Le «Efemeridi letterarie» di Roma (1772-1798).
Reti intellettuali, evoluzione professionale e
apprendistato politico

di Marina Caffiero

Il compilare un foglio periodico di Novelle Letterarie è assunto assai facile per chi si contenta di spogliare gli altri fogli di questo genere, e formarne il suo. Noi abbiamo creduto nostro dovere il prendere una strada più laboriosa, leggendo in fonte i libri, che abbiamo riferito, per darne con sicurezza quell'idea, che ne prendevamo noi, e che la brevità dello spazio permettea unendola al nostro franco giudizio. Di più abbiamo cercato d'intrecciare differenti materie, perché in ogni foglio trovassero almeno qualche articolo a loro confacente gli amatori delle cose gravi egualmente, che delle leggiere, o delle erudite1.

Con queste parole programmatiche, si apriva, il 4 gennaio 1772, il primo numero delle «Efemeridi letterarie», il periodico letterario più longevo dell'intera produzione giornalistica romana di età moderna - se si escludono diari annuali e gazzette -, destinato a durare per ventisette anni. Fin dalla prefazione, il carattere della rivista, che doveva differenziarla dalle pubblicazioni analoghe, era individuato nell'informazione di prima mano, attinta attraverso la lettura reale del libro recensito; nel superamento della mera descrizione dei contenuti, in quanto questa doveva essere accompagnata dalla formulazione di un libero giudizio critico da parte dei redattori; nella varietà e ampiezza dei temi proposti e, di conseguenza, del pubblico che si voleva raggiungere, non limitato esclusivamente a quello dell'erudizione specialistica.

A tali propositi - informazione, critica costruttiva, varietà, divulgazione - si univa anche quello, frequentemente e quasi ritualmente evocato dalle riviste settecentesche, dell'obiettività: fin dal primo articolo, infatti, si prometteva agli associati, «la più esatta diligenza, e la più incorrotta imparzialità nell'informarli delle opere, che andranno uscendo alla luce», mentre si assicurava la più grande moderazione nelle «riservatissime critiche» che talvolta sarebbero state rivolte ai volumi, recensiti però «non quasi giudici, ma quali sinceri e liberi pensatori»2.

Obiettività non voleva, perciò, significare né assenza di libero giudizio, né rinuncia alla libera scelta dei libri da esaminare. La durata del periodico, che dal 1772 si prolungò fino al 1798, chiudendo le pubblicazioni nel novembre di quell'anno, solo pochi mesi dopo l'ingresso delle truppe francesi a Roma e la proclamazione della Repubblica romana (15 febbraio 1798), lo fa coincidere con la fase più critica della storia del papato, divisa tra difesa apologetica contro gli attacchi illuministi e giurisdizionalisti ed effettivi tentativi di riforma all'interno dello Stato. In pratica, lo fa coincidere con l'intero, lungo, pontificato di Pio VI3: e con questo pontificato, e con le sue scelte culturali e politiche, la rivista sostanzialmente si identifica.

Se la presenza rilevante in redazione, e talvolta ingombrante, di un personaggio aperto, libero e poco condizionabile, quale fu l'abate Giovanni Cristofano Amaduzzi, e la data stessa della fondazione del periodico, che si colloca nel corso del pontificato di Clemente XIV, all'epoca della soppressione della Compagnia di Gesù e della episodica vittoria della fazione antigesuitica, possono aver indotto a classificare le «Efemeridi letterarie» quale prodotto di un gruppo culturale esterno e critico rispetto ai circuiti ufficiali del potere o, addirittura, ideologicamente e teologicamente impegnato sul fronte giansenista4, in realtà, la stessa durata del giornale, le figure che ne composero nel tempo la direzione e la redazione, i loro legami culturali e politici, gli argomenti selezionati e la loro diversificazione nel tempo, ne fanno, dopo la breve parentesi del papato di Ganganelli, un intelligente e moderato punto di riferimento e il riflesso delle scelte politiche ed ideologiche del governo di Braschi: uno strumento capace di offrire al papato e alla Chiesa una sponda di «modernità» con la cauta apertura alle istanze filosofiche e scientifiche dell'epoca che si tentava di ricondurre sotto l'egida della religione, ma anche pronto a modificarsi nel tempo, sotto la spinta degli eventi esterni e della trasformazione delle situazioni. Del pontificato di Pio VI, del resto, il periodico, riproduceva la divisione, solo apparentemente contraddittoria, tra la cauta ma reale adesione al riformismo economico e alla cultura scientifica moderna e l'irrigidimento ideologico sul piano della rivendicazione del primato papale e della riaffermazione netta dell'ortodossia dottrinale.

Polo di aggregazione della cultura cattolica più aperta al rinnovamento, attenta a recuperare i contenuti moderati dell'illuminismo europeo, ma anche - e, forse, proprio per questo - a colpirne più efficacemente, e duramente, le espressioni più radicali e materialistiche, e, comunque, a inserire anche l'aggiornamento culturale, scientifico e tecnologico all'interno del discorso religioso, le «Efemeridi» si allineavano, sia pure con fasi e sfumature diverse, alle correnti dell'Aufklärung cattolica settecentesca e ai suoi propositi di una «filosofia cristiana», tesa a conciliare la ragione con la religione5. La concezione di un cristianesimo umanitario e solidaristico, capace di incidere nella vita sociale concretamente, apre all'idea del progresso delle conoscenze, del la loro applicabilità reale in vista del bene collettivo, della ricerca della felicità pubblica, del miglioramento delle condizioni generali di vita: in definitiva, apre alla scoperta del paradigma dell'utilità sociale e, dunque, di un sapere, soprattutto d'impronta scientifica ed economica, «utile», applicabile praticamente, dalla funzione civile e sociale, e, di conseguenza, da divulgare anche attraverso lo strumento giornalistico. In questa direzione, la rottura con l'impianto erudito, e spesso acritico, del giornalismo letterario precedente è consumata.

Per altro verso, però, l'opera volta alla propaganda, alla legittimazione e al consenso dell'azione riformatrice governativa - o, almeno, di determinati gruppi politici -, permette una traduzione molto concreta, sul piano politico e ideologico, di questo progetto culturale. Peraltro, molti dei collaboratori e redattori si manterranno fedeli alla linea riformatrice e moderata anche oltre la parabola pontificia, partecipando senza grosse rotture alla vita politica della Repubblica romana giacobina6.

Di questo periodico, ancora poco studiato, analizzeremo, ancor più dei contenuti dei singoli articoli, quegli elementi che ne rivelano il ruolo di luogo privilegiato delle aggregazioni informali intellettuali nella Roma del secondo Settecento, di sede di formazione di nuove figure in via di professionalizzazione, e di specchio delle dinamiche di potere all'esterno. In questa direzione, saranno quindi esaminati le caratteristiche, anche materiali, della testata, le scelte tematiche e le provenienze geografiche degli articoli, la struttura editoriale, i collegamenti con altre reti intellettuali romane, i rapporti con il contesto politico e, di conseguenza, le differenze d'impostazione culturale intervenute nel tempo, quali riflessi dei mutamenti esterni.

1. La testata

Le «Efemeridi letterarie» uscivano settimanalmente, con otto pagine stampate a due colonne, formato in ottavo, con numerazione e indici annuali, e presentavano generalmente un ristretto numero di recensioni di libri di varia provenienza, secondo una media di quattro-cinque per settimana. Gli articoli non erano firmati, come era uso corrente. Il logo sul frontespizio della rivista, ripetuto ad ogni numero, ma solo per la prima annata, era costituito dalla lupa che allatta Romolo e Remo, sottolineato dal motto Genus unde Latinum. Un dato interessante e significativo di un mutamento del modo di intendere la funzione del giornalismo è riscontrabile nel fatto che, nelle raccolte delle annate, non comparivano più dediche a importanti personaggi, al cui patronato la rivista, numero per numero, potesse far riferimento, come era costume dei giornali letterari e come, ad esempio, ancora nella Roma di metà Settecento, usavano fare le «Notizie letterarie oltramontane», poi «Giornale de' Letterati». L'associazione al periodico costava dodici paoli l'anno - una cifra piuttosto modica, che, tra l'altro, si mantenne costante lungo i ventisette anni della rivista, nonostante la pesante inflazione di fine secolo7- ed esso era distribuito e venduto, fin dall'inizio e per molte annate, da Gregorio Settari, «libraio a S. Marcello, all'insegna d'Omero»; successivamente, venne distribuito nelle librerie di Venanzio Monaldini, al Corso, di Mariano de Romanis, a Piazza Sant'Ignazio, e di Giovan Battista Vaccari, presso il Collegio Romano. Lo stampatore rimase sempre Giovanni Zempel, sostituito solo per il quinto tomo (annata 1776) da Salvioni.

Il ruolo del libraio-distributore Gregorio Settari - intorno al quale le informazioni sono scarsissime, poiché manca una esauriente documentazione - si rivela senz'altro come molto rilevante nella storia dell'avvio e delle scelte del giornale: innanzi tutto, in quanto la sua presenza appare costante, attiva e pesantemente rilevabile all'interno di quelle scelte. Fin dal primo numero, infatti, in una lettera indirizzata «Ai Signori Letterati», il libraio interveniva non solo per ribadire il proposito dell'obiettività del periodico già espresso dai redattori, ma anche per dare notizia delle circostanze che avevano dato vita all'iniziativa: da queste emerge il suo ruolo non secondario tanto nell'ideazione, quanto, successivamente, nella mediazione tra i redattori e il pubblico.

Stimolato [...] dal desiderio di promuovere, e propagare per quanto le mie forze il comportano le cognizioni letterarie mi sono determinato a dare un foglio eddomadario col titolo di Efemeridi letterarie. A questo effetto ho pregato alcune persone dotte, e diligenti a condiscendere cooperando al mio desiderio, ed è pur giusto dirlo, le ho trovate a darmi aiuto. Dopo varie misure prese, adunque m'ordinano d'avvisarne in loro nome il pubblico, ed assicurarlo che sono fermamente determinate di tenerlo informato di quanto vi sarà di importante in materia di lettere e di belle arti nell'Europa, e che la sola verità sarà la loro guida, e il loro unico scopo. La modestia, però, la diligenza, e quell'imparzialità, che non vanno disgiunte dal rispetto, e dalla decenza presiederanno a' loro giudizi, ed alle loro ricerche. Io tengo per fermo che non solo i dotti leggitori, ma gli autori medesimi de' quali si parlerà, non avranno mai a dolersi, almeno giustamente, di loro [...].

È un ruolo di mediazione costante con il pubblico, quello di Settari, non puramente mercantile né limitato a reiterare gli inviti all'abbonamento e al suo rinnovo, o a far propaganda ad altre sue pubblicazioni. La sua personalità entra nella iniziativa con un peso rilevante, assai maggiore di quello dello stampatore Zempel. Il libraio, ad esempio, oltre ad inserire vari «Avvertimenti» in cui dava conto dei volumi italiani e stranieri - anche proibiti - a mano a mano disponibili nel suo negozio, «coi loro rispettivi prezzi»8, nel tomo II (1773) delle «Efemeridi» annunciava la prossima uscita di un altro periodico, semestrale, di cui egli stesso risulta essere anche lo stampatore: si trattava degli «Anecdota Litteraria», il cui primo volume veniva, del resto, immediatamente recensito dal settimanale9.

In realtà, il ruolo del libraio Settari appare complesso e poco definibile, innanzi tutto in quanto egli era pure stampatore: e in questo connubio, in cui la persona del libraio che investe il capitale comincia a fondersi con quella del tipografo esecutore, sembra delinearsi la moderna figura dell'editore10; inoltre, in quanto egli entrava nel merito stesso delle scelte redazionali e sembra far parte integrante e organica del gruppo promotore e estensore del giornale, con il quale, non a caso, aveva in comune altre iniziative editoriali, come, appunto, gli «Anecdota Litteraria». Alla fine dell'annata del 1772, in un messaggio «Ai Signori Associati», Settari affiancava al ringraziamento per «l'inaspettato favore, che dal pubblico ha ottenuto questo Foglio letterario», il ribadimento della volontà per cui nel giornale «regnerà sempre quel rispetto, che si dee al pubblico, ma regnerà ugualmente quella libertà di giudicare, che i Signori Efemeridisti devono alla loro ingenuità, ai loro studj, ed a que' cortesi Leggitori, che si degnano fidarsi di loro, e che tanto è stata gradita»11.

Il metodo giornalistico seguito, che denota il passaggio dalla semplice raccolta ed esposizione, in stile impersonale e descrittivo, delle notizie erudite, alla loro discussione critica, è, dunque, già «moderno»: dopo l'illustrazione dei contenuti del libro si procedeva, infatti, alla sua valutazione ragionata e a considerazioni di merito, che spesso si allargavano a trattare tematiche più ampie di quelle considerate nel volume recensito. E, certamente, questa scelta «critica» dovette comportare dei problemi per il gruppo redazionale, dal momento che già nel numero che apriva il secondo anno si dava conto delle lamentele pervenute («da varie parti ci è pervenuto che taluno di noi si duole, che abbiamo ecceduto nella critica disapprovando qualche scritto...»); ma si ribadiva anche la volontà «di dare nel nostro foglio quel giudizio, il quale a noi pare il più equo, e lasciare ad altri decidere a suo talento non solo dell'Opere da noi criticate, o lodate, ma del nostro foglio medesimo»12.

Nel corso di ventisette anni, le «Efemeridi» diedero conto di più di cinquemila libri, con tempi di rassegna assai rapidi: da sei mesi a un anno dalla pubblicazione dell'opera. I volumi recensiti provenivano da diversi Stati italiani e stranieri, con una spiccata prevalenza di quelli stampati nello Stato della Chiesa e, soprattutto, a Roma. Ogni fascicolo settimanale della rivista si apriva sempre, del resto, proprio con la rassegna di un libro stampato nell'Urbe: questa scelta precisa, che la redazione motivava esplicitamente con il desiderio di sottolineare la quantità e il rilievo della produzione libraria cittadina, costituiva già da sola il segno evidente dell'intenzione del gruppo redazionale di operare, attraverso il periodico, per inserire la cultura romana all'interno delle grandi correnti intellettuali, italiane e straniere, contemporanee e, comunque, per dimostrarne la non estraneità e la vivacità. Ma essa costituiva anche il segno dell'effettiva vitalità dell'industria e dell'editoria romane, a un livello che forse non si sarebbe più mantenuto nel secolo successivo.

In ogni caso, lungi dal significare una chiusura geografica - dato il numero delle notizie relative all'estero -, tale scelta intendeva sottolineare il rilievo della produzione italiana in genere, soprattutto in direzione di un pubblico straniero poco informato su di essa. Anche questo elemento, di minore sottolineatura del cosmopolitismo e di maggiore valorizzazione della «letteratura nazionale» - espressione effettivamente adoperata, ma che ovviamente non va intesa nel senso di anticipazione di una coscienza politica nazionale -, differenziava, quindi, il periodico dal precedente romano costituito dal «Giornale de' Letterati» di metà Settecento, in cui - almeno nelle prime annate - la preferenza assoluta era data programmaticamente alla presentazione di libri stranieri13. Esso segnala, comunque, un mutamento in corso anche all'interno dell'autorappresentazione del mondo intellettuale.

Non sempre, però, la produzione libraria romana era tale da meritare segnalazioni settimanali e ciò costringeva i redattori a recensire volumi di scarso interesse. Era quanto essi stessi ammettevano nel n. 24 del 1775, in cui si affermava: «non è colpa nostra se nella mancanza di date scientifiche di Roma siamo in questo foglio costretti ad annunciare un componimento pastorale; confessiamo ingenuamente che da qualche tempo i Torchi Romani non ci forniscono quella copia di opere rimarchevoli di cui si è abbondato fino ad ora»14. Alle rassegne dei volumi usciti a Roma faceva poi seguito, nell'ordine, l'esame di quelli pubblicati nello Stato, dei libri stampati nel resto d'Italia e, infine, di quelli stranieri.

Se all'interno della vita del periodico distinguiamo due fasi, press'a poco della medesima durata - la fase che va dalla fondazione, durante il pontificato di Clemente XIV, fino all'anno 1785, in cui con il tesorierato di Fabrizio Ruffo si avvia la parabola più accentuata del riformismo economico piano, ma anche si rafforza l'irrigidimento sul piano teologico e disciplinare, e quella che dal 1785 giunge fino alla chiusura del giornale -, è possibile riscontrare alcune significative differenze relativamente alla provenienza dei volumi recensiti. Quanto al periodo che va dal 1772 al 1784, su un totale di 2748 «estratti», ben 1051 (38,24%) riguardano libri stampati a Roma e nello Stato della Chiesa. Subito dopo, però, la nazione più rappresentata è la Francia, con 313 estratti (11,39%), mentre inferiore è lo spazio occupato dagli Stati italiani: tra questi, il rilievo maggiore è dato ai libri pubblicati nel Regno di Napoli (227 segnalazioni, pari all'8,26%) e nel Granducato di Toscana (226, pari all'8,22%); la Lombardia austriaca compare con 161 libri (5,85%) e il Regno di Sardegna con 158 (5,74%). Tra i paesi stranieri, significativa è, dopo quella della Francia, la presenza della produzione inglese, con 119 libri recensiti (4,33%), che tuttavia si colloca ancora alle spalle di quella degli stati tedeschi (124 libri, pari al 4,51%)15. Nella sola prima annata del 1772, comunque, su un totale di 220 «estratti», la gerarchia delle città più rappresentate è formata, in ordine, da Roma (52 libri recensiti), Parigi (31 libri), Torino (14), Venezia (10), Madrid e Napoli (9), Londra (7), Bologna (6). Nella seconda annata (1773), Roma compare con ben 55 «estratti», seguita sempre da Parigi, con 35: seguono Napoli (19), Londra (18), Milano (11), Modena (10), Torino e Venezia (8). In questo primo periodo, al di là di piccoli mutamenti degli equilibri - ad esempio, il maggior peso assunto nel tempo dai libri napoletani e londinesi -, è evidente che Roma e Parigi appaiono, assai significativamente, come i centri ai quali è rivolta la massima attenzione proprio negli anni in cui vanno definendosi tanto lo scontro tra mondo cattolico e cultura illuminista, quanto anche il tentativo di una parte della cultura cattolica, di cui le «Efemeridi letterarie» erano portavoce, di avviare un confronto non radicalmente oppositivo tra i due mondi.

Nel periodo successivo, quello che corre dal 1785 al 1798, rimane la prevalenza assoluta dei libri pubblicati nello Stato della Chiesa, in particolare, e nella penisola. Sui 2658 volumi recensiti dal 1785 al 1798, 1028, pari al 38,67%, erano pubblicati nello Stato papale: di essi, ben 727, il 27,35% del totale, erano quelli stampati solo a Roma. Seguono ancora i libri pubblicati in Francia (275, pari al 10,34% del totale delle recensioni), e solo successivamente vengono quelli del Regno di Napoli (218 libri, cioè l'8,20%), quelli dello Stato di Milano (189, pari al 7,11%), della Repubblica di Venezia (176, pari al 6,62%), del Granducato di Toscana e del Regno di Sardegna (che presentano entrambi 157 volumi recensiti, cioè il 5,90%). Resta confermato l'interesse particolare con cui i redattori guardavano alla produzione libraria francese, a cui però si affianca sempre più quella inglese: l'Inghilterra, infatti, compare ora con 134 volumi recensiti (5,04%), seguendo immediatamente la Francia nell'interesse per i paesi stranieri e scavalcando gli stati tedeschi (106 libri, 3,98%)16.

Pur tenendo presente che questi dati si riferiscono alla selezione operata dalla redazione e non, ovviamente, alla effettiva produzione libraria delle località citate, il confronto dei dati relativi ai due periodi è indicativo degli spostamenti di interesse nei confronti dei centri culturali italiani ed europei avvenuti nel giornale nel corso di quasi trent'anni: ad esempio, il leggero calo del pur sempre rilevante peso della stampa francese, la crescita dell'attenzione alla produzione inglese, così come anche a quella milanese e a quella veneziana. Tuttavia se, per un verso, le provenienze dei libri recensiti testimoniano di scelte e preferenze selettive e soggettive, per altro verso, però, possono essere il riflesso tanto dei cambiamenti delle reti culturali e informative intessute dai redattori, quanto anche di effettivi mutamenti della vivacità culturale di una località e della variazione dei livelli della sua produzione libraria. Nel periodo 1785-1798, comunque, Roma (con 727 «estratti»), Parigi (con 212), Napoli (con 174), Torino (con 131), Londra (con 116), e Firenze (con 103) sono le città il cui mercato editoriale è più segnalato dal giornale17.

D'altro canto, anche le variazioni dei temi affrontati nelle recensioni costituiscono un indice interessante dei mutamenti delle scelte culturali, e latamente «politiche» e ideologiche, del periodico e del suo gruppo redazionale - che, peraltro, come vedremo, cambia anch'esso, col tempo, la sua stessa configurazione interna. Nel corso del periodo 1772-1784, la preponderanza assoluta è data agli argomenti di carattere letterario, che rappresentano il 21% del totale degli articoli pubblicati in quei tredici anni: con questo dato, la caratteristica del giornale sembra ancora allineata a quella tradizionale del periodico letterario e di belle arti, con una scelta di tutta tranquillità, poco «esposta» sul piano culturale e politico.

Tuttavia, se si valutano le recensioni relative ai quasi cinquecento libri di argomento scientifico (matematica, fisica, geometria, scienze naturali), che raggiungono il 17% del totale, il panorama appare già diverso: nonostante nel 1774 fosse nata l'«Antologia romana», altro settimanale fondato dallo stesso gruppo redazionale delle «Efemeridi», specificamente dedicato alle materie scientifiche, le scienze compaiono al secondo posto nella gerarchia dei temi trattati, subito dopo le lettere. Inoltre, se si considera che la medicina occupa da sola il 10% del totale degli articoli - in omaggio alla specializzazione del fondatore/redattore/finanziatore dell'impresa, il medico bolognese Giovanni Lodovico Bianconi -, gli argomenti a carattere scientifico salgono al 27%, rappresentando così l'assoluta maggioranza. Solo al terzo posto, compaiono religione e teologia (16% degli articoli), che invece avevano occupato largamente, come la storia ecclesiastica, le ultime annate del romano «Giornale de' Letterati»; al quarto posto si colloca la storia, con il 12% delle recensioni. Seguono le arti (9%), la filosofia (poco più del 4%), la geografia e le relazioni di viaggio (3%), il diritto (poco più del 2%). Molto interessante, soprattutto in relazione all'evoluzione successiva degli interessi del giornale, è il posto irrilevante occupato dall'economia (circa il 2%) e, in particolare, da quella agricoltura che proprio in questi decenni si avviava a diventare una vera e propria scienza, teorica e sperimentale: le recensioni di libri di agronomia occupano, infatti, solo l'1% del totale18. Nei quattordici anni che intercorrono tra il 1785 e il 1798, il panorama delle scelte tematiche varia considerevolmente. Le scienze si sono oramai definitivamente affermate come il settore di maggiore interesse per le «Efemeridi letterarie»: esse, infatti, costituiscono oltre il 30% degli argomenti trattati, con 807 «estratti», relativi ad ogni settore scientifico, ivi compresa la medicina. Tra di essi, prevale ancora quest'ultima che, da sola, con 300 recensioni, rappresenta oltre il 37% degli argomenti relativi alle scienze; in seconda posizione si collocano la chimica e la fisica, con 174 articoli (21,5% degli «estratti» scientifici), seguite dalle scienze naturali (92 articoli, pari all'11,4%), dall'astronomia (61 articoli, pari al 7,5%) e dalla matematica (44 articoli, pari al 5,4%). Questo rilievo delle tematiche medico-scientifiche, a cui vanno aggiunte per il risalto che hanno, come vedremo subito, quelle economiche, conferma la persistenza e, anzi, l'ulteriore rafforzamento della intenzione originaria della rivista di proporsi - in linea con le istanze generali dell'epoca, filantropiche e fiduciose nel progresso della tecnica e delle conoscenze - quale strumento di trasmissione di un sapere «utile» e concreto, da divulgare per contribuire al «bene pubblico» e alla «felicità» generale.

D'altro canto - ed è forse questa la considerazione più rilevante, in quanto identifica la funzione culturale svolta dal giornale - l'opzione tecnico-scientifica, lungi dal costituire motivo di contraddizione o di trasgressione rispetto alla tradizione cattolica, dava modo di esprimere una cauta adesione alla cultura moderna, non suscettibile di rischi e di critiche, e di evitare argomenti più scabrosi, come quelli relativi al dibattito religioso-teologico. Anzi, a ben guardare, e come vedremo meglio più avanti, l'apertura alla scienza «moderata» - apertura tollerata, e persino ben vista, dalle gerarchie ecclesiastiche - finirà per produrre nel tempo una appropriazione della scienza stessa ai fini dell'apologetica cattolica e della battaglia antilluminista19.

La letteratura appare, dunque, in calo, nel secondo periodo esaminato, con il 19% delle recensioni totali, relative a 508 articoli: di essi, 168 (il 31,6% delle recensioni letterarie) erano dedicati alla poesia, nonostante le posizioni redazionali fossero nettamente antimetastasiane e, in linea con la coeva svolta dell'Arcadia, molto critiche nei confronti delle forme poetiche idilliche e leziose20. Decisamente cresciuta è, invece, la presenza della storia, che rappresenta - insieme, però, con la geografia e le relazioni di viaggio - il 18% delle recensioni, con 479 articoli: fra questi, se a un primo sguardo sembra maggioritaria la storia ecclesiastica, con 112 recensioni, pari al 23,3% delle rassegne storiche, è da notare il peso notevole e crescente della storia «profana», medioe-vale e moderna, con 101 articoli (21%), e di quella antica (94 articoli, pari al 19,6%). Se a questi due ultimi settori si aggiunge poi il genere biografico, rappresentato da 71 articoli (14,8%), si scopre che in realtà il settore storiografico è nettamente dominato dagli argomenti di storia laica. In questa direzione, allora, il dato che più colpisce è l'ulteriore, nettissimo, calo degli argomenti religiosi e di teologia, che scendono, con un totale di 203 articoli, al 7,63% dell'insieme delle recensioni: un calo che andrà spiegato, come vedremo, tanto all'interno delle variazioni del gruppo redazionale (in cui vanno spegnendosi, con il tempo, le affermazioni a favore della riforma religiosa), quanto, soprattutto, in relazione alla diversa e più complessa situazione esterna con cui il giornale si deve rapportare in questi anni, che suggerisce una presa di distanza da tematiche delicate e «pericolose», come quelle relative, appunto, ai conflitti religiosi in corso.

Infine, mentre le arti e l'archeologia scendono pure a poco più del 6% (con 170 recensioni), è da rilevare il forte impulso registrato dalle materie economiche e, in particolare, da quelle agronomiche, che rappresentano, con 137 «estratti», oltre il 5% delle recensioni: in questo settore, i 66 articoli strettamente di agricoltura rappresentano ben il 48% di quelli economici21. In definitiva, si tratta di mutamenti negli argomenti trattati che ben riflettono le trasformazioni che il clima generale, culturale e politico, di Roma e dello Stato hanno subito nel passaggio dal pontificato di Clemente XIV, e dalla prima fase di quello di Pio VI, alla stabilizzazione di quest'ultimo. Ma essi riflettono anche una opzione netta per la cultura scientifica applicata che appare rilevante tanto per il suo significato, quanto per le conseguenze nel futuro.

2. La redazione: relazioni interne e patronati esterni

La discussione storiografica intorno ai fondatori e compilatori delle «Efemeridi» è ormai giunta alla conclusione che promotore e, soprattutto, finanziatore dell'impresa sia stato il consigliere Giovanni Ludovico Bianconi. Questi fu coadiuvato nella stesura materiale del giornale dapprima dall'abate Giacinto Ceruti, fino al n. XVII del 1775, e poi dall'abate Vincenzo Bartolucci, fino a tutto aprile del 1778. Successivamente, il peso della redazione ricadde sull'abate Gioacchino Pessuti, che lo mantenne fino alla fine del giornale e che, dopo la morte del Bianconi, nel 1781, ne assunse la direzione22. Tra i collaboratori, però, un ruolo rilevantissimo fu giocato anche dall'abate Giovanni Cristofano Amaduzzi, assai legato a Bianconi di cui era conterraneo, che mise a disposizione del giornale la propria vastissima rete di conoscenze e di corrispondenti, in Italia ed in Europa. Amaduzzi, sempre con Bianconi e poi con Pessuti, partecipò anche alla realizzazione di un secondo settimanale, l'«Antologia romana» che, stampata, a partire dal 1775, di nuovo da Giovanni Zempel e distribuita da Stefano Richard, era anche più specializzata in argomenti scientifici. Ancora Bianconi ed Amaduzzi promossero e redassero un altro periodico semestrale, dal carattere di decisa specializzazione erudita: si tratta dei già citati «Anecdota Litterararia ex Mss. codicibus eruta», usciti a Roma nel 1773-74 e nel 1783, presso Gregorio Settari, e interrotti dalla morte di Bianconi23.

Già a partire da questi dati, è possibile individuare il primo nucleo di un sodalizio intellettuale romano - costituito da studiosi, eruditi e scienziati, ma anche da librai e da stampatori - che operava soprattutto sul piano dell'utilizzazione e della valorizzazione dello strumento giornalistico, ma, come si vedrà meglio, anche in altre direzioni, ai fini di un progetto culturale ampio. D'altro canto, al di là della presenza dei librai e degli stampatori, lo stesso nucleo dei redattori del periodico e, in particolare, gli scienziati che si contano numerosi al suo interno, tendono a manifestare, anche - ma non solo - attraverso il lavoro nel giornale, un processo di professionalizzazione della funzione intellettuale: processo che è rivelato pure dai collegamenti con i mondi dell'insegnamento universitario e delle accademie scientifiche. Soprattutto, è dato di cogliere un quadro romano molto compatto, relativo tanto a quei luoghi della sociabilità informale degli intellettuali costituiti dai giornali, quanto alle reti di corrispondenti e amici provinciali e italiani, cui era rivolta sia la domanda che l'offerta di informazioni, di resoconti e di divulgazione libraria.

A tali legami fuori Roma, rispondevano, ad esempio, i rapporti intrattenuti dai redattori delle «Efemeridi» con il « Nuovo giornale de' letterati d'Italia» (1773-90), fondato a Modena dal gesuita Girolamo Tiraboschi, direttore della Biblioteca Estense, con l'esplicito fine - del tutto analogo, come si è visto, a quello delle «Efemeridi» - di esaltare e valorizzare la produzione culturale italiana e, soprattutto, di arginare la diffusione delle pubblicazioni periodiche straniere, «che tanto sonosi moltiplicate in Italia, con danno della nostra letteratura, del costume, e della Religione»24. Il giornale di Tiraboschi - ben noto autore di una monumentale Storia della letteratura italiana che, pubblicata a Modena nello stesso periodo, dal 1772 al 1792, rivelava già dal titolo finalità di difesa della civiltà italiana conformi a quelle del periodico - fu ampiamente pubblicizzato dalle «Efemeridi», che ne riprodussero il manifesto programmatico e, per intero, l'«Avviso» di pubblicazione25. In esso, appunto, si manifestava con chiarezza la scelta, condivisa dai romani, di dar vita a un periodico dedicato unicamente alla presentazione della produzione libraria italiana26. Si può, quindi, presumere che il pubblico e i circoli culturali cui entrambi i giornali si indirizzavano fossero più o meno gli stessi, così come affini erano le linee culturali e il progetto di fondo.

Se si riflette, poi, ai rapporti intrattenuti dai redattori delle «Efemeridi» con il marchigiano Luigi Riccomanni e con i periodici specializzati in economia da questo fondati, tra Roma e le Marche - «Diario economico di agricoltura manifattura e commercio» (pubblicato a Roma, negli anni 1776-77) e «Giornale delle arti e commercio» (a Macerata, negli anni 1780-81)27 -, si può avanzare l'ipotesi di una progettualità larga, indirizzata da un coeso gruppo di intellettuali, aggregati intorno ad alcune iniziative e collegati a individuabili referenti politici e culturali, verso l'utilizzazione dei periodici e di altre istituzioni scientifiche, romane e non, per l'affermazione di un tipo diverso e nuovo di presenza dei ceti intellettuali e professionali.

Oltre all'Amaduzzi, altri collaboratori delle «Efemeridi» furono l'abate Onorato Caetani, il padre minimo francese François Jacquier, l'ex carmelitano Atanasio Cavalli, l'abate Bruno Bruni, Pietro Pasqualoni, l'abate Francesco Cancellieri. Dal 1780, collaborò anche Vincenzo Monti, che partecipò egualmente alla redazione dell'«Antologia romana»28. Converrà, dunque, esaminare brevemente le biografie dei redattori principali, non perché essi non siano più o meno noti agli studiosi del Settecento romano, ma perché un confronto tra formazioni, esperienze professionali e legami di questi personaggi risulta assai utile per tentare di capirne gli stretti rapporti reciproci, i ruoli nel giornale, i reticoli di relazioni esterne, culturali e «politiche», e il sistema di protezioni entro cui erano inseriti: in definitiva, per capire la funzione ricoperta dal giornale all'interno dell'organizzazione intellettuale romana.

Giovanni Ludovico Bianconi (1717-1781), il fondatore della rivista, era un medico bolognese, già allievo del celebre matematico Francesco Maria Zanotti, segretario dell'Accademia delle Scienze di Bologna. Protetto e raccomandato da papa Benedetto XIV e dalla matematica Laura Bassi, si era presto trasferito all'estero, ove visse per venti anni, dapprima alla corte del langravio di Assia Darmstadt, principe vescovo di Augusta, in qualità di medico personale, poi alla corte di Dresda, presso l'elettore di Sassonia e re di Polonia, Augusto III, di cui pure fu medico personale e anche bibliotecario. Qui conobbe Winckelmann, che Bianconi prese sotto la sua protezione e introdusse nella società dei dotti in Germania e in Italia. Tornato in Italia, nel 1764, si installò a Roma con la carica di ministro di Sassonia e il titolo di consigliere: una sinecura onorifica - ma evidentemente molto ben remunerata - che gli consentì di dedicarsi completamente agli studi e a numerose iniziative culturali. Già pratico di giornali letterari, poiché nel 1748 aveva dato vita a Lipsia a un «Journal des Savants d'Italie» con lo scopo di diffondere la cultura italiana in Germania, divenne l'attivo promotore, e il finanziatore, delle riviste già ricordate («Efemeridi letterarie», «Antologia romana» e «Anecdota Litteraria») alle quali si deve aggiungere anche il «Nuovo giornale de' letterati» di G. Tiraboschi, fortemente appoggiato, a Roma, come si è visto, da Bianconi e dallo stesso Settari29. Filippo Renazzi, lo storico dell'Università di Roma, così racconta la nascita delle «Efemeridi letterarie» e il ruolo di organizzatore culturale assunto, al suo ritorno a Roma, da Bianconi, che egli rappresenta come «tra Letterati più spiritosi, e più colti, e tra gl'Intendenti delle belle Arti di fino discernimento dotati»:

Appena vi fu giunto [a Roma], che attrasse intorno a sé i più belli ingegni, che vi fiorissero [...]. Poiché la passion dominante del Consiglier Bianconi era quella di accendere anche negli altri l'amor degli studi, che ardentemente infiammavalo, e tra cui sempre immerso viveva. Quindi nacquegli il pensiero d'intraprendere un foglio periodico, che le notizie contenesse dei nuovi libri, e specialmente di quelli, che in Roma venissero alla luce, di formarne gli estratti, e anche di darne su loro congruenti giudizi. Così si sarebbe supplito all'interrompimento del Giornale de' Letterati dell'Abate Cenni per alcuni anni compilato, e vieppiù fomentato in Roma sarebbesi, ed esteso il genio, e il gusto per la Letteratura, e per le belle Arti. A questa scabrosa, e sempre cimentosa impresa si associò egli parecchi Letterati suoi amici [...]. L'Efemeridi letterarie appena comparvero alla luce; che presero gran voga in tutta la Repubblica delle Lettere, e incontrarono anche plauso e favore presso le più colte straniere Nazioni30.

Il testo di Renazzi, finora non utilizzato in riferimento alla storia del giornale, chiarisce bene il ruolo e i compiti di Bianconi nel giornale, in quanto «primero autore, e promotore delle Efemeridi», e, dunque, anche redattore - si firmava spesso «Amatore delle belle arti» -, nonché la sua attività di coordinatore di un gruppo intellettuale stabile e attivo su più fronti. Ma chiarisce anche come il progetto originario fosse quello di riempire il vuoto giornalistico che si era creato a Roma per più di dieci anni, dopo la cessazione del «Giornale de' Letterati», e, soprattutto, di stimolare nella città una ripresa culturale e di discussione. D'altro canto, se le pagine delle «Efemeridi letterarie» non contengono indicazioni precise sul ruolo di Bianconi, tuttavia, nell'elogio che ne pubblicarono alla morte, anch'esse ne ricordavano il merito «di aver dato la prima origine a questi nostri letterari fogli, e di averli poscia sempre sostenuti non solo colla sua autorità, ma ancora con la sua leggiadra e spiritosa penna»31. Fondatore e redattore, dunque, e autore di quella impronta fortemente scientifica che derivava dalla sua formazione e che dettò molti articoli di medicina, di matematica e di fisica; ma anche responsabile di quella scelta di gusto neoclassico che dalla letteratura e dalla poesia si estendeva all'arte e all'archeologia, come dimostrano gli articoli della rivista in sostegno dell'archeologo Winckelmann e l'entusiasmo per il pittore Mengs32. Ma Bianconi era anche, e forse soprattutto, il finanziatore dell'intera impresa avviata intorno alle «Efemeridi», finanziatore tanto dell'editore, quanto degli stessi redattori, «onde a lui veniva un'autorità incontrastata, manifesta nelle lettere di coloro che parlano del periodico»33.

Stipendiato da Bianconi fu sicuramente quell'abate Giacinto Ceruti (o Cerutti, 1735-1792) che, secondo le note manoscritte di Amaduzzi citate da Gasperoni, fu il primo compilatore del giornale. Torinese, ecclesiastico privo di vocazione e alla ricerca perenne di una sistemazione economica, Ceruti, trasferitosi a Roma nel 1760 in cerca di benefici e prebende curiali, fu una sorta di tipico esemplare dell'avventuriero di fine Settecento - non a caso fu amico di Casanova -, pronto non solo a piccoli imbrogli e ad equivoci affari, ma a mutare le proprie convinzioni a seconda delle circostanze: così, da autore di scritti di apologetica cattolica, redatti allo scopo di ottenere dalla Curia qualche lucroso impiego, una volta passato al servizio e sotto la protezione del principe Luigi Gonzaga ed entrato in rapporto con il gruppo delle «Efemeridi», si allineò progressivamente a posizioni culturali più aperte alle correnti europee e di critica anticuriale e antigesuitica.

Il Ceruti godeva di pessima reputazione a Roma e a Torino, e lo stesso Amaduzzi dava di lui un giudizio assai duro, pur riconoscendone le doti intellettuali34. Tuttavia, la direzione delle «Efemeridi» non solo lo utilizzò come estensore degli articoli, ma ne segnalò assai positivamente le opere di apologetica religiosa, definendolo un «benemerito della nostra Santa Cattolica Religione, fatta ora il bersaglio di tanti libri infami de' Seudo-filosofi del secolo... [che] coll'armi sue proprie sfida l'incredulità a tenzone»35. Che tuttavia qualche tensione con la redazione ci fosse, è dimostrato dalle sue lamentele continue sul piano economico, per cui egli definiva le «Efemeridi» «un pane precario, meschino ed incertissimo»36. Nel 1775, chiamato in Spagna a dirigere l'Accademia militare, finalmente con il lauto stipendio di 843 scudi annui, lasciò Roma e il giornale. Fece ritorno nell'Urbe nel 1787, riprendendo una battaglia culturale-politica sempre più sensibile, sia pur cautamente, alle idee illuministe, e volgendo una certa attenzione alle vicende rivoluzionarie francesi, anche attraverso il rapporto con il fratello Giuseppe Antonio che in esse era attivamente impegnato.

Alla partenza del Ceruti, l'estensore principale delle «Efemeridi» fu un altro «non romano», Vincenzo Bartolucci, nativo di Candiano nel Ducato di Urbino (1753 circa-1823 circa), avviato a una brillantissima carriera giuridica che ne avrebbe fatto per decenni uno dei più importanti avvocati di Roma, impegnato in cause di grande rilievo. Bartolucci fu coinvolto in prima persona nelle vicende e nelle cariche della Repubblica romana e dell'età napoleonica - nel 1810 divenne presidente della Corte di Appello di Roma e nel 1811 Consigliere di Stato, a Parigi - ma fu anche senza difficoltà reinserito dal governo papale in funzioni di prestigio nel corso tanto della prima, quanto della seconda Restaurazione: nel 1818 fu nominato presidente della commissione incaricata della redazione di un codice civile per lo Stato pontificio37. Bartolucci lasciò la redazione delle «Efemeridi» nel 1778 per dedicarsi alla sua carriera. Decisiva fu, per lui, nel 1786, la nomina da parte di Pio VI alla carica prestigiosissima di avvocato concistoriale; in quell'occasione le «Efemeridi» dedicarono una lunghissima e assai elogiativa recensione alla Dissertatio de viis publicis (Roma 1786), da lui pubblicata per l'ascrizione al collegio degli avvocati concistoriali - al quale faceva capo, tra l'altro, la gestione e l'amministrazione dell'Università di Roma, nella quale molti dei personaggi qui menzionati insegnavano -, e ricordarono altresì i suoi meriti di «gran letterato» e di collaboratore del giornale38.

Romano, invece, a differenza di un gruppo intellettuale che si caratterizza per le sue origini per lo più provinciali, era l'abate Gioacchino Pessuti che divenne dapprima il principale estensore della rivista, in seguito all'abbandono di Bartolucci, nel 1778, e, soprattutto, ne assunse la direzione dopo la morte di Bianconi, nel 1781. Egli prese anche la direzione dell'«Antologia romana», di cui anzi divenne successivamente, negli anni 1791-92, il proprietario39. Pessuti (1743-1814), matematico di livello europeo, era figlio di un piccolo stampatore, Pietro, che lo avviò agli studi, letterari e scientifici. Come Bianconi, viaggiò a lungo fuori d'Italia, perché alla fine degli anni Sessanta, giovanissimo, si trasferì in Russia, ove era stato chiamato a ricoprire la carica di professore di matematica presso il Corpo dei cadetti nobili di Pietroburgo: qui fece la conoscenza di L. Eulero. Nel 1769 si installò a Parigi, inserendosi nella vita culturale della capitale francese, ove si legò di amicizia con d'Alembert e Condorcet e continuò a coltivare i suoi interessi scientifici e, soprattutto, di analisi matematica. Tornato a Roma, cominciò a lavorare per le iniziative giornalistiche di Bianconi; nel 1775 venne ascritto tra gli Arcadi e nel 1787 fu nominato professore di matematica presso l'Università della Sapienza. Legato al tesoriere generale mons. Fabrizio Ruffo e ai suoi progetti riformatori, anche Pessuti aderì successivamente alla Repubblica romana: il suo nome compare nell'elenco dei primi sette consoli, il 15 febbraio 1798, ed in seguito fu membro del Senato e presidente della classe scientifica dell'Istituto Nazionale.

Tuttavia, neppure Pessuti, come Bartolucci, dovette avere grandi problemi di reinserimento nella vita del restaurato Stato pontificio, anche grazie alla protezione offertagli da Francesco Caetani, fratello di Onorato: tanto che, nel 1801, fu lui a pronunciare l'orazione di riapertura dell'Accademia dei Lincei, di cui era stato nominato presidente quando essa risorse per opera dell'abate Feliciano Scarpellini. Questi, a sua volta protetto dallo stesso segretario di Stato, card. Ercole Consalvi, ne fu nominato segretario40. Ascritto alle principali Accademie italiane, con pensioni e sostanziosi benefici pecuniari, Pessuti non solo sembra incarnare la professionalizzazione della carriera scientifica, ma rappresenta anche l'evoluzione parallela in senso pubblico e professionale delle accademie, sempre più collegate alla struttura statale, dal cui patrocinio dipendevano, e sempre più specialistiche41.

Come redattore delle «Efemeridi», Pessuti si dedicò alla estensione di estratti di libri di matematica, ma anche di quelli di ben diverso genere: dalle belle arti, alla giurisprudenza, all'antiquaria, alle lettere. Un ecclettismo che non sempre fu apprezzato; secondo il parere di Ennio Quirino Visconti, severo giudice della vita culturale romana nel 178542, assai buoni erano gli articoli matematici, molto meno gli altri. Scriveva, infatti,Visconti:

Due fogli periodici abbiamo settimanalmente in Roma: uno col titolo di Efemeridi, dà conto de' nuovi libri: l'altro, col titolo di Antologia, annuncia le novità delle scienze. L'Ab. Pessuti, che li dirige, ha un gran merito nelle matematiche: gli articoli perciò dell'Efemeridi che trattano libri matematici, sono eccellenti: gli altri per lo più deboli.

È probabile, inoltre, che, nel periodo della direzione/redazione di Pessuti, motivi di critica e di scontento nascessero intorno al giornale anche in conseguenza di una accresciuta tendenza adulatoria nei confronti dei libri recensiti: come mostrano, ad esempio, i rimproveri mossi dopo il 1778-80 da I. Pindemonte, S. Bettinelli e da V. Monti43.

Tra i redattori della rivista probabilmente stipendiati si trovava, fin dai primi anni, il romano Pietro Pasqualoni, forse un medico come Bianconi, ma di cui assai poco sappiamo44. Questi così descriveva la sua collaborazione al giornale, in una lettera indirizzata a Tiraboschi, nell'agosto 1778, che conferma il ruolo di Ceruti, ma anche le piccole rivalità, le questioni finanziarie e le tensioni interne di un gruppo avviato solo lentamente, e con difficoltà, alla professionalizzazione del mestiere intellettuale:

Fin dal principio delle Effemeridi, fui assunto per compagno della letteraria fatica del Ceruti [...]. Giovavansi moltissimo, così il gentil Ceruti come il Ministro Sassone [Bianconi], dell'opera mia per una certa diligenza [...] e per lo stile men barbaro del loro. Quando venne il tempo di raccorre la messe, per me non ci fu nulla, ma poco mi calse [...] ed ebbi il piacere di non essere di quei del soldo45.

Assai più rilevante è, invece, la figura di Onorato Caetani (1742-1797), cadetto inquieto di una grande famiglia dell'aristocrazia romana che aveva intrapreso con scarsa vocazione la carriera ecclesiastica (non divenne mai prete). Legato di amicizia a membri assai influenti del collegio cardinalizio - De Bernis, Domenico Orsini, De Zelada, Garampi, Stefano Borgia, Neri e poi Andrea Corsini -, Caetani fu un erudito assai aperto alle correnti culturali dell'illuminismo europeo,  come dimostra il suo carteggio con l'editore protestante italo-svizzero Fortunato Bartolomeo De Felice e l'adesione a un cristianesimo ragionevole, umanitario e socialmente attivo, assai simile, come vedremo, a quello teorizzato da Amaduzzi46. Come anche Pessuti, che aveva studiato al collegio Calasanzio, Onorato si era formato presso i padri scolopi, in quel prestigioso Collegio Nazareno che, considerato fin troppo avanzato da molti osservatori coevi, era assai ricettivo nei confronti della cultura scientifica47 e costituiva il tradizionale rivale e l'antagonista del gesuitico Collegio romano.

Onorato fu antigesuita e assai ostile al pontificato di Pio VI; soprattutto, i suoi interessi scientifici e, in particolare, astronomici - derivanti anche dal fatto che uno dei suoi precettori era stato il matematico e astronomo padre Jacquier -, lo misero in contatto con i circoli degli scienziati romani più accreditati. Nel 1778, insieme con il fratello Francesco, primogenito ed erede del titolo familiare, impiantò un osservatorio astronomico assai attrezzato nel palazzo romano alle Botteghe Oscure. La direzione ne fu affidata dapprima al fisico Luigi De Cesaris, poi all'astronomo Atanasio Cavalli e successivamente, all'abate Feliciano Scarpellini, il già nominato amico di Pessuti, restauratore, insieme con quello, dell'Accademia dei Lincei.

Anche Caetani dà voce ai piccoli conflitti interni al circolo che ruotava intorno al giornale, comunicando nel 1781, sempre a Tiraboschi - interlocutore importante, come si è visto, di tutta la redazione delle «Efemeridi» -, l'insoddisfazione di un autore nei confronti dell'esito finale della stampa dei suoi contributi: spia delle difficoltà incontrate dagli eruditi ad accettare i metodi di lavoro, rapidi e troppo disinvolti, di un foglio settimanale.

Io non mi voglio più intricare in un foglio che, non potendosi rivedere nelle stampe dall'autore medesimo, suole essere trascurato, cambiato e il più delle volte male inteso dal correttore; così nell'estratto di Mengs (Efemeridi, X, 49) mi si fa la trasposizione delle parole e invece di Tiziano discepolo di Giorgione, com'io aveva scritto, mi si stampa tutto il contrario48.

Ma la lettera di Caetani è interessante soprattutto per altri aspetti: da un lato, quello della ricerca da parte dei giornalisti delle «Efemeridi», dopo la recente morte di Bianconi, di un direttore autorevole e dotato di forti appoggi in Curia, in grado di far ricadere sul giornale il proprio prestigio, il credito e, soprattutto, le amicizie e le protezioni derivanti dalla Corte papale; ma, dall'altro lato, anche quello della prudente diffidenza del sistema curiale nei confronti di imprese, come quelle giornalistiche e di «libero» esercizio intellettuale, che potevano mettere in discussione le relazioni di potere e di gerarchia che strutturavano quel sistema. Caetani racconta, infatti, come, «indotto dagli efemeridisti» si fosse recato «da un personaggio molto ragguardevole per essere fatto Direttore» del periodico; ma che gli era stato risposto che «un uomo di corte» non doveva studiare, ma stazionare sempre nell'anticamera dei grandi per essere pronto ai loro ordini49.

A sua volta legato al mecenatismo dei Caetani era un altro collaboratore delle «Efemeridi», lo scienziato astigiano Atanasio Cavalli (1717-1798 circa). Carmelitano poi secolarizzato, astronomo e meteorologo, intorno al 1770 si trasferì a Roma, dove ricoprì la cattedra di fisica e poi di filosofia morale al Collegio romano, dopo la soppressione della Compagnia di Gesù, e dove divenne, nel 1784, insieme con Eusebio De Veigas, direttore dell'osservatorio astronomico impiantato dai fratelli Caetani nel loro palazzo50. Anche Cavalli, come O. Caetani, Ceruti, Jacquier e molti altri dei personaggi qui ricordati, si inserì attivamente nel gruppo culturale dell'Arcadia rinnovata, che, come vedremo, ruotava intorno all'Amaduzzi e al principe Luigi Gonzaga e cercava di dare sbocco concreto alle loro idee di una letteratura civile e impegnata e ai programmi di alleanza tra filosofia, scienza e religione.

Altro scienziato assai noto a Roma, ma di rilevanza europea, era poi il matematico e astronomo François Jacquier (1711-1788), maestro di O. Caetani. Francese, dell'ordine dei minimi, era stato l'editore e il commentatore, negli anni 1739-42, a Ginevra, insieme con il confratello Thomas Le Seur, dei Principia mathematica di Newton, e gran divulgatore a Roma del sistema newtoniano: un sistema accettato senza eccessive resistenze anche all'interno del mondo cattolico, in quanto il suo sperimentalismo non si presentava in contraddizione con le istanze metafisiche della teologia. Jacquier, che fu nominato da Benedetto XIV, nel 1746, professore di fisica alla Sapienza, insegnò anche matematica al Collegio romano, dopo la soppressione della Compagnia di Gesù; da tale soppressione dunque anch'egli, come Cavalli e, come vedremo, l'ex scolopio Luigi Godard, trasse vantaggio sul piano professionale, avvalendosi, al pari degli altri due, della diffusa ostilità antigesuitica. Nel 1742, aveva collaborato con il celebre gesuita Ruggiero Giuseppe Boscovich - altro importante diffusore del sistema newtoniano nella Roma di metà secolo - al progetto per rendere più stabile la cupola di S. Pietro51.

Più di quarant'anni dopo, Jacquier pronunciò in Arcadia, ove era ascritto, un Elogio del celebre matematico Sig. Ab. Frisio, pubblicato a Venezia nel 1786, che lo collocava su posizioni scientifiche e culturali precise, sicuramente di netta marca antigesuitica e che comunque è da rilevare data la discussa personalità dell'elogiato. Il barnabita Paolo Frisi, infatti, molto legato al mondo dell'illuminismo lombardo e francese, era vicino alle posizioni meccanicistiche di d'Alembert, e sostenitore di una concezione laica della cultura scientifica. Schierato a favore della campagna anticlericale e antigesuitica allora in corso, negli anni Sessanta-Settanta era stato protagonista di un celebre scontro proprio con quel gesuita Ruggero Giuseppe Boscovich che pure rappresentava l'esponente scientificamente più avanzato dell'ordine, e un convinto aderente al sistema newtoniano52. Uno scontro dietro il quale si nascondeva il dissenso filosofico, relativo all'opposizione fra quanti - come Boscovich, appunto, e molti altri scienziati cattolici con lui e dopo di lui - sostenevano la conciliabilità tra scienza, fede religiosa e istanze metafisiche, e quanti invece, più influenzati dal pensiero illuministico, sostenevano, come Frisi, l'idea del carattere razionale e antimetafisico della scienza e una rigida separazione tra le due sfere, la scientifica e la metafisica53. Jacquier morì nel 1788 e il suo elogio funebre, redatto dall'arcade abate Luigi Godard, altro personaggio legato al gruppo dei riformatori di quella accademia, venne recensito dalle «Efemeridi»54.

Attraverso Pessuti, O. Caetani, Jacquier e Cavalli - personaggi tutti tra loro legati da amicizia, consonanza culturale e protezioni -, si consolida la linea redazionale culturalmente antigesuitica, ma, soprattutto, concentrata sulle scienze - in particolare, sulla matematica55-, sulla loro immagine concreta ed operativa, e sul collegamento con la coeva cultura scientifica europea, anch'essa peraltro assai attenta agli esiti pratici e applicativi. Si può vedere, in questa insistenza sulle scienze, certamente anche un riflesso di una più generale e superficiale moda culturale: in realtà, essa esprime una funzione più complessa. È proprio la maggiore apertura del giornale nei settori vari delle scienze, che si accentua, non a caso, nel tempo, a compensare - e anche a spiegare - il silenzio sulle dispute teologiche e le chiusure sempre più accentuate nei confronti di tutti quegli altri aspetti del sapere moderno che potevano mettere in discussione la religione, le istituzioni tradizionali e il ruolo del papato. Le scienze rappresentano, così, l'unica mediazione possibile che consentiva di aprire alla cultura moderna. D'altro canto, proprio l'insistenza sulla dimensione empiristica e pragmatica della scienza, con la sua offerta di applicazioni pratiche e di progresso tecnologico e materiale, offriva uno sbocco non eversivo, ma tutto interno alla religione, alle esigenze pedagogiche, filantropiche ed umanitarie - di «pubblica utilità e felicità» - di larga parte della cultura cattolica.

Infine, e non è certo, questa, l'osservazione meno importante, l'accettazione della scienza moderna e delle sue categorie consentiva non solo di conciliare il sapere scientifico con la religione, ma, soprattutto, di liquidare le idee materialistiche dell'illuminismo e «le conseguenze filosofiche empie della scienza»56, attraverso l'adozione e la pratica di una cultura scientifica che poteva anche essere piegata a scopi teologici e apologetici. Alla luce di questa considerazione, e anche della coincidenza di persone coinvolte in entrambe i periodi (come Pessuti, Scarpellini e F. Caetani), è possibile vedere nell'attività del gruppo scientifico romano, ruotante intorno alle «Efemeridi» e alla riforma dell'Arcadia, una anticipazione già negli ultimi decenni del Settecento - anche se forse non ancora consapevole - di quello spregiudicato ed efficace programma culturale a carattere apologetico che P. Redondi ha ben individuato nella Chiesa della Restaurazione, teso a fare del sapere scientifico un alleato e uno strumento della fede.

L'esame del nucleo principale dei redattori del periodico e, in particolare, del nutrito gruppo degli scienziati, sembra, comunque, esprimere un processo di professionalizzazione della identità e della funzione intellettuale, che si rivela, anche a Roma, non solo attraverso il mestiere del giornalista, ma anche attraverso l'appartenenza di molti di questi personaggi alla sfera dell'insegnamento, universitario e superiore in genere, e a quella delle accademie scientifiche. Anche in queste ultime, infatti, era in corso un processo di professionalizzazione scientifica, in cui la sempre maggiore specializzazione tematica, la lenta ma reale democratizzazione degli accessi e il sistema di reclutamento, meritocratico e per competenze e non più puramente onorifico, comportavano benefici e pensioni e, dunque, un rapporto diretto con il potere statale patrocinante, rispetto al quale le accademie diventavano anche organi di formazione di quadri amministrativi e tecnici e di collegamento con le riforme e, comunque, con la politica generale57. Si tratta di un processo ampio di trasformazione delle identità socio-professionali degli intellettuali in cui rientra, peraltro, anche un lento ma visibile processo di laicizzazione, riscontrabile, nel nostro caso, nei ruoli rilevanti ricoperti da Bianconi, Pessuti, Bartolucci, Pasqualoni, ma anche nelle deboli o strumentali vocazioni ecclesiastiche di Ceruti o di Onorato Caetani, o, ancora, nelle secolarizzazioni di Cavalli e di Godard58.

Ma, per tornare brevemente ancora ai redattori delle «Efemeridi», una figura invece un po' eccentrica rispetto al gruppo disegnato finora, è quella dello scolopio piemontese Bruno Bruni (1714-1796), trasferitosi a Roma dove ebbe la cattedra di teologia presso il Collegio Nazareno, passato successivamente a Firenze e poi definitivamente ancora a Roma, nel 1779. Autore di pubblicazioni di pedagogia e di apologetica cattoliche, in aperta funzione antilluminista, divenne negli anni Ottanta, in linea con l'irrigidimento piano, uno degli esponenti di punta dell'antigiansenismo romano: così, da collaboratore delle più aperte «Efemeridi» divenne uno dei redattori del «Giornale ecclesiastico di Roma», il settimanale fondato nell'aprile del 1785 allo scopo di costituire il principale strumento, suggerito e sostenuto dalle alte gerarchie, della battaglia intransigente contro gli avversari del cattolicesimo e del papato59. La presenza di Bruni nelle «Efemeridi», come pure quella di Luigi Cuccagni60, rivela bene - come ha suggerito G. Pignatelli - il fatto che dai primi anni Ottanta il giornale aveva ben rivisto e corretto le posizioni iniziali filogianseniste. Tuttavia, il successivo allontanamento di entrambi dalle «Efemeridi» in vista della fondazione di un nuovo organo giornalistico, assai più coinvolto nella battaglia ideologica antilluminista e nella difesa degli interessi ecclesiastici e della gerarchia, dimostra anche come, nonostante la loro evoluzione in senso moderato, le «Efemeridi» restassero poco utilizzabili per tali battaglie e, forse, meno controllabili da parte della Curia: e, questo, soprattutto a causa della presenza di Amaduzzi in redazione e dei rapporti da lui istituiti con i dotti di tutta Italia e con gli ambienti del riformismo giansenistico toscano.

Ma, forse, collocato alla luce degli esiti di lungo periodo della strategia ecclesiastica, proprio il passaggio di collaboratori dall'uno all'altro giornale, se denuncia certamente un contrasto di posizioni entro lo stesso mondo del cattolicesimo, può far emergere anche una sorta di «divisione dei compiti» per ricostituire, appunto da sponde diversamente connotate, un compatto e unitario fronte cattolico contro il comune nemico rappresentato dal materialismo61.

3. Reti e progetti culturali e politici

La vera anima delle «Efemeridi letterarie», almeno nella sua prima fase, fu proprio l'abate Giovanni Cristofano Amaduzzi che, peraltro, oltre a rappresentare la personalità culturalmente più interessante della redazione, costituisce anche l'elemento di continuità nel passaggio da Bianconi a Pessuti, e il nodo di coagulo di un progetto politico-culturale che andava oltre la singola esperienza del giornale. Amaduzzi (1740-1792), allievo dell'umanista, scienziato e medico riminese Giovanni Bianchi (Jano Planco), era giunto a Roma da Rimini nel 1762, trovando autorevoli appoggi presso i cardinali suoi conterranei, come Giuseppe Garampi, Gaetano Fantuzzi e, soprattutto, Lorenzo Ganganelli che, divenuto papa Clemente XIV, gli garantì sempre la sua protezione. Legato strettamente ai circoli romani e toscani antigesuitici e filogiansenisti, nel 1769 fu nominato professore di lingua greca nell'Archiginnasio della Sapienza e, l'anno seguente, ottenne la sovraintendenza alla stamperia della Congregazione di Propaganda Fide, pubblicando numerosi alfabeti di lingue antiche o esotiche e legandosi al futuro cardinale Stefano Borgia.

Amplissimo era il tessuto di relazioni che lo collegava, attraverso un fittissimo epistolario, con gli intellettuali più rappresentativi della cultura italiana. Oltre alla vasta produzione erudita, particolarmente intensa fu la sua attività giornalistica come collaboratore di numerosi periodici - dalle «Novelle letterarie» di Firenze, alle «Notizie de' Letterati» di Palermo, agli «Annali ecclesiastici», ancora di Firenze - e come promotore di quelli romani già citati62. Assai stretto fu anche il rapporto con Girolamo Tiraboschi e il suo «Giornale de' letterati d'Italia». Forte del suo ruolo nei giornali, romani e non, del suo prestigio all'interno del gruppo intellettuale con cui era in contatto, del sostegno di alcuni importanti cardinali in Curia - che però poi lo abbandonarono -, e dell'appoggio ottenuto all'interno dell'Arcadia, dopo la «svolta» riformatrice avviata dal custode Gioacchino Pizzi63, Amaduzzi tentò, tra la metà degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, di affermare il suo progetto culturale, che mirava a conciliare con la religione le istanze più moderate dell'illuminismo e l'idea di una missione civile e «patriottica» del letterato, tesa all'educazione e alla trasmissione del sapere: idea che ben si inquadrava all'interno del più vasto filone dell'Aufklärung cattolica. Con la progressiva ripresa delle correnti curialiste e filogesuitiche e l'irrigidimento di Pio VI nei confronti della cultura moderna, però, la posizione di Amaduzzi a Roma si fece sempre più difficile e isolata anche a causa della sua progressiva radicalizzazione, in seguito alla quale gli vennero meno gli appoggi dei cardinali amici, quali Garampi e Borgia. Tale isolamento sembra riflettersi pure sul ruolo da lui giocato nelle «Efemeridi letterarie», poiché, come si è visto, proprio nella fase del giornale che va dalla metà degli anni Ottanta alla caduta del potere temporale si può individuare una linea redazionale che tende sempre di più ad evitare il dibattito religioso e dogmatico in corso, e a chiudere il dialogo con la cultura moderna più avanzata; essa si concentra invece, per un verso, sul sostegno al riformismo economico pontificio avviato con il tesorierato di Fabrizio Ruffo, e, per altro verso, sul discorso scientifico utilitaristico, filantropico e pragmatico, depurato da ogni implicazione ideologica o dottrinaria, poco ortodossa o comunque rischiosa.

Il ruolo di Amaduzzi dovette essere tanto rilevante nella redazione delle «Efemeridi», soprattutto nella prima fase, che spesso egli ne venne ritenuto il vero promotore, estensore e direttore. In realtà, egli stesso chiariva i termini della sua collaborazione in una lettera del 4 dicembre 1779, diretta al barone piemontese, e arcade, Giuseppe Vernazza: una lettera che si rivela di un certo interesse anche in quanto contiene la valutazione ancora diffidente, da parte di un erudito «puro» e tutto sommato tradizionale - sia pure libero e spregiudicato, come era Amaduzzi -, di quella che stava divenendo la vera e propria professionalizzazione del mestiere di giornalista, attraverso il superamento dell'«epoca classica» del giornalismo letterario di primo Settecento.

Io vi credo persuaso ed io stesso pur torno ad assicurarvi che io non sono l'estensore delle Efemeridi e dell'Antologia perché son d'avviso che questo mestiere fatto per professione sia indegno di un galantuomo che non trova ora per compagni i Lami, i Maffei, i Zeni, siccome egli è troppo odioso, critico ed inquieto per chi non pensa che ad obbligare e a non disgustare veruno. Sono però amico e del promotore di quest'impresa, che è il signor Consigliere Bianconi, ministro dell'Elettore di Sassonia e del signor ab. Pessuti, estensore dei suddetti fogli. Pregato dai medesimi a dare qualche aiuto a questo letterario stabilimento il faccio volentieri od imprestando i libri nuovi che mi vengono o comunicando le mie lettere, od anche stendendo alcuna volta qualche articolo, quando mi preme in ispecie servir bene qualche amico, che ha confidato nella mia mediazione64.

Tuttavia, quel che va soprattutto notato è che il ruolo di Amaduzzi nelle «Efemeridi» andava di pari passo con una serie di altre iniziative di cui egli fu protagonista, con il sostegno dei medesimi alleati, anche in altri ambiti più formalizzati della sociabilità intellettuale romana: primo fra tutti, all'interno delle accademie. Anche per questo versante, come per quello, peraltro collegato, dei periodici, è possibile rilevare il duplice e parallelo processo imperniato tanto sulla costruzione di un gruppo omogeneo ed organico di intellettuali moderatamente riformatori, quanto sulla proposta di un modello diverso e «nuovo» di impegno culturale, da realizzare anche attraverso il rinnovato uso di antichi e tradizionali strumenti, come appunto erano le accademie. Il ruolo di tali istituzioni diventa, in questa direzione, essenziale, così come lo è il loro evidente rapporto di reciproco supporto con i nuovi periodici, in quanto accademie e giornali si presentano come luoghi di aggregazione dei gruppi intellettuali, e perfino di un apprendistato della politica; comunque, come si è detto, quali sedi e strumenti dell'emergenza di un ceto intellettuale nuovo, e anche sociologicamente differenziato, se si riflette all'accresciuta presenza dei laici rispetto agli ecclesiastici e dei «borghesi» rispetto agli aristocratici, e allo sviluppo dei processi di professionalizzazione. È, dunque, all'interno di un disegno di sostegno e di rafforzamento reciproci tra giornali e accademie, in cui gli uni forniscono credibilità e autorevolezza alle altre, e viceversa, che va inquadrato il rapporto tra l'accademia dell'Arcadia e le «Efemeridi letterarie».

È stato giustamente rilevato come la nascita delle «Efemeridi» avvenisse non casualmente nello stesso anno 1772 in cui, attraverso l'elezione a custode generale di Gioacchino Pizzi, cominciò a delinearsi la riforma dell'Arcadia in direzione della rottura con la tradizione idillico-evasivo-pastorale e del recupero, invece, di contenuti «forti», legati ai nuovi interessi, filosofici e scientifici, di quei decenni65. Certamente, neppure casuale fu il fatto che iniziative dai contenuti simili fossero tra loro collegate anche dalle persone che vi partecipavano e dalle reciproche collaborazioni e amicizie. I redattori delle «Efemeridi» - da Bianconi a Ceruti, Bartolucci, Jacquier, Pessuti, Caetani, Cavalli, Monti, e, naturalmente, Amaduzzi - erano tutti ascritti all'Arcadia66; essi costituiva no una sorta di gruppo di pressione, che sosteneva all'interno dell'accademia le aperture di Pizzi al gusto neoclassico in poesia, sostanziato dallo «spirito filosofico» del secolo e dalla cultura dell'illuminismo moderato, di cui si dava poi conto sulle pagine delle «Efemeridi». Ma, soprattutto, ancora Amaduzzi, entrato in Arcadia nel 1775 con il nome di Biante Didimeo, divenne il principale teorico della funzione civile e culturale delle accademie in genere, e dell'Arcadia in particolare, e il centro aggregatore di un progetto, insieme culturale e politico, imperniato, appunto, sulla convinzione del ruolo pubblico degli intellettuali e del loro impegno nella società civile, e sulla proposta di forme nuove di autorappresentazione e di legittimazione delle accademie.

Si trattava di un progetto che egli non si trovava a promuovere da solo. Nei primi giorni del 1775, infatti, era giunto a Roma Luigi Gonzaga, principe di Castiglione (1745-1819), curiosa figura di letterato e avventuriero. Questi, che avendo rinunziato alle sue pretese sul principato di Castiglione delle Stiviere a favore della casa d'Austria godeva di una cospicua pensione che ne faceva un generoso e corteggiato mecenate di letterati, venne subito ascritto all'Arcadia, insieme con la sua protetta, la poetessa Maria Maddalena Morelli Fernandez, in Arcadia Corilla Olimpica: protagonista, quest'ultima, di una vicenda di conflitti tra letterati, relativi alla sua incoronazione poetica in Campidoglio, dietro i quali si nascondeva lo scontro fra «partito» filogesuitico in via di riorganizzazione e il gruppo filoriformatore, e più aperto culturalmente, a cui Amaduzzi e i suoi sodali appartenevano67.

Gonzaga, nel 1776, aveva pubblicato a Roma, forse su sollecitazione dell'amico Amaduzzi e non senza opposizioni e critiche, un discorso pronunciato in Arcadia, Il letterato buon cittadino. Discorso filosofico e politico, in cui fin dal titolo era annunciata tanto la sua visione della funzione civile dell'intellettuale, impegnato nell'istruzione dei concittadini e nella costruzione di una nuova società, quanto la prospettiva teorica - filosofica e politica, appunto, cioè tutta immanente - entro cui si collocava la sua proposta. Il «letterato buon cittadino», che «ama il Principe, ama la Patria, adora la Religione, e ne detesta gli abusi», era dipinto come colui che «illumina ed istruisce i propri concittadini ne' principi vittoriosi di universal benevolenza, fondata sulla base della sociabilità, ed inerente all'uomo qual sigillo di perfezione dal Cristianesimo impresso sulla legge naturale». Soprattutto, come avrebbe fatto poco dopo anche Amaduzzi, Gonzaga postulava senz'altro l'idea della naturale alleanza tra filosofia moderna e religione, dato il ruolo politico di quest'ultima nell'opporsi ad ogni forma di dispotismo e nell'insegnare «l'originale eguaglianza degli uomini»68.

Non desta stupore il fatto che non solo i contenuti del Discorso, ma anche lo stesso lessico utilizzato - si incontra qui, forse per la prima volta, quel termine «sociabilità» che avrà tanta fortuna in seguito e fino ad oggi - potessero provocare fastidio nei chiusi e sospettosi ambienti curiali. Pochi mesi dopo, infatti, ancora più ostile sarebbe stata l'accoglienza riservata ad un altro saggio letto in Arcadia, nel settembre 1776, il Discorso filosofico sul fine ed utilità delle Accademie, di Amaduzzi stesso, che venne pubblicato nel 1777 con le insegne d'Arcadia, ma con la falsa e significativa data «In Livorno, per i Torchi dell'Enciclopedia». Non casuale doveva essere il fatto che quale falso stampatore Amaduzzi scegliesse l'editore di una nota traduzione italiana dell'Encyclopédie, così come neppure casuale fu la dedica al principe Luigi Gonzaga: questi vi era definito con enfasi «mecenate [...] emulo della profondità di Montesquieu, seguace della precisione di Loke, imitatore delle grazie di Fontenelle [...] veneratore esimio e difensore istrutto de sacri dommi della fede e della più sana dottrina degli antichi Padri della Chiesa»69. Già nel frontespizio del Discorso, dunque, e fin dalla stessa dedica, venivano, in una sorta di sfida, citati e presi a riferimento libri e autori condannati ufficialmente da Roma70, ed evocata quella «sana dottrina» degli antichi Padri a cui si richiamava tutto il gruppo riformatore filogiansenista, ostile agli «abusi» superstiziosi di una fede non illuminata dalla ragione.

Ma, soprattutto, erano i contenuti a colpire il lettore. Amaduzzi, con un vero e proprio inno al ruolo illuminante della filosofia e a quello di organizzazione e di diffusione culturale svolto dalle accademie, proponeva una radicale trasformazione dell'Arcadia in direzione di un impegno concreto dei letterati nella società e nel buon governo; polemizzando con le inconcludenti e retoriche accademie seicentesche e con il loro vacuo e ampolloso linguaggio - l'«asiaticità di discorso, che fa perdere tempo e pazienza»71-, egli utilizzava effettivamente un lessico nuovo e inusuale per i suoi ascoltatori, e citando, tra i filosofi, Hume, Leibnitz, Locke, Condillac, Montesquieu e d'Alembert e, tra gli scienziati, Galileo, Redi, Malpighi, Gassendi, Cartesio, Boyle e Keplero, invitava a far entrare in Arcadia «il sublime linguaggio di Locke e di Newton». Soprattutto, incitava ad affrontare nei componimenti argomenti sodi e utili, come «la Psicologia, la Morale, la Politica, e le belle Lettere, che sono le scienze del sensibile, del buono, dell'utile, e del bello», tutte derivanti dalla «scienza dell'uomo»72. Il ritratto di Newton, che era stato arcade, esposto nella sede dell'accademia e la presenza, durante la recita del discorso, dell'amico e collaboratore padre Jacquier, che di Newton era stato studioso e divulgatore, lo spingevano a ricordare i «grandi» che «mai l'esperienze abbandonando nuove, e più chiare luci apportarono alle scienze, ed aumentarono sempre più la massa delle certe, ed utili cognizioni»73.

Si trattava di una proposta di riforma dell'accademia, sulla base della filosofia e, soprattutto, della scienza moderne, che non solo era in linea con i coevi tentativi dei dirigenti dell'Arcadia, ma anche con il programma culturale delle «Efemeridi letterarie», tutto centrato sull'utilità della scienza e sul suo intrinseco accordo con la religione. Tale proposta venne ribadita da Amaduzzi, con ancora maggior forza provocatoria, l'anno seguente e sempre in Arcadia, in un secondo discorso, chiamato questa volta senz'altro filosofico-politico proprio come quello di Gonzaga, che, con il titolo di La filosofia alleata della religione, era dedicato all'arcivescovo di Bologna, e neopromosso cardinale, Andrea Gioannetti. Anch'esso stampato con la falsa indicazione della tipografia livornese, il secondo discorso, che per le sue audaci asserzioni venne denunciato al Sant'Offizio, esaltava senza esitazioni le riforme dei sovrani illuminati, tanto malvisti a Roma, e sosteneva che la conciliazione tra la ragione e la religione era non solo possibile, ma necessaria per «formare il vero modello d'un savio Filosofo, d'un perfetto Letterato, d'un buon Cittadino»74. Pensiero filosofico moderno - identificato soprattutto con quello scientifico, con un'equivalenza assai diffusa all'epoca - e «vera» religione - quella che si richiamava alle origini e alla purezza del messaggio evangelico - convergevano, infatti, non solo nei buoni esiti culturali e nella lotta all'ignoranza e alla superstizione, ma, soprattutto, nello sbocco politico antidispotico, poiché concordavano nel «mantenere gli uomini nel possesso de' loro dritti» naturali, anche politici, e nell'uso della sua libertà75.

Agli sforzi teorici di Gonzaga, di Pizzi, di Godard, e di Amaduzzi in Arcadia, occorre infine aggiungere anche l'apporto di Giacinto Ceruti, il redattore delle «Efemeridi» romane che, entrato nella sfera di protezione e di mecenatismo del Gonzaga e anch'egli ascritto in Arcadia, pubblicava nel 1779, all'interno di una raccolta di suoi Opuscoli dedicati proprio al principe di Castiglione, un discorso accademico su Il trionfo delle lettere sopra l'abuso de' duelli, tutto teso all'esaltazione della funzione degli intellettuali per il progresso della civiltà76. Nello stesso giro di anni, inoltre, anche l'abate Cavalli componeva una Canzone sulla utilità delle lettere (Roma 1776), che costituiva una sorta di commento elogiativo al discorso accademico di Gonzaga, cui peraltro era dedicata: in essa appariva una appassionata difesa della letteratura, e della «civiltà» in genere, contro quel «primitivismo» rousseauiano che costituiva il bersaglio polemico principale di tutto questo gruppo, in vista dell'esaltazione del ruolo positivo e civilizzatore della cultura77.

Si delinea veramente, dunque, «una sorta di gruppo di pressione nelle già mosse acque dell'Arcadia» romana78 che, anche sulla scorta della contrastata vicenda dell'incoronazione poetica di Corilla Olimpica, sostenuta da tutti i personaggi fin qui citati, tenta di imporre, nei primi anni del pontificato di Pio VI, una egemonia culturale di marca antigesuitica e una «filosofia cristiana» di forte piegatura sociale, particolarmente centrata sulla funzione positiva svolta dalla religione nella cultura, nell'incivilimento dei costumi, nella socievolezza, nel buon ordinamento della «società civile». Si assiste, in definitiva, alla fine degli anni Settanta, ad una fioritura del dibattito sulla funzione stessa e sui modelli culturali delle accademie e degli intellettuali, e alla proposta di modalità diverse di autorappresentazione e di autolegittimazione delle strutture accademiche, nonché del loro impegno pubblico o, se si vuole, «politico».

Ciò si traduce in una vera e propria trattatistica, che varrebbe la pena di analizzare, insieme con lo stesso linguaggio da essa utilizzato79. «Sociabilità», «incivilimento», «stato socievole», «pubblica felicità», «benevolenza», «patriottismo», «cittadinanza», «nazione», «società civile», «progresso», sono i termini che è dato incontrare con sempre maggiore frequenza e disinvoltura all'interno del discorso dell'accademia su se stessa: termini che, se ora appaiono forse per la prima volta, diverranno comuni e usuali nel lessico rivoluzionario, segnando anche per questo aspetto la continuità di fenomeni - e di protagonisti - tra Antico regime e Rivoluzione. In ogni caso, questa trattatistica sul modello e sul ruolo delle accademie, e sulla loro proiezione all'esterno, sembra confermare che anche l'accademia, come corpo, non solo produce identità socio-professionali sempre più autonome, perché sostenute e legittimate dalla corporazione stessa, oltre che dal potere politico, ma tende a moltiplicare le forme di espressione, di presenza e di sociabilità scientifica - giornali, cattedre universitarie, reti diverse di relazioni -, in quanto ulteriori fattori di credibilità dei membri e di rafforzamento reciproco80.

Ma, tornando alle «Efemeridi», queste sostennero apertamente e concretamente, dandole la più vasta risonanza e eco pubblica, la proposta di riforma dell'Arcadia avanzata al suo interno da Gonzaga, da Amaduzzi, da Pizzi, da Godard e dagli altri sodali, così come intesero rafforzare tutto il discorso più generale, centrato sul ruolo delle accademie e, naturalmente, come si è visto, della cultura scientifica81. È una tematica, quella relativa alle accademie, sulla quale le «Efemeridi» tornarono a più riprese, anche perché la fase di rinascita e di potenziamento di questi organismi, che coincide con il secondo Settecento in tutta la penisola, non solo venne registrata accuratamente dal giornale, ma fu inserita senz'altro all'interno di quel progetto di valorizzazione della cultura italiana e di rinnnovamento di un glorioso passato di primato scientifico, a cui rispondeva anche la stessa fisionomia del periodico. Scrivevano i redattori, nel 1787:

Se l'Italia colle sue accademie de' lincei, de' fisiocratici e del cimento diede all'Europa colta i primi modelli di que' corpi letterarj che si propongono per scopo l'indagare le vie della natura nel solo modo in cui vuol essere studiata, cioè per mezzo dell'esperienza, fa d'uopo anche confessare che quell'aurora scientifica fu tra noi di breve durata, poiché quelle accademie finirono tutte poco dopo il loro nascere, ed appena durarono quanto vissero i loro benefici istitutori. Noi siamo però ora largamente ricompensati del sofferto danno, poichè dappertutto da Napoli sino a Torino vediamo risorgere a gara siffatti utilissimi stabilimenti82.

E, ancora, nel 1789:

Nel breve giro di pochi anni abbiamo avuto il contento di veder sorgere, e grandeggiare al pari delle oltremontane molte accademie scientifiche in Italia, le quali col favore dell'illuminati Sovrani, che ne governan le diverse contrade, se tanto fanno ancor bambine, vi è fondata speranza che adulte che saranno, sian per restituire a questa bella regione d'Europa quel primato in ogni genere di letteratura, di cui essa già godette altre volte83.

Ovviamente, però, fu alle accademie dello Stato della Chiesa che venne rivolta la maggiore attenzione, e, in particolare, a quelle accademie agrarie che, a partire dalla fine degli anni Settanta, con la fondazione dell'Accademia georgica di Montecchio, nella Marca, fino a tutti gli anni Ottanta, punteggiarono la realtà provinciale dello Stato, sotto la vigile e consapevole guida del governo romano. Questo, infatti, cercò di inserire anche il nuovo modello di accademia all'interno del vasto piano di riforma economica avviato in quegli anni, facendone lo strumento primario di un nuovo e più articolato rapporto tra centro e periferie, in cui queste ultime sembravano superare la tradizionale subordinazione.

Poiché le «Efemeridi» si proponevano come portavoce ed espressione pubblica del rinnovamento della cultura romana in senso scientifico e di «utilità sociale», e, insieme, come organo di consenso delle iniziative riformatrici varate dallo Stato, era logico che esse riservassero grande attenzione alle molteplici attività delle accademie d'agricoltura e di manifattura provinciali, a cui, del resto, alcuni dei più importanti redattori, quali Amaduzzi e Pessuti, erano ascritti84. D'altro canto, ancora Pessuti era membro di una nuova accademia che si potrebbe definire senz'altro di Stato, quale fu il Congresso accademico di agricoltura, manifatture e commercio fondato, nel 1787, e presieduto dal tesoriere generale, Fabrizio Ruffo, principale ispiratore del riformismo economico di Pio VI: un'istituzione che, fin dal nome inconsueto adottato - Congresso - e dalle particolarità dello statuto, denotava sia la volontà di rottura con la tradizione degli antichi sodalizi eruditi, sia l'avvenuta conclusione, anche a Roma, dei processi di istituzionalizzazione delle accademie85.

4. Conclusioni

Negli ultimi tre decenni del Settecento, e prima della fioritura dei giornali rivoluzionari, nascono, vivono e muoiono a Roma fino a una decina di testate, che danno luogo alla compresenza nella città del più alto numero di periodici mai verificatasi fino ad allora86. A questo dato, già di per sé significativo di un salto di interesse per la funzione degli organi di stampa nella cittadella della cattolicità assediata dagli attacchi della secolarizzazione, si affianca quello relativo all'evoluzione dei giornali in senso sempre meno erudito e più impegnato sul piano pubblico e in direzione di una crescente professionalizzazione - e laicizzazione - del mestiere di giornalista, come è visibile, appunto, anche attraverso le «Efemeridi». Emerge anche, dalle stesse scelte culturali dei periodici, dai legami esistenti tra di essi, e dai rapporti tessuti con altri istituzioni culturali e con precisi segmenti del potere, l'esistenza di un sistema di relazioni che costruisce un gruppo abbastanza coeso e omogeneo di intellettuali, aggregati intorno ad alcune iniziative e a diversi luoghi e strumenti di sociabilità intellettuale. Tale sistema sembra muoversi in direzione di un'utilizzazione che si potrebbe definire già «politica» dei giornali e delle altre istituzioni culturali, quali le accademie, e che pare scivolare senza grosse rotture, e quasi attraverso le stesse persone, nella breve esperienza del regime repubblicano.

A partire da quanto si è detto finora, perciò, risulta assai problematica un'interpretazione che individui una netta differenziazione tra le scelte culturali «innovative» di questi gruppi intellettuali, e, in particolare di quello ruotante intorno alle «Efemeridi», e la tradizione conservatrice e «immobilista» del potere papale e curiale: una differenziazione che sarebbe stata talmente forte da delineare una conflittualità, più o meno latente, destinata ad esplodere con le vicende rivoluzionarie di fine secolo87. In realtà, soprattutto nella fase del riformismo pontificio degli anni Ottanta, sono rilevabili tanto un tentativo di legittimazione e di formazione del consenso - attraverso lo strumento giornalistico - intorno alle scelte politiche e culturali governative, quanto una sostanziale consonanza di intenti tra ceti intellettuali moderati e gerarchie del potere, capace di assorbire e superare tensioni e conflitti quali quelli suscitati dalle posizioni più «ribelli» e indipendenti di un Amaduzzi. Le strategie di riconquista della Chiesa cattolica erano assai più inclini ad utilizzare, con grande efficacia e abilità, gli strumenti della modernità contro la modernità stessa di quanto non preveda l'interpretazione classicamente anticlericale di origine ottocentesca e risorgimentale, che le vede semplicemente, e soltanto, appiattite su posizioni di irriducibile chiusura.

Proprio l'insistenza sul ruolo pragmatico e utilitaristico della scienza, sul valore dei metodi scientifici moderni e sull'accordo tra sapere scientifico e fede, in funzione sostanzialmente apologetica e antimaterialistica, fa emergere, meglio di ogni altro elemento, sia la consonanza di fondo che lega persino gli intellettuali cattolici più innovatori ai programmi politico-culturali delle gerarchie ecclesiastiche, sia l'utilizzo abile, da parte di queste ultime, della scienza e della cultura scientifica come risorsa «politica» e ideologica. Questi fattori, che ridimensionano l'ipotesi dell'esistenza di un collegamento diretto tra adesione alla nuova scienza e adesione all'esperienza rivoluzionaria, fondato su un preteso comune intento di secolarizzazione del sapere e della storia, sembrano confermati dalla accentuazione, nell'età della Restaurazione, del progetto di impiego ideologico-culturale della scienza, e dalla continuità, in epoche pur tanto diverse, di ambiti culturali e di personaggi coinvolti nella scelta di appropriazione della cultura moderna ai fini della ricostruzione del regime di cristianità88.

D'altro canto, la complementarità tra le scelte politiche e culturali della gerarchia della Chiesa cattolica e la dimensione di moderatezza degli intellettuali «romani» risulta anche confermata dalle posizioni riformatrici, e mai radicali, mantenute nel periodo rivoluzionario da molti dei personaggi qui considerati. Quel che è possibile rilevare, caso mai, da evoluzioni politiche come quelle di Pessuti, di Bartolucci, di Scarpellini e di altri amici delle «Efemeridi» coinvolti nelle vicende dell'età rivoluzionaria e napoleonica, ma pronti a rientrare attivamente nei quadri amministrativi e professionali delle due Restaurazioni - nei quali, peraltro, furono senza grossi ostacoli riaccolti -, è la conferma che l'attività giornalistica, la professione intellettuale e l'impegno nelle battaglie di riforma culturale abbiano costituito, anche nel conservatore, ma non immobile, Stato della Chiesa, come altrove, un vero «apprendistato» politico, una trasformazione definitiva dell'antica figura dell'erudito, e, soprattutto, attraverso la crescente professionalizzazione e laicizzazione, la nascita e l'autocoscienza di una nuova élite: sono esperienze che consentirono, perciò, il trapasso senza grossi traumi ideologici nella pratica della politica e nel coinvolgimento attivo, soprattutto sul piano tecnico e amministrativo, pur all'interno di ben diverse esperienze politiche e governative.

Il 15 febbraio 1798 venne proclamata la Repubblica romana, ma nessun cenno a questo evento è reperibile sulle «Efemeridi». Il primo indizio del cambiamento si trova nel numero del 24 febbraio, nel quale è recensito un libro della «cittadina» M. Fulvia Bertocchi, romana, che contiene un attacco, peraltro piuttosto blando e convenzionale, alla censura esercitata dal governo ecclesiastico sulla stampa. Il giornale, la cui periodicità divenne più irregolare e che si chiuse con il numero del 30 brumale (20 novembre) del 1798, era ora distribuito da Giovanni Battista Vaccari, lo stesso distributore del «Monitore di Roma», organo ufficiale della nuova Repubblica. Quasi a marcare anche visivamente una continuità, il logo delle «Efemeridi» - la lupa che allatta Romolo e Remo, con il motto Genus unde Latinum - ricompariva identico sul primo numero (21 febbraio) del «Monitore di Roma».

Note

1. «Efemeridi letterarie», 1772, Prefazione, pagina non numerata.

2. Ivi, n. 1, 4 gennaio 1772, p. 1. Sulla rivista rinvio, per gli aspetti letterari, a L. Felici, Il giornalismo romano fra Arcadia e Neoclassicismo, in «Studi romani», XIX, 1971, pp. 264-273; un esame complessivo è in G. Ricuperati, Giornali e società nell'Italia dell'Ancien Régime» (1668-1789), in Storia della stampa italiana, a cura di V. Castronovo e N. Tranfaglia, vol. I, La stampa italiana dal Cinquecento all'Ottocento, Roma-Bari, 1976, pp. 312-317; solo una scheda in U. Bellocchi, Storia del giornalismo italiano, Bologna, V, 1976, p. 143: nel vol. 8 (ivi, 1980) si trova C. Mansuino, Repertorio bio-bibliografico (a tutto il secolo XVIII), con rapide biografie di alcuni dei redattori principali. Superato e spesso impreciso, nel suo severo giudizio negativo, è L. Piccioni, Il giornalismo letterario in Italia. Saggio storico-critico, vol. I, Giornalismo Erudito-Accademico, Torino-Roma, 1894, pp. 182-190. Solo pochi cenni in F. Fattorello, Il giornalismo italiano dalle origini agli anni 1848-1849, Udine, 1937, pp. 104-105, O. Vercillo, Periodici romani dal Settecento al 1814, in «L'Urbe», a. XII (1949), pp. 20-21, e O. Majolo Molinari, La stampa periodica romana dell'Ottocento, I, Roma, 1963, pp. 345-346. Utili precisazioni in A. Cosatti, I periodici e gli atti accademici italiani dei secoli XVII e XVIII posseduti dalla Biblioteca. Catalogo ragionato, Roma, 1962, pp. 68-69. È da precisare che il titolo corretto del giornale è «Efemeridi letterarie», e non «Effemeridi letterarie», che invece viene adoperato da molti autori.

3. In realtà, le «Efemeridi» ripresero a uscire, una prima volta, nel 1806 e, ancora, nel 1820, per poi cessare definitivamente nel 1823. Ma si tratta di un giornale oramai diverso e che, comunque, non prenderemo qui in esame.

4. E. Dammig, Il movimento giansenista a Roma nella seconda metà del secolo XVIII, Città del Vaticano, 1945, p. 325.

5. M. Rosa, Introduzione all'Aufklärung cattolica in Italia, in Cattolicesimo e lumi nel settecento italiano, a cura di M. Rosa, Roma, 1981, p. 16 ss.

6. I casi più noti sono quelli di Pessuti e Bartolucci, come vedremo.

7. Le «Notizie letterarie oltramontane», poi «Giornale de' Letterati» (1742-1759), che erano mensili e di quattro fogli, costavano 24 paoli annui.

8. Si precisava che i libri proibiti si sarebbero dati solo «a chi ne esibirà la licenza in iscritto»: resta, tuttavia, da rilevare che, con tali avvisi, se ne dava pubblica notizia, con precisi elementi di riferimento e reperibilità.

9. L'annuncio degli «Anecdota Litteraria» si trova in «Efemeridi letterarie», 1773, p. 183. Per la recensione al I tomo degli «Anecdota», ivi, 1773, pp. 241-244.

10. Il libro romano nel Settecento. La stampa e la legatura, Roma, 1959, p. 17 dell'Introduzione di P. Orzi Smeriglio.

11. «Efemeridi letterarie», 1772, p. 416. Notizie sul libraio-stampatore Settari, sulla famiglia e sul suo ambiente di riferimento si trovano in S. Franchi, Le impressionisceniche. Dizionario bio-bibliografico degli editori e stampatori romani e laziali di testi drammatici e libretti per musica dal 1579 al 1800, Roma, 1994, pp. 716-718. Sugli stampatori Zempel, cfr. ivi, pp. 806-810. Ringrazio Mariolina Palazzolo per l'indicazione.

12. «Efemeridi letterarie», 1773, Prefazione, p. non num.

13. G. Ricuperati, Giornali e società, cit., p. 308. L'insistenza sulla cultura italiana collega strettamente le «Efemeridi» al «Giornale de' letterati d'Italia» di A. Zeno, S. Maffei e A. Vallisnieri (Venezia, 1710-40) e al suo successore, il «Nuovo giornale de' letterati d'Italia», uscito a Modena nel 1773 ad opera di G. Tiraboschi, del quale, non a caso, fu uno dei promotori lo stesso Bianconi. Sul rapporto tra le «Efemeridi» e quest'ultimo periodico, si veda anche più avanti.

14. «Efemeridi letterarie», 1775, p. 185.

15. Traggo questi dati, io stessa ricavandone le percentuali, da A. Piersanti, La cultura illuministica europea e le «Efemeridi letterarie» di Roma (1772-1784) nell'età delle riforme, tesi di laurea da me seguita, discussa presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Roma «La Sapienza», a.a. 1986-1987 (relatore prof. M. Rosa), p. 59.

16. I dati e le percentuali relativi al periodo 1785-1798 sono tratti da M. Gambrioli, Cultura erudita, scienza e religione nelle «Efemeridi letterarie» di Roma (1785-1798) tra crisi dell'Antico regime e Rivoluzione, tesi di laurea da me seguita, discussa presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Roma «La Sapienza», a.a. 1986-1987 (relatore prof. M. Rosa), schema n. 10.

17. Roma con il 27,35% delle recensioni, Parigi con il 7,97%, Napoli con il 6,54%, Torino con il 4,92%, Londra con il 4,36%, e Firenze con il 3,87%: M. Gambrioli, Cultura erudita, cit., schema n. 11.

18. A. Piersanti, La cultura illuministica, cit., pp. 51-55.

19. Si vedano le acute osservazioni in proposito, relative a qualche decennio più tardi, di P. Redondi, Cultura e scienza dall'illuminismo al positivismo, in Storia d'Italia, Annali 3, Scienza e tecnica nella cultura e nella società dal Rinascimento a oggi, a cura di G. Micheli, Torino, 1980, pp. 782 ss. Ma vedi anche qui, più avanti.

20. Cfr. L. Felici, L'Arcadia romana tra illuminismo e neoclassicismo, in «Arcadia. Atti e Memorie», 1971, p. 175, che cita un articolo delle «Efemeridi» del 3 aprile 1784 in cui, nel corso di una rassegna dei componimenti recitati in Arcadia per onorare la memoria di Metastasio, si affermava: «Con sommo nostro piacere vediamo l'Italiano Parnaso dappertutto salire a somma gloria, e ci siamo nel tempo stesso consolati in rilevare, che dalle raccolte che si producono dalla nostra Arcadia sieno sbandite la sazietà, la copia delle inutili rime, e le bagattelle canore».

21. M. Gambrioli, Cultura erudita, cit., schemi n. 4, 6, 7, 8, 9.

22. A. Cosatti, I periodici e gli atti accademici, cit., pp. 68-69 ma, prima, G. Gasperoni, Settecento italiano. Contributo alla storia della cultura. I. L'abate Giovanni Cristofano Amaduzzi, Padova, 1941, p. 69.

23. Come si è detto, il nuovo periodico è annunciato sulle «Efemeridi letterarie» del 1773, p. 183: il libraio-stampatore Settari nel suo «Avviso» precisava che «gli argomenti saranno di sola letteratura, cioè cose ecclesiastiche, istoriche, diplomi, lettere d'uomini illustri, poesie, iscrizioni antiche di fresco scoperte, ed altri scritti di bella erudizione. Non v'entreranno opere posteriori al secolo XVI». Aggiungeva, inoltre, che si sarebbero stampate poche copie della nuova rivista, «cercando io in essa piuttosto l'onor letterario, che l'utile del mio Negozio». Settari sembra essere stato coinvolto anche nella pubblicazione dell'«Antologia romana»: cfr. S. Franchi, Le impressioni sceniche, cit., p. 810.

24. La frase è tratta dalla recensione che le «Efemeridi» dedicarono ai primi tomi del «Nuovo giornale de' letterati d'Italia»: «Efemeridi letterarie», 1773, p. 292. Sul Tiraboschi e il significato che ebbero la sua Storia della letteratura italiana e il suo giornale nel clima culturale lombardo, cfr. F. Venturi, Settecento riformatore. vol. V, L'Italia dei Lumi (1764-1790). I, La rivoluzione di Corsica. Le grandi carestie degli anni sessanta. La Lombardia delle riforme, Torino, 1987, pp. 582-592. Ma vedi anche G. Cavazzuti, Tra eruditi e giornalisti del secolo XVIII (G. Tiraboschi e il "Nuovo Giornale de' Letterati") in «Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le Provincie Modenesi», s. VII, vol. III (1924), pp. 31-134.

25. «Efemeridi letterarie», 1772, pp. 97-98, e 1773, p. 80. Per Roma, il distributore era ancora Gregorio Settari. Questi dovette aver qualche parte nell'impresa, perché un «manifesto» diretto «agli Amatori dell'Italiana Letteratura» per annunciare il progetto di un «Nuovo giornale de' letterati d'Italia» esclusivamente diretto a presentare la produzione italiana è da lui redatto e firmato, e sembra presentare il nuovo periodico come una filiazione delle «Efemeridi» (1772, pp. 97-98). Ma tutta la questione dei rapporti tra i due giornali meriterebbe di essere meglio indagata.

26. L'«Avviso» espicitava i motivi di tale scelta asserendo che «servirà ciò agli Oltramontani, che vedranno non essere presentemente questa nostra parte di Europa tanto pigra nelle scienze, quanto forse talun di loro vorrebbe pure far credere, e servirà a' nostri Nazionali, che con lodevole emulazione vedranno cosa producano que' loro concittadini [...]». A questi propositi facevano eco i redattori delle «Efemeridi» che, nella recensione ai primi tomi del 1773, scrivevano: «noi, che tanto apprezziamo la letteratura della nostra dotta Italia, come possiamo a meno di non interessarci per un'opera periodica diretta a questo principalmente di propagar la gloria, e le ricchezze letterarie del bel Paese, Che Appennin parte, e 'l mar circonda, e l'Alpe, troppo poco altrove apprezzate, perché non cognite abbastanza?».

27. Amaduzzi scriveva anche per il «Giornale delle arti e del commercio» di Macerata: A.M. Napolioni, Stampa periodica, informazione, istruzione agricola nelle Marche, in «Proposte e ricerche», n. 14 (1985), p. 58.

28. Sui compilatori del giornale, cfr. G. Cavazzuti, Tra eruditi e giornalisti, cit., pp. 31-37. Sulla collaborazione di Monti, cfr. L. Piccioni, Il giornalismo letterario, cit., pp. 187-188 e G. Ricuperati, Giornali e società, cit., pp. 316-317. Sul Monti, sulla cui biografia non mi soffermerò, i riferimenti bibliografici restano ancora L. Vicchi, Vincenzo Monti, le lettere e la politica in Italia dal 1750 al 1830, Faenza-Roma-Fusignano, 1870-1887, e L. Dal Pane, Spunti per la storia sociale settecentesca nell'epistolario di V. Monti, in Id., Lo Stato pontificio e il movimento riformatore del Settecento, Milano, 1959, pp. 513-556.

29. E. Bonora, Bianconi, Giovanni Lodovico, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 10, Roma, 1968, pp. 252-255. Cfr. anche Letterati, memorialisti, viaggiatori del Settecento, a cura di E. Bonora, Milano-Napoli, 1951, pp. 907-937.

30. F. Renazzi, Storia dell'Università di Roma «La Sapienza», vol. IV, Roma, 1806, pp. 291-92. Le opere del giurista Renazzi, legato anche da parentela con Bianconi, furono recensite più volte dalle «Efemeridi», a cominciare dal primo numero 1772, che presenta i suoi Elementa iuris criminalis.

31. «Efemeridi letterarie», 1781, p. 363.

32. Bianconi fu autore di un Elogio storico del cav. Giambattista Piranesi (1779) e di un Elogio storico di Anton Raffaele Mengs (1780).

33. G. Cavazzuti, Tra eruditi e giornalisti, cit., p. 35.

34. Scriveva a Angelo Maria Bandini, il 5 novembre 1774: «La mia riserbatezza nel parlare dell'Abate Ceruti vi avrà fatto accorgere, che io non ne era un grande ammiratore [...]. Non mi riesce nuova la sua condotta, la quale o è cattiva, o è equivoca in tutto. Egli è prete e si vergogna d'esserlo: onde non so, come voglia andare a finire. È un peccato che abbia questi madornali diffetti, quando ha pure tanto talento, e sapere, questo basterebbe a fargli gran nome»: cit. in A. Ademollo, Corilla Olimpica, Firenze, 1887, p. 151; su Ceruti, cfr. ivi, pp. 151-157 e ora G. Pignatelli, Cerutti (Ceruti), Giacinto, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 24, Roma, 1980, pp. 66-70.

35. «Efemeridi letterarie», 1773, p. 257, dove era recensito il suo Ragionamento teologico sopra la evidente credibilità della Cattolica Religione, Roma, 1773, dedicato al card. Andrea Corsini; nella stessa annata, a p. 185, compare pure la recensione al Libro di Giobbe recato dal testo Ebreo in versi italiani, Roma, 1773.

36. A. Ademollo, Corilla Olimpica, cit., p. 155.

37. Su Vincenzo Bartolucci, figura rilevantissima di giurista e di funzionario di antico regime, dell'età rivoluzionaria e napoleonica, e poi durante la prima e la seconda Restaurazione, assai rappresentativo di una tipica «carriera» borghese di quei decenni e di un ceto professionale e laico in ascesa, manca uno studio specifico. Fu il difensore della comunità ebraica e della corporazione dei macellai in importanti processi intentati contro la Camera apostolica, nel 1789. Avvocato della stessa Camera, venne reintegrato nella carica, nel 1800, e fu uno dei protagonisti nel conflitto fra nobili proprietari e mercanti di campagna sulla questione degli affitti, nel 1801. Su di lui si può vedere la «voce» (redazionale), piuttosto scarna e talvolta imprecisa, in Dizionario biografico degli italiani, vol. VII, Roma, 1965, pp. 4-5. Sul suo ruolo di avvocato dei nobili nel conflitto tra proprietari e mercanti di campagna, cfr. M. Caffiero, Tradizione o innovazione? Ideologie e comportamenti della nobiltà romana in tempo di crisi, in Signori, patrizi, cavalieri nell'età moderna, a cura di M.A. Visceglia, Roma-Bari, 1992, p. 383 ss.

38. «Efemeridi letterarie», 1786, pp. 305-308.

39. A. Cosatti, I periodici e gli atti accademici, cit., p. 21 e «Antologia romana», t. XVIII, anni 1791-92, p. 208. Anche su Pessuti manca un'esauriente biografia: si veda, comunque, la «voce» di G.F. Rambelli in E. De Tipaldo, Biografia degli italiani illustri, Venezia, 1836, III, pp. 266-269.

40. Su questa figura interessante di intellettuale provinciale (Scarpellini era nato a Foligno nel 1762), rettore del Collegio Umbro-Fuccioli, successore di Cavalli, nel 1794, nell'insegnamento di fisica al Collegio romano e nella direzione della specola Caetani, fondatore nel 1795 di un'Accademia fisico-matematica che divenne il primo nucleo della risorta Accademia dei Lincei (1801), membro dell'Istituto Nazionale, tribuno della Repubblica romana, poi, nel 1814, docente della nuova cattedra di fisica sacra alla Sapienza, voluta dal Consalvi, manca uno studio particolare. Si vedano, però, le notizie in P. Redondi, Cultura e scienza, cit., pp. 787-794, che ne mette in luce il ruolo centrale nella strategia culturale romana di primo Ottocento, volta all'utilizzazione delle scienze moderne ai fini di un programma di apologetica cattolica e di confutazione della scienza materialistica e laica. I legami con i Caetani - che protessero l'Accademia di studi fisico-matematici che aveva sede presso il Collegio Umbro-Fuccioli, ospitandola nel loro palazzo -, con Cavalli, con Pessuti e con l'ambiente scientifico romano ruotante intorno alle «Efemeridi» sembrano autorizzare un'anticipazione di questa strategia di utilizzazione religiosa della scienza agli ultimi decenni del Settecento. Sulla lettera scritta nella prima Restaurazione da F. Caetani al card. Consalvi, in favore di Pessuti, cfr. D. Fioretti, Nobiltà e biblioteche tra Roma e le Marche nell'età dei Lumi, Quaderni monografici di «Proposte e ricerche», n. 20, Ancona, 1996, pp. 26-27. Su Scarpellini e la rinascita dell'Accademia dei Lincei, legata anch'essa al programma culturale-scientifico intelligentemente restauratore di Consalvi, cfr. F. Renazzi, Storia dell'Università, cit., IV, pp. 311-312.

41. Su questa evoluzione delle accademie anche in Italia, in direzione di un assetto di istituzioni scientifiche di Stato, alla fine del Settecento, cfr. U. Baldini e L. Besana, Organizzazione e funzione delle accademie, in Storia d'Italia, Annali, 3, Scienza e tecnica, cit., pp. 1315-1319.

42. Stato attuale della romana letteratura (1785), in Due discorsi di Ennio Quirino Visconti con alcune sue lettere e con altre a lui scritte, Milano, 1841: il passo che segue è citato da G. Natali, Il Settecento, Milano, 1964 (6a ediz.), vol. I, p. 45.

43. Cfr. G. Gasperoni, Settecento italiano, cit., p. 70 e G. Ricuperati, Giornali e società, cit., p. 317.

44. Pasqualoni è nominato di sfuggita, come membro dell'accademia degli Occulti, da F. Renazzi, Storia dell'Università, cit., p. 318. Nel 1789 pronunciò l'orazione funebre in onore di N. Saliceti, professore di medicina alla Sapienza e archiatra pontificio; nel 1800 pubblicò un'altra orazione in occasione dell'entrata di Pio VII a Roma. Fu traduttore di diverse tragedie di Eschilo.

45. G. Cavazzuti, Tra eruditi e giornalisti, cit., p. 37.

46. Su Onorato Caetani, si veda L. Fiorani, Onorato Caetani. Un erudito romano del Settecento, Roma, 1969 e la «voce» dello stesso autore in Dizionario biografico degli italiani, vol. 16, Roma, 1973, pp. 209-212. Su Francesco Caetani, ancora L. Fiorani, sub voce, in Dizionario biografico degli italiani, pp. 168-171. Sulla specola Caetani, vedi G. Monaco, La Specola Caetani, in «Studi romani», XXXI (1983), 1, pp. 13-33. Ma sui fratelli Caetani, le vicende familiari, le attività culturale e la loro biblioteca, si veda ora anche D. Fioretti, Nobiltà e biblioteche tra Roma e le Marche, cit., pp. 16-67 e 128-129.

47. Sulla diffusione della scienza moderna nei collegi degli scolopi, si veda D. Armando, Gli scolopi e la repubblica giacobina romana: continuità e rotture, in «Dimensioni e problemi della ricerca storica», 1992, 1, pp. 240-247, che prospetta un nesso tra adesione alla cultura scientifica e partecipazione all'esperienza rivoluzionaria che resta da chiarire, anche in relazione alla diffusione della scienza moderna in altri ambiti religiosi piuttosto refrattari ad influssi "radicali", come, ad esempio, persino quello gesuitico.

48. G. Cavazzuti, Tra eruditi e giornalisti, cit., p. 37: lettera del 28 marzo 1781.

49. Ibidem.

50. U. Baldini, Cavalli, Atanasio, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 22, Roma, 1979, pp.716-718.

51. Qualche notizia su Jacquier, su cui pure manca una ricerca, si trova in Enciclopedia Cattolica, VII, col. 549. Sul gesuita raguseo Ruggero Giuseppe Boscovich (1711-1786), scienziato di fama internazionale che negli anni Quaranta insegnò matematica al Collegio romano e collaborò intensamente al «Giornale de' Letterati» di G. Cenni, poi nominato professore di matematica e astronomia all'Università di Pavia, la bibliografia è ricca: oltre a P. Casini, Boscovich, Ruggero Giuseppe, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 13, Roma, 1971, pp. 221-230, si veda ora l'accurata ricostruzione di Rita Tolomeo, Introduzione a Ruggiero Giuseppe Boscovich. Lettere per una storia della scienza (1763-1786), Documenti Boscovichiani, III, Accademia Nazionale delle Scienze detta dei XL, Roma, 1991, pp. 7-56, a cui rinvio anche per la più completa e aggiornata bibliografia. È da notare che Boscovich fu ascritto all'Arcadia nel 1774, vale a dire, negli anni della "svolta" innovatrice.

52. Su questa polemica e sui loro protagonisti, cfr. G. Costa, Il rapporto Frisi-Boscovich alla luce di lettere inedite di Frisi, Boscovich, Mozzi, Lalande e Pietro Verri, in «Rivista storica italiana», LXXIX (1967), pp. 819-876, P. Redondi, Cultura e scienza, cit., pp. 685-697 e M.L. Altieri Biagi, Scienziati nel Settecento, Milano-Napoli, 1983, pp. 695-754. È da notare che anche Tiraboschi polemizzò vivacemente con Frisi, relativamente alle accuse rivolte alla Compagnia di Gesù di misoneismo scientifico: F. Venturi, Settecento riformatore, V, cit., pp. 589-591. Per una revisione del giudizio - di origine illuministica - negatore dell'attenzione dei gesuiti alla scienza moderna, rinvio a U. Baldini, L'attività scientifica nel primo Settecento, in Scienza e tecnica, cit., pp. 513-526 (paragrafo intitolato La Chiesa e le scienze. La scienza gesuitica) e a R. Tolomeo, Introduzione, cit. Ma cfr. anche, in questo volume, il saggio di A. Romano.

53. P. Redondi, Scienza e cultura, cit., p. 692-693.

54. L. Godard, Per la morte del celebre matematico P. Francesco Jacquier de' Minimi, Roma, 1788, recensito in «Efemeridi letterarie», 21 marzo 1789; il 20 marzo 1790, il giornale recensì un secondo elogio funebre composto dal discepolo G.B. Avanzo, Elogio del celebre P. Jacquier, Roma, 1790. Su Godard, vedi qui la nota 68.

55. Sulla funzione innovativa crescente della matematica e dei suoi aspetti applicativi, nel Settecento, e sulla difficoltà degli scienziati italiani a recepirne le evoluzioni teoriche, cfr. U. Baldini, L'attività scientifica nel primo Settecento, cit., pp. 497-499, 520-521, e P. Redondi, Scienza e cultura, cit., pp. 689-697.

56. P. Redondi, Scienza e cultura, cit., p. 784.

57. U. Baldini e L. Besana, Organizzazione e funzione delle accademie, cit., p. 1315 ss. Sull'Arcadia, vedi qui più avanti. Sulle Accademie a Roma nel Settecento, si ha ora l'informatissima ricerca di M.P. Donato, Forme e dinamiche dell'organizzazione intellettuale: le accademie a Roma nel Settecento, tesi di dottorato di VIII ciclo, Università degli Studi di Bari, Dottorato di Ricerca in Storia economica-sociale e religiosa dell'Europa, discussa il 16 dicembre 1996: in particolare, per il periodo qui considerato, cfr. pp. 224-245. Ma, della stessa autrice, si veda anche La sociabilità culturale a Roma alla fine del Settecento. Studi e fonti, in «Archivi e Cultura», XIII-XXIV (1990-1991), pp. 61-77.

58. Delle ragioni della disaffezione alla condizione ecclesiastica da parte degli intellettuali discute M.P. Donato, Forme e dinamiche, cit., p. 230 ss. Sul processo di laicizzazione, parallelo a quello di professionalizzazione, del mestiere di giornalista, nel corso del Settecento, cfr. G. Ricuperati, Politica, cultura e religione nei giornali italiani del '700, in Cattolicesimo e lumi nel Settecento italiano, cit., pp. 58-59 e 74-76, che fornisce anche precisi dati quantitativi elaborati sulla base di C. Mansuino, Repertorio bio-bibliografico, cit.

59. Su B. Bruni, cfr. G. Pignatelli, Bruni, Bruno, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 14, Roma, 1972, pp. 604-605; sul «Giornale ecclesiastico», ancora G. Pignatelli, Aspetti della propaganda cattolica a Roma da Pio VI a Leone XII, Roma, 1974. Il «Giornale ecclesiastico» era stampato da Zempel, come le «Efemeridi» e l'«Antologia romana».

60. L. Cuccagni, già allievo del Collegio Umbro-Fuccioli di Roma, aveva redatto sulle «Efemeridi», nei primi anni Ottanta, articoli antigiansenisti. Sul Cuccagni e il suo passaggio dal partito filogiansenista a posizioni rigidamente romane, come direttore del «Giornale ecclesiastico», cfr. G. Pignatelli, Aspetti della propaganda, pp. 42-43 e 51 ss. e Id., Cuccagni, Luigi, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 31, Roma, 1985, pp. 285-292.

61. Rientrerebbe in questa apparente eccentricità, se fosse confermata da altre fonti, anche la notizia della collaborazione al periodico di un personaggio quale fu l'abate Francesco Cancellieri, erudito poligrafo, dedito a una puntigliosa ricostruzione dei fasti della liturgia cattolica e della cerimonialità pontificia dalla evidente funzione apologetica e trionfalistica, certamente non schierato su posizioni riformatrici. Tuttavia, a lui venne affidato da Francesco Caetani il riordino delle carte di Onorato. Su Cancellieri, si veda la biografia redatta da A. Petrucci, Dizionario biografico degli italiani, cit., 17, Roma, 1974, pp. 736-742.

62. Su Amaduzzi, si veda la «voce» di A. Fabi in Dizionario biografico degli italiani, cit., vol. 2, 1960, pp. 612-615, e la bibliografia ivi riportata, a cui vanno aggiunti A. Cipriani, Il carteggio di G.C. Amaduzzi, in «Arcadia. Accademia letteraria italiana. Atti e Memorie», s. 3a, V (1971), fasc. 4, pp. 219-264 e M. Caffiero, Cultura e religione nel Settecento italiano. Giovanni Cristofano Amaduzzi e Scipione de' Ricci, in «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», XXVIII (1974), pp. 94-121 e XXX (1976), pp. 405-437. L'interesse di Amaduzzi per i giornali si manifestava anche nella ricca raccolta di materiale relativo a diversi periodici, da lui avviata, probabilmente in vista di una storia del giornalismo europeo: cfr. G. Gasperoni, Settecento italiano, cit., pp. 71 ss.

63. Su questa fase tardosettecentesca dell'Arcadia, cfr. A. Cipriani, Contributo per una storia politica dell'Arcadia settecentesca, in «Arcadia. Accademia letteraria italiana. Atti e Memorie», s. 3a, V (1971), fasc. 3, pp. 133-151, L. Felici, L'Arcadia romana, cit., pp. 167-182 e, ora, M.P. Donato, Forme e dinamiche, cit., pp. 235-245.

64. G. Gasperoni, Settecento italiano, cit., pp. 69-70. Nella fase progettuale delle «Efemeridi», Amaduzzi non sembrava molto favorevole, soprattutto per il ruolo da protagonista assunto da Ceruti; nell'agosto del 1771 comunicava al maestro Giovanni Bianchi di essere stato «interpellato per aver parte in questo lavoro, ma io mi sono ritirato, giacché è troppo malagevol cosa, ed insieme odiosa il voler fare il Giornalista in Roma, oltre alla vergogna, che io avrei d'esser mischiato con quell'infelice capo della Gazzetta medesima»: A. Cipriani, Il carteggio di G.C. Amaduzzi, cit., p. 239. Successivamente, però, all'uscita del primo numero, il giudizio sulle «Efemeridi» cambiava, «perché vi lavorano attorno anche de' Valentuomini [...] generalmente sono applaudite, giacchè sono dirette dal Signor Consigliere Bianconi»: ivi, p. 240.

65. L. Felici, Il giornalismo romano, cit., pp. 267-269.

66. Cfr. gli elenchi in Gli Arcadi dal 1690 al 1800. Onomasticon, a cura di A.M. Giorgetti Vichi, Roma, 1977.

67. Sul Gonzaga e il suo ruolo nella vicenda di Corilla Olimpica, cfr. A. Ademollo, Corilla Olimpica, cit., pp. 157-173 e 213 ss. Anche A. Cavalli dedicò un poemetto a Corilla, nel 1769.

68. L. Gonzaga di Castiglione, Il letterato buon cittadino. Discorso filosofico e politico, Roma 1776: le citazioni riportate sono alle pp. XLVI e XXXII. Lo scritto era introdotto da una presentazione dello stesso Custode generale d'Arcadia, Gioacchino Pizzi, e accompagnato dalle note dell'accademico Luigi Godard, molto legato a Pizzi, di cui fu il successore: questi elementi indicano come il Discorso fosse tutto interno alla svolta in atto nell'accademia. Le critiche da esso suscitate sono descritte da A. Ademollo, Corilla Olimpica, cit., pp. 215 ss. Il Gonzaga, avanzando ulteriormente nel percorso illuministico, a differenza dei suoi amici, pubblicò successivamente, nel 1780, a Venezia, delle Riflessioni filosofico-politiche sull'antica democrazia romana precettrice di tutte le nazioni libere, ad uso del popolo inglese, in cui sviluppava le sue posizioni antidispotiche, libertarie e «repubblicane». Sull'ex scolopio L. Godard, anch'egli professore al Collegio romano dopo la soppressione della Compagnia di Gesù, secolarizzato e poi coinvolto, in qualità di membro del tribunato, nella Repubblica romana giacobina, cfr. la «voce» di G.F. Rambelli, in E. De Tipaldo, Biografia degli italiani illustri, cit., VI, pp.126-128 e C. Dionisotti, Ricordo di Cimante Micenio, in «Arcadia. Atti e Memorie», s. 3, vol. I, fasc. 3-4 (1948), pp. 94-121.

69. Discorso filosofico sul fine ed utilità dell'Accademiedell'Abate G.C. Amaduzzi professore di greche lettere nell'Archiginnasio della Sapienza di Roma fra gli Arcadi Biante Didimeo da lui recitato nella generale Adunanza tenuta nella Sala del Serbatoio d'Arcadia il dì XXIII Settembre 1776, In Livorno per i Torchi dell'Enciclopedia, 1777: «A Sua Altezza il Signor Don Luigi Gongaga Principe del Sacro Romano Impero», s. n. p. Secondo Isidoro Bianchi, questo, come pure il secondo discorso arcadico di Amaduzzi, fu stampato nella tipografia di Propaganda Fide di cui l'abate era soprintendente. Una edizione recente del Discorso filosofico è stata curata da V.E. Giuntella, Roma, 1993.

70. Le edizioni parigine e lucchesi dell'Encyclopédie furono censurate ufficialmente da Roma nel 1759, mentre la riedizione di Livorno (1770-1775), posta sotto la protezione del granduca, causò solo una protesta: M. Rosa, Encyclopédie, «Lumières» et tradition au XVIIIe siècle en Italie, in «Dix-huitième siècle», n. 4 (1972), pp. 109-168. Il Saggio sull'intelletto umano di John Locke era stato condannato nel 1734. Sulla condanna dell'opera di Montesquieu, nel 1751, cfr. M. Rosa, Sulla condanna dell'«Esprit des lois» e sulla fortuna di Montesquieu in Italia, in «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», 14 (1960), pp. 411-428 e Id., Cattolicesimo e «lumi»: la condanna romana dell'«Esprit des lois», in Id., Riformatori e ribelli nel '700 religioso italiano, Bari, 1969, pp. 87-118.

71. G.C. Amaduzzi, Discorso filosofico sul fine ed utilità dell'Accademie, cit., p. 27.

72. Ivi, p. 25.

73. Ivi, pp. 19-20.

74. La filosofia alleata della Religione. Discorso filosofico-politico dell'Abate G.C. Amaduzzi professore di greche lettere nell'Archiginnasio della Sapienza di Roma fra gli Arcadi Biante Didimeo da lui recitato nella generale Adunanza tenuta nella Sala del Serbatoio d'Arcadia il dì VIII gennaio 1778, in Livorno, presso i torchi dell'Enciclopedia, 1778, p. 50.

75. Ivi, p. 28. Sui tre discorsi arcadici di Amaduzzi rinvio al mio Cultura e religione nel Settecento, cit.

76. G. Pignatelli, Cerutti (Ceruti), Giacinto, cit., p. 70. Queste idee erano ribadite in un successivo discorso arcadico del 1787, su La dignità dell'uomo letterato, in cui appariva evidente l'evoluzione dell'abate piemontese da posizioni di apologetica cattolica a una sempre maggiore apertura alle idee illuministiche.

77. U. Baldini, Cavalli, Atanasio, cit., p. 717.

78. M. Rosa, Introduzione all'Aufklärung cattolica, cit., p. 40. Sulla seconda Arcadia e gli influssi illuministici al suo interno, vedi anche C. Dionisotti, Ricordo di Cimante Micenio, cit.

79. Sulle accademie romane tra Seicento e Settecento, e sui discorsi di autorappresentazione di tali istituzioni, è in corso di attuazione una ricerca da parte di alcune studiose, all'interno di un più vasto gruppo di lavoro sugli ambienti intellettuali italiani nei secoli XVII e XVIII coordinato da J. Boutier e B. Marin.

80. Su questi caratteri evolutivi delle accademie scientifiche, sia pure per un periodo precedente, cfr. le acute osservazioni di M. Biagioli, Le prince et les savants. La civilité scientifique au 17e siècle, in «Annales H. S. S.», 50 (1995), pp. 1417-1453.

81. Una lunga recensione del primo discorso di Amaduzzi comparve sulle «Efemeridi» del 1777, pp. 41-43, e si concludeva con un'esortazione all'Arcadia: «Oh quanto questa gloriosa Adunanza dovrà all'ingenuo Sig. ab. Amaduzzi, se dalla di lui Orazione prenderà argomento d'introdurre quello spirito di Filosofia, che e sulle scienze, e sulle arti, e sulle lettere sparge egualmente la sua luce». La recensione al terzo discorso arcadico di Amaduzzi, Discorso filosofico dell'indole e della verità delle opinioni, ormai pubblicato privo delle insegne arcadiche, a Siena, nel 1786, venne invece censurata: A. Cipriani, Contributo per una storia politica dell'Arcadia, cit., p. 143.

82. «Efemeridi letterarie», 23 giugno 1787, p. 195, a proposito della Reale Accademia delle scienze di Torino.

83. Ivi, 3 gennaio 1789, p. 3, a proposito della Reale Accademia delle scienze e belle lettere di Napoli. Altri articoli sulle accademie si trovano nelle annate del 1792, 26 maggio, p. 163, e del 1795, 2 maggio, p. 139.

84. Amaduzzi e Pessuti erano membri dell'Accademia georgica di Montecchio, di cui recensirono regolarmente le dissertazioni pubblicate. Altre accademie agrarie, tutte fra loro collegate, sorsero ad Urbania, a Macerata, a Foligno e a Corneto, con la protezione di alti esponenti curiali romani. Non mi soffermo, in questa sede, sui rapporti tra l'accademia marchigiana e le reti culturali romane, per cui rinvio al mio contributo Centro e periferie. Reti culturali e patronati politici tra Roma e le Marche nel secondo Settecento, in corso di stampa negli Atti del Convegno su La nobiltà della Marca nei secoli XVI-XVIII: carriere, cultura, patrimoni (Abbadia di Fiastra, 23-24 novembre 1996).

85. Sul Congresso accademico del Ruffo, di cui era segretario Luigi Riccomanni, amico di Amaduzzi, non mi soffermo e rinvio alla ricerca segnalata alla nota 79. Ma si veda anche M.P. Donato, Forme e dinamiche, cit., pp. 253-254.

86. Oltre alle già citate «Efemeridi letterarie», «Antologia romana» e «Anecdota Litteraria», ed escludendo le gazzette come quelle edite dai Cracas e i giornali successivi della Repubblica, occorre ricordare il «Diario economico di agricoltura, manifattura e commercio» (1776-1777), il «Giornale delle belle arti e della incisione antiquaria, musica e poesia» (1785-1788), le «Memorie per le belle arti» (1785-1798), i «Monumenti antichi inediti» (1784-1798), le «Notizie politiche o sia istoria de' più famosi avvenimenti del mondo» (1788-1790), il «Giornale ecclesiastico di Roma» (1786-1798), con il suo «Supplemento» (1789-1798), gli «Annali di Roma» (1790-1797): cfr. O. Vercillo, Periodici romani, cit., pp. 21-23.

87. S.J. Woolf, La storia politica e sociale, in Storia d'Italia, vol. III, Dal primo Settecento all'Unità, Torino, 1973, p. 142, sostiene che «non vi fu mai vera collaborazione fra intellettuali riformatori e autorità di governo. La curia soppresse immediatamente i nuovi giornali, non appena le discussioni le sembrarono inopportune»: asserzione, quest'ultima, non esatta.

88. P. Redondi, Cultura e scienza, cit., p. 786 ss.