Mutamenti politici e continuità editoriali:
le gazzette della tipografia Chracas

di Marina Formica

La mattina di mercoledì 15 febraro, dopo avere con fervorosissime suppliche invocato l'ajuto dello stesso Divino Spirito, vennero nel solito all'elezione del nuovo sommo pontefice, e vicario di Cristo in terra, nella degnissima persona dell'emo sig. cardinale Gio: Angelo Braschi, nato in Cesena 27 dicembre 1717 [...]1.

Con queste parole il «Diario ordinario di Roma», comunemente noto come «Cracas»2, con il suo solito stile scarno e sobrio, il 18 febbraio 1775 annunciava ai romani la salita al soglio pontificio di Pio VI.

Il programma ecclesiale e politico del nuovo eletto, com'è noto, si annunciò fin dall'inizio articolato e mirato negli obiettivi: condanna in toto del mondo moderno e lotta indiscriminata verso i nemici della Chiesa, e cioè verso coloro (illuministi, giansenisti, massoni, ebrei, e, di lì a poco, rivoluzionari) che ne stavano minacciando l'integrità e l'unità3. Profonda era la consapevolezza che la sfida apertamente lanciata da costoro contro i pilastri dell'equilibrio occidentale - trono e altare - richiedesse la messa a punto di una strategia di contrattacco parimenti aggressiva ed elaborata, volta innanzi tutto alla formulazione di un disegno complessivo per la riaffermazione del ruolo egemonico della Chiesa nella società, e, conseguentemente, in grado di fornire risposte convincenti ai credenti incerti e in bilico tra verità ed errore.

Della lucidità della linea politico-culturale allora avviata e della molteplicità dei dispositivi impiegati per la sua attuazione iniziamo ormai a essere bene informati grazie ad alcuni recenti e pregevoli studi4; meno note risultano però ancora essere alcune specifiche e poco evidenti modalità di applicazione del progetto piano, che, oltre a coinvolgere tutti gli attori sociali disponibili (donne e ceti popolari compresi5) e a inventare ex novo situazioni e strumenti di comunicazione in direzione filoromana, riuscì anche a incidere su spazi e prodotti di consolidata tradizione, imprimendo loro quell'incisività e quei significati che con il tempo erano andati smarriti.

Il caso del «Diario ordinario» appare esemplare del processo avviato: stampato dalla tipografia Chracas a partire dal 5 agosto 1716, esso, unitamente alle «Notizie per l'anno»6, rappresentò la voce ufficiale dell'informazione romana, un'informazione fortemente cronachistica, prevalentemente limitata agli ambienti aristocratici e mondani, fatta di scarni resoconti, di notizie riguardanti nascite, matrimoni e morti di insigni personaggi, di descrizioni di cerimonie e banchetti, di guerre ed episodi desueti o curiosi; priva di impegno intellettuale, eppure ugualmente chiamata a concorrere alla strategia culturale del potere e, in particolare, al nuovo indirizzo di papa Braschi. Sulle vicende di questo foglio, di tradizione ormai consolidata, vorrei dunque soffermare l'attenzione, prestando particolare riguardo alle mutazioni subite dalla testata, alle vicissitudini della redazione e, soprattutto, alle notevolissime capacità di adattamento dimostrate dinanzi ai cambiamenti politici in atto, piccoli e grandi, alla resistenza e vitalità della formula e della struttura: a tutti quegli indizi, insomma, che lo rendono una sorta di cartina tornasole per cogliere scelte editoriali e orientamenti intellettuali, trasformazioni di gusti, di aspettative, di sensibilità. L'influenza profonda e costante esercitata dalla presenza degli ambienti governativi - che con attenzione selezionavano i fatti da riportare - rende infatti questa pubblicazione una fonte preziosa per lo storico che voglia analizzare le strategie, gli orientamenti, l'influenza condizionante assunta dalla corte di Roma nella formazione di un'opinione pubblica ideologicamente orientata, e che non si limiti invece a consultare il «Diario ordinario» come ricco, ma sterile e freddo, repertorio di notizie altrimenti difficilmente reperibili. Una lettura attenta dei testi, sensibile alle lente trasformazioni di lunga durata, sotto un'apparente staticità di genere e di narrazione evidenzia nell'evoluzione della testata cesure e novità non propriamente irrilevanti, che rendono conto delle diverse fasi politiche e del ruolo svolto da questo foglio di informazione ad ampio bacino d'utenza.

Il 1775 (ricordato anno di inizio del pontificato di Pio VI) segna per l'appunto un momento importante per la vita della testata: per la prima volta si assiste alla formalizzazione di due serie distinte per le notizie dall'estero («Diario estero») e per quelle dall'interno («Diario ordinario») e, con esse, all'avvio di nuova numerazione progressiva dei numeri. Ovviamente è fuorviante e riduttivo attribuire tout court questa innovazione al cambio di pontefice: fuorviante in quanto il fenomeno data dai primi di gennaio (e papa Braschi viene eletto il mese successivo), riduttivo in quanto in esso convergono fattori maturati da lungo tempo, in particolare da quando il «Diario», abbandonata l'originaria impostazione di periodico di guerra (con titolo «Diario ordinario d'Ungheria»), aveva iniziato a dare spazio anche agli avvenimenti interni allo Stato della Chiesa. Terminato il conflitto con i Turchi, infatti, il fondatore del foglio, Luca Antonio Chracas, aveva voluto continuare a mantenere in vita la testata, laddove un tempo i fogli di guerra (si pensi ad esempio alle vicende del «Giornale dal campo cesareo», le cui pubblicazioni erano iniziate nel giugno 1684 con i tipi di Domenico Antonio Ercole) cessavano con la fine degli eventi bellici che ne determinavano l'origine: segno tangibile della avvenuta trasformazione era stata l'eliminazione (1719), dal colophon, dell'indicazione di Vienna quale altro luogo di stampa oltre Roma. Da allora, la compresenza di notizie estere e interne avrebbe iniziato a subire frequenti oscillazioni e sbilanciamenti, dettati dalla casualità degli eventi di cronaca7, ma sempre più insistentemente la scena romana si sarebbe imposta nei fogli, al punto che il taglio dei singoli numeri sarebbe stato segnalato dai motivi iconografici posti sul frontespizio (l'immagine del Campidoglio o della Basilica di S. Pietro indicava al lettore i contenuti romani), mentre l'informazione sulla vita cittadina si sarebbe gradualmente arricchita di nuovi elementi, e all'inserimento di episodi di cronaca e di mondanità locale si sarebbero presto affiancate notizie a carattere culturale: ecco allora la pubblicazione particolareggiata di resoconti delle accademie letterarie tenute presso il Collegio Nazareno, il Collegio Clementino, e soprattutto presso l'Arcadia, della cui attività il «Cracas» riferì sempre con costanza e dovizia di dati, o, ancora la cronaca degli spettacoli teatrali della capitale, delle compagnie e delle pièces rappresentate8.

È però difficile stabilire se la creazione delle due serie del «Diario» fosse frutto di un'idea del nuovo estensore dei fogli (Vincenzo Pilucchi, subentrato a Caterina Chracas, ultima discendente di Luca Antonio, morta nel gennaio 1771, dopo la gestione quarantennale del «Diario» e delle «Notizie per l'anno»9) o se essa rappresentasse la risposta a un invito delle autorità. Certo è che la decisione di adottare testate distinte risultò funzionale al progetto del nuovo pontefice di enfatizzare al massimo la sua persona e la sua figura di capo della Chiesa10, di celebrare la fastosità delle cerimonie ecclesiastiche, di dare risalto alle solennità, maggiori e minori, del calendario liturgico. Ecco allora le descrizioni di celebrazioni religiose, le compilazioni degli elenchi dei «sagri oratori destinati a predicare la divina parola» nelle chiese e nelle basiliche romane o delle nuove cariche prelatizie divenire più particolareggiate, le notizie biografiche su vescovi, cardinali e personalità autorevoli da poco scomparse acquistare una analiticità e una dovizia di particolari prima sconosciute. L'immagine di Roma che emerge dalle pagine del «Cracas» sul finire degli anni Settanta è dunque indubbiamente un'immagine condizionata e condizionante: nonostante l'inserimento di episodi di cronaca cittadina svincolati dalla religione (arrivo di personaggi eminenti dall'estero, incidenti, omicidi impressionanti, risse cruente, fatti curiosi, notizie sull'attività del Senato romano o sulle nomine dei caporioni...) si tratta infatti pur sempre di un quotidiano legato all'eccezionale, e non alla normalità, e il ruolo di capitale cattolica finisce indubbiamente con l'avere la preminenza su quello di capitale civile e laica, in perfetta sintonia con gli obiettivi del programma di Pio VI.

Esemplare al riguardo risulta, rispetto al passato, anche la più sistematica e imponente utilizzazione del «Diario» quale cassa di risonanza delle disposizioni normative delle autorità ecclesiastiche e dello stesso capo della Chiesa. Sempre più frequenti, infatti, divennero i resoconti di bandi e notificazioni emanati da vari organismi (le magistrature delle Strade, dell'Annona e Grascia, la Congregazione dell'Indice, quella dei Riti...) con l'intento di eliminare abusi e dare indicazioni su materie diverse riguardanti la città e e il suo territorio, e anche le trascrizioni di brani di editti e risoluzioni, in cui il pontefice, in qualità ora di sovrano di uno Stato e ora di capo di tutti i cattolici, affrontava problemi di scottante attualità (si pensi, in particolare, all'editto antiebraico Fra le pastorali sollecitudini, emanato nell'aprile 1775 «per l'intatta conservazione della s. cattolica fede»11, o al severo attacco contro la cultura dei lumi reso noto dall'enciclica Inscrutabile divinae sapientiae nel dicembre dello stesso anno, per «rimuovere con tanto zelo ogni semenza di dottrine men sane, e [...] invigilare con ardente attenzione, che la cattolica fede viva nella sua purità»12). Con questa specifica attività il «Cracas» partecipava insomma, a suo modo e nelle forme consentitegli, allo scontro del momento (forze della tradizione contro forze della modernità) in vista di una riaffermazione decisa del ruolo egemonico di Roma e del papato nel mondo, e diventava, nel contempo, uno strumento agile e moderno adoperato dal potere per le sue grandi capacità di raggiungere ampie fasce di pubblico (certo maggiori di quelle degli spazi adibiti, secondo la consuetudine, all'affissione dei bandi: «ad valvas curiae nostrae, Curiae innocentianae, in acie Campi Flora, Burgi ac in locis solitis et consuetis urbis»13). Anche se le fonti trovate non rivelano purtroppo cifre sulla tiratura della testata, si può infatti ritenere che il «Diario», venduto per abbonamento con sottoscrizione14, avesse un'amplissima diffusione, agevolata dal piccolo formato (in 24°: cm. 13,5 x 7,5), dai costi ridotti (24 paoli per l'abbonamento annuo alle due serie, 18 per quello a una sola), dalla frequenza delle pubblicazioni (nel periodo qui esaminato quello «ordinario» usciva il sabato, quello «estero» il venerdì15), dall'impostazione stessa delle informazioni riportate. In mancanza di dati esterni e oggettivi su cui fondare l'analisi, dalla natura di queste ultime si potrebbe ipotizzare che la tipologia di lettore preferenziale del giornale fosse quella appartenente a un ceto medio (con tutta la cautela necessaria nell'uso di quest'attributo in una realtà sociale così particolare come quella romana), a un pubblico curioso di conoscere quanto avveniva in quegli ambienti importanti e lontani a cui non era facile avere accesso. Non è comunque da escludere che il giornale giungesse anche alle fasce sociali meno abbienti, sia mediante quelle consuetudini di lettura collettiva su cui ormai iniziamo ad avere maggiori elementi di riflessione16, sia in virtù dei tassi di alfabetizzazione locale, a Roma più sviluppati che altrove17. Ma rimaniamo sempre nell'ambito delle ipotesi, e potrebbe non essere improbabile che il giornale accentuasse volutamente aspetti e momenti del mondo delle corti, della burocrazia, della diplomazia a fini autoreferenziali, per meglio enfatizzare, in questo modo, quell'immagine che il potere romano voleva offrire di sé. In ogni caso, i fogli editi dalla stamperia Cracas (dal numero 8306, del 5 ottobre 1771, l'«h» viene fatta cadere dal colophon) rappresentavano il mezzo di informazione più diffuso in città, grazie anche all'assenza di edizioni pirata e al privilegio di stampa di cui gli eredi di Luca Antonio godevano dal dicembre 172618.

Le autorità ecclesiastiche dimostrarono dunque di sapere sfruttare assai bene le potenzialità di questo strumento di comunicazione, ma se i legami tra la famiglia Chracas e i gruppi di potere all'inizio del XVIII secolo sembrano ormai piuttosto chiari, pur non adeguatamente approfonditi19, molto meno sappiamo sui rapporti che legarono il nuovo estensore e stampatore del «Diario» e delle «Notizie per l'anno», il citato Pilucchi, alla Curia romana, sulla tipologia delle fonti da lui adoperate per le notizie, sui canali di informazione e di divulgazione. Gli archivi non sembrano purtroppo avere conservato documentazione al riguardo20 e queste carenze influiscono negativamente sulla comprensione dei meccanismi instauratisi negli ultimi decenni del XVIII secolo tra il compilatore dei fogli e i nuovi gruppi dirigenti. Dell'adesione del giornale alla strategia politico-culturale di Pio VI abbiamo tuttavia svariate prove, desumibili anche da indizi interni ai testi in questione. Si prendano ad esempio i fregi dei frontespizi: laddove negli anni precedenti la scelta di questi sembrava essere stata dettata dal caso o dalle disponibilità dell'officina tipografica, e ogni numero era contrassegnato ora da motivi floreali, corone, bilance, spade ora da simboli del potere laico e religioso, sul finire del Settecento questi vengono utilizzati soltanto nel «Diario estero», mentre in quello «ordinario», più direttamente chiamato a concorrere al disegno piano, è soprattutto l'iconografia ecclesiastica (la tiara pontificia, le chiavi di s. Pietro, l'ostensorio, la croce, le campane, gli angeli...) a caratterizzare i «libretti», secondo un processo percepibile pure nelle «Notizie per l'anno» che dal 1792 diventerà ancor più evidente21. Ma anche altre sono le analogie che è possibile riscontrare nel confronto con quest'altra pubblicazione. Così come in quella che si potrebbe definire una vera e propria «guida della città»22 (le «Notizie», appunto) sotto il pontificato di Pio VI si ebbero interventi che stravolsero la struttura tradizionale e la formula convenzionale dell'opera per meglio enfatizzare la figura del papa e della sua corte (ecco allora l'indicazione delle date di nascita e di elevazione al soglio di Pio VI prendere il posto delle tavole perpetue, la preminenza a lui assegnata nell'indice interrompere l'ordine alfabetico consueto...)23, nel «Diario» parimenti si assiste a uno stravolgimento di quell'ordine cronologico ferreo che aveva fino allora contraddistinto la struttura dei fogli. E laddove negli anni precedenti, ad esempio, un evento rilevante per la storia della città e della Chiesa quale la morte di un papa veniva riportato anche come quinta notizia, se la sequenza temporale dei fatti lo richiedeva (e dunque la collocazione della gazzetta in ambienti filo-governativi non sembrava condizionare direttamente la struttura del periodico e l'ordine degli articoli)24, sul finire degli anni Settanta molto spesso i numeri si aprono invece con pezzi relativi all'attività del pontifice. Se ne annunciano atti ufficiali (come approvazioni di editti e nomine) e se ne riportano gesta o vicende che, pur di varia natura, risultano in qualche modo legati alla sua persona (ecco ad esempio le istruzioni papali rilasciate per la cura «de' poveri infermi dei 14 rioni di Roma»25). Deboli tracce, certo, ma che, se inserite nel più ampio contesto culturale del momento, in quell'intensa attività pubblicistica in cui si collocarono altri periodici romani, nuovi e di ben diverso impegno politico e intellettuale (il «Giornale ecclesiastico», gli «Annali di Roma»26), danno un'idea dei mutamenti editoriali degli anni Novanta, del modo con cui, ricorrendo a tutti gli strumenti di comunicazione di massa a disposizione, a Roma si tentò di fronteggiare le agguerrite sfide del secolo.

Il fenomeno risulta maggiormente evidente laddove si analizzino i meccanismi di presentazione di alcuni fatti di cronaca di particolare rilievo, ma di pari delicatezza per la Santa Sede.

Prendiamo due esempi, diversi ma direttamente collegati tra loro, quali la Rivoluzione di Francia e il caso Bassville, analizzando l'uso politico delle notizie riportate effettuato dalle due serie del «Cracas». Nel primo caso, se fin dall'inizio il «Diario estero» ragguaglia costantemente il lettore sulle complesse fasi di convocazione degli Stati generali, è da notare come, più che affrontare - sia pur rapidamente - il problema delle cause politiche ed economiche dell'evento, di grande portata (l'ultima convocazione risaliva al 1614), ci si soffermi prevalentemente sugli aspetti scenografici del cerimoniale di apertura:

Parigi, 4 maggio. Jeri si è poi fatta a Versaglies la solenne processione per l'apertura degli Stati generali. Niente si poteva vedere di più pomposo e più grande. Tutta la corte era in gran gala. Il re, la regina, tutti i principi, e principesse del sangue a piedi colle tre Gerarchie, che debbono comporre l'Assemblea Nazionale, cioè il Clero, la Nobiltà, ed il Terzo stato. Si può dire, che la metà di Parigi era jeri sera a Versaglies, e le vaste pianure, che vi sono all'intorno tutte erano coperte di carrozze. La processione terminò alle ore 4 della sera, onde convenne a molti differire fino allora il pranzo. Lo spettacolo più bello era il vedere la maggior parte dei concorrenti chi ristorarsi nelle loro stesse vetture, e chi stare sdrajati sull'erba di quelle amene campagne. [...]. Staremo ora a vedere se gli affari, che si tratteranno nell'assemblea degli Stati generali di già incominciata, avranno un successo corrispondente a quanto ha preceduta la di lei apertura27.

La prospettiva di osservazione rimane ancora fortemente ancorata alla formula tradizionale. Già prima della creazione della serie autonoma di fogli esteri, infatti, la conoscenza di quel che avveniva a Venezia, Napoli, Genova, Torino, Vienna, Parigi, Pietroburgo, Londra, Madrid, Lisbona e in altri centri europei era stata limitata a momenti di vita legati alle corti, o, al massimo, a disposizioni legislative particolarmente importanti o curiose, a passaggi di truppe militari, ad avvenimenti culturali rilevanti. Il problema di approfondire le circostanze e il contesto in cui un determinato fenomeno si collocava non sembrava invece neppure sfiorare l'autore dei fogli.

Con la maturazione degli eventi rivoluzionari comincia però ben presto ad affermarsi una strategia editoriale nuova e l'informazione del «Cracas» abbandona gradualmente la formula consueta. Le rivendicazioni del Terzo stato iniziano infatti a essere illustrate con dovizia di particolari e quasi con una certa simpatia politica, in virtù degli aspetti antiassolutistici del movimento francese, secondo una linea che accomuna molte testate giornalistiche italiane coeve e, in particolare, quella di un altro interessante periodico romano, le «Notizie politiche»28. Ma, nonostante l'emergere di questo interesse, significativamente non viene fatto cenno alcuno alla presa della Bastiglia: al disordine, alla lotta violenta, all'illegalità non vengono consentite né presenza né dignità di stampa. Anche questa tendenza, comunque, di lì a poco verrà superata dall'affermarsi di un nuovo atteggiamento, e il «Diario» ribadirà, ancora una volta, la sua natura di specchio fedele della Santa Sede, che in merito alle «nuove di Francia» stava per l'appunto cambiando atteggiamento. La promulgazione della Costituzione civile del clero fece infatti tramutare gli iniziali momenti di disorientamento politico e di incertezza diplomatica in un'aperta condanna della Rivoluzione, come il mondo cattolico poté apprendere dalla pubblicazione del breve Quodaliquantum, il 10 marzo 179129. Da quel momento il tono strettamente descrittivo, alieno da considerazioni personali e da commenti dell'estensore, che - sulla scia dei giornali seicenteschi e più propriamente degli avvisi a stampa30 - aveva fino ad allora contraddistinto lo stile del «Cracas», viene abbandonato, in nome di una più attiva partecipazione del compilatore dei fogli alle cronache narrate. Laddove prima avevamo potuto registrare omissioni e silenzi su forme di illegalità ed episodi di violenza, ora stragi e crimini rivoluzionari diventano protagonisti delle cronache francesi, per potere così denunciare meglio le conseguenze nefaste di un sistema a cui, tra tante colpe, va imputata soprattutto quella di avere rifiutato la religione, garanzia di legge, ordine e stabilità. Il processo di trasformazione interna dei due giornali - almanacco e gazzetta - coincide esattamente con l'avvio di quella accesa campagna controrivoluzionaria che investe tutta la pubblicistica cattolica del tempo31, e la diversa selezione dei fatti di cronaca da riportare si traduce nella divulgazione delle notizie sulle persecuzioni cui sono sottoposti i religiosi, sui penosi spettacoli dei condannati a morte, sugli eccessi sanguinari di cui quelli che indistintamente vengono appellati «giacobini» si stanno macchiando32. All'interno di un contesto informativo e stilistico fortemente mutato, appare comunque sintomatico che dei grandi momenti della Rivoluzione - primo fra tutti la proclamazione della caduta della monarchia e dell'instaurazione del regime repubblicano - non si faccia menzione alcuna33, nell'intento, forse, di impedire che tali notizie, diffondendosi anche a Roma, potessero indurre, sia pur indirettamente, a una pericolosa infiltrazione di quelle idee che, oltralpe, avevano condotto all'abbattimento dell'Antico regime, e, con esso, a una ancor più temibile emulazione. Se infatti in Francia la crisi delle istituzioni tradizionali era ormai giunta a un punto irreversibile, anche lo Stato della Chiesa non poteva dirsi del tutto immune da manifestazioni di disagio e di dissenso. I fermenti nel Bolognese (Zamboni, la «congiura dei malintenzionati») e la scoperta di alcune sommosse nella stessa capitale34 avevano allarmato non poco le autorità ecclesiastiche, dando luogo a una strategia di difesa, militare, politica e culturale, senza precedenti35. E di questa tendenza, ancora una volta, il «Cracas» appare testimone e attore insieme, grazie a un'informazione tendenziosa e a una selezione delle notizie da riportare di evidente connotazione politica, che porta, comprensibilmente, a non dare alcuna forma di pubblicità ai moti e alle congiure antipapali e a sorvolare completamente sull'argomento.

Analoga, ma forse più interessante, risulta la superficiale genericità con cui vengono offerte le notizie sugli eventi del 13 gennaio 1793 relativi all'uccisione dell'inviato francese a Roma Hugou de Bassville, giunto in città, com'è noto, con le apparenze di un semplice viaggiatore ma con il ben più ambizioso piano di raccogliere informazioni sulla situazione militare pontificia (in vista di un eventuale attacco armato) e di organizzare un movimento di patrioti locale prima del dilagare della rivoluzione36. Considerando che l'incidente non solo determinò un grave inasprimento dei già difficili rapporti diplomatici tra Santa Sede e governo repubblicano francese, ma generò altresì conseguenze diverse all'interno della stessa capitale (tentativi di incendio al ghetto, persecuzioni indiscriminate contro ebrei, insolite e temibili ondate di xenofobia37), il parziale silenzio del «Cracas» risulta a prima vista sorprendente. L'omissione diventa però altamente eloquente se letta alla luce delle polemiche immediatamente suscitate dal caso e delle controversie sorte tra i due paesi per l'individuazione delle responsabilità dell'omicidio: non a caso sul giornale il nome di Bassville viene ricordato soltanto per far valere le ragioni della Santa Sede in merito alla controversa questione degli stemmi repubblicani, che i patrioti stanziati a Roma volevano innalzare sui palazzi romani di proprietà francese in luogo di quelli borbonici preesistenti. Nel n. 1884 si affermava in proposito:

Monsieur Besville, che da qualche tempo trovasi in Roma, avendo rapresentato all'e.mo sig. card. segretario di stato di voler inalzar l'arme della Repubblica francese, l'em.za sua nella scorsa settimana fece dare in mano di tutti i ministri esteri per passarla alle loro rispettive corti, ed al medesimo mr. Besville, una Memoria con la quale espone tutte le ragioni che ha sua santità per non poter permettere l'inalzamento dell'arma della sedicente Repubblica francese, ed in particolare come pastore universale, che deve custodire gelosamente il deposito della s. religione, sul quale non può ammettere né indifferenza, né silenzio, come apparisce ne' brevi che la san. sua ha spedito nello scorso anno 1792 come ancora per i gravi torti ricevuti da' Francesi, e come pastore universale, e come sovrano38.

La funzione di cassa di risonanza della politica culturale pontificia svolta dal «Diario ordinario» venne dunque effettuata, oltre che direttamente, con la pubblicazione di testi avversi alle novità d'oltralpe (come quella del Manifesto contro la Rivoluzione francese, iniziata sul n. 1870 e proseguita nei nn. 1882 e 1886) e gli avvisi di libri controrivoluzionari più recenti, soprattutto in maniera indiretta, tramite la censura delle notizie politicamente pericolose. Non a caso anche di un altro assassinio, quello del generale Mathieu-Léonard Duphot (27 dicembre 1797), ricercato movente per l'invasione dello Stato della Chiesa da parte delle armate francesi e per la conseguente instaurazione del governo repubblicano a Roma, il «Cracas» tacerà completamente.

Il n. 2413 del «Diario ordinario» reca la data del 17 febbraio 1798. La proclamazione ufficiale della Repubblica Romana era stata eseguita due giorni prima, ma, per il momento, il giornale uscì nuovamente come se nulla fosse accaduto e dando piuttosto notizia dell'indisposizione del cardinal Rezzonico, del decesso di monsignor Francesco Maria Morelli e delle sue esequie, delle funzioni religiose svoltesi nei giorni precedenti, della usuale estrazione del lotto. Nello stesso giorno però veniva pubblicato il primo numero di una nuova testata, la «Gazzetta di Roma», in cui si annunciava:

Nel dar principio a questa nuova Gazzetta non staremo a tessere un ampolloso discorso d'inutili ciarle, e di promesse insussistenti che a nulla vagliono fuori, che a far perdere inutilmente il tempo a quelli che scevri da ciarle cercano solo di essere informati de' puri, e genuini fatti che sono accaduti, e che l'un l'altro si succedono, incominciando fin dal primo momento del felice ingresso, che fece in Roma l'Armata della gran Nazion Francese, che generosa ci venne a romper quelle dure catene che ci tenean legate nel passato governo rendendo al Popolo romano quella sovranità medesima, e quei diritti che tanto difenderono in favor del Popolo Pompeo, Catone, Bruto, Cicerone39.

La «Gazzetta di Roma», stampata dalla tipografia Cracas, altro non era che la trasformazione del «Diario ordinario» e il foglio del nuovo regime; pubblicata con cadenza bisettimanale (il mercoledì e il sabato), con formato di cm 12,5 x 19 e paginazione continua da un numero all'altro, avrebbe avuto, come vedremo, una vita travagliata e una suddivisione in più serie40. La tempestività di pubblicazione - due soli giorni dopo la proclamazione della Repubblica, il giorno stesso della partenza di Pio VI - indica sia la conoscenza, da parte degli occupanti, dei rapporti tra autorità governative e stamperia Cracas41, sia l'esistenza di un legame di continuità redazionale. È cioè possibile che l'estensore dei fogli (da alcune indicazioni apparse su diversi numeri sembra infatti che continuasse a esservi un solo redattore, coadiuvato al più da un «giovane» di bottega) fosse lo stesso del «Diario ordinario» (Vincenzo Pilucchi?); la necessità di assicurarsi il sostentamento - più, forse, che la coscienza di una professionalità da difendere - risultò dunque prioritaria sulle preoccupazioni di coerenza politica, secondo un processo che accomunò numerosi intellettuali italiani (emblematico il caso di Vincenzo Monti).

Considerati gli stretti legami che connettono il «Diario» alla «Gazzetta», può essere interessante analizzare gli aspetti stilistici e strutturali del nuovo foglio, in modo da valutare le continuità e le innovazioni, cogliere differenze nella strategia informativa di due regimi tanto diversi, interrogarsi su cambiamenti di pubblico e di gusti.

Soffermandosi per il momento all'analisi della prima serie, si può notare come, a eccezione del passo sopra riportato e di pochi altri brani introduttivi - ove si rivelano un'inconsueta presenza dell'io narrante e l'uso della prima persona plurale, giustificati dalla necessità di presentazione della nuova opera42-, lo stile di questo periodico si conformi sostanzialmente a quello usuale del «Diario ordinario», descrittivo e alieno da prese di posizioni dirette da parte dello scrivente: a differenza di altri giornali patriottici del tempo infatti mancano ancora gli articoli di fondo, le pagine dedicate all'«istruzione pubblica», le invettive contro singoli dirigenti (tutti quegli elementi, cioè, che qualificarono il giornalismo giacobino come moderno43), mentre continua la consueta elencazione di avvenimenti ed episodi di cronaca locale, affiancata dalla pubblicazione di leggi e disposizioni del nuovo governo. Più che tacciare, per questo, la «Gazzetta» sbrigativamente di «scialbissima»44, sembra però maggiormente proficuo porsi in maniera problematica nei confronti di tali persistenze e interrogarsi sulle cause di tale anomalia nell'ambito del panorama giornalistico repubblicano. Periodici come «Il banditore della verità» o, più ancora, come il «Monitore di Roma», risultavano certo più interessanti e innovativi, ma, inaugurando un diverso genere giornalistico, si ponevano immediatamente su un piano del tutto diverso da quello della gazzetta ufficiale, a cui la «Gazzetta di Roma», appunto, apparteneva45: un foglio filogovernativo che, almeno per il momento, era esclusivamente rivolto a cercare il consenso mediante una informazione essenziale, di parte, su eventi e situazioni, su norme e regolamenti, comunque priva di quelle aspirazioni critiche a cui ambiva il nuovo giornalismo di opinione e che - è il caso di ricordarlo - anche a Roma avrebbero determinato frequenti e pericolosi attriti tra i patrioti più convinti e le forze al potere46.

Il nuovo «Cracas», almeno in questa prima fase, altro non è quindi che una riedizione del vecchio, anche se lo stesso cambiamento di segno politico che ne è all'origine determinò, ovviamente, fin dai primi numeri una trasformazione dei contenuti delle notizie trasmesse. Ecco allora che il posto dei resoconti sulla vita di papi, principi e cardinali, sulla nomina di nuovi prelati, viene occupato dagli annunci sugli spostamenti militari e sui neoeletti nell'apparato amministrativo; alla pubblicazione degli editti pontifici subentra quella dei proclami dei generali in capo dell'Armata francese stazionata in città47. Le «Aggiunte» solite fatte al «Diario ordinario» di un tempo contengono ora discorsi di patrioti, come quello di Faustino Gagliuffi pronunziato nella Piazza del Vaticano (Aggiunta alla «Gazzetta» n. 5), ora ragguagli di feste rivoluzionarie, come quella della Federazione (Aggiunta alla «Gazzetta» n. 11). La cronaca di Roma venne dunque intessuta di tutti quegli eventi repubblicani (cortei, celebrazioni dei martiri della rivoluzione, apparati festivi, piantagioni di Alberi della libertà...) atti a enfatizzare la politica di propaganda perseguita dal nuovo governo senza risparmio di mezzi. Anche l'attenzione prestata alle adunanze di alcune accademie, prima fra tutte quella dell'Arcadia48- a cui si affiancarono altre meno note di questa, come l'Esquilina49- si inserì in questo progetto: la tradizione continuava quindi a sussistere e a far da protagonista, secondo un calcolo politico ben preciso, che tentava di raggiungere il consenso popolare mediante l'accentuazione dei motivi moderati e pacifici della trasformazione in corso, opponendosi volutamente a quell'immagine violenta, sanguinaria e totalizzante della rivoluzione fino ad allora agitata come uno spettro dallo schieramento reazionario. I commissari e i militari francesi stanziati sul territorio dell'ex Stato della Chiesa volevano infatti presentarsi non come intransigenti nemici del sistema passato, bensì come coloro che avrebbero sfrondato quanto in esso vi era di negativo, irrazionale, innaturale, in nome di una società più equa e civile. Ed è proprio per questo, probabilmente, che la «Gazzetta» poté continuare a pubblicare «Avvisi sacri» del tenore del seguente:

Domenica seconda di Quaresima nella cappella del coro della patriarcale Basilica Vaticana fu tenuta la solita cappella con la solenne messa cantata dal cittadino Bandi arcivescovo di Edessa, alla quale assisterono nove cittadini cardinali ec.50.

Certo, nell'informare sulle funzioni religiose avvenute in città gli «Avvisi» persero quella solennità e quella dovizia di particolari che li avevano contraddistinti in passato: al di là dell'epiteto di «cittadino» riservato ai cardinali (prassi consueta nella letteratura e nell'oratoria repubblicana), dietro l'«ec.» del brano riportato, ad esempio, si intuisce la volontà di dare all'evento il carattere di semplice avvenimento di cronaca, di cui il lettore viene informato per amore di completezza giornalistica. Ma, oltre a volere in tal modo prevenire possibili forme di controinformazione ostili alla Repubblica, attraverso questo genere di informazione religiosa, controllata dall'alto, si voleva soprattutto fare capire al pubblico che democrazia e religione potevano tranquillamente convivere, purché non interferissero reciprocamente. Più che di fronte a un «reflet d'une certaine opposition silencieuse»51 - d'altronde inconciliabile con il carattere ufficiale rivestito da questo periodico - ci si trova dunque di fronte a un lucido progetto, volto essenzialmente alla conservazione dell'ordine sociale, progetto di cui la «Gazzetta» diventa docile strumento.

Per quanto riguarda le informazioni dall'estero - non più appannaggio esclusivo della tipografia Cracas a seguito dell'abolizione dei privilegi e monopoli - anch'esse proseguono secondo moduli analoghi a quelli interni: la Parigi direttoriale svolge ovviamente il ruolo di protagonista, ma non mancano le notizie da altri centri, come Madrid, Malta, Londra, e da capitali delle «Repubbliche sorelle» della Penisola, come Genova, Milano, Bologna. Le fonti adoperate sono le più diverse: alle notizie recate dai corrieri si aggiungono estratti provenienti da altre testate, anche straniere, e dati comunicati dagli stessi lettori al redattore, purché «venghino segnate del proprio nome di famiglia per la dovuta responsabilità», ai sensi dell'art. 244 della Costituzione della Repubblica romana e delle disposizioni emanate in materia dal Ministro della Giustizia e Polizia il 25 giugno 179852. Certo, l'entità delle notizie avrebbe richiesto un foglio speciale, sul modello del «Diario estero», poiché la «Gazzetta» doveva fornire soprattutto le nuove romane, rimanendo nei limiti previsti delle otto pagine circa. Per questo lo stampatore nel mese di maggio rivolse un invito ai suoi associati:

Avviso. L'abbondanza delle materie non permettendo di poter dare ai nostri associati poche notizie estere nelle due solite Gazzette settimanali, perciò abbiamo pensato di dar principio alla fine del venturo mese di Giugno ad una terza Gazzetta di notizie estere, che saranno estratte da migliori fogli non solo dell'Italia, ma ancora della Francia ec. Questa Gazzetta si farà nel medesimo sesto della presente, ma si potrà prendere ancora separatamente, mentre si darà principio col num. 1 alli 2 di luglio; ma ciò dipenderà dal numero degli associati che favoriranno di ascriversi, i quali pagheranno per la medesima tre paoli per trimestre alla ragione del tenue prezzo di 12 paoli l'anno. I cittadini già associati alle due Gazzette correnti se vorranno questo terzo foglio pagheranno solo paoli 10 l'anno in più, che in tutto saranno 34 paoli, cioè 17 ogni trimestre, oppure 8 e mezzo per trimestre53.

Nonostante la convenienza dell'offerta, l'auspicato numero di abbonati non venne però raggiunto, e il progetto di un terzo numero settimanale del giornale non poté aver luogo54.

Seppure pienamente integrata nel nuovo regime (si considerino a questo proposito tutti i titoli usciti in quei mesi dai torchi della stamperia, talvolta annunciati anche dalle comunicazioni librarie a carattere pubblicitario della «Gazzetta») 55, è da ritenere che la tipografia Pilucchi Cracas56 durante il biennio non godesse di entrate particolarmente floride e che il successo da essa riscosso non fosse di buon livello. Certo l'impegno e la passione patriottica dell'animatore dei torchi di quest'officina tipografica non reggevano il confronto con quelli di suoi altri ben più attivi colleghi (i Perego Salvioni, i Lazzarini, i Petretti, i Poggioli...), né la «Gazzetta di Roma» dimostrava di sapere adeguatamente fronteggiare la concorrenza di altri fogli periodici (primo fra tutti il «Monitore di Roma»), molto più articolati e, soprattutto, molto più rispondenti alle mutate aspettative ed esigenze dei lettori. Il nuovo clima politico instaurato a Roma con la Repubblica, la sempre crescente partecipazione di consistenti gruppi di romani alla vita pubblica della città, alle società patriottiche, fecero sì che proprio il pieno inserirsi della «Gazzetta» nella scia della tradizione la rendesse ormai inadeguata ai tempi. Peraltro le informazioni ufficiali riportate (proclami, leggi, notificazioni) venivano ampiamente diffuse anche attraverso altri canali (si pensi al Bollettino delle leggi o alla Collezione di carte pubbliche57), oltre a quelli soliti (affissioni e grida), e dunque l'esistenza stessa del nuovo «Cracas» perdeva sempre più ragion d'essere. In virtù di questo calo di interesse e di vendite, nella seconda serie del giornale vennero perciò inserite alcune novità, nella speranza di potersi meglio adeguare alle nuove esigenze dei lettori. Se la periodicità, la paginazione, il formato rimasero uguali (una diversa impostazione grafica del titolo appare dal n. 48, numero con il quale si inizia a omettere l'indicazione della data vecchio stile), lo spazio dedicato alle notizie di politica e di cronaca estere si arricchì e si ampliò, coinvolgendo realtà e paesi, europei oltre che italiani, prima assenti (L'Aya, Lucerna, Lugano, Mannheim, Stoccolma...), e, soprattutto, vennero introdotte in maniera sistematica alcune rubriche intitolate «Varietà», «Ragionamento» e «Istruzione pubblica», a emulazione delle testate del momento di maggior successo. Vano sarebbe però cercare in esse la medesima originalità, autonomia di giudizio, impegno patriottico. L'innovazione formale non riuscì infatti a tradursi in un rinnovamento di contenuti politici, e sempre incondizionato risultò il sostegno alle forze del potere. Si leggano ad esempio l'«Aggiunta» alla «Gazzetta» n. 50 de' 14 germile» [4 aprile 1799], ove ci si trova di fronte a un vero e proprio manifesto di totale adesione ai piani dell'Armata francese, dietro al quale non è certo difficile immaginare l'influenza dei vertici militari stanziati a Roma58, o il «Ragionamento» pubblicato sul n. 82, in cui, con gli stessi toni, gli italiani vengono invitati a difendere i loro territori, i loro campi, i loro «fioriti giardini», le loro «tiepidi valli» dalla brutalità di russi e «Alemanni»59.

È difficile riuscire a valutare se tali appelli fossero espressione sincera da parte di chi scriveva o solo frutto di un'imposizione, della necessità di integrarsi al sistema in corso. Le fonti non consentono di giungere fino a tanto, né nel caso dell'estensore della «Gazzetta di Roma» né in quello di molti altri sostenitori della Repubblica giacobina. In considerazione dell'evoluzione complessiva del giornale in esame, sembra comunque di poter sostenere che la seconda ipotesi possa avere maggior fondatezza della prima: difficile sarebbe altrimenti valutare i repentini cambiamenti di schieramento che accompagnano il «Cracas» in tutta la sua esistenza e specialmente nella tormentata fase del periodo 1798-1815. Indizi interessanti in proposito ci vengono da una rarissima copia del n. 20, datata sabato primo dicembre 1798 e conservata presso la Biblioteca Apostolica Vaticana60. L'invasione napoletana di quei giorni portava l'autore di questo foglio - così come molti altri nostalgici del governo pontificio - a ritenere ormai definitivo il crollo del sistema democratico, motivo per cui, libero dai condizionamenti francesi, egli riteneva di potersi ormai schierare finalmente a fianco dei Borboni e del papa e di potere attaccare senza remore il gruppo dirigente repubblicano appena fuggito dalla capitale:

Tutto quello che nel mondo ha principio o presto, o tardi finisce: così è succeduto alla nascente Repubblica romana, che ancor bambina di soli NOVE mesi, e 17 giorni colpita da un fulmine vibrato da Partenope è rimasta estinta. A questo colpo mortale sbigottiti e confusi gli ex-consoli, gli ex 36 senatori, e gli ex-tribuni, gli ex-ministri dell'Interno, della Giustizia, e polizia, delle Finanze, e della Guerra che con questi ideati titoli impunemente usurpati erano alla custodia di questa piccola bambina per impinguar le loro borse, tutti si occuparono chi a darsi alla fuga, e chi a nascondersi per tema di non incontrare quella morte che mille, e mille volte avrebbero meritata per la crudel persecuzione da loro esercitata contro la santa religione, al santuario, ed a suoi ministri61.

Il convincimento della fine del governo democratico induceva quindi a ritenere concluso l'esperimento della «Gazzetta di Roma» e a riprogrammare in tempi brevi una ripresa dell'antico «Diario»:

Si avvisano i Signori associati, che col presente n. 20 si da fine alla Gazzetta presente, terminando questo con gli altri residui della Repubblica, e nella ventura settimana si darà principio seguitando il numero de' Diarj ordinario ed estero, che si tralasciarono quando i Francesi entrarono in Roma, e questi sempre al consueto prezzo di 24 pavoli l'anno copia intera; e 18 a chi prende il solo Ordinario62.

Per questo periodo di temporanea restaurazione abbiamo due numeri del «Diario estero» (nn. 2414 e 2416), datati, rispettivamente, 6 e 13 dicembre 1798 e recanti le notizie provenienti da Bologna, Livorno, Firenze, Torino, Genova, Varignano, Parigi, Madrid, Cadice, Soleura, Londra, Bruxelles, Bruges, Rastadt, Coira, Colonia, Costanza, Francoforte, Lugano, Vienna, Amburgo, Berlino, Copenhagen, Costantinopoli. Significativamente in queste copie riappare l'indicazione «Con licenza de' superiori, e privilegio», indicazione presente anche nei due numeri del «Diario ordinario» dell'8 e 15 dicembre (nn. 2415 e 2417). Nel primo di questi, la cronaca di Roma è introdotta da un'acclamazione al Signore e da un atto di profondo e dichiarato ossequio verso i veri liberatori («Grazie all'Altissimo, che gli umili esalta, ed i superbi avvilisce. Ora non siamo più repubblicani [...]»)63. L'originaria e costante vocazione di foglio filogovernativo - qualunque ne sia la natura - viene quindi nuovamente ribadita, e disinvoltamente i fogli recano le disposizioni e gli appelli diretti ai romani da parte del comandante in capo della truppa urbana, Gennaro Valentino, e dai deputati del governo provvisorio, mentre gli «Inviti sacri», mai interrotti, acquistano ora più spiccato rilievo e sono accompagnati da ringraziamenti all'Altissimo, in un atto di profondo ossequio verso i veri liberatori64.

Sempre più sicuro della stabilità del nuovo regime, nel citato n. 2415 lo stampatore annunciava la sua intenzione di fondare un nuovo giornale bisettimanale, il «Giornale di Roma», volto a rendere noto «tutto ciò che accaderà alla giornata in questa città, e ne' luoghi limitrofi» «con precisione, e chiarezza, e corredato all'opportunità di sane riflessioni». La nuova gazzetta sarebbe stata distribuita, al solito, per associazione, ma al prezzo di 30 paoli l'anno, e avrebbe pubblicato le leggi, gli editti e le notizie estere «ove abbiano relazione all'intera macchina politica», senza però sostituirsi al «Diario» - «ordinario» ed «estero» - da poco ripreso. In che cosa dunque si sarebbe contraddistinto questo nuovo periodico rispetto agli altri «Cracas» è difficile stabilirlo, visto che, a quanto sappiamo, non ne uscì alcun numero (la pubblicazione del n. 1 era prevista per il momento in cui si fosse raggiunto una quantità sufficiente di associazioni); in proposito risultano però illuminanti alcune parole dello stampatore:

[Il «Giornale»] succede in luogo de' soppressi fogli del Monitore, Banditore della verità, e Pozzo di Democrito, e l'estensore è autorizzato a pubblicarlo dalla legittima potestà.

È pregato associarsi subito al nostro Giornale chiunque era associato ai foglij anzidetti già cessati65.

Sembrerebbe che in chi reggeva le sorti del «Cracas» fosse ormai subentrata chiaramente la consapevolezza della nascita di un nuovo fronte di aspettative, dopo l'esperienza repubblicana, nei confronti dei periodici: da qui la necessità di rispondere alle esigenze in atto con fogli che raccogliessero l'eredità dei più diffusi e importanti giornali giacobini, ovviamente adeguandosi al clima politico in atto. I fatti sarebbero andati però diversamente dai programmi.

Tornati i Francesi a Roma e ripristinata la Repubblica, con un altro e diverso numero 20 non solo continuava la «Gazzetta di Roma», con l'indicazione della data secondo lo stile repubblicano (29 glaciale 1798 anno VII rep. - mercoledì 19 dicembre v.s. -), ma iniziava osannando alla recuperata libertà. Il sostegno politico offerto dalla giornale alle élites dirigenti in quest'ultima fase appare ancora più chiaro, e, anzi, viene rafforzato dagli spazi di riflessione che accompagnano la cronaca della Roma repubblicana: dal numero 84 del primo agosto 1799 le rubriche di «Istruzione pubblica» diventano sistematiche e iniziano a denunciare le responsabilità della politica scolastica e culturale del passato, coscientemente rivolta a mantenere l'ignoranza nel popolo al fine di impedirne l'emancipazione civile e sociale. I temi trattati non sono certo originali: essi si inseriscono in uno dei più accesi dibattiti del momento, quello relativo all'acculturazione, su cui vennero gettati fiumi di inchiostro e in merito al quale vennero avviate numerose iniziative e sperimentazioni (si pensi, come unico esempio fra tutti, al ruolo giocato al riguardo dai club, dai circoli costituzionali e dalle società di pubblica istruzione)66. Con questa rubrica la «Gazzetta» non faceva dunque che allinearsi a molti altri fogli del momento, regolarmente dotati di analoghi spazi per l'illustrazione di problemi di economia, storia, politica, per il commento delle parole-chiave del momento e degli articoli di legge. Ben diverso è però il tono che anima le pagine del «Cracas» rispetto a quello, ad esempio, della rubrica «Istruzione pubblica» di un giornale come il «Monitore di Roma», volto anch'esso a educare e illuminare i lettori sui principi democratici, eppure più lucido nell'indicare le molteplici cause e le responsabilità dell'inferiorità del popolo e nell'analizzare i motivi del mancato consenso alla Repubblica. L'individuazione di una pluralità di fattori concomitanti nella disuguaglianza fra gli uomini comportava, necessariamente, la messa a punto dei rimedi politici che i governi avrebbero dovuto adottare, secondo una scala di priorità ben precisa:

Due in generale sono i mezzi che possono piegare il popolo romano ad amare il nuovo sistema di governo, sistema eccellente e fondato sulle stabili basi della ragione e della verità. Consiste il primo nel sensibile miglioramento della pubblica economia, e della sua civile esistenza. Questo primo mezzo lo preparerà vittoriosamente alla efficacia del secondo, che consiste nella intuitiva persuasione degli eterni, e sagrosanti principj, sopra i quali è fondato67.

Nulla di tutto ciò appare invece nella «Gazzetta di Roma», ben lontana dal proporre misure siffatte o dal reclamare drastici e risolutivi interventi a favore dei gruppi più indigenti della società romana. Anche laddove viene affrontato il problema del pauperismo ci si limita a denunciarne le manifestazioni esteriori - la mendicità e il vagabondaggio, causa di vizi e delinquenza («In quale classe di cittadini credete voi che si nascondano i ladri? Non fra le persone agiate, e ricche, non fra le persone, che vivono di cariche pubbliche, e di pubblici impieghi, non fra le persone oneste, che strani accidenti ridussero alla miseria, non fra quelle finalmente che vivono in pace del prodotto dei sudori della loro fronte, ma fra i vagabondi, gli oziosi, e i libertini»68) -, mentre la soluzione del problema viene genericamente indicata nel lavoro coatto e, soprattutto nell'arruolamento volontario nei battaglioni di linea69.

Inutile ricorrere ad altri esempi. Brevemente, si può soltanto ribadire come l'inserimento della rubrica citata non fosse il frutto di una maturazione intellettuale, di un saldo convincimento patriottico, bensì la pedissequa imitazione di una formula sperimentata altrove con successo. È anzi lecito supporre che la «Gazzetta di Roma» sia stata indotta a imitare la struttura di altri giornali di maggiore successo dalle stesse forze al potere, con l'unico scopo di ottenere un maggiore favore di pubblico, e, dunque, di ottenere un più ampio ascolto. Ma, anche se, al contrario del «Monitore», non abbiamo cifre sulle tiratura dei fogli del «Cracas» né sul numero degli abbonati70, è da ritenere che neppure questo progetto riuscisse a decollare: gli accorati appelli rivolti dal tipografo agli associati risultano espliciti sulla flessione delle vendite subìta dalla testata, che soltanto le sovvenzioni governative riuscivano ormai a tenere in vita.

Caduta la Repubblica, la «Gazzetta di Roma» sospese definitivamente le pubblicazioni, mentre un «Avviso» annunciava, di nuovo, la ripresa del precedente ordine di cose:

Terminato il governo repubblicano si è terminata la stampa della Gazzetta, e col presente abbiamo ricominciato i Diarj ordinarj dal numero che si tralasciò dopo la partenza delle truppe napoletane, il 15 decembre del 1798. A richiesta però di molti non si farà più l'Ordinario, e l'Estero, ma bensì due Ordinarj la settimana, per dar così più fresche le Notizie di Roma, ed il vacuo che vi sarà tanto in uno, che nell'altro si riempirà con le Notizie estere. Il prezzo sarà sempre lo stesso di paoli 24 l'anno, da pagarsi tre mesi anticipati.

Le pubblicazioni del «Diario», «ordinario» ed «estero», ripresero regolarmente il 5 ottobre 1799, con il num. 2418, che ragguagliava i Romani sulla capitolazione del generale Garnier e sui recenti avvenimenti. La gazzetta, riuscita a passare indenne attraverso il turbine rivoluzionario, riacquistava dunque la fede politica e il titolo originari, continuando nel tempo a rappresentare la voce ufficiale (o, meglio, ufficiosa) dell'informazione romana e a rinsaldare la sua funzione di organo di rappresentazione della realtà, di quella realtà che più si confaceva agli intenti del potere. Altri cambiamenti sarebbero intervenuti, di lì a poco, a determinare i destini di Roma e, con essi, quelli del celebre «Cracas»71. Ma questa è un'altra storia, ancora tutta da scrivere, così come tutti da analizzare rimangono i percorsi - biografici, professionali, intellettuali - di tanti giornalisti e stampatori romani di fronte alle trasformazioni politiche, ai mutamenti di regime72.

Note

1. «Diario ordinario num. 14. In data delli 18 febraro 1775», in Roma, Nella stamperia Cracas presso S. Marco al Corso, pp. 11-12 (nelle citazioni successive indicherò il colophon soltanto nei casi in cui risulti particolarmente significativo).

2. Cfr. I sonetti romaneschi di G. G. Belli pubblicati dal nipote Giacomo a cura di Luigi Morandi. Unica edizione fatta sugli autografi. Volume terzo, Città di Castello, 1886, p. 13, ove, in una nota al sonetto l'Uffizio der bollo, parlando appunto del «Diario ordinario» si afferma: «... ma il popolo non tenne conto di tutti questi battesimi, e lo chiamò sempre Cràcas o Cracàsse, e quando voleva schernirlo, lo chiamava Càcas».

3. Sul disegno di ricostituzione della mitica unità della Chiesa anteriormente alla Riforma cfr. D. Menozzi, Intorno alle origini del mito della cristianità, in «Cristianesimo nella storia», V (1984), pp. 523-562.

4. G. Pignatelli, Aspetti della propaganda cattolica a Roma da Pio VI a Leone XII, Roma, 1974; Chiesa italiana e Rivoluzione francese, a cura di D. Menozzi, Bologna, 1990; M. Caffiero, La nuova era. Miti e profezie dell'Italia in rivoluzione, Genova, 1991; Ead., La politica della santità. Nascita di un culto nell'età dei Lumi, Roma-Bari, 1996. Cfr. inoltre V. E. Giuntella, Roma nel Settecento, Bologna, 1971; Le dolci catene. Testi della controrivoluzione cattolica in Italia, a cura di Id., Roma, 1988; H. Gross, Roma nel Settecento, Roma-Bari, 1992 (I ediz.: Cambridge, 1990).

5. Oltre a M. Caffiero, La politica della santità, cit., cfr. Ead., Femminile/popolare. La femminilizzazione religiosa nel Settecento tra nuove congregazioni e nuove devozioni, in «Dimensioni e problemi della ricerca storica», 1994, 2, pp. 235-245; Ead., Dalla trasgressione all'obbedienza. Donne e profezia tra Settecento e Ottocento, in Donne, potere, profezia, a cura di A. Valerio, Napoli, 1995, pp. 163-194.

6. Sugli esordi del «Diario» e sui legami di questo con le gazzette e i giornali di guerra seicenteschi mi permetto di rinviare a un mio lavoro di prossima pubblicazione; primi tentativi di sintesi furono avviati da G. Morelli, Il primo giornale stampato edito a Roma, in «Graphicus. Rivista mensile di tecnica ed estetica grafica», a. XXXI, ott. 1941, pp. 4-5, e da O. Vercillo, Il «Cracas» nelle sue trasformazioni, in «L'Urbe», XII (1949), 5, pp. 9-13; a questi si è poi affiancato il più vasto lavoro di U. Bellocchi, nel quale vi è anche una scheda relativa al giornale in questione (Storia del giornalismo italiano, vol. III, Bologna, 1975). Sulle «Notizie per l'anno» cfr. M. Formica, Tra cielo e terra. Gli almanacchi romani tra XVII e XVIII secolo, in «Studi settecenteschi», 15 (1995), pp. 115-162 (in particolare pp. 143-162).

7. Sul fenomeno della tardiva affermazione, nel giornalismo italiano, delle notizie interne su quelle estere: G. Ricuperati, Giornali e società nell'Italia dell'"Ancien Régime" (1688-1789), in La stampa italiana dal Cinquecento all'Ottocento, a cura di V. Castronovo, G. Ricuperati, C. Capra, Roma-Bari, 1976, p. 232.

8. Talmente ricchi furono i resoconti del «Diario» al riguardo, che se ne è potuta trarre una sorta di rassegna sulle stagioni di spettacolo cittadine: cfr. G. Pejrone, Il teatro attraverso i periodici romani del Settecento, in Il teatro a Roma nel Settecento, Roma, 1989, vol. II, pp. 599-615.

9. Necrologio in «Diario ordinario num. 8234. In data 26 gennaio 1771», p. 12. Cfr. anche Archivio storico del Vicariato di Roma, Libro dei morti della parrocchia di S. Maria in Via Lata (1767-1810), n. 53. Le vicende testamentarie di Caterina rivelano purtroppo dei vuoti di documentazione che ci impediscono di seguire più da vicino i destini della tipografia: un testamento redatto il 19 gennaio 1757 venne infatti da lei successivamente ritirato quache anno prima della morte, il 17 marzo 1768. È comunque probabile che in questo ella avesse lasciato la tipografia ad Alessandro Burlini, garzone di stamperia dal 1743: a lui un breve papale dell'8 settembre 1769 concedeva il privilegio di pubblicare le «Notizie per l'anno» e il «Diario ordinario» (Archivio Segreto Vaticano [ASV] , Segreteria dei brevi, vol. 3684, cc. 197 ss.). Il testamento di Burlini, aperto il 22 agosto 1781, non reca però riferimenti sulla tipografia (Archivio Storico Capitolino, Testamenti, sez. XI, prot. 100 - Sterlich, notaio capitolino); sappiamo soltanto che alla sua morte l'attività venne rilevata dal citato Pilucchi, «giovane» fiorentino lavorante nella stamperia Chracas dal 1760 e che a questo Pio VI concesse poi i privilegi goduti dai Chracas stessi (ASV, Segreteria dei brevi, vol. 3961, pars I, e 3962, pars II).

10. Sul fenomeno in generale, si attende il saggio, di prossima pubblicazione, di M. Caffiero, La maestà del papa. Trasformazioni dei rituali del potere a Roma (XVIII-XIX secolo), in Cérémonial et rituels à Rome (XVIe-XXe siècles), a cura di C. Brice e M.A. Visceglia, Roma-Paris, 1977.

11. «Diario ordinario num. 36 in data 6 maggio 1775», pp. 19-20.

12. Ivi, n. 112 in data 27 gennaio 1776, pp. 8-9.

13. Così recitava la formula usuale posta in fondo al testo dei bandi.

14. Sul sistema, al tempo particolarmente diffuso, cfr. V. Romani, Tra editoria e cultura nel Settecento italiano ed europeo: le associazioni (sottoscrizioni) librarie, in «Annali della Scuola normale superiore di Pisa. Classe di lettere e filosofia», s. III,  XXIII (1993), 2, pp. 505-548.

15. È da notare che dal numero 7984 (2 settembre 1768), dopo una sperimentazione trisettimanale della tiratura dei fogli a stampa, il «Diario» era infatti tornato a essere nuovamente bisettimanale: le notizie estere, pubblicate solo il venerdì - e non più anche il mercoledì -, risultavano però maggiormente ricche di quelle precedenti, visto che la paginazione di ogni numero era ormai generalmente di 24 pagine, laddove prima era abitualmente di 12.

16. Uno dei lavori più recenti a cui si può rinviare al riguardo - sia pur da un punto di vista molto generale - è rappresentato dal volume collettaneo, curato da G. Cavallo - R. Chartier, Storia della lettura nel mondo occidentale, Roma-Bari, 1995; tra i numerosi interventi dello stesso Chartier sul problema si può segnalare anche, oltre il saggio compreso nel citato volume, Dalla storia del libro alla storia della lettura: la prospettiva francese, in «Archivio storico italiano», 1994, pp. 135-172, e Per una storia delle pratiche di lettura nell'età moderna (secoli XVI-XVIII), in «Annali della Scuola normale superiore di Pisa. Classe di lettere e filosofia», cit., pp. 385-402.

17. Cfr. T. De Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita, Roma-Bari, 1986 (I ed.: ivi, 1963), pp. 25-27.

18. Nel dicembre di quell'anno infatti Benedetto XIII aveva rinnovato agli eredi Chracas per altri dodici anni il privilegio di privativa già concesso a Luca Antonio per la stampa del «Diario ordinario», delle «Notizie per l'anno» e di tutte le altre materie relative alle «novità pubbliche» (ASV, Segreteria dei brevi, b. 2674, cc. 114-116; cfr. anche b. 2704, cc. 28-29).

19. Preziosi elementi sono venuti in proposito dallo studio di F. Luccichenti, I Chracas stampatori in Roma (1698-1771), in «L'Urbe», n.s., XLVII (1984), 3-4, pp. 136-142; cfr. inoltre l'imponente lavoro di S. Franchi, Le impressioni sceniche. Dizionario bio-bibliografico degli editori e stampatori romani e laziali di testi drammatici e libretti per musica dal 1579 al 1800. Ricerca storica, bibliografica e archivistica condotta in collaborazione con O. Sartori, Roma, 1994, ad vocem.

20. Intendo riferirmi in particolare all'Archivio Segreto Vaticano, all'Archivio Storico del Vicariato di Roma e all'Archivio di Stato di Roma, presso cui ho appunto condotto numerose ricerche a questo scopo.

21. M. Formica, Tra cielo e terra, cit., p. 153.

22. Cfr. M. Cuaz, Almanacchi e "cultura media" nell'Italia del Settecento, in «Studi storici», XXV (1984), 2, pp. 353-361; L. Braida, Le guide del tempo. Produzione, contenuti e forme degli almanacchi piemontesi del Settecento, Torino, 1989, pp. 110-117.

23. M. Formica, Tra cielo e terra, cit., p. 154.

24. Esemplificativo di tale concezione del tempo è il n. 1960, del 25 febbraio 1730, in cui appunto veniva annunciato il decesso di Benedetto XIII dopo altre notizie, certo meno importanti per il pubblico.

25. «Diario ordinario num. 954. In data del 21 febbraro 1784», p. 1.

26. Sulle vicende del Giornale ecclesiastico, ottima la ricostruzione di G. Pignatelli, Aspetti della propaganda, cit.; sugli «Annali» di M. Mallio più scarne le indicazioni di L. Felici, Giornali romani del Sette e dell'Ottocento. VII: Annali di Roma (1790-1797), in «Palatino», n.s., VI (1962), pp. 31-33, e di C. Lega, I riflessi della Rivoluzione francese a Roma attraverso gli "Annali di Roma", in Rivoluzione francese e Roma, Roma, 1990, pp. 133-154.

27. «Diario estero num. 1503. In data delli 29 maggio 1789», pp. 8-9.

28. Sulle Notizie politiche o sia Istoria de' più famosi avvenimenti del mondo, il periodico fondato da F. Zacchiroli nel 1788 e proseguito poi da F. Becattini, cfr. P. Alvazzi Del Frate, Roma e la Rivoluzione francese. L'ottantanove e il giornalismo politico romano, Roma, 1989, e Id., Rivoluzione e giornalismo politico nello Stato pontificio, in «Mélanges de l'École française de Rome. Italie et Mediterranée», t. 102, 1990, 2: Les imprimés de la Révolution en Italie: mélanges, pp. 411- 422. Più in generale: M. Cuaz, "Le nuove strepitose di Francia": l'immagine della Rivoluzione francese nella stampa periodica italiana (1787-1791), in «Rivista storica italiana», C (1988), pp. 457-527; Id., Le nuove di Francia. L'immagine della Rivoluzione francese nella stampa periodica italiana (1787-1795), Torino, 1990.

29. Al Quod aliquantum del 10 marzo 1791, rivolto da Pio VI ai vescovi firmatari de l'Exposition des principes sur la Constitution civile du clergé, era seguito un altro breve di condanna, emanato il 13 aprile e indirizzato al clero e al popolo francesi. Sul problema cfr. A. Latreille, L'Eglise catholique et la Révolution française, 2 voll., Paris, 1946-1950; T. Tackett, Religion, Revolution and Regional Culture in Eighteenth-Century France: The Ecclesial Oath of 1791, Princeton, 1985; Pie VI et les évèques français. Droits de l'Eglise et droits de l'homme: le bref "Quod aliquantum" et autres textes introduits et annotés par J. Chaunu, Paris, 1989.

30. T. Bulgarelli - S. Bulgarelli, Il giornalismo a Roma nel Seicento. Avvisi a stampa e periodici italiani conservati nelle biblioteche romane, Roma, 1988.

31. Sulla campagna romana cfr. G. Pignatelli, Aspetti della propaganda, cit.; Ledolci catene, cit.; M. Tosti, Gli "Atleti della fede": emigrazione e controrivoluzione nello Stato della Chiesa (1792-1799), in «Cristianesimo nella storia», X, 1989, pp. 349-353; Il Misogallo romano, a cura di M. Formica e L. Lorenzetti. Introduzione di T. De Mauro (in corso di pubblicazione). Tra gli studi più recenti sulle tendenze controrivoluzionarie del momento: J. Godechot, La controrivoluzione. Dottrina e azione (1789-1804), Milano, 1988 (I ediz. orig.: Paris, 1961); M. Boffa, «Controrivoluzione», in Dizionario critico della Rivoluzione francese, Milano, 1988 (I ediz. orig.: Paris, 1988), pp. 594-602; G. Gengembre, La contre-révolution ou l'histoire désespérante: histoire des idées politiques, Paris, 1989; M. Middel, L'image de la Révolution chez les contre-révolutionnaires des annes 1789-1791, in L'image de la Révolution française. Communications présentées lors du Congrès mondiale pour le bicentenaire de la Révolution (Sorbonne, Paris, 6-12 juillet 1989), dirigé par M. Vovelle, Paris-Oxford-New York-Pekin-Francfort-Sydney-Tokio, 1989, vol. III, pp. 1164-1171.

32. «Diario estero, num. 1853. In data delli 5 ottobre 1792», p. 11.

33. Ben diverso il caso dell'esecuzione di Luigi XVI, su cui cfr. «Diario estero», nn. 1885, 1887, 1891, 1893, 1895 (gennaio-febbraio 1793), e «Diario ordinario», n. 1890 in data dei 9 febraro 1793, p. 32.

34. C. Trasselli, Processi politici romani dal 1792 al 1798, in «Rassegna storica del Risorgimento», XXV (1938), XI-XII, pp. 1495-1524, 1613-1654; Il Misogallo romano, cit.

35. L. von Pastor, Storia dei papi dalla fine del Medioevo, vol. XVI: Storia dei papi nel periodo dell'assolutismo dall'elezione di Benedetto XIV fino alla morte di Pio VI (1740-1799), parte III: Pio VI (1775-1799), Roma, 1934, pp. 540-541. Cfr. anche Archivio di Stato di Modena, Cancelleria ducale. Avvisi e notizie dall'estero, b. 96 (Roma, 14 marzo 1792).

36. Secondo quanto aveva scritto in quei giorni Lebrun a Mackau, Bassville avrebbe infatti dovuto «prendre des informations très exactes sur les intentions et les vues du gouvernement, sur les dispositions des choses et des esprits, sur l'état actuel du fort Saint-Ange etc. Il devrait se transporter à Civitavecchia, s'instruire de l'état de cette forteresse, des vaissaux de guerre que le Pape y entrenait ou y faisait construire» (cit. da Fr. Masson, Les diplomates de la Révolution. Hugou de Bassville à Rome. Bernadotte à Vienne, Paris, 1882, p. 29).

37. Ivi; L. Vicchi, Les Français à Rome pendant la Convention (1792-1795) avec 8 planches d'illustration et 158 pièces justificatives, Rome-Paris-London-Berlin-Wien, Fusignano (Italie), 1892; Il Misogallo romano, cit.

38. «Diario ordinario num. 1884. In data delli 19 gennaro 1793», pp. 2-3. La ricostruzione dell'affare degli stemmi e della lotta cartacea immediatamente scatenata dalle due potenze in Il Misogallo romano, cit.

39. «Gazzetta di Roma, n. 1, sabato 17 febraro anno primo della Repubblica romana una, e indivisibile», In Roma, Nella stamperia Cracas, MDCCXCVIII, p. 1 (in testa al frontespizio: «Libertà - Eguaglianza»).

40. Le serie sarebbero state così suddivise: nn. 1-63 (17 febbraio-21 settembre 1798), nn. 1-99 (26 settembre 1798-21 settembre 1799), nn. 1-2 (25 settembre-28 settembre 1799, data a cui seguì la caduta del governo repubblicano). Del giornale esistono diversi esemplari presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, la Biblioteca di storia moderna e contemporanea e la Biblioteca Casanatense di Roma.

41. Nella pagina del frontespizio interno della copia esistente presso la Biblioteca Apostolica Vaticana (R.G. Period. 2719, I) si legge, ms.: «Nella mattina di sabato 10 di febraro, primo giorno di Carnevale dell'anno 1798, entrorno in Roma le truppe francesi, e si imposserono della medesima, e dello Stato tutto. Da che in appresso vengono stampate le gazzette in questo sesto, e nel modo viene ordinato dalli stessi Francesi».

42. Tali elementi appaiono, talvolta, nelle righe introduttive di qualche numero del giornale. Interessante, ad esempio, la dichiarazione di intenti apparsa sul n. 6, 7 marzo 1798: «Essendomi prefisso di dare agli miei associati tutti quei documenti che l'un dietro l'altro vengon pubblicati per togliere tutto ciò che vi era di pregiudizi nel passato tirannico regime, e per riorganizzare sotto la generosa protezione dell'invincibile Armata francese, il nuovo governo republicano, dolce, e più confacente al popolo sovrano, perciò sarà mia cura di adempiere al mio dovere con attenzione, e da buon Cittadino, acciò questi fogli possin servir di storia a qualunque individuo della nostra Roma, e dell'estero» (p. 41); cfr. anche il numero successivo, del 10 marzo: «Per non lasciar nulla di ciò che può interessare nella nostra felice rivoluzione, e di ciò che poteva arrecarle qualche disturbo in particolare per la già nota insurrezione del rione di Trastevere, abbiamo creduto bene di dare ancora il seguente discorso [...]» (p. 49).

43. C. Capra, Il giornalismo nell'età rivoluzionaria e napoleonica, in La stampa italiana, cit., pp. 373-519.

44. Così R. De Felice nella Introduzione a I giornali giacobini italiani, Milano, 1962, p. XXXV.

45. Sui giornali della Repubblica Romana, oltre alle indicazioni offerte in studi complessivi, come quelli di A. Dresler, Geschichte der italienischen Presse, Munchen, 1933, pp. 147-148, di R. De Felice, I giornali giacobini, cit., e di C. Capra, Il giornalismo, cit., cfr. il vecchio G. Spadoni, I giornali della Repubblica romana del 1798-1799, in «Bollettino del comitato regionale per il Lazio, le Marche, l'Umbria, gli Abruzzi - Società nazionale per la storia del Risorgimento italiano», 1923, pp. 17-18, e i più recenti J.-Chr. Tautil, La presse de la première Republique romaine, in «Annuario dell'Istituto storico italiano per l'età moderna e contemporanea», XXIII-XXIV (1971- 1972), Roma, 1975, pp. 521-538; più specificamente sul «Monitore di Roma»: A. Miniero, Il Monitore di Roma. Un giornale giacobino?, in «Rassegna storica del Risorgimento», LXXI (1984), pp. 131-169.

46. Si rammentino in proposito le travagliate vicende del «Monitore di Roma», che per essersi in più occasioni opposto alle autorità costituite e, in particolare, per averne accusato le responsabilità in merito alla gravissima situazione delle carceri romane venne in un certo momento soppresso (il decreto in Collezione di carte pubbliche, proclami, editti, ragionamenti ed altre produzioni tendenti a consolidare la rigenerata Repubblica Romana, Roma, Per il cittadino Luigi Perego Salvioni, 1798-1799, t. IV, pp. 454-455); la ricostruzione in M. Formica, La città e la rivoluzione. Roma 1798-1799, Roma, 1994, pp. 283-286.

47. In questo contesto di rinnovamento, sia pur esteriore e non di struttura, si può inscrivere anche la mutazione di datazione: dal numero 41 (7 luglio 1798) l'indicazione del giorno non segue infatti più il calendario tradizionale, bensì quello rivoluzionario, e la data vecchio stile viene posta tra parentesi.

48. Generalmente la presenza di resoconti sulle adunanze arcadi viene ritenuta l'unico elemento di interesse della «Gazzetta di Roma», poiché i verbali originali dell'Accademia sono stati distrutti (Archivio storico dell'Accademia dell'Arcadia, Atti arcadici 7: Atti arcadici della custodia di Cimante Micerino (25 novembre 1790 - 25 gennaio 1824).

49. Una ricostruzione delle vicissitudini dell'Accademia esquilina è stata effettuata da M. Battaglini, in un saggio di prossima pubblicazione sulla «Rassegna storica del Risorgimento».

50. «Gazzetta di Roma», n. 6, cit., p. 48.

51. J.-Chr. Tautil, La presse, cit., p. 529.

52. «Gazzetta di Roma», n. 42, 23 messifero (mercoledì 11 luglio v.s.) anno VI rep., p. 362. La Notificazione di Pierelli, ministro della Giustizia e Polizia, in Collezione di carte pubbliche, cit., t. II, pp. 172-173.

53. «Gazzetta di Roma», n. 28, mercoledì 23 maggio (v.s.), p. 242.

54. Ivi, num. 39, 30 giugno (v.s.), p. 338.

55. Numerosi i titoli stampati da Cracas nel periodo; per brevità e per esemplificazione si può rinviare a Una nazione da rigenerare. Catalogo delle edizioni italiane 1789-1799, a cura di V. Cremona, R. de Longis, L. Rossi, con saggi introduttivi di L. Guerci e S. Woolf, Napoli, 1993 («Indice dei luoghi di stampa, degli editori, tipografi e librai», sub voce: Roma, Cracas).

56. È da notare che la denominazione completa della tipografia e il luogo della medesima («incontro il palazzo Rinuccini al Corso num. 716») apparvero nella seconda serie della «Gazzetta di Roma».

57. Bollettino delle leggi della Repubblica romana una e indivisibile [In Roma, presso i Lazzarini stampatori nazionali, 1798-1799]; Collezione di carte pubbliche, cit.

58. «Gazzetta di Roma», n. 50, 14 germile anno VII [4 aprile 1799], pp. 401-402.

59. Ivi, n. 82, 6 termifero anno VII [25 luglio 1799], p. 665.

60. Copia ms. di questo numero si trova anche presso la Biblioteca Casanatense di Roma (Per. est. 13 (2)).

61. «Gazzetta di Roma», n. 20, I dicembre 1798, p. 153.

62. Ivi, p. 156.

63. Ivi, num. 2415 in data dei 8 decembre 1798, p. 2.

64. Ivi, num. 2417 in data dei 15 decembre 1798, pp. 7 ss.

65. Ivi, num. 2415, cit., p. 24.

66. La bibliografia al riguardo conta ormai numerosi titoli. Si possono ricordare, tra le altre, le prime importanti riflessioni di R. De Felice, "Istruzione pubblica" e rivoluzione nel movimento repubblicano italiano, in Delio Cantimori. Omaggio della "Rivista storica italiana", Napoli, 1967, pp. 268-287, e le più recenti e mature analisi di L. Guerci, "Mente, cuore, coraggio, virtù repubblicane". Educare il popolo nell'Italia in rivoluzione (1796-1799), Torino, 1992.

67. «Monitore di Roma», I serie, n. XXXVII, 9 messifero an. VI [27 giugno 1798], p. 315.

68. «Gazzetta di Roma», num. 85, 16 termifero anno VII [4 agosto 1799], p. 688.

69. Per un'esemplificazione della natura del dibattito sul pauperismo in età rivoluzionaria cfr., tra gli altri, Povertà e beneficenza tra Rivoluzione e Restaurazione, a cura di G. Botti, L. Guidi, L. Valenzi, Napoli, 1990.

70. Gli abbonati del «Monitore di Roma» dopo pochi mesi di vita del giornale erano «1650 e più», secondo la cifra riportata nella I serie, n. 42, 26 messifero an. VI (14 luglio 1798), p. 378.

71. Rioccupato lo Stato dai Francesi, il giornale sarebbe stato chiamato a diventare l'organo del regime napoleonico (dal 29 giugno 1808 venne stampato con il titolo «Diario di Roma»); con la Restaurazione riacquistò l'impostazione e la fede papaline e, come tale, continuò a essere stampato fino al 15 gennaio 1848 (trasformandosi però, durante la seconda, come già al tempo della prima Repubblica Romana, in «Gazzetta di Roma»); alla fine del XIX secolo, nel maggio 1887, sarebbe stato poi riproposto da Costantino Maes in una seconda serie, con il titolo «Il Cracas. Notizie e curiosità romane», durata fino all'8 luglio 1893, e, in seguito, in una terza e definitiva (3 settembre 1893-15 luglio 1894), con sottotitolo: Roma aneddotica. Collezioni complete del «Diario ordinario» sono conservate presso la Biblioteca Apostolica Vaticana e presso la Biblioteca Casanatense di Roma.

72. Per le vicissitudini del «Diario ordinario» nei primi decenni del XIX secolo cfr. la scheda relativa fatta da O. Majolo Molinari, La stampa periodica romana dell'Ottocento, Roma, 1963, vol. I, n. 546 (pp. 296-297); cfr. inoltre G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-eccelesiastica, vol. 20, Venezia, 1843 («Diario di Roma» e adindicem), e le sintetiche - ma approssimative e imprecise - vicende ricostruite da O. Vercillo, Il "Cracas", cit., e poi da U. Bellocchi, Storia del giornalismo, cit.