Patriottismo e riforma politica

di Rosario Villari

Nell'appassionata esortazione patriottica dell'ultimo capitolo del Principe, scritta in un momento in cui l'Italia era già in parte caduta sotto il dominio della Spagna, Machiavelli affidava la speranza della difesa e riconquista dell'indipendenza italiana non soltanto all'avvento di un «principe nuovo». Egli aveva anche o mostrava di avere grande fiducia nella disponibilità delle popolazioni italiane verso l'impresa della liberazione e verso la riforma degli ordinamenti politici che ne era indispensabile premessa e condizione.

In Italia, scriveva, «non manca materia da introdurvi ogni forma. Qui la virtù è grande nelle membra quando non mancassi ne' capi». Le province che avevano sofferto le «alluvioni esterne» - aggiungeva -, avrebbero accolto con amore il nuovo principe: la loro sete di vendetta per le violenze subite nel corso delle invasioni, la loro ostinata fede, la loro pietà lo avrebbero sostenuto. Quali porte - scriveva - gli si chiuderebbero? Quali popoli gli negherebbero l'ubbidienza? Quale invidia gli si opporrebbe? Quale Italiano gli negherebbe l'ossequio? «A ognuno puzza questo barbaro dominio...».

La fiducia in una così ampia disponibilità non corrisponde però al quadro che di quel momento hanno poi tracciato gli storici. È stata sempre prevalente l'opinione che gli Italiani rimasero passivi di fronte all'invasione straniera e che, in definitiva, si adattarono e vennero a compromesso con gli invasori. La «eroica chiusa» (Dionisotti) del Principe, a parte i dubbi e le discussioni sulla data della stesura, è comunemente considerata soltanto una «visione poetica», come l'ha definita Benedetto Croce, una esortazione retorica del tutto irrealistica in quelle circostanze e per l'obiettivo che indicava.

Vi è in questo giudizio, insieme alla convinzione dell'impossibilità di opporsi efficacemente alle invasioni, anche una reazione alle inter-

pretazioni risorgimentali (quella di Pasquale Villari, per esempio) che hanno attribuito al Machiavelli, con una evidente forzatura, l'intenzione di indicare in quelle pagine una prospettiva di unificazione nazionale. L'uso dell'espressione «libertà dell'Italia», molto frequente nella pubblicistica politica e negli atti di governo in quegli anni, non comportava affatto l'abbandono del particolarismo degli Stati e tanto meno propositi di unificazione nazionale. Libertà d'Italia, nel rapporto con il mondo esterno, era l'indipendenza dei singoli Stati, ognuno con la sua autonomia: un sistema che aveva come punto di riferimento anche un'idea e un sentimento della nazione, ma con ben definite articolazioni particolari, il cui turbamento era considerato il pericolo maggiore per la comune sicurezza e per la pace. Anche «la unione de Italia» - la formula usata da Giovanni Pontano alla vigilia della discesa di Carlo VIII - altro non voleva essere che una proposta di accordo o alleanza tra gli Stati. Machiavelli era aperto più di molti suoi contemporanei alla considerazione d'insieme dei problemi italiani, ma certo non trascurava la complessità della situazione e verosimilmente non pensava alla possibilità di superare, in un programma di rinascita, le realtà statuali esistenti. Anche la sua visione della riforma politica restava centrata in un'area particolare, quella toscana e romana; e non a caso, qualche anno dopo la stesura del Principe, il suo progetto di riforma prese corpo nel discorso sullo Stato di Firenze indirizzato al papa Leone X (Discorso per rassettare le chose di Firenze dopo la morte del ducha Lorenzo).

L'Esortazione fu scritta quando non si era ancora diffusa e affermata la convinzione che l'invasione francese del 1494 aveva segnato una svolta definitiva e aperto una nuova età nella storia italiana ed europea. La seconda discesa francese e l'impianto del dominio spagnolo nel regno di Napoli avevano fatto risorgere le preoccupazioni che il successo della lega italiana contro Carlo VIII aveva attenuato; tuttavia soltanto le esperienze della seconda metà degli anni venti e l'affermazione in Italia del potere di Carlo V eliminarono incertezze e illusioni sulla dipendenza delle sorti del paese dalle potenze straniere e dai loro conflitti.

A parte la precisazione del quadro politico-ideale e del momento storico in cui l'Esortazione deve essere inserita, vi è comunque il problema degli elementi concreti su cui Machiavelli si basava quando parlava di un'Italia «tutta pronta e disposta a seguire una bandiera». La sua fiducia non poteva nascere soltanto dal riferimento alle reazioni immediate ed elementari provocate dalla guerra e dalle invasioni. Secondo il suo giudizio, infatti, soltanto la riforma delle istituzioni politiche, degli ordinamenti militari e dello spirito pubblico, poteva creare le condizioni per superare la crisi che aveva aperto la strada alle invasioni e per suscitare una efficace resistenza e una valida reazione nazionale. Anch'egli forse subì, come Guicciardini, la suggestione retorica della cosiddetta disfida di Barletta, il piccolo torneo tra francesi e italiani passato poi a rappresentare per le scolaresche dell'Italia unita la permanenza delle virtù italiche attraverso la catastrofe nazionale. Ma l'accenno che egli fa nel XXVI capitolo del Principe ai «duelli» e ai «congressi de' pochi», ed alla superiorità dimostrata dagli italiani in questi casi, mira in sostanza a ridimensionare il significato e l'importanza degli eroismi individuali ed è invece l'occasione e lo spunto per considerazioni di ben più grande rilievo sull'organizzazione militare e sull'azione politica dei popoli e degli Stati, cioè sui grandi temi che gli stavano veramente a cuore. Egli puntava soprattutto sulla corrispondenza tra il «principe nuovo» e un movimento complessivo della società italiana.

Negli episodi di resistenza antifrancese, antispagnola e antimperiale che si verificarono, oltre che a Firenze, in Lombardia, nel Veneto, a Genova e nel regno di Napoli, e nelle iniziative politiche che furono prese in quegli anni non mancarono, insieme a un qualche senso dell'identità nazionale e della comunanza di interessi delle popolazioni italiane, tendenze, aspirazioni e tentativi di riforma. Il fatto che non ebbero un peso decisivo e non riuscirono a salvaguardare l'indipendenza della penisola non significa che, anche a prescindere dai problemi di interpretazione del pensiero di Machiavelli, essi siano privi di importanza per il giudizio sulla coscienza civile e sui caratteri della società italiana in uno dei periodi più travagliati della sua storia.

Al di là delle ovvie differenze, una caratteristica comune dei vari movimenti, per l'aspetto della riforma interna, fu in effetti l'aspirazione all'ampliamento delle forme di partecipazione politica, ad un maggiore equilibrio tra privato e pubblico nel governo degli Stati (cioè tra il potere personale del principe e gli organismi rappresentativi della società) e tra la rappresentanza nobiliare e quella popolare nei diversi livelli dell'ordinamento politico e dell'amministrazione pubblica. Firenze fu certamente il centro in cui la tensione sostenuta dall'idea del rinnovamento e dal repubblicanesimo democratico fu più intensa e durò più a lungo, dalla formulazione religiosa del Savonarola all'ultima repubblica. Le vicende sono note e non è necessario tornare a parlarne in questa occasione. Nel Veneto il movimento si manifestò a livello locale e periferico, nei centri e nelle città della terraferma. Il tentativo di ridurre il potere nobiliare nei Consigli cittadini non fu sostenuto dalle magistrature della Repubblica, ma la repressione e l'epurazione degli esponenti locali, in maggioranza nobili padovani e vicentini, che erano passati nel campo avverso e la loro sostituzione con elementi fedeli produsse anche importanti mutamenti nei rapporti tra Dominante e dominati. Nel regno di Napoli, dove fino allora il dibattito era stato inferiore ai livelli di intensità e di qualità che aveva raggiunto a Firenze, protagonista principale fu invece il popolo della capitale. Lo scontro tra nobiltà e popolo si svolse dal 1494 al 1506, avendo come punto di riferimento i cinque sovrani che si avvincendarono sul trono in quel breve periodo. I risultati furono relativamente modesti, se vengono considerati in rapporto alla rivendicazione della parità di rappresentanza tra nobili e popolo nell'amministrazione della capitale che allora fu per la prima volta avanzata e nettamente respinta. Ma il valore di quello e degli altri movimenti contemporanei di analoga ispirazione non può essere valutato soltanto alla luce della sconfitta che tutti subirono o delle illusioni che li accompagnarono. La filosofia politica che sostenne l'azione dei popolari affiora, nel caso di Napoli, oltre che dai documenti ufficiali delle capitolazioni del 1495, 1496, 1498 e 1506, anche dal commento che un anonimo cronista dedicò, all'inizio di questa fase, all'esito dei contrasti. L'insoddisfazione per i risultati delle concessioni ottenute dai popolari durante la breve permanenza di Carlo VIII, spinse il cronista ad una riflessione significativa:

Quando lo regno tiene bono superiore, che non osserva a qualità [cioè che non fa dipendere le sue decisoni dal rango sociale dei sudditi] ma alla Giustizia, ognuno si contenta perché s'have a stare all'ubbedienza; li Popoli sono allegri perché sono Vassalli tutti ad uno Re, uno Signore; e lo popolano è vassallo come li Signori e Baroni e qualsivoglia Gentilhuomo, ché tutti son compagni.

Il «bono superiore» che il cronista auspicava non era una magistratura repubblicana ma un principe. Le idee di riforma non avevano qui un'impronta repubblicana come a Firenze. Era comune ai protagonisti della riflessione politica di quegli anni l'idea che per il regno di Napoli solo un governo monarchico fosse conveniente. L'eguaglianza, che è il nocciolo della riflessione del cronista e di cui cercherò di esporre avanti il significato, non era associata soltanto al repubblicanesimo. È in nome dell'appartenenza alla patria comune che i sudditi emarginati ed esclusi fino allora dalla rappresentanza politica possono chiedere una modifica istituzionale a loro favore e rivendicare nel governo dello Stato (sia esso monarchico o repubblicano) la prevalenza della giustizia sull'arbitrio e sulla parzialità. L'idea della riforma, insieme ad una reazione patriottica e indipendentistica, ebbe ancora a Napoli una manifestazione concreta ed ulteriore sviluppo nel 1510. Si creò allora un movimento, basato questa volta sull'unione tra nobiltà e popolo, contro il tentativo di introdurre l'Inquisizione di Spagna. Nell'opposizione contro questo progetto, una parte della nobiltà e i rappresentanti del popolo tentarono di dare una forma permanente e un contenuto più ampio all'accordo politico; episodio del quale il Croce dice addirittura che fu «quasi un avviamento a quel che più tardi doveva, con miglior fortuna, accadere nelle Fiandre». A parte le potenzialità indipendentistiche, il fatto nuovo fu l'opposizione al potere in nome degli interessi collettivi e non degli esclusivi e anacronistici privilegi del baronaggio.

Le idee e volontà di riforma politica che attraversarono i decenni della crisi e delle guerre d'Italia emersero certo con maggiore evidenza sul terreno del repubblicanesimo; ma anche all'interno del principato si manifestarono esigenze e propositi di reagire con la riforma alla crisi italiana; ed io credo che non debbano essere sottovalutate neppure le aspirazioni alla riforma e a forme di autonomia che cercarono di affermarsi nel forzato adattamento al dominio straniero o almeno nella fase in cui esso non si era ancora instaurato in tutta la sua pienezza. Il caso di Napoli appena citato non è il solo.

Anche a Milano l'atteggiamento dei gruppi dirigenti e delle forze politiche non fu passivo. Una volta constatata l'impossibilità di mantenere una piena sovranità, i milanesi si proposero di conservare spazio e condizioni di autonomia dentro il dominio di un potere esterno. Anche qui, non fu un momento e un aspetto della tradizionale resistenza dei privilegiati alla centralizzazione del potere ed allo sviluppo dello Stato. Non fu, cioè, l'aspirazione ad una conservazione statica, ad una pura e semplice difesa dell'esistente e alla possibilità di approfittare della lontananza del sovrano e della sua impossibilità di esercitare un governo diretto. Gli anni della crisi furono anche anni di progetti e di iniziative di riforma: fu la stessa incertezza e mutevolezza dei tempi che stimolò l'impegno riformatore se non sul piano generale dello Stato almeno in quello delle istituzioni locali e cittadine. I risultati concreti prodotti da questo impegno e dalle reazioni alla pressione straniera non furono certo sufficienti ad impedire l'assoggettamento e quindi la caduta delle aspirazioni o delle illusioni di indipendenza; ma crearono, insieme ad una forte coscienza di sé della comunità milanese e lombarda, la possibilità di rivendicare, sotto il governo spagnolo, aree di autogoverno, tradizioni di capacità amministrativa, il senso di una collettività in qualche misura omogenea e animata da spirito civico.

Altri esempi, come quello della rivolta degli Straccioni di Lucca, esprimono la coincidenza della volontà di riforma e della crisi ed il protrarsi dei tentativi di azione fin dentro la fase più avanzata e definitiva di impianto del dominio straniero. Oltre cinquant'anni fa, Carlo Dionisotti ha ripubblicato, con un'ampia introduzione, l'Orazione ai nobili di Lucca di Giovanni Guidiccioni (1533). Dionisotti ha tracciato allora una linea di interpretazione che tendeva a valorizzare, con riferimento al particolare contesto politico e culturale di Lucca, le idee di rinnovamento e le reazioni patriottiche che circolarono in quella fase della storia italiana. L'analisi era tanto più significativa in quanto riguardava non la rivolta in se stessa - della quale si dava comunque una breve e precisa narrazione - ma una successiva riflessione che, a sconfitta avvenuta, coglieva il valore profondo del movimento e lo indicava alla sensibilità politica e morale dei vincitori. Nel suo discorso Guidiccioni prendeva le distanze dall'insurrezione per poter affermare con maggiore forza la validità delle esigenze da cui essa era nata e per trasferire la sua affermazione ideale, al di là del singolo episodio, al complesso della realtà italiana di quel momento.

Pur con tutti i loro limiti, le contraddizioni, le illusioni e il comune destino della sconfitta, mi sembra che i movimenti e tentativi a cui ho fatto cenno andassero nel senso della riforma politica e civile che Machiavelli auspicava. L'importanza del concetto di «equalità», che era al centro dei suoi progetti di riforma, è stata di recente sottolineata, ma non sempre il suo rapporto con il patriottismo è apparso con la necessaria evidenza. Anche se nell'opera del Machiavelli non manca qualche accenno vagamente pauperistico, la sua idea di eguaglianza non era né l'egualitarismo sociale e cristiano diffuso nel tardo Medioevo e ancora vivo nella prima età moderna, e neppure una anticipazione dell'eguaglianza giuridica e della universalità dei diritti politici dei cittadini. Era invece un principio di solidarietà basato sull'appartenenza alla comunità e sull'interesse comune: in questo senso essa è strettamente connessa con il patriottismo. La «equalità dei cittadini» non escludeva la disparità giuridica e un certo grado di diseguaglianza dei diritti politici. Ma non equivaleva al puro e semplice rispetto della legge. Il principio comportava infatti anche la rivendicazione di un «governo largo» come condizione per affermare stabilmente l'autorità della legge e per evitare l'arbitrio, l'anarchia e la tirannide. L'obiettivo essenziale (che allora non riuscì a superare lo scontro delle fazioni ed a porsi come obiettivo generale delle comunità sociali e statali che componevano il mosaico italiano) era il consolidamento del legame civile tra tutti i membri della comunità, la subordinazione di tutti, grandi e piccoli, ognuno con il suo livello di potere sociale e politico, all'interesse generale.

L'antitesi di questo patriottismo era, nel linguaggio di Machiavelli, l'Ambizione. Intorno a questo termine egli costruì la spiegazione dello squilibrio di forze che si era creato tra l'Italia e le altre potenze europee e che aveva determinato la catastrofe italiana. Nel capitolo in terzine intitolato appunto Dell'ambizione, dedicato a Luigi Guicciardini, egli affrontò il grande problema che sorgeva dall'esperienza della crisi:

Ma se volessi saper la cagione / perché una gente imperi e l'altra pianga, / regnando in ogni loco l'Ambizione; / e perché Francia vittrice rimanga; / dall'altra parte, perché Italia tutta / un mar d'affanni tempestoso franga; // e perché in questa parte sia ridutta / la penitenza di quel tristo seme / che Ambizione ed Avarizia frutta; // se con Ambizion congiunto è insieme / un cuor feroce, una virtute armata, / quivi del proprio mal raro si teme. // Quando una region vive efferata / per sua natura, e poi per accidente / di buone leggi è instrutta ed ordinata, // l'Ambizion contra l'esterna gente / usa il furor, ch'usarlo infra se stessa / né la legge né il re glielo consente; //onde il mal proprio quasi sempre cessa, / ma suol ben disturbar l'altrui ovile, / dove quel suo furor l'insegna ha messa. // Fia per avverso quel loco servile, / ad ogni danno, ad ogni ingiuria esposto, / dove fia gente ambiziosa e vile. // Se viltà e trist'ordin siede accosto / a questa Ambizione, ogni sciagura, / ogni rovina, ogni altro mal vien tosto. [...]

La diversità (tra la Francia e l'Italia, in particolare) consisteva essenzialmente nella capacità dei buoni ordinamenti politici, basati sul patriottismo, di frenare e controllare l'ambizione dirigendola verso l'esterno.

Nella letteratura politica della seconda metà del Cinquecento e dell'età barocca l'uso di questo termine (ambizione) divenne sempre più frequente e sempre più nettamente indirizzato a definire il ribellismo dei grandi signori. Da Lipsio a Botero, dalla Satyre Menippée ai trattati dei «politiques» e dei sostenitori di Enrico IV, alle riflessioni dei costruttori del sistema assolutistico come Richelieu, Olivares e Mazzarino, il riferimento a questo nesso fu costante.

La contrapposizione tra ambizione (o faziosità propria soprattutto dei grandi) e «civile equalità» (o patriottismo) appartenne indubbiamente anche a Machiavelli. Nello stesso senso la lotta contro l'ambizione ispirò anche i tentativi di reagire alla crisi che travolgeva la libertà e l'indipendenza dell'Italia. In seguito la speranza o l'illusione che la lotta contro l'esclusivismo e il ribellismo dei ceti privilegiati potesse avere successo con l'instaurazione di un forte potere esterno favorì il processo di adattamento all'irresistibile impianto del dominio spagnolo.

In uno scritto sulla coscienza nazionale italiana, Felix Gilbert, riferendosi a questo periodo, si è domandato perché non ci fu allora in Italia «la reazione che di solito si verifica di fronte al dominio straniero, un sussulto di sentimento nazionale». La domanda avrebbe dovuto forse essere più correttamente formulata in modo da non escludere un apprezzamento dei tentativi e delle iniziative a cui ho sommariamente accennato.

È vero, però, che il movimento suscitato dalla crisi e dall'impatto esterno fu sopito e scomparve dopo il 1540: silenzio dell'alta pubblicistica politica, chiusura nel privato, cortigianeria, conformismo, velleitaria nostalgia di posizioni e speranze che avevano perduto concretezza e attualità, pessimismo e senso di impotenza. Non credo, tuttavia, che questo quadro possa essere esteso a tutto il periodo del dominio spagnolo. Il riformismo politico rinacque, dapprima come tentativo interno al regime assolutistico ed alla monarchia e infine nella forma di un repubblicanesimo ispirato non tanto o non più soltanto alla tradizione delle città-Stato italiane quanto invece o soprattutto ai movimenti di indipendenza e di liberazione sorti nei domini della corona spagnola e dell'impero: dai Paesi Bassi alla Boemia alla Catalogna al Portogallo. E rinacque, con caratteri nuovi e diversi, non solo sul piano teorico ma come movimento politico reale.

Il rapporto dinamico fra patriottismo e riforma cominciò a riemergere tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento, sullo sfondo di una crisi sociale particolarmente acuta e drammatica, in un quadro religioso, politico e culturale profondamente mutato dalla Controriforma ed in coincidenza con i segni di decadenza e di difficoltà della potenza dominante. L'orizzonte entro il quale si svolsero idee e movimenti fu ancora quello delle realtà statuali esistenti e della tradizionale struttura politica; ancora più caratteristico fu il fatto che inizialmente i progetti di riforma furono ritenuti compatibili con il dominio straniero. Soltanto più tardi, le conseguenze del coinvolgimento italiano nella guerra dei trent'anni e l'accentuata crisi della monarchia spagnola portarono in primo piano l'esigenza e i propositi di indipendenza.

Nello Stato di Milano, proprio per i mutamenti avvenuti nella fase della grande crisi, la rappresentanza e le diverse espressioni degli interessi locali furono in grado di condizionare e moderare il potere della monarchia. Anche la forza che il movimento della Controriforma diede alla Chiesa ambrosiana operò nella stessa direzione. La vicinanza della minaccia francese e un imponente flusso di aiuti finanziari e militari dall'Italia meridionale e dalla Sicilia contribuirono poi a mantenere solidarietà ed equilibri interni, e ad attenuare i contrasti col governo spagnolo. Nelle altre parti d'Italia, accanto alle forme più appariscenti di opposizione che venivano dalle resistenze e dalle congiure arcaiche ed anacronistiche di grandi esponenti del baronaggio meridionale e dagli intrighi di principi laici di altre parti d'Italia e signori della Chiesa, ci furono, se non profondi mutamenti, almeno prodromi e segnali di una svolta. L'antispagnolismo di Traiano Boccalini e di altri letterati e scrittori non riuscì a far coagulare forze e movimenti politici, ma non deve essere sottovalutato né come elemento di collegamento ideale e culturale con altri paesi dell'Europa centrale e nord-occidentale né per i suoi contenuti nuovi di critica politica. Trattatisti come Luciano Zuccolo, Brignole Sale, Torquato Accetto e cronisti come Bisaccioni, Bentivoglio, Siri e altri uscirono fuori dai canoni della trattatistica conservatrice della ragion di Stato e della pubblicistica ufficiale e governativa. Anche a Genova non mancarono, in relazione con progetti di riforma degli ordinamenti della Repubblica e con rinnovate tensioni politiche e sociali interne, le manifestazioni di insofferenza verso il tradizionale e consolidato rapporto con la Spagna. La traduzione degli scritti di Bartolomeo de las Casas sullo sterminio degli Indiani d'America, pubblicata a Venezia negli anni fra il 1626 e il 1636 (con notevole ritardo rispetto a quelle fatte in altri paesi europei) introdusse anche in Italia uno dei motivi più forti della propaganda e della polemica contro l'imperialismo spagnolo.

Gran parte di questo travaglio non riuscì a superare i confini dell'attività culturale e gli ostacoli della repressione e della censura. Il trapasso dalla elaborazione culturale all'iniziativa politica avvenne, questa volta, soprattutto nell'Italia meridionale, dove l'impresa era più difficile e l'apparato repressivo più pesante; ma forse anche per questo. Se si vuole personalizzare l'inizio del movimento esso non va riferito, se non parzialmente e per vie indirette, al nome di Tommaso Campanella, anche se la sua influenza contribuì a diffondere l'ondata di risentimento antispagnolo dei primi decenni del Seicento. La sua posizione, malgrado le potenti suggestioni ideali delle sue opere e la funzione di simbolo dell'oppressione che egli ebbe per il processo e la lunga carcerazione, restava troppo personale e chiusa in un disegno razionalistico, utopistico ed elitario.

A dare l'avvio alla rinascita fu invece un gruppo più vicino a idee e sentimenti diffusi nel ceto medio della capitale e in qualche modo idealmente collegati alle ormai lontane esperienze della crisi provocata dalle invasioni. La ripresa del binomio patriottismo-riforma fu giustificata questa volta con la ricostruzione storica. La Historia del regno di Napoli, che costò il carcere al suo autore Giovanni Antonio Summonte, fu uno dei testi che diedero origine al movimento di riforma. «L'amor della Patria - egli scrisse - che suol naturalmente infiammare i petti degli Huomini, have operato in me, che dopo lunghe fatiche habbia a dar fuori l'historia dei Re di Napoli, lettione di gran pregio per i varij successi delle cose humane, la quale, oltre che contiene tutto ciò che negli altri libri si legge, tratta ancora di molte cose, che non mai da altri furono scritte o date in luce...». Apparentemente una convenzionale storia dei re; ma la novità era la scoperta o l'invenzione di una presenza politica del popolo nella storia del regno o piuttosto la manifestazione di una nuova aspirazione politica legittimata e rivestita di panni storici. Il movimento riformatore fece la prima, difficilissima prova mentre la monarchia di Spagna faceva le prime operazioni politico-militari - intervento in Boemia e in Germania e preparazione della ripresa del conflitto con l'Olanda -, che dovevano sfociare nella guerra dei trent'anni. Erano gli anni tra il 1618 e il 1620: il momento peggiore per sostenere le «bone riforme» (secondo l'espressione usata in un documento che si può attribuire a Giulio Genoino) che avrebbero dovuto dare finalmente a Napoli ed al regno equilibrio interno e porre le premesse di una reale anche se limitata autonomia nei confronti della corona. Il rapporto di fedeltà che si era instaurato con la monarchia di Spagna e la convinzione che solo un sovrano e un potere assolutistico forte potevano realizzare le riforme istituzionali di cui la società aveva bisogno furono gli illusori fondamenti del tentativo fatto da Giulio Genoino e dai suoi sostenitori. In quel momento, del resto, non vi era altra scelta che seguire quella strada o continuare a restare nella passività. Le conclusioni dimostrarono l'inconciliabilità tra riforme e dominio straniero.

La difficoltà e la lentezza con cui i riformatori napoletani ne presero atto e cominciarono a rivendicare indipendenza e libertà confermano la profondità e gravità della crisi che aveva colpito il paese all'inizio del secolo precedente. Essi riuscirono, tuttavia, districandosi dalle pastoie di un lealismo monarchico che aveva ormai una lunga e consolidata tradizione, a creare una Repubblica, che durò dalla metà di ottobre del 1647 all'aprile del 1648, e ad elaborare, tra le tempeste e le contraddizioni della rivoluzione, un'idea di fedeltà che aveva come punto di riferimento e di forza, in alternativa al re e al chiuso esclusivismo nobiliare, il richiamo al bene comune, alla libertà e alla patria. In un contesto assai diverso e insieme a contenuti politici e ideali nuovi, erano gli stessi elementi dell'antica Esortazione di Niccolò Machiavelli. Una grande parte della comunità fu coinvolta nel movimento politico e le sue ripercussioni in Italia e negli altri paesi furono ampie, tanto da ridimensionare notevolmente l'idea della presa che il dominio spagnolo aveva sui domini italiani. Alla fine, il proposito della liberazione subì una sconfitta. Ma esso ha consegnato agli storici qualche elemento per correggere l'idea di una decadenza uniforme e secolare dell'Italia del Cinque e del Seicento e per dare un po' di soddisfazione all'amor di patria dei posteri.