L'avvento di una cittadinanza repubblicana e i "placidi tramonti"
del Regno: la «Lega della democrazia»

di Marco De Nicolò

1. Le premesse di una «tendenza al bene», la fondazione dell'associazione

La fondazione dell'associazione «Lega della democrazia» e dell'omonimo giornale ebbe il fine principale di raccogliere le forze sparse dello schieramento democratico italiano e impegnarle su comuni obiettivi. ll frammentato mondo della democrazia italiana aveva già conosciuto tentativi del genere: alla fine del 1871 Garibaldi si era posto il problema di arrivare a uno «stretto collegamento dei variegati raggruppamenti della Sinistra più avanzata» per stringerli in un solo «fascio», poiché - sosteneva il generale - «tutti hanno la stessa tendenza al bene»1. Il tentativo, come è noto, sfociò nel Patto di Roma, che legava quelle formazioni attorno agli obiettivi del suffragio universale, della laicità dello Stato, della democratizzazione della vita politica. Quel tentativo non rimase isolato ma non sembravano maturi i tempi per la prossima realizzazione di quegli obiettivi. Inoltre repubblicani, radicali e democratici in genere alternavano slanci conciliativi all'irresistibile richiamo alle diverse sfumature ideologiche e ciò doveva comprometterne la continuità d'azione2.

Ben quattro, secondo Spadolini, erano le correnti interne al repubblicanesimo3, alle quali si aggiungevano varie sfumature ideali che andavano via via digradando verso quella parte della sinistra che, pure avendo accettato la monarchia, non aveva dimenticato nei propri progetti l'allargamento del suffragio. Tra questi vi era Benedetto Cairoli che fu presidente del consiglio dapprima dal marzo al dicembre 1878 e poi dal luglio 1879 al maggio 1881. Nei suoi confronti si creò una fondata aspettativa riformatrice che aveva le sue basi sia nel senso politico che rivestiva la formazione di un gabinetto da lui presieduto4, sia nel rinnovato intendimento di raccogliere il mondo democratico attorno a poche parole d'ordine unificanti5. Nonostante la conclusione del primo gabinetto Cairoli comportasse un ripensamento della possibilità di ampliare la base dello Stato, non vi furono nuove divisioni all'interno dello schieramento democratico. Già durante gli ultimi mesi del governo Depretis, le iniziative di repubblicani e radicali sembravano preludere a un più conveniente avvicinamento di posizioni e molti esponenti repubblicani si cominciavano a orientare verso la partecipazione alla lotta elettorale. La formazione del nuovo governo Cairoli incoraggiò le schiere radicali, democratiche e repubblicane a mantenere una disponibilità reciproca al dialogo e all'organizzazione comune6.

Attorno a Garibaldi, infatti, nell'aprile del 1879, si trovarono personalità di fedi politiche diverse ma vicine: Bertani, Cavallotti, Lemmi, Mario, Pantano, Saffi, Campanella, divisi su molte questioni, approdarono a un unico programma comprendente il suffragio universale maschile, l'abolizione del giuramento di fedeltà dei deputati alla monarchia, la laicizzazione dello Stato, la confisca e la distribuzione dei beni ecclesiastici, un programma di lavori pubblici (che comprendeva, ovviamente, la bonifica dell'agro romano, tema caro a Garibaldi): si costituiva così la «Lega della democrazia».

La presenza di Garibaldi nelle iniziative unificatrici del mondo democratico era fondamentale: ha notato Scirocco che dal generale non partiva l'iniziativa ma la sua presenza garantiva «un "salto di qualità" nelle iniziative già prese, che improvvisamente acquistavano popolarità ed importanza e potevano sembrare da lui suscitate. In realtà Garibaldi non si lasciava agganciare passivamente, e cercava di imporre le sue idee, semplici ma precise, avvalendosi del consiglio di pochi uomini di cui si fidava»7. Tale positivo giudizio è arrivato dopo interpretazioni di segno contrario. Secondo Quagliotti la Lega non riuscì a divenire un partito democratico per lo scarso intuito politico di Garibaldi8. Sulla stessa linea interpretativa si è collocato Spadolini: «la presenza dell'eroe [...] non aveva giovato allo sviluppo politico della "Lega della democrazia" e le sue contraddizioni, i suoi sbandamenti, le diverse influenze che su di lui si intrecciarono, finivano per confondere i seguaci e paralizzarne l'azione»9. Secondo altri la Lega non si trasformò in struttura politica organica per le divisioni presenti in seno al mondo repubblicano e democratico10. A ben vedere ognuna di queste interpretazioni contiene una parte di verità. La presenza di Garibaldi esercitava sicuramente un richiamo nei confronti dei militanti e dell'opinione pubblica. Che un'iniziativa si tenesse con il generale o senza il generale non era un fatto indifferente. Nel mondo democratico egli rappresentava un mito vivente, di forte capacità unificante, di fronte al quale le divisioni venivano quasi sempre poste in secondo piano. La stampa, e non solo quella democratica, dedicava alle iniziative del generale spazio e attenzione. Ma è anche vero che non esisteva un compiuto «pensiero garibaldino», né Garibaldi possedeva la capacità di organizzare materialmente un partito, per cui, se la sua presenza era necessaria e gradita, non produceva poi quegli effetti politici che rendessero la sua funzione unificante efficace: vi era, insomma, un salto tra il mito e la politica. Ed è anche assolutamente vero che, al di là della presenza di Garibaldi, l'associazione era troppo composita e ogni sua componente, pur mostrando una genuina disponibilità al confronto con i propri «parenti politici», era fermamente radicata nelle proprie posizioni ideologiche; così, per trovare terreni comuni d'azione, bisognava limitarsi alle sole iniziative che univano quel mondo diviso, e soprassedere diplomaticamente sulle parole d'ordine che avrebbero potuto dividerlo, rendendo monca la strategia politica dell'associazione.

La fondazione della Lega era il risultato della faticosa attività avviata soprattutto da Bertani e da Mario, e della disponibilità delle componenti repubblicane, democratiche e radicali a trovare punti qualificanti su cui agire in modo unitario. Campanella, repubblicano intransigente, pensava si potesse costituire un'associazione intorno agli obiettivi già approvati nel 1872: suffragio universale e costituente. Saffi, pure scettico rispetto alle posizioni evoluzioniste che si stavano prospettando, aderì. Insomma, le difficoltà vennero man mano appianandosi e ciò avvenne anche per la presenza di Garibaldi, troppo autorevole perché ci si impuntasse su aspetti ideologici secondari. Dopo un richiamo all'unità democratica e repubblicana, il generale enunciò il programma sopra descritto puntando a realizzarlo in forme legali e insistendo sulla priorità da darsi al suffragio universale e all'abolizione del giuramento politico. Il merito del discorso di Garibaldi va ascritto ad Alberto Mario, mente dell'iniziativa, che intendeva trovare una via di equilibrio tra l'iniziativa legale e l'adozione di obiettivi condivisibili anche da parte dei repubblicani più accesi. Campanella provò a inserire nell'ordine del giorno anche l'assemblea costituente, ma la parola di Garibaldi, poco propenso a rendere esplicito quell'obiettivo che avrebbe alienato all'associazione le simpatie della sinistra più moderata, bastò a far pronunciare l'assemblea (dove pure erano presenti molti mazziniani) in modo contrario a quello auspicato da Campanella, lasciando in sospeso la questione. Su proposta di Rosa e di Ghisleri il programma della Lega della democrazia fu accettato dalla Consociazione repubblicana lombarda, che vi aggiunse solamente la rivendicazione dell'aggiudicazione prioritaria dell'appalto dei lavori pubblici alle società operaie11.

La commissione esecutiva, nominata nel corso del convegno fondativo della Lega, decise di praticare la via legalitaria attraverso tre strade: la stampa, i comizi, l'azione parlamentare. Per ciò che riguarda il primo punto, che interessa maggiormente in questa sede, fu incaricata una commissione composta da Bertani, Lemmi, Fratti, Bovio e Federico Napoli. Lemmi e Alessandro Castellani assicurarono il finanziamento12. Come direttore fu designato Alberto Mario che, superato un primo momento di esitazione13, si gettò nell'impresa con il massimo impegno, puntando a fare del proprio giornale un campo aperto alle varie correnti democratiche, alla ricerca di una linea che permettesse di raggiungere l'unità14. Mario aveva una lunga esperienza giornalistica: aveva collaborato a vari giornali, dal «Bacchiglione» al «Preludio», e aveva poi diretto la «Provincia di Mantova» e la «Rivista repubblicana». In tali riviste aveva avuto modo di precisare le sue posizioni, sempre più aperte a un innesto del pensiero di Cattaneo nell'idea repubblicana, e di stringere rapporti duraturi: la collaborazione con Ghisleri, pur evidenziando diverse sfumature ideali e di metodo15, nacque infatti da quelle esperienze giornalistiche. Nell'articolo di presentazione del giornale, Mario poteva permettersi di affermare: «La Lega è un giornale nuovo... ma noi siamo vecchi soldati della stampa»16.

2. Nascita, organizzazione, caratteristiche del giornale

La Lega Democratica [...] sebbene sia riuscita ora a dare alla luce un giornale che ne ricorda ogni giorno gl'intendimenti non mi sembra tuttavia abbia ottenuto tutto quell'efficace risultato che si paventava dapprincipio. Le solite divergenze rallentarono le adesioni, conscie o inconscie, della più parte delle Società, vuoi operaje o di mutuo Soccorso, vuoi repubblicane più radicali, vuoi segrete. Tal'altra Società si accenna costituirsi come quella dell'Apostolato delle idee repubblicane, ma se questo agitarsi, scindersi, trasformarsi, di associazioni, serventi ad un sistema di governo che non è il nostro, da una parte dà a pensare, dall'altra è la più schietta dimostrazione delle discordie interne dei Soci i quali non trovando ad aggiustarsi alle idee di questi, credono di propugnarne altre se non dissimili almeno per qualche verso distanzianti17.

Il prefetto Mazzoleni, dunque, non sembrava molto preoccupato dalla pubblicazione di un quotidiano che sostenesse la causa dello schieramento democratico. In effetti, le divisioni in seno a quel gruppo che raccoglieva la sinistra più accesa, dovevano minare alla base lo stesso obiettivo che il gruppo della Lega democratica e il suo giornale si prefiggevano. Riunire in un'unica associazione forze tanto composite, come quelle del campo democratico e repubblicano, era impresa non facile, tanto più che fin dall'atto di nascita si registrarono valutazioni diverse tra radicali e repubblicani18. Di fronte a tali divisioni il giornale, come l'associazione, fu costretto a tenere una posizione oscillante tra l'accoglienza delle diverse idee e la serrata polemica politico-ideologica, tra l'arte diplomatica di evitare taluni argomenti sui quali si potevano riscontrare i maggiori attriti e l'insistenza sugli stessi argomenti, quando l'attrito si era già creato.

Le vicende editoriali della stampa repubblicana avevano sempre rivestito carattere di precarietà. Nell'ottobre 1877 il «Preludio» cessava le pubblicazioni, all'inizio del 1879 il «Dovere» le sospendeva (per poi riprenderle), la «Rivista repubblicana» sembrava doverne seguire la sorte e dalla seconda metà del 1879 non uscì più regolarmente19. Insomma, dare vita a un giornale che si rivolgesse a un pubblico composto soprattutto di militanti, sembrava una scommessa dagli esiti molto incerti.

Gli inizi del giornale furono contraddistinti dalla difficoltà ad affermarsi sul mercato, a fronte delle ottimistiche attese. I conti minuti di Alberto Mario, Jessie White e Adriano Lemmi indicano alte spese iniziali, che a fatica potevano essere contenute dallo slancio militante del direttore e dei collaboratori e dalla generosità di Lemmi, il finanziatore dell'impresa. Secondo Pantano e Ghisleri, l'esordio del giornale doveva infondere soddisfazione sia per la redazione, sia per la diffusione20. Ma un conto era l'entusiasmo, un conto erano le reali prospettive: Jessie White, nel maggio 1880, mostrava compiacimento per il successo riscosso dal giornale presso gli studenti di Napoli, in occasione di un comizio per il suffragio universale, ma poneva attenzione anche alla concorrenza di altri giornali che costavano 5 centesimi e alla necessità di una maggiore diffusione. Addirittura sperava che il giornale vivesse almeno altri due mesi perché potesse finalmente affermarsi21. Sia lei, sia suo marito, Alberto Mario, ritenevano necessario un giro di incontri per l'Italia in cerca di abbonati e rivenditori22. Mario non sottovalutava l'aspetto della concorrenza: «Meglio aprir di sera col Fanfulla e anche un poco prima. La seconda edizione, volendola, farebbesi il mattino. Basta stabilire che il giornale rimanga in macchina fino alle otto antimeridiane [...]. Crederei che si potessero far le pratiche coi rivenditori per venderlo a cinque centesimi»23, che era poi il costo medio degli altri giornali e, in effetti, dal 1° maggio 1880 tale fu il prezzo del giornale. Come Jessie, anche Alberto Mario riteneva che se la Lega fosse riuscita a sopravvivere nel primo anno, si sarebbe poi imposta sul mercato, anzi sarebbe divenuta una «speculazione», tanto da tentare «la via delle azioni». L'affermazione del giornale avrebbe permesso a Mario di dirigerlo da Lendinara, facendo risparmiare all'editore la metà del suo stipendio.

Tale prospettiva appariva poco realistica rispetto alle reali possibilità, nonostante, stando a quanto sosteneva Mario, l'avvenuto aumento di abbonamenti. C'è da considerare, però, il momento estremamente delicato della Lega che, in quel frangente, aveva iniziato il suo impegno nei comizi per il suffragio universale e si stava attrezzando per il comizio finale di Roma: «la morte sua sarebbe uno smacco incomparabile»24. Non è dunque da escludere che la sopravvalutazione delle reali possibilità del giornale fossero da mettere in relazione all'opera di convincimento verso Lemmi perché continuasse a sostenere l'organo dell'associazione in un momento così significativo. Tanto dovevano essere sproporzionate quelle prospettive che, nell'agosto 1880, Mario commentava amaramente: «Tutti leggono la Lega e pochissimi la comprano. È un singolare destino»25. E che il giornale stentasse a trovare un ampio pubblico lo doveva riconoscere anche chi era inizialmente entusiasta: neanche trascorso un anno, Ghisleri si chiedeva se il giornale avrebbe potuto continuare le pubblicazioni: «Mi si dice che la sua tiratura sia meschina. Incredibile si direbbe [...]. Forse non s'è fatto però abbastanza per diffonderla»26. E Colajanni confermava gli stessi dubbi sulla possibilità di sopravvivenza del quotidiano: «Anche a me pervennero nuove sinistre per la Lega. Che dirvi? Farò sforzi supremi da parte mia per continuare l'esistenza o per sostiturla subito con un altro giornale»27.

Se i ricavi non erano conseguentemente alti, i costi sostenuti nei primi tre mesi furono piuttosto consistenti. Dalle note di spesa del giornale si può capire a quale impegno finanziario andasse incontro Lemmi. Un conto, comprensivo dei costi sostenuti nei primi due mesi e mezzo di vita del giornale, cioè dal gennaio al 13 marzo 1880, si fissava a 4504.30 lire, alle quali Lemmi aggiungeva 2829.90 lire e, in più, appuntava la necessaria spesa di un traduttore dall'inglese perché «la Jessie non può dare a questo fine alla Lega due o tre ore al giorno di lavoro»28. Mario, come direttore, percepiva 500 lire, Socci percepiva 250 lire in qualità di redattore, le corrispondenze dall'estero avevano una spesa mensile di 40 lire, il fitto dell'ufficio costava 390 lire. I compensi ai collaboratori si aggiravano dalle 20 lire alle 40 lire a scritto. Ben presto i costi per la pubblicazione calarono: nel maggio le spese mensili si erano ridotte a 1184 lire, nel giugno assommavano a 1304, nel luglio scendevano a 1000 lire29. Tale riduzione di spese si ebbe a seguito di un preciso patto tra Lemmi e Mario a non superare le 1600 lire al mese. Ciò comportò un impegno ancora più intenso da parte di Mario: «Spese per la redazione - al di qua delle 1600 lire stabilite. Quasi tutti gli articoli di fondo li ho scritti io». Il patto portò anche a un più minuto esame dei costi di stampa: «Civelli accetta di pubblicare il giornale ai medesimi patti dell'Artero. L. 155 lire per 4 mila copie e 130 per duemila. Ma ciò non è giusto. La carta costa 16 lire ogni 1000; dunque 32 lire di meno sarebbero lire 123. Poi c'è inchiostro e tintura di mezzo. Il giornale avrebbe una macchina a sua disposizione e aprirebbe a volontà»30. Dunque un miglior servizio più che una riduzione di costi, ma ciò avrebbe permesso di far fronte in modo migliore alla concorrenza.

Gli avanzi di cassa realizzati in alcuni mesi non devono far pensare a un florido stato di salute: le generiche voci «vaglia», «in denaro», senza specificazioni sulla provenienza e la somma versata mensilmente da Lemmi, in genere 1000 lire, fanno ritenere che il quotidiano non dovesse la propria esistenza solo alla sua diffusione.

Dopo il licenziamento di due redattori per tagliare le spese31, a «fare» il giornale rimasero due persone, come già era avvenuto nella «Rivista repubblicana». Questa testata aveva avuto come direttore Alberto Mario e come redattore Arcangelo Ghisleri; la «Lega della democrazia» ebbe lo stesso direttore e come redattore Ettore Socci, anche se Mario, inizialmente, aveva dato l'impressione di non volersi separare dall'amico Ghisleri32. Il lavoro di redazione, impostato dal direttore, fu incessante, malgrado la grave malattia lo tormentasse. Nell'ottobre 1880, quando si cercava ancora una nuova sede per il giornale33 Mario espresse un desiderio a Lemmi: «se io potessi dormirvi, meglio, perché attenderei ininterrottamente all'opera mia»34.

Ma per la riuscita del giornale bisognava avere anche autorevoli collaboratori. Jessie White obiettava infatti a Lemmi: «Voi dite che poco importa ridurre le spese se non si vende e per avere un bel giornale bisogna pagare i grandi nomi. Carducci, Bovio, Guerrini...»35. Lemmi non era affatto contrario a «ingaggiare» grandi firme, tanto che negli appunti delle note spese figuravano appunto, tra gli altri, Guerrini e Bovio. Forte delle sue relazioni con l'ambiente giornalistico, Mario riuscì a raccogliere attorno al suo nome e al suo giornale nomi importanti del mondo repubblicano e radicale, molti dei quali collaboravano anche per la «Rivista repubblicana»36.

Tra direttore e collaboratori vi era un rapporto di franca esposizione di idee, anche per la consuetudine al confronto. Diedero il proprio contributo intellettuale al giornale Pantano, Ghisleri, Colajanni, Roux, Rapisardi, Fortis, Bovio, Castellazzo, Rosa, ecc., e vi furono collaborazioni anche da parte di Cavallotti e di Bertani. Un rapporto a parte riguardava poi Mario e Carducci. Il poeta già contestato nel 1878 per la sua famosa «Ode alla Regina», fu oggetto di nuovi attacchi nel 1882 da parte di Ghisleri e Colajanni. Alberto Mario intendeva sottrarsi al fuoco delle polemiche, ma ciò causò prima le proteste di Ghisleri, poi quelle di Colajanni, il primo indignato perché dal giornale di Mario non si rispondeva alle polemiche di Carducci, il secondo infuriato per il rifiuto di Mario a pubblicare un suo velenoso articolo contro il poeta e pronto a dare le dimissioni dal gruppo della «Lega della Democrazia». Mario fu fermo: pregò Colajanni di rimanere nel gruppo, ma non pubblicò la lettera. Presto i due ritrovarono la sintonia che l'incidente aveva scosso, anzi Mario sollecitò Colajanni a recensire lo studio di Tivaroni sulla storia della rivoluzione francese37, argomento di grande rilievo per il giornale, visto che esso rappresentava l'esempio storico della nascita di una repubblica da una monarchia.

Mario non intendeva rompere con Carducci, immensa era la stima nel poeta, necessaria la sua collaborazione al giornale. Il poeta era stato interpellato da Mario fin dall'inizio del dicembre 1879 per una collaborazione per la quale avrebbe ricevuto 30 lire per ogni scritto. Oltre alla stima vi erano altre due evidenti ragioni: la prima era l'importanza che il direttore attribuiva alla «positività del suo messaggio letterario alle giovani generazioni», la seconda, era relativa al salto di vendite che la partecipazione del poeta assicurava al giornale38.

Nonostante la presenza di firme importanti, il giornale stentava a decollare. L'ostacolo reale a una larga diffusione stava soprattutto nell'impostazione del dibattito politico interno, spesso anche «alto», ma poco «digeribile» da parte di un ampio pubblico e, soprattutto, rivolto ai militanti. Nel novembre 1880 Mario già pensava di modificare la redazione e l'amministrazione per poter potenziare la diffusione39; ma il problema della «conquista» dei lettori non era di natura organizzativa. Il giornale era un'importante tribuna politica del mondo repubblicano ma, pur avendo l'intenzione di diffondere le proprie idee anche ai ceti più umili, non riusciva a divenire un quotidiano «popolare».

Composto da lunghi editoriali e brevi rubriche fisse (tra le quali, oltre a una Cronaca di Roma, Cronaca dei miseri (o Miseria),Cronaca della reazione, Movimento operaio e Notizie del Vaticano, che suscitò più volte proteste da parte delle testate cattoliche, corrispondenze da Londra e da Berlino, cronaca di Roma), esso veniva appesantito da veri e propri saggi, tra l'altro molto lunghi, dal tono strettamente ideologico; come era strettamente ideologica l'impostazione dei commenti ai fatti politici e delle repliche agli articoli di altri quotidiani. In alcuni periodi, l'editoriale fu una semplice Rassegna politica settimanale, o Bollettino politico nel quale gli argomenti erano divisi per titoli in neretto, e in cui si commentavano, a ventaglio, i maggiori fatti politici della giornata o si entrava in polemica con altre testate. Alcuni erano spesso firmati da Castellazzo, altri da Mario, molti senza firma. Quest'«apertura» non giovava certamente alla lettura poiché sugli stessi temi si tornava in altre parti del quotidiano, magari in modo approfondito e senza il taglio di cronaca, ma il foglio appariva più leggibile quando presentava l'editoriale classico, tutto giocato attorno a un preciso argomento. Il giornale oscillava poi tra il quotidiano «di partito», come si direbbe oggi, e la rivista di alta cultura. La pretesa di un indottrinamento dall'alto non si curava, peraltro, di semplificare lo stile di scrittura per giungere meglio ai livelli culturali dei ceti meno elevati a cui quella proposta culturale era indirizzata. Ma vi erano altri limiti, che rilevò con puntualità Achille Bizzoni, il quale scrivendo a Cavallotti metteva in risalto l'assenza di romanzi d'appendice (che in verità comparivano saltuariamente)40, la «spaventosa monotonia dei caratteri tipografici, sempre eguali in tutte le pagine, per tutte le rubriche, in tutti i casi», e concludeva con una considerazione forse sommaria: «Davvero non hanno torto i moderati di dirci che i repubblicani non hanno mai saputo fare giornali. Togli infatti i nostri coraggiosi libellucci, morti per sempre, e dimmi quando e come la democrazia ha saputo farsi leggere»41.

Ma la contraddizione più stridente rimane, a mio avviso, l'intento educativo a fronte dell'incapacità di farsi leggere dai ceti più umili. Le ragioni di quell'intento possono essere individuate in precisi motivi: la permanenza, in Mario, di quella importante caratteristica del metodo e dell'azione mazziniana, il rafforzamento della convinzione della necessità di un'azione educativa per lo stesso obiettivo dell'ampliamento del suffragio e per il processo di lunga durata che attendeva l'affermazione della repubblica, il coinvolgimento di masse di lavoratori che, lasciate nell'ignoranza, non avrebbero fatto tesoro dell'elevazione a cittadini. Erano dunque motivi legati alla formazione, all'attività politica, all'orizzonte strategico di Mario e, quindi, della Lega. Erano poi obiettivi condivisi: anche Bertani insisté su tale aspetto:

[...] bisogna altresì educare le coscienze al principio dell'ordine, al rispetto della libertà di tutti, senza di che non avremo rivoluzioni legittimate dalla coscienza universale, ma colpi di mano, vengano essi da un principe o da repubblicani [...] il campo dell'apostolato è vasto ed aperto a tutti. Dalla tribuna al diario, dal libro alla conferenza, dalla cattedra alla conversazione privata, dai comizi alle scuole serali e domenicali42.

E in effetti tale impegno non si fermava all'attività giornalistica. Lo sapeva bene l'ispettore di Campo Marzio il quale veniva inviato dai suoi superiori a presenziare alle conferenze tenute presso la sala dell'Associazione dei diritti dell'uomo, ascoltando prima una relazione di Socci contro il lavoro minorile, quindi una lezione di Mario sulla vita e sulle opere di Canozio da Lendinara43.

I modi con i quali svolgere questo lavoro educativo appaiono, però, piuttosto incoerenti: oltre alla mancata semplificazione dei concetti, già citata, si devono aggiungere la pretesa di distillare in decine di puntate alcuni argomenti di tipo storico-politico, che certo non favoriva la pronta risposta dei lettori.

Esempi di questa mancata attenzione balzano agli occhi fin dal primo numero, nel quale compariva il testo di una conferenza tenuta da Saffi all'Università di Bologna sulla storia del diritto pubblico44 e si procedeva con una biografia a puntate, piuttosto agiografica, di Cattaneo45. Nel 1881 compariva un saggio storico di Colajanni sulle istituzioni municipali che partiva dal comune presso gli anglosassoni, distribuito in quattro numeri del giornale, a cui faceva seguito un altro saggio, in altre quattro puntate, sul municipio in Italia46. Per non parlare del saggio di Ruggeri su Lo Stato e il comune giacobini, lungo ben 54 puntate e che trovò spazio dal novembre 1881 al settembre 1882; e, mentre si avviava a conclusione la pubblicazione di questo imponente saggio a puntate, l'intera prima pagina e piccola parte della seconda pagina del 3 settembre 1882 erano impegnate a ospitare il saggio di Jessie White Mario su Il dominio e le istituzioni dei Normanni, mentre Giovanni senza Terra e la Magna Carta trovavano posto nei numeri del 10 e 11 settembre dello stesso anno.

Il giornale, insomma, al di là delle intenzioni, rimase soprattutto una tribuna interna al mondo repubblicano-democratico. Ciò era importante dal punto di vista dell'azione politica, ma non risolveva l'obiettivo del proselitismo che la strategia più generale dell'associazione si era posta.

3. Evoluzionismo, federalismo, costituente: il giornale nello schieramento repubblicano

Il giornale rappresentò, anche in modo più incisivo rispetto al gruppo politico, l'espressione tipica di quel riformismo gradualistico che traeva certezza scientifica dalle tesi evoluzioniste e le applicava alla politica, come aveva già fatto con la «Rivista repubblicana», nel segno di un ineluttabile progresso47:

Noi non abbiamo mai cambiato bandiera, ma l'ispirazione della giovinezza, sotto il martello dei fatti, si venne trasformando in certezza scientifica, che sta sulle leggi desunte dalla costanza di essi. Allora eravamo repubblicani per intuito dello spirito, ora lo siamo perché questo concetto sintetico fu elaborato dall'analisi [...]. Il divario da ora ad allora gli è quello stesso che come fra il credere e il conoscere [...]. Una nazione, come il mondo delle nazioni è un organismo [...] che si evolve e si trasforma sotto l'influsso di discipline naturali e invariabili48.

E ancora: «La lotta che muove la storia è specie della lotta che agita l'universa natura. La differenza principale è questa, che nella natura la lotta è per l'esistenza, nella storia è pe' fini dell'esistenza»49; «l'evoluzione è la legge di tutti gli organismi epperò anche del sociale»50. Anche Bertani, dopo aver sostenuto identità di vedute con Mario riguardo all'evoluzionismo e all'ineluttabile declino della monarchia, dava man forte a queste teorie: «Un bel giorno, la più lieve scossa romperà la crosta, e la faccia delle cose sarà impensatamente mutata»51. In particolare alcuni repubblicani, come lo stesso Mario, Rosa, Ghisleri, pur mostrando tra loro accenti diversi52, erano gli esponenti di spicco di questa corrente di pensiero e ne avevano dato già manifesta espressione dalle colonne della «Rivista repubblicana» che, nata nell'aprile 1878, si trovava costantemente in urto con il foglio intransigente «Dovere», replicando le differenze di vedute tra i repubblicani della Consociazione lombarda53 e il Circolo centrale repubblicano di Roma. Scrivendo a Lemmi, Mario, oltre a confidare la speranza che il suo giornale rimanesse in vita, aggiungeva: «Se il giornale può vivere, sento che li sconfiggeremo tutti questi sciagurati e ambiziosi settarj»54. Nel momento in cui divenne direttore della «Lega della democrazia», Mario lasciò la direzione della «Rivista repubblicana» a Ghisleri. Pur con qualche differenza di vedute (Sofia Gallo ha mostrato come Ghisleri tentasse di sintetizzare radicalismo e repubblicanesimo evoluzionista con un socialismo positivista scevro dal marxismo55), le loro posizioni erano molto vicine. Ghisleri, ad esempio, condivise l'idea di Mario della necessità di una politica parlamentare. Per tale motivo, ad esempio, offrì a Cavallotti la collaborazione alla «Rivista repubblicana»56. Un altro esponente del repubblicanesimo era tentato dall'«avventura» della «Lega»: si tratta di Pantano, il quale «spera nel '79 che un'occasione rivoluzionaria possa nascere dagli sviluppi della Lega della Democrazia»57.

Il personaggio chiave delle vicende del giornale e della Lega nel suo complesso è, comunque, Alberto Mario. Fin dal 1863 egli aveva avviato la sua riflessione sul gradualismo e aveva aderito alla cosiddetta «inversione della formula», all'idea cioè della preminenza della libertà sull'unità. Se Mario può essere annoverato tra gli intransigenti repubblicani fino all'inizio degli anni Settanta dell'Ottocento58, è pur vero che egli andò modificando la propria posizione, soprattutto in seguito alla crisi di Mentana, momento topico del mondo repubblicano, foriero di riflessioni e ripensamenti sui mezzi per compiere l'unità d'Italia, sui modi di riannodare le fila, sulla più generale strategia politica. Mario, in questa fase di riflessione, partiva «avvantaggiato»: già il principio dell'inversione della formula comportava, come conseguenze sul piano concettuale e politico, la priorità assegnata all'individuo nei confronti della collettività, la necessaria diversificazione delle forme legislative a seconda delle differenze territoriali, il rigetto delle idee collettiviste (di qui la sua costante polemica contro l'Internazionale e i socialisti)59, la funzione dell'individualismo nel porre freno alle imposizioni delle maggioranze organizzate, ma anche quella dell'associazionismo come strumento di riequilibrio di dislivelli economici e sociali (aspetti ai quali Mario prestava, in realtà, poca attenzione, subordinandoli alle questioni politiche e istituzionali)60, il superamento del concetto di dovere a pro del concetto di libertà. Quest'ultimo punto era molto importante, perché rovesciava, come ha sottolineato Ceccuti, l'impostazione mazziniana61. Ma senza il contatto con il mondo radicale anglosassone, fortemente permeato di positivismo ed empirismo, probabilmente tali principi non avrebbero assunto una compiuta forma teorica. Non che egli volesse rimanere confinato nel campo della speculazione filosofico-politica ma, certamente, solide basi per una coerenza di fini vennero poste congiungendo filoni ideali diversi. Si distaccò così progressivamente da quel repubblicanesimo ortodosso e sterile, avviandosi verso una riflessione che fondeva diversi principi ideali: il repubblicanesimo, il federalismo, l'evoluzionismo. Egli «correggeva» così «le astrazioni e le impostazioni fideistiche e messianiche» di Mazzini62 e trovava un punto di contatto con i radicali: Bovio osservava, infatti, che gli stessi socialisti, in vari paesi, ammettevano che la questione del rivolgimento sociale potesse essere attuata col metodo evolutivo; a maggior ragione tale metodo poteva rivelarsi valido per la democrazia repubblicana63.

Se Mario aveva già rinunciato al principio astensionista, le convinzioni di un legame tra mobilitazione di piazza e lotta parlamentare dovevano rafforzarsi in lui al momento dell'ascesa alla Presidenza del Consiglio da parte di Cairoli64. L'orizzonte riformista gli faceva intravedere, fra l'altro, la possibilità di erodere le basi della forma di Stato monarchica. La praticabilità di una via riformista che comprendesse il suffragio universale, il principio della sovranità popolare, il decentramento65 gli facevano ritenere definitivamente imboccato il cammino verso una forma di democrazia repubblicana, tanto che dalle colonne della «Rivista repubblicana» avrebbe lanciato la famosa formula, ripresa poi nei dibattiti del periodo e ribadita nella stessa «Lega della Democrazia», di un «tramonto placido e glorioso come il meriggio e l'aurora» per la monarchia sabauda66. Tanto era convinto di questa linea politica che, all'indomani dell'attentato di Passanante al re, aveva condannato aspramente l'uso della violenza politica adottato da minoranze67, che rendeva più salda la dinastia e comprometteva quelle stesse riforme che avrebbero dato, al contrario, maggiore velocità al processo evolutivo di affermazione della repubblica. Bisognava invece insistere sulla pratica riformista e battersi per precisi obiettivi: l'abolizione del macinato, la soppressione delle guarentigie, la scuola laica e obbligatoria per ambo i sessi, oltre alla lotta per il suffragio universale68. La strada, insomma, non era affatto quella rivoluzionaria: «Se la vigorosa confutazione della validità della violenza come arma politica rappresenta la parte critica del suo ragionamento, il superamento dei vecchi stereotipi rivoluzionari è espresso, per il militante repubblicano, dall'accettazione, anche a livello politico, del principio evoluzionistico»69.

Tradotto in politica, l'evoluzionismo permetteva di indicare alcune tappe dell'inevitabile approdo alla repubblica: l'evoluzione della monarchia sabauda in una monarchia costituzionale di tipo inglese, lo svuotamento della forma di Stato monarchica, l'avvento della repubblica70. «La via evolutiva appariva, in ogni caso, al Mario più producente di quella proposta dai "mazziniani puri"; essendo, infatti, fuori da ogni razionale prospettiva una rivoluzione a breve scadenza, essa aveva il vantaggio di inserire i partigiani della repubblica e della democrazia nel gioco politico della nazione e di toglier loro quella apparenza terroristica che spaventava i ceti borghesi e li spingeva sotto le grandi ali della monarchia»71. Per tale motivo Mario rimase evoluzionista anche dopo il fallimento di Cairoli e nel periodo in cui si stava affermando il trasformismo come prassi di governo. Dalle colonne della «Lega della democrazia» egli si rivolgeva direttamente al re, com'era suo stile, dandogli consigli: «Ma ci dia retta per il suo meglio e s'attenga ai placidi tramonti. Tanto, già monarchia non può governare in Italia, essendo quella giacobina e questa girondina. Se la Maestà Vostra farà ciò che le diciamo noi, prolungherà i giorni della monarchia»72. Non c'era bisogno di una rivoluzione: Mario già immaginava il momento dell'esilio del re, in un «comodo wagon salon regale» di un treno diretto a Chiasso73. Solo in caso avesse rifiutato di salire su quel treno, si sarebbe pensato all'uso della forza. Infatti egli affermava: «Quando alla minorità riesca fatto di diventare il maggior numero, il quale imponga un nuovo ordine di cose, accadendo che il depositario delle forze affidategli alla tutela dello Stato disobbedisca, quella percuotendo col braccio onnipotente il reo di fellonia lo obbligherà a colpi di fucile all'obbedienza»74. E nel marzo 1882, prendendo spunto da una polemica con il giornale «La Rassegna», che giudicava incoerente il «giovane partito radicale» perché da una parte aveva scelto la via legalitaria e dall'altra si mostrava pronto alle barricate, Mario confermava la scelta legalitaria e la fede nell'inesorabile tramonto della monarchia. Le barricate sarebbero state solo l'ultimo mezzo a cui far ricorso per far rispettare la volontà della nazione una volta che questa avesse mostrato con tutta evidenza di volere uno Stato repubblicano e nell'ipotesi di una mancata accettazione da parte del re di tale volontà: «L'Estrema sinistra aspira alla repubblica sulla base della sovranità nazionale. Essa si propone di persuadervi la maggiorità della nazione, non già con lotta legale [...] sibbene con la evoluzione, metodo scientifico e storico. L'evoluzione diventerebbe rivoluzione quando la minorità a cui Ella, in altro tempo, ha delegato l'esercizio della sovranità sua, resistesse ai voleri suoi, quando la dinastia si ribellasse ai suoi placidi tramonti». Infine sottolineava come i comizi non fossero barricate75. Mario, insomma, intendeva sottrarsi alla facile accusa di sovversivismo. Con un artificio retorico rovesciava l'accusa di rivoluzionarismo qualora il re avesse tentato di opporsi al proprio inarrestabile declino. Ribadendo per l'ennesima volta la propria tesi dei placidi tramonti, si guadagnò le critiche dei repubblicani ortodossi che interpretarono quelle dichiarazioni come una «placida» attesa76. Tale polemica non era nuova. Il «Dovere» rimproverava alla «Lega» un immobilismo e una prevalenza della parola sull'azione. La «Lega» si rammaricava di tali critiche che andavano «a tutto danno della concordia e del progresso della democrazia» e rappresentavano «una invereconda pretesa di esclusivismo che vuolsi contrapporre alla larghezza di vedute della Lega. Ma noi accettiamo la sfida, dolorosa per la democrazia [...]. Chi intende invece aspettare, contemplando inoperosi, escludere i compagni di fede, ergersi maestro, giudice ed esecutore di giustizia, stia col Dovere. Ci rivedremo nei tempi foschi, nei quali il trionfo della libertà non può altrimenti sperarsi, se non nel dovere della Lega di tutte le frazioni della democrazia»77.

Se la comune matrice evoluzionista doveva generare qualche disputa tra Mario, Ghisleri e Colajanni sull'intensità dell'accelerazione evolutiva verso la repubblica78, un'altra comune matrice doveva renderli più uniti: il federalismo. Anche un altro collaboratore si mostrava molto attento a tale aspetto: Gabriele Rosa «si preoccupa di alimentare e di arricchire il messaggio della scuola federalista repubblicana, quasi a spostare l'accento sui temi concreti, limitati ed effettivi: le autonomie regionali, le garanzie municipali, le trasformazioni fondiarie, la revisione industriale, la riforma tributaria»79. Per Rosa la federazione «trova l'unità nella varietà, [...] armonizza il moto libero di elementi diversi per scopo comune, concede la massima libertà, il massimo moto, raggiunge la massima economia di forze, e seconda la natura»80.

Si trattava di una lettura di Cattaneo aggiornata ai tempi. Repubblica e federalismo: due termini che il mazzinianesimo non aveva voluto coniugare e la cui congiunzione fece scatenare una vivace polemica da parte dei repubblicani «ortodossi»; si ripeteva, ad anni di distanza, la contrapposizione tra Cattaneo e Mazzini. Era un argomento su cui Mario rifletteva da tempo, con il quale aveva aperto sia l'editoriale di presentazione della «Rivista repubblicana», sia quello della «Lega della democrazia»81 ritenendo la scelta di una legislazione unica e di uno stato accentrato un'opzione giacobina; anche Rosa aveva già usato il termine giacobino per descrivere l'ordinamento amministrativo locale italiano82. Il giornale più volte prendeva le distanze da quella repubblica giacobina francese e più volte si proclamò repubblicano girondino.

A ben vedere si trattava di un federalismo dai contorni piuttosto astratti, che non individuava in modo circostanziato le differenze tra decentramento e ordinamento federale. Su questo aspetto appare oggi condivisibile l'ironia di Bertani che, convinto sostenitore del decentramento, così commentava la ricerca federale di Mario: «Col Mario [...] ammettendo con lui il più largo discentramento amministrativo, gli ho sempre abbandonato la cura di trovarmi i popoli diversi da ricompormi e inventarmi gli Stati da confederare in Italia»83. Colajanni, invece, per quanto non avesse un'idea di federalismo più circostanziata di quella di Mario, reputava che il decentramento non fosse sufficiente e che fosse necessario il federalismo84. Ma per quanto non precisato nei dettagli, per Mario l'ideale federale era un punto fermo ed egli era risoluto anche a lasciare la direzione del giornale pur di non rinunciare a parlarne: per sette mesi dalla nascita del giornale si era tenuto su una linea di accortezza, per non suscitare polemiche. Di fronte al rimprovero mossogli da Lemmi per aver toccato il tema, Mario reagì con decisione: «Impossibile che io possa rimanere direttore della Lega [...]. Se mi togli dal Concetto federale, la mia mente diventa tavola rasa. Cento volte toccai la corda, cento volte dissi che noi siamo repubblicani girondini, cioè federalisti, cioè volenti l'autonomia legislativa regionale in tutte quelle parti dell'amministrazione e della legislazione civile-penale e di sicurezza pubblica, finanziaria e di lavori pubblici e d'istruzione pubblica che concernono interessi regionali e non nazionali, concetti relativi e non assoluti. Fuori di qui non vi ha decentramento che a parole [...]»85. L'«incidente» con Lemmi si chiuse immediatamente e le dimissioni rientrarono, ma evidentemente il federalismo rappresentava un punto sensibile nella riflessione di Mario. In realtà più che la capacità propositiva di un sistema federale, era netta e molto più articolata l'opposizione al sistema amministrativo accentrato; quell'«assurda centralizzazione» che «ripugna all'Italia come i termini di una antitesi che le irrigidisce le naturali snodature, e ne sopprime gli speciali officii, nega categoricamente la divisione del lavoro, e sostituì la uniformità all'affratellamento de' suoi popoli»86. Se questo era il presupposto teorico, ne discendeva, sul piano pratico, la richiesta dell'abolizione dell'organo di prefettura: «A che servono i prefetti e i consigli di prefettura? Un prefetto "pedagogo" nel consiglio provinciale - umilia il consiglio provinciale - presidente della deputazione esercita la più indebita delle ingerenze». La vigilanza delle opere pie, la conservazione dei monumenti, l'igiene e la sicurezza pubblica, si chiedeva l'articolista, «non potrebbero essere affidati a rappresentanti di comuni e di province? Le magistrature cittadine quali sono e anche quali saranno con la nuova legge, fin che la cerchia della loro naturale e razionale attività è in gran parte occupata dal prefetto, paionci magistrature da burla. I prefetti non sono che impedimenti. O perché adunque conservarli aggravando a tal uopo il bilancio?»87.

Vi era poi un'ulteriore deviazione dal pensiero mazziniano, perché se la «Lega della democrazia» insisteva sul suffragio universale, lasciava cadere l'altro punto fondamentale del repubblicanesimo mazziniano, cioè la richiesta di un'assemblea costituente. Alberto Mario mantenne su questo punto uno scetticismo palese, tanto da adoperarsi in modo tale che quel binomio fosse superato di fatto nel cosiddetto «Comizio dei Comizi», tenuto a Roma nel febbraio 188188. D'altronde mentre sul tema del suffragio universale si potevano trovare interlocutori e si poteva accrescere la forza di pressione, se non altro per ampliare il suffragio esistente (si ricordino le posizioni di Cairoli e di Zanardelli, nonché la disponibilità di Crispi), sul tema dell'assemblea costituente non si poteva pretendere di coinvolgere quella parte della sinistra storica che aveva accettato incondizionatamente la monarchia. Nell'ambito del movimento repubblicano, però, la rinuncia alla costituente doveva seminare più di un dubbio. Gli stessi Ghisleri e Rosa, a tutto il 1879, erano rimasti su quella richiesta. Mario scelse un atteggiamento ambiguo. La costituente non rappresentava più per lui un passaggio obbligato e propedeutico per la repubblica, anzi, era subordinato al mutamento di forma dello Stato. La posizione di Mario, seppure non esplicita, era chiara: bisognava basare su un fondamento di legittimità la cittadinanza repubblicana. Così come egli riconosceva, per il momento, legittimo il re, in quanto aveva ricevuto, attraverso il plebiscito, una forma di mandato popolare, così gli avversari dovevano riconoscere la legittimità di una richiesta, qual era il suffragio universale, perché basata sullo stesso principio della chiamata in causa del popolo tutto. Ma, a tal punto, la richiesta di una costituente avrebbe significato non riconoscere più la legittimità del re e avrebbe rischiato di far chiudere uno degli spiragli giuridici che si attestava su una contraddizione palese del regime monarchico: quella di chiedere, cioè, legittimità al popolo e negare poi l'esercizio del voto. In un quadro diverso, ormai raggiunto il suffragio universale e avviata la nazione verso la forma repubblicana dello Stato, la costituente avrebbe potuto trovar posto (o, a tal punto, ne sarebbe stata verificata la necessità). Oppure doveva essere il re a verificare la legittimità dell'ordinamento attraverso la costituente. Era il re a dover convocare la costituente, proprio perché muoveva da un potere legittimo. Era, tra l'altro, uno dei consigli che Mario dava al re:

Se convocate la Costituente, Voi esercitate un diritto e compite un dovere e potete ricostituire la monarchia sulle sue basi naturali e legali. Se vi lasciate portar via dalla corrente degli usurpatori, la navicella naufragherà nel mare magno della rivoluzione. Noi siamo repubblicani girondini, epperò avversari vostri e aperti alla maniera dei cavalieri antichi; siamo repubblicani sopra ogni cosa, perché non c'è dato discernere tra la possibilità che la monarchia possa dare all'Italia le autonomie legislative regionali; e nella gran lotta per la costituente procureremo onestamente che la nostra idea prevalga. Ma la nazione farà ciò che vorrà; e noi chineremo il capo rispettosi, davanti al voler suo, se contrario alle aspirazioni nostre, perseverando nell'apostolato della nostra fede89.

Attribuire al re tale decisione, piuttosto che farsi iniziatori di un'agitazione per ottenere la costituente, era un riconoscimento della sua legittimità, anche se il testo è carico di espressioni forti che sembravano negarla. In realtà Mario offriva al re Umberto la possibilità di verificare la legittima titolarità del potere che il padre aveva ottenuto attraverso un plebiscito, ma soprattutto reputava che fosse l'ordinamento dello Stato a non rivestire carattere di legittimità, perché non scelto dall'intero popolo: «Sire, voi ereditando il trono dal padre vostro avete trovato le cose come sono oggi. Ma voi che siete la sola autorità legittima nello Stato, perché la sola emersa dai plebisciti, vivete e vi muovete e siete in pieno centro di potestà usurpate, in pieno colpo di Stato»90. Rimaneva dunque il riconoscimento di legittimità e, proprio per tale motivo, l'iniziativa della convocazione di un'assemblea costituente non poteva che venire da chi deteneva un potere di tale natura. Un altro aspetto che emerge in modo prorompente è l'abbandono definitivo del settarismo, della pratica rivoluzionaria. Un aspetto non secondario, moderno, perché individuava i nuclei essenziali della democrazia moderna: la libera concorrenza di idee e di schieramenti, il rispetto della volontà popolare, l'uso della forza solo come ultima ratio per farla applicare. Se il plebiscito era una delega proveniente da un pronunciamento popolare, lo Statuto era un dono, ma un dono che poneva il sovrano al di sopra di ogni potere e di ogni giudizio91. La scissione tra la legittimità regia e la carta donata dal re, fu una sottile ma rilevante distinzione operata da Mario, il quale poteva così ricondurre a legittimità solo ciò che proveniva dal popolo.

Ciò che invece restava di mazziniano in Mario erano importanti questioni di metodo oltre che ideologiche. Non si riscontra però, come ha invece sostenuto Cecchini «l'inscindibilità dei vari problemi, e in primo luogo di quelli sociali»92, poiché l'attenzione verso i ceti meno abbienti era tutta interna ai mutamenti dello Stato. Se «lo stato lacrimevole delle classi diseredate» e «l'inseparabilità della questione politica dalla economica» erano proclamati come il primo dei pensieri della Lega93, se alle «cronache dei poveri» e talvolta «degli operai» era dedicata una rubrica e se alcuni articoli si diffondevano sullo stato di alcuni ceti o mestieri meno fortunati94, tutta l'attenzione poi, concretamente, si risolveva nel dare risposta a tali fenomeni attraverso una palingenesi politica che si prospettava prossima solo a livello teorico.

Altri punti invece rappresentano più saldamente l'ancoraggio alla tradizione mazziniana: tra i primi l'aspirazione a costituire un'organizzazione quanto più possibile compatta, che non poteva avere la pretesa di divenire partito ma che doveva avvicinarsi a quella forma organizzativa. Non a caso l'associazione era divisa in commissioni e coordinata da un comitato centrale, tipo di organismi che ricordavano quelli prospettati già da Mazzini95. Anche se la Lega, come si è detto, non uscì mai dallo stato di associazione politica.

Restava inoltre intatto quell'anticlericalismo che, rispettando la coscienza individuale, considerava il clero come l'esercito di un principe straniero in Italia, nemico del Paese96.

Infine, vi era quell'importanza assegnata agli aspetti educativi, praticabili per Mario attraverso «la diffusione del principio di libertà all'interno delle istituzioni monarchiche»97 e attraverso il suo giornale, sulle cui caratteristiche e sui cui limiti si è già detto.

4. La propaganda per il suffragio universale: dal «Comizio dei comizi» alle elezioni del 1882

Il suffragio universale fu l'obiettivo prioritario della Lega. Esso era citato, insieme al ripudio dell'accentramento e alla tesi del tramonto della monarchia, nel famoso articolo di apertura del quotidiano98. L'avvento di una cittadinanza repubblicana aveva teoricamente tempi ben precisi, il primo dei quali era il raggiungimento del suffragio universale; quindi, divenuti gli italiani cittadini e fatta «l'Italia degl'Italiani», la coscienza popolare avrebbe scelto, tramite la pedagogica iniziativa delle avanguardie, una forma diversa di Stato, la repubblica.

Coerentemente con le premesse fondative dell'associazione, l'impegno del quotidiano fu rivolto al sostegno di una grande campagna intorno all'obiettivo del suffragio universale. Pur cercando di connettere l'iniziativa della piazza all'iniziativa parlamentare, il giornale pubblicò articoli di fuoco contro il rinvio della riforma elettorale e contro lo scioglimento della Camera dei deputati nel 1880, attribuendolo proprio alla volontà di evitare l'argomento. Si criticarono aspramente esponenti della sinistra storica («repubblicani d'un tempo che fu, come il Crispi e il Nicotera, a quale trasformazione non sono mai soggiaciuti!»), ma anche gli esponenti dell'Estrema, che non si erano opposti in modo risoluto al rinvio della riforma. Se verso questi ultimi l'accusa di inefficienza ben presto cadde99, verso il resto del Parlamento l'accusa era forte: «Nessuno la vuole, perché un allargamento qualunque del diritto di voto porterebbe a spostare il centro di gravità dello Stato, a scompigliare tutti i loro disegni oligarchici, a scuotere la base della monarchia»100. Ma se nei riguardi della monarchia risultava comprensibile l'atteggiamento di «sabotaggio» della riforma, non altrettanto comprensibile era l'atteggiamento della sinistra: «La riforma elettorale doveva essere la stella polare della Sinistra. Essa dopo esser venuta meno ad ogni altra riforma, venne meno a questa, suprema fra tutte»101.

La «Lega della democrazia» divenne il punto di raccordo delle iniziative per il suffragio universale, promuovendole e dandone ampi resoconti. La campagna iniziò ufficialmente con la pubblicazione del Manifesto di Garibaldi alla democrazia italiana, apparso sul giornale il 5 giugno 1880. Dallo stesso mese fornì le informazioni sui primi comizi per il suffragio. Nell'agosto il giornale riportò la circolare della Commissione esecutiva del Comitato permanente per l'agitazione del suffragio universale, organo dell'associazione, e venne precisata l'organizzazione dell'agitazione con il comizio finale a Roma in occasione della riapertura della Camera dei deputati102. Nei mesi di gennaio e febbraio del 1881 il giornale fu ovviamente «zeppo» di notizie riguardanti i comizi locali, ma soprattutto il «grande evento». Il Comizio per il suffragio universale, culmine di un'agitazione che aveva portato a un centinaio di analoghe iniziative in altre città, fu un fatto politico di rilievo, anche se non assunse quelle «forme di un plebiscito» che la Lega auspicava103. Nonostante la disponibilità di Cairoli, la manifestazione non fu sottovalutata dalle autorità responsabili dell'ordine pubblico e fu seguita nella sua preparazione in ogni luogo di origine104. Le autorità responsabili dell'ordine pubblico, infatti, erano piuttosto tese per via di una voce allarmistica che circolava fin dal novembre dell'anno precedente e che era così riassunta dal prefetto Gravina: «una rivoluzione in senso repubblicano sarebbe pronta e [...] non dovrebbe tardare molto a scoppiare in Italia». I repubblicani rivoluzionari, secondo il prefetto, avrebbero avuto collegamenti con la democrazia francese, da cui avrebbero ricevuto appoggio e aiuti105. Probabilmente la tensione nei mesi successivi si era allentata, ma la vigilanza sembrava un atteggiamento prudente alle autorità statali. L'affluenza dei manifestanti, il rilievo della rivendicazione, il collegamento tra mobilitazione popolare e iniziativa parlamentare, corroborato dagli indirizzi inviati al presidente del consiglio da 51 società operaie e di mestieri106, furono però «bilanciati» dalle divisioni in seno ai suffragisti. Garibaldi non fu presente alla manifestazione, nonostante le pressioni di Mario107. La delega ufficiale data da Garibaldi a Cavallotti non bastò, evidentemente, a «pacificare» i dissenzienti. Anche in questa occasione, restò nell'ambiguità la questione di una richiesta di un'assemblea costituente. Nella relazione di Mario si faceva invece riferimento ai plebisciti che avevano sancito l'unità d'Italia: essi avevano dato legittimità allora alla monarchia perché il popolo era stato interpellato. Coerente con la storia era dunque la richiesta del suffragio universale proprio in virtù di quel precedente sul quale si fondava la legittimità monarchica108. Era d'altronde tema già affrontato ai tempi della «Rivista repubblicana» e motivo di forte dissidio con il gruppo del «Dovere» 109.

Se la mobilitazione doveva segnare la confluenza di tutti i rivoli della democrazia, la partecipazione dei socialisti irrigidì i repubblicani fino a sfiorare lo scontro in piazza e la dichiarazione di Mario sul superamento della richiesta di un'assemblea costituente irritò i più ortodossi tra i repubblicani. Dopo quella esperienza, infatti, molti di loro abbandonarono la Lega. Dalle colonne del loro quotidiano il «Dovere», furono vergati articoli velenosi nei confronti del giornale di Mario. Svanì così il sogno di costituire un unico partito della sinistra, da contrapporsi a quello ministeriale.

Vi era poi un motivo più profondo di divisione, relativo alla partecipazione elettorale. La posizione dei repubblicani del «Dovere», se meno ortodossa dal punto di vista teorico rispetto a quella incarnata dal foglio che aveva sostituito, cioè «La Roma del Popolo», manteneva comunque fede alla scelta dell'astensionismo. Anche se gruppi e giornali dell'intransigentismo repubblicano stentavano a «fare proseliti tra le masse»110, la rottura del campo repubblicano riportava indietro quel processo di unificazione tentato dal 1879. La prospettiva di una graduale affermazione della repubblica non poteva coincidere, d'altronde, con le utopie degli intransigenti. La «Lega» assunse una forte posizione critica nei loro confronti: «Ci sono de' rivoluzionari metafisici i quali gridano: astenetevi, salite sulla nostra nuvola [...] quelli che predicano l'astensione [...] non fecero e non faranno mai nulla»111 e rilanciò con forza la prospettiva partecipazionista iniziando a seguirecon attenzione le vicende parlamentari relative alla riforma elettorale. Frequentemente si ricordava che «la legge elettorale è un impegno d'onore per la corona, per i ministri, per la Sinistra»112, confermando che uno dei fini che il giornale si era posto era proprio quello di condizionare l'operato dell'esecutivo e di porlo di fronte ai propri impegni. Una prima sconfitta, grave quanto scontata, fu il rigetto del suffragio universale: il 15 giugno 1881 solo 39 deputati contro 177 votarono a favore del suffragio universale. Il giornale, il giorno dopo, pur esprimendo amarezza non mostrava meraviglia. Recriminava sul fatto che per la votazione non fosse stato adottato l'appello nominale, sosteneva la necessità di continuare a battersi per il suffragio universale, perché «è oramai divenuto coscienza delle nostre classi lavoratrici» e si diceva pronto a riprendere l'agitazione113.

Un altro aspetto della legge, non secondario, risultava favorevole ai democratici: lo scrutinio di lista. Esso infatti dava la possibilità di rompere quel legame consolidato nel collegio uninominale tra notabilato locale ed elettori, che recava spesso come conseguenza pratiche clientelari e mentalità localistica, che identificava elettorato e candidato, per aprirsi a una nuova organizzazione elettorale fondata su collegamenti, alleanze e, in prospettiva, a una forma-partito. Questa possibilità non fu sfruttata pienamente dal movimento democratico, troppo diviso per dotarsi di strutture stabili e omogenee. Il giornale sostenne lo scrutinio di lista, perché avrebbe spazzato via da Montecitorio «una miriade di nullità e moltissime mediocrità»114. Ma temeva anche un secondo insuccesso, dopo la bocciatura del suffragio universale. Ci si preparava ad assorbire anche la bocciatura dello scrutinio di lista rinviando il momento della sua adozione alla legislatura che sarebbe seguita alle nuove elezioni, per la maggiore presenza di deputati democratici115. Alla fine, dopo il voto sul metodo elettorale, la posizione del giornale appare piuttosto strana, sostenendo che pur non essendone fautori, la legge era stata votata anche dai democratici, «perché abbiamo fede nel popolo, perché il nuovo non ci spaventa, perché bisogna trasformare l'ambiente viziato in cui intristisce l'Italia»116. A rendere maggiore giustizia all'affermazione dello scrutinio di lista, furono due articoli di Cavallotti nei quali il deputato sosteneva che tale metodo avrebbe portato grandi vantaggi ai democratici117. Il giornale tornò su posizioni apertamente favorevoli allo scrutinio alla vigilia del voto del Senato, augurandosi non mutasse quanto già concepito dalla Camera dei deputati118.

Quando la legge fu perfezionata e si spalancarono le porte dei seggi elettorali a 2 milioni e 600 mila elettori, cioè a quasi tutti gli alfabetizzati, il giornale mostrò soddisfazione perché «non vogliamo, non possiamo rinunziare senza danno all'urna»119. Seppure lontani da quel suffragio universale a cui si aspirava, si poteva ritenere iniziato il cammino evolutivo desiderato. L'ampliamento del suffragio, infatti, avrebbe aperto probabilmente le porte di Montecitorio anche a quei rappresentanti che avversavano la monarchia e dato diritto di accesso alla cittadinanza alla piccola borghesia e al proletariato urbano che erano, potenzialmente, un bacino elettorale dell'«Estrema». Il giornale non solo mostrò compiacimento, ma reputò che l'ampliamento del suffragio fosse dovuto in buona parte all'agitazione repubblicana120. Senza quel fermento, forse, i tempi della riforma sarebbero stati ulteriormente dilatati, ma non bisogna neanche sopravvalutare la portata di quella pressione: per il governo Depretis si trattava di una non più eludibile riforma121.

Nel febbraio l'associazione iniziò la mobilitazione per le elezioni. Il comitato centrale esortò i sottocomitati e gli amici a promuovere le iscrizioni dei cittadini nelle liste elettorali122. Quindi seguì un fervente lavoro per raccogliere partecipazione e consensi; bisognava contarsi: «Quanti siamo? È quesito pregiudiziale. Non occupiamoci d'altro per intanto»123.

Ma quel lavoro fu interrotto per quasi un mese. La morte di Garibaldi sconvolse il mondo democratico. Il 4 giugno 1882 l'intera prima pagina del giornale fu dedicata all'evento luttuoso. L'annuncio della morte si chiudeva con le parole: «È morto un uomo e ci pare che sia morta tutta la gloria italiana». Per un mese il quotidiano non parlò quasi d'altro che di Garibaldi e inserì una rubrica Plebiscito didolore, che raccoglieva i commenti e la partecipazione alla morte dell'uomo e del mito. Tornò comunque su Garibaldi anche in seguito124.

Dalla fine del luglio 1882 il lavoro di organizzazione elettorale riprese e proseguì, da quel momento in modo incessante125.

Naturalmente la campagna elettorale doveva riaccendere la polemica tra partecipazionisti e astensionisti. Il giornale temeva l'astensionismo. Aveva timore in modo particolare di quell'astensionismo non militante, che potrebbe essere definito «strutturale» nella storia elettorale dell'epoca, cioè il mancato esercizio del diritto di voto per disinteresse (anche se la Lega preferiva parlare di sfiducia nelle istituzioni). Convincere gli elettori a votare sarebbe dipeso dalla capacità di «chi si atteggia a educatore del popolo [...]. Ci vorrebbe una schiera di missionari che a viva voce, o per mezzo di piccoli trattati, spiegassero al popolo il vero significato dell'essere divenuto elettore. Bisogna far intendere, che il fatto di potere eleggere i deputati al Parlamento, mette in grado ogni cittadino di veder bene amministrata la sostanza che appartiene a tutti». Il giornale si diffondeva poi sul metodo da usare nell'educazione politica con operai e contadini126.

I repubblicani intransigenti avevano un parere opposto a quello della «Lega». Come si è detto, si ponevano su una linea di astensionismo127 nonostante il tentativo di Pantano di «rompere» la tradizionale posizione di indifferenza alle urne128. Pantano volgeva un caldo appello ai più intransigenti ricordando che non era ancora suonata l'ora della «gran battaglia popolare» e che l'astensionismo rappresentava una via sterile e fiacca129. Ma come è noto, a poco servirono quegli appelli. Così la «Lega» dovette rinunciare alla mobilitazione elettorale di tutto il campo repubblicano e iniziò la sua propaganda.

Mario fissò il programma elettorale, che rispecchiava in buona parte quello del 1879: «restituzione del diritto di voto ai 5 milioni a cui fu tolto», abolizione del giuramento politico, indennità ai deputati, soppressione delle guarentigie130, rafforzato un mese dopo da quello del comitato democratico-operaio elettorale che aggiungeva: incompatibilità di più uffici elettivi, integrità nazionale, responsabilità di tutti i pubblici funzionari, abolizione delle leggi eccezionali, laicità dello Stato, decentramento, imposta unica e progressiva, legislazione sanitaria131. Quindi il giornale presentò una serie di biografie di candidati repubblicani e democratici132 e fornì il resoconto di alcuni discorsi e di programmi elettorali133.

Il risultato delle elezioni del 1882 fu lusinghiero: l'Estrema raddoppiò quasi i consensi, passando da 25 a 40 deputati. Entravano per la prima volta in Parlamento un socialista, Costa, e un operaio, Maffi. I seguaci di Mario raccoglievano i vantaggi dell'ampliamento del suffragio, ma venivano anche premiati per la loro politica capace di aderire al mutato quadro politico meglio delle altre frazioni intransigenti che, fedeli ai «sacri principi», rimanevano su posizioni politiche anacronistiche. In occasione della campagna elettorale era divenuta netta la stretta alleanza tra i repubblicani della «Lega» e i radicali, appoggiati dal giornale nei collegi ove si presentavano candidati134. E ciò rappresentava il raggiungimento di uno degli obiettivi di Mario: la coniugazione della lotta parlamentare a quella condotta nelle piazze. Il giornale mostrò soddisfazione per gli esiti elettorali di Milano. I democratici avevano raccolto 200.000 voti in tutta Italia135. Il giornale si predisponeva già ad affrontare le future scadenze elettorali. Bisognava preparare meglio i nuovi elettori attraverso un lavoro alacre136. Particolarmente interessanti erano poi lo studio dell'andamento elettorale, effettuato su ogni provincia da Saverio Platania137, e il computo degli aventi diritto per censo e per capacità138.

Si faceva strada anche la richiesta dell'indennità ai deputati. A Milano era stato eletto Maffi, operaio, e ciò aveva dato lo spunto per muovere la giusta rivendicazione dell'indennità parlamentare, per poter permettere concretamente a ogni deputato, di qualsiasi condizione sociale fosse, di poter esercitare il proprio mandato139.

5. La questione del giuramento politico

Una volta eletta questa consistente pattuglia democratica, si poneva dunque il problema del giuramento da prestare come deputati. L'associazione della «Lega della democrazia» si era pronunciata per l'abolizione del giuramento politico. Ma i democratici eletti potevano giurare o no? Il giornale tenne, nel 1881, una posizione aperta, ma anche incerta: «Vi sono degli italiani un dì credenti nella repubblica che, per la questione dell'unità hanno transatto sulla forma di governo dicendo: "La monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe". E dopo i plebisciti hanno giurato fede al re d'Italia ed ai suoi successori. E ciò si capisce come si capisce chi, eletto dal popolo, rifiuta di varcare la soglia del Parlamento, ripugnandogli di dare un giuramento». Inoltre si ricordava la scelta di Cattaneo che, una volta eletto, non mise mai piede alla Camera per evitare il giuramento140. Ci si preparava a un dibattito non facile, che le elezioni del 1882 avrebbero complicato ancora di più. La riflessione di Mario sulla necessaria lotta parlamentare lo portava a reputare superata la questione, anche se la poneva ai lettori in forma inizialmente «morbida», quasi dubitativa; man mano però la sua posizione divenne sempre più ferma: l'azione parlamentare era troppo importante per potervi rinunciare, a costo di giurare fedeltà alla monarchia. Mario sostenne che con l'ampliamento del suffragio elettorale si era riusciti a rompere un'ala alla monarchia, per rompergli l'altra bisognava riuscire a far abolire il giuramento politico, in modo da aprire la Camera dei deputati a tutte le opinioni. Si poneva però il problema di quei deputati che non avrebbero giurato o che non sarebbero neanche entrati in Parlamento per non giurare, quelli che il direttore definiva i «deputati-protesta». Mario comprendeva la prima posizione e scartava senz'altro la seconda ritenendo migliore il rifiuto del silenzio. Si poneva però un ulteriore problema: se il deputato non avesse giurato, il presidente della Camera non lo avrebbe fatto neanche parlare, quindi egli non avrebbe potuto esprimere le ragioni del rifiuto. Le conseguenze sarebbero state la decadenza del deputato e le nuove elezioni nel collegio in cui era stato eletto. A tal punto difficilmente gli elettori gli avrebbero rinnovato il mandato. Così, dopo aver messo in chiaro le conseguenze del mancato giuramento e sottintendendo la fragilità politica dell'atto, Mario giudicava una scelta personale quella relativa al giuramento e lasciava campo aperto sul giornale all'espressione delle opinioni diverse141. Pochi giorni dopo la sua opinione diveniva inequivocabile: «il popolo nei comizi, i cento nell'aula parlamentare arriverebbero col direttissimo e all'abolizione del giuramento e al suffragio universale»142, mentre Ghisleri sosteneva l'opinione contraria: l'elezione dei «deputati-protesta» avrebbe comunque giovato, indipendentemente dal loro successivo giuramento, alla campagna pacifica già bene avviata per la riforma elettorale. La civiltà del dibattito fu confermata dalla disponibilità di Ghisleri a collaborare con i candidati repubblicani disposti a giurare143. Angelo Perozzi risolveva la questione lasciando libertà di coscienza a ogni deputato eletto144. Gattuso, il cui articolo fu pubblicato il giorno successivo alle elezioni, sostenne che il giuramento aveva valore di solenne promessa quando era fatto nella completa libertà di coscienza, mentre il giuramento imposto, negando quella libertà, non valeva a vincolare la coscienza degli eletti, «come non valsero le persecuzioni, la prigione, il martirio» e concludeva: «La vergogna non è di chi giura contro coscienza, ma è degl'inquisitori che infliggono alla coscienza italiana questo nuovo genere di tortura»145. Era evidente, a tal punto, la posizione del giornale. Dopo aver ospitato con correttezza tutte le opinioni, quell'articolo posto in rilievo il giorno dopo la consultazione elettorale, significava un caldo invito a non sprecare il mandato parlamentare. Da quel momento apparvero solo commenti in cui si invitava a giurare: De Liguori, protestando contro il giuramento politico, si teneva sulle generali e con una doppia negazione (non era dell'avviso di non giurare) esprimeva la sua propensione146; Colosimo, in seguito al mancato giuramento di Falleroni, eletto nel collegio di Macerata, sosteneva che il mandato era imperativo, era un patto tacito tra elettori e deputato che andava rispettato147.

Alla fine la grande maggioranza dei deputati democratici giurò, reputando il giuramento imposto privo di vincolo e prestato con riserva148.

6. L'irredentismo e la politica estera

Altro punto su cui il giornale insisté fu l'irredentismo. Il tema era sentito nel mondo repubblicano ed era abbracciato da tutte le correnti perché si «richiamava naturalmente agli ideali nazionali del mazzinianesimo; ma aveva purtuttavia un'implicita logica politica di natura rivoluzionaria, in quanto una conflagrazione bellica avrebbe potuto essere l'occasione attesa per un'insurrezione repubblicana»149. Se questo era vero soprattutto per i repubblicani intransigenti, per la Lega appariva meno aderente ai suoi progetti. Certo si soffriva il mancato compimento del Risorgimento e si inserivano tra le terre irredente non solo Trento e Trieste, ma anche Nizza, la Corsica, Malta. Si riteneva naturale che «ogni italiano aspiri ad integrare la patria con le Alpi, le quali la monarchia ha in parte cedute e in parte non seppe conquistare», ma era impensabile, si sosteneva nel giornale, rompere diplomaticamente contemporaneamente con Francia, Inghilterra e Austria-Ungheria. Per tale motivo, l'elenco delle terre irredente, dopo essere stato così dettagliato, si doveva restringere solamente a Trento e a Trieste150, a cui i repubblicani davano la priorità. L'irredentismo della Lega, come del resto la sua visione della politica estera, da un lato appaiono realisticamente orientati a soluzioni diplomatiche e di alleanze, dall'altro risentivano di una certa vaghezza. Il tema dell'irredentismo era comunque fortemente sentito: la fucilazione di Oberdan generò commozione e un dibattito sul quotidiano che il 22 dicembre 1882 uscì listato a lutto151.

Per ciò che riguardava la politica estera, era soprattutto Gabriele Rosa a comporre ritratti di nazioni, nello stile evoluzionista che evocava, a volte, una sorta di predestinazione dei vari paesi. L'Inghilterra sembrava fatalmente destinata a «lottare contro i giganti rivali», a mantenere una politica imperialista indipendentemente dal governo che si sceglieva di volta in volta, perché spinta dal mercato152; così come la Russia era fatalmente destinata a non rimanere mai ferma nei propri confini perché dominata dalla casta militare153. In quanto alla politica estera dell'Italia, Castellazzo, senza mezzi termini, affermava che dopo Cavour l'Italia «non ha fatto che una parte ben meschina, ben miserabile nel concerto della politica europea»154.

Ma il giornale non soffiava sul fuoco, né per quanto riguardava i rapporti tra nazioni estere, né per quanto riguardava la soluzione per le terre irredente, né per quanto riguardava la politica estera italiana. Nel primo caso, ad esempio, prospettava per la soluzione irlandese una via diplomatica, fatta di trattative155. Per ciò che riguarda gli altri due aspetti, è significativa una risposta di Alberto Mario a Cavallotti sulla questione di Tunisi che aveva portato, tra l'altro, alle dimissioni di Cairoli dalla Presidenza del Consiglio. Il deputato radicale sosteneva che il protettorato e l'occupazione di Tunisi rappresentavano un'umiliazione inflitta all'Italia e polemizzava con Mario: «a noi parve troppo dubbia consolazione e troppo sottile concetto quello dell'amico Mario, che quelle umiliazioni passassero, come la freccia di Tell, di sopra il capo dell'Italia per colpire la sola monarchia». Ma, obiettava Mario, non c'era altra strada, allora, che la guerra alla Francia, una guerra persa in partenza per la scarsa efficienza navale e che avrebbe portato all'alleanza con Germania e Austria, complicando la politica di redenzione delle terre ancora non italiane. E se le obiezioni di Mario parevano fondate, meno fondata appariva la conclusione: «Per fare la guerra alla Francia, per tutelare l'onore d'Italia, non veggo che un solo mezzo, ed è quello che vengo suggerendo nella Lega - abbattere la monarchia»156. Ma se l'abbattimento della monarchia era coniugato al gradualismo evoluzionista, ciò significava che fino a che non fosse arrivato quel palingenetico momento, i repubblicani non avrebbero avuto una linea di politica estera.

7. L'anticlericalismo

Altro tema unificante del campo democratico era l'anticlericalismo. La Lega della democrazia non solo insisté sui principi laici, ma tentò di dare forza a tale motivo con iniziative concrete. La battaglia più importante, condotta su questo piano, fu senz'altro la richiesta di abolizione della legge delle guarentigie. Nell'agosto 1881 fu indetto, a tal fine, un comizio al Politeama, a Roma. L'iniziativa era stata presa in un momento «caldo»: la notte del 13 luglio di quell'anno, com'è noto, erano avvenuti incidenti durante il trasporto della salma di Pio IX. I repubblicani sostennero che quegli incidenti erano stati provocati dall'atteggiamento dei dimostranti cattolici che seguivano il feretro. Il governo Depretis, ostile a quell'iniziativa e timoroso di ulteriori incidenti, vietò quella manifestazione, ma il giornale mostrò di non voler cedere e rivendicò al «movimento anticlericale» il diritto a manifestare, «sancito perfino dal rachitico statuto subalpino»157. Il 7 agosto la manifestazione si tenne e risultò piuttosto numerosa (tra le 3000 persone, come sosteneva «Il Popolo romano», e le 5000, come sosteneva la «Lega»). Dopo la lettura dell'ordine del giorno che prevedeva l'abolizione della legge delle Guarentigie e l'occupazione dei palazzi apostolici, qualche oratore, in mezzo alle interruzioni dei funzionari di pubblica sicurezza riuscì a prendere la parola, ma la manifestazione fu sciolta. La «Lega della democrazia», il 9 agosto 1881, pubblicò il discorso di Colajanni e la cronaca dell'avvenimento fornendone tutti i particolari158. I giornali che riportarono i discorsi pronunciati al Politeama, ha ricordato Talamo, furono sequestrati. A tale sequestro non seguì un processo perché, il 20 settembre, fu emanata un'amnistia per i reati di stampa. Alberto Mario, per rifiutare la grazia del re, ripubblicò sul suo giornale gli articoli incriminati. Il quotidiano fu così sequestrato di nuovo e Mario subì il processo che si concluse con la condanna a un mese di carcere e a 2000 lire di multa159. Sull'abolizione della legge delle guarentigie, norma che il giornale definiva «il mostro uscito dall'alveo della consorteria»160 il giornale continuò la sua campagna, commentando anche le posizioni degli altri giornali. Delusione generava il quotidiano il «Diritto» perché la consonanza sui limiti che doveva osservare il Papa, non giungeva alla medesima conclusione della necessaria abrogazione della legge161. Mario, al contrario, avrebbe desiderato una campagna più incisiva anche per inviare il Papa in esilio e per ottenere l'occupazione, da parte dello Stato, dei palazzi apostolici162.

Come si è detto, il clero veniva ritenuto un esercito di un principe straniero. La facoltà di educare le giovani generazioni doveva preoccupare chi, come gli appartenenti alla Lega, poneva l'educazione delle masse tra i compiti primari del movimento. Alla vigilia del congresso pedagogico del 1880, il giornale ribadì che la scuola «deve essere per quanti amano il progresso il campo dove si devono combattere le più decisive battaglie contro il cattolicismo che incretinisce e deprime»163.

La contrapposizione della società del libero pensiero all'ortodossia cattolica164, la campagna a favore della cremazione165, erano altri aspetti dell'anticlericalismo della Lega, importanti dal punto di vista dei principi, ma secondari sul piano politico.

8. La morte di Mario, la cessazione della pubblicazione e la fondazione del «Fascio della democrazia»

Il 2 giugno 1883, a un anno esatto dalla scomparsa di Garibaldi, moriva Alberto Mario. Il giornale uscì listato a lutto il 4 giugno, il numero del 5-6 giugno pubblicava l'epitaffio scritto da Carducci e una biografia di Mario stesa da Silvio Becchia. Il 7 giugno il giornale si occupò ancora quasi interamente del suo direttore. Poi, per due giorni, non uscì. Il 10 giugno comparve di nuovo per dare un'ulteriore triste notizia: la morte di Alessandro Castellani. Il quotidiano, già in cattive acque dal punto di vista finanziario, cessava le pubblicazioni.

Già dal gennaio di quell'anno, comunque, si erano avanzate ipotesi di trasformazione o di aggiustamenti parziali del foglio. Pantano, che si occupò del giornale insieme a Socci nell'ultimo periodo di vita della «Lega» e del suo direttore, scriveva a Colajanni che il quotidiano era in serio deficit e Lemmi stava riflettendo su possibili modifiche, come la trasformazione in mensile, oppure la fondazione di un altro giornale dallo stesso taglio, ma mutato negli organici, o, infine, un'innovazione per la quale non gravasse solo sulle spalle di Lemmi e di Castellani il peso finanziario. Castellani non ritenne sufficienti le vaghe garanzie fornite da Pantano. La sua malattia e quella di Mario complicavano la situazione, lasciando in uno stato di precarietà il giornale, tanto che Lemmi pensava alla cessazione delle pubblicazioni per l'aprile del 1883.

Anche se all'inizio di maggio il giornale era ancora stampato e se Pantano impiegava tutta la sua buona volontà per mantenerlo in vita, esso non aveva futuro. Le morti di Mario e di Castellani diedero poi il colpo definitivo. Nel mese di luglio, infatti, il giornale cessò le pubblicazioni166. Dopo una trattativa tra Lemmi, i parlamentari dell'Estrema, e le componenti che agivano fuori dal Parlamento167, si fondò il «Fascio della democrazia» che, diretto da Pantano, doveva essere l'ideale continuazione della «Lega della democrazia». L'associazione del «Fascio della democrazia» si era formata nel marzo 1883 alla presenza di 300 rappresentanti della democrazia italiana a Bologna. Anche l'associazione era stata concepita come l'ideale continuazione e sviluppo della «Lega». Si mantenevano le parole d'ordine essenziali e in più si prospettava: l'imposta progressiva (già emersa nel programma elettorale del 1882), l'arbitrato nelle divergenze tra capitale e lavoro, l'espropriazione per causa di pubblica utilità delle terre incolte168.

La fondazione del «Fascio della democrazia», che uscì dal dicembre 1883, e il passaggio all'opposizione dei radicali segnarono l'inizio di una lotta aperta al governo trasformista di Depretis e, qualche mese dopo, la congiunzione, un po' traballante, con i dissidenti della Pentarchia, pur mantenendo una propria autonomia. Il nuovo giornale non preoccupò le autorità: il questore di Roma rassicurava il ministro dell'interno: rispetto alla «Lega della democrazia», il «Fascio della democrazia» «voleva estendere le sue relazioni in tutto il Regno, ma né la qualità delle persone né la quantità delle adesioni aumentarono di un passo solo l'influenza del giornale». Il «Fascio», più apertamente del foglio precedente, manifestava simpatie socialiste e irredentiste, secondo il questore169. A parte la descritta qualità delle persone, in cui si può leggere una semplice presa di distanza del questore, il problema di una mancata crescita negli abbonamenti e nelle vendite doveva pesare anche sul nuovo giornale. Oltre a ciò bisogna considerare che si era aperta una nuova fase politica: pur seguendo la stessa impostazione della «Lega della democrazia», di lasciare autonomia alle correnti interne, la prevalenza dei repubblicani generò scetticismo tra le altre componenti. Non si scelsero punti unificanti, ma ci si lasciò trasportare dalle occasioni del dibattito politico. Si procedette, insomma, senza una chiara linea politica e questa mancanza di scelte precise non poteva non fomentare quei disaccordi, non poteva non mostrare tutta la disomogeneità di un movimento ancora troppo legato a stretti schemi ideologici per addivenire a una compiuta, concreta e pagante unità.

Note

1. F. Della Peruta, Garibaldi e la «Lega della democrazia», in Il Parlamento italiano1861-1988, vol. V, 1877-1887, La Sinistra al potere. Da Depretis a Crispi, Milano, 1988, pp. 550-551.

2. Già nel 1874-75, dopo i primi successi elettorali di una certa consistenza della sinistra vi era stato uno sforzo di unificazione di programmi e di obiettivi da parte dell'Estrema parlamentare ed extraparlamentare. C. Ceccuti, Carducci, Mario e la cultura della nuova Italia, in R. Balzani e F. Conti (a cura di), Alberto Mario e la cultura democratica italiana dell'Ottocento, Forlì, 1985, pp. 128-129. Con l'obiettivo di riunire le forze repubblicane si tenne, nell'aprile 1878, il Congresso delle associazioni repubblicane sulla base di un programma che prevedeva come punti nodali la Costituente e un Patto nazionale. G. Spadolini, I repubblicani dopo l'unità, Firenze, 1963, pp. 48-51; G. Tramarollo, 1878: primo congresso repubblicano in Mazzini e i repubblicani italiani, Torino, 1976, pp. 141-146.

3. «I mazziniani puri sono i primi in tutti i sensi per l'intransigenza, per il dogmatismo, per il fideismo [...] essi non deflettono un momento dal loro antiparlamentarismo [...]. I repubblicani intransigenti alla Alberto Mario rappresentano una variante appena distinguibile dapprima, ma che acquisterà un'importanza e un rilievo sempre maggiore: fedeli ugualmente all'astensionismo mazziniano, essi si apriranno via via alla lotta politica [...] non rifiuteranno di criticare e approfondire la dottrina del maestro [...] di arricchirla con motivi della polemica di Cattaneo e della critica di Ferrari. I repubblicani transigenti alla Bertani si orientano invece verso una nuova interpretazione della vita italiana [...]. I repubblicani alla Garibaldi formano una razza a sé [...] ma la logica dell'evoluzione storica li porterà a fondersi sostanzialmente con i precedenti ed anzi a promuovere la iniziativa del radicalismo». G. Spadolini, I repubblicani, cit., pp. 23-24.

4. «In Benedetto Cairoli [...] credettero sia Carducci che Mario: questi per la "missione" che quasi storicamente gli era stata affidata - "il tramonto placido e glorioso" della monarchia, quegli per il profondo significato storico che era connesso con la sua "ministerialità"». C. Ceccuti, Carducci, Mario, cit., p. 131. Ma in Mario vi era anche l'attesa verso più immediati risultati, come l'abolizione della tassa sul macinato. Le conseguenze dell'avvento di Cairoli sul mondo democratico furono di rilievo: Mario attutisce «l'intransigenza della sua opposizione all'istituto monarchico, spostandosi sul terreno di una critica puntuale alle inadempienze del governo e rafforza i rapporti con l'ala meno possibilista dei radicali, in primo luogo Cavallotti, in una comune prospettiva politica basata sullo sviluppo delle riforme e sulla costruzione di un moto pacifico e graduale di rinnovamento». S. Gallo, La democrazia lombarda e la «Rivista repubblicana», in Mazzini e i repubblicani, cit., p. 450. Anche Bertani mostrò attenzione verso Cairoli scrivendo l'opuscolo L'Italia aspetta, nel 1878, ricordando le attese per le riforme e per una liberalizzazione della vita politica.

5. L'avvicinamento dei repubblicani verso i radicali non fu solamente un atteggiamento assunto dalla componente lombarda capeggiata da Mario. Anche Campanella mostrava l'intenzione di pervenire a un'intesa con i radicali. Così scriveva, infatti a Cavallotti, nel maggio 1878: «Le due democrazie fuori e dentro bisogna che facciano atto di solidarietà e mostrino la faccia. Io non intendo che si abbia a fare un atto prettamente repubblicano, ma almeno un atto vertente sul principio della sovranità nazionale, al quale tutti possono fare adesione». Federico Campanella a Felice Cavallotti, 15 maggio 1878, in L'Italia radicale. Carteggi di Felice Cavallotti: 1867-1898, a cura di L. Dalle Nogare e S. Merli, Milano, 1959, p. 95.

6. A. Galante Garrone, Felice Cavallotti, Torino, 1976, pp. 402-403.

7. A. Scirocco, Garibaldi e la Lega della democrazia, in G. Cingari (a cura di), Garibaldi e il socialismo, Roma-Bari, 1984, p. 121.

8. G. Quagliotti, Aurelio Saffi. Contributi alla storia del mazzinianesimo, Roma, 1944, p. 186.

9. G. Spadolini, I radicali dell'Ottocento (da Garibaldi a Cavallotti), Firenze, 1963, p. 59.

10. Galante Garrone ha sottolineato come l'associazione fosse caratterizzata da un «possibilismo un po' vago e confusionario». A. Galante Garrone, I radicali in Italia (1849-1925), Milano, 1973, p. 195. Su tale linea interpretativa anche S. Gallo, La lega della Democrazia (1879-1883) e le lettere inedite di Alberto Mario ad Adriano Lemmi e a Giosué Carducci, in «Bollettino della Domus mazziniana», n. 2, 1980, p. 207.

11. L. Valiani, L'Italia dal 1876 al 1915, II. La lotta sociale e l'avvento della democrazia in Storia d'Italia, vol. IV, Da Cavour alla fine della prima guerra mondiale, Torino, 1960, p. 443.

12. Scirocco ha ipotizzato il fatto che Lemmi, «Gran Tesoriere della Costituente massonica non a caso tenuta a Roma il 24 aprile 1879 subito dopo l'assemblea garibaldina che aveva richiamato nella capitale tanti appartenenti all'Ordine, pensasse allora alla Lega come a quel punto di aggregazione della borghesia progressista che di lì a qualche anno avrebbe cercato di realizzare nella Massoneria». A. Scirocco, Garibaldi e la Lega, cit., p. 132.

13. S. Gallo, La Lega, cit., pp. 211-212.

14. A. Scirocco, Garibaldi e la Lega, cit., p. 132.

15. Sofia Gallo ha notato come Ghisleri fosse giornalista più moderno e come «la sua concezione della democrazia [fosse] più avanzata, perché meno legata alle polemiche preunitarie ed a criteri di trasformazione delle istituzioni un po' confusi ed illusori, quali quelli che Mario riassume nella formula dei placidi tramonti della monarchia». S. Gallo, Le lettere inedite di Alberto Mario ad Arcangelo Ghisleri (1876-1881), in «Bollettino della Domus mazziniana», n. 1, 1980, p. 6. Ghisleri considerava la tesi dei placidi tramonti di Mario una teoria strumentale, «diretta a far superare al movimento repubblicano la mitologia paralizzante del periodo risorgimentale». L. Cecchini, Dalla pregiudiziale astensionista alla lotta elettorale (1876-1882), in «Il Ponte», n. 2, 28 febbraio 1981, p. 166.

16. A. Mario, Come la pensiamo, in «Lega della democrazia», 5 gennaio 1880. Lo stesso articolo fu ristampato il 12 gennaio 1880.

17. Archivio di Stato di Roma (d'ora in poi ASR), Prefettura, Gabinetto, b. 174, il prefetto di Roma Mazzoleni al Ministero dell'interno, Relazione sullo Spirito pubblico e sull'andamento dei servizi amministrativi della Provincia di Roma pel 2° Semestre 1879, 20 gennaio 1880.

18. F. Conti, La democrazia repubblicana fra mito rivoluzionario e teorie evoluzionistiche (1878-1881), in Società toscana di storia del Risorgimento (a cura di), Sinistra costituzionale, correnti democratiche e società italiana dal 1870 al 1892, Firenze, 1988, pp. 283-288.

19. Arcangelo Ghisleri a Napoleone Colajanni, 1 aprile 1879, in Democrazia e socialismo in Italia. Carteggi di Napoleone Colajanni: 1878-1898, a cura di S. M. Ganci, Milano, 1959, pp. 69- 71. S. Gallo, Le lettere inedite, cit., p. 82.

20. Edoardo Pantano a Napoleone Colajanni, 23 gennaio 1880 e Arcangelo Ghisleri a Napoleone Colajanni, 20 gennaio 1880. Pantano si felicitava anche della ripresa della «Rivista repubblicana», in Democrazia e socialismo, cit., pp. 20, 79.

21. Museo centrale del Risorgimento, Roma (d'ora in poi MCRR), Archivio Lemmi, b. 398, f. 6, Jessie White Mario ad Adriano Lemmi, 8 maggio 1880.

22. Ivi, Jessie White Mario ad Adriano Lemmi, s. d. e f. 16, Alberto Mario ad Adriano Lemmi, 25 aprile 1880.

23. Ivi, b. 398, f. 17, Alberto Mario ad Adriano Lemmi, 2 aprile 1880.

24. Ivi, b. 398, f. 16, Alberto Mario ad Adriano Lemmi, 14 giugno 1880.

25. Ivi, Alberto Mario ad Adriano Lemmi, 4 agosto 1880.

26. Arcangelo Ghisleri a Napoleone Colajanni, 11 ottobre 1880, in Democrazia e socialismo, cit., p. 82.

27. Napoleone Colajanni ad Arcangelo Ghisleri, 16 ottobre 1880, in Napoleone Colajanni ad Arcangelo Ghisleri. Carteggio 1878-1919, a cura di M. Savoca, Enna, 1995, p. 50.

28. MCRR, Archivio Lemmi, b. 398, f. 6, Jessie White Mario ad Adriano Lemmi, 13 marzo 1880.

29. Ivi, b. 398, f. 8, Nota di spese per la stampa del giornale «Lega della democrazia», autografa del Lemmi; ivi, f. 16, Alberto Mario ad Adriano Lemmi, 4 giugno 1880, 17 luglio 1880, 4 agosto 1880.

30. Ivi, f. 17, Alberto Mario ad Adriano Lemmi, 2 aprile 1880.

31. Nell'aprile 1880 Mario licenziò Spadafora e dell'Isola, per risparmiare sui costi del giornale. Ivi, f. 16, Alberto Mario ad Adriano Lemmi, 25 aprile 1880.

32. Mario scriveva a Ghisleri: «Se non potessi combinar qui con altri, verreste come redattore della Lega?», S. Gallo, Le lettere inedite, cit., p. 82. In seguito, anche Colajanni avrebbe insistito perché Ghisleri divenisse redattore della «Lega», ma questi non aderì a tali richieste. Napoleone Colajanni ad Arcangelo Ghisleri, 8 e 15 novembre 1881, in Napoleone Colajanni ad Arcangelo Ghisleri, cit., pp. 55-56.

33. La redazione del giornale si trovava in Piazza Capranica, 95. Dal 1° maggio 1882 gli uffici di direzione e di amministrazione si trasferirono in Via della Vite, 74.

34. MCRR, Archivio Lemmi, b. 398, f. 15, Alberto Mario ad Adriano Lemmi, 23 ottobre 1880.

35. Ivi, f. 7, Jessie White Mario ad Adriano Lemmi, s.d.

36. Arcangelo Ghisleri a Napoleone Colajanni, 6 maggio 1881, in Democrazia e socialismo, cit., p. 90.

37. Arcangelo Ghisleri a Napoleone Colajanni, 31 gennaio 1882, Alberto Mario a Napoleone Colajanni, 14 luglio, 22 luglio, 2 agosto 1882, in Democrazia e socialismo, cit., pp. 93, 143-144. L'analisi di Colajanni sullo studio di Tivaroni apparve sulla «Lega della democrazia» il 20 e il 23 settembre 1882.

38. «Il tuo articolo di domenica - scriveva Mario a Carducci il 15 aprile 1880 - ha triplicato le vendite di quel giorno. Io credo che la tua frequente collaborazione al giornale le assicurerebbe la vita». Sia la citazione nel testo che la presente in nota in S. Gallo, La Lega, cit., pp. 210-211. Del poeta apparvero sul giornale anche le lezioni sulla Tradizione romana nelle barbarie, a puntate, a partire dal numero del 9 gennaio 1880. Sui rapporti tra Mario e Carducci, si veda, ovviamente, il già citato saggio di C. Ceccuti, Carducci, Mario, cit.

39. Arcangelo Ghisleri a Napoleone Colajanni, 2 novembre 1880, in Democrazia e socialismo, cit., pp. 82-83.

40. Già nel primo numero, appariva in appendice il romanzo di Nathaniel Hawthorne, La lettera rossa, in «Lega della democrazia», 5 gennaio 1880.

41. A. Bizzoni a F. Cavallotti, 23 febbraio 1880, in L'Italia radicale, cit., p. 58.

42. A. Bertani, L'evoluzione, in «Lega della democrazia», 12 maggio 1880.

43. ASR, Questura, b. 17, f. 109, s.d. e f. 116, 29 novembre 1880. Il testo della conferenza di Mario apparve poi pochi giorni dopo sul quotidiano. Lorenzo Canozio di Lendinara e il secolo XV, in «Lega della democrazia», 5 dicembre 1880.

44. A. Saffi, Sulla storia del diritto pubblico, in «Lega della democrazia», 5 gennaio 1880.

45. Carlo Cattaneo. L'uomo, il filosofo, il cittadino; Carlo Cattaneo. Il pubblicista; Le opere di Carlo Cattaneo. I primi due articoli non erano firmati, il terzo portava la firma di Bertani. Tutti in «Lega della democrazia», 7, 8 e 13 febbraio 1880. Ancora su Cattaneo, nel luglio Jessie White scrisse una sua memoria, quindi sul personaggio il giornale sarebbe tornato due anni dopo per un breve ricordo a 13 anni dalla morte. Carlo Cattaneo, ivi, 7 febbraio 1882.

46. N. Colajanni, Le istituzioni municipali, ivi, 21, 22, 24 e 26 ottobre 1881. Id., Il Municipio in Italia, ivi, 20, 21, 27, 28 novembre 1881.

47. È nota l'influenza prodotta dal movimento della scapigliatura e dalla filosofia positivista su un'intera generazione formatasi negli ambienti repubblicani e socialisti.

48. A. Mario, Come la pensiamo, cit.

49. La selezione storica e l'Estrema Sinistra, in «Lega della democrazia», 3 agosto 1880.

50. La Lega del 21 aprile, ivi, 19 novembre 1880.

51. A. Bertani, L'evoluzione, cit.

52. Masini ha distinto le posizioni di Gabriele Rosa, Mauro Macchi e Alberto Mario, diretti maestri politici di Ghisleri in quanto continuatori dell'opera di Cattaneo: «In campo repubblicano-federalista il Rosa è la sinistra, Macchi il centro e Mario la destra. È a sinistra il Rosa per la sua comprensione del movimento operaio e del fenomeno socialista che lo porterà a collaborare in varie iniziative politiche con i socialisti; è al centro il Macchi che, pur nella fedeltà alle posizioni federaliste, accetterà il mandato parlamentare e limiterà la sua attività ad una predicazione democratica e anticlericale; è a destra il Mario, non già perché gli faccia difetto l'intransigenza repubblicana, ma perché nella sua critica dell'Internazionale e del socialismo darà in eccessi di intolleranza polemica che il Ghisleri non approverà». P. C. Masini, Introduzione a La scapigliatura democratica. Carteggi di Arcangelo Ghisleri: 1875-1890, Milano, 1961, p. 26.

53. La Consociazione fu istituita il 9 marzo 1879 ed ebbe come promotori Gabriele Rosa, Costantino Mantovani, Angelo Mazzoleni e Arcangelo Ghisleri.

54. MCRR, Archivio Lemmi, b. 398, f. 16, Alberto Mario ad Adriano Lemmi, 25 aprile 1880.

55. S. Gallo, Le lettere inedite, cit., p. 5.

56. S. Gallo, La democrazia lombarda, cit., p. 453. L'avvicinamento di Cavallotti alla stampa repubblicana di ispirazione federalista costò delle critiche all'esponente radicale. Achille Bizzoni gli scriveva: «Mario fa della dottrina, tu dei versi, altri fanno niente [...]. La Lega è lo spegnitoio [...]. Un giornale tuo ci voleva, un giornale tuo ci vuole». Achille Bizzoni a Felice Cavallotti, 12 novembre 1882 in L'Italia radicale, cit., p. 65. Bisogna ricordare che Cavallotti aveva diretto il giornale la «Ragione» e che non aveva più tentato, dopo la chiusura del giornale, altre direzioni giornalistiche.

57. A. Scirocco, Le correnti democratiche dal 1876 al 1892: l'azione nel Paese, in Società toscana di storia del Risorgimento (a cura di), Sinistra costituzionale, cit., p. 23.

58. Si ricordi l'obiezione di Mario all'elezione a deputato di Cavallotti nel 1873. Pur rispettandone la scelta, Mario sosteneva: «Noi siamo repubblicani [...] e rimaniamo fermissimi che non possa elaborarsi la repubblica che contro la monarchia, al di fuori della monarchia e senza impegni colla monarchia». A. Galante Garrone, Felice Cavallotti, cit., p. 322.

59. Ceccuti ha acutamente osservato che a Mario «sfuggono i grandi problemi europei che hanno generato il marxismo». C. Ceccuti, Alberto Mario fra federalismo e radicalismo, in Società toscana di storia del Risorgimento (a cura di), Sinistra costituzionale, cit., p. 226. Si veda su tale punto anche L. Rossi, Alberto Mario e l'Internazionale, in Alberto Mario nel I centenario della morte. Atti del convegno nazionale di studi, Lendinara, 1984, pp. 167-177.

60. F. Conti, La democrazia repubblicana, cit., p. 270.

61. C. Ceccuti, Alberto Mario fra federalismo, cit., p. 214.

62. G. Spadolini, I repubblicani, cit., p. 53.

63. L. Valiani, L'Italia dal 1876, cit. p. 442.

64. Ha notato Mascilli Migliorini che il governo Cairoli, sia per la sua composizione sia per il programma costituì un elemento di chiarificazione nella dialettica tra Stato e forze democratiche. Queste furono infatti costrette a misurarsi con progetti di riforma concreti e a scegliere la modalità della loro lotta politica, accettando o rifiutando il quadro istituzionale. L. Mascilli Migliorini, La Sinistra storica al potere. Sviluppo della democrazia e direzione dello Stato (1876-1878), Napoli, 1979, p. 214.

65. A. Scirocco, Le correnti democratiche, cit., p. 26.

66. A. Mario, Cairoli, in «Rivista republicana», 9 aprile 1878.

67. A. Mario, Dichiarazione, in «Rivista repubblicana», 22 novembre 1878.

68. A. Scirocco, Le correnti democratiche, cit., pp. 28-29.

69. C. Ceccuti, Alberto Mario fra federalismo, cit., p. 217.

70. A. Benini, Alberto Mario e la «Rivista repubblicana», in Alberto Mario nel I centenario, cit., p. 182.

71. S. M. Ganci, Introduzione a Democrazia e socialismo, cit., p. XXXII.

72. A. Mario, Sua Maestà, in «Lega della democrazia», 1 giugno 1881.

73. A. Mario, La monarchia e l'Italia, ivi, 14 novembre 1881.

74. La Lega del 21 aprile, cit.

75. Faggiuolate peripatetiche, in «Lega della democrazia», 23 marzo 1882.

76. O. Majolo Molinari, La stampa periodica romana dell'Ottocento, vol. I, Roma, 1963, p. 538.

77. La pattuglia del «Dovere», in «Lega della democrazia», 11 maggio 1880.

78. Ancora nel marzo 1879 Colajanni si mostrava molto critico nei confronti di Mario e della sua teoria evoluzionista; Colajanni reputava, a quel tempo, Mario «un repubblicano sui generis [...] attualmente è tutto rivolto a combattere quanti repubblicani aspirano seriamente alla repubblica, e non la rimandano platonicamente ai remotissimi posteri». Napoleone Colajanni ad Arcangelo Ghisleri, 21 marzo 1879, in Napoleone Colajanni ad Arcangelo Ghisleri, cit., p. 41.

79 G. Spadolini, I repubblicani, cit., p. 54.

80. G. Rosa, Le federazioni, in «Lega della democrazia», 2 agosto 1880.

81. Il nostro ideale, in «Rivista repubblicana», 9 aprile 1878 e Come la pensiamo, cit.

82. A. Galante Garrone, Alcuni appunti su Cavallotti e la politica italiana di fine Ottocento, in Società toscana di storia del Risorgimento (a cura di), Sinistra costituzionale, cit., p. 7.

83. A. Bertani, Il discentramento e la riforma elettorale, Genova, 1880, p. 2.

84. N. Colajanni, Il regionalismo. Settentrionali e meridionali, in «Lega della democrazia», 9 gennaio 1882.

85. MCRR, Archivio Lemmi, b. 398, f. 16, Alberto Mario ad Adriano Lemmi, 31 luglio 1880.

86. A. Mario, Come la pensiamo, cit.

87. I prefetti e la riforma elettorale, in «Lega della democrazia», 25 febbraio 1880. Si veda anche I Prefetti e l'Inghilterra, ivi, 22 settembre 1880.

88. S. M. Ganci, Introduzione, cit., p. XXXV.

89. Il Senato elettivo e la Costituente, in «Lega della democrazia», 4 febbraio 1880. Uguali affermazioni di rispetto della volontà della maggioranza in Lo scrutinio di lista e «Fanfulla», ivi, 18 novembre 1880. Uguale consiglio al re di convocare la costituente in La parola del Re, ivi, 6 gennaio 1882.

90. Ibidem.

91. Sua Maestà il Re, ivi, 27 gennaio 1882.

92. L. Cecchini, Unitari e federalisti. Il pensiero autonomistico repubblicano da Mazzini alla formazione del P.R.I., Roma, 1974, p. 90.

93. A. Mario, Come la pensiamo, cit.

94. Particolarmente interessanti sono gli articoli La miseria, in «Lega della democrazia», 12 gennaio 1880, che denunciava l'inadeguatezza delle misure di assistenza; Sulla prostituzione dall'11 giugno al 18 giugno 1880.

95. Sulla concezione mazziniana del partito si vedano S. M. Ganci, L'opposizione repubblicana dall'avvento della Sinistra al 1885, in «Società», novembre-dicembre 1958, poi in L'Italia antimoderata. Radicali, repubblicani, socialisti, autonomisti dall'unità ad oggi, Parma, 1968; F. Della Peruta, Mazzini e i rivoluzionari italiani, Milano, 1974; L. Cecchini, Dalla pregiudiziale, cit.

96. L. Romaniello, Lettere inedite di Alberto Mario nell'archivio Arcangelo Ghisleri, in Alberto Mario nel I centenario, cit., p. 188.

97. G. Spadolini, Alberto Mario tra storia e storiografia, in R. Balzani, F. Conti (a cura di), Alberto Mario e la cultura, cit., p. 22.

98. «È intendimento del giornale La Lega, come dell'associazione fondata da Garibaldi il 21 aprile 1879, di sostituire l'Italia degl'Italiani a quella di alcuni [...] la rivendicazione del voto a tutti, del posto a tutte le opinioni nei consessi legislativi e negli amministrativi del diritto costituente. Ecco ciò [...] che farà rifluire la vita, che riaccenderà la speranza, che rinnoverà la energia della nazione stanca e delusa». A. Mario, Come la pensiamo, cit.

99. La selezione storica e l'Estrema Sinistra, cit.

100. La riforma elettorale, in «Lega della democrazia», 8 maggio 1880.

101. Destra e Sinistra, ivi, 12 maggio 1880.

102. Il Comizio di Roma, ivi, 27 e 28 agosto 1880.

103. Il Comizio di Roma, ivi, 11 novembre 1880.

104. Informando i prefetti della manifestazione di Roma, il Ministero dell'interno emanava una circolare a loro diretta in cui si sottolineavano i pericoli per l'ordine pubblico e si dava l'istruzione di attivare in ogni provincia un servizio di vigilanza, informando il ministro di tutto ciò che avrebbe potuto turbare la sicurezza pubblica. Inoltre si chiedeva di fornire ogni dato sulle associazioni partecipanti, sugli individui che si dovessero ritenere pericolosi, le parole d'ordine, l'eventuale impiego di bandiere sovversive. Si ricordava inoltre che i pregiudicati colpiti da ammonizione o da sorveglianza non potevano partire per la capitale. Archivio Centrale dello Stato (d'ora in poi ACS), Ministero dell'interno, Gabinetto, Circolari, 1880, Circolare n. 148, 8 novembre 1880, ai prefetti del Regno.

105. ASR, Questura, b. 20, f. 116, il prefetto Gravina al questore di Roma, 25 novembre 1880.

106. ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, 1879-80, Cairoli, f. 211.

107. Mario riteneva essenziale la presenza di Garibaldi. Confidandosi con Lemmi affermava: «Abbiamo scritto una lettera informativa a Garibaldi. Se Egli non ci diserta vinceremo». Con la massima soddisfazione, nel giugno, avvisava Lemmi che Garibaldi lo autorizzava a pubblicare il manifesto del comizio a suo nome e commentava: «Dunque la Lega oggi avrà lettera e manifesto di lui». Si trattava del Manifesto pubblicato il 5 giugno 1880. E poi: «Sto preparando l'animo di Garibaldi per determinarlo a venire a Roma. S'ei viene, il Comizio riescirà un trionfo». Ancora: «La venuta di Garibaldi assicura il risultato del Comizio nazionale». E quando fu evidente che il generale non sarebbe venuto a Roma, Mario gridò alla «congiura di palazzo», intendendo addossare la responsabilità a Menotti Garibaldi. MCRR, Archivio Lemmi, b. 398, tutte lettere di Mario a Lemmi, nell'ordine, f. 16, 25 aprile 1880, 4 giugno 1880, 4 settembre 1880, f. 15, 23 ottobre 1880, f. 17, 11 gennaio 1881.

108. A. Mario, Relazione al Comizio del suffragio universale, in «Lega della democrazia», 11 febbraio 1881.

109. L. Cecchini, Dalla pregiudiziale, cit., pp. 165-166.

110. A. Scirocco, Le correnti democratiche, cit., p. 25. La capacità di diffusione del «Dovere», sebbene superiore a quella di «La Roma del Popolo», risentiva comunque dell'indebolimento generale del repubblicanesimo ortodosso. G. Monsagrati, Momenti dell'intransigentismo repubblicano: il gruppo romano del Dovere, in Istituto per la storia del Risorgimento italiano. Comitato di Roma, L'associazionismo mazziniano. Atti dell'incontro di studio (Ostia 13-15 novembre 1976), Roma, 1979. Dello stesso indebolimento faceva le spese anche l'altro quotidiano repubblicano edito a Roma, «L'Emancipazione». L. Ferraresi, Radicalismo, antigiolittismo ed imperialismo democratico. Profilo politico della «Rassegna contemporanea», ivi.

111. E la riforma elettorale?, in «Lega della democrazia», 25 maggio 1880.

112. Valga per tutti, l'articolo Il nuovo ministero Depretis, ivi, 26 maggio 1881.

113. Il voto di ieri, ivi, 16 giugno 1881.

114. I prefetti e la riforma elettorale, cit.

115. Lo squittinio di lista, in «Lega della democrazia», 19 giugno 1881.

116. Il voto di ieri, ivi, 6 febbraio 1882.

117. F. Cavallotti, Per lo scrutinio di lista, ivi, 10 e 11 febbraio 1882.

118. Il Senato e lo scrutinio di lista, ivi, 16 marzo 1882.

119. E. Pantano, I repubblicani alle urne, ivi, 8 luglio 1882.

120. La riforma elettorale e il Senato, ivi, 29 giugno 1881.

121. Con la legge elettorale politica del 1882, il censo era stato ridotto a 19,80 lire e il grado di istruzione necessario era ritenuto la seconda elementare.

122. L'appello dell'associazione prendeva tutta la prima pagina del giornale del 10 febbraio 1882.

123. Le candidature radicali, in «Lega della democrazia», 24 febbraio 1882; Per le future elezioni, ivi, 21 aprile 1882; Contiamoci, ivi, 28 maggio 1882.

124. L'ultimo dei condottieri, ivi, 13 luglio 1882; Le ultime ore di Garibaldi, ivi, 14 luglio 1882.

125. Si veda Il governo e le elezioni, ivi, 25 luglio e 11 agosto 1882.

126. La nuova legge elettorale, ivi, 8 luglio 1881.

127. «Dovere», 27 agosto 1882. G. Manacorda, Il movimento operaio italiano attraverso i suoi congressi, Roma, 1953, pp. 152-155. G. Monsagrati, Momenti dell'intransigentismo, cit.

128. G. Spadolini, I repubblicani, cit., pp. 55-56.

129. E. Pantano, I repubblicani alle urne, cit.

130. A. Mario, Del metodo nelle elezioni, in «Lega della democrazia», 14 settembre 1882.

131. L'appello del comitato democratico-operaio fu pubblicato nel numero del 9 ottobre 1882.

132. Tutte le biografie recavano il titolo I nostri candidati. Esse furono dedicate a Napoleone Colajanni (23 ottobre 1882), Agostino Bertani (29 ottobre 1882), Ettore Ferrari (29 ottobre 1882), Mario Panizza (3 novembre 1882), che a quel punto era già stato eletto.

133. Furono oggetto di resoconto i discorsi di Crispi a Palermo e di Genala a Crema (24 ottobre 1882) e il programma elettorale di Colajanni, esposto nel comizio a Caltanissetta (27, 28, 29 ottobre 1882).

134. A. Mario, Il nostro programma, in «Lega della democrazia», 27 ottobre 1882.

135. Le elezioni, ivi, 30 ottobre 1882; Dopo la lotta, ivi, 1 novembre 1882.

136. Per le nuove elezioni, ivi, 5 novembre 1882.

137. I partiti di fronte alle elezioni, ivi, 19, 20, 21, 22, 24, 25, 27, 28 novembre, 2, 4, 10, 12 dicembre 1882.

138. Gli elettori politici, ivi, 21 novembre 1882.

139. L'indennità ai deputati, ivi, 10 novembre 1882.

140. Il giuramento, ivi, 13 maggio 1881.

141. A. Mario, I deputati-protesta, ivi, 26 marzo 1882.

142. A. Mario, I deputati repubblicani e il giuramento, ivi, 31 marzo 1882.

143. A. Ghisleri, I deputati repubblicani e il giuramento, ivi, 31 marzo 1882.

144. A. Perozzi, Per le future elezioni, ivi, 4 aprile 1882.

145. G. Gattuso, Il giuramento politico e la coscienza degli eletti, ivi, 30 ottobre 1882.

146. N. De Liguori, Il giuramento politico, ivi, 11 dicembre 1882.

147. G. Colosimo, II mandato imperativo, ivi, 14 dicembre 1882.

148. In particolare Colajanni fu assertore di tale tesi. S. M. Ganci, Introduzione, cit., p. XXXV.

149. A. Comba, I repubblicani alla ricerca di un'identità (1870-1895), in Mazzini e i repubblicani, cit., p. 480.

150. L'Italia irredenta, in «Lega della democrazia», 6 gennaio 1880.

151. Carlo Dotto giudicò la fucilazione "un delitto", ivi, 24 dicembre 1882. I commenti su Oberdan e sulla lotta per i territori italiani vanno dal 22 alla fine del dicembre 1882.

152. G. Rosa, La fatalità dell'Inghilterra, in «Lega della democrazia», 10 gennaio 1880.

153. Id., Le fatalità della Russia, ivi, 10 gennaio 1880 e La Riforma e la Lega, ivi, 16 gennaio 1880.

154. L. Castellazzo, I nostri agenti all'estero, ivi, 18 gennaio 1880.

155. Cattaneo, Mill e l'Irlanda, ivi, 18 gennaio 1880.

156. A. Mario, La lettera di Cavallotti, ivi, 28 maggio 1881.

157. Il Comizio contro le guarentigie, ivi, 29 luglio 1881.

158. Il Comizio ed i giudizi della stampa romana, ivi, 9 agosto 1881.

159. G. Talamo, Il «Messaggero» e la sua città. Cento anni di storia, vol. I, 1878-1918, Firenze, 1979, pp. 83-84. Il giornale fu sequestrato molte volte; in alcuni casi, come nel novembre 1882 furono sequestrati singoli articoli: La ragione dei tempi, Il giuramento politico, 26 novembre 1882, il giorno dopo venne sequestrato l'intero giornale; nella maggioranza dei casi era l'intero giornale a non poter uscire.

160. Le guarentigie e l'Opinione, in «Lega della democrazia», 1 gennaio 1882.

161. Le guarentigie e il Diritto, ivi, 3 gennaio 1882.

162. A. Mario, Tra due paure, ivi, 20 aprile 1882.

163. L'istruzione religiosa nelle scuole, ivi, 27 settembre 1880.

164. A. Mario, Tra due paure, cit.

165. La cremazione, il rogo, il cristianesimo, in «Lega della democrazia», 26 gennaio 1880; Cremazione e imbalsamazione di cadaveri, ivi, 16 settembre 1880.

166. Edoardo Pantano a Napoleone Colajanni, 31 gennaio, 25 febbraio, 30 marzo, 2 aprile, 9 maggio 1883, in Democrazia e socialismo, cit., pp. 22-30.

167. Tali trattative non avevano portato alla sopravvivenza della «Lega della Democrazia»: troppi erano i debiti. Lemmi propose a Bertani di farne il quotidiano dei radicali, ma all'appello avevano risposto pochi parlamentari. V. Castronovo, La stampa italiana dall'Unità al fascismo, Bari, 1970, p. 130. Le successive trattative per dare vita a un nuovo giornale, il «Fascio della Democrazia», invece, andarono in porto. Edoardo Pantano a Napoleone Colajanni, 13 giugno 1883, in Democrazia e socialismo, cit., pp. 32-33.

168. Il fascio della democrazia, in «Lega della democrazia», 9 maggio 1883.

169. ACS, Ministero dell'interno, Gabinetto, Rapporti dei prefetti (1882-1894), b. 19, f. 55, sf. 1. Il questore al Ministero dell'interno, 10 febbraio 1884, Relazione sullo spirito pubblico del 2° semestre 1883.