Gli "strumenti" della politica di Benedetto XIV:
il «Giornale dei Letterati» (1742-1759)

di Maria Pia Donato

Il «Giornale de' Letterati» del 1742-1759 fu il primo periodico, gazzette escluse, che vide la luce a Roma nel Settecento, più di ottanta anni dopo l'omonimo «Giornale» di Nazari e Ciampini1.
Disponiamo su questo periodico di diversi contributi intesi a ricostruirne le vicende nel quadro della storia della stampa2 e ad indagarne il ruolo nel dibattito dottrinale e politico dell'epoca: in particolare, sono stati studiati alcuni tratti del foglio, cioè la propaganda giansenisteggiante3, la «difesa» dell'Esprit des Lois di Montesquieu4, la polemica contro gli Annali di Muratori5.
Rimando a questi studi per una visione d'insieme delle vicende interne del foglio; in questa sede, vorrei invece tentare di apportare qualche ulteriore elemento di conoscenza, frutto di ricerche ancora in corso sui ceti intellettuali romani nel Settecento, privilegiando le reti sociali sottese, per così dire, alla storia culturale della stampa periodica. Reti che si estendono in diverse direzioni, connettendo gli estensori del «Giornale de' Letterati» ai committenti e ai protettori, agli stampatori-librai, ad altri eventi ed aspetti dell'attività erudita promossa durante il lungo pontificato di Benedetto XIV.

1. Gli esordi del foglio

Il «Giornale de' Letterati per l'anno MDCCXLII publicato col titolo di Notizie letterarie oltremontane», già annunciato nelle «Novelle Letterarie» di Firenze nel giugno del 1742, uscì nell'agosto di quell'anno «appresso li fratelli Pagliarini mercanti librari e stampatori a Pasquino». Compariva in fascicoli mensili, con un numero variabile di pagine, formato in 8°, rilegabili alla fine di ogni anno con l'aggiunta del frontespizio e degli indici6; l'associazione costava 24 paoli annui.
Il foglio si presentava come una serie di brevi recensioni di opere forestiere, con l'aggiunta di notizie letterarie ed accademiche, mentre un «Supplemento» illustrava opere pubblicate a Roma, dai torchi degli stessi Pagliarini. Gli editori promettevano, nella dedicatoria del primo tomo, di occuparsi di tutte le scienze e le arti, ad eccezione della giurisprudenza e della teologia, «come estratto di quanto è comparso di curioso e di utile».
In effetti, il contenuto del foglio appare estremamente vario, come può rilevarsi dalla tabella 1. Nelle sue prime tre annate, sono contenuti nel «Giornale de' Letterati» le recensioni di 95 opere ed alcuni contributi originali7. Della ripartizione tematica si noterà soprattutto l'ampio spazio riservato alle scienze naturali e alla storia profana8.

Tabella 1. Ripartizione tematica del «Giornale de' Letterati», 1742-1744

Belle Storia Antichità Storia Scienze Teologia Filosofia Varia

lettere civile eccl. naturali

1742 4 5 6 2 19

1743 10 8 15 2 33 3

1744 5 15 9 3 27 6 7

Tabella 2. Ripartizione tematica del «Giornale de' Letterati», 1745-1751

Belle Storia Antichità Storia Scienze Teologia Filosofia Varia

lettere civile eccl. naturali

1745 3 4 8 20 4 2

1746 1 6 3 3 14 2 8 2

1747 2 5 5 5 9 2 2 1

1748 3 1 3 9 10 3

1749 1 2 5 17 11 1 1

1750 10 5 6 5 1 1 2

1751 2 3 4 13 8 2 1 2

Dallo spoglio delle «Philosophical Transactions», dei «Mémoires» dell'Académie des Sciences di Parigi e degli «Acta» dell'Accademia di Pietroburgo proviene la maggior parte delle notizie scientifiche (sull'esempio dell'omonimo precedente), benché la scarsa conoscenza dell'inglese costringesse i compilatori a servirsi spesso di traduzioni francesi. L'aderenza alle fonti straniere garantisce al «Giornale» un contenuto di novità anche riguardo alle materie storiche e filosofiche, in cui si può cogliere la crescente distanza tra gli esordi della histoire philosophique d'oltralpe e la tradizione antiquaria italiana.
Una miscellanea di notizie e di estratti che non indugia in commenti e giudizi, dunque: il «Giornale» adotta inizialmente la formula tipica del giornalismo sei-settecentesco, «di corrispondenza» e di raccordo tra i letterati romani e la Repubblica delle Lettere9.
Un'apertura più o meno diretta alla cultura europea non difettava ai primi compilatori del foglio. Il principale autore, e forse ideatore, fu infatti Ridolfino Venuti (1705-1763). Cortonese, già fondatore insieme ai fratelli dell'Accademia Etrusca, risiedeva da tempo a Roma in qualità di aiutante di studio del cardinale Alessandro Albani, in realtà come suo antiquario; già autore di diverse importanti opere di numismatica e di glittica (illustrò la collezione dei medaglioni Albani, acquistati da Clemente XII per il Museo Capitolino, in Antiqua Numismata Maximi Moduli del 1739-44), si stava affermando in quegli anni come uno dei massimi esperti in materia. Uomo di profonda cultura e di viva curiosità intellettuale, Venuti aveva già intrecciato, da Cortona e da Roma (grazie anche al suo protettore Albani), legami intellettuali ed ideali in direzione della Francia e dell'Inghilterra. Nel 1744 diventò Commissario delle Antichità di Roma10.
Benché Ridolfino, in una lettera del 1749 ad A.F. Gori11, si attribuisse tutto il lavoro, la maggior parte delle informazioni dall'estero gli provenivano dal fratello Filippo, attivo corrispondente dalla Francia, anch'egli appassionato di antiquaria, di storia ecclesiastica e civile, forse più del fratello aperto alle suggestioni della cultura filosofica europea12.
Ci fu anche, già a partire da questa prima fase, qualche apporto «esterno»: grazie ai contatti di Venuti, il foglio è arricchito con notizie di ritrovamenti e brevi dissertazioni provenienti da altri antiquari romani e, naturalmente, dagli accademici etruschi13; il gesuita C. Maire pubblicò nel tomo del 1744 le sue Osservazioni sulla cometa; tra i testi di medicina si possono leggere i risultati delle osservazioni condotte negli ospedali romani14. A raccogliere queste ultime fu certamente l'archiatra segreto pontificio Antonio Leprotti che, nella sua «accademia», riuniva i più promettenti giovani medici romani (tra cui Carlo Guattani, già chirurgo di fama, che avrebbe poi sposato Caterina Pagliarini, sorella dei due stampatori15): una personalità notevole, questa di Leprotti, che meriterebbe uno studio monografico per ricostruire il suo impegno trentennale a favore della scienza moderna e il suo ruolo di tramite e di mentore dei cultori di scienze a Roma e nello Stato della Chiesa16.
Nelle biografie ottocentesche dei primi compilatori, soprattutto in quella di Ridolfino Venuti, l'origine del foglio viene immancabilmente attribuita ad un «geniale disegno» (e generoso) di svecchiamento della cultura romana17. Più recentamente, è stato scritto che la nascita del «Giornale de' Letterati- Notizie letterarie oltremontane» è legata al clima di di rinnovamento del pontificato di Benedetto XIV18.
È questa un'interpretazione incontestabile per alcuni aspetti, e in particolare riguardo alle scienze naturali, che si giovarono dell'apertura decisa ed intelligente, benché tardiva, al newtonianesimo propugnata dallo stesso pontefice; egli protesse ed incoraggiò personalmente i principali studiosi in materia: Boscovich, Jacquier e Le Seur, più tardi Carlo Benvenuti. Durante tutto il suo corso, il «Giornale de' Letterati» riflette tale orientamento, riportando alla luce il dibattito scientifico da tempo eclissatosi dalla cultura romana, senza per questo uscire mai dal solco dell'empirismo prudentemente conciliante, proprio del newtonianesimo di ambito non solo romano19. Altrettanto può dirsi relativamente alla questione dell'inoculazione del vaiolo, ancora da più parti fieramente contestata, ma approvata direttamente da Benedetto XIV20.
È altresì vero che, senza l'apporto continuo e costante dall'estero - attraverso Filippo Venuti e attraverso i viaggiatori e gli studiosi illustri che l'altro Venuti frequentava, per obblighi del suo incarico, per affinità politico-ideali o per motivi di studio - difficilmente il foglio romano avrebbe potuto aspirare ad un'informazione aggiornata.
Tuttavia, se si vuole trovare qualche altro elemento circa la nascita del «Giornale de' Letterati», ritengo che sia da porre in evidenza il ruolo propulsore avuto da Nicolò e Marco Pagliarini, stampatori del foglio, e non tanto sul piano intellettuale, dove pure la loro impronta deve essere stata visibile, come ha giustamente scritto L. Felici21, quanto sul piano più concreto delle esigenze commerciali della loro attività. Verso la fine degli anni Trenta, infatti, i due fratelli erano subentrati allo zio Lorenzo e al padre Tommaso alla guida della florida bottega di librai sulla piazza di Pasquino e rapidamente le avevano fatto compiere un salto di qualità. Forti del loro intuito e di una buona cultura che permetteva loro - specie al maggiore, Nicolò - di trattare alla pari con studiosi ed eruditi22, i due (peraltro originari di Arezzo) erano diventati in breve tempo il tramite privilegiato tra Roma e il Granducato; la loro bottega era il punto di ritrovo di molti letterati toscani nella città pontificia23. Essi aprirono anche, tra il 1740 e il 1741, una stamperia, presto identificata con l'insegna della Minerva che l'indicava24.
La creazione del «Giornale de' Letterati» deve essere, a mio avviso, almeno in parte ricondotta alle esigenze dei Pagliarini nella loro nuova veste di librai-stampatori. Non si può considerare il «Giornale» solo un organo di propaganda editoriale, ma è certo vero che esso fu un ottimo strumento d'informazione sia sui libri esteri reperibili nella loro bottega (una prassi editoriale valida nell'arco di tutto il Settecento) sia su quelli prodotti dalla stamperia di Pallade (19 libri recensiti nelle prime 3 annate). Lo stesso Ridolfino Venuti aveva più di un interesse editoriale in comune con la ditta: dal 1735 aveva affidato ai due fratelli l'edizione (materialmente realizzata dal Bernabò) dei Saggi di dissertazioni dell'Accademia Etrusca di Cortona, che si erano rivelati un grosso successo, tanto che nel 1742 vennero ristampati con un nuovo frontespizio e subito presentati nel giornale, mentre i Pagliarini pensarono addirittura ad una terza edizione25.
Repubblica delle Lettere, dunque, ma anche un'ambiziosa idea commerciale. Tale ipotesi non toglie nulla ai meriti dei compilatori, né al valore di un progetto inteso ad aggiornare la cultura romana; intende solo contestualizzare l'iniziativa all'interno dei rapporti non sempre facili tra autori e stampatori-librai. Neanche le «Novelle Letterarie» di Lami avevano avuto la fortuna di disporre di adeguati mezzi editoriali26, in un'epoca in cui i letterati italiani erano costretti tra la Scilla di un mercato editoriale di poco respiro e la Cariddi di un non sempre generoso mecenatismo27.
Che la proprietà e la direzione del foglio spettassero ai Pagliarini mi sembra confermato dal fatto che alcune «dissenzioni» sorte in seno all'impresa, nel 1744, portassero ad un allontanamento di Venuti, senza però l'interruzione del giornale; semplicemente «egli [Nicolò Pagliarini] le continuò, servendosi d'altre persone col titolo di Giornale de' Letterati»28. È proprio uno dei principali compilatori del «Giornale de' letterati» a partire dal 1745, Gaetano Cenni (che già nel 1739 e 1741 aveva pubblicato presso i Pagliarini le De Antiquitate Ecclesiae Hispanae Dissertationes), a rivelare schiettamente il tipo di rapporti intercorrenti tra autore e librai-stampatori, un do ut des per il quale gli interessi degli uni e degli altri potevano eventualmente armonizzarsi in un prodotto culturale di ampio respiro29.

2. Erudizione e politica

Come si è già accennato, a partire dal 1745 il foglio subì profonde modificazioni, formali e sostanziali. Prima di tutto, il titolo venne abbreviato in «Giornale de' Letterati». Il precedente ciampiniano fu esplicitamente richiamato nelle lettere di presentazione degli editori, e benché siano state giustamente sottolineate le differenze d'impostazione tra il primo e il secondo giornale30, il riferimento non è privo di significato in un momento in cui la memoria dei grandi letterati romani della stagione sei-settecentesca veniva rinverdita attraverso diverse iniziative editoriali: nel 1747, infatti, furono ripubblicate dal Komarek a spese pontificie le opere del Ciampini; inoltre, alla Conferenza dei Concili, promossa dallo stesso Ciampini nel 1671, si rifacevano le quattro accademie di erudizione sacra e profana fondate nel 1740 da Benedetto XIV, alle quali il «Giornale» andava avvicinandosi, come vedremo.
Nel «Giornale de' Letterati» nuova versione il numero delle opere recensite diminuì e gli articoli divennero più estesi e critici, il ruolo dei periodici stranieri si ridimensionò mentre si fecero più numerosi i contributi originali; il supplemento scomparve e le opere romane si alternarono alle altre. Le opere recensite erano prevalentemente italiane, come è indicato dalla tabella 3.

Tabella 3. Provenienza geografica delle opere recensite

Roma Italia U. K. Francia Principati Paesi Spagna Russia Altri

tedeschi Bassi

1742 5 12 19 3 1 3 1

1743 10 15 24 7 9 2 2

1744 4 2 10 18 9 7 3 3

1745 1 4 11 7 1 2

1746 2 9 3 3 4

1747 4 6 3 1 2

1748 6 7 1 1 1

1749 4 5 2 3 2

1750 5 6 3 2

1751 5 10 2 1

1752-53 12 4 1

1754 9 9 2

1755 7 10 2 2

1756-57 5 7 3

1758-59 3 5 1

Non venne meno l'ampia varietà dei temi trattati, benché nuove discipline si facessero spazio, come si rileva dalla tabella 2 (v. supra).

A dare questa diversa fisionomia al foglio furono i nuovi redattori coinvolti nell'impresa.

Io per me posso dirle che i vari nomi o titoli del giornale sono un lavoro medesimo: ma cominciato prima colle Notizie letterarie oltremontane somministrate da s.ri Venuti, indi per discordie o nate o fatte nascere, continuate da altra società di cui era capo Mons. Leprotti, e dopo la di lui morte, proseguite da Mons. Giacomelli, a cui si deve tutta la lode che V.s Ill.ma si compiace dare a me, senza che io la meriti, poiché nel tomo del 1745 io non ho altra parte che di qualche versione dal francese, e nell'anno caduto i soli estratti dagli Annali del S.r Muratori sono mia parte. Così scriveva Gaetano Cenni (con eccessiva modestia) nel 1747 a Gori, mettendolo a parte della nuova composizione della redazione della rivista31; notizia dei disaccordi erano peraltro già circolate da parte dello stesso Venuti32.
Naturalmente, anche questa volta, i Pagliarini ricorsero a letterati che fossero loro ben noti e, possibilmente, dipendessero dalle loro risorse33. Fermo restando che solo per comodità ci riferiamo a questi personaggi indicandoli come costituenti una redazione - poiché si tratta in realtà di un gruppo di persone coordinate tra di loro assai flebilmente - vediamo chi erano questi nuovi redattori.
Il pistoiese Michelangelo Giacomelli (1695-1774) era giunto a Roma su invito del connazionale Forteguerri per essere impiegato come bibliotecario presso il cardinale Fabroni; era passato poi al servizio di Silvio Valenti Gonzaga; nel 1737 Clemente XII lo creò cappellano segreto e nel 1739 beneficiato della Basilica Vaticana; Benedetto XIV lo nominò nel 1740 membro della commissione per la riforma del breviario romano e dell'Accademia dei Concili. Uomo di buona cultura umanistica, versato nelle lingue classiche34, aveva ricevuto anche una certa preparazione scientifica a Pisa studiando con G. Grandi35. Di Giacomelli, a quell'epoca legato da buona amicizia con Venuti, era già apparsa notizia nel tomo del 1743 del «Giornale» con la recensione della sua dissertazione De Paulo Samosateno, deque illius dogmate et heresi, letta nel 1741 all'Accademia dei Concili.
Di un paesino nei pressi di Pistoia, ma di umile condizione, era anche Gaetano Cenni (1698-1762); egli aveva studiato nel locale seminario sotto la guida di M. d'Inguimbert, il quale, trasferitosi a Roma come bibliotecario di Lorenzo Corsini, all'elevazione di questo al pontificato gli aveva procurato il posto di bibliotecario del card. Belluga. Cenni si era già guadagnato una buona fama di erudito, collaborando anche con Giuseppe Bianchini alla nuova edizione romana del Liber Pontificalis36; dal 1738 era anch'egli beneficiato della Basilica Vaticana37.
Nel tomo del 1745 Leprotti scrisse personalmente vari articoli38, e si deve sicuramente a lui, grande amico di Celestino Galiani, il contributo di Francesco Serao e di Felice Rosati ivi contenuto e la recensione al Fabi Columnae Lyncei... Phytobasanos... cui accessit vita Fabi et Lynceorum notitia... (Florentiae 1744) del medico riminese Giovanni Bianchi, già suo allievo ed amico durante il suo lungo soggiorno a Rimini a seguito del card. Da Via39.
Leprotti morì nel gennaio del 1746 e il maggiore peso scientifico della rivista cadde sul gesuita Ruggero Boscovich, che lo stesso Leprotti - convinto newtoniano - potrebbe aver introdotto nel gruppo40. Il gesuita raguseo (1711-1787), dopo alcuni anni di insegnamento in provincia, teneva dal 1736 la lettura di logica e di matematica al Collegio Romano e aveva già pubblicato diverse opere d'argomento fisico, geodetico e astronomico, frutto dell'insegnamento e delle sue rielaborazioni dell'opera newtoniana41.
A questi personaggi si deve aggiungere il domenicano Tommaso M. Mamachi (1713-1792), all'epoca bibliotecario della Casanatense e, dal 1749, teologo casanatense, che sembra essere stato uno dei più attivi redattori42. La notizia non è tanto rilevante in vista dell'attribuzione a lui di questo o quell'articolo, quanto perché consente di capire alcuni tratti dell'evoluzione del foglio pagliariniano negli anni successivi.
Come e perché si giunse a queste sostituzioni non è possibile sapere. Forse, alla rottura tra i Pagliarini e Venuti (che comunque non smise mai del tutto di collaborare) non fu estranea la nomina dell'abate cortonese alla carica di Commissario delle Antichità, con il suo carico di lavoro e i suoi strascichi di invidie e gelosie. La frase sibillina di Cenni e una lettera di Mehus a Venuti lasciano trapelare una crescente distanza tra vecchi e nuovi redattori, introducendo al contempo un nuovo elemento: la corte43.
In generale, negli studi sul giornale, è stato messo in luce il peso di tre figure eminenti della gerarchia cattolica - i cardinali Silvio Valenti Gonzaga, Domenico Passionei e Neri Corsini - e si è insistito sull'alterna influenza di queste personalità, ponendo l'entourage degli ultimi due, spesso identificato con il cosiddetto Circolo dell'Archetto (la conversazione di orientamento rigorista e filogiansenista che si riuniva a palazzo Corsini intorno a G. Bottari e P.F. Foggini44) in netta contrapposizione alla corte di Benedetto XIV.
È certamente vero che un legame con i Corsini ricorre praticamente nella biografia di tutta questa consorteria di toscani, così come frutto di un gruppo di toscani potrebbe essere vista, per molti versi, l'impresa del «Giornale». Né poteva essere diversamente, considerando il peso dei rapporti culturali tra Roma e Granducato e, all'interno di questa cornice, il ruolo di mediazione svolto dalla famiglia Corsini: un mecenatismo a tutto tondo, dalla storia ecclesiastica all'arte, dall'antiquaria alle scienze, che aveva raccolto intorno a sé, e poi inserito nelle istituzioni romane, tre generazioni di letterati, ecclesiastici e secolari45. Si trattava di un'«eredità» per molti aspetti difficile, se si considerano i non sempre distesi rapporti intercorrenti tra Benedetto XIV e i cardinali creati da Clemente XII, quali in effetti erano tutti i protettori del «Giornale de' Letterati»: il Corsini, naturalmente, ma anche Passionei o Spinelli.
In verità, Benedetto XIV, «papa di buon naso, che immediatamente può conoscere il pregio della gente»46, si era dimostrato sin dall'inizio attento a valorizzare le competenze di questo «capitale intellettuale». Aveva subito chiamato nelle sue quattro accademie di erudizione sacra e profana praticamente tutti gli studiosi di un certo rilievo presenti a Roma; e agli stessi uomini aveva commissionato trattati e pareri, all'interno di un articolato programma di difesa dei diritti della S. Sede svolto sul piano storico-ecclesiastico, che però non escludeva un cauto orientamento riformistico sul terreno ecclesiale e morale47, in parte riprendendo iniziative già avviate durante il pontificato di Clemente XII48.
Su tale programma potevano convergere sia le competenze dei diversi redattori che gli interessi delle principali personalità della curia, indipendentemente dalle loro più o meno spiccate inclinazioni filogiansenistiche e antigesuitiche, dalle velleità di prestigio personale, o, ancora, dal caustico distacco filosofeggiante di cui amava far mostra un Passionei. Questi, anzi, trasmise al Cenni il Codex Carolinus perché ne curasse l'edizione; la dedica al cardinale fossombronese del «Giornale» del 1747 si spiega in questo modo, e benché i Monumenta Dominationis Pontificiae uscissero solo nel 1760-61 (naturalmente dai torchi Pagliarini), già nei tomi del 1746 l'abate pistoiese ne pubblicò ampi estratti49. E, sempre in materia di storia pontificia, lo stesso Neri Corsini suggerì a Cenni critiche ed annotazioni sugli ultimi tre tomi degli Annali d'Italia, puntualmente riprese nel «Giornale» del 1750 e 175150.
Nel riorientamento della rivista, in relazione al più preciso delinearsi della politica di Benedetto XIV, fu probabilmente determinante il ruolo del Segretario di Stato, Silvio Valenti Gonzaga, che era pure una «creatura» di Clemente XII, e che forse non fu estraneo, sin dal 1740, all'indirizzare le scelte del nuovo papa verso la vasta «clientela erudita» dei Corsini, come prossime ricerche potranno meglio precisare51. A Valenti, in gioventù allievo di Galiani e a questo - e ai suoi amici romani, come Leprotti - rimasto sempre legato, il «Giornale» fu dedicato dagli esordi fino al 1753; è da notare, inoltre, che un esplicito riferimento all'uso della sua biblioteca viene fatto nell'introduzione al tomo del 1745, e che egli era il diretto protettore sia di Giacomelli che di Boscovich52.
In attesa che il ruolo di questo personaggio venga approfondito, comunque, ancora una volta si deve sottolineare che, anche in questa «svolta», non sembra essere estraneo l'interesse di mercato dei Pagliarini, che va letto anch'esso come un allargamento delle alleanze curiali. Sin dall'apertura della stamperia di Pallade, essi si erano indirizzati verso quegli stessi circoli eruditi che continueremo per comodità a definire corsiniani, individuando così, in un certo senso, uno spazio «di mercato» coincidente con l'erudizione storico-ecclesiastica, spesso di sensibilità rigorista, sempre di matrice curiale. Alla data di nascita del «Giornale», nel 1742, già uomini come Orsi, Bottari, Cenni, Ricchini, Moniglia stampavano i loro scritti presso i due fratelli. Parallelamente alla cooptazione di quei circoli nel progetto lambertiniano, i Pagliarini divennero quasi gli stampatori ufficiosi dell'attività erudita promossa da Benedetto XIV, travalicando i confini dei loro esordi per accaparrarsi una buona fetta della produzione libraria, come appare dall'analisi dei titoli pubblicati dai loro torchi in quegli anni53.
A questa nuova collocazione curiale dei Pagliarini sembra puntualmente corrispondere il nuovo «Giornale de' Letterati». Strategia vincente, del resto: dal 1747 l'edizione ufficiale delle opere del pontefice Benedetto XIV, curata da E. de Azevedo, uscì dai loro torchi54.
È questa vasta convergenza di uomini, di temi, di motivazioni che diede al «Giornale de' Letterati» la sua fisionomia matura. Gli anni che vanno dal 1745 al 1752 circa sono indubbiamente quelli di maggior coerenza ed impegno del foglio, che si affermò quale autorevole voce romana in più di un dibattito55. Non si ricorderà solo la polemica già menzionata che oppose Gaetano Cenni a Muratori, snodatasi a partire dal 1746 sulle pagine del «Giornale de' Letterati», e non tacitata neppure dalla morte del vignolese56; un analogo compito venne svolto dal foglio dei Pagliarini in opposizione a G.D. Mansi57, a Ch.-W.-F. Walch58, a G.R. Carli59.
Alla difesa sul piano giurisdizionale si intreccia, più che contrapporsi, il discorso riformista-rigorista in materia di devozione e di liturgia60. Inoltre, il giornale svolse una funzione per così dire di promozione, recensendo via via gli esordi eruditi delle giovani generazioni di prelati-letterati, come Nicola Antonelli, Giuseppe Garampi, Stefano Borgia, Michelangelo Monsagrati61, analogamente a quanto avveniva nelle accademie pontificie di storia ecclesiastica, che svolsero un ruolo simile di raccordo e di incontro, se non di amalgama, dei diversi circuiti e delle diverse generazioni degli eruditi romani62.
Se un rigido temporalismo, pronto a riaffiorare nelle più diverse occasioni, forma la spina dorsale del «Giornale» di questi anni, sarebbe errato, però, vedere nel periodico una semplice arma difensiva. Al contrario, nei suoi momenti migliori, il «Giornale de' Letterati» riflette un disegno culturale più articolato, o, almeno, l'aspirazione ad una proposta culturale e religiosa romana che potesse raccogliere e canalizzare gli stimoli provenienti da settori ampi della Chiesa, ai quali Benedetto XIV aveva lasciato libera espressione63, e che potesse, nel contempo, intessere un confronto egemone con il sapere moderno. Esso veicola la riscoperta di una tradizione romana (che aveva, come si è detto, in Ciampini, in Francesco Bianchini e nel primo «Giornale de' Letterati» i suoi campioni), ed è finalizzato alla elaborazione di «una nuova apologetica cattolica» che, sulla via già intrapresa alla fine del Seicento e una volta assimilati alcuni metodi d'analisi storica e filologica e alcuni temi della scienza moderna, tenta di recuperare terreno perduto e di «rilanciare in avanti»64. È in questo quadro che, a mio avviso, vanno ricomposti tanto gli aspetti migliori dell'opera di un Cenni, quanto il largo spazio lasciato alla critica storico-ecclesiastica di impronta rigorista, quanto, infine, l'accettazione definitiva del newtonianesimo, di cui Boscovich declina la versione romana, spaziando dalle volgarizzazioni poetico-arcadiche ad una lunga serie di contributi originali di argomento ottico, matematico, astronomico65. La lunga recensione dell'elogio di Boyle composto da Thomas Birch, inserita nel tomo del 1745, e la pubblicazione integrale di alcune lettere tra Boyle e Newton, l'anno seguente, rappresentano quasi il manifesto di questo orientamento scientifico, ormai largamente dominante nella cultura italiana. La timida rivalutazione di Galileo e dei Lincei, attraverso la pubblicazione di parti del loro carteggio, completa tale orientamento in senso erudito66. Con la pubblicazione dell'intervento di Genovesi, però, il «Giornale de' Letterati» opta per l'interpretazione spiritualista della filosofia newtoniana, per alcuni aspetti più facilmente conciliabile con il cattolicesimo67. L'apertura della rivista alla filosofia e all'economia, peraltro anch'essa da leggersi in relazione alla politica di Benedetto XIV, rappresenta il tentativo di ulteriore aggiornamento di questa proposta culturale romana68.
È altresì vero che, per non falsare il giudizio sul periodico, non si deve sottovalutare la forza delle logiche proprie del giornalismo erudito sei-settecentesco: vale a dire, le logiche dell'amicizia, della protezione, dello scontro personalistico che non senza grave rischio possono essere analizzate come se si trattasse di opzioni ideali.
L'antiquaria, per esempio, proseguì per la sua strada, presentando in maniera equidistante (cioè lasciando spazio ad entrambi) la polemica tra Lami e i fratelli Venuti circa le scoperte di Ercolano, nell'impossibilità di preferire l'uno o l'altro dei collaboratori. L'elogio dei se stesso e dell'accademia degli Apatisti, nel tomo del 1748, fu scritto da Lami «per miei fini ora che ne ho bisogno» e venne inserito come favore personale, in «cambio» di una positiva recensione del Museo Capitolino, sul foglio di Firenze69. Analogamente, il fatto che lo spazio delle scienze si riduca con il passare degli anni va spiegato innanzi tutto con la partenza del gesuita Boscovich per il viaggio di rilevazione cartografica dello Stato della Chiesa, intrapreso con il confratello Maire tra il 1750 e il 1752: ma, naturalmente, anche questo dato contingente contribuì a chiudere gli orizzonti del periodico.

3. Un giornale giansenista?

Gli studiosi del «Giornale de' Letterati» hanno individuato una terza fase in cui emergerebbe un più deciso indirizzo filogiansenista, fissandone l'inizio nel 1750, anno in cui fu pubblicata sulle sue colonne una recensione tutto sommato positiva dell'Esprit des Lois di Montesquieu, redatta da Giovanni Bottari.
Mario Rosa, però, ha definitivamente chiarito e relativizzato l'episodio montesquiviano riconducendolo, per un verso, a queste stesse logiche della protezione e dell'amicizia (che nel caso specifico ebbero per destinatario il cardinale Passionei, per vezzo letterario protettore del grande filosofo francese) e, per altro verso, mettendo in luce l'incomprensione e la diffidenza degli ambienti giansenisteggianti nei confronti dell'opera70.
Comunque, alla luce della ripartizione tematica illustrata dalla tabella 4, sembra che sia da posticipare tale periodizzazione, sebbene essa risulti assolutamente inequivocabile quanto alla sua caratterizzazione teologica.

Tabella 4. Ripartizione tematica del «Giornale de' Letterati», 1752-1759

Belle Storia Antichità Storia Scienze Teologia Filosofia Varia

lettere civile eccl. naturali

1752-53 2 5 2 9 3 2 4

1754 5 5 9 12 1 2 3

1755 6 4 9 6 7 4 2 2

1756-57 3 2 3 9 2 9 2 6

1758-59 1 1 6 2 6 1 4

Lucio Felici ha fornito un elenco degli articoli in cui più evidente appare l'impronta della lotta teologica in corso71. Resta ben poco spazio per le altre materie: l'erudizione storico-ecclesiastica e l'antiquaria appaiono appannaggio del domenicano Mamachi e del suo confratello D. Straticò, oltre che dello scrittore della Biblioteca Vaticana F. Mariani e del benedettino P.L. Galletti (futuro biografo di Passionei)72. Le scienze naturali sono rappresentate praticamente solo dalle osservazioni metereologiche e astronomiche dell'altro domenicano G.B. Audiffredi: sintomo, anche questo, dello spostamento sempre più deciso del periodico nell'ambiente della biblioteca Casanatense, uno dei centri principali del rigorismo romano73.

La sterzata rigorista del periodico è certo l'espressione di una nuova, più aggressiva fase dello scontro in atto, al tornante degli anni Cinquanta, quando le contraddizioni e i limiti della politica tollerante in materia teologica e dottrinale di Benedetto XIV stavano venendo alla luce. Il rafforzamento delle spinte giansenisteggianti all'interno del gruppo di collaboratori e sostenitori del giornale è anzi da mettere in correlazione con il profilarsi di uno scontro risolutivo a livello interna zionale, in corrispondenza con il conflitto in atto in Francia tra re e Parlamenti sulla questione giansenistica74.

Una lettura tutta giansenistica delle vicende del «Giornale de' Letterati» rischia però di occultare altri elementi. Infatti, l'isterilimento del dibattito erudito, ormai occasionale e disarticolato, sulle pagine del periodico sembra tradurre in termini curiali l'esaurimento della cultura «muratoriana», per quanto di questa - rimodellato, rifunzionalizzato - era filtrato a Roma. E l'«ecclesiasticizzazione» di fondo del giornale pagliariniano appare anche l'inevitabile riflesso dell'irrigidimento della Chiesa e dello stesso Benedetto XIV nei confronti della cultura razionalistica ed illuministica. In altre parole, essa svela il decadere del progetto culturale che lo aveva animato, quel tentativo in extremis di riaffermare un'egemonia della Chiesa di Roma sulla cultura italiana, se non europea, una cultura che ormai stava sgretolandosi per fare posto ai Lumi.

Sono fatti noti, che non occorre ripercorrere; mi limito a segnalare che neanche in questa fase, però, il «Giornale de' Letterati» può essere ridotto ad un organo di propaganda del corsiniano e filogiansenistico Circolo dell'Archetto. L'allontanamento di Giacomelli deve essere ancora spiegato su una base documentaria più precisa75, mentre permane la vocazione del foglio a rispondere alle sollecitazioni della curia e alle esigenze della stamperia Pagliarini, la cui produzione continua ad essere ampiamente illustrata dalle pagine del «Giornale». Lo stesso Cenni riprese più volte i suoi interventi contro l'opera muratoriana e su altri punti della storia ecclesiastica76, e vi fu anche la collaborazione del gesuita P. Lazzeri, bibliotecario e lettore di storia ecclesiastica del Collegio Romano, uno degli eruditi preferiti di Benedetto XIV, ma non certo appartenente all'ambiente rigorista77.

Questo accenno a Lazzeri mi permette di sottolineare la frequenza con cui si è fatta menzione, attraverso i collaboratori della rivista, delle principali biblioteche romane, i luoghi concreti del lavoro erudito: la Casanatense, più volte citata, la Vaticana con Bottari, Foggini, Mariani e Galletti (e si ricordi che Passionei era Cardinale Bibliotecario dal 1755), le biblioteche cardinalizie, che quasi disegnano una sorta di «tessuto» che collega biblioteche, circoli, accademie e periodici. Un tessuto connettivo la cui fisiologia determina le caratteristiche del giornale in modo altrettanto rilevante quanto le affinità teologiche e che ritengo utile studiare in quanto tale, in un'ottica di storia dei gruppi intellettuali, per precisare la conoscenza della cultura romana del XVIII secolo.

Furono, comunque questi, gli anni terminali del giornale: i fascicoli si fecero irregolari, tanto che le annate dovettero essere accorpate, la struttura interna del foglio si disfece sotto la pressione degli avvenimenti e degli impegni dei librai-stampatori78.

La fine del «Giornale de' Letterati» sopraggiunse, quasi inevitabilmente, per le mutate condizioni politico-ecclesiastiche che il nuovo papa Clemente XIII aveva inaugurato. È ben nota la vicenda giudiziaria del Pagliarini79, e del resto difficilmente il periodico avrebbe potuto sopravvivere alla vera e propria spaccatura che la condanna del catechismo di Mésenguy (1761) provocò tra le fila del fronte rigorista e alla scomparsa, nel breve giro di qualche anno, di tutti i suoi protettori. Soprattutto, occorre aggiungere al termine di questo percorso volto a riconnettere il «Giornale de' Letterati» ad un più ampio circuito di committenza erudita, difficilmente esso avrebbe potuto sopravvivere alla fine di un'ambiziosa illusione come quella di riaffermare l'egemonia culturale di Roma.

Bisognerà attendere il 1772 per assistere alla nascita di un nuovo foglio periodico e di una nuova proposta di cultura romana, con le «Efemeridi Letterarie».

Elenco delle abbreviazioni

GdL: «Giornale de' Letterati»

BAV: Biblioteca Apostolica Vaticana

BANL: Biblioteca dell'Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana, Roma

BMF: Biblioteca Marucelliana, Firenze

BNR: Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele II, Roma

BRF: Biblioteca Riccardiana, Firenze

BUB: Biblioteca Universitaria, Bologna

DBI: Dizionario biografico degli Italiani, Roma, 1961-(1996).

Note

1. Per il contesto della nascita del primo «Giornale de' Letterati», cfr. J.-M. Gardair, Le Giornale de' Letterati de Rome (1668-1681), Firenze, 1984. Ma cfr. anche B. Neveu, Culture religieuse et aspirations réformistes à la cour d'Innocent XI, in Accademie e cultura. Aspetti storici fra Sei e Settecento, Firenze, 1979, pp. 1-38.

2. Si veda soprattutto L. Felici, Giornali romani del Sette e dell'Ottocento: Notizie letterarie Oltramontane, poi Giornale de' Letterati (1742-1759), in «Palatino», 1963, n. 5-7, pp. 1-12; pochi cenni in O. Vercillo, Periodici romani dal Settecento al 1814, in «L'Urbe», a. XII (1949), p. 19; precisazioni in I periodici e gli atti accademici italiani dei secoli XVII e XVIII posseduti dalla Biblioteca. Catalogo ragionato, a cura di A. Cosatti, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, 1962, pp. 89-90; un'ampia sintesi in G. Ricuperati, Giornali e società nell'Italia dell'Ancien Régime (1668-1789), in Storia della stampa italiana, a cura di V. Castronovo e N. Tranfaglia, vol. I, La stampa italiana dal Cinquecento all'Ottocento, Roma-Bari, 1976, pp. 307-312.

3. E. Dammig, Il movimento giansenista a Roma nella seconda metà del secoloXVIII, Città del Vaticano, 1945, p. 247 e passim.

4. P. Berselli Ambri, L'opera di Montesquieu nel Settecento italiano, Firenze, 1960, p. 23 ss. e V. E. Giuntella, Studi sul Settecento romano. La cultura e la società, in «Studi Romani», 1962, pp. 678-691.

5. M. Caffiero, Cenni Gaetano, in DBI, sub voce; qualche accenno in M. Monaco, I rapporti di L.A. Muratori con i letterati romani del suo tempo, in L.A. Muratori e la cultura contemporanea. Atti del convegno internazionale di studi muratoriani, Firenze, 1975, pp. 57-100.

6. Si precisa che si farà sempre riferimento all'annata indicata nel titolo, anche se il frontespizio reca la data d'impressione, generalmente dell'anno successivo.

7. I dati presentati da G. Ricuperati,Giornali e società, cit., pp. 308-309, sono tratti dalla tesi di laurea della dott.ssa M.T. Megale che io non ho potuto consultare; essi sono integrati dai dati da me raccolti, relativamente alla provenienza geografica dei libri recensiti e alla ripartizione tematica, questione su cui rinvio alla nota seguente.

8. Com'è noto, la quantificazione tematica degli articoli operata ormai 30 anni fa da J. Erhard e J. Roger, Deux périodiques français du XVIIIe siècle: le Journal des Savants et les Mémoires de Trévoux. Essai d'une étude quantitative, in Livre et société dans la France du XVIIIe siècle, Paris-La Haye, 1965, pp. 33-59, fu all'epoca subissata da critiche da parte italiana, per le quali basta citare F. Diaz, Metodo quantitativo e storia delle idee, in «Rivista Storica Italiana», 1966, pp. 932-947. La classificazione disciplinare è una questione che meriterebbe di essere approfondita. Mi limito a rilevare che nelle tabelle sopra riportate alcune scelte un po' empiriche (p. es. la ripartizione dell'erudizione storica) sono funzionali, nell'ottica di questo articolo, a registrare i mutamenti di interessi e di sensibilità in relazione agli avvicendamenti interni alla redazione. Il conteggio si basa sul totale degli articoli e non delle opere recensite.

9. F. Waquet, De la lettre érudite au périodique savant: les faux semblants d'une mutation intellectuelle, in «XVIIe siècle», 1983, 3, pp. 347-359.

10. Su di lui P. Pozzetti, Elogio dell'abate Ridolfino dei marchesi Venuti, Firenze, 1789; G. Mancini, Ridolfino Venuti commemorato dall'Accademia Etrusca, Cortona, 1909; e soprattutto D. Gallo, Ridolfino Venuti antiquario illuminato, in L'Accademia Etrusca , a cura di D. Gallo e P. Barocchi, Milano, 1985, pp. 84-88. Ma per il contesto culturale e politico cfr. M. Verga, A pubblica utilità della Toscana tutta. L'"Accademia Etrusca delle antichità ed inscrizzioni" di Cortona nel Settecento, ivi, pp. 23-28, e M. Rosa, Encyclopédie, "Lumières" et tradition au XVIIIe siècle en Italie, in «Dix-huitième siècle», 1972, 4, pp. 109-168.

11. BMF, B VIII 7, Venuti a Gori, 19.7.1749.

12. Prima di diventare preposto di Livorno, Filippo Venuti soggiornò infatti in Francia dal 1738 al 1750, diventando segretario dell'Accademia di Scienze e Lettere di Bordeaux. Cfr. H. Weinert, Filippo de' Venuti, Firenze, 1954 (Supplemento all'«Annuario dell'Accademia Etrusca di Cortona», n. 9); L'Accademia Etrusca, cit., pp. 92-98. Sue sono sicuramente le notizie accademiche, ma anche qualche recensione, per esempio, al Dubos e al Fourmont, nel tomo del 1742; all'opera di Rau e Fourmier, e al Nouveau système de la musique di Rousseau, nel tomo del 1743; all'opera di Madame de Châtelet, nel tomo del 1744.

13. Cfr. GdL, 1743, parte II, suppl. art. I; 1744, parte I, suppl. art. II; parte II, art. XXIII.

14. GdL, 1744, parte I, art. XXXIII; parte II, art. I.

15. Espicita menzione a Guattani, all'epoca chirurgo primario al S. Spirito, in GdL, 1744, parte II, art. I, e 1745, art. XXXIX. Su di lui (1709-1773), cfr. P. Capparoni, Profili bio-bibliografici di Medici e Naturalisti celebri italiani dal sec. XV al sec. XVIII, vol. II, Roma, 1928, pp. 89-119. Leprotti non solo lo conosceva per via della sua posizione professionale, ma lo stimava e si serviva di lui. Cfr. BANL, cors. 1600, cc. 68-69, Leprotti a Bottari, 7.6.1743. Guattani fu poi inviato a Parigi a spese pubbliche per perfezionare gli studi, dal 1745 al 1747, grazie all'appoggio di Leprotti. Nel 1745 uscì presso i Pagliarini il suo Historiae duae aneurysmatum quorum alterum in brachio... sanatum..., Romae, 1745.

16. Per i dati biografici essenziali su Antonio Leprotti (1685-1746), cfr. l'elogio contenuto nel GdL del 1747, art. XXIX. Sulla sua attività in stretta connessione con quella di Celestino Galiani, cfr. comunque F. Nicolini, Tre amici bolognesi di mons. Celestino Galiani: Benedetto XIV, il cardinale Davia, mons. Leprotti, in «Atti e memorie della R. Deputazione di Storia patria per le provincie di Romagna», 1930, IV-VI, pp. 87-138; M. Caffiero, Scienza e politica a Roma in un carteggio di Celestino Galiani (1714-1732), in «Archivio della Società romana di Storia patria», 1978, pp. 311-344; V. Ferrone, Scienza, natura, religione. Mondo newtoniano e cultura italiana nel primo Settecento, Napoli, 1982, p. 82 e passim.

17. G. Mancini, Ridolfino Venuti, cit., pp. 15-16.

18. G. Ricuperati, Giornali e società, cit., p. 307.

19. Per la politica di Benedetto XIV in favore delle scienze, cfr. W. Tega, Mens agitat molem. L'Accademia delle Scienze di Bologna, in Scienza e letteratura nella cultura italiana del Settecento, a cura di R. Cremante e W. Tega, Bologna, 1984, pp. 65-108; P. Casini, voce Benvenuti Carlo, in DBI, s.v. Sulle premesse epistemologiche di questo orientamento, cfr. naturalmente P. Casini, Newton e la coscienza europea, Bologna, 1983; U. Baldini, La scuola galileiana, in Storia d'Italia, Annali, 3, Scienza e tecnica nella cultura e nella società dal Rinascimento a oggi , a cura di G. Micheli, Torino, 1980, pp. 383-545; M. Cavazza, Settecento inquieto. Alle origini dell'Istituto delle Scienze di Bologna, Bologna, 1990. Cfr. anche, per la continuità ideologica di tale tentativo in ambito romano, i contributi di A. Romano e M. Caffiero in questo stesso volume.

20. Cfr. GdL, 1744, parte I, art. XXI; e soprattutto 1756-57, art. III; e Le lettere di Benedetto XIV al card. de Tencin, a cura di E. Morelli, vol. III, Roma, 1984, pp. 272-273, circa i progressi della vaccinazione nello Stato della Chiesa e il viaggio di La Condamine. Cfr. anche in generale le osservazione di E. Brambilla, La medicina del Settecento: dal monopolio dogmatico alla professione scientifica, in Storia d'Italia, Annali, 7, Malattia e medicina, a cura di F. Della Peruta, Torino, 1984, pp. 5-147, in particolare p. 98 ss.

21. L. Felici, Giornali romani, cit., pp. 2-3.

22. Si vedano per esempio le lettere di Nicolò Pagliarini a Giovanni Lami in BRF, ms. ricc. 3744, c. 476 ss.

23. BRF, ms. ricc. 3726, c. 6, Foggini a Lami, Roma 25.5.1742.

24. S. Franchi, Le impressioni sceniche.Dizionario bio-bibliografico degli editori e stampatori romani e laziali di testi drammatici e libretti per musica dal 1579 al 1800, Roma, 1994, p. 582-589. Coraggio e disponibilità finanziaria avevano indotto i Pagliarini a stipulare, alla fine del 1741, un contratto con il card. Querini e la Biblioteca Vaticana per la commercializzazione degli Opera di s. Efrem, operazione che sarebbe costata in totale 16.200 scudi. Cfr. V. Peri, Querini e la Vaticana, in Cultura, religione e politica nell'età di Angelo Maria Querini, a cura di G. Benzoni e M. Pegrari, Brescia, 1982, p. 101 ss.

25. GdL, 1743, «Supplemento», t. II, p. I. Cfr. anche L'Accademia Etrusca, cit., pp. 136-137. Sul successo di pubblico dei Saggi e le intenzioni di Pagliarini cfr. le lettere di R. Venuti a Gori, in BMF, B VIII 7, cc. 34, 132, 236.

26. Sono note le vicende delle «Novelle» di Lami: nel 1742 infatti Giuseppe Mecatti, principale socio di Lami, abbandonò Firenze e la stamperia del Centauro, pare anche sottraendo i 1200 scudi raccolti dalla società di letterati comproprietari dell'impresa delle «Novelle»; Lami fu costretto a proseguire da solo (e ad occuparsi personalmente del commercio dei libri), raccogliendo denaro tra gli amici, anche perché i vecchi soci, spaventati, si ritrassero dall'impresa. Nel 1751 la stamperia fu poi messa in vendita con un ricavo di 700 scudi. Foggini era socio con la somma di 25 lire. Cfr. BANL, cod. cors. 1598, in particolare cc. 20, 46, 272-273, 342; BRF, ms ricc. 3726, c. 129 e passim. Cfr. anche F. Waquet, Les registres de Giovanni Lami (1742-1760): de l'érudition au commerce des livres dans l'Italie du XVIIIe siècle, in «Critica Storica», 1980, pp. 435-456.

27. F. Waquet, I letterati-editori: produzione, finanziamento e commercio del libro erudito in Italia e in Europa, in «Quaderni storici», 1989, pp. 821-838. Roma era certo uno dei più importanti centri di produzione e commercio librari dell'epoca e, tuttavia, neanche letterati della fama di un Francesco Bianchini sfuggivano a queste strettoie: il suo Palazzo de' Cesari fu pubblicato postumo con il contributo del re di Francia, dopo anni di lunghe ed estenuanti trattative di cui resta ampia traccia nel cod. U 43 della Biblioteca Vallicelliana di Roma.

28. BMF, B VIII 7, c. 210v, R. Venuti a A.F. Gori, 19.7.1749, già cit. «Pagliarini imprime un nuovo giornale», annunciava laconicamente Foggini a Lami, BRF, ms. ricc. 3726, c. 114v, 26.12.1744. Altro indizio: oltre ad essere sempre citato come giornale o foglio «di Pagliarini», più di una volta ricorre la definizione di «Avvisi letterari»: cfr. BRF, ms ricc. 3739, c. 126, Mamachi a Lami, 5.10.1748; BANL, cod. cors. 1598, c. 227, Lami a Foggini, 26.3.1748.

29. Chiedendo a Gori se volesse acquistare il II volume delle De Antiquitate Ecclesiae Hispanae Dissertationes e recensirlo nelle «Novelle Letterarie», scriveva infatti Cenni: «mi preme che lo stampatore [...] la venda, acciocché mi stampi ciò che ho preparato al torchio e ciò che vado preparando senza entrate da poter far da me stesso i fatti miei». BMF, ms. B VII 7, c. 799, del 10.2.1742; giorni dopo tornava sull'argomento insistendo di «voler adescare lo stampatore ad altre mie cosette», ivi, c. 801, del 24.2.1742.

30. L. Felici, Giornali romani, cit., p. 5.

31. BMF, B VII 7, c. 808, 21.1.1747.

32. BAV, Ottob. lat. 3128, c. 178 e c. 47, Gori a Venuti, rispettivamente 19.12.1747 e 22.7.1749; e la lettera a Venuti di Bindo Simone Peruzzi, s.d., ma 1747, ivi, c. 124. BMF, B VIII 7, c. 210v, cit.

33. Si è già detto di Cenni. Giacomelli, almeno dal 1736, partecipava attivamente alle rappresentazioni di commedie latine organizzate dal Custode d'Arcadia Lorenzini, cui prendevano parte anche i Pagliarini. Cfr. BANL, cors. 1917, cc. 100-101, Giacomelli a Bottari, 21.4.1736; BAV, Vat. lat. 9726, in part. cc. 27-28, due lettere di Nicolò e Tommaso Pagliarini. Cfr. anche F. Valesio, Diario di Roma 1700-1742, a cura di G. Scano, Milano, 1977, vol. V, p. 809. Nel 1738, poi, lo stesso Giacomelli pubblicò a spese dei fratelli i Prologi in comoedias Terentii et Plauti. Mamachi aveva già stampato presso di loro De Leone X Pontefice Maximo oratio, Romae, 1741, e continuò a servirsene. Inoltre, benché i Pagliarini non si specializzassero mai nelle edizioni scientifiche, pure intrapresero la ristampa del De motu cordi et aneurysmatibus di Lancisi, curato da Leprotti nel 1745, e di Boscovich pubblicarono tutte le opere poetiche e la relazione del viaggio nello Stato ecclesiastico, oltre a vari opuscoli.

34. Ne darà prova con le traduzioni dell'Elettra di Sofocle e del Prometeo incatenato di Eschilo (entrambi pubblicati dai Pagliarini, Roma, 1754). Di lui ebbe ottima opinione Winckelmann, cfr. Lettere familiari, in Opere, vol. IX , Prato, 1832, pp. 180, 189 e 195.

35. A. Fabroni, Elogi d'illustri italiani, vol. I, Pisa, 1786, pp. 114-132; G. Arcangeli, Giacomelli Michelangelo, in Biografia degli Italiani Illustri nelle scienze, lettere ed arti del secolo XVIII, e de' contemporanei, a cura di E. de Tipaldo Pretendieri, vol. V, Venezia, 1837, pp. 458-461.

36. La sua prima opera fu la traduzione in latino del Primatus Hispaniarum Vindicatus di Nicasio Sevillano (Romae, 1729), cui fecero seguito l'edizione del Concilium Lateranense Staphani III... editum ex antiquissimo codice Veronensi, Romae, 1735, e le già ricordate De Antiquitate Ecclesiae Hispanae Dissertationes, Romae, 1739-1741.

37. G.B. Colti, Discorso epenografico... toccante la nascita, indole, studi e opere dell'abate G.C., in G. Cenni, Dissertazioni sopra vari punti interessanti d'istoria romana... pubblicate ora per la prima volta da Gio. Bartolomeo Colti nipote dell'autore, Pistoia, 1778, vol. I, pp. 1-63; cfr. M. Caffiero, Cenni Gaetano, in DBI, s.v.

38. Cfr. GdL, 1747, p. 367.

39. GdL, 1745, art. XVIII. Bianchi aveva editato il Fitobasano lavorando su una copia prestatagli da Leprotti: cfr. la sua lettera a Lami, del 26.2.1744, in BRF, ms. ricc. 3707, c. 24; e «Novelle Letterarie», 1746, col. 71. Fu probabilmente in questa occasione che venne copiato il carteggio linceo di cui alla nota 66. Sul riminese, cfr. A. Fabi, Bianchi Giovanni, in DBI, s.v.

40. «In Roma, come mi scrive mons. Leprotti, fin dai 4 di gennaio la [una cometa] cominciarono ad osservare, ed il p.re Boscovitz è stato un perpetuo osservatore d'essa», in BRF, ms. ricc. 3707, cc. 24v-25. Leprotti favorì un chiarimento tra Boscovich e Bottari dopo i contrasti insorti tra quelli intorno alle riparazioni della cupola di S. Pietro. Cfr. il volume miscellaneo BAV, Cicognara V 3849, c. non num., lettera dalla Segreteria di Stato del 10.4.1743, e BANL, cod. cors. 1600, cc. 64-66v, Leprotti a Bottari, [1743]. Credo che già prima del 1745 possano essere attribute al gesuita alcune pagine in cui, benché nella forma della breve recensione, venivano discussi diversi saggi sul problema che lo stava in quegli anni occupando, relativo alla figura geometrica della terra. Cfr. GdL, 1742, parte I, artt. X, XI, XII, XVIII; 1743, parte II, artt. II, XX.

41. Su di lui, P. Casini in DBI, s.v.

42. Cfr. le lettere di Mamachi a Lami, in BRF, ms. ricc. 3739, in particolare, cc. 126, 130, 138, 140, 142. Inoltre Foggini a Lami, BRF, ms. ricc. 3726, c. 394v; Lami a Foggini, BANL, cod. cors. 1598, c. 227. Su Mamachi, [L. Cuccagni], Elogio storico del p. fr. T. M. Mamachi Maestro del S. Palazzo Apostolico morto in Corneto il giorno 7 di giugno 1792, in «Giornale Ecclesiastico di Roma», 1792, pp. 133-140; A. Fabroni, Vitae Italorum doctrina excellentium, vol. XVIII, Pisis, 1799, pp. 51-103.

43. «Mi fa ridere la descrizione di mons. Giacomelli, che nello stato di uomo studioso fallisce, ed in quello di cicisbeo diventa ricco. Così vanno le cose di tutte le corti»: L. Mehus a Venuti, 6.12.1746, s.d., in BAV, Ottob. lat. 3128, c. 59. Giacomelli aveva appena tradotto in latino due opere di Benedetto XIV, Commentarii duo de D. N. JesuChristi Matrisque ejus Festis et de Missae sacrificio.., Patavii, 1745, che Carlo Rezzonico, vescovo di Padova, aveva dedicato al pontefice. Commenti negativi su Venuti anche in una lettera di Leprotti a Bottari del 25.8.1742, in BANL, cod. cors. 1600, c. 58.

44. Benché sia sempre pronto a definire giansenisti molti dei suoi partecipanti, sul Circolo dell'Archetto e sulla conversazione del card. Passionei cfr. E. Dammig, Il movimento giansenista, cit., p. 116 ss.

45. Sul mecenatismo dei Corsini, cfr. L. Pastor, Storia dei papi, Roma, 1933, vol. XV, p. 784 ss.; P. Orzi Smeriglio, I Corsini a Roma e le origini della Biblioteca Corsiniana, in «Atti dell'Accademia Nazionale dei Lincei, Memorie Cl. Sc. mor., stor. filol.», 1958, pp. 291-331; M. Caffiero, Corsini Neri, in DBI, s.v.; M. Franceschini, La nascita del Museo Capitolino nel diario di Alessandro Gregorio Capponi, in «Roma moderna e contemporanea» I, 3, 1993, pp. 73-80; E. Borsellino, Palazzo Corsini alla Lungara: storia di un cantiere, Fasano, 1988, e soprattutto E. Kieven, Alessandro Galilei (1691-1737), Architect in England, Florence and Rome, in corso di stampa (colgo l'occasione per ringraziare l'autrice per avermi anticipato parti del suo lavoro); in una prospettiva politica, cfr. M. Verga, Da "cittadini" a "nobili". Lotta politica e riforma delle istituzioni nella Toscana di Francesco Stefano, Milano, 1990, p. 24 ss.; alcuni legami e rapporti eruditi tra Roma e il Granducato sono ricostruiti in Filippo Buonarroti e la cultura antiquaria sotto gli ultimi Medici, a cura di D. Gallo, Firenze, 1986.

46. La definizione è di mons. Livizzani, riportata da F. Tamburini a L.A. Muratori, in Edizione nazionale del carteggio di L. A. Muratori, vol. 42, Carteggio con Fortunato Tamburini, a cura di F. Valenti, Firenze, 1975, p. 9.

47. La lista degli accademici è in Notizie delle accademie erette in Roma per ordine della Santità di N. Sig. Papa Benedetto decimoquarto, Roma, 1740. Tra i moltissimi scritti, e senza esaminare in dettaglio l'attività delle quattro accademie, ricorderò: N. Antonelli, Ragioni della Sede Apostolica sopra il ducato di Parma e Piacenza esposte a' Sovrani e Principi d'Europa, Roma, 1741; G.A. Orsi, Della origine, dominio e della Sovranità de' Romani Pontefici sopra gli stati loro temporalmente soggetti, Roma, 1742; G.A. Bianchi, Della potestà e della politia della Chiesa trattati due contro le nuove opinioni di P. Giannone, Roma, 1745-1751; P. Lazzeri, De' principi da' quali deducesi la piena potestà e suprema autorità del Pontefice Romano, BNR, ms. Gesuitico 1223; Id., Pontificum Romanorum epistolae XXX saeculo XIII scriptae, Aonii Palearii Epistolae XXV et ad Muretum Pauli Manutii, Dionysii Lambini, Justi Lipsii, Petri Marini, aliorumque virorum clarissimorum epistolae selectae, Romae, 1757. Benedetto XIV, del resto, amava paragonarsi a Nicolò V, di cui fece comporre una biografia da D. Giorgi, pubblicata nel 1742 e premiata con la chiamata dell'autore nell'Accademia di Storia ecclesiastica. Lo stesso Giorgi fu incaricato di pubblicare le lettere di Innocenzo III, lavoro interrotto dalla sua morte e poi passato a Mamachi. Cfr. su questi aspetti la messa a punto di E. Garms-Cornides, Zur Kulturpolitik der römischen Kurie um die Mitte des 18. Jahrhunderts, in Johann Joachim Winckelmann 1717-1768, Hamburg, 1986, pp. 179-193.

48. Solo tre esempi: che l'idea delle accademie fosse già circolata tra gli eruditi romani è quanto lascia ipotizzare una lettera di Muratori a A. Chiappini del 10 gennaio 1740, in Epistolario di L. A. Muratori, a cura di M. Campori, vol. IX, Modena, 1905, p. 3961; mentre è sicuro che l'idea di redigere una Storia ecclesiastica da contrapporre a quella di Fleury fu del card. Corsini, che ne affidò la redazione ad Orsi (con la collaborazione del Mamachi) dopo varie riunioni preparatorie di cui narra lo stesso Bottari nel suo Diario, BANL, cod. cors. 1887, cc. 138 e 138v. Infine, Benedetto XIV terminò il restauro del Triclinio Lateranense, sollecitando anche vari studi su di esso, come C. Pozzi, Del triclinio lateranense di Leone Terzo libro unico alla santità di Nostro Signore Papa Benedetto XIV, BUB, ms. 1218. Su quest'ultimo aspetto cfr. C. Davis-Weyer, Karolingische und nicht karolingische Fragmenten der Vatikanischen Bibliothek, in «Zeitschrift für Kunstgeschichte», 1974, pp. 31-39; A. Iacobini, Il mosaico del Triclinio Lateranense, in Fragmenta picta. Affreschi e mosaici staccati del Medioevo romano, catalogo della mostra, Roma, 1989, pp. 189-196.

49. Esplicito riferimento a Passionei, per «la cui mercé possiamo dar conto minutissimo di detto codice», in GdL, 1746, p. 212.

50. M. Monaco, Critiche ed annotazioni del cardinale Neri Corsini (1685-1770) alla sezione settecentesca degli "Annali d'Italia" di L.A. Muratori, in «Muratoriana», n. 14, 1967-68, pp. 59-99.

51. «Il Sr Card. Valenti opera con molta prudenza e mi pare che prenda il panno per il suo verso, perché facendo tutti folla, e romore, egli se ne sta quieto e in disparte, ma sempre guadagnando terreno», scriveva Bottari a Neri Corsini, temporaneamente assente da Roma, il 22.7.1741, BANL, cod. cors. 1907, cc. 95-95v. Valenti Gonzaga era stato creato cardinale nel 1738 dopo una lunga esperienza diplomatica condotta sotto la direzione dello stesso Neri Corsini. Che Benedetto XIV scegliesse questo personaggio quale suo Segretario di Stato può essere certamente considerato come il tentativo di un papa mai uscito dallo Stato ecclesiastico di avvalersi della sua specifica competenza; e, tuttavia, non è facile evitare l'impressione che nella sua nomina abbia pesato l'influenza del partito clementino, nonostante la quale il mantovano si guadagnò progressivamente la fiducia del regnante, come per altro afferma esplicitamente la Storia del Conclave tenuto nel 1740 ove fu eletto a sommo Pontefice il cardinal Prospero Lambertini, scritta di mano del card. Neri Corsini e di monsig. Gio. Bottari, BANL, ms. cors. 1618, c. 152v. Per quello che vale, cfr. anche G. Petruccelli della Gattina, Histoire diplomatique des conclaves, vol. IV, Bruxelles, 1866, p. 132. Manca una biografia moderna di Valenti; cfr. comunque le poche note di L. Cardella, Memorie storiche de' cardinali della Santa Romana Chiesa, vol. VIII, Roma, 1794, pp. 291-295; C. Todeschi, Elogio del cardinale Silvio Valenti Gonzaga dedicato alla Santità di N.S. P. Pio VI, Roma, 1776.

52. Giacomelli e Boscovich si conoscevano da tempo: cfr. BANL, cors. 1917, c. 104, Giacomelli a Bottari, 3.2.1743. Per Valenti, dilettante di astronomia, Boscovich aveva scritto un opuscolo De novi telescopii usu, Romae, 1739, sul telescopio circolare acquistato dal cardinale. Cfr. anche GdL, 1756-57, art. XIX. Valenti stesso aveva affidato nel 1742 a Boscovich, Jacquier e Le Seur la valutazione dei danni della cupola di S. Pietro. Valenti Gonzaga commissionò più tardi a Boscovich anche altre operette, come la Relazione sopra il turbine che la notte fra gli 11 e 12 di giugno 1749 danneggiò una gran parte di Roma, Roma, 1749, e diede impulso alla rilevazione cartografica dello Stato della Chiesa realizzata dallo stesso gesuita insieme con il confratello Maire nel 1750-52. Sulla protezione accordata dal cardinale alle scienze, cfr. il pur enfatico C. Todeschi, Elogio del cardinale Silvio Valenti, cit., in part. p. 34 ss. Qualche accenno in V. Ferrone, Scienza, natura, cit., pp. 643-644. Un ultimo dettaglio: l'imprimatur del «Giornale de' Letterati» è firmato dell'abate Petroni, consultore del Maestro di S. Palazzo e bibliotecario personale di Valenti Gonzaga.

53. L'elenco degli autori che si servirono dei Pagliarini per una o più opere sarebbe lunghissimo, ma ricordo, oltre ai molti già citati, G.P. Lucatelli (dopo Capponi presidente del Museo Capitolino), G. Belloni, G. Marangoni, P. Lazzeri, T. Ceva, C. Contucci, G.A. Bianchi, S. Ballerini, A.M. Bandini, B. Stay, F. Vettori, F. Vezzosi, S. Borgia, D. Concina, Mamachi (tra le varie opere, si ricorderà Annalium Ordinis Praedicatorum, 1756), Bottari (che fece pubblicare dai due fratelli anche il III volume del Museo Capitolino, 1754); tra le opere di carattere semi-ufficiale cito G. Vasi, Delle magnificenze di Roma antica e moderna, e Delle lodi delle belle arti per il concorso dell'Accademia di S. Luca del 1758. Inutile dire che questi libri furono pubblicizzati dal «Giornale de' Letterati». Qualche osservazione sul successo dei Pagliarini in V. Romani, Tipografia e commercio librario nel Settecento romano: note intorno al pontificato di Benedetto XIV, in Benedetto XIV (Prospero Lambertini), Convegno internazionale di studi storici, Cento, 6-9 dicembre 1979, a cura di M. Cecchelli, Cento, 1981, pp. 1079-1096.

54. Un'impresa per altro molto impegnativa. «Il Pagliarini non ha ancora pubblicato il Giornale perché si trova impegnato a terminare il corpo delle opere del Papa», scriveva Mamachi a Lami il 9.1.1751, in BRF, ms. ricc. 3739, c. 140v. Su questa edizione, cfr. P.A. Frutaz, Le principali edizioni e sinossi del "De Servorum Dei beatificatione et de beatorum canonizatione". Saggio per una bio-bibliografia, in Benedetto XIV, cit., pp. 27-90.

55. L. Felici, Giornali romani, cit., p. 3. Ciò appare confermato anche dalla tabella 3.

56. Cenni infatti colse anche l'occasione della pubblicazione della Vita del Proposto Lodovico Antonio Muratori di G.F. Soli Muratori, nel 1756, per ribadire le proprie critiche. Cfr. GdL, 1758-59, artt. IX e XVII.

57. Ad opera di Mamachi, cfr. GdL, 1747, art. VII; 1748, artt. XXIX, XXXIII, XXXIV, XXXVI, e ripresa poi nel 1751, artt. XXVI, XXVIII, XXX.

58. GdL, 1750, art. XI

59. GdL, 1752-53, art. XVI.

60. Cfr., per esempio, le recensioni a Opera omnia del card. Tommasi, a cura di F. Vezzosi, in GdL, 1748, art. III; a C. I. Ansaldi, De martyribus sine sanguine adversus Dodwellum dissertatio, (Mediolani, 1745), in GdL, 1749, art. XIV; alle Annotationes litterales in Psalmos di M. Martini, ripubblicate nel 1748 da G.L. Mingarelli, in GdL, 1750, art. VIII; e anche la difesa di Foggini contro Jacopo Gattolini nella disputa su S. Romolo, GdL, 1751, art. I.

61. Cfr. rispettivamente GdL, 1747, art. XV; GdL, 1749, art. IV; GdL, 1750, art. VI e 1751, art. IV; GdL, 1750, art. VII. Da aggiungere a questa lista anche l'opera di G. Acami, cfr. GdL, 1749, art. XXVIII. Sugli esordi eruditi di Garampi cfr. l'ottima ricostruzione, ricca di informazioni sui personaggi e i meccanismi dell'erudizione pontificia, di D. Vanysacker, Cardinal Giuseppe Garampi (1725-1792): an enlightened Ultramontane, Bruxelles-Roma, 1995, in part. p. 54 ss.

62. Cfr. gli annuali Nomi degli Accademici allegati agli Argomenti de' discorsi da farsi nell'anno... nelle Accademie nuovamente istituite da N. Signore Papa Benedetto XIV, Roma, 1742 e ss. Le più ampie raccolte di tali liste si trovano in BAV, Ferrajoli V,6172, che comprende gli anni 1740, 42, 43, 44, 46, 47, 48, 50, 51, 52, 54, 56, e in BNR, segnatura 34.9.A.2/12, con anche il fascicolo del 1755.

63. M. Rosa, Tra Muratori, il giansenismo e i "lumi": profilo di Benedetto XIV, in Id., Riformatori e ribelli nel '700 religioso italiano, Bari, 1969, pp. 49-85.

64. L'espressione è ripresa da M. Cavazza, Settecento inquieto, cit., p. 81. In questa prospettiva credo siano da collocare le numerose ristampe ed edizioni delle opere di autori come Bona, Tommasi, Noris, Ciampini, Francesco Bianchini, che videro la luce in questo periodo, patrocinate spesso dagli stessi colti porporati che proteggevano il «Giornale de' Letterati». Secondo quanto dice P.L. Galletti, Memorie per servire alla storia della vita del Cardinale Domenico Passionei Segretario de' Brevi e Bibliotecario della S. Sede Apostolica, Roma, 1762, p. 185, il card. Passionei aveva fatto collocare nella sua biblioteca i busti di Clemente XII, Bona, Tommasi e Noris. In effetti, personaggi come Passionei, Tamburini, Valenti Gonzaga, lo stesso Benedetto XIV, rappresentavano un anello di congiunzione concreta con quei grandi letterati e prelati del passato, di cui spesso erano stati allievi e protetti; in questa prospettiva biografica è anche più semplice comprendere le caratteristiche della committenza erudita della curia romana nella prima metà del Settecento. Anche se uno studio ampio sull'argomento resta da fare, cfr. A. Caracciolo, Domenico Passionei tra Roma e la Repubblica delle lettere, Roma, 1968.

65. Una lista dei suoi contributi, tra recensioni, saggi e prose poetiche, in P. Riccardi, Biblioteca matematica italiana, Modena, 1893, coll. 175-176.

66. La pubblicazione iniziò nel tomo del 1749 e si protrasse fino al 1751. Si tratta dell'attuale cod. Linceo n. 12 della Biblioteca dell'Accademia, allora conservato nella biblioteca Albani. Cfr. G. Gabrieli, La parte già nota e quella già pubblicata del carteggio Linceo, ora in Id., Contributi alla storia della Accademia dei Lincei, Roma, 1989, pp. 1307-1314.

67. GdL, 1746, art. XX, e 1747, art. XXV. Ma cfr. soprattutto GdL, 1746, art. XXXVI, con la pubblicazione integrale della Risposta... al Sig. Abate Antonio Conti Nobile Veneto sull'origine delle idee. Su questo cfr. V. Ferrone, Scienza, natura, cit., p. 618 ss., che però non segnala che lo scritto genovesiano apparve in origine sul foglio romano.

68. Mi riferisco in particolare all'opera di G. Belloni, Del commercio, pubblicata da Pagliarini nel 1750 (e nel 1757) e recensita pur brevemente in GdL, 1752-53, art. XXII; e a G.A. Fabrini, Dell'indole e qualità naturali e civili delle monete, Roma, 1750 (di taglio ancora prettamente erudito), e E. Duni, Saggio sulla giurisprudenza universale, pubblicato dai Pagliarini nel 1760 dopo essere stata presentata quasi integralmente sul GdL del 1758-59. Su questo, F. Venturi, Elementi e tentativi di riforma nello Stato Pontificio nel Settecento, in «Rivista Storica Italiana», 1963, pp. 778-817.

69. BANL, cod. cors. 1598, c. 272, Lami a Foggini, 26.3.1748; il testo dell'articolo, ivi, c. 228; e cfr. anche la lettera successiva, ivi, c. 236, del 30.4.1748.

70. M. Rosa, Sulla condanna dell'«Esprit des lois» e sulla fortuna di Montesquieu in Italia, in «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», 14 (1960), pp. 411-428 e Id.,Cattolicesimo e "lumi": la condanna romana dell'«Esprit des lois», in Id., Riformatori e ribelli, cit, pp. 87-118. Di impronta più genuinamente filogiansenista fu semmai la recensione alle opere filosofiche di Verney nei tomi del 1752-53 e del 1756-57 (anche queste furono pubblicate dai Pagliarini).

71. L. Felici, Giornali romani, cit., p. 8. L'influsso di Foggini si rafforzò indubbiamente nel corso degli anni, ma senza che si possa mai veramente parlare di una sua direzione del foglio.

72. P.L. Galletti, Memorie per servire, cit. Che dopo la morte di Passionei si guastassero i rapporti di Galletti con il gruppo di Bottari è quanto scrive E. Dammig, Il movimento giansenista, cit., p. 164. Su Galletti (1722-1790), cfr. P.A. Paoli, Notizie spettanti alla vita del p. abbate d. Pier Luigi Galletti monaco cassinese e di poi Vescovo di Cirene, Roma, 1793, p. 115 ss. (per l'elenco dei suoi articoli apparsi sul GdL). Su Mariani (1684-1758), cfr. G. Coretini, Brevi notizie della città di Viterbo e degli uomini illustri dalla medesima prodotti, Roma, 1774, pp. 123-125.

73. Su G.B. Audiffredi (1714-1794), cfr. la voce di P. Tenotri in DBI, s.v.; per la sua attività di bibliotecario cfr. V. De Gregorio, La Biblioteca Casanatense di Roma, Napoli, 1993, p. 94 ss.

74. Rosa, Tra Muratori, il giansenismo, cit., p. 73 ss.

75. In questi stessi anni Giacomelli era impegnato nelle sue principali opere filologiche: i tragici greci già ricordati, Di Caritone Afrodiseo dei racconti amorosi di Cherea e di Calliroe libri 8, del 1752, e Di S. Gio. Crisostomo del Sacerdozio libri VI, del 1757, opera per altro da considerare nel quadro dell'interesse per la patristica maturata proprio nei circoli rigoristi romani. Lo stesso Giacomelli si premurò di mettersi in contatto con Lami per garantire eco al proprio lavoro: cfr. BRF, ms. ricc. 3730, cc. 169 e 173. Nel suo allontanamento forse giocarono anche motivazioni inerenti alla carriera, che stentava peraltro a decollare. Oppure, forse, decise di impegnarsi più a fondo sul terreno a lui più congeniale, in vista della promozione ambita fin dagli anni giovanili a segretario delle lettere latine, che arrivò poi nel 1759.

76. Per il primo aspetto, cfr. qui, n. 55. Non è vero, come scrive Felici, che la sua collaborazione cessasse del tutto nel 1754, perché nel tomo del 1758-59, artt. XIV e XV, egli ebbe l'occasione di ritornare sulla storia della Rosa d'oro, ribadendo le sue posizioni già espresse nell'Accademia di Storia ecclesiastica, in occasione della Lettera di Benedetto XIV al Capitolo e Canonici della Chiesa Metropolitana di Bologna con cui si accompagna il dono della Rosa d'Oro, del 24.3.1751. La dissertazione di Cenni in Id., Dissertazioni sopra vari punti, cit., vol. I, p. 244 ss.

77. Una «memoria che ha finta egli di sana pianta» giudicava sdegnato Foggini (BRF, ms. ricc. 3726, c. 282v) l'opera di Pietro Lazzeri, Della consegrazione del Panteon fatta da Bonifazio IV, già ricordata nel GdL, 1749, art. XVI; ma il gesuita collaborò senza dubbio al tomo del 1754 (art. XVIII), e il suo Clarorum Virorum epistolae fu lodato, ivi, art. XX. Non sono neppure convinta che il fatto che a partire dal tomo del 1754 (pubblicato alla fine dell'anno successivo) il GdL non fosse più dedicato a Valenti Gonzaga sia davvero significativo: si ricorderà infatti che questo era stato vittima di un gravissimo colpo apoplettico, e che comunque morì nel 1756.

78. Per esempio il tomo del 1758-59 non era pronto prima del 1761. Cfr. la lettera del 14.2.1761 di Bottari a Mazzucchelli, BAV, Vat. lat. 10004, c. 43v. Per un'analoga traiettoria culturale, cfr. M. Rosa, Atteggiamenti culturali e religiosi di Giovanni Lami nelle "Novelle Letterarie", in «Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa. Classe di lettere, storia, filosofia», 1956, pp. 260-333.

79. F. Venturi, Settecento riformatore, II, La chiesa e la repubblica dentro i loro limiti, Torino, 1976, p. 25 ss.