaria ad una vita dedi­cata al lavoro, in quanto �hanno acquistato l'abito e l'attacco ad una vita oziosa e scioperata�; nelle case di correzione, che devono essere sottoposte ad una severa disciplina, il lavoro dev'essere assegnato �in proporzione delle forze fisiche e delle qualit� morali� (65); perch� il la­voro sia accetto a tutti dev'essere accompagnato da un certo guadagno(66) .

Palmieri esclude che questo piano possa essere messo in atto con il contributo dei privati �per proprio profitto; massimamente dove si suole impiegare il denaro in negozj certi e sicuri, e manca lo spirito d'intraprendere cose di dubbia o di lontana riuscita� (67). Sar� lo stato a doversene fare carico. �Tali spese non ammettono risparmio, anzi esi­gono, che si risparmi in tutte le altre per non mancarsi a queste� (68). Ci� comporter� una riforma delle istituzioni, generalmente di carattere reli­gioso, preposte all'assistenza e una loro riorganizzazione da parte dello stato stesso; programma che riecheggia quello attuato in quel pe­riodo in altri stati, e soprattutto nell'impero giuseppino, e che non contrasta, d'altronde, con la tradizione del riformismo borbonico, im­potente a colpire il baronaggio ma non alieno a rivendicare i diritti dello stato contro i privilegi ecclesiastici. Cos� 1'�azienda di educa­zione� e il �patrimonio de' poveri� , che �appena ne conserva il titolo e il nome� (69) cadono sotto gli strali del filosofo leccese, cos� come � le rendite di molti feudi destinate dalla piet� de' fedeli a soddisfare varj bisogni de' poveri, e condannate all'abuso della dissipazione�(70); men­tre, particolare importante, i beni del clero regolare, tolte le spese ne­cessarie al loro mantenimento, devono essere destinati anch'essi al progetto di reclusione e di educazione dei poveri(71)

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4. II baronaggio feudale

 

 

Non si pu� comprendere il pensiero di Palmieri se non si d� il giu­sto peso alla sua posizione nei confronti del baronaggio feudale, che sotto alcuni aspetti contiene elementi antitetici alle sue idee sull'incipiente borghesia e soprattutto alle sue idee, pur limitate, di riforma e moralizzazione dello stato. In questo possiamo dire che il pensiero di Palmieri si distacca dalla matrice genovesiana(72) e, ancora pi� nettamente, dal pensiero dei suoi eredi, allo stesso modo in cui se ne distacca per ci� che riguarda i problemi dei rapporti di lavoro e della propriet� contadina. La posizione di Palmieri � infatti chiaramente e nettamente filobaronale e giunge anzi, in certi punti, ad allinearsi con quelle posizioni degli esponenti della feudalit� che cercavano di adat­tarsi alle pressanti richieste di riforma senza cedere nulla, in sostanza, dei propri privilegi. In un certo senso possiamo dire anzi che Palmieri si pone su posizioni ancora pi� caute dello stesso riformismo borbo­nico, che giunse almeno, alla fine del secolo, a scalfire in piccola parte l'immunit� fiscale dei baroni(73).

Certo, come nota il Villani, non c'� da meravigliarsi che nella situa­zione specifica del Regno di Napoli, e di fronte alla forza ancora note­vole del baronaggio, nonostante gli attacchi dei riformatori e l'azione di erosione delle incipienti forze borghesi, �coloro che meglio cono­scevano lo stato del regno prospettassero soluzioni moderate e gra­dualistiche, con scadenze forse secolari �(74). Tale non mi sembra, per�,il caso del marchese Palmieri. Egli va considerato piuttosto, a mio avviso, come un fautore della sopravvivenza del baronaggio feudale,della sua coabitazione con elementi importanti dello sviluppo dell'economia e della societ�, come la crescita degli elementi borghesi in formazione. Il baronaggio non va eliminato come corpo sociale; va controllato piuttosto bonariamente dallo stato, in una visione che da questo punto di vista � ancora tutta mercantilistica(75). Le reticenze, i si­lenzi, i lapsus con cui Palmieri tratta il problema della feudalit� denun­ciano tutti un solo obiettivo: egli, in definitiva, supplica i baroni di rinnovarsi per poter sopravvivere come corpo sociale.

Di fronte al lavoro di �erosione� che l'incipiente borghesia porta alla ricchezza e al potere baronale, la paternale di Palmieri nei confronti dei nobili li spinge a lavorare, a curare lo sviluppo delle loro terre (76), a non sdegnare il commercio, seguendo in tal modo l'esempio di Francia e Inghilterra(77), per evitare che i loro feudi passino in mani plebee.

�Non si vuole nelle famiglie nobili la mercatura ‑ afferma Palmieri ‑; ma si ammettono le figlie de' negozianti. Questi si dispregiano, e si fa loro la corte. Qual � l'effetto di contraddizione s� manifesta? I nobili, per non essere nego­zianti, fan questi nobili, e cessan essi di essere tali. I feudi, che costituiscono la nobilt� men disputata, passano frequentemente dalle loro mani in quelle de' negozianti�(78).

� semplicistico affermare, come fa il Lepre, che Palmieri cerca di trasformare i nobili in borghesi(79); egli vorrebbe piuttosto che i nobili assimilassero determinati elementi dell'economia borghese, dei comportamenti borghesi, senza cambiare sostanzialmente la loro natura. L'elemento probante � il suo atteggiamento verso la giurisdizione feu­dale, oggetto dei principali attacchi dei riformatori (80); non vi � accenno nella sua opera che si riferisca a questo fondamentale anello del potere baronale. Si tratta, come vedremo pi� avanti, di un silenzio molto elo­quente. Polemizzando contro i riformatori radicali (e prendendo impli­citamente una posizione antitetica a quella della genovesiana �ruota della fortuna�) egli si lamenta che qualcuno possa ritenere positivo che spariscano �tante razze�, e che questo porti allo �scadimento della popolazione�(81). Anche le considerazioni di ordine economico cedono il passo all'esigenza di non scalfire, nei punti essenziali, il potere baro­nale. In un passo dei suoi Pensieri, riferendosi alle grandi estensioni di �terreno� lasciate incolte dai proprietari assenteisti, Palmieri valuta l'ipotesi �di permettere a chiunque volesse coltivarlo o migliorarlo di profittare del frutto della sua industria, pagando al proprietario l'attual rendita�. Subito dopo, per�, giudica tale ipotesi inattuabile, in base a queste significative considerazioni: �Ma ciocch� offende la propriet�, e la libert� de' cittadini, malgrado le apparenze, non pu� esser mai utile alla nazione. Importa pi� alla societ� che la propriet� e la libert� restino salve ed illese, che i pi� grandi vantaggi con loro leggerissima offerta ottenuti�(82) . La propriet� e la libert� dei baroni assenteisti lo spinge dunque a cozzare con gli stessi principi su cui ha basato tutte le sue analisi e le sue proposte, cio� quelli del �minimo possibile�. O meglio: il �minimo possibile� va raggiunto, nel caso del baronaggio feudale, senza misure coercitive(83).

Gli accenni che Palmieri rivolge al problema del baronaggio (e non sono molti, a dir la verit�) denotano spesso imbarazzo. Si tratta, chia­ramente, di una posizione difensiva. A volte si avvolgono in strani tic linguistici, oppure costruiscono una sottile filigrana dalla quale si pu� ricostruire, come accennato prima, un tentativo di riformare certi aspetti del potere baronale senza intaccarne la sostanza. Sui maggiora­scati, ad esempio, il filosofo di Terra d'Otranto si avvolge a volte in ragionamenti tortuosi che sembrano ignorare la drammaticit� e la vio­lenza del dibattito in corso in quegli anni nel Regno(84).

Non � che Palmieri non proponga determinate riforme per quel che riguarda il baronaggio; nei suoi testi notiamo qualche volta frettolosi accenni contro l'inalienabilit� delle terre, scritti quasi di scorcio, senza affrontare il problema in tutto il suo spessore(85); mentre ben altrimenti seria � la sua posizione riguardo alle decime feudali ed ecclesiastiche, di cui non si mette in discussione il diritto, ma di cui si propone una drastica riduzione(86).

Altro elemento a sfavore dei baroni � il reiterato invito a che  �i de­boli� � abbiano l'accesso pi� facile a' magistrati, e che le loro ragioni esigano maggiore attenzione, per supplire a ciocch� loro manca di protezione e di ajuti�(87), e che � siano le loro cause privilegiate per la spedizione, ed esenti da' dritti�(88); ma a ben vedere queste proposte, che si riferiscono all'enorme quantit� di cause che i singoli e le comu­nit� intentavano contro i baroni, i quali avevano dalla loro la complicit� dei tribunali e la stessa lunghezza delle cause, che finivano per spos­sare finanziariamente i loro interlocutori, mirano a correggere gli �abusi� dei diritti e della giurisdizione feudale, ma non a intaccarne il fondamento. La permanenza della giurisdizione e dell'immunit� fi­scale(89), pilastri del potere baronale, sono elemento probante del fatto che nella societ� e nell'economia riformata prevista dal Palmieri la no­bilt� feudale ha ancora un suo posto. Le concessioni fatte alla polemica che infuriava contro il baronaggio, sono, a ben vedere, in linea coi ce­dimenti che la parte pi� avvertita del ceto baronale era disposta a fare per mantenere il suo predominio nella societ�(90). Il baronaggio dunque, seppur modificato in alcuni aspetti, seppur non assenteista (tale Pal­mieri lo vorrebbe) ha pieno diritto di cittadinanza nella Napoli rifor­mata voluta dal filosofo di Terra d'Otranto; n� egli prevede, a qualun­que scadenza, la sua sparizione. � in questo quadro che si situa la sua famosa affermazione secondo la quale il baronaggio feudale sarebbe un �fantasma�: � una posizione difensivistica, che parte dalla realt� obiettiva delle �liti� , che opponevano continuamente nel foro di Na­poli le universit� o �varj partiti nelle Universit�, contro de' Baroni �.

� vero, afferma Palmieri, che �le rendite de' Baroni destinate a' miglioramenti, si consumano nella Capitale�(91) ; ma bisogna conside­rare, aggiunge, che �non quelle, che si ricevono da' Baroni sono per� le sole oppressioni, che soffrono i Cittadini, n� le pi� sensibili, n� le pi� scandalose, n� le liti contro di questi riconoscono tutte la divisata cagione�(92) ; e ancora, qualche pagina pi� avanti: �Bisogna pur confes­sare, che dopo i Monaci i Baroni hanno pi� di tutti contribuito al van­taggio dell'agricoltura del Regno, il quale ne potrebbe sperare molto maggiore, se fossero condotti verso tale oggetto�(93) . �Se i baroni sono oppressori ‑ afferma polemicamente il Palmieri ‑ si puniscano; si aboliscano ancora, se cos� richiede il ben dello Stato�(94). Ma come si pu� abolire qualcosa che ormai � ridotto al fantasma d� se stesso?

 

Il nome sovente inganna nel rappresentare una cosa, che pi� non esiste. Dov'� l'anarchia feudale? La potenza, che ovunque soggiorni produce nell'anime feroci l'altrui oppressione, non � generale de� Baroni. Si combatte per lo pi� un fantasma. Egli � gi� logoro, e non conserva pi� l'antica stima, Quest