"Habent sua fata libelli"

di Clara Castelli

«Tarlo»: fig. «Simbolo di sofferenza segreta e continua»
in Vocabolario della lingua italiana, di G. Devoto-G.C. Oli.

Il tarlo nella storia ha eroso gli argini del progetto iniziale della sua curatrice, strappando l'ossessivo cordone ombelicale e riacquistando la propria libertà. Come ogni opera che si rispetti, anche questa ha un destino che tesse le sue reti contro le quali l'uomo non può combattere. E in questo caso le ragioni editoriali hanno regole di ferro. È così che il lettore al quale il risvolto di copertina dell'ultimo numero della rivista prometteva una monografia che avrebbe trattato a largo raggio un tema, centrale per la comprensione del passato comunista delle storiografie dei paesi del socialismo reale e per la riflessione sulle prospettive future della scuola delle «Annales», si trova a vedersi divisa la materia in due numeri successivi, l'ultimo del '97 e il primo del '98. Da un lato la Russia e la Polonia; dall'altro i paesi dell'Europa centrale e sud-orientale.

Non è soltanto separazione geografica; è separazione culturale. È vero che ogni entità statale dell'Europa ha una propria autonoma identità storica, ma è anche vero che Polonia e Russia hanno condiviso una storia secolare, almeno per quanto riguarda la grande fetta di territorio polacco assoggettata a Mosca a partire dalle tre spartizioni polacche della fine del XVIII secolo. Per quanto riguarda, poi, il nostro soggetto specifico, la penetrazione della scuola delle «Annales» nelle storiografie comuniste, esso rende omogenea la grande area sovietica e polacca anche da un altro punto di vista: assegnandole, cioè, una sorta di priorità nella forza di infiltrazione e nella incisività di corrosione da parte del modello, o piuttosto dei modelli storiografici annaliani nei confronti dello schema interpretativo marxista, reso cogente dall'ideologia fondante dei regimi comunisti. È in Urss e in Polonia, infatti, che nel corso del tempo la lezione storiografica annaliana riesce a scalfire fino all'erosione questo schema, talora attraverso forme di una sua 'marxistizzazione' coatta. È il caso dell'interpretazione sovietica di Marc Bloch visto come lo storico delle «Annales» più vicino al marxismo e al quale viene consentito uno spazio negato ad altri storici della stessa corrente, in particolare al Febvre della storia delle mentalità. Se è dall'Urss, dalle sue intercorrenti e incerte ondate di «liberalizzazione» culturale del post-stalinismo che parte il «la», ossia la disposizione alla relativa tolleranza nei confronti di una storiografia che pur sempre dall'Occidente proveniva portando con sé pericolosi germi di inquinamento ideologico - ed è quindi da qui che si deve partire per raggiungere la migliore intelligibilità globale del problema - è alla Polonia che si deve arrivare per rendersi pienamente conto dell'originalità e, quindi, dell'eversività, degli esiti, scientifici non meno che politici, della penetrazione delle «Annales» nei paesi del socialismo reale. È ciò che rende strutturalmente compatta la prima parte del nostro «Tarlo».

La seconda comprenderà i paesi delle aree culturali a grande linee definibili come germanica (Repubblica Democratica Tedesca), slavo-germanica (Cecoslovacchia), e austro-asburgica pur con le sue originarie e originali specificazioni culturali (Ungheria, Slovenia e Croazia). Ad essi si aggiungerà la Romania con la sua contemporanea esperienza dei regimi comunisti. Alla fine della corsa sarà possibile cogliere in toto il panorama spaziale e qualitativo della rete di ramificazioni della scuola delle «Annales» nelle storiografie di paesi uniti dalla stessa ideologia del e al potere, ma anche il valore politico di un'eversività che ha finito per contribuire anch'essa alla liberalizzazione delle coscienze degli storici e degli intellettuali in genere. In paesi dove l'intelligencija ha svolto secolarmente la funzione storica di depositaria della coscienza critica in società avvolte in insensibili arretratezze. Almeno quegli intellettuali viventi sulle frontiere dell'inquietudine e capaci del coraggio dell'opposizione. Gli altri con istinto autodistruttivo si adagiavano nell'opacità e nell'impotenza del consenso e del conformismo. Sotto il nostro titolo, in apparenza leggero come il vetro soffiato, si cela, dunque, la durezza di una storia, difficile e dolorosa, non soltanto di correnti storiografiche, ma di uomini, gli storici, che del loro mestiere hanno fatto lo strumento di ricerca della libertà del pensiero. Questo rappresentava per loro la storiografia delle «Annales», una finestra schiusa sul mondo dello studio rinnovato e dell'autonoma espressione individuale, affrancata dalle griglie ideologiche imposte dal potere. E molti, se non tutti, hanno dovuto pagare alti costi. È per questo che l'esperienza «annaliana» in Europa orientale travalica il confine di semplice incontro, confronto e sinergia di proposte e modelli storiografici diversi, per assumere i contorni di sofferte prove di vita. È ciò che dà a questo tema una palpitante coloritura del tutto particolare, incommensurabile con la tradizione storiografica europeo-occidentale. Neanche agli storici di quest'ultima è estraneo l'impegno civile che in casi estremi raggiunge il sacrificio della vita, come fu per Marc Bloch nella sua lotta contro il nazismo; questo impegno si estrinseca, però, al di fuori o collateralmente al loro mestiere di ricercatori del passato. I colleghi dell'Europa orientale sono stati costretti a portare sul banco del loro lavoro, nella quotidiniatà dei loro studi, nella consultazione dei loro archivi, nella scrittura dei loro libri la loro sfida alla storiografia ufficiale, la loro battaglia per la storia. Per non morire di asfissia intellettuale, per non costringersi a un mestiere dalle idee incatenate, per imboccare percorsi nuovi e più liberi, erano perenni soldati in trincea. Ogni scheggia di una fresca scoperta, ogni minima realizzazione di una nuova ispirazione rappresentava una conquista. È perciò che il contributo della corrente storiografica delle «Annales» al processo di rinnovamento, così lento nella sua progressione, intercalata da pause e arretramenti, degli studi storici nell'Europa comunista ha una portata storica non sufficientemente valutata, dipanandosi sui due piani paralleli dell'avanzamento della scienza storica e della conquista della libertà di pensiero. È il cimento con la vita più che le diverse posizioni storiografiche a distinguere gli storici dei paesi soggetti al comunismo da quelli vissuti nelle democrazie occidentali. La linea di demarcazione tra l'Europa libera e quella non libera è tutta qui. E non sempre in occidente se ne ebbe la giusta percezione né la disponibilità alla comprensione.

Ora qualche parola sulla disposizione dei saggi inseriti in questo numero, sul disegno che la sottende. Scritti tutti da storici rappresentativi e assai noti in occidente, hanno, come sempre nel caso di raccolte a impianto monografico, non soltanto difformità di impostazione, ma diversità del criterio di selezione dei temi. Fermo restando che si tratta in ogni caso di storici che hanno fatto propria, ripensandola e trasferendola nelle loro ricerche, la lezione innovatrice della scuola delle «Annales».

Il lavoro di Pomian posto in apertura, stampato su «Review», è del 1978. Mai tradotto in italiano, lo si è ritenuto significativo perché offre, quasi immobilizzando l'occhio, la fotografia, anzi l'istantanea, del panorama del processo, come dire, in atto della diffusione delle «Annales» in un anno in cui la solidità dei regimi comunisti era fuori discussione e la sola ipotesi di una loro dissoluzione, sarebbe rientrata nel regno dell'impossibile. È vero che lo storico polacco, l'autore che nel 1984 avrebbe scritto L'ordine del tempo, una delle più originali realizzazioni delle suggestioni della scuola delle «Annales», dà al contenuto del concetto «Europa orientale» un significato restrittivo, includendovi soltanto alcuni paesi satelliti dell'Urss (Bulgaria, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia e Romania) ed escludendovi il paese ideologicamente guida; ma, forse proprio perché si tratta dell'area in qualche modo «minore», più stagliata diventa la percezione dell'estensione e della profondità del fenomeno. Il lettore lo legga in questa prospettiva.

È soltanto nella trattazione di Jerzy Topolski e di Andrzej Wierzbicki che si potrà trovare un'esposizione organica e cronologicamente dipanata dei rapporti tra una storiografia dell'Est comunista - in questo caso la Polonia - e la scuola delle «Annales», palpando con mano l'efficacia e la vitalità di questo contatto. Anzi. Le vicende del sodalizio vengono riportate alle origini, ben prima dell'avvento in Polonia del regime comunista, coprendo tutto l'arco della sua esistenza. Palpitante vive nelle pagine dei due storici polacchi il senso dell'esperienza personale, la connotazione diaristica del protagonista. In quelle di Wierzbicki più che in quelle di Topolski i guizzi di ironia sono più che spiragli appalesanti l'amarezza di una pesante esperienza personale e collettiva.

Jerzy Topolski è, insieme con W. Kula e B. Geremek, lo storico polacco più conosciuto in Italia. Studioso di storia economica e sociale della Polonia in età moderna - in questo settore noto è da noi il suo libro Le origini del capitalismo europeo tra il XIV e il XVIII secolo (Einaudi, 1965) - ha fatto della storiografia e della metodologia della storia i suoi principali campi di indagini, combinando con originalità di esiti materialismo storico, scuola annaliana e scuola logica polacca. È lui che con i suoi lavori pubblicati in Italia da La metodologia della ricerca storica (Il Mulino, 1975) a La storiografia contemporanea (Editori Riuniti, 1981) al recentissimo Narrare la storia (Bruno Mondadori, 1997) - ha schiuso alla conoscenza diretta degli storici italiani la finestra su una storiografia, come quella polacca, così densa di fertili fermenti innovatori.

Accanto a Topoloski chi meglio di Wierzbicki, attuale vice-direttore dell'Istituto di Storia dell'Accademia polacca delle scienze, poteva stendere un saggio dedicato all'incontro tra due storiografie, come quella delle «Annales» e quella polacca, destinate per costituzione ad abbeverarsi reciprocamente l'una all'altra? Lui che ha dedicato gran parte del suo impegno di studioso all'analisi del pensiero storico polacco - da Nazione e Stato nel pensiero storico polacco fra le due guerre mondiali (1978) a La costituzione del 3 maggio nella storiografia polacca (1993). Wierzbicki ci ha dato la trattazione più completa finora stesa sul tema.

Del tutto diverso è il criterio rappresentativo della storiografia sovietico-russa. In questo caso non si troveranno esposizioni organiche sulla penetrazione, così lenta e contrastata e contorta, della scuola annaliana nella scienza storica sovietica. Nella scelta dell'impostazione si è preferito privilegiare, con i saggi di Aron Gureviß e di Jurij Besmertnyj, gli esiti più recenti di questa penetrazione, come dire, il momento finale colto nell'originalità delle conclusioni. Mentre nel lavoro di Leonid Batkin risuona la pura voce della Russia, originante dalle pieghe più profonde della sua cultura, quel filone bachtiniano che scorre accanto e oltre alle «Annales», e in campo letterario soprattutto, ma di cui Batkin coglie le proposte per applicarle alla ricerca storica. A differenza dei saggi degli storici polacchi, quelli dei sovietici non sono stati scritti per questa pubblicazione. Hanno altre radici, non meno significative, attestanti in corpore vili i destini realizzati della «Nuova storia» nella storiografia sovietico-russa.

Il lavoro di Aron Gureviß è la traduzione, con alcuni tagli necessari, della prefazione, introduzione e la parte finale della conclusione del suo ultimo libro Istorißeskij sintez i @kola «Annalov» (La sintesi storica e la scuola delle «Annales»), pubblicato a Mosca nel 1993. È la riflessione teorica ultima e più completa di questo storico, antesignano e fondatore in Unione Sovietica del filone di studi di storia delle mentalità, sulla vicenda globale della scuola annaliana in Francia e sui suoi destini futuri. Contro la visione massificata del processo storico questo «Diogene» della storia (cfr. C. Castelli, Un Diogene alla ricerca dell'uomo: Aron Gureviß, in A. Gureviß, Lezioni romane, Torino, 1991, pp. 87-153) è andato a suo tempo alla ricerca del protagonista-uomo, trovando nell'appello di Marc Bloch al primato dell'uomo nella storia e nel modello degli studi di Lucien Febvre la chiave per tirarlo fuori dall'anonimato marxista delle masse. Operazione pericolosa in un regime che non tollerava deroghe. Personificazione del destino della scuola delle «Annales» in Unione Sovietica-Russia, Aron Gureviß ha proseguito per la propria strada, partendo da Bloch e Febvre, per arrivare ad indicare nella ricostruzione della visione collettiva del mondo insita nella cultura di una società e motrice suprema del processo storico, il momento di quella sintesi storica atta a cogliere la storia nelle sue connessioni globali. È questa la via che il più «annalista» degli storici russi indica come il futuro della scuola francese da alcuni considerata definitivamente esaurita. Attraverso le traduzioni italiane dei suoi libri il lettore può agevolmente seguire il cammino storiografico di questo autore oggi relegato nel buio labirinto della cecità: da Le origini del feudalesimo (Laterza, 19821) a Le categorie della cultura medievale (Einaudi, 1982) a Contadini e santi (Einaudi, 1986 che ha meritato il premio Nonino) all'ultimo La nascita dell'individuo nell'Europa medievale (Laterza, 1996) per la collana «Fare l'Europa» diretta da J. Le Goff.

Meno noto in Italia, Jurij Bessmertnyj è oggi lo storico russo che ha fatto propria la lezione, soltanto in parte annaliana, della microstoria, ma che è certo il più modernamente «annalista» degli storici russi. Convinto che dai frammenti della storia minima si possano secernere i significati più profondi della grande storia, ha rivolto i suoi interessi al campo, assolutamente nuovo in Russia, della vita privata. Il saggio che qui presentiamo è la traduzione dell'introduzione da lui scritta per una raccolta di articoli da lui diretta: Kazus: individual'noe i minimal'noe v istorii(Il Caso: l'individuale e il minimale nella storia) pubblicata a Mosca nel 1997.

Leonid Batkin è lo storico meno toccato dalle suggestioni della storiografia delle «Annales». Uscito dalla scuola «italiana» moscovita, dal gruppo di storici che nell'Istituto di storia universale dell'Accademia delle Scienze dell'Urss intorno agli anni Sessanta cominciarono a dedicarsi allo studio della storia italiana, ha incentrato le sue ricerche intorno agli umanisti italiani, alle grandi individualità intellettuali del Rinascimento, in cerca della dimensione assoluta dell'uomo, delle dorsali profonde dell'animo umano che non trovavano espressione nell'amorfismo del pensiero storico sovietico ufficiale. I suoi libri principali si possono trovare tutti in italiano, dal Leonardo da Vinci (Laterza, 1981) a Gli umanisti italiani: stile di vita e di pensiero (Laterza, 1990) a L'idea di individualità nel Rinascimento italiano (Laterza, 1992) con il loro carico di sovversività teorica, metodologica e ideologica. Incanalatosi nel filone della «culturologia», la scienza dell'incontro delle culture, che trova in Bachtin le sue più fertili radici e oggi in Russia è ampiamente dibattuta, ne ha fatto motivo di riflessione nel campo della storia. Il saggio che qui pubblichiamo non è nuovo: è del marzo 1986. Inserito nella raccolta di articoli batkiniani Pristrastija(Passioni estreme) del 1994, esso rappresenta il nuovo respiro intellettuale dell'età gorbaceviana. È per questo che è significativo della strada, o delle strade, nelle quali l'apertura della perestroika ha consentito alla storiografia sovietico-russa di incamminarsi.

Scarne note di presentazione queste. Al saggio che sarà posto alla fine dell'intera monografia, l'analisi globale dei risultati dell'infiltrazione della scuola delle «Annales» nelle storiografie di tutta l'area europeo-orientale e delle prospettive di questa sinergia così pregna di futuro per entrambe le parti.