Giornali e giornalisti, a Roma, nell'Italia umbertina

di Ferdinando Cordova

La stampa della capitale, scriveva il conte zarista Paul Vasili, nel 1887, era poco autorevole e, di conseguenza, non esercitava un robusto ascendente sugli affari del Paese. «Roma - egli osservava - è una città piena di giornali; ma non è una città in cui la stampa abbia gran peso. L'opinione pubblica si forgia a Milano, a Torino ed anche a Napoli. Roma non è ancora la capitale dei giornali»1.

In effetti, nell'Italia, quale si era venuta configurando con la proclamazione del Regno, le premesse per uno sviluppo economico, che venivano maturando nel settentrione, erano destinate a riflettersi anche sulle strutture dei periodici. Non è un caso che il «Corriere della Sera», nato nel 1876, per iniziativa di Eugenio Torelli Viollier, con trentamila lire impegnate da tre amici benestanti, vivacchiasse, fino a quando non venne rilevato, nel 1885, da Benigno Crespi, ricco industriale cotoniero, il quale ne trasferì il controllo ad una accomandita semplice, dotandola di un capitale di centomila lire, interamente versato2. La nuova forma societaria diede maggiore libertà al giornale e, soprattutto, larghezza di intrapresa, anche perché il Crespi - come ricordò, anni dopo, Luigi Albertini3 - «fu il primo abbiente in Italia ad aver fede nel giornalismo indipendente, ad arrischiare denaro in un organo dell'opinione pubblica per ritrarne legittimi guadagni, a volerlo dominato non dalle sue idee e dai suoi interessi, ma dalle idee di quel giornalista che godeva la sua stima». Le vendite conobbero un aumento improvviso. Il «Corriere della Sera», il quale ancora, nel 1881, aveva una diffusione limitata, aumentò la tiratura fino a trentamila copie nel 1885, per avvicinarsi, due anni dopo, alle cinquantamila.

Nel capoluogo lombardo, in altri termini, cominciava a formarsi una stampa, interprete degli interessi di una società in sviluppo. «Milano - ha annotato uno studioso - fra tutte le città della penisola, è l'unica che assista, dopo il 1865, alla crescita di un giornalismo capace di cogliere e di mediare, sia pur lentamente, i diversi indirizzi economico-sociali della sua borghesia come degli ambienti popolari e di svilupparli su una più ampia e dinamica piattaforma di scelte e di orientamenti politici»4.

Negli stessi anni, invece, altri lamentava che

Roma ha ora circa una ventina di giornali politici quotidiani. Ma parecchi di questi giornali languono afflitti d'anemia, se non tirano innanzi litigando con la morte che hanno alle calcagna. In nessuna forse delle città che sono grandi centri di vita pubblica la stampa si trova in condizioni così poco propizie come a Roma. I giornali romani difficilmente possono trovare a Roma il numero di lettori necessario per mantenerli in vita, e nelle province incontrano una fortunata concorrenza nei giornali di Milano, di Torino, di Firenze, di Bologna, di Genova, di Napoli5.

Solo due quotidiani godevano di una condizione economica stabile, che permetteva di guardare al loro futuro con assoluta tranquillità. «La Tribuna», la quale era stata fondata, nel 1883, come organo della Pentarchia ed aveva vegetato con una tiratura di tremila copie, era stata acquistata, nel 1884, dal principe Maffeo Sciarra, che non solo le aveva costruito una sede moderna nel suo palazzo, dove era già il teatro Quirino, ma vi spendeva circa duecentomila lire l'anno. «Don Maffeo Sciarra - avrebbe commentato Aldo Chierici - diventato il patrono, il proprietario, l'amministratore della Tribuna, non lesinò davvero sui mezzi per lanciarla. Don Maffeo aveva soldi a palate e lui stesso non ne conosceva con precisione la quantità»6.

Ben presto, il giornale raggiunse una tiratura elevata, intorno alle centomila copie. Contribuì alla sua diffusione, com'è noto, la prosa del giovane D'Annunzio, il quale, appena ventenne e sposato da poco con la duchessa Maria Hardouin di Gallese, vi fece, sotto vari pseudonomi, le sue prove di cronista mondano, tesaurizzando l'esperienza, che gli sarebbe servita, più tardi, per scrivere Il Piacere7.

I mezzi, di cui il quotidiano, diretto da Attilio Luzzatto, disponeva, gli permisero una moderna tipografia, che poteva contare su quattro macchine rotative Denvey (una delle quali stampava fino a quattromila copie l'ora8) e, soprattutto, l'invio in Africa, dopo Dogali, di propri giornalisti, in grado di seguire da vicino le vicende coloniali italiane e di riferirne, mediante dispacci continui ed aggiornati. Si disse, addirittura, che il ministro degli esteri, Di Robilant, per essere informato con esattezza di quanto avveniva nel vecchio continente, preferisse leggere il quotidiano9.

Strada diversa, per emergere ed acquistare un proprio pubblico di lettori, scelse «Il Messaggero», fondato nel 1879 da Luigi Cesana. Il giornale puntò sulla cronaca «e la coltivò e la sviluppò, e tutte le questioni più palpitanti erano [...] largamente discusse, e tutti i fattacci minuziosamente raccontati»10. Per ottenere un'informazione differenziata e minuta, il Cesana avvertì che avrebbe retribuito con mezza lira chiunque gli avesse portato una notizia, riservandosi, però, di versare il compenso solo dopo un accurato controllo11. Egli aveva, infatti, notato che il quotidiano aumentava le vendite in sincronia con avvenimenti che emozionavano l'opinione pubblica, come l'attentato Passanante o il processo Fadda12.

Un ingegnoso sistema di economie, inoltre, gli consentì di ottenere, da ogni copia, il massimo del ricavato.

Com'è noto - sostenne Nicola Bernardini, fotografando la situazione nel 1890 - il sistema dell'abbuonamento è la norma costante del giornalismo italiano, come del giornalismo francese. In generale, i giornali italiani, essendo ancora ben lontani dal ritrarre dagli annunzi i lauti profitti che ne ritraggono i giornali inglesi o francesi, si sostengono principalmente per dato e fatto degli abbuonati. Al prezzo ormai diventato normale di 5 centesimi per numero, la vendita delle copie al minuto, per un giornale che abbia un formato medio, riesce quasi sempre passiva. Nei grandi centri le esigenze dei rivenditori sono tali da assorbire quasi più della metà del prodotto. Per la provincia, poi, l'amministrazione di un giornale ha da contare sulla restituzione delle copie invendute, sul diritto di posta e sui frequenti casi di insolvibilità, tantoché a ragguagliare a 2 centesimi netti per copia il prodotto degli esemplari venduti non si va molto lungi dal vero. È sopra questi due centesimi che ricadono dunque intieramente le spese di amministrazione e di redazione, il costo della carta e le spese di tipografia. Ora, calcolando che la sola carta importa sempre qualche cosa di più di un centesimo per fogli di formato medio, ed un centesimo e mezzo per quelli di gran formato, l'utile su cui l'amministrazione del giornale può fare fondamento per tener fronte a tutte le spese fisse di produzione, si riduce ad una frazione che varia da mezzo centesimo a nove decimi di un centesimo. Per aver dunque un utile dalla vendita occorrerebbe che la tiratura giungesse a proporzioni assolutamente straordinarie. Il Messaggero, attenendosi ad un formato che gli permette di fare sulla carta la maggior possibile economia, contando per la distribuzione della spesa fissa sopra una tiratura superiore a un dato numero di migliaia di copie, ha potuto realizzare sulla minuta vendita un profitto di un terzo di centesimo per esemplare. Così esso può permettersi di non tener calcolo alcuno degli abbuonati e di respingere gli annunzi, guadagnando in questo modo l'intera quarta pagina alle materie del giornale13.

Tra questi due estremi, costituiti, comunque, da periodici che non erano, certo, il risultato di una intrapresa industriale, si estendeva la distesa dei fogli ufficiali o ufficiosi, «pesanti, tardi, dottrinali»14, che facevano capo ad una personalità politica e che ne erano, di solito, sovvenzionati, come dimostrò, nel 1882, lo scandalo Oblieght e come confermò, qualche anno dopo, quello della Banca Romana15. «Si deve con rincrescimento confessare - annotò un testimone del tempo - ma a Roma si stenta a ritrovare il giornale che non abbia altro vincolo che quello delle idee politiche che rappresenta, il giornale che abbia solo nel pubblico il suo sostegno»16. Anche in questa palude, tuttavia, cominciarono ad avvertirsi tempi nuovi e qualcosa prese a muoversi. Il 25 maggio del 1880, infatti, uscì, in edicola, il «capitan Fracassa»17. Lo aveva finanziato, con diecimila lire, Moisé Bianchi, un banchiere fiorentino, trasferitosi a Roma18. Lo avevano fondato quattro giornalisti: Gennaro Minervini, Giuseppe Turco, Federico Napoli e Luigi Arnaldo Vassallo, che, pur di opinioni politiche diverse, trovarono il modo di convivere nella reciproca tolleranza, dando vita ad un foglio di opposizione, «con programma di sinistra»19. Il giornale conobbe un immediato successo, tanto che, nel giro di due anni, la sua proprietà venne stimata, pari, all'incirca, ad un valore di 120.000 lire20.

Animatore ne era Luigi Arnaldo Vassallo. Nato a Genova nel 1852, egli si era formato, giovanissimo, nell'ambiente repubblicano della città ligure21. Il suo apprendistato era avvenuto presso «L'Unità Italiana», diretta da Maurizio Quadro, un giornale che si era distinto per l'acceso tono anticlericale e per le battaglie irredentiste, cui aveva fatto seguito, dal 1873, la campagna per il suffragio universale22. Qualche tempo dopo, Vassallo passò, in qualità di cronista, al «Caffaro», diretto da Anton Giulio Barrili23. Qui, con lo pseudonimo di Macobrio, si occupò della cronaca. «Fu la rivelazione - è stato scritto - del talento giornalistico del Vassallo che il Bersezio qualificò allora il primo cronista d'Italia. Studiò e lavorò strenuamente. A tarda ora della notte andava a casa, uscendo dalla redazione del giornale, si ritirava nel suo studio e spuntava l'alba che egli era ancora là a studiare, a prendere note, a fare ricerche, poiché nella sua cronaca non era la sola esposizione dei fatti del giorno, ma dell'erudizione storica, letteraria e a volte anche scientifica che egli procurava con grande fatica sottraendo parecchie ore al sonno [...]. Barrili lo aveva preso a ben volere tanto che dopo averlo promosso redattore capo gli lasciava completamente nelle mani il giornale quando si assentava da Genova, riponendo in lui piena fiducia»24.

Sul medesimo periodico, Vassallo cominciò, anche, la sua attività letteraria, pubblicandovi bozzetti, appendici artistiche ed un romanzo, L'ammiraglio Maione, ispirato da alcune pagine del Guerrazzi, che l'editore Sommaruga avrebbe, qualche tempo dopo, riproposto col titolo Regina Margherita, portandolo ad una larga diffusione25.

Letteratura di consumo, scrisse giustamente, più tardi, Benedetto Croce26, tanto brillante, quanto superficiale ed inconsistente; ma letteratura che conobbe, con La famiglia De Tappetti27 o con Guerra in tempo di bagni e con la serie dei Pupazzetti, stampati, in migliaia di copie, dall'editore Streglio di Torino, un successo strordinario e che diede, all'autore, una vasta notorietà, confermata dagli applausi ai suoi monologhi, portati, sulla scena, dai più noti attori del tempo28.

Nel 1878, Vassallo si trasferì, come corrispondente de «Il Caffaro», a Roma, dove assunse lo pseudonimo di «Gandolin», diminuitivo di «gandulla», vocabolo genovese già allora in disuso, che significava birichino o sbarazzino29. Nella città eterna, diresse, per un breve periodo, «Il Messaggero», prima di dar vita al nuovo quotidiano, di appena quattro pagine, che rappresentò, tuttavia, «come una ventata di giovinezza nel mondo giornalistico contemporaneo»30. Il periodico aveva, rispetto ai suoi confratelli, la caratteristica, nuova per i tempi, di essere illustrato con ritratti e vignette satiriche. In un momento in cui la fotografia muoveva i suoi primi passi e la produzione grafica era legata a procedimenti complessi, che la rendevano costosa, la novità fu eclatante. «Il merito dell'innovazione nell'ambito della stampa quotidiana spetta[va] a Luigi Arnaldo Vassallo, Gandolin, che inventò e battezzò il pupazzetto», secondo Ugo Fleres, il quale ha descritto, anche, in qual modo avvenisse l'intera operazione. «In principio per questa vignetta di estrema rapidità - ha ricordato - si prendeva un pezzetto prismatico di legno da xilografia, compatto non duro, bosso qualche volta, molto più spesso, pero. Sopra una delle quattro faccie lunghe (su per giù sette otto centimetri), si stendeva un filo di biacca sciolto nell'acqua; e sulla candida pagina risultante, il pupazzettaro disegnava con poche linee, prima a lapis, poi a penna, la figura, che l'incisore xilografava togliendo via il fondo e facendo risaltare in rilievo quelle poche linee. Non altro. Si rimandava il legnetto in tipografia ove prendeva posto nella composizione in mezzo ai caratteri di stampa, dei quali, nella minor dimensione, aveva l'altezza»31. Ciò attribuì, al periodico, un tono scanzonato, che gli articoli - ben armonizzati in equilibrato dosaggio di politica, costume e letteratura - confermarono. Il «capitan Fracassa» poté avvalersi, fra l'altro, dell'ingegno di Matilde Serao, prima donna redattrice in Italia, la quale, dalla sue colonne, mosse alla conquista della notorietà32. In breve, il foglio divenne un centro di riferimento per gli esponenti, letterari e politici, della capitale, al punto che la sera, nei suoi locali, si riunivano a conversare illustri personaggi e vi si potevano incontrare Giosué Carducci o Giovanni Verga, di passaggio per Roma33. È noto, d'altronde, che proprio al «Fracassa» approdò il ventenne Gabriele D'Annunzio, appena uscito dal collegio Cicognini; segno di un richiamo non effimero, che aveva superato i confini della provincia34. «Non è lontano il giorno - sostenne "La Nuova Antologia", nel 1906, ricordando Vassallo - in cui si farà la storia del Fracassa, dove schermeggiava tanta giovane intelligenza italiana: di questo giornale così importante nella storia della nostra stampa periodica» 35.

Accanto a questi meriti, il «capitan Fracassa» ebbe, però, almeno un limite: non seppe darsi un indirizzo politico chiaro e coerente. La caduta della Destra, infatti, liberò l'euforia che accompagnava un'epoca di sacrifici, giunta al termine. Sorse dal Paese, ma ancor più dalla sua classe dirigente, la richiesta di riforme, le quali dotassero l'Italia di strutture efficienti e l'avviassero, al pari delle altre potenze europee, verso la modernità. Cominciava - ha scritto Federico Chabod36 - l'epoca della prosa, dopo le passioni ed i miti del Risorgimento, in cui interessi concreti si incontravano, ma anche si scontravano, sul palcoscenico modesto della vita quotidiana. Prendeva corpo la sensazione spiacevole che la politica scivolasse sul piano inclinato dell'affarismo.

Finché Vassallo se ne occupò, il giornale fu liberale democratico ed antitrasformista e rimase celebre la sua campagna contro Francesco Coccapieller37; ma, nel 1883, d'improvviso e senza motivo apparente, egli decise di abbandonarlo.

Alla fine dell' 83 - ha testimoniato Luigi Lodi - mi invitò a fare due passi fuori e mi disse: - Sai, io non voglio più rimanere qua: me ne vado.

- Te ne vai? E chi rimane?

- Tu, rimani; anche perché può darsi che io ritorni.

E se ne andò38.

Non sono note le ragioni del suo gesto39. Secondo alcuni, intervennero dissensi politici con gli altri proprietari40. Vi concorsero - stando al maggiore dei carabinieri Andrea Adolfo Tonelli, che lo scrisse in un rapporto - cause personali, le quali avrebbero riguardato l'avvio d'una relazione intima tra la moglie, Adelina, e Giuseppe Turco ed il desiderio di troncarla senza scandalo41. Dopo la sua partenza, il «capitan Fracassa» divenne crispino. Gandolin si ricondusse a Genova, donde, di tanto in tanto, tornava a Roma per rivedere parenti ed amici.

Quattro anni dopo, nel 1887, espresse, ad alcuni di loro, l'idea di dar vita ad un nuovo quotidiano42, al quale li chiamò a collaborare. Dal «capitan Fracassa», divenuto, nel frattempo, giornale ufficioso del Depretis, uscirono Luigi Lodi (Il Saraceno) e la moglie Olga (Febea), Luigi Bertelli (Vamba) ed Emilio Faelli (Cimone). All'iniziativa aderirono Cesare Pascarella, il pittore Enrico Lionne, il critico teatrale Edoardo Boutet (Caramba) e Luciano di Roccagiovane, che avrebbe firmato la prima rubrica dedicata, su un giornale italiano, allo sport.

Ancora una volta, l'avventura venne avviata senza alcuna solida base finanziaria.

All'ultimo - stando alle parole di Lodi - si accennò alla convenienza di trovare fondi. Ma il Vassallo troncò subito il discorso su questo punto, affermando: - Li troveremo.

L'affermazione parve pienamente soddisfacente [...]. Una mattina, soltanto, al caffé Colonna, Vassallo mi presentò a Lazzaro Gagliardo, aggiungendo: - Egli ci darà 20.000 lire pel Don Chisciotte.

Le 20.000 lire non furono po