Giornali e giornalisti, a Roma, nell'Italia umbertina

di Ferdinando Cordova

La stampa della capitale, scriveva il conte zarista Paul Vasili, nel 1887, era poco autorevole e, di conseguenza, non esercitava un robusto ascendente sugli affari del Paese. «Roma - egli osservava - è una città piena di giornali; ma non è una città in cui la stampa abbia gran peso. L'opinione pubblica si forgia a Milano, a Torino ed anche a Napoli. Roma non è ancora la capitale dei giornali»1.

In effetti, nell'Italia, quale si era venuta configurando con la proclamazione del Regno, le premesse per uno sviluppo economico, che venivano maturando nel settentrione, erano destinate a riflettersi anche sulle strutture dei periodici. Non è un caso che il «Corriere della Sera», nato nel 1876, per iniziativa di Eugenio Torelli Viollier, con trentamila lire impegnate da tre amici benestanti, vivacchiasse, fino a quando non venne rilevato, nel 1885, da Benigno Crespi, ricco industriale cotoniero, il quale ne trasferì il controllo ad una accomandita semplice, dotandola di un capitale di centomila lire, interamente versato2. La nuova forma societaria diede maggiore libertà al giornale e, soprattutto, larghezza di intrapresa, anche perché il Crespi - come ricordò, anni dopo, Luigi Albertini3 - «fu il primo abbiente in Italia ad aver fede nel giornalismo indipendente, ad arrischiare denaro in un organo dell'opinione pubblica per ritrarne legittimi guadagni, a volerlo dominato non dalle sue idee e dai suoi interessi, ma dalle idee di quel giornalista che godeva la sua stima». Le vendite conobbero un aumento improvviso. Il «Corriere della Sera», il quale ancora, nel 1881, aveva una diffusione limitata, aumentò la tiratura fino a trentamila copie nel 1885, per avvicinarsi, due anni dopo, alle cinquantamila.

Nel capoluogo lombardo, in altri termini, cominciava a formarsi una stampa, interprete degli interessi di una società in sviluppo. «Milano - ha annotato uno studioso - fra tutte le città della penisola, è l'unica che assista, dopo il 1865, alla crescita di un giornalismo capace di cogliere e di mediare, sia pur lentamente, i diversi indirizzi economico-sociali della sua borghesia come degli ambienti popolari e di svilupparli su una più ampia e dinamica piattaforma di scelte e di orientamenti politici»4.

Negli stessi anni, invece, altri lamentava che

Roma ha ora circa una ventina di giornali politici quotidiani. Ma parecchi di questi giornali languono afflitti d'anemia, se non tirano innanzi litigando con la morte che hanno alle calcagna. In nessuna forse delle città che sono grandi centri di vita pubblica la stampa si trova in condizioni così poco propizie come a Roma. I giornali romani difficilmente possono trovare a Roma il numero di lettori necessario per mantenerli in vita, e nelle province incontrano una fortunata concorrenza nei giornali di Milano, di Torino, di Firenze, di Bologna, di Genova, di Napoli5.

Solo due quotidiani godevano di una condizione economica stabile, che permetteva di guardare al loro futuro con assoluta tranquillità. «La Tribuna», la quale era stata fondata, nel 1883, come organo della Pentarchia ed aveva vegetato con una tiratura di tremila copie, era stata acquistata, nel 1884, dal principe Maffeo Sciarra, che non solo le aveva costruito una sede moderna nel suo palazzo, dove era già il teatro Quirino, ma vi spendeva circa duecentomila lire l'anno. «Don Maffeo Sciarra - avrebbe commentato Aldo Chierici - diventato il patrono, il proprietario, l'amministratore della Tribuna, non lesinò davvero sui mezzi per lanciarla. Don Maffeo aveva soldi a palate e lui stesso non ne conosceva con precisione la quantità»6.

Ben presto, il giornale raggiunse una tiratura elevata, intorno alle centomila copie. Contribuì alla sua diffusione, com'è noto, la prosa del giovane D'Annunzio, il quale, appena ventenne e sposato da poco con la duchessa Maria Hardouin di Gallese, vi fece, sotto vari pseudonomi, le sue prove di cronista mondano, tesaurizzando l'esperienza, che gli sarebbe servita, più tardi, per scrivere Il Piacere7.

I mezzi, di cui il quotidiano, diretto da Attilio Luzzatto, disponeva, gli permisero una moderna tipografia, che poteva contare su quattro macchine rotative Denvey (una delle quali stampava fino a quattromila copie l'ora8) e, soprattutto, l'invio in Africa, dopo Dogali, di propri giornalisti, in grado di seguire da vicino le vicende coloniali italiane e di riferirne, mediante dispacci continui ed aggiornati. Si disse, addirittura, che il ministro degli esteri, Di Robilant, per essere informato con esattezza di quanto avveniva nel vecchio continente, preferisse leggere il quotidiano9.

Strada diversa, per emergere ed acquistare un proprio pubblico di lettori, scelse «Il Messaggero», fondato nel 1879 da Luigi Cesana. Il giornale puntò sulla cronaca «e la coltivò e la sviluppò, e tutte le questioni più palpitanti erano [...] largamente discusse, e tutti i fattacci minuziosamente raccontati»10. Per ottenere un'informazione differenziata e minuta, il Cesana avvertì che avrebbe retribuito con mezza lira chiunque gli avesse portato una notizia, riservandosi, però, di versare il compenso solo dopo un accurato controllo11. Egli aveva, infatti, notato che il quotidiano aumentava le vendite in sincronia con avvenimenti che emozionavano l'opinione pubblica, come l'attentato Passanante o il processo Fadda12.

Un ingegnoso sistema di economie, inoltre, gli consentì di ottenere, da ogni copia, il massimo del ricavato.

Com'è noto - sostenne Nicola Bernardini, fotografando la situazione nel 1890 - il sistema dell'abbuonamento è la norma costante del giornalismo italiano, come del giornalismo francese. In generale, i giornali italiani, essendo ancora ben lontani dal ritrarre dagli annunzi i lauti profitti che ne ritraggono i giornali inglesi o francesi, si sostengono principalmente per dato e fatto degli abbuonati. Al prezzo ormai diventato normale di 5 centesimi per numero, la vendita delle copie al minuto, per un giornale che abbia un formato medio, riesce quasi sempre passiva. Nei grandi centri le esigenze dei rivenditori sono tali da assorbire quasi più della metà del prodotto. Per la provincia, poi, l'amministrazione di un giornale ha da contare sulla restituzione delle copie invendute, sul diritto di posta e sui frequenti casi di insolvibilità, tantoché a ragguagliare a 2 centesimi netti per copia il prodotto degli esemplari venduti non si va molto lungi dal vero. È sopra questi due centesimi che ricadono dunque intieramente le spese di amministrazione e di redazione, il costo della carta e le spese di tipografia. Ora, calcolando che la sola carta importa sempre qualche cosa di più di un centesimo per fogli di formato medio, ed un centesimo e mezzo per quelli di gran formato, l'utile su cui l'amministrazione del giornale può fare fondamento per tener fronte a tutte le spese fisse di produzione, si riduce ad una frazione che varia da mezzo centesimo a nove decimi di un centesimo. Per aver dunque un utile dalla vendita occorrerebbe che la tiratura giungesse a proporzioni assolutamente straordinarie. Il Messaggero, attenendosi ad un formato che gli permette di fare sulla carta la maggior possibile economia, contando per la distribuzione della spesa fissa sopra una tiratura superiore a un dato numero di migliaia di copie, ha potuto realizzare sulla minuta vendita un profitto di un terzo di centesimo per esemplare. Così esso può permettersi di non tener calcolo alcuno degli abbuonati e di respingere gli annunzi, guadagnando in questo modo l'intera quarta pagina alle materie del giornale13.

Tra questi due estremi, costituiti, comunque, da periodici che non erano, certo, il risultato di una intrapresa industriale, si estendeva la distesa dei fogli ufficiali o ufficiosi, «pesanti, tardi, dottrinali»14, che facevano capo ad una personalità politica e che ne erano, di solito, sovvenzionati, come dimostrò, nel 1882, lo scandalo Oblieght e come confermò, qualche anno dopo, quello della Banca Romana15. «Si deve con rincrescimento confessare - annotò un testimone del tempo - ma a Roma si stenta a ritrovare il giornale che non abbia altro vincolo che quello delle idee politiche che rappresenta, il giornale che abbia solo nel pubblico il suo sostegno»16. Anche in questa palude, tuttavia, cominciarono ad avvertirsi tempi nuovi e qualcosa prese a muoversi. Il 25 maggio del 1880, infatti, uscì, in edicola, il «capitan Fracassa»17. Lo aveva finanziato, con diecimila lire, Moisé Bianchi, un banchiere fiorentino, trasferitosi a Roma18. Lo avevano fondato quattro giornalisti: Gennaro Minervini, Giuseppe Turco, Federico Napoli e Luigi Arnaldo Vassallo, che, pur di opinioni politiche diverse, trovarono il modo di convivere nella reciproca tolleranza, dando vita ad un foglio di opposizione, «con programma di sinistra»19. Il giornale conobbe un immediato successo, tanto che, nel giro di due anni, la sua proprietà venne stimata, pari, all'incirca, ad un valore di 120.000 lire20.

Animatore ne era Luigi Arnaldo Vassallo. Nato a Genova nel 1852, egli si era formato, giovanissimo, nell'ambiente repubblicano della città ligure21. Il suo apprendistato era avvenuto presso «L'Unità Italiana», diretta da Maurizio Quadro, un giornale che si era distinto per l'acceso tono anticlericale e per le battaglie irredentiste, cui aveva fatto seguito, dal 1873, la campagna per il suffragio universale22. Qualche tempo dopo, Vassallo passò, in qualità di cronista, al «Caffaro», diretto da Anton Giulio Barrili23. Qui, con lo pseudonimo di Macobrio, si occupò della cronaca. «Fu la rivelazione - è stato scritto - del talento giornalistico del Vassallo che il Bersezio qualificò allora il primo cronista d'Italia. Studiò e lavorò strenuamente. A tarda ora della notte andava a casa, uscendo dalla redazione del giornale, si ritirava nel suo studio e spuntava l'alba che egli era ancora là a studiare, a prendere note, a fare ricerche, poiché nella sua cronaca non era la sola esposizione dei fatti del giorno, ma dell'erudizione storica, letteraria e a volte anche scientifica che egli procurava con grande fatica sottraendo parecchie ore al sonno [...]. Barrili lo aveva preso a ben volere tanto che dopo averlo promosso redattore capo gli lasciava completamente nelle mani il giornale quando si assentava da Genova, riponendo in lui piena fiducia»24.

Sul medesimo periodico, Vassallo cominciò, anche, la sua attività letteraria, pubblicandovi bozzetti, appendici artistiche ed un romanzo, L'ammiraglio Maione, ispirato da alcune pagine del Guerrazzi, che l'editore Sommaruga avrebbe, qualche tempo dopo, riproposto col titolo Regina Margherita, portandolo ad una larga diffusione25.

Letteratura di consumo, scrisse giustamente, più tardi, Benedetto Croce26, tanto brillante, quanto superficiale ed inconsistente; ma letteratura che conobbe, con La famiglia De Tappetti27 o con Guerra in tempo di bagni e con la serie dei Pupazzetti, stampati, in migliaia di copie, dall'editore Streglio di Torino, un successo strordinario e che diede, all'autore, una vasta notorietà, confermata dagli applausi ai suoi monologhi, portati, sulla scena, dai più noti attori del tempo28.

Nel 1878, Vassallo si trasferì, come corrispondente de «Il Caffaro», a Roma, dove assunse lo pseudonimo di «Gandolin», diminuitivo di «gandulla», vocabolo genovese già allora in disuso, che significava birichino o sbarazzino29. Nella città eterna, diresse, per un breve periodo, «Il Messaggero», prima di dar vita al nuovo quotidiano, di appena quattro pagine, che rappresentò, tuttavia, «come una ventata di giovinezza nel mondo giornalistico contemporaneo»30. Il periodico aveva, rispetto ai suoi confratelli, la caratteristica, nuova per i tempi, di essere illustrato con ritratti e vignette satiriche. In un momento in cui la fotografia muoveva i suoi primi passi e la produzione grafica era legata a procedimenti complessi, che la rendevano costosa, la novità fu eclatante. «Il merito dell'innovazione nell'ambito della stampa quotidiana spetta[va] a Luigi Arnaldo Vassallo, Gandolin, che inventò e battezzò il pupazzetto», secondo Ugo Fleres, il quale ha descritto, anche, in qual modo avvenisse l'intera operazione. «In principio per questa vignetta di estrema rapidità - ha ricordato - si prendeva un pezzetto prismatico di legno da xilografia, compatto non duro, bosso qualche volta, molto più spesso, pero. Sopra una delle quattro faccie lunghe (su per giù sette otto centimetri), si stendeva un filo di biacca sciolto nell'acqua; e sulla candida pagina risultante, il pupazzettaro disegnava con poche linee, prima a lapis, poi a penna, la figura, che l'incisore xilografava togliendo via il fondo e facendo risaltare in rilievo quelle poche linee. Non altro. Si rimandava il legnetto in tipografia ove prendeva posto nella composizione in mezzo ai caratteri di stampa, dei quali, nella minor dimensione, aveva l'altezza»31. Ciò attribuì, al periodico, un tono scanzonato, che gli articoli - ben armonizzati in equilibrato dosaggio di politica, costume e letteratura - confermarono. Il «capitan Fracassa» poté avvalersi, fra l'altro, dell'ingegno di Matilde Serao, prima donna redattrice in Italia, la quale, dalla sue colonne, mosse alla conquista della notorietà32. In breve, il foglio divenne un centro di riferimento per gli esponenti, letterari e politici, della capitale, al punto che la sera, nei suoi locali, si riunivano a conversare illustri personaggi e vi si potevano incontrare Giosué Carducci o Giovanni Verga, di passaggio per Roma33. È noto, d'altronde, che proprio al «Fracassa» approdò il ventenne Gabriele D'Annunzio, appena uscito dal collegio Cicognini; segno di un richiamo non effimero, che aveva superato i confini della provincia34. «Non è lontano il giorno - sostenne "La Nuova Antologia", nel 1906, ricordando Vassallo - in cui si farà la storia del Fracassa, dove schermeggiava tanta giovane intelligenza italiana: di questo giornale così importante nella storia della nostra stampa periodica» 35.

Accanto a questi meriti, il «capitan Fracassa» ebbe, però, almeno un limite: non seppe darsi un indirizzo politico chiaro e coerente. La caduta della Destra, infatti, liberò l'euforia che accompagnava un'epoca di sacrifici, giunta al termine. Sorse dal Paese, ma ancor più dalla sua classe dirigente, la richiesta di riforme, le quali dotassero l'Italia di strutture efficienti e l'avviassero, al pari delle altre potenze europee, verso la modernità. Cominciava - ha scritto Federico Chabod36 - l'epoca della prosa, dopo le passioni ed i miti del Risorgimento, in cui interessi concreti si incontravano, ma anche si scontravano, sul palcoscenico modesto della vita quotidiana. Prendeva corpo la sensazione spiacevole che la politica scivolasse sul piano inclinato dell'affarismo.

Finché Vassallo se ne occupò, il giornale fu liberale democratico ed antitrasformista e rimase celebre la sua campagna contro Francesco Coccapieller37; ma, nel 1883, d'improvviso e senza motivo apparente, egli decise di abbandonarlo.

Alla fine dell' 83 - ha testimoniato Luigi Lodi - mi invitò a fare due passi fuori e mi disse: - Sai, io non voglio più rimanere qua: me ne vado.

- Te ne vai? E chi rimane?

- Tu, rimani; anche perché può darsi che io ritorni.

E se ne andò38.

Non sono note le ragioni del suo gesto39. Secondo alcuni, intervennero dissensi politici con gli altri proprietari40. Vi concorsero - stando al maggiore dei carabinieri Andrea Adolfo Tonelli, che lo scrisse in un rapporto - cause personali, le quali avrebbero riguardato l'avvio d'una relazione intima tra la moglie, Adelina, e Giuseppe Turco ed il desiderio di troncarla senza scandalo41. Dopo la sua partenza, il «capitan Fracassa» divenne crispino. Gandolin si ricondusse a Genova, donde, di tanto in tanto, tornava a Roma per rivedere parenti ed amici.

Quattro anni dopo, nel 1887, espresse, ad alcuni di loro, l'idea di dar vita ad un nuovo quotidiano42, al quale li chiamò a collaborare. Dal «capitan Fracassa», divenuto, nel frattempo, giornale ufficioso del Depretis, uscirono Luigi Lodi (Il Saraceno) e la moglie Olga (Febea), Luigi Bertelli (Vamba) ed Emilio Faelli (Cimone). All'iniziativa aderirono Cesare Pascarella, il pittore Enrico Lionne, il critico teatrale Edoardo Boutet (Caramba) e Luciano di Roccagiovane, che avrebbe firmato la prima rubrica dedicata, su un giornale italiano, allo sport.

Ancora una volta, l'avventura venne avviata senza alcuna solida base finanziaria.

All'ultimo - stando alle parole di Lodi - si accennò alla convenienza di trovare fondi. Ma il Vassallo troncò subito il discorso su questo punto, affermando: - Li troveremo.

L'affermazione parve pienamente soddisfacente [...]. Una mattina, soltanto, al caffé Colonna, Vassallo mi presentò a Lazzaro Gagliardo, aggiungendo: - Egli ci darà 20.000 lire pel Don Chisciotte.

Le 20.000 lire non furono poi date, ma perché non vennero mai chieste; quantunque nei primi mesi, specialmente, non mancassero le ore dure. In quel periodo iniziale, l'ufficio era illuminato la sera da candele, infilate entro bottiglie e anche bicchieri43.

Condirettore ne fu Luigi Lodi. Nato a Crevalcore il 2 settembre 1857, da padre medico, egli aveva compiuto i suoi studi a Bologna, dove era stato allievo del Carducci e si era laureato in lettere ed in giurisprudenza44. Nella città felsinea, aveva cominciato a collaborare, nel 1877, a «Pagine sparse», rivista di letteratura, filologia e storia, che, un anno dopo, s'era mutata in «Preludio»45. Nello stesso periodo (1881) aveva fatto uscire, assieme a Luigi Illica, un foglio, il «Don Chisciotte», il cui programma era stato dettato proprio dal Carducci. «Della nazione - vi si leggeva - affermare i diritti, gli interessi, la dignità; nella verità etnografica, secondo la tradizione storica, co'l sentimento patrio; sempre, per tutti, contro tutti. Allo svolgimento delle libertà politiche non altro limite segnare che la volontà del popolo manifestata co'l suffragio: alla energia della vita nazionale allargare e sgombrare il terreno». Sulla base di questi principi, il poeta postulava «un'arte libera e franca, che dal vero attinga la forza» e che, «accettando il meglio dei tempi nuovi», non rinunciasse alla «tradizione nazionale»46.

Vi era presente tutto il Carducci, che tuonava, acre, contro l'Italia dei propri giorni, ritenuta meschina, rievocando, a contrasto, i fantasmi d'una passata grandezza e meditando sul ruolo unificatore della monarchia. Proprio Lodi, d'altronde, gli aveva suggerito, nel 1878, in occasione della visita dei sovrani a Bologna, quell'ode alla regina, che aveva resa manifesta la sua conversione, suscitando clamorose polemiche47.

Della benevolenza del poeta per il giovane allievo rimane traccia, invece, nella corrispondenza con Ferdinando Martini48, il quale se ne dové ricordare, quando il giornalista si spostò, nel 1883, a Roma, così da affidargli «La Domenica Letteraria»49, alla cui direzione egli si fece onore, assumendo la difesa del D'Annunzio, autore di Intermezzo di Rime ed accusato da Giuseppe Chiarini di essere un poeta scollacciato, ai limiti dell'erotismo50. L'affetto del Carducci aprì a Lodi anche la redazione del «capitan Fracassa», dove si procurò la stima e l'amicizia di Vassallo.

È verosimile, dunque, che il «don Chisciotte della Mancia» richiamasse, nella testata, il non lontano precedente bolognese, tanto più che, in un riallaccio ideale, riproduceva alla lettera, nel primo numero, pubblicato il 20 dicembre 1887, l'antico programma carducciano51. Il nuovo periodico, il quale, nel formato e nei contenuti, ricordava il «capitan Fracassa», ne rinnovò il successo di pubblico. Nel giro di sei mesi, giunse a tirare seimiladuecento copie ed ebbe ottocento abbonati, mentre la sua proprietà venne stimata intorno alle cinquantamila lire. «Il giornale - scrisse, più tardi, Lodi52 - aveva imboccata una ben definita linea politica; era all'opposizione prudente, garbata, senza odio per nessuno; e anche senza legami con questo o quel gruppo. La Estrema Sinistra di allora gli era grata e la Destra dissidente gli faceva la corte». A voler essere precisi, si può dire, con maggiore esattezza, che il quotidiano propose una lettura attenta dei cambiamenti, attraversati dall'Italia, alla fine dell'Ottocento, criticando il decisionismo di Crispi, con le sue prime tentazioni coloniali, ed invitando ad un'oculata politica di riforme, le quali dessero una diversa e più alta dignità alla vita civile.

Il successo e la sua precaria struttura finanziaria, tuttavia, lo misero presto alla mercé di manovre, dirette a spostarne l'indirizzo editoriale. Nell'autunno del 1891, infatti, un banchiere, un costruttore, «che aveva accumulato non pochi milioni», ed un proprietario di terre, «che si occupava pure di imprese industriali», offrirono di investirvi, senza alcuna contropartita illecita, i mezzi, per dotarlo di una moderna tipografia e per organizzare i servizi dall'estero. La proposta venne accettata e, per alcuni mesi, tutto sembrò andar bene, ma, nell'aprile, si sparse la voce che i tre «mecenati» trattavano con il governo, per condividere a metà le loro spese, sui fondi segreti del ministero dell'Interno. Conosciute tali pretese,

Vassallo - sostenne Lodi, sul filo della memoria - mi chiamò nella stanza accanto, per dirmi: - Noi dovremmo trovarci in un pasticcio di tal genere?... E nella migliore ipotesi, se la faccenda tra loro si accomoda, ricevere il sussidio ministeriale?... Ma no, io me ne vado.

Ancora una volta ci trovammo perfettamente d'accordo e redigemmo una dichiarazione fatta così:

- Con questo numero i sottoscritti lasciano la direzione e la redazione del giornale53.

La lettera, che la conteneva, fu resa nota il 7 aprile del 1892 e segnò, di fatto, la fine del quotidiano.

Dopo una breve pausa, durante la quale venne tentato un originale esperimento di stampa a voci contrapposte54, il giornale tornò in edicola il 15 ottobre del 1893, con la testata, leggermente corretta, del «don Chisciotte di Roma». In un paese, squassato, in conseguenza dello scandalo della Banca Romana, dalla «questione morale», di cui Felice Cavallotti si era fatto alfiere ed interprete contro Crispi, la sua voce si levò, spigliata e pungente, a condannare le tentazioni autoritarie dello statista siciliano, culminate nello stato d'assedio nell'isola ed in Lunigiana, e le sue sconsiderate avventure africane. Quando, infine, nel marzo del 1896, la sconfitta di Adua aprì una nuova fase nell'attività parlamentare, accolse con favore il governo Di Rudinì, che assumeva l'oneroso compito di liquidare una triste eredità, salvo a ritrovare i toni della protesta nel maggio del 1898, di fronte alla minaccia per la democrazia, rappresentata dalle cannonate di Bava Beccaris e dai tribunali militari55. Il giornale, che avvertiva l'angustia delle basi sociali, sulle quali poggiava lo Stato liberale, sostenne la lungimirante necessità di ampliarle facendo posto ai soggetti politici, emergenti da una società dinamica.

Da lì a poco, la battaglia continuò su un nuovo periodico, «Il Giorno», che, germogliato dalla fusione con «Il Fanfulla», arrivò in edicola il 10 dicembre del 189956. Nell'editoriale del primo numero, il direttore, Luigi Lodi, ribadì queste idee.

Perché fra noi spesso si osserva - affermò - che l'Italia, nata da pochi anni ad unità, appare ed è, ormai, vecchia fra gli stati d'Europa che dovrebbero essere antichissimi; ma pochi si sono domandati perché così avvenga.

E il fatto innegabile della nostra vecchiaia intellettuale, civile a me pare provenga da ciò: che la penisola, dopo la mirabile e fortunata sua rivoluzione ha avuto un arresto nella propria cultura, nel modo di concepire il Governo e i fini che questo deve proporsi.

Ne avviene pertanto che da una parte esce fuori il conservatore, in cui persiste istintivamente un concepimento reazionario, di avanti il '60, e, dall'altra, si mantiene una specie di girondinismo costituzionale che trae i suoi esemplari dal Belgio, dalla Francia, dalla Spagna della prima metà del secolo.

Agli uni e agli altri sfugge ugualmente un decisivo valore: la formazione di una coscienza deliberata a diventare, a volta sua, dominante in quella grande moltitudine finora esclusa e la forza che i fattori economici hanno in quella moltitudine e nella organizzazione stessa della società moderna57.

Da tali premesse, le quali poggiavano sulla consapevolezza di una nuova realtà economica58, traeva origine l'ostilità al governo Pelloux59 ed al suo cieco convincimento «che non ci possa essere una dimostrazione, un comizio, una adunanza qualsiasi di più persone senza provocare un disordine; anzi, in realtà, il pensiero istintivo che dimostrazione, comizio, adunanza siano di per sé altrettanti disordini»60.

Il giornale, che si definiva schiettamente liberale e libero, comunque, nelle sue opinioni, coglieva, invece, tutta la novità della proposta giolittiana: «Chi vuole lo Stato per una classe - sosteneva, infatti - sta coll'onorevole Sonnino; chi crede non possa aver forza durevole e benefica che nel consentimento del maggior numero di persone, va coll'on. Giolitti»61.

La sua stagione, nondimeno, fu breve. Il 31 dicembre del 1900 un ulteriore cambiamento lo portò ad annullarsi ne «La Tribuna», di cui era, nel frattempo, divenuto direttore Luigi Roux. La sua principale ragion d'essere - si legge nel commiato - era venuta meno «quando [...] gli intendimenti politici della parte liberale avevano la loro sicura rappresentanza nel più diffuso fra gli organi quotidiani della penisola. La coesistenza - e non diciamo la concorrenza - poteva, dunque, diventare una superfluità»62.

Si concludeva, in tal modo, una vicenda, la quale aveva, attraverso i passaggi da noi indicati, rinnovato il linguaggio e lo stile del giornalismo romano. «La Nuova Antologia», con un giudizio riferito al «don Chisciotte della Mancia», ma estensibile agli altri quotidiani, che lo avevano preceduto o ne erano discesi, scrisse: «Ha fatto dimenticare il giornalismo togato, ha portato la politica al pubblico, invitandolo a parteciparvi, a dire il suo parere ed anche a canzonarla. Ha contribuito grandemente, con le sue doti comunicative ad interessare il pubblico di cose delle quali era bene si occupasse anche un po' sul serio, ha svegliato l'opinione pubblica, ch'era così bambina in Italia»63. «La Vita», che ne sarebbe stata, per il nome del direttore - Luigi Lodi - e per quelli dei collaboratori, l'ideale continuatrice dal 1905 fino alla grande guerra, fece parte, in realtà, d'una esperienza diversa.

A completare il nostro discorso, pubblichiamo, in appendice, alcune carte, provenienti dall'archivio privato della famiglia Lodi, dove si trovano, tuttora, conservate e da cui tornano alla luce, grazie alla cortese disponibilità degli eredi. Si tratta di una scrittura privata, relativa alla proprietà del «don Chisciotte della Mancia» e dei bilanci consuntivo del «don Chisciotte di Roma» e preventivo de «Il Giorno». Sono documenti, a nostro avviso, non comuni, per cui è appena il caso di rimarcarne l'assoluta originalità. Da sottolineare, piuttosto, ci sembrano altri aspetti.

I documenti, così come ci sono pervenuti, permettono, innanzitutto, di cogliere, nella loro sequenza, i vari passaggi da un'attività artigianale ad altra più organizzata e confermano, comunque, che entrambe, a Roma, si collocavano lontano da criteri rigidamente imprenditoriali.

Le cifre che contengono, attinenti ai collaboratori ed ai loro compensi, segnano, inoltre, una gerarchia di valori, rispondente non solo alle competenze, ma anche - è probabile - ai gusti dell'epoca. I nomi, infine, a cui si riferiscono, danno ragione a quanti, nei periodici di cui abbiamo discusso, videro una scuola di giornalismo e, nei loro direttori, autentici maestri, capaci di suscitare energie nuove, indovinando il talento in giovani, per lo più, sconosciuti. Ha scritto Emilio Faelli, rievocando Gandolin: «Noi lo chiamavamo il Maestro. Egli aveva cresciuto una famiglia di giornalisti, che parlando di lui dicevano il Maestro con una voce piena di tenerezza, con un'anima piena di reverenza. Egli incuteva il rispetto; egli ispirava con l'esempio; egli insegnava con le opere»64. Depurato dall'enfasi, il ricordo contiene, ci sembra, un nocciolo di verità.

Documenti

Roma, la sera del 29 maggio 1888

Nella casa posta in città, via delle Convertite, N. 8, si sono raccolti in una camera del 1o piano: - Arnaldo Luigi Vassallo del fu Emanuele di Genova, Luigi Lodi del fu Filippo di Crevalcore (Bologna) e Leone Vicchi del vivo Pietro di Fusignano (Ravenna), tutti d'età maggiore e domiciliati in Roma, i quali, per già precorse intelligenze, liberamente e in ogni più spontaneo modo, hanno voluto assodare con questa privata scrittura, da valere come pubblico strumento, quanto in appresso e cioè:

1o È stata presa la copia del giornale quotidiano il Don Chisciotte della Mancia, la quale porta la data del 29 maggio 1888, Anno II, N. 150, con articoli di Sancio Panza, Dulcinea ed altri, firmata da Luigi Arnaldo Vassallo responsabile e stampata dalla tipografia dell'Opinione; il qual giornale ha di presente una tiratura media di 6200 copie al giorno e più 800 abbuonati.

2o I suddetti Vassallo e Lodi hanno quindi dichiarato che questo giornale è stato in solidum da loro fondato, è di loro libera spettanza e nessuno ha diritti sopra il medesimo, perché personali del tutto sono gli impegni contratti da loro due fino alla somma di 30.000 lire per le spese di fondazione, delle quali £. 30.000, non meno che di un obbligo verso il signor Luigi Bertelli, si chiamano in debito e sono responsabili per loro stessi e non mai per conto e nome del Don Chisciotte.

3o È riconosciuto ed ammesso che il giornale a tutt'oggi è passivo e nella fiducia di renderlo quanto prima attivo il Vassallo ed il Lodi hanno accettato di chiamare il Vicchi in società.

4o Il Vicchi postosi a loro disposizione ha accettato a sua volta di farsi loro consocio ed essendosi ammesso che l'impianto del Don Chisciotte e l'averlo portato all'attuale diffusione costò loro in solidum fatiche e spese da potersi calcolare, insieme valutate, circa 50.000 lire, il Vicchi ha assunto l'obbligo di concorrere, fino al fabbisogno del giornale, per la somma di £. 25.000.

5o Il Vicchi, per ciò, si confessa vero e liquido debitore verso la cassa del giornale delle predette £. 25.000, che pagherà di mese in mese, al 1o d'ogni mese, incominciando con giugno prossimo, in rate di £. 2.000 per ciascuna, con la condizione che il Vicchi, diasi o non diasi la concreta combinazione di rendere attivo il giornale, non sarà mai tenuto a pagare per questa società più di £. 25.000, mentre viceversa dovrà cessare a suo favore la corrispondenza delle £. 2.000 mensili se per fortuna avverasi che il Don Chisciotte si renda attivo prima ch'egli abbia versato le pattuite £. 25.000.

6o Così, strette le mani e consacrando l'atto con la parola di gente d'onore, il giornale Don Chisciotte della Mancia s'è trasformato in un ente, la cui proprietaria società, senza distinzione di sorta, si compone di noi Luigi Arnaldo Vassallo, Luigi Lodi e Leone Vicchi, ad ognuno dei quali è vietato, per patto sine qua non, di provocare lo scioglimento della società, di negoziare la sua porzione di comproprietà e di consacrare la sua penna ad altri giornali fino almeno a tutto il 31 ottobre 1891.

7o Il giornale mantiene il suo colore politico, cioè liberale - democratico, e le attribuzioni dei tre soci comproprietari sono designate dalla posizione, che rispettivamente e singolarmente assume ciascuno di loro, vale a dire di direttore responsabile con diritto illimitato di revisione quanto a Vassallo, di condirettore e redattore capo quanto a Lodi e in fine di direttore in mancanza di Vassallo e di Lodi e di redattore avventizio a £. 25 l'articolo quanto a Vicchi.

8o È mantenuto l'attuale ufficio di redazione composto da Vassallo, Lodi Luigi, Lodi Olga, Bertelli, Faelli, Morini e Boutet, non meno che quello di Amministrazione con Zanardelli e Boffino.

9o Niuna spesa nuova e nessuna modificazione di personale stabile si potrà fare senza l'accordo espresso dei tre soci comproprietari, i quali stabiliscono fin d'ora il seguente consuntivo mensuale: Direzione e redazione fissa £. 1850; redazione avventizia, appendici e straordinaria collaborazione, £. 900; amministrazione, £. 260; risicatura e speditoria, £. 330; pigioni e portiere, £. 170; inservienti, £.130.

10o I consoci dichiarano l'uno all'altro non avere contratti impegni in opposizione alla presente scrittura, avere per detto quanto altro meritasse speciale mensione, voler supplire con buona ed amica fide in mancanza di patto legale ed obbligare alla più stretta osservanza loro stessi, beni ed eredi.

Luigi Arnaldo Vassallo

Leone Vicchi

Registrato a Roma lì Nove giugno 1888 al Reg. 30 Ser. 1 N.13927

Società Editrice Nazionale Roma, lì 25 gennaio 1900

Anonima con capitale di L.2.400.000

Roma - via Poli, 2 - Roma

AMMINISTRAZIONE

Signor Luigi Lodi

Roma

La liquidazione del Don Chisciotte secondo il conto presentatole e da Lei approvato presenta uno sbilancio passivo di £. 16107.68 delle quali a norma dei patti fra noi intervenuti £. 3053.34 debbono stare a di Lei carico.

Qui unito le rimettiamo il suo Conto particolare con la suddetta Liquidazione il quale, avendovi passato a suo debito le suddette £ 3053.34 presenta uno sbilancio di £ 2418.42 a di Lei debito.

Favorisca di farci conoscere in qual modo Ella intende rimborsarci di tale somma e gradisca i nostri rispettosi saluti.

Società Editrice Nazionale

Due Consiglieri d'Amministrazione

Conto del Sig. Luigi Lodi Dare Avere

1899

30 9bre Saldo debitore 741 98

4 dbre n/versamento 2500

5 " suoi pagamenti a diversi 2376 90

" " suo versamento alla Tipo-

grafia Falchetti in persona di

G.Raponi 1500

31 " sua metà del saldo passivo della

liquidazione del Don Chisciotte 3053 34

6295 32 3876 90

Saldo a pareggio 2418 42

6295 32 6295 32

S.E. od O.

Società Editrice Nazionale Li 30 Gennaio 1900

Anonima con capitale d L. 2.400.000

Roma -Via Poli, 2 - Roma

AMMINISTRAZIONE

Pregmo Signor

Luigi Lodi

Direttore del Giorno

Roma

Come d'accordo, il Consiglio di Amministrazione di questa Società si pregia di confermarle che la spesa di redazione ordinaria, collaborazione straordinaria e Corrispondenti (competenze e telegrammi) resta per ora fissata nel modo che segue:

Redazione Ordinaria 4590 N. 1

Collaborazione Straordinaria 1805 N. 2

Corrispondenti Esteri 6300 N. 3

Corrispondenti Italiani 2200 N. 4

Qui unite le trasmettiamo le varie distinte da cui risultano le somme suddette, rimanendo inteso che la S.V. avrà facoltà di stornare i fondi dall'una all'altra partita, rimanendo però fermi i totali suesposti come limiti della spesa.

In caso di straordinari avvenimenti per i quali tali cifre dovessero essere sorpassate, la S.V dovrà favorire di prendere preventivamente con questa Aministrazione gli accordi relativi.

Società Editrice Nazionale

Due Consiglieri d'Amministrazione

Lodi Luigi L. 1000

Lodi Sig. Olga 350

Angeli Diego 100

Arbib Edoardo 400

Bertelli Luigi 400

Bertini Raffaello 150

Boutet Edoardo 250

Faelli Emilio 400

Cantalupi 200

Nesti Gustavo 100

Novelli Enrico 100

Pavoni Leopoldo 200

Verroni Dante 100

(Tribunali) 60

Lionne Enrico 300

(Disegnatore) 120

Totale 4230

Campanelli 30

Foglia Servizio 130

Scialdoni 50

4440

Correttore 150

Totale generale L. 4590

Collaborazione straordinaria

Barrili 1 L. 30

D'Annunzio 1 L. 100

De Amicis 1 L. 100

Garofalo 2 L. 30 L. 60

Guerrini 2 L. 40 L. 80

Mancini 2 L. 20 L. 40

Nitti mensile fisso L. 250

Ojetti 4 L. 30 L. 120

Oriani 2 L. 50 L. 100

Bizzatti 2 L. 20 L. 40

Vecchi 4 L. 25 L. 100

Levi 2 L. 35 L. 70

Spinazzola 2 L. 30 L. 60

L. 1150

Imprevisti L. 250

L. 1400

Ferri L. 300

Valeri L. 60

Trilussa L. 45

Totale L. 1805

Clichès moda 250

Riviste finanziarie 200

Musica 150 60

L. 2405

Corrispondenti esteri

Stipendi

Parigi f. 600 L. 650

Londra £ 12 L. 350

Berlino Rm180 L. 250

Vienna pf L. 200

L. 1450

Telegrammi

Parigi f. 2000 L. 2200

Londra £. 40 1200

Berlino Rm 600 800

Vienna pf 240 650

L. 4850

Totale L. 6300

Corrispondenti italiani

Telegrammi

Napoli L. 200

Milano 150

Firenze 650

Torino 100

Palermo 100

Genova 100

Diverse e compensi 700

1500

Stipendi

Napoli 200

e spese 45 245

Milano 150

Genova 75

Torino 100

Firenze 130

L. 700

Totale L. 2200

Note

1. P. Vasili, Roma Umbertina (La Societé de Rome), prefazione e note di Fabrizio Sarazani, Milano, 1968, p. 241.

2. Sulla proprietà azionaria del giornale milanese, in questi anni, P. Melograni, Corriere della Sera (1919-1943), Bologna, 1965, pp. LXXXIII-IV.

3. L. Albertini, Venti anni di vita politica, parte I, vol. I, Bologna, 1950, p. 3.

4. V. Castronovo, La stampa italiana dall' Unità al fascismo, Bari, 1970, p. 8. Con la maggiore diffusione, cominciò ad acquistarsi, anche, consapevolezza del ruolo civile di una libera stampa. «Il giornale - scrisse, a fine secolo, un osservatore - è oggi la più potente leva dell'umana attività. Spinge lo sguardo per ogni dove, occulte ingiustizie reca alla luce del giorno, affina lo sguardo della legge e fa sì che nessun malvagio sia dinanzi alla stessa sicuro. Esso è il solo e prezioso pubblico controllo degli atti umani; in esso si concentra la generale coscienza». Nel contempo, tuttavia, cominciarono a sorgere i primi interrogativi sulla sua, reale, funzione. «Altri invece - informò il medesimo autore - battendo l'opposta via, ritengono irreparabile danno che la maggior parte del pubblico non altro legga che giornali, informando a questi il suo stile, la grammatica e l'ortografia, e che inoltre gran parte dei lettori, specie di poca esperienza e cultura, attribuisca ai giornali un'autorità in ogni campo della vita». A. Ramella, Giornali e giornalisti, Milano, 1898, pp. 8-9.

5. T. Cabras Conte di S. Felice, Roma contemporanea, Roma, s. d. (ma 1890), p. 80.

6. A. Chierici, Il Quarto potere a Roma, Roma, 1905, p. 131.

7. G. D'Annunzio, Scritti giornalistici (1882-1888), vol. I, a cura e con una introduzione di A.M. Andreoli, Milano, 1996.

8. Guida della stampa periodica italiana, compilata dall'avv. Nicola Bernardini, Lecce, 1890.

9. Tanto che un redattore, Eugenio Rubichi, affisse, alla porta del giornale, il seguente avviso ironico: «Il direttore della "Tribuna" riceverà i Ministri e i segretari generali la domenica e il giovedì, dalle ore 2 alle 4 pomeridiane. Fuori di questi giorni e di queste ore i ministri e segretari generali che desiderassero prendere visione dei dispacci d'Africa dovranno farne domanda per iscritto». A. Chierici, op. cit., pp. 134-135.

10. Ivi, p. 98.

11. Ivi, p. 101.

12. Si trattò di un processo indiziario contro una giovane venticinquenne, tale Raffaella Saraceni, accusata di aver fatto assassinare dal suo amante, un aiutante cavallerizzo di circo, il marito, capitano Fadda, reso impotente da una ferita, riportata nella battaglia di S. Martino. Contro la curiosità morbosa, suscitata dal dibattimento, si levò la rampogna di Giosué Carducci, che compose una celebre poesia. C. Barbieri, Il giornalismo dalle origini ai nostri giorni, Roma, 1982, pp. 78-79; G. Talamo, Il Messaggero e la sua città, vol. I, Firenze, 1979, pp. 38-39.

13. Guida della stampa periodica italiana, cit., pp. 111-112.

14. Cimone, Una setta di giornalisti. Profili, Milano, s. d. (ma 1920), p. 13.

15. V. Castronovo, op. cit., pp. 89 e 99-100.

16. T. Cabras Conte di S. Felice, op. cit., p. 89.

17. Il giornale recava, nel primo numero, la seguente filastrocca : «Passa / con tromba e grancassa / il prode illustre capitan Fracassa / che svolge la matassa / dell'alta della media e della bassa / società babuassa. / Egli trincia, sconquassa / batte, carezza, fulmina, tartassa / ma con quel viso che la gente spassa; / e gli abbonati in massa / salutano l'augusta sua carcassa. / Più famelico intanto di una tassa, / l'editore s'ingrassa / benedicendo il capitan Fracassa

18. O. Majolo Molinari, La stampa periodica romana dell'Ottocento, vol. II, Roma, 1963, p. 89.

19. Guida della stampa periodica italiana, cit., p. 110.

20. V. Castronovo, Per la storia della stampa italiana (1870-1890), in «Nuova Rivista Storica», anno XLVII (1963), p. 116.

21. L.A. Vassallo (Gandolin), Gli uomini che ho conosciuto, seguito dalle Memorie di uno smemorato, Milano, 1911, pp. 209-246.

22. F.E. Morando, Luigi Arnaldo Vassallo (Gandolin) e i suoi amici, Bologna, 1926, p. 41.

23. Id., Anton Giulio Barrili e i suoi tempi, Napoli, 1926, p. 54.

24. F. Donaver, Ricordi di Gandolin, estratto dalla «Rivista Ligure di Scienze, Lettere ed Arti», 31 marzo 1911, p. 127.

25. Ibidem.

26. B. Croce, La letteratura della nuova Italia, vol. V, Bari, 1974, pp. 304-308.

27. Per un'edizione recente, Gandolin, La famiglia De Tappetti, Roma, 1991.

28. L.A. Vassallo, Dodici monologhi di Gandolin, Milano, 1917. Pubblicati da Treves, i monologhi avevano raggiunto, a questa data, la quarta edizione e le diecimila copie di stampa.

29. Gandolin, aneddoti raccolti da Antonio Salucci, Roma, 1929, p. 9.

30. O. Majolo Molinari, op. cit., p. 192.

31. U. Fleres, Il cannocchiale di Uriel, Roma, 1952, p. 92.

32. «Come vedete - scrisse all'amico Ulderico Mariani il 26 marzo del 1882 - ora il Fracassa mi accorda i primi onori delle sue pagine: ora ci guadagno quattrocento lire e più al mese». Alla conquista di Roma, in «La Nuova Antologia», 16 novembre 1938, p. 385.

33. «Di fronte a Palazzo Chigi - ricordò, più tardi, Luigi Arnaldo Vassallo - ove ora sorge il gabbione dei fratelli Bocconi, era l'antico Morteo, il glorioso Morteo, che pareva anch'esso un'istituzione romana indistruttibile. Al secondo piano, verso strada, abitava Giovanni Prati, robusto ancora nell'erculea persona, ma il cervello già involuto nelle nebbie del caos. Sullo stesso ripiano, una bussola di panno verde mostrava nel centro un occhio di cristallo smerigliato, su cui, con caratteri gotici di fantasia, si leggeva: Capitan Fracassa.

Aperta la bussola, c'era un passetto dove tossiva il gerente; a destra, una cucinetta elevata agli onori di uffici amministrativi; poi, dalla stessa parte, una stanza molto modesta, che serviva soltanto a questi usi: direzione, redazione, fumoir, sala di lettura e circolo politico. Da questa saletta si passava in una stanzuccia, dove una scrivania faceva supporre che un redattore potesse raccogliersi nella solitudine; ma tutti gli scrittori avevano, per quel gabinetto, una speciale e decisa antipatia. Finalmente, in capo al passetto che menzionai dianzi, si aprivano i saloni gialli, ch'erano poi una sala soltanto, di pochi metri quadrati, con due finestre, scarse di luce, poiché davano in un vicoletto cieco, e con un finto caminetto che, poveraccio, poi, non fingeva nulla, perché ogni tanto cascava in terra con grande baccano e spavento dell'assemblea.

Le pareti erano tappezzate di una carta giallina, sopra cui dilettanti e maestri, con carboncino o colori a tempra, avevano schizzato, con felici improvvisazioni, ogni sorta di fantasticherie. Ebbene: quella salettaccia indimenticabile ha spesso raccolto le più note celebrità contemporanee; quei divani bassi, incomodi, scricchiolanti, foderati d'una stoffa orrendamente tigrata, riunivano, certe volte, un'assemblea d'immortali». Gandolin, Angelo Sommaruga, in «La Nuova Rassegna», 5 febbraio 1893, p. 92.

34. «Gabriele - ricordò Edoardo Scarfoglio - fanno ora due anni, giunse a Roma dall'Abruzzo con la bella e fresca ricchezza dei suoi vent'anni, e con molta opulenza di poesia e di prosa poetica. E subito mi venne a vedere. Ero, me ne rammento benissimo, sdraiato sopra una panca degli uffici del Capitan Fracassa, e sbadigliavo tra le ciancie di molta gente; e alla prima vista di quel piccolino con la testa ricciuta e gli occhi dolcemente femminili, che mi nominò e nominò sé con un'inflessione di voce anch'essa muliebre, mi scossi e balzai su stranamente colpito. E l'effetto fu, in tutti quelli che lo videro, eguale. [...] Gabriele ci parve subito un'incarnazione dell'ideale romantico del poeta: adolescente gentile bello, nulla gli mancava per rappresentarci alla fantasia il fanciullo sublime salutato da Chateaubriand in Victor Hugo». E. Scarfoglio, Il libro di Don Chisciotte, Firenze, 1911, p. 147.

35. Gandolin, in «La Nuova Antologia», 16 agosto 1906, p. 690.

36. F. Chabod, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, vol. I, Bari, 1965, p. 290.

37. Su questo strano personaggio e sulla sua fortuna, a Roma, D. Scacchi, «Abbasso le maschere». Democrazia e garibaldinismo a Roma (1881-1883), Roma, 1990.

38. L. Lodi, Giornalisti, Bari, 1930, p. 39.

39. «Come avesse liquidato la sua parte di proprietà del giornale, non disse mai, né si seppe da altri. Non mostrò allora, come in consimili occasioni, di interessarsi di tali argomenti». Ibidem.

40. O. Majolo Molinari, op. cit., p. 193.

41. V. Castronovo, Per la storia della stampa italiana (1870-90), cit., p. 117.

42. «Gandolin sulla fine dell'ottobre dell' 87 comunicò a me e a "Febea" l'idea di dar vita ad un nuovo giornale». L. Lodi, op. cit., p. 40.

43. Ivi, pp. 40-41.

44. Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti. 1938-48, II appendice, Roma, 1949, p. 226.

45. U. Bellocchi, Storia del giornalismo italiano, Bologna, 1980, p. 564.

46. Prose di Giosue Carducci (1869-1903), Bologna, 1944, pp. 339-40.

47. Eterno femminino regale, ivi, pp. 867-868. «E veda, dicevo a Luigi Lodi - ricordò il Carducci - se io non fossi io, cioè il poeta (come mi chiamano) della democrazia, poco mi ci vorrebbe per mostrare a questi monarchici borghesi come uno può esser cavaliere senza aver mai a' suoi giorni portato una croce.

Faccia un'ode alla Regina - dice Luigi Lodi.

Chi sa? - rispondo io.

La mattina dopo gittai giù le prime strofe dell'ode alla Regina d'Italia».

48. F. Martini, Lettere (1860-1928), Verona, 1934, ad indicem.

49. C.A. Madrignani, «La Domenica Letteraria» di Ferdinando Martini e di A. Sommaruga, Roma, 1978.

50. L. Lodi, Alla ricerca della verecondia, con scritti di G. Chiarini, E. Panzacchi, E. Nencioni, Roma, 1927.

51. G. Carducci, Don Chisciotte, in «Don Chisciotte della Mancia», 20 dicembre 1887.

52. L. Lodi, op. cit., pp. 41-42.

53. Ivi, pp. 43-44. In occasione della morte di Vassallo, nel 1906, Luigi Lodi rievocò il medesimo episodio in maniera analoga: «Soltanto nel 1891 - scrisse - cedemmo alla tentazione di farne un vasto organismo con molti capitali. I capitali vennero, ma, contrariamente a quanto era lecito in noi di ritenere, parvero fossero sottoposti a certe condizioni di ministerialismo. Allora non ci fu un momento solo di esitazione: - Usciamo dal giornale - dicemmo tutti noi.

L'indomani Vassallo partiva e mi telegrafava da Genova: Avvertimi quando c'è da ricominciare» l. l., Luigi Arnaldo Vassallo, in «La Vita», 11 agosto 1906.

54. Il 5 maggio del 1892 vide la luce, a Roma, un singolare quotidiano, «Il Torneo», il quale si proponeva come luogo di confronto tra opinioni politiche opposte. «Avere delle idee diverse - si leggeva nell'editoriale - ed esporle liberamente: questo è stato sempre il modo di fare una conversazione fra amici. E noi, che cosa desideriamo? Conversare fra noi che non andiamo d'accordo, nella speranza che il pubblico rimanga unito a starci a sentire». In lizza, in «Il Torneo», 5 maggio 1892. L'esperimento ebbe, però, vita breve. Il 31 dicembre del medesimo anno era già finito.

55. Luigi Arnaldo Vassallo aveva, però, già abbandonato il giornale, per assumere la direzione del «Secolo XIX» di Genova. «Carissimo Lodi - scrisse il 12 marzo del 1896 - Ti confermo quel che ti dissi a voce, ossia che la mutata situazione politica non mi permette più di conservare la direzione del Don Chisciotte, del quale s'intende non cesserò d'essere assiduo collaboratore.

Siccome tale mia determinazione, per le forme concordate a voce, non risulterebbe oggi al pubblico, ti prego di darmene atto con una riga e assumere da oggi la direzione del giornale. Tuo affezionatissimo Luigi Arnaldo Vassallo». La lettera, fino ad ora inedita, fa parte dell'epistolario di Olga e Luigi Lodi che, con il titolo Cara Olgagigi. Lettere ad Olga e Luigi Lodi (1881-1931) e con prefazione ed a cura di Ferdinando Cordova, è in via di preparazione per la stampa. Ringrazio gli eredi che mi hanno messo a disposizione il carteggio, di considerevole importanza per la storia letteraria e civile del Paese. Cavallotti criticò la disinvoltura, a suo dire eccessiva, con la quale Vassallo aveva accettato la responsabilità del giornale ligure, di proprietà di Ferdinando Maria Perrone. «Ma oggi - lo strapazzò con affetto - che si sa chi è il Perrone [...] non è possibile, non è concepibile che nel Secolo XIX, ove si arriva a chiamar indegno Gustavo Chiesi, non si abbia a leggere di tuo - non foss'altro in linea di imparzialità con tutti - neanche una parola, una sillaba di biasimo». F. Cavallotti, Lettere 1860-1898, a cura di C. Vernizzi, Milano, 1979, p. 363.

56. «Il Giorno» introdusse importanti innovazioni tecniche. Fu il primo quotidiano, ad esempio, che uscì, in Italia, stampato, in parte, a colori, in cromolitografia.

57. Il Saraceno, Incominciando, in «Il Giorno», 10 dicembre 1899.

58. «Senza dubbio - scriveva Nitti - l'agricoltura rimarrà lungamente, forse sempre, la parte maggiore del reddito nazionale [...]. Ma a noi non conviene però illuderci nella idea che il reddito agricolo sia sufficiente a tutta o a grandissima parte della nazione. Dove la civiltà penetra e crea ogni giorno bisogni nuovi; dove la terra è ristretta; dove la popolazione cresce come in pochi altri paesi civili; non si vive di sola agricoltura.

La trasformazione necessaria si è del resto compiuta e si va compiendo. Oltre tre milioni di uomini hanno negli ultimi venti anni portato in America la lingua italiana. Hanno aperto vie nuove alla nostra industria e nelle nostre attività. Adesso cominciano già a chiedere prodotti italiani e a formare sbocchi nuovi alle industrie». F.S. Nitti, Le frasi che uccidono. L'Italia non può essere che un paese agricolo, in «Il Giorno», 28 gennaio 1900.

59. «Ma si avvicina l'ora - auspicava Emilio Faelli - in cui un Governo, qualunque sia il nome dell'uomo che, forse fuori delle volontà e delle designazioni del Parlamento, sarà chiamato a presiederlo, avrà bisogno di un programma nuovo, audace, che parli alla fantasia, prima o poi soddisfi ai bisogni reali del paese, per salvare dal naufragio questa idea unitaria, a cui tutto si deve sacrificare, e che ogni giorno che tramonta lascia se non meno popolare, meno feconda di civili entusiasmi». Cimone, L'ordinaria amministrazione, in «Il Giorno», 16 gennaio 1900.

60. Il Saraceno, I deficienti, ivi, 2-3 maggio 1900. Da parte sua, Gabriele D'Annunzio, che, com'è noto, in quei mesi era passato, alla Camera, dai banchi della destra a quelli della sinistra, così spiegava il gesto ai lettori del quotidiano: «Da troppo tempo il popolo d'Italia attende una parola di vita. Nessuno glie l'ha detta, di coloro che sono partecipi del Governo e nessuno saprà dirgliela. Coloro sono morti. Guardateli in viso, quando seggono al banco del Potere con le braccia conserte e contemplano il soffitto che non crolla. Le vecchie seggiole sono più vive di loro». G. D'Annunzio, Morti e vivi, ivi, 26 marzo 1900.

61. Il Saraceno, Una lettera dell'on. Giolitti, ivi, 24 settembre 1900.

62. «Il Giorno», 31 dicembre 1900.

63. Gandolin, in «La Nuova Antologia», cit. Emilio Faelli, a sua volta, sostenne che Luigi Arnaldo Vassallo aveva trovato un giornalismo «declamatore» e lo aveva lasciato «amabile ragionatore e raccontatore, contemperante, fuori d'ogni noia e d'ogni istrionismo, la notizia e l'articolo, la narrazione e l'osservazione, l'imparzialità e la polemica, la parola e il disegno». Cimone, op. cit., p. 15.

64. Ivi, p. 22.